Film 16 ottobre/dicembre 2020

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Anno XXVI (nuova serie) - Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento postale 70% - DCB - Roma

16 -dicem ottobre bre 202 0

CENTRO STUDI CINEMATOGRAFICI


Edito dal Centro Studi Cinematografici 00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6 tel. (06) 63.82.605 Sito Internet: www.cscinema.org E-mail: info@cscinema.org Aut. Tribunale di Roma n. 271/93

F I L M

Anno XXVI n. 16 ottobre-dicembre 2020 Trimestrale di cultura multimediale

I Miserabili L’uomo dal cuore di ferro Tornare La partita La verità Sulle ali dell’avventura Villetta con ospiti Gli anni più belli Alice e il sindaco Il colpo del cane Abbi fede Mia martini. Io sono Mia Il principe dimenticato Il meglio deve ancora venire Dogtooth Gaugauin Favolacce L’apparizione Bar Giuseppe È per il tuo bene L’hotel degli amori smarriti Il mostro di St. Pauli L’età giovane Doppio sospetto Dafne Hammamet Il ragazzo più felice del mondo Lucania. Terra, sangue e magia Jack in the box

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S E R I A L

SOMMARIO

Pezzi unici Il Commissario Montalbano Stagione 14 L’amica geniale - Storia del nuovo cognome - Seconda stagione

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Abbonamento annuale: euro 26,00 (estero $50) Versamenti sul c.c.p. n. 26862003 intestato a Centro Studi Cinematografici Si collabora solo dietro invito della redazione Direttore Responsabile: Flavio Vergerio Segreteria: Cesare Frioni Redazione: Silvio Grasselli Giancarlo Zappoli Hanno collaborato a questo numero: Giulia Angelucci Veronica Barteri Elena Bartoni Jleana Cervai Alessio D’Angelo Giallorenzo Di Matteo Ramon Gimenez de Lorenzo Cristina Giovannini Leonardo Magnante Fabrizio Moresco Giorgio Federico Mosco Marianna Ninni Carmen Zinno

Pubblicazione realizzata con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale Cinema Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Stampa: Joelle s.r.l. Via Biturgense, n. 104 Città di Castello (PG)

In copertina In alto I Miserabili di Ladj Ly, Francia, Italia 2019. Al centro Pezzi unici (serial) di Cinzia Th Torrini, Italia 2019. In basso L’uomo dal cuore di ferro di Cédric Jimenez, Francia 2016. Progetto grafico copertina a cura di Jessica Benucci (www.gramma.it)


di Ladj Ly

I MISERABILI Origine: Francia, 2019

Il popolo francese festeggia la vittoria della Coppa del Mondo di calcio per le strade di Parigi, i cori di gioia uniscono tutte le classi sociali. Subito dopo, Stéphane Ruiz, appena trasferitosi nella regione dell’Ile de France, prende servizio presso il commissariato di polizia capitanato dal commissario Chailly ed è assegnato alla squadra della Brigata Anti Crimine formata dal capo Chris e dal brigadiere Gwada in servizio nel comune di Montfermeil. Chris abusa spesso del suo potere con la forza, assecondato da Gwada. I due portano Stephane nei quartieri turbolenti di Montfermeil. Al mercato i due agenti presentano a Stéphane il “Sindaco”, proprietario di una bancarella. Sopraggiunge Zorro, proprietario di un circo, che denuncia la scomparsa di Johnny, un cucciolo di leone. Responsabile del furto è il giovane Issa. Chris e la sua squadra si assumono il compito di trovare il leoncino. I tre poliziotti vanno alla tavola calda di proprietà di Salah e incaricano Stéphane di andare a chiedere notizie del leoncino. Ruiz dice a Salah che i suoi colleghi sospettano del furto un ragazzino di origine africana. L’uomo gli risponde che un leone non dovrebbe essere messo in gabbia, poi gli offre un panino e lo saluta. In auto i due colleghi dicono a Stéphane che Salah è un vecchio delinquente che si è fatto crescere la barba e che comanda nel quartiere. Intanto Issa si fa fare una foto dagli amici insieme al leoncino e la posta. Chris vede su Instagram la foto di Issa. I poliziotti vanno a casa

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del ragazzo ma non lo trovano. Per strada gli agenti vedono alcuni ragazzini che giocano a pallone e scorgono Issa che fugge. Chris riesce a prendere il ragazzo che dice di non sapere dov’è il leone perché è scappato. Arrivano altri ragazzi, scoppiano dei tafferugli, al culmine dei quali Gwada colpisce Issa con una Flash-Ball ferendolo in volto. Chris si accorge che sono stati ripresi da un drone. Mentre Stéphane vuole chiamare i soccorsi, Chris pensa che il drone abbia la priorità. I poliziotti caricano Issa in auto. I ragazzini raccontano l’accaduto al Sindaco dicendo che un drone ha ripreso tutto e di sapere di chi è. Intanto i poliziotti si recano da un contatto locale di Chris chiedendo se sa chi fa riprese con un drone in quella zona. Nel frattempo, Stéphane rimasto in auto da solo con Issa, va in una farmacia a comprare delle medicazioni. Poi torna dai colleghi. Chris lascia Issa dal suo contatto, nonostante Stéphane dica che il ragazzo vada portato in ospedale. Gli agenti si recano nel palazzo dove abita il piccolo Buzz che sta caricando su una scheda video le riprese del drone. Chris insegue il ragazzo mentre Gwada prende il drone e si accorge che non c’è la scheda. Chris si perde Buzz che si rifugia nel ristorante di Salah. Il Sindaco va nel locale e dice a Salah che possono ricattare i poliziotti. Sopraggiungono gli agenti e chiedono a Salah cosa vuole in cambio del video. L’uomo li invita a lasciare il suo locale. Chris minaccia Salah di fargli chiudere e di arrestarlo, poi tenta di prendere Buzz ma Gwada glielo impedisce. Stephane si apparta con Salah. 1

Produzione: Chiristophe Barral, Toufik Ayadi per Srab Films; Coprodotto Rectangle Productions, Lyly Films Regia: Ladj Ly Soggetto e Sceneggiatura: Ladj Ly, Giordano Gederlini, Alexis Manenti Interpreti: Damien Bonnard (Stéphane/ Greaser), Jeanne Balibar (La commissaria), Alexis Manenti (Chris), Djibril Zonga (Gwada), Issa Perica (Issa), Al-Hassan Ly (Buzz), Steve Tientcheu (Il Sindaco), Almamy Kanoute (Salah), Nizar Ben Fatma (Lo spilorcio), Raymond Lopez (Zorro), Luciano Lopez (Luciano), Jaihson Lopez (Jaihson), Omar Soumare (Macha), Sana Joachaim (Bintou), Lucas Omiri (Smilzo) Durata: 102’ Distribuzione: Lucky Red Uscita: 18 maggio 2020

Il poliziotto dice che il colpo è partito involontariamente al suo collega, chiede di fargli sistemare il problema promettendogli che il bambino se la caverà, Salah dice di volergli dare fiducia ma che non eviteranno la collera della gente. Chris va a prendere Issa ferito. In auto gli agenti vengono informati dell’avvistamento di un leoncino in un orto. I poliziotti recuperano il cucciolo e lo portano al circo. Zorro conduce Issa dentro alla gabbia di un grosso leone spaventandolo a morte, Stéphane interviene e lo fa smettere. Prima di condurre Issa a casa, Chris si accorda con lui sulla versione che dovrà dare sul suo ferimento. Stéphane tiene il video e affronta Chris che vorrebbe appropriarsene. Quella sera i tre poliziotti tornano alle loro vite. Stéphane incontra Gwada in un bar e gli dice che una Flash-Ball non può sparare


per caso e che ha intenzionalmente colpito Issa, lo accusa di essersi comportato come Chris e che avrebbe potuto uccidere il ragazzo. Poi gli dà la scheda video. Il giorno dopo la squadra viene attaccata da un gruppo di ragazzi guidato da Issa. I poliziotti li inseguono e vengono assaliti da alcuni adolescenti rimanendo intrappolati nelle scale di un palazzo dove scoppia una guerriglia. Chris viene ferito in volto. Anche il Sindaco viene attaccato e gettato da una rampa di scale. Stèphane chiede aiuto bussando all’appartamento di Buzz ma il ragazzino blocca la porta. Issa accende una bottiglia molotov e sta per finire lo squadrone, Stéphane gli punta la pistola e gli intima di non farlo. Sullo schermo una frase da “I Miserabili” di Victor Hugo chiude il film: “Tenete a mente questo, amici miei. Non ci sono cose come piante cattive o uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”. I miserabili, ieri e oggi. Le storie di tanti diseredati, emarginati e rabbiosi, per cui non c’è speranza, né pace, né redenzione, ieri come oggi. La citazione da Victor Hugo posta a chiusura del film ne racchiude il senso più autentico. Non a caso la pellicola di Ladj Ly, francese di origini maliane che si è fatto le ossa con i documentari (e qui al suo esordio nella regia di un lungometraggio), ha lo stesso titolo del romanzo di Hugo di cui rappresenta il contraltare moderno. Il romanzo, pubblicato nel 1862, raccontava, “il destino, e in particolare la vita, il tempo, e in particolare il secolo, l’uomo e in particolare il mondo”. Anche questi ‘miserabili’ del terzo millennio abitano nello stesso quartiere di Montfermeil dove Hugo aveva collocato la locanda della famiglia Thénadier e dove

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il regista è cresciuto (realizzando i suoi primi documentari insieme al collettivo Kourtrajmé da lui fondato). I diversi episodi narrati nel film sono stati vissuti direttamente dal regista: la vittoria della Francia ai Mondiali, l’arrivo del nuovo poliziotto di quartiere, le riprese con il drone, la storia del leoncino rubato che provoca la collera di alcuni gitani proprietari di un circo. Ladj Ly ha filmato per anni con la sua videocamera tutto quello che accadeva nel suo quartiere (i titoli più riusciti sono 365 jours à Clichy-Montfermeil e A voix haute diretto con Stéphane De Freitas) fino a che un giorno filmò un vero e proprio abuso. Il regista ha realizzato I miserabili prendendo spunto dai disordini di Parigi del 2005 e da un suo cortometraggio omonimo del 2017 che aveva ottenuto numerosi riconoscimenti. Esente da qualsiasi tentazione manichea, il film non pone buoni da una parte e cattivi dall’altra, non ci sono i ragazzi cattivi e i poliziotti buoni, ma tanti personaggi dai contorni sfumati, con lati umani ma anche con aspetti più sordidi o quanto meno poco chiari, un mondo complesso in un contesto sociale fatto di disoccupazione e povertà. Molti personaggi sono controversi: è il caso del tale che si fa chiamare “Sindaco” o dei poliziotti, da una parte umani e simpatici, dall’altra prevaricatori. Tutti lottano per la sopravvivenza: compromessi, arrangiamenti, piccoli traffici. Anche per gli sbirri valgono le regole: molti di loro hanno stipendi da fame e abitano in case misere negli stessi quartieri che devono sorvegliare. Il film fotografa un sistema in cui tutti sono vittime: abitanti e poliziotti. E poi c’è la questione etnica: bianchi, neri, magrebini, gitani. Anche tra i poliziotti ci sono bianchi e neri. E, tra uno scontro e l’altro, la polizia 2

è costretta a fare accordi con i residenti. Ladj Ly evita lo stile più facile: niente musica rap e niente montaggio da videoclip, ma una narrazione piana che pone in sequenza una serie di duelli. In un’alternanza continua tra alto e basso, il regista compone un film multiprospettico e multifocale. E così, dopo un prologo che catapulta dentro la realtà travolgente dei festeggiamenti per i Mondiali di calcio vinti dalla Francia, si viene trascinati, attraverso gli occhi di un poliziotto nuovo arrivato nella Brigata Anti Crimine, nella realtà di una banlieu che è come un campo minato che sta per esplodere. Tutto può diventare ‘guerra’, ogni strada, ogni incrocio, ogni fermata dell’autobus, ogni tavola calda, ogni palazzo. In un drammatico gioco di prospettive: lo sguardo dal basso dei poliziotti sulla piccola criminalità di quartiere, e lo sguardo dall’alto del drone che registra tutto ciò che c’è di violenza e prevaricazione, diventando testimonianza e arma insieme. A quasi venticinque anni da L’odio di Kassovitz, Ladj Ly dipinge un altro duro ritratto delle banlieu, dove non ci sono né condannati, né assolti e dove non c’è giudizio morale. Con riferimenti importanti, dal Training Day di Fuqua ai polar di Olivier Marchal, I miserabili è una fulminante opera prima confezionata da una regia dinamica che non teme di sporcarsi le mani. Tante storie: la vittoria della nazionale francese che accomuna tifosi originari dei paesi africani, il poliziotto cattivo contro quello buono, il dramma di una Flash Ball sparata in pieno volto dal poliziotto dalla mano pesante, la favola del leoncino rubato dal bambino cattivo punito dal gitano crudele (la scena nella gabbia del leone è una delle più potenti). Su tutto, il drone guidato dal piccolo Buzz, occhio neutrale che


osserva tutto dall’alto, sorvolando il dramma sociale imprigionato in un inferno urbano dal quale non c’è via d’uscita (come senza scampo sono le scale di un palazzo che fa da teatro agli scontri finali).

La guerra dei ‘miserabili’ è e resta cruda e rabbiosa e genera una violenza cieca, figlia (come recita la citazione finale da Hugo) di un’istruzione mancata. Premio della Giuria a Cannes

2019, nomination all’Oscar 2020 per il miglior film straniero e una pioggia di riconoscimenti internazionali più che meritati. Elena Bartoni

di Cédric Jimenez

L’UOMO DAL CUORE DI FERRO

Origine: Francia, 2016

Una fontana in un parco, uccelli che volano in stormo, risate di bambini felici rincorsi dal loro padre. Le risate si tramutano nelle parole del Führer che sovrastano ogni azione dell’uomo biondo che lascia i figli, entra in casa con fare risoluto, raccoglie dei documenti, indossa una giacca militare che porta appuntata la croce di ferro ed esce con l’auto. È il 27 maggio del 1942 a Praga. Accompagnato dall’autista giunge in città. Lungo il tragitto è salutato dai soldati, supera un tram, poi un altro e all’improvviso esce un uomo che gli punta un mitra contro. Base navale di Kiel sul mare del Nord, è il 1929. C’è lo stesso uomo biondo, Reinhard Heydrich, che suona il violino, tira di scherma e attende Cristina una donna in stazione, con la quale farà successivamente sesso. È lo stesso uomo che a una festa si presenta alla sua futura moglie, Lina von Osten, e la invita a ballare. La risolutezza descrive questo uomo in cerca di una occasione di riscatto. Durante il viaggio in treno che lo porterà a conoscere i futuri suoceri, Lina gli parla di Hitler e delle speranze che lei ripone in quest’uomo per la rinascita della Germania. Il rapporto con l’altra donna, Cristina, gli rovina la carriera in Marina, e rischia di distruggere il suo fruttuoso rapporto con Lina. È un momento molto difficile della vita di Reinhard.

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Lina comprende e pragmaticamente lo aiuta a superare la crisi. Vanno insieme a incontrare Himmler. Questi rimane colpito dalla determinazione di Heydrich e lo nomina nuovo responsabile per l’unità di spionaggio delle SS. Molte speranze e gioia accompagnano la nomina di Adolf Hitler a Cancelliere del Reich. Con Heydrich le SS escono dall’ombra e diventano una realtà fondamentale del partito, a spese delle SA di Rohm. Con la morte di quest’ultimo e l’eliminazione di tutti i membri dissidenti del partito, la figura di Heydrich diventa fondamentale per Himmler e lo stesso Furher che lo definisce “l’uomo dal cuore di ferro”. Polonia settembre 1939, inizia la Seconda Guerra Mondiale e con essa la trasformazione di Heydrich in uomo totalmente dedito al Reich è completata. Mentre la moglie partorisce lui è a visionare i resoconti dei cineoperatori al seguito delle truppe di invasione. La germanizzazione del nuovo Reich è il suo obiettivo. Subito dopo l’esercito arrivano le SS che purificano le popolazioni da immigrati, malati e nemici della nazione. Il Reich è la sua unica preoccupazione, la moglie Lina è oramai esclusa per sempre dalla vita politica del marito. Nel 1941 arriva a Praga e nel suo discorso inaugurale afferma che come già Berlino e Vienna, anche Praga diventerà una città libera da ebrei. 3

Produzione: Légende Films, Cutting Edge Group, Nexus Factory, Red Crown Productions Regia: Cédric Jimenez Soggetto: dal romanzo “HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich” di Laurent Binet Sceneggiatura: David Farr, Audrey Diwan, Cédric Jimenez Interpreti: Jason Clark (Reinhard Heydrich), Rosamund Pike (Lina Heydrich), Jack O’Connell (Jan Kubis), Jack Reynor (Jozef Gabcik), Mia Wasikowska (Anna Novak), Stephen Graham (Heinrich Himmler), Céline Sallette (Marie Moravec), Gilles Lellouche (Vaclav Moravek), Thomas M. Wright (Valcik), Enzo Cilenti (Opalka) Durata: 120’ Distribuzione: Videa Uscita: 24 gennaio 2019

Dai censimenti effettuati in tutto il Reich, all’inizio del 1942 sono circa dodici i milioni gli ebrei da eliminare. Sono necessari mezzi di eliminazione di massa efficienti ed un approccio sistematico al problema. La Soluzione Finale con l’uso massiccio dei campi di concentramento sarà la risposta alle necessità legate allo sterminio di massa. Si torna indietro di sei mesi.


Due soldati cechi, Jan e Jozef, si sfidano al tiro al bersaglio in un bosco. Fanno parte del contingente ceco di base in Scozia. Viene affidata loro una missione, uccidere Heydrich. Vengono paracadutati in Boemia. Arrivano a Praga con il treno e poi in una casa sicura. Non ci si può fidare di nessuno, tutti sono potenziali delatori. Il giorno dopo sono spostati in altre due famiglie. Intanto i Tre Re, i capi della resistenza ceca, vengono scoperti e attaccati. Segue una sparatoria nella quale due su tre sono uccisi, Vaclav Moravek si salva. Jan e Jozef incontrano Moravek in una stalla fuori Praga. Li aggiorna di essere rimasto solo e dà inizio all’operazione Anthropoid. Grazie a un domestico della residenza di Heydrich riescono ad avere informazioni fondamentali sugli spostamenti del gerarca nazista. Nel frattempo la vita prosegue e nascono gli affetti tra i due soldati e le rispettive donne che li ospitano. Anche l’ultimo Re viene scoperto. Suicidandosi scompare con lui la via di fuga dopo l’attentato. Londra incarica altri soldati cechi di supportare Jan e Jozef nell’attentato. Tutto il gruppo però è in crisi, da una parte c’è l’ubbidienza verso gli ordini di Londra, dall’altra la repressione che l’attentato produrrà su tutta la popolazione. Uno scrupolo di coscienza che sembra congelare la decisione su posizioni contrapposte. Alla fine l’attentato si farà. Si preparano bombe, armi e lo spirito con la preghiera e l’abbraccio dei cari. La mattina dell’attentato si attende l’arrivo della macchina di Heydrich nel punto prestabilito. L’auto sembra non arrivare mai. Alle 10.15 è a tiro. La mitragliatrice del primo si inceppa, la bomba del secondo deflagra, ma non raggiunge il risultato sperato. Heydrich, ferito, esce dalla carcassa dell’au-

to e insegue uno degli attentatori sparando in mezzo alla folla. Gli attentatori riescono a dileguarsi tutti rientrando alle loro case sicure e il gerarca viene soccorso dalle truppe tedesche e tratto in salvo. Scatta la dura repressione e la caccia all’uomo. Si cerca ora un modo per uscire da Praga. Il gruppo si rivede tutto nei sotterranei di una chiesa e si nasconde lì. Heydrich sul letto di morte affida i figli alla moglie chiedendole di crescerli come veri ariani. Riceve la visita di Himmler al quale consegna i piani per la Soluzione Finale e muore subito dopo. Viene distrutto l’intero villaggio di Lidice con tutti i suoi abitanti perché da quel villaggio provengono alcuni soldati che sono andati a formare il contingente ceco in Scozia e dunque forse anche familiari degli attentatori. La notizia viene annunciata per tutte le strade di Praga e la sentono anche gli attentatori. Uno del gruppo di supporto a Jan e Jozef, per limitare al massimo le ulteriori rappresaglie, va a denunciare gli altri. Scattano gli arresti, qualcuno fugge, qualcuno è arrestato, ma la maggior parte si suicida con il veleno. Parla solo un bambino che vede il padre torturato. Le truppe tedesche arrivano nella serata in chiesa e trovano una forte resistenza, sono costrette a ritirarsi chiudendo le porte della chiesa. La mattina successiva provano un secondo assalto alla chiesa. Questa volta, anche con molte perdite riescono ad entrare e a mantenere le posizioni. Gli attentatori cedono. Alcuni muoiono. Jan e Jozef si trincerano nella cripta. I tedeschi riempiono la cripta di acqua per stanarli e i due in un primo momento cercano di trovare una via di fuga, poi, quando tutto risulta inutile si sparano per non cadere nelle mani del nemico. 4

Tratto dal romanzo di Laurent Binet HHhH (acronimo che sta per Himmler’s Hirn heißt Heydrich ovvero Il cervello di Himmler si chiama Heydrich) l’adattamento firmato dal regista Cédric Jimenez arriva in Italia due anni dopo la sua distribuzione ufficiale. Il boia di Praga è magistralmente interpretato dall’australiano Jason Clark, che è facilitato in questo dalla sua fisionomia. La dualità del personaggio, padre amorevole e spietato pianificatore di stermini di massa, si ripropone nella struttura del film che presenta due parti: la prima incentrata su Heydrich e la sua ascesa, la seconda sui suoi attentatori e la loro condanna. Un film sulla dualità appunto, insita nelle scelte fatte da tutti i personaggi. La moglie Lina, prima trampolino di lancio e poi fastidioso freno alla libertà di azione del marito, che accetta il suo ruolo sempre più marginale ed inutile. Jan e Jozef, patrioti convinti e speranzosi che dinanzi alla realtà propagandistica della repressione del regime sono costretti loro malgrado a fare una scelta impopolare. Il compatriota dei due attentatori che invece fa la scelta opposta denunciandoli e cercando inutilmente di salvare la popolazione dalla repressione punitiva. Colui che tenne a Wannsee, nel 1942 la famosa conferenza per pianificare la «Soluzione Finale della questione ebraica», prima di morire ricorda quello che gli diceva suo padre: ”Il mondo è un organetto, Dio gira la manovella e tutti balliamo la sua musica”. Aggiungendo “Fateli ballare”. Heydrich è la dimostrazione di come un uomo mediocre, prestato al Male, può diventare onnipotente.

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Ramon Gimenez de Lorenzo


di Cristina Comencini

TORNARE le confida di aver sentito il padre accusare Irene di ninfomania. Alice inizia a provare dei sentimenti per Marc e i due si baciano. La protagonista incontra se stessa da bambina, mentre gioca con il piccolo Marc nelle grotte sotto la casa. Patrick rincasa ed è insospettito dall’abbigliamento elegante di Irene e geloso del rapporto tra Alice e il bambino, che caccia via. Un collega di Patrick ricorda ad Alice la decisione del padre di costringerla a lasciare Napoli dopo una caduta dagli scogli che la donna sembra aver dimenticato. La protagonista intravede se stessa da adolescente allontanarsi con un ragazzo in un tunnel, per cui la segue e la ritrova nuda, livida e in stato di shock. Alice ricorda di essere stata violentata e Marc le confida che Patrick l’ha mandata via affinché non si sapesse, inventando l’incidente sugli scogli. Marc decide di passare la notte da Alice per tranquillizzarla; le confida di essere il misterioso ragazzo che la seguiva e che è stato lui a riportarla a casa, dopo aver assistito allo stupro, non intervenendo affinché Alice imparasse la lezione e cessasse di frequentare uomini sbagliati, in modo da averla per sé, non immaginando che il padre la costringesse a lasciare Napoli. Mentre Alice tenta di fuggire, Marc incontra la protagonista adolescente e, mentre tenta di violentarla, viene colpito in testa dalla Alice bambina. Dopo essersi riconciliata con il proprio passato, Alice lascia Napoli.

Alice, giornalista italo-americana, non torna a Napoli dal funerale di sua madre Irene ma è costretta a rincasare per la morte di Patrick, suo padre, militare della Nato malato da tempo. La donna incontra Marc, uomo premuroso che lavora nella biblioteca della base e che da un anno andava a trovare Patrick per leggergli dei libri e gli articoli di Alice, di cui era fiero, sebbene non l’avesse mai confidato alla figlia. La protagonista vive del suo lavoro, prendendosi cura di suo figlio, avuto da un matrimonio fallito, dopo il quale non ha avuto più una relazione. Rimasta sola nella villa di famiglia per ricevere eventuali acquirenti, la donna inizia a ripensare al suo passato, dialogando con se stessa da adolescente e guardandosi fuggire di notte per dirigersi a una festa, durante la quale flirta con diversi coetanei, osservata da un misterioso ragazzo. Secondo Alice, Patrick la considerava troppo ribelle e viveva come una sfortuna l’avere due figlie femmine. La protagonista incontra la suora che le insegnava inglese, che non ha mai perdonato Patrick per averla portata via improvvisamente da Napoli, prima del diploma. Alice racconta a Marc che sua madre aveva fatto perdere la testa a diversi ragazzi, ma il tutore che la crebbe la costrinse a cambiare per maritarsi. La Alice adolescente è ancora vergine e non vuole fare sesso, divertendosi a tenere gli spasimanti In accordo con la filmosulle spine. Nonostante ciò, si congrafia della Comencini, sidera una poco di buono e sceglie Tornare, thriller dell’adi diventare una ragazza seria per nima scritto da un team non deludere le aspettative del di sole donne, indaga la padre, sebbene l’adulta la inviti a viversi per come è. La giovane femminilità nei suoi aspetti più

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Origine: Italia, 2019 Produzione: Lionello Cerri e Cristina Comencini per Lumière & CO., Rai Cinema con il sostegno della Direzione Generale Cinema - Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lazio Fondo Regionale per il Cinema e L’Audiovisivo Regia: Cristina Comencini Soggetto e Sceneggiatura: Giulia Calenda, Ilaria Macchia, Cristina Comencini Interpreti: Giovanna Mezzogiorno (Alice), Vincenzo Amato (Marc), Beatrice Grannò (Alice ragazza), Clelia Rossi Marcelli (Alice 10 anni), Marco Valerio Montesano (Marc ragazzo), Alessandro Acampora (Marc 10 anni), Trevor White (Padre di Alice), Astrid Meloni (Madre di Alice), Tim Ahern (Adam), Barbara Ronchi (Virginia) Durata: 107’ Distribuzione: Vision Distribution Uscita: 15 giugno 2020

intimi, centralizzato su quel desiderio sotteso ai ruoli femminili socialmente riconosciuti da un ethos di purezza e domesticità, osservando quel piacere considerato spesso una colpa, accusato da una società che, ancora oggi, non evita di puntare il dito verso una gonna troppo corta o un atteggiamento provocatorio che conduce necessariamente alla violenza come conseguenza ineluttabile, ricercata e quasi necessaria, in cui la vittima è costretta a pagare le colpe della propria sfrontatezza, colpevole a metà della propria punizione. Giovinezza e maturità si alternano come regioni dell’anima


difficili da conciliare, rappresentate rispettivamente da una Napoli assolata e bucolica e da una città fredda e invernale, in cui la protagonista, priva di un’identità solida, vaga come spettro di se stessa, in una villa i cui corridoi, inquadrati creando delle mise en abyme di porte e stanze, si rivelano labirinti mentali e a-temporali, in cui presente e passato confluiscono come nel tipico cristallo di tempo deleuziano. L’adolescenza di Alice diventa un microfilm in cui è protagonista di un sadismo tipico di un certo cinema classico e della cultura patriarcale che lo ha permeato, espressione delle paure conseguenti alla differenza anatomica e all’angoscia di castrazione, che spingono il soggetto maschile a mantenere lo status quo contenendo il piacere e

il desiderio della donna, relegandola alla sua passività e salvaguardando la centralità del fallo. Il film della Comencini però va oltre, indagando le conseguenze di questo voyeurismo sadico, interrogandosi sugli effetti a lungo termine e rendendo il presente quella postilla che, spesso, il cinema ha evitato a vantaggio di un happy ending, spesso ambiguamente illusorio. Un progetto così personale però si rivela essere una variazione sul tema dell’ultimo film della Mezzogiorno, lo splendido Napoli velata di Özpetek: siamo nuovamente a Napoli, sebbene più anonima; di nuovo una Mezzogiorno che interpreta un personaggio tormentato, preda di timori verso il maschile a causa di un trauma passato; ancora un intreccio tra Eros e Thanatos

di Francesco Carnesecchi

e il desiderio per un personaggio maschile amorevole e al contempo minaccioso e possessivo; la figura del velo (il telo tolto da oggetti del passato di Alice) che censura la verità; una mescolanza tra realtà e immaginazione. L’erotismo e l’enigmatico di Özpetek sono sostituiti da un lirismo che si carica di didascalismo e di un simbolismo non solo scontato (le tre matrioske, il velo, le grotte, il tunnel, il nome che rimanda a Carroll...) ma anche eccessivamente spiegato. Alla ricerca di nuovi approcci narrativi, il film si ripiega su strategie già viste, adottando uno sguardo quasi didattico, che trasforma il film in una lezione elementare sul femminile e sulla sua declinazione sociale e culturale. Leonardo Magnante

LA PARTITA

Origine: Italia, 2018 Produzione: Andrette Lo Conte per Freak Factory; Cooproduzione Wrong Way Pictures Regia: Francesco Carnesecchi Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Carnesecchi Interpreti: Francesco Pannofino (Claudio Bulla), Alberto Di Stasio (ltalo, presidente dello Sporting Roma), Giorgio Colangeli (Umberto), Gabriele Fiore (Antonio), Lidia Vitale (Roberta, moglie di Bulla), Stefano Ambrogi (Cristian), Alessandro Parrello (Greg), Gabriel Montesi (Alfredo), Simone Paralovo (Arbitro), Riccardo Russo (Frank), Andrea Pannofino (Matto), Daniele Mariani (Leo) Durata: 94’ Distribuzione: Zenit Distribution Uscita: 27 febbraio 2020

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Sul nero, la seguente scritta: “Lo Sporting Roma è stata una squadra di calcio della provincia di Roma per molti anni. In tutta la sua storia non ha vinto mai un cazzo”. Una carrellata mostra una serie di palloni vecchi e sgonfi ab-

bandonati tra i rifiuti di un angolo della città. Poi, il titolo del film. Sequenze di gioco in un polveroso campo di provincia. Le due squadre si affrontano senza risparmiare colpi proibiti. In bianco, lo Sporting Roma tenta di rimontare il pesante parziale: la squadra di casa, capitanata da Antonio, numero dieci, e allenata da Claudio, storico mister, è sotto di due gol nella finale del campionato categoria Allievi. Nel pubblico, i genitori dei calciatori, tra cui il papà e la sorella di Antonio, il presidente dello Sporting, Italo, già ubriaco per la disperazione, e suo figlio Leo, il cui volto tradisce un’inspiegabile soddisfazione. Il padre di Antonio litiga al telefono con la moglie perché non ha portato i figli alla comunione della nipote. Tenta così di raggiungere telefonicamente la figlia maggiore, ma la giovane non risponde: sta 6

facendo l’amore nella macchina del fidanzato. La partita continua. Antonio ha un’occasione, ma tira alle stelle. Poco dopo perde palla a centrocampo. Gli avversari ripartono, l’attaccante punta il portiere e lo trafigge proprio sotto le gambe. Zero a tre. Claudio è imbufalito, Italo avvilito. Duplice fischio, fine primo tempo. Le squadre entrano negli spogliatoi ricoperte di polvere e sudore. Claudio scuote i suoi: rimprovera il portiere, incalza Antonio. Chiede un sacrificio, pretende l’impresa. Rimontare il risultato per vincere quel trofeo che non ha mai conquistato e che manca nella bacheca dello Sporting da decenni. La squadra sembra reagire alle parole del mister e torna in campo con maggiore convinzione. Claudio viene avvicinato da Italo che, qua-


si piangendo, gli confida di aver scommesso tutto quello che ha sulla vittoria dello Sporting. L’allenatore è incredulo e, dopo averlo aggredito, gli annuncia che darà le dimissioni indipendentemente dal risultato finale. Poco dopo squilla il telefono: è la moglie, incinta e ormai prossima al parto, che lo invita a prendere in considerazione un’offerta come insegnante di educazione fisica in un istituto di preti. Claudio rifiuta. Ha inizio il secondo tempo. L’improvviso stacco porta al passato. Il padre di Antonio consegna del denaro al magazziniere della squadra, affiancato da Leo. Scopriamo così che il figlio di Italo e il padre di Antonio hanno scommesso sulla sconfitta dello Sporting. Poco dopo, in casa, Antonio viene così affrontato dal padre e costretto a giocare contro la propria squadra per aiutare la famiglia. Il padre è disoccupato e la situazione economica è prossima al disastro. Antonio si ribella, ma non può che obbedire. Leo informa il padre che ha firmato un contratto per rivestire il campo con moderna erba sintetica. Italo sbotta quando scopre che i lavori costeranno cinquantamila euro e decide di scommettere tutto ciò che ha sulla vittoria dello Sporting. Quello che non sa, è che i criminali a cui si è affidato sono i medesimi con cui è in combutta il figlio. Torniamo al presente. I minuti scorrono e Antonio continua a non convincere. Dopo l’ennesimo tiro fuori misura, guarda con disprezzo il padre. Qualcosa è scattato. Riceve il pallone, salta tre avversari e segna. Uno a tre. La partita è riaperta. La sorella maggiore di Antonio scambia effusioni con il fidanzato e sogna un futuro lontano dalla città. Claudio effettua un cambio. Antonio si libera, riceve e tira proprio sotto l’incrocio, ma resta a terra. Due a tre. Antonio urla per il

dolore. Durante il tiro, l’avversario lo ha colpito duramente alla gamba. Viene portato fuori dal campo in barella. Il medico teme la frattura e lo invita a uscire. Antonio resiste e, dopo essere stato fasciato, torna sul rettangolo di gioco. Italo, intanto, giunge a casa per fare le valigie e preparare la fuga, ma viene bloccato dai malviventi. Antonio, frattanto, lancia a un compagno di squadra che viene atterrato in area: è rigore. Antonio poggia il pallone sul dischetto. Osserva il padre a lungo, prepara la rincorsa, e decide di tirare alle stelle. È finita. Lo Sporting ha perso ancora. È sera. Antonio e la sua famiglia si recano alla comunione della cugina. Claudio cena con la moglie e decide di accettare l’offerta di lavoro presso l’istituto dei preti. Italo viene ricevuto da un boss locale che lo costringe a firmare la cessione della società e del campo in cambio della vita. Le luci si accendono e mostrano che l’uomo si trova proprio sul campo dello Sporting. Il boss dà l’ordine di ucciderlo. Italo viene seppellito al centro del rettangolo. Lo stacco porta ai due fidanzati in macchina. Scopriamo che non si trattava della sorella maggiore di Antonio, ma di Antonio stesso, ormai cresciuto, in compagnia della fidanzata, a pochi metri dal campo dello Sporting. L’immagine aerea mostra il campo, ora ricoperto da un verde manto sintetico. Nessuno sa che, proprio lì, è sepolto Italo. Leo, ora magazziniere della nuova società, pulisce il campo. Francesco Carnesecchi, classe ’85, giunge al primo lungometraggio dopo una serie di lavori pubblicitari lasciando New York, dove ha studiato e fondato la Wrong Way Pictures, e tornando a Roma, origine delle suggestioni che hanno influenzato la creazione dell’universo de La Partita,

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cortometraggio del 2016, ora ampliato, aggiornato, potenziato, in una versione finale di 94 minuti, uscita nelle sale italiane nel febbraio 2020. Se il soggetto non promette nulla di particolarmente originale - è l’ennesima storia che denuncia storture del mondo del calcio provinciale, e quindi calcioscommesse, genitori urlanti che invocano interventi assassini sugli avversari, allenatori all’ultima chance, presidenti squattrinati e alcolizzati . e la sceneggiatura si perde nella necessità di costruire una fitta trama di incastri attorno ai tanti, troppi personaggi mostrati, è certamente nel modo in cui Carnesecchi decide di inquadrare, raccontare il calcio giocato che La Partita dribbla, per usare proprio un termine calcistico, la miriade di pellicole che già avevano tentato di raccontare un mondo particolarmente difficile da rappresentare attraverso la macchina da presa. Nonostante la bravura degli interpreti - si ritrovano Francesco Pannofino e Alberto Di Stasio dopo gli anni di Boris, ma anche i bravi Gabriele Fiore, Simone Liberati e Giorgio Colangeli in un piccolo ruolo - a fare la differenza sono le sequenze di campo, solitamente mal gestite o addirittura evitate nelle pellicole “sul calcio”, qui girate e montate come scene di un vero e proprio action. Carnesecchi utilizza tutte le carte che ha nel mazzo, traendo dal videoclip e dal mondo degli spot, inseguendo i giocatori con steadycam vuoi volante vuoi al raso,


alzando tornado di polvere, cambiando fronte, smarcando, aprendo il gioco, suggerendo assist, offrendo il tiro, portando al gol. Tali sequenze, incalzate dalla colonna sonora, vengono spezzate o accompagnate da inquadrature aeree che, utilizzate come fanno i tattici moderni per analizzare i movimen-

ti della squadra, mostrano le linee di difesa, centrocampo e attacco che ondeggiano lungo il rettangolo di gioco. Nonostante il tentativo di caricarla di personaggi, volti e significati, l’opera prima di Carnesecchi, ben fotografata da Stefano Ferrari, dà il meglio quando ricorda Goal!

di Hirokazu Kore-Eda

(2005) e non L’uomo in più (2001), Shaolin Soccer (2001) e non un Guy Ritchie alla romana. Prodotto da Freak Factory e Duel Produzioni, La Partita è stato distribuito, nelle sale italiane, da Zenit Distribution. Giorgio Federico Mosco

LA VERITÀ

Origine: Francia, Giappone, 2019 Produzione: Muriel Merlin per 3B Productions, Coproduttori Myuki Fukuma, Matilde Incerti. Coproduzione 3B PRODUCTIONS BUNBUKU & M.I MOVIES, FRANCE 3 CINÉMA, CON LA PARTECIPAZIONE DI FRANCE TÉLÉVISIONS, CANAL+, CINÉ+, LE PACTE, WILD BUNCH, GAGA CORPORATION Regia: Hirokazu Kore-Eda Soggetto e Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda, Léa Le Dimna (adattamento) Interpreti: Catherine Deneuve (Catherine), Juliette Binoche (Juliette), Ludivine Sagnier (Ludivine), Roger Van Hool, Ethan Hawke Durata: 106’ Distribuzione: Bim Distribuzione Uscita: 10 ottobre 2019

Fabienne Daugeville, rinomata attrice del cinema francese e internazionale, giunta ormai in età senile dà alle stampe la sua autobiografia. In occasione dell’uscita del libro, sua figlia Lumir, sceneggiatrice che vive da anni a New York, le fa visita con il marito americano Hank, un attore di web series, e con la piccola Charlotte loro figlia. La famiglia newyorkese piomba in casa di Fabienne nel bel mezzo di un’intervista che l’attrice ha

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concesso a un giornalista che le sta ponendo una serie di domande rese presto maldestre e impacciate dalle reazioni dell’attrice. La convivenza inizia piuttosto allegramente tra racconti del passato e trucchi per allietarlo nel presente. Nel giardino della villa, ad esempio, c’è una tartaruga di nome Pierre e Lumir spiega alla figlia Charlotte che si tratta del nonno. In seguito, quando nonno Pierre farà una breve apparizione, la nonna Fabienne confermerà la cosa dicendo che l’ha trasformato proprio lei in una tartaruga e che ogni tanto lo perdona e lo ritrasforma in umano. Lumir e Fabienne iniziano presto a discutere con crescente acrimonia dapprima del libro e poi del passato. Lumir è convinta che la madre non abbia mai voluto che ne leggesse le bozze per via delle numerosissime discrepanze tra quello che ricorda e ciò che scrive l’attrice. Dai loro dialoghi vengono fuori antichi e mai sopiti rancori: Lumir accusa Fabienne di essere stata disattenta e assente durante tutta la sua infanzia - oltre che severa e oscura - per cui il suo modo di percepirsi nell’autobiografia è del tutto menzognero. Intanto Fabienne deve decidere se fare o no un film con un regista che l’adora, ma di cui non capisce lo stile. Nonostante le critiche alla sceneggiatura, l’attrice accetta la proposta. La serenità della vita in casa di Fabienne risente delle continue punzecchiature delle due donne e 8

dell’ironia un po’ malevola nei confronti di Hank e del suo lavoro di attore non particolarmente brillante nonché del suo passato segnato dal problema dell’alcolismo. Intanto Luc, maggiordomo e agente di Fabienne, avendo subito l’omissione della sua presenza nell’autobiografia dell’attrice dopo tanti anni di fedele servizio, decide di abbandonarla trasferendosi in Bretagna. Lumir deve quindi accompagnare la madre sul set dove sta girando il film di fantascienza al quale si è decisa a prendere parte solo perché la protagonista è Manon Clevel, l’attrice francese del momento, acclamata dalla critica come sua erede assoluta. Nel film l’anziana attrice interpreta il ruolo della figlia di Manon che, a causa di una malattia, decide di vivere su un altro pianeta per i due anni che le restano da vivere, tornando ogni sette sulla Terra e ritrovando dunque la figlia dapprima solo cresciuta, poi coetanea, infine più anziana di lei. I dialoghi del film, la bravura eclatante di Manon, la presenza interrogativa di Lumir conducono Fabienne a rivangare ricordi quasi rimossi circa un’attrice rivale, Sara, sua amica, morta durante un terribile incidente stradale quando Lumir era piccola. All’ultimo ciak del film Fabienne, Manon e Lumir si ritrovano emotivamente molto vicine e madre e figlia decidono di regalare alla giovane attrice un abito appartenuto a Sara.


