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Anno XXVI (nuova serie) - Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento postale 70% - DCB - Roma

15 ettem luglio-s bre 202 0

CENTRO STUDI CINEMATOGRAFICI


Edito dal Centro Studi Cinematografici 00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6 tel. (06) 63.82.605 Sito Internet: www.cscinema.org E-mail: info@cscinema.org Aut. Tribunale di Roma n. 271/93

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Anno XXVI n. 15 luglio-settembre 2020 Trimestrale di cultura multimediale

L’ufficiale e la spia Figli Il mistero di Henri Pick Dio è donna e si chiama Petrunya Appena un minuto Zog e il topo brigante L’uomo senza gravità Il ladro di giorni Il pianeta in mare Pinocchio Sono solo fantasmi La dea fortuna La Douleur Just Charlie - Diventa chi sei Effetto domino Il primo Natale La Famosa invasione degli orsi in Sicilia Sorry We Missed You Selfie Ritratto di giovane in fiamme Santiago, Italia Me contro Te - La vendetta del Signor S Qualcosa di meraviglioso La mia banda suona il pop Lontano Lontano Sole Odio l’estate

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SOMMARIO

Bella da morire I Medici (stagione 3) Liberi tutti Giorgio Ambrosoli - Il prezzo del coraggio

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Abbonamento annuale: euro 26,00 (estero $50) Versamenti sul c.c.p. n. 26862003 intestato a Centro Studi Cinematografici Si collabora solo dietro invito della redazione Direttore Responsabile: Flavio Vergerio Segreteria: Cesare Frioni Redazione: Silvio Grasselli Giancarlo Zappoli Hanno collaborato a questo numero: Giulia Angelucci Veronica Barteri Elena Bartoni Andrea Cardelli Jleana Cervai Alessio D’Angelo Ginevra Gennari Cristina Giovannini Leonardo Magnante Fabrizio Moresco Giorgio Federico Mosco Flora Naso Giulia Previtali Maria Chiara Riva Carmen Zinno

Pubblicazione realizzata con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale Cinema Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Stampa: Joelle s.r.l. Via Biturgense, n. 104 Città di Castello (PG)

In copertina In alto L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, Francia, Italia 2019. Al centro Bella da morire (serial) di Andrea Malaioli, Italia 2020. In basso Figli di Giuseppe Bonito, Italia 2020. Progetto grafico copertina a cura di Jessica Benucci (www.gramma.it)


di Roman Polanski

L’UFFICIALE E LA SPIA

Origine: Francia, Italia, 2019

Gennaio 1895. Nel cortile dell’Ecole Militaire di Parigi, Georges Picquart, ufficiale dell’esercito francese, assiste alla condanna e alla pubblica umiliazione del capitano ebreo Alfred Dreyfus, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi. Dreyfus viene mandato in esilio sull’isola del Diavolo nella Guyana francese. Poco tempo dopo, Picquart viene promosso a capo della sezione di Statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Picquart prende servizio e si accorge che il flusso di informazioni ai tedeschi non si è arrestato. L’ufficiale deve collaborare con il comandante Joseph Henry. Nonostante sia di sentimenti antisemiti, Picquart si convince che il processo a carico di Dreyfus sia stato troppo sbrigativo. L’ufficiale viene in possesso di una nota, il famoso ‘bordereau’, ossia il documento che aveva provato la colpevolezza di Dreyfus. Emerge che il foglio non era stato redatto dal Capitano ebreo, come il grafologo Bertillon aveva dichiarato, ma dal maggiore Esterhazy. Quest’ultimo sarebbe quindi la vera spia. Le prove sono state rielaborate e falsificate a danno di Dreyfus. Picquart si convince dell’innocenza del capitano e prova a riaprire il processo ma trova l’opposizione dei superiori. Ammettere che Dreyfus è innocente farebbe uscire fuori la corruzione dell’esercito francese. Picquart incontra il Generale Gonse mostrandogli le note del bordereau redatte da Esterhazy ma il Generale gli dice di dimen-

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ticare quel documento. Alla proposta di Picquart di riaprire il processo, Gonse gli dice di non dire niente e mantenere il segreto. Dopo una serie di scontri verbali con alte sfere dell’esercito, Picquart viene sollevato dal suo incarico e mandato in missione lontano da Parigi. Dopo diversi mesi in giro tra Europa e Mediterraneo, l’ufficiale torna a Parigi. Durante una cena a casa dell’amico avvocato Fernand Labori, Picquart racconta tutta la storia ad alcuni intellettuali tra cui lo scrittore Emile Zola. Poco dopo, Picquart viene arrestato. Mentre viene portato in prigione, per strada, l’ufficiale nota che in prima pagina sul giornale “L’Aurore” è stato pubblicato un articolo di Zola dal titolo “J’accuse!”. Nell’editoriale il celebre scrittore denuncia le irregolarità del processo a Dreyfus e rivela tutte le colpe delle persone coinvolte nel caso. Il processo viene riaperto e Zola viene condannato. L’opinione pubblica si divide fra innocentisti e colpevolisti. Picquart viene sfidato a duello dal comandante Henry che perde la sfida. In seguito, Henry ammette di aver dato falsa testimonianza nel processo contro Dreyfus. Poco dopo, Henry viene ritrovato cadavere apparentemente suicida. Picquart viene assolto e liberato mentre Dreyfus viene rimpatriato per un secondo processo; poco prima dell’udienza decisiva, l’avvocato Labori viene pugnalato in un attentato per strada sotto gli occhi di Picquart. L’avvocato non può quindi difendere Dreyfus che viene nuovamente condannato. La pena da scontare è però resa più 1

Produzione: Alain Goldman per Legende, R.P. Productions, Eliseo Cinema, Rai Cinema, in Coproduzione con Gaumont, France 2 Cinema, France 3 Cinema, Kinoprime Foundation, Kenosis, Horus Movies, Ratpac Regia: Roman Polanski Soggetto: dal romanzo “L’ufficiale e la spia” di Robert Harris Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polanski Interpreti: Jean Dujardin (Marie Georges Picquart), Louis Garrel (Alfred Dreyfus), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier), Grégory Gadebois (Comandante Joseph Henry), Hervé Pierre (Generale CharlesArthur Gonse), Didier Sandre (Generale Raoul Le Mouton De Boisdeffre), Wladimir Yordanoff (Generale Auguste Mercier), Mathieu Amalric (Alphonse Bertillon), Damien Bonnard (Jean-Alfred Desvernine), Eric Ruf (Colonnello Jean Sandherr), Laurent Stocker (Generale Georges De Pellieux) Durata: 126’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 21 novembre 2019

lieve dal riconoscimento delle attenuanti. Nel 1899 il Presidente del Consiglio concede la grazia a Dreyfus. Picquart vorrebbe proseguire nella sua battaglia per dimostrare la sua innocenza ma Dreyfus è stremato. Sette anni dopo arriverà la pie-


na assoluzione e Dreyfus viene reintegrato nell’esercito. Nel 1907 Picquart viene nominato Ministro della Guerra anche grazie al riconoscimento del danno giudiziario subito. Dreyfus gli chiede di essere ricevuto e rivendica il fatto di non essere riuscito ad ottenere il grado di tenente colonnello a causa degli anni passati a scontare un’ingiusta condanna. Picquart risponde che non può fargli questa concessione perché il clima politico è cambiato. Le parole del Ministro causano lo sdegno di Dreyfus. I due uomini si salutano con rispetto reciproco per non rivedersi mai più. La Verità, si, quella con la ‘V’ maiuscola. Quella verità assoluta, pura e semplice, che a volte il potere riesce a manipolare, occultare, offuscare. La verità, argomento di grande attualità, nell’epoca in cui un flusso ininterrotto di informazioni invade le nostre vite e la nostra memoria collettiva. Vere news e famigerate e quanto mai attuali ‘fake news’, un magma incandescente in cui è sempre più difficile distinguere vero da falso. In questo senso, L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, ha il merito di porre al centro della narrazione un uomo forte, capace di superare le proprie idee in nome della ricerca della verità, quando essa è calpestata dall’ingiustizia. L’indagine dell’ufficiale Picquart rappresenta anche un ammonimento morale, soprattutto se si pensa che nel 1895, mezzo secolo prima dell’Olocausto, il caso Dreyfus rese evidente quanto il sentimento dell’antisemitismo fosse già fortemente presente in Europa. È noto che il caso delle ingiustizie subite dal capitano francese di origine ebraica viene considerato dagli storici uno de-

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gli incubatori dell’ondata di odio e persecuzione che sarebbe arrivata decenni più tardi. La vicenda Dreyfus è tanto affascinante quanto più è sfaccettata: solo in apparenza è un caso ovvio nella sua oggettività ma nella realtà è molto più complesso perché la verità venne ripetutamente annegata dal pregiudizio e da una complessa macchinazione. Ed ecco il piccolo miracolo cinematografico compiuto da Polanski: tanti personaggi, tante voci, tanti pensieri messi insieme in un film chiaro e dalla lucida narrazione. Il regista trasforma uno dei più noti scandali della storia in una sorta di thriller che ruota attorno ad una controinchiesta che fa emergere non un errore giudiziario, ma un vero complotto del potere. Quella macchina del fango senza età che, una volta messa in moto, è capace di mietere vittime su vittime. Man mano che la narrazione procede, entrano in scena molti personaggi ma la battaglia per la verità intrapresa dall’ufficiale Picquart procede dritta senza cedimenti o sbandamenti. Da più parti si è scritto che Polanski abbia identificato la vicenda delle ingiuste accuse a Dreyfus con la sua storia giudiziaria, un uomo che non si piega alle accuse tenendo alto il suo onore. La verità, la mistificazione, il complotto, ma qui non ci si ferma al vissuto personale in un’opera dalla portata universale. Con l’affare Dreyfus il regista parla di tante persecuzioni, tante ‘cacce alle streghe’ ma anche di tanti autoritarismi, di tanti sistemi di potere marci fino al midollo. Ma parla anche delle masse capaci di essere contagiate dalla smania di vedere in piazza il ‘colpevole’ su cui puntare il dito, la vittima da umiliare. In questo senso, l’incipit del film è potente e rivelatore: la pubblica degradazione di Dreyfus 2

nell’ampio spazio della Esplanade des Invalides, un grande affresco, una lezione di cinema, al centro del quale c’è il colpevole, l’uomo solo davanti ad una moltitudine di soldati e a migliaia di persone che gli urlavano “sporco ebreo”. La fonte d’ispirazione è stato per Polanski il romanzo di Robert Harris The Dreyfus Affair da cui il film è tratto. A detta del regista, Harris ha avuto per primo l’idea di raccontare una vicenda nota (sull’affaire Dreyfus sono stati scritti più di cinquecento libri) da un punto di vista diverso, quello del colonnello Picquart. Ed è proprio lui il vero protagonista de L’ufficiale e la spia, l’uomo che sfida le gerarchie in nome della verità, non un eroe in senso assoluto, ma un uomo capace di seguire la propria coscienza. Gran parte della riuscita del film risiede nella misurata e intensa interpretazione di Jean Dujardin nei panni di Picquart, un divo che dimostra di aver raggiunto la piena maturità, lontano dai tempi dei successi come comico televisivo o del lancio come protagonista di The Artist. Riportando alla luce, con una prospettiva nuova, uno dei più noti errori giudiziari della Storia, L’ufficiale e la spia, insignito del Gran Premio della Giuria alla 76° Mostra del Cinema di Venezia (nonostante le dichiarazioni pronunciate contro Polanski dalla regista Lucrecia Martel, presidente della giuria), brilla come ultimo gioiello nella filmografia del regista. Un film prezioso capace di parlare con voce forte al presente, se si pensa che tutto ciò che successe più di un secolo fa potrebbe accadere di nuovo, ovviamente in altre forme, perché la menzogna può essere sempre architettata lucidamente ad uso e consumo delle masse. Elena Bartoni


di Giuseppe Bonito

FIGLI

Origine: Italia, 2020

Sara e Nicola stanno per diventare genitori per la seconda volta, gesto considerato eroico nell’Italia di oggi, in cui il tasso di natalità è sempre più basso e lo stile di vita più precario. Il piccolo Pietro sconvolge la vita familiare, scatenando immediatamente le gelosie della primogenita Anna, che vorrebbe riportarlo in ospedale. Disperati per la perdita del sonno, la coppia chiede aiuto alla cosiddetta “pediatra guru”, la migliore di Roma, che però non fa altro che ribadire concetti elementari, nonostante il costo esorbitante del colloquio, suggerendo loro di lasciare il lavoro per stare più tempo con Pietro, godendo delle entrate di un’ulteriore rendita fissa che però i due non hanno. Non potendo contare solo sullo stipendio di Nicola, Sara vuole tornare a lavorare ma sua madre si rifiuta di occuparsi dei nipoti durante le mattinate, venendo accusata dalla figlia dell’indifferenza tipica della sua generazione che, vissuta nel boom economico, non ha fatto altro che sperperare. I protagonisti chiedono aiuto al padre di Nicola che, timoroso di non comprendere il neonato, si rifiuta, sebbene comunichi la decisione di essere in procinto di fare un figlio con la nuova compagna, contando sull’aiuto di Nicola e Sara. L’ultimo tentativo è cercare una babysitter e, dopo una serie di colloqui con le più improbabili, scelgono una ciociara specializzata nel preparare “l’ovo alla cocca”. Il rapporto tra Sara e Nicola è sempre più teso, dato che il peso ricade maggiormente sulla donna, che inizia a sentirsi soffocare nelle mura domestiche. Una domenica, Sara esce con una sua amica, la-

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sciando Nicola da solo con Pietro per stimolarlo a passare più tempo con lui, sebbene ne sia terrorizzato; nonostante i timori, Nicola gestisce la situazione e spera nelle congratulazioni della moglie, che non intende valorizzarlo per attività che lei compie quotidianamente senza la ricerca di approvazioni ma che, in quanto donna e madre, le vengono imposte come spontanee e piacevoli. La coppia divide i compiti settimanalmente per evitare di litigare ma ricade in una ruotine troppo quantificata, scegliendo di affidarsi alla casualità della vita, sebbene non sia sufficiente a placare una crisi sempre più inarrestabile, dal momento che Sara accusa Nicola di non occuparsi sufficientemente di loro; il punto di rottura sono due feste in maschera, in cui Sara è costretta a stare con Pietro senza l’aiuto del marito. Rischiando entrambi di cadere in tentazione con altri partner, i due scelgono di impegnarsi nel loro rapporto e, su consiglio della pediatra guru, tentano di placare i loro risentimenti per non ripercuoterli sui propri figli. I due riprendono in mano la loro vita: Sara torna a lavorare e, nonostante le liti quotidiane, la coppia riesce sempre a ritrovarsi.

Produzione: Lorenzo Gangarossa, Mario Gianani, Lorenzo Mieli per Wilside Regia: Giuseppe Bonito Soggetto e Sceneggiatura: Mattia Torre Interpreti: Valerio Mastandrea (Nicola), Stefano Fresi (Amico giornalista di Nicola), Paola Cortellesi (Sara), Andrea Sartoretti (Padre milionario), Massimo De Lorenzo (Cliente di Nicola e Luca), Valerio Aprea (Padre separato), Carlo De Ruggieri (Luca collega di Nicola), Paolo Calabresi (Padre con tanti figli), Giorgio Barchiesi (Padre di Nicola) Durata: 97’ Distribuzione: Vision Distribution Uscita: 23 gennaio 2020

in ruoli secondari) proseguendo su quello de La linea verticale (da cui gli emblematici sfondi bianchi che accompagnano i monologhi dei personaggi), ulteriore esempio di mescolanza di linguaggio alto e popolare, in cui la fantasia non diventa disconnessione dal reale ma lo estremizza per farne emergere le pieghe più profonde e universali. Figli è presentato non semplicemente come film “scritto da” ma come “film di” Mattia Torre, premessa necessaria secondo Bonito che non nasconde quanto il copione rifletta l’identità e il vissuto dell’autore, della sua vita intima e del suo rapporto con la paternità, il che si riflette su una scrittura che, nonostante si confronti con temi intimi e quotidiani, si erge Dopo una lunga carriera come racconto collettivo, in cui si da aiuto regista, Giuseppe Bonito realizza il suo secondo lungometraggio, che nasce a sua volta dall’estro di Mattia Torre, sceneggiatore e regista scomparso nel luglio del 2019, in particolare dal suo monologo I figli ti invecchiano, già recitato da Mastandrea; la collaborazione tra Bonito e Torre nasce sul set di Boris (di cui ritornano alcuni volti emblematici

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ritrovano gli stessi interpreti nelle loro relazioni di coppia e di genitorialità. La scrittura si dimostra notevole ed estrosa nella sua accentuazione parossistica del reale, che testimonia uno sguardo quasi entomologico capace di cogliere gli aspetti più minuziosi dell’essere umano e del suo comportamento (si pensi alla riflessione di Mastandrea sulla maniera inconsapevolmente aggressiva degli adulti nel pulire le bocche sporche di cibo dei figli in pubblico), nonché un sistema di interconnessioni tra l’intimità domestica e le sorti di un’Italia con un tasso di natalità ormai irrisorio e un senso della collettività scemato in un individualismo sempre più solipsista, un’eco dal recente Ma

che ci dice il cervello sempre con Paola Cortellesi. Se nella prima metà del film lo sguardo bizzarro ed eccessivo riflette un’originalità e una visionarietà piuttosto singolari (si pensi alla scelta di utilizzare la Patetica di Beethoven al posto del pianto del bambino o alla mescolanza tra contingenza e immaginazione, come i tanti salti suicidi dei protagonisti dalla finestra), nella seconda parte tende a scivolare verso una componente più melodrammatica, in cui la crisi di coppia riconferma determinati luoghi comuni sulla famiglia italiana, a partire dalla continua ridefinizione di una paternità inadeguata rispetto a una maternità martirizzata a causa del ruolo in cui è

di Rémi Bezançon

relegata, binomio che, seppur legittimo da mostrare nella sua totale assurdità discriminatoria, risulta piuttosto abusato nella nostra contemporaneità, da Il nome del figlio a Vivere. Se la scrittura di Torre si dimostra capace di fondere sorriso e riflessione amara nella sua mescolanza di registri, l’evoluzione della vicenda e la sua conclusione implodono di fronte a quell’eccesso che, da elemento innovativo, rischia di divenire abuso e caricatura, fino a un conseguente depotenziamento di un certo approccio alla scrittura cinematografica che potrebbe rinnovare un panorama conchiuso sui medesimi stilemi del racconto. Leonardo Magnante

IL MISTERO DI HENRI PICK

Origine: Francia, Belgio, 2019 Produzione: Eric Altmayer, Nicolas Altmayer, Isabelle Grellat Regia: Rémi Bezançon Soggetto: omonimo romanzo di David Foenkinos Sceneggiatura: David Foenkinos, Vanessa Portal (anche dialoghi), Rémi Bezançon (anche dialoghi) Interpreti: Fabrice Luchini (Jean Michel Rouche), Camille Cottin (Joséphine Pick), Alice Isaaz (Daphné Despero), Bastien Bouillon (Fred Koskas) Durata: 100’ Distribuzione: I Wonder Pictures Uscita: 19 dicembre 2019

In Bretagna c’è una singolare biblioteca dedicata ai manoscritti rifiutati dagli editori. È qui che Daphne Despero, una giovane e rampante editor in visita dal padre che lì abita, scopre casualmente un manoscritto dal titolo: “Le ultime ore di una storia d’amore” di un certo Henry Pick, un pizzaiolo scomparso da due anni e che poco aveva a che fare con la scrittura. La giovane intuisce subito il po-

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tenziale commerciale dell’opera e decide così di pubblicarla contattando, preventivamente, la moglie e la figlia del Signor Pick; le due donne rimangono a dir poco basite dalla notizia ma devono ben presto ricredersi. Curiosando nella cantina del padre, la figlia Joséphine trova uno scatolone con dentro una macchina da scrivere e accanto un celebre romanzo di Puskin, l’autore russo che sembra aver ispirato l’opera. L’intuizione di Daphne si rivela vincente. Il libro viene pubblicato e diventa subito un best seller. Jean Michel Rouche è un autorevole critico letterario che conduce un programma in tv proprio dedicato ai successi del momento. Sospettando un caso costruito a tavolino, convoca in trasmissione Madeleine, la moglie di Henry Pick per approfondirne la storia in relazione al suo scritto. Ma le 4

risposte di Madeleine non fanno altro che aumentare i suoi dubbi sull’autenticità dell’autore. Così va in Bretagna ed inizia ad indagare, facendosi aiutare da Josèphine che sebbene sia molto indispettita con Jean Michel per avere espresso le sue perplessità in diretta (trattando malissimo Madeleine) ha a sua volta tutto l’interesse che si faccia luce sulla vicenda per riabilitare il nome del padre. Jean Michel fa visita alla biblioteca, si accorge che dagli scaffali manca un libro di Puskin “Eugenio Onegin” stesso titolo di quello ritrovato nella cantina dei Pick; chiede poi informazioni alla bibliotecaria sul precedente proprietario tale Gravec, ormai defunto, per sapere se aveva qualche legame con la Russia e scopre che, in effetti, l’uomo è stato sposato con una donna russa tale Ludmila Blavataski


Così si reca a trovarla, ma scopre che la donna in realtà è una polacca che ha vissuto in Russia sposata a Gravec solo per ottenere il permesso di soggiorno. Dunque la pista si rivela fasulla. Rientrato a Parigi con Josèphine alle calcagna, partecipa ad una festa organizzata dalla casa editrice in occasione del grande successo del libro. Ci sono, ovviamente, anche Daphne e il suo fidanzato tale Frederic Koska uno scrittore ancora sconosciuto ma assai motivato. Infatti il ragazzo avvicina Jean Michel e gli parla dei suoi progetti letterari; ha di recente scritto un libro e vorrebbe che Jean Michel lo leggesse per dargli il suo esimio parere. L’uomo promette ma ora è troppo preso dal suo caso e non sembra particolarmente interessato alle aspirazioni del giovane. Ritornato in Bretagna Jean Michel riesce a contattare l’ex padrone di casa di Gravec. Questi gli racconta che alla morte di Gravec, dovendo liberarsi dei suoi mobili ed oggetti, ha venduto la sua macchina da scrivere a un uomo della zona che voleva farne regalo alla figlia. Questi altro non è che il padre di Daphne. Confronta poi lo scritto originale di Pick (che riuscito a farsi consegnare dalla figlia non senza fatica) con i caratteri della macchina da scrivere scovata in cantina e questi corrispondono. Dunque il libro è stato scritto con quella stessa macchina che era di Daphne! Ma la giovane non ne è la responsabile. Il mistero si risolve quando Jean Michel inizia a leggere il romanzo di Frederic. Si accorge che lo stile è lo stesso così come la conoscenza dell’autore della letteratura russa. E tutto si fa più chiaro. Come sono andate davvero le cose? Daphne e Frederic erano in visita dal padre di lei quando hanno sentito parlare della famosa

biblioteca. Frederic aveva appena terminato di scrivere un altro romanzo e l’idea gli è balenata subito nella testa. La mattina presto ha preso il suo scritto, lo ha messo dentro una cartellina rossa, si è recato alla biblioteca e lo ha posizionato, di nascosto, su uno scaffale ben in vista confidando in un po’ di fortuna. Daphne, sopraggiunta in seguito, lo ha trovato. È andata ad indagare su Henri Pick e ha deciso di costruire un bel caso letterario nascondendo di proposito la sua macchina da scrivere nella cantina del pizzaiolo. In seguito i due giovani si sono chiariti e Daphne ha promesso a Frederic di rivelare il nome del vero autore, cioè lui. Ma una volta partita la macchina del marketing ne sono rimasti stritolati e la promessa si è rivelata irrealizzabile. Così Frederic, deluso l’ha lasciata. Da qui ha preso inizio tutta la vicenda. Ma alla fine il ragazzo ha raggiunto il suo scopo: è riuscito a farsi conoscere ed apprezzare da un importante critico letterario che, forse, potrà aiutarlo in futuro. Il mistero di Henry Pick, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo dell’eclettico scrittore parigino David Foenkinos, è una brillante commedia dai risvolti noir diretta da Rémi Bezançon e mirabilmente interpretata da Fabrice Luchini, il più carismatico attore francese del momento. All’origine di tutto vi è un libro dall’ autore misterioso la cui ricerca dà vita a una avvincente caccia per scoprirne l’identità. Un libro destinato peraltro a sconvolgere le vite delle persone che in qualche modo sono ad esso riconducibili, rimescolandone le priorità e il senso. Commedia ironica, che parte in maniera decisa, dai risvolti sor-

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prendenti e si trasforma ben presto in un vero e proprio thriller letterario. Rouche /Luchini, un attore sempre in stato di grazia, facendo la spola tra Parigi e la Bretagna, con ostinata determinazione riesce a trovare il bandolo della matassa regalandoci momenti e situazioni esilaranti e sorprendenti. Affiancato dalla brava Camille Cottin (la protagonista della serie Netflix Call My Agent) che gli fa da spalla in questa caccia all’improbabile autore. Ma al di là della vicenda in sé, che comunque diverte ed appassiona e regala momenti unici come nella scena in cui Luchini recita imitando Margherite Duras, Il mistero di Henri Pick è un film che lancia un messaggio ben preciso, tanto più lodevole in questa epoca tutta virata al virtuale, facendoci riscoprire l’importanza e il potere dei libri. E ci mostra come la forza delle parole e delle storie raccontate sulle pagine possano influire nelle nostre vite, cambiandole in meglio. Proprio ciò che accadrà al protagonista. L’autore del romanzo da cui è tratto il film David Foenkinos, classe 1974 e vincitore dei più prestigiosi premi letterari francesi, vanta al suo attivo 16 libri tra romanzi, una biografia su John Lennon e narrativa per l’infanzia tradotti in 15 lingue. Cristina Giovannini


di Teona Strugar Mitevska Origine: Macedonia, Slovenia, Croazia, Francia, Belgio, 2019 Produzione: Labina Mitevska per Sister and Brother Mitevski Regia: Teona Strugar Mitevska Soggetto e Sceneggiatura: Teona Strugar Mitevska, Elma Tataragic Interpreti: Zorica Nusheva (Petrunija), Labina Mitevska (Giornalista), Simeon Moni Damevski (Milan, Ispettore capo), Suad Begovski (Il prete), Violeta Shapkovska (Vaska, la madre), Stefan Vujisic (Darko, il giovane poliziotto), Xhevdet Jahari (Boykan, il cameraman), Andrijana Kolevska (Blagica) Durata: 100’ Distribuzione: Teodora Film Uscita: 12 dicembre 2019

Petrunya ha trent’anni e vive a Stip, un paesino macedone insieme ai suoi genitori, e dopo la laurea in storia, è alla disperata ricerca di un lavoro che le possa dare la sua personale autonomia. Petrunya è riservata e introversa, non ha legami sentimentali e vive un rapporto conflittuale con la madre, la quale non perde occasione per sminuirla e colpevolizzarla per i suoi difetti ed il suo stile di vita. Mentre torna da un colloquio di lavoro andato male, Petrunya si imbatte nella cerimonia ortodossa dell’Epifania, un rituale tipico di quelle zone che consiste nel lancio di una croce di legno nelle acque locali. La tradizione vuole che a parteciparvi siano solo gli uomini e il fortunato che riesce ad impossessarsi della croce è destinato ad aver fortuna per tutto l’anno. Al momento del lancio da parte del pope, Petrunya si getta in ac-

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DIO È DONNA E SI CHIAMA PETRUNYA qua ed acciuffa la croce. Questa cosa però scatena l’ira degli altri ragazzi che non accettano di essere stati battuti da una donna e l’aggrediscono per reimpossessarsi dell’oggetto sacro. Petrunya riesce a divincolarsi da quella massa inferocita e corre a casa a nascondersi. Ma il suo gesto è stato senz’altro una novità, una scandalosa novità, così la notizia inizia a fare il giro del web e dei notiziari locali che vogliono scoprire l’identità della donna che ha infranto quella tradizione secolare. Nel frattempo Petrunya viene denunciata e portata in caserma senza capire di quale reato sia accusata dal momento che la croce non l’ha rubata, ma presa di diritto come mostrano i video finiti su Youtube. In commissariato la giovane protagoista viene continuamente vessata dai poliziotti che l’accusano di essere una ladra e, essendo per di più donna, non idonea a tenere la croce. Si vede persa e smarrita, sola e senza l’appoggio di nessuno, abbandonata persino dalla madre che, anche in questa circostanza, non perde occasione per attaccarla e criticarla. Le ore in commissariato passano lente e Petrunya continua a negare la cessione della croce nonostante l’insistenza del comandante e del pope del paese. Fuori dal commissariato un gruppo di uomini inferociti, gli stessi che l’avevo aggredita in acqua, gridano alla profanazione e provano ad assediare la stazione di polizia. Petruya si sente sempre più sola, e a darle supporto ci sono solo un giovane poliziotto ed una giornalista che aveva assistito alla vicenda e che ha colto questo avvenimento per lanciare la curiosa notizia per denunciare il sistema patriarcale della cittadina. Dopo la giornata passata in commissariato, dopo le vessazioni, gli insulti e sporadici gesti di gen6

tilezza, Petrunya viene rilasciata dal comandante insieme al pope, che era stato trattenuto per testimoniare. Una volta fuori Petrunya capisce che non le serve quella croce di legno per essere felice o per avere un po’ di fortuna, così la riconsegna al prete e se ne torna verso casa dai suoi genitori. Dio è donna e si chiama Petrunya è un film macedone della regista Teona Strugar Mitevska, presentato per la prima volta nella selezione principale della Berlinale 2019. Alla pellicola è stato anche assegnato il Premio Lux 2019, riconoscimento attribuito dal Parlamento Europeo ad opere cinematografiche europee che si distinguono per la capacità di trattare temi rilevanti nel dibattito socio-politico. Nonostante lo scetticismo iniziale, la pellicola ha ricevuto un forte consenso anche da parte della critica cinematografica. Apprezzamenti fondati perché il film veicola un messaggio estremamente attuale, dimostrando quanto ancora ci sia bisogno di trattare argomenti come la condizione sociale delle donne, un tema che affronta senza mai scadere nella banalità, affrontandolo con leggerezza ma senza superficialità. Il film racconta come in alcune società sia ancora radicato il patriarcato e di come questo, sostenuto e sostanziato dalle forti influenze religiose, politiche, istituzionali e familiari sia ancora davvero difficile da combattere e sradicare. Ma ci fa anche capire che è possibile farlo, magari mettendo in ridicolo le vuote tradizioni di cui spesso si sostanzia. Il personaggio di Petrunya è un personaggio tragicomico, ben scritto e interpretato e nel cui carattere è davvero facile riconoscersi. Una pecca del film sta

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forse nella sceneggiatura, che scorre piacevole nella prima parte, per perdersi poi nella seconda, dove si decide di far prevalere il discorso ideologico e la dinamicità della storia si inceppa nello slancio forse troppo declamatorio-femminista. Le fasi dell’arresto e dell’interrogatori di Petrunya rallentano la narrazione, che non riesce a riprendere verve nemmeno grazie ai dialoghi: nonostante i personaggi siano ben scritti e abbastanza fol-

cloristici, gli argomenti di cui parlare sembrano finiti. Il messaggio che la pellicola veicola non è perfettamente in linea con altre recenti pellicole che hanno affrontato lo stesso tema, ma in Dio è donna e si chiama Petrunya assume una caratura che si può definire sovversiva: si vuole mostrare come oggi esista la possibilità reale di sovvertire le convenzioni di una società ancora fondamentalmente patriarcale, la

cui mentalità oppressiva si manifesta attraverso gesti simbolici che possono essere ridicolizzati, annullati, sovvertiti attraverso altri gesti simbolici, come quello compiuto da Petrunya, capace di sconvolgere la secolare routine di un paesino della campagna macedone, scatenando ira ma anche invitando ad uscire allo scoperto lo spirito più moderno e solidale. Flora Naso

di Francesco Mandelli

APPENA UN MINUTO Claudio vive nella sua stanza di gioventù - completa di fumetti Tex e mangianastri - dell’appartamento di sua madre, Mirella, un’allegra signora settantenne, innamorata del colonnello delle previsioni meteo in Tv. Tutte le mattine la donna lo sveglia sempre con la stessa canzone: Nu jeans e na maglietta di Nino D’angelo. La moglie di Claudio, Rebecca, l’ha lasciato per mettersi con “il Re della Zumba” il proprietario di una palestra a cui Claudio ha ceduto il suo negozio, perdendo la quotidianità e il contatto con i figli adolescenti, Luca e Greta, che lo snobbano e lo considerano ‘uno che non ce la fa’. Di mestiere Claudio fa l’agente immobiliare e vorrebbe tanto vendere un appartamentino piuttosto mal ridotto per dimostrare a sé stesso di essere capace di fare almeno quello. Il padre di Claudio, Mario, da sempre rammaricato per la perdita del famoso negozio, vive nell’appartamento di famiglia e vorrebbe che Mirella tornasse con lui; ma l’ha tradita innumerevoli volte e lei non ci pensa nemmeno. Migliore amico di Claudio è Ascanio, una specie di tuttofare che però più che saper fare tutto s’improvvisa a diventare qualunque cosa. Un giorno, mentre i due

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bevono un caffè al bar di Simone, anche lui amico di entrambi, notano che Claudio ha un telefono davvero antiquato e lo convincono a cambiarlo. Preoccupato di dover affrontare una spesa che non può permettersi, Claudio si reca in un negozio-emporio gestito da cinesi e un anziano signore, dalle strane fattezze stregonesche, lo invita a comprare uno smartphone di sua invenzione. Dato il costo bassissimo, Claudio acconsente e dopo poco si accorge che l’oggetto è dotato di un potere magico: permette al tempo di tornare indietro di un minuto! Da quel momento inizia a servirsi della magia per migliorare la sua vita, conquistando il favore dei figli attraverso il denaro ed evitando o procurando apposta incidenti di vario genere. Intanto suo padre Mario, gli fa conoscere la sua ‘cameriera’, una donna che viene dalla Romania e che stuzzica la curiosità erotica dell’anziano. Durante una bisca clandestina Claudio riesce, grazie al suo telefono, a giocare una mano vincente e a ‘derubare’ il suo avversario. Qualche tempo dopo, tuttavia, quell’avversario ha tentato il suicidio e Claudio, consapevole di essere in parte responsabile dell’infelicità dell’uomo, va in ospedale a restituire il maltolto. Si rende conto che il telefono non è una fon7

Origine: Italia, 2019 Produzione: Marco Belardi per Lotus Production con Rai Cinema Regia: Francesco Mandelli Soggetto: Max Giusti, Igor Artibani, Giuliano Rinaldi Sceneggiatura: Max Giusti, Igor Artibani, Giuliano Rinaldi, Giovanni Bognetti (collaborazione) Interpreti: Max Giusti (Claudio), Massimo Wertmüller (Mario), Loretta Goggi (Mirella), Paolo Calabresi (Ascanio), Andrea Delogu (Donna coppia giovane), Marco Tardelli (Se stesso), J-Ax (Se stesso), Herbert Ballerina (Simone), Ivo Avido (Cliente al bar), Dino Abbrescia (Paolo Manfredi), Mirko Frezza (Sampei, il barbone), Ninni Bruschetta (Giocatore di poker), Susy Laudo (Rebecca), Carolina Signore (Greta), Enzo Garinei (Vicino di casa di Mario) Durata: 93’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 3 ottobre 2019

te di bene e allora decide di disfarsene lasciandolo a uno strambo senzatetto che vive sotto i ponti di Roma. Da questo momento in poi ciò che aveva guadagnato viene in qualche modo perduto e gli eventi precipitano: Rebecca e figli andranno a vivere in Lussemburgo a causa delle tasse non pagate dal nuovo marito – che trova anche il modo di tradirla con ragazze più giovani. Claudio decide allora di farsi aiutare da Ascanio e Simone nel recupero del telefono fatato. I tre, pur terrorizzati dallo strambo uomo che lo aveva in ostaggio,


riescono a ferirlo e a recuperare il bottino. Lo smartphone però, pur non avendo perduto il suo potere, non riesce a permettere a Claudio di vincere i soldi che occorrono al saldo del debito del patrigno e quindi a scongiurare la partenza dall’Italia della sua ex-famiglia. Da quel momento in poi decide di non usare più la magia ed in piena autonomia, raccontando semplicemente la verità alla moglie Rebecca, ossia che il Re della Zumba la tradisce, e partecipando attivamente alla vita dei suoi figli, ne scongiura la partenza. La piacevolezza dell’espediente magico usato per raccontare la crescita di un individuo attraverso le sue proprie capacità – espediente che si sviluppa proprio durante e attraverso la trama – è un grande classico. Si potrebbero citare valanghe di film attinenti al genere della commedia magica americana degli Anni Ottanta, ma il fatto è che Appena un minuto è un oggetto

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piuttosto singolare. Pur attingendo con destrezza all’armamentario di stratagemmi appena citati, resta in tutto e per tutto una commedia all’italiana degli Anni Dieci del Duemila e che pertanto risente della lassa snervatura drammaturgica del genere, confinandosi e bloccandosi al suo uso e abuso. Nonostante il buon soggetto, pensato dallo stesso attore protagonista Max Giusti e poi scritto insieme ad Igor Artibani e Giuliano Rinaldi. la sceneggiatura, ma forse ancor di più la regia (Francesco Mandelli) si lasciano coinvolgere in un capitombolo inarrestabile di gag perdendo di vista la compiutezza dei personaggi che finiscono con il piroettare su sé stessi fin troppo pacificate stilizzazioni. Dall’odioso figlio trapper alla badante rumena mangia-eredità, il film si accuccia nel suo, del tutto scomodo per chi vuol vederlo, rifugio della facile risata. La smaliziata consapevolezza del vettore di sguardo spettatoriale però, può essere spietata se lo smartphone torna indietro di un solo minuto, ma la scrittura lo fa di almeno cinquant’anni, rivolgendosi ad un pubblico che si crogiola nella più completa mala comprensione dell’esistente. Il comfort dello stereotipo lungi dal proteggere, difatti, impigrisce la drammaturgia della risata, con il risultato di far ridere sempre e solo gli stessi. Un po’ come accade ai bulli di quartiere e nel paradosso totale di mo-

di Max Lang, Daniel Snaddon, Jeroen Jaspaert

strare un protagonista a sua volta bullizzato da ogni parte. È la schizofrenia di una scrittura che non sa tendere con coerenza il senso ultimo del film, ossia l’impegno a far funzionare le cose della vita con gli strumenti che essa ci dà. Proprio uno di tali strumenti viene deliberatamente occultato, il più importante: la continua opportunità di uscire fuori da sé e sperimentare, in termini di tolleranza, ciò che non siamo. Ogni singolo personaggio di contorno è spalla e pretesto di esistenza del protagonista e della risata che confortevole e ignava ci attende. Rifugiarsi in cotante e tali macchiette sociologiche offre il fianco allo stallo temporale e non al movimento degli eventi; semplicemente li sistema - leggi sistematizza - nel ridicolo. Eppure molte cose funzionano, ad eccezione della drammaturgia. Funziona Roma, la sua lingua scoppiettante di precisissimi tempi comici, così come l’altrettanto sfolgorante giustezza di un paesaggio umano e urbano eclettico in cui ben s’inserisce l’espediente magico. Spiace che, entrambi questi fattori, siano a servizio della faciloneria di un certo cinema d’autore che, pur avendo buone idee, si perde nella meccanica del rifacimento del noto, senza alcuna indagine né del presente, né dei suoi autentici segnali di mutamento. Carmen Zinno

ZOG E IL TOPO BRIGANTE

Origine: Gran Bretagna, 2018 Produzione: Magic Light Pictures Regia: Max Lang, Daniel Snaddon, Jeroen Jaspaert Soggetto: dall’omonimo libro scritto da Julia Donaldson e illustrato da Axel Scheffler Sceneggiatura: Max Lang, Daniel Snaddon, Jeroen Jaspaert Durata: 25’ Distribuzione: Cineteca di Bologna Uscita: 28 novembre 2019

Il topo brigante si aggira per le strade con la sua cavalcatura e ruba tutto quello che riesce a trovare a chiunque incontri sulla sua strada. Che siano scoiattoli, formiche o api, a lui non importa la statura, gli importa solo di rubare. Ghiotto di panini, biscotti e ogni cosa dolce, il roditore non si ferma davanti

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a nulla pur di saziare la sua fame. Nessuno sul suo cammino sembra essere abbastanza coraggioso da volerlo fermare o sfidare, solamente la signora anatra, che già aveva derubato, decide di tendergli una trappola: sfruttando il suo appetito, lo attira verso una grotta su sulla


montagna. Grazie all’eco all’interno della caverna, il topo brigante continua a introdursi sempre più in profondità e nell’oscurità. Cade in una buca e, essendoci un rivolino d’acqua, si specchia: la figura riflessa lo spaventa, tanto da farlo riflettere sulla persona che è diventata e su quello che ha fatto. Tanto da farlo pentire. Si spoglia di spada, mantello e maschera e, aiutato da due lucciole, uscirà dalla grotta, riprendendo la strada, ormai innevata. Da lontano intravede delle luci e si avvicina verso il paese che ormai è addobbato per le feste. Ci sono varie pasticcerie e negozi illuminati. Il topo brigante entra per prendere un dolce, affamato e, nonostante sia tentato, non lo ruba. Il negoziante, vedendo la scena, gli sorride e gli porge la scopa.

Pochi giorni dopo l’anatra entra nel negozio per comprare un dolcetto e il topo brigante è lì che pulisce il negozio. Si sorridono e infine, l’ultimo saluto è da parte della sua cavalcatura che lo guarda attraverso la vetrina del negozio. La signora anatra sale sulla cavalcatura e insieme partono alla volta furia di ascoltarle, le imparano a memoria. Uno stile semplice, tipico dell’orizzonte. del suo tempo, adatto per conquiIl topo brigante è un libro stare l’attenzione anche dei piccoli di Julia Donaldson, tra- spettatori e sorprenderli verso il fisposto da Jeroen Jaspaert nale, con una riflessione che porta in un cortometraggio di al pentimento. 25 minuti. È un film d’aIl vero protagonista di questo nimazione con ingredienti perfetti film non è il topo brigante, ma il per bambini in età prescolare: una cambiamento, la maturità ed è voce narrante e poche frasi, quasi spogliandosi di spada, maschera come una cantilena, pronunciate e mantello che si dimostra questa sempre dal topo brigante, un testo transizione. quasi in rima, ideale gli infanti che adorano le ripetizioni e, che a Giulia Previtali

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di Marco Bonfanti

L’UOMO SENZA GRAVITÀ

Origine: Italia, Belgio, 2019

Oscar nasce nella clinica di un piccolo paese del nord Italia negli anni Ottanta, durante una notte turbolenta. Il bambino manifesta fin dai primi secondi di vita una caratteristica particolare: galleggia nell’aria come se non avesse peso. Vola nella stanza dell’ospedale, fluttuando come un palloncino, lasciando la mamma e la nonna letteralmente a bocca aperta. Nato fuori tempo massimo da una madre matura e single, Oscar cresce sotto l’ala protettiva di nonna Alina che lo costringe in casa, lontano dallo sguardo indiscreto e curioso delle comari di paese. Ma Oscar vuole conoscere il mondo e magari salvarlo, come Batman il suo supereroe preferito. Per anni le due donne custodiscono questo segreto senza rivelarlo a nessuno. Solo una bambina di nome Agata, sua amica e primo amore, sa che

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Oscar ha questa specie di dono. Ma un giorno il ragazzo decide che è arrivato il tempo di fuggire dal paesino tra le montagne in cui è nato per farsi conoscere. Decide di partecipare ad un concorso internazionale per uomini e donne straordinari che aveva visto in televisione e grazie ai suoi poteri ottiene un successo strepitoso. Dopo l’apparizione in tv Oscar subito viene catapultato nel mondo dello spettacolo, con l’aiuto di un manager poco cristallino e senza scrupoli che monetizza tutto. Gli viene subito affibbiato un nome spendibile a livello internazionale, “l’uomo senza gravità” e arrivano le prime partecipazioni a spettacoli e comparsate a livello internazionale. La vita del ragazzo cambia totalmente, ora ha una casa enorme, partecipa a serate e feste e compare nientemeno sulla copertina del Time. Dopo un inizio inebriante, Oscar capisce presto però di es9

Produzione: Isaria Productions, Zagora, in Coproduzione con Climax Films (Belgio) con il sostegno del Mibact, della Regione Lazio, e dell’IDM SÜDTIROL - Alto Adige, con il sostegno del Governo Federale Belga, BNP Paribas, Fortis Film Finance Regia: Marco Bonfanti Soggetto e Sceneggiatura: Marco Bonfanti, Giulio Carrieri Interpreti: Elio Germano (Oscar), Michela Cescon (Natalia), Elena Cotta (Alina), Silvia D’Amico (Agata), Vincent Scarito (David), Pietro Pescara (Oscar bambino), Jennifer Brokshi (Agata bambina), Andrea Pennacchi (Andrea), Cristina Donadio (Lucy) Durata: 107’ Distribuzione: Netflix Uscita: 21 ottobre 2019

sere stato solo sfruttato. Infatti quando propone al suo manager di poter scrivere un’autobiografia l’uomo gli presenta un autore e un editore pronti a trasformare la sua vita in un romanzo patinato, che svetti in cima alle classifiche di copie vendute. Deluso ed amareggiato prova a rifarsi una vita. Trova un lavoro in un motel a ore


e si finge disabile per aver il sussidio. Tra le ragazze che portano i clienti del motel però c’è una che lo riconosce, Agata. Dopo un momento di imbarazzo i due si ritrovano ed iniziano ad uscire insieme. Ma la tenera relazione si scontra bruscamente con la vita che conduce Agata. Così Oscar, rifiutato anche dalla donna di cui era sempre stato segretamente innamorato, se ne va e si rifugia in montagna. Non passa troppo tempo però che Agata lo raggiunge. Dopo anni li ritroviamo insieme sposati, in attesa di un bambino. Oscar ha trovato un nuovo lavoro come lavavetri di grattacieli, sospeso nel vuoto e mascherato da Batman. Finalmente può essere se stesso.

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La pellicola L’uomo senza gravità, scritta e diretta da Marco Bonfanti, è una

vicenda in equilibrio tra fiaba e realtà. La storia di Oscar, un uomo affetto da “leggerezza”, racconta la difficoltà di essere puri, ingenui e leggeri in un mondo opaco, votato alla pesantezza. Come nel racconto filosofico di Calvino, il regista, al suo primo lungometraggio, fa appello all’arte di elevarsi, letteralmente e figurativamente, per sottrarsi dal mondo e guardarlo meglio. Audace perché il postulato di partenza non si preoccupa della verosimiglianza, è una sorta di gioco infantile a cui ci invita l’autore. Perché Oscar non è un bambino come gli altri, ma è figlio di una madre che lo ama e vorrebbe soltanto proteggerlo, ma finisce per tarpargli le ali. La vicenda di un essere umano dall’infanzia negata che, al termine di un lungo percorso alla ricerca del sé e dell’amore, comprende come il tornare bambini sia l’unico modo per vivere una vita davvero autentica. L’idea di base è originale, ma il film si sgonfia, perde di mordente nella seconda parte. Si infila in un tunnel pericoloso, comincia inesorabilmente ad accumulare un cliché dopo l’altro, a cominciare dal manager David e diventa stancamente prevedibile, perdendo quel

di Guido Lombardi

dolce tocco di realismo magico che aveva caratterizzato tutta la prima parte. Nonostante il chiaro riferimento letterario, il risultato non produce però scintille. Il suggestivo soggetto di partenza non apre le porte ad una riflessione filosofica all’altezza della premessa. I dialoghi convenzionali, l’interpretazione un po’artificiosa degli attori, gli improbabili scarti narrativi, l’ellissi temporale impiegata come mera tecnica di raccordo svuotano la storia di ogni sostanza. Lo stesso finale si libra verso vette trash, perdendo completamente la magia iniziale. Ad interpretare Oscar da adulto è Elio Germano, che recita con un credibile accento bergamasco, ma è con il corpo che arriva a dare spessore al personaggio. Si vede fin da subito il lavoro certosino per riprendere i gesti di Pietro Pescara (Oscar da bambino), in modo da tramutarsi in un bambino-adulto che continua a restare stupito dalla vita, pur con un sottofondo di triste malinconia. Anche Jennifer Brokshi, nei panni di Agata, sembra avere le espressioni e le parole giuste, in grado di farci tornare bambini. Veronica Barteri

IL LADRO DI GIORNI

Origine: Italia, 2019 Produzione: Indigo Film, Bronx Film, Rai Cinema Regia: Guido Lombardi Soggetto: dall’omonimo romanzo omonimo di Guido Lombardi Sceneggiatura: Guido Lombardi, Luca De Benedittis, Marco Gianfreda Interpreti: Riccardo Scamarcio (Vincenzo “Enzino” De Benedettis), Massimo Popolizio (Totò), Augusto Zazzaro (Salvo De Benedettis), Giorgio Careccia (Vito), Vanessa Scalera (Zia Anna), Carlo Cerciello (Prof. Mangiafreda), Rosa Diletta Rossi (Bianca) Durata: 105’ Distribuzione: Vision Distribution Uscita: 6 febbraio 2020

Vincenzo, malavitoso pugliese, trafficante di droga insieme ai suoi due amici d’infanzia Totò e Vito, è arrestato all’inizio della storia: lascia la moglie già malata che morirà dopo poco e il figlio di cinque anni Salvo. Questo è preso dagli zii, con i quali vive per i successivi sette anni in Trentino. Un giorno si presenta a casa loro Vincenzo; uscito di prigione, è arrivato per riprendersi il ragazzino, almeno per qualche giorno e ricostruire con lui il rap-

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porto spezzato per così lunghi anni. In realtà il viaggio che padre e figlio iniziano serve a Vincenzo per consegnare un carico di droga, nascosto nel fondo della macchina, al capo di una cosca mafiosa giù in Puglia. Naturalmente, tutto ciò serve ai due per conoscersi, studiarsi e capirsi in modo che due mondi tanto lontani si avvicinino. I ricordi dell’arresto di Vincenzo, la spiata del pittore Mangiafreda che portò la polizia alla mac-


china con la droga che i tre amici gli avevano chiesto di nascondere dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri, affiorano continuamente: si alternano con scene e scenette del viaggio come l’incontro con due turiste austriache impertinenti e sfacciate che li prendono in giro ma sono da Vincenzo derubate di soldi e orologi. La strana coppia arriva, comunque, a destinazione e, non senza pericolo, Vincenzo consegna la droga secondo i piani rifornendosi, così, di un po’ di soldi. Quasi casualmente, tramite l’incontro con i vecchi amici, Vito dopo il carcere duro è ridotto a una larva umana, Vincenzo e Salvo conoscono Bianca, la modella di Mangiafreda; da lei passano una notte e tramite lei arrivano al professore che Vincenzo inchioda a terra in un piazzale dopo un breve inseguimento. Il professore, tra lamenti e preghiere spiega che quel giorno lontano Bianca aveva voluto guidare la potente macchina a lui affidata e che, dopo averla posteggiata, era stata scovata dalla polizia che era risalita ai tre. Vincenzo sembra accettare le parole di Mangiafreda e ha un momento di distrazione, in quell’attimo è colpito da una revolverata del professore e muore; Salvo impugna la pistola del padre e mira, è l’ultima scena, non si sa se abbia la voglia e il coraggio di cominciare tanto presto a uccidere.

La storia in itinere, il viaggio, il percorso che due o più persone compiono verso una meta, un obiettivo, hanno sempre rappresentato per il cinema un ricco serbatoio d’idee, sentimenti e originali modi di comunicazione tra esseri umani. Il viaggio insieme è l’occasione per parlare e scoprirsi nel mettere a nudo ciò che non si può più nascondere e anche il desiderio che ognuno ha nel trovare nell’altro quella comprensione, quell’aiuto capace di sostenere il peso del vivere. Anche questo film non si discosta da questo assunto di base, cui si aggiunge il processo d’iniziazione alla vita adulta del piccolo Salvo che alla fine di tutto quello che ha imparato si ritrova con una pistola in mano e, subito dopo, a saltare da un alto trampolino in piscina. Parrebbe questa la summa indicata dal film: per inserirsi nella vita adulta occorre essere disposti alla violenza e ai salti nel vuoto cui si può essere chiamati in tanti e imprevedibili momenti. Nonostante tutto, però, indipendentemente dagli insegnamenti che Salvo può recepire e dal loro valore morale, avviene qualcosa d’importante: il rapporto tra padre e figlio si ricostituisce, si arricchisce di comprensione e calore, si salda nella formazione di un sentimento inizialmente scomposto ma sempre più forte, sugellato, purtroppo, da un colpo di pistola.

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Particolarmente indicativa la lettura de L’isola del tesoro che tiene compagnia al giovane protagonista per tutto il viaggio: l’emancipazione di Jim Hawkins grazie al periodo trascorso con i pirati va di pari passo con la maturità che Salvo conquista vicino al padre, bandito affettuoso e in cerca d’affetto. Il tesoro per entrambi i ragazzi è diverso ma di uguale valore, l’essere diventati uomini. Riccardo Scamarcio consolida il suo profilo di cattivo non privo di sentimenti che ha costruito nei suoi ultimi film accostando perfettamente la sua faccia al disegno registico e di scrittura (il regista Guido Lombardi è anche l’autore del libro da cui è tratto il film). A questo aggiunge un’evidente, ammirevole, affettuosa azione tutoriale nei confronti del giovanissimo Augusto Zazzaro, sorprendentemente incisivo nell’esprimere i suoi turbamenti di fronte alla vita di adulto che lo sta chiamando e le sue paure di questo sentimento verso il padre che sente sempre più prorompente, scena dopo scena. Fabrizio Moresco

di Andrea Segre

IL PIANETA IN MARE Origine: Italia, 2019

Didascalie riguardanti la genesi di Porto Marghera tra mito e storia. Sequenza con inserti di repertorio, gondolieri si alternano all’esecuzione di una ballata in dialetto, “E mi me ne so ‘ndao”.

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Tamim un migrante del Bangladesh parla al telefono con un suo compagno. Mattia, giovane operaio, cammina nel labirinto di uno stabilimento industriale. Nicoletta e Lucio, ex chimici, assistono alla demolizione di un si11

Produzione: Andrea Segre per Zalab Film, Rai Cinema, Istituto Luce Cinecittà Regia: Andrea Segre Soggetto e Sceneggiatura: Gianfranco Bettin, Andrea Segre Durata: 93’ Distribuzione: Zalab Uscita: 26 settembre 2019


los: il luogo per la lavorazione dei polimeri è abbandonato, delle lotte sindacali sembra rimanere solo qualche tubatura. Un open space è l’ambiente lavorativo di Marco e Giulio, due imprenditori veneti impegnati nella economia digitale. Viola gestisce una locanda, e si prende cura di camionisti, lavoratori e pappagallini. All’interno di un laboratorio dismesso i due ex colleghi riconoscono le proprie postazioni e, frugando tra i cassetti, ricostruiscono venticinque anni di lavoro. Immagini di repertorio testimoniano la loro battaglia per evitare la chiusura del petrolchimico. Funzionari in caschetto si lamentano del panorama economico e sociale del territorio. Dal terrazzino della sua camera Tamim discute d’economia familiare con sua madre al telefono. Sequenze d’archivio mostrano l’evoluzione dell’entrata in fabbrica. Fasi della saldatura nella costruzione navale. Durante la mensa un siciliano ricorda in dialetto veneziano i primi anni e le discriminazioni subite. In pausa Tamim discute degli alloggi con altri lavoratori migranti. Nel corso del quotidiano lavoro in cucina Viola rimpiange i tempi andati. Mattia e un collega passeggiano, ipotizzando altri lavori. Tra il serio e il faceto i giovani imprenditori immaginano il loro futuro. In un vecchio hangar riadattato si celebra la ṣalāt, invece alla locanda imperversa il karaoke con “Se bruciasse la città”, tra

menu fissi e mugugni dell’oste. Fuori alcuni camionisti passano la veglia con lazzi goliardici e racconti di viaggio. Di notte Mattia controlla il lavoro del forno, le tubature circondano tra vapori e neon i varchi di passaggio dell’impianto. La pioggia accompagna gli operai al cantiere, Marian e Constantin durante la riparazioni parlano delle diverse condizioni di lavoro in Europa, della svalutazione del lavoro legata ai nuovi migranti e dei sacrifici lontano da casa. Filmato di repertorio su un immacolato quartiere operaio. I due veneti pensano alla condizione di expat e ai legami con la propria provincia. Manifesti e slogan adornano la sala sindacale tra ricordi di riunioni e lontane prospettive di pensione. Brevi sequenze d’archivio introducono due cercatori di vermi che armati di forca setacciano il fondo del mare ricordando i tempi prima dell’inquinamento massiccio. Una gru solleva l’imponente struttura di poppa della nave, quattro piani si muovono sotto gli occhi degli operai, le tensioni generano il rumore del metallo. All’interno i lavoratori effettuano gli ultimi ritocchi accompagnati da un canto musulmano. Tornato dal lavoro, mentre un coinquilino guarda la partita della nazionale, Marian scherza nella consueta videochiamata familiare, poi guarda nostalgicamente un filmato dove balla con la moglie. La scena di un varo del secolo scorso introduce l’operaio, che gira in borghese per la nave appena costruita quasi fosse un turista. Un cargo attracca in porto al calar della notte. Da Viola la quotidianità si stempera in una canzone.

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cui cerca di invertire il processo di rimozione collettiva riguardante l’attuale produzione industriale del Nordest. A quindici anni di distanza da Marghera Canale Nord Segre ritorna a Porto Marghera con un’opera rappresentativa della propria poetica. Si intrecciano infatti temi e luoghi ricorrenti nella sua filmografia: l’attenzione rivolta a fenomeni sociali come il lavoro e la migrazione, la predilezione per l’elemento acquatico, la riflessione sul passato. Lo sguardo d’insieme che abbraccia e descrive Porto Marghera è reso attraverso i diversi punti di vista di chi oggi la vive e la anima. Una mezza dozzina di categorie umane apparentemente lontane per censo, lingua, religione, cultura; il cui denominatore comune è il rapporto con la città, un rapporto basato essenzialmente sul lavoro. Le testimonianze si susseguono all’insegna delle recriminazioni e dei rimpianti senza che vi sia una comunicazione o confronto tra i vari attori sociali. Esistenze che scorrono parallele senza incontrarsi e che certificano un diverso grado di consapevolezza tra i lavoratori migranti (il siciliano, i rumeni, Tamim e i suoi compagni, Mattia...) riguardo i diritti sul lavoro, la giustizia sociale e sopratutto la solidarietà. Su questi scarti si innesta il lavoro registico attraverso l’uso del repertorio, come ponte tra le scene e le generazioni. Segre offre come soluzione il passato. Questo lavoro di raccordo spesso avviene attraverso la riproposizione dell’oggetto inquadrato o dell’ambiente in una sequenza del passato: gru, terrazze spostano le lancette dell’orologio, dal b/n ai colori e viceversa. Altre volte il montaggio è costruito con passaggi più articoAndrea Segre firma in- lati e metaforici, Mariam guarda sieme a Gianfranco Bet- con nostalgia un vecchio filmato tin un documentario con sul cellulare, che lo ritrae mentre 12


balla con la moglie, da questo suo materiale di archivio (personale) si passa alla sequenza di un varo in b/n (repertorio collettivo), prodromo della passeggiata di Mariam in borghese dentro la nave appena completata. In altre occasioni tramite il montaggio alternato si confrontano situazioni contrastanti e dense, come nel passaggio dalla scena

della preghiera al karaoke nella locanda o il finale. Ancora legata alla consapevolezza del passato è la rievocazione di e tramite gesti e attività, come avviene nell’episodio degli ex chimici nel laboratorio e in quello ambientato nella sala del sindacato. Meno risolte e parzialmente didascaliche sono alcune scene dove i protagonisti seguiti dalla cinepre-

sa parlano dei propri problemi o del lavoro. Il pianeta in mare riesce, combinando creativamente sequenze simboliche, ad oltrepassare i rischi di una nostalgia immaginaria, proponendo un racconto sociale che nel suo ripetersi sfiora il mito. Andrea Cardelli

di Matteo Garrone

PINOCCHIO

Origine: Francia, Italia, 2019

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Geppetto, un povero falegname, decide un giorno di costruirsi un burattino di legno per girare il paese e guadagnarsi da vivere. Si rivolge quindi all’amico Mastro Ciliegia per chiedergli un pezzo di legno, ma questi, turbato da un grosso tronco di quercia apparentemente vivo, lo regala a Geppetto. Durante la lavorazione, come per magia, il burattino prende vita e Geppetto decide di allevarlo come se fosse un figlio, chiamandolo Pinocchio: quest’ultimo, felice del proprio corpo, scappa via, mentre il poveruomo lo rincorre disperato per tutto il paese. Tornato a casa, Pinocchio conosce un Grillo Parlante che tenta di dargli dei consigli, ma il burattino, infastidito, gli lancia contro un martello per zittirlo. Più tardi, Geppetto rincasa e ritrova Pinocchio con le gambe bruciate a causa del fuoco vicino al quale si era distrattamente addormentato, e, dopo avergliele ricostruite, lo perdona per le sue cattive azioni. In seguito, Geppetto, vende la sua giacca per comprare un abbecedario a Pinocchio, ma quest’ultimo, invece di andare a scuola, viene attratto da un teatro di burattini: vende quindi il libro appena compratogli dal padre per comprarsi il biglietto dello spettacolo. All’interno del teatro,

dopo essere stato invitato a salire sul palco dagli altri burattini (anche loro vivi e senzienti), viene rapito da Mangiafuoco che intende usarlo come legna da ardere per il fuoco. Ma Pinocchio, dopo aver supplicato pietà per la sua vita e poi per quella degli altri burattini, fa starnutire dalla commozione Mangiafuoco che, sorpreso per il suo buon cuore, decide di lasciarlo andare, donandogli inoltre cinque monete d’oro da consegnare al povero padre. Il giorno dopo, Pinocchio incontra il Gatto e la Volpe, i quali, attirati dalle monete d’oro, gli suggeriscono di provare a seminarle nel Campo dei Miracoli, luogo ove potranno germogliare. I tre, quindi, prima si fermano a mangiare ad un’osteria a spese di Pinocchio e, dopo essersi messi d’accordo per riprendere il cammino a mezzanotte, il Gatto e la Volpe spariscono. Il burattino si avventura da solo nel bosco, ma viene aggredito e impiccato ad un albero da due assassini incappucciati. Pinocchio viene tratto in salvo da una giovane fata dai capelli turchini, la quale lo esorta a diventare più buono e rispettoso. Il burattino quindi, con l’intento di riabbracciare il padre, si dirige verso casa, ma lungo il sentiero incontra nuovamente il Gatto e la Volpe che, approfittando della sua 13

Produzione: Matteo Garrone per Archimede con Rai Cinema, Le Pacte, Recorder Picture Conpany, in associazione con Leone Film Group Regia: Matteo Garrone Soggetto: dalla fiaba omonima di Carlo Collodi Sceneggiatura: Massimo Ceccherini, Matteo Garrone Interpreti: Federico Ielapi (Pinocchio), Roberto Benigni (Geppetto), Gigi Proietti (Mangiafuoco), Rocco Papaleo (Gatto), Massimo Ceccherini (Volpe), Marine Vacth (Fata Adulta), Alida Baldari Calabria (Fatina bambina), Alessio Di Domenicantonio (Lucignolo), Maria Pia Timo (Lumaca), Davide Marotta (Grillo Parlante), Paolo Graziosi (Mastro Ciliegia), Gianfranco Gallo (Civetta), Massimiliano Gallo (Corvo), Marcello Fonte (Pappagallo), Teco Celio (Gorilla), Enzo Vetrano (Maestro scuola), Nino Scardina (Omino di burro) Durata: 115’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 19 dicembre 2019

ingenuità, ritornano al piano originale e lo convincono ad andare al Campo dei miracoli a sotterrare le monete per poi derubarlo. Scoperto il furto, Pinocchio corre al tribunale per denunciare l’accaduto, ma scopre che la giustizia non favorisce gli innocenti e viene condannato all’ergastolo; il burattino però riesce a farsi scagionare. Tornato a casa, Pinocchio scopre che Geppetto è partito per l’America per cercarlo; quindi si tuffa in mare aperto per ritrovare suo


padre ma naufraga sull’Isola delle Api Industriose e viene tratto in salvo dalla Fata Turchina, che è divenuta adulta. Scoperto che Pinocchio è intenzionato a crescere come lei, la Fata gli fa promettere che, se si comporterà bene e studierà, lo trasformerà in un bambino vero. A scuola, Pinocchio fa amicizia con Lucignolo, un bambino vivace e disubbidiente che lo invita a seguirlo, una sera, verso il Paese dei Balocchi, luogo senza regole e scuole. Dopo una giornata di divertimento, i bambini vengono trasformati in asini e Pinocchio viene venduto al mercato e portato in un circo dove è costretto ad esibirsi saltando in cerchi di fuoco; ma un giorno, durante uno spettacolo, notando di sfuggita la Fata, inciampa e si spezza una gamba. Il direttore del circo decide di affogarlo in mare ma viene salvato dalla Fata Turchina che lo ritrasforma nuovamente in un burattino. Mentre Pinocchio nuota verso la riva, viene divorato improvvisamente da un gigantesco Pesce-cane; all’interno di esso, Pinocchio ritrova con grande gioia suo padre e i due, approfittando dell’asma del mostro (che lo costringe a dormire con la bocca aperta), fuggono assieme a un tonno, che li accompagna fino in spiaggia. Dopo aver trovato una casetta di campagna abbandonata, Pinocchio si impegna per aiutare il suo anziano padre a star meglio mettendosi a lavorare e a studiare, finché, un giorno, la Fata, mantie-

ne fede alla sua promessa e lo tra- con Collodi), dalla semplicità crosforma finalmente in un bambino matica dei Macchiaioli e dallo scevero. neggiato televisivo di Comencini, dal quale riprende l’atmosfera poPinocchio è forse una del- vera e bucolica della Toscana del le favole italiane più im- XIX secolo. portanti e conosciute dal Non a caso, per ricreare questo resto mondo ma anche mondo incantato, Garrone amquella che ha avuto più trasposi- bienta il suo film all’interno dei zioni teatrali e cinematografiche più remoti confini italiani (con della storia, divenendo di fatto, tanto di lingua dialettale che pasuna delle più grandi allegorie del- sa dal toscano al napoletano), tra le società moderna dall’elevato va- Lazio, Toscana (Sinalunga) e Pulore pedagogico. glia (Noicattaro, le Murge, MonoViste le premesse, era un’impresa poli e Polignano a Mare): luoghi ardua riuscire a riproporre l’epopea che sembrano così eterei, lontani, del burattino più famoso di tutti i sospesi ma allo stesso tempo così tempi sotto una luce nuova, ma definiti, veri, tangibili. Matteo Garrone si prefigge il compiDegno di nota è inoltre il maeto (senza dichiararlo apertamente) stoso trucco artigianale del predi realizzare una versione cinema- mio Oscar Mark Coulier (The tografica più autentica e definiti- Iron Lady, The Grand Budapest va di Pinocchio, ripercorrendo con Hotel, Harry Potter) che, rafforpassionale devozione i fatti salienti zato dall’uso minuzioso della CGI, dell’opera di Collodi, seppur appor- riesce a ricreare tutto quel vasto tando qualche modifica o cambian- immaginario (e bizzarro) di ibrido alcuni elementi - come ad esem- di umano-animali dell’opera di pio eliminare i mesi di prigionia di Collodi, rendendo a sua volta più Pinocchio cambiandoli con la sua reali e materici gli interpreti (in immediata scarcerazione; la tra- totale contraddizione con gli stansformazione improvvisa della Fata dard mainstream odierni). Basti Turchina da bambina a donna non pensare al lavoro eccezionale nel menzionando la sua morte; la rap- simulare le venature e i difetti del presentazione benevola di Lucigno- legno nel burattino di Pinocchio, o lo come bimbo bonaccione invece di anche al trucco azzeccato del Gatto quella di un giovinastro più scape- e la Volpe, Mangiafuoco o del Grilstrato - e non tradendo l’anima del lo Parlante. testo originale; riuscendo inoltre, a Purtroppo, l’aspetto visivo non mostrarci anche personaggi mino- basta da solo a elevare un film che ri e poco conosciuti (la Lumaca, la ha già in primis l’arduo compito di Civetta) che ne confermano il suo eludere la struttura di uno script ricercato gusto estetico per il grot- fin troppo abusato, mancando l’octesco. casione di imporsi in maniera più Ogni inquadratura, ogni scena, libera e autoriale. Infatti, il proogni piccolo squarcio diviene come blema principale di Pinocchio è un quadro dipinto su tela che - proprio il fatto che, volendo essere grazie alla magnifica fotografia di il più fedele possibile al testo oriNicolaj Brüel (vincitore del David ginale non riesce ad adattarne la di Donatello nel 2019 per Dogman) sua natura meccanica ed episodi- il regista dipinge con colori vivi, ca all’interno del medium cinemavissuti, intagliando paesaggi e tografico, divenendo di fatto una personaggi da favola, prendendo piacevole ma fredda rilettura di ispirazione dai disegni di Enrico un classico. Mazzanti (illustratore della prima edizione di Pinocchio che collaborò Alessio D’Angelo

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di Christian De Sica

SONO SOLO FANTASMI

Origine: Italia, 2019

Thomas è un ex mago in bolletta, vive a Roma e attualmente fa degli spettacoli improbabili nelle periferie della città per sbarcare il lunario e pagare il mantenimento all’ex moglie. Carlo, suo fratello, sottomesso dalla moglie, vive a Milano ed è un aspirante imprenditore, frustrato nelle proprie ambizioni da un suocero ricchissimo. I due fratellastri si rincontrano dopo anni a Napoli per la morte del padre Vittorio, uomo di grande personalità, ma giocatore incallito e donnaiolo. Qui scoprono di avere un terzo fratello, Ugo, che entra ed esce dagli ospedali psichiatrici e crede all’esistenza dei fantasmi e ha raccolto amuleti e testi antichi per poterli catturare. L’eredità, agognata da Thomas e Carlo, entrambi squattrinati, sfuma a causa dei debiti del padre e a loro rimane solo la sontuosa casa di famiglia, che però è gravata da una consistente ipoteca. Così per saldare il debito i tre hanno una grande idea: sfruttare la superstizione e credulità napoletana, diventando degli “acchiappa fantasmi“. All’inizio i fratelli prendono il lavoro come un gioco, senza crederci troppo, ma proprio quando l’attività inaspettatamente sembra avere molto successo, lo spirito del padre Vittorio s’impossessa del corpo di Carlo. Strane apparizioni e voci convincono infatti ben presto i fratelli a prendere molto più sul serio l’intera faccenda. Così iniziano a credere che i fantasmi esistano davvero. Gli spettri catturati si liberano e, pronti alla vendetta, risvegliano il fantasma della terribile strega Janara, che inconsapevolmente i tre con la loro impresa hanno risvegliato. La temibile strega, arsa viva seco-

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li prima, minaccia di distruggere Napoli. Con l’aiuto del padre i tre fratelli però riescono a salvare la città. A nemmeno un anno di distanza da Amici Come Prima, cinepanettone uscito per il Natale del 2018 che sembrava decretare più la fine di un’epoca, Christian De Sica si riappropria ora della sala cinematografica con Sono Solo Fantasmi, progetto che fin dall’annuncio aveva scatenato un mix di perplessità e scherno da parte del pubblico. Il soggetto della pellicola è stato proposto a Christian De Sica in alternativa alla horror comedy Oscar insanguinato del 1973, un film inglese di cui avrebbe voluto fare il remake, ma non se ne fece nulla per una questione di diritti non reperiti. De Sica ha quindi mantenuto intatto il desiderio di mescolare paura e risate con questa idea sviluppata in una sceneggiatura scritta da lui stesso insieme a Andrea Bassi e Luigi di Capua. Il film è ufficialmente diretto da De Sica, ma la regia tecnica relativa alle inquadrature, ai movimenti e ai posizionamenti della camera, è stato il figlio Brando a seguirla. Senza necessariamente fare un omaggio in modo esplicito, Christian ha inserito nel suo film elementi che ricordano i film di Vittorio. Ma è proprio nel rendere omaggio al padre, accentuando la somiglianza con lui, che il film inciampa più dolorosamente: perché ci spinge ad un paragone non solo tra padre e figlio, ma anche fra la commedia all’italiana classica, il cinema d’autore e ciò che viene definito commedia oggi. La trama pesca prevedibilmente dai Ghostbusters di Ivan Reit-

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Produzione: Marco Cohen, Benedetto Habib, Fabrizio Donvito, Daniel Campos Pavoncelli per Indian Production in collaborazione con Medusa Film Regia: Christian De Sica Soggetto: Nicola Guaglianone Sceneggiatura: Andrea Bassi, Luigi Di Capua, Christian De Sica Interpreti: Christian De Sica (Thomas), Carlo Buccirosso (Carlo), Gian Marco Tognazzi (Ugo), Gianni Parisi (Notaio), Leo Gullotta (Signore distinto), Claudio Insegno (Egiziano), Francesco Bruni (Dante), Valentina Martone (Rosalia), Nadia Rinaldi (Gianna), Carmen Russo (Se stessa) Durata: 94’ Distribuzione: Medusa Film Uscita: 14 novembre 2019

man, seguendo un canovaccio praticamente identico, i tre fratelli si trasformano in acchiappafantasmi, con tanto di camici e furgoncino Fiat 850 rosso. In casa volano sedie e tavoli, appaiono ectoplasmi dagli armadi, insomma il consueto repertorio da poltergeist, ma non siamo affatto all’altezza del film americano. La commedia, farsesca e a tratti vagamente demenziale, è quanto i fan di Christian De Sica si aspettano da lui. I momenti horror tentano di essere quanto più seri e spaventosi possibile. Gli equilibri sono goffi, non mancano le scivolate e anche il finale appare frettoloso. Poi De Sica inizia a confrontarsi col fantasma del padre, nascondendosi dietro il dito dell’omaggio. Ma lo stile è sempre quello, vale a dire l’abuso di volgarità gratuite e del turpiloquio come


intercalare. Per aggiungere un altro carico pesante, a lasciare perplessi, visto che l’obiettivo a questo punto sembrerebbe quello di dover far ridere più che spaventare, è an-

che l’eccessivo spazio riservato ai re una Napoli più positiva e soladue insoliti domestici di casa, in- re, la pellicola non fa che riciclare terpretati da Valentina Martone e i soliti cliché. Francesco Bruni, sempre fuori poVeronica Barteri sto. Nonostante si sforzi di mostra-

di Ferzan Özpetek

LA DEA FORTUNA

Origine: Italia, 2019 Produzione: Tilde Corsi e Gianni Romoli per Warner Bros. Entertainment Italia, R&C Produzioni, Faros Film Regia: Ferzan Özpetek Soggetto: Gianni Romoli, Ferzan Özpetek Sceneggiatura: Gianni Romoli, Silvia Ranfagni, Ferzan Özpetek Interpreti: Stefano Accorsi (Arturo), Edoardo Leo (Alessandro), Jasmine Trinca (Annamaria Muscarà), Serra Yilmaz (Esra), Filippo Nigro (Filippo), Barbara Alberti (Elena Muscarà), Sara Ciocca (Martina Muscarà), Edoardo Brandi (Alessandro Muscarà), Cristina Bugatty (Mina), Pia Lanciotti (Ginevra), Dora Romano (Lea), Barbara Chichiarelli (infermiera), Matteo Martari (Michele), Edoardo Purgatori (Marco) Durata: 118’ Distribuzione: Warner Bros. Pictures Uscita: 19 dicembre 2019

Rinchiusa in un armadio, una bambina urla perché suo fratello sta soffocando. Arturo, scrittore fallito, e Alessandro, umile idraulico, sono incapaci di ritrovare quella passione che ha caratterizzato i loro quindici anni insieme. Annamaria, madre single e migliore amica di Alessandro, chiede loro di badare ai suoi due figli, dovendosi sottoporre a dei controlli medici per una forte emicrania, sebbene Ar-

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turo non sia inizialmente felice del loro arrivo. Alla donna viene diagnosticata una malattia congenita che necessita di un’operazione al cervello, notizia che sconvolge i protagonisti. Alessandro scopre che Arturo lo tradisce da ben due anni con un giovane artista che, però, sceglie di lasciarlo perché capisce che è ancora innamorato del suo compagno; la situazione tra i due è sempre più tesa, tanto che Arturo vuole andarsene di casa. Annamaria lascia scritte le sue volontà di nominare, in caso di morte, Alessandro tutore legale dei figli, persona più vicina a loro in quanto non riconosciuti dai padri biologici, ma non ha il coraggio di consegnargliela, dal momento che l’amico le confida di stare per rompere con Arturo e, di conseguenza, di non poter badare ai bambini da solo; nonostante l’odio verso sua madre Elena, baronessa rigida e spietata, Annamaria accetta di mandarli in Sicilia da lei. I protagonisti portano i bambini a visitare il Santuario della Dea Fortuna, che ha il potere di far scendere l’immagine della persona amata fino al cuore, per tenerla sempre con sé. Alessandro, all’epoca fidanzato con Annamaria, conobbe Arturo proprio lì, mentre lavorava come guida turistica, presentatogli dalla donna, e se ne innamorò immediatamente, sebbene sapesse di essere troppo rustico per lui; nonostante l’abbandono di Annamaria, quest’ultima non lo ho mai incolpato. 16

La coppia accompagna i bambini in Sicilia da Elena, nonostante la volontà dei piccoli di tornare a Roma. Annamaria muore per un malore improvviso; dopo il funerale, i protagonisti tornano da Elena ma non trovano i bambini e la spietata baronessa li caccia affinché i nipoti non tornino a Roma per crescere con una coppia di “pervertiti”, di cui crede si dimenticheranno. Alessandro e Arturo trovano i bambini rinchiusi nell’armadio dove Elena era solita punire i figli, per cui, dopo averli liberati, rinchiudono la baronessa e fuggono, minacciati dalla donna, che intende sfruttare il suo potere per vendicarsi. Nonostante le preoccupazioni per il futuro, i quattro, perso il traghetto, passano una mattinata al mare, dove si guardano negli occhi, nella speranza che la Dea Fortuna compia il suo incantesimo. Questa vita, tanto meravigliosa quanto dolorosa come recita il brano di Diodato che chiude il film, penetra capillarmente in uno dei lavori più personali di Özpetek, nato da una tragica vicenda familiare che lo ha spinto a interrogarsi sulle responsabilità di un’eventuale genitorialità. Il film non vuole inserirsi nel dibattito sull’omogenitorialità, evitando strumentalizzazioni che releghino il racconto a un determinato microuniverso circoscritto. La vera politicità del film,

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secondo Barbara Alberti, interprete di Elena, non risiede nella rappresentazione di un amore omosessuale, bensì nello spingere a domandarci se siamo davvero felici della nostra vita e della persona che abbiamo accanto, al di là dell’orientamento sessuale, il che si riflette su una regia e una sceneggiatura ineccepibili nel saper descrivere i personaggi senza ricadere in un campionario di stereotipi piuttosto ridondanti, soprattutto in una certa commedia popolare. La coppia gay cessa di essere quella da festini promiscui o da isteriche scenate di gelosia, così come i protagonisti sono avulsi dall’eccentricità macchiettistica insita nel tradizionale soggetto maschile femminilizzato, scelto come immagine socialmente riconosciuta di omosessuale; l’etichetta con i suoi stereotipi lascia il posto alla rappresentazione sincera di un’umanità trattata con tutte le sue fragilità, universali e non circoscrivibili a un genere o a un orientamento sessuale, il che riguarda anche Mina, l’amica

transgender dei protagonisti, la cui condizione non viene rimarcata, permettendole un trattamento alla pari degli altri personaggi femminili, atteggiamento rispettoso apprezzato dall’interprete Cristina Bugatty. Questa dimensione ordinaria e normalizzata rende il film più politico di molti altri apertamente LGBT+ che, nel tentativo di surclassare barriere e pregiudizi, finiscono per accentuarli e legittimarli, spesso inconsapevolmente. Accorsi e Leo si confrontano con una delle loro interpretazioni più complesse e riuscite, capaci di mostrare le proprie insicurezze attraverso una recitazione che non sfiora mai il pietoso, incarnando alla perfezione le contraddizioni di una coppia raccontata nel graduale sfiorire della passione, trasformata in un sentimento indefinito da quello scorrere della vita che è precluso al contraltare rappresentato dai due amici Filippo e Ginevra; lui, malato di Alzheimer, trascende la dimensione temporale, capace di rivivere quotidianamente

quel “raddoppiamento narcisistico” lacaniano che gli permette di innamorarsi continuamente di sua moglie. Tale traiettoria sarà per i protagonisti possibile solo mediante l’intromissione della Fortuna, non intesa come buona sorte ma come Caso, incarnata da Annamaria, una straziante Jasmine Trinca che, con il suo sguardo devastato, esterna una sofferenza silenziosa ma tremendamente struggente, intorno alla quale aleggia un alone mortifero profetizzato all’inizio dall’inquietante aleggiare della macchina da presa su raffigurazioni di scheletri nella villa di Elena, accompagnato da una musica minacciosa e dalle urla della piccola Annamaria, in un’atmosfera da film dell’orrore. È impossibile non ritrovare una parte di sé nell’ordinaria danza tra gioie e dolori che è la vita messa in scena di Özpetek che, con la sua semplicità e poeticità, si riconferma capace di parlare al cuore e all’anima del suo pubblico. Leonardo Magnante

di Emmanuel Finkiel

LA DOULEUR

Origine: Francia, Belgio, 2017

Marguerite è una giovane scrittrice che gode di una certa fama ed è una fervente militante della Resistenza al Nazismo. Siamo nella Francia del 1944, Parigi è occupata dai tedeschi e, insieme al marito Robert Antelme fa della politica di resistenza la sua ragione di vita. Antelme, è anch’egli uno scrittore molto noto e, come sostiene il devoto amico Dionys Mascolo, il movimento si è indebolito dopo il suo arresto. Robert, infatti, viene arrestato dalla Gestapo e da quel giorno Marguerite non si dà pace, ma lotta con ogni mezzo - compresa la disperazio-

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ne - per salvarlo. Tra i vari per- Produzione: Les Films du Poisson, Cinéfrance 1888, KNM. Coproduttori: sonaggi che tale lotta la condurrà Versus Production, Need Productions, ad incontrare c’è quello di Rabier, France 3 Cinéma, Same Player l’uomo che ha di fatto arrestato Regia: Emmanuel Finkiel suo marito e con il quale intes- Soggetto: dal romanzo omonimo di se una pericolosa relazione dalle Marguerite Duras note velatamente passionali. Ra- Sceneggiatura: Emmanuel Finkiel bier è uno dei collaboratori locali Interpreti: Mélanie Thierry (Marguerite), del Governo di Vichy e fa mostra Benoît Magimel (Rabier), Benjamin Biolay di mettere a repentaglio la sua (Dionys), Shulamit Adar (Madame Katz), Grégoire Leprince-Ringuet (Morland), stessa vita pur di liberare Robert. Emmanuel Bordieu (Antelme) Coinvolge Marguerite in una se- Durata: 126’ rie di incontri in vari luoghi della Distribuzione: Walmyn Wanted città, ma il suo afflato è autentiUscita: 17 gennaio 2019 co? Chi usa chi dei due? Cosa accade davvero quando s’incontrano ed entrambi tentano di estorcere All’inizio Rabier le garantisce che informazioni per il proprio torna- se rivelerà alcune di queste inforconto l’uno all’altra e viceversa? mazioni sulla Resistenza clande17


stina Robert non verrà deportato in un campo di concentramento. Il loro sembra un vero e proprio gioco al gatto e al topo. Chi dei due sta usando veramente l’altro? Tutto il tempo vuoto dell’attesa in cui sosta l’angoscia di Marguerite è pervaso da una sotterranea domanda: Rabier vuole veramente aiutarla? Alle porte del luogo dove Robert è detenuto, Marguerite lo scorge insieme ad altri uomini mentre, su una camionetta militare, viene trasportato in un campo di concentramento. Da quel momento in poi la donna fa di tutto, insieme al suo amante segreto Dyonis, per sapere di più circa il destino di Robert. Quando la guerra finisce ed alcuni dei deportati iniziano a fare ritorno si perdono le tracce sia di Rabier che di Robert. Più volte Marguerite va alla stazione dei treni e più volte assiste ai ritorni degli altrui figli, compagni, fratelli e mariti senza che tra essi vi sia suo marito. La lunga attesa della donna continua a trascinarsi nel dolore crescente, innominabile, mai condivisibile. Ad ogni ora del giorno e della notte, Marguerite scaccia il pensiero di Robert Antelme morto in un campo di concentramento. Nel frattempo si ammala e viene assistita dall’amorevole Dionys con il quale quella relazione che va ben oltre la pura amicizia sembra anch’essa perdere consistenza. Un giorno però ecco che l’ar-

rivo di Robert viene annunciato proprio da Dyonis e il suo corpo in vita, ma denutrito e malato, viene trasportato di peso dai compagni della Resistenza. Il dolore di Marguerite è ancora lì, dove è sempre stato, nonostante il ritorno di Robert. È davvero un ritorno? Può davvero tornare tutto come prima? Forse sono questi i pensieri della giovane Marguerite mentre, sulla spiaggia, guarda in lontananza, in controluce, il corpo dell’amato Robert tornato a lei e, forse, alla vita. Nell’introduzione all’omonimo volume pubblicato per la prima volta nel 1985, da cui questo film è tratto, Marguerite Yourcenar scriveva: “Il dolore è una delle cose più importanti della mia vita. La parola ‘scritta’ non funzionerà. Mi sono ritrovata di fronte a pagine rigorosamente piene di una piccola scrittura straordinariamente regolare e calma. Mi sono ritrovata di fronte a un disordine eclatante del pensiero e del sentimento che non ho osato toccare e di fronte al quale la letteratura mi ha fatta vergognare”. Il regista Emmanuel Finkiel costruisce un film che fa eco a questo sentimento di vergogna di fronte al nero su bianco della prosa, puntando a raffinati fuori fuoco ed eleganti composizioni visive. Quel nucleo di indicibile ed invedibile del dolore, quell’’eclatante disordine del pensiero e del sentimento che pare indescrivibile e indesiderabile è al tempo stesso cosa nota e pertanto, nella sua magmatica complessità, restituibile. Quando l’interpretazione di Mélanie Thierry (Marguerite) sale come una marea, inesorabile, via via che gli eventi scorrono quasi immoti verso un lieto fine di dolore sempre più puro - perché sempre più indipendente da essi - ecco che per un intenso e brevissimo istante ci pare di afferrarlo quel

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dolore, perché esso è ogni dolore. Se è difficile portare a termine un volume come La douleur in quanto letteratura quasi didascalica di un senso ultimo dell’esistenza stessa e pertanto lontanissimo dalla trama e necessitante di una immersione negli aguzzi spiriti dell’alienazione umana, il film riesce a trasferire il racconto in una storia della mente incurante delle rotondità, eppure dotata di una forma precisa. La scelta autoriale di ambientare tutto nella realtà’nonostante il predominio del dolore interno della protagonista non può che condurre al ritorno di Robert con la crescente consapevolezza che esso avverrà, sì, ma attraverso accadimenti interiori di deviazione, slittamento, erranza. A tratti Marguerite appare come un personaggio queer ante-litteram, se così si può dire, perché il suo sé sembra piantato oltre i confini della norma. La maniera in cui affronta il dolore è infatti un tentativo di sutura costante del fuori norma come testimonianza di esistenza, laddove non è la foggia dell’abito o la forma della parola a definire il peso e la consistenza del dolore. Esso è l’adilà terrestre per antonomasia, il tangibile impalpabile il cui nome può essere una cosa del mondo - altrove fu Hiroshima, mon amour - che smette presto di poter dirsi perché smette presto di avere un luogo fisico in cui accadere. La letteratura non può che far vergognare la scrittrice che sa le parole, ed esse non dicono, sa il dolore e può solo lasciare che esso si dia, senza pace e quindi senza romanzo. La trasposizione di Finkiel accetta il ‘senza romanzo’ di Yourcenar lasciando che i suoi carnali sospesi assecondino fino in fondo la storia di una mente che attende e, quando ciò che è atteso ritorna, non può più riconoscerlo. Carmen Zinno


di Rebekah Fortune

JUST CHARLIE - DIVENTA CHI SEI Charlie Lyndsay è un adolescente della provincia inglese con un grande talento per il calcio, un dono questo, che lo contraddistingue da gran parte dei ragazzi della sua età. Un giorno, una delle squadre più ambite di Inghilterra, il Manchester City, gli offre la possibilità di firmare un contratto da sogno che gli consentirebbe di intraprendere la carriera calcistica. Charlie però, sta attraversando una crisi d’identità, che lo porta a dubitare su se stesso e a non riconoscersi più nel proprio sesso; il giovane infatti, è combattuto tra il desiderio di compiacere le ambizioni che il padre ripone in lui e il bisogno di affermare la propria femminilità: nella sua stanza, o nei boschi, di nascosto, inizia a indossare i vestiti di sua sorella Eve, a truccarsi e provare accessori di cosmetica. A causa di questo suo disagio, Charlie, non si applica nello studio, mostra disinteresse nel calcio, e si allontana persino dal suo miglior amico Tommy. Una sera, viene sorpreso in abiti femminili dai genitori suscitando in loro lo sconforto generale, specialmente in suo padre Paul. Ma Charlie, rifiutando l’immagine che vede di se stesso, cade in un profondo stato di depressione, fino a tentare il suicidio con un paio di forbici, rimediando fortunatamente solo una ferita banale. Sua madre Susan, sconvolta, decide di far seguire il proprio figlio da uno psicologo che lo aiuti a superare il dramma interiore che sta vivendo; durante la seduta, Charlie confessa di essere stato da sempre una ragazza intrappolata nel corpo sbagliato e che vuole in-