Il giorno seguente Fabienne chiede a Luc, che intanto l’ha perdonata ed è tornato in servizio presso di lei, se può richiamare il giornalista al quale non aveva dato la risposta della domanda dell’Actor Studio, ossia cosa vorrebbe sentirsi dire alle porte del paradiso. “Cosa rende una famiglia una famiglia? La verità o le bugie? E cosa scegliere tra una crudele verità e una dolce bugia? Sono le domande che non ho mai smesso di pormi facendo questo film. Spero che chiunque lo veda colga l’opportunità per trovare la propria risposta”. Kore’eda Hirokazu conclude così le sue note di regia a Le verità, film che lo vede per la prima volta calcare un set cinematografico europeo, con troupe francese e cast internazionale. Le verità nasce da una pièce teatrale scritta nel 2003 e ambientata nel camerino di un’attrice che si avvia verso la conclusione della sua carriera. L’impianto è decisamente mutato e in maniera vorticosa se pensiamo che, a un certo punto, ci ritroviamo nel bel mezzo di un film di fantascienza. Eppure del teatro rimane traccia sottile la casa, palcoscenico immutato dei conflitti per antonomasia e, nello specifico, quella di Fabienne, una luccicante Catherine Deneuve, è il luogo in cui gli sguardi trovano alte espressioni verbali. A differenza

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delle strade, dei cafè, del set, dove i discorsi sanno meglio sottrarsi alle verità, chiusi, come sono, nel rigore del contegno che mistifica, cela, devia, in casa il loro fragore non incontra barriera. La figlia di Fabienne, Lumir, una Juliette Binoche di perfetta e raffinata sciatteria, tenta d’intrappolare la madre nei suoi ricordi, nella verità unica e incontrovertibile del dolore di bambina che l’ha trascinata oltreoceano. La madre si ribella al recinto mnemonico di Lumir senza ammissioni o deviazioni, bensì integrando a esse le sue ragioni. Da sanguinosa tenzone, il conflitto diventa una corposa partita a scacchi le cui mosse dialettiche dell’attrice rivendicano la libertà e il potere di decidere lo stato dei ricordi e quindi delle verità. Non ciò che è stato, ma ciò che di quanto è stato si dice. In questo senso il problema dell’attrice che si scontra con chi attrice non è riuscita a diventare, e che ha optato per un più engagé lavoro di sceneggiatura, passa in secondo in piano, come una fenomenologia, una guaina di cui c’interessa soltanto la struttura. Allo stesso tempo però è vero (anche nella visione del film, il plurale affatto unisono dell’inutile maestà di un’unica verità nutre la coesistenza di un piano di molteplici verità accumulantesi di continuo) che vi sono dei momenti topici, indimenticabili, di questa lotta madre/

figlia. La dimensione azione/scrittura in cui essa è inserita, la fa transitare lontano da ancestralità coatte che fanno capolino qui e là anche a causa del set fantascientifico in cui, la madre è di età più giovane della figlia. C’è un momento nel film, infatti, in cui Lumir, stanca delle ciniche rimostranze della madre, abbandona la scena e l’attrice confessa ad Hank, marito della figlia e attore a sua volta: “Sai cosa penso? Penso che quando le attrici si dedicano alla beneficenza o alla politica è perché hanno perso nel loro mestiere. È chi ha perso la battaglia sullo schermo che si lancia così nella realtà e che fa finta di battersi contro la realtà. Capisci? Non è il contrario. Io l’ho sempre vinta quella battaglia, per questo sopporto la solitudine”. La stessa Fabienne, dunque, rivendica la sua libertà e il suo coraggio proprio intrappolando a sua volta l’altra nell’unica verità che riesce ad applicare: la propria. Alle domande di regia iniziali non sembra darsi, dunque, né una riposta univoca, né un aut aut. Le verità oltre che plurime sono prismatiche. In esse trapassa la luce della storia per dividersi potenzialmente all’infinito. Se di quell’infinito cogliamo soltanto uno o due bagliori è per via dell’assorbire e rimandare scontroso delle cose che la luce incontra. Carmen Zinno

di Nicolas Vanier

SULLE ALI DELL’AVVENTURA

Origine: Francia, 2020

L’ornitologo Christian Moullec ha in mente un grande ed ambizioso progetto per salvare una specie di oche selvatiche (oche lombardelle minori) in via di estinzione. Si reca dal direttore del museo di storia naturale di Parigi, Ménard, per ottenere dei fondi ma il responsabile non

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glielo accorda. Christian riesce a distrarre la segretaria di Ménard per qualche minuto, riuscendo così a falsificare la firma mancante. Nella sala d’attesa dell’ufficio c’è Diane, una giornalista, che è riuscita ad ascoltare il dialogo tra Moullec e Ménard; appena Christian esce dalla stanza, la donna gli manifesta il suo entusiasmo e i due si presentano. Christian torna 9

Produzione: David Giordano, Radar Films, SND Groupe M6 Regia: Nicolas Vanier Soggetto e Sceneggiatura: Lilou Fogli, Christian Moullec, Matthieu Petit, Nicolas Vanier Interpreti: Jean-Paul Rouve (Christian), Mélanie Doutey (Paola), Louis Vazquez (Thomas), Lilou Fogli (Diane), Grégori Baquet (Julien) Durata: 113’ Distribuzione: Lucky Red Uscita: 9 gennaio 2020


nella sua casa a Camargue, dove viveva con la famiglia prima di separarsi dalla moglie Paola. È in questa oasi di pace che l’ornitologo vorrebbe far crescere le uova di oche selvatiche fino alla schiusa. A procuragliele è stato il suo amico e collega Bjorn, che abita a qualche miglio di distanza. Appena arrivate, le uova vengono spostate in una teca, riscaldate come fossero covate naturalmente. Un giorno fanno visita a Christian l’ex moglie Paola, il compagno Julien e il figlio Thomas. Thomas ha 14 anni, è svogliato, amante della tecnologia, in particolare dei videogiochi. Christian spiega il suo progetto a tutti e tre: una volta schiuse le uova, dovrà insegnare alle oche a volare. Nello specifico l’ornitologo vorrebbe portare questa specie di oca nana in via d’estinzione a seguire un percorso migratorio alternativo. Christian si è reso conto in tempo dell’impossibilità per i volatili di attraversare il cielo ormai fitto di costruzioni artificiali umane e sa che si dovrà spingere in Norvegia, quasi fino al Circolo Polare Articolo perché sarà il luogo del primo volo a rimanere impresso nella memoria delle giovani oche. Una delle prime notti trascorse nella casa paterna, Thomas non riesce a prendere sonno e l’indomani racconta che pensa ci sia un criceto nella soffitta. Il padre chiama subito il rappresentante delle autorità locali Pichon e gli dice che non possono costruire nella zona circostante la sua abitazione perché nel circondario è presente una specie di roditore in

estinzione. I primi giorni per Thomas sono noiosi. Un pomeriggio si accorge di un piccolo movimento nella teca di vetro. Inavvertitamente provoca l’apertura del primo uovo. Thomas in particolare si affeziona a un piccolo di oca diverso dagli altri che nomina “Acca”. Da quel momento in poi il giovane scopre una vera e propria passione per quelle piccole oche. Inoltre al ragazzo piacerebbe molto imparare a guidare il deltaplano e il papà lo accontenta. La diversità genetica tra Acca e gli altri giovani volatili è sempre più netta man mano che i giorni passano e il papà prova a dire al figlio che in realtà dovrebbero allontanare il suo preferito dai propri simili per evitare la commistione tra le due specie ma il ragazzo non ne vuole sapere. Quando vengono a trovarli Paola e Julien per cena, Thomas coglie l’occasione per comunicare il suo desiderio di compiere il viaggio fino in Norvegia con il papà. Dopo qualche ritrosia materna, alla fine il ragazzo ottiene il permesso ad andare. Qualche giorno dopo Christian e Thomas partono insieme a Bjorn. I tre raggiungono presto le autorità norvegesi: i documenti forniti dal team richiedono una lunga verifica; le forze dell’ordine chiedono di tenere i volatili nel lago dentro la gabbia e di non farli volare. I tre acconsentono e si accampano presso un piccolo specchio d’acqua nelle vicinanze. Christian però non ce la fa a vedere rinchiuse le piccole oche e così consente loro di uscire per far volare basse alcune di loro sul laghetto. Thomas si mette alla guida del deltaplano quand’ecco arrivare le autorità. Le guardie sono furiose perché non solo i due non hanno rispettato i patti ma in più le autorizzazioni da loro fornite per il progetto risultano falsificate. Bjorn è deluso, l’amico Christian gli ha mentito. Thomas è distante, si trova sul deltaplano in volo e scappa con le sue amiche oche da 10

solo verso l’Artico. Il viaggio sarà complicato, in più Acca rimane sempre indietro, è più lenta delle altre perché è di un’altra specie, non abituata a coprire lunghe distanze in volo. Durante il percorso di Thomas qualcuno riesce a riprenderlo in volo e a caricare il filmato su Youtube. La giornalista Diane vede per caso il video, chiama Christian e gli comunica il suo entusiasmo per la buona riuscita del progetto. Christian al momento della chiamata è in commissariato, in stato di fermo, è stato raggiunto dalla ex moglie Paola. Per la coppia il figlio è scomparso, Paola è furiosa con Christian perché non ha saputo badare a Thomas. Diane, segnalando il video, ridona speranza ai due genitori. Il ragazzo deve attraversare il Mare del Nord e affrontare una terribile bufera con il suo leggerissimo deltaplano. Così Christian, Paola e Bjorn vanno alla ricerca del giovane ma Thomas, dopo giorni, riesce a dar loro appuntamento a casa di Bjorn. Così i due genitori riabbracciano loro figlio che sviene di lì a poco. Thomas è fortemente disidratato e viene portato in ospedale. Il ragazzo dopo poco si riprende ma i genitori gli comunicano che le autorità saranno costrette, vista la mancanza di autorizzazioni, a tagliare le penne alle oche. Thomas si rimette in viaggio a bordo del deltaplano, e, arrivati in Norvegia insieme alla famiglia, lasciano le oche. Julien intanto è andato via di casa, avendo intuito in precedenza che la compagna è impegnata con la sua famiglia. In effetti la vicenda delle oche fa riallacciare il rapporto sentimentale tra Christian e Paola. Così in paese fanno una grande festa organizzata da Pichon. Sei mesi dopo la famiglia al completo e Bjorn tornano esattamente nel posto dove le oche hanno appreso la loro rotta di migrazione e con grande sorpresa le ritrovano là. L’esperimento è riuscito, l’idea di Christian ha fun-


zionato e l’ornitologo viene presto li e non conoscono frontiere”; per riammesso nel museo di storia na- questo lo studioso con una grande passione per i volatili, afferma di turale di Parigi. aver imparato molto da Lambart Dietro la cinepresa Ni- Von Hessen, noto nel mondo della colas Vanier, scrittore, salvaguardia degli animali ed in regista ed avventuriero particolare delle oche nane della francese. Tra i suoi film Lapponia. Moullec possiede anche ricordiamo il documentario Il una grande dimestichezza con la grande Nord (2006), ma anche la macchina da presa; afferma infatdolce storia di amicizia di Belle e ti in una sua intervista “Jacques Sebastien. Come per quest’ultimo Perrin mi ha chiesto di aiutarlo anche in Sulle ali dell’avventura con Il popolo migratore; poi ho laviene narrata una vicenda tra cine- vorato a una serie di documentari ma e letteratura: il cineasta ha in- per la BBC, Earth Flight, che mi fatti dedicato alla storia anche un ha fruttato un Emmy per la Miromanzo, dallo stesso titolo. Nico- glior fotografia”. las Vanier si è imbattuto successiMoullec ha collaborato alla scevamente nell’ornitologo Christian neggiatura e seguito le riprese dalMoullec, soprannominato “bird- la Francia all’Artico, curando in man”, che dal 1999 dedica la sua prima persona quelle in volo con le vita ad allevare e salvare esempla- oche. ri di oche rimaste orfane ed apparTratto da una storia vera, il film tenenti a specie rare. Moullec ha è una fiction con l’anima da docuuna formazione da meteorologo e mentario ma anche dalla forte coin diverse interviste ha dichiarato struzione narrativa. Vanier patrodi svolgere questo mestiere anche cina tra le altre iniziative “L’école per avere occasione di viaggiare e agit!”, un progetto che si occupa di scoprire la fauna di luoghi diversi, sensibilizzare nelle scuole i ragazin particolare delle terre australi. zi verso i temi della conservazioL’ornitologo in una sua intervista ne ambientale. Dal punto di vista ha dichiarato riguardo le oche: registico il film presenta un gran “Le adoro perché sono indomabi- numero di sfide tecniche. Emozio-

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ni, brividi e meraviglia ci vengono trasmesse da immagini aeree mozzafiato, al fianco di oche vere e non ricreate digitalmente. Nel cast l’attore protagonista Jean-Paul Rouve è popolarissimo in Francia grazie alla saga comica dei Les Tuche - che in Italia ha ispirato le commedie di Fausto Brizzi Poveri ma ricchi e Poveri ma ricchissimi -, ma perfettamente a suo agio anche su toni più seri. E poi troviamo nei panni di Paola Mélanie Doutey, attrice francese di successo, compagna dell’attore, regista e sceneggiatore Gilles Lellouche. Donne Moi des Ailes, questo il titolo in originale della pellicola che ha un significato simbolico molto profondo di estrema libertà ma soprattutto di un insegnamento di vita, strumento di crescita. Il più grande cambiamento nel corso di questa storia, aldilà della maturità raggiunta dal ragazzo, è quello del protagonista Christian che diventa un vero padre; con l’esperienza fatta con le sue oche l’ornitologo con la testa tra le nuvole riesce a comprendere fino in fondo l’importanza della libertà per ciascuno di noi. Giulia Angelucci

di Ivano De Matteo

VILLETTA CON OSPITI Diletta Tamanin, donna fragile e in cura per i suoi stati depressivi, gestisce l’azienda vinicola della sua famiglia ma vive un senso di insoddisfazione per le continue lontananze di suo marito Giorgio e per il rapporto conflittuale con sua figlia Beatrice; Giorgio sperpera le ricchezze della moglie a sua insaputa, insospettendo la suocera Miranda, che ha scoperto delle incongruenze nelle ultime fatture. Carmine, commissario napoletano corrotto, aiuta Giorgio con una

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denuncia a suo carico per aver minacciato con una pistola un ragazzo che importunava Beatrice e, nel frattempo, sorveglia un gruppo di rumeni, implicati in attività illecite, tenendo sottocchio Adrian, ragazzo che aiuta i Tamanin nelle commissioni ordinare; sua madre Sonja, cameriera di Miranda, si è trasferita in Italia per garantire al figlio un futuro migliore, sperando che non si lasci coinvolgere nelle attività di suo zio. Diletta aiuta don Carlo, parroco del paese, a raccogliere i fondi per inaugurare una biblioteca parroc11

Origine: Italia, Francia, 2018 Produzione: Marco Poccioni e Marco Valsania per Rodeo Drive con Rai Cinema e Les Films D’Ici Regia: Ivano De Matteo Soggetto e Sceneggiatura: Ivano De Matteo, Valentina Ferlan Interpreti: Marco Giallini (Giorgio), Michela Cescon (Diletta), Massimiliano Gallo (Commissario Panti), Erika Blanc (Miranda, madre di Diletta), Cristina Flutur (Sonja), Monica Billiani (Beatrice), Tiberiu Dobrica (Adrian), Bebo Storti (Dottor De Santis), Vinicio Marchioni (Don Carlo) Durata: 88’ Distribuzione: Academy Two Uscita: 30 gennaio 2020


chiale, che egli sperpera in segreto con una delle tante amanti; durante una festa in paese, Beatrice confida i suoi turbamenti ad Adrian. Di notte, Diletta scopre un intruso in casa e gli spara; in preda al panico, chiama Giorgio, in realtà in albergo con la sua amante e, nonostante le raccomandi di non chiamare nessun altro, la donna contatta don Carlo. Giorgio rincasa con Carmine e scoprono che l’intruso è Adrian, ancora vivo, ma il poliziotto vieta di chiamare i soccorsi, dato che Diletta ha sparato con la pistola che egli ha consegnato a Giorgio nonostante gli sia stato revocato il porto d’armi. Beatrice confessa segretamente al padre che aveva invitato Adrian in casa, segretamente da Diletta, che non se ne sarebbe dovuta accorgere dati gli psicofarmaci per dormire, per cui Giorgio le chiede di non raccontare nulla per evitare l’accusa di omicidio colposo, sostenuta dal labile equilibrio mentale della donna. Carmine contatta il dottor De Santis affinché curi Adrian, ricattandolo con una registrazione privata nel caso chiamasse un’ambulanza, ma il medico non riesce a salvare il ragazzo. Sonja si presenta alla villa, preoccupata per la scomparsa del figlio, di cui ha notato il motorino fuori dal cancello. I protagonisti le raccontano che Adrian si è intrufolato armato per rubare e che Diletta ha sparato per legittima difesa; sebbene Giorgio le offra un’ottima cifra per risarcirla in cambio del suo silenzio, Sonja, non credendo

alla loro versione, minaccia di denunciarli, ma il commissario le fa comprendere quanto l’introduzione di un rumeno nella casa di una famiglia benestante italiana già di per sé è una premessa che si ritorcerebbe contro di lei e la sua famiglia, di cui sono note le attività del fratello. Sonja accetta di non denunciarli e, recuperata la salma di Adrian, torna in Romania dal secondo figlio. Il noir, con la sua fotografia plumbea e le scenografie claustrofobiche della casa dei Tamanin, esplora le contraddizioni politiche e sociali del nostro Paese, attraverso una messinscena che accentua l’atmosfera tanatologica che ingloba i corpi in uno spazio quasi mentale, che interessa prevalentemente il personaggio di Michela Cescon. Donna imprigionata in un’esistenza soddisfacente solo in apparenza, Diletta è spesso messa in quadro in una gabbia domestica, il cui culmine è nella lunga sequenza notturna alla ricerca dell’intruso, in cui la donna è collocata in una mise en abyme di spazi, sulla destra del fotogramma, nella zona liminale del piano intermedio dell’abitazione, in cui il corpo è immerso nell’unico spazio illuminato, circondato dal buio di un luogo quasi estraneo, caratterizzato da grate simili a sbarre e dalle linee aguzze delle scale e degli stipiti delle porte. Mirata a dimostrare la vacuità di narratives sociali, intrinsecamente discriminatori nel sostituire la verità dei fatti con assunti collettivamente riconosciuti e per questo immodificabili nell’incasellamento dell’esistenza in frame rassicuranti e monolitici, l’idea di partenza, seppur legittima, non è sostenuta dalla stessa minuzia estetica, data una narrazione che si rivela un collage di luoghi comuni e di personaggi macchiet-

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tistici che sembrano estrapolati da altrettanti film italiani contemporanei. Ancora una volta, il maschile si rivela inadeguato, se non manipolatore; nasconde le sue scappatelle extraconiugali con i tipici viaggi di lavoro, odiato dalla ricca suocera, unica cosciente della sua natura abietta, di cui è consapevole una moglie (iper)nevrotica e fragile, che nasconde a se stessa la verità dei fatti, ricoprendosi di attività collettivamente utili per compensare un vuoto esistenziale e affettivo, un perfetto doppelgänger di una Valeria Bruni Tedeschi (si pensi a Il capitale umano) e un’eco della Sabrina Impacciatore di A casa tutti bene o delle tante donne esaurite e insoddisfatte di Margherita Buy. I secondari sono “personaggi tipo”, dalla figlia ribelle e autolesionista, in costante conflitto con sua madre, al tradizionale poliziotto corrotto (ovviamente meridionale), nonché figure autorevoli costrette a nascondere le loro zone d’ombra a vantaggio del loro ruolo sociale, una riprova (ormai abusata) delle vacuità di rappresentanti istituzionali che vengono meno ai loro doveri a vantaggio del proprio tornaconto personale. De Matteo riconferma la visione di un’Italia che si nasconde dietro un manicheismo italiano/buono e immigrato/cattivo per giustificare le proprie colpe, preferendo proiettarle al di fuori per evitare una presa di responsabilità delle proprie azioni, in un mascheramento sociale delle sue fragilità e malvagità; l’impressione però è di trovarsi di fronte a uno dei diversi tentativi del nostro cinema di ripiegarsi diegeticamente su azioni e sensazioni già proposte, di conseguenza non in grado di trovare la sua forza espressiva o di muovere riflessioni che non siano state già suscitate da ulteriori autori, contemporanei e passati. Leonardo Magnante


di Gabriele Muccino

GLI ANNI PIU’ BELLI

Origine: Italia, 2019

Roma, primi anni Ottanta. Giulio, Paolo e Riccardo hanno 16 anni e tutta la vita davanti. Giulio e Paolo sono già amici, Riccardo lo diventa dopo una turbolenta manifestazione studentesca. Il giovane infatti colpito da un proiettile volante, riesce a salvarsi grazie agli altri due che lo portano in ospedale. Da quel momento per tutta la vita lo chiameranno affettuosamente “Sopravvissuto”. Ai tre si aggiunge Gemma, compagna di liceo e nasce un’amicizia destinata a confrontarsi per quasi mezzo secolo con le speranze, le illusioni, gli amori, i successi e i fallimenti di ciascuno. Paolo è perdutamente innamorato di Gemma e subito tra loro nasce una storia d’amore. Dopo poco tuttavia la madre della ragazza muore e Gemma è costretta a trasferirsi a Napoli con la zia e le cugine. Il rapporto è destinato però a spegnersi dopo poco tempo, la distanza e la nuova vita di Gemma infatti la allontanano sempre di più da Paolo. In realtà tutti e quattro dovranno sopravvivere a parecchi eventi. Paolo e Giulio nel frattempo si laureano ed iniziano a lavorare, il primo come supplente di lettere e il secondo come avvocato. Riccardo invece, appassionato di cinema, inizia a fare la comparsa sui set cinematografici. Qui conosce Anna, che di lì a poco diviene sua moglie. Gemma dopo aver passato anni con un violento malavitoso del paese, decide di fuggire e tornare a Roma da Paolo. I due, di nuovo insieme, vanno a vivere a casa di Paolo. Si è ristabilito il magico quartetto, ma l’armonia dura poco. Infatti Gemma e Giulio iniziano segretamente a frequentarsi e il loro rapporto sembra coinvolgerli a tal punto da confessare tutto a Paolo. Sullo sfondo intanto c’è l’Italia che cambia, dalla fine degli anni

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di piombo alla caduta del Muro di Berlino, dalla stagione di Mani pulite, alla discesa in campo di Berlusconi e l’11 settembre. Il rapporto tra Gemma e Giulio è destinato a vita breve. Giulio è troppo diverso, ormai frequenta per lavoro gli ambienti più elitari e Gemma lavora come barista e non ha grandi aspirazioni. Così l’uomo, dopo aver vinto una causa difendendo un ministro invischiato in uno scandalo, inizia a corteggiare la di lui figlia e la sposa, dandosi alla bella vita. Gemma è disperata e si butta a capofitto nel lavoro. Riccardo nel frattempo ha iniziato a collaborare come critico per un giornale e ha avuto un figlio. Paolo finalmente è entrato di ruolo come docente di latino e greco in un liceo classico. Anche Giulio ha una figlia, ma il suo rapporto con la moglie, che si fa un amante in palestra, sta in piedi solo per convenienza. Anche Riccardo a causa dei debiti è stato lasciato dalla moglie, che ha portato via anche il bambino. Paolo dopo anni incontra per caso Gemma sul tram. La donna ha avuto un figlio e ha preso in gestione il bar del teatro dell’Opera. I due si riavvicinano e finalmente si sposano. Dopo anni i quattro amici si rivedono e trascorrono un capodanno insieme con i rispettivi figli (due dei quali si metteranno insieme).

Produzione: Marco Belardi per Lotus Production una Società di Lene Film Group con Rai Cinema, in Associazione con 3 Marys Entertainment Regia: Gabriele Muccino Soggetto e Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella Interpreti: Micaela Ramazzotti (Gemma), Pierfrancesco Favino (Giulio), Kim Rossi Stuart (Paolo), Claudio Santamaria (Riccardo), Emma Marrone (Anna), Nicoletta Romanoff (Margherita), Andrea Pittorino (Paolo 14/18 anni), Alma Noce (Gemma adolescente), Francesco Centorame (Giulio Ristuccio adolescente), Matteo De Buono (Riccardo Morozzi adolescente), Francesco Acquaroli (Sergio Angelucci) Durata: 129’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 15 luglio 2020

personaggi, affronta una tematica che gli sta molto a cuore in questa fase della sua carriera: il passaggio del tempo. Muccino parla di errori di gioventù, di sogni che non si sono mai avverati e anche di speranze naufragate, senza però negare ai suoi protagonisti una seconda e una terza possibilità. Le loro vicende hanno sullo sfondo la storia del nostro paese e dei suoi mutamenti spesso in peggio. La sceneggiatura scorre fluida, densa e a tratti irrequieta e malinconica. I toni del racconto sono agrodolci, perché i bilanci che si ritrovano a fare i personaggi non sempre sono positivi e il rimpianto prende spesso il posto della gioia. L’amiDopo A casa tutti bene, cizia dei personaggi attraversa l’adramma familiare che dolescenza fino all’età adulta. La apparteneva in pieno al piccola comitiva ha affrontato cose territorio del melò, Gabriele Muccino dà corpo a un grande affresco popolare, che è la summa della sua intera filmografia. Gli Anni più Belli nasce dalla riflessione del regista, ormai cinquantaduenne, sulle sue aspirazioni giovanili, sui sogni che si sono avverati e sulle speranze che invece non si sono concretizzate. Raccontando trent’anni di vita di quattro

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belle, come speranze e successi, e momenti brutti, dovuti a delusioni e fallimenti. Sono uomini e donne che non si sono mai presi responsabilità e che non si lasciano nulla alle spalle: irrisolti, sognatori, ma incapaci di fare meglio dei propri predecessori. Alcuni come Riccardo, nato tra gli ideali libertari di una famiglia di hippies, sono stati semplicemente inchiodati alla mediocrità dalle proprie ambizioni: artisti senza talento, convinti che prima o poi qualcuno si accorgerà di loro. Altri, come Giulio, avvocato affermato cresciuto nella povertà e con la promessa di una vita migliore di quella dei propri genitori, vivono nella perenne ricerca del riscatto sociale: ce la faranno, ma rimarranno vittima di un implacabile desiderio di riconoscimento. E poi ci sono quelli come Gemma e Paolo, anime sole, poesia pura, l’immagine dell’amore che strugge, si rincorre, si perde e alla fine riappacifica. Al racconto di amicizia e di amore si intreccia inevitabilmente quella che è stata la storia d’Italia e di conseguenza degli italiani negli ultimi decenni. Si passa dal superficiale decennio delle contestazioni fino alla dura e contemporanea epoca della crisi economica; si parla persino dell’avanzare di una politica del cambiamento che porterà alla nascita del Movimento 5 stelle. Le vicende dei quattro protagonisti diventano così un modo per ricordare da dove veniamo, per dire chi siamo oggi e per intuire chi

saranno i nostri figli; quello che rivela è che apparteniamo tutti a un cerchio della vita nel quale le dinamiche non fanno altro che ripetersi generazione dopo generazione. Tanti sono i rimandi e le citazioni, ma la più importante fonte di ispirazione è di certo il capolavoro di Ettore Scola C’eravamo tanto amati, chiaramente citato in una scena al ristorante con i tre protagonisti che si ritrovano dopo diverso tempo e ricordano i giorni andati. Muccino fa leva drammaturgica su questo scarto epocale, raccontandoci tre identità maschili depotenziate e destrutturate, alle prese con l’eredità dei padri. Viene raccontato molto bene quanto sia facile sbagliare nella vita, senza valutare le conseguenze di errori cui sarà arduo porre riparo, ma è ancora possibile rammendare la propria vita e trovare una consolazione finale, una rappacificazione con se stessi. Gemma invece forse rappresenta il tasto più dolente, non per via dell’interpretazione, ma per lo scarso lavoro di scrittura del suo personaggio, forse il più complesso, del quale si fatica a volte a capire le motivazioni. Lei per prima manca di un equilibrio, sempre in difetto, pensa di non meritare niente e si accontenta di quello che le viene dato. Sua è una delle immagini più belle del film, quella in cui la donna, nelle sue varie epoche, sale di corsa le scale, simbolicamente verso la vita. Per tutti i protagonisti arriverà

di Nicolas Pariser

una redenzione dopo anni trascorsi a sbagliare e nella notte di un capodanno guarderanno al futuro con la consapevolezza che qualunque direzione essi possano prendere l’importante è tenere con sé le cose che fanno stare bene. Eppure lo sguardo incerto di Gemma, su cui la macchina da presa si sofferma, ci fa presagire che forse la felicità è già dimenticata nella giovinezza e che forse gli anni più belli sono già stati vissuti. Nel cast a fianco dei due attori feticcio di Gabriele Muccino, Claudio Santamaria e Pierfrancesco Favino, troviamo Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti. Poi Francesco Acquaroli, Nicoletta Romanoff e per la prima volta sullo schermo la cantante Emma Marrone. I ragazzi che interpretano i protagonisti da giovani sono invece Francesco Centorame, Andrea Pittorino, Matteo Del Buono e Alma Noce. Le loro performance riescono ad individuare una propria cifra stilistica, ma a volte la recitazione appare troppo teatrale e forzata. Nel film appaiono anche due figli di Muccino. Il titolo del film è tratto dall’ultimo brano di Claudio Baglioni; il cantautore infatti avrebbe scritto la canzone ispirandosi al film, che inizialmente avrebbe dovuto avere un altro titolo. La colonna sonora è invece affidata al maestro Nicola Piovani. Veronica Barteri

ALICE E IL SINDACO

Origine: Francia, 2019 Produzione: Bizibi

La giovane Alice Heimann viene assunta dal Soggetto e Sceneggiatura: Nicolas Pariser Comune di Lione con una Interpreti: Fabrice Luchini (Paul Theraneau), curiosa mansione: ocAnaïs Demoustier (Alice Heimann), Nora Hamzawi (Mélinda), Antoine Reinartz cuparsi delle idee per il sindaco. (Daniel), Léonie Simaga (Isabelle Leinsdorf) Dopo aver preso possesso del suo Durata: 103’ piccolo ufficio, la ragazza viene riDistribuzione: Bim Distribuzione cevuta dal primo cittadino, Paul Uscita: 6 febbraio 2020 Théraneau. Il sindaco le chiede se Regia: Nicolas Pariser

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lei sia una filosofa, la ragazza dice di aver dato lezioni di filosofia a Oxford. Alice dice di aver sempre avuto delle idee e di aver lavorato per la pubblicità. Paul confessa di aver avuto tanta esperienza in politica ma di essersi svegliato una mattina e di non aver avuto più


idee. Ammette di non avere più efficienza, ha l’impressione che il suo motore giri a vuoto. Le chiede di aiutarlo a pensare. Dopo averlo seguito per la prima volta in un discorso pubblico, Alice dice che le sono piaciute le sue parole, Paul risponde di aver molto apprezzato le note che gli aveva fornito sulla modestia. La ragazza viene invitata a partecipare a una conferenza sui 2500 anni di Lione, poi il sindaco le dà appuntamento per la sera tardi in ufficio. Paul le dice di avere l’impressione di sentirsi impotente di fronte a certe situazioni, poi le propone di entrare a far parte del comitato di riflessione Lione 2500. Il giorno dopo Alice si deve destreggiare tra diversi incarichi e le viene anche affidato il delicato compito di presenziare a una riunione di emergenza per un centro per rifugiati. Quella sera Alice rivede un suo ex fidanzato, Daniel, e parla con lui su cosa significhi essere di sinistra, parlano di progressisti e della destra ultra-capitalista. Intanto Isabelle, la responsabile della comunicazione dello staff del sindaco, dice ai colleghi che Alice è stata nominata a capo di Lione 2500. La donna dice che Paul cita spesso le parole della ragazza. Ad Alice viene dato un nuovo ufficio più spazioso. Nella squadra di lavoro del sindaco la ragazza inizia a essere oggetto di chiacchiere. Alice invita Xavier, un uomo che ha conosciuto da pochi giorni a una rappresentazione di Wagner. A teatro Alice incontra il sindaco che le presenta Patrick Brac. Dopo lo spettacolo la ragazza si confronta con Patrick su diversi temi di stringente attualità. Il giorno dopo Isabelle dice ad Alice che è diventata troppo importante per il sindaco: questa influenza deve cessare perché le note che lei scrive gli annebbiano la mente. Dal momento che Théraneau è candidato segretario

del partito, diventerà un uomo molto importante, lei non potrà continuare ad avere questa influenza su di lui. Paul le dice che si presenterà alle elezioni presidenziali. Intanto Alice inizia una relazione con Xavier che parla con la ragazza del vuoto intellettuale dei politici. Poco dopo Alice si sfoga con Danielle, sente che la politica l’ha resa stupida, confessa di sentire che, arrivata a trent’anni, non ha nulla. Quella notte Paul telefona ad Alice per confidarsi con lei. L’uomo dice di essere saturo di quel mondo e che non si presenterà più alle elezioni, ha deciso che finirà il suo mandato con sobrietà. Il giorno dopo, Alice regala a Paul il libro di Rousseu Il viaggiatore solitario. Poi il sindaco si chiude in una stanza a scrivere il suo ultimo discorso destinato al congresso dei socialisti insieme ad Alice. Il giorno del congresso il suo discorso viene annullato. Paul non sarà mai presidente. Tre anni dopo. Alice va a trovare Paul nella sua nuova casa. Entrambi hanno cambiato vita. La ragazza gli regala il libro di Herman Melville Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street. Alla visione di questo Alice e il sindaco non può non venire alla mente il piccolo film di Rohmer L’albero, il sindaco e la mediateca. Modello ricordato e omaggiato nel titolo dallo stesso regista, Nicolas Pariser, che ha ammesso che nelle intenzioni iniziali la pellicola doveva raccogliere una serie di “dialoghi filosofici” tra la protagonista Alice e il sindaco di Lione. Ma poi il tutto è diventato un racconto costruito intorno a delle grandi sequenze dialogate ‘alla Rohmer’. Il debito al maestro della Nouvelle Vague è evidente, anche perchè Pariser ha ammesso che i soli corsi pratici di cinema che ha seguito alla Sorbonne sono stati quelli su

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Rohmer, il geniale autore dei Racconti morali ma non solo. Anche Sacha Guitry, e la serie West Wing di Aaron Sorkin (con tutti quei personaggi che parlano di politica mentre camminano), sono state altre fonti d’ispirazione ammesse dal regista. Il film di Parisier appare sì come una commedia filosofica che paga il debito al citato film di Rohmer (dove un giovane Fabrice Luchini interpretava un insegnante che si opponeva a un sindaco) ma è anche e soprattutto un film politico. Dopo aver diretto nel 2015 un thriller politico piuttosto paranoico, Le Grand Jeu, Pariser per questo suo secondo lungometraggio scende ancora in politica. Ma da una prospettiva diversa. Al centro della narrazione c’è il confronto tra due persone che rappresentano modi opposti di vivere il rapporto tra pensiero e azione. Il sindaco progressista Théraneau e la giovane Alice, osservatrice esterna catapultata nella politica direttamente dal mondo della cultura. È la dicotomia di cui ha parlato il regista tra vecchio e nuovo mondo, tra la letteratura, i libri, la teoria politica e i tecnocrati, i comunicatori, la neo lingua. In due parole, pensiero e azione. La domanda è la stessa che il regista si poneva nel suo primo film: perché quelli che agiscono non pensano e quelli che pensano non agiscono? E così abbiamo il sindaco da una parte e Alice dall’altra. È l’utopia dei grandi film americani richiamata da Parisier di una democrazia in cui si possa pen-


sare, discutere, agire. La crisi di oggi non vede più possibile questa interazione: il sindaco agisce senza pensare. Almeno all’inizio del film, poi, nel momento in cui, sollecitato dagli incontri con Alice, ricomincia un po’ a pensare, questo mette in pericolo la sua capacità di agire. La crisi della democrazia è il nodo centrale. E poi il pensiero, per cui non si ha più tempo. Attraverso l’incontro tra i punti di vista di due personaggi così diversi nascerà un nuovo modo di pensare la natura e i compiti della politica, la sua etica, che è da intendersi come amministrazione del bene pubblico. La parte più interessante e riuscita del film è quella volta alla riaffermazione del primato della riflessione e del dialogo, oltre che del pensiero. Il motore della pellicola è innescato da un’assenza: quello stimolo che dovrebbe portare un uomo a prendere decisioni per il bene comune. Animato da un flusso continuo di dialoghi, Alice e il sindaco è proprio per questo un film che si regge sul talento dei due protagonisti, il grande Fabrice Luchini e la deliziosa Anaïs Demoustier.

È proprio lei, la giovane letterata e studiosa di filosofia, ad accendere la miccia di un possibile cambiamento nel politico navigato e in crisi. Grazie al confronto con Alice, il sindaco fa i conti con una parte di sé che non conosceva fino ad arrivare alla coraggiosa decisione di allontanarsi dalla politica. La sequenza simbolica della reciproca rigenerazione è un bel piano sequenza che vede Alice e il sindaco impegnati nella stesura di un discorso che non verrà mai pronunciato in pubblico. E la scena finale semplifica una scelta di vita, attraverso un libro significativo che Alice regala al sindaco ormai ritiratosi dalla politica: il personaggio protagonista del libro “Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street” di Melville e il suo ricorrente “preferirei di no”. Alice e il sindaco analizza con acume il presente e la politica di oggi spesso incapace di avere idee valide e di risolvere problemi. I giovani intellettuali sono in crisi e non riescono a guardare al futuro, i più maturi politici continuano a occupare posti di potere in cui sono imprigionati e non riescono più a cogliere lucidamente i bisogni del

di Fulvio Risuleo

presente. Merito di Pariser è fornire qualche chiave di lettura per smuovere la politica dalle sabbie mobili nelle quali sembra essersi impantanata, partendo innanzitutto dalla presa di coscienza della vitalità del confronto e dal valore della modestia (citata a più riprese nel film). Ma tanti temi seppur interessanti rischiano di essere un po’ soffocati in continui dialoghi pieni di citazioni letterarie (Orwell, Rousseu, Marc Bloch, Melville) che alla lunga rischiano di perdersi un po’per strada. E alla domanda fondamentale, ossia se gli intellettuali siano ancora necessari (o quanto meno utili) alla politica e alla società resta tutto un po’ sospeso. Politica e cultura possono coesistere e aiutarsi? Oppure è drammaticamente vero il contrario? Al di là di qualche verbosità di troppo, Alice e il sindaco ha comunque il merito di puntare il dito su una certezza: in una società fatta di persone (politici e non) che hanno smesso di pensare, non si può raggiungere alcun progresso, sociale, politico, umano. Elena Bartoni

IL COLPO DEL CANE

Origine: Italia, 2019 Produzione: Federico Giacinti, Salvatore Lizzio, Antonella Volpe per Revok Film, Donatello Della Pepa, Annamaria Morelli Per Tim Vision Regia: Fulvio Risuleo Soggetto e Sceneggiatura: Fulvio Risuleo Interpreti: Edoardo Pesce (Dr Mopsi), Silvia D’Amico (Rana), Daphne Scoccia (Marti), Anna Bonaiuto (Ricca signora), Silvana Bosi (Madre di Orazio), Sabrina Marchetta (Anna), Vittorio Viviani (Bob), Federico Tocci (Alberto) Durata: 93’ Distribuzione: Vision Distribution Uscita: 19 settembre 2019

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Una festa all’insegna dell’alcol e della musica alta viene interrotta a

causa di un blackout. Tutti gli invitati continuano a festeggiare in strada mentre Marti e Rana, visibilmente ubriache, si addormentano sul divano. Il mattino dopo incontrano un’amica che porta a passeggio sette cani e che spiega loro come il lavoro di dog sitter possa essere molto redditizio. Vista la situazione di inoccupazione delle due, Marti accetta da costei l’incarico di tenere un bulldog francese per il fine settimana. Dalla ricca padrona le vengono spiegate tutte le esigenze del piccolo Ugo e, nonostante si fosse presentata come dog sitter 16

esperta, va via dopo aver accettato una paga misera. Una volta preso in custodia il cane, Marti decide di portarlo al parco. Qui viene avvicinata da uno strano veterinario, il dr. Mopsi, che le offre la possibilità di guadagnare parecchio facendo accoppiare Ugo con la sua piccola bulldog francese. Marti si lascia adulare (anche per via dei cento euro di anticipo) ma prima di prendere una decisione vuole chiedere consiglio a Rana. Confrontatesi, le due decidono di accettare e si recano nel luo-


go indicato dal dottore, un’isolata rimessa di barche che desta qualche sospetto. Infatti, il dr. Mopsi si rivela un truffatore che, in modo molto goffo, ruba Ugo e scappa in macchina. A questo punto inizia un inseguimento sterrato che si interrompe con Marti e Rana che perdono di vista il bersaglio dopo aver urtato qualcosa che Marti sostiene essere un pecora. Avendo anche forato, la coppia torna indietro a piedi per capire cosa abbiano effettivamente urtato, date anche le tracce di sangue sul paraurti. Nel luogo incriminato trovano la macchina di Mopsi che decidono di rubare visto che di lui non c’è traccia. Mentre meditano sul da farsi, fanno benzina con i soldi dell’anticipo che risultano però essere falsi e costringono le due a scappare senza pagare. A questo punto il film cambia prospettiva. Seguiamo le vicende di Orazio, un metallaro capellone di mezza età, che fatica a trovare l’amore e un lavoro. In questo periodo tutto sembra andare meglio data la proposta del fratello di un’occupazione e data la sua attrazione per la vicina Anna che sembra ricambiare. Recatosi in un negozio di animali per il lavoro, parlerà con Marcus che gli spiegherà il suo impiego estremamente precario, trovare dei cani da far accoppiare con le cagne dei clienti. Dopo aver accettato, uscendo viene intercettato dal vecchio commesso, dall’evidente accento del sud, che le offre una controproposta pagata molto meglio. Quest’ultima consiste nel rubare un esemplare di bulldog francese maschio in cambio di seicento euro. Trecento dei quali in anticipo anche se Orazio sembra più che titubante. Mentre si trova a cena con la vicina e altri amici, fingendo di star scrivendo un libro, riesce a ottenere idee su come rubare un cane. Un blackout li interrompe (e con ciò capiamo che le due storie sono

contemporanee). Orazio e Anna tornano a casa dove la situazione si scalda ma lei lo congeda per paura di andare troppo veloce. Il mattino dopo scopre che in realtà quest’ultima ha un compagno. Oltre a ciò, Marcus lo manda a casa al suo primo giorno di lavoro. Adesso, infuriato, Orazio si convince del piano B che lo porta a crearsi un falso biglietto da visita, a cambiare aspetto e a far entrare in scena il dr. Mopsi. Riviviamo le scene dal suo punto di vista e aggiungiamo pezzi al puzzle. Dopo aver rubato Ugo, Orazio scappa ma, a causa di una manovra azzardata, il cane balza fuori dal finestrino ed è proprio lui che le due malcapitate investono. Una volta seminate, Orazio recupera Ugo e cerca di curarlo appoggiato alla sua auto ma, proprio in quel momento, Marti e Rana trovano la vettura e il falso veterinario è costretto a nascondersi nel bagagliaio insieme al cane. Dopo la fuga dal benzinaio, le due vengono fermate dalla polizia. L’agente scopre l’intruso nel portabagagli e, mentre tutti cercano di spiegare le proprie velleitarie ragioni, Ugo salta fuori e scappa, ricongiungendosi con la natura. Al suo secondo lungometraggio da regista il giovane Fulvio Risuleo, che già a 23 anni veniva premiato a Cannes per il suo corto Varicella, torna sul grande schermo con una storia molto semplice, ma che assume valore grazie alla costruzione narrativa. Siamo di fronte a un film che mostra un unico evento da due punti di vista differenti, completamente separati e opposti, quello di Rana e Marti e quello di Orazio. Ciò che differisce è l’antefatto, ovvero quello che porta le due linee del racconto a congiungersi inizialmente e ricongiungersi nel finale.

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Non si tratta di un assetto narrativo innovativo. Giocare con i punti di vista è una pratica molto adoperata dai registi ma che, se usata con giudizio, porta a risultati spesso intriganti. In questo caso, tale espediente arricchisce la pellicola con molte informazioni aggiuntive. Decidere poi di separare completamente le due angolazioni, mostrando prima l’una e poi l’altra, crea una sorta di struttura a puzzle da riempire con i pezzi mancanti, mano a mano che essi vengono mostrati. Inoltre aiuta l’immedesimazione del pubblico nei personaggi e amplifica l’empatia provata per essi. Personaggi interpretati da attori che recitano bene le parti a loro assegnate. Tra i protagonisti spicca Daphne Scoccia (Marti) che risulta estremamente naturale nei panni della giovane squattrinata priva di prospettive future. Un tema proposto dal film è proprio quello dell’assenza di prospettive di una generazione costretta a una precarietà figlia della difficoltà di trovare un lavoro, in una società che di lavoro ne offre poco. Questa condizione è causa dei comportamenti devianti dei protagonisti che sono portati ad accettare soldi sporchi ma al contempo (teoricamente) facili. Comportamenti che sono, nella dimensione grottesca del racconto, dettati dalla sfortuna, altra grande protagonista che coinvolge e travolge le vicende dei personaggi. Lo stesso titolo rimanda a un modo di dire che gli antichi romani usavano per la divinazione. Il colpo del cane è il risultato 1, 1, 1 derivato


dal lancio di tre dadi, la più nera sfortuna. Il rapporto uomo/animale, più nello specifico lo sfruttamento capitalistico che il primo riserva al secondo, è sicuramente ciò che ha ispirato la storia. Il cane, da animale da compagnia, si trasforma

in macchina da soldi che muove svariate pedine all’interno di un mercato spesso illecito. Nel finale, infatti, vediamo quella che sembra essere una sorta di presa di coscienza da parte del piccolo bulldog che, dopo aver subito certi trattamenti, scappa verso una na-

tura (ipoteticamente) non contaminata da queste logiche. Menzione per il montaggio che, in alcune sequenze, osa con stacchi rapidi e ravvicinati, donando un buon ritmo al film. Giallorenzo Di Matteo

di Giorgio Pasotti

ABBI FEDE

Origine: Italia, Austria, 2020 Produzione: Gianluca Canizzo, Gianluca Lazzaroni, Heinz Stussak, Barbara Cirulli, Jean Gontier per Canizzo Produzioni, Greif Produktion, Sigma Film, Cineworld Roma, Dinamo Film, Rai Cinema Regia: Giorgio Pasotti Soggetto: Dal film “Le mele di Adamo” di Anders Thomas Jensen Sceneggiatura: Duchesne (Federico Baccomo “Duchesne”), Giorgio Pasotti Interpreti: Giorgio Pasotti (Padre Ivan), Claudio Amendola (Adamo), Robert Palfrader (Gustav), Gerti Drassl (Sara), Aram Kian (Khalid), Roberto Nobile (Dott. Catalano), Giancarlo Martini (Er Crocca), Peter Mitterrutzner (Bruno), Lorenzo Renzi (Gaetano), Filippo Vianello (Christopher), Hannes Perkmann (Filippo), Marco Boriero (Nicola) Durata: 100’ Distribuzione: Rai Play Uscita: 11 giugno 2020

Adamo, fascista violento appena uscito di prigione, arriva in una comunità di recupero dell’Alto Adige per trascorrere un lungo periodo di “redenzione”. La parrocchia è tenuta dal prete Ivan e ha già due ospiti, Gustav, ex campione di sci alcolizzato e Khaled, arabo terrorista e

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rapinatore. A questi si aggiunge presto Sara, incinta di un imbianchino, con forte possibilità che il nascituro sia portatore di disabilità grave. Adamo, naturalmente, si presenta subito in opposizione dura e spietata nei confronti di Ivan, solido invece, solidissimo nella sua fede incrollabile. Questi riesce però a spingere Adamo verso un obiettivo, cucinare uno strudel di mele prelevate dall’albero di fronte alla chiesa, di cui il muscoloso fascista dovrà prendersi cura. Vari incidenti compromettono il progetto dolciario di Adamo: il forno della canonica si guasta continuamente, l’albero delle mele è attaccato dai corvi e dai vermi e definitivamente abbattuto da un fulmine che lo riduce in cenere. Tutto ciò permette ad Adamo di minare la fede di Ivan prendendosi gioco della sua solidità, convinto che gli avvenimenti siano causati non dal diavolo ma da Dio stesso che odia il prete e le sue convinzioni. Ivan, d’altronde, si è arroccato nella sua fede così oltranzista per le vicissitudini della sua vita: madre morta dopo il parto, padre violentatore, figlio paraplegico su una carrozzella, moglie suicida. Poi i voti, la comunità di riabilitazione e un tumore che gli sta distruggendo il cervello. Ora Ivan sta male, entra in coma ed è portato in ospedale da Adamo cui il medico conferma che il prete ha i giorni contati. 18

Succede a questo punto l’incredibile: Adamo si sente responsabilizzato verso la conduzione della parrocchia e rifiuta di riunirsi alla banda di naziskin che lo viene a trovare ma è messa in fuga dalle revolverate dell’arabo. Succede anche un’altra cosa: Ivan ritorna in comunità qualche giorno e in un successivo scontro con i naziskin riceve un colpo di pistola in testa che gli porta via il tumore! In ospedale Adamo porta a Ivan il famoso dolce promesso, fatto con l’unica mela scampata al fulmine. Ivan riacquista la fede che stava vacillando, Adamo decide di restare e di collaborare con il prete per la redenzione di altri disperati. Giorgio Pasotti riprende Le mele di Adamo del danese Anders Thomas Jensen (2005), forse affascinato dall’umorismo nero sprigionato dalla storia e/o dal continuo confrontarsi, fino allo sfinimento, del bene e del male. Inoltre lo stesso Pasotti ha affermato in un’intervista di avere costruito personaggi che avessero all’interno delle contraddizioni e manifestassero delle precise connotazioni fisiche. Su questo ha insistito anche Amendola riconoscendo l’aiuto fornitogli dai suoi compagni di lavoro nella costruzione, giorno per giorno, della fisicità del ruolo che gli apparteneva.

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Convinti dell’onestà intellettuale e professionale di Pasotti e Amendola non riusciamo a capire il perché di questo lavoro dedicato alle certezze, al dubbio, alla tragicità cui appartiene la storia di ogni personaggio; al grottesco e al comico in cui vanno a confluire i loro percorsi. Il contrapporsi delle convinzioni (e delle incertezze) che dividono e infine uniscono i protagonisti della storia, non ha uno sbocco né in una definizione spirituale della fede né nella sua blasfema negazione.

Ogni riflessione, comunque, è spazzata via dal disegno dei personaggi e dei loro rapporti che supera ogni grottesco intento di stravaganza: il baffino e il ciuffo hitleriano del prete, la fissità del suo sorriso fuori luogo anche quando non ha proprio nulla da ridere, il peso sovrabbondante del fascistone con croce celtica d’ordinanza, lo strudel che non riesce mai a essere preparato se non alla fine con l’unica mela superstite alla folgore punitrice e via via do-

vrebbero portarci a riflettere su che cosa? Non pensiamo che la sfida tra bene e male esposta in questo modo sia propedeutica verso una qualsiasi direzione. Troviamo, invece, davvero interessante e culturalmente suggestiva la fotografia di Claudio Rinaldi che, rifacendosi a pitture settecentesche e ottocentesche, ci offre dei quadri di forte e spessa originalità creativa. Fabrizio Moresco

di Riccardo Donna

MIA MARTINI. IO SONO MIA Sanremo 1989. Dopo qualche anno lontano dalle scene, Mia Martini si prepara a calcare il palco dell’Ariston durante l’evento canoro più importante della nazione. Il teatro è ancora vuoto quando è costretta ad affrontare la boria dei tecnici - di cui uno ostenta un corno scacciasfortuna - e prova il suo pezzo Almeno tu nell’universo. I ricordi si fanno strada nella mente della donna che, da bambina, cantava e sognava davanti allo specchio. Ma la Calabria, e un padre autoritario e antiquato, erano troppo indietro, e non solo per Mia, ma anche per sua madre e sua sorella. Ancora Sanremo 1989, una giornalista, Sandra Neri, viene costretta a desistere dall’intervista a Ray Charles e a ripiegare su Mia Martini. Così, grazie alle sue domande, la cantante ha modo di proseguire nei ricordi e di ricostruire i nodi e le tappe fondamentali della sua carriera. Dopo gli inizi jazz degli Anni Settanta a Roma, ancora convivente di madre e sorella, la ragazza si fa piano piano strada nell’ottuso e vendicativo mondo della musica leggera. Mimì, primo nome d’arte di Mia, viene notata da Crocetta, un importante discografico romano. Nonostante le titubanze personali, uno dei

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pezzi che viene convinta a cantare è Piccolo uomo e la scelta si rivela subito un grande successo. Fragile e sensuale, il sistema discografico ha bisogno di una Mia che ostenti queste caratteristiche piuttosto che quelle femministe o vagamente ideologiche. La ragazza scende a compromessi e accetta il ruolo di donna fragile e sofferente. L’amico e cantante Franco Califano le cede il singolo Minuetto e Mia sa bene interpretarlo e farne un fortissimo cavallo di battaglia. Nel 1978 incontra per caso un photoreporter, Andrea, e i due s’innamorano in maniera travolgente. Mia ritrova nel sentimento per l’uomo la bellezza e il senso della vita. In quegli stessi anni uno dei manager discografici romani mette in giro la voce che Mia Martini porti sfortuna e la cosa, dapprima in sordina, diventa a mano a mano una calunnia vera e propria sempre più difficile da gestire. Quando nessuno la invita più in TV e non riesce a partecipare a nessun concorso canoro, si rende conto che proprio chi avrebbe dovuto proteggerla l’ha di fatto abbandonata. Mia ne accetta i lati positivi e inizia a costruirsi una carriera senza mediatori e senza più compromessi. Parte in tour con il cantante francese Aznavour ma durante la tournée decide 19

Origine: Italia, 2018 Produzione: Luca Barbareschi per Eliseo Fiction con Rai Fiction Regia: Riccardo Donna Soggetto e Sceneggiatura: Monica Rametta Interpreti: Serena Rossi (Mia Martini), Maurizio Lastrico (Andrea), Lucia Mascino (Sandra Neri), Dajana Roncione (Loredana Bertè), Antonio Gerardi (Alberigo Crocetta), Nina Torresi (Alba Calia), Daniele Mariani (Anthony), Francesca Turrini (Manager di Mia), Fabrizio Coniglio (Roberto Galanti), Gioia Spaziani (Maria Salvina Dato), Duccio Camerini (Giuseppe Radames Bertè), Simone Gandolfo (Caporedattore), Corrado Invernizzi (Charles Aznavour), Edoardo Pesce (Franco Califano) Durata: 103’ Distribuzione: Nexo Digital Uscita: 14 gennaio 2019

di tornare da Andrea lasciando la compagnia senza alcun preavviso. Qualche anno dopo l’uomo inizia a manifestare sempre più insofferenza per le chiacchiere su di lei ormai diventate vere e proprie restrizioni sociali, ma la cantante non ha nessuna intenzione di dar loro retta o fare alcunché. Subisce un’operazione alle corde vocali che la tiene lontano dai riflettori e sarà il pezzo E non finisce mica il cielo a decretare nel 1982 un primo e importante ritorno sulle scene. Quando però Dentice, il suo nuovo manager, muore in un incidente stradale, torna l’incubo delle radio


che non passano i suoi pezzi e dei dirigenti che non vogliono nemmeno pronunciare il suo nome. Per i successivi cinque anni la cantante si barrica in casa e continua a cantare solo nelle piazze dei piccoli centri, lontano dal mondo patinato della telvisione. Un giorno però Bruno Lauzi ritrova un pezzo che aveva scritto per lei e la convince a partecipare a Sanremo. Quel pezzo è Almeno tu nell’universo. Molti hanno detto e scritto che questo film per la televisione dedicato a Mia Martini - uscito anche al cinema grazie a Nexo Digital - fosse un atto di scuse da parte di un intero establishment impegnato a buttar giù o innalzare, a seconda di chi più gli conviene, cantanti, showgirls, presentatrici, giornaliste, attrici, registe, sceneggiatrici come pedine di una partita a scacchi. Il punto non sono le scuse, ma un’intrinseca difficoltà a mutare le regole del gioco che perdura nel tempo. Se Mia Martini ha parlato fortissimo silenziando le meschine questioni untorie e attraverso la raffinatezza unica della sua

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arte canora, per molte la questione è tutt’altro che conclusa. Io sono Mia, fin dal titolo, sceglie di concentrarsi su un’appropriazione del corpo - e quindi della voce - che è propria delle lotte femministe fin dal loro apparire, e che la cantante ha come molte, non certo biasimevoli per questo, saputo soltanto sfiorare. La struttura in flashback del film è impostata sulle 48 ore prima dell’esibizione del 1989 della cantante e il punto di vista, inventato e forse nemmeno tanto verosimile, poco importa, è a ben vedere quello di un soggetto astratto, estrapolato dai documenti, dalle interviste, dai ricordi e dalle canzoni. La scrittura di Monica Rametta, sceneggiatrice unica del film, è empatica, poetica, strutturata su un livello interpretativo che non pasticcia, che lancia degli input di visione e non si ammanica coi pettegolezzi. Esattamente come il soggetto presentato. Semmai a non capire il gioco dei non detti e dell’appena accennato è la regia di Riccardo Donna che per quanto riesca nei costumi e nelle location a centrare il margine in cui la cantante ha di fatto vissuto e amato, non riesce fino in fondo a penetrare la centralità di chi il margine lo soffre e non lo coglie. Impegnato a rendere fruibile un prodotto che è comunque Rai e comunque fiction, il regista tralascia l’affondo interpretativo nell’anima della cantante - che pure la scrittura gli permetteva - e si accontenta di narrare qualche fatto, insieme a orpelli di dialogo ben orchestrati. Questa è la

di Michel Hazanavicius

ragione per cui Mia sembra ‘mancare’ rendendo vistose alcune assenze come quella di Ivano Fossati o di un entourage familiare e amicale che evidentemente non era lecito o possibile inserire. Il film, che anche per questo avrebbe potuto esaltare l’impossibile agiografia anziché soccombere a essa da un punto di vista strettamente narrativo, si regge pertanto su tali barlumi di dialogo, che mancano di diventare luci centrifughe sul presente, e sulla maestosa e dolcissima interpretazione di Serena Rossi. La bravura canora dell’attrice è cosa nota, basti ricordare, tra le tante performance, quella di C’era una volta... Scugnizzi del 2002 piéce musicale di Claudio Mattone ed Enrico Vaime, Ammore e malavita dei Manetti Bros o i doppiaggi canori nello spin off animato Disney di Frozen, Le avventure di Olaf e in Il ritorno di Mary Poppins di Rob Marshall tanto per citarne alcuni. Meno intuitivo era immaginare il come la sua voce pulita e vivace avrebbe interpretato le struggenti, delicate, appassionanti raucedini di Mia Martini. Per fortuna, e forse questo è il vero merito della regia, non vi è alcuna imitatio Dei, e quindi alcuno scimmiottamento, quanto una parziale e rivisitata adesione al gesto della cantante che regala lampi di somiglianza; commoventi, quasi epifanie del ricordo di una delle voci più esaltanti della musica leggera italiana. Carmen Zinno

IL PRINCIPE DIMENTICATO

Origine: Francia, 2019 Produzione: Jonathan Blumental, Philippe Rousselet per Pathé Regia: Michel Hazanavicius Soggetto e Sceneggiatura: Noé Debré, Michel Hazanavicius, Bruno Merle Interpreti: Omar Sy (Djibi), François Damiens, Bérénice Bejo Durata: 101’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 1 luglio 2020

Dopo la morte della moglie, Djibi ha dedicato la sua intera vita a sua figlia Sofia, a cui ogni sera racconta fiabe della buonanotte; durante la narrazione, il mondo fiabesco prende vita e Djibi assume le sembianze di un valoroso principe azzurro che deve salvare

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la principessa Sofia dal perfido Pritprout. Una volta che la bambina si è addormentata, la messa in scena si interrompe e gli attori possono uscire dal set e avventurarsi nell’universo fantastico di Storyland. Anni dopo, Sofia sta per iniziare le scuole medie, dove si innamora


di Max, suo compagno di classe. Nel frattempo, nell’appartamento accanto si trasferisce una bizzarra ragazza, Clotilde, attratta immediatamente da Djibi, il quale però non intende dedicarsi a una relazione, nonostante la figlia lo inviti a conoscere più a fondo la vicina. Non più una bambina, Sofia non vuole ascoltare la fiaba serale, per cui, nel mondo di Storyland, il set viene chiuso e Djibi viene rimpiazzato da Max, il nuovo attore chiamato per il ruolo del principe. A Storyland, Djibi incontra una donna dalle sembianze di Clotilde che sta per diventare invisibile, ricercata dalle autorità per essere spedita nell’oblimondo, in cui vengono rinchiusi i personaggi dimenticati; nonostante tenti di nascondersi, la giovane viene arrestata. Nel mondo reale, Sofia si allontana sempre di più dal padre e inizia a frequentare Max, che la invita a una festa a casa sua; la ragazza, per convincere il genitore, afferma che il party si svolgerà a casa di un’amica, dove ci saranno anche i genitori. Scoperta la bugia, Djibi mette in punizione la figlia, impedendole di andare alla festa. Pritprout e Djibi rapiscono Max e, senza farsi vedere dalle guardie, tentano di attraversare Storyland per raggiungere l’oblimondo e rinchiuderlo per sempre. Djibi va a trovare Clotilde, che gli confida di aver avuto un rapporto conflittuale con il padre che, dopo il divorzio, si è dedicato interamente a lei, senza curarsi dei propri bisogni, vivendo come devastante il distacco e la crescita della figlia. La donna lo invita a parlare con Sofia, la quale fugge di nascosto per dirigersi alla festa; la sua rabbia assume le sembianze di una nuvola nera che invade Storyland, che viene devastata da un terremoto una volta che Djibi si accorge che la figlia è fuggita. Pritprout e il principe raggiungono l’ingresso dell’oblimondo e vi

gettano Max ma, con l’inganno, il perfido antagonista spinge Djibi al suo interno, dove si ritrova con i tanti personaggi infantili di Sofia, ormai dimenticati. Per poter uscire da lì, devono retrocedere nel passato e incontrare la regina, che altri non è che la madre di Sofia; sebbene la donna inviti il marito a restare perché la principessa ha bisogno di crescere, Djibi non si arrende e riesce a fuggire insieme a Max grazie all’aiuto di Clotilde. Djibi e la vicina si mettono sulle tracce di Sofia che, alla festa, viene derisa dagli amici di Max per il disegno che ha realizzato per lui, per cui chiama suo padre per farsi portare a casa. A Storyland, il protagonista si riappacifica con Pritprout nonostante il tradimento e, insieme a Max, si mettono sulle tracce della principessa in pericolo, ma il giovane inizia a obliarsi. Sofia racconta al padre e a Clotilde l’accaduto ma sceglie di tornare per chiarire con Max che, nel frattempo, ha abbandonato il party per scusarsi. Mentre Max tenta di raggiungere Sofia per chiarire, nel mondo fiabesco il principe Max ricomincia a riacquisire il proprio corpo, mentre Pritprout e Djibi iniziano a obliarsi, per cui quest’ultimo accetta che sia il giovane a salvare la principessa. Max e Sofia si riappacificano e si baciano, mentre il giovane principe salva la principessa; di conseguenza il mondo di Storyland si spegne definitivamente. Anni dopo, Djibi e Clotilde, divenuti una coppia, corrono in ospedale, dove Sofia sta partorendo. Djibi inizia a raccontare le sue fiabe alla nipote e il mondo di Storyland riprende vita.

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Gioia e dolore, tristezza e nostalgia si fondono in un racconto che indaga le struggenti meraviglie della fiaba della vita, preda di sentimenti ossimorici ben restituiti dal pastiche di registri narrativi e visi21

vi che strutturano il nuovo film di Michel Hazanavicius, commedia per famiglie, dilettevole e commovente, nonostante un’attendibile retorica tipica dei racconti di crescita alla Inside Out, impossibile da non citare, soprattutto per l’antro oscuro dell’oblimondo in cui i personaggi dell’infanzia vengono dimenticati. A otto anni dalla vittoria agli Oscar, Hazanavicius torna a indagare il senso di abbandono e di inutilità di fronte allo scorrere inesorabile della vita e delle sue inevitabili novità, che sia l’avvento del cinema sonoro o il lasciare liberi i propri figli di emanciparsi e spiccare il volo; come sottolineato da Bérénice Bejo, musa del regista e interprete della stravagante Clotilde, Il principe dimenticato appare una rilettura di The Artist (si pensi alle diverse dissolvenze a iris, tipiche del cinema muto, o alle scenografie da set hollywoodiani di Storyland), in cui il bianco e nero è sostituito dai colori accecanti del mondo immaginario, il cinema vive solo nella testa del protagonista come necessità di accogliere il fantastico come compagno della vita reale, in accordo con una riflessione sulla capacità di reinventarsi di fronte agli imprevisti quotidiani e di riarticolare il proprio ruolo, professionale o genitoriale che sia. Questa nuova commedia si dimostra capace di intrattenere il suo pubblico, grazie soprattutto alla simpatia di Omar Sy e alla stravaganza della Bejo, nonché


alla serie di gag e avventure in cui si ritrovano protagonisti nel mondo fantastico, ma, rispetto ai film precedenti, rimane confinata nel

territorio del mero intrattenimen- te narrative e registiche meritatato, che il regista dimostra di saper mente premiate in passato. gestire e padroneggiare discretaLeonardo Magnante mente, ma senza ambire alle vet-

di Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte

IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE

Origine: Germania, Francia, 2019 Produzione: Chapter 2 Regia: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte Soggetto e Sceneggiatura: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte Interpreti: Fabrice Luchini (Arthur Dreyfus), Patrick Bruel (César Montesiho), Zineb Triki (Randa Ameziane), Pascale Arbillot (Virginie), Marie Narbonne (Julie), JeanMarie Winling (Bernard Montesiho), André Marcon (Prete), Thierry Godard (Dottor Cerceau), Martina Garcia (Lucia) Durata: 117’ Distribuzione: Lucky Red Uscita: 17 settembre 2020

Arthur, ricercatore all’Istituto Pasteur, divorziato e padre di un’adolescente problematica e scontrosa viene a sapere casualmente che il suo amico César, uomo d’affari viveur e squattrinato, è affetto senza saperlo da una malattia incurabile che non gli lascia più di qualche mese di vita. Consigliato da Arthur l’amico, infatti, dopo una caduta si sottopone a una lastra alla spalla ma per poter accedere al servizio in ospedale utilizza la tessera sanitaria di Arthur. Così questi viene convocato dal medico per ricevere l’infausto annuncio: cancro polmonare con non più di 6 mesi di vita. Pietrificato dall’angoscia, Arthur convoca César per informarlo. Ma il giorno convenuto, preso in contropiede da un César che gli annuncia, felice come una

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Pasqua, di aver finalmente incontrato l’amore della sua vita e che sta per diventare padre, Arthur commette un lapsus irreparabile e anziché capire che è lui ad essere condannato, César comprende il contrario. Mentre Arthur prende tempo nell’affrontare la realtà, César decide di fargli vivere gli ultimi giorni più belli della sua esistenza. Intanto si trasferisce armi e bagagli da Arthur, visto che la sua compagna l’ha buttato fuori di casa, per accudirlo al meglio. Poi i due decidono di partire per il sud della Francia in un viaggio sulle tracce dei luoghi della loro infanzia; vanno al Casino, in bei ristoranti e vivono momenti di grande affiatamento. Tornati a Parigi condividono le giornate in spensieratezza, giocano a ping pong, comprano un cane. César, per aiutare l’amico, si rivolge poi a un gruppo di sostegno per malati di cancro, gestito da Rada una giovane donna che ha superato la malattia e ora si impegna ad aiutare gli altri. Tornando a casa dal lavoro Arthur trova Rada in casa, convocata da César che ha combinato l’incontro. Anche in questo caso, Arthur cerca di spiegare alla donna il malinteso che ne è nato ma non sembra essere convincente. Addirittura Rada pensa che lui non voglia affrontare la realtà. I due amici decidono poi di impegnarsi, reciprocamente, a risolvere vecchi problemi del passato. Arthur con la sua ex moglie di cui è ancora innamorato senza riuscire ad ammetterlo, César invece viene spinto dal suo amico a riconciliarsi con suo padre con cui ha tagliato i ponti da una vita. Così va a trovarlo, l’uomo vive solo 22

in campagna e lo accoglie a braccia aperte. Una volta riappacificato con suo padre, César decide di informare Virginie, ex moglie di Arthur, sullo stato di salute dell’uomo. La donna ne è sconvolta e organizza un incontro al ristorante con Arthur: qui l’ex marito riesce a spiegarle come stanno realmente le cose, ma Virginie non la prende affatto bene. Sta ingannando il suo amico e dovrebbe dirgli piuttosto la verità. Come se non bastasse, César, trascina Arthur (che ha paura degli aerei) in un improbabile viaggio in India dove ha saputo esserci un famoso medico che cura con successo il cancro. Ivi giunti, Arthur viene sottoposto a una Tac e qui, incredibilmente, si scopre che ha una tumore della pelle da operare al più presto. Si salverà grazie alla tempestività della diagnosi e grazie a César. Ma è grazie a questo inaspettato e tragico avvenimento che Arthur trova la forza di raccontare a César la verità: a tavola i due si fanno una reciproca confessione. Arthur apprende che l’amico ha avuto a suo tempo una storia con Virginie dopo la separazione da Arthur; César viene finalmente a sapere di essere lui quello gravemente malato. César, sconvolto sparisce per un varie settimane. Si rifugia a casa del padre dove lo raggiunge Rada su richiesta di Arthur (che intanto ha preso a frequentare i gruppi di sostegno) perché possa fare da paciere. Mentre Rada è lì, César ha una forte crisi respiratoria e viene ricoverato. Arthur corre al capezzale dell’amico per restargli vici-


no in questi ultimi momenti. Al funerale Arthur commuove tutti nel ricordare l’amico. Poi Rada gli consegna una lettera; l’ha scritta César prima di morire pregandola di recapitarla in quel momento preciso al suo amico. Lì ci sono le sue ultime volontà. Rada è la donna per te, lo esorta, corrile dietro e liberati finalmente di tutte le tue incertezze e paure. Sono le sue ultime volontà che Arthur rispetterà senza esitare.

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Il duo di registi e sceneggiatori Matthieu De La Porte e Alexandre De La Patellière dopo essersi distinto alcuni anni fa per il film Cena tra amici, firma e dirige ora Il meglio deve ancora venire pellicola intensa e commovente, presentata al Festival del Cinema di Roma 2019, in cui si alternano sapientemente e con il giusto equilibrio toni della commedia e della tragedia. Si perché qui ci troviamo di fronte a una tematica decisamente tragica come la malattia e il lutto con le considerazioni e gli interrogativi che ne conseguono. Nel momento in cui ti rendi conto che hai una sola vita, magari perché ti viene diagnosticato un male incura-

bile, cosa fare del tempo che resta? Con chi poter condividere gli ultimi momenti? Quesiti che coinvolgono, inevitabilmente, altri aspetti esistenziali non meno importanti come l’amicizia, la compassione fraterna e la condivisione: tutte tematiche connesse tra loro che vengono affrontate nel film e danno sostanza e veridicità al plot narrativo. Attingendo ad esperienze dirette e personali (chi, in fondo, sulla soglia dei cinquant’anni non annovera già una scia di lutti nella propria esistenza?) gli autori maneggiano la materia con grande maestria e affrontano di petto il tema della perdita, invece di fuggirla e di eluderla, nella consapevolezza che dramma e commedia siano gli strumenti più adatti per parlare di certi argomenti. Senza mai scadere nel pathos spinto, gettano luce sui percorsi più intimi e sulle angosce esistenziali con occhio acuto avvalendosi di un’intelligente ironia che permette di stemperare i momenti più tragici e inevitabili. Merito, anche, del formidabile duo di attori Fabrice Luchini e Patrick Bruel chiamati a interpretare, rispettivamente, Arthur e César amici d’infanzia, due destini agli antipodi: uno che

incarna la vita, l’energia, la seduzione e l’altro più riflessivo, timoroso e incapace di godere di qualsiasi cosa. Una cicala e una formica, due facce della stessa medaglia, il cui segreto dell’amicizia risiede nella loro fondamentale differenza: ammirando ciascuno segretamente nell’altro il suo incomprensibile rapporto con la vita. La coppia funziona alla grande, supportata da dialoghi brillanti e siparietti cari alla commedia degli equivoci, dai tratti esilaranti; da qui la serie di malintesi, che sono poi il vero motore della vicenda e coinvolgono la cerchia di familiari e conoscenti. Tra le incertezze e l’incapacità di Arthur di dire la verità all’amico, i dubbi di César su quale Dio pregare essendo lui ebreo e l’amico cattolico (indimenticabile il dialogo con il prete) i viaggi che intraprendono e che trasformano il film in un road movie che inneggia all’amicizia, arriviamo all’inevitabile, triste epilogo che chiude la vicenda brillantemente. Vita e morte una di fronte all’altra e un nuovo amore che fa capolino nell’esistenza di chi resta ma che non per questo dimentica. Cristina Giovannini

di Yorgos Lanthimos

DOGTOOTH

Origine: Grecia, 2009

I genitori di una ricca famiglia borghese tengono sotto reclusione i tre figli, due femmine e un maschio, all’interno della loro casa isolata dal resto del mondo. I ragazzi crescono e vivono così privi di qualsiasi contatto con l’esterno, ignari di cosa ci sia oltre le mura domestiche. Non hanno neanche un nome né sanno di doverlo avere. Trascorrono le proprie giornate compiendo giochi di resistenza e imparando a essere competitivi tra di loro. Que-

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sta condizione forzata li costringe Produzione: Boo Productions, Greek Film Center, Horsefly Productions però a sviluppare attitudini da animali domestici e a essere facilmen- Regia: Yorgos Lanthimos e Sceneggiatura: Efthymis te manipolabili dai genitori: hanno Soggetto Filippou, Yorgos Lanthimos un linguaggio distorto e non sanno Interpreti: Christos Stergioglou (Padre), associare parole come mare o auto- Michelle Valley (Madre), Aggeliki Papoulia strada o cellulare, tutti termini il (Figlia maggiore), Mary Tsoni (Figlia minore), cui significato reale viene nascosto Hristos Passalìs (Figlio), Anna Kalaitzidou (essi credono che gli aeroplani sia- (Christina) no solo dei piccoli giocattoli volanti Durata: 96’ e gli zombie siano dei piccoli fiori Distribuzione: Lucky Red gialli). Non solo: credono che saran- Uscita: 27 agosto 2020 no pronti a lasciare la loro casa solo Il padre paga un’addetta alla nel momento in cui avranno perso sicurezza che lavora presso la sua un canino. 23


azienda, Christina, per venire a casa e fare sesso con il figlio. Poco tempo dopo però, la donna, frustrata dall’ennesimo rifiuto del giovane di soddisfarla con un cunnilingus, convince segretamente la Figlia maggiore a farlo al suo posto in cambio di una fascia per capelli. Un giorno la quiete domestica viene turbata con l’arrivo in giardino di un gatto randagio che terrorizza i ragazzi. Il figlio, ignaro della sua effettiva pericolosità, uccide freddamente l’animale con un paio di forbici da potatura; nel frattempo, approfittando dell’incidente, il padre fa a brandelli i suoi vestiti e, dopo essersi cosparso di sangue finto, racconta ai figli che un loro fratello è stato ucciso da un gatto, descrivendo la bestiola come una mostro feroce da cui non ci si può difendere. Nei giorni seguenti, Christina propone nuovamente alla Figlia maggiore di barattare un cunnilingus in cambio di un gel per capelli; quest’ultima però, rifiuta l’offerta, chiedendole invece delle VHS di film hollywoodiani che conserva nella sua borsa; successivamente,

la Figlia maggiore inizia a guardare i film di nascosto e ne rimane impressionata, tanto da replicarne alcune scene citando i dialoghi; in seguito il padre scopre le VHS, picchia la figlia con una di esse, poi si dirige a casa di Christina e la colpisce violentemente con un videoregistratore. I genitori decidono allora che con Christina non più disponibile, faranno scegliere al figlio una delle sue sorelle come nuovo partner sessuale; il ragazzo, dopo qualche tentennamento, opta per la Figlia maggiore. Subito dopo viene organizzato uno spettacolo di danza e musica per festeggiare l’anniversario di matrimonio dei genitori durante il quale la Figlia maggiore, contravvenendo alla tradizione, esegue un ballo diverso dal solito, citando la coreografia di Flashdance; il padre, infastidito dalla sua performance, la interrompe. La stessa notte, la giovane colpisce un suo canino con un manubrio da palestra e poi si nasconde all’interno del bagagliaio della macchina del padre. Quest’ultimo, dopo aver scoperto i frammenti di dente e sangue sparso in bagno, cerca inutilmente la figlia. Il giorno successivo, l’uomo si reca al lavoro, lasciando l’auto fuori dalla fabbrica, incustodita. Sembra quasi un grottesco esperimento antropologico quello mostrato da Yorgos Lanthimos in Dogtooth (in originale “Κυνόδοντας”, lett. “canino”) che - ribaltando la sacralità dell’idea di famiglia - mette in scena una macabra e disturbante allegoria sulla rigida educazione dei regimi totalitari, basati sulla manipolazione mentale e sulla repressione dello sviluppo individuale. Un’analogia perfettamente applicata dal padre-dittatore (Christos Stergioglou) che condanna i propri figli al completo isolamen-

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to, cresciuti come animali domestici all’interno di una casa-gabbia protetta da mura altissime, impossibili da oltrepassare se non con l’imminente perdita di un canino (da qui il titolo), prova di un’emancipazione che non arriverà mai. È un mondo fittizio quello che vivono questi giovani, bloccati in uno stato di infantilismo perenne: senza un nome né uno scopo, privi di qualsiasi contatto con il mondo esterno e ridotti a mera istintualità. L’affetto fraterno diventa così sopraffazione, il sesso (crudelmente indagato dallo sguardo cinico di Lanthimos) è possibile solo se pornografico, a pagamento (l’addetta alla sicurezza Christina è l’elemento estraneo che rischia di distruggere il malsano ecosistema familiare) o proibito dalla legge morale. Ciò che si sa del mondo esterno lo si apprende per trasgressione, attraverso deformi imitazioni del reale mutuate da vecchi film di genere (Rocky, Lo squalo, Flashdance), salvo poi essere severamente puniti. Ma questa regressione non si limita soltanto alla limitazione fisica, si espande anche nella sfera di un linguaggio epurato da qualsiasi riferimento potenzialmente scomodo o evasivo, fino ad alterare il significato stesso delle parole: per cui “mare” diviene una particolare tipologia di poltrona (“come quella che c’è in soggiorno”), “autostrada” un vento molto forte, “escursione” un materiale per produrre pavimenti, “carabina” un bellissimo uccello bianco, etc. Dal punto di vista tecnico, Lanthimos adotta uno stile sobrio e minimalista di scuola hanekeiana, in linea con l’immobilità delle esistenze che racconta: macchina da presa fissa, montaggio essenziale, rifiuto del campo-controcampo, ricerca maniacale della simmetria e degli spazi vuoti (con predominanza del bianco). In Dogtooh però, nulla viene


omesso e tutto viene mostrato senza mezze misure. Colpiscono gli improvvisi schizzi di sangue, le aggressioni e la violenza inconsulta che si staglia prepotentemente sullo schermo - esposte nella cornice rasserenante di un giardino perennemente baciato dal sole (e che la limpida fotografia di Thimios Bakatakis rende spaventosamente irreale) - che punta a scuotere e provocare lo spettatore.

Dogtooth non è un film surreale nel vero senso del termine. Non oltrepassa minimamente il senso di realtà. È un’opera che descrive una realtà altra rispetto a quella che conosciamo, una realtà che può apparire assurda e inconcepibile ma, da qualsiasi lato la si guardi, terribilmente possibile. Vincitore alla 62esima edizione del Festival di Cannes nella categoria Un Certain Regard, il

secondo lungometraggio del cineasta originario di Atene ha ottenuto inoltre una candidatura agli Oscar 2011 come miglior film straniero. Rimasto inedito in Italia, è stato distribuito a sorpresa nell’agosto del 2020 da Lucky Red (dopo più di dieci anni dalla sua prima uscita) e con annesso divieto ai minori di 18 anni. Alessio D’Angelo

di Edouard Deluc

GAUGUIN

Origine: Francia, 2017

emozioni forti e per certi versi anche ossessivo. Tehura asseconda ogni fantasia di Gauguin e lui la ricambia come può, con le sue attenzioni e il suo amore. Fino a quando la donna conosce Jotépha, un giovane del luogo, che diventa apprendista del maestro. Tra i due nasce una segreta complicità. Intanto Paul prova a vendere le sue tele tramite l’amico medico anche a Parigi, ma nessuno sembra interessato. Quando Paul si rende conto dell’infedeltà della moglie decide di trasferirsi con lei il più lontano possibile dal ragazzo e torna a Papeete. Stabilitosi in un villaggio, ormai ridotto in condizioni di estrema miseria, comincia a lavorare come mozzo al porto. Intanto tiene Tehura chiusa a chiave, per paura che scappi via. Jotépha grazie alle opere intagliate nel legno si è arricchito e arriva nel villaggio per riprendersi la sua amata. Gauguin, distrutto dall’abbandono di Tehura, getta la spugna e decide di ritornare in Francia.

Parigi, 1891. Paul Gauguin ha una moglie danese e cinque figli che non può mantenere. Sentendosi oppresso dall’atmosfera cittadina, dove non è rimasto più niente da dipingere, decide di partire nel tentativo di scoprire nuovi posti che possano risvegliare la sua ispirazione. La famiglia però decide di restare in Europa. La ricerca di paesaggi che stimolino la sua creatività lo porta sino in Polinesia, a Papeete, ma presto Gauguin si ritrova senza un soldo. Sopravvissuto a un infarto, trova un amico nel dottor Vallin, che di tanto in tanto lo va a trovare. Stabilitosi nel villaggio di Mataiera, il pittore riscopre la sua passione, ma anche se stesso. Vive in una capanna, libero, senza codici morali ed estetici. Nell’arco di due anni Gauguin mette a dura prova se stesso, sperimentando la fame e la povertà e vincendo la solitudine e la malattia. Ma Tahiti segna per l’artista un nuovo inizio, grazie anche alla coÈ sempre una difficile noscenza di Tehura, una giovane impresa fare il biopic di del posto che sposa e che diventa un pittore, ma la vita di la musa ispiratrice di gran parGauguin era troppo ricca te delle sue opere. Con la donna, per non tentare di nuomolto più giovane di lui, l’artista vo. Caratterizzato da uno spirito instaura un rapporto segnato da

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Produzione: NJJ Entertainment, Move Movie, StudioCanal Regia: Edouard Deluc Soggetto: Basato su “Noa Noa” di Paul Gauguin Sceneggiatura: Edouard Deluc, Etienne Comar, Thomas Lilti, Sarah Kaminsky Interpreti: Vincent Cassel (Paul Gauguin), Tuheï Adams (Tehura), Malik Zidi (Henri Vallin), Pua-Taï Hikutini (Jotepha), Pernille Bergendorff (Mette Gauguin), Marc Barbé (Stéphane Mallarmé), Scali Delpeyrat (Hector il mercante d’arte), Samuel Jouy (Emile Schuffenecker), Durata: 102’ Distribuzione: Draka Uscita: 17 settembre 2020

indomito e tormentato, un’anima visionaria e folle, Paul Gauguin aveva già ispirato infatti diversi film e documentari. Gli ultimi anni della vita del maestro furono a dir poco drammatici e controversi. Pittore di grande fama e celebrità, egli era però anche povero, tormentato e sempre più depresso da un senso di fallimento che fu alla base di quel viaggio a Tahiti scelto da Edouard Deluc come soggetto del suo film. Gauguin (Gauguin: Voyage de Tahiti) nasce infatti dalla scoperta di Noa Noa, il racconto illustrato che Gauguin produsse nel suo primo soggiorno a Tahiti dal 1891 al 1893. È un’opera letteraria di grande poesia, una sorta di


diario privato sulle sue esperienze tahitiane, in cui combina racconti, impressioni, pensieri, questioni politiche e artistiche, schizzi e acquerelli. La pellicola dunque appare come una sorta di dichiarazione d’amore per Tahiti e per la sua Eva. Da tutto quel materiale il regista ha cercato di tracciare il profilo di un personaggio anarchico, ma anche visionario e stimolante, alla ricerca di un sogno edonistico: liberarsi da tutte le convenzioni per tornare a una vita primigenia. Peccato però che la sceneggiatura resti abbastanza in superficie senza mai indagare a fondo nell’animo dell’artista. È così che il film vira prettamente sull’aspetto romantico, privando lo spettatore di una qualsiasi profondità. Non si fa cenno alla parte più oscura

della vita di Gauguin, come ad esempio il controverso legame con Vincent Van Gogh, alle contraddizioni che hanno contribuito a rendere così speciale l’arte di Gauguin, né all’epoca e al contesto in cui l’artista si muoveva. Anche lo sguardo del film sulle donne appare frettoloso: ragazze mute, cristallizzate nell’iconica immagine della buona selvaggia, come la bellissima Tehura, privata del diritto di parola, se non in qualche fuggevole scambio di battute con il protagonista. Misteriosa e affascinante, ma anche vittima di una dimensione egocentrica e possessiva, la donna diventa Musa ispiratrice, lì dove l’arte si trasforma in ancora di salvezza di un uomo che rifugge gli ideali di vita borghesi di una civiltà che egli vede come nemica. Menzione a parte per il lavoro sulla fotografia, che restituisce al film una dignità artistica: la luce del crepuscolo e le scene in notturna sono i momenti in cui le suggestioni e la poesia di quei luoghi riempiono gli occhi dello spettatore. La natura, i suoi colori, il fascino che essa esercita

di Nicolas Pariser

su Gauguin, è la protagonista assoluta. La giungla, il mare, le cascate sono contrapposti a una civiltà cromaticamente oscura e soffocante. Magistrale l’interpretazione di Vincent Cassel che, animato da una disperazione fisica assai calzante, è molto credibile nei panni del protagonista, soprattutto nei momenti più dolorosi di un uomo disperatamente solo. Barba lunga e capelli arruffati, l’attore per una volta abbandona il suo fascino e i panni del latin lover, per mettersi al servizio di un personaggio più complesso. Da apprezzare anche Tuheï Adams nei panni di una creatura affascinante, che sembra davvero uscita dai quadri di Gauguin. Nel volto e nel portamento c’è tutta la grazia e la malinconia delle donne tahitiane, consumate dal lento scorrere del tempo. Alla fine del film rimane però solo il pallido ricordo di quello che furono il genio e la follia di Gauguin e delle opere di quegli anni, rappresentazioni di una cultura in declino. Veronica Barteri

FAVOLACCE

Origine: Italia, Svizzera, 2020 Produzione: Agostino e Giuseppe Saccà per Pepito Produzioni con Rai Cinema, Amka Film, QMI, Vision Distribution Regia: Nicolas Pariser Soggetto e Sceneggiatura: Nicolas Pariser Interpreti: Elio Germano (Bruno Placido), Barbara Chichiarelli (Dalila Placido), Gabril Montesi (Amelio Guerrini), Max Malatesta (Pietro Rosa), Lino Musella (Professor Bernardini), Laura Borgioli (Ada Tartaglia), Giulia Melillo (Viola Rosa), Justin Korovkin (Geremia Guerrini), Giulietta Rebeggiani (Alessia Placido), Tommaso Di Cola (Dennis Placido), Max Tortora (voce narrante) Durata: 98’ Distribuzione: Vision Distribution Uscita: 11 maggio 2020

Il narratore trova il diario di una bambina (Alessia) che narra storie dell’uomo banale in cui egli si identifica. La storia che racconta è vera, ispirata a una storia falsa, non molto ispirata. A Spinaceto, una neonata è stata uccisa dai genitori, poi suicidatisi. La famiglia Placido vive in un quartiere periferico romano; Bruno, disoccupato in cerca di lavoro, fa leggere ai suoi figli Dennis e Alessia le loro pagelle colme di dieci (a parte il nove in condotta della bambina) davan-

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ti ai suoi vicini e amici Pietro e Susanna, la cui figlia, Viola, è costretta a recuperare delle insufficienze. Nonostante l’estate, la periferia è abitata da personaggi tristi e monotoni: i timidi bambini del quartiere, ignorati e incompresi dalle famiglie, e impegnati in un misterioso progetto scolastico; Vilma, giovane neomamma che passerà a riprendere la figlia, ancora in incubatrice, dopo l’estate; Bernardini, l’ambiguo insegnante dei ragazzi; Geremia, bambino chiuso


in se stesso che abita nel camper di suo padre Amelio. A cena Dennis rischia di strozzarsi, spaventando la famiglia ma incolpato dalla madre Dalila per aver fatto piangere il padre, per cui lo punisce sotto gli occhi e il sorriso maligno della sorella. Bruno compra una piscina prefabbricata, ma ogni giorno viene invasa dai figli dei vicini, per cui una notte la distrugge, dando la colpa agli zingari. Viola è costretta a radersi a zero per i pidocchi, presi, secondo Pietro, nella piscina dei Placido, che odia segretamente. Durante il compleanno di Viola, mentre Bruno e Pietro sono impegnati a fantasticare sessualmente su una delle mamme, desiderando di prenderla anche contro la sua volontà, la piccola Ada scopre del materiale pornografico nella cronologia del padre e chiede a Dennis di fare sesso. Dopo aver scoperto che Geremia ha il morbillo, Susanna chiede ad Amelio di far giocare il figlio con Viola, affinché possa trasmetterle la malattia e l’uomo accetta, nella speranza che i bambini facciano sesso, sebbene Geremia si limiti solo a delle semplici carezze. Nel frattempo, Ada porta Dennis nel bosco per fare sesso, ma il bambino fugge. Ricominciata la scuola, si viene a conoscenza che il progetto a cui i bambini stavano lavorando era la costruzione di una bomba per distruggere il quartiere; parti dell’ordigno sono rinvenute nella camera di Geremia e dei fratelli Placido, tanto che Dalila è costretta a chiamare gli artificieri mentre i figli sono al cinema. Infuriato, soprattutto per gli interrogativi di Dennis in merito a un’eventuale crisi tra i genitori, Bruno picchia violentemente il bambino. Bernardini viene rimpiazzato per aver dato le indicazioni agli allievi su come costruire la bomba, ma chiede di poter svolgere un’ultima lezione. Vilma sta per trasferirsi con il

fidanzato a Spinaceto per trovare lavoro e occuparsi della figlia, nonostante la disperazione per la svolta imprevista delle loro vite. Una mattina, i genitori del quartiere scoprono i cadaveri dei propri figli, avvelenatisi durante la notte, seguendo gli ultimi consigli di Bernardini. Il diario si conclude e il narratore torna alla monotonia estiva, scusandosi per questa storia insensata, amara e pessimistica; il pubblico avrebbe meritato un racconto più normale e realistico, non lo sfogo di un annoiato, per cui decide di ricominciare da zero. Amelio si trasferisce con Geremia a Casal Bruciato dal cugino, con cui si vanta per la maestria del figlio nel costruire la bomba. Il telegiornale riporta la notizia dell’omicidio di una neonata a Spinaceto, uccisa dalla madre, Vilma, e dal suo compagno, poi suicidatisi. Un dispregiativo in grammatica è un’alterazione peggiorativa che implica una valutazione con forte componente affettiva ma, al contempo, una presa di distanza rispetto al referente. Il dispregiativo diventa la poetica stessa di Favolacce e della sua messinscena, il cui punto di riferimento è ancora un (iper)realismo che, rispetto a La terra dell’abbastanza, vive una tensione costante verso un realismo magico, che non raggiunge mai, favorendo un parossismo che sembra rileggere I bambini ci guardano di De Sica con lo sguardo di Ferreri, rievocato soprattutto nella figura dell’insegnate che guida verso l’annientamento, unica possibilità di fuga da un’esistenza alienante, ricordando, quasi come le note dolci e malinconiche della ballata Passacaglia della vita dei titoli di coda, l’impossibilità di guarire e il bisogno di morire. Anche la regia si dimostra dispregiativa, al contempo vicina e straniata dalla realtà che osserva, alternando uno sguardo estrema-

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mente ravvicinato della macchia da presa (dettagli, primi e primissimi piani, per esempio per sottolineare lo sguardo terrorizzato di Dalila alla scoperta dell’ordigno, oppure la curiosità voyeuristica di Dennis nei confronti del corpo di Vilma) che, al contempo, sembra dimenticarsi dei propri personaggi in momenti drammaticamente concitanti, come l’esemplificativa sequenza della cena in cui Dennis rischia di soffocarsi, osservata in campo lungo, decentrando l’azione in maniera disinteressata, irrilevante rispetto al ghigno sardonico di Alessia, sottolineato dallo zoom sul suo sorriso. La sceneggiatura, premiata con l’orso d’argento a Berlino, prosegue per quadri, frammenti di attimi banali, casuali, priva di contrasti, monotona come i personaggi, immersi in un paesaggio bucolico ma in senso peggiorativo, fatto di prati soleggiati ma spogli e invasi da insetti, in cui l’acqua diventa un motivo costante dall’inizio di un film fatto di pioggia, piscine, mare, docce, sudore, lacrime, inquadrature subacquee, rievocando quella percezione liquida deleuziana che fa presa sulla transitorietà di una percezione instabile del soggetto su di sé, il farsi e il disfarsi della percezione stessa, la rottura dell’individuo che scioglie i suoi legami con la “solida terra”, dissolvendo la propria esistenza terrena, di cui rimane solo l’urlo straziante in fuoricampo dei superstiti di questa piccola e periferica catastrofe umana. Leonardo Magnante


di Xavier Giannoli

L’APPARIZIONE

Origine: Francia, 2018 Produzione: Olivier Delbosc per Curiosa Films, in Coproduzione con France 3 Cinéma, Gabriel Inc., Proximus, La Cinéfacture, Memento Films Production Regia: Xavier Giannoli Soggetto e Sceneggiatura: Xavier Giannoli, Jacques Fieschi (collaborazione), Marcia Romano (collaborazione) Interpreti: Vincent Lindon (Jacques), Galatéa Bellugi (Anna), Patrick d’Assumçao (Padre Borrodine), Anatole Taubman (Anton), Elina Löwensohn (Medico di Villeneuve), Claude Lévèque (Padre Gallois), Gerard Dessalles (Stéphane Mornay), Bruno Georis (Padre Ezéradot), Alicia Hava (Mériem), Candice Bouchet (Valérie) Durata: 140’ Distribuzione: Cinema Distribuzione Uscita: 11 ottobre 2018

Capitolo 1: Roma. Jacques, reporter di guerra che ha perso il suo amico e collega Christophe in Medio Oriente, si dirige in Vaticano, contattato dal Monsignore Vassillis, ammiratore del suo lavoro, per partecipare a una commissione per un’indagine canonica su Anna, ragazza che ha dichiarato di aver ricevuto diverse apparizioni della Vergine a Carbarat, in Francia. La cittadina ora è meta per fedeli da tutto il mondo e la veggente è protetta da Padre Borrodine, rifiutatosi di far analizzare la stoffa macchiata del sangue di Cristo, consegnata dalla Madonna. Capitolo 2: Il messaggero. La commissione interroga Anna, che

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afferma di essersi allontanata dalla Chiesa dopo essere rimasta orfana e affidata a un Centro Educativo, prima di sentire la chiamata a quindici anni, quando ha scritto a Padre Borrodine per prendere i voti. Ha avuto la sua prima apparizione a sedici anni in un sentiero, evento di cui ha parlato solo al sacerdote e per un anno è rimasto un segreto tra loro, prima della seconda apparizione; la Madonna l’ha scelta per fare del bene e per far costruire una nuova chiesa per suo Figlio. Capitolo 3: Anna. La ragazza è ormai un personaggio di rilievo nel mondo cattolico, tanto da ricevere le attenzioni di Anton Meyer, missionario amico di Borrodine, mediaticamente riconosciuto per i suoi viaggi in luoghi di celebri apparizioni; egli si occupa delle sue interviste, delle produzioni di nuovi oggetti sacri rappresentanti Anna e del progetto della nuova chiesa. Jacques scopre che, il giorno della prima apparizione, dal sentiero si sono udite le urla della giovane, nonostante non emergesse terrore dal suo racconto. Di nascosto, Anna si dirige in un centro commerciale dove incontra Joachim, amico del Centro Educativo, che le consegna delle lettere di una certa Mériem. Il consiglio non trova nulla di compromettente su Borrodine, che, sempre più isolato viste le sue tensioni con il vescovo, necessita del sostegno di Meyer. Capitolo 4: L’icona di Kazan. Cécile, ragazza che era nel Centro Educativo con Anna, racconta a Jacques che la giovane era amica di Mériem, in quanto entrambe orfane, ma non sa dove essa sia; Borrodine ha iniziato a proteggere Anna dopo la partenza della sua amica. La famiglia a cui Mériem venne affidata racconta che la giovane frequentava Pavel, ex milita28

re russo e che il suo obiettivo era viaggiare per il mondo insieme a lui; la famiglia mostra un regalo di Pavel, un frammento di un’icona bruciata raffigurante la Madonna di Kazan, l’altra metà di una tavola fotografata in passato da Christophe, il che sconvolge il protagonista. Anna si rifiuta di mangiare per giorni, in crisi con se stessa e oppressa dalla vicenda. Capitolo 5: Rivelazione. Jacques crede che la partenza di Mériem in concomitanza con le apparizioni non sia casuale e che sia stata fatta sparire. La commissione scopre che la reliquia non è altro che un pezzo di stoffa industriale, ma il sangue appartiene a un soggetto maschile, sulla trentina, AB positivo, gruppo sanguigno ritrovato su altre reliquie e che si crede appartenga a Cristo; Jacques scopre che anche Meyer è AB positivo, per cui crede che si tratti di un inganno. Anna fugge dal convento e si lascia morire di stenti; Borrodine, preso dai sensi di colpa, confessa a Jacques che Meyer, anima perduta come egli stesso, gli ha consegnato la stoffa. Capitolo 6: Mériem. Jacques invia al Monsignore la documentazione del caso e lo ringrazia per un’indagine che gli ha permesso di porsi delle domande più ampie grazie ad Anna. Egli torna in Medio Oriente e incontra Mériem, che gli confessa che è stata lei a ricevere l’apparizione e ad urlare ma, dal momento che voleva partire con Pavel e avere un figlio da lui, Anna si è sacrificata per lei. Pavel ha conosciuto Christophe, che aveva fotografato l’icona di Kazan in un monastero distrutto, raggiunto da Jacques per riportare l’icona.

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Xavier Giannoli dirige uno dei suoi film più personali, nato in un mo-


mento della vita colmo di interrogativi di carattere religioso, in parte conseguenti alla lettura di Faussaires de Dieu, inchiesta su impostori che hanno finto eventi soprannaturali, come apparizioni divine; l’obiettivo del film non è convincere gli spettatori dell’esistenza di tali fenomeni, ma neanche smentirli del tutto, lasciando quel dubbio che incombe anche sul personaggio di Jacques, doppio dell’autore stesso, la cui indagine sposa il percorso di crescita del regista. Il punto di vista della narrazione non è quello di un teologo, ma di un cineasta che, umilmente, indaga una verità umana sottesa al portato illusorio del reale, costretto ad accettare il dubbio e ad accoglierlo attraverso atti di

pura fede, incapaci di sciogliere il Mistero, vivendo della bellezza della sua apertura di senso. Questo viaggio, privo di cinismo, è ben interpretato da Vincent Lindon, che non dà vita al classico personaggio ateo che, per motivi personali, si mostra restio nei confronti del credo cattolico, svelandosi come essere umano che si muove per amore della verità e contro l’ingiustizia, ma senza manicheismo, il cui viaggio si conclude significativamente in una zona deserta e primordiale, laddove tutto è iniziato, dando alla narrazione una scansione ciclica. Il film però sembra non trovare, né diegeticamente né visivamente, una dimensione trascendentale e arcana, fondamentale per un thril-

ler spirituale, privo della venatura onirica di un Troppa grazia (con cui condivide delle affinità narrative) o di quell’alone metafisico che fa percepire la sua incidenza anche nella sua (apparente) invisibilità, tipico degli interrogativi sulla presenza del Bene in un film come L’esorcista; L’apparizione sembra privilegiare una diegesi mirata a complessificare le linee narrative in vista del colpo di scena finale piuttosto che lavorare su un linguaggio sospeso, concludendosi con un finale poco credibile, in cui la crescita di Jacques risulta artificiosa nell’enfatizzazione apportata dalla voice over e dalla colonna sonora. Leonardo Magnante

di Giulio Base

BAR GIUSEPPE Origine: Italia, 2019

In una landa desolata in Puglia Giuseppe e la moglie gestiscono un bar con annessa pompa di benzina. La moglie muore all’improvviso; Giuseppe, inizialmente, non sa cosa fare della sua vita. Ha due figli ma Nicola ha moglie e due bambini a cui deve provvdere grazie all’attività del suo forno; su Luigi, tossicodipendente, legato alla malavita locale e allo sfruttamento della prostituzione, non può proprio contare. Giuseppe è così costretto a trovare qualcuno che lo aiuti al bar: sceglie, tra i tanti senza lavoro che fanno la fila, la giovane Bikira, la ragazza di una famiglia di africani, in Italia senza soldi e senza occupazione. Tutto fila liscio perché lei è piena di buona volontà e voglia di lavorare e non le dispiace avere a che fare con un uomo così più vecchio di lei, a tal punto che il rapporto tra i due si consolida e si tra-

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sforma in un sentimento forte fino a che i due decidono di sposarsi. Le voci e i commenti nel paese sono pesanti ma Giuseppe non ci bada e non si muove di un centimetro neanche quando i figli, considerandolo un vecchio pazzo, cercano di fargli cambiare idea. Presto Bikira resta incinta, ma non sa neanche lei come sia successo, non avendo avuto rapporti con nessuno, nemmeno con il vecchio marito che non l’ha sfiorata. Giuseppe, inizialmente convinto che la ragazza abbia subito violenza oppure nasconda un legame con qualcuno della sua gente, si allontana da casa ma non trova una spiegazione neanche cercandola nella sana umanità di suo figlio Nicola e di sua moglie. Dopo un breve periodo di smarrimento, Giuseppe torna a casa a riabbracciare Bikira: il suo sentimento d’amore e d’accoglienza per i più deboli e poveri è troppo radicato per farlo perdere in inutili dettagli. 29

Produzione: Manuela Cacciamanni per One More Pictures, Rai Cinema Regia: Giulio Base Soggetto e Sceneggiatura: Giulio Base Interpreti: Nicola Nocella (Nicola), Ivano Marescotti (Giuseppe), Selene Caramazza (Selene), Virginia Diop (Bikira), Teodosio Barresi (U Vecchie), Michele Morrone (Luigi), Vito Mancini (Baffo), Ira Fronten (Madre di Bikira), Emanuel Dabone (Padre di Bikira), Grazia Daddario (Moglie di U Vecchie) Durata: 95’ Distribuzione: Rai Play Uscita: 28 maggio 2020

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Il mistero delle Sacre Scritture diventa una storia vissuta nel nostro sud


più profondo; una Palestina di oggi con i problemi, le crudeltà, le sofferenze di ieri, come se due millenni fossero passati invano o non fossero passati per niente. Allora l’unione di una giovane vergine con un vecchio artigiano dette origine alla svolta più clamorosa della storia dell’uomo. Forse si sentiva la necessità che un impero, apparentemente invincibile come quello romano, spietato e senza debolezze, fosse costretto a fermarsi davanti a un avversario grandioso fatto di sentimento, di giustizia e di pace.