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traprendere il difficoltoso percorso per cambiare sesso. Nel frattempo Susan, su previo consiglio dell’allenatore Mick, decide di far iscrivere il proprio figlio in una squadra femminile, le Diamonds, cosicché possa sentirsi più a proprio agio con altre ragazze ed essere nuovamente felice. Paul invece, è frustato. Non riesce ad accettare la transessualità del figlio e trascorre gran parte delle giornate da solo a bere e ad ubriacarsi nei pub; dopo diversi contrasti con la moglie, decide di abbandonare il figlio e il resto della sua famiglia per paura di affrontare la difficile situazione. Sostenuto amorevolmente da sua madre e sua sorella, Charlie decide quindi di iniziare ad indossare quotidianamente abiti femminili anche al di fuori delle mura di casa; ma quando a scuola assistono al suo cambiamento, viene deriso e umiliato dagli altri ragazzi; subito dopo, si chiarisce con Tommy per averlo tenuto all’oscuro di tutto, confidando il suo malessere provocato dallo stato di transizione che sta vivendo e i due tornano amici. In seguito, Paul, sentendosi in colpa per non aver compreso il figlio, decide di comprargli un nuovo paio di scarpe da calcetto; poi si riavvicina alla moglie e ritorna a casa, voglioso di ricongiungersi nuovamente con il resto della sua famiglia. Nel frattempo, Charlie fa amicizia con la sua compagna di squadra, Sophie, e viene invitata a trascorrere la serata al luna park; dopo essersi divertite insieme, Sophie si allontana, con un ragazzo, lasciando Charlie da sola. In seguito, Charlie viene avvicinata da un paio di ragazzi che iniziano a flirtare con lei, ma quando scoprono che è un transgender 19

Origine: Gran Bretagna, 2017 Produzione: Karen Newman per Seahorse Films Regia: Rebekah Fortune Soggetto e Sceneggiatura: Peter Machen Interpreti: Karen Bryson (Claire Robson), Harry Gilby (Charlie Lyndsay), Scot Williams (Paul Lyndsay), Patricia Potter (Susan Lyndsay), Elinor Machen-Fortune (Eve Lyndsay), Peter Machen (Mick Doyle), Karen Ellenburr (Football Mum) Durata: 99’ Distribuzione: Walmyn e Wanted Uscita: 23 gennaio 2020

viene picchiata e pestata violentemente. Nell’epilogo, assistiamo al matrimonio di Eve, mentre Charlie ricopre il ruolo di damigella d’onore, finalmente felice di essere stata accolta e accettata da tutta la sua famiglia. Presentato al Festival Internazionale del Cinema di Edimburgo, Just Charlie - Diventa chi sei è il secondo lungometraggio della regista e sceneggiatrice britannica Rebekah Fortune che - ampliando il discorso intrapreso col suo precedente cortometraggio Something Blue - affronta con semplicità e padronanza dell’argomento il delicato problema della disforia di genere attraverso un racconto di formazione sul coraggio di affermare la propria identità sessuale. Fortune si prefigge il compito di narrare, senza cadere in banali sentimentalismi, il complesso travaglio psicologico di una ragazza intrappolata nel corpo sbagliato, che lotta intensamente per quello che è veramente: “solo” (Just) Charlie. Il titolo del film è assolutamente perfetto ed esplicativo, racchiude la dualità che sta vivendo il protagonista: in quanto

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Charlie è un nome unisex, ovvero indifferentemente utilizzato per entrambi i sessi. Nonostante il film non presenti particolari virtuosismi in ambito tecnico, la regista riesce a dosare il suo sguardo autorale e intellettuale, attraverso inquadrature ricercate e simboliche. Basti pensare quando, in una scena, la macchina da presa si sofferma sull’ingresso parallelo di due stanze della casa, tutta rosa la camera della sorella e tutta azzurra la camera di Charlie (colori per antonomasia dei due sessi opposti). Finché, successivamente, i ruoli si invertono: Charlie invade lo spazio della sorella Eve, mentre quest’ultima invade quel-

lo del fratello, in uno struggente scambio di ruoli e identità. Quello che colpisce però, è una rappresentazione estremamente realistica di relazioni e sentimenti umani che si intersecano attorno ad un simile dramma interiore: dall’empatia della madre e della sorella che accompagnano passo dopo passo la protagonista in questo doloroso percorso; alla rabbia e frustrazione del padre poco incline ad accettare il cambiamento del figlio; per poi passare alla sconcertante reazione della comunità che non perde occasione per esprimere retrograda riluttanza. Inoltre, è interessante notare come il pregiudizio più violento possa provenire anche da persone che sono state storicamente oggetto di discriminazione razziale. Purtroppo Just Charlie - Diventa chi sei non riesce a colpire del tutto nel segno, suscitando notevoli aspettative che però non riesce a soddisfare pienamente. Le cause sono riscontrabili nella scelta di

di Alessandro Rossetto

una sceneggiatura che procede nella maniera più prevedibile e scontata possibile sia per quanto riguarda la narrazione in senso stretto sia per quanto riguarda l’incapacità di suscitare pathos nei confronti dello spettatore. Il finale risulta fin troppo risolutivo e consolatorio, riducendo le nefandezze che il film pretende di denunciare a stringati accenni, mediante un sound design impalpabile e ad una messa in scena scarna e disadorna. Capitolo a parte merita la straordinaria interpretazione del giovanissimo Harry Gilby (candidatura come Miglior Attore Esordiente ai British Independent Film Awards nel 2017) che riesce a donare al proprio personaggio una malinconica dolcezza e sensibilità, così come i due esperti attori che lo affiancano rendono bene le figure contrastanti del padre devastato (Scot Williams) e della madre comprensiva (Patricia Potter). Alessio D’Angelo

EFFETTO DOMINO

Origine: Italia, 2019

Gianni Colombo, un geometra divorziato, vaga per le stanze abbandonate Regia: Alessandro Rossetto di uno stabile tirando via Soggetto: liberamente ispirato al romanzo i crocifissi. Immagini di complessi omonimo di Romolo Bugaro turistici abbandonati, musica clasSceneggiatura: Caterina Serra, Alessandro Rossetto sica in sottofondo. Interpreti: Diego Ribon (Franco 1 Il progetto della vita Rampazzo), Mirko Artuso (Gianni Gianni mostra le foto degli edifiColombo), Maria Roveran(Luisa ci a Franco Rampazzo prospettanRampazzo), Nicoletta Maragno (Silvana dogli delle speculazioni su alloggi Rampazzo), Roberta Da Soller (Renata Rampazzo), Olivier Rabourdin (Jean di lusso per la terza età. Darnac), Lucia Mascino (Alessandra Rampazzo è un costruttore, a Guarnieri), Marco Paolini (Vöckler), Andrew casa scherza con le figlie, Luisa e C. NG (Mr. HU), Yang Shi (Wang Jian), Renata, e insieme alla moglie deStefano Scandaletti (Marcello Fabris), Valerio Mazzucato (Bruno Carraro), Silvio cide di scommettere sull’impresa. Comis (Angelo Beltrame), Cristina Chinaglia Dopo un sopralluogo della squa(Paola Beltrame) dra iniziano i lavori. Franco è preDurata: 104’ occupato della burocrazia, invece Distribuzione: Parthenos il geometra sogna cinicamente un Uscita: 12 settembre 2019 paradiso artificiale per ricchi anProduzione: Francesco Bonsembiante per una Produzione Jolefilm con Rai Cinema

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ziani. I due portano una mazzetta al tecnico comunale. Un elicottero sorvola l’area del progetto, Vöckler, dirigente di banca, spiega alla segretaria che eventuali rischi ricadranno su Rampazzo tramite un sistema di garanzie. Alle terme Gianni e Franco si confidano. Dopo visitano una casa di riposo. Ad Hong Kong Vöckler conosce Jian che supervisionerà il progetto, quest’ultimo incontra Fabris, un imprenditore figlio di papà che vive in una strana casa-acquario. 2 Il piano del mondo Un manipolo d’impresari edili è coinvolto nell’impresa, con ostriche e spumante si brinda all’affare


di una vita, Fabris e Jian controllano appartati. Il proprietario di un lotto ipotecato subisce le pressioni di Franco e Gianni. Il vecchio prete di zona scherza col geometra, donazioni alla parrocchia e pressioni sui fedeli andranno di pari passo. Le laconiche figlie di Rampazzo conducono la demolizione, arredi e materassi si accumulano volando dalle scale. Vöckler filosofeggia col capo finanziatore cinese. Franco scherza con Luisa, la figlia prediletta. Questa, durante la presentazione ufficiale del progetto, è ammaliata da Jian. Convocato da Guarnieri, responsabile della banca, Rampazzo subisce la revoca dei finanziamenti, gli appartamenti costano troppo. Si confida con Colombo. Una volta a casa subisce lo sfogo della moglie. 3 Le pedine del domino Carraro, un artigiano in crisi, si espone per una commessa, che non viene pagata. Subissato dai creditori, è creditore a sua volta, in un effetto domino che coinvolge anche il proprio carnefice, un francese col quale viene alle mani. Animali feriti dopo la lotta, entrambi vittime dei problemi di Rampazzo, tra loro nasce una virile solidarietà imprenditoriale. Franco si espone con Fabris chiedendogli se vuol rilevare una parte delle quote, gli ricorda l’amicizia col padre e si inginocchia, il giovane riceve una chiamata ed esce. 4 Resistere non serve Vöckler ordina di licenziare la Guarnieri, ora che ha svolto il suo ruolo, facendo fuori il costruttore. Un camionista balcanico fa rifornimento, il benzinaio suo conterraneo lo aggredisce chiedendo il credito accumulato dal suo padrone, Rampazzo, che subisce le minacce degli altri imprenditori. A cena con una connazionale Jian riceve una telefonata dalla Cina per rammentargli la giusta

condotta imprenditoriale. Colombo soddisfatto chiede al prete se Dio perdona tutto. Jian mostra a Fabris l’esemplare di una medusa che col tempo si rigenera, Infinite life, sarà il mantra dell’operazione. 5 Non finire così Beltrame è un altro imprenditore nei guai per i mancati pagamenti di Franco, con cui è amico di lunga data. Costretto ad intestare tutto alla figlia, si dà fuoco insieme ai libri contabili. 6 Sognare sogni di altri In auto Jian legge del suicidio di Beltrame. Rampazzo è accusato dalla moglie di inettitudine. Anche Luisa prega Fabris di salvare il padre e, disposta a tutto, si inginocchia. Il giovane in collegamento prima mostra a Vöckler una sfilata di anziani in costume per pubblicizzare l’impresa, poi inquadra il nuovo capocantiere, è Luisa. Franco viene a sapere dalla Guarnieri che è stato soppiantato da due investitori, Fabris e Jian. A tradirlo è stato Colombo. Renata recupera il padre e ha un duro confronto con la sorella. Intanto Jian sollecita Fabris a velocizzare la costruzione. Epilogo Finché c’è vita All’inaugurazione del complesso tra modelle e immagini di meduse Luisa vaga senza meta. A casa Renata prepara la valigia e Franco medita vendetta con una pistola. Raggiunta la festa trova Colombo da solo e lo umilia sfogandosi per il tradimento.

attraverso un commento onnisciente e distaccato da esame autoptico. Le vicende del progetto imprenditoriale e il declino di Franco e della sua famiglia sono narrate attraverso un registro che mescola toni e materiali eterogenei. La maschera capitalista è resa in ambito scenografico dalle superfici lisce (vetri, piscine, acquari) e dalle macerie dei ruderi abbandonati, valorizzati attraverso lo slow motion o l’accompagnamento musicale vivaldiano. Ad una messa in scena elegante e sofisticata che agisce attraverso immagini curate e precisi movimenti di camera fanno da contraltare l’abiezione dei protagonisti, i loro sentimenti e le intenzioni nascoste, che trovano la principale manifestazione nel dialetto. Una lingua violenta e bassa che rivela tensioni famigliari e corruzione negli ambiti istituzionali (religione, stato). La pellicola col passare dei minuti manifesta una certa ripetitività (gli episodi riguardanti Carraro e Beltrame), la stereotipizzazione di alcuni personaggi (Jian e le sue origini) e risulta didascalico in certi momenti (le spiegazioni di Vöckler sui meccanismi dell’alta finanza), ma il vero rischio è l’appiattimento su un cinismo di maniera. La mancanza di una qualsiasi dialettica positiva e la sgradevolezza programmatica di alcuni personaggi (Fabris, Colombo) sembrano negare sin dall’inizio qualsiasi prospettiva di riscatto o speranza, delegando semplicisticamente a meccanismi economici umanissime colpe e riducendo le iniziali ambizioni di critica e spaccato sociaLiberamente tratto dal le alla storia dei Rampazzo. romanzo omonimo di RoAndrea Cardelli molo Bugaro, Effetto domino è un livido ritratto della provincia veneta, della classe imprenditoriale e delle dinamiche finanziare internazionali. Il film è suddiviso in sette capitoli e accompagnato da una voce over, ispirata allo scrittore Jonathan Franzen, che detta le tappe

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di Salvo Ficarra, Valentino Picone

IL PRIMO NATALE

Origine: Italia, 2019 Produzione: Tramp Limited Regia: Salvo Ficarra, Valentino Picone Soggetto e Sceneggiatura: Salvo Ficarra, Valentino Picone, Nicola Guaglianone, Fabrizio Testini Interpreti: Salvo Ficarra (Salvo), Valentino Picone (Valentino), Roberta Mattei (Rebecca), Massimo Popolizio (Erode), Giovanni Calcagno (Capo dei rivoltosi), Giacomo Mattia (Isacco), Gianni Federico (Giuseppe) Durata: 99’ Distribuzione: Medusa Uscita: 12 dicembre 2019

A Palermo vive Salvo, un ladro di arte sacra, che non è affatto credente e vede nei suoi santi furti solo un’occasione di arricchimento. A Roccadimezzo Sicula, invece, vive padre Valentino, un prete affascinato dalla potenza iconica del presepe e dall’incanto che la sacra composizione suscita nei fedeli, tanto da realizzarne uno vivente nella sua parrocchia. Il posto del Gesù bambino sarà occupato da una preziosissima statua. Alla vigilia delle festività natalizie, Salvo mosso dal clamore suscitato dall’iniziativa di don Valentino non resiste alla tentazione di appropriarsi della preziosa statuetta che si trova proprio nella chiesa del piccolo paesino. Così si candida nella parte di Giuseppe per il presepe vivente. Una volta riuscito ad impadronirsi della statuetta, viene sorpreso da padre Valentino, che non ha altra scelta se non quella di

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gettarsi alla rincorsa del ladro per tutto il paese. All’improvviso, per magia, i due attraversano un canneto e si ritrovano catapultati nella Palestina dell’anno zero, a pochi giorni prima della nascita di Gesù. Sono nel bel mezzo di un deserto, dove vengono catturati da alcuni individui vestiti come antichi romani che, però, non sembrano essere figuranti del presepe. I due riescono a fuggire ed iniziano a vagare nel deserto in cerca di una qualche città, e gli viene indicata la vicina Betlemme. La loro presenza non passa inosservata agli occhi dei cittadini; in particolare di un gruppo di Zeloti che vogliono ribellarsi ai romani. I due viaggiatori decidono di presentarsi come rivoluzionari molto esperti, che hanno combattuto in tutto il mondo, con Garibaldi e Che Guevara. Anche Erode, re della Palestina, intimorito dalla prossima nascita di quello che è stato definito il Re dei Re, è venuto a conoscenza del loro arrivo. Mentre i due si mettono alla ricerca di Giuseppe e Maria, per fare in modo che Maria potesse compiere il miracolo e rimandarli nel presente, Erode è già sulle loro tracce. Salvo rimane affascinato da una donna zelota e da sua figlia, mentre Valentino è preso di mira dalle avances di una guerriera. Dopo aver scambiato Giuseppe e Maria con un’altra coppia in attesa di un bambino, i due vengono catturati dai soldati di Erode. Valentino, torturato insieme al compagno di viaggio, è costretto a confessare che per trovare il bambino destinato a diventare Re dei Giudei è necessario seguire la stella cometa. Erode si mette in cammino verso la città mentre gli zeloti si sentono traditi. Valentino e Salvo riescono però a trovare Giuseppe e Maria e dopo aver fatto partorire Maria, fanno 22

partire tutte le famiglie con i neonati di Betlemme e si mettono in salvo su una barca. La barca poi viene catapultata nel presente e fermata da una motovedetta della guardia costiera. La polizia avvisa che non ci sono posti dove mettere i nuovi arrivati, ma Valentino e Salvo garantiscono di provvedere loro. Tutti infatti prenderanno parte ed avranno un posto nel bellissimo presepe di Valentino. Il Primo Natale di Ficarra e Picone si è classificato come primo film italiano del 2019 per incasso e numero di spettatori, che sono oltre un milione. Un vero e proprio boom per il duo comico siciliano, che conferma in questo modo anche il proprio successo personale. Alla settima pellicola i due attori e registi palermitani disinnescano la critica dissacrante dei film precedenti e tornano a scrivere una commedia più leggera, volta a conquistare un pubblico maggiore. Alle prese con la loro prima pellicola di Natale vera e propria, Ficarra e Picone abbracciano senza remore la natura popolare e inoffensiva del loro cinema e della loro comicità, smorzando quasi del tutto la vena satirica più pungente del precedente successo L’ora legale. Il loro è un film rassicurante e onesto, nei modi come nelle intenzioni. Rimane immutata invece la consueta formula che vuole Salvo Ficarra furbo, tendenzialmente disonesto e truffaldino ai danni di un Valentino Picone troppo buono per non farsi fregare, educato e un po’ tonto, che qui sembra suggellare la presenza del personaggio del prete, costante in quasi tutta la loro filmografia. Siamo lontani per fortuna dai cinepanettoni che negli anni passati uscivano in questo periodo.

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La sceneggiatura del film fa pensare senza dubbio a Non ci resta che piangere e ci porta ad un giudizio di confronto immancabile, anche se la coppia siciliana non può essere minimamente paragonata allo storico duo del film Benigni-Troisi. Tuttavia il film rimane piacevole e mai volgare, ai limiti del cinema parrocchiale. In fin dei conti ben ancorato ad un concetto di umanità e solidarietà dalla parte degli ultimi, che trascende la fede e consiste nel proporre i canonici buoni sentimenti tipici del cinema natalizio, attraverso l’arco narrativo dei due personaggi, che finiranno per migliorarsi. La stessa soluzione della vicenda non è malvagia, anzi. C’è anche quel briciolo di satira politica, che si chiude a cerchio rispetto al prologo iniziale. Si fa l’occhiolino persino a chi non è credente, a chi cerca nel passato dei riferimenti alle situazioni presenti, a valori etici e morali, sfiorando violenze, guerre, immigrazione e razzismo. Tutto ciò si intravede, ma purtroppo non è molto approfondito; i due amano

piuttosto farsi vedere al naturale, far ridere con vecchie gag e alcune nuove d’effetto. Se è vero che Ficarra e Picone preferiscono alle renne e alle slitte il primo presepe vivente della Storia, dando un volto a Giuseppe e Maria, a Isacco ed Erode, è altrettanto vero che i costi di produzione, altissimi per il cinema italiano, servono a contrastare la concorrenza americana sul suo stesso campo di battaglia. Stavolta i due comici costruiscono un cinema spettacolare con buoni risultati, che omaggia la Cinecittà degli anni Cinquanta (gli antichi romani e persino una tigre feroce nell’arena, resa possibile anche dal digitale). Le scene di lotta con le spade sono credibili, così come la messa in scena di luoghi lontani nel tempo e nello spazio. La scenografia infatti è degna di nota, veramente ben realizzata, così come i costumi. La fotografia funziona abbastanza bene nelle scene di giorno, ed è forte soprattutto dell’impianto scenografico. Betlemme è ricostruita con grande cura, pur nella sua stereotipata

semplicità, anche grazie alle numerose comparse e sequenze corali, alle location in Marocco e nel Lazio, ricostruite ma naturali. I due registi poi, grazie a qualche scena di corsa a cavallo, chiaroscuri e controluce al crepuscolo, praterie aride e sconfinate si cimentano addirittura col genere western. Ficarra e Picone nei rispettivi ruoli si trovano benissimo. La dinamica degli opposti che si attraggono funziona: Salvo e Valentino sono il diavolo e l’acqua santa, il cinico e l’appassionato, l’uomo di ragione e l’uomo di fede. Ma la storia è fatta perché ognuno dei personaggi cresca durante questo viaggio così particolare, tanto da muoversi dalle posizioni di partenza e andare a comprendere le posizioni dell’altro. Ficarra si trova a fare un personaggio che gli riesce bene, mentre Picone fa fatica. Logicamente in un duo comico c’è sempre la spalla, ma l’espressività non prescinde dal ruolo e Picone appare piuttosto monoespressivo. Veronica Barteri

di Lorenzo Mattotti

LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA

Origine: Italia, Francia, 2019

Il cantastorie Gedeone e la sua assistente Almerina, diretti a Caltabellotta, si ritrovano in una bufera di neve e si riparano in una caverna abitata da un vecchissimo orso, che udendo i loro passi si sveglia dal letargo. Per aver salva la vita, i due lo intrattengono mettendo in scena la loro storia: La famosa invasione degli orsi in Sicilia. Tonio, il figlio del re degli orsi, è stato rapito dai cacciatori delle montagne e suo padre organizza e guida una spedizione attraverso tutta la Sicilia. Il malvagio Granduca di Sicilia viene a scoprire che l’esercito degli orsi marcia verso

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il suo regno e comincia a tramare per fermare l’invasione, con l’aiuto del mago di corte De Ambrosiis, che possiede una bacchetta magica in grado di compiere ancora solamente due incantesimi. Prima i due eserciti si scontrano, tanto che l’esercito del Granduca uccide il vecchio orso saggio Teofilo, ma gli orsi si salvano. De Ambrosiis riesce a entrare in confidenza con Leonzio, il re degli orsi, ma il Malvagio invia contro i nemici un nuovo esercito: i cinghiali del Sire di Molfetta. Al mago non resta che salvarli, utilizzando uno dei due incantesimi. Una volta scoperto, il Granduca minaccia di morte De Ambrosiis che conduce 23

Produzione: Christophe Jankovic, Valérie Schermann per France 3 Cinéma Regia: Lorenzo Mattotti Soggetto: dal romanzo “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” di Dino Buzzati Sceneggiatura: Thomas Bidegain, JeanLuc Fromenta, Lorenzo Mattotti Durata: 82’ Distribuzione: Bim Distribution Uscita: 7 novembre 2019

gli orsi in un castello infestato da fantasmi allo scopo di terrorizzarli. Nel castello però, Leonzio ritrova lo spirito di Teofilo che lo aiuta a entrare in comunicazione con gli altri spettri. Infine, gli orsi vengono condotti a casa di un orco che li


divora prendendo le sembianze di Gatto Mammone: è il turno dell’orso Babbone che, facendo esplodere una bomba nel suo ventre, riesce a liberare e salvare tutti. Il Granduca è convinto di aver annientato gli orsi e così per festeggiare da uno spettacolo al teatro di corte in cui Tonio si esibisce come equilibrista assieme a una ballerina che ha il nome di Almerina, ma Leonzio e il suo esercito irrompono nel mezzo dello spettacolo e padre e figlio si ricongiungono. Così, al sovrano non resta che sparare a Tonio e De Ambrosiis decide di utilizzare l’ultimo dei suoi incantesimi per salvargli la vita. Leonzio diviene il re di Sicilia e crea un regno dove esseri umani e orsi vivono in pace. La storia di Gedeone si conclude così, ma il vecchio orso rivela ai due cantastorie che la storia prosegue. Con il passare degli anni, Leonzio comprende che gli orsi hanno assorbito usi e costumi degli esseri umani, in particolare Tonio, divenuto ormai amico di Almerina e De Ambrosiis, ha perso qualunque istinto selvaggio o naturale. Grazie al suo aiuto, il mago riesce a ricaricare la bacchetta magica, ma essa gli viene quasi subito rubata. Il re è convinto che il responsabile del furto non possa essere stato un orso, perché loro sono votati all’onestà; così minaccia i sudditi umani di punirli se la bacchetta non verrà ritrovata. A sospettare che il colpevole sia uno di loro sono proprio Almerina, De Ambrosiis e Tonio e le accuse non sono infondate: il responsabile è Salnitrio, che desidera rovescia-

re Leonzio per ottenere il potere. All’inizio fa cadere le accuse di un furto della cassa reale su De Ambrosiis, che viene imprigionato, poi quando Tonio e Almerina cominciano le loro indagini per scagionarlo, Salnitrio li attira in una bisca da lui amministrata, e poi va a chiamare Leonzio. Trovando suo figlio ubriaco e impegnato nel gioco d’azzardo, il re lo fa arrestare. De Ambrosiis, Tonio e Almerina evocano il Serpenton de’ Mari, un mostro marino che distrugge la prigione e attacca il regno. Leonzio è felice di scendere in battaglia e rivestire il ruolo di guerriero che per tanti anni aveva dovuto tacere, così si mette a capo di una spedizione per annientarlo, mentre Salnitro, rimasto sulla terraferma, pianifica di uccidere il re usando la magia. Tonio e Almerina si imbarcano per soccorrere Leonzio, mentre De Ambrosiis riesce a sconfiggere l’orso cospiratore, riprendendosi la sua bacchetta magica: con questa, aiuta Tonio a distruggere il mostro. Leonzio però, viene ferito gravemente e sul letto di morte, svela la sua gioia nel vedere suo figlio risvegliare gli istinti selvaggi, naturali e da guerriero che per diverso tempo ha dovuto silenziare. Gli orsi però non possono più vivere lontani dalle montagne e dai boschi, così, come ultimo desiderio, chiede al suo popolo di fare ritorno alla propria casa. E così accade. Gedeone è insoddisfatto del finale della storia, ma in realtà c’è un altro epilogo che il vecchio orso rivela ad Almerina. Così i due cantastorie ripartono per la città e l’orso può tornare al suo letargo. L’unica a sapere come finisce la storia è la bambina, Almerina. Tratto da un romanzo di Dino Buzzati, Lorenzo Mattotti si ispira proprio alle tavole disegnate dallo scrittore stesso, al fine di rispettare la sua storia e il suo stile, e

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impiega sei anni per trasporre sul grande schermo La Famosa Invasione degli orsi in Sicilia, l’adattamento dell’opera che lo scrittore pubblicò a puntate nel 1945 sul Corriere dei piccoli. Una co-produzione italo-francese di Prima Linea Productions, Pathé e France 3 Cinema per quanto riguarda la sezione francese, e di Indigo Films e Rai Cinema per quanto riguarda quella italiana, che è stato presentata in prima mondiale proprio al Festival di Cannes del 2019 - sezione un Certain Regard - e in anteprima italiana ad Alice nelle Città, la sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma dedicata alle giovani generazioni. Dalla caratterizzazione dei personaggi agli scenari, i vari quadri stupiscono, facendo spazio a quella sensazione di meraviglia e bellezza, di un universo magico e accogliente. I colori sgargianti permettono una chiara identificazione degli oggetti presenti nella scena, dando così vita alla narrazione stessa: è l’aspetto visivo che tiene compatto il film. Un’animazione rara, insolita per gli schermi italiani. Nel film si riconosce il talento artistico di Buzzati, quasi come se la narrazione fosse inserita in un contesto storico non riconoscibile: era proprio il desiderio di Mattotti, dar vita a uno stile non databile. Il contenuto è pregno dell’essenza sì di Buzzati, ma vuole essere un monito anche alla contemporaneità: si indaga sulla natura delle cose, sugli esseri umani e sulla società stessa. Per quanto gli orsi siano innocenti, hanno necessità di scendere dalle montagne - sia per mancanza di cibo, sia per ritrovare Tonio - ed è in questo modo che vengono a contatto con gli umani e quindi anche con le complicazioni. È l’uomo a rendere tutto complicato e Leonzio capisce che quell’avventura è più grande di lui e delle sue capacità. Il film mostra


i problemi, li evidenzia, ma non dà nessuna soluzione: lo scopo è riflettere sui problemi. Un’altra tematica presente è la dicotomia animale - umano: da un lato c’è la società umana che sfrutta la Natura per i propri interessi, dall’altra ci sono

gli orsi che vivono sul pianeta Terra con la consapevolezza di essere ospiti. Se dal punto di vista dell’estetica convince, al contrario il film di Mattotti soffre di un avvicendarsi di situazioni che si presentano fra-

gili e mal abbinate dal punto di vista narrativo. Un film d’animazione che conquista visivamente, ma non si concilia alla struttura della fiaba che vuol raccontare. Giulia Previtali

di Ken Loach

SORRY WE MISSED YOU

Origine: Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019

Newcastle, oggi. Classica famiglia del proletariato urbano composta da Ricky, che nella forte crisi del decennio precedente ha perso il lavoro nelle costruzioni; la moglie Abby, che assiste a domicilio anziani e handicappati, pagata a ore, sobbarcandosi le spese di trasporto; il figlio maschio Seb, spesso cacciato da scuola, writer ossessivo e ribelle che ha provato l’ebbrezza del furto nei supermercati e il fermo di polizia; la piccola Liza Jane, sensibile e dolcissima, la prima a risentire degli scossoni e delle crisi in casa. Ricky vuole dare una svolta al bilancio famigliare e realizzare il miraggio di possedere una casa di proprietà; decide così di reinventarsi corriere free lance nell’ambito della cosiddetta gig economy. Ricky vende la macchina della moglie per pagare la prima rata di un furgone con cui consegna pacchi in giro per la città entro orari ben definiti e percorsi stressanti nel traffico cittadino. È un free lance, è vero, ma il collegamento con l’organizzazione centrale impersonata dal pessimo Maloney, costringe a rispettare turni impossibili, brevi spazi per il riposo e coprire in questo modo quattordici, quindici ore di lavoro giornaliere. Se non si rispettano i parametri fissati, fioccano multe salate e penali che vanificano gli introiti. La coppia entra presto in crisi, fiaccata, spezzata da un lavoro

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massacrante e senza speranza per il futuro. Il giovane Seb diventa sempre più ribelle e rischia di essere cacciato definitivamente dalla scuola; tutto ciò porta al conflitto dichiarato con il padre con cui viene alle mani. La piccola Lisa Jane è sconvolta e incapace di comprendere quanto sta accadendo. Il culmine è raggiunto quando Ricky è assalito da una banda di balordi che gli rubano il carico e lo pestano a sangue: i risultati sono i costi e le multe che gli sono ugualmente imputate da Maloney nonostante il ricovero in ospedale e il rapporto di polizia. Ricky sente la necessità di ritornare immediatamente al lavoro per tentare di affrontare gli enormi debiti accumulati che lo stanno strangolando insieme alla sua famiglia. Ken Loach, “Ken il Rosso” da sempre chiamato per il suo attivismo con i laburisti inglesi prima e con la sinistra radicale poi; sempre pronto a dire la sua in ogni parte d’Europa in cui sia messa in discussione la dignità di chi lavora in situazioni di precariato e sfruttamento, con questo film sale un altro gradino della sua poetica sociale. Tutta la cinematografia di questo grande autore premiato ovunque, a Cannes, Berlino, Venezia, Locarno, Mosca, Torino, è stata dedicata a chi lavora nel sistema postcapitalistico tritatutto; qui però il giudizio sulla nuova strut-

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Produzione: Rebecca O’Brien per Sixteen Films, coprodotto Why Not Productions, Wild Bunch, Les Films Du Fleuve Regia: Ken Loach Soggetto e Sceneggiatura: Paul Laverty Interpreti: Kris Hitchen (Ricky Turner), Debbie Honeywood (Abbie Turner), Rhys Stone (Seb), Katie Proctor (Lisa Jane) Durata: 101’ Distribuzione: Lucky Red Uscita: 2 gennaio 2020

tura delle giornate dei suoi protagonisti si dilata, si approfondisce allo spasmo, diventa dolore puro, in uno sguardo morale che abbraccia questa disumanizzazione totale dell’esistenza. Questo è un uomo? Pare chiedersi Loach alla fine di ogni scena del suo film: perché lavorare significa, oggi, sgretolare un individuo per la stanchezza? Era forse migliore la catena di montaggio? Perché lavorare procura debiti e privazioni e colpisce l’unità di una famiglia nel sottoporla a una tensione e a un’angoscia senza fine? Com’è possibile questo martirio quotidiano, questa trepidazione minuto per minuto che toglie il respiro?


Paul Laverty è lo sceneggiatore principe di Ken Loach e insieme a lui ha composto questa storia di passione civile in equilibrio tra famiglia e lavoro, perfettamente inquadrata nel contesto socioeconomico di una città postindustriale spietata, senza rispetto né solidarietà. Giustissimi gli interpreti nel raffigurare la loro semplicità di persone comuni, non privi di sfumature e sottigliezze recitative che li fanno appartenere di slancio all’universo

artistico di Loach fatto di verità neorealistica e di costruzione attoriale. Il protagonista Kris Hitchen soprattutto sembra essere “costruito” per il regista inglese: una carriera artistica iniziata giovanissimo e subito accantonata per lavorare più concretamente pur di mantenersi (ha fatto l’idraulico, mestiere passato poi al figlio); l’arrivo ai quarant’anni, la riconsiderazione della propria vita che lo porta a recitare di nuovo, forte del suo bagaglio esistenziale conquistato sul campo, il

di Agostino Ferrente

naturale incontro con Ken Loach e l’utilizzo dei suoi capelli rossi e del suo volto segnato dalle battaglie di una vita intera. Vogliamo rilevare la bella presenza di Katie Proctor che fa della piccola Lisa Jane un angelo precipitato nell’inferno, una fonte di sensibilità e smarrimento che la sua famiglia non ha il tempo e la possibilità di apprezzare e custodire in pieno. Fabrizio Moresco

SELFIE

Origine: Italia, Francia, 2019 Produzione: Marc Berdugo, Anne Charbonnell, Barbara Conforti, Fabrice Puchault per Arte France, Magneto, Coprodotto Gianfilippo Pedote con Casa delle Visioni e Rai Cinema, in collaborazione con Luce Cinecittà e Reel One Regia: Agostino Ferrente Soggetto e Sceneggiatura: Agostino Ferrente Interpreti: Alessandro Antonelli (Se stesso), Pietro Orlando (Se stesso) Durata: 78’ Distribuzione: Academy Two Uscita: 30 maggio 2019

Un ragazzo si riprende con il telefonino e canta una canzone fissando la telecamera. Si commuove. Lo stacco porta alla voce del regista che, fuori campo, chiede a un altro giovane se è in grado di riprendersi con il telefono. Il giovane si presenta: è Alessandro Antonelli, ha sedici anni, lavora come barista ed è nato e cresciuto nel rione Traiano, a Napoli. Tenendo il telefono in mano e fissando la telecamera, il ragazzo spiega di avere un solo amico nel

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quartiere. È Pietro, il giovane mostrato in apertura, aspirante parrucchiere, attualmente disoccupato. In grafica rossa, il titolo del film. I giovani si muovono in motorino, senza casco, tra le strade del quartiere. Ad accompagnarli, i titoli di testa. Successivamente, Alessandro si inquadra allo specchio con indosso una maglia che raffigura il volto di un ragazzo sopra alla scritta “Davide vive”. In voice over, l’autore spiega che si tratta del volto di Davide Bifolco, sedicenne del quartiere ucciso da un carabiniere perché scambiato per un latitante in fuga. Il regista racconta di essersi recato al rione Traiano a seguito dell’uccisione di Davide per meglio comprendere cosa fosse successo. È così che si è imbattuto in Alessandro e Pietro e ha deciso di affidare loro due telefoni e la responsabilità di raccontare la quotidianità del quartiere. I giovani si riprendono così, in “modalità selfie”, narrando, a loro discrezione, ciò che vogliono si veda della loro esistenza. Alessandro mostra il lavoro al bar, i giri in motorino, il racconto, a lui particolarmente caro, di cosa avvenne al suo amico Davide e la sofferenza della famiglia del giovane scomparso. Pietro, dal canto suo, ha studiato per diventare parrucchiere, ma non riesce a svolgere la professione. Si trascina così tra 26

casa e la sala biliardo frequentata dagli amici - qualcuno ormai definitivamente sedotto dal fascino di una vita criminale -, esagerando con il cibo e facendosi aiutare e, tal volta, strigliare, dall’amico Alessandro. Le immagini riprese con i due telefoni, quasi sempre in movimento, vengono bruscamente interrotte da quelle fisse delle telecamere di sicurezza del quartiere o dei locali. Una serie di ragazzi e ragazze si alternano di fronte alla macchina da presa, raccontandosi: qualcuno già immagina la vita da moglie di un ergastolano, qualcun altro si atteggia da adulto chiedendo di poter fumare una sigaretta nonostante la giovanissima età, qualcun altro ancora sceglie di impressionare l’autore con alcune strofe di rap. Alessandro mostra poi le immagini del funerale di Davide. Successivamente, i due protagonisti festeggiano il compleanno di Pietro con una bottiglia di spumante e un sincero abbraccio. Lo stacco temporale rivela, attraverso una nota vocale inviata sul telefono e ascoltata/ mostrata da Alessandro, che Pietro è andato in vacanza in Calabria insieme allo zio. Il giovane ha approfittato di questa separazione, anche per riflettere sul registro da dare al film, avendo i due visioni discordanti: uno è più interessato a mostrare


una quotidianità spesso ignorata da serie tv o media, l’altro ad approfondire la costante tentazione di cedere alla vita criminale. Alessandro invia poi un videomessaggio al padre, raccontando di essere diventato un attore e un regista di film. Incontra successivamente due giovanissimi del quartiere e li intervista, minacciandoli poi di “tagliare tutto al montaggio”, proprio come un vero filmmaker. Poi, invita uno dei due a spingere “stop” sul telefono. Il film è finito. Sulle immagini di Pietro che palleggia in casa, scorrono i titoli di coda.

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Dopo Intervista a mia madre (2000) Agostino Ferrente prosegue la sua ricerca sul linguaggio cinematografico, spostandosi stavolta tra le strade del rione Traiano, nel cuore della mitologia di Gomorra, affidando il racconto a due giovanissimi del quartiere, Alessandro (Antonelli) e Pietro (Orlando), muniti di telefonino con telecamera in costante “modalità selfie”. A metà tra “Il testimone” di Pif e i “vlogger” che hanno fatto del racconto della propria vita un vero e proprio mestiere - da Youtube a Instagram - Selfie si offre prima di tutto come lavoro teorico sul linguaggio cinematografico, sui suoi limiti e sulle sue potenzialità,

sui suoi doveri e sulla sua capacità di rappresentazione in inevitabile e perpetuo conflitto tra reale e irreale, filtrato e obiettivo, mostrato e raccontato. Il sesto lungometraggio del regista originario di Cerignola, traccia dunque due rette parallele: una riguardante la forma, l’illusione, in questo caso doppia, dell’autore o degli autori, di essere “liberi” nel raccontare un qualcosa senza essere al contempo vittime del proprio immaginario, della propria educazione, del proprio vissuto, delle proprie intenzioni, e ancora del montaggio, dell’inserimento delle musiche, della colossale bugia che è o può essere il cinema. Alessandro e Pietro sono così vittime della proposta “truffaldina” di Ferrente di essere loro a decidere cosa inquadrare e quindi raccontare - ma sarà lui a montare il film, a scalciare il racconto con l’inserimento delle immagini, gelide e angoscianti, delle telecamere di sicurezza o dei provini organizzati prima dell’inizio delle riprese, lui a decidere quando inserire la musica o quando tagliarla, quali immagini selezionare e quali cestinare e via dicendo - ma, a loro volta, i giovani si vanteranno con gli amici di essere gli autori del film, discuteranno addirittura sul registro da dare al progetto, rifletteranno su cosa mostrare e di conseguenza su che rappresen-

tazione dare di loro stessi e della loro esistenza, fino a minacciare due giovanissimi appena provinati di “tagliarli al montaggio”. L’altra parallela insegue invece il contenuto, i fatti, i detriti che un’esistenza al limite in un quartiere difficile può lasciare. I detriti dell’assurda uccisione di Davide Bifolco, tragica genesi dell’intero film, i detriti di generazioni a cavallo tra legalità e illegalità, i detriti di chi ha studiato per un mestiere ma non può svolgerlo, i detriti di una provincia - nazione dimenticata, autogestita, che risponde a codici propri, canzoni proprie, linguaggi propri, in breve, a una cultura propria e che non vede e non è vista dallo Stato nel senso più ampio del termine. Nel gioco tra reale e irreale, nella costante sfida tra Ferrente e i suoi protagonisti e di conseguenza tra noi e loro, sarà lo spettatore a decidere a cosa credere, da cosa farsi commuovere, da cosa farsi disturbare e cosa rifiutare. Presentato nella sezione Panorama della Berlinale 2019 - la medesima edizione nella quale La paranza dei bambini di Giovannesi vince il premio per la migliore sceneggiatura nel Concorso principale - Selfie ha ottenuto una candidatura agli European Film Awards. Giorgio Federico Mosco

di Céline Sciamma

RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

Origine: Francia, 2019

1770: Marianne, giovane pittrice, raggiunge un’isola della Bretagna per dipingere il ritratto di un’altra giovane, Héloise; la ragazza, di nobile famiglia, è appena uscita dal convento per rimpiazzare nel contratto di matrimonio con un nobile milanese la sorella morta tragicamente di recente. Héloise è ancora sconvolta per questo cambio repentino della sua vita che fa di lei una pedina sempre succube

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di altri e non ha alcuna intenzione Produzione: Véronique Cayla, Bénédicte di farsi ritrarre: inizialmente Ma- Couvreur per Arte France Cinéma rianne deve osservarla di nascosto Regia: Céline Sciamma e poi usare tela e pennelli fidando- Soggetto e Sceneggiatura: Céline Sciamma si solo della propria memoria. Il terzo personaggio è Sophie, Interpreti: Noémie Merlant (Marianne), la giovane serva della casa che fa, Adèle Haenel (Héloise), Luàna Bajrami forse senza accorgersene, da trait (Sophie), Valeria Golino (La contessa) d’union tra le due donne che si Durata: 120’ avvicinano presto l’una all’altra, Distribuzione: Lucky Red superando le rispettive differenze. Uscita: 19 dicembre 2019 La situazione è facilitata dai lunghi momenti in cui Héloise ac- dalla giovane pittrice: le due doncetta di essere ritratta, incuriosita ne, una ferma e immobile, l’altra 27


intenta alla sua tela, svelano di se stesse molto più di qualsiasi, lunga conversazione. È inevitabile, quindi, che tra le due sbocci una grande passione che le coinvolge in tutte le emozioni possibili e permetta loro di godere quel breve periodo che il destino offre. La partecipazione a una festa sulla spiaggia, insieme ad altre donne del paese vicino che si trasforma presto in un sabba pagano e il tentativo di aborto di Sophie per opera di una megera del luogo, sono episodi che rispecchiano il legame carnale che unisce le due giovani. Il periodo è breve e presto Marianne ed Héloise sono costrette a dirsi addio: si vedono un’ultima volta da lontano, in teatro, in un momento di estrema tensione e coinvolgimento. Il Secolo dei Lumi è stato chiamato il Settecento, a evidenziare quante “luci” avesse dato il nuovo pensiero, la forza della nuova ragione all’evoluzione sociale e civile dell’essere umano. È in questa trasformazione del ruolo dell’individuo nella società

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che avviene la ridefinizione del ruolo e dell’immagine della donna: la presenza femminile nella società, nella famiglia, nei rapporti con il potere degli uomini sarà sempre più ampia e diversificata tanto da contribuire profondamente agli avvenimenti della rivoluzione francese. Tutto questo sarà il punto di partenza per la donna verso la legittimazione del proprio esistere in ogni settore della vita pubblica e privata. La regista Céline Sciamma, che proviene dai piani alti della cultura, laurea magistralis in letteratura francese e frequentazione della prestigiosa scuola di cinema La Fémis, non a caso ha scelto questo periodo per la sua storia: occorre tenere presente tutto ciò nella lettura di questo film, di questa storia d’amore che parla dell’autoaffermazionee della consapevolezza del rispetto dei propri desideri, tutto nell’ambito di una raffinata ricerca culturale. Nulla quindi di più indovinato di questo titolo che riguarda il dipinto e l’intero argomento del film: il fuoco è utilizzato ovunque, per ardere il ritratto rifiutato, per popolare i sogni e gli struggimenti della pittrice, per incendiare il vestito di Héloise durante la danza pagana del sabba, a racchiudere la passione tra le due donne che liberamente si amano, affrancate da ogni costrizione. Il fuoco brucia anche nella composizione ambientale che utilizza stili e atmosfere d’impianto romantico, l’isola in solitudine, il mare cupo, ostile, in tempesta, le

di Nanni Moretti

coste scoscese che invitano alla dissoluzione della propria esistenza per accompagnare la tensione spessa, evidente, in certi punti insopportabile, in cui s’incendia il progressivo avvicinamento delle due protagoniste. Tutto è erotismo: gli sguardi, la fissità di gesti e atteggiamenti, l’attesa di qualcosa che, si sa, dovrà accadere, la citazione della fine straziante dell’amore tra Orfeo ed Euridice, l’ingresso violento sul finale del film dell’Estate di Vivaldi che evidenzia la crudeltà del distacco forzato tra le due giovani. Sciamma e le sue attrici si muovono sulla stessa linea come simultaneamente spinte da quel carboncino o quel pennello spesso inquadrati: gli sguardi più profondi si mescolano nella descrizione reale insieme a quella pittorica, senza distinzione alcuna. Non si sa se quel gesto, quegli occhi, quei volti e anche quelle azioni appartengano a una semplice fase descrittiva o siano filtrati dall’arte di un pennello. Questo è il gioco sublime di questo film che ci illustra come un racconto si trasfiguri in qualcosa di vero, verissimo ma impalpabile, come un sogno raccontato su uno schermo. Ci si accorge alla fine come due personaggi, due splendide, grandiose attrici come Noémie Merlant e Adèle Haenel abbiano dipinto il loro grande amore fino a farlo diventare un quadro, fino a farlo diventare un film. Fabrizio Moresco