Il regista Giulio Base conferisce al mistero di allora la possibilità di misurarsi oggi con un altro impero, quello del razzismo, del rifiuto dell’altro, della disperazione, della povertà. Naturalmente l’accostamento è ideato da un laico che una volta proposta l’idea si ferma e lascia lo spettatore libero di proseguire e definire la storia secondo la propria coscienza e la propria fantasia. Noi abbiamo preferito vedere in quell’abbraccio finale in cui Giuseppe si stringe a Bikira la cancellazione di ogni pregiudizio e di ogni ostilità, l’accoglienza disin-

di Rolando Ravello

teressata di un vecchio falegname nei confronti di chiunque bussi alla sua porta, non importa proveniente da dove o da chi. Ivano Marescotti continua ad asciugare il suo sistema espressivo nell’eliminazione di ogni movimento superfluo; la rarefazione del suo recitare si è consolidata ormai in un’espressione forte e delicata insieme. Virginia Diop usa tutta la sua acerba e giovane inesperienza per la sua umana e freschissima presenza scenica. Fabrizio Moresco

È PER IL TUO BENE

Origine: Italia, 2019 Produzione: Prodotto da Roberto Sessa per Picomedia, in Collaborazione con Medusa Film Regia: Rolando Ravello Soggetto: daremake del film Es por tu bien di Carlos Therón (2017) Sceneggiatura: Rolando Ravello, Fabio Bonifacci Interpreti: Marco Giallini (Arturo), Vincenzo Salemme (Antonio), Giuseppe Battiston (Sergio), Isabella Ferrari (Isabella), Valentina Lodovini (Paola), Claudia Pandolfi (Alice), Matilde Gioli (Valentina) Durata: 96’ Distribuzione: Medusa Uscita: 11 maggio 2020

Arturo, avvocato benestante, è al matrimonio della figlia Valentina insieme ai due cognati Sergio e Antonio, anche loro padri di due figlie. Tutto è pronto per le nozze. Ma la sposa, proprio al momento di entrare in chiesa, scappa con una ragazza nera che le ha appena dichiarato il suo amore. Intanto anche Antonio ha i suoi problemi: la moglie Paola lo informa che la figlia Marta si è fidanzata con un rapper. Anche Sergio viene a sapere dalla moglie Alice che la figlia Sara ha un nuovo fidanzato, un fotografo.

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Il giorno dopo, Arturo, Sergio e Antonio si impegnano a far scappare i fidanzati delle loro figlie. Le loro mogli, le tre sorelle Isabella, Paola e Alice, pensano invece di non conoscere affatto le proprie ragazze. Arturo affronta la figlia, la ragazza gli dice che lei deve cercare la sua felicità e vorrebbe invitare la sua compagna Alexia a cena. Marta dice al papà Antonio di essere innamorata del rapper Simone detto “il Biondo”. Nel frattempo Sergio resta scioccato nel vedere che il nuovo fidanzato della figlia è Luigi Poggi, un donnaiolo che conosce da tempo e che ha più o meno la sua età. Arturo è costretto a invitare a cena Alexia e scopre che la ragazza, militante ecologista, era stata aiutata dal suo studio legale per iniziativa di Valentina. Alla fine della serata, Isabella, conquistata dall’amore delle ragazze, consegna loro le chiavi dell’appartamento che era stato acquistato per la figlia. Le due ragazze dicono di volersi sposare per far avere la cittadinanza ad Alexia e avere un figlio. Anche Antonio invita a cena Simone facendo domande sulla 30

sua carriera di rapper ma inanellando una serie di gaffes. Il giorno dopo l’uomo scopre che sua figlia si è fatta le canne in casa insieme al Biondo. Sergio intanto manda in ospedale Luigi dopo averlo aggredito. I tre padri si riuniscono per concertare un piano d’azione. Pensano di corrompere il Biondo che è in cerca solo di soldi. Sergio gli telefona e gli offre 3.000 euro (che dovrà sborsare Arturo) affinché lasci Marta. Per quanto riguarda Luigi, pensano di farlo cadere in fallo con una escort. Ma le mogli ci mettono del loro. Alice caccia di casa Sergio dopo che l’uomo ha nuovamente preso a pugni Luigi mentre Paola si convince che Simone è un bravo ragazzo, sensibile e intelligente. Poco dopo Alice convince Sergio a chiedere scusa a Luigi portandolo all’inaugurazione della sua mostra fotografica; l’uomo gli chiede perdono ma subito dopo va su tutte le furie quando scopre che la modella di tutte le foto senza veli è la figlia. Sempre più preda di crisi di nervi, i tre padri giurano guerra ai fidanzati.


I tre pensano di inscenare un furto a casa di Arturo per poi far ricadere la colpa su Alexia. Poi vanno da un pusher per acquistare della droga per incastrare il Biondo e nascondono una telecamera nella borsa della escort che incontra Luigi per un servizio fotografico. Ma l’uomo non cade nella trappola. Dopo un pasticciato furto, Alexia viene arrestata, Valentina dice di non volerla più vedere. Poco dopo, Antonio litiga con i suoi complici perché non si sente appoggiato. Tornato a casa, l’uomo viene cacciato dalla moglie perché ha scoperto che aveva tentato di corrompere Simone. Antonio tenta allora di convincere la mamma del rapper che era stata trovata della droga nello zaino del figlio. Ma l’arrivo dei due ragazzi smaschera il piano di Antonio che aveva con sé solo della farina. Per riparare, Sergio va da Luigi e gli dà il benvenuto in famiglia. Poco dopo, a casa, Marta è in lacrime perché Luigi l’ha lasciata per colpa del padre dicendo che andrà in America a presentare la mostra da solo. Alice caccia di casa il marito. Tornato a casa, Arturo si accorge che ha combinato un grosso guaio ora che Alexia rischia l’espulsione e ha un principio di infarto. In ospedale, i tre uomini ammettono le loro colpe. Appena saputo che Alexia sta per essere espulsa, Arturo si precipita in aeroporto. Anche Sergio va dalla figlia e la invita a correre in aeroporto con lui perché Luigi è pazzo di lei. Nel frattempo Antonio difende Simone da un’irruzione della polizia nel suo covo di musica rap. All’aeroporto Arturo riesce a evitare il rimpatrio di Alexia autoaccusandosi del furto mentre Sergio riesce a far riconciliare Luigi e Marta facendoli partire insieme. Arturo dal carcere fa il discorso in diretta web per il matrimonio di Valentina e Alexia.

“Non sposate le nostre figlie!”: questo potrebbe essere il sottotitolo di questa commedia, parafrasando il titolo di un divertente film francese di qualche anno fa. A dire il vero È per il tuo bene, anche se sembra essere una sorta di prequel italiano della citata commedia interpretata da Christian Clavier (dove quattro figlie fanno quattro matrimoni non proprio graditi ai genitori conservatori e un filino razzisti), è il remake firmato Rolando Ravello della pellicola spagnola Es por tu bien diretta da Carlos Théron nel 2017. Tre padri contro tre figlie che si innamorano di persone sbagliate (almeno agli occhi degli iper protettivi papà): una infatti diserta un matrimonio a due passi dall’altare per scappare con una ragazza nera, vegana ed ecologista militante, un’altra si innamora di un fotografo dongiovanni che ha quasi l’età di suo padre (e posa nuda per lui), la terza si fidanza con un rapper. Insomma, nulla di gradito a tre padri borghesi a caccia della buona sistemazione per le figlie: e meno male che ci sono le mamme! Più mature, oculate e capaci di andare oltre le apparenze per arrivare al cuore. Tra una gag e l’altra nel film sembra esserci un tentativo di inserire temi sociali tra un innamoramento e l’altro: l’omosessualità, l’integrazione razziale, le relazioni fra diverse generazioni, rabbia giovanile. Ma si tratta di problemi solo accennati e poco approfonditi, perché alla fine tutto è ricoperto dalla solita spruzzata di buoni sentimenti che anima il classico happy end. Certo a guardarli in azione (e a sentirli parlare) i tre padri appaiono una perfetta incarnazione del maschio medio italiano: tradizionalisti e un po’ reazionari se paragonati alle mogli di più sag-

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ge e aperte vedute. Le reazioni di fronte a figlie lesbiche o fidanzate con rapper ossigenati fanno apparire i tre maschi come vittime predestinate a soccombere in un inno alla forza delle donne (madri e figlie compongono un bel gruppetto di femmine vincenti e volitive). Perdenti o meno, sono comunque i tre uomini a tenere il pallino della comicità. I momenti che strappano qualche risata sono affidati unicamente alla bravura dei tre attori protagonisti: un Giallini avvocato benestante, un Salemme poliziotto napoletano e un focoso Battiston incapace di contare fino a dieci prima di sfogare la sua ira. Le scene più buffe sono quelle che coinvolgono i tre padri in situazioni rocambolesche al fine di incastrare i tre partner sbagliati delle loro adorate bambine. E ovviamente combineranno un pasticcio dietro l’altro. Certo la commedia di Ravello (qui alla sua quarta prova da regista) è messa in scena con uno stile divenuto un po’ troppo consueto per un certo tipo di ambientazione romana, borghese e corale. Ma le tre storie sono ben intrecciate (la sceneggiatura porta la firma dello stesso Ravello insieme a Fabio Bonifacci), così come le gag dei tre padri. Tra queste spiccano la scena nel bagno della scuola inseguiti da una bidella, l’incontro con il pusher per l’acquisto della droga e quello con il ricettatore-sfasciacarrozze.


Non c’è che dire, le doti comiche del trio di attori protagonisti è il punto di forza del film: e se un Giallini avvocato che si sente minacciato nel suo status borghese da una figlia lesbica che si inna-

mora di una ragazza nera fa egregiamente la sua parte, non sono da meno un Salemme poliziotto impacciato alle prese con droga e musica trap e un inedito Battiston nel ruolo di un padre (e marito) troppo

di Christophe Honoré Origine: Francia, Belgio, Lussemburgo, 2019 Produzione: Philippe Martin, David Thion Per Les Films Pelléas; Coprodotto Scope Pictures, Bidibul Productions Regia: Christophe Honoré Soggetto e Sceneggiatura: Christophe Honoré Interpreti: Chiara Mastroianni (Maria), Vincent Lacoste (Richard a 25 anni), Camille Cottin (Irène Haffner), Benjamin Biolay (Richard), Stéphane roger (la Coscienza), Carole Bouquet (Partecipazione straordinaria) Durata: 86’ Distribuzione: Officine Ubu Uscita: 20 febbraio 2020

Maria e Richard sono sposati da vent’anni. Una sera, guardando un messaggio sul cellulare, Richard scopre che la moglie lo tradisce con un ragazzo molto più giovane, un suo allievo di nome Asdrubal. Dopo un breve confronto, Maria decide di lasciare il loro appartamento e di trasferirsi nella camera 212 dell’hotel di fronte. Da qui la donna può osservare discretamente il marito. Maria inizia a ricevere visite di diversi personaggi del suo passato. Il primo che si presenta nella stanza è Richard all’età di venticinque anni, un uomo molto diverso, pieno dell’entusiasmo della sua giovane età. Maria gli chiede perché ha smesso di suonare il piano, un suono che la faceva sussultare, lui le chiede perché con gli anni è diventata così avida e organizzata, ora è triste, cinica, egoista, tutta la sua vita ruota at-

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sanguigno (il suo ménage con la moglie Claudia Pandolfi tra l’altro è quello meno scontato dei tre e regala le scene più riuscite del film). Elena Bartoni

L’HOTEL DEGLI AMORI SMARRITI torno a un benessere temporaneo. Maria fa l’amore con il giovane Richard. Il giorno dopo nella stanza 212 sopraggiunge Irene Haffner, la maestra di pianoforte e primo amore di Richard: per la donna fu un dolore accettare la separazione. Lei lo lasciò quando lui conobbe Maria. Irene si chiede se l’uomo avrebbe potuto essere più felice con lei che gli avrebbe dato i figli che voleva. Per Irene si apre una speranza. La donna attraversa la strada e va da Richard. Intanto nella stanza 212 arriva la madre che le fa la lista di tutti gli amanti che lei aveva avuto dopo il matrimonio. Nell’appartamento Irene si mette a suonare il piano per Richard. Poi appare un bambino, incarnazione di quel figlio che lei avrebbe voluto dargli. Nella stanza di Maria appare una figura maschile che dice di essere la sua Volontà e di essere lì per dare una spinta alle sue emozioni. Sotto l’hotel appare Asdrubal che chiama Maria dicendole di voler salire anche se lei non vuole; la Volontà interviene dicendo al ragazzo il numero della stanza. Dopo aver visto apparire nella camera il gran numero di amanti che Maria ha avuto negli anni (ai quali sta per aggiungersi Asdrubal), il giovane Richard dice alla donna che il numero 212 è l’articolo del codice civile che enuncia che il dovere di una coppia è darsi rispetto, fedeltà, soccorso e assistenza. 32

Nell’appartamento di fronte Richard dice a Irene che non l’ha mai amata e confessa di amare ancora Maria. Irene si allontana con il bambino e sul pianerottolo incontra Maria. Richard si reca nella stanza 212 e incontra se stesso da giovane credendo che sia Asdrubal. Il giovane dice di essere l’amante che va a letto con Maria. Ma Richard non riconosce sé stesso da giovane. Maria va in una casa al mare dove incontra Irene anziana. Irene e Maria si recano nel bar sotto casa, i due Richard le raggiungono. Una musica parte dal piano di Irene e poi si diffonde nel locale. L’appartamento di fronte è in fiamme, tutti e quattro i personaggi ballano e poi si scambiano le coppie. Scende la notte. Il mattino dopo Marie e Richard si incontrano nella strada sotto casa. Lei racconta di aver dormito nell’hotel lì di fronte, lui osserva che le ha dormito accanto. Richard dice che sta per andare a fare colazione al bar e la invita ad andare con lui, ma Maria dice che deve andare via. Poi Richard le chiede se quella sera tornerà a casa, Maria dice di si. Chambre 212, il titolo originale del film dice tutto. Il numero non è casuale e si riferisce all’articolo del codice civile che recita che i coniugi si devono rispetto, fedeltà, soccorso, assistenza.

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Una coppia sposata è al centro di questo film che Christophe Honoré ha presentato al Festival di Cannes 2019 nella sezione Un Certain Regard. Due coniugi, un appartamento, una stanza nell’hotel di fronte e una sola notte. Su questo scenario si innesta un racconto che gioca con lo spazio e con il tempo ricomponendo la storia di un amore. Il passato e il presente, lo scorrere inesorabile del tempo, visi e corpi che cambiano, ma non solo. Una strada che separa due finestre e in mezzo le tante strade di un amore, le infinite possibilità di una vita. Il regista Christophe Honoré ha detto di aver tratto ispirazione per L’hotel degli amori smarriti (un titolo italiano per una volta evocativo anche se meno incisivo dell’originale) da un altro film che non ha mai girato, Les Fleurs. Honoré aveva in mente una storia ambientata durante l’occupazione e fino agli anni Cinquanta. Riassumendo alcuni elementi della vicenda il regista ha osservato: “c’era un pittore immaginario, un pianoforte, la regione della Picardia, l’Opéra Garnier e due personaggi femminili che custodivano un segreto inaccessibile”. Il regista aveva poi rinunciato a quel soggetto dopo l’uscita di Plaire, aimer et courir vite del 2018 presentato in concorso al Festival di Cannes. Ma nella mente del poliedrico Honoré (che oltre a dirigere film è anche scrittore di romanzi, testi teatrali, nonché regista di drammi e opere liriche) qualcosa di quel vecchio soggetto restava vivo. Una domanda ricorreva nella sua mente: quanti cineasti si sono interessati al tema della conversazione coniugale?” Honoré stesso ha ammesso che la scrittura de L’hotel degli amori smarriti è stata accompagnata dalla visione di diversi film di Sacha Guitry, Ing-

mar Bergman, Woody Allen, registi dai quali ha preso ispirazione e che vengono ringraziati nei titoli di coda. Ed ecco la finzione, il racconto coniugale che prende le mosse dalla stanza di un appartamento per trasferirsi nella camera di un hotel proprio di fronte: da questo punto avviene una moltiplicazione di personaggi e di luoghi. Maria, la protagonista, scopre di avere un dono che le permette di vedere che attorno a lei ci sono molte più persone di quelle che credeva: suo marito Richard è anche il Richard suo giovane fidanzato, il suo amante Asdrubal è anche tutti i suoi amanti in una sola persona, la sua rivale Irene è anche Irene come modello della sua vita futura. Per questo Maria attraversa la strada: per sperare in una nuova prospettiva, di vedersi dall’esterno, di vedere il suo matrimonio dall’alto, ma diventa quasi prigioniera di segnali più o meno insidiosi che deve interpretare. Il film è la messa in scena dei pensieri della protagonista, un’opera introspettiva, un bilancio nel mezzo della storia ventennale di una coppia condita di canzoni leggere e suadenti. Il punto di forza principale della pellicola è nel corto circuito spazio-temporale che si innesca quando Irene, insegnante di piano e vecchia fiamma del giovane Richard, attraversa la strada (in senso inverso a quello che ha fatto Maria) e va dal maturo Richard rimasto solo nell’appartamento coniugale. Quattro personaggi cardine e una doppia coppia: da un lato Irene (ancora giovane come vent’anni prima) e il Richard di oggi, e dall’altro nella stanza 212 Maria di oggi con il Richard giovane. Ed ecco le riflessioni parallele (condite dall’apparizione di una personificazione della Volontà di Maria nei panni di un signore somigliante a Char33

les Aznavour) che avvengono nelle due stanze, fino al finale nel bar di sotto. Intelligente e complessa riflessione sul tempo che passa, sulla passione che si spegne, sui segni che il tempo lascia sul corpo e nell’anima, L’hotel degli amori smarriti è un originale balletto intorno al tema dell’amore e del sesso. L’opera appare come una complessa seduta di autoanalisi tenuta insieme dalla sapiente mano del regista (l’intreccio di piani temporali era materiale rischioso). Honoré padroneggia bene la materia e tiene le redini della narrazione fino alla fine, intersecando realtà e fantasia e raccontando la volatilità del desiderio, l’accendersi della passione e l’importanza della memoria: “perché non è dal presente ma dal passato che facciamo risalire le rassicurazioni di un amore”. Perché il senso di un individuo, l’identità di se stesso, è racchiuso dalla sua memoria. Ed è bello perdersi nell’atmosfera creata da brani musicali avvolgenti come “Désormais” di Charles Aznavour, “Full Moon and Empty Arms” di Caterina Valente, “Nous dormirons ensemble” di Jean Ferrat fino alla coinvolgente “Could it be magic” di Barry Manilow: una chicca che impreziosisce la vibrante e commovente danza d’amore finale. Elena Bartoni


di Fatih Akin

IL MOSTRO DI ST. PAULI

Origine: Germania, Francia, 2019 Produzione: Nurhan Sekerci-Porst, Fatih Akın, Herman Weigel, Bombero International Regia: Fatih Akin Soggetto: dal romanzo “Der goldene Handschuh” di Heinz Strunk Sceneggiatura: Fatih Akin Interpreti: Jonas Dassler (Fritz Honka), Margarete Tiesel (Garda Voss), Hark Bohm (Doornkat-Max), Marc Hosemann (Siggi Honka), Martina Eitner (Frida), Adam Bousdoukos (Lefteris), Katja Studt (Helga Denningsen), Jessica Kosmalla (Ruth), Tilla Krachtovil (Inge), Barbara Krabbe (Anna), Uwe Rohde (Herbert Nürnberg), Heinz Strunk (Veterano), Victoria Trauttmansdorff (Gisela), Greta Sophie Schmidt (Petra Schulz), Dirk Böhling (Il soldato Nobert), Lars Nagel (Nasen-Ernie), Tristan Göbel (Willi) Durata: 115’ Distribuzione: Bim Disribuzione Uscita: 29 agosto 2019

Amburgo. Quartiere di St. Pauli, primi anni Settanta: un’area malfamata frequentata da alcolizzati, prostitute, giocatori d’azzardo e altri reietti della società. Tra questi troviamo anche Fritz Honka (detto “Fiete”), un uomo ambiguo dall’aspetto deforme e ripugnante. Ha un lavoro fisso in fabbrica e vive in un piccolo attico nel più totale degrado; per spezzare la routine quotidiana, trascorre gran parte delle giornate a bere e ubriacarsi in un sudicio pub chiamato “Zum Goldenen Handschuh” dove cerca di adescare donne anziane e sole. Un giorno, Fritz, dopo aver tentato, inutilmente, di avere un rapporto sessuale con una di loro (è

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impotente), la uccide e fa a pezzi il suo corpo; per non destare sospetti, dissemina parti del cadavere in vari punti del quartiere vicino alla sua abitazione. Poi però, a causa della sua gracile corporatura (e per indolenza), l’uomo inizia a conservare (da qui in avanti) le membra di tutte le donne uccise all’interno di uno sgabuzzino, tentando inoltre di mascherare il fetore nauseabondo di putrefazione con grosse quantità di deodorante e arbre magique al pino selvatico. Quattro anni dopo, Fritz conduce a casa sua Gerda Voss, un’anziana donna viennese conosciuta all’interno del suo locale abituale, il “Zum Goldenen Handschuh”. Dopo averla fatta bere, l’uomo costringe la donna a fare sesso, ma, non riuscendo ad ottenere un’erezione, la usa violenza. Il giorno seguente, Fritz, al rientro dal lavoro, trova ancora Gerda a casa sua, pur avendola obbligata ad andarsene; colto da uno scatto d’ira, l’uomo picchia ferocemente la donna per cacciarla via, ma, dopo aver notato la casa riordinata e ripulita, decide di farla restare. Quindi Fritz convince Gerda a firmare un contratto che la costringe a divenire sua schiava; inoltre, quest’ultima, secondo l’accordo, deve presentargli anche la figlia Rosi di trent’anni per fare sesso con lui. Un giorno però, Gerda lascia Fritz a seguito delle sue continue umiliazioni e viene portata via da Gisela, una maggiore dell’esercito della salvezza che le promette una vita migliore. In preda alla rabbia, l’uomo attira con sé due vecchie donne ubriache, Anna e Inge, per costringerle a fare sesso con lui; ma una di loro, accortasi del pericolo, si rifiuta e fugge via, mentre Anna, rimasta ancora dentro casa, viene violentata e uccisa da Fritz. 34

In seguito, Fritz, dopo essere stato investito da un’auto, decide di riconsiderare la sua vita e smette di bere. Trova lavoro come guardiano notturno presso un grosso stabilimento di uffici e qui fa conoscenza con la donna delle pulizie Helga Denningsen e suo marito Erich. L’uomo si innamora di Helga e ricomincia a bere e ad ubriacarsi; poi tenta di stuprare la donna ma quest’ultima riesce a respingerlo e a scappare via da lui. Tornato nuovamente al “Zum Goldenen Handschuh”, Fritz viene attratto da Frida, un’ex prostituta e reduce da un campo di concentramento nazista; dopo averla portata a letto, l’uomo la picchia a causa di una mancata erezione ma, in seguito, quando questa tenta di derubarlo, l’uomo la strangola e la uccide, colpendola ripetutamente con diverse bottiglie di brandy. Successivamente, Fritz, inizia a pedinare Petra, una giovane e affascinante studentessa liceale per la quale nutre un’irrefrenabile eccitazione sessuale. Il suo scellerato tentativo di adescarla però, fallisce miserevolmente quando scopre che è scoppiato un grosso incendio nel condominio dove risiede. Al suo arrivo, i vigili del fuoco rinvengono numerosi corpi in stato di decomposizione e Fritz viene immediatamente arrestato dalla polizia locale. Presentato in concorso al Festival internazionale del cinema di Berlino, Il mostro di St. Pauli segna la prima incursione al genere horror di Fatih Akın (La sposa turca, Soul Kitchen) con un’opera violenta, marcia, malata e cattiva come poche che - pren-

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dendo le mosse dal pluripremiato romanzo Der Goldene Handschuh di Heinz Strunk - narra, senza edulcorare nulla, la vera storia del serial killer tedesco Fritz Honka, autore di almeno quattro omicidi ai danni di attempate prostitute adescate nel quartiere a luci rosse di Amburgo, tra il 1970 e il 1975. Akın però, non è interessato a descrivere le “origini” di tale disumanità né tantomeno fornire un accurato profilo psicologico del protagonista (come spesso accade in tanto cinema coevo sui serial killer). Quello che mostra, è invece il ritratto di un uomo ripugnante dai raptus violenti (verbali e fisici), ossessionato dal sesso e deturpato dall’alcol che - attraverso la strabiliante interpretazione di un irriconoscibile Jonas Dassier (Opera senza nome) - diviene lo specchio del degrado umano e di una società derelitta pronta a esplodere (lontano) dalla sua aberrante quotidianità. Nonostante l’ausilio di una sceneggiatura ripetitiva e priva di una vera struttura narrativa, il film colpisce - oltre che per la brutale messa in scena della violenza (quasi splatter) - per il magistrale lavoro sceno-

grafico, tra cui spicca la dettagliata e fedele ricostruzione del minuscolo appartamento dove viveva Honka (tappezzata da riviste porno, bottiglie di liquori, bambole, montagne di mozziconi), e per l’ottima fotografia (dai toni acidi e accesi) di Rainer Klausmann che restituiscono un alone di massima degenza visiva e morale alla vicenda. Sicuramente, in termini di paragone, sorge spontaneo riscontrare una certa affinità con La casa di Jack di Lars Von Trier, in cui l’approccio iper-realistico privo di compromessi - fulcro narrativo per entrambi i film - è fortemente legato alla declinazione cinica e crudele del serial killer. Ma se nel primo, la cerebralità e l’apparato concettuale (l’omicidio non a caso è rappresentato come una possibile forma d’arte), prevalgono sul materiale narrato, fino a trasfigurarlo ne Il mostro di St. Pauli domina invece un estetismo del “brutto” tendente al grottesco, ma allo stesso tempo estremamente naturalistico dell’orrido raccontato. Basti pensare alle scene di omicidio (tutte claustrofobiche) o ai corpi grassi e informi delle vittime per farci un’idea del livello raggiunto.

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Alessio D’Angelo

di Olivier Masset-Depasse

L’ETÀ GIOVANE Una città imprecisata del Belgio, oggi. Ahmed è un arabo tredicenne che vive con la madre e i fratelli; mentre però la sua famiglia, pur mantenendo la propria identità religiosa, si è integrata nella vita dell’occidente, lui è completamente plagiato dall’imam Youssouf della locale moschea. Questi è riuscito a fare del ragazzo un integralista fanatico a tutti gli effetti che segue in maniera ossessiva i dettami del corano, gli orari della preghiera, che fa continue abluzioni per purificarsi dei contatti con gli impuri come

Il regista inoltre, ha il pregio di saper tratteggiare - con la spietata lucidità dell’entomologo e la veridicità del cronista - il volto più oscuro della Germania post-nazista (in piena crisi sociale e sull’orlo della disoccupazione), mediante la caratterizzazione di una sequela di personaggi che gravitano attorno al “Der Goldene Handschuh”: ritrovo prediletto di ubriaconi e reietti della peggior specie che cercano disperatamente un modo per evadere dalle loro miserevoli vite. Eppure, all’interno di questo quadro desolante c’è anche spazio per un’ideale di bellezza femminile (dipinto attraverso le forme conturbanti della bella Greta Sophie Schmidt) che - oltre a intersecarsi come sottotrama fantasiosa all’interno della storyline - diviene metafora del sogno magico e impossibile di Honka verso un mondo a lui estraneo. Ma è solo un illusione. Non sembra esserci alcun desiderio di rivalsa o riabilitazione nell’amara visione di Akın. Tutto marcisce e la morte rimane forse l’unica via di salvezza.

donne e animali, che venera la figura del cugino ucciso durante un attentato in Medio Oriente e considerato un martire. Tutti quelli che sono intorno al ragazzo cercano di calmare la sua intransigenza, moderare la sua intolleranza ma senza successo. Neanche la sua insegnante di arabo può nulla contro la determinazione di Ahmed che, anzi, convinto che lei, con la sua vita all’occidentale, sia da considerarsi ormai un’infedele, cerca di ucciderla. Fortunatamente il tentativo maldestro, compiuto con un coltello da cucina preso in casa, va a vuoto e l’insegnante riesce a fuggire. 35

Origine: Belgio, Francia, 2019 Produzione: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne per Centre du Cinéma et de L’Audiovisuel de la Fédération WallonieBruxelles Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne Soggetto e Sceneggiatura: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne Interpreti: Idir Ben Addi (Ahmed), Claire Bodson (Mamma di Ahmed) Olivier Bonnaud (Educatore), Myriem Akheddiou (Inès), Othmane Moumen (Imam Youssouf), Victoria Bluck (Louise), Laurent Caron (Mathieu), Amine Hamidou (Rachid), Marc Zinga (Giudice), Eva Zingaro-Meyer (Psicologa) Durata: 90’ Distribuzione: Bim Uscita: 31 ottobre 2019


La conseguenza è che l’imam è arrestato e Ahmed avviato in un centro di recupero in campagna, dove, a contatto con disponibili educatori e un’attività agreste, dovrebbe compiere un percorso di recupero. I tentativi sembrano però destinati al fallimento. Neanche la conoscenza con una ragazza, Louise, a cui Ahmed piace molto e che suscita un bacio fugace, considerato subito un atto impuro, può fare qualcosa. Lui vuole ancora uccidere la sua insegnante: fugge dal centro ma nel tentativo di entrare in casa di lei attraverso una finestra dei piani alti, precipita al suolo ferendosi gravemente. È la stessa insegnante a chiamare l’ambulanza per tentare di salvarlo. Sappiamo che la cinematografia dei fratelli Dardenne si è sempre dedicata ad approfondire temi sociali, miserie quotidiane e angosce esistenziali con una speciale sensibilità verso il documentario (ne hanno girati una quarantina, forti della loro provenienza dalle città industriali del Belgio e dall’ambiente operaio della loro infanzia). In questo film i due registi sposta-

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no il loro sguardo di cineasti dalla povertà di una condizione umana e ambientale all’alienazione di un nucleo postindustriale reso ancora più problematico da valenze male intese d’integralismo religioso. D’altra parte è la nuova conflittualità sociale: la forte avanzata migratoria dai paesi dell’Islam si è stabilizzata in tante città del Nord Europa creando non pochi problemi di convivenza con i locali e d’integrazione con costumi e abitudini spesso non accettate e mal sopportate. Sono gli stessi Dardenne a dire, in una bella intervista rilasciata a Cannes 2019 per la presentazione del loro film che: “...se il nostro cinema è conosciuto come quello che guarda il mondo, cerca di fare luce, di aprire un dibattito su argomenti importanti, ci siamo detti che non potevamo chiamarci fuori da questa fase della nostra storia...” (il riferimento era rivolto agli attentati nell’area metropolitana di Bruxelles del 2016); “...con il cinema cercavamo di capire se e come si poteva uscire da questo fanatismo”. Questo è il punto. Quel tentativo di uscire dalla situazione difficile imposta dal destino che nei film dei due fratelli cineasti si realizzava (si sublimava, quasi) in un vero riscatto morale, qui in cosa si è trasformato, da cosa è stato sostituito? Quale obiettivo si sono posti i Dardenne nel seguire passo dopo passo le azioni del giovane Ahmed, standogli accanto in tanti momenti con la loro amatissima macchina a mano?

di Olivier Masset-Depasse Origine: Francia, Belgio, 2018 Produzione: Jacques-Henri Bronckart, Olivier Bronckart Regia: Olivier Masset-Depasse Soggetto e Sceneggiatura: Barbara Abel Interpreti: Veerle Baetens (Alice Brunelle), Anne Coesens (Céline Geniot), Mehdi Nebbou (Simon Brunelle), Arieh Worthalter (Damien Geniot), Jules Lefebvres (Theo), Luan Adam (Maxime), André Pasquasy (Dottore) Durata: 97’ Distribuzione: Teodora Film Uscita: 27 febbraio 2020

Da quello che abbiamo visto non c’è un riscatto morale. I pur disponibili educatori, gli organizzatori dell’impianto sociale della città, il forte equilibrio dell’insegnante oggetto del desiderio omicida di Ahmed, nulla possono fare per risolvere lo scontro che non è solo di persone ma di civiltà. I Dardenne vogliono forse dirci che non è possibile ipotizzare una società in cui diverse religioni, diverse culture, posizioni umane diverse, possano convivere in un nuovo equilibrio di civiltà? Soprattutto quando uno dei due “sfidanti interlocutori” non sente ragioni nel considerare l’altro da sé un infedele? Perché questo è il centro nevralgico della storia dei Dardenne che elimina ogni possibilità di ricostruzione umana e considera infruttuoso ogni percorso di redenzione. La stessa caduta di Ahmed nel suo tentativo di entrare nella casa dove poter uccidere l’insegnante non sembra un fatto doloroso con relativa richiesta d’aiuto: piuttosto un estremo atto di ribellione, un estremo desiderio di solitudine offensiva nei confronti di chi accorre, in questo caso l’insegnante, di cui non si vuole il soccorso ma solo la punizione feroce per essere dal lato degli infedeli. Se invece i Dardenne volevano fare riflettere sull’impossibilità sofferta e sofferente dell’incomunicabilità tra due mondi dobbiamo dire che ci sono riusciti. Fabrizio Moresco

DOPPIO SOSPETTO Una cittadina qualsiasi del Belgio, anni ’60. In una villetta bi-familiare vivono due famiglie molto amiche, molto unite. Alice e Céline sono le due donne che guidano la loro vita borghese, l’amicizia dei loro figli adolescenti, Theo e Maxime, la compagnia dei loro mariti, non particolarmente importanti.

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Un giorno un fulmine arriva a distruggere tutto questo: Maxime, sporgendosi dalla finestra della sua camera da letto per recuperare il gatto in fuga sui tetti, cade al suolo e muore. Da questo momento le cose non sono più come prima: Céline sembra rimproverare la sua amica per


non avere vigilato abbastanza - lei era in giardino alle prese con i suoi fiori - addossandole così la responsabilità della morte del figlio. L’atteggiamento di Céline prende una strada sempre più manifesta: un’ossessione che la porta a odiare i suoi vicini per un figlio che loro hanno e che lei non ha più e che le fa perdere definitivamente l’equilibrio. La suocera di Alice, durante una festicciola in giardino, pronuncia una frase non troppo felice che Céline si lega al dito: sostituisce le pastiglie che l’anziana signora prende per alleviare i suoi disturbi al cuore tanto che questa, durante un passaggio in auto, ha un infarto e muore. Alice sospetta qualcosa e chiede l’autopsia della suocera che rivela che la cura era stata interrotta e dunque le pastiglie sostituite. Ormai la strada è presa, Céline non si ferma più: uccide il marito (che voleva calmare l’ossessione della moglie) facendo passare la cosa per un suicidio. In seguito addormenta Theo con il cloroformio e poi Alice e il marito con un sonnifero nel whiskey: completa l’opera aprendo il tubo del gas e uccidendo i suoi vicini in uno scenario presto definito, anche qui, come suicidio. Si giunge così al finale: Céline è in tribunale dove ottiene da un giudice, forse un po’ troppo sbrigativo, l’affidamento del giovane Theo. Céline e Theo sono ora su una spiaggia. Ridono, scherzano, si rincorrono con gioia; Céline ha, finalmente e un’altra volta, un figlio tutto suo.

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Nel lindore vive la sporcizia più grassa; nella serenità attende in agguato una bestia tremenda pronta a risvegliarsi dal suo apparente torpore e manifestarsi nelle sue forme più insane: il sospetto, la menzogna, il tradimento, l’angoscia, la vendetta, l’odio, l’assassinio. Due grandi maestri come Hitchcock e Chabrol s’impadronirono di queste dinamiche per regalarci dei capolavori basati sul dubbio patologico, sul meccanismo conflittuale tra normalità e follia, sul tormento oscuro insito nel profondo di ognuno, capace di manifestarsi in maniera imprevedibile, sadica, persecutoria. Il regista Olivier Masset-De Passe dirige con grande maestria questa storia che distilla veleno scena dopo scena e coinvolge lo spettatore e i personaggi in un gorgo che trascina in basso verso l’incubo. Due sono i pilastri fondamentali della paranoia presentata dal cineasta: la storia basata esclusivamente su una dimensione femminile, sul rapporto tra due donne e l’ambientazione casalinga che inquadra il racconto. Due donne, due amiche che mostrano dall’inizio del film il fascino della loro ambigua normalità nell’utilizzare discorsi, dialoghi e sorrisi su famiglia, scuola, bambini che più semplici non si può ma proprio per questo capaci di nascondere qualcosa di devastante. Due madri pronte a incupirsi in uno sguardo, in un atteggiamento convulso che svela

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Fabrizio Moresco

di Federico Bondi

DAFNE Dafne è un’esuberante trentacinquenne affetta dalla sindrome di down che venera il lavoro e odia le vacanze perché, a sua detta, ‘durante le vacanze succede sempre qualcosa di brutto’. Durante ferie in campeggio Daf-

la possibilità di essere diverse se il possesso di quanto a loro appartiene (un figlio) mostra, offensivamente, il benché minimo cedimento, figurarsi la morte. L’ambiente, stanze da letto, salotti, giardini è perfetto nella sua confezione anni ‘60, colorato quel che basta, elegante ma non troppo; è impreziosito dall’abbigliamento delle due protagoniste, gonne, tailleur, completini giusti, “normali”, con un cenno, forse, di seduzione borghese, quelle forme fasciate che possono attirare lo sguardo. Un paradiso, insomma, l’alveo perfetto perché si sviluppi il buio del cuore, perché si possa pensare di uccidere, perché si uccida. Di gran livello le attrici, la bruna Anne Coesens (Céline) capace di passare da una compostezza quasi placida a una morbosità nascosta che zampilla bolle di acido fino alla violenza ossessiva finale; la bionda Veerle Baetens, in fibrillazione nervosa fin dall’inizio, disponibile subito al sospetto, torva, dura, senza pietà non ce la fa a salvarsi ma solo a versare una lacrima sul finale della propria vita.

Origine: Italia, 2019

ne si diverte insieme alla madre Maria e al padre Luigi, due coniugi ormai attempati. Proprio alla ripartenza verso casa, Maria accusa un malore e deve essere portata d’urgenza in ospedale. Nell’attesa del responso medico capiamo qual è il rapporto tra Dafne e il padre: 37

Produzione: Marta Donzelli, Gregorio Paonessa per Vivo Film con Rai Cinema Regia: Federico Bondi Soggetto: Federico Bondi, Simona Baldanzi Sceneggiatura: Federico Bondi Interpreti: Carolina Raspanti (Dafne), Antonio Piovanelli (Luigi), Stefania Casini (Maria) Durata: 94’ Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà Uscita: 27 marzo 2019


una relazione complessa nella quale le poche parole spese tra i due sono, per gran parte, dei rimproveri della figlia ai vizi del padre (fumo e vino). Ciò deriva probabilmente dall’assenza di Luigi nella crescita di Dafne che si risolve, in questo momento di crisi, in una sorta di rapporto semi-conflittuale. Alla notizia della morte di Maria, Luigi è visibilmente scosso ma dà l’impressione d’essere in grado di gestire la situazione. Dafne invece sembra completamente distrutta e si lascia andare a scatti d’ira, cercando di risvegliare la madre in obitorio e buttando a terra delle pillole calmanti offerte da un’infermiera. Ma la situazione si ribalterà presto. Giungono all’ospedale gli zii di Dafne che accompagnano lei e il padre nella vecchia casa di Maria, date le sue ultime volontà di essere sepolta nel suo paese natale. Svolti i funerali, il rientro in casa è drammatico. Luigi sembra cadere in uno stato di depressione acuta e Dafne è ancora evidentemente turbata. Il giorno dopo Dafne sembra essersi ripresa tanto da scuotere il padre ad andare a lavoro, accompagnandolo personalmente e poi recandosi al proprio. Arrivata al supermercato, luogo della sua occupazione, Dafne è accolta con una festa dai suoi colleghi che le dimostrano vicinanza e affetto e la riportano alla vita di tutti i giorni, facendole quasi dimenticare il trauma. Così non è per Luigi che cerca consolazione nel vino.

A lavoro Dafne conosce Camilla, una giovane nuova impiegata con la quale lega e dalla quale impara, tramite i suoi discorsi, l’importanza di provare nuove esperienze. È presumibilmente da questo insegnamento che scaturisce la pazza idea di proporre al padre di intraprendere una sorta di pellegrinaggio a piedi verso il paese natale della madre per portarle un saluto al cimitero. Prima della partenza, mettendo in ordine la casa, Dafne trova. in un vaso, un palloncino quasi completamente sgonfio che decide di riporre in uno scrigno. Dopo una prima parte in treno, i due si avventurano in sentieri boschivi alla scoperta di nuovi panorami che li porteranno a rivalutare il proprio reciproco rapporto, rendendoli inseparabili. La meta è ancora distante e sono costretti a passare la notte in un ostello, dove consumeranno anche la cena. Durante il pasto, mentre Dafne si è allontanata per cercare di liberare il computer del cuoco dalle pubblicità, Luigi racconta la sua storia alla ristoratrice e nel raccontarla capisce gli errori del passato (come il non riuscire ad accettare che sua figlia fosse malata e la sua conseguente noncuranza) e l’importanza della figura di Maria per entrambi. Ripreso il viaggio, dopo una lunga camminata, Dafne dimostra nuovamente la sua indipendenza chiedendo un passaggio a due guardie forestali in servizio che si offrono volentieri. Arrivati al cimitero lo trovano però chiuso, dato l’approssimarsi della sera, e decidono così di passare la notte nella vecchia casa della madre, per riprovare la mattina seguente. Prima di andare a letto, Dafne, per consolare il padre ancora scosso, gli porge lo scrigno con il palloncino perché al suo interno c’è ancora il respiro della madre e, dunque, un ultima prolungamento della sua vita. 38

Raccontare un’esperienza traumatica al cinema non è mai cosa semplice. Farlo dal punto di vista di una persona con sindrome di down è una sfida. Ma Federico Bondi ha trovato in Carolina Raspanti - l’esordiente interprete di Dafne, anch’essa portatrice di handicap -, oltre che grande disponibilità e un’indimenticabile interpretazione, una vera e propria forza della natura, regalandoci un film estremamente intimo, poetico e toccante. Al trauma si affianca il difficile rapporto tra un padre, taciturno e depresso e una figlia, problematica ma energica che, nonostante la sua condizione, riesce a prendere le redini della propria vita e di quella del padre, ormai in declino. Il film ci ricorda come anche le persone affette da sindrome di down possano avere una vita, possano essere indipendenti e possano avere qualcosa da insegnare a coloro che (erroneamente) vengono reputati ‘normali’. Non deve essere stato semplice per il regista, specializzato in documentari al suo secondo film di finzione, gestire il cast, che in molte scene prevedeva la presenza di più persone con disabilità. Il risultato ottenuto è impeccabile. Bondi non dimentica le sue origini da documentarista, anzi le sfrutta proficuamente. Si vede nelle scene lasciate andare oltre il termine dell’azione (suggerendo una sorta di effetto straniamento in senso brechtiano che rende spesso labile il confine tra persona e personaggio), nel tremolio della macchina a spalla e in un dettaglio, da lui stesso raccontato in un’intervista: Carolina non aveva mai letto la sceneggiatura. Ciò che ella avrebbe dovuto fare sul set le veniva suggerito poco prima, senza porre enfasi sui dialoghi ma solo sulla situazione. Questo stratagemma, secondo il regista, avrebbe dona-

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to al film un tocco di naturalezza in più - anche se sarebbe più opportuno parlare di “non artificiosità” - data l’apertura al brivido dell’imprevisto e dell’improvvisa-

zione, caratteristica di molti do- sono stati ripagati dal premio FIPRESCI per la sezione Panorama cumentaristi. Tutti gli sforzi del regista, dei alla 69ª edizione della Berlinale. collaboratori e della produzione Giallorenzo Di Matteo (Vivo film insieme a Rai Cinema)

di Gianni Amelio

HAMMAMET Origine: Italia, 2018

Un Craxi bambino rompe un vetro in collegio. Nel 1989 al 45° Congresso del Partito Socialista Italiano, Bettino Craxi parla della vittoria socialista, dopo gli applausi, viene eletto con il 92% delle preferenze. Il tesoriere del partito, Vincenzo Sartori, lo avvicina alla fine del congresso e gli dice che il PSI, se continua così, non gli sopravvive, tutto gli sta crollando addosso. Poi Vincenzo gli presenta le sue dimissioni ma Craxi difende il suo operato impedendogli di abbandonare il partito. In seguito il partito socialista verrà travolto dalle inchieste di tangentopoli. Craxi cade in disgrazia e Sartori si suicida. L’azione si sposta in Tunisia alla fine del secolo scorso. Craxi, malato di diabete, si è rifugiato nella sua villa di Hammamet dove vive con la moglie e la figlia Anita. Un giorno, Fausto, figlio di Vincenzo Sartori, si introduce nella villa evitando i controlli. Il giovane è venuto per portargli una lettera in cui il padre morto gli rimprovera una serie di illegalità. Craxi lo accoglie in casa. Ma la figlia Anita non vede di buon grado la presenza del ragazzo, anche perché il padre le toglie l’incarico di trascrivere le proprie memorie per affidarlo a Fausto. Il ragazzo inizia a seguire Craxi nella sua vita quotidiana e comprende i suoi problemi da vicino: le sofferenze fisiche indotte dalla malattia, il rapporto con il figlio Bobo e l’infamante marchio che le

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indagini del pool di “mani pulite” gli ha messo addosso. Craxi confessa a Fausto di sapere che ha una pistola e gli fa una proposta: se lo farà vivere, in cambio gli promette che si farà riprendere mentre racconta alcuni segreti che potrebbero chiamare in causa alcuni assetti politici attuali. Fausto accetta e realizza il filmato, poi sparisce. Ad Hammamet arriva l’ex amante di Craxi e chiede ad Anita di incontrare il padre del quale si dice ancora innamorata. La donna incontra l’ex segretario socialista nella stanza di un hotel. Poco dopo Craxi nella sua villa riceve la visita di un vecchio amico, militante di un altro partito. I due parlano di vecchia e nuova politica. Le condizioni di salute di Craxi peggiorano: gli viene diagnosticato un tumore al rene e gli viene detto che l’intervento sarebbe difficile in Tunisia. Gli viene consigliato di operarsi in Italia anche se ciò comporterebbe un eventuale arresto. Anita organizza l’intervento in Italia ma, al momento di partire, Craxi si rifiuta di salire in aereo. L’intervento avviene in Tunisia e sulle prime sembra riuscito. Craxi torna nella sua villa su una sedia a rotelle ma sembra riprendersi. Poi le sue condizioni precipitano: un giorno racconta alla figlia un sogno. A Milano, in cima al Duomo, Craxi incontra suo padre che gli dice che lo stava aspettando. Poi l’anziano genitore lo conduce in un teatro dove si mette in scena uno spettacolo satirico durante il quale il suo cadavere 39

Produzione: Agostino Saccà per Pepito Produzioni con Rai Cinema, in Associazione con Minerva Pictures Group ed Evolution People Regia: Gianni Amelio Soggetto e Sceneggiatura: Alberto Taraglio, Gianni Amelio Interpreti: Pierfrancesco Favino (Bettino Craxi), Renato Carpentieri (Il politico), Claudia Gerini (L’amante), Livia Rossi (La figlia Anita), Luca Filippi (Fausto Sartori), Giuseppe Cederna (Vincenzo Sartori) Durata: 121’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 9 gennaio 2020

viene sbeffeggiato. Poi Craxi ha un altro flash della sua infanzia in collegio in cui rompe un vetro con una fionda. Il mattino dopo, Anita trova il padre morto nel giardino della villa. Qualche tempo dopo a Milano. Anita viene chiamata dal direttore di una clinica psichiatrica perché un paziente ha chiesto di incontrarla, l’uomo è ricoverato da più di un anno e parla solo di lei e di suo padre. Si tratta di Fausto Sartori, ormai fuori di testa. L’uomo chiede ad Anita dove hanno sepolto il padre, poi le dà un nastro dove c’è registrato tutto quello che Craxi non aveva mai detto a nessuno. Fausto le chiede di proteggere quel nastro a costo della vita. Anita lo prende, poi dice al direttore di non aver mai conosciuto quell’uomo e va via. Nell’ultima scena un vetro viene rotto da una fionda.

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Il crepuscolo della vita di un uomo non più potente ma solo, circondato da-


gli affetti familiari più stretti ma anche da fantasmi, un politico tra i più controversi e discussi dello scenario politico degli ultimi quarant’anni, Bettino Craxi. Il suo nome non è mai pronunciato durante il film di Gianni Amelio, come non sono mai pronunciati molti nomi delle figure che lo circondano. Certo è che Hammamet si focalizza sul tramonto dell’uomo politico, non volendo fare una biografia né il racconto esaltante o travagliato di un partito, come ha ammesso lo stesso regista. L’intento, a detta di Amelio, era di rappresentare “comportamenti, stati d’animo, impulsi, giusti o sbagliati che fossero, cercando l’evidenza e l’emozione”. Hammamet sceglie un Craxi giunto agli ultimi mesi di vita concentrandosi sui suoi rapporti con alcuni personaggi. Il primo è quello con la figlia, qui chiamata Anita (come la moglie di Giuseppe Garibaldi), una donna appassionata e decisa, il suo contraltare emotivo. Un rapporto padre-figlia che ha tre rimandi archetipici, Elettra/ Agamennone, Cassandra/Priamo, Cordelia/Re Lear, “tre donne forti che usano il sentimento filiale per aiutare il genitore contro se stesso, oltre che contro il fato avverso” ha ammesso il regista. L’altro rapporto al centro del film è quello tra Craxi e il giovane Fausto, una figura di fantasia, il figlio del suo tesoriere. Il regista ha osservato come questo coprotagonista/antagonista appartenga alla componente thriller del racconto, come se si trattasse del figlio cresciuto di Colpire al cuore (film che Amelio ha avvici-

nato ad Hammamet). Se nel film del 1982 c’era una relazione tra i protagonisti e il terrorismo, qui il rapporto è tra i protagonisti e la giustizia. Tenendosi lontano dalla volontà di raccontare fatti di pubblico dominio ma quasi completamente concentrato sulla sfera privata dell’ex leader socialista, Hammamet è stato girato nella vera villa del Presidente nella località tunisina: una dimora costruita negli anni Settanta, verso la campagna, meno lussuosa rispetto alle regge di altri personaggi. Il film di Amelio è arrivato sugli schermi proprio in coincidenza con i vent’anni dalla morte di Craxi (solo un caso a detta del regista, dopo che la lavorazione è slittata per attendere che Pierfrancesco Favino fosse disponibile). A questo proposito è da segnalare la maiuscola prova di un irriconoscibile Favino, qui in stato di grazia, che si è sottoposto ogni giorno a cinque ore di trucco per trasformarsi in un Craxi che assume la statura di un personaggio degno di una tragedia shakespeariana. Hammamet è un’opera carica di suggestioni, la parabola di un potente che ha perso lo scettro, alle prese con la fine della propria vita e con una giustizia che lo insegue. Non poteva rassegnarsi, in quella latitanza, all’idea di essere inseguito da coloro che lo chiamavano banalmente un ladro che in meno di trent’anni si era rubato tutto, anche l’onore dei socialisti. Il Craxi di Favino e Amelio appare come un uomo sdoppiato: uno che in superficie sfida tutto e tutti con arroganza, guardando le proprie ragioni come assolute, ma anche un uomo che in profondità combatte contro se stesso e i suoi fantasmi. Ecco, Hammamet mostra un uomo e un politico per quello che è stato, certamente un grande protagonista della politica italiana che ha scontato le sue col40

pe in vita e che ha continuato ad essere demonizzato dopo la morte. Quelle colpe sono mostrate come ossessioni, incubi che si manifestano nella sua villa tunisina. È qui che risiede il nucleo del film, il fantasma che si concretizza in una figura in carne e ossa: a lui Craxi si attacca quasi come un figlio venuto lì a fargli espiare le sue colpe. ‘Monsieur le President’ (come lo chiamavano in Tunisia) si confronta con un passato che si materializza in una serie personaggi: il politico democristiano interpretato da Renato Carpentieri, l’amante cui presta il volto Claudia Gerini, i turisti italiani che lo insultano. Amelio non esprime giudizi ma mostra, nella convinzione che il cinema sia soprattutto rappresentazione. Un’idea messa in immagini con l’utilizzo di due diversi formati: il 16: 9 e il 4: 3. Le prese di posizione del Presidente sono viste dall’obbiettivo di una telecamera, quasi virgolettate. Nel finale del film c’è una svolta onirica e quasi metafisica, un allontanamento dalla realtà tra sogno e incubo, come se il regista a questo punto facesse un passo indietro per astrarsi da una materia troppo incandescente o scomoda. Amelio non accusa Craxi, non lo smaschera, ma si limita a registrare alcuni episodi della sua storia politica (come il Congresso del 1989 all’ex Ansaldo di Milano mostrato in apertura). Nel suo andamento ‘un po’ western, un po’ noir’ come ha dichiarato il regista, Hammamet ‘vorrebbe essere a suo modo un melodramma’, ma resta soprattutto un film che va al di là della dimensione politica, sospeso in un’atmosfera a metà tra reale e immaginario, sogno e realtà, verità e finzione, una metafora sulla fine di un’epoca e sui suoi re caduti. Elena Bartoni


di Gipi

IL RAGAZZO PIÙ FELICE DEL MONDO fragilità del mestiere del fumettista, sulla stupidità dell’ego e sul controverso rapporto con i fan. Frattanto l’autore e la squadra allestiscono un vero e proprio quartier generale e scoprono che il finto fan vive in una località di mare e lavora come veterinario. Gipi viene poi contattato da un’importante casa di produzione interessata a sovvenzionare l’opera. In cambio, tuttavia, il protagonista dovrà licenziare gli amici. Al loro posto verranno inserite le famose attrici Jasmine Trinca e Kasia Smutniak. Gipi accetta la proposta e liquida i collaboratori, che si allontanano delusi. Poco dopo, tuttavia, si scopre che la produzione non aveva alcun interesse a valorizzare l’opera, tanto da pubblicare un montaggio di backstage in cui Gipi viene umiliato e preso in giro. L’uomo incontra la moglie, ma non riesce più a distinguere tra realtà e finzione. La donna va su tutte le furie e lo abbandona. Gipi chiede scusa agli amici e chiede loro di aiutarlo per la parte finale del progetto: andare dal presunto fan e smascherarlo. Gero, Davide e Francesco partono al fianco del regista verso la misteriosa città di mare dove abita il truffatore, ma, giunti davanti al citofono, decidono di tornare indietro. La perizia calligrafica ha infatti stabilito che il fan non avrebbe retto a un evento così traumatico. Tornato in città, Gipi ringrazia gli amici e saluta la moglie che lo ha perdonato. Il telefono squilla: Domenico Procacci ha accettato l’idea di produrre “Vita di Adelo”. Gipi sorride. Stacco al nero e titolo del film.

Sul nero: “Basato su una storia vera. I nomi dei luoghi e delle persone sono stati cambiati per rispettare la privacy dei diretti interessati”. In corsivo, il titolo del film. Voice over del regista che racconta e commenta quanto accade. Gipi, fumettista e autore del film, incontra il produttore Domenico Procacci e gli propone di lavorare insieme a una versione al maschile del film “La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche, intitolato “La vita di Adelo”. Procacci ascolta attonito, mentre Gipi racconta le eventuali scene di sesso sfrenato tra i protagonisti. Lo stacco improvviso mostra gli immaginari titoli di testa di “Vita di Adelo”. Gipi decide poi di lavorare su un’altra storia. Si reca in Toscana e inizia le riprese di un documentario che racconterà la vicenda di Francesco, presunto fan di fumetti che, fingendo di essere un bambino, ha, negli anni, inviato a numerosi disegnatori la medesima lettera di complimenti per ricevere in cambio delle bozze di tavole. Gipi pubblica un post su Facebook e scopre che moltissimi colleghi hanno ricevuto, nell’arco di oltre due decenni, la stessa identica lettera. Decide allora di formare una piccola troupe composta da Gero Arnone, autore e produttore, Davide Barbafiera, fonico e Francesco Daniele, assistente tuttofare, per documentare le indagini sulla bizzarra vicenda. La troupe intervista così numerosi colleghi di Gipi, tra cui i fumettisti Laura Scarpa e Giacomo Nanni. Gipi contatta inoltre una grafologa che analizzerà la lettera del finto Gipi - all’anagrafe Gian fan per delinearne il profilo psichiaAlfonso Pacinotti -, fumettrico. Le vicende vengono interrottista e illustratore origite o accompagnate dalle riflessioni nario di Pisa, torna a conin voice over dello stesso Gipi, che aggiorna la moglie su quanto acca- frontarsi per la terza volta col gioco de attraverso una serie di messaggi cinematografico dopo L’ultimo tervocali e che spazia tra pensieri sulla restre (2011) e Smettere di fumare

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Origine: Italia, 2018 Produzione: Domenico Procacci per Fandango Regia: Gipi (Gian Alfonso Pacinotti) Soggetto e Sceneggiatura: Gipi (Gian Alfonso Pacinotti), Gero Arnone Interpreti: Domenico Procacci (Se stesso), Gipi (Se stesso), Davide Barbafiera (Davide), Chiara Palmieri (Chiara), Gero Arnone (Se stesso), Nathanaël Poupin (Nat), “i sacchi di sabbia” (I cavernicoli), Michele Rossi (“il rosso”), Mauro Uzzeo (La sensitiva), Francesco Daniele (Francesco), Anna Bellato (La direttrice di “megaproduzioni”), Kasia Smutniak (Se stessa), Jasmine Trinca (Se stessa) Durata: 90’ Distribuzione: Fandango Distribuzione Uscita: 8 novembre 2018

fumando (2012), approfondendo, in questo curioso Il ragazzo più felice del mondo, tutta la gamma poetica, personale, esistenziale e paradossale già abbozzata nei due precedenti lavori. Seguendo la traccia dell’opera di otto anni fa, il Gipi regista torna a palleggiare con il genere cinematografico, scegliendo stavolta l’approccio del mockumentary e ironizzando così sulla vasta risma di bizzarrie, personaggi e sgangherate case di produzione che attraversano la giungla dell’universo cinematografico italiano, ammiccando a Boris - impossibile non farci i conti se si tenta un certo tipo di discorso -, ma rivendicando una personale autorialità con cui tenta, a volte con efficacia altre meno, di sorvolare una quantità infinita di tematiche. Visitato da un’irrefrenabile urgenza di raccontare, nel suo terzo lungometraggio Gipi saltella da un episodio all’altro, mescolando senza filtro alcuno, nevrosi personali e vecchie amicizie, autoanalisi e riflessioni sul mestiere del fumettista, discorsi sul cinema e buffe annotazioni sull’assurdità del quotidiano, finendo per confermare che, tentazione fatale di ogni autore cinematografico, peggio ancora se italiano, è quella, prima o poi nel corso della carriera, di ab-


bozzare il proprio, personale, autoreferenziale 8 ½. Se Fellini fu maestro nel costruire il proprio mito, complice l’utilizzo, tra i primi, dello strumento del finto documentario (Block-notes di

un regista, 1969), inseguendo sempre un posto di privilegio nella Storia e nascondendosi volutamente e costantemente dietro alla bugia del cinema, in questo Il ragazzo più felice del mondo Gipi sembra volersi necessariamente mettere a nudo, ostentando difetti personali e limiti d’autore, mancanza di idee e piattezza creativa, tanto da ammettere candidamente la totale inutilità di un’opera che gira su se stessa senza scopo alcuno. Resta a questo punto da comprendere quale collocazione fosse stata pensata dall’autore e dal

di Gigi Roccati

produttore - Domenico Procacci, presente qui nella veste di se stesso - per un’opera che non ha neppure la forza e la voglia di giustificare la propria esistenza. Uscito nelle sale italiane nel febbraio 2018 (incasso totale circa trentacinquemila euro) Il ragazzo più felice del mondo è stato pubblicato, nel marzo 2020, per una fruizione gratuita, sul canale Youtube di Fandango in occasione del lockdown che ha coinvolto l’Italia durante la diffusione del Covid-19. Giorgio Federico Mosco

LUCANIA. TERRA, SANGUE E MAGIA

Origine: Italia, 2018 Produzione: Federico Saraceni, Pilar Saavedra, Joe Capalbo per Fabrique Entertainment, Moliwood Films, con Rai Cinema Regia: Gigi Roccati Soggetto e Sceneggiatura: Carlo Longo, Davide Manuli, Gigi Roccati, Gino Ventriglia Interpreti: Joe Capalbo (Rocco), Angela Fontana (Lucia), Pippo Delbono (Carmine), Maia Morgenstern (Argenzia), Antonio Infantino (Antonio), Hristo Jivkov (Christo), Marco Leonardi (Don Fortunato) Durata: 85’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 20 giugno 2019

Rocco è un vecchio agricoltore dell’entroterra lucano, rozzo e autoritario nei confronti della bella figlia Lucia, rimasta muta dopo la morte della madre Argenzia. Tornato da una battuta di caccia, Rocco sgrida Lucia dopo averla vista di nuovo “parlare con il vento” e decide di chiamare la “maciara” (una sorta di maga) per scongiurare il male che la affligge. Non sa però che quel “vento” non è altro che la defunta madre che accompagna la figlia, le da consigli e la consola nei momenti di bisogno, cosa che Rocco non riesce a fare. Lucia ama stare nella natura, danzare a piedi nudi nei boschi e guardare il padre mentre lavora. Un giorno alla fattoria arriva Carmine, un malavitoso che chie-

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de “gentilmente” a Rocco di poter sotterrare dei rifiuti tossici sotto la sua terra in cambio di soldi. Nonostante il rifiuto, quella notte lo scarico avviene ugualmente ma Rocco riesce a scacciare gli intrusi puntandogli contro il fucile. La notte successiva però, due nuovi intrusi si presentano, questa volta per dare fuoco alla proprietà. Sentiti dei rumori, Rocco si sveglia, afferra il fucile e corre fuori. Questa volta è costretto a sparare uccidendo l’uno e mandando in coma l’altro. La piccola famiglia adesso è obbligata a fuggire in piena notte, nonostante l’attaccamento di Rocco alla sua terra, per evitare di essere rintracciata. Nel frattempo Carmine deve fare i conti con Don Fortunato, il suo capo, promettendo di risolvere la situazione. Così si mette sulle tracce di Rocco e Lucia. Dopo aver passato la notte tra i ruderi di un castello, i due si rimettono in cammino. Di fronte a un lago, chiedono un passaggio a un pescatore che li scorta fino alla sponda opposta. Da quest’ultimo vengono avvertiti che la terra su cui stanno mettendo piede è piena di morte e desolazione. Approdati, trovano riparo in un paese fantasma, completamente abbandonato, dove dormono aspettando che faccia giorno. 42

Intanto all’ospedale, il ragazzo in coma, che scopriamo essere il figlio di Carmine, è ancora in condizioni gravi. Al mattino Rocco e Lucia sono pronti a ripartire, ma Carmine li ha rintracciati. Costretti dunque a nascondersi, i due riescono a continuare il loro viaggio solo dopo averlo seminato. Lungo il cammino, seguendo i sentieri creati dai briganti tempo addietro, Rocco accusa i sintomi della febbre ed è costretto a fermarsi. Nella notte Lucia è costretta a slegarsi dalla figura materna e prestarsi ad accudire il padre, che al mattino sembra stare meglio. Un ultimo tratto di sentiero campestre e i due giungono da Antonio, un vecchio pastore, amico di lunga data di Rocco, che vive in un piccolo rifugio. Qui la giovane donna si scopre appassionata di musica e così Antonio decide di metter su un concerto improvvisato, durante il quale Lucia si scatena in un ballo popolare liberatorio attorno a un falò. Al mattino quest’ultima riacquista la voce. Antonio suggerisce a Rocco di recarsi da un suo amico, Christo, utilizzando la corriera. Raggiunto il luogo, i due trovano grande accoglienza in una bella casa con un


immenso vigneto che li fa sentire al sicuro. Ma Carmine arriva anche qui e rapisce Lucia mentre giocava con i piccoli della famiglia. I bambini lanciano l’allarme e dicono a Rocco di recarsi al mare perché è ciò che Carmine vuole. Rocco non ci pensa due volte e va nel luogo indicato. Qui trova Lucia legata dentro un furgone che, riacquisita la parola, urla a più non posso e Carmine ad aspettarlo. Quest’ultimo vuole vendicarsi per lo stato di coma causato a suo figlio così accoltella Rocco davanti agli occhi di Lucia e poi la libera. La giovane donna è disperata ma, mentre tenta di fare qualcosa per aiutare il padre, viene interrotta dallo stesso che chiede, come ultimo desiderio, di vedere il mare. Sulla riva riappare Argenzia che finalmente è visibile anche agli occhi di Rocco, ormai in fin di vita. A questo punto, i due genitori, ormai ricongiunti, suggeriscono a Lucia di correre in avanti e non voltarsi mai più alle spalle lasciandosi dietro una terra e un passato non facili.

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Veniamo catapultati in una realtà di cui non sappiamo nulla. Oltre al titolo del film, l’unico elemento che abbiamo per la geo-localizzazione è il dialetto parlato dagli attori. Ci troviamo in quella che una

volta era chiamata Lucania e che oggi corrisponde pressappoco alla Basilicata. Scopo del film è quello di raccontarne l’entroterra. A farlo, il regista Gigi Roccati, autore di numerosi documentari al suo secondo film di finzione. Finzione perché è stata costruita una storia, perché ci sono attori che interpretano una parte. Ma qui lo scopo ultimo non è quello di raccontare una storia, si vuole raccontare un paesaggio (naturalistico ma anche, e soprattutto, sociologico e antropologico) e questo è ben visibile. Il film risente dell’influenza del documentario antropologico. Macchina a spalla tremolante, campi lunghissimi, enfasi posta sul rapporto uomo/natura. Ma subisce anche la contaminazione di altri “generi” come, tra gli altri, anche il western con la presenza di zoom repentini verso i visi degli attori. L’idea di portare sul grande schermo un territorio simile, come da dichiarazione del regista, viene da Giovanni Capalbo, produttore ma anche protagonista, che aveva necessità di raccontare la sua regione, dove una morente realtà contadina sopravvive solo in qualche barlume di entroterra, lontano dalla civiltà moderna. Viene toccato il tema dell’interramento di rifiuti tossici, in un luogo magari meno conosciuto della ‘terra dei fuochi’ ma che allo stesso modo ne è deturpato. Oltre a distruggere

l’ecosistema, questa malsana abitudine rende impossibile, in molte zone, la pratica dell’agricoltura. In luoghi in cui, evidentemente, l’agricoltura è parte integrante di una cultura che, anche per questo motivo, va sempre più scomparendo. A causare tutto ciò, ovviamente, è la malavita organizzata che il film denuncia anche attraverso la figura del protagonista Rocco, che si erge a simbolo della resistenza, un uomo all’antica che non ha paura di sfidare i criminali pur di difendere la propria terra, anche se questo significa, in un simil contesto, rischiare la vita. Una terra che non può morire in questo modo. La figlia Lucia (non è un caso che condivida la radice con Lucania) è simbolo di rinascita. Dopo un periodo di silenzio, la morte del padre non può lasciarla indifferente e allo stesso modo, un’intera regione non può rimanere indifferente a certi abusi che man mano la deteriorano dall’interno. Giallorenzo Di Matteo

di Lawrence Fowler

JACK IN THE BOX

Origine: Gran Bretagna, 2019 Produzione: Geoff e Lawerence Fowler

Un uomo trova una misteriosa scatola sotterrata in un campo e la porta a casa; azionato il carillon, l’oggetto si apre e una creatura uccide la moglie dell’uomo, portandola nella scatola. Dodici anni dopo, Casey, giovane curatore museale americano, si trasferisce ad Hawthorne, in Inghilterra, per cominciare una nuova vita. Inizia a lavorare come gui-

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da in un piccolo museo del posto, per Fowler Media, Up a Notch Productions dove incontra Lisa, l’assistente di Regia: Lawrence Fowler Rachel, la responsabile. In magazSoggetto e Sceneggiatura: Lawrence zino, i due trovano la misteriosa Fowler scatola e Casey riesce ad aprirla. Interpreti: Ethan Taylor (Casey Reynolds), Durante la notte, una coppia di Philip Ridout (Norman Cleaver), Lucy-Jane ladri si introduce nel museo ma Quinlan (Lisa Cartwright), Robert Nairne (Jack) viene assassinata da un demone, Durata: 87’ Distribuzione: Adler Entertainment fuoriuscito dalla scatola. Ogni notte, Casey ha degli incubi Uscita: 17 settembre 2020 su una misteriosa ragazza che, nel rincasare, lo chiama allarmata, in so individuo. La mattina, David, quanto inseguita da un misterio- esperto incaricato di valutare l’au43


tenticità della scatola, racconta che si tratta di un “Jack in the box”, giocattolo risalente all’epoca vittoriana, usato per contenere entità maligne; per ulteriori informazioni, consiglia di contattare Maurice, famoso demonologo. Una visitatrice viene aggredita e uccisa dal misterioso clown ma, quando il protagonista accorre dopo aver udito le urla, non trova nessuno. Nel sito di Maurice, Casey scopre che Jack è un demone che assume la forma di un clown per giocare con le paure delle vittime; il suo scopo è uccidere sei persone per poi tornare definitivamente nella scatola. Dopo l’omicidio della donna delle pulizie, un ispettore giunge al museo per investigare sulle quattro scomparse. Casey confessa a Lisa il senso di colpa per non aver salvato la sua fidanzata, uccisa una notte, mentre rincasava. Il ragazzo comprende la natura soprannaturale delle sparizioni e, una sera, viene aggredito da Jack, che però lo risparmia; Lisa non crede al racconto del protagonista, ritenendolo un’allucinazione causata dall’insonnia. Casey incontra Nathan, il precedente proprietario della scatola, il quale ha scontato dieci anni di carcere, accusato dell’omicidio della moglie, dato che nessuno ha creduto all’esistenza del clown; egli teme che la storia si ripeta, per cui suggerisce a Casey di fuggire ma quest’ultimo ha un’apparizione della sua defunta fidanzata, che lo incita a fermare il demone e smettere di fuggire. Casey tenta di bruciare la scatola, ma invano, e viene nuovamente aggredito da Jack; la mattina, viene ritrovato stordito e ferito,

per cui Lisa racconta tutto a Rachel, che lo licenzia. Trovato l’indirizzo di Maurice, Casey incontra il demonologo che rivela che Jack è mortale e può essere ucciso solo da colui che ha aperto la scatola, unico che non può essere assassinato; il protagonista dovrà pugnalare il cuore del demone, recitare una formula in latino ed evitare che, nel momento in cui la scatola si chiuderà, un frammento o un oggetto del demone rimanga fuori, altrimenti sarebbe tutto inutile. Dopo aver ucciso Rachel, Jack ferisce Lisa, fortunatamente salvata da Casey che riesce a intrappolare il demone, sebbene venga arrestato dalla polizia, ritenuto responsabile dell’omicidio della direttrice. Tempo dopo, Lisa contatta Maurice affinché la aiuti a dimostrare l’esistenza di Jack per scagionare Casey. Dal momento che Jack guadagna altri tre anni di vita ogni volta che uccide una vittima, Lisa dovrà fare in modo che la scatola non si apra per i prossimi quindici anni. Durante un interrogatorio, Casey osserva le foto della scena del crimine e si accorge che un artiglio mozzato di Jack è rimasto fuori dalla scatola; di conseguenza, il clown fuoriesce e porta con sé Lisa. Il riciclaggio di situazioni, personaggi e atmosfere sembra caratterizzare l’atteggiamento di gran parte dei film horror contemporanei, soprattutto da parte di giovani cineasti che fanno del low budget una scusante per limitare la propria creatività, ricorrendo al già detto senza consapevolmente sfruttare quei limiti per schiudere nuove frontiere espressive ed estetiche, con l’obiettivo (pretenzioso) di imitare, più che omaggiare, famosi registi, modelli produttivi e modalità di racconto provenienti d’oltreoceano, primi tra tutti quelli dell’ormai celebre Blumhouse. Lawrence Fowler si dimostra un colto brico-

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leur, un amante e conoscitore del genere, che rivela sin da subito il suo occhio cinefilo e appassionato, affascinato dai noti film di James Wan, Mike Flanagan, William Brent Bell, nonché un nostalgico fan di una certa manualità creativa pre-CGI, oggi riscoperta da alcuni giovani e promettenti cineasti, come Jacob Gillman e Matthew Diebler in The Invisible Mother; se paradossalmente il film riscopre l’arte del makeup mediante il notevole Jack, non risulta pienamente convincente nel suo complesso, come dimostrato dal trucco artificioso della defunta fidanzata del protagonista. La cinefilia non accompagna uno spirito creativo capace di reinventare quei modelli a cui si ispira, trasformando questo secondo lungometraggio più in un mero saggio scolastico di fine anno che in un nuovo modello in grado di interpretare le paure, le angosce e le peculiarità del contesto in cui nasce; debolmente sostenuto da una sceneggiatura acerba, incapace di suscitare suspense in quanto eccessivamente attendibile in ogni sua evoluzione, il film si rivela piuttosto elementare nel suo indagare la psiche ferita del protagonista, scadendo nell’eco di un trauma poco strutturato fino a situazioni al limite del retorico, come il banale dialogo tra Casey e la sua defunta compagna. La narrazione è portata avanti da personaggi di un eccessivo manicheismo che ricade nell’elementarietà: dal protagonista tormentato alla co-protagonista scettica nei confronti del soprannaturale, dalla polizia inutile nella risoluzione a personaggi-tipo come l’egocentrico demonologo, mossi come pedine di un gioco noto, finalizzato a portare avanti le sue mosse nel sequel Awakening The Jack in the Box che, ci si augura, possa superare l’esasperato autocompiacimento del primo per trovare la propria identità. Leonardo Magnante


di Cinzia Th Torrini

PEZZI UNICI EPISODIO 1 - LA SCELTA In una notte di pioggia a dirotto un gruppo di ragazzi rientra frettolosamente in una casa-famiglia e in gran velocità questi si cambiano i vestiti e asciugano le tracce d’acqua per terra, per nascondere la loro uscita. Due mesi dopo, in una mattina di sole, vediamo Vanni Bandinelli, falegname e restauratore d’esperienza, percorrere via degli Artigiani a Firenze e fermarsi davanti alla bottega antiquaria di sua moglie, Chiara Fanti, sulla cui vetrina è esposto un foglio con la foto di loro figlio Lorenzo e con scritto “Cerco testimoni - Hanno ucciso mio figlio Lorenzo. Perché?”. Vanni scambia con lei poche parole, i due sono visibilmente segnati dal dolore ma anche in disaccordo fra loro: da qualche tempo lei si è trasferita a casa di suo fratello Carlo e lui vorrebbe che smettesse di cercare una risposta che probabilmente non arriverà mai sulla morte di loro figlio. Poco dopo Vanni si dirige con il suo furgoncino alla casa-famiglia che ospita vari giovani coinvolti in percorsi di recupero e arriva mentre questi stanno facendo colazione. Chiede quindi di parlare con Anna Berardi, l’assistente sociale responsabile, e lei gli si fa incontro un po’ stupita del fatto che lui non si ricordasse di averla vista al funerale del figlio. Anna si mostra cordiale e riesce a trattenere Vanni che altrimenti se ne sarebbe andato via in fretta, una volta recuperate le cose di Lorenzo; gli racconta che l’edificio in cui alloggiano è un immobile sequestrato e che la casa-famiglia è un progetto particolare in quanto i ragazzi ospitati hanno tutti problemati-

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che differenti. Accompagna Vanni nella stanza di Lorenzo, che aveva lavorato lì come educatore, e lo lascia rispettosamente solo come lui le chiede. Nella memoria di Vanni iniziano a scorrere i ricordi, il litigio in bottega quando aveva negato a Lorenzo cinquemila euro senza ascoltare il motivo per cui gli sarebbero serviti e il ragazzo se l’era presa come l’ennesima dimostrazione di mancanza di fiducia nei suoi confronti, nonostante fosse da tempo uscito dal problema della droga. Nel frattempo Anna dice ai ragazzi che sarebbe un’ottima soluzione se Vanni fosse disposto a portare avanti l’attività di Lorenzo: hanno bisogno infatti di proseguire un progetto specifico, come il laboratorio di artigianato del legno, per evitare che due di loro debbano tornare in prigione per il “fine pena”. Mentre i ragazzi sono piuttosto titubanti, Anna riesce a dissuadere Vanni dall’andare via subito, assicurandogli che Lorenzo non si drogava più e mostrandogli il laboratorio del ragazzo. Gli spiega che proprio grazie all’iniziativa di suo figlio avevano vinto un bando e ottenuto un generoso finanziamento. Racconta che Lorenzo, che aveva un talento straordinario nel suo mestiere, aveva scelto di chiamare il corso Pezzi unici perché diceva che «ognuno di noi è un pezzo unico, come se fosse un pezzo uscito dalle mani di un artigiano». La donna tenta di convincerlo a proseguire il laboratorio ma lui si mostra irremovibile. Poco dopo Vanni si dirige alla sua bottega, su cui si legge l’insegna Bandinelli dal 1860: la guarda dal di fuori ma non apre e Marcello, fabbro che lavora nella bottega a fianco e che gli è amico da una vita, lo esorta a riprendere il lavo45

Origine: Italia 2019 Produzione: Rai Fiction, Indiana Production, Cassiopea Film Production Regia: Cinzia Th Torrini Soggetto: Cinzia Th Torrini , Fabrizio Lucherini, Donatella Diamanti Sceneggiatura: Isabella Aguilar, Donatella Diamanti, Fabrizio Lucherini, Cinzia TH Torrini Interpreti: Sergio Castellitto (Vanni Bandinelli), Irene Ferri (Anna Berardi), Moisé Curia (Elia), Anna Manuelli (Erica), Lucrezia Massari (Jess), Leonardo Pazzagli (Lapo), Carolina Sala (Valentina), Lorenzo de Moor (Lorenzo Bandinelli), Fabrizia Sacchi (Chiara Fanti), Marco Cocci (Carlo Fanti), Giorgio Panariello (Marcello), Margherita Tiesi (Beatrice), Renato Marchetti (Tommaso), Sandra Ceccarelli (Linda), Katia Beni (Sandra), Antonio Zavatteri (ispettore), Andrea Muzzi (don Gianni), Giulio Berruti (Roberto Tucci), Loretta Goggi (negoziante di Bergamo), Stefano Rossi Giordani (Lucio Rendini). Durata: 12 episodi di 50 minuti ciascuno trasmessi in 6 puntate Uscita: dal 17 novembre al 22 dicembre su RaiUno

ro e a riaprire il laboratorio chiuso ormai da troppo tempo. Dopo aver letto il progetto di Lorenzo per i giovani della casa-famiglia, Vanni si convince ad accettare la proposta di Anna e fa trasportare tavoli e materiali usati dai ragazzi nella sua bottega, che riapre proprio per svolgere lì il laboratorio. L’arrivo dei cinque giovani dalle caratteristiche un po’ sopra le righe non passa inosservato agli occhi di artigiani e passanti della via: Lapo si fa notare per i


tatuaggi e Valentina, la sua ragazza, per i capelli biondi e rosa; poi vi sono Jess, ragazza alta e bruna, Erica dai capelli biondi e blu, ed Elia, un tipo dall’aria molto sicura di sé che non perde occasione per regalare un sorriso eloquente a Beatrice, figlia di Marcello, non appena la vede per la prima volta. Dopo che Anna ha dato a Vanni il registro presenze e gli ha raccomandato di non lasciare allontanare nessuno di loro in assenza di una sua autorizzazione, ha inizio la prima giornata di lavoro. Vanni mostra subito il suo carattere ruvido e burbero, mettendo i ragazzi duramente all’opera per ripulire e riordinare tutto. Quando Valentina sta per spolverare una scacchiera di legno, lui la ferma con tono di eccessivo rimprovero e poi sprofonda nei ricordi: rivediamo una sera di pioggia a dirotto in cui si era fermato in laboratorio oltre l’orario di chiusura per aspettare Lorenzo e sua moglie e poi l’amico Marcello raccomandargli di non essere troppo severo con il ragazzo, che in realtà non sarebbe mai arrivato quindi lo rivediamo a casa con Chiara, rispondere alla telefonata della polizia che li informava della morte del giovane, e poco dopo entrambi sul posto dove era stato rinvenuto il corpo, sempre sotto una pioggia battente. A fine giornata Anna va a prendere i ragazzi che si lamentano di aver faticato parecchio ma di non aver ricevuto nessuna lezione; quando lei successivamente cercherà di dare qualche suggerimento a Vanni per telefono, lui rifiuterà di ascoltare, convinto di voler fare

a modo suo. Valentina va in collera con Lapo per non aver preso le sue difese con Vanni, rinfacciandogli di essersi quasi fatta ammazzare per lui, ma appena Anna cerca di saperne di più, la ragazza minimizza e svia il discorso con l’aiuto degli amici. Nel frattempo Carlo, il fratello di Chiara, passa a salutare Vanni dicendogli che non capisce perché abbia accettato un impegno del genere, che gli riporterà costantemente alla mente il figlio; l’uomo risponde che il compenso è buono e forse potrà comprendere qualcosa sulla morte di Lorenzo. Ha inizio la seconda giornata di laboratorio e questa volta Vanni sembra proprio non voler far fare nulla ai ragazzi che, dapprima perplessi, manifestano poi la loro contrarietà nel dover passare le ore a guardarlo lavorare, finché si crea un vero e proprio momento di tensione fra Lapo e Vanni, fortunatamente conclusosi con la ripresa dell’autocontrollo da parte del ragazzo. A sera Valentina prova a cercare un dialogo con Vanni raccontandogli che il papà di Lapo, morto tempo addietro, era un falegname, e a un tratto l’uomo domanda a tutti loro se sappiano perché Lorenzo si è ucciso. Risponde solo Elia, dicendo di no. La sera alla casa-famiglia c’è una festa con vari genitori dei ragazzi; Lapo è taciturno e ce l’ha con Valentina per aver parlato del suo passato con Vanni. Lei ribatte che nella sua vita non c’è stato nulla di bello da raccontare, a partire dalle molestie ricevute in famiglia fin da piccola, mentre lui ha avuto qualcosa di positivo come il padre falegname che gli ha trasmesso il suo sapere. Vanni, solo in bottega, rivede nuovamente dei ricordi, cioè il momento in cui in commissariato i poliziotti avevano consegnato a lui e a Chiara gli effetti personali di Lorenzo e lei, da subito convinta che non potesse trattarsi di suicidio, aveva notato la mancanza del cellulare. Subito dopo l’uomo raggiunge la casa-fa46

miglia dove Anna crede che sia stato invitato da qualcuno dei ragazzi; invece le si rivolge in modo piuttosto sgarbato e le chiede di poter avere le schede dei cinque giovani, ma la donna rifiuta, affermando che condizionerebbero il suo atteggiamento e il suo giudizio nei loro confronti. Nottetempo squilla minaccioso un sms nei telefoni dei ragazzi: “Sappiamo chi siete!!! State zitti o pagherete per quello che avete fatto”. EPISODIO 2 - LA NOTTE BIANCA La mattina successiva i cinque ragazzi si spaventano vedendo delle croci rosse dipinte sul volto di ciascuno di loro, in segno di minaccia, sul quadro realizzato da Lorenzo. Erica accusa Valentina di essere andata in cerca di guai e lei si giustifica dicendo che ha dovuto farlo per Lapo, il suo ragazzo. Per spiegare l’accaduto ad Anna, Jess si prende la colpa inventando di essere stata lei a dipingere quelle croci per rabbia nei confronti della diffidenza di Vanni, che aveva richiesto le loro schede personali e di tutti coloro che difficilmente si fideranno di loro. Successivamente Anna accompagna il gruppo alla bottega di Vanni e si ferma a parlare con quest’ultimo, tornato da casa di Carlo dove aveva cercato di far sentire la sua vicinanza a Chiara ma lei l’aveva accusato di aver “ammazzato” sia lei sia loro figlio. Anna gli chiede di spiegarsi di più con i ragazzi e di metterli concretamente all’opera; lui, che accetta con fastidio i consigli dell’assistente sociale, dice allora ai ragazzi di scegliersi un pezzo di legno e di realizzare ciascuno ciò che vuole. Mentre lavorano li osserva da vicino e dà qualche suggerimento spiegandosi più a gesti che a parole. A un tratto chiede a Lapo se la bottega di falegnameria di suo papà è chiusa e subito è Valentina a rispondere che è aperta, gestita da un tale che aveva prestato del denaro alla madre di


Lapo che si trova in clinica per disintossicarsi. Vanni la rimprovera per la sua abitudine di rispondere sempre al posto di Lapo, che infatti non gradisce vengano raccontate tante cose del suo privato. Finita la giornata di lavoro, Beatrice si ferma per strada a salutare Elia e nota che gli tremano le mani; in quel momento sopraggiunge Erica che le dice di far loro sapere se ci sarà qualche serata di divertimento e i ragazzi si salutano frettolosamente. Nottetempo Jess cede la sua camera, come già aveva fatto in passato, a Erica che ha da poco una relazione con un ragazzo, educatore della comunità, di nome Andrea. Stavolta però Anna se ne accorge, vedendo Jess in giardino, e di fronte alle sue domande la ragazza rivela la verità. L’indomani a colazione Anna comunica ad Andrea che potrà trasferirsi al Centro Infanzia per completare il suo tirocinio e poi dà nuove disposizioni sulle camere, assegnando a una ragazza di nome Francesca la camera singola di Jess e trasferendo quest’ultima insieme a Erica, che se la prende tantissimo con Jess accusandola di essere una spia. Arrivati alla bottega, Anna e Vanni discutono animatamente: lei gli rimprovera di non voler conoscere i ragazzi e di essere interessato solo ad averne le schede, sottolineando quanto Lorenzo fosse diverso da lui e sapesse prendere le persone per il loro verso; lui se la prende, stanco di constatare come tutti si sentano sempre in diritto di parlare di suo figlio. Una volta solo con i cinque ragazzi, li informa di avere una consegna di quaranta sedie per un ristorante e di essere parecchio indietro sulla tabella di marcia. Loro sono contenti di poter fare finalmente un lavoro vero e si mettono alacremente all’opera dopo che lui ha assegnato le mansioni, divise fra levigatura e cera, misurazione e disegno, intaglio e tornio.

Durante il pranzo alla solita trattoria, Erica per sfogare la sua collera rivela, parlando a Beatrice in disparte, che Elia è un ex tossicodipendente, mentre lui da lontano osserva la scena senza poter sentire. Quando Marcello chiama la figlia al suo tavolo, lei istintivamente sceglie di unirsi a quello dei ragazzi, dove sono seduti tutti tranne Erica che si è messa a un tavolino da sola. Il conflitto fra lei e Jess è ancora molto acceso e a un certo punto quest’ultima lascia il suo posto e dice a Erica di prenderlo pure, quindi esce e va a sedersi davanti all’ingresso della bottega Bandinelli. Lì incontra Carlo, visibilmente attirato da lei, che le si presenta; poi Vanni esce dal suo negozio per andare a mangiare e lascia alla ragazza le chiavi. A sera, tornati alla casa-famiglia, i ragazzi sono stanchi morti ma soddisfatti. Un educatore informa Lapo del miglioramento delle condizioni di sua mamma in clinica e aggiunge che potrà andare a parlarle quando lo desidera. Il ragazzo però non è affatto sereno e, anche se all’educatore risponde pacatamente di sì, quando si ritrova da solo prende a pugni un muro per sfogare la sua rabbia. A Valentina confida di non voler vedere sua madre e di non volerle parlare; vorrebbe invece più intimità con lei che prende tempo per via dei problemi legati al suo terribile passato di cui l’ha messo a parte. Il litigio fra Erica e Jess prosegue: quando Jess entra in camera, Erica se ne va dicendo a Francesca di prendere il suo posto e infuriandosi quando Jess le dice che Andrea non è innamorato di lei così come non lo è stato Lorenzo. L’indomani in bottega Vanni chiede spiegazione a Lapo delle sue ferite alle mani, poi dice ai ragazzi di scambiarsi i compiti ma lui rifiuta e gli dice come li avrebbe organizzati Lorenzo, che conosceva i loro punti deboli e le loro capacità. Vanni questa volta non 47

se la prende e nasce a poco a poco un certo affiatamento nel lavoro, che prende un ritmo sempre più serrato. Il giorno successivo, appena entrati in bottega, i ragazzi vedono Vanni discutere molto animatamente al telefono fino a chiudere in malo modo la chiamata. Con tono brusco che non ammette repliche, l’uomo li manda via, affermando di avere parecchi problemi da risolvere. Indecisi sul da farsi sul marciapiede fuori dal negozio, i ragazzi parlano fra loro e Jess è sul punto di avvertire Anna quando Erica s’incammina da sola determinata a volersi godere qualche ora di libertà. Così fanno anche Valentina e Lapo, e così fanno infine Elia e Jess, andando ciascuno per la sua strada. Vanni intanto raggiunge Cioni, l’uomo con cui era al telefono e che gli aveva commissionato le sedie, nel ristorante di cui è proprietario: discutono animatamente, ma alla fine a Vanni non resta che constatare che Cioni si è già rifornito altrove e le sedie da lui realizzate non servono più. Nel frattempo Erica vede Andrea scendere dalla sua auto in compagnia di un’altra ragazza ed esprime la sua collera rovinando la macchina come può; Jess, fingendo di inciampare e cadere, deruba un passante; Elia entra in un negozio di strumenti musicali e gli viene permesso di provare la batteria in vetrina: suona molto bene, tanto da attirare una piccola folla di passanti ad ascoltarlo, fra cui vediamo Beatrice e Anna che, trovata la bottega di Bandinelli chiusa, si era sentita dire da Marcello che solo