SANTIAGO, ITALIA

Origine: Italia, 2018 Produzione: Nanni Moretti per Sacher Film, Le Pacte, Storyboard Media e Rai Cinema Regia: Nanni Moretti Soggetto e Sceneggiatura: Nanni Moretti Interpreti: Nanni Moretti Durata: 80’ Distribuzione: Academy Two Uscita: 6 dicembre 2018

Dal nero, Nanni Moretti, inquadrato di spalle, osserva Santiago del Cile. Sullo sfondo, le Ande innevate. In grafica bianca, il titolo del film. Dopo i titoli di testa su varie immagini della città, una scritta rossa su schermo nero:

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“1970 - 1973 GLI ANNI DI UNIDAD POPULAR”. Moretti intervista, in inquadratura frontale, registi, imprenditori, avvocati, giornalisti, uniti, all’epoca dei fatti raccontati, dalla militanza tra le fila dell’Unidad Popular


e dal sogno di un Cile diverso. A intervenire, tra gli altri, si contano Carmen Castillo (regista), Patricio Guzman (regista), Arturo Acosta (artigiano), Erik Merino (imprenditore), Stefano Rossi (imprenditore), Leonardo Barcelo (professore), Paolo Hutter (giornalista). Gli intervistati, qualcuno con commozione, qualcun altro con distaccata lucidità, raccontano gli anni della lotta, il tentativo, da parte del governo Allende, di affrontare una serie di riforme strutturali mastodontiche per modernizzare il paese, schiacciato all’epoca da disparità sociale, analfabetismo, ingiustizia. Le ricette proposte da Allende, tuttavia, non vennero accolte con unanimità, trascinando il paese in una profonda crisi. Sacche della parte più conservatrice del popolo, così come l’establishment militare e parte di quello dell’informazione, erano contrarie a riforme che avrebbero trasformato il Cile in un paese comunista. Gli interventi vengono alternati a immagini di repertorio in b/n che mostrano manifestazioni di piazza. Poi, sul nero, in grafica rossa, la scritta “11 SETTEMBRE 1973” introduce le immagini di repertorio e gli interventi riguardanti il golpe ai danni di Allende, la sua morte e l’avvento della giunta militare. Gli intervistati raccontano la paura, lo sgomento e il terrore vissuto quel giorno e nei giorni successivi. Alcuni sostengono inoltre che Allende non si sia tolto la vita, ma sia stato assassinato. Con i militari al potere ha inizio la persecuzione degli oppositori politici. Gli stadi vengono utilizzati come vere e proprie carceri, all’interno delle quali avvengono torture, interrogatori, esecuzioni. Moretti intervista il militare Guillermo Garìn che sostiene che il golpe fu necessario perché Allende stava trascinando il paese in una crisi irreversibile. Aggiunge inoltre

che il paese era spezzato in due e che buona parte del popolo era contraria alle riforme di stampo socialista di Allende. Della stessa tesi è un altro militare, Eduardo Iturriaga, condannato per omicidio e sequestro di persona. Iturriaga sostiene inoltre che le uccisioni ci furono su entrambi i fronti, negando però ogni suo coinvolgimento. Il militare si ritiene infatti vittima di una persecuzione giudiziaria. Inquadrato per la prima volta in campo a due, Moretti lo incalza. Iturriaga decide così di interrompere l’intervista, sostenendo che sia di parte. A confermarlo è Moretti stesso che ammette candidamente di “non essere imparziale”. Lo stacco a schermo nero e la scritta “AMBASCIATA ITALIANA” introducono il racconto degli intervistati sul ruolo fondamentale che svolse l’Italia nelle loro esistenze. Il governo italiano non riconobbe infatti la giunta militare cilena come entità politica legittima, ritirando l’ambasciatore. Piero de Masi, primo consigliere dell’ambasciata italiana a Santiago, decise così di accogliere quanti più “asilados” possibile, alcuni lasciandoli entrare dalla porta principale, altri facendoli saltare oltre il muro che circondava l’ambasciata. Gli intervistati raccontano così quei giorni, a loro modo felici, passati all’interno delle mura amiche, in cui scambiarono idee, solidarietà e affetto con gli altri compagni. La scritta “VIAGGIO IN ITALIA” introduce il capitolo conclusivo: gli “asilados” ottengono il permesso di essere accolti in Italia in quanto rifugiati politici. La rete solidale vicina al Partito Comunista Italiano permette loro di trovare una casa e un lavoro. È qui che molti di loro decidono di iniziare una nuova esistenza. Il film si chiude sulle immagini di una banda che esegue una musica cilena. 29

Nanni Moretti torna al documentario a diciotto anni da La cosa (1990) aprendo l’album dei ricordi, i propri e di conseguenza quelli di una generazione intera, che decise di dedicare parte della propria giovinezza alla militanza politica. Era il ’70 quando Moretti, allora diciassettenne, guardava al Cile come a un laboratorio politico in cui forse era possibile applicare ciò che si era letto sui libri di teoria economica e politica. Salvador Allende vince le elezioni, l’Unidad Popular giunge al potere. Moretti convoca così, trentotto anni dopo, di fronte alla macchina da presa, i suoi amici immaginari, compagni di lotte e avventure ai piedi delle Ande, per raccontare quei giorni. Professionisti, artisti, imprenditori e artigiani cileni raccontano cosa significò quell’esperienza. È il bilancio di una generazione che si commuove a ricordare cosa fu, cosa poteva essere e cosa non è stato. Indubbio è, di conseguenza e per stessa ammissione del regista, che non si tratta e non può trattarsi di un documentario distaccato, obiettivo, storicamente rilevante. Preziose sono certamente alcune testimonianze, ma tutto è dichiaratamente, orgogliosamente “di parte”, quasi fosse il “diario di una militanza” e non un lavoro di approfondimento storico su un determinato avvenimento. L’intero lavoro ne esce così depotenziato, limitandosi a offrire racconti personali delle vicende di uno o dell’altro intervistato, ma non chiarendo in alcun modo il conte-

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sto storico, economico, sociale nel quale avvennero fatti di rilevanza mondiale. Allo stesso modo è mal gestito il racconto del fondamentale ruolo che svolse l’Italia, nello specifico l’ambasciata italiana a Santiago, nel proteggere gli “asilados”, relegato soltanto alla parte conclusiva del film. Ancor più fragile risulta il tentativo finale - e, guardando alle dichiarazioni dell’autore stesso, quello che doveva essere il reale nucleo del progetto - di utilizzare il particolarissimo caso cileno, assolutamente unico nella sua natura storica e

di Gianluca Leuzzi

politica, per tracciare un raffronto tra l’Italia di un tempo, aperta e umana, e l’Italia di oggi, incattivita e malfidata, orfana dello spirito solidale e di accoglienza che l’ha sempre contraddistinta. Se è palese che il tema dell’imbarbarimento culturale e sociale è di assoluta urgenza, in Italia come in altri paesi occidentali, è anche vero che risulta davvero forzato, per non dire fuori luogo, il collegamento con l’episodio cileno. Sorvolando, in conclusione, sulla piattezza della messa in scena ottanta minuti di interviste fron-

tali con luce televisiva, alternate a immagini di repertorio e niente più -, si fa davvero fatica a collocare Santiago, Italia se non come racconto affettivo e affettuoso di un autore italiano verso i suoi compagni di lotta d’oltreoceano. Proiettato come film di chiusura al Torino Film Festival 2018 e vincitore del David di Donatello 2019 come miglior documentario, il film ha incassato, in Italia, poco più di settecentomila euro. Giorgio Federico Mosco

ME CONTRO TE IL FILM - LA VENDETTA DEL SIGNOR S

Origine: Italia, 2020 Produzione: Warner Bros. Entertainment Italia, Colorado Film e Me Contro Te Regia: Gianluca Leuzzi Soggetto e Sceneggiatura: Luigi Calagna, Sofia Scalia Interpreti: Luigi Calagna (Lui), Sofia Scalia (Sofi), Michele Savona (Professor Cattivius), Antonella Carone (Perfidia), Giustina Buonomo (Signora Marisa), Marilisa Protomastro (Presentatrice), Fernando Di Virgilio (Vecchio saggio), Paolo Di Caprio (Signor S) Durata: 64’ Distribuzione: Warner Bros. Pictures Uscita: 17 gennaio 2020

Si sta organizzando una grande serata di festeggiamenti per il Like Award, il riconoscimento che premia lo youtuber più gradito dagli utenti. Sono tanti i papabili candidati e vincitori tra cui anche Sofì e Luì. Da un lato Sofi è molto preoccupata e nello sconforto più totale teme che non saranno mai chiamati a partecipare, Luì invece fa il giocherellone, è travestito da pianta e sta facendo le prove da spia. Li viene a trovare Marisa, un’anziana e cordiale vicina di casa, membro del loro fan club “Trote team”.

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Intanto il perfido signor S, loro storico acerrimo nemico, con l’aiuto del suo assistente Cattivius, vorrebbe attuare un duplice e diabolico piano: creare dei sosia della famosa coppia tanto amata dai bambini, aggiudicarsi il premio al posto loro e diffondere lo slime con cui i bambini possano divertirsi. Questa sostanza dopo un’iniziale allegria farebbe precipitare i piccoli in una completa tristezza. Cattivius si traveste da postino e si reca a casa di Sofì e Luì per consegnare loro un invito falso alla premiazione. Intanto Sofì e Luì iniziano a litigare tra di loro; nel profondo cominciano ad essere convinti del fatto che solo dividendosi e facendo video separati, riscuoteranno più successo. Quando Sofì porta via le sue cose da casa viene rapita e trascinata nel laboratorio del loro nemico. Qui la ragazza incontra Perfidia che le rivela il piano dell’antagonista. Luì si gode la solitudine solo per qualche istante ma si rende subito conto che ha lasciato andare via Sofi senza neppure una parola. Di lì a breve anche lui viene rapito, legato e portato nella stessa gabbia dove si trova 30

Sofi nel laboratorio del signor S. Intanto a casa di Sofì e Luì sono arrivati i due sosia robot della coppia, condotti da Perfidia che cerca di far registrare loro un video per convincere i piccini di tutto il mondo a votare i sosia artificiali e a comprare il magico slime. I robot però sono un po’ difettosi e non riescono a dire esattamente quello che è previsto da copione. Intanto nel laboratorio del signor S i giovani si liberano e tentano la fuga. Appare loro un saggio fantasma che li consiglia e aiuta. I due iniziano un percorso a ostacoli con prove da superare e trabocchetti da evitare. Ad un certo punto i giovani decidono sia meglio tornare all’interno della gabbia per non essere scoperti dai loro nemici. Captivius non si accorge del loro tentativo di fuga. Ripreso il percorso a ostacoli, i due arrivano a un tunnel in fondo al quale sta un bivio. I due ragazzi per una seconda volta si separano. Sofì viene trovata da Captivius e immersa in un cilindro pieno d’acqua. Anche Luì, che nel frattempo ha preso la direzione opposta, torna nel laboratorio


dove Sofìe si trova in grave pericolo. Sarà proprio con la sua goffaggine che il ragazzo riuscirà a rompere la prigione d’acqua e a salvare la ragazza. I due, convinti di essere ormai salvi, si trovano faccia a faccia con il signor S che intende eliminarli per il timore che possano far saltare il suo piano. Fortunatamente arriva in loro soccorso l’assistente che si converte al bene e salva loro la vita. Captivius è pentito, con l’esempio di Sofì e Luì si rende conto di cosa sia l’amicizia vera e intende essere loro alleato. Tutti e tre insieme alla fine trovano il passaggio segreto che li conduce esattamente nel luogo in cui si sta svolgendo la premiazione e dove trovano Perfidia ed i loro cloni. Il malefico piano è quasi riuscito: la conduttrice dell’evento è stata legata, i due cloni stanno per essere premiati come i vincitori e i bambini hanno tutti in mano lo slime. Dopo un po’ i tre amici riescono a scovare dove la cattiva tiene il telecomando che manovra i cloni e se ne disfano. I due robot si autodistruggono, l’incantesimo dello slime si spezza e così Luì e Sofì con l’aiuto del loro nuovo amico Captivius riescono a salvare la situazione e a guadagnarsi il Like Award. La coppia di youtuber alla fine canta davanti ai loro fan la canzone Insieme, dopo aver imparato che solo stando uniti si è forti ed invincibili. Sono due vlogger ma prima di tutto una coppia nella vita e sul lavoro Sofia e Luigi, in arte “Me contro te”, rispettivamente classe 1997 e 1992. Originari di Partinico, in Sicilia, oggi vivono entrambi a Milano. Star di Disney channel, è nell’ottobre del 2014 che caricano il loro primo video su Youtube; con il tempo cominciano a pubblicare parodie, challenge, vlog, video tag e curano persino il

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montaggio dei loro lavori. In breve i due registrano quattro milioni e mezzo di iscritti al loro canale YouTube. Il loro nome d’arte “Me contro te” è nato dai loro battibecchi on line: Luigi e Sofia hanno due caratteri opposti e dall’inizio della loro carriera sulla rete si sfidano continuamente. La loro caratteristica principale ed insieme la chiave del loro successo è quella di essere sempre solari e sorridenti. Seppur giovanissimi Sofia e Luigi hanno già scritto tre libri e fatto esperienza in televisione; hanno poi un proprio sito con tanto di merchandising annesso. Sofì e Luì usano un linguaggio elementare nel rivolgersi direttamente ai bambini. Il loro pubblico è perlopiù femminile, sotto i dieci anni. Il loro stile pacato e morigerato piace molto anche ai genitori: il tum Moige - Movimento Italiano Genitori - li ha premiati per i contenuti educativi dei loro video. A questo proposito Sofia Scalia ha dichiarato: “Siamo i cartoni animati di ieri, quello che per noi erano Bim Bum Bam, La Melevisione, Art Attack, Scooby-Doo”. Molti videomaker in questi anni sono passati dal monitor di un computer al grande schermo: Guglielmo Scilla, per esempio, ma anche Frank Matano ed il gruppo The Pills. Per il loro esordio su grande schermo i due protagonisti hanno curato anche la sceneggiatura con Emanuela Canonico e Andrea Boin; la pellicola ha come scopo quello di trasmettere il messaggio educativo della fratellanza, della collaborazione e dell’accettazione della diversità ai bambini e ai ragazzi. Lo scopo dei due youtuber è in fondo quello di unire lo spirito italiano della genuinità con quello pop puramente anglosassone. A questo si è ispirato il regista. Leuzzi ha lavorato sette anni per MTV Italia, nel 2016 ha diretto la serie Untraditional scritta da Fabio Volo, la web serie Eities Ottanta 31

con Geppi Cucciari e Like me per Disney Channel. Come lui stesso dichiara a proposito dei modelli di riferimento, ha preso spunto dalla preteen television americana, soprattutto dal seguitissimo Lazy Town: i colori psichedelici, il montaggio veloce (ma non schizofrenico) e le inquadrature che volutamente distorcono la prospettiva. Leuzzi si avvale infatti dell’uso dei cosiddetti props inglesi e di alcune scelte stranianti da cui si deduce come abbia optato per una finzione web con una scenografia evidentemente artificiale. Nel cast troviamo interpreti di qualità: nei panni di Pongo o professor Cattivius c’è Michele Savoia. L’attore, di origine fasanese viene dal teatro, ha lavorato al fianco di Ornella Muti, Enzo Iacchetti e Luca Argentero tra gli altri e ha da poco interpretato il ruolo dell’agente Liuzzi in Brave ragazze di Michela Andreozzi. Antonella Carone, molto convincente nel ruolo di Perfidia, ha collaborato con i fratelli De Serio in Spaccapietre e ha lavorato al fianco di Nicolas Vaporidis, Massimo Ghini, Claudia Potenza e Giulia Michelini in Outing - Fidanzati per sbaglio di Matteo Vicino. Giustina Buonomo è la signora Marisa; l’attrice ha recitato anche in Ho amici in paradiso di Fabrizio Maria Cortese e Quo vado? di Gennaro Nunziante con Checco Zalone. Giulia Angelucci


di Pierre-François Martin-Laval

QUALCOSA DI MERAVIGLIOSO

Origine: Francia, 2019 Produzione: Regia: Pierre-François Martin-Laval Soggetto e Sceneggiatura: PierreFrançois Martin-Laval Interpreti: Gérard Depardieu (Sylvain Charpentier), Isabelle Nanty (Mathilde), Pierre-François Martin-Laval (Peroni), Dider Flamand (Fressin), Emmanuel Ménard (Primo Ministro), Mizanur Rahaman (Nura) Durata: 115’ Distribuzione: Bim Distribuzione Uscita: 5 dicembre 2019

Il piccolo Fahim Mohammad è un talento degli scacchi e vive in Bangladesh con i genitori. Non essendoci prospettive di vita dignitose e non essendoci modo di valorizzare le capacità del bambino, Nura, suo padre, decide di tentare la fortuna intraprendendo un lungo viaggio verso la Francia. È il maggio 2011. Nura promette al figlio che gli farà incontrare un grande maestro di scacchi. Giunti a Parigi, i due ottengono un permesso temporaneo di soggiorno. Nura cerca invano lavoro e porta il figlio all’accademia degli scacchi gestita da Sylvain Charpentier, ex campione dal carattere burbero e scontroso. Sulle prime diffidente nei confronti del piccolo immigrato, l’allenatore nota ben presto in lui uno straordinario talento che lo distingue da tutti gli altri allievi. Fahim comincia a frequentare le lezioni e Sylvain inizia a portare il giovane allievo in giro per le competizioni di Francia. Il ragazzino stringe amicizia con i suoi compagni di

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corso e si adegua alle regole del paese che lo ospita. Intanto, essendo il permesso temporaneo di soggiorno scaduto, Nura riceve il foglio di via. L’uomo non ha più alloggio e si riduce a vivere per strada, sempre in fuga dalla polizia. Mathilde, la segretaria della scuola si prende carico di Fahim e lo porta a casa di Sylvain con il quale trascorre la notte. Il maestro di scacchi vorrebbe far ammettere Fahim al campionato nazionale nonostante sia un immigrato clandestino e chiama il suo vecchio collega Peron, diventato un importante dirigente, per farlo ammettere lo stesso in barba ai regolamenti. Nel maggio 2012 Nura è a rischio espulsione da ormai due mesi mentre Fahim tira avanti andando ospite alternativamente dai suoi compagni. Il ragazzino cerca il padre disperatamente nel centro di accoglienza dove alloggiava ma gli viene detto che l’uomo non ha più diritto di stare lì. Il ragazzo viene a sapere la verità sul padre e lo raggiunge in un accampamento di profughi clandestini. È la vigilia del Campionato Nazionale giovanile a Marsiglia del 2012. Sylvain insieme a tutta la squadra di allievi va a cercare Fahim all’accampamento. Nura costringe il figlio ad andare a tentare la sorte. Fahim si mette in viaggio con la squadra. Il gruppo si ferma al mare e il ragazzino si diverte con i compagni. Fahim non ha i requisiti per essere ammesso alla competizione. Sylvain cerca di convincere il direttore della manifestazione ricordandogli la storia di suo nonno divenuto un vanto nazionale francese che nel 1923 si rifugiò in Francia per sfuggire al fascismo. Mentre Nura viene arrestato, Fahim arriva in finale giocando una tesa partita seguendo solo il suo istinto e igno32

rando i consigli di Sylvain. Fahim è campione di Francia. Nel frattempo, Mathilde resta per tanti minuti disperatamente attaccata al telefono in cerca di ottenere la linea diretta in una trasmissione radio dove è ospite il primo ministro Fillon. Miracolosamente la donna riesce a essere in diretta radio. Mathilde chiede al politico perché la Francia sia il paese della negazione di alcuni diritti alle persone immigrate e allo stesso tempo sia la nazione della dichiarazione di alcuni fondamentali diritti dell’uomo. Il Primo Ministro risponde che se una persona si è distinta per meriti e ha portato in alto il nome della Francia, può avere il permesso di soggiorno per meriti. Poco tempo dopo a Fahim e Nura viene concesso il permesso di soggiorno. Nel 2013 Fahim vince il Campionato Mondiale studentesco. Nel 2015 anche la mamma con il fratellino di Fahim arrivano in Francia per il ricongiungimento.

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“Gli scacchi sono una guerra, una guerra tra due spiriti”. Questa battuta, pronunciata dall’allenatore-mentore del giovanissimo talento degli scacchi immigrato clandestino in Francia, riassume in pieno la portata di un gioco che è molto più di un gioco. Competizione avvincente e antica, piena di significati e simboli, gli scacchi sono al centro di questa storia intrisa di buoni sentimenti. Qualcosa di meraviglioso (in originale Fahim) narra una storia vera. Nel 2012 Fahim Mohammad, allora dodicenne, vinse il Campionato nazionale francese di scacchi nella categoria under 18. Era un immigrato che viveva a Parigi da


qualche mese senza permesso di soggiorno. Pierre-François Martin Laval è rimasto colpito da questa storia tanto da decidere di farne un film innestando su un tema politico una commedia di buoni sentimenti. La pellicola è tratta dal libro autobiografico Un re clandestino scritto da Fahim Mohammad (il protagonista della vicenda), Sophie Le Callennec (antropologa e scrittrice che insegnò il francese al padre del giovane) e Xavier Parmentier (l’allenatore di scacchi, nel film ribattezzato Sylvain) pubblicato nel 2014. Laval mette tanta carne al fuoco: dalla descrizione delle condizioni disperate di tanti immigrati clandestini, il loro coraggio, le loro difficili condizioni di vita, fino allo spirito della sana competizione e alle capacità educative degli scacchi. I buoni sentimenti (e qualche scena che provoca l’inevitabile lacrimuccia) sono dispensati a piene mani e solo per un soffio il regista evita di cadere in un eccesso di pietismo. Commedia con venature di dramma, il film plana sull’inevitabile happy end con leggerezza. Merito del regista è di essere riuscito a trovare un delicato equilibrio tra la capacità di intrattenere con una storia commovente con la for-

te carica di realismo sociale che la vicenda porta con sé. A questo proposito, l’incipit del film è rivelatore: la situazione di grande disagio in cui il piccolo talento degli scacchi Fahim e la sua famiglia vivono in Bangladesh è tratteggiata con efficacia ma non si indugia su di essa, anche nella toccante scena dell’addio alla mamma addolorata. Altra nota di merito del regista è l’aver indovinato la scelta degli attori: dall’esordiente Assad Ahmed viso vispo e sguardo carico di espressività nei panni del piccolo campione di scacchi, al bravo Mizanur Rahaman nel ruolo del padre Nura, fino al grande Gérard Depardieu che regala una prova composta e priva di svolazzi attoriali nei panni dell’allenatore-mentore Sylvain. Gran parte del fascino del film risiede però nella disciplina attorno a cui ruota la vicenda: gli scacchi, uno sport che è più guerra di tanti sport ‘fisici’, una battaglia in cui la tattica è al centro di tutto. “Non sono un gioco, non c’è sport più violento degli scacchi”, è la lezione basilare dell’allenatore al suo pupillo, perché in fondo è su una scacchiera che noi tutti giochiamo le nostre vite. Anche nella vita ogni nostra mossa può determinare

quella di chi ci sta di fronte. E allora le pedine possiamo essere noi stessi e il nostro destino può essere davvero nelle nostre mani. Nella battaglia giocata nel film questa volta c’è in gioco una vita, anzi, la vita di un’intera famiglia e la faccia di un grande paese, la patria dei diritti fondamentali dell’uomo. Ed ecco fare capolino la retorica nella tirata finale della segretaria dell’allenatore al primo ministro François Fillon: perché non è giusto regolarizzare un immigrato clandestino e senza diritti che è capace di raggiungere vette di eccellenza in una disciplina ferrea come quella degli scacchi? Ed ecco che lo sport diventa il pretesto per un messaggio politico, come se ancora una volta dovesse venire dallo sport l’attenzione verso temi spinosi e capaci oggi più che mai di infiammare l’agone politico come quello dell’inclusione e delle condizioni degli immigrati in molti paesi europei. In questo parlare ancora di muri, di barriere linguistiche e culturali, di pregiudizi, Qualcosa di meraviglioso è molto di più che un semplice ‘feel good movie’ che scalda il cuore. Elena Bartoni

di Fausto Brizzi

LA MIA BANDA SUONA IL POP Origine: Italia, 2020

Il ricchissimo magnate russo Ivanov sta per fare una grande festa per i suoi cinquant’anni e per l’occasione sogna una reunion, su un palco appositamente allestito, della sua band preferita degli anni Ottanta, i Popcorn. L’ex manager del gruppo, Franco Masiero, viene contattato da Olga, donna di fiducia di Ivanov. Nonostante Franco tenti di proporre altri cantanti perché lui ha rotto con la band, Olga dice che il magnate è irremovibi-

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le, vuole a tutti i costi i Popcorn. Produzione: Luca Barbareschi Franco suo malgrado si mette alla Regia: Fausto Brizzi ricerca dei quattro componenti. Soggetto e Sceneggiatura: Fausto Brizzi, Tony, il frontman del gruppo, Marco Martani che è stato appena scartato dal Interpreti: Christian De Sica (Antonio “Tony reality “L’isola delle meteore” per Brando” Santopadre), Diego Abatantuono aver bestemmiato in diretta e si (Franco Masiero), Angela Finocchiaro (Micky), Massimo Ghini (Luciano “Lucky” è ridotto a cantare per matrimoni Fioretti), Paolo Rossi (Jerry), Natasha kitsch racimolando i resti dei buf- Stefanenko (Olga) fet, sulle prime non è d’accordo ma Durata: 95’ poi accetta un incontro con i suoi Distribuzione: Medusa ex compagni. Uscita: 20 febbraio 2020 La stessa cosa vale per Lucky che ora ha un negozio di ferramen- da due soldi per strada e Micky, ta, Jerry, ridotto a fare esibizioni unica donna del gruppo, che si è 33


riciclata come conduttrice di programmi di cucina ma non perde occasione di attaccarsi a qualche bottiglia di alcool. Ridotti sul lastrico e sulle prime restii, gli ex cantanti decidono di accettare, allettati dai cinquantamila euro a testa promessi da Franco. I quattro atterranno a San Pietroburgo insieme a Franco e vengono accolti da Olga. Il gruppo viene ricevuto nella grande magione dove Ivanov vive con le sue mogli, ex mogli e amanti. Franco confessa ai quattro che il loro concerto in realtà è stato messo su per dare modo a Olga di fare una rapina al caveau del magnate: il bottino ammonta a 250 milioni di euro. Tony suggerisce a Franco e ai suoi compagni di fare loro la rapina e spartirsi 50 milioni a testa. I quattro si dividono i compiti durante la festa che si svolge il giorno precedente la loro esibizione. Jerry e Micky dovranno mettersi alla ricerca della chiave del caveau che sembra sia nascosta nell’appartamento privato di Ivanov. Mentre Tony e Lucky devono procurarsi delle divise da vigilantes. Jerry e Micky trovano la chiave per aprire il caveau: un walkman anni Ottanta. Tony e Lucky invece, dopo essersi appropriati di due divise da vigilantes nella lavanderia, si trovano alle prese con una ferocissima tigre di trecento chili nei giardini della villa. Lucky ha la peggio perché si trova imprigionato all’interno di un labirinto con la feroce belva. Riuscito ad avere la meglio, Lucky raggiunge i suoi amici alla festa di Ivanov.

Il mattino dopo, i quattro sono alle prese con un nuovo problema: capire dove si trovi il caveau. Micky riesce a farsi mostrare da Ivanov il deposito. Il miliardario sale su un’auto identica a quella del celebre film Ritorno al futuro e sfonda una parete entrando nel caveau. È la sera del concerto dei Popcorn. I quattro si accingono a tentare il colpo: travestiti da guardie, percorrono i cunicoli della rete fognaria. Dopo un’azione rocambolesca, i quattro riescono a introdursi nel caveau ma lo trovano vuoto. Olga si è accorta del loro tentativo di ingannarla. Ma i quattro hanno un’illuminazione: il tesoro si potrebbe trovare nella cappella dove è sepolto il nonno di Ivanov. Olga cerca di mandare in fumo il piano ma Franco li salva. I Popcorn stanno per darsi alla fuga ma la folla radunata per il concerto li acclama. I quattro non possono sottrarsi, salgono sul palco e intonano le loro canzoni più famose. Ma durante l’esibizione irrompe la polizia che li arresta. Mentre i Popcorn sono sul furgone della polizia ammanettati, Franco gli mostra che le manette sono finte e i poliziotti suoi complici. È stato lui a organizzare la fuga. Mentre scorrono i titoli di coda, i Popcorn compaiono in un posto di mare a festeggiare, ma Olga li ha rintracciati e ora devono vedersela con lei. Partiamo dalla musica. I motivi intonati dal gruppo anni Ottanta dei Popcorn (composti appositamente per il film da Bruno Zambrini) sono allegri e orecchiabili, entrano in testa come lo facevano negli anni Ottanta le canzoni di Umberto Tozzi o dei Ricchi e poveri. I testi sono spensierati e giocano su rime di presa immediata, anche i titoli dei cavalli di battaglia della band sono tutto un programma: “Cose infinite” e “Semplicemente complicata” (dal micidiale ritornello “Tu, turù, turù”).

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La musica resta la parte migliore de La mia banda suona il pop, titolo con cui Fausto Brizzi gioca in maniera fin troppo facile con un celebre brano di Ivano Fossati. Commedia con venature action (anche se si tratta di un’azione pasticciata e casereccia) percorsa da una comicità di grana grossa, La mia banda suona il pop si basa su una sceneggiatura debole (scritta tra l’altro a otto mani dallo stesso Brizzi coadiuvato da Marco Martani, Edoardo Falcone e Alessandro Bardani) piena di dialoghi ricchi di luoghi comuni. Gli unici momenti che strappano il sorriso sono le battute - piuttosto grossolane a dire il vero - affidate alla verve di Christian De Sica, l’unico che sembra a suo agio nel quadretto dipinto da Brizzi. Per il resto si tratta di un cast sprecato, a cominciare da un Paolo Rossi sacrificato nel debole ruolo di ex musicista pop ridotto a fare il cantante di strada. Ruoli abbastanza scialbi anche per Massimo Ghini ferramenta depresso e invecchiato con moglie focosa e fedifraga e Angela Finocchiaro ex cantante ormai alcolizzata. E che dire di un Abatantuono manager musicale mai così abbronzato e dagli strani occhi color azzurro cielo? Certo, lo spunto poteva essere promettente, come gustosa è l’invenzione di un gruppo dal nome iconico e pienamente anni Ottanta come Popcorn, una band a metà strada tra i Ricchi e Poveri e i Cugini di campagna. Ma tutto si sgonfia presto in una commediola esile, popolata da personaggi di contorno che sanno troppo di macchietta. Innestando lampi di heist movie in una struttura da commedia piena zeppa di musiche, abiti sgargianti, oggetti anni Ottanta, Brizzi compone un inno leggero leggero al suo decennio preferito e lo fa facendo cantare più del solito lo spettatore. Elena Bartoni


di Gianni Di Gregorio

LONTANO LONTANO

Origine: Italia,Francia, 2019

Roma, quartiere Trastevere, oggi. Gianni, professore di latino e greco in pensione, e Giorgetto, pensione minima e nullafacente da sempre, sono amici fin da quando erano ragazzi. Oggi, intorno ai settanta, conducono una vita anonima e noiosa tra i vicoli assolati, le chiacchiere con i negozianti, il bar, una sigaretta e un bicchiere di bianco e il sogno impossibile di conoscere una bella e misteriosa signora che ogni tanto appare. Si fa strada tra i due un’idea che permetta loro di avere una vita migliore con qualche soldo in tasca in più: trasferirsi in un paese straniero dove il potere d’acquisto sia più forte e sia possibile togliersi quegli sfizi che in Italia è ormai impossibile permettersi. Come procedere? La tabaccaia, intervistata sull’argomento, suggerisce un contatto con suo zio che ha un fratello che se la gode, da tempo, a Santo Domingo. Lo zio, a sua volta, fornisce il numero di telefono di Attilio, un robivecchi, presunto restauratore di Tor Tre Teste, un uomo vulcanico che ha un passato di giramondo. I tre si trovano subito d’accordo sul da farsi: Gianni e Giorgetto faranno trasferire le loro pensioni, Attilio si industrierà con l’apertura di un alberghetto con poche stanze dove realizzare le proprie capacità organizzative. Sì ma dove? I tre colgono l’occasione della consegna di uno specchio restaurato a una certa signora per parlare con il marito, il Prof. Federmann, consulente del lavoro, esperto che, dopo avere esaminato varie possibilità, suggerisce le Azzorre come luogo ideale per i tre avventurosi. Il fondo cassa necessario per lo spostamento è costituito da qualche risparmio di Gianni, la vincita al gratta e vinci di Giorgetto e dal-

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la vendita di qualche pezzo d’anti- Produzione: Angelo Barbagallo per Bibi Film, in Coproduzione con Le Pacte, Rai quariato di Attilio. Le difficoltà burocratiche della Cinema partenza, il sentimento di abban- Regia: Gianni Di Gregorio dono che come un tarlo si fa stra- Soggetto: tratto dal racconto di Gianni Di Gregorio “Poracciamente vivere” da nell’animo dei tre, la tristezza Sceneggiatura: Marco Pettenello, Gianni della figlia di Attilio di fronte alla Di Gregorio possibile partenza del padre, renInterpreti: Ennio Fantastichini (Attilio), dono la possibilità del viaggio sem- Giorgio Colangeli (Giorgietto), Gianni Di pre più lontana. L’ultima chance è Gregorio (Il Professore), Daphne Scoccia la visita al fratello di Attilio a Ter- (Fiorella), Salih Saadin Khalid (Abu), racina. Non trovandolo, i tre fini- Francesca Ventura (Carolina), Silvia Gallerano (Funzionaria della banca), Iris scono per mangiare un cocomero Peynado (Marisa), Galatea Ranzi (Signora in un chiosco lungo la strada. Cosa del bar), Roberto Herlitzka (Federmann) fare del fondo cassa, ora inutiliz- Durata: 90’ zato? Distribuzione: Partenhos Decidono così generosamente Uscita: 20 febbraio 2020 di consegnarlo al giovane Abu, un ragazzo africano che ha il progetto di andare in Canadà per riunirsi mobilismo i suoi sentimenti e i con il fratello e iniziare una vita modi che gli appartengono e in cui ha sempre creduto: la sincerità, più decente. l’immediatezza del contatto con il Gianni di Gregorio ci prossimo senza schermi né ipocriracconta ancora una sie; il piacere di esistere davvero volta quello che conosce come persone per se stessi e per gli meglio: il suo quartie- altri; l’importanza dei piccoli gesti re, la gente che l’abita, se stesso, che rendono il momento corposo e un modo di vivere di altri tempi. piacevole; l’ironia verso se stessi Sceglie però per il suo racconto un e le proprie velleità riconosciute, sistema narrativo che appartiene, inconsciamente, come impossibili; da sempre, al cinema e allo spetta- il piacere di portarle avanti come colo cioè il viaggio; in una varian- una giravolta dell’esistenza, imte molto particolare cioè l’idea del palpabili, false e vere. viaggio, il progetto del viaggio di Ancora un film per Gianni di cui si parla molto ma che non si fa Gregorio “a misura d’uomo”, fatto mai. Con un’aggiunta: il viaggio per chi non va di corsa, delicato, si fa ma in un’altra dimensione, in fine, elegante lontano dal caos, ricun altro modo, senza uscire dalla co di quella grandezza che si ragcittà ma muovendosi, quasi frene- giunge solo nell’elaborazione della ticamente, per raccogliere notizie, propria interiorità. Infine un racinformazioni e suggerimenti di qua e di là, da chi ne sa, o pensa di saperne di più. Alla fine di questo viaggio “interno”, si è stanchi come se si fosse viaggiato per davvero nel raggiungere paesi lontani; si è visto tutto, si è capito tutto, è bene fermarsi in quel punto di partenza da cui si era partiti. Gianni distilla da questo im-

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conto che termina con un grande straniero per permettergli il viaggio te, commovente l’addio di Fantaatto di generosità: non ci mettono (questo davvero) che vale una vita. stichini al cinema e alla vita. Grandi i tre interpreti; sulfureo, un secondo i tre compari a regalaFabrizio Moresco estroso, debordante e, naturalmenre il loro “fondo cassa” al giovane

di Carlo Sironi Origine: Italia,Polonia, 2019 Produzione: Giovanni Pompili per Kino Produzioni con Rai Cinema, in Coproduzione con Agnieszka Wasiak per Lava Films Regia: Carlo Sironi Soggetto: Giulia Moriggi, Carlo Sironi Sceneggiatura: Carlo Sironi, Giulia Moriggi, Antonio Manca Interpreti: Sandra Drzymalska (Lena), Claudio Segaluscio (Ermanno), Bruno Buzzi (Fabio), Barbara Ronchi (Bianca), Vitaliano Trevisan (Ostetrico), Marco Felli (Giordano) Durata: 97’ Distribuzione: Officine Ubu Uscita: 24 ottobre 2019

Una coppia sterile, composta da Fabio e sua moglie Bianca, ha organizzato l’acquisto della futura figlia da una ragazza polacca immigrata in Italia. Ermanno - nipote di Fabio, l’ideatore del piano -, è un ragazzo dagli occhi verdi, grandi e tristi, che non sorride mai. Ha 18 anni, vive nella periferia romana e passa le giornate sulle slot machine e dedicandosi a piccoli furti. Gli viene affidato il compito di fingersi il padre del bambino che Lena, la ragazza polacca, porta in grembo. Lena sembra una bambina dal viso di porcellana, coperta da maglioni larghi che le coprono il pancione. Anche lei, ha gli occhi tristi e non sorride mai. Ermanno deve portare a termine il compito

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SOLE perché le adozioni tra parenti sono molto più immediate e il ragazzo obbedisce: sia per il compenso promesso, sia perché suo zio Fabio è l’unica famiglia che ha. Lui non sa cosa vuole dalla vita, sa solo che qualunque cosa sia, non la sta ottenendo. Ermanno comincia così a prendersi cura della madre biologica, Lena, in attesa del parto. Trasportata in un’Italia periferica fatta di palazzi contro il mare, Lena incontra Ermanno che farà da garante per la paternità. Lena ha bisogno di soldi, per questo accetta l’incarico, per andare in Germania. Per la bambina le verranno dati diecimila euro. Quando vanno a vivere insieme, la situazione diventa ancora più tesa. La convivenza è difficile, fatta di silenzi. Gli unici rumori che si sentono all’interno della casa sono le porte che sbattono, le chiavi che girano nella serratura. Ermanno e Lena paiono due prigionieri. Se Ermanno non sa cosa vuole dalla vita, Lena conosce bene il dolore e il peso delle cicatrici che si porta appresso. L’appartamento dei ragazzi è spoglio esattamente come i loro dialoghi. I due personaggi non si conoscono, non credono nell’amore e nel rapporto con gli altri, ma soprattutto sono soli. Però, piano piano, Ermanno e Lena si avvicinano, cominciano a comprendersi. Fra una corsa in ospedale, un’ecografia e un cambio di pannolini, Ermanno comincia a cambiare prospettiva. Scopre il senso della responsabilità, oltre ai sentimenti per Lena. La bambina, a cui viene affidato il nome di Sole, nasce prematura 36

e ha bisogno di essere allattata al seno. Lena è costretta a passare il tempo con la piccola di cui voleva disfarsi, ma nonostante ciò cerca di non instaurare nessun tipo di rapporto con lei. In Ermanno scatta qualcosa. Sole lo conquista e il giovane avverte il bisogno di accudirla come se fosse sua. Ogni occasione sembra ottima per avvicinarsi a lei, proteggerla e comincia davvero a immaginare di formare una vita con Sole e Lena. Sogna di essere felice. Questa felicità stravolge la famiglia “committente” che nella fretta di occuparsi di Sole decide di portarla a casa anche se ancora rifiuta il latte. I ripetuti tentativi di Bianca di forzare la bambina a bere il latte artificiale ferisce i due ragazzi. Ermanno comincia ad affezionarsi, a provare tutte quelle emozioni che, essendo orfano, non aveva mai provato e di conseguenza anche Lena viene trascinata da questo vortice. Si crea così un rapporto improvviso, una piccola famiglia. Sole è il nome di una bambina partorita e venduta. Carlo Sironi presenta questo lungometraggio a Venezia, creando un’opera che aleggia nel vuoto, lo stesso vuoto che attornia le vite di tutti i personaggi. In un incastro di reciproche mancanze in cui non possono avere ciò che vogliono, il tutto è accerchiato dal suo opposto: Lena ed Ermanno non vogliono ciò che si portano dentro e si sentono vuoti, ma intorno a loro la pienez-

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za della vita emerge in maniera costante. La stessa Sole potrebbe essere considerata un elemento di vita in una realtà grigia e spenta. Il film suggerisce una cupezza da cui traspare malinconia e un rigore che è attesa, forse speranza. Il sole che verrà - e che arriva prematuro, costringendo Lena a comportarsi come madre, quindi ad accudire ciò da cui si voleva allontanare - segna l’orizzonte degli eventi: la fuga di Ermanno e Lena, la famiglia che potrebbero essere. Un altrove si fa avanti e permette a Lena e Ermanno di immaginare ciò che potrebbe essere. Le inquadrature sono ferme, quasi rigide. E dietro di esse risiede quasi un altro film, anch’esso fantasma. Carlo Sironi allestisce un mondo di riferimenti mancanti e risposte non date, ma dietro le scelte dei

suoi personaggi non si cela un universo morale duro e severo. Oltre le vite di Ermanno e Lena c’è solo una speranza tradita. Nel rigore stilistico e narrativo di Sole si cela il sospetto di un vero vuoto, una ripetizione di un cinema geometrico: un senso comune di paternità. Desiderata e poi tradita. Il formato 4:3 è una scelta adatta per descrivere una situazione claustrofobica, in particolare le sequenze all’interno dell’appartamento. Tutto sembra bloccato, ma piano piano sboccia. Una storia di perdita: Ermanno perde i soldi alla Snai e Lena sta per perdere la sua bambina. Nelle scene in cui sono chiusi in appartamento Ermanno e Lena sono due prigionieri. Fredda è anche la temperatura di colore, in tutto il film. Siamo immersi tra le sfumature di blu, e di nero.

Lieve la colonna sonora, firmata da Teoniki Royznek che interviene raramente, ma con le sue sonorità elettroniche e rarefatte non è mai banale. Sole è la storia di una famiglia mancata, di una maternità rifiutata, di una paternità sfuggita. È un film fatto di vuoti, di corpi che si completano, di silenzi, di musi lunghi, di inquadrature che sono come i personaggi: parche di parole, dai movimenti studiati, dai vuoti perennemente in attesa di essere completati. Sole è il nome di una bambina partorita e venduta, che non saprà mai di chi è figlia veramente. Figlia di un corpo e di una menzogna. Una mancanza stessa che dà il titolo al film di cui è fantasma. Giulia Previtali

di Massimo Venier

ODIO L’ESTATE Aldo Baglio, in voice over, introduce le vicende. Siede su una sedia a rotelle e lancia una piccola palla verso un canestro montato nel salone di casa. Lo stacco sul lancio porta all’introduzione dei personaggi: l’uomo, aspirante cantautore e simpatico fannullone, è sposato con Carmen, ironica e divertente. Insieme hanno tre figli e un cane. Il montaggio mostra poi Giovanni, titolare di un negozio di accessori per scarpe, sposato con la solare Paola e padre dell’adolescente Alessia. Infine viene introdotto il personaggio di Giacomo, dentista di successo, marito della fredda Barbara e patrigno del piccolo Ludovico. Il montaggio alternato mostra i tre personaggi imbarcarsi sul medesimo traghetto verso una meta estiva. Giunti sul luogo, i protagonisti scoprono che, per un errore dell’agenzia di viaggio, è stata loro assegnata la stessa casa. Spaventati

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dai tempi della burocrazia italiana, decidono di non affidarsi alle forze dell’ordine e di tentare di convivere per la durata della vacanza. Le tante stanze vengono così distribuite e si iniziano a creare i primi legami: Salvo, maggiore della famiglia di Aldo, approccia la bella Alessia, mentre Carmen sembra legare con Paola. L’arroganza di Barbara isola invece il nucleo di Giacomo, che ha sempre più difficoltà a comunicare con Ludovico. Frattanto, l’agenzia di viaggi contatta la casa per proporre una soluzione alternativa. A rispondere alla chiamata è tuttavia Salvo che, avendo mire su Alessia, chiude bruscamente la telefonata, rifiutando ogni soluzione. I giorni passano e i protagonisti vivono felici momenti estivi alternati a scontri interni o a incomprensioni con le altre coppie, oltre al ritorno di fantasmi del passato. In spiaggia, Giacomo viene infatti avvicinato da un ex paziente 37

Origine: Italia, 2019 Produzione: Paolo Guerra per Agidi Due Regia: Massimo Venier Soggetto e Sceneggiatura: Massimo Venier, Davide Lantieri, Michele Pellegrini, Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti Interpreti: Aldo Baglio (Aldo), Giovanni Storti (Giovanni), Giacomo Poretti (Giacomo), Lucia Mascino (Barbara Poretti), Carlotta Natoli (Paola Storti), Maria Di Biase (Carmen Baglio), Massimo Ranieri (se stesso), Michele Placido (Maresciallo), Serena Autieri (se stessa), Durata: 105’ Distribuzione: Medusa Film Uscita: 30 gennaio 2020

cui aveva danneggiato un nervo durante un’operazione. La moglie scopre soltanto ora del lungo processo che lo vide protagonista e alla fine del quale venne comunque prosciolto da ogni accusa. Giovanni incontra invece un amico d’infanzia, cui confessa che a breve sarà costretto a chiudere la storica attività di famiglia. L’uomo, ora imprenditore di suc-


cesso, era stato preso di mira da Giovanni e altri amici durante gli anni del liceo. Finge così di offrirsi di aiutare Giovanni, onde poi ritrattare e deriderlo. Aldo sembra invece l’unico a godersi ogni momento, tanto da insospettire Carmen, convinta che l’uomo le nasconda qualcosa. Un giorno, il cane di Aldo e Carmen sparisce. L’uomo si mette in viaggio insieme a Giacomo e Giovanni per raggiungerlo grazie a una applicazione del telefono collegata al microchip segnaletico. Ritrovato l’animale, le coppie festeggiano felicemente. A rompere l’equilibrio è Giacomo che punisce Ludovico con uno schiaffo per aver risposto male. Il giorno successivo il giovane scompare. La madre, cercando nel computer, scopre che il figlio ha raggiunto un’amica di penna svedese in vacanza a Follonica. Il trio di amici si mette nuovamente in viaggio, mentre le mogli approfittano per approfondire la loro conoscenza. Barbara riesce finalmente a sorridere e a lasciarsi andare. Aldo, Giovanni e Giacomo raggiungono la località balneare toscana e frequentano la simpatica famiglia dell’amica di Ludovico. Qui vengono sfidati a calcio dai frequentatori di un vicino stabilimento e Giacomo sembra ritrovare il rapporto con il figliastro, tanto da permettergli di proseguire la vacanza con la sua amica. Facendo rientro verso casa, Aldo scopre che Massimo Ranieri, suo idolo di sempre, terrà un concerto nelle vicinanze. Giacomo, grazie ad alcune conoscenze, ottie-

ne i biglietti e corona il sogno del nuovo amico, che si esibisce addirittura sul palco al fianco del suo mito. Poco dopo, tuttavia, si sente male. Gli amici scoprono così che Aldo è in cura per un tumore. Era questo il segreto che aveva tenuto alla moglie per così tanto tempo. Il gruppo di amici decide di prolungare la vacanza di un’altra settimana. Insieme si godono i fuochi d’artificio di una festività locale: Salvo e Alessia si baciano con passione, mentre le altre coppie sembrano finalmente aver ritrovato l’equilibrio smarrito. Aldo, in voice over, racconta che fu un’estate felice e indimenticabile. Lo stacco riporta alla sequenza iniziale: la palla lanciata dal protagonista centra il canestro. Aldo esulta. Forse ce l’ha fatta.