Vanni avrebbe potuto darle spiegazioni. Tempo dopo quest’ultimo raggiunge Anna e i ragazzi alla casa-famiglia per dire loro che si rende inevitabile chiudere il corso, dal momento che si ritrova con la merce invenduta e praticamente rovinato. Ha utilizzato anche l’anticipo versato da Anna per coprire i debiti da cui è sommerso. Lei non la prende affatto bene e manifesta a chiare lettere la sua disapprovazione; lui se ne va assicurando che le restituirà tutto a costo di vendere la bottega. I ragazzi non si vogliono arrendere alla sconfitta ed è Jess ad avere un’idea che convince subito gli altri: vanno insieme alla trattoria dove Vanni sta pranzando al tavolo con Marcello e altri amici e gliela riferiscono. Hanno pensato a una notte bianca per gli artigiani, occasione preziosa per vendere le sedie. Vanni replica che ormai è tardi e non gli resta che vendere la bottega. Jess allora aggiunge che la notte bianca rientrava fra i progetti di Lorenzo e che lui sarebbe sicuramente andato fino in fondo; Beatrice si attiva immediatamente e va nella sua bottega per cominciare a richiedere per telefono i permessi necessari. I ragazzi la seguono, nonostante Marcello sia un po’ diffidente verso di loro; Erica disegna la locandina e poi vanno via per non abusare dell’ospitalità di Marcello. L’ultimo a uscire è Elia, a cui Beatrice dice di averlo sentito suonare e rivelandogli che Erica l’ha messa a parte della sua tossicodipendenza. Il ragazzo la esorta con tono fermo a non perdere tempo con lui, ma Beatrice si dimostra più sicura di sé del previ-

sto e non sembra farsi scoraggiare facilmente. A Vanni non resta che cedere all’entusiasmo dei ragazzi: li fa entrare in bottega e li avverte che, appena terminata la notte bianca, chiuderà comunque definitivamente la sua attività. Il lavoro riprende spedito a suon di musica rock scelta da Elia, mentre gli artigiani espongono e distribuiscono ai passanti le locandine. A pranzo nella solita trattoria Chiara raggiunge inaspettatamente i ragazzi: li ringrazia per l’iniziativa e poi chiede il loro aiuto per far luce sulla morte del figlio, offrendo anche il suo denaro. Proprio in quel momento entra Vanni che la ferma e la porta fuori, mentre lei lo rimprovera di essersi arreso e lui ribatte che non è così ma non avrebbe senso agire in quel modo. La notte bianca accende le luci di Firenze e raccoglie un discreto pubblico, permettendo a Vanni di essere soddisfatto delle vendite. L’uomo accetta anche di farsi fotografare insieme ai ragazzi. Poi all’improvviso arriva un’auto della polizia: un poliziotto raggiunge il loro tavolo e domanda chi sia Erica Giordani. L’episodio si chiude con un rapido flashback della ragazza su quella notte di pioggia, in cui lei inseguiva Lorenzo in una zona di boscaglia vicina all’Arno gridandogli di fermarsi... EPISODIO 3 - SOSPETTI All’uscita dal commissariato Anna rimprovera severamente Erica per il suo comportamento irresponsabile e Vanni chiede ai ragazzi da poco arrivati in bottega la verità sul conto di lei, senza riuscire a sapere nulla. In laboratorio arriva, accompagnato da Carlo, un giovane designer in ascesa, di nome Roberto Tucci, che si guarda attorno con curiosità e ammirazione nei confronti della bravura di Vanni e che rimane particolarmente colpito dai disegni di Erica, cui lascia il suo biglietto da visita 48

con grande gioia della ragazza. Vanni però lo tratta con una certa freddezza e pone presto termine alle sue chiacchiere, lasciando intendere che la notte bianca è stata sufficientemente impegnativa e che non è il momento di intrattenersi. Una volta che il designer se ne è andato, Vanni prende in disparte Anna e le fa nuovamente domande su Erica ma lei difende la privacy della ragazza. A bottega vuota, quest’ultima ritorna da sola a riprendere la cartelletta dei suoi disegni che aveva dimenticato: alle domande di Vanni risponde con qualche vago cenno a uno stalker conosciuto alla casa-famiglia e lui si arrabbia convinto che lo stia prendendo in giro. Anche Jess mostra di non credere affatto alle parole di Erica quando la sera, nella loro camera, la ragazza le racconta che la causa dell’arrivo della polizia era stata il fatto che era stata ripresa da una telecamera di sorveglianza mentre sfasciava per vendetta l’auto di Andrea; così le due amiche litigano nuovamente. L’indomani mattina Vanni va a casa di Carlo e mostra a Chiara che Erica aveva usato i fogli da disegno di Lorenzo; anche sua moglie infatti li riconosce immediatamente, ma subito dopo lo mette alla porta dal momento che lui le dice di voler far luce da solo sulla questione. Anna parla in modo molto franco con Erica: le dice che deve smettere di dare agli altri la colpa di quello che fa, le ricorda il suo passato turbolento segnato da episodi di ira aggressiva, la mette davanti al fatto che rischia fortemente di tornare in prigione. Rimasta sola, Erica si abbandona al flusso dei ricordi. Rivediamo il momento in cui Lorenzo le aveva detto di avere talento, la sera tarda in cui si era recata in camera di lui col pretesto di portargli dei disegni e l’intenzione di sedurlo, e l’autocontrollo di lui nonostante non fosse del tut-


to insensibile a lei che gli sembrava diversa dagli altri e che aveva ironicamente giustificato questa differenza col fatto di essere ricca, raccontandogli della sua famiglia. Si ritorna al presente e in laboratorio Vanni mostra ai ragazzi una scultura di Amore e Psiche, già a buon punto ma non terminata, per la quale richiede la loro collaborazione. L’uomo costringe Erica ad ammettere che il suo album da disegno le era stato regalato da Lorenzo, mostrandole il codice con cui un artigiano personalizzava i fogli per ogni cliente. A pranzo in trattoria, mentre Marcello vigila sulla crescente simpatia fra Beatrice e Elia, Vanni confida a Carlo i suoi sospetti su una probabile relazione fra Lorenzo e una delle ragazze della comunità e il suo desiderio che Chiara ritorni a casa. Di ritorno in bottega, Erica approfitta della distrazione di Vanni intento a consegnare a Carlo delle tavole d’abete dopo che quest’ultimo aveva raccontato la storia di Amore e Psiche rivolgendosi soprattutto a Jess, per recuperare il numero di telefono del designer. Appena rientrata alla casa-famiglia gli telefona inventando che sia stato Vanni a darle il numero e accettando subito un appuntamento per l’indomani. Nel frattempo Chiara telefona a Vanni per scusarsi della sua reazione eccessiva del giorno prima, ma quando lui, accennando ai ragazzi della casa-famiglia, dice che ha la sensazione che possa essere successo qualcosa di brutto perché a suo parere Lorenzo non era così diverso da loro, lei se la prende di nuovo e chiude la telefonata. Segue un nuovo flashback di Erica: la rivediamo in auto, accompagnata da Lorenzo a casa dei suoi, con una grande scatola-regalo fra le braccia. Arrivati a destinazione, avevano trovato la famiglia di lei intenta a festeggiare il ventitreesimo compleanno della sorella di Erica: nessuno si mostrava felice

dell’arrivo di quest’ultima, anzi la madre aveva fatto notare seccatamente a Lorenzo, piuttosto perplesso e a disagio, che non ci dovevano essere arrivi “a sorpresa” dalla casa-famiglia. Torniamo al presente: il giorno successivo, al risveglio, Erica finge di non stare bene per far sì che Anna vada coi ragazzi alla bottega di Vanni lasciandola sola, in attesa dell’arrivo del dottore. Appena si sente libera, va invece nello studio di Tucci, un grande studio di design che la attira tantissimo: lì l’uomo le conferma che i suoi disegni hanno un grande potenziale e lei gli chiede di poter lavorare da lui, inventando di aver praticamente già concluso il periodo obbligatorio alla casa-famiglia. Lui è un po’ stupito, ma anche attratto da lei, e le promette che cercherà di fare un’eccezione per trovarle un posto. Soddisfatta, Erica si dirige da Vanni e inventa di essere uscita quando si è ripresa; lui la esorta a telefonare subito ad Anna che l’ha chiamato infinite volte e lei si giustifica con la scusa del telefono scarico e gli chiede anche il favore di iniziare lui la chiamata per tranquillizzare Anna. Vanni non si tira indietro ma poi le fa capire di non credere assolutamente alle sue storie; lei si difende ribattendo di non aver fatto nulla di male, di essere solo andata a trovare un amico. Allora lui risponde sarcasticamente: “Un amico... com’eri amica del mio figliolo?” e lei replica che è pronta a denunciarlo per molestie. Mentre gli altri quattro ragazzi osservano in silenzio lo scontro, stando visibilmente dalla parte dell’uomo, Vanni la mette a scartavetrare due tavole per punizione. Poi, in pausa pranzo fuori dalla bottega, Lapo, Elia e Jess tentano di sapere da Erica la verità ma non ottengono nulla. Poco dopo Elia raggiunge Beatrice che sta ancora lavorando il ferro e insieme fanno un giro e 49

prendono un gelato: chiacchierano, lui le racconta di aver lasciato il suo gruppo musicale perché suonare lo faceva stare male, lo obbligava ad andare troppo a fondo nelle sue emozioni, e quando sono sul punto di baciarsi sopraggiunge Marcello in bicicletta, sempre diffidente verso Elia. In bottega Vanni tenta ancora di sapere da Anna la verità su Erica, ma lei fa solo riferimento all’episodio della macchina sfasciata. La sera nella casa-famiglia Jess ottiene da Anna il permesso per un’uscita serale con Carlo; Erica, pur sapendo che la sua situazione è ben più complicata, prova comunque a chiedere a sua volta un permesso, che le servirebbe per andare a un nuovo appuntamento col designer. Anna, cui Erica non spiega la motivazione della richiesta, glielo nega come prevedibile, aggiungendo che se uscisse senza la sua autorizzazione sarebbe lei la prima a portarla in prigione. Solo, Vanni indaga su Internet e trova un vecchio articolo di giornale a proposito di un negozio nel centro di Firenze dato alle fiamme nella notte da Erica Giordani, appartenente a una nota famiglia fiorentina. Si trattava del negozio della sorella della ragazza. EPISODIO 4 - LEGNO CONTRO RESINA Verso sera Chiara raggiunge Vanni all’appuntamento che lui le ha dato e gli dice che sta andando da un medico, un amico di famiglia, che la sta aiutando a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi che non ci sia stato nessun colpevole per la morte di Lorenzo: Vanni al contrario la in-


forma dei suoi tentativi d’indagine sul conto dei ragazzi della casa-famiglia e soprattutto di Erica. Dopo alcune insistenze Chiara accetta di cenare con lui, ma quando lui le dice sinceramente che vorrebbe ritornasse a casa, ribatte sicura di volere la separazione perché non riesce a non pensare che se lui fosse stato diverso con Lorenzo, loro figlio sarebbe forse ancora vivo. La stessa sera, nonostante il fermo divieto di Anna, Erica esce dalla casa-famiglia per raggiungere il designer nel suo studio: una volta arrivata trova un’atmosfera intima e accogliente e accetta subito di cenare con Roberto che si era già messo all’opera nel suo spazio cucina. Terminata la cena gli domanda che cosa pensa dei suoi disegni e lui le mostra il prototipo di una lampada realizzata proprio a partire da uno di questi. Erica si commuove credendo che lui apprezzi davvero le sue idee e voglia aiutarla; si fida istintivamente del giovane e fra i due molto presto si accende la passione. Contemporaneamente Jess era uscita con Carlo che, dopo averla portata in una chiesa di cui a lei aveva già parlato Lorenzo e averle mostrato alcuni affreschi, la porta in un bar con dancing all’aperto: ballano e lui tenta di baciarla ma lei si sottrae e poi, una volta sola al tavolino, ruba alcune banconote dal suo portafoglio. Appena rientrata nella casa-famiglia viene raggiunta da Elia che la fa scendere al piano di sotto dove ci sono anche Lapo e Valentina per parlare di nascosto di un problema serio: Erica non è ancora tornata e,

data l’inaffidabilità della ragazza, temono che possa essere entrata in crisi dopo l’arrivo della polizia e che prima o poi possa parlare mettendoli tutti nei guai e facendoli finire in prigione. La mattina successiva Erica dorme ancora mentre Roberto è pronto a ricevere di lì a non molto i suoi praticanti; approfitta del fatto che lei non lo veda per fotografare con il suo smartphone i disegni della ragazza. Quando quest’ultima si sveglia la avverte dell’arrivo imminente dei collaboratori, lei si spaventa per aver perso la cognizione del tempo e vorrebbe che fosse lui ad avvertire Anna, ma lui rifiuta e quando lei gli domanda se potrà trasferirsi a lavorare lì, lui prende tempo, chiedendole di non parlare con nessuno della cosa per il momento. Erica è piuttosto titubante, non capisce se può credergli o meno, ma il tempo stringe e deve correre alla casa-famiglia. Appena lei se ne va, a uno dei giovani collaboratori appena entrati Roberto dice di far sparire la lampada-prototipo. Segue un flashback che fa ancora riferimento all’occasione in cui Erica si era fatta accompagnare da Lorenzo dai suoi, a loro insaputa: la ragazza rivede la sua discussione con loro davanti a tutti gli invitati, sua sorella che iniziava a raccontare dell’incendio appiccato nel suo negozio e Lorenzo che non voleva ascoltare e la portava via. Rivede se stessa piangere e sfogarsi con lui per strada, raccontargli di aver invidiato sua sorella perché più libera mentre lei era stata costretta dai genitori a fare il liceo classico al posto dell’artistico ed era stata punita troppo severamente dopo le bocciature, baciarlo all’improvviso e poi vedersi respingere per l’inevitabile distacco imposto dai ruoli. Si ritorna al presente: proprio mentre Anna sta prendendo le difese di Erica con il collega Tommaso, sostenendo che a suo parere Andrea ha mentito affermando 50

che la ragazza, oltre a sfasciargli l’auto, l’avrebbe anche aggredito e minacciato, e probabilmente ha fatto così per vendicarsi del suo allontanamento deciso da Anna stessa, bussa alla porta del loro ufficio la compagna di stanza di Erica, Francesca. La ragazza rivela a entrambi che Erica non ha trascorso la notte in camera e che è uscita dalla casa dalla porta sul retro. Intanto in bottega Vanni è molto nervoso per l’assenza di Erica e non ottiene alcuna risposta in merito dagli altri ragazzi. Poi lei arriva ed entra nel silenzio generale; Vanni le domanda se aveva avuto una storia con Lorenzo e lei risponde di no, anche se gli aveva voluto bene. Sopraggiunge poi Anna che informa Vanni di essere intenzionata a togliere Erica dal corso, come dice alla ragazza stessa nel loro tragitto in macchina di ritorno alla casa-famiglia. Erica allora è davvero disperata nel sentirsi dire da Anna che la sua pratica verrà rimessa al giudice data la sua pericolosa irresponsabilità e si accorge di quanto ci terrebbe a poter rimanere alla casa-famiglia. Confida ad Anna di aver passato la notte con un uomo che la aiuterà ma di cui non può rivelarle il nome e le chiede tempo fino all’indomani mattina. A sera tutti rientrano alla casa-famiglia ed Erica telefona al designer ma trova la segreteria telefonica. Segue un flashback: ricorda Lorenzo raggiungerla in auto e rimproverarla per averlo chiamato senza ragione nel suo giorno libero, dirle con grande fermezza di non essere il suo ragazzo e di non poterle più essere amico se lei se ne approfitta; ricorda di essersela presa e di avergli chiesto dove andava quando usciva la notte, di essersi sentita rispondere di stare alla larga dal suo privato, finché lei si era messa a piangere e lui l’aveva consolata ripetendole però che stava esagerando.


Torniamo al presente e la ritroviamo nella sua camera con Francesca, con in mano il telefono che non dà risposte. Tenta di uscire ma fuori in corridoio trova Tommaso a fare la guardia ed è costretta a rientrare. L’indomani Erica scopre dal cellulare che il designer ha messo sul sito del suo studio i disegni di lei, spacciandoli per suoi; Jess la mette alle corde per sapere la verità e strappandole di mano il telefono capisce da sola, da una foto di Roberto, che Erica sta nascondendo di avere una storia con lui. Ma Erica, su tutte le furie per essere stata ingannata dall’uomo, ribatte di non avere alcuna relazione e non le racconta nulla dei disegni. Nel frattempo Erica è al centro della conversazione fra Vanni e Anna, che parlano in bottega in disparte dagli altri ragazzi: lui la mette a parte dell’album da disegno del figlio e Anna ipotizza che Erica possa averlo preso da sola, per ricordo; inoltre Vanni le dice di aver fatto ricerche e di aver letto del negozio incendiato. Proprio mentre Anna gli confida di essere molto preoccupata per la ragazza, ormai rimasta sola, viene raggiunta dalla telefonata del collega Tommaso, che la informa che Erica è sparita. Da Jess vengono a sapere dei rapporti di lei col designer e, guardando il sito dello studio di quest’ultimo, trovano i disegni della ragazza: comprendono allora la collera di lei e. temendo che possa stare per compiere uno dei suoi soliti gesti vendicativi visto che in bottega manca un attrezzo da lavoro che potrebbe diventare un’arma, Vanni e Anna si precipitano allo studio di design. Per la prima volta si fidano a lasciare gli altri quattro ragazzi da soli in laboratorio e per la prima volta Vanni prende nettamente le difese di Erica: una volta arrivati nello studio di Roberto infatti, - dove naturalmente era già presente anche la ragazza -, Vanni dichiara la sua appropriazione indebita sen-

za mezzi termini, in presenza dei vari tirocinanti, e dice di essere pronto ad andare fino in fondo alla faccenda se sarà necessario. Allora Roberto, che prima cercava di difendere la sua posizione e di metterli sbrigativamente alla porta, fa marcia indietro e assicura di togliere al più presto i disegni di Erica dal sito. Anna, Vanni e lei se ne vanno allora soddisfatti; fuori dallo studio Vanni dice a Erica che Anna l’ha convinto a darle una seconda possibilità a patto che lei rispetti le sue regole, e aggiunge che alcuni disegni sono davvero di qualità. Istintivamente Erica lo abbraccia con entusiasmo, contenta che l’abbia difesa e che le offra una nuova opportunità. Una volta rientrato in bottega, Vanni vede con grande stupore che la scultura in legno di Amore e Psiche è stata portata a termine dai ragazzi, che si sono fatti trascinare dalla voglia di Lapo di aiutare l’artigiano per fargli rispettare la consegna. Lo stupore diventa però molto presto rabbia quando Vanni si accorge che la punta di un’ala è spezzata: si mette alacremente all’opera, facendo scaldare la colla a Lapo, e prova a riaggiustare la scultura. L’operazione sembra proprio andare a buon fine. Prima che i ragazzi tornino alla casa-famiglia, Vanni dice di non essersi dimenticato dell’arnese sparito: Lapo allora prende coraggio e gli mostra la cornice da lui realizzata, in cui ha sistemato la foto di gruppo che si erano scattati nella notte bianca, restituendogli la sgorbia. Vanni lo perdona ma gli raccomanda d’ora in avanti di chiedere gli attrezzi, anziché prenderli di nascosto. Poi sulla porta chiede a Erica di Lorenzo, le domanda se secondo lei si sia ucciso, e lei risponde di sì, perché era tormentato. A bottega vuota, Vanni appende la foto a una parete. Alla casa-famiglia squilla il cellulare di Lapo e lui dice a Valentina che adesso 51

sono nei guai. L’ultima inquadratura è sulla madre di lui, Linda, che si lascia alle spalle la comunità di recupero e ritorna in libertà. EPISODIO 5 - LE DISGRAZIE NON VENGONO MAI SOLE Vanni telefona a Chiara e le assicura che Lorenzo non ha mai avuto una relazione con Erica, poi le chiede insistentemente di ritornare a casa ma lei ancora non se la sente. Jess va a cercare Carlo nel suo negozio ma ci trova una giovane donna, vistosamente gelosa, che vuole mandarla subito via: le due litigano venendo alle mani e facendo cadere a terra e rompere alcuni oggetti, poi Jess se ne va incurante dei richiami di Carlo. Durante la colazione nella casa-famiglia Valentina informa gli altri del fatto che Linda, la madre di Lapo, è uscita dalla comunità e in giornata verrà a trovarlo; in disparte dagli altri ragazzi, il gruppo di Elia, Jess, Erica, Lapo e Valentina si ritrova poi a discutere e concordare qualcosa di segreto. Segue un flashback in cui Lorenzo aveva chiesto a Lapo se lui sapesse che sua madre aveva un compagno e lui aveva risposto che sperava se ne fosse liberata definitivamente, ma la sua speranza era stata infranta nel vederla arrivare la sera alla casa-famiglia con evidenti segni di botte al volto. Si ritorna al presente e in bottega Valentina spiega a Vanni la motivazione dell’assenza di Lapo e gli chiede di essere comprensivo al suo ritorno, se lo troverà più nervoso del solito. La scena si sposta allora nella casa-famiglia dove si


assiste all’arrivo di Linda, che saluta il figlio piuttosto affettuosamente e gli dice che non si droga più da due mesi, da quando cioè l’aveva trovata lui. Ha luogo un nuovo flashback: in una chiesa Lorenzo commentava degli affreschi ma Lapo era terribilmente preoccupato per le mancate risposte di sua mamma alle sue chiamate. Voleva precipitarsi a casa convinto che fosse successo qualcosa, e allora Lorenzo aveva interrotto la spiegazione e l’aveva accompagnato insieme a Valentina, Jess e Elia. Il presentimento di Lapo aveva trovato purtroppo conferma: sua madre era stesa sul pavimento in preda alle convulsioni da overdose: Lapo e Lorenzo le si erano subito avvicinati per soccorrerla e avevano chiamato l’ambulanza. Ritorniamo al presente: Linda dice a Lapo che ricorda la presenza di un altro uomo a soccorrerla oltre a lui e il figlio le risponde che si trattava di quelli del 118; lei non ci crede e gli domanda se si trattasse di Fabio, misteriosamente sparito da quando lei è uscita dal coma. Lapo le risponde che è un comportamento prevedibile per uno spacciatore e ribadisce che non si è più fatto vedere nemmeno da lui, ma lei è convinta che lui menta e le nasconda qualcosa, e se ne va in collera dicendosi determinata a scoprire dov’è Fabio e che fine ha fatto la droga.

All’arrivo di Lapo in bottega, Vanni si mostra molto paziente e pur rimanendo di poche parole come al suo solito, invita il ragazzo a passare dietro al banco, dalla stessa parte da cui sta lavorando lui, e lo guida nel fare un lavoro di precisione, cosa che rende Lapo orgoglioso. Quando Vanni si allontana raggiungendo il suo amico Marcello, le ragazze gli domandano se non si sia lasciato scappare nulla con sua madre e lui conferma che lei non può sospettare niente. Vanni si ferma un po’ da Marcello che è alle prese con due sconosciuti che vorrebbero lasciargli della merce da sistemare, cosa che lui non vuole assolutamente fare temendo sia merce rubata; nel frattempo Beatrice raggiunge i ragazzi e parla con Elia, lasciando con lui il retrobottega e trasferendosi nello spazio del negozio aperto al pubblico. Entra una signora vivace, dai modi decisi e un po’ altezzosi, accompagnata dal nipote adolescente che lei rimprovera come gran scansafatiche davanti a loro due; dice di essere una commerciante di Bergamo e osserva ammirata vari oggetti ma si stupisce per il costo elevato e aspetta di parlare con il titolare. Suo nipote, annoiato dall’attesa, va nel laboratorio e offende i ragazzi definendoli “schiavi”, in particolare se la prende con Valentina quando lei gli dice che non può stare lì e non può toccare un arnese particolarmente pericoloso. A quel punto Lapo perde la pazienza e il ragazzino finisce per farsi male alla spalla e al braccio. Beatrice si precipita a chiamare Vanni e presto arriva l’ambulanza che porta al pronto soccorso il ragazzo, mentre sua zia, tutte le furie, si dice pronta a fare causa a Vanni, che con lei non si mostra intimidito ma poi confida a Carlo la sua paura di finire in un nuovo guaio. A sera Elia suggerisce a Lapo di dire a sua madre che oltre a lui a soccorrerla c’era Lorenzo, affinché non sospetti altro. 52

Il giorno successivo la commerciante di Bergamo accetta la proposta di incontro di Vanni e così si ritrovano insieme a cercare un accordo, in presenza anche del nipote, puntualmente zittito dalla zia che vuole ingigantire i danni riportati per ricavarne il maggiore vantaggio possibile e che non perde occasione per vantare le sue due boutiques di lusso. Pretende che Vanni le prepari da zero entro una settimana una specchiera grande in foglia d’oro antico, su misure scelte da lei, e sul modello di una vista nel negozio, e vuole anche un vaso dalla lavorazione pregiata. All’uomo non resta che accettare, pur sapendo che non sarà semplice realizzare in una sola settimana quello che di solito richiede un mese di lavoro. Grazie all’impegno tenace dei ragazzi, tutti tranne Lapo cui Vanni proibisce di lavorare per via dell’infortunio che si è procurato alla mano dando un pugno contro un pezzo di legno, l’impresa impossibile viene realizzata e la signora soddisfatta depone le armi e se ne torna a Bergamo con il nipote. Per la prima volta Vanni fa un complimento ai ragazzi ma poi, a bottega vuota, dice ad Anna che non se la sente più di tenere Lapo in laboratorio, ritenendola una responsabilità troppo grande. All’uscita Beatrice invita Elia a uscire con lei e lui, un po’ titubante, decide di accettare. Mentre Vanni sta chiudendo il negozio, Lapo lo raggiunge, lo ringrazia per come ha accettato di risolvere la questione con la bergamasca, e gli fa capire che è disposto a sopportare qualunque fatica e a seguire scrupolosamente tutte le regole pur di poter continuare a lavorare e soprattutto a fare gli intagli. Vanni, contento di trovare nel ragazzo una sincera passione per il mestiere, accetta. A sera Beatrice attende invano Elia che non si presenta all’appuntamento e si ricorda solo grazie a Jess di avvertire la ragazza con un


sms; Lapo e Valentina, con il permesso di Anna, si recano a cena a casa della madre di lui. L’appartamento è visibilmente trascurato, ci piove dentro e molte cose sono in disordine; anche la cena è quasi immangiabile ma Valentina fa di tutto per mostrarsi gentile e dice alla donna che Lapo è il più bravo di tutti al corso. Poi il discorso finisce presto per cadere sulla droga: quando il figlio le ricorda che ha rischiato di morire, lei risponde che Fabio le aveva detto di non toccare quel crack, poi ricomincia a tempestarlo di domande su di lui. In un flashback vediamo Lapo guardare sua madre da dietro i vetri della terapia intensiva e scambiare alcune parole con Fabio. Quando quest’ultimo aveva esclamato che la donna se l’era meritato perché non avrebbe dovuto toccare quella roba, Lapo aveva reagito d’istinto e stava per colpire l’uomo ma era stato fortunatamente fermato da Lorenzo, che aveva detto a Fabio che di Lapo da quel momento in avanti si sarebbe occupata la casa-famiglia. Una volta che lo spacciatore se n’era andato, Lorenzo aveva domandato al ragazzo se aveva cominciato a fare pugilato per difendersi da quel delinquente. Ritorniamo al presente: Lapo dice a sua madre che l’uomo che lei si ricorda averla soccorsa insieme a lui era proprio Lorenzo; lei gli domanda per quale ragione non gliel’abbia detto subito e dice di doverlo ringraziare, ma il ragazzo controbatte che non ce n’è bisogno. All’ennesima domanda su Fabio, Lapo fa per andare via ma la donna si mette davanti alla porta e ha luogo un forte litigio in cui lui le dice di provare vergogna per lei e di non farsi più vedere alla casa-famiglia e lei replica che lui le ha rovinato la vita e avrebbe voluto che non fosse mai nato. Lapo fa per aggredirla spingendola contro la parete ma Valentina riesce a fargli riprendere il controllo e insieme se ne vanno via in scooter.

EPISODIO 6 - LE VERITÀ NASCOSTE Due ispettori della ASL arrivano a fare dei controlli nella bottega di Vanni e, dichiarandola non a norma, mettono i sigilli, così da impedirgli di lavorare e da interrompere di conseguenza anche il corso. Mentre lui è solo nel negozio, la madre di Lapo gli fa cenno dalla strada di volergli parlare: gli dice chi è, gli parla di suo figlio come di un violento, e aggiunge che vorrebbe ringraziare Lorenzo per averle salvato la vita, scoprendo così che il ragazzo era morto tre mesi prima. Da questo momento in Vanni nasce l’idea che Lapo possa aver a che fare con la morte di suo figlio; mentre è ancora solo nel negozio, a sera, lo raggiunge Chiara che vorrebbe convincerlo ad accettare un prestito da suo fratello Carlo per pagare i lavori necessari alla risistemazione dei locali, ma Vanni non ne vuole sapere. Lei lo osserva mentre lui guarda gli attrezzi che ha da cinque generazioni e da cui ora sarebbe pronto a separarsi se indispensabile per ricavare denaro. Le dice che ha bisogno di continuare a osservare i ragazzi per scoprire qualcosa sulla fine di Lorenzo, le riferisce di aver saputo da Linda che lui era presente quando lei era finita in overdose e lui non smette di sospettare che fosse ricaduto nel tunnel della droga.Chiara, addolorata, se ne va. Quando Vanni confida all’amico Marcello e a sua figlia Beatrice le sue preoccupazioni economiche, loro si dicono subito disposti ad aiutarlo, con la condizione imposta da Marcello di chiudere quel corso fonte di tanti problemi. Vanni replica che troverà da solo una soluzione e che riuscirà a portare avanti il corso; la sua attenzione cade poi su un pezzo di legno che Marcello intuisce esser stato dimenticato nel suo laboratorio da quei giovani di colore che gli avevano portato della merce a suo parere sospetta, e ritenendolo di un certo valore, si mette in macchina 53

diretto alla chiesa da cui il pezzo era arrivato. Raggiunta la chiesa sulle colline fuori città, vede che ci sono in corso dei lavori cui partecipa anche il prete, don Gianni, un tipo simpatico che gli racconta di essere anche ingegnere civile e gli mostra il vecchio pulpito da cui proveniva quel legno. Vanni resta ammirato e, dicendosi convinto che il luogo lo meriterebbe, gli propone un bel restauro; il prete però non ha fondi per pagare, infatti gli immigrati che lavorano lì rientrano in un progetto di integrazione e non sono stipendiati da lui. Vanni allora gli propone uno scambio di favori: lui e i suoi cinque apprendisti lavoreranno al restauro del vecchio pulpito gratuitamente. Il prete è felice di accettare. A sera Beatrice raggiunge la casa-famiglia per parlare con Elia e comprendere le ragioni del suo silenzio e del suo comportamento in occasione del loro appuntamento mancato; il chiarimento diventa in realtà uno scontro perché il ragazzo le chiede scusa ma quando lei gli domanda se si stesse scusando per non essere andato all’appuntamento oppure per aver accettato, Elia resta esitante in silenzio. Lei non gli dà tempo e velocemente si rimette in auto verso casa. Il giorno successivo a colazione Valentina nota che Erica sta disegnando dei fiori che le fanno riaffiorare alla memoria quelli che aveva visto in un quadro che Lorenzo giudicava bellissimo, per vedere e fotografare il quale si era infiltrato nottetempo in una proprietà privata, mentre lei e


Lapo avrebbero dovuto aspettarlo all’ingresso. La ragazza domanda a Erica se abbia inventato lei quel disegno o se l’abbia copiato, ma Erica taglia corto senza rispondere. Contemporaneamente Vanni espone a Anna la sua ipotesi di lavoro per far proseguire il corso dei ragazzi; lei risponde che spera di non commettere con quei ragazzi lo stesso errore fatto con Lorenzo, quando gli aveva affidato una responsabilità troppo grossa, e poi accetta. Il lavoro nella chiesa ha inizio e Vanni dice ai ragazzi che per prima cosa dovranno capire cosa restaurare e cosa invece rifare da capo; è evidente la sua ferma intenzione di fare un lavoro a regola d’arte e Jess propone di fare subito una foto delle condizioni del pulpito per poterla poi mettere su un futuro sito internet della bottega, pubblicizzando così l’opera di restauro. Le attività si avviano alacremente; mentre gli altri lavorano fuori dalla chiesa, Vanni chiama Lapo dicendogli di andare da lui con un certo attrezzo per lavorare sul pulpito. Il ragazzo lo raggiunge e Vanni dapprima gli fa dei complimenti per la sua bravura, poi però gli rivolge domande su Lorenzo e il suo tono diventa sempre più aggressivo; alla fine spaventa il ragazzo premendogli contro una pesante scala di legno e Lapo urla per il dolore alle mani. Poi la tensione si scioglie e il ragazzo non racconta nulla dell’episodio a Valentina anche se lei intuisce che è accaduto qualcosa fra lui e Bandinelli. L’indomani quest’ultimo si scusa con Lapo ma poi diventa nuovamente aggressivo cercando

di scoprire la verità sulla morte del figlio; l’atteggiamento duro e minaccioso dell’uomo non passa inosservato agli occhi di Anna che assiste alla scena un po’ a distanza e poi gliene chiede spiegazioni. A lei l’uomo dice del suo incontro con la madre di Lapo che gli ha parlato del figlio come di un violento e le confida di non credere più all’ipotesi del suicidio. Anna ritiene folle pensare a Lapo come a un assassino e, quando Vanni insiste per sapere se abbia notato qualcosa di strano o diverso in Lorenzo negli ultimi tempi, lei risponde che tutti si sono accorti che è più teso del solito dopo l’episodio dell’overdose di Linda, che probabilmente è stato un trauma anche per lui. Nel frattempo Lapo dice agli amici che Vanni ce l’ha ancora con lui per la faccenda della signora di Bergamo, non facendo parola delle domande su Lorenzo. Il lavoro riprende e arriva Beatrice a consegnare dei materiali: Jess spinge letteralmente Elia verso di lei per costringerlo a parlarle e lui finalmente le chiede scusa per non essere andato all’appuntamento. Intanto il prete osserva incantato la bravura di Vanni e gli dice di avere nelle mani una vera e propria arte che sta donando ai suoi apprendisti. Arriva anche Carlo a dare una supervisione ma la sua attenzione è rivolta soprattutto a Jess, a cui fa uno scherzo fuori dalla chiesa afferrandola di spalle e facendola spaventare e arrabbiare. La ragazza gli spiega di avere sempre paura che possa ricomparire il suo ex, Lucio, a tormentarla, e poi ritorna dai compagni. A sera al ritorno in casa-famiglia Anna e i ragazzi trovano Linda ad aspettare Lapo: Anna mette a loro disposizione il suo ufficio e lì il ragazzo dice alla madre di non volerla più rivedere; lei non si dà pace, è convinta che al suo compagno Fabio sia successo qualcosa e che Lapo si sia preso il crack. Si apre un ampio flashback: vedia54

mo Fabio arrivare in macchina a un appuntamento con Lapo e, in tono molto adirato e minaccioso, lo sentiamo intimare al ragazzo di riportargli entro sera la droga sparita. Quindi rivediamo Lapo, in casa-famiglia, chiedere con aria disperata a Erica, Elia e Jess chi di loro abbia preso la droga, e in quel momento entrare nella stanza Lorenzo. Quest’ultimo rivela loro di essere stato un tossicodipendente e dice di aver preso e distrutto la droga trovata a casa di Linda: Lapo va su tutte le furie, convinto che Fabio non gli risparmierà la vita, ma Lorenzo insiste nel rassicurarlo, nel dirgli che la casa-famiglia lo proteggerà. Si ritorna al presente: Linda è convinta che Lapo abbia venduto la droga e si dice pronta a raccontare tutto agli amici di Fabio se lui non le darà i soldi guadagnati. Terminato il loro colloquio, agli amici Lapo continua a dire che sua madre non sospetta di nulla ma poi in privato a Valentina racconta la verità. Lei esclama che quello che è successo con Fabio è stata colpa sua e lui dice che ormai hanno una sola via percorribile: recuperare il denaro da dare a sua madre alla festa del convento e poi scappare insieme. Lei è pronta a seguirlo. In un nuovo flashback rivediamo Valentina travestita da prostituta mentre aspetta l’arrivo di Fabio cui ha dato un appuntamento di sua iniziativa; gli propone un accordo che lui finge di accettare, ossia divertirsi con lei e lasciare in pace Lapo che non ha la droga. Fabio la fa salire in auto e la porta in campagna; al calar delle tenebre e sotto la pioggia si consuma la violenza, mentre la ragazza si rende conto di essere caduta in una trappola senza vie d’uscita e che non sarà nemmeno d’aiuto per Lapo. Quando Fabio esce dall’auto per fumare, lei tenta di scappare ma viene subito riacciuffata da lui che telefona a Lapo facendogli sentire la voce di lei e rendendola un


ulteriore strumento di ricatto per riavere la droga. Si ritorna al presente: la conclusione del restauro del pulpito viene festeggiata con un bel pranzo all’aperto cui partecipano il prete e gli immigrati che lavorano presso la chiesa insieme a Vanni e ai suoi cinque ragazzi. A un tratto Elia nota che Valentina e Lapo si alzano da tavola e si allontanano; il ragazzo raggiunge l’amico e gli chiede di parlargli dei suoi problemi ma lui taglia corto e non spiega nulla. In un ultimo flashback rivediamo Lapo aggredire Lorenzo con un pugno e poi stringergli le mani al collo e venire fortunatamente fermato da Elia e dalle ragazze, mentre Lapo grida: “Se succede qualcosa a Valentina io giuro che t’ammazzo!”. Torniamo al presente: Elia segue silenziosamente a distanza Lapo e Valentina e quando, dal portone della chiesa, li vede tentare di rubare un crocefisso e altri oggetti di valore dall’altare, interviene domandando cosa stiano facendo ed esclamando che non vuole che finiscano tutti nei guai, questa volta in modo irrimediabile. Senza che nessuno di loro se ne accorga, sopraggiunge anche Vanni che si apposta in un luogo nascosto della chiesa da cui riesce a sentire distintamente le loro voci: Valentina risponde a Elia che devono per forza dare a Linda il denaro della droga e Elia dice che penserà lui a trovare una soluzione. L’ultimo scambio di battute è fra lui e Lapo. Elia esclama: “Hai visto com’è andata a finire con Lorenzo?”, Lapo ribatte: “Non è stata colpa mia, bastava che Lorenzo non si portasse via la droga”, Elia risponde: “Ci siamo dentro tutti”. EPISODIO 7 - SOLDI, DROGA E ROCK’N’ROLL Al suo rientro a casa Vanni trova inaspettatamente la moglie Chiara intenta a cercare fra i vestiti di Lorenzo un maglione che

non trova. Il clima fra loro è disteso ed escono insieme a fare una camminata, durante la quale lei gli domanda delle sue supposizioni su Lapo e Vanni risponde che, da quanto ha ascoltato a loro insaputa, Lorenzo avrebbe rubato della droga. Vanni ipotizza che abbia spacciato per bisogno di denaro e ripensa al passato, quando suo figlio gli aveva chiesto cinquemila euro e lui glieli aveva negati; ma di questo episodio non fa parola con la moglie. Nella casa-famiglia Lapo, molto teso, dice a Elia che la prossima volta che Vanni lo attaccherà gli racconterà tutta la verità. Mentre si festeggia il ritorno a casa di Francesca, una ragazza della comunità, Elia ricorda i terribili momenti in cui era schiavo della cocaina, a tal punto da non riuscire più a suonare durante un concerto. Mentre è tormentato da questi ricordi, riceve la telefonata di Bea cui sceglie di non rispondere. Vanni e Marcello mangiano insieme in trattoria: il primo confida di essere inquieto al pensiero del denaro negato a Lorenzo e il secondo confida la sua preoccupazione per la decisione della figlia di andare a vivere da sola e per il probabile intensificarsi della sua relazione con Elia. A festa finita quest’ultimo ricorda un lontano giorno d’estate in cui aveva visto Lorenzo, allora per lui sconosciuto, chiedere una dose a uno spacciatore; poi lo ricorda al primo ingresso nella casa-famiglia, quando Anna l’aveva presentato come pittore e artigiano che avrebbe sviluppato con loro un progetto nuovo. Parallelamente Vanni si incontra con Chiara e questa volta le rivela di non aver dato al figlio la somma che lui aveva chiesto; la reazione della moglie è molto forte: gli domanda per quale ragione non ne abbia parlato anche con lei e, nuovamente in collera con Vanni, si dispera. Di sera tardi la madre di Lapo 55

fa una velocissima comparsa alla casa-famiglia, per mettere ancora una volta pressione al figlio che, nottetempo, confida a Valentina le sue paure. Se non riuscirà a trovare il denaro che Linda vuole, dovrà rivelarle la verità; la ragazza non vuole assolutamente che questo accada, temendo più di ogni altra cosa che la polizia li separi. L’indomani al risveglio Valentina non trova più da nessuna parte il cagnolino Pinocchio, cui era molto affezionata, ma non può dedicarsi a cercarlo perché è tempo di andare da Vanni. Quest’ultimo incontra Carlo che, mentre apre il suo negozio, chiede all’uomo che intenzioni abbia rispetto al concorso del comune cui vorrebbe partecipare Sandra, proprietaria di un’altra bottega artigiana nelle vicinanze. Vanni però, ancora di cattivo umore per la lite con Chiara, è di poche parole, esattamente come con Marcello che lo raggiunge di lì a poco. L’amico vorrebbe da lui un consiglio sulla decisione di Beatrice, sentendosi doppiamente responsabile verso di lei perché vedovo; Vanni sta sulle sue, essendosi sentito accusare il giorno precedente di avere portato solo guai con il corso per i ragazzi della comunità. Quando da Vanni arriva Sandra a chiedere della decisione per il concorso del comune, lui esclama subito che è intenzione sia sua che di Marcello partecipare; l’amico, fra lo scherzoso e il serio, aggiunge che se ne andrà per un periodo in ferie e lascerà la sua bottega nelle mani della figlia, che lo guarda stupita. Nel frattempo Anna telefona al suo collega Tommaso incaricandolo di cercare il cane scomparso, poi rag-


giunge il pulmino e vi trova la moglie di Vanni: la donna le domanda in modo molto diretto se secondo lei sia possibile che Lorenzo abbia rubato della droga come suo marito ha sentito dire da alcuni ragazzi; Anna, presa così alla sprovvista, rimane perplessa e si ripromette in cuor suo di fare luce sulla faccenda. Nella bottega di Vanni i ragazzi ascoltano insieme a lui Sandra, che illustra il regolamento del concorso: devono scegliere un’area verde da riqualificare e trovare un’idea per l’arredo e dovranno realizzare modello e disegno da portare in Comune. Ciascun concorrente costruirà i suoi pezzi nel proprio laboratorio e poi l’assemblaggio avverrà in contemporanea nello spazio all’aperto assegnato. Beatrice propone un giardino vicino alle case popolari ed Erica ha l’idea di una giostra; gli altri sono subito d’accordo e il lavoro inizia speditamente. Una volta tornata alla casa-famiglia, Anna si sente riferire da Tommaso che del cane non c’è alcuna traccia e gli chiede chi fosse in servizio la notte della morte di Lorenzo; lui le risponde che erano di turno la Bianchi e Andrea. Poco dopo Anna telefona a don Lattanzi, direttore di un’altra comunità di recupero, per chiedergli il fascicolo di Lorenzo Bandinelli; lui è molto gentile e amichevole ma, trattandosi di documentazione riservata, può solo invitarla a raggiungerlo per consultarla in sede. Mentre sono al lavoro Jess e Elia notano il nervosismo di Vanni, che a un tratto si avvicina e domanda

loro se Lorenzo fosse un bravo maestro; sentendosi rispondere di sì, e che era anche un amico, l’uomo domanda a Elia se avessero l’abitudine di drogarsi insieme. Il ragazzo risponde con fermezza che avevano smesso entrambi. Segue un flashback in cui Elia ricorda il momento in cui Lorenzo aveva trovato fra le sue cose una dose di droga e anziché portargliela via, gliel’aveva lasciata in camera dicendogli che avrebbe potuto e dovuto farcela a starle lontano fino a dimenticarla, esattamente come ci era riuscito lui. Si torna al presente ed Elia esce dal laboratorio per fumare, mentre gli tremano le mani e gli scende qualche lacrima. Lo raggiunge Beatrice dicendogli che l’ha chiamato tante volte il giorno prima e mostrandogli sul telefono la foto della casa da lei presa in affitto; lui però le risponde freddamente di avere altro per la testa e di non aver voglia di “giocare ai fidanzatini”, al che lei se ne va mortificata. Intanto Marcello ritorna in bottega, pronto a dare una mano per la realizzazione dei disegni di Erica, che ha attribuito a ciascuno dei ragazzi simbolicamente uno degli animali della giostra, sulla cui cima ha pensato di porre il disegno del sole e della luna, per ricordare Lorenzo. Anna chiude il suo ufficio e si mette in auto; s’intuisce che qualcuno la sta osservando e seguendo. Lei raggiunge Andrea sotto casa sua e gli chiede a che ora della sera lui e la Bianchi avessero smesso di lavorare la notte della tragedia, essendo sparito il relativo registro. Gli domanda anche se avesse notato qualcosa di strano. Lui risponde di aver smesso di lavorare intorno alle ventitre e ricorda che all’alba, prima che si sapesse della morte di Lorenzo, era andato a tranquillizzare il cane che abbaiava e aveva visto uno dei ragazzi, che aveva affermato di aver fatto due passi perché non riusciva a dormire: si trattava di Elia. 56