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Dopo il giro a vuoto di Fuga da Reuma Park (2016) e la conseguente pausa di riflessione, oltre all’esperienza in solo di Aldo Baglio con Scappo a casa (2019), lo storico trio formato da Aldo (Baglio), Giovanni (Storti) e Giacomo (Poretti), attivo ormai da tre decenni tra grande e piccolo schermo, torna, con Odio l’estate, alle origini, affidando la propria rentrée - non poteva essere altrimenti - alle mani ferme di Massimo Venier (Tre uomini e una gamba, Così è la vita, Chiedimi se sono felice) e aggiornando il proprio sguardo sul paese e quindi, di riflesso, sui propri alter ego. Aldo, Giovanni e Giacomo sono cresciuti, cambiati, maturati, costretti dalle sfide che la vita gli ha posto davanti. Diversamente rispetto ai successi del passato - qui citati continuamente con ironia e delicatezza, su tutti la mitica partita di pallone sulla spiaggia di Tre uomini e una gamba - i tre protagonisti non sono più giovani in costante sfida per la conquista dell’amore di una bella e alla ricerca della propria identità, bensì sono ora mariti, padri, uomini in crisi, che quell’agognata identità, 38

dopo averla faticosamente raggiunta, l’hanno smarrita, complice un mondo che è cambiato troppo velocemente senza lasciar loro il tempo di comprenderlo. Aldo, afflitto da una malattia, sembra aver mollato gli ormeggi, lasciandosi andare a una sorta di ebete, gaio vitalismo. Giacomo, professionista di successo, vince nel lavoro ma non sa comunicare con la moglie e con il figlio, e l’unica gioia che sembra sfiorarlo è l’attesissimo arrivo dell’amata “flat tax” promessa da uno dei tanti governi “del fare”. Giovanni rappresenta la classe dei piccoli commercianti - possiede un negozio di famiglia - che più di tutte è stata colpita e denudata dalla globalizzazione prima e dalla crisi economica poi; un uomo che ha smarrito le proprie radici e che tenta disperatamente un colpo di reni. Dichiarate le premesse tutt’altro che leggere, la bravura di Venier, del trio e di Davide Lentieri e Michele Pellegrini in sceneggiatura, sta proprio nel trovare il giusto tono, il perfetto equilibrio tra sorrisi e riflessioni, citazioni e aggiornamenti, serenità estiva e angoscia per la nuova stagione che incombe, il tutto ben sorretto da un cast intonatissimo - molto brave anche le tre controparti dei comici, Maria Di Biase, Carlotta Natoli e Lucia Mascino, nel ruolo delle mogli e Michele Placido nel ruolo del divertente maresciallo della locale caserma dei carabinieri . e dalle azzeccate musiche di Brunori Sas. Odio l’estate, insomma, mostra con efficace, amara ironia un genere umano sempre più fragile e precario, indicando nella comunicazione, nello scambio, nella condivisione, una possibile via di fuga. Uscito nelle sale italiane nel gennaio 2020 con Medusa, il nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo ha incassato poco più di sette milioni di euro. Giorgio Federico Mosco


di Andrea Molaioli

BELLA DA MORIRE Origine: Italia, 2020

EPISODIO 1 Una ragazza, con un fischietto al collo, cammina lungo i bordi di una piscina, per poi immergersi nell’acqua; tenta di rimanere in apnea il più a lungo possibile ma, quando raggiunge il fondale e apre gli occhi, sente l’oscurità avvolgerla e la paura la costringe a risalire in superficie. il suo record di due minuti e 15 secondi rimane invariato. È stato l’ultimo tentativo prima di tornare nella sua casa d’origine a Lagonero: lì non farà immersione perché l’acqua buia è la sua unica paura. La ragazza (Eva) si reca a un centro commerciale, e mentre passeggia tra i negozi nota che si sta svolgendo una sfilata; si ferma a guardare una bellissima ragazza che passeggia, chiamata Gioia dal conduttore, e si accorge subito delle occhiate viscide di quest’ultimo e degli spettatori. Eva compra un orso per suo nipote Matteo, e mentre cammina si scontra con la modella di poco prima, che le rovescia del succo di mirtillo sulla maglia. Gioia, sentendosi in colpa, le regala la sua maglietta: le due si scambiano qualche parola, e il sorriso di Gioia rimane impresso nella mente di Eva. Eva arriva a casa della sorella dove riceve una fredda accoglienza dal nipote, che scaraventa il peluche fuori dal balcone. Rachele, la madre di Matteo si trova al karaoke, come ogni mercoledì: zia e nipote la raggiungono e le due sorelle, ritrovatesi, cantano insieme. Eva però, appena tornano a casa, rimprovera la sorella: è venuta a conoscenza delle disattenzioni che ha verso il figlio, e degli scontri avvenuti con maestre e mamme. Le sorelle iniziano un’accesa discus-

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sione dove Matteo prende le difese della madre e in cui si comincia a parlare del padre delle due, con il quale Rachele non vuole più avere rapporti. Eva dice che è tornata per aiutarla, ma Rachele la smentisce, accusandola di avere una vita più disordinata e triste della sua, dove l’unica fuga è la ricerca di uomini online. Eva risponde alla sorella rendendole nota la sua situazione disastrosa, e Rachele scoppia in lacrime, consapevole. Il giorno dopo Eva, che è un’ispettrice di polizia, va alla centrale locale (lì è nata e cresciuta) per essere inserita nell’organico e, mentre assiste a una discussione che cattura la sua attenzione, un giovane agente tenta di calmare un uomo sui sessant’anni; questi dice che la figlia non si presenta dal giorno precedente senza aver avvisato nessuno. Eva si intromette nella conversazione e gli consiglia di intervenire subito, mentre l’agente tenta di rassicurarlo senza prenderlo sul serio. il giovane la prende in disparte e arrabbiato la rimprovera: è l’ispettore Marco Corvi. I due discutono, ed Eva non evita di pronunciarsi sul suo modo di fare: il suo lavoro lo sta svolgendo male. Il questore Festi chiama Eva per il colloquio, esordendo con un avviso: lì non lavorano donne. È a conoscenza del fatto che Eva si occupa principalmente di femminicidi, e che i suoi colleghi la descrivono come ossessiva, ma competente. L’ispettore l’avverte che alla centrale non è desiderato nessun tipo di ossessione relativa ai casi di femminicidio: i problemi con gli uomini deve risolverseli a casa. Eva, guardandolo negli occhi, gli ricorda quanti casi di femminicidio si verificano ogni anno, quasi sempre a causa di uomini, facendogli capire che sono gli uo39

Produzione: Rai Foiction, Cattleya Regia: Andrea Molaioli Soggetto e Sceneggiatura: Filippo Gravino, Flaminia Gressi, Davide Serino Interpreti: Cristiana Capotondi (Eva Cantini), Matteo Martari (Marco Corvi), Lucrezia Lante Della Rovere (Giuditta Doria), Elena Radionicich (Sofia Scuderi), Benedetta Cimatti (Rachele Cantini), Margherita Laterza (Anita Mancuso), Gigio Alberti (Sergio Cantini), Paolo Sassanelli (Claudio Scuderi), Anna Ferruzzo (Tina Scuderi), Alessandro Bruni Ocana (Paolo Bonsini), Duccio Camerini (Questore Festi), Giulia Arena (Gioia Scuderi), Paolo Bovani (Federico), Lorenzo Ciamnei (Matteo Cantini), Fausto Maria Sciarappa (Ignazio Iurini), Denis Fasolo (Graziano Silvetti) Distribuzione: Rai 1 Durata: 52 minuti x 8 episodi Uscita: dal 15 marzo al 5aprile 2020

mini ad avere problemi con le donne. Così convince Festi, che decide di assumerla al fianco dell’ispettore Corvi. Prima di iniziare il lavoro, Corvi le rivela che erano stati compagni delle elementari, e che lui le aveva anche scritto una poesia, mai data. I due prendono la macchina e cominciano ad occuparsi della ragazza scomparsa. Lei è bellissima, aspirante modella, ballerina, attrice, conosciuta da tutti in paese, e ottima nella scelta di uomini ‘sba-


gliati’. Si dirigono dal suo agente ed ex amante, Graziano Silvetti. Arrivati in agenzia, Eva si rende conto che conosce Gioia Scuderi. I due poliziotti parlano con Graziano che si finge disinteressato e dichiara di non sapere nulla (era ad una festa con 100 persone). Rivela con nonchalance che il rapporto con Gioia è puramente sessuale per poi proporre a Eva di fare un provino, fissandola con insistenza. L’ispettore Corvi reagisce subito strattonandolo contro un muro e lo costringe a dargli i numeri delle altre ragazze dell’agenzia, negati in precedenza. Eva si reca dalla dottoressa Giuditta Doria per chiederle di occuparsi del caso. Le due hanno un dialogo aspro e diretto: Eva racconta del caso di Gioia, ma Giuditta pensa sia troppo presto per darsi da fare. Nonostante Eva le faccia capire che è importante, la dottoressa rimane irremovibile, accusandola anzi di insistere riguardo a qualcosa per cui non vale la pena, mancandole di rispetto e togliendole tempo. Eva se ne va a testa alta senza replicare e torna a casa. Mentre lavora, la sorella gioca a nascondino col figlio, ma dopo aver contato si mette a chattare con un ragazzo e non lo cerca; Matteo la insulta ed Eva, nel tentativo di raddrizzare la vita della sorella, stipula una nuova regola: ogni parolaccia un euro. Poi butta il telefono di Rachele nell’acqua per farle capire che sta sbagliando.

Nel frattempo, il padre di Gioia si confida con l’ispettore Corvi che per rassicurarlo si inventa una storia di una ragazza scomparsa e ritrovata; Eva, stanca a causa del lavoro, cerca un appuntamento online. Trovato qualcuno che le interessa, decide di incontrarlo in un bar; il ragazzo, quando si vedono, le regala un libro, ma Eva desidera solo staccare la mente dal caso ‘Gioia’, e gli chiede se vogliono spostarsi a casa sua. La mattina dopo Marco ed Eva vanno a casa della ragazza scomparsa; pongono diverse domande alla famiglia (padre, madre, sorella e relativo marito), e scoprono che Gioia aveva parecchi ‘amici’. Eva riesce a parlare con la madre di Gioia, protetta da tutti a causa dell’Alzheimer che la rende vulnerabile. La mamma di Gioia, non partecipe dell’ansia generale perché inconsapevole del fatto, accoglie Eva sorridente e la scambia per un’amica. Eva le pone alcune domande, e riesce a scoprire che Gioia e Graziano stavano insieme, ma che lei non era felice con lui. Alla fine Gioia, sotto consiglio della madre, lo aveva lasciato e lui si era arrabbiato: la madre lo definisce ‘un uomo non buono’. Eva consiglia alla famiglia di fare un annuncio in tv per ritrovare Gioia più velocemente, ma Marco non approva, convinto che così Eva gli causi solo inutili angosce ma lei ribatte dicendogli che è sincera e non gli dà false speranze. Giuditta vede l’annuncio in TV: sono passate 48 ore da quando è scomparsa Gioia. Eva ha incastrato Giuditta, che è costretta a firmare l’autorizzazione alle ricerche; ora si occupa del caso anche lei. Eva e Marco si recano al lago Nero per cercare prove, dato che spesso i corpi finiscono nei laghi. C’è, a ridosso del lago, la statua di una ragazza: è la dama bianca, protagonista di una leggenda che parla di una ragazza aggredita sulle sponde da un uomo. Marco ed Eva 40

hanno finali diversi: per Eva l’aggressore della ragazza e la ragazza muoiono trasportati dalle correnti del lago, per Marco solo l’aggressore muore, e la ragazza si salva. Successivamente Giuditta, Marco ed Eva si ritrovano a parlare del caso ‘Gioia’: Eva vuole dragare il lago con i sub, per cercare il corpo della ragazza. Marco esplicita che se la si cerca lì vuol dire che è morta e per questo sia lui che Giuditta non sono sicuri della ricerca; Eva però li convince: si è occupata di cinque casi di sparizione e tutte e cinque le ragazze sono morte uccise, abbandonate in posti sperduti. Iniziano le ricerche nel lago. A fine giornata i sub rientrano perché sta facendo buio ma Eva li costringe a finire il lavoro; hanno tutti paura, ma una ragazza (Claudia) si offre di immergersi; ritorna su quasi senz’aria dopo parecchio tempo, e sono costretti a chiamare i soccorsi. Il giorno seguente, Eva parla con Giuditta e le dice che è necessario guardare all’ultimo tratto, ma Giuditta le dice che è sbagliato darla per morta, come ormai stanno facendo tutti. Eva questa volta, dopo l’incidente, non riesce a persuadere i suoi collaboratori. Va quindi a trovare Claudia in ospedale con dei pasticcini e le fa compagnia; Claudia si scusa perché a causa del suo incidente le ricerche sono state interrotte: anche lei desidera che almeno il corpo torni sulla terra. Ma questa volta è Eva ad avere speranza. Eva e Rachele portano a scuola Matteo, il quale dice ad Eva che Gioia è zia di una sua compagna di basket. Eva consegna poi un nuovo cellulare a Rachele che lo accetta felicissima. Alla centrale di polizia, il padre di Gioia chiede a Marco se la figlia è morta, dato che la cercano nel lago, e di mettere fine alla sua angoscia dicendogli finalmente una verità. Marco promette di riportargliela viva ma Eva, dopo averlo preso in disparte, gli dice che ha


commesso un errore: non si può promettere qualcosa che non si è sicuri di mantenere. Eva gli domanda fiducia, e insieme si recano con una barca nel lago per dragarne l’ultima parte. Eva racconta a Marco la storia del fischietto: il padre glielo aveva regalato dicendole: “fischia e arrivo”, senza mai rispettare la promessa. Eva dichiara il suo record, dopo il quale Marco dovrà preoccuparsi, e si immerge senza bombole. Marco la lascia agli abissi del lago, dicendole di fischiare in caso di pericolo, perché lui accorra subito. Nel mentre, la vita attorno a Eva va avanti: Graziano riguarda le foto di Gioia piangendo, Matteo decide di riprendere l’orso regalatogli dalla zia, la sorella di Gioia si fa forza insieme alla sua famiglia dove, mentre la madre mostra la sua preoccupazione con un sorriso inconsapevole e un’apprensione verso le faccende domestiche (che le ricordano Gioia), il padre cerca di assistere la moglie e, nonostante l’apparente calma, non riesce a trovare pace, né a rassicurarsi, trovando solo un lieve conforto nella famiglia. Nel lago intanto Eva ritrova il corpo di Gioia, disperso tra i fondali. EPISODIO 2 Eva cerca di conoscere Gioia riguardando i vecchi filmati della sua infanzia, e nota una bambina felice, affezionata al padre. Quando scopre che Eva ha rinvenuto il corpo di Gioia, Giuditta ammette di aver sbagliato a non fidarsi di lei: è vero che le ragazze non scappano, ma si spera sempre lo facciano davvero. Eva conosce Anita, il medico legale che analizza il corpo di Gioia con un metodo di lavoro originale: instaura un dialogo con i cadaveri, come fossero ancora in vita. Anita ha scoperto che l’assassino l’ha strozzata, ma che, nonostante i tentativi dell’uomo, non ha subito violenze

sessuali perché lei ha lottato per impedirglielo. Tornata nel suo ufficio, Eva trova il padre con il suo cane, Moby Dick: è malato e il padre sostiene sia stato avvelenato dal vicino; chiede quindi a Eva di risolvere il caso, ma Eva rifiuta perché impegnata nel caso di Gioia. Intanto, la macchina di Gioia è stata trovata carbonizzata in una stradina di campagna. Eva è riuscita a ricostruire l’ultima giornata di Gioia: ha salutato il padre la mattina, nel pomeriggio si è recata dalla sorella, dopodiché nessuno l’ha più vista; il suo agente dice di non averla incontrata, e ha un alibi: era ad una festa e ci sono delle foto. Tuttavia Eva, diffidente dell’uomo che già aveva mentito riguardo al suo rapporto con Gioia, vuole rincontrarlo. Inoltre si ricorda di un particolare emerso dalla chiacchierata con la sorella di Gioia: prima di uscire dal giardino l’ha vista salutare un vicino, Guido; Eva e Marco si recano da lui, che racconta del rapporto ‘amichevole’ che aveva con Gioia, fatto di battutine da parte sua e risate da parte di Gioia. Dice poi che quel pomeriggio ricorda di averla vista svoltare su una strada. I due ispettori capiscono presto che l’uomo non è coinvolto nell’omicidio, ma quando questo avverte di dover partire a breve, Eva lo obbliga comunque a cancellare la sua vacanza per rimanere reperibile. Si fermano a fare benzina a un distributore vicino casa di Gioia, ed Eva nota alcuni ragazzi di colore intorno che bevono; chiedono quindi i video delle camere di sorveglianza al negozio a fianco, e scoprono che uno di questi si è avvicinato a lei e le ha parlato, ma a parte qualche parola scambiata e la leggera insistenza del ragazzo, tra i due non è avvenuto nulla, Gioia è ripartita in macchina tranquillamente. Egli però potrebbe averla seguita: i due decidono 41

di cercarlo. Intanto, il padre vede il corpo di Gioia e ricorda alcuni momenti dell’infanzia della figlia: quando lo aveva visto sparare agli animali aveva pianto e gli aveva fatto giurare di non sparare più. In palestra la sorella di Eva incontra Sofia, la sorella di Gioia durante una partita di basket: i due figli giocano insieme, e Rachele si offre di tenere Camilla, nipote di Gioia. Nel frattempo a casa di Gioia la mamma sfoga un’ansia che non si spiega attraverso l’ossessivo ordinare e pulire. Il marito però perde la pazienza con lei che è ancora convinta che la figlia sia viva. La sera Marco si trova in un bar dove gioca, beve e chiacchiera con alcuni amici: questi gli chiedono dell’indagine e della nuova collega. Tutti insieme decidono di fare un brindisi e un applauso in onore della luminosa Gioia. Eva invece, dopo aver giocato con suo nipote e Camilla, tenta di porre delle semplici domande alla bambina, che si mostra propositiva; ma Rachele interrompe la conversazione per dire che esce con un ragazzo conosciuto da poco. Lascia così Eva da sola con i ragazzi, nonostante si fosse presa l’impegno di tenerli entrambi. Eva riceve però una chiamata imprevista ed è costretta ad andarsene; obbliga quindi perentoriamente Rachele a rimanere a casa con i bambini. Il disturbo di Tina è diventato ansioso e preoccupante: Eva si trova a doverla fronteggiare mentre ansima in crisi, perché desidera vedere Gioia per darle una cosa. Eva riesce a calmarla e la porta dalla figlia; lì


la madre le lascia una lampadina: piangendo, spiega che Gioia ha paura del buio. Marco è ancora al bar a parlare con un amico dal quale scopre dove alloggiano i ragazzi che si aggirano attorno al benzinaio. L’amico è brillo e comincia a inveire contro di loro, i quali hanno infastidito anche la figlia, dicendo che non si meritano nemmeno un lavoro; tocca poi tasti dolenti per Marco, riguardo la sua vita solitaria, e lui, infastidito dall’atteggiamento dell’amico, lascia il bar. Si reca quindi alla casa vicino al lago, e lì trova il ragazzo che cercavano, e dei coltelli. Lo insegue finché riesce a portarlo in commissariato dove si scopre che è già stato schedato e dove subisce un interrogatorio: il ragazzo (Amir) parla solo in francese e non è molto chiaro, ma riconosce Gioia. Eva, preoccupata, rimprovera Marco per aver corso un tale pericolo e gli chiede di non farlo più; Marco, in risposta, le recita la poesia che alle elementari aveva scritto per lei, ed Eva sorride. In quel momento entra l’avvocato d’ufficio che consiglia all’interrogato di non proferire più parola. All’uscita i giornalisti assalgono i due agenti e il sospettato, e il capo della polizia dichiara alla tv che Amir è il principale sospettato ma che stanno continuando a indagare. Eva si reca dove il padre di Gioia soleva sparare, e lo trova con il fucile in mano, arrabbiato, che tenta di sfogarsi: non capisce perché la polizia abbia lasciato andare il ragazzo, ed è convinto che l’assassino sia lui. Ma Eva gli spiega che non hanno prove, e che lui è

solo un indiziato. Il padre di Gioia ricorda che la figlia diceva che gli animali non meritano di morire e così non lo meritava lei, ma ci sono i predatori, gli assassini, e loro meritano di morire. Eva prende il fucile e spara, e consiglia all’uomo di tornare dalla sua famiglia, perché nessuno merita di morire; ma questi, sparando, dichiara di non averne più una ed Eva lo lascia solo. La sera Marco incontra l’amico con cui discuteva al bar, che lo avverte che si occuperà lui del ragazzo scagionato, se la polizia non interviene: ha paura importuni sua figlia, ed è arrabbiato perché è libero. Marco reagisce in modo brusco, e lo invita ad andare a casa, dicendo che non può fare niente. Invita poi Eva a prendere una birra, ma questa rifiuta, perché si trova in un bar ad aspettare un ragazzo conosciuto online. Ma quando questo arriva lo abbandona con una scusa e torna a casa. A un tratto nota la maglietta regalatale da Gioia, e la indossa per poi andare da Marco; i due si baciano con passione ma, alla fine della serata, Eva si fa promettere che fra loro non cambierà nulla. Eva decide poi di recarsi da suo padre che gli annuncia che il cane è morto. Si offre allora di occuparsi del caso, e i due ricordano con malinconia l’infanzia di Eva e il cane: Eva consola il padre e gli fa capire che la presenza amorevole di Moby Dick non è stata vana. La mattina dopo Amir non si trova; si pensa sia scappato e alla riunione tra gli agenti il questore Festi lo chiama ‘assassino’ ed Eva non esita a correggerlo. La polizia si mette subito all’opera per ritrovarlo ma, arrivati alla casa del ragazzo, la trovano sottosopra, e ancora colma delle sue cose. Dopo aver riferito la scoperta al sovrintendente, Eva si scusa con lui per l’intervento fatto in mattinata, ma egli le risponde che gli importa solo che faccia il suo lavoro, non delle sue scuse o dei suoi interven42

ti. Marco le comunica poi che forse sa dove trovarlo, ma che non può dirle nulla: si reca quindi dai suoi amici per sapere cosa hanno fatto ad Amir, ma questi gli dicono che non l’hanno toccato perché sanno che è innocente: la notte che Gioia è stata uccisa stava lavorando da uno di loro ma non possono dichiararlo perché il lavoro era in nero. Marco se ne va innervosito e avverte Eva che il ragazzo non è colpevole. Eva intanto si è recata dal padre di Gioia, sospettosa: lì trova infatti Amir, legato a una sedia sotto la supervisione di Claudio e del suo fucile. Tenendo la pistola in mano, riesce a convincere Claudio a non fare niente: il ragazzo ha un alibi. L’uomo, fuori di sé dal dolore, si punta il fucile al mento, ma Eva gli ricorda che ha ancora una famiglia; lui le consegna il fucile e crolla ai suoi piedi piangendo, ed Eva gli promette di prendere chi ha ucciso Gioia. Gli consiglia poi di nascondere la cosa ai famigliari, e libera il ragazzo. Eva non racconta a nessuno dell’accaduto, e porta Amir all’ospedale. Tornata a casa trova Rachele affranta: il ragazzo che aveva conosciuto è sposato, e tutte le illusioni che si era fatta sono andate in fumo. Matteo consola la madre ed Eva li lascia soli; riguardando una foto si ricorda di Moby Dick e decide di vendicarlo liberando gli uccelli del vicino che ha avvelenato il cane. Anita scopre che Gioia era incinta, e lei, Giuditta ed Eva decidono di impegnarsi nel darle giustizia ad ogni costo. EPISODIO 3 Un video mostra Gioia che fa un discorso a un matrimonio: parla d’amore, della ‘persona giusta’ e di sapersela tenere stretta. Eva è nel suo ufficio, e nel vedere Marco andarsene gli va incontro per chiedergli cosa c’è che non va e proporgli di uscire per parlarne ma Marco è sfavorevole. Eva gli rinfaccia allora che continua a evi-


tarla a causa dell’intimità vissuta la notte precedente ma lui svia l’argomento ed Eva se ne va. Nel frattempo, in una casa sconosciuta, un uomo guarda una foto di Gioia piangendo; la moglie, cieca, se ne accorge e gli domanda spiegazioni: questi le mente ma la donna lo nota. Le dice allora che deve confessarle una cosa. Anita, Giuditta ed Eva si ritrovano per parlare del caso e Anita chiede più tempo per analizzare il cadavere; sono però costrette a riconsegnarlo alla famiglia. Intanto in Eva sorge l’idea di identificare il padre del mancato nascituro: pensa subito al vecchio agente di Gioia. Per scoprire se lui è il padre ideano uno stratagemma: viene fermato dalla polizia, che lo assiste mentre fa il test alcolico e dopo aver ottenuto la saliva che serve per scoprire se sarebbe diventato padre la consegnano a Marco. Dopo aver portato il DNA all’analisi Marco parla a Eva e le confessa che se è stato così fuggitivo era perché ci sono cose che lei non sa ma Eva lo ferma subito, dicendogli che non deve in alcun modo giustificarsi; chiede però che ci sia rispetto e gentilezza reciproca. Il dialogo viene interrotto dall’arrivo di una coppia che dice di avere informazioni su Gioia: sono i due che discutevano della foto la mattina stessa. L’uomo (Lorenzo) confessa ad Eva che lui e Gioia avevano avuto una relazione nei mesi passati, e che il giorno prima che lei fosse assassinata, si sarebbero dovuti incontrare ma lei non è mai arrivata. Nessuno può confermare che fosse nel luogo indicato alle 21: 00. Viene quindi richiesto all’uomo di fare l’esame del DNA: Eva rivela che Gioia era incinta e la moglie, che finora era stata pazientemente accanto al marito tenendogli la mano, si sposta, costernata. L’uomo va a fare il test nonostante le iniziali proteste (nega sia possibile fosse il padre, e dice che era stata una cosa non seria) e la moglie si

apre con Eva: ha scelto di fidarsi di quell’uomo, che sempre le è stata accanto aiutandola nella sua disabilità. Egli non può essere un assassino, seppure è un traditore: è difficile scegliere di chi fidarsi, soprattutto per una persona non vedente, e lei sente di non essersi sbagliata. Eva le dà la sua parola che non penserà automaticamente a lui come assassino della ragazza. Tornata a casa, Eva trova la sorella e il nipote intenti a preparare le decorazioni e gli inviti per la festa del piccolo: Rachele vuole dimostrare che è una buona madre alle altre mamme e a se stessa ed Eva gli dà una mano. Intanto arrivano i risultati del test del DNA: Eva va a prendere Lorenzo e si ferma a parlare con lui in strada. Sapeva bene che Gioia era incinta ma non voleva distruggere sua moglie. Eva sospetta quindi che abbia ucciso Gioia per nascondere tutto alla moglie, ma lui con espressione grave e misera, racconta il suo amore per Gioia, definendola un angelo contagioso; quando aveva scoperto che era incinta di lui, era più che felice di condividere una cosa così bella con colei che amava. Così avevano deciso di tenere il bambino per crescerlo insieme. Eva ascolta in silenzio, per poi chiedergli di seguirla fuori: si recano in un ristorante dove ad aspettarli c’è Marco, a fianco dell’agente-ex di Gioia. Graziano e Lorenzo si fronteggiano immediatamente: Graziano dice di conoscerlo bene e racconta come lo descriveva Gioia: un uomo sposato in cerca di affetto e illuso che lei fosse la donna giusta. Quando rivela che lei voleva abortire, Lorenzo perde le staffe, fermato solo da Marco. Lorenzo lo accusa di aver massacrata di botte la ragazza ma Graziano gli dice che lui c’era sempre per lei e che Lorenzo era solo un’occasione per renderlo geloso. Graziano accusa Lorenzo dell’omicidio e se ne va indispettito. 43

Eva, Anita e Giuditta si ritrovano a un bar. Anita scambia una lunga occhiata con il cameriere, ma rivela ad Eva che il suo cuore appartiene già al suo professore di tesi. Dopo aver chiacchierato, le tre analizzano insieme il caso, e arrivano alla conclusione che i due uomini, in base ad orari e moventi, potrebbero entrambi aver ucciso Gioia (Graziano dalle 20 alle 21, Lorenzo dalle 21 alle 23). Devono quindi restringere il campo in base all’orario, è l’unica che può farlo è Anita: ha però bisogno di più tempo per analizzare il corpo. Eva e Giuditta dovranno quindi chiedere di rimandare il funerale. Eva torna a casa e trova lì suo padre che le porge un regalo da dare al nipote; lei rifiuta e lo incita ad andare a trovarlo di persona, nonostante la madre glielo impedisca. Eva va poi a trovare Anita e la incoraggia: ha chiesto aiuto al professore ma non le risponde e non sa come fare, ma Eva si fida di lei. Giuditta ed Eva si recano dalla famiglia di Gioia per convincerli a tenere qualche giorno ancora il corpo. Ma questi, afflitti dal dolore, non riescono più a reggere: vogliono dirle addio. In quel momento arriva una telefonata di Anita, che chiede se Gioia era solita prendere una medicina e così conferma la famiglia. Mentiva dicendo di prendere vitamine mentre quotidianamente assumeva un anti-depressivo, preso da molte modelle (fluoxatina). Anita ha trovato qualcosa, ma non ha tempo di spiegare. Intanto Matteo e Rachele attendono gli invitati alla festa di


compleanno ma nessuno arriva: e Matteo, triste e arrabbiato, sbotta, trovando la causa del fallimento della festa nella madre che tutti credono sia matta e sola. Rachele sente suonare il citofono, e si aspetta di trovare un invitato: ma davanti ha il padre con un regalo in mano. Rimane sbigottita, e amareggiata ulteriormente da Eva che le dice che è stata lei ad invitarlo e che si devono riconciliare perché erano quelli legati;lei caccia entrambi: nessuno di loro c’è stato per i 10 anni in cui lei se l’è cavata da sola e ora pensano di rimediare. Mentre Eva e il padre discutono, Rachele esce disperata perché non trova il figlio ed Eva immediatamente l’aiuta a cercarlo; Rachele impedisce di entrare al padre ma lui entra ugualmente e quando viene trovato Matteo il nonno lo convince ad uscire dall’armadio raccontandogli una storia. I quattro festeggiano insieme, e rallegrano Matteo: il nonno gli ha regalato un hoverboard e la famiglia non aspetta a provarlo. Rachele ricorda che questo si può usare solo in un giardino come quello del nonno, a cui sorride. Anita riceve le analisi: Gioia alle 21 era già morta. Eva si reca a casa di Lorenzo e sua moglie per annunciare alla donna che Lorenzo è innocente. La donna le chiede consiglio su cosa fare ora con il suo matrimonio e, piangendo, le esterna i suoi sentimenti. Alla

domanda se un errore basta a definire una persona, Eva risponde sì; spesso si perdona perché si è deboli. Eva riguardando il video di Gioia al matrimonio, analizza nuovamente il caso. Nel frattempo Anita riceve una chiamata dal professore e gli propone di vedersi. La moglie di Lorenzo decide di chiudere per sempre con il marito e, anche nella sofferenza, trova il coraggio di mandarlo via. La sera Eva si presenta a casa di Marco e gli confessa cosa prova per lui: vuole stare con lui e conoscerlo. Marco allora la conduce nel suo più vergognoso segreto: partecipa ad assemblee che riuniscono ‘uomini maltrattanti’. Tra essi, Marco racconta l’avvenuto: anni fa ha picchiato la sua compagna, dopo una serie di controlli opprimenti esercitati su di lei, per paura di perderla. Era sempre arrabbiato e quando lei decise di andarsene lui per la rabbia, la spinse fino a farla cadere dalle scale. Lei mentì ai medici, dicendo che era caduta, e loro le credettero. Ma Marco sapeva la verità, la sua intenzione era farle del male; tuttora rivede la scena, ci pensa e se ne pente, ma soprattutto ha paura: sente che si sta nuovamente innamorando, e la paura gli provoca un dolore tale da impedirgli di fare qualsiasi cosa. Mentre parla guarda Eva, che è rimasta ad ascoltare fuori dalla porta; alla fine del discorso, se ne va sconvolta. EPISODIO 4 Un video mostra Gioia coperta di lividi: parla a se stessa e si ammonisce di non dimenticare quello che lui le ha fatto, e di non perdonarlo. A casa di Rachele le sorelle, sommerse da lavoro, non sanno a chi lasciare Matteo; decidono quindi di affidarlo al nonno. Eva arriva al lavoro dove la accoglie Marco con un sacchetto di dolci; le chiede cosa sarebbe successo adesso, ma Eva lo ringrazia e cambia 44

discorso; Marco le ripete allora che si sta innamorando di lei. Ma Eva gli risponde che lei non si sta innamorando e che si recherà da sola da Graziano. Marco se ne va scombussolato, notando come lei non esiti mai a dire la verità, pur se dolorosa. Eva presenta a Graziano un mandato di comparizione e gli comunica che dovranno fargli alcune domande in commissariato; nota che le modelle del casting non sono tutte maggiorenni e si accorge anche che la segretaria di Graziano presenta lesioni sul collo. Va poi a prendere il nipote alla partita di basket dove incontra Sofia che le racconta come la figlia subisca il peso della morte prematura della zia e che è preoccupata per suo padre, che è senza vita: Gioia era la sua figlia preferita. Eva domanda alla donna quale idea aveva della relazione tra la sorella e Graziano e lei risponde che non le piaceva ma non lo conosceva: il padre invece lo odiava e non era contento che Gioia volesse lavorare in tv. Eva le chiede se avesse mai avuto l’impressione che Graziano fosse violento con Gioia: una volta aveva avuto male a un gomito per diverso tempo, ma non voleva andare al pronto soccorso. Il gomito era viola e quando Sofia si preoccupava della ferita, Gioia si arrabbiava: una volta le disse ‘chi vuole aiutare lo fa e basta’. Anita, Giuditta ed Eva si ritrovano al caffè per parlare della violenza subita da Gioia. Anita dice però che non c’è modo di dimostrarla: le ferite potrebbero appartenere a qualunque momento della sua vita. Eppure sul gomito ha trovato qualcosa; per dimostrarlo c’è bisogno delle analisi cliniche di Gioia, ma Eva non è riuscita a ottenerle dai medici. Giuditta allora le confessa che le persone non si aprono con lei perché le mette in soggezione ed Eva decide di chiedere aiuto a Marco che riesce a recuperare le cartelle cliniche di Gioia: l’infermiere ha confermato


quanto sospettato da Eva, anch’egli non aveva nessun dubbio che avesse subito una violenza. Eva dice a Marco che ha deciso di andarsene subito dopo aver concluso il caso: non è solo a causa sua, sua sorella sta meglio e non ha più bisogno di lei. Tornata a casa, Eva non trova Matteo: è a casa del nonno e la madre ne è gelosa ma Eva la tira su di morale facendole cantare canzoni della loro infanzia. Il giorno dopo Giuditta ed Eva interrogano Graziano che è affiancato dal suo avvocato: Eva si dimostra immediatamente aggressiva e continua ad accusarlo, convinta che egli l’abbia uccisa oltre ad averla maltrattata, fatto dimostrato dalle frequenti visite all’ospedale di Gioia accompagnata da lui. L’avvocato fa notare che non ci sono state denunce e che nessuno può testimoniarlo. Quando Graziano nega di averla picchiata, Eva comincia a gridare ma Marco la porta via. Giuditta continua quindi l’interrogatorio e chiede all’uomo dov’era prima delle 21; egli risponde che era in agenzia ma nessuno può attestarlo. Si mette poi a piangere dicendo che se qualcuno non l’avesse uccisa ora starebbero ancora insieme; Eva resta comunque dell’idea che Graziano le stia prendendo in giro. Ma Giuditta le fa notare che essere un uomo violento non vuol dire essere un assassino e che non hanno nessuna prova per accusarlo. Rachele intanto telefona al nonno e chiede di parlare con il figlio ma questi non glielo passa; decide quindi di andare via dal lavoro per andarlo a prendere. Rachele, arrabbiata, porta via il bambino e dice al padre che non è giusto che lo veda, che la colpa è sua e lascia la villa. Mentre Rachele sorride al figlio si distrae dalla guida e va fuori strada. Nel frattempo gli agenti tengono Graziano in fermo; il suo avvocato è andato a fare una telefonata e presto arriva un’anziana signora che l’avvocato

dichiara essere una testimone. In quel momento Eva viene chiamata urgentemente: sua sorella e il nipote hanno avuto un incidente stradale. Eva trova Rachele distrutta e cerca di consolarla. Tra le lacrime Rachele racconta ad Eva il suo più grande segreto: 10 anni prima è stata violentata, e il padre lo sapeva ma l’ha convinta a non sporgere denuncia per non rendere noto il fatto e desiderava che abortisse; Rachele non le ha detto niente perché si vergognava e pensava l’avrebbe giudicata ma è per questo motivo che non riesce a vedere il figlio accanto al nonno. Eva, dispiaciuta di non esserle stata al fianco, le dice che mai l’avrebbe giudicata e che non deve vergognarsene. Così le due sorelle si abbracciano consolandosi fra loro. I tre tornano a casa: Matteo ha il braccio ingessato e cerca di nascondere il dolore alla madre ma questa se ne accorge, e, abbattuta e arrabbiata con se stessa, si racchiude nel dolore. Eva chiama Giuditta: il fermo è saltato perché la signora delle pulizie ha testimoniato di aver visto Graziano quella sera. Ora l’uomo ha un alibi e hanno dovuto lasciarlo andare. Eva spegne il telefono a metà telefonata fumante di rabbia. Intanto Anita dice addio a Gioia: la trucca come meglio può e la lascia andar via tristemente. Al funerale di Gioia, Sofia tiene un discorso per commemorarla: tutti si commuovono, compresa lei stessa, nel ricordare i bei momenti passati insieme. Afferma di sentire che un giorno si rincontreranno. All’uscita dalla chiesa, Eva vede da lontano Graziano e, furiosa, gli corre incontro e gli grida di vergognarsi. Marco la ferma e la allontana e, mentre la rimprovera, Eva lo bacia; se ne va dicendogli che anche lei si sta innamorando. Eva si reca da Giuditta per chiederle l’autorizzazione per risentire la testimone di Graziano e la trova 45

in un dialogo più che amichevole con un collega. Appena questi se ne va, Eva le dice ciò che pensa: trova squallido tradire chi si ama e lei, che ha sempre elogiato il marito, è un’ipocrita. Giuditta le fa capire che per una donna della sua età è difficile sentirsi bella o desiderata. Eva si scusa per aver esagerato e, dopo averle detto che la testimonianza era chiaramente falsa, dato che è un alibi che nemmeno Graziano sapeva di avere, riceve su fiducia l’autorizzazione dalla donna. Eva inizia a interrogare la testimone, donna delle pulizie di Graziano. Le chiede dei particolari ma presto assume un tono perentorio, quasi aggressivo e diventa insistente: vuole sapere esattamente ogni cosa ma la signora non è in grado di ricordare e non riesce a risponderle. La sera, Anita è pronta per l’appuntamento con il professore: va a casa sua e iniziano a parlare bevendo whisky. Quando Anita osa avvicinarsi un po’ a lui, arriva un ragazzo: i due si baciano e il professore le dice che è gay e Anita, imbarazzata e triste, se ne va immediatamente. Mentre torna a casa piangendo, incrocia il cameriere del bar che, vedendola, si ferma a consolarla, e le chiede di passeggiare insieme. Anita sorride. Eva va da Marco all’alba e gli annuncia che la signora delle pulizie ha ritrattato, presto arresteranno Graziano. Ma non si trova lì per questo: gli confessa che non pensa si possa cambiare e, poiché lui ha picchiato una donna, non può innamorarsi. Lui le dice che si


sbaglia ma Eva torna a casa. Qua trova la sorella affiancata da una valigia pronta: Rachele ha bisogno di allontanarsi qualche giorno per fare ordine nella testa e le chiede se può lasciarle Matteo: Eva l’abbraccia, acconsentendo. Intanto, Graziano viene arrestato, e Giuditta racconta al marito ciò che ha fatto e lui decide di perdonarla. Anita e il ragazzo del bar (Kevin) hanno dormito insieme, e lei sorride al suo fianco. Marco sfoga la sua rabbia e i suoi rimpianti in un campo da football, prendendo a pugni dei sacchi, mentre il nonno di Matteo riguarda le foto insieme alla famiglia sorridendo; Rachele spiega al figlio i motivi della sua partenza e lui l’accetta tristemente. Chiede poi a Eva di non andarsene, e lei promette di restare. Eva va a trovare Gioia al cimitero e, piangendo, immagina di vederla di fronte a sé che la guarda con tono di rimprovero. Eva chiama Giuditta per farle vedere la registrazione dell’interrogatorio con la testimone: le ha gridato addosso fino a terrorizzarla a tal punto da indurla, piangente, a confessare la verità. Giuditta la guarda sconvolta. EPISODIO 5 Un video mostra Gioia con Graziano: Gioia tenta di registrare un momento in cui Graziano è dolce, convinta che lui sia buono a dispetto di come si mostra e di ciò che credono gli altri ma lui non si trova a suo agio, e pensa che lei non lo conosca.