Al ritorno del pulmino alla casa-famiglia, Anna nota che la serratura è stata forzata e dice subito ai ragazzi di andare a controllare se nelle loro camere manca qualcosa. Erica vede che Jess tiene della refurtiva nascosta in una piccola cassetta di legno. Nel frattempo Elia e Lapo trovano il cane morto e su suggerimento di Elia decidono di farlo sparire perché Valentina non venga mai a saperlo e non perda il controllo rivelando tutto. Nottetempo scavano una buca in giardino per seppellirlo; Erica li vede e racconta loro ciò che ha visto da Jess: tutti e tre insieme svegliano quest’ultima e le riferiscono l’accaduto, che sono convinti sia un avvertimento seguito alle minacce da parte di Linda. Poi Elia e Erica le portano via con la forza i gioielli, dicendo che è come se lo facesse Lorenzo, dato che adesso ne hanno bisogno tutti. Vanni va da Chiara dicendosi disposto a firmare la separazione se lo desidera e le dà il golf di Lorenzo che teneva a riavere. EPISODIO 8 - QUELLA NOTTE SUL FIUME L’episodio si apre con un flashback in cui Elia ricorda il momento in cui lui e Lorenzo, appena usciti dalla pasticceria dove avevano ritirato le torte per una delle feste organizzate da Anna per i ragazzi della comunità, avevano incontrato Damiano, lo spacciatore cui Lorenzo doveva molto denaro. Lorenzo aveva confidato a Elia che non sapeva come risolvere il problema dato che suo papà non era intenzionato a fargli prestiti. Si torna al presente e Anna fa chiamare Elia nel suo ufficio: gli dice che è stato rubato il registro di febbraio e che la notte in cui Lorenzo è morto lui era fuori, come testimoniato da Andrea che l’ha visto tornare all’alba. Elia dopo qualche esitazione assicura di non aver rubato quel registro e di non essere stato con Lorenzo la notte della


tragedia, in cui era andato al concerto dove cantava sua sorella. Poi Anna accompagna i ragazzi alla bottega di Vanni e, mentre questi iniziano a preparare il plastico, va con lui in un bar per parlargli in privato; Elia però li segue e ascolta la loro conversazione. Anna chiede spiegazione sulla domanda fattale da Chiara e lui ipotizza che suo figlio ed Elia abbiano rubato la droga e poi abbiamo avuto una discussione: in quel momento Elia si fa vedere e interviene dicendo che lui e Lorenzo erano amici e che non gli avrebbe mai fatto del male. Poi dice che Lorenzo aveva rubato la droga a qualcuno, non sa a chi, e aveva dato la colpa a loro ed era seguita una discussione, ma lui e gli altri quattro ragazzi non c’entrano nulla con la sua morte. Vanni allora domanda per quale ragione suo figlio avrebbe rubato la droga se ormai non ne faceva più uso e si apre un nuovo flashback, in cui si vede Elia osservare Lorenzo mentre, una notte, nasconde e porta via qualcosa, forse droga; poi si vede Elia raggiungerlo mentre Lorenzo sta per allontanarsi dalla casa-famiglia e chiedergli delle spiegazioni che il giovane gli aveva negato. Torniamo al presente e Elia risponde a Vanni che forse suo figlio aveva dei debiti, che era strano ultimamente, ma a lui non aveva rivelato nulla. Vanni lo manda a lavorare con gli altri e, una volta rimasti soli, Anna gli fornisce le schede dei ragazzi e il fascicolo personale di Lorenzo, consegnandogli anche la diffida a uno spacciatore con precedenti per rissa, Damiano, che non poteva avvicinarsi a suo figlio. Solo al tavolino, Vanni legge una dichiarazione di suo figlio, in cui questo scriveva che sua mamma era sempre stata debole con lui mentre suo papà era stato un vero maestro, e si commuove. Poco dopo Vanni torna in bottega e chiede a Marcello di occuparsi dei ragazzi per l’intera mattinata,

sapendo di poter contare sull’amico che si vede costretto ad accettare; mentre Jess è ancora fortemente in collera con gli altri per averle portato via i gioielli, Elia su suggerimento di Erica si offre di accompagnare Beatrice in Comune a consegnare il plastico. Durante il tragitto sul furgone Elia mostra una galanteria che non manifestava da tempo e, seguendo il consiglio di Erica cui in un primo tempo si era opposto, gioca bene le sue carte per ottenere da Beatrice il favore di cui hanno bisogno: dice di voler riprendere a suonare e di aver bisogno di rimettere in sesto la batteria; le consegna i gioielli rubati da Jess, inventando di averli ricevuti dai suoi genitori dopo la recente morte di sua nonna; le chiede di andare dal Compro oro lei inizialmente è diffidente ma per amore del ragazzo accetta e lui la bacia appassionatamente. Nel frattempo Vanni va a cercare Damiano e, trovatolo, si presenta come il padre di Lorenzo e gli domanda cos’abbia fatto a suo figlio; lo spacciatore risponde con tono sarcastico di non avergli fatto nulla e di essere stato fortunato perché il ragazzo gli aveva restituito tutto il denaro poco prima di morire Vanni non si trattiene dal tirargli un pugno e si accende una lite violenta, interrotta dai poliziotti che lo portano via. I ragazzi, accompagnati da Carlo, tornano così in anticipo alla casa-famiglia e Valentina ricomincia subito a cercare il cane per il quale non si dà pace: Lapo vorrebbe dirle la verità ma si trattiene per rispettare l’accordo con Elia, ossia risolvere prima la questione con Linda. Intanto alla stazione di polizia Vanni dà sfogo al suo dolore per la morte del figlio, lo spacciatore in libertà e le indagini secondo lui poco approfondite che sono state svolte e che vorrebbero che lui si accontentasse dell’apparenza di un suicidio. Dichiara con assoluta fermezza che, fosse anche l’ultima cosa che 57

farà, riuscirà da solo a trovare l’assassino di Lorenzo. A sera in casa-famiglia Lapo cerca di consolare Valentina per il cane, promettendole che lui per lei ci sarà sempre, e in quel momento arriva Beatrice che gli chiede di chiamare Elia. Una volta salito quest’ultimo sull’auto di Beatrice, la ragazza gli dà tremila euro lasciandogli credere di averli ricavati dalla vendita dei gioielli, mentre si tratta del denaro che aveva risparmiato per prendere in affitto l’appartamento cui ha invece scelto di rinunciare. Lui la ringrazia e le propone di fare un giro insieme ma lei dice di dover rientrare presto; in realtà non si fida completamente del comportamento di Elia e teme che sia dettato esclusivamente da un interesse opportunistico. Rimasto solo, Elia consegna i tremila euro a Lapo che senza perdere tempo si dirige in scooter a casa della madre: arrivato, le dà il denaro e le dice che da quel momento in avanti dovrà sparire, altrimenti sarà lui a chiamare la polizia; le dice apertamente che sa che è stata lei a uccidere il cane. Ritornato alla casa-famiglia trova Valentina ad aspettarlo: le racconta quello che ha fatto, le spiega del denaro ricavato dai gioielli di Jess, e infine a malincuore le rivela che il cane è stato ucciso. Lei si dispera e istintivamente se la prende con lui per averle taciuto


la verità, poi si calma e dice di voler stare da sola fuori nel giardino per tutta la notte, a piangere per l’animale che non tornerà più. Lui la stupisce restando a farle compagnia in silenzio. A un tratto Valentina, felice di sentirsi amata, lo sorprende a sua volta, dimostrandosi pronta ad amarlo completamente, senza più dubbi e paure. L’indomani Damiano raggiunge Vanni e con fare intimidatorio lo esorta a stargli alla larga e lo incarica di riferire a Elia che sa che è stato lui a fare il suo nome e che non esiterà a fargli del male se gli creerà ancora problemi. Quando Anna arriva in bottega con i ragazzi, Vanni le racconta brevemente l’episodio della scazzottata e poi con un pretesto esce con Elia. Mentre camminano l’uomo gli fa domande per cercare di fare luce sulla fine di Lorenzo e Elia gli risponde con calma, raccontando che Lorenzo non gli aveva detto di aver pagato i suoi debiti a Damiano e di aver notato che negli ultimi tempi, di notte, spesso il suo amico si allontanava dalla casa-famiglia come un ladro. Vanni gli dice che ha bisogno di una prova della verità e allora il ragazzo gli propone di portarlo in un luogo dove una notte aveva seguito Lorenzo senza che quest’ultimo se ne accorgesse, un posto dove Lorenzo andava di frequente. Si mettono in marcia con il furgone e arrivano così a un capannone abbandonato fuori città: lì osservano i resti inceneriti di un vecchio fuoco e l’attenzione di Vanni viene colpita da un coriandolo di tela (con raffigurato un fio-

re) bruciacchiata, così come quella di Elia, da una stagnola contenente una sostanza difficile da riconoscere. Poco dopo Vanni si sente confermare per telefono da Anna che Elia ha trascorso la famosa notte al concerto della sorella, da lei ascoltata di persona. Alla premiazione del concorso indetto dal Comune i ragazzi devono amaramente accettare la sconfitta e la stessa Sandra, che aveva proposto di partecipare, è molto arrabbiata; quando sopraggiunge Vanni, a cerimonia conclusa, mette subito tutti a tacere dicendo loro che non potevano illudersi di conseguire una vittoria semplice e contemporaneamente spronandoli a inseguire nuovi obiettivi. Fra la folla Beatrice riconosce la sorella di Elia e gli dice di andare a salutarla; nel dialogo fra i due emerge che la sorella ha deciso di coprirlo confermando ad Anna il falso, ossia la sua presenza al concerto e il suo essersi fermato a casa sua fino all’alba. Tempo dopo ritroviamo Vanni nel laboratorio del suo amico Primo Turri, al cui sguardo esperto sottopone i due elementi trovati al capannone: l’uomo riconosce in uno dei due un tipo di colore che richiede una lavorazione particolare e nell’altro, per quanto bruciacchiato, il minuscolo frammento di un dipinto rubato mesi prima, che mostra a Vanni raffigurato nella foto di un articolo di giornale. A sera, a casa di Marcello e Beatrice, la ragazza non cena ed è visibilmente giù di corda; quando il padre le chiede se nella casa nuova ci sono già le inferriate, pronto a metterle in caso contrario, lei risponde che non si trasferisce più, cosa che lo lascia perplesso. Quindi Beatrice esce e raggiunge in auto la casa-famiglia ma. appena arrivata, rimette in moto la macchina sulla via del ritorno. Nel frattempo Elia, che poco prima si era liberato definitivamente dell’ultima dose di droga conservata in camera 58

sua, la chiama sul telefonino che lei ha lasciato nella borsa dimenticata sul divano di casa. Marcello sente il telefono squillare a lungo, lo cerca nella borsa, lo trova e vede la chiamata di Elia, ma contemporaneamente trova anche i gioielli dati dal ragazzo alla figlia. Nel giardino della casa-famiglia i ragazzi fanno una specie di funerale al cane, lasciando sulla sua tomba dei fiori fatti a mano. L’episodio si chiude con un flashback di Jess: nella notte della tragedia loro cinque, sotto una pioggia a dirotto, trascinavano il corpo senza vita di Fabio dentro a un’auto che spingevano fino a farla inabissare nell’Arno. EPISODIO 9 - IL VERO E IL FALSO Al ritorno a casa di Bea, Marcello le chiede spiegazioni sui gioielli trovati e le dice chiaramente di non poter credere a scuse inverosimili, avendo intuito che non possono che provenire da Elia. Non nasconde affatto la sua preoccupazione per il futuro di lei, ma al contempo trattiene la sua ira vedendola affranta dopo una notte in bianco. Vanni raggiunge Carlo nel suo negozio e gli porta l’articolo di giornale con la notizia di un’Annunciazione rubata; gli fa notare la data e il fatto che la morte di Lorenzo risalga ad appena due giorni dopo, quindi gli racconta del capannone abbandonato dove l’ha portato Elia e gli mostra il colore trovato; aggiunge che se Lorenzo avesse fatto un falso di quel quadro per ricavarne il denaro necessario ad estinguere il suo debito tutto tornerebbe. All’apertura delle botteghe e all’arrivo dei ragazzi Marcello ferma Elia per parlargli a tu per tu in assenza della figlia: il ragazzo ammette subito di esser stato lui ad aver dato l’oro a Bea ma assicura anche di non averlo rubato, e dice di ritenere Bea una persona speciale. Lei arriva proprio allora e dice a suo papà che non vuole intromissioni, subi-


to dopo Elia riferisce agli altri in bottega che l’oro di Jess non è stato venduto. Intanto vengono consegnati per essere restaurati da Vanni dei mobili antichi e molto pregiati, appartenenti a una famiglia nobile di Firenze; il lavoro è di grande responsabilità ma richiede anche di essere svolto in poco tempo e Vanni sceglie di avvalersi della collaborazione dei giovani con cui dovrà inevitabilmente essere più severo del solito. Per farli rendere conto di ciò che avranno fra le mani li porta a visitare la casa museo del proprietario che gli ha affidato il lavoro, mostrando loro un antico quadro che ritrae i mobili dipinti e che sorprende i ragazzi per la sua bellezza e il fascino del passato. Nel frattempo Carlo si reca dall’amico di Vanni, Turri, che vedendolo gli dice subito che è ancora presto per avere le risposte che Vanni aspetta; Carlo allora risponde che è lui a dovergli dire qualcosa Durante la pausa pranzo Vanni invita Anna che accetta contenta, felice del fatto che lui abbia affidato ai ragazzi un lavoro importante; a un tratto, senza preavviso, lui le dice con aria sicura che lei si nasconde nella psicologia per scappare da qualcosa; Anna replica che in realtà non scappa ma rincorre, e sarebbe sul punto di alzarsi da tavola e andar via se lui non insistesse per farla rimanere. Nella trattoria è vuoto il tavolo di Marcello e Bea, che hanno preferito restare nella loro bottega. La ragazza intenta a lavorare fuori dal negozio non esita a rientrare immediatamente al passaggio di Elia e Jess lo esorta ad affrontare l’argomento per capire se lei si è messa nei guai per recuperare il denaro. Elia allora entra nella bottega di Marcello determinato a parlare a Beatrice in presenza del padre: lei si vede in qualche modo costretta a rivelare di aver usato la caparra per la casa nuova per aiutarlo ed Elia,

sinceramente mortificato, assicura a Marcello che restituirà tutto il denaro e lascerà in pace sua figlia. Bea segue in strada Elia che si dirige speditamente al pulmino dove gli altri lo stanno aspettando, gli restituisce l’oro e gli dice che non le importa quanto è accaduto, a lei interessa solo stare con lui. Elia replica freddamente che non hanno nulla in comune, che si è solo approfittato di lei, e rincara la dose dicendo che lei e suo papà gli fanno pena. In lacrime lei se ne va e lui restituisce a Jess i gioielli. Segue un breve flashback in cui vediamo Jess nottetempo in camera di Lorenzo sfogliare il suo blocco da disegno mentre lui dormiva. Don Silvio porta a casa di Chiara un foglietto con disegnato un fiore che aveva trovato in tasca agli abiti di Lorenzo portati in parrocchia da Vanni: il fiore è identico a quello raffigurato nel minuscolo pezzetto di tela trovato al capannone. Intanto Turri si reca da Vanni e, in presenza di Carlo, gli dice che l’originale del quadro su cui gli aveva chiesto di indagare è all’estero e che non sono stati commissionati falsi; Vanni fatica a crederci, date le condizioni in cui Lorenzo ha lavorato, cioè di notte e in un capannone fuori città. Carlo vorrebbe che Vanni accettasse le informazioni ricevute mettendoci una pietra sopra. Quella notte Jess, prima di dormire, si spaventa a morte vedendo suo marito Lucio guardarla da fuori la sua finestra. Gli urla di andarsene e lui mette in moto il suo scooter sparendo prima che gli altri lo possano vedere, mentre Anna sente le grida e osserva dalla sua finestra. L’indomani Vanni torna al capannone, determinato a capire qualcosa di più. Contemporaneamente Carlo vede sua sorella Chiara guardare con grandissima attenzione il disegno del fiore fatto da Lorenzo, e lei gli dice 59

che ha la sensazione che suo figlio gliel’abbia “mandato” per dirle qualcosa. In un flashback di Carlo vediamo Lorenzo uscire dalla bottega del padre, incrociarlo per strada e dirgli di aver chiesto aiuto e di non aver ottenuto nulla, quindi incamminarsi con lui che gli rivolge alcune domande per sapere di che cifra abbia bisogno e per quale motivo. Si torna al presente: Anna chiama il direttore del carcere dove si trovava il marito di Jess, Lucio Rendini, della cui esistenza sapevano solo lei ed Elia, e viene a sapere che è stato rimesso in libertà da due giorni per buona condotta. Nella bottega di Vanni si lavora in silenzio a ritmo intenso, poi Jess in preda a un attacco d’ansia va in bagno ed Elia di lì a poco la raggiunge e la trova in lacrime; la rassicura dicendole di non aver paura di Lucio dal momento che non è sola; poi lei gli dice che le manca Lorenzo e gli rivela ciò che lui non avrebbe mai immaginato, ossia che stavano insieme. Segue una sequenza dei ricordi di Jess: una notte nella camera di Lorenzo lui le racconta del debito che aveva con uno spacciatore e del fatto che suo papà non intende aiutarlo; dice che sarebbe bello poter cambiare il passato, essere diversi allora lei, prendendolo in parola, gli propone un gioco: regalarsi una giornata in cui potersi immaginare un passato e un presente diversi. Così l’indomani si danno appuntamento per una lunga passeggiata, in cui giocano con le loro identità, assaporando la libertà di due ragazzi spensierati, e alla fine lei lo bacia, lui ri-


cambia e fra i due si accende la passione. Torniamo al presente: ancora nel bagno e lontani dagli altri, Elia le dice di aver seguito Lorenzo, quando nottetempo qualcuno andava a prenderlo con un furgone e lo portava al capannone. A un tratto le grida di rabbia di Lapo li interrompono: il ragazzo ha rovesciato del colore sulla tela di un quadro di grande valore e sta perdendo il controllo. Appena Jess e Elia tornano ai loro posti Vanni dice loro di dichiarare davanti a tutti la verità, e poi richiama severamente Lapo, dicendogli che deve controllare la collera ma anche che è il più bravo di tutti, talmente bravo da poter rimediare da solo. Il ragazzo recupera la calma e si mette subito all’opera, seguendo scrupolosamente le sue istruzioni. Il giorno successivo l’errore è rimediato del tutto; Anna parla con Vanni fuori dalla bottega, dicendogli che ha ragione lui e che lei scappa riempiendosi della vita degli altri per non sentire il vuoto che c’è nella sua e di cui ancora non riesce a parlare. Chiara, uscita dal suo negozio, sta per raggiungere Vanni con il disegno di Lorenzo da mostrargli ma, vedendolo accarezzare il volto di Anna, ritorna sui suoi passi. La sera Beatrice si fa del male ubriacandosi e fumando droga leggera chiusa in camera sua e mostrando tutto a Elia in un video che gli manda per telefono, chiedendogli se adesso è alla sua altezza ed esclamando che non ci vuole niente a essere come lui. Nel frattempo Carlo si reca nella bottega di Vanni e lo invita a

mangiare fuori con lui per festeggiare la conclusione del lavoro andato a buon fine, ma Vanni replica di essere stanco e di voler tornare l’indomani al capannone con la polizia: vuole che si approfondiscano le ricerche avendo visto che, scendendo per i campi, si arriva all’Arno in un punto in cui converge la corrente, cosa che lo fa sperare di poter trovare qualche elemento utile. Allora Carlo si offre di accompagnarlo e gli dice di non contattare per ora la polizia, poi sul tardi va alla casa-famiglia in cerca di Jess; ha voglia di stare con lei e la bacia ma lei lo respinge e a lui non resta che andarsene. Intanto nella sua camera Elia prova a scrivere un messaggio di scuse a Bea ma non riesce a finirlo. In un flashback di Jess lei ricorda la notte in cui aveva chiesto a Lorenzo di lasciare tutto, di abbandonare il lavoro anche se non finito e andare via, dal momento che aspettava un bambino. Nelle scene finali Carlo va in un box con una tanica di benzina: il posto è pieno di oggetti d’arredo e vi è anche la copia del famoso quadro dell’Annunciazione. L’episodio si chiude sul pianto disperato dell’uomo. EPISODIO 10 - CACCIA AI LADRI Una volta arrivati al capannone, Vanni mostra a Carlo il punto dove tutto è stato bruciato e vuole scoprire chi è il proprietario di quello spazio: il cognato si dice pronto a informarsi direttamente al catasto, poi gli arriva una telefonata di lavoro ed entrambi tornano in città. Sola in camera sua Jess pensa al bambino in arrivo e riceve un sms di Lucio in cui il marito le scrive di non avere paura di lui, che vuole solo riprendere da dove erano rimasti. Lei si reca nell’ufficio di Anna dove questa le conferma che il giorno prima Lucio ha ricevuto la diffida ad avvicinarsi a lei, ma questo non basta a tranquillizzar60

la, dato che da mesi aspettava che lui firmasse i documenti del divorzio, cosa che invece non è ancora avvenuta. Al negozio di Vanni arriva il proprietario dei mobili antichi che li ritira soddisfatto del lavoro e lo invita a una serata di gala nel suo palazzo; Vanni accetta a condizione che possano partecipare anche i cinque ragazzi. Rimasto solo con loro, apre uno sgabuzzino in cui tiene i lavori arretrati e sospesi con una chiave che colpisce l’attenzione di Jess: la ragazza nota il portachiavi e si ricorda di una notte in cui, in camera di Lorenzo, aveva trovato una chiave con un foglietto su cui c’era scritto un indirizzo e gli aveva chiesto spiegazioni su dove andasse di notte. Lorenzo le aveva risposto che stava facendo un lavoro grazie a cui avrebbe ricevuto una grossa somma ma non poteva darle altre informazioni. Poi Anna e Vanni sorprendono i ragazzi portandoli in un negozio di sartoria per acquistare degli abiti adatti alla festa, che possono permettersi di pagare da soli con il denaro guadagnato dal restauro. Soli al tavolino di un bar, Anna e Vanni parlano dei ragazzi e di Lorenzo, e a un tratto lui, sempre tormentato dai sensi di colpa, le dice che forse meriterebbe un’altra possibilità e lei sorridente gli risponde che è un tipo d’altri tempi, contenta delle sue parole. Nel negozio di Carlo si presenta un tizio con aria piuttosto minacciosa con cui si capisce che Carlo si era messo in affari; l’uomo afferma che girano voci che non gli piacciono, qualcuno sta facendo domande con la scusa di essere interessato a un quadro; Carlo ribatte di aver già sistemato tutto e l’uomo gli lascia intendere che potrebbe ricattarlo per mantenere il silenzio. Mentre lavora in bottega Jess riceve un altro sms di Lucio e, andando a guardare fuori, lo vede in strada; Elia la segue e a lui la ragazza confida che deve andar-


sene il prima possibile, poi in un flashback vediamo Lucio in preda ai suoi attacchi di violenza. Rientrata quindi con gli altri alla casa-famiglia, Jess chiede a Valentina di accompagnarla a prendere la corriera per Firenze, perché se è in compagnia di qualcuno Lucio non le si avvicina. Arrivata in città, vende i gioielli rubati a un ricettatore che le offre ottocento euro e la certezza di un reciproco vantaggioso silenzio, poi va al negozio di Carlo dove Chiara gli sta chiedendo se anche Vanni e Anna parteciperanno alla festa, accennando all’intimità che aveva visto fra loro mentre stava per portare al marito il disegno del fiore fatto da Lorenzo, e Carlo non perde occasione per dissuaderla dal portarglielo. Rimasto solo con Jess, Carlo chiude il negozio e va con lei nel retro, offrendole champagne e vantando la sua collezione di quadri e pezzi d’antiquariato; lei fa dell’ironia sul suo passato di ladra, lui si vanta della sua abilità nel riuscire ad aggiudicarsi i pezzi migliori sul mercato per poi rivenderli e le mostra un libro che descrive il palazzo dove si terrà la festa. A sera Elia è molto preoccupato nel vedere che Jess tarda a rientrare e non risponde al telefono, quindi chiede a Lapo di andare in paese con lui; allora Valentina, arrabbiata con Lapo che ha voluto passare del tempo da solo nei campi al pomeriggio, rivela loro che Jess era andata a Firenze. Appena rientrata Jess, gli altri quattro si rifugiano con lei in una stanza per parlare senza nessun’altro nelle vicinanze: Erica è molto arrabbiata per come la ragazza ha taciuto con tutti, tranne che con Elia, a proposito di suo marito; anche gli altri a questo punto hanno paura che Lucio possa averli seguiti la notte della tragedia e Jess dice che molto presto se ne andrà da lì e avranno un problema in meno Elia si dà la colpa di quanto è

successo, dichiarando di aver rubato la droga che poi Lorenzo gli ha trovato addosso e che ha buttato via: anche questa è un’altra rivelazione shock per gli altri e le tensioni esplodono. Valentina esclama di voler andare alla polizia a raccontare della violenza subita da Fabio e accusa Lapo di averla indirettamente costretta a finire in quella situazione, dato che non sopportava più di vederlo in crisi. Davanti a quelle parole e allo sfogo adirato della ragazza, Lapo non si trattiene dal darle uno schiaffo e lei se ne va di corsa in lacrime dicendogli che da quel momento la loro storia è finita. In quel mentre arriva Anna e i ragazzi non possono che ammettere l’evidenza del litigio. Ritornano nelle loro camere e Jess legge il libro datole da Carlo cercando indicazioni su una porta segreta e disegnando una piantina da portare con sé. La sera della festa Elia entra nella camera di Jess, che nasconde subito la piantina del palazzo nella sua borsetta, e le dice che vorrebbe tornare indietro e cambiare le cose; lei risponde che se ha ancora paura di innamorarsi vuol dire che non si sente completamente libero dalla droga; a differenza di lui infatti Lorenzo era riuscito a tornare ad amare qualcuno. Quando lui le chiede se si amassero tanto lei risponde di sì e gli rivela di aspettare un bambino, allora Elia l’abbraccia. Ci ritroviamo poco dopo all’interno del palazzo nobiliare dove la festa ha avuto inizio e dove arrivano Vanni e Anna con i cinque ragazzi, tutti molto eleganti, trovando già nel salone dei balli Marcello e Beatrice. L’atmosfera è allegra e Anna riesce a trascinare nelle danze perfino Vanni; Lapo cerca di fare pace con Valentina che non vuole e Beatrice riesce a far ingelosire Elia ballando con un ragazzo appena conosciuto. Erica tiene costantemente d’occhio Jess e quando la vede allontanarsi da 61

sola la segue: fermata da un agente della sicurezza, non appena ha tentato di imboccare un corridoio Jess finge di chiedere indicazioni per il bagno e trova le scale. Inizia a salire ed Erica la segue a distanza, mentre Carlo telefona a Jess che gli risponde di essere andata in bagno e di stare per rientrare nel salone. Erica perde le tracce di Jess quando quest’ultima trova la porta segreta e, forzandone la serratura, la apre per poi richiudersi dall’interno della sala in cui è entrata. Allora Erica corre di nuovo a piano terra e avverte Lapo del fatto che Jess sta combinando qualcosa. Insieme vanno a chiamare Elia che in giardino ha approfittato di una telefonata ricevuta dall’accompagnatore di Bea per parlarle a tu per tu e dirle che sarebbe lui a doverle assomigliare, e non il contrario. Li interrompono proprio quando Bea sta per baciarlo e lo portano a chiedere aiuto a Vanni che immediatamente lascia il ballo e segue i ragazzi. Mentre sta rubando dei gioielli da un cofanetto Jess vede girare la serratura e entrare Lucio a volto coperto; gli lancia addosso una sedia per rallentarlo e corre a precipizio nel corridoio fuori, ma l’unica porta aperta dà su una terrazza dove lui presto la raggiunge. Lei minaccia di urlare ma lui esclama che non le conviene farsi trovare con la refurtiva; discutono e lui, che vorrebbe costringerla con la forza a non divorziare, estrae un coltello. Lucio vorrebbe che lei si


calasse giù dalla terrazza insieme a lui, che non appena sente i rumori di qualcuno che si avvicina, si precipita di sotto grazie alle corde che si era portato; lei grida chiamando aiuto, e poi si accascia a terra per un dolore improvviso. Appena vede Vanni gli dice che teme che sia successo qualcosa al bambino e poi perde i sensi. La ritroviamo al suo risveglio in ospedale, con Anna al suo fianco, che subito la rassicura sulle condizioni del bambino e le chiede se sia di Lucio. Jess risponde che è di Lorenzo. Anna esce in corridoio ad avvertire i ragazzi e Vanni del risveglio, e poi non esita a metterlo al corrente di una notizia così importante. Successivamente, lasciato l’ospedale, Carlo dice a Vanni che ha spiegato al proprietario del palazzo che Jess è stata costretta a rubare dal marito uscito di prigione e Vanni lo informa del bambino: Carlo è stupito all’idea che Lorenzo e Jess fossero stati insieme e aggiunge che il marito di Jess potrebbe aver scoperto tutto e ucciso per questo motivo Lorenzo. Segue un lungo flashback conclusivo: Carlo ricorda la sera in cui al tavolino di un bar aveva proposto a Lorenzo un lavoro per il quale avrebbe ricevuto già l’indomani un anticipo e poi una cifra superiore ai cinquemila euro di cui aveva bisogno. Lorenzo si era stupito all’idea che lui frequentasse certi giri. Poi ricorda la telefonata in cui aveva detto al ragazzo di avere un problema, dato che il proprietario del quadro aveva denunciato il

furto e coloro che avevano commissionato il furto non volevano più l’opera; molto arrabbiato Lorenzo aveva insistito per avere il compenso che gli spettava, avendo portato a termine il lavoro, e gli aveva dato appuntamento al capannone senza ammettere repliche. Quindi si erano incontrati là e Lorenzo aveva detto che se non poteva essere pagato si sarebbe ripreso il quadro che aveva fatto e che Carlo aveva nascosto in un luogo segreto. Lorenzo lo aveva minacciato di rivelare tutto e di rovinarlo; Carlo con aria molto aggressiva aveva replicato che, se avesse detto una sola parola a qualcuno, l’avrebbe ammazzato. EPISODIO 11 - GENITORI E FIGLI Uscendo dall’ospedale Jess manifesta ad Anna tutta la sua paura per il fatto che Lucio non sia ancora stato preso dalla polizia; Anna le dà l’ecografia che aveva dimenticato e le chiede se è contenta che il bambino sia un maschio. Frettolosamente Jess risponde che per lei non fa differenza dal momento che lo darà via appena nato. Le raggiunge Vanni che domanda alla ragazza per quale ragione non gli abbia mai detto della sua relazione con Lorenzo e a poco a poco perde la pazienza attirando con le grida l’attenzione dei passanti; Anna gli dice di smetterla e rassicura la ragazza mentre arrivano all’auto per tornare alla casa-famiglia. Ritroviamo di lì a poco Vanni con Marcello all’interno di un antico setificio di Firenze: Teresa, la proprietaria, si fida solo di lui per la delicata riparazione di un vecchio orditoio e di tre telai di cui ha urgente bisogno; inizialmente Vanni rifiuta ma poi si lascia convincere. Segue un flashback sulle tracce della memoria di Jess: rivediamo Lorenzo abbracciarla in lacrime e parlare al figlio che da poco aveva saputo che lei aspettava, dicendogli che gli voleva bene nonostante 62

fosse diventato un assassino; poi rivolgendosi alla ragazza le aveva detto che, se un giorno fosse stato ritrovato il corpo di Fabio, avrebbe dovuto dire che Lorenzo aveva fatto tutto da solo, e le aveva assicurato che i suoi genitori l’avrebbero aiutata per il bambino. Si torna al presente e Jess dice a Elia che per ora non intende rivelare agli altri di aspettare il figlio di Lorenzo. Alla festa di compleanno organizzata da Anna per i diciotto anni di Valentina la ragazza, ancora in lite con Lapo, si mostra molto triste e quando lui le porta il suo regalo, una tavola di legno che ha scolpito nel pomeriggio in cui le aveva detto di voler stare da solo, raffigurante il volto di lei e il cagnolino che amava tanto, la ragazza risponde che non le piace e che non vuole più nulla da lui. Poco dopo arriva Carlo che parla con Jess in disparte dagli altri e le chiede, adesso che ha saputo della sua storia con Lorenzo, se lui le sia mai davvero piaciuto; lei risponde di sì ma non vuole proseguire, soprattutto per il figlio che aspetta, e lui si mostra deluso ma comprensivo. Lapo, , amareggiato per la cattiva riuscita del suo tentativo di riappacificazione, si dirige alla bottega di Vanni, infrangendo la regola che impedisce loro di allontanarsi la sera se privi di permesso. Vanni acconsente ad aiutarlo e telefona subito ad Anna per avvertirla; appena terminata la telefonata, lei percepisce dei rumori e la presenza di qualcuno che li sta osservando di nascosto. Poi si vede una moto andare via. In cucina Erica si rivolge a Jess intenta a rigovernare: le chiede il perché del suo silenzio con lei che pensava di potersi ritenere sua amica, al di là dei litigi, e vorrebbe sapere chi è il padre ma Jess su questo punto non le risponde. All’una di notte Lapo non è ancora del tutto soddisfatto del suo lavoro che vorrebbe completare scolpendo dei fiori: schizza un di-


segno e aggiunge di aver visto quel tipo di fiore in un quadro che Lorenzo aveva mostrato a lui e Valentina nottetempo in una villa. Vanni tira fuori da un cassetto l’articolo di giornale raffigurante il quadro rubato e il pezzetto di tela bruciacchiato con un fiore. Quindi chiede al ragazzo di raccontare tutto. L’indomani mattina presto Vanni va a casa di Carlo e in presenza di Chiara gli mostra l’articolo di giornale in cui a suo parere è contenuto il motivo per cui è stato ucciso Lorenzo. Racconta che quest’ultimo aveva portato due ragazzi della casa-famiglia a vedere il quadro dell’Annunciazione in una villa privata, di nascosto e col favore delle tenebre, il quadro di cui Lorenzo secondo Vanni aveva realizzato un falso. Subito Chiara prende e mostra a Vanni il disegno del fiore che non gli aveva più portato e che secondo lei conferma che la sua intuizione è giusta. Carlo ascolta in silenzio, Vanni dice che non gli piace il cambiamento della versione dei fatti che ha visto in Turri, e lo esorta a seguirlo da lui per chiedere spiegazioni. Allora Carlo dice che è stato lui a chiedere a Turri di mentire per evitare che Vanni e Chiara continuassero a tormentarsi indagando a vuoto. Quindi Vanni va da solo alla polizia per sapere se Lucio, il marito di Jess, è mai stato coinvolto in furti di quadri, in un giro di falsi. Lì per lì l’ispettore risponde che non può rilasciare informazioni ma poi promette di cercarle. Mentre fra Valentina e Lapo non è ancora tornato il sereno, nonostante il lavoro di lui durato tutta la notte per perfezionare la scultura di legno, i ragazzi aspettano di entrare in bottega ma Vanni non ne vuole sapere di vedere lì Jess. Anna discute in modo acceso con lui che, non riuscendo a perdonare alla ragazza il suo silenzio sulla relazione con suo figlio, esclama davanti a tutti gli altri,

completamente ignari, che non si può nemmeno essere certi che il bambino sia proprio di Lorenzo. A quelle parole Jess scappa via in lacrime in una corsa sfrenata, finché vede non lontano da lei Lucio e fugge prendendo il primo taxi che le capita sottomano. In bottega gli altri lavorano e si scambiano sottovoce qualche parola sull’accaduto: Erica è fortemente in collera con Jess, mentre Elia e Valentina la difendono. Quest’ultima si sfoga gridando a Vanni che Lorenzo era migliore di lui, li aiutava senza giudicarli, mentre Vanni “sa aggiustare i mobili ma rompe le persone”. Lapo e Elia la tranquillizzano e le tolgono un arnese di mano, tutto ciò mentre Anna riesce a rintracciare Jess ed è contenta quando vede con i suoi occhi che, dopo aver tentato di rubare il portafoglio a un turistaa, la ragazza ci ripensa e glielo restituisce. Jess le confida tutta la sua angoscia per la pena che deve ancora scontare e per il bambino che non sa come crescere. Vanni inizia i lavori al setificio, coinvolgendo anche i ragazzi. A un tratto un giovane lavorante dall’aria perbene nota Erica e aggancia discorso con lei mostrandole una stanza piena di tessuti pregiati, dove le dice che studia conservazione e restauro all’università. Chiara intanto cammina sola per le strade della città e la sua mente viene invasa dai ricordi: rivede il giorno in cui Lorenzo era andato a trovarla alle bancarelle artigiane dicendo di voler trascorrere la sera a casa e lei gli aveva risposto che non era possibile per via delle regole della comunità; lui allora se l’era presa e aveva replicato che lei era sempre succube di Vanni ed era lui a non volerlo a casa. Si torna al presente e Chiara si dirige alla casa-famiglia per parlare con Jess: la ragazza le mostra un quadro di Lorenzo, Chiara dice che proprio per questo desiderio di dedicarsi unicamente alla pittura 63

erano nati tanti scontri fra Lorenzo e suo padre e chiede a Jess se lei sapeva che Lorenzo stava realizzando il falso di un quadro rubato. Jess risponde che non gliene aveva mai parlato e ammette di essere stata una ladra come suo marito e di essere stata in prigione per furto. Quando Chiara le domanda se creda al suicidio di Lorenzo la ragazza risponde di no. Nel frattempo Anna va nella bottega di Vanni per convincerlo a riprendere Jess al corso dato che quel diploma è davvero importante per lei, ma lui risponde di essere perseguitato dall’immagine di suo figlio a terra con la testa sfondata sulla riva dell’Arno e dal mistero di quella fine. Allora Anna gli mostra una vecchia foto che ritrae lei e sua sorella Giulia a sedici anni, e gli racconta che una sera le aveva chiesto di accompagnarla a una festa fuori città perché aveva perso il treno e lei le aveva risposto di no perché doveva studiare; sua sorella se l’era presa ed era andata via sbattendo la porta. Quella era stata l’ultima volta in cui l’aveva vista. All’improvviso Vanni la bacia, lei ricambia, poi lui dice che è stato uno sbaglio, ma di lì a poco li ritroviamo a casa sua dove si accende la passione e trascorrono la notte insieme. L’indomani all’alba Jess riceve una foto dal telefono di Lorenzo, che non era mai stato ritrovato: si tratta di una foto, priva di testo, della maglia insanguinata che Lorenzo aveva portato a casa e poi buttato via in un bidone; la ragazza deduce che Lucio li ha seguiti ed è a conoscenza di tutto. Riflette e poi invia un sms: “Hai ragione, non ci so stare senza di te”.


Al risveglio Anna non trova Vanni di fianco a sé e guarda degli oggetti su un ripiano, fra cui una foto di Lorenzo, ricordando che una sera gli aveva chiesto come mai fosse visibilmente teso nell’ultimo periodo e non aveva ricevuto spiegazioni. Mentre esce in strada per rientrare alla casa-famiglia Chiara la vede, poi va da Vanni e gli dice di aver parlato con Jess e di credere che il bambino sia di Lorenzo. Lui, più diffidente, le dice di essere in attesa di notizie dalla polizia. Già vicina alla porta, lei gli domanda se si sia innamorato di Anna e lui risponde un “no” che ha tutta l’aria di un “sì”. EPISODIO 12 - CONFESSIONI I ragazzi arrivano in bottega per una nuova giornata di lavoro, accompagnati da Anna che riferisce per telefono al collega Tommaso di non riuscire a mettersi in contatto con Jess e di aspettare comunque a chiamare la polizia; Marcello scambia due parole con Elia, dicendogli che non gli resta che accettare la sua unione con Beatrice, ma che non esiterà a intervenire non appena sorgeranno dei problemi, e il ragazzo lo sorprende esclamando che non toccherà Beatrice nemmeno con il suo permesso, oltre che confermando che al più presto gli restituirà il denaro. Anna e Vanni parlano sottovoce fra loro mentre i ragazzi sono in un’altra stanza: lui si scusa per essere andato via da casa senza salutarla e le dice che non rinnega nulla anche se la situazione è complessa. Poi l’uomo assegna ai

ragazzi un lavoro appena commissionato, la realizzazione di una pedana e di una passerella per una sfilata di moda; questa volta affida loro ogni responsabilità e a Lapo, che nel frattempo fa finalmente pace con Valentina e le dice che vuole sposarla, la coordinazione dei lavori. Contemporaneamente, Jess ruba il portafoglio di un turista straniero intento ad acquistare i biglietti di viaggio a un distributore automatico e raggiunge Lucio, cui aveva dato appuntamento. Gli dà quel portafoglio come regalo, gli chiede se è stato lui a uccidere Lorenzo e l’uomo si insospettisce e cerca di capire se lei abbia addosso un registratore; sapendo di esercitare ancora un certo ascendente su di lui, Jess lo bacia e gli dice che potranno andarsene insieme, raggiungere una certa Giulia, raccogliere un bel po’ di denaro con i furti e scappare all’estero. Lui è stupito ma anche attratto da lei che all’improvviso gli chiede il favore di tenerle la borsa mentre va in bagno; mentre lui aspetta, lei corre dai poliziotti nelle vicinanze cui dice di averlo visto rubare il portafoglio a un turista, fornendone la descrizione. Poi Jess va di corsa alla bottega di Vanni, dove entra ancora trafelata e gli dice che ha fatto arrestare Lucio, che lei e Lorenzo si volevano bene, implorandolo di crederle. Lui sembra non darle retta, in realtà vuole correre a precipizio in commissariato e chiede a Marcello di stare con i ragazzi. Jess racconta l’accaduto a Carlo e accetta l’invito di lui a trascorrere del tempo insieme in campagna; lui le dice di avere intenzioni serie, lei risponde di avere ancora due mesi da scontare, poi lui le fa qualche domanda sul falso del quadro e lei immediatamente se la prende, pensando che la ritenga corresponsabile della morte di Lorenzo, e se ne va via. Intanto dalla polizia Vanni si sente dire 64

che Lucio usciva spesso di prigione con dei permessi ma la notte della morte di Lorenzo era in carcere e riferisce tutto a Chiara, che vorrebbe sapere a chi appartiene il misterioso capannone, cosa su cui Vanni sta ancora aspettando notizie da Carlo. Tornato in bottega Vanni aiuta i ragazzi per procedere ad alto ritmo con il lavoro e dice a Jess che è certo che la notte della tragedia Lucio fosse in prigione; quindi la riprende nel corso. Poi, di nascosto da lui, Jess mostra agli altri quattro la foto con la maglia insanguinata, che pensava fosse stata mandata da Lucio, tanto da farle ipotizzare che fosse stato lui l’assassino. Si ritrovano tutti in preda a domande senza risposta. Mentre tornano in bottega dopo la pausa pranzo Elia, vedendo Carlo sulla porta del suo negozio, suggerisce a Jess di non perdere un’opportunità che potrebbe migliorarle la vita; lei allora si scusa con Carlo per il suo comportamento e dice che Lorenzo non le ha mai voluto dire cosa stesse facendo. In un brevissimo frammento in flashback, vediamo Carlo ricordare quando, dopo il suo litigio al capannone con Lorenzo, l’aveva anche colpito facendolo cadere a terra. I ragazzi decidono che è il momento di essere uniti più che mai per fronteggiare la situazione e cercare di capire qualcosa sui misteriosi messaggi ricevuti, e mettono il massimo impegno nel lavoro, tanto che a sera Vanni e Anna cenano nel laboratorio perché nessuno dei cinque aveva dato segno di voler interrompere il lvoro. L’indomani li ritroviamo all’interno del palazzo dove viene allestito lo spazio per la sfilata e Vanni incontra Sandra cui domanda il favore di avere qualche informazione sul capannone, ricordandosi che lei aveva un cognato geometra in comune. Intanto Luca, lo studente universitario appassio-


nato di tessuti, vedendo il talento di Erica nel disegnare, le dice che potrebbe metterla in contatto con un’amica di sua mamma che seleziona disegni per il setificio; la ragazza accetta ma gli dice esplicitamente che non vuole essere presa in giro. Quando ha luogo la sfilata il risultato del lavoro è ottimo e i ragazzi festeggiano scattandosi una foto ricordo in cui coinvolgono anche Vanni. Poi ritroviamo Jess nel negozio di Carlo: lui le regala una collana di grande valore, lei dice di stare bene con lui e di desiderare una vita normale; si baciano e squilla il telefono. Mentre lui risponde da un’altra stanza, Jess vede per caso, in un contenitore pieno di chiavi, quelle trovate in camera di Lorenzo e di cui gli aveva invano chiesto spiegazione; al ritorno di Carlo lei non ne fa parola. Poco dopo Sandra raggiunge Vanni con in mano dei documenti del catasto che provano che attualmente il capannone appartiene a una ditta di Prato, ma fino a due settimane addietro apparteneva a Carlo. La notizia è per Vanni come un fulmine a ciel sereno. La sera, accettato l’invito di Chiara, lo ritroviamo a cena in terrazza a casa di Carlo, che propone un brindisi al loro riavvicinamento; allora Vanni propone sarcasticamente un brindisi ai successi economici del cognato che può permettersi una casa sul Ponte Vecchio, una villa a Giannutri, e d’un tratto si alza dicendo che non è serata e andando via frettolosamente, mentre Carlo lo segue per un bel tratto di strada e alla fine lo raggiunge. Vanni allora gli dice con tono accusatorio che è stato lui a far eseguire a Lorenzo il falso di quel quadro, che ha scoperto che il capannone era suo, e che quindi dev’essere stato lui a portarlo in quel luogo. Carlo cerca di sviare il discorso, dicendo che Lorenzo era un tossicodipendente e che potrebbe esse-

re finito in un brutto giro; infine aggiunge che senza il quadro Vanni non ha nessuna prova concreta e che, per quanto ne sa lui, quel quadro non esiste. Vengono alle mani e Vanni gli dà uno schiaffo ma in quel momento li raggiunge Chiara, allora lui se ne va e Carlo rimane con lei ma senza darle spiegazioni. Di sera tardi, alla casa-famiglia, Elia vede che Jess è sola nel loro rifugio segreto: va da lei e le dice di avere ricucito con Bea, poi pensa che lei sia tornata a rubare vedendola con la collana fra le mani ma Jess spiega che si tratta del regalo di Carlo e quindi gli confida la sua paura. Teme che sia stato quest’ultimo a uccidere Lorenzo ed è sicura che c’entri col quadro falso: racconta delle chiavi viste nel suo negozio, le stesse per cui aveva discusso con Lorenzo e rivela di essere andata a ispezionare il luogo di cui aveva trovato l’indirizzo su un foglietto quando temeva che lui la tradisse, scoprendo così che si trattava delle chiavi di un box. Elia le dice che deve informare Vanni, altrimenti lo farà lui. L’indomani mattina la vede salire sullo scooter della casa-famiglia e non gli resta che seguirla coinvolgendo anche Lapo: la vediamo arrivare al “Self depositi”, il luogo dei box, e rintracciare rapidamente quello che cercava, l’A13, per forzarne la serratura e sollevarne la saracinesca, completamente ignara del fatto che Carlo dalla sua auto stesse vedendo tutto attraverso una webcam. Elia e Lapo arrivano sul posto, le telefonano senza ottenere risposta, e cominciano ad aggirarsi rapidamente fra i labirintici corridoi, senza poterla vedere dal momento che lei aveva riabbassato la saracinesca dall’interno; Lapo telefona a Vanni già alla guida del suo furgone dicendo di correre lì. Mentre Jess continua a cercare ciò che non trova, Carlo entra nel 65

parcheggio; lei finalmente trova in uno scomparto quasi invisibile raso terra la famosa tela dell’Annunciazione arrotolata. In quel momento Carlo la sorprende alle spalle, lei prova a colpirlo ma lui l’afferra stringendole il braccio attorno al collo e lei urla. Mentre lui la sta minacciando di non rivelare nulla, Vanni lo colpisce facendolo cadere e Lapo ed Elia lo tengono fermo; Jess comincia a tranquillizzarsi. In commissariato Chiara e Vanni ricevono finalmente delle spiegazioni: la banda derubava i collezionisti chiedendo un riscatto inferiore al costo dell’opera e, quando i proprietari accettavano, rifilava loro dei falsi fatti a regola d’arte; lo schema è saltato quando il proprietario del quadro dell’Annunciazione ha respinto il ricatto al mittente denunciando il furto. Quando Chiara domanda se anche suo figlio facesse parte della banda, l’ispettore le conferma di no, era stato coinvolto solo quella volta per delle sue specifiche competenze. In corridoio la donna vede Carlo accompagnato dagli agenti e gli grida di dirle in faccia la verità, mentre lui continua a ripetere di non aver ucciso Lorenzo, poi Vanni la riaccompagna a casa. Lo ritroviamo in seguito alla casa-famiglia, dove raduna i cinque ragazzi e Anna nella stanza dove c’era il quadro dipinto da Lorenzo: dice loro quello che Carlo continua a ripetere e dice anche che dopo la fine del corso gli pia-


cerebbe che rimanessero a lavorare nella sua bottega. A un tratto Valentina sta per parlare e rivelargli la verità fino allora nascosta ma Erica la ferma e Anna se ne accorge, così come non può non vedere la discussione animata che si accende fra i ragazzi, nello spazio al di fuori della casa-famiglia, una volta andato via Vanni, e intuire che ci sono ancora realtà nascoste. Mentre stanno parlando e, a differenza di Erica che vuole che si continui a mantenere il silenzio, Jess e Valentina sarebbero pronte a dire quanto sanno a Vanni, suona il cellulare di Erica e a chiamarla è Luca, il ragazzo conosciuto al setificio, per metterla in contatto con la signora che si occupa dei disegni; Erica gli dice che vorrebbe andare al mare e in quel momento il suo telefono si spegne. Allora la ragazza si precipita all’interno della casa-famiglia, raggiungendo la sua stanza e collegando il telefono al caricabatterie, ma questo non si riaccende. Erica si inginocchia a terra e da una mattonella nascosta in fondo alla parete tira fuori un altro cellulare, sul cui retro campeggia un teschio su fondo rosso. Mentre lo sta maneggiando Anna la osserva dalla porta semichiusa e al sopraggiungere degli altri ragazzi entra nella stanza: il cellulare cade dalle mani di Erica che si sente in trappola e Valentina guardandolo lo riconosce subito come quello di Fabio. Si apre un flashback in cui si vede Erica recuperare dalla stanza di Lorenzo l’album con i suoi di-

segni e il telefono di Fabio. Si torna al presente: Elia dice che era Lorenzo ad avere il telefono di Fabio, Lapo accusa Erica di aver inviato i misteriosi messaggi per spaventarli, Anna la protegge dall’atteggiamento aggressivo dei due ragazzi; all’improvviso però Jess riconosce un altro cellulare presente nella camera, quello di Lorenzo, e a quel punto accusa Erica di averlo ucciso, mentre quest’ultima si abbandona a grida disperate in cui ripete che non avrebbe voluto che accadesse ciò che è accaduto, e che lei amava Lorenzo. Si apre un lungo flashback che pone fine a ogni enigma: in una notte di diluvio Lorenzo si aggira inquieto in una zona di boscaglia, mentre telefona a suo padre, dicendogli che dovrebbe parlargli di persona di una cosa importante, e chiude la telefonata dicendo che si vedranno presto in bottega. Quindi si accorge della presenza di Erica e le dice che deve smettere di seguirlo; lei gli chiede se ha fatto a botte; lui le risponde che è bellissima ma che lui è innamorato di un’altra e che rimarrà comunque sempre suo amico, perché tiene a lei; Erika reagisce male, gridando che si ucciderà e si dirige speditamente verso un punto scosceso dal quale s’intravede il fiume; Lorenzo la segue e l’afferra, lei si divincola e poi gli dà uno spintone gridando di lasciarla. Lui allora cade rotolando sul terreno in rapida pendenza verso l’Arno, precipitando e restando immobile, mentre il suo telefono cade e riceve una chiamata. Erica l’aveva raccolto e tenuto con sé. Si torna al presente: Erica chiede scusa, tutti sono senza parole, arriva la polizia e poco dopo arriva anche Vanni. Vede la ragazza trascinata dai poliziotti come una bestia ferita, il suo sguardo disperato; lei si slancia in un’imprevedibile corsa verso di lui, lo abbraccia e gli grida “Io l’avrei voluto un 66

padre come te Vanni!”, mentre gli agenti la raggiungono e la riportano a forza verso l’auto con cui la portano via. Poi Anna e Vanni ascoltano finalmente tutto ciò che ancora non sapevano dai ragazzi, in una stanza della casa-famiglia: Elia racconta di aver preso la droga che Lorenzo ha distrutto e che da allora sono iniziate le minacce di Fabio; Lapo racconta l’iniziativa di Valentina, anche lei spiega come sono andate le cose, e rivelano di quando Fabio l’ha sequestrata. Raccontano del loro essere andati a salvarla, di Fabio che stava picchiando violentemente Lapo costretto a terra e dell’intervento di Lorenzo che aveva scagliato una pietra contro Fabio per salvare la vita a Lapo. Fabio era morto ma Lorenzo non era un assassino, i ragazzi dicono con sincera convinzione che tutto ciò che aveva fatto l’aveva fatto per loro. Poi spiegano che avevano caricato il corpo di Fabio nella sua auto e avevano spinto quest’ultima nel fiume; non avrebbero mai immaginato che fosse stata Erica a inviare sms minacciosi al telefono di Jess, erano convinti si trattasse degli amici di Fabio. Dopo aver ascoltato, Anna dice di non volerne più sapere nulla e che non li perdonerà mai. Esce alla ricerca di un posto dove stare sola; Vanni chiama i ragazzi per nome, a uno a uno, poi raggiunge Anna ferma in piedi davanti allo steccato e in lacrime; lei dice di aver sbagliato tutto, lui le chiede perché abbia deciso di andare via e dice che fra lui e Chiara è rimasto l’affetto ma i cocci non si aggiusteranno facilmente. Poi mostra una calma che lei mai avrebbe immaginato soprattutto dopo quanto hanno sentito dai ragazzi: Vanni dice che tutti i mesi passati insieme li hanno cambiati e hanno cambiato anche i ragazzi, e rivelare adesso alla polizia ciò che hanno saputo significherebbe farli sprofondare in un nuovo tunnel rovinando i risultati


raggiunti e la fiducia conquistata. È proprio Vanni a dirle, con un tono fermo e allo stesso tempo sereno, che non riveleranno nulla alla polizia, poi s’incammina verso la casa-famiglia e lei si commuove e sorride. Tempo dopo Vanni corre ad abbracciare e baciare Marcello mentre questo è intento a lavorare il ferro, comunicandogli che è stata loro assegnata dall’assessore la sede per la nuova scuola. Vanno tutti a visitarla, in gran parte è da risistemare ma per loro è una grande vittoria. Oltre ai ragazzi sono naturalmente presenti anche Anna, Marcello e Beatrice, Sandra Chiara tiene in braccio il bambino di Jess e Lorenzo, chiamato con il nome di suo papà, poi lo prende in braccio Vanni e gli dice che la scuola sarà dedicata a Lorenzo che era un “pezzo unico speciale”, migliore di lui. Si brinda. Infine Vanni guarda una parete bianca, tutta da mettere a posto, e sorride contento. Su quella parete vuota potranno scrivere insieme la nuova pagina del loro futuro. “Nessun artigiano metterebbe la sua vita nelle mani di qualcun altro, perché la sua vita è nelle sue stesse mani”: così aveva scritto Lorenzo, il giovane educatore della casa-famiglia morto in circostanze misteriose e al centro della vicenda, figlio del protagonista Vanni Bandinelli, in una relazione sul laboratorio di falegnameria da lui ideato per i ragazzi della comunità. Invece, alla prova dei fatti, sia Lorenzo sia il padre affidano agli altri molto più di quanto avrebbero immaginato di saper o voler fare, e attraverso gli altri riscoprono se stessi e il profondissimo, viscerale affetto che li lega al proprio mestiere. Pezzi unici non si accontenta di ritratti abbozzati, ma dimostra una capacità di narrazione raffinata e al tempo stesso essenziale, in grado di cogliere con un autentico labor limae le tante

sfaccettature psicologiche di personaggi complessi. La fiction inoltre esalta con appropriate scenografie e inquadrature talvolta di estremo dettaglio l’artigianato di pregio, lasciandone intuire il valore storico oltre che artistico. Spalanca così le porte della bottega di Vanni facendoci perlustrare ogni angolo del suo negozio sulla strada e del suo laboratorio sul retro, colmo di oggetti in lavorazione e di arnesi da lavoro che l’uomo tratta con un rispetto sacro, essendo appartenuti alla sua famiglia da cinque generazioni. L’esperienza, il perfezionismo, la dedizione totale al proprio mestiere si fanno spettacolo nelle mani di Vanni per la gioia degli occhi del più profano degli spettatori, e a poco a poco cominciano a farsi strada anche nei suoi apprendisti, ribelli e complicati. Il laboratorio di falegnameria diventa a tutti gli effetti la strada del loro riscatto esistenziale, mentre episodio dopo episodio fa da sfondo a disavventure e misteri, litigi e silenzi. Mentre la solidità interiore di Vanni, noto agli amici per la sua severità e il suo caratteraccio, è tormentata dai sensi di colpa verso il figlio che pensa di non aver saputo comprendere e aiutare, Elia, Erica, Jess, Lapo e Valentina svelano, più o meno consapevolmente, le loro fragilità così come le loro doti. L’uomo da una parte e i giovani dall’altra vivono parallelamente un percorso di formazione fondato sul valore della fiducia. Un percorso che coinvolge anche l’assistente responsabile della casa-famiglia, Anna Berardi, ben interpretata da Irene Ferri con una recitazione molto naturale: anche lei deve fare i conti con un evento del passato che ha segnato per sempre la sua vita. Per tutti il viaggio interiore è lungo e pieno di ostacoli: non esisterebbe la dimensione thriller infatti se Pezzi unici non fosse anche un 67

puzzle di frammenti astutamente sparpagliati fra passato e presente, segreti e rivelazioni, menzogne e verità. Ottime le interpretazioni di Sergio Castellitto e Giorgio Panariello nelle vesti di Vanni Bandinelli e di Marcello: trasmettono la genuinità dell’amicizia fra un restauratore e un fabbro vicini di bottega e non molto diversi di carattere, la sobrietà del loro vivere e la passione per l’arte che le loro mani custodiscono. Nell’insieme complessivo della struttura, gli episodi alternano in misura equilibrata sequenze di immagini incentrate sui cinque ragazzi protagonisti e altre che introducono il grande pubblico nell’atmosfera e nell’alacre attività delle botteghe artigiane fiorentine, descrivendo non solo la lavorazione del legno ma anche quella del ferro e dei tessuti, con variegate scene di interni che spaziano da negozi di antiquariato a un antico setificio. D’obbligo la riflessione che ne scaturisce, in un’epoca così frenetica come quella contemporanea, sul valore di ogni “pezzo unico” pazientemente realizzato; altrettanto inevitabile per lo spettatore il tentativo di rimettere insieme, pezzetto dopo pezzetto, tutti gli elementi di una verità frantumata che attende di essere riportata alla luce, lungo il filo di una narrazione che si sa ritagliare spazi di tranquilla quotidianità senza disperdere il ritmo vivace della componente thriller. Jleana Cervai


di Alberto Sironi, Luca Zingaretti

IL COMMISSARIO MONTALBANO STAGIONE 14

EPISODIO 1 - “SALVO AMATO, LIVIA MIA” Origine: Italia 2020 Produzione: Palomar per Rai Fiction e SVT Regia: Alberto Sironi, Luca Zingaretti Soggetto e sceneggiatura: Andrea Camilleri, Francesco Bruni, Salvatore De Mola, Leonardo Marini. Collaborazione ai dialoghi Valentina Alferj Interpreti principali: Luca Zingaretti (Salvo Montalbano), Cesare Bocci (Mimì Augello), Peppino Mazzotta (Giuseppe Fazio), Angelo Russo (Agatino Catarella), Sonia Bergamasco (Livia Burlando), Rosario Lisma (Antonio Cannizzaro), Luciano Scarpa (Giorgio Scalia), Roberta Giarrusso (signora Caruana), Federica De Benedittis (Agata Cosentino), Katia Greco (Caterina Giunta), Giovanni Guardiano (Jacomuzzi), Ketty Governali (Adelina), Fabio Costanzo (Pasquale), Saro Minardi (Romildo Bufardeci), Vitalba Andrea (madre di Agata) Messa in onda: Rai Uno 9 marzo 2020

EPISODIO 2 - LA RETE DI PROTEZIONE Origine: Italia 2020 Produzione: Palomar per Rai Fiction e SVT Regia: Alberto Sironi, Luca Zingaretti Soggetto e sceneggiatura: Andrea Camilleri, Francesco Bruni, Salvatore De Mola, Leonardo Marini. Collaborazione ai dialoghi Valentina Alferj Interpreti principali: Luca Zingaretti (Salvo Montalbano), Cesare Bocci (Mimì Augello), Peppino Mazzotta (Giuseppe Fazio), Angelo Russo (Agatino Catarella), Carolina Carlsson (Monika Sjöström), Disa Östrand (Maj Andreasson), Fredrik Hiller (Mats Brolin), Tuccio Musumeci (cavalier Pintacuda), Carmelinda Gentile (Beatrice “Beba” Di Leo), Ketty Governali (Adelina), Dario Veca (commesso), Graziano Piazza (Ernesto Sabatello), Mario Pupella (Gasparino Sidoti), Ivan Giambirtone (professor Puleo), Enrico Guarneri (questore), Pietro Delle Piane (Marchica), Luigi Tuccillo (Francesco Sabatello), Peppe Tuccillo (Emanuele Sabatello) Messa in onda: RaiUno 16 marzo 2020

EPISODIO 1 - “SALVO AMATO, LIVIA MIA” Dopo aver tentato invano di cogliere in flagrante l’amico ladro Pasquale, la guardia giurata Romildo Bufardeci si rivolge al commissario Montabano per denunciare il malvivente, accusato di furto in una villa di provincia. Salvo, a cui il nome di Pasquale è da tempo noto perché figlio della sua adorata Adelina, lo rassicura, promettendogli di occuparsi personalmente della questione. Quella stessa mattina, il commissario viene chiamato a indagare sulla misteriosa morte di una giovane ragazza di 27 anni, ritrovata accoltellata nei corridoi dell’archivio comunale della cittadina. Agata Cosentino, amica della fidanzata del commissario, Livia, lavorava lì, ma quella mattina non aveva alcuna ragione di recarsi in ufficio perché l’archivio era da tempo chiuso per lavori di ristrutturazione. Intorno al corpo nessuna traccia di sangue né tantomeno dell’arma del delitto, scomparsa nel nulla. Il corpo è stato ritrovato dal capo-cantiere, subito dopo la fine della pausa pranzo, in programma ogni giorno dalle 12 e alle 14. L’uomo denuncia anche la scomparsa di un martello. Il direttore dell’archivio, Antonio Cannizzaro, descrive Agata come una ragazza semplice, professionale e riservata che collaborava quotidianamente soprattutto con altri due responsabili dell’archivio: Caterina, con la quale aveva legato molto, e Danilo Alessi, con il quale aveva invece avuto qualche screzio. Mentre il secondo, in vacanza, vi68

ene subito escluso dalle indagini, Caterina viene convocata in commissariato per essere interrogata. La ragazza parla di Agata come di una sorella con la quale condivideva persino l’esperienza di volontariato presso un’associazione per bambini, ma spinge le indagini anche in un’altra direzione, parlando al commissario di un misterioso uomo sposato con cui Agata aveva probabilmente una relazione. Montalbano sospetta si tratti di Giorgio Scalia, professore di storia e assiduo frequentatore dell’archivio dove si recava spesso per le sue ricerche, affidandosi di continuo al supporto e alla competenze professionali di Agata. A insinuare il dubbio è un libro con dedica, ritrovato dal commissario tra gli affetti personali della ragazza, nella sua stanza da letto. Parlando con Livia, rientrata da Genova dopo aver saputo della tragica morte di Agata, Salvo ottiene nuove informazioni. Non solo scopre che Agata aveva ottenuto un finanziamento di cui andava molto fiera, ma viene anche a sapere dell’esistenza di un misterioso ammiratore che le lasciava di continuo “pizzini” d’amore nascosti nella borsa. Mentre le indagini proseguono, la guardia giurata Romildo non demorde e riesce finalmente ad arrestare Pasquale e a consegnarlo a Montalbano. Il commissario lo tiene in stato di fermo, poi chiede a Fazio di contattare Francesco Caruana, il proprietario della villa, per verificare insieme a lui che non ci sia stato un furto, e di indagare anche sui misteriosi


messaggi romantici ricevuti da Agata. La signora Caruana si presenta a Vigata insieme al cognato. I due fanno un sopralluogo della villa insieme a Montalbano e Fazio, dichiarano che non manca nulla e liquidano velocemente i poliziotti per fare ritorno in città. Salvo, insospettito dalla versione dei due, chiede a Fazio di indagare sulla coppia, poi, perlustrando il giardino, fa una interessante scoperta. Rientrato in commissariato si reca in cella da Pasquale, lo stuzzica, gli chiede spiegazioni, ma di fronte a una mancata confessione, lo lascia in cella per un’altra notte. Giorgio Scalia, sposato con una canadese, con figli, è molto apprezzato tra le studentesse, ma conferma a Montalbano di aver avuto con Agata solo un rapporto professionale e di non avere nulla a che fare con l’omicidio. Tuttavia, l’uomo è di poche parole e si allontana in fretta con la scusa di dover recuperare uno dei suoi figli. I tabulati telefonici di Agata non portano a nulla, ma su suggerimento di Caterina si scopre che Agata si affidava a una misteriosa app non rintracciabile. Impegnato su due fronti dell’indagine, Fazio risale all’app sul telefono di Agata, ma non è possibile verificare né il profilo, cancellato il giorno della morte della ragazza, né i messaggi perché l’accesso all’applicazione è coperto da password. Scopre inoltre la relazione tra la signora Caruana e suo cognato. Il commissario viene contattato d’urgenza da Livia e si reca in banca per raggiungere lei e il padre di Agata. L’uomo, disperato, ha saputo che il conto di Agata è stato completamente svuotato perché la ragazza faceva ricorrenti versamenti sul conto di Giorgio Scalia.

Messo alle strette, il professore è costretto a confessare di aver avuto una relazione con Agata alla quale aveva chiesto in prestito dei soldi per estinguere il debito di un investimento andato molto male. Sebbene questo lo porti in cima alla lista dei principali sospettati, Montalbano è convinto della sua innocenza. Insieme a Fazio e Mimì, il commissario torna a indagare la via dei messaggi d’amore. Questi vengono ritrovati ben nascosti in una stanza dell’archivio comunale nota come “la stanza delle memorie inutili”. I messaggi d’amore sono stati scritti da Caterina, innamorata da tempo di Agata, con la quale aveva anche trascorso una notte d’amore. La ragazza, però, è costretta anche a dichiarare di aver frainteso i sentimenti di Agata, troppo presa dalla sua relazione con l’uomo sposato. Nel frattempo, il commissario decide di chiudere l’indagine su Pasquale. Salvo porta il ladruncolo nella villa e gli racconta la sua versione dei fatti: Pasquale, entrato nella villa perché intenzionato a mettere a segno un bel colpo, aveva scoperto la relazione tra la signora Caruana e il cognato. I due aveva così deciso di comprare il silenzio di Pasquale con 5.000 euro, che il ladro aveva poi nascosto sotto la pietra di un albero del giardino della villa per sfuggire all’arresto della guardia giurata. I soldi sono ritrovati e messi al sicuro dal commissario che spiega a Pasquale di doverli restituire al mittente. Tuttavia, per evitare che la relazione della signora Caruana venga alla luce, la donna decide, su disinteressato suggerimento del commissario, di non denunciare Pasquale, ma di donare all’uomo quei soldi come atto di generosità. In questo modo, il commissario può restituire i soldi a Pasquale, ma gli 69

impone anche di donarli in beneficenza. Caterina torna dal commissario per rivelargli un dettaglio importante: Agata non riusciva a recarsi nei bagni dei luoghi che non conosceva. Mistero svelato: Agata si era recata all’archivio per utilizzare il bagno ed è stata uccisa perché ha visto qualcosa di scomodo. Le indagini proseguono e una misteriosa impronta porta inizialmente a sospettare di uno degli operai, immediatamente scagionato dopo l’interrogatorio con Montalbano. Il commissario decide così di supervisionare i filmati della zona, facendo una interessante scoperta: il direttore viene sorpreso in prossimità dell’archivio proprio nell’orario della pausa pranzo. Il sospetto viene anche confermato dalle celle di zona che hanno spesso agganciato il telefonino dell’uomo in prossimità della struttura. L’uomo, inoltre, viene sorpreso in compagnia di ragazzini. Interrogato e messo alle strette, il direttore confessa. Cannizzaro era coinvolto in un giro di pedofilia e si era recato lì in compagnia di un ragazzino. Sorpreso da Agata, l’uomo era stato preso da un raptus di rabbia e aveva aggredito e ucciso la ragazza. Tornato a casa, Montalbano non


ha neanche un po’ di tempo libero da passare con Livia, già pronta a tornare a Genova. E la mattina seguente, solo come sempre, non può che abbandonarsi alla sua unica vera consolazione: una fresca nuotata nelle acque del mare di Vigàta. EPISODIO 2 - LA RETE DI PROTEZIONE Come ogni mattina, Montalbano si reca al lavoro, ma viene fermato da un posto di blocco istituito per via di alcune riprese di un film che si stanno girando nella cittadina di Vigàta. Incuriosito, il commissario comincia a vagare sul set, fa la conoscenza di Monika, cugina di Ingrid, del regista del film e sorprende Mimì a flirtare con la prima attrice. Rientrato in commissario, Salvo riceve in visita l’ingegnere Ernesto Sabatello. L’uomo chiede al Montalbano di indagare su una serie di vecchi filmini super 8 ritrovati in casa e piuttosto anomali. In molti di questi filmini viene ripreso con inquadratura fissa un muro. La ripresa è sempre identica e viene rifatta nello stesso giorno e alla stessa ora per sei anni di fila, dal ’73 e fino al ’78, anno della morte di Francesco Sabatello, il padre dell’ingegnere. Il commissario supervisiona i filmini e chiede a Fazio di prova-

re a capire dove si trova il muro oggetto delle riprese. Subito dopo, Montalbano riceve la visita di Monika e di altri componenti della troupe. La donna chiede a Montalbano di sollevare Mimì dal’incarico di supervisionare le riprese sul set perché l’uomo è stato sorpreso in barca, in atteggiamento intimo, con la protagonista del film e compagna del regista, suscitando le ire di quest’ultimo e creando delle oggettive tensioni sul set. Inizialmente Salvo non è molto d’accordo, ma mentre è a colloquio con loro riceve la telefonata disperata di Mimì, cacciato di casa da Beba, che gli chiede la stessa cosa. Finge così di accontentare la richiesta di Monika. Subito dopo, Salvo si reca a parlare con il cavalier Pintacuda, vecchio amico di Francesco Sabatello, al quale chiede informazioni sull’uomo e sulla villa dove abitava un tempo. Il commissario scopre interessanti dettagli sulla vita di Francesco: l’uomo aveva un fratello gemello di nome Emanuele, nato infermo, del quale si era sempre preso cura personalmente fino al giorno in cui Emanuele si era suicidato. Il suicidio era avvebuto sei anni prima della morte di Francesco e la villa era ormai abbandonata da anni. Prima di fare ritorno in commissariato, Salvo passa a trovare Beba per parlare con lei e convincerla, ancora una volta, a perdonare i tradimenti di Mimì. Beba approfitta della visita di Salvo per parlare un po’ con lui del figlio Salvuzzo, di recente tornato da scuola con un occhio nero per aver difeso un suo compagno di classe da un gruppo di bulli. Durante la visita nella villa Sabatello, il commissario e Fazio riescono a individuare il muro ripreso nei filmini, visibile anche dalla finestra del bagno, il luogo dal quale sono state effettuate le riprese in super8. Mimì si reca da 70

Salvo e, dopo aver smentito una relazione con l’attrice del film, gli chiede di aiutarlo a tirarsi fuori dai guai. Il commissario incontra il regista e Monika a cena e, in accordo con la donna, i due escogitano un piano per convincere l’uomo dell’assoluta buona fede di Mimì e della sua compagna. Tra i due non può esserci stato nulla perché in seguito a un brutto incidente Mimì ha perso la virilità. Il giorno successivo, Salvo incontra l’ingegnere Sabatello al quale racconta quanto scoperto sui super8. Viene così a conoscenza dell’esistenza di Gasparino, tutto fare della famiglia, e il solo a ricordare quanto accaduto il giorno del suicidio di Emanuele. Sabatello racconta anche della malattia del padre Francesco al quale era stato diagnosticato un tumore proprio nell’anno della morte di suo fratello Emanuele, tumore che si era poi arrestato, permettendo all’uomo di vivere tranquillamente per altri cinque anni. Maj, l’attrice protagonista del film, si reca dal commissario insieme a Monika per ringraziarlo del suo intervento provvidenziale, ma parlando con lui gli fa capire che tra lui e Mimì non c’è stato solo un semplice scambio di battute. Così, per punire Mimì Salvo lo manda per un’intera nottata in appostamento, ad attendere un misterioso furgoncino che, ovviamente, non arriverà mai. Il giorno dopo Mimì capisce di essere stato giustamente ingannato e punito dall’amico e gli chiede una tregua. Montalbano incontra Gasparino, ma l’uomo, ormai anziano, non ha molta voglia di riportare alla memoria i ricordi di quell’evento drammatico e conferma la versione del suicidio di Emanuele, ritrovato in prossimità del muretto, sotto la finestra del bagno. Mimì si reca nella classe del figlio per parlare con i ragazzi,


ma mentre si trova lì, in classe entrano due uomini mascherati e armati che minacciano tutti i ragazzi, facendo uno strano discorso su regole e principi etici. Mimì, raggelato dalla situazione, non riesce a reagire, facendo un brutta figura con suo figlio e con i suoi compagni e anche agli occhi delle istituzioni che non ci pensano due volte a metterlo in cattiva luce. Anche questa volta, Mimì chiede a Salvo di aiutarlo. Il commissario parla con il questore, già al corrente di tutto e pronto a intervenire per sostenere il comportamento dell’ispettore. Poi si reca a parlare sia con il docente della classe di Salvuzzo, all’oscuro degli avvenimenti di bullismo, sia con Salvuzzo che non solo lo aggiorna su quanto accaduto, ma lo lascia anche parlare tramite computer con un altro compagno di classe. I due raccontano a Salvo che il solo compagno per nulla spaventato da quanto stava accadendo in classe è un certo Luigino, un vero genio del computer. Le indagini portano prima a sospettare una misteriosa associazione chiamata Nameless, ma quando il gruppo declina ogni responsabilità dell’accaduto, le indagini proseguono verso altre direzioni. Nel frattempo il commissario scopre anche che il povero Gasparino Sidoti è stato investito da un auto e che è ricoverato in ospedale. Insospettito dalla tranquillità del compagno di classe di Salvuzzo, Montalbano chiede a Catarella di aiutarlo a inviare al ragazzo un messaggio anonimo. Dopo aver creato un finto account, Montalbano invia al ragazzino una mail minatoria, dove lo avverte di essere a conoscenza di tutto e che verrà denunciato alla polizia se non farà quello che vogliono. Poi chiede all’insegnante di classe di Salvuzzo, di controllare il comportamento di Luigino e verificare

se appare più nervoso del solito. Il giorno dopo, però, il ragazzino esce di casa come tutti i giorni, ma non si reca a scuola. Montalbano, soffocato dal senso di colpa per aver esagerato, passa la mattinata a cercarlo e lo ritrova al molo. Luigino, spaventato dalla presenza del poliziotto, cade accidentalmente in acqua, viene soccorso dal commissario e portato da Adelina per riprendersi e mangiare qualcosa. Scopre così quanto accaduto: Luigino si era sfogato in rete e aveva raccontato in forma anonima su un blog degli atti di bullismo subiti a scuola. Aveva così ricevuto l’offerta di aiuto di un gruppo di uomini, ma non avrebbe mai immaginato che questi si sarebbero presentati in classe con le armi e adesso era spaventato dalle minacce ricevute via mail. Montalbano lo tranquillizza, gli dice la verità sulla mail e lo porta in commissariato. Poi, individuato il luogo dove sono nascosti i malviventi, si reca ad arrestarli insieme e Mimì. I due confessano il crimine e raccontano di aver agganciato Luigino perché interessati a chiedergli un mano per effettuare crimini informatici. Nel frattempo l’ingegnere Sabatello consegna a Montalbano alcuni oggetti ritrovati: un fazzoletto sporco di sangue, il bossolo del colpo partito dalla pistola, e due diversi testamenti stilati dal padre Francesco, in uno dei quali l’uomo lascia qualcosa anche al tutto fare Gaspare per ringraziarlo della fiducia. Montalbano, insospettito, comincia a mettere insieme i pezzi della storia e si reca in ospedale a trovare Sidoti. Scopre così quanto accaduto: Emanuele non si era suicidato, ma era stato ucciso da suo fratello Francesco perché, a causa del cancro diagnosticato, Francesco si era convinto di essere sul punto di morire e non potendosi più occupare di suo fratello non voleva lasciarlo nelle mani di nes71

sun’altro. Un gesto disperato divenuto poi ancora più drammatico in seguito alla regressione della malattia dell’uomo. Gaspare aveva assistito a tutto, in complicità con Francesco, ma chiede anche al commissario di non raccontare questa triste verità al povero ingegnere Sabatello e di lasciare tutto così com’è. Montalbano acconsente e si allontana amareggiato. È un percorso ultraventennale quello del Commissario Montalbano, personaggio entrato nelle case degli italiani prima attraverso le storie raccontate da Andrea Camilleri nei suoi preziosi libri e poi in tutte le sale attraverso le avventure adattate con il racconto televisivo. Il commissario ha da sempre il volto riconoscibile di Luca Zingaretti e si circonda di personaggi ormai noti e amati: Mimì, Fazio, Catarella, Beba, Adelina, Livia e molti altri sono diventati una vera famiglia per i fan più affezionati. Il primo episodio, Salvo amato, Livia mia..., è in realtà l’insieme di due storie tratte da due diversi racconti, il primo è Salvo amato... Livia mia... contenuto in Gli arancini di Montalbano e il secondo è Il vecchio ladro contenuto in Un mese con Montalbano; mentre il secondo episodio è tratto dall’omonimo romanzo La rete di protezione.

È


Come nelle precedenti stagioni, il caso giallo viene introdotto a inizio puntata e tratta spesso di un omicidio che porta alla scoperta di altri drammatici fatti di cronaca. Nel corso delle quattordici stagioni, Montalbano ha affrontato casi di truffa, rapimenti, traffici illeciti, furti e misteri di ogni natura, casi che quasi sempre traggono ispirazione dalla realtà, dai recenti fatti di cronaca e dalle vicende che ogni giorno affollano le pagine dei giornali quotidiani. Per risolverli, il commissario si è sempre fidato di una squadra composta da uomini attenti, seri e fidati, personaggi che nel corso degli anni sono cresciuti insieme, esseri umani di cui abbiamo imparato ad apprezzare pregi e difetti e ai quali siamo persino disposti a perdonare le debolezze. La risoluzione del caso è sempre un lavoro di squadra che chiama in causa diretta personaggi come Mimì e Fazio e persino il simpatico Catarella, il cui compito è anche quello di aggiungere un tratto comico alle vicende e stemperare l’aspetto più prettamente drammatico del racconto principale.

Ogni episodio si regge sul perfetto mix tra la linea verticale e quella orizzontale della narrazione. La prima, l’indagine, si apre e si chiude nel corso della puntata e viene sempre sviluppata attraverso uno schema ricorrente: c’è un omicidio, ci sono i principali sospettati, gli interrogatori, la verifica delle informazioni, nuovi interrogatori che portano a galla nuove inattese scoperte e culminano con l’illuminazione finale che permette al commissario di rimettere insieme i tasselli del quadro e assicurare il colpevole alla giustizia. Ma ci sono anche le linee verticali, frutto di un percorso di narrazione più lungo e che si dipanano fin dalla prima stagione, raccontando allo spettatore il tratto più intimo e personale dei personaggi tanto amati. Sono queste che ci permettono di approfondire la conoscenza dei personaggi, riscoprendo il loro lato più personale, ma anche le debolezze di ciascuno. Montalbano è sempre mosso dal senso di giustizia, non si lascia mai intimidire da minacce né corrompere dagli eventi, è un uomo integro, pronto a concedere seconde possibilità purché si prenda atto delle proprie responsabilità individuali e si sia pronti a rimediare agli eventi, come accade con il povero Pasquale, il ladro buono e figlio scapestrato della tanto amata Adelina. Non sa resistere al fascino delle belle donne e, nonostante adulazioni e seduzioni siano spesso stati ingannatori, ha rispetto per il genere femminile. È un buon amico, uno di quelli pronti a sbatterti in faccia la verità anche se scomoda e a punirti per gli errori, senza mai risultare pesante o moralista, ma rispettando la libertà di tutti, come accade con il buon Mimì, uomo buono ma marito traditore che causa spesso dolore a Beba, una donna sempre pron72

ta a stargli accanto, nonostante i repentini tradimenti. A completare il quadro è la commedia, utile ad alleggerire la tensione e a distendere l’attenzione dello spettatore, aggiungendo alla linea del mistero quella leggerezza perfetta a rendere ironici e divertenti i momenti quotidiani della vita personale e professionale dei personaggi. Le indagini affrontano situazioni diverse, mettono spesso in risalto problemi sociali e culturali e permettono di indagare l’animo umano nelle sue mille sfaccettature: il mero egoismo con la voglia di sopraffazione, il desiderio di ricchezza, i comportamenti a-morali e lascivi, la voglia di vendetta o rivalsa per i torti subito, fino alla pura disperazione di chi, ingabbiato dal corso degli eventi, ritiene di non aver mai scelta. I drammi e i problemi affrontati nelle stagioni del Il Commissario Montalbano aprono sempre a un riflessioni sulle tematiche più urgenti per l’essere umano: la lotta fra il bene e il male, il senso di giustizia e comunità, il rispetto della vita altrui, l’amore e le relazioni con gli altri, l’amicizia e nonostante siano passati ormai vent’anni continuano ad appassionare e divertire milioni di spettatori. Non è un caso se le repliche del Commissario Montalbano continuano a catalizzare l’attenzione di milioni di spettatori, ma il frutto del lavoro attento di sceneggiatori, registi e attori che, affiancati da un maestro come Andrea Camilleri, sono riusciti a creare uno dei migliori prodotti italiani, un serie di pregio che si regge su una scrittura eccellente, una regia dinamica e coinvolgente e la magnifica interpretazione di un cast di grande livello. Marianna Ninni


L’AMICA GENIALE - STORIA DEL NUOVO COGNOME - SECONDA STAGIONE

EPISODIO 1 - IL NUOVO COGNOME Lila a soli sedici anni è diventata la signora Carracci. Fin dal viaggio di nozze, però, ha modo di scoprire la brutalità di Stefano e i suoi affari con i Solara che hanno investito nel calzaturificio per il quale anche suo fratello ha ricevuto dei soldi. Elena sente che la differenza tra lei e Lila si fa sempre più grande. La sua storia con Antonio non prevede rapporti sessuali, nonostante la ragazza in un impeto di concorrenza con l’amica abbia chiesto ad Antonio di ‘farlo’ e il ragazzo si sia rifiutato. Lila per contro è costretta a subire la presenza dei Solara nella sua vita, anche gli abusi sessuali del marito. Elena, esasperata dalle resistenze materne alla relazione con Antonio, decide di non andare più a scuola, ma cambia ben presto idea quando, in un dialogo commosso con Lila, ascolta le violenze subite durante il viaggio di nozze ad Amalfi dalla giovane. Una sequela di meschinità compiute alle sue spalle per puro profitto economico, conducono infatti Lila a rinnegare troppo tardi la sua decisione di sposarsi e a dover silenziare la sua ribellione subendo le violenze del marito. A scuola Elena rimprovera Alfonso denunciando il male subito da Lila da parte del fratello e il ragazzo ammette che non avrebbe mai fatto lo stesso al suo posto. Nino Sarratore è affettuoso con Elena e la ragazza s’illude, anche se non lo rivela fino in fondo nemmeno a se stessa. Ben presto scopre però che Nino è fidanzato. Lila ed Elena iniziano a studiare insieme tutti i pomeriggi nell’apparta-

L

mento Carracci. Un giorno arriva la cartolina per la leva militare a Enzo e ad Antonio che è molto preoccupato sia per il futuro della famiglia sia per la relazione con Elena. Lila, scoperto che Stefano si è fatto riformare grazie all’aiuto dei Solara, e quindi prima del loro fidanzamento, decide di andare lei stessa a chiedere il favore a Marcello per Antonio. EPISODIO 2 - IL CORPO Lila attraversa il rione truccata e ben vestita con Elena al seguito che cerca di convincerla a desistere dall’impresa, ma la giovane moglie è decisa a chiedere l’aiuto dei Solara per Antonio. Michele le dice che la sua foto del matrimonio è esposta nella vetrina della sarta che le ha confezionato l’abito, a sua insaputa. I due fratelli si complimentano per la sua bellezza: la stessa foto starebbe bene anche nel negozio di scarpe che stanno aprendo con suo marito Stefano a Piazza dei Martiri, anche questo a sua insaputa. Antonio, sentendosi umiliato, lascia Elena appena viene a conoscenza della richiesta di aiuto ai Solara. Stefano si sfoga con Elena perché Lila non ha nessuna intenzione di fare la moglie e gli rende la vita un inferno. Rino e Pinuccia, intanto, continuano a usare la casa di Lila per i loro incontri amorosi quando Stefano non c’è e, un pomeriggio, Elena ha modo di sapere anche grazie a loro che Stefano è andato a prendere la foto di Lila dalla sarta. Lila sostiene che la darà ai Solara, ma Elena dice di no e così la giovane moglie la sfida a essere promossa con la media dell’otto se avrà ragione lei. Se dovesse aver torto s’iscriverà alla scuola privata. Le due amiche si scontrano anche sulla questione del figlio 73

di Saverio Costanzo Origine: Italia 2019 Produzione: Wildside, Fandango, Umedia, The Apartment, Mowe, Rai Fiction per HBO, Rai 1, Regia: Saverio Costanzo Soggetto e sceneggiatura: Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci, Saverio Costanzo Interpreti: Margherita Mazzucco (Elena “Lenù” Greco), Gaia Girace (Raffaella “Lila” Cerullo), Giovanni Amura (Stefano Carracci), Gennaro De Stefano (Rino Cerullo), Francesco Serpico (Nino Sarratore), Alessio Gallo (Michele Solara), Valentina Acca (Nunzia Cerullo), Antonio Buonanno (Fernando Cerullo), Anna Rita Vitolo (Immacolata Greco), Luca Gallone (Vittorio Greco), Federica Sollazzo (Pinuccia Carracci), Clotilde Sabatino (Professoressa Galiani), Ulrike Migliaresi (Ada Cappuccio), Christian Giroso (Antonio Cappuccio), Eduardo Scarpetta (Pasquale Peluso), Giovanni Buselli (Enzo Scanno), Dora Romano (Maestra Oliviero), Imma Villa (Manuela Solara), Giovanni Cannata (Armando Galiani), Francesco Russo (Bruno Soccavo), Nunzia Schiano (nella Incardo), Bruno Orlando (Franco Mari), Daria Deflorian (Adele Airota), Matteo Cecchi (Pietro Airota). Alba Rohrwacher (narra le vicende dal punto di vista di Elena Greco da adulta). Messa in onda: Rai Uno 10 febbraio-2 marzo 2020

che Lila non vuole dare a Stefano. Elena viene promossa con poco più della sufficienza e anche quell’estate si guadagna qualche soldo badando a due bambine del rione.


Un giorno sulla spiaggia vede Lila avverte tutto il disagio di essere in compagnia di Antonio e la ra- completamente fuori contesto. Durante il ritorno a casa Lila gazza le rivela di essere incinta. mostra tutto il suo sdegno per EPISODIO 3 - SCANCELLARE l’esperienza appena vissuta bulLila dirige i lavori per l’inaugu- lizzando l’amica Elena che rimarazione della Salumeria Carracci. ne in silenzio ad ascoltare l’aspro Nonostante la gravidanza, non sfogo della giovane moglie, umisi risparmia nessuna fatica e la liata e ferita dalle parole della rabbia per l’esposizione della sua giovane moglie. Un giorno Nino, fotografia nel negozio di scarpe passando dal rione, cerca Elena cresce. Un giorno, con l’aiuto di per farle leggere un suo articolo Elena, la stravolge ritagliandola e e, dicendole che sarà ad Ischia facendone una vera e propria ope- con un amico anche quell’estate, ra d’arte. Marcello Solara è l’unico la invita a raggiungerlo. a essere entusiasta della cosa anche se in un articolo sul giornale, EPISODIO 4 - IL BACIO Rino e Pinuccia si sposano - la Donato Sarratore ne scriverà presto in maniera dispregiativa. Nel ragazza è visibilmente incinta frattempo Lila ha un aborto spon- e durante il matrimonio Lila litaneo e la cosa sembra non impor- tiga con qualcuno della famiglia tarle granché. La professoressa per via del fatto che lei non lo è Galiani nota la bravura di Elena più. Strane voci sul suo conto, ine la invita a una festa a casa sua. fatti, dicono che lei sarebbe una Intanto Lila sembra comprimere sorta di strega dotata di mistetutta la sua vita in salumeria fa- riose forze negative perché ha cendo regali ai conoscenti poveri abortito e perché da allora non del rione e guadagnandosi la loro riesce più a rimanere incinta. In quell’occasione le due si parlano benevolenza. Lila chiede ad Elena di poter- e Lila chiede ad Elena di andala accompagnare alla festa della re in vacanza con lei e Pinuccia Galiani e questa acconsente. Qui invece di lavorare nella libreria. Lila rincontra Nino Sarratore. Elena accetta ma propone di anMentre Elena si diverte e par- dare a Ischia. In vacanza con loro tecipa alle discussioni politiche ci sarà anche Nunzia, la mamma e intellettuali Lila, in silenzio, di Lila. Quest’ultima non sa nuotare e Donato Sarratore che, con la famiglia, sta trascorrendo l’estate sull’isola nello stesso posto dov’era anche Elena l’anno precedente, glielo insegna. Quando incontrano Nino, Lila inizia a intuire qual è la vera ragione per la quale Elena ha proposto di andare a Ischia, ma la ragazza nega le illazioni dell’amica. Le tre giovani donne passano lunghe giornate in spiaggia in compagnia di Nino e un suo amico, Bruno, con il quale Pinuccia intrattiene una relazione di simpatia che si fa sempre più intima fino al punto da renderla inquieta e confusa. Lila, intanto, chiede a Elena di prestarle alcuni dei suoi libri 74

e presto la giovane moglie tiene banco nelle loro discussioni intellettuali sulla spiaggia. Elena s’illude che le attenzioni di Nino siano qualcosa di più ma, durante una nuotata, il ragazzo e Lila si allontanano e quella notte Elena verrà a sapere di un bacio che i due si sono scambiati quando erano a largo. EPISODIO 5 - IL TRADIMENTO Nino confessa a Lenù di aver baciato Lila e lei fa finta di non saperne niente. Destabilizzata dai suoi stessi sentimenti, Pinuccia decide di andar via da Ischia per riprendere il suo posto accanto a Rino. Nino e Lila si cercano e la ragazza acconsente ad andare a prendere un gelato tutti insieme. Qui Elena li scopre travolti dalla passione e i giorni che seguono sono segnati dall’amore dei due e dalla sua silenziosa sofferenza che, indifferente alla corte di Bruno, si ritrova a custodire quel segreto così oscuro. Nino riceve una lettera di Nadia e Lila la intercetta e se ne fa beffe obbligandolo a lasciarla. La loro relazione si fa sempre più intensa e Lila convince Elena a reggerle il gioco per passare la notte da Nino. Un giorno Gigliola e Michele Solara capitano sulla spiaggia e si accorgono degli atteggiamenti equivoci tra Lila e Nino. La sera fatidica in cui Nino e Lila passeranno la notte insieme, Elena va a cena da Nella che come l’anno precedente ospita Donato Sarratore e famiglia. Lì sulla spiaggia notturna Donato ed Elena hanno un rapporto sessuale, ma la ragazza, subito dopo e con parole durissime, chiede a Donato di non farsi vedere mai più. La mattina seguente, quando Lila e Lenù tornano a casa, Stefano è già arrivato. Il marito di Lila sembra al corrente di Nino e i due litigano violentemente. L’intervento di Elena in difesa dell’amica, ma senza rivelare la verità dell’incon-


tro con Nino, calma la situazione. Il giorno dopo tornano tutti a Napoli ed Elena si ripromette di stare lontano da Lila e di occuparsi solo di se stessa.

EPISODIO 7 - I FANTASMI Alla Normale di Pisa, Elena studia e diventa, grazie anche alla storia d’amore con Franco Mari, una ragazza sempre più colta e disinibita. A causa della sua ribellione alle norme e dei suoi propositi rivoluzionari, il ragazzo viene espulso dalla prestigiosa università lasciando Elena, che aveva provato a seguirlo in questa lotta per la libertà come meglio poteva, di nuovo da sola. La ragazza avverte infatti di venire da un altro mondo: non ha mai instaurato rapporti di amicizia con gli altri normalisti in quanto maltrattata per via del suo accento e dei suoi modi. A causa di una brutta influenza che la costringe a letto sua madre va a trovarla e l’aggiorna sui Solara, Lila e il rione. Elena era stata a casa per le vacanze di Pasqua e Lila, ormai diventata madre e sempre più afflitta dalla violenza paranoide di Stefano, le aveva consegnato una serie di quaderni che aveva scritto durante quegli anni. Nonostante la promessa di non leggerli mai che la giovane moglie le aveva obbligato a compiere, Elena, durante la febbre, decide di leggerli. In essi vi è il racconto del ritorno a casa con Stefano dopo la storia con Nino, la gravidanza, la solitudine, le minacce dei Solara, i primi mesi di Rinuccio e l’educazione che con dedizione impartisce al bambino convinta com’è che questo sia l’unico modo di avere un futuro, il terrore di Stefano e delle ripercussioni violente su lei e i suoi cari. Tutto è scritto in quei diari. Le chiede in ultimo di avvertire Enzo dicendogli che ci ha provato ma non c’è riuscita. Elena non ha modo di capire a cosa si riferisca, ma accetta anche questo incarico. Una volta letti i quaderni la giovane studentessa li getta in Arno.

EPISODIO 6 - LA RABBIA Elena va a trovare Pinuccia che ha avuto il figlio di Rino. La donna le rivela che Lila ha lasciato la macelleria di Stefano e adesso lavora al negozio di scarpe a via Toledo. I Solara hanno cominciato a produrre le sue scarpe in un’altra fabbrica e, nonostante le proteste di Stefano e Rino, la cosa non sembra trovare soluzione. Dopo Ischia, insomma, tutto è cambiato. In occasione del ceppo di Sant’Antonio Elena ha modo di rivedere anche Antonio che sembra smarrito nei suoi ricordi a tratti psicotici. Mentre la folla canta ‘Sant’Antonia pigliat’o vecchio e dacci o’ nuov’ si sentono le grida di Carmela dal balcone di casa sua. La madre si è impiccata. Tutto sembra irrimediabilmente mutato dopo la vacanza a Ischia. Le stesse Elena e Lila non si sono più viste da allora, ma dopo i racconti di Pinuccia e Ada, l’amica decide di andare a trovarla al negozio in centro. Qui la ritrova ancora invischiata nella sua storia con Nino, che si nasconde sul retro del negozio. Lila le rivela di essere di nuovo incinta e che presto andranno a vivere insieme. La scoperta di quella relazione la ripugna al punto da decidere di scappare via da Napoli e andare a studiare a Pisa. Intanto Lila e Nino vanno a vivere insieme come stabilito, ma la storia presto s’incrina per sopraggiunte diversità caratteriali e, quando Nino vorrebbe tornare, viene orribilmente picchiato da Antonio che lavora per i Solara e che vendica irrazionalmente antiche ripulse e gelosie per il ragazzo. Ad andarla a prendere sarà Enzo, promettendole di aiutarla nel caso EPISODIO 8 - LA FATA BLU che con Stefano le cose si mettano Per Elena è il momento di lavomale. rare alla tesi. Vorrebbe proseguire 75

la carriera universitaria, ma scoraggiata da uno dei suoi professori e travolta dai ricordi dell’adolescenza nel rione si butta a capofitto nella stesura del suo primo romanzo. Nel pieno della sua solitudine viene avvicinata dal timido Pietro Airota, figlio di un professore che conta, che le fa la corte. Elena si lascia coinvolgere e conosce i famigliari del ragazzo. Nel frattempo si laurea con il massimo dei voti ed affida a lui il suo manoscritto. Il fidanzamento di Elena e Pietro assume i connotati ufficiali quando il ragazzo le regala un anello e decidono di sposarsi. Tornata intanto a Napoli per festeggiare il suo traguardo, Elena annuncia alla madre di essere fidanzata con Pietro. La maestra Oliviero, prima di morire, ha inviato ad Elena le pagelle e i quaderni di quando lei e Lila erano piccole. Tra questi il racconto La fata blu scritto proprio da Lila. La ragazza ha smesso di vivere al rione e le due non hanno modo d’incontrarsi. In una delle sue lettere Pietro annuncia che la casa editrice della madre vuole pubblicare il romanzo di Elena. A questo punto la giovane scrittrice decide di cercare Lila e l’unica a sapere dove si trova è Ada che nel frattempo ha avuto una bambina da Stefano Carracci e vivono tutti insieme nella casa che era stata un tempo dell’amica. Ada aggiorna Elena sulla situazione del rione e scopre che Lila


abita con Enzo in un’altra zona della città. Quando va a farle visita però l’amica non c’è perché lavora nella fabbrica di salumi Soccavo. Qui le due si ritrovano per qualche minuto, ed Elena le porge in dono La fata blu. Lila sembra apprezzare il gesto ma poi lo getta nel fuoco appena dopo essersi salutate. Mentre Elena presenta il suo libro davanti a un piccolo uditorio di intellettuali, tra i vari interventi ci sarà proprio quello di Nino Sarratore. Quando un romanzo diventa cinema si è quasi sempre di fronte a una vertigine. Tutto quello che la nostra mente ha immaginato, con l’ausilio dei sensi e della memoria, si biforca creando una dimensione parallela. Il romanzo è altro e quell’altro non è più romanzo. Saverio Costanzo, e in questa stagione anche Alice Rorhwacher, fanno di Storia del nuovo cognome, seconda parte della serie tv L’amica geniale, un’opera per la televisione senza precedenti, a conferma, ça va sans dire della prima andata in onda nel 2018. Con la sua potenza visiva, lo sceneggiato ribadisce la distanza dall’approssimazione tipica della fiction italiana. Le mani dell’autrice in incognito Elena Ferrante, di Francesco Piccolo e di Laura Paolucci sembrano spingere l’immagine fuori dal ventre del romanzo che diventa sceneggiatura coesistendo in maniera perfetta con la sua matrice. Fin dal primo episodio, infatti, la vicenda smette di concedersi pe-

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danterie di trama smarginandosi in una visione autoriale rigorosa e miracolosa. Smarginare, nel romanzo, indica la percezione di uno smembramento dell’esistente, della rottura dei contorni di un individuo, la frantumazione del noto per far spazio all’ignoto insieme al disfacimento di ogni precedente aspettativa a riguardo. In questo senso la serie diventa quasi un momento in cui quello che già sappiamo non si adatta più a ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi. La verifica dell’agnizione, potremmo quasi chiamarla, il non accontentarsi del dramma messo in piedi, l’anelito alla sua essenza. Questo il miracolo di un romanzo smarginato in serie tv (che regge benissimo anche la sala cinematografia dei soli primi due episodi) compiuto da Costanzo. Se nella prima stagione Lila percepisce l’ insufficienza del corpo, e lo spavento che ne deriva, riferito al mondo che quei corpi fanno, alla nausea che le parole mettono in moto con la saliva della bocca, in questa seconda stagione esplora la soglia di quella repulsione. L’amore, dunque, e la ribellione che esso comporta. Ciò che del romanzo è celato per sempre sotto la dicitura di best seller - soprattutto da parte di chi non l’ha letto - viene in definitiva restituito nel cinema di Costanzo e Rorhwacher alla sua altezza “popolare”. Conoscere la sociologia e non ossequiarla, sapere il destino (economico e sociale) delle protagoniste e non aver cura che degli anfratti, perché in essi è il vero, unico, turning point. Le due vite, di Elena e di Lila, l’una pungolo dell’altra, intrecciano un universo fatto di oscure sostanze interiori illuminate a giorno. Due parabole che s’annodano e sbattono contro le cose del mondo e l’una contro l’altra fortificando così il loro sodalizio. Lila si sposa mentre Elena studia. Lila fa un figlio ed Elena scrive un romanzo. La vita di Lila è un’azione di 76

riflesso compiuta all’interno di un recinto fatto di chiare subalternità, quella di Elena è un’azione che pare attiva, certo, ma il soggetto di quell’azione è davvero lei? O esso è altrettanto subordinato non solo alle sue proprie oppressioni, ma anche a quelle di Lila? Dal punto di vista di Elena, l’unico della narrazione, non è mai chiaro quanto la proiezione sia condivisa nell’amica, innescando dunque anche le azioni dell’inafferrabile, ingestibile, insostenibile Lila. Quanto la signora Carracci è specchio e quanto è apertura? Ma nella Napoli dei rioni, quella degli Anni Cinquanta e Sessanta, dove ogni sentimento lotta per ottenere uno spostamento sulla mappa del possibile, è forse importante stabilirlo? Se il due viene prima dell’uno, come il femminismo insegna, allora siamo al cospetto di una sintesi magnifica, perché mai compiacente, di ciò che questa lotta ha voluto e vuole: la leale alleanza di stratificata condivisione nel tempo e nella geografia. Non c’è stupro, sopraffazione, meschino interesse, ruberia del cuore o tenace pregiudizio, che tenga. Per non rifare il mondo del padre occorre l’unione di due figlie. E non c’è cognome, né prole, né sangue che stringano. Lila, emblema di una lotta che lotta e basta, con le mani piagate dal lavoro e le “cervella c’abbruciano” si sottrae a ciò che è stata prima del nuovo cognome e al dopo di esso, optando per la fuga, per il lavoro, per un uomo che accetta il suo l’amore senza carne, il solo che adesso possa offrire. È la vincita ineffabile di chi perde tutto in nome della libertà, e così la macchina da presa, una volta espulso il romanzo, ha divaricato l’esistenza di Lila e Lenù rendendo fruibile la loro traiettoria proprio nella trasfigurazione di quell’altissimo ‘popolare’ che vive - grazie al cinema - anche negli occhi di chi non legge. Carmen Zinno


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FILM

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L

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