Graziano è in carcere; nel cortile, un uomo lo accusa dell’omicidio dicendo che ha ammazzato la sua fidanzata perché stava anche con altri uomini e quando Graziano lo ammonisce di non parlare di lei l’uomo lo picchia. Le guardie lo fermano, ma del sangue scende già dal volto di Graziano. Intanto, Marco va a fare una perquisizione da un piccolo spacciatore insieme a un agente; mentre controlla la casa, trova distesa sul letto una ragazza che conosce bene: è la figlia di un suo caro amico. Anita, raggiante, racconta a Eva del suo appuntamento con Kevin ma Eva sembra assente. Le sorride e le dice che è contenta, ma Anita, accortasi dello strano umore dell’amica, la lascia andare. Eva va da Giuditta e le chiede una mano per riaprire il caso: se la testimone ha smentito la sua testimonianza solo perché l’ha indotta a farlo, Graziano è innocente e il vero assassino è ancora in giro. Ma Giuditta le risponde che mai ha visto una cosa del genere, e mai se la sarebbe aspettata da lei: l’unico modo per riaprire il caso è mostrare il video dell’interrogatorio e porre fine alla carriera di Eva. Eva decide quindi di recarsi da Graziano per parlargli: in carcere gli chiede di dirle esattamente cosa ha fatto il giorno della morte di Gioia. Graziano le risponde che era strafatto di cocaina, psicofarmaci e altro: aveva chiamato il suo spacciatore ma questo non era riuscito a venire. Oltre ciò, non ricorda niente se non sogni irreali e confusi. Accusa Eva di averlo condannato ingiustamente ma lei ribatte che uno che picchia ogni donna con cui ha una relazione non ha alcun diritto di fare la vittima. Graziano, con tono di supplica, le dice che se resta lì lo ammazzano ma Eva se ne va senza replicare. Arrivata a casa, incontra suo padre sulla soglia: lo affronta arrabbiata, dicendogli che sa tutto 46

e incolpandolo di non aver fatto niente. Lui le risponde che affrontare una denuncia di molestia sessuale porta molte conseguenze, tra cui i giudizi delle persone, le quali accusano la vittima di essere colpevole. Ma Eva sospetta che questo sia in realtà il suo giudizio e il padre se ne va senza parole. Marco aspetta che l’amico esca di casa per andare a parlare con la ragazza (Miriam) trovata il giorno prima nel letto dello spacciatore. Lei gli confessa tutto: l’uomo le passava fumo e pasticche e una volta gli aveva chiesto di portare della cocaina a un cliente: Graziano. Lei arrivata a casa sua, l’aveva visto strafatto, ne aveva avuto pietà e se n’era andata. Marco l’avverte di non fare mai più cose del genere: la prossima volta l’arresterà. Poi, riferisce tutto a Eva: Graziano è innocente ma la ragazza non può testimoniare, perché è minorenne e stava compiendo un’azione illegale; inoltre è la figlia di un suo caro amico. Bisogna trovare un altro modo: la colpa dell’arresto di Graziano è loro. Ma Eva ribatte che è colpa sua e che è lei a dover risolvere la cosa: decide quindi di rubare la registrazione dell’interrogatorio dall’ufficio di Giuditta. Appena Giuditta si accorge che il video manca la va a trovare a casa preoccupata, giurandole che non è stata lei a pubblicarlo, ma Eva la rassicura: è stata lei a diffonderlo nel web, così da poter riaprire il caso. Il giorno dopo Eva è chiamata nell’ufficio del questore Festi che la sospende a tempo indeterminato; la lascia però andare via con una stretta di mano: Giuditta gli ha detto ciò che ha fatto, nessuno avrebbe riconosciuto il proprio errore per porvi poi rimedio giocandosi ogni cosa. Eva saluta Giuditta e Marco e abbraccia quest’ultimo affidandogli il caso. Eva va a prendere il nipote e gli concede di esprimere qualsiasi desiderio: Matteo chiede di chiamare la madre. Rachele si trova


nel paese dove il padre di Matteo ha messo su una nuova famiglia: lei lo osserva, dicendo al figlio che deve sistemare una cosa. In una riunione a proposito dell’interrogatorio eseguito da Eva, Giuditta dà le dimissioni dal caso, assumendosi tutte le responsabilità. Eva si reca immediatamente da lei, arrabbiata che l’amica debba subire un’ingiustizia di cui non è colpevole. Ma Giuditta sa che lei è l’unica che può risolvere il caso e le due si abbracciano commosse. Giuditta, dopo aver raccontato tutto al marito, tenta con lui di ricominciare daccapo. Ma mentre si preparano a una serata romantica, suona al citofono il vecchio amante di Giuditta (Ignazio Iurini): i due parlano di ciò che è avvenuto al congresso, lui sa che la colpa è di Eva. Ma Giuditta è tranquilla; sa che lui diventerà l’ufficiale responsabile del caso perché è stata lei stessa a consigliarlo e gli chiede di collaborare con Eva. Ma quando lui dissente, Giuditta, convinta dell’eccezionale bravura di Eva, decide di ricattarlo: se non si fa aiutare, racconterà a tutti del loro rapporto, convincendoli che ha ottenuto il posto solo grazie a lei. Eva arriva alla centrale e trova la donna delle pulizie che ha subito il suo interrogatorio; le due si guardano finché la donna non entra in un ufficio. Ignazio raggiunge Eva, che gli chiede se sarà riammessa; egli mette subito in chiaro che lei non le piace e non si fida, e che deve eseguire i suoi ordini; le dice poi di attenderlo nel suo ufficio e, dopo l’interrogatorio alla donna, la raggiunge: la signora non ha ritrattato, ha detto la verità ad Eva, e nonostante il modo meschino attraverso cui si è venuta a sapere la cosa, l’uomo giusto è in prigione. Eva sa che non è così, e si rivolge a Marco: insieme, vanno da Miriam, perché se la verità può emergere è solo grazie alla sua testimonianza. I due le parlano ed Eva le spiega

la situazione: gli errori si possono commettere, ma a questi si deve porre rimedio. L’assassino di una ragazza è ancora in giro, e non importa cosa la spinga a farlo, ma deve raccontare ogni cosa a suo padre, e venire a testimoniare alla polizia. Miriam dice ai due che lo farà ma che il padre non esiterà a picchiarla. Arrivata a casa Eva la raggiunge e ammonisce il padre: la figlia sta per raccontargli una cosa che lo farà arrabbiare e lui giustamente si arrabbierà, ma non può metterle le mani addosso o se la vedrà con lei. Tornata in macchina, Eva chiede a Marco cosa deve fare e lui le risponde che deve andare alla riunione per uomini violenti; ma Eva lo corregge: uomini maltrattanti. La sera, Marco si presenta a casa di Eva con birre e documenti riguardanti il caso: vuole ricominciare a lavorare con lei. Inizia a parlare velocemente, in agitazione, cercando di convincerla che insieme collaborano molto bene, e sorride quando Eva acconsente, calmandolo. Presto Eva si addormenta e Marco, dopo averle messo una coperta sopra, se ne va. Giuditta intanto ha preparato una piccola sorpresa al marito: una torta fatta da lei, per festeggiare un nuovo inizio. È il primo giorno in cui Giuditta non lavora, ma non ha ancora accettato la pensione anticipata che le hanno offerto. Ma ora non le importa, vuole parlare di lui: gli chiede come sta, ed egli risponde che è un periodo pieno di rabbia e tristezza, ma che, nonostante ciò, il suo amore per lei non è diminuito. La mattina dopo Miriam ha detto ciò che sa alla polizia e si allontana dalla centrale abbracciata al padre. Nel frattempo, Eva va a prendere Graziano fuori dal carcere e si scusa con lui; nonostante il reciproco disprezzo, i due si rispettano: nessuno è venuto incontro a Graziano, e lui le è grato di essersi presentata. Eva gli intima di non 47

maltrattare più le donne, e lui dice di aver imparato la lezione. Prima di separarsi, Graziano la incoraggia a trovare l’assassino che ha ucciso la donna che amava. EPISODIO 6 Un video mostra Gioia intenta a registrare al compleanno di Paolo Bonsini, il marito di sua sorella. Passa tra gli invitati e li fa salutare, finché, sorridente arriva da lui; dopo aver salutato, egli pensa che la telecamera sia spenta e fissa lo sguardo su Gioia. A casa di Sofia, il marito sta per accompagnare la figlia a scuola e nota il rossetto della moglie; padre e figlia si allontanano, e Sofia attende che i due non si vedano più per entrare in casa a sistemarsi: si scioglie i capelli, mette i tacchi e scopre il vestito. Qualcuno suona alla porta, e un uomo entra appena Sofia gli dichiara che è sola; le dice che è bellissima e la bacia, ricambiato dalla donna. Marco, Eva e Anita, analizzano ciò che lei ha trovato nel corpo di Gioia: vernice gialla nelle unghie, legno nella pelle, calce fra i capelli. Potrebbe essersi autodifesa ma niente può confermarlo. A Eva arriva una chiamata che la costrin-


ge a recarsi a scuola di Matteo e Marco l’accompagna. I genitori di Camilla si trovano nell’ufficio della palestra insieme all’allenatrice che racconta ciò che è avvenuto: ha sorpreso Matteo mentre teneva Camilla per le spalle e la baciava. La bambina è poi scoppiata a piangere e Matteo ha ammesso di averla obbligata. Sofia è tranquilla e dice che non l’avrebbe nemmeno chiamata ma il marito accusa il bambino e la madre: Matteo non può più vedere Camilla. Eva ribatte allora che cambieranno palestra e porta via Matteo senza guardarlo. Eva, Marco e Matteo si recano poi al negozio di vernici e, mentre attendono il proprietario, Marco chiede ad Eva di essere comprensiva e di non dare per scontata la versione dei fatti raccontata nella palestra; ma Eva risponde che non ci crede affatto: suo nipote è il maschio migliore del mondo, non farebbe mai una cosa del genere. I due agenti interrogano il proprietario riguardo alla vernice: non è stata comprata da nessuno recentemente ed è tipica di asili e camerette. Eva torna a casa con il nipote e a cena gli chiede di raccontarle la versione vera dei fatti: Matteo racconta che Camilla da quando è morta la zia dice cose strane, come il fatto che il padre è sempre arrabbiato; è stata lei a chiedergli di baciarla e lui l’ha fatto, anche se non voleva. Ha poi mentito, per-

ché la colpa non ricadesse su di lei. Eva si complimenta con lui, ma gli spiega che così non è giusto. I due si recano quindi a casa della famiglia di Sofia, dove la bambina ha chiesto ai genitori di andare a letto senza mangiare. Appena entrati in casa, vengono aggrediti da Paolo; ma Sofia è comprensiva, e alla richiesta di Eva di parlare con Camilla, li accompagna in camera. Eva si rivolge a Camilla dicendole che non è giusto che Matteo si prenda una colpa che non ha, e Matteo spiega che non è arrabbiato con lei e che le vuole bene ugualmente. Eva nota una foto di Gioia con Camilla appesa al muro, e la prende di nascosto. Zia e nipote tornano a casa ed Eva dice a Matteo che è molto orgogliosa di lui: si guarderanno sempre le spalle e lei sarà in ogni caso dalla sua parte. Eva analizza la foto: le pareti della camera di Camilla erano gialle, mentre ora sono rosa. Riguarda poi il video dove ci sono Gioia e Paolo e nota che lui la guarda con desiderio. La mattina seguente Eva va da Giuditta a chiederle un consiglio: le due si raccontano le rispettive vite, Giuditta si rilassa e impiega il tempo improvvisandosi giardiniera, cuoca, artigiana, mentre le cose col marito vanno meglio. Eva le chiede poi se gli elementi che ha possano bastare per ricevere un mandato di perquisizione in casa di Paolo e Sofia. Al no di Giuditta, Eva le fa capire che userà altri metodi e Giuditta la prega di non farsi scoprire ma le dà la sua benedizione. Marco, dopo che Eva gli ha rivelato i suoi sospetti, la accompagna a casa Bonsini, nonostante non abbia un mandato. Eva si intrufola in casa della famiglia di Sofia dal tetto appena loro escono. Entra in camera della bambina, rimasta con il balcone aperto e, trovato un residuo di vernice gialla, ne gratta via un po’. Nel frattempo i genitori di Camilla rientrano in casa perché Paolo ha dimenticato il telefo48

no e quando Sofia lo chiama, questo suona dove si trova Eva. Paolo corre in camera e nota la porta finestra spalancata: esce in balcone sospettoso ma la vicina lo ferma per una chiacchierata; Eva è attaccata con le sole dita alla sporgenza del balcone. Appena i due lasciano la casa, salta giù e torna da Marco vittoriosa: insieme, consegnano ad Anita il campione di vernice. Mentre Eva e Matteo sono a casa, Eva riceve una telefonata da Rachele: ha trovato il ragazzo che l’ha violentata, Edoardo. Eva prende la macchina e si reca da lei: Rachele le confessa che l’ha seguito e che vuole parlargli e affrontarlo una volta per tutte: decisa, suona alla porta dell’uomo. Quando la vede, lui non sembra riconoscerla e, dopo che Rachele gli ricorda ogni cosa, nega che sia andata così. Rachele torna in macchina confusa, dicendo che è stata lei a non fermarlo e incolpandosi dell’accaduto; quando Eva le domanda di ricordare cosa è successo, le risponde che vuole solo tornare da Matteo. Arrivata a casa, gli corre incontro, colma di gioia e malinconia; i due si abbracciano calorosamente insieme a Eva. Giuditta intanto è in vacanza con il marito, e, ricevuta una chiamata da Eva, decide di mettere da parte il lavoro per dare attenzioni all’uomo che ama ma lui se ne accorge e, al tentativo di Giuditta di continuare la vacanza ignorando il resto, decide di riportarla dove desidera essere, al lavoro, e la accompagna da Eva e Anita. Le tre analizzano la vernice: quella nelle mani di Gioia e quella di casa Bonsini: è la stessa. Eva vuole perquisire la casa ma Giuditta la ferma: non può dire ciò che ha fatto; la incita quindi a non pensarci e a lasciare che se ne occupi lei. Tornata a casa, Eva trova Rachele in fermento: vuole ricominciare tutto perché si è rovinata la vita a causa di qualcosa che ha solamente immaginato e per prima


cosa vuole recarsi dal padre. Decide di portargli un nuovo cane, in segno di riconciliazione e quando lo incontra lo abbraccia sorridendo. Giuditta intanto cerca di convincere Iurini a perquisire la casa della famiglia di Sofia: gli confessa che Eva ha capito, attraverso metodi non legali, che l’intonaco vecchio della casa è lo stesso che c’era nelle unghie di Gioia. Ma l’ispettore non si persuade; si arrabbia nei confronti di Giuditta, che tenta di manipolarlo, e cerca di indurlo a partecipare ai metodi di Eva. La donna si scusa, dispiaciuta, ma gli chiede comunque di pensarci. Mentre se ne va, lui le confessa che le manca. Eva raggiunge Marco al pub dove gioca a biliardo con gli amici; finge di non saper giocare, mettendo in palio per chi perde un bagno al lago e Marco si ritrova costretto a tuffarsi. Eva raggiunge Marco nel lago sotto i cori degli amici e i due si baciano tra le acque, al chiaro di luna. Quando Eva vuole andare al largo, Marco le confessa di non saper nuotare: lei gli dà quindi il suo fischietto e gli dice di usarlo se sta per affogare. I due passano la notte insieme a casa di Marco. Il giorno dopo arriva ad Eva il mandato di perquisizione; decide di avvertire prima Sofia, in modo che lei e Camilla non ci siano. Sofia è confusa e risponde che Camilla è dai nonni ed Eva le chiede di fidarsi e di assentarsi da sola per un po’. Appena finisce la telefonata, Sofia si trova davanti Paolo che la fissa. Eva ha già una supposizione: lui desiderava Gioia, ha frainteso un suo gesto, ha approcciato e lei l’ha respinto; per questo l’ha uccisa. Vuole fare una normale perquisizione, senza giungere a risposte troppo in fretta ma, arrivati a casa Bonsini, trovano Sofia con una guancia sanguinante e lei confessa che Paolo voleva ucciderla. Eva

le dice che è al sicuro e Sofia le chiede se è stato lui: vuole che lo prendano. L’uomo è scappato ma la macchina è in garage: Eva avverte tutte le pattuglie, ammonendo che stanno cercando un soggetto pericoloso, l’assassino di Gioia Scuderi. EPISODIO 7 Un video registrato da Graziano mostra Gioia vestita alla moda che si presenta: il suo sogno è fare l’attrice e la modella, perché non è capace in nient’altro. Non sa ancora né ballare, né recitare ma nonostante il padre le abbia sconsigliato di intraprendere quella strada, vuole provarci ugualmente, per dimostrare che vale qualcosa. Il padre di Sofia raggiunge la figlia e la consola quando si colpevolizza. Non ha dimenticato la promessa che gli ha fatto Eva: vuole che prenda l’assassino di Gioia per vederlo in faccia. Eva riporta i dati dell’uomo a tutti gli agenti della polizia e decide di aprire uno sportello tutte le ore del giorno in caso di segnalazioni. Eva lavora con Marco fino a tarda notte, preoccupata di non riuscire a prendere l’assassino, ma Marco la invita a staccare e la porta a letto, rassicurandola. La mattina Eva torna a casa della sorella: Rachele e Matteo l’aggrediscono simpaticamente, prendendola in giro perché sta sempre con Marco e, quando Rachele le chiede se è felice, lei risponde di sì. Anche Rachele lo è, felice di stare con suo figlio. Intanto Ignazio invita Giuditta al bar per confessarle ciò che prova per lei. Le chiede come sta e Giuditta risponde che non è mai stata meglio e che sta organizzando un viaggio con il marito; lui le prende la mano: sa che questo non è ciò che vuole e la ama, vuole stare con lei. Giuditta però se ne va senza rispondere. Nel frattempo Edoardo si presenta alla porta di Rachele per offrirle il suo aiuto. Rachele capi49

sce che le vuole regalare dei soldi perché è spaventato che lei possa fare qualcosa e rifiuta; in quel momento appare Matteo sulla porta e Rachele chiude immediatamente la porta a Edoardo. A casa della famiglia Scuderi Claudio assicura protezione a Sofia e tenta di consolarla: suona per lei il pianoforte e i due cantano insieme una canzone dell’infanzia di Sofia. Mentre Marco ed Eva continuano a lavorare al caso arrivano diverse segnalazioni ma nessuna corrisponde a quella giusta. Alla stazione di polizia Eva incontra un uomo conosciuto online con cui aveva passato la notte tempo prima. Egli la riconosce subito e la trattiene a parlare offrendole di uscire con lui. Marco assiste alla scena e, presa in disparte Eva, le domanda chi è ma lei non gli risponde. Intanto arriva una segnalazione che corrisponde alla descrizione dell’uomo ricercato: si trova in un magazzino lungo la statale, armato. Giunti al magazzino l’uomo spara e uccide un poliziotto, ma Marco ed Eva lo rincorrono, ed Eva riesce a sorprenderlo da dietro. Quando si gira però si accorge che non è l’uomo giusto; i due lo arrestano comunque e, parlando con il capo della polizia scoprono che è accusato di violenza sessuale. Eva è agitata e abbattuta perché teme che non riusciranno più a prendere Paolo, e, quando Marco la rassicura, se ne va senza ascoltarlo. Eva e Marco rimangono a casa di Marco a studiare il caso fino a notte fonda. Mentre Eva dorme, Marco nota che le è arrivato un


messaggio e non resiste dall’andare a vedere chi le ha scritto. Porta quindi Eva a letto e le chiede chi fosse l’uomo incontrato la mattina in questura ma Eva non sa cosa rispondergli perché non ricorda nemmeno come si sono conosciuti. Marco le dà le spalle, ed Eva lo rassicura dicendogli che se ne ha bisogno ne possono parlare, ma lui è solo arrabbiato per come si sente, e i due si addormentano abbracciati. La mattina dopo Eva, Giuditta e Anita si incontrano al bar; Giuditta nota subito che Eva è nervosa e le chiede perché è preoccupata, oltre che per il caso. Eva le confessa quindi che Marco ha iniziato a fare il geloso e Giuditta l’avverte di stare attenta, perché conosce la storia di Marco; Eva le risponde che sa come difendersi e torna al lavoro, salutando le amiche. Sofia, intanto, vede la figlia leggere e si offre di leggere per lei ma Camilla vuole continuare la lettura con il nonno; quando Sofia lo va a chiamare lo trova in camera di Gioia che guarda le sue foto piangendo. Giuditta si allena in un parco, e incontra il marito che le chiede se è passata a prendere le sue medicine per il viaggio. Giuditta gli risponde di no e, quando lui si offre di prenderle al suo posto, perde la pazienza; egli nota che c’è qualcosa che non va e le chiede se vuole davvero partire con lui. Giuditta trova delle scuse ma il coniuge si accorge che il vero motivo è che non è sicura di voler stare ancora con lui. Sofia si presenta a casa del suo amante con le valigie: ha bisogno di stare lontana dalla sua famiglia

che non le permette di non pensare a Gioia e a tutto ciò che è avvenuto. Egli le offre una camera ma quando i due iniziano a baciarsi e Sofia gli dice in lacrime che potrebbero ricominciare insieme, lui le risponde che dovrebbe ricominciare da se stessa, da sola. Sofia capisce che la sta rifiutando e che non la ama e se ne va; arrivata a casa si stende a terra, distrutta. Giuditta si presenta a casa di Ignazio: ha lasciato Michele, e vuole tornare a lavorare perché ama il suo lavoro e farebbe qualunque cosa pur di non smettere di farlo. Gli chiede se è vero che la ama; lui le risponde di sì e i due si baciano. La sera, mentre Eva fa la doccia, Marco cucina; sul telefono di Eva arrivano dei messaggi e Marco non riesce a non guardarli. Quando Eva torna, le chiede nuovamente chi è l’uomo che continua a scriverle; sa che è uno con cui è andata a letto e vuole sapere con quanti altri è successo. Eva gli dice la verità e Marco comincia a perdere la pazienza: tira lo scolapasta, butta la pasta al suo interno, spacca un calice e quando Eva fa per andarsene la ferma scusandosi. Eva gli rivela che da quando stanno insieme non ha visto nessun’altro ma in quel momento le arriva un messaggio: il ragazzo conosciuto online le ha mandato una sua foto nudo. Marco impazzisce: lancia il telefono ed Eva comincia ad avere paura. Raccolto il telefono, fa per andarsene ma Marco la blocca con violenza: Eva prende un coltello e minaccia di ammazzarlo se la tocca ancora. Riesce a uscire dalla casa e scappa nella sua macchina, dove piange, arrabbiata e triste. Eva citofona a suo padre e gli chiede ospitalità ma senza che le possa fare domande; lui l’accoglie subito, dicendole che è casa sua. Eva si sdraia nel letto ma quando il padre spegne la luce, gli chiede di rimanere finché non si addormenta. Intanto Edoardo telefona a Ra50

chele: le chiede se il figlio è il suo,e le dice che ha fatto i calcoli e ha scoperto in che classe è. Rachele nega, e gli chiude il telefono in faccia. Nel cuore della notte, Michele si presenta a casa dell’amante di Giuditta chiedendogli di parlare in privato; Giuditta appare sulla soglia e, appena i due uomini escono, Michele tira un pugno a Ignazio e manda a quel paese entrambi. Marco si sveglia sul divano circondato da diverse birre; raccoglie alcuni maglioni, e prepara un borsone con le cose essenziali; è indeciso se portare il fischietto di Eva con sé o no ma alla fine lo tiene attorno al collo. Sale in macchina e parte, ma in un incrocio incontra Sofia in macchina con il respiro affannoso e il volto affranto; quando parte, decide di seguirla. Sofia parcheggia davanti alla sua villetta e così fa Marco. Marco entra nella casa e trova una stanza particolare, nascosta nello scantinato, coperta da pareti insonorizzate; trova anche una siringa, ma mentre si guarda attorno, Sofia entra brandendo un fucile. Lo obbliga ad assumere una dose di sonnifero e quando si è addormentato lo lega, lo imbavaglia e gli toglie telefono e chiavi dalle tasche. Nasconde la sua macchina e lo chiude nella stanza coprendo la porta, per poi rimanere davanti ad essa con il fucile in mano. Eva, nel frattempo, riceve chiamate urgenti dal commissariato, e raggiunge la polizia in un posto vicino al lago. Chiede se è arrivato Marco, ma Festi le spiega che si è preso dei giorni di ferie. L’uomo avvisa Eva che qualcuno ha segnalato di aver trovato Paolo: il suo corpo giace in una barca, con le vene del braccio dissanguate che fanno pensare a un suicidio. Eva si reca nella villa dove Sofia viveva con il marito; quando dopo diverso tempo Sofia la raggiunge, Eva le domanda come mai non fosse a casa dei genitori e So-


fia risponde che aveva bisogno di tempo per sé. Eva le annuncia poi che il marito è morto e Sofia non sa come reagire: se piangere per un assassino o essere felice per la morte dell’uccisore di sua sorella. Eva le dice che deve solo pensare a Camilla e Sofia la ringrazia e l’abbraccia, scusandosi; vuole passare del tempo da sola. Eva indugia un attimo davanti alla casa prima di andarsene. Sofia, quando è sera, prende la macchina e se ne va, parcheggiando in un posteggio deserto. EPISODIO 8 Eva è in macchina, e con le lacrime agli occhi canta una classica canzone italiana: “Sei bellissima”. Arriva sulle rive del lago e ne ammira l’orizzonte; ancora una volta le sembra di vedere Gioia camminare verso di lei. Eva rivede il caso, e qualcosa non le torna. Il questore Festi entra nel suo studio e i due si confrontano sull’omicidio: Gioia è andata nel tardo pomeriggio a casa Bonsini, è stata con la sorella e poi si è fermata a parlare con Paolo; lui la desiderava da tanto, ci ha provato, poi ha tentato di violentarla ma si è difesa; così l’ha uccisa, forse involontariamente. Si è sbarazzato del corpo ed era abbastanza lucido per crearsi un alibi, quindi ha fatto finta di niente ed è andato a un addio al celibato. Ma Eva ricorda che Gioia è uscita da quella casa, come dimostra il video del benzinaio, per poi tornarci, perché è lì che è morta, ma non riesce a capirne il motivo. L’ispettore la invita a riposarsi, ormai l’hanno preso. Eva chiama Marco, ma non le risponde. Marco, intanto, si sveglia e si trova immobilizzato, senza la possibilità di chiamare aiuto. Eva si reca da Anita: sta analizzando il corpo e le dice che è strano si tratti di suicidio. In quel momento un poliziotto annuncia l’arrivo di Sofia: non vuole prendersi del tempo da sola con lui, vuole solo fi-

nisca. Guarda il corpo di Paolo per poco tempo; si chiede infine ad alta voce come ha fatto a non accorgersi di niente. Eva le risponde che non è colpa sua e che le persone fanno cose che a volte non si possono nemmeno immaginare; le dice poi che è tutto finito, e Sofia la ringrazia, prima di andarsene. Eva torna da Anita e le domanda perché sospetta non sia un suicidio. Anita le mostra i tagli ai polsi, praticamente identici: una volta che si è tagliato un polso con la mano forte, l’altra già debole perché quella meno usata, si indebolisce ulteriormente; è quindi quasi impossibile fare due tagli uguali. Eva è d’accordo con lei, ma è una pista troppo poco sicura per portarla a Iurini; chiede quindi ad Anita di approfondire attraverso l’autopsia, e di trasformare i suoi sospetti in prove. Sofia è tornata da Marco, sempre armata di fucile; gli racconta che lei amava andare a caccia, che il padre la svegliava la mattina presto ma lei era felice; poi Gioia aveva voluto che smettessero, perché le piacevano gli animali. Marco pensa che abbia aiutato suo marito a scappare, ma lei confessa che l’ha ucciso lei stessa, ed è stato facile fingere il suicidio di un assassino nel luogo dove ha lasciato il corpo della sua vittima. Non è altrettanto semplice uccidere Marco: non può sparargli, perché le pareti assorbono il suono ma non sono insonorizzate, quindi fingerà un suicido con pasticche o un incidente stradale. Marco intanto deduce che le ferite sul volto di Sofia se le è procurata da sola, e lei confessa che suo marito non l’ha mai toccata né mai le ha gridato contro ma ha tentato di violentare sua sorella, per poi ucciderla. Infine, gli somministra altro sonnifero, per impedirgli di reagire. Rachele nel frattempo chiama Eva e le chiede di vedersi dal padre: vuole parlare con tutti e tre. Rachele chiede se ha senso far entrare Edoardo nella vita di Matteo; 51

magari si è sbagliata, e per tutto questo tempo ha creduto in una cosa non vera, che l’ha distrutta. Eva le dice che per prendere questa decisione deve raccontarle cosa è successo quella notte, anche se le fa male. Rachele racconta allora che si erano allontanati dalla festa, che lei aveva bevuto tanto; si erano baciati e poi lui ci aveva provato, ma lei voleva tornare al locale. Lui l’aveva spinta giù, costringendola a rimanere, e poi avevano fatto sesso. Rachele dice poi che lei aveva sognato l’amore e semplicemente non c’era; ma il padre interviene: ricorda bene come stava Rachele, aveva paura, ed era piena di lividi. Gli aveva detto che lei l’aveva respinto dicendogli no, ma lui l’aveva tenuta giù. Eva e Rachele piangono e Rachele si colpevolizza definendosi debole ma Eva la rassicura, dicendole che la colpa è solo di Edoardo, e che lei è stata meravigliosa, ha cresciuto un bambino fantastico, da sola. I tre si abbracciano sorridendo tra le lacrime. Tornata alla centrale, Eva parla con Giuditta, che l’ha avvertita in anticipo che Iurini vuole dichiarare in una conferenza stampa che il caso è chiuso; Eva è però convinta che non sia così, e si reca insieme a Giuditta nello studio del procuratore; lui le spiega che i cittadini hanno diritto di sapere che l’assassino è morto, e che non devono più preoccuparsi ed Eva se ne va


acconsentendo in silenzio. Fuori dallo studio spiega però a Giuditta che Anita pensa che Paolo non si sia suicidato, e che per riaprire il caso bisogna aspettare l’autopsia; non aveva prove per poterlo comunicare a Iurini. Lascia quindi a lei il compito di convincerlo. Eva torna nel suo ufficio, dove trova Matteo che le chiede se l’uomo che ha visto qualche giorno prima alla porta fosse suo padre; Eva gli risponde che non lo sa, ma che indagherà. Fa poi partire il video di Gioia dal benzinaio ma lo stoppa poco dopo, e domanda a Matteo se la mamma di Camilla è mancina. Matteo non lo sa, e le fa notare che è strana; Eva si rende conto che deve recarsi in un posto, e lo porta nell’ufficio di Festi, per chiedergli il favore di occuparsi del bambino. Eva lascia lì Matteo prima che il questore se ne accorga, e se ne va. Giuditta chiama Anita, che non ha finito l’autopsia, nonostante le manchi poco; Anita le chiede di temporeggiare. Giuditta chiede quindi a Iurini di posticiparla, ma lui risponde con un no categorico: il loro rapporto e il lavoro sono due cose separate e lui deve decidere da solo. Entra nel bagno e Giuditta decide di sedurlo per poi chiuderlo dentro. Anita continua l’autopsia: l’uomo è morto a causa di dissanguamento per lesione arteriosa e aveva nel corpo una buona dose di tranquillante; o aveva bisogno di un aiuto per praticare il suicidio, oppure chi glielo ha fatto assumere aveva bisogno che stesse immo-

bile. La siringa non è stata inserita sulle braccia: Anita capisce che il punto si trova da un’altra parte. Sofia intanto, continua a dare tranquillanti a Marco che è esausto; ma lei gli dice che presto sarà tutto finito. Marco le chiede chi suonasse in quella stanza e Sofia gli risponde che Paolo faceva parte di una band di cui era il bassista; lei li seguiva ovunque perché le piaceva il cantante ma poi con lui si era messa Gioia, anche se solo per un mese. Lei invece era finita col bassista e c’era rimasta; se n’era innamorata con il tempo e ci aveva costruito una famiglia. Poi tutt’a un tratto finisce ogni cosa, non c’è più niente. Marco le dice che è ancora in tempo, che può mentire e dire che Paolo la picchiava e lei si è difesa ma Sofia gli somministra nuovamente del sonnifero, contro la sua volontà, lo chiude nella stanza e se ne va: qualcuno suona al citofono. Eva si presenta alla sua porta: vuole sapere come sta. Sofia le risponde che non lo sa; Eva le chiede un caffè, ed entra nella casa. Anita intanto ha avvertito Giuditta: ha trovato una prova. Giuditta libera Iurini, che subito si scaglia arrabbiato contro di lei. Ma Giuditta gli spiega che Anita ha scoperto che Paolo è stato ammazzato: ha trovato il buco di una siringa nella schiena e una buona dose di tranquillante nel corpo; non può esserselo messo da solo in quel punto. Iurini si calma e decide di rimandare la conferenza. Eva cerca di capire che mano usa Sofia: gira il caffè con la sinistra, tenta di scrivere con la destra, si ravviva il rossetto con la sinistra. Eva le chiede quindi quale mano usa solitamente, e Sofia le risponde che è mancina, ma a scuola l’hanno costretta a imparare a scrivere con la destra. Eva la ferma: era lei che era andata a fare benzina quella sera. Inizialmente Sofia finge di non sapere, ma Eva ricorda che Gioia era destrorsa e 52

non avrebbe mai fatto benzina con la sinistra: vuole che venga in commissariato con lei. Sofia risponde che quando sei destrorsa nessuno ti corregge,e inizia a raccontare ciò che è successo quella sera: ha trovato Paolo sulle scale, immobile e spaventato; aveva paura di finire in carcere. Aveva poi trovato Gioia per terra, in camera di Camilla: aveva provato a violentarla e poi l’aveva strozzata in camera della figlia. Sofia sapeva di dover chiamare la polizia ma non l’ha fatto perché Paolo era l’unica persona che l’avesse mai amata. L’ha tranquillizzato, e gli ha detto di andare all’addio al celibato; ha poi indossato l’abito di Gioia, e si è recata al lago, fermandosi dal benzinaio, facendo attenzione a non mostrare il volto, così che tutti credessero fosse Gioia. Poi ha rimesso i vestiti a Gioia e l’ha buttata nel lago. Racconta che Gioia è sempre stata quella che si prendeva tutto. Eva sa che Paolo l’ha ucciso lei: le chiede perché, e Sofia le risponde che lei l’aveva scoperto e lui avrebbe raccontato tutto; non voleva finire in prigione. Aveva tentato di violentare la sorella, e non riuscendoci l’aveva uccisa. Sofia le spiega che lei e Gioia si volevano molto bene; fa per andare a prendere la giacca ma torna con il fucile. Eva è però pronta con la pistola in mano; le dice di pensare a Camilla, lei non ha ucciso Gioia, è solo una vittima. Ma Sofia dichiara che non vuole essere una vittima, ed entrambe sparano. La polizia trova Eva ferita all’avambraccio: Sofia l’ha presa solo di striscio. Eva chiede se Sofia si rimetterà e se sono riusciti ad avvisare Marco ma l’uomo è introvabile e non si sa ancora se Sofia se la caverà. Camilla e il nonno sono al cimitero, davanti alla tomba di Gioia; incontrano Eva e il padre la ringrazia. Eva chiede di Sofia e di lui: Sofia è in coma ma si sveglierà e lui andrà avanti perché sa che deve occuparsi di sua moglie e di Camilla.


Matteo intanto incontra il padre in un parco giochi. I due parlano e scherzano un po’ e Matteo gli chiede se resta; Edoardo risponde che deve partire perché è un agente segreto e Matteo abbassa la testa ma poi risponde che sta bene con la madre, e corre da lei. Edoardo si avvicina ad Eva e le dice che ha raccontato a Matteo tutto ciò lei gli aveva detto. Eva gli ordina di non farsi più vedere, soprattutto dal bambino; se vorrà lo cercherà lui. Eva torna nella casa dove è avvenuto il delitto: vuole salutare per sempre quel posto. Festi si complimenta con lei e la ringrazia per la sua ossessione, criticata quando si erano conosciuti. Dichiara poi a gran voce che senza di lei non avrebbero mai risolto il caso e invita tutti ad applaudirla. Eva se ne sta per andare quando sente un fischio: Marco è distrutto dai tranquillanti e non riesce a gridare aiuto ma si ricorda del fischietto datogli da Eva e trova un modo per usarlo. Eva zittisce tutti e segue il fischio, fino ad arrivare nella camera dove da giorni è rinchiuso Marco. I poliziotti la raggiungono e lei gli ordina di chiamare un’ambulanza. Raccoglie da terra Marco e gli dice che ha mantenuto la promessa: appena ha fischiato è arrivata da lui. Lui sorride e viene portato in ospedale. Eva si reca al lago dove tira un sospiro di sollievo: si tuffa da sola e sorride tra le acque lucenti del lago Nero. La miniserie “Bella da morire” diretta da Andrea Molaioli, narra il caso intrigante di una giovane ragazza uccisa e abbandonata nel lago della cittadina inventata Lagonero. Protagonista è la poliziotta Eva Cantini, specializzata in casi di femminicidio, che indaga sull’omicidio della bellissima Gioia Scuderi. Eva è fredda, determinata, dallo sguardo severo e vivace, e così convinta dei suoi ideali da non lasciare che la verità e la giustizia vengano dimenticate in qualsiasi

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modo. La sua sicurezza gelida e la sua visione del mondo realistica e cruda permettono di arrivare, non sempre con mezzi legali, alla scoperta del colpevole; ed Eva giunge a ciò circondandosi di amici e persone fidate, che lentamente si convincono del suo modo di fare senza scrupoli, e diventano suoi alleati. Al contempo, Eva cambia le loro vite, portando una brezza di semplice schiettezza e comprensione che gli permette di affrontare la difficile verità della loro esistenza. La serie incornicia, attraverso il filo conduttore della presenza di Eva, diversi quadri della realtà del paese, e l’emotività, accompagnata dai segreti nascosti, dei suoi abitanti: le riprese passano da una storia all’altra, trasportandoci finemente nella psicologia dei compaesani. Così, è sempre attraverso Eva che conosciamo Gioia, modella dall’aspetto incantevole e dal sorriso angelico: la felicità genuina che sembrava sempre portare con sé, nascondeva in realtà una profonda fragilità. Gioia, soggetta a continue advances da parte di uomini che la desideravano senza alcuna tenerezza, è convinta di non avere nessuna qualità a parte la bellezza. Ed è proprio questa a condannarla: come nel film Maléna diretto da Giuseppe Tornatore, la bellezza diventa la sua colpa. La prima a provarne invidia è la sorella (Sofia), che con lei si sente in competizione e che non riesce nemmeno a difenderne la morte. La serie analizza in modo sottile il rapporto complicato tra sorelle, la sottesa concorrenza e diversità che le spinge verso caratteri e scelte spesso opposte: Sofia e Gioia corrispondono a Eva e Rachele, ma con la differenza che il dolore subito a causa delle preferenze dei genitori e dei vari confronti l’una verso l’altra, portano da una parte a un cocente risentimento, dall’altra alla condivisione di dolore e gioia. Il tema della bellezza, che contorna la vicenda, è reso anche attraverso la canzone che è colonna sonora della 53

serie: “Sei bellissima” di Loredana Bertè, cantata all’inizio dell’ultimo episodio con malinconia da Eva: la bellezza accompagna l’amore, perché chi ama vede con gli occhi dell’amore l’amato, che lo rendono bello, qualunque sia il suo aspetto. Eppure, ci vuole coraggio ad amare, dice Gioia in un discorso a un matrimonio. Infatti tutti, all’interno della fiction, si dimostrano esitanti di fronte alla grandezza di questo sentimento, che si lega irrimediabilmente anche al dolore, fino ad arrivare a volte alla violenza. Il racconto si rapporta così alla leggenda della dama bianca, statua posta davanti alla riva del lago: una donna rapita e violentata da un uomo, che per salvarsi si è tuffata nelle acque. La storia rende ancora maggiormente l’aria misteriosa e poeticamente severa della serie, la quale è contraddistinta dall’elemento dell’acqua, simbolo di vita e rigenerazione, dove Gioia trova la morte e nella quale Eva trova il modo di riportare la verità della vita della ragazza nel paese. La caratterizzazione della storia è di far parlare più voci, che si ritrovano legate dal tema dell’amore e del maltrattamento femminile: entrambi curati con grande forza emotiva, ma rendendo al contempo una narrazione affatto noiosa e banale, anzi diretta e coinvolgente. Le domande che spesso ritroviamo in noi riguardo la violenza immotivata, il dolore, la felicità e l’importanza dell’amore, e anche l’allontanamento del diverso, si riversano nella serie e vengono ascoltate, nascondendosi nel racconto per riemergere attraverso un’acuta sensibilità, trattando gli


argomenti non in modo ripetitivo e lamentoso, come accade frequentemente. Grazie alla sua originalità e capacità di coinvolgimento emotivo, Bella da morire ha raggiunto grandi numeri di ascolto, arrivando a 5.844.000 telespettatori con gli ultimi due episodi, corrispondente al 20,5% di share. La serie si rivela quindi specchio di una realtà che spesso fingiamo non ci appartenga, narrata attraverso la figura di Eva, interpretata da Cristiana Capotondi, che entra

nel suo personaggio con grande credibilità e fa emozionare e coinvolgere lo spettatore attraverso i suoi occhi sicuri e intensi. Anche Marco Corvi, collega di Eva interpretato da Matteo Martari, riesce a rendere molto bene l’illusione di bontà speranzosa in cui egli stesso si ostina a credere, rivelando poi allo spettatore la sua inaspettata seconda natura. All’interno della fiction gli attori si dimostrano all’altezza del proprio ruolo, rendendo il quadro di una realtà inventata dotata di enorme verosimiglianza, alla quale è facile credere. In particolare è da apprezzare la recitazione di Lucrezia Lante della Rovere (Giuditta Doria), che entra nei suoi abiti in modo sciolto e naturale trasportando con sé l’altezzosità gentile di una donna vogliosa di libertà, e di Elena Radonicich (Sofia Scudieri), che ci mostra un’apparente fragilità, per poi tirare fuori una natura mol-

di Christian Duguay

to più forte e complessa. Se anche gli uomini all’interno della serie hanno un grande ruolo e delle nature tra loro diverse, di cui rivelano gli aspetti lungo la storia, sono le donne la chiave del racconto e della riflessione che porta; esse si rivelano tutte straordinariamente vere e reali, maestre nell’interpretare la doppia vita e i diversi volti del loro essere. Inoltre, le riprese degli ampi e romantici paesaggi che permettono di staccare da una storia per immergersi in un’altra, rendono uno spazio senza tempo e favoloso, per quanto reale e crudo. La sottigliezza con cui tratta temi di grande importanza la rendono una miniserie movimentata ed eternamente valida, che scopre una verità apparentemente incredibile: anche nell’anima dell’uomo più buono e gioioso possono nascondersi dei mostri. Ginevra Gennari

I MEDICI (STAGIONE 3)

Origine: Italia, Regno Unito 2019 Produzione: Big Light Productions, Lux Vide, Wild Bunch, Rai Fiction, Altice Studio

PRIMO EPISODIO. SOPRAVVIVENZA In un paese della campaSoggetto: Frank Spotnitz, Nicholas Meyer gna fiorentina dei soldati Interpreti: Sarah Parish (Lucrezia Tornabuoni), Sinnøve Karlsen (Clarice Orsini), Daniel cercano un bambino di Sharman (Lorenzo de’ Medici), Bradley Janome Giulio: uccidono la mes (Giuliano de’Medici), Alessandra Mastromadre ma il bambino rienardi (Lucrezia Donati), Filippo Nigro (Luca sce a fuggire e viene salvato da un Soderini), Jack Roth (Girolamo Riario),John Lynch (Papa Sisto IV), Francesco Montanari prete; il bambino è figlio di Giulia(Girolamo Savonarola), Sebastian de Souza no De’ Medici. Le armate del Papa (Sandro Botticelli), Aurora Ruffino (Bianca de› sono vicine a Firenze, dato che ha Medici), Pietro Ragusa (Nicolò Ardinghelli), dichiarato guerra. Riario, signoJacopo Olmo Antinori (Bastiano Soderini), Stephen Hagan (Leonardo da Vinci), Gualre di Imola, vicario dell’armata tiero Burzi (Fra Quintino), Raniero Monaco di del Papa, che aveva partecipato Lapio (Vanni), Jack Bannon (Angelo Poliziaall’assassinio di Giuliano, chiede no), Marco Palvetti (Guiscardi), Vincenzo Crea (Niccolò Machiavelli), David Brandon (Cesare di parlare con Lorenzo e gli dice Petrucci), Daniele Pecci (Ludovico il Moro), che Sisto offre la pace a Firenze a Jacob Dudman (Giulio de’ Medici), William condizione che egli chieda perdono Oliver Franklyn-Miller (Giovanni de’ Medici), per aver impiccato il vescovo SalLouis Partridge (Piero de’ Medici), Grace viati; l’alternativa è la scomuniO’Leary (Maddalena de’ Medici), Ettore Bernabei (Michelangelo Buonarroti). ca della città. Non avendo alleati Distribuzione: Rai 1 presso le altre città italiane, i priDurata: 8 episodi da 55’ ori chiedono a Lorenzo di fare una Uscita: 2-11 dicembre 2019 controfferta di pace al Papa. LoRegia: Chjristian Duguay

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renzo incontra Savonarola, che gli dice di essere dalla sua parte perché il Papa pensa solo al suo bene. Giulio viene accolto a casa Medici, con particolare gioia di nonna Lucrezia. Lorenzo libera il cardinale Raffaele, tenuto in ostaggio, in cambio di Carlo, zio di Lorenzo che è ostaggio del Papa, in segno di pace. Raffaele torna a Roma e comunica l’offerta di pace di Lorenzo: tutti i territori che lo Stato Pontificio ha perso contro Firenze in cambio dell’ammissione nel ruolo della congiura. Il Papa rifiuta l’offerta di pace, per cui Firenze entra in guerra; i priori si arrabbiano perché l’offerta è stata fatta senza la loro approvazione. Riario suggerisce al Papa di chiedere l’aiuto di Napoli e del suo potente


esercito, ma egli dubita e chiede il rilascio di Carlo. Un uomo di nome Bernardi chiede a Lorenzo di fargli da consigliere e gli dice che popolo soffre per la scomunica. Carlo viene liberato: i soldati lo portano nei boschi cercando di ucciderlo ma egli riesce a scappare. Lorenzo si convince che Giulio è figlio di Giuliano, perché riconosce un anello che il fratello regalò alla madre del bambino. Il Papa scopre che i vescovi toscani sfidano la scomunica e decide di attaccare Firenze; Riario aveva già avvertito i soldati napoletani. Carlo torna a casa Medici e dice a Lorenzo che Napoli si è alleata con il Papa. SECONDO EPISODIO. I DIECI L’esercito di Firenze è sopraffatto dalle forze napoletane e pontificie ma Lorenzo non si arrende a Riario e Alfonso, principe e generale napoletano. I priori rifiutano di prendere mercenari come rinforzi, nonostante le richieste di Lorenzo. Il Papa incontra la moglie di Riario, Caterina, che gli ha mandato una lettera per chiedere di accelerare la guerra contro Firenze; il pontefice vuole che le cose facciano il loro corso e che Lorenzo diventi un tiranno. La banca dei Medici non ha più soldi per pagare i mercenari. Bernardi propone di istituire un consiglio di guerra dei Dieci in modo da poter mandare più truppe ma Lorenzo rifiuta. Clarice, visibilmente incinta, e Savonarola assistono i malati di vaiolo al convento di San Marco. Lorenzo incontra Lucrezia Ardinghelli e le chiede di convincere suo marito, che fa parte dei priori, ad appoggiarlo nella decisione di mandare altri soldati. Savonarola avverte Lorenzo che c’è un’epidemia di vaiolo al convento e Lorenzo chiede a Clarice di andare a Pistoia con i bambini. Lucrezia dice che non è riuscita a convincere il marito

ma Lorenzo ha un piano: lasciare i priori. Clarice entra in travaglio ed è assistita da Bianca, sorella di Lorenzo. I Priori sono costretti a pregare Lorenzo di tornare nel consiglio: egli accetta a condizione che si formi un consiglio di guerra guidato da lui, in seguito i priori verranno sciolti e la Repubblica finirà. Lorenzo si confronta con uno di loro suo amico, Tommaso Peruzzi, e lo invita a stare tra i Dieci. A Lorenzo giunge voce del malore di Clarice e va a Pistoia: qui ordina a Poliziano di preparare i bambini per il ritorno a Firenze, ma Giulio è scappato al villaggio vicino, dove lo ritrova Carlo. Al villaggio giunge uno degli uomini di Riario e chiede indicazioni per Villa Medici: Giulio lo riconosce come l’assassino della madre. Carlo avverte Lorenzo, ma per Clarice il travaglio è ormai iniziato e non può spostarsi. L’intera famiglia si nasconde nei sotterranei mentre lo scagnozzo di Riario entra nella villa. Lorenzo e i suoi riescono a far fuori i soldati nemici, mentre Clarice partorisce una bambina, Maddalena. Riario corrompe Guiscardi per far passare i soldati del Papa tra i loro ranghi. Lorenzo scopre da Lucrezia del tradimento: Firenze verrà assediata nel giro di poche settimane. All’incontro dei Dieci Lorenzo dice che andrà a Napoli con Bernardi per cercare di convincere il re ad allearsi con Firenze. TERZO EPISODIO. FIDUCIA Lorenzo e Bernardi arrivano a Napoli: Lorenzo è accolto dal suo agente a Napoli, Alessi. Il principe Alfonso dice a Riario che finché suo padre non avrà incontrato Lorenzo non attaccherà la città. Lorenzo incontra il re di Napoli: la moglie di Alfonso, Ippolita, è una ex amante di Lorenzo. Lorenzo offre al re un’alleanza, mostrandogli gli svantaggi di un eventuale 55

assedio di Firenze. A Firenze Clarice, Lucrezia e Carlo incontrano Ardinghelli e la moglie Lucrezia; l’uomo è scontento del decreto dei Dieci che gli impone di donare metà delle sue ricchezze al popolo. Alessi spiega a Lorenzo che il re preferisce il figlio bastardo Enrico al figlio legittimo Alfonso. Lorenzo incontra Ippolita, che gli fa capire di essere costantemente sorvegliata. Al banchetto per la cerimonia di cavalierato di Enrico, il re consegna a Lorenzo una lettera ricevuta da Riario, che prova le difficoltà economiche dei Medici: il re prende in ostaggio Lorenzo, che avrà bisogno di pagare 50 mila fiorini per essere liberato, e anche Riario. L’unica possibilità per Lorenzo è screditare Riario agli occhi del re. Il consiglio dei Dieci rifiuta di pagare il riscatto. Lucrezia vuole pagare il riscatto unendo tutti i possedimenti, ma questo significherà perdere tutto. Bernardi apprende dal capitano della nave che li ha portati a Napoli che presto ci sarà un attacco navale da parte degli ottomani. Carlo parte da Firenze con i soldi del riscatto. Lorenzo si reca a casa di Ippolita che gli rivela che il re le aveva detto di


sedurlo per spiarlo. Lorenzo dice a Ippolita dell’attacco che costringerà il re a ritirare il suo esercito da Firenze per difendere Napoli. I due progettano di incastrare Riario: la notizia deve arrivare da lui ma non la riveli al re. Come previsto Riario non ha intenzione di riferire dell’attacco al re; in base a un messaggio in codice, Lorenzo e Bernardi stabiliscono che Riario è a conoscenza di dove avverrà l’attacco. Lorenzo va dal re per rivelarglielo e il re incarica il figlio Enrico di guidare le forze disponibili. Carlo arriva a Napoli con la lettera che garantisce i 50 mila fiorini ma Lorenzo la brucia; egli chiede a Carlo di tornare a Firenze ma arrivano le guardie e li portano a palazzo. Enrico è morto in battaglia, ma Napoli è salva: il re promette il ritiro delle truppe napoletane da Firenze. Lorenzo è libero di andare e il re rompe l’alleanza con il Papa. Lorenzo viene accolto a Firenze da eroe e rassicura Clarice di non averla tradita con Ippolita ma la donna non è convinta. Bernardi individua la spia che aveva fornito le indicazioni a Riario.

QUARTO EPISODIO. INNOCENTI Sette anni dopo: il matrimonio di Clarice e Lorenzo è ancora difficoltoso. Lorenzo ha invitato diversi emissari dei Paesi cattolici per firmare un trattato di pace ma non il Papa. Gli uomini di Riario conquistano Ferrara, dove si trova Tommaso Peruzzi per una missione diplomatica, il quale riesce a restare nascosto. Lorenzo è scettico sull’invitare a Firenze il Papa, ma accetta che questo avvenga per mezzo il re di Francia. A Roma il Papa incontra Botticelli e gli dice che non è disposto ad accettare un eventuale invito di Lorenzo. A Firenze ritorna Savonarola nel suo vecchio convento, su richiesta di Lorenzo. Lucrezia, gravemente ammalata, chiede a Clarice della distanza che si è creata tra lei e Lorenzo e le propone di prendere il suo posto alla guida della banca, anche perché è consapevole che le rimane poco tempo. La moglie di Riario, Caterina, raggiunge il marito a Ferrara: per mettere in difficoltà Firenze, Riario blocca il commercio di sale. Lorenzo spinge Savonarola a candidarsi come priore e gli mostra che ha trasformato i chiostri del convento in una scuola d’arte. Lorenzo viene informato da Bernardi che Riario ha bloccato la strada per Ferrara; i Dieci vorrebbero attaccare ma Lorenzo propone di comprare il sale alle miniere di Volterra. Lorenzo incontra il Papa e gli chiede di partecipare alla conferenza di pace. Il Papa gli chiede perdono per la congiura dei Pazzi e chiede a Lorenzo di accordarsi per fermare Riario senza ucciderlo. Dato che Lorenzo non è disposto a perdonare il Papa, egli rifiuta di venire a Firenze. Riario vuole espellere le famiglie fiorentine da Ferrara, ma si tratta di una trappola. Savonarola viene eletto nuovo priore del convento di San Marco: un frate del convento, Nico, lo riferisce a Bernardi, che 56

è contrario all’elezione. Lucrezia rivela a Clarice in segreto che negli anni ha preso più volte soldi dai fondi della città per finanziare le imprese di Lorenzo: Lucrezia le chiede di non dire nulla. Lorenzo propone che Giovanni diventi Papa, in modo che la Chiesa sia dalla parte dei Medici, mandandolo in seminario. Bernardi e Lorenzo capiscono che il messaggio di Tommaso è una trappola di Riario per mandare soldati a Ferrara. Le famiglie fiorentine escono dalla città, ma Lorenzo ordina ai soldati di non intervenire per proteggerli; i soldati riescono a salvare Tommaso. Carlo porta al Papa i disegni del massacro di Riario e il pontefice rimane sconvolto. Una volta tornato a Firenze, Tommaso affronta Lorenzo; il Papa manda una lettera a Lorenzo, dicendo che accetta l’invito alla conferenza di pace a patto che si tenga in territorio neutrale, a Bagnolo. In un episodio di delirio, Lucrezia esce per strada a cercare Giulio ma non lo trova e muore. All’incontro di pace di Bagnolo Lorenzo chiede il perdono per la morte di Salviati: il perdono non è sincero ma Lorenzo vuole assicurarsi il trattato. Giovanni rivela a Giulio che non vuole andare a Roma in curia: oltre a Carlo, anche Giulio si offre di accompagnarlo. Savonarola annuncia a Lorenzo la morte del Papa. QUINTO EPISODIO. LA SANTA SEDE Lorenzo si reca a Roma per l’elezione del nuovo Papa come rappresentante di Firenze: Savonarola lo avverte che Riario sta già cercando di influire sui risultati. A Roma sta regnando il caos: Lorenzo raggiunge Carlo. Giulio e Giovanni sono fatti diventare preti. Lorenzo ha portato soldi per riuscire a sviare il voto verso il suo candidato, Cibo, indipendente dai due che stanno andando per la maggiore: Nardini e Raffaele.


Raffaele è il candidato di Riario: in cambio della vittoria, Riario gli chiede di restare a capo dell’armata pontificia. Lorenzo cerca di convincere Cibo a passare dalla sua parte. Giovanni e Clarice vanno a trovare Botticelli nella sua bottega. Riario vuole dare l’esempio per ristabilire l’ordine e dà disposizione di trovare dei disertori da frustare: in lontananza vede Lorenzo. Clarice si confronta con lo zio cardinale e gli chiede un cardinale di cui fidarsi; lo zio le consiglia di parlare con il cardinale Bianco. Clarice va a parlare con Bianco e incontra Caterina. Savonarola tiene un altro incontro e Nico, come richiesto da Bernardi, segna i nomi dei notabili fiorentini presenti. Lorenzo e Clarice fanno il punto della situazione sull’elezione del Papa: vogliono invitare alcuni cardinali alla festa dello zio di Clarice, Orsini. Lorenzo teme un tradimento di Orsini, che infatti ammette con Clarice di supportare l’elezione di Raffaele. Lorenzo torna a casa mentre la carrozza di Clarice viene assaltata. Clarice viene portata a casa di Riario e là trova Caterina. Lorenzo cerca con Giulio e i suoi uomini Clarice. Caterina chiede a Clarice di trattare, perché chiunque vinca tra Lorenzo e Riario trascinerà l’Italia in guerra. Caterina offre a Clarice un quaderno in cui sono riportati i segreti dei cardinali da usare come mezzo di ricatto. La donna è incinta e vuole impedire che vinca il candidato preferito dal marito per fare in modo che non ci sia la guerra. Clarice torna a casa e consegna a Lorenzo il quaderno dei segreti. Mentre i cardinali si avviano al conclave, Clarice rivela a Lorenzo che Lucrezia aveva contratto dei debiti e che li aveva colmati con i fondi cittadini; parte di quel denaro è stato dato a Cibo; Lorenzo la rassicura dicendole che chiederà i soldi indietro a Cibo dopo la sua

elezione a Papa. Cibo viene eletto Papa. Riario raggiunge Caterina, che si è chiusa in casa, ma le guardie non obbediscono più a lui. Riario tenta di fuggire dal castello ma viene ucciso insieme al suo scagnozzo. Cibo viene incoronato Papa. Lorenzo chiede al Papa di restituire i soldi ma riceve un rifiuto. SESTO EPISODIO. UN UOMO SENZA IMPORTANZA Clarice e Lorenzo si ricongiungono con i figli rimasti a Firenze. Savonarola tiene un discorso contro il Papa che ha comprato la sua carica: Savonarola invita i ricchi a donare le proprie ricchezze per i poveri. Peruzzi e Ardinghelli chiedono di costituire un catasto, in modo da dimostrare che i Medici sono in difficoltà economica. Clarice rivela che Lucrezia aveva compilato una seconda serie di registri con entrate false. Lorenzo chiede a Peruzzi di condurre il catasto e gli assegna Piero come assistente. Bernardi rivela che suo fratello è gonfaloniere di Sarzana e quindi può convincere il Papa, originario di quella città, a ripagare il debito. Bernardi si reca a Sarzana dal fratello Guido e chiede la restituzione del debito ma Guido rifiuta perché non è interessato agli accordi con Firenze quando ha l’alleanza con il Papa. Sandro torna a Firenze, invitato da Lorenzo, che ha convocato anche Poliziano. Anche Leonardo da Vinci, di ritorno da Milano, è invitato al banchetto. Lorenzo chiede a Botticelli di fondare la propria accademia, ma l’uomo è incerto. Carlo cerca di convincere il Papa a restituire i soldi,ma l’uomo non ha intenzione di farlo, ormai si sente sfidato nella sua autorità. Ardinghelli è preoccupato per le frequentazioni della moglie dei discorsi di Savonarola; l’uomo è anche preoccupato per l’egemonia di Lorenzo e dei Medi57

ci sul lavoro del catasto. Lorenzo si reca a Milano per incontrare il duca Giangaleazzo Sforza e il suo reggente. Il duca è favorevole ad aiutarlo ma il reggente non è disposto a dare tutta la sua armata e gli mostra la catapulta elaborata da Leonardo. Lorenzo chiede a Leonardo di correggere gli errori fatti nella progettazione della catapulta. Piero chiede a Peruzzi informazioni sul monte delle doti, perché non dà più pagamenti; anche Tommaso si insospettisce e si reca a vedere i registri cittadini ma trova delle guardie che gli vietano l’accesso; tuttavia, riesce a passare e prende un registro. Tommaso dice a Lorenzo che Bernardi sta derubando la città; Lorenzo gli chiede di aspettare il suo ritorno da Sarzana e gli dice che ha intenzione di reinsediare i priori. Bernardi chiede a Nico a Sarzana di mettere in giro per lui la voce che c’è la peste, dato che Lorenzo sta arrivando. Peruzzi intanto chiede di consultare il registro della banca dei Medici. Lorenzo arriva alle mura di Sarzana e chiede a Guido la riscossione del prestito. Lorenzo ha portato con sé un esercito e la catapulta di Leonardo. La catapulta tira un colpo e Lorenzo minaccia di attaccare; Guido acconsente alla restituzione del prestito. Peruzzi confronta i registri dei Medici e quelli del


Monte delle doti e capisce che i Medici hanno sottratto soldi dal fondo. Bernardi riporta il denaro alla banca e chiede chi abbia chiesto i registri. Peruzzi racconta a Savonarola del furto di denaro, Bernardi spinge giù dalla finestra Tommaso e lo uccide. SETTIMO EPISODIO. ANIME PERDUTE Piero si reca sulla tomba di Tommaso, la sua morte lo ha pesantemente provato. Il dolore di Lorenzo continua a peggiorare mentre Clarice gli consiglia di dare assistenza a Piero e gli dice di essere incinta. Savonarola tiene un discorso per la morte di Tommaso, dicendo che è stato ucciso per aver trovato prove di un furto alla città. Lorenzo chiede che Giovanni diventi cardinale perché sa che non gli rimane molto tempo da vivere. Botticelli afferma che rifiuta di insegnare nei giardini e dice a Piero che il padre potrebbe essere implicato nella morte di Tommaso. Lorenzo fa affiggere un avviso in cui dice che ricompenserà chi gli porta notizie sulla morte di Tommaso. A Roma, a Giovanni giunge la notizia della sua prossima nomina a cardinale: Carlo cerca di convincerlo della bontà dell’incarico. Bernardi dice a Lorenzo che una testimone della morte di Tommaso si è fatta avanti, portando un paio di occhiali, che sono quelli appartenuti a Bernardi. La donna lo ha visto allontanarsi ma Lorenzo la corrompe e dice a Bernardi di sbarazzarsene. Carlo porta il messaggio di Lorenzo, che gli chiede di considerare Giovanni come nuovo

cardinale ma il Papa rifiuta. Piero si reca al cimitero e incontra Savonarola che gli dà un libro di Sant’Agostino. Quella sera alcuni seguaci di Savonarola assaltano la casa dei Medici; Lorenzo rimane intrappolato nel tentativo di spegnere le fiamme, cerca di fuggire dalla finestra e cade; ordina di convocare Savonarola davanti ai Dieci. Lorenzo spiega a Clarice che è molto malato e per questo vuole mettere a posto le cose. Quando viene convocato davanti ai Dieci Lorenzo chiede a Savonarola se abbia prove riguardo l’uccisione di Tommaso; Bernardi gli chiede di smetterla di sobillare la folla ma Savonarola resta sulle sue posizioni. Lorenzo ordina a Bernardi di trovare coloro che hanno attaccato la casa. Lorenzo dice a Clarice di preparare Piero e intanto la mette a capo della famiglia, dicendole che Bernardi la aiuterà. Clarice dice al figlio che Lorenzo presto li lascerà e che diventerà il capo. Piero affronta Savonarola riguardo all’assalto e Savonarola capisce che Lorenzo sta male; un altro dei frati gli dice che la testimone dell’omicidio di Tommaso è stata pagata. Clarice va al convento di Savonarola e gli intima di non avvicinarsi alla sua famiglia. Carlo dice a Clarice e Lorenzo che Giovanni potrà diventare cardinale: Lorenzo la informa che ha promesso in sposa Maddalena al figlio del Papa. Clarice si infuria, accusando l’ambizione di Lorenzo e se ne va. Il popolo assalta la prigione per liberare coloro che hanno assaltato la casa dei Medici; Lorenzo ordina di liberare gli arrestati. Clarice si reca ad ascoltare il discorso di Savonarola e vede la testimone dell’omicidio di Tommaso dare a Savonarola i soldi ricevuti da Lorenzo. La donna ha un malore in chiesa e viene soccorsa da Lucrezia Ardinghelli. Clarice muore, abbracciata da Lorenzo che la piange. 58

OTTAVO EPISODIO. IL DESTINO DELLA CITTÀ La famiglia Medici piange la morte di Clarice; arriva anche Bianca, sorella di Lorenzo. Al funerale non partecipa il popolo che è fuori dalla chiesa con Savonarola. Lorenzo affronta Savonarola e lo accusa di usare il popolo: il frate proclama l’abolizione dei Dieci e l’istituzione di un concilio del popolo. Lorenzo chiede a Bernardi di convocare i Dieci e l’assistente sottolinea la necessità di fermare Savonarola. Lorenzo si pente delle cose sbagliate che ha fatto ma Bernardi lo esorta ad agire contro Savonarola per preservare ciò che di buono ha realizzato. Bernardi spiega a Bianca e a Piero il pericolo che Savonarola rappresenta con il suo incitare il popolo alla rivolta. Lorenzo e Piero ingaggiano Guiscardi perché assalti Firenze e fermi Savonarola ma Piero si rifiuta di partecipare. Lorenzo chiede che i soldati siano pronti per il sermone domenicale di Savonarola. Piero incolpa il padre della morte di Tommaso e gli dice che Bernardi lo influenza troppo. Bianca incontra Bastiano, suo ex promesso sposo, e gli chiede di supportare i Medici nel consiglio dei Dieci; Bastiano promette di farlo a patto che Savonarola venga messo a tacere. Piero rivela a Giulio che vuole far desistere il padre dall’uccidere Savonarola. Quella domenica Guiscardi arriva con i soldati e Bernardi e i suoi si dispongono a cercare Savonarola, ma egli riesce a celarsi tra gli altri frati, perché Piero lo ha avvertito. Lorenzo affronta Piero per il tradimento. Lorenzo ordina a Bernardi di dire a Guiscardi di colpire alla Loggia e che egli stesso si recherà lì. Carlo dice a Lorenzo che Clarice non l’avrebbe mai perdonato; anche Bianca e Giulio non sono d’accordo ma comunque scelgono di accompagnare Lorenzo. Nel suo discorso Savonarola fa riferimento alla


sua passata amicizia con Lorenzo e come quest’ultimo abbia abbandonato il sogno di costruire una repubblica e chiede al popolo di non percorrere la strada della violenza. Lorenzo, ricordando Clarice, si pente di aver ordinato l’assassinio di Savonarola e blocca il sicario. Bernardi cerca di intervenire ma viene linciato dalla folla. Bianca, Giulio e Piero portano via Lorenzo. Guiscardi consiglia a Nico, che è Niccolò Machiavelli, di scappare. Nel 1492 il popolo viene chiamato a governare Firenze. Nella scuola d’arte entrano i seguaci di Savonarola e la devastano. Giulio riferisce a Lorenzo che i Dieci si sono sciolti a favore di un Consiglio del popolo. Piero chiede perdono a Lorenzo ma è Lorenzo che chiede perdono al figlio. Bianca si reca da Savonarola e gli chiede di incontrare Lorenzo che si confessa a Savonarola e arriva anche Sandro ad ascoltare mentre chiede perdono. Lorenzo però non si pente di aver creato la bellezza dell’arte mentre Savonarola è contrario perché pensa che tutto questo abbia portato corruzione. Dopo aver parlato con Sandro, Lorenzo chiede della sua famiglia, che gli sta accanto finché non muore. La terza e ultima stagione della serie televisiva I Medici, prodotta dalla Rai, riparte qualche mese dopo la conclusione della stagione precedente, che si era chiusa con la morte di Giuliano de’ Medici (interpretato da Bradley James, che appare in qualche flashback) e la congiura dei Pazzi. Questa stagione narra la seconda parte della vita di Lorenzo e si concentra in particolare sulla sua vicenda politica e su come la brama di potere lo abbia consumato nella seconda parte del suo regno. La maggiore focalizzazione su Lorenzo il magnifico come figura politica porta a un decisamente minore interes-

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se nei confronti dell’esaltazione dell’arte e della produzione culturale del Rinascimento italiano, che era stata un punto centrale delle due precedenti stagioni. Di conseguenza, anche la parte di mecenate e artista del protagonista viene a perdersi e anche le sue interazioni con artisti e scienziati del tempo, come Poliziano e Leonardo, sono piuttosto fini a sé stesse. Solo le interazioni con Botticelli sono significative per la narrazione, ma perché anche queste sono fatte rientrare nella dimensione politica. La stagione può essere divisa in due archi narrativi. Nelle prime cinque puntate la storia si concentra sulla guerra tra Lorenzo e le forze papali per l’egemonia sul territorio italiano: la principale nemesi di Lorenzo in questa fase è Riario, l’ultimo sopravvissuto tra coloro che avevano partecipato alla congiura dei Pazzi. Invece, le ultime tre puntate affrontano parallelamente il declino fisico di Lorenzo e della moglie Clarice e gli intrighi di Firenze, per fare in modo che i Medici mantengano la propria egemonia sulla città nonostante le minacce di Savonarola (interpretato da Francesco Montanari, uno dei miglior del cast) e del catasto, non esitando a scendere a compromessi. L’evoluzione del personaggio di Lorenzo è piuttosto interessante: ci troviamo di fronte a un personaggio pesantemente segnato dalla rivolta dei Pazzi, con un desiderio di vendetta a stento sopito nei confronti di chi ha ucciso l’amato fratello Giuliano e un’ambizione politica sempre più sfrenata. Questo, unito alla malattia che lo colpisce nell’ultima fase della sua vita, lo porta a compiere scelte sempre più controverse, anche perché tende sempre più ad ascoltare lo spregiudicato consigliere Bernardi. Lorenzo e la famiglia Medici, tuttavia, tendono ad esse59

re ancora presentati come gli eroi della serie, nonostante la loro condotta sempre più spregiudicata. Il pentimento finale di Lorenzo, nella sequenza della puntata finale alla Loggia e sul letto di morte, è il momento in cui il personaggio sembra ritrovare i punti di riferimento che erano andati perduti nel tempo: Clarice, la ricerca del bello e della pace. L’arco narrativo di Lorenzo vuole dunque mostrare le difficoltà interne al suo avere un ruolo di potere e all’impossibilità di mantenere una condotta eticamente corretta: il raggiungimento del fine, del bene comune o del bene per i Medici, porta sempre a scelte non moralmente corrette. Come anche nella stagione precedente, la serie si prende molte libertà di adattamento rispetto alle effettive vicende storiche: alcune sono motivate dal voler inserire una componente emozionale nella narrazione, come la presenza di Lorenzo alla morte dell’amata moglie Clarice, ma altre sembrano quasi più citazioni di personaggi noti del Rinascimento senza ragioni precise, come il colpo di scena finale in cui viene svelato che Nico, la spia di Bernardi, è in realtà Niccolò Machiavelli. La terza stagione de I Medici conferma dunque le impressioni della seconda: nonostante una trama comunque intrigante, un livello scenografico e interpretativo piuttosto buono e una prima stagione ben riuscita, manca qualcosa perché sia una serie storica di alto livello. Mariachiara Riva


di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo

LIBERI TUTTI

Origine: Italia Produzione: Rai Fiction, Italian International Film Regia: Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo Soggetto e Sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo, Sandrone Dazieri, Valter Lupo, Gianluca Bomprezzi Interpreti: Giorgio Tirabassi (Michele Venturi), Anita Caprioli (Eleonora), Thomas Trabacchi (Riccardo), Valeria Bilello (Nicoletta), Ludovica Martino (Chiara), Caterina Guzzanti (Martina), Massimo De Lorenzo (Giovanni), Ugo Dighero (Mario), Giordano De Plano (Lapo), Rosanna Gentili (Iolde), Franco Pinelli (Pasquale), Andrea Roncato (JJ), Lino Musella (Domenico), Cristina Pellegrino (PM), Carlo De Ruggieri e Luca Amorosino (poliziotti delle intercettazioni) Durata: 12 episodi da 25’ Messa in onda: inizialmente su Rai Play e successivamente in 6 puntate su Rai Tre (dal 14 dicembre 2019)

EPISODIO 1 - MA BEVETE ANCHE L’ACQUA PIOVANA? La mattina in cui, dopo un dolce risveglio con al suo fianco una bellissima ragazza di cui lui non ricorda il nome, nell’elegante casa dell’avvocato Michele Venturi si presenta la polizia con un mandato di perquisizione, cominciano i guai. Dal momento che vengono trovati ben venticinque milioni di euro nascosti nel bagagliaio della sua auto, Michele viene arrestato e dopo una settimana di carcere lo vediamo a colloquio con una PM dall’aria grintosa. Appurato che lui continua a ripetere

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la stessa versione dei fatti, ossia di essere stato in vacanza in Svizzera e di aver affittato lì quell’auto completamente ignaro del denaro che conteneva e che ritiene appartenere a un precedente affittuario, Michele viene condannato agli arresti domiciliari: tutti i suoi appartamenti vengono sequestrati e i conti bloccati e la sede destinatagli è il “Nido”, una comunità di cohousing romana in cui lavora e vive la sua ex moglie con la figlia adolescente. Michele vorrebbe un’alternativa a quel luogo e dice alla PM che la situazione con la sua ex consorte è molto delicata ma l’aut aut è chiaro: carcere oppure Nido. A malincuore è costretto ad accettare l’idea del cohousing, dove non potrà fare uso né del cellulare né di Internet, non potrà accedere ad alcun alloggio privato a eccezione di quello della ex moglie, e naturalmente non potrà allontanarsi dalla struttura. I poliziotti lo accompagnano sul posto ed è proprio Eleonora, la sua ex, a riceverli e a mostrargli l’alloggio a lui assegnato, dagli spazi angusti e in condizioni molto trascurate, lontane anni luce dall’arredamento sofisticato e ricco della sua abitazione; lei lo informa inoltre del fatto che spetterà all’assemblea di gestione decidere in merito alla sua permanenza, attraverso una votazione. Di lì a poco i poliziotti se ne vanno ricordandogli che potrà ricevere loro visite sia di giorno che di notte. Mentre Michele inizia a prendere confidenza con il suo alloggio, si presenta alla porta un’amica di Eleonora, Nicoletta: lui si mostra immediatamente galante trovando la ragazza molto più affascinante di quanto avrebbe immaginato, lei non gli dà corda e sbrigativamente lo conduce in un giro esplorativo per conosce60

re gli spazi comuni, come il “Ristoro” dove si mangia e socializza, e la cucina, che si rifornisce da una cooperativa del Lazio quasi a km zero. Mentre Nicoletta gli mostra anche il paesaggio della campagna circostante, si avvicina loro un’ospite un po’ attempata della residenza che gli offre un bicchiere d’acqua calda e aceto: lui non nasconde il suo disgusto e si mostra sgarbato con la donna che ci rimane male. A Nicoletta che gli domanda come mai ce l’abbia tanto con il cohousing, Michele risponde che ha segnato la fine del suo matrimonio. Per pranzo si presenta da Michele il suo avvocato napoletano Pasquale, che lo ascolta mentre mangia generosi tranci di pizza sul letto: Michele gli racconta che il Nido è pieno di pazzi e gli è bastato vedere la diffidenza con cui hanno accerchiato un elettricista, tra l’altro chiamato da loro per la fibra ottica, per rendersene conto; Pasquale lo esorta a tener duro visto che l’alternativa è il carcere, mentre il Nido potrà dare loro un maggiore margine d’azione. Poco dopo, mentre Pasquale se ne va, arriva Riccardo, il nuovo compagno di Eleonora, a salutare Michele: lo avverte del fatto che a suo parere non sarà facile ottenere l’approvazione per la sua permanenza, visto che per il momento lui ed Eleonora, che naturalmente voteranno a favore, sono in netta minoranza e visto che il Nido difende fra i suoi principi ispiratori la trasparenza e l’onestà. Successivamente Michele va a salutare la figlia Chiara, ritornata da scuola, che mostra nei suoi confronti una certa ostilità, intuendo il bisogno di lui di riscuotere la simpatia degli abi-


tanti del cohousing. Difatti nelle ore successive lo vediamo proprio impegnato a esibire le sue migliori doti di astuzia e recitazione per raccogliere voti fra persone a cui, se non fosse stato costretto, non avrebbe probabilmente mai rivolto parola. Ad esempio l’avvocato prova a fare tai chi di gruppo, si scusa con Iolde, lascia credere ad alcuni di essere terrorizzato dalla prigione dove finge di avere subìto qualcosa di terribile. A sera Riccardo nota una grande partecipazione all’assemblea, composta tanto da italiani quanto da immigrati, in tutto circa una trentina di persone. Prendono la parola i più convinti contrari all’idea di ospitare Michele nel cohousing; lui finge di mettersi a piangere per impietosire gli altri, sperando di fare leva sui loro ideali di altruismo e solidarietà. Inaspettatamente le mani alzate dei favorevoli superano quelle dei contrari e mentre l’assemblea procede a trattare altri argomenti, come l’articolo di giornale in cui si dice che l’area del Nido risulta inquinata, lui torna baldanzoso nel suo alloggio per festeggiare in segreto il risultato della sua abilità. Dopo un po’ lo raggiunge Eleonora, accusandolo di essere un bugiardo e di aver lasciato intendere cose gravissime, come di essere stato violentato in carcere, e completamente inventate. Discutono e mentre lui le dice che sono molte le cose di cui non vuole parlare scopriamo che il suo alloggio è completamente sotto controllo e che tutte le sue conversazioni vengono ascoltate in tempo reale da due poliziotti addetti alle intercettazioni... EPISODIO 2 - CI VIVRESTI IN UN POSTO COSÌ? L’indomani alle otto di mattina i due poliziotti sono già nuovamente in ascolto e proprio mentre chiacchierano fra loro sul punto di forza del Nido rappresentato dal prendere insieme qualunque de-

cisione, sentono Riccardo ed Eleonora confabulare nel loro alloggio. Lui le sta dicendo che ha preferito far arrivare i risultati dei test ambientali all’ufficio di suo fratello per evitare domande e problemi. Quando li raggiunge Chiara sviano il discorso ma lei capisce che nascondono qualcosa e senza chiedere altro va a fare colazione nello spazio comune del Ristoro. Poi arriva Nicoletta a informarli che grazie a un suo amico alla Regione è entrata in possesso di una copia del recente ricorso al TAR fatto da parte di un nobile per riappropriarsi dei terreni del Nido: mostra loro il documento e dice che si tratta di un certo Ciro principe di Filicudi, determinato a rivendicare la sua antica proprietà. Loro la mettono a parte dell’altro problema legato ai risultati dei test ambientali e tutti e tre decidono di non divulgare nulla fra gli abitanti del Nido, pensando di rivolgersi a un avvocato, completamente ignari del fatto che le loro conversazioni siano state ascoltate dalla polizia. Poi Chiara esce per andare a scuola e in cortile viene fermata da Martina e Giovanni, che con aria comprensiva e affettuosa la rassicurano su qualcosa che le sfugge a proposito di suo padre; incuriosita va allora a leggere il verbale dell’assemblea che ha votato a favore della sua permanenza e trova un passaggio in cui veniva ribadita la solidarietà del cohousing contro gli abusi sessuali in carcere. Scossa da quanto ha letto, esce di corsa per andare a scuola. Michele si appresta a trascorrere la sua giornata di nullafacenza cedendo a poco a poco la gentilezza che aveva esibito per riuscire a farsi ospitare; quando Iolde gli si avvicina mentre lui prende il sole su una sdraio, proponendogli di fare Tai Chi di gruppo e di lavorare nell’orto, le risponde soltanto che le sarebbe eternamente grato per un caffè del bar e poi non le dà 61

più ascolto. Poco dopo tenta di persuadere Eleonora a fargli fare una telefonata col suo cellulare, ma lei si mostra irremovibile - deludendo i poliziotti all’ascolto che perdono un’opportunità per saperne di più - non permettendogli nemmeno di inviare una mail all’avvocato Pasquale per una documentazione; lui vorrebbe che gli prestasse mille euro in contanti e lei gliene dà solo venti, ricordandogli che è agli arresti domiciliari. Poi Eleonora riceve la telefonata di Riccardo che la informa che i risultati dei test non sono buoni, mentre Chiara parla con un’amica al tavolino di un bar dei drammatici fatti che crede siano accaduti a suo padre in prigione. L’amica cerca di rassicurarla ma a un tratto la ragazza dice che preferisce stare sola e se ne va in tutta fretta dimenticando lì il telefonino. Al Ristoro Lapo, un tipo dai modi piuttosto diretti, chiede a Michele se non ha ancora versato la quota per la cucina comune; i due battibeccano e Michele gli mostra un articolo di giornale in cui si dice che la zona del Nido è inquinata dall’amianto e a cui Lapo dice di non credere assolutamente. Nel frattempo Eleonora si reca nell’ufficio del suo amico e datore di lavoro JJ, personaggio televisivo non più sulla breccia, che l’ha chiamata per darle di persona quella che ritiene una notizia bomba: sarà ospite per tre puntate alla trasmissione Quelli che il calcio come tifoso del Torino; a un tratto però lei riceve una telefonata di Riccardo da cui viene


a sapere che l’amica di Chiara ha fatto avere loro il cellulare dimenticato e che la figlia non è ancora rientrata ma lui è certo di sapere dove andarla a trovare. Allarmata Eleonora interrompe la conversazione appena iniziata con JJ che ci rimane un po’ male e si dirige di corsa al Nido. Lì Riccardo incrocia Michele e, dicendogli che sta andando a cercare Chiara, gli mette sbrigativamente in mano il ricorso al TAR chiedendogli se possa dare un’occhiata senza dire nulla per il momento a Eleonora. Poco dopo Riccardo trova la ragazza al bar biliardo, esattamente dove immaginava che fosse andata per allontanare i pensieri, e chiarisce che si è trattato puramente di un equivoco. A sera lei affronta l’argomento con Michele, dicendo che vorrebbe che tutti sapessero la verità per non suscitare una pietà che la infastidisce e non ha fondamento. Quando lui le fa capire che così facendo rischia di non poter più rimanere al Nido, lei fa marcia indietro per non creargli nuovi problemi. Al Ristoro si festeggia il compleanno di Iolde fra festoni colorati e torte caserecce; Michele inganna il tempo con qualche partita a scacchi in cui vincere per lui è fin troppo semplice e intanto Mario, uno dei più agguerriti contrari nel momento della votazione per la sua permanenza, dice a Eleonora, Riccardo e Nicoletta che sarebbe opportuno fare privatamente dei test ambientali; loro fingono di considerare l’ipotesi tacendo dei risultati già arrivati. Al momento della consegna dei regali a Iolde,

molto semplici ed economici, Michele un po’ su di giri per l’alcool bevuto dice alla festeggiata che ha qualche rotella fuori posto e poi dichiara davanti a tutti di non avere subìto violenza in carcere, chiedendo provocatoriamente se a questo punto vorranno rivotare. Più tardi, nel suo alloggio, dice a Riccardo ed Eleonora di aver letto tutta la documentazione e che la questione del principe non gli sembra un grande problema a meno che non sia una manovra combinata con l’articolo sull’inquinamento; se il luogo si rivelasse davvero inquinato allora sarebbero guai. Eleonora gli rivela che, a insaputa di tutti gli altri, hanno fatto fare dei controlli e i valori risultati non sono buoni. Michele allora non nasconde loro che il Nido è a rischio di sgombero e suggerisce di chiamare una “ditta notturna”: spiegherà loro di cosa si tratta se si decideranno a togliere dalla sua vista il quadro di una vecchia signora defunta. EPISODIO 3 - QUANT’È LIBERO UN FRINGUELLO? Nottetempo Michele viene svegliato nel suo alloggio da rumori molesti: Riccardo con altri due abitanti del Nido è entrato alla ricerca di materiale per tirare letteralmente fuori dai guai l’amico Paco, finito in un burrone per aver usato un furgone senza freni. La mattina successiva, a colazione, Riccardo spiega a Michele che al Nido è consuetudine questo tipo di aiuto reciproco senza limite di orari; poi sopraggiunge Eleonora e Michele le chiede quando andrà qualcuno a fare le pulizie nel suo bagno: scopre così che al Nido non ci sono domestiche e che, oltre a doversi occupare direttamente delle pulizie nel suo alloggio, è anche tempo che vada a segnare il suo nome sul foglio dei turni per tutte le attività comuni. Dopo aver incrociato Chiara, invitandola a cena e sentendosi ricambia62

re l’invito per una cena con lei e il suo amico Marcello, Michele si rivolge a Martina e Giovanni per capire come funzionano le varie attività da svolgere. Martina però lo sorprende dicendogli davanti al partner che ogni sera, prima di addormentarsi, lei vede l’immagine della violenza da lui subita in carcere, nonostante Giovanni le ricordi che il fatto non è mai accaduto; quest’ultimo le chiede spiegazione delle sue parole per capire se lei si sta prendendo qualche rivincita per un precedente disappunto e Martina gli risponde che ultimamente lui ha avuto un atteggiamento un po’ troppo autoritario. Vedendoli presi dai loro problemi di coppia, Michele abbandona il discorso e chiede aiuto a Iolde che gli descrive una serie di possibilità di impiego, dalla cucina all’assistenza dei bambini alla comunicazione… Michele si mostra subito favorevole a occuparsi di questo compito, non appena viene a sapere che dovrà utilizzare un computer connesso a Internet per rispondere alle mails del blog del Nido. Sfodera la sua galanteria con Iolde che, lontana dal sospettare la verità, gli fornisce senza problemi la password per accedere a Internet. Poco dopo arriva l’amico Pasquale a dirgli che la sua idea di indagare sui precedenti affittuari dell’auto è stata indovinatissima perché si è scoperto che uno di loro è un pregiudicato. Pasquale lo informa di aver già portato la memoria difensiva alla PM e lo rassicura sul fatto che presto potrà ritornare in libertà. Felice, Michele gli dà una serie di indicazioni con un linguaggio ermetico che i poliziotti all’ascolto non possono capire appieno limitandosi a prendere nota: dice che “la pasta deve tornare a casa” e accenna a un certo “kazako” e a un certo “mister Y”. Lo stesso Pasquale non è certo di aver ben compreso e Michele gli dice di eseguire semplicemente quanto gli dirà di fare per


mandare avanti lo studio durante la sua forzata assenza. Mentre Michele è intento a leggere qualcosa sul sito di una banca svizzera, sopraggiunge Nicoletta che se ne accorge e gli chiede spiegazioni sull’idea della ditta notturna di cui le hanno accennato Eleonora e Riccardo; lui spiega che si tratta di una ditta disposta a bonificare il terreno per riportarlo a valori accettabili e a sparire nel nulla, per evitare di attirare l’attenzione della stampa e i successivi problemi, e non manca di aggiungere che conta di poter recuperare al più presto la sua libertà, cosa che dice anche a Eleonora non appena quest’ultima arriva e, vedendolo connesso a Internet, lo esorta a chiudere immediatamente. Michele le domanda notizie sull’amico della figlia e Eleonora dice apertamente che è costante motivo di litigio fra loro, è un diciottenne che dimostra di avere un’età superiore, quasi completamente privo di cultura, e lei ritiene utile che lui lo conosca direttamente. Verso sera Lapo bussa all’alloggio di Michele per riferirgli il testo di un sms ricevuto dall’avvocato Pasquale: la grande notizia consiste nel fatto che il precedente affittuario dell’auto di Michele, pregiudicato, è stato fermato a Monza. Michele è entusiasta sentendo la vittoria in tasca e la libertà sempre più vicina e non si trattiene dal gridare che finalmente potrà andarsene da quel posto orribile. Poco dopo lo ritroviamo vestito di tutto punto al Ristoro, dove affida ai pochi presenti un messaggio di gratitudine e amicizia per tutti i cohousers che gli hanno permesso di alloggiare lì; arrivano Chiara e Marcello e anche a loro Michele dice con aria sicura che l’indomani se ne andrà perché si sta risolvendo l’equivoco per cui era stato messo ai domiciliari. Prima di uscire per andare a cena da JJ, Eleonora e Riccardo vanno a salutare Michele e Riccardo gli

dice che forse la scelta di Marcello da parte di Chiara è una sorta di provocazione nei loro confronti, preparandolo così ulteriormente alla stravaganza del ragazzo. Finalmente a tavola nell’alloggio di Eleonora, Michele osserva con perplessità il fidanzato della figlia, che dimostra di saper cucinare ma anche di avere ben poca cultura, cosa che compensa con eccessiva sicurezza di sé e disinvoltura di atteggiamento. Nel corso di una conversazione un po’ sconclusionata, Michele viene a sapere che sta frequentando il quarto anno di tecnico-agrario, che è stato bocciato solo una volta, che si dichiara sovranista; tutto d’un tratto Marcello gli domanda se potrà andare a fare il praticantato nel suo studio, lasciandolo attonito. Di lì a poco si presentano due poliziotti e disilludono Michele dichiarando di non aver ricevuto alcun ordine di scarcerazione; ignaro della loro presenza fa il suo ingresso anche Lapo per riferire a Michele che Pasquale ha inviato un altro sms per lui. Accortosi che è troppo tardi per porre rimedio, Lapo cerca di confondere le idee ai poliziotti aggiungendo che Pasquale è il suo amico immaginario. Rientrano intanto Eleonora e Riccardo e assistono alla scena, sentendo anche loro - così come i due poliziotti delle intercettazioni - il contenuto di quell’sms, ossia il fatto che il fermo dell’indiziato a Monza non era stato confermato. Michele vive una fortissima delusione e fa ritorno nel suo alloggio, mentre i poliziotti se ne vanno. Chiara lo segue e parlano un po’ fra loro: gli confida che in Marcello le piacciono proprio quelle caratteristiche che lo distinguono dall’ambiente particolare del Nido, che ormai le sta troppo stretto per l’eccessivo obbligo di socializzazione, e aggiunge che sta però vivendo con lui un periodo di crisi. Michele allora sorride bonariamente, dicendole che alla loro età non è ancora il caso 63

di chiudersi nei labirinti delle crisi ma è tempo di cambiare direzione. Nelle ultime immagini lo vediamo, una volta solo, mettersi a fare le pulizie nel bagno ridotto in bruttissime condizioni. EPISODIO 4 - MA LA GIACCA LA VUOLE TUTTA? Di domenica mattina Chiara porta la colazione a Michele ancora a letto mezzo addormentato e gli ricorda che a breve ci sarebbe stata un’assemblea con tutti gli abitanti del Nido; lui le chiede il favore di andargli a ritirare una giacca cui è molto affezionato a casa di un sarto suo amico di cui le fornisce l’indirizzo, indirizzo che i poliziotti all’ascolto vorrebbero sentir pronunciare ad alta voce dalla ragazza, cosa che invece non accade. Durante l’assemblea Eleonora comunica a tutti i presenti i risultati purtroppo negativi dei controlli ambientali fatti fare da loro una ventina di giorni addietro, in base ai quali risulta che alcune zone del Nido sono inquinate e non regolamentari. Mario se la prende molto per l’iniziativa che ha tenuto tutti all’oscuro tranne Riccardo, Nicoletta e Michele, e li accusa di filtrare le informazioni, sollevando numerose critiche anche da parte di altri. Tuttavia Michele viene invitato a esprimere la sua proposta e lui, dichiarando l’oggettivo rischio di sequestro del Nido, parla a tutti della possibilità di affidarsi a una “ditta notturna”


disposta per un compenso pari a diecimila euro a bonificare i punti strategici per poi sparire nel nulla. L’idea lascia molti perplessi, dato che va nettamente contro i principi di trasparenza e onestà della comunità. Mario si proclama assolutamente contrario e formula una proposta alternativa che riscuote l’approvazione da parte della maggioranza dell’assemblea e che consiste nell’affidare il lavoro di bonifica ad alcuni suoi amici, di cui garantisce affidabilità e abitudine a lavorare con tutte le carte in regola. Nel frattempo Chiara è arrivata al domicilio del sarto, che la fa rimanere sulla porta di casa mentre va a recuperare la giacca e le pone una domanda molto strana, ossia «ma la giacca la vuole tutta?», senza darle alcuna spiegazione e assicurandosi che lei torni a casa evitando di percorrere strade isolate. Quando, una volta tornata, Chiara consegna la giacca a suo papà, gli dice che il sarto è stato un po’ misterioso, le ha dato del lei, le ha chiesto se suo papà rivoleva anche i pantaloni e da solo ha deciso di tenerli ancora; poi gli domanda in modo molto diretto e leggermente divertito se nella giacca sia nascosta della cocaina: Michele risponde di non essere un santo ma anche di non essersi mai drogato in vita sua e le mostra una generosa fascetta di banconote, regalandole la cifra più alta che abbia mai visto in vita sua e che lei accetta sorpresa e contenta. Nella cucina comune fervono i preparativi per il pranzo e Iolde, dopo aver visto Riccardo baciare

teneramente Eleonora, confida a quest’ultima che dopo essersi a lungo sentita sola ha finalmente trovato qualcuno che le piace davvero, con cui sente che c’è la possibilità di costruire qualcosa di importante e che trova per molti aspetti simile a lei: con grande sorpresa di Eleonora, Iolde dice che si tratta di Michele. Durante il pranzo all’aperto Eleonora gli domanda sottovoce se stia flirtando con qualcuno e Michele risponde di no, mentre sopraggiungono i tre amici di Mario. Questi ultimi rappresentano per lui e per tutti gli altri abitanti del Nido un’amara delusione: chiedono infatti un compenso pari a quattro volte quello voluto dalla ditta notturna, dicono che avranno bisogno di almeno due mesi di tempo e soprattutto che non rilasceranno regolare ricevuta. Si accende un inevitabile litigio fra loro e Mario, che li accusa di aver approfittato del Nido in passato e di mostrarsi adesso tutt’altro che grati, rischiando di essere picchiato da uno dei tre se non intervenisse Michele in sua difesa assestando un pugno all’uomo che non reagisce perché dice di non potersi mettere nei guai con la polizia a causa dei suoi precedenti. Tempo dopo Eleonora entra nella camera di Chiara e la vede nascondere frettolosamente qualcosa in un cassetto; per evitare equivoci, la ragazza le mostra il denaro spiegando che l’ha ricevuto dal padre. Contemporaneamente Mario va nell’alloggio di Michele a ringraziarlo e quest’ultimo gli dice che non c’è tempo da perdere ed è meglio avvertire subito Riccardo di mettersi in contatto con la ditta notturna, obbligandolo inoltre a riconoscere pubblicamente il suo errore la sera stessa. La loro conversazione viene interrotta dall’arrivo di Eleonora, arrabbiatissima, che gli chiede spiegazioni e vuole sapere con che cifra nascosta nella giacca abbia mandato 64

in giro la figlia; lui risponde che si tratta di circa trentamila euro e lei gli domanda cosa debba fare con tutto quel denaro, esortandolo ad andarsene dal Nido. Michele dice che deve mandare dello champagne a un kazako che beve molto per tentare di farlo pazientare e lei di rimando lo accusa di traviare Chiara, di aver picchiato un uomo, di spassarsela con molte donne del Nido. Lui si difende dichiarando che ha solo fatto un regalo alla figlia, ha difeso Mario e non ha relazioni con nessuna donna del luogo... Dopo cena molti cohousers sono al Ristoro e lì Michele vince varie partite a scacchi contro Lapo, mentre Iolde lo guarda ammirata e visibilmente attratta; Mario mantiene la parola data e si scusa con tutti per il litigio avvenuto con quelli che credeva essere suoi amici e per l’insuccesso della sua iniziativa e Riccardo contatta telefonicamente la ditta notturna di cui Michele gli ha fornito i recapiti. All’una di notte si presentano due soggetti poco raccomandabili, che salutano Michele con aria confidenziale e che parlano con evidente accento dell’Est. “Marcus”, il capo, spiega brevemente a Eleonora e Riccardo come intende procedere e dice di avere subito bisogno di duemila euro in contanti per l’acquisto del materiale necessario. Mentre Riccardo non dissimula del tutto la sua sfiducia in queste persone, e Eleonora li osserva con sguardo indagatore, Michele va nel suo alloggio a recuperare il denaro richiesto. Davanti alla porta d’ingresso trova Iolde, cambiatasi d’abito e con una bottiglia di vino e due bicchieri in mano. Lui la asseconda senza darle troppo spazio, e lei si dice pronta ad aspettarlo per entrare insieme, cosa che ritiene molto importante ed emozionante. Michele consegna quindi il denaro a Marcus che, col favore delle tenebre, inizia il sopralluogo insieme al suo aiutante. Uno dei po-


liziotti all’ascolto capisce dall’accento che si tratta di due albanesi, non del misterioso kazako cui avevano sentito fare cenno da parte di Michele. A quest’ultimo tocca entrare nel suo alloggio insieme a Iolde che si siede sul letto e gli fa cenno di sedersi al suo fianco; poi con una serie di ammiccamenti gli versa il vino prodotto dal Nido, che lui trova più buono del previsto, e guarda la realtà con gli occhi della sua fantasia, credendo di vedere in Michele un interesse per lei che invece è del tutto infondato. EPISODIO 5 - COSA C’È SOTTO? I due poliziotti addetti alle intercettazioni riferiscono alla PM il frutto del loro lavoro: la mettono al corrente del fatto che probabilmente Michele sta per compiere un passo falso e le fanno sapere che è molto attivo per risolvere il problema ambientale del Nido, che ha un rapporto ancora conflittuale con la moglie che l’ha lasciato tredici anni prima, che ogni tanto nomina il Kazakistan senza aggiungere però alcuna informazione utile. Al Ristoro sono tutti intenti a fare colazione, rispettando le regole che prevedono per due volte a settimana l’obbligo della colazione in comune. Michele non nasconde affatto la sua insofferenza per questa consuetudine e squilla il cellulare di Riccardo contattato dall’ARPA, ossia l’agenzia regionale responsabile delle analisi ambientali. Riccardo mette il vivavoce per coinvolgere tutti i presenti nell’ascolto e l’agenzia fa sapere che già l’indomani invierà sul posto i suoi ispettori. Michele dice che potrebbe tentare di combinare qualcosa se avesse un computer e un telefono a disposizione e Riccardo gli fa notare che gli albanesi di cui si fidava tanto non si sono più fatti vivi dopo la notte in cui hanno fatto degli strani intrugli lasciando dei vasi numerati in magazzino: in quel preciso istante, a confermare le parole di Michele

che insiste nel definirli come persone serie, i due arrivano a bordo di una ruspa. Dopo aver esaminato i vasi riferiscono a Michele e Riccardo che fortunatamente solo un’area circoscritta di terreno risulta inquinata, il lotto 11 con i pomodori, e assicurano di poter risolvere lavorando tutta la notte e chiedendo in cambio cocaina oppure vodka di qualità. A Michele e Riccardo non resta che accettare di lasciarli fare, negando risolutamente la droga e cedendo sul fronte dell’alcool. Quindi Michele si mette all’opera al computer del Nido e di lì a poco lo raggiunge alle spalle Iolde, convinta di fargli una gradita sorpresa, e dandogli a completa disposizione il suo telefono. Michele naturalmente approfitta dell’ascendente che ha su di lei e la ringrazia del favore, mentre i poliziotti all’ascolto annotano immediatamente il nome di Iolde Bechis e sono pronti a riferire al giudice di sorveglianza. Sopraggiunge Nicoletta, che vede Iolde dare affettuosi baci a Michele che ovviamente non ricambia, e alla quale quest’ultimo spiega il suo intento, cioè creare un conflitto di competenze fra ASL e ARPA per guadagnare tempo per risanare il terreno. La informa che sta cercando di rimettersi in contatto con vecchie conoscenze che potrebbero tornare utili, come il direttore di una ASL, e mentre Iolde lo guarda, completamente rapita dalla sua intelligenza, lui chiede conferma a Nicoletta del fatto che si occupi di arte e lei risponde di avere una piccola galleria. Lui aggiunge che in futuro potrebbero fare grandi cose insieme ma lei taglia sbrigativamente la conversazione e se ne va. Fuori i lavori dei due albanesi procedono, stanno scavando con la ruspa in corrispondenza del punto inquinato. Riccardo si rivolge a tutti gli abitanti del Nido e dice che per pura precauzione sarà opportuno far trascorrere altrove 65

la notte ai bambini e dormire tenendo ben chiuse le finestre. Lapo e Mario vanno a dire a Eleonora che hanno deciso di fare picchetto per impedire all’ARPA di entrare al Nido e Michele spiega loro che sarebbe inutile e controproducente; finalmente riceve la telefonata dall’amico direttore di ASL che gli accorda il favore di guardare in tempi rapidi le mails inviategli. Nel frattempo arrivano i vari nonni a recuperare i nipoti e ci sono anche i genitori di Eleonora che si scusa dal momento che Chiara non vuole sentire ragioni di andare con loro. Gli albanesi, fra vodka e qualche risata, procedono alacremente col lavoro e assicurano a Riccardo che nell’arco di ventidue ore consecutive riusciranno a concludere. A notte inoltrata la ruspa si imbatte in una superficie metallica: il rumore sveglia molti dei residenti e naturalmente fra i primi a scendere a vedere ci sono Eleonora e Riccardo. Mario dice che si tratta del lastrone che lui aveva trovato quando in pochi si erano appena insediati al Nido e lui aveva fatto un grande lavoro di pulizia. Aveva subito sospettato qualcosa ma temeva che quel problema avrebbe potuto dichiarare la fine di un sogno appena iniziato e così aveva scelto di tacere e ricoprire col terreno la lastra. Mentre gli altri assistono perplessi e sconcerta-


ti alla scena Riccardo si consiglia con Michele sul da farsi, dato che nemmeno Mario ha idea di cosa sia nascosto sotto. Michele afferma che è inevitabile scoprirlo e gli albanesi sono pronti ad agire ma non possono procedere immediatamente, avendo bisogno di un mezzo adeguato. EPISODIO 6 - CAFFÈ E CORNETTO? L’episodio si apre sulla medesima scena mentre l’oscurità cede gradualmente il passo alle prime luci dell’alba. Martina accusa apertamente Mario di essere un pazzo criminale e lui se la prende a tal punto da dire che entro poche ore metterà fine alla sua vita; Lapo teme che sotto la lastra ci siano scorie radioattive o amianto o cadaveri, Riccardo invita a mantenere la calma fin quando non sapranno esattamente di cosa si tratta. Poi Riccardo chiede a tutti i presenti di mantenere il silenzio in quartiere e di ritrovarsi a parlarne in assemblea alle ore diciannove dell’indomani, mentre Marcus garantisce di procurarsi da un amico di Latina il mezzo necessario per scoperchiare e chiede un posto per dormire. Michele cede a Marcus e al suo aiutante il suo alloggio e si autoinvita a casa di Eleonora e Riccardo per parlare di questioni importanti. Infatti fa di tutto per convincere Riccardo a incentivare il suo amico Menicucci, direttore

di una ASL, ad aiutarli contestando all’ARPA il controllo di competenza, attraverso un piccolo atto di corruzione: gli dà una mazzetta da mille euro e gli spiega che basterà cogliere il momento giusto e andrà tutto liscio. Riccardo non ha mai fatto in vita sua una cosa del genere e si vergogna terribilmente ma per il bene del Nido decide di provare. All’ora di colazione Chiara è al Ristoro con la madre mentre Riccardo è già uscito diretto alla ASL. Chiara sente Lapo riferire a Eleonora che Mario è in buone condizioni, ha riportato solo una contusione quando si è buttato dal piano rialzato sul prato… la ragazza naturalmente chiede spiegazioni e Eleonora è costretta a raccontarle tutto. Intanto Michele si gode la quiete riposando con gli occhi chiusi su una sdraio in un angolo disordinato all’aperto e a un tratto Iolde lo sveglia baciandolo sulla bocca; lui la respinge dicendole che è una situazione impossibile e lei pensa che il motivo sia la figlia, ma Michele ribatte che sarebbe comunque impossibile anche per loro. Squilla il cellulare di Iolde che Michele ormai tiene come se fosse suo, e il cui numero ha dato anche all’avvocato Pasquale; a chiamare è Riccardo agitato e in cerca di rassicurazione. I consigli di Michele non bastano e Riccardo finisce per cadere in un equivoco e dare il denaro a uno squilibrato, ma almeno recupera prontamente i soldi nel tentativo di rintracciare il vero Menicucci. Di lì a poco arriva al Nido una scolaresca di prima media accompagnata dalla sua professoressa, un’amica di Eleonora che aveva concordato con lei la visita al cohousing: Eleonora se ne era completamente dimenticata e chiede aiuto alla figlia per cercare di distogliere l’attenzione dei ragazzini dai segreti “lavori in corso”. La professoressa nota da subito qualcosa di strano, dato l’arrivo di due poliziotti per il giro di routine 66

e controllo di Michele, ma fidandosi di Eleonora lascia che i ragazzini seguano le indicazioni di Chiara e stiano nello spazio interno in cui lei li porta. Contemporaneamente i poliziotti all’ascolto sentono che Michele dice al telefono a Pasquale che faranno un bellissimo regalo al kazako, di cui però non fornisce nessun’altra informazione. Intanto alla ASL Riccardo vive momenti tremendi cercando di mostrarsi disinvolto e confidenziale con Menicucci, che rimane molto sulle sue nonostante gli venga fatto il nome dell’avvocato Michele Venturi; riesce a parlargli e gli chiede il favore di contattare al più presto l’ARPA, ma non riesce assolutamente a consegnargli il denaro. Al Nido cresce l’insofferenza dei ragazzini costretti da Chiara a guardare un video che racconta le origini del luogo e ad ascoltare una specie di sua lezione improvvisata sulla pratica del cohousing; la professoressa esorta allora la classe ad andare in giro a intervistare i vari abitanti per comprendere meglio la loro scelta di vita e la classe si sparpaglia immediatamente. Proprio mentre tre studenti stanno rivolgendo delle domande a Martina e Giovanni arrivano gli albanesi a bordo di un nuovo mezzo meccanico e con addosso delle tute anticontagio; non bastasse questo, altri ragazzini vengono subito attirati dalla fossa scavata nottetempo e giocano lì vicino. A Eleonora non resta che esortare l’amica a portare via il prima possibile i ragazzi, dicendole che purtroppo è arrivata in un giorno terribile e senza aggiungere altre spiegazioni. Tempo dopo Nicoletta informa Michele che da parte della ASL non è ancora arrivata alcuna risposta e lui di rimando le chiede se abbia un’opera d’arte di un certo valore per fare un regalo importante. La scena si sposta infine in esterno, mostrandoci che è ormai buio quando Marcus riesce finalmente a scoperchiare: lui e il


suo aiutante si mettono maschere antigas e scendono a vedere, approfittando della presenza di una vecchia scala a pioli all’interno del buco misterioso. Esplorano il luogo nella semioscurità e intravedono una vecchia 500 e altra roba di genere vario accatastata in quello che sembra sempre più un rifugio. Risalgono quindi in superficie mostrando ai presenti un foglio che riporta la scritta “Brigate rosse”. EPISODIO 7 - QUANTO VALE UNA PERA DEL MILANETTO? Una volta chiamata la polizia hanno inizio le operazioni di svuotamento del “rifugio segreto”, da cui emerge una quantità di materiale superiore al previsto, soprattutto in termini di faldoni di documentazione. Al Ristoro Riccardo, Michele e Lapo parlano insieme leggendo qualche foglio estrapolato da tutti quelli trovati e Lapo si stupisce soprattutto del fatto che le BR abbiano scelto proprio quel luogo che in origine era un sanatorio, mentre Michele non si mostra perplesso dei possibili legami che all’epoca potevano venirsi a creare. Poi Michele raggiunge il suo alloggio e da lì telefona a un certo “Mister Y”: i poliziotti delle intercettazioni lo sentono congratularsi per un’idea dello sconosciuto con “i lussemburghesi” e poi dire che questa è l’ultima che combina. Poco dopo Iolde si reca da Michele in stato di grande agitazione e confusione: continua a ripetere che non era sua intenzione mettere tutti nei guai ma che questo sarà inevitabile perché i giornalisti collegheranno facilmente passato e presente. In modo sconclusionato gli racconta che nel ’77, quando aveva vent’anni, aveva avuto una storia con un uomo, di nome Valerio, che solo successivamente aveva scoperto appartenere alle Brigate rosse. Era stata definita una loro fiancheggiatrice ma dal processo era uscita pulitissima; adesso però ha paura che l’intero

Nido venga considerato un covo di terroristi, visto che in un articolo di giornale fresco di stampa si legge che una residente del cohousing è sospettata di lotta armata. Dopo essersi accertato che Iolde, in passato, non è mai stata incriminata ma solo fermata e rilasciata, Michele la rassicura e proprio mentre lei lo abbraccia arriva Nicoletta. Visibilmente seccata e sospettosa che fra i due ci sia qualcosa, Iolde allora se ne va in fretta portandosi via il suo telefono. I poliziotti all’ascolto ci restano male, visto che proprio da poco tempo erano riusciti a far mettere quel cellulare sotto controllo. Rimasto solo con Nico, Michele le spiega che Iolde vive emozioni fortissime per una vita immaginaria e poi le chiede aiuto per scegliere un quadro da regalare a un suo amico, raffinato collezionista. Lei gli mostra un quadro del Milanetto raffigurante una pera, e lui anche se non del tutto convinto si rimette alla sua esperienza, interessato soprattutto al fatto che l’opera abbia un valore pari a diecimila euro. Nel frattempo Eleonora è andata dal suo capo JJ, in collera con lei sempre troppo occupata dalla sua comunità e poco presente sul lavoro. JJ sarebbe tentato di licenziarla ma le è anche molto affezionato e le dà un’ultima possibilità, raccontandole che è stato contattato da una trasmissione impegnata nel sociale e che ha intenzione di fare un reportage proprio sul Nido come realtà di disagio, cosa che lascia Eleonora piuttosto perplessa dato il periodo problematico che il cohousing sta attraversando. A pranzo al Ristoro Michele chiede a Lapo il favore di fargli da corriere per consegnare il quadro nell’albergo di lusso dove alloggia il suo amico e Lapo, che conosce di vista l’hotel, ne è entusiasta. Iolde si abbandona pubblicamente alle lacrime dopo aver letto nuove accuse dei giornali contro il Nido e Chiara racconta alla sua amica 67

Valentina, molto stupita dello stile di vita in condivisione, che ormai tutti gli abitanti del cohousing sono a conoscenza della passata relazione della donna con un terrorista. Pochi attimi dopo sopraggiunge JJ con tanto di cameraman al seguito e un microfono già acceso fra le mani: l’uomo inizia a intervistare i presenti mentre Eleonora lo interrompe esprimendo il suo disappunto per l’improvvisata e spiegando alla comunità l’idea del reportage. L’amica di Chiara è sempre più sconcertata e la ragazza le spiega che JJ era stato un noto personaggio televisivo parecchi anni addietro. Giovanni si dice subito favorevole al servizio giornalistico, nella convinzione che possa rivelarsi uno strumento molto utile per far conoscere la verità sul Nido. Poco dopo Nicoletta consegna a Michele il quadro, imballato e pronto per essere portato da Lapo all’albergo. Michele vorrebbe subito pagare in contanti ma lei rifiuta preferendo un regolare bonifico; Lapo si presenta vestito in modo elegante, entusiasta all’idea di poter entrare nell’Hotel Debussy nonostante Michele continui a ripetergli che il suo compito sarà unicamente quello di lasciare il quadro alla reception. Michele gli offre il denaro per prendere un taxi dissuadendolo dall’idea di andare in motorino; poi, rimasto solo con Nicoletta, le dice che se solo potesse mettere piede fuori da lì gli piacerebbe poter uscire a cena con lei. Mentre JJ avvia le riprese, con un’introduzione melodrammatica in cui presenta il cohousing come


un luogo che ospita gli ultimi della Terra, per procedere con una serie di interviste molto fantasiose e abbastanza sconclusionate, Iolde confida a Eleonora la sua forte preoccupazione e il suo senso di colpa per i problemi del Nido e aggiunge che a suo parere Nicoletta è interessata a Michele, cosa che però non la preoccupa più di tanto data la “solidità” del loro rapporto. Successivamente Michele raggiunge Riccardo che gli comunica di aver ricevuto una lettera dal famoso Ciro principe di Filicudi, il nobile che sostiene di essere proprietario per linea di discendenza dei terreni su cui sorge il Nido, scritta con uno stile estremamente ricercato, attraverso la quale l’aristocratico ha espresso la sua volontà di incontrarlo. La loro conversazione viene interrotta da JJ, che ha finito le riprese e ringrazia per la disponibilità accordatagli; quest’ultimo non nasconde la sua simpatia per Michele, dicendo che ha sempre detto a Eleonora che lasciarlo è stato un errore, e taglia la corda non appena si accorge della gaffe commessa nei confronti di Riccardo. Michele ne approfitta per chiedere il favore di telefonare a Lapo per vedere se tutto procede come dovrebbe, ma ne capisce ben poco, dato che al telefono gli arriva una grande confusione di suoni con risate e voci femminili. Solo a sera inoltrata Lapo fa ritorno nel cohousing, accompagnato da una limousine del kazako: dopo la giornata trascorsa è molto su di giri, ridicolo nell’indossare un buffo passamontagna rosso che ha ricevuto dal kazako come omaggio, completamente affascinato dal lusso e dalle ragazze che ha visto. Con delusione di Michele gli mostra il quadro rifiutato dopo che il kazako facendo un taglio non vi ha trovato il denaro che sperava, e con soddisfazione aggiunge di essere stato invitato a una festa organizzata per mercoledì sera. Mentre Michele si porta via il

quadro tornando nel suo alloggio, Iolde lo raggiunge con intenzioni dichiaratamente amorose e lui le sfugge dandole due semplici baci amichevoli, che a lei bastano per farle tornare la voglia di prestargli il telefono. Nell’alloggio di Michele c’è ad aspettarlo Nicoletta, stupita di veder tornare indietro il quadro; ha con sé un catalogo di opere e i due iniziano a sfogliarlo insieme. EPISODIO 8 - LO SA IL GATTO DI CHIAMARSI STENDHAL? Michele organizza una degustazione al Ristoro con prodotti enogastronomici di alta qualità, dal caviale iraniano alla mozzarella di Battipaglia, incontrando la completa disapprovazione di Eleonora e il favore dei residenti del Nido, inclusi quelli che inizialmente vedevano in lui il simbolo di tutti i mali. Poi raggiunge Nicoletta che lavora davanti al computer e le offre un bicchiere di bordeaux ma lei educatamente rifiuta e chiarisce che ciò che è accaduto fra loro è stata semplicemente la storia di una notte: i poliziotti all’ascolto commentano e uno di loro ha l’aria molto abbattuta, infatti racconta di essersi lasciato. Parallelamente Riccardo va a incontrare il principe Ciro di Filicudi, che si rivela più alla mano del previsto permettendogli di dargli del tu e portandolo in un bar molto semplice dove dice di essere cliente abituale e di trascorrere il tempo leggendo. Riccardo si complimenta per lo stile con cui il principe ha scritto la lettera e gli chiede qualche chiarimento: Ciro racconta che settant’anni addietro il suo bisnonno aveva donato la “Casina della civetta”, ossia il terreno su cui attualmente sorge il Nido, al demanio con la precisa disposizione che diventasse un sanatorio per i poveri. Ciro ne fa una questione di rispetto per la storia e per i suoi avi, rimanendoci molto male quando Riccardo appare completamente ignaro dell’esistenza del cenotafio del bisnonno 68

e mostrandosi convinto che il Nido sia luogo di dubbia reputazione, accennando a orge, messe nere e uso di droghe. Riccardo controbatte immediatamente che il Nido è tutt’altra cosa, è caratterizzato proprio dalla presenza di persone con un saldo codice etico. Ciro riprende il discorso del cenotafio e afferma con disappunto che è stata disattesa l’unica esplicita richiesta fatta dalla sua famiglia, cioè che ogni anno venisse organizzata una celebrazione commemorativa in onore del suo avo, ragion per cui ha di recente fatto ricorso al TAR. Riccardo conferma che effettivamente la Regione aveva abbandonato la “Casina della civetta”, che lui e gli altri ideatori del cohousing avevano trovato in condizioni disperate, fra calcinacci, topi e siringhe, e spiega che proprio grazie a loro il luogo era stato trasformato tanto da attirare la gratitudine degli altri abitanti del quartiere, che continuano a partecipare con entusiasmo ad alcune delle loro iniziative. Riccardo invita Ciro ad andare a visitare il luogo e gli domanda se sarebbe eventualmente disposto ad accettare di ricevere un affitto da parte loro lasciandoli continuare a vivere lì. Ciro non dice di no, e conferma di essere in attesa della sentenza. Al momento di pagare il barista Ciro ha delle carte inutilizzabili e Riccardo gli viene in soccorso con i contanti; poi, rimasto solo, telefona a Eleonora rassicurandola sul fatto che il principe non è quel temibile nemico che avevano immaginato, anzi gli sembra che navighi in cattive acque e che viva al di fuori della realtà. Eleonora gli riferisce la grande novità che ha scosso il Nido, ossia la fine della relazione fra Martina e Giovanni: la notizia era stata comunicata a Eleonora da Iolde, Lapo e Mario, increduli e addolorati, e anche un po’ preoccupati per il comportamento di Giovanni che era andato con la valigia pronta e il gatto nella gabbiet-


ta nello spazio comune e stava lì fermo immobile a fissare il vuoto. Poi Eleonora mette fine alla telefonata con Riccardo vedendo arrivare l’avvocato Pasquale, mentre Mario parlando con Giovanni per capire meglio la situazione si sente dire che solo in un’occasione lui e Martina si erano separati anni addietro, quando avevano litigato perché lei si ostinava ad affermare che il tennis è uno sport violento. Eleonora riesce ad andare a scambiare due parole con Michele prima di lasciarlo solo con Pasquale: vuole sapere per quale motivo lui si sia messo a vendere agli abitanti del Nido prodotti di pregio a prezzi bassi e, sentendosi rispondere che l’ha fatto perché anche loro “hanno il diritto di sapere che cos’è la felicità”, va su tutte le furie, rivendicando i valori in cui crede chi come lei sostiene l’agricoltura a km zero e dichiarando che avrebbe dovuto capire fin dai tempi del loro viaggio in India che il loro matrimonio si sarebbe rivelato un errore. Di ritorno dall’incontro col GIP, Pasquale che ha assistito alla scena dice a Michele che a suo parere non è affatto indifferente a Eleonora, poi gli comunica di aver vinto su tutti i fronti: riferisce che il GIP ha letto i documenti da cui risulta che si era trattato di un’operazione estero su estero e che i venticinque milioni appartenevano a una società del Qatar, destinati al Kazakistan, ed erano stati gestiti da una società lussemburghese, transitando solo casualmente attraverso l’Italia. Tutto ciò naturalmente viene ascoltato dai poliziotti delle intercettazioni, che sentono poi Michele vantarsi della sua strategia con l’amico e affermare che i prossimi passi da conquistare saranno il dissequestro dei venticinque milioni e la sua libertà. A sera Martina cerca la compagnia delle amiche, prima con tono triste e bisognoso d’affetto, poi sfoderando all’improvviso un’ina-

spettata vivacità. Organizza una piccola festa nel salotto di Eleonora, invitando gran parte della componente femminile del Nido e trascinando le altre nel ballo. Anche Iolde, prima preoccupata all’idea che la fine del legame fra Martina e Giovanni fosse un cattivo presagio dato che si erano messi insieme la prima settimana in cui erano entrati a far parte del cohousing, si lascia trasportare dall’allegria. In cortile Riccardo confida a Michele la sua contentezza per aver constatato che il principe Ciro è fondamentalmente uno sprovveduto, ma l’amico gli consiglia di non abbassare comunque la guardia. Quindi Riccardo va a casa, dove non può opporre resistenza alle danze in corso, mentre Michele vede dirigersi verso di lui Giovanni, ancora con in mano valigia e gatto. Michele lo ospita malvolentieri, tentando di mostrarsi comprensivo e disponibile all’ascolto. La festa da Eleonora è ormai finita quando, a notte inoltrata, Giovanni non ha ancora smesso di parlare. A un tratto Michele gli domanda il motivo preciso per cui è avvenuta la separazione: Giovanni dapprima risponde che consiste nel fatto che si sono dati per scontati, poi caldamente invitato a circoscrivere il campo, confessa che l’evento scatenante è consistito in una discussione sulla coscienza del proprio nome da parte del gatto. I poliziotti all’ascolto seguono tutto, con attenzione e perplessità. Michele prova a chiamare il gatto col suo nome, Stendhal, e quello si volta e miagola. EPISODIO 9 - NEMICO INTERIORE O ESTERIORE? La sera successiva tutti i residenti del Nido si stanno avviando verso l’assemblea e Giovanni ferma Martina per leggerle la poesia che ha scritto per lei; Michele assiste alla scena e la incoraggia a riappacificarsi. Lei rimane un po’ 69

sulle sue e promette a Giovanni che potranno parlare insieme un altro giorno, cosa che naturalmente comporta il prorogarsi della sua permanenza nell’alloggio di Michele. L’assemblea ha inizio e presto sorgono discussioni sul mancato rispetto di alcuni turni di lavoro, Michele viene apertamente accusato di non collaborare mai per le pulizie e lui ribatte che già l’indomani farà arrivare la sua domestica domenicana di fiducia, cosa che scatena la collera di vari presenti data la sua totale contrarietà rispetto ai principi del cohousing. Riccardo intanto termina una telefonata col principe Ciro e si dice sempre più convinto che l’affitto che dovranno pagargli, se vincerà il suo ricorso al TAR, sarà meramente simbolico. Poi informa Nicoletta che dovrà purtroppo sospendere l’organizzazione della mostra di cui si stava occupando per problemi di budget; Mario comunica ai presenti l’arrivo previsto per il giorno successivo di tre ragazzi dalla provincia di Vicenza, interessati a visitare il luogo per emulare l’iniziativa. A Iolde viene affidato il compito di accoglierli e far loro da guida. Infine il Nido dovrà occuparsi della riorganizzazione del gruppo per l’acquisto solidale. L’assemblea termina con sollievo di tutti e soprattutto di Michele sempre più insofferente a questi incontri obbligatori di lunga durata. L’indomani a colazione Riccardo saluta frettolosamente Eleonora dato che deve recarsi il più in fret-


ta possibile al cantiere navale per risolvere dei problemi con un armatore mai abbastanza soddisfatto di una barca. Eleonora trova la figlia ancora addormentata, che si giustifica dicendo di non aver sentito la sveglia e che si ritrova a saltare la prima ora di scuola. Rimasta sola nella sua stanza, Eleonora trova sul davanzale tracce di droga leggera e riferisce a Michele, convinta che la cosa non sia particolarmente grave ma nemmeno trascurabile, considerando che la figlia ha solo sedici anni. Non molto dopo arrivano i tre ragazzi in visita esplorativa e Iolde li riceve all’ingresso, dove dopo un breve saluto i giovani iniziano già a rivolgere qualche domanda specifica, per esempio chiedendo se il Nido abbia dei riferimenti politici ispiratori, e sentendosi rispondere dalla donna che questi coincidono con l’acqua e con l’aria. Quando sopraggiunge Mario carico di scatoloni e provviste, i tre si mostrano subito gentili nell’aiutarlo, conquistandosi la simpatia di Iolde mentre Mario mostra una certa diffidenza. Intanto Michele convince dopo varie resistenze Eleonora a frugare nella camera di Chiara per cercare di stabilire l’entità del problema. Riccardo li coglie in flagrante e quando loro gli spiegano, dice che un po’ se l’era immaginato che Chiara, come molti adolescenti, potesse aver fatto qualche esperimento. Gli suona il cellulare, si tratta del principe Ciro, per la settima volta nell’arco della stessa giornata... Eleonora e Michele intanto smettono di rovistare e lasciano la stanza della figlia. Mentre Iolde mostra ai tre ragazzi la

sala comune definendola come un punto d’orgoglio del cohousing, interamente ricostruita con materiali riciclati e prodotti ecologici, Mario confida di nascosto a Nicoletta il suo sospetto, cioè che i ragazzi siano dei nazisti. Lei allora cerca immediatamente su Internet il loro luogo di provenienza, “Il ciliegio sul Piave”, scoprendo un video che dà pienamente ragione a Mario e al suo fiuto. Quando Riccardo ha terminato l’ennesima telefonata con Ciro che lo sfinisce di aneddoti ma continua a non dichiarare esplicitamente la cifra dell’eventuale affitto, Nicoletta mostra le inoppugnabili prove a lui e a Eleonora, che si propongono di accogliere comunque i giovani con serenità e rispetto. Durante il pranzo che viene organizzato in cortile, i ragazzi fanno altre domande, chiedendo se al Nido non ci sia una palestra e meravigliandosi che non sia presente un sistema di difesa contro i “nemici”. A questo punto anche vari altri residenti cominciano a rendersi conto dell’ambiguità dei giovani e li osservano con attenzione crescente; Michele con la solita adulazione si scusa con Iolde per il suo comportamento un po’ freddo degli ultimi tempi e lei, senza nemmeno dargli il tempo di chiederglielo, gli dà il suo cellulare. Segue un’animata conversazione telefonica fra Michele e Pasquale, in cui il primo rimprovera l’amico per la sua scarsa precisione in alcune faccende. Una volta terminata la chiamata, dopo che Riccardo ha detto a chiare lettere ai giovani che il Nido è contrario per principio alla violenza e all’uso delle armi, è proprio Michele a domandare loro apertamente se siano nazisti. Rispondono di essere “giovani neonazisti senza idee preconcette”, non nascondendo un certo razzismo, e allora Riccardo e Mario li mettono senza esitazione alla porta. A sera Eleonora guarda Chiara scrivere al computer nella sua ca70

mera, le chiede come abbia passato il pomeriggio e poi le domanda apertamente della droga; Chiara allora risponde di non averla mai provata e spiega che quello che ha trovato sul davanzale apparteneva alla sua amica Vale. Contemporaneamente nell’alloggio di Michele è arrivato Pasquale e Michele è in preda a un attacco di collera, esasperato all’idea di dover restare ancora al cohousing. I poliziotti all’ascolto seguono tutto il dialogo e uno di loro trova strano che la dottoressa abbia parlato di un tipico sistema corruttivo italiano mentre tutti gli implicati nel caso sono stranieri... Alla porta di Michele si presenta la stessa ragazza che l’aveva accusato di non contribuire alle pulizie e lui assicura che l’indomani rimetterà praticamente a nuovo la cucina del Ristoro; appena lei va via, chiede a Pasquale di mandargli la sua domestica di fiducia. Nell’ultima telefonata con il principe, Riccardo si prende un bel colpo, sentendogli dire che l’affitto “simbolico” equivarrebbe alla cifra di ottantamila euro al mese; qualcuno infatti, di cui non è ancora chiara l’identità, sembra manovrare il principe e controllare le sue parole al telefono. In assemblea Riccardo avverte tutti dell’entità imprevista dell’ipotetico affitto che si troverebbero a pagare per restare al Nido se il principe vincerà il suo ricorso. Nel clima di preoccupazione generale, chiede a Nicoletta di riprendere l’organizzazione della mostra… EPISODIO 10 - A COSA SEI DISPOSTO A RINUNCIARE? La puntata si apre con Eleonora e Nicoletta nello studio di JJ, intente a descrivergli l’evento in via di organizzazione, che si svolgerà nell’arco di una giornata. Il tema cui sarà dedicata la mostra allestita da Nicoletta sarà “casa dolce casa”, con lo scopo di sensibilizzare il pubblico in periodo di elezioni


e di sostenere il candidato in municipio Quattropani. JJ accetta di partecipare a condizione di essere presidente di giuria e che il premio sia intitolato a sua madre; Nico ed Eleonora accettano perché hanno bisogno di quel premio in denaro, pari a duemila euro, per assicurarsi la partecipazione degli artisti. Cinque giorni dopo fervono i preparativi e il Nido si è riempito di installazioni e di artisti da strada dall’aria un po’ strampalata; Michele cerca di aiutare Nicoletta pur non nascondendo la sua poca fiducia nell’iniziativa e Martina e Giovanni si riappacificano. Iolde è molto agitata sia perché non trova la metà dei costumi necessari per recitare il testo da lei scritto sia perché all’ultimo le ha dato buca Paco, il cohouser da tempo non residente al Nido, che avrebbe dovuto pronunciare alcune battute a suo dire fondamentali sul tema della libertà. Insieme a Eleonora e Nicoletta tenta di convincere Michele a interpretare quel ruolo, ma arrivano due poliziotti a informare quest’ultimo che secondo le nuove disposizioni dovrà rimanere confinato nel suo alloggio fino al giorno successivo, proprio a causa della numerosa affluenza di ignoti per l’evento. Fra le installazioni si aggirano con aria curiosa Chiara e la sua amica, e la prima rimane molto colpita da un giovane artista di bell’aspetto, ma anche fin troppo incline alla bottiglia. JJ arriva in compagnia di un eccentrico critico d’arte, consegna il premio in denaro a Eleonora e mostra la targa su cui ha già fatto incidere la dedica a sua madre. Mentre Michele rispetta le regole e rimane tranquillo nel suo “soggiorno” a guardare la tv, la festa ha inizio con un discorso d’apertura tenuto da Riccardo, che presenta Andrea Quattropani sottolineando che si è sempre impegnato nella difesa delle realtà autogestite, ma di lì a poco viene aperto il buffet e il pubblico si volatilizza rapidamente in quella di-

rezione. Dopo qualche giro esplorativo il critico dice apertamente a JJ che nessuna delle opere esposte ha un valore e che nessuna potrà essere premiata; Iolde è indaffarata a far imparare a Lapo la sua parte e Chiara vorrebbe evitare di recitare, ma sua madre glielo impedisce per rispetto nei confronti del lavoro dell’amica, pur essendo consapevole che lo spettacolo è estremamente semplice, adeguato a dei dilettanti. A un tratto il critico viene incuriosito dal cartello “Vietato entrare” accanto alla porta d’ingresso dell’alloggio di Michele e scambiando la realtà per un’installazione artistica varca la soglia, ritrovandosi davanti Michele intento a guardare la tv. Allora il critico, senza dire una parola, scrive qualche appunto sulla sua agendina e Michele, ritenendolo pazzo, lo esorta ad andarsene via. Finalmente va in scena lo spettacolo, minimalista nelle battute e nei costumi, dedicato a celebrare la storia del Nido; Lapo finisce per esclamare una battuta di sua invenzione, riferita a se stesso, che il pubblico sembra però apprezzare e infatti al termine della rappresentazione non mancano gli applausi. A seguire sale sul palco Quattropani, che esclama che il Nido rappresenta un esempio riuscito di autorecupero migliorativo e dichiara che sosterrà la creazione di altri luoghi simili. Poco dopo gli artisti iniziano a smontare le loro installazioni e, incoraggiata dall’amica, Chiara riesce a chiedere il numero di telefono al ragazzo che le è piaciuto. A sera si presenta nell’alloggio di Michele un certo Maurizio Tavani, il cui cognome non sfugge affatto ai poliziotti all’ascolto che lo definiscono “l’inintercettabile”: Tavani propone a Michele un accordo che comporterebbe il trasferimento degli abitanti del Nido in un’altra sede, garantendo che col denaro che deriverebbe da alcuni 71

affari non sarebbe difficile avviare un nuovo cohousing, e lui si dice favorevole. Intanto tutti gli artisti hanno preso posto nel pubblico e JJ sul palco legge la recensione del critico che avrebbe premiato come migliore installazione “Vietato entrare”, per la forza provocatoria, la chiarezza d’intenti e la naturalezza interpretativa. Nicoletta interviene per cercare di risolvere la situazione e allora JJ dice al pubblico che, dal momento che ha vinto un’opera fuori concorso, il premio in denaro sarà devoluto in beneficenza al Nido per l’acquisto di due sedie a rotelle, e che la targa resterà nel cohousing. La delusione degli artisti è palpabile e sottolineata da numerosi fischi. Gli ultimi momenti dell’episodio si svolgono nell’alloggio di Michele: Eleonora va a trovarlo, gli riferisce che Quattropani ha perso in modo eclatante, poi gli getta le braccia al collo, quindi si scusa per averlo trattato sempre duramente da quando ha accettato di ospitarlo lì; lui la guarda con dolcezza, dicendo che nei suoi rimproveri ha sempre visto anche molto affetto. Lei conferma che è vero, a un tratto lo bacia, lui ricambia; incredula di aver fatto quello che ha fatto, Eleonora si dilegua frettolosamente. EPISODIO 11 - QUAL È IL RUMORE DI UN BACIO? Michele approfitta della confidenza creatasi di recente con Giovanni per chiedergli se al Nido ci sia qualcuno che potrebbe avere un comportamento legalmente a rischio e Giovanni, pur non volendo fare la spia, fa il nome di Paco: Michele scopre così che quest’ultimo esiste davvero e ha l’abitudine di giocare d’azzardo, cosa grave agli occhi di Giovanni, ma che a lui sembra praticamente irrilevante. Eleonora e Riccardo vanno a pranzo da due amici di vecchia data, molto benestanti, e conversano a lungo; quando l’amico domanda a Riccardo come faccia a tollerare la


presenza dell’ex marito di lei, lui risponde di non essere possessivo e di sentirsi tranquillo perché vede che Michele guarda le altre donne in modo diverso. Eleonora sembra offendersi ma cerca subito di dissimulare. Intanto approfittando della libertà data dalla lontananza della madre, Chiara trascorre il tempo con l’amica Valentina cui fa leggere l’sms ricevuto dal ragazzo un po’ strampalato che ha conosciuto alla mostra: si tratta di un invito ad andare a casa di lui portando anche l’amica, con la proposta di divertirsi in un gioco di cui non viene svelato nulla. Chiara è elettrizzata e favorevole, mentre Valentina la invita a riflettere e diffidare. Al Nido si presenta la polizia con la richiesta inaspettata per tutti i residenti di mostrare i loro documenti: i poliziotti infatti spiegano che si tratta di un censimento, dato che l’area del Nido risulta a loro illegalmente occupata. Il primo a reagire male è Domenico, immediatamente accusato di oltraggio a pubblico ufficiale, nonostante i tentativi di Michele per spiegare che si tratta di un soggetto un po’ autistico, ma anche fra gli altri serpeggia scontento e tensione. Nicoletta prova subito a mettersi in contatto con Eleonora ma non ci riesce. In televisione viene intervistato il neoeletto onorevole De Angelis, che elenca una serie di luoghi occupati abusivamente fra cui anche il Nido; l’intervistatore difende la realtà del cohousing, affermando che da tempo è stata vista dai cittadini come un esempio virtuoso, ma l’onorevole prosegue dritto per la sua strada e semmai rincara la dose, arrivando a definire il Nido come un focolaio di attività illegali. Tutti i residenti si mostrano offesi e arrabbiati, e la tensione non tarda a farsi sentire anche nei loro rapporti interpersonali. Tutto viene naturalmente seguito dai due poliziotti addetti alle intercettazioni e a un certo punto, trovando sospetta la fretta

con cui De Angelis sta agendo, uno dei due, pur sapendo di compiere qualcosa di vietato dal regolamento, telefona a un collega amico, Sandrino, a conoscenza del fatto che loro stanno seguendo Michele Venturi. A questo collega il poliziotto domanda se ci sia un rapporto fra Tavani e Venturi e per quale motivo Tavani sia andato a trovarlo al cohousing; Sandrino risponde che i due sono praticamente fratelli e che Tavani è interessato alla zona del Nido, per cui avrà fatto a Michele un’offerta che non può rifiutare e che diventerà la soluzione di tutti i suoi problemi. Si salutano con l’assicurazione che la telefonata fra loro dovrà rimanere segreta. Chiara ha convinto, o meglio costretto, Valentina ad andare con lei a casa del giovane artista stravagante. Al citofono ci sono segnali poco rassicuranti, dato che al telefono lui dice loro di suonare in corrispondenza della scritta “Sono morto”, e l’ingresso nell’appartamento non è da meno. L’ambiente è povero, trascurato e in un angolo anche imbrattato di vernice rossa, come se imitasse le scenografie dei film horror. In stato di ebbrezza il ragazzo offre loro da bere e le due sarebbero sul punto di scappare via se non venisse fuori che il misterioso gioco a cui si riferiva era una semplice gara alla playstation. A sera le due fanno felicemente ritorno a casa sul motorino di Chiara, anche se questa in preda all’euforia vorrebbe stare ancora fuori. Eleonora e Riccardo hanno trascorso l’intera giornata dagli amici e a un tratto, guardando la quiete dell’ampio giardino privato, Eleonora esclama che certe volte verrebbe voglia di abbandonare il Nido e tutte le preoccupazioni che ultimamente continuano a nascere. Poi si scusa e si allontana per fare una telefonata e Riccardo spiega alla coppia che di recente Eleonora è sempre più preda di questi momenti d’ansia, giustifi72

cati anche da una serie di traversie. Al ritorno lei dice appunto che devono tornare urgentemente al cohousing e così si congedano dagli amici. A sera, proprio quando le auto della polizia sono appena andate via, Eleonora e Riccardo arrivano e cercano di spiegare, nel clima di disapprovazione generale, il problema dei telefoni che non prendevano. Poi ritroviamo Eleonora intenta a discorrere a tu per tu con Michele: gli dice che quello che è accaduto fra loro non è stato nulla ma al tempo stesso gli domanda se da quando è al Nido sia stato con qualcuno e lui, mentendo, risponde di no. Arriva Chiara che inventa di essere stata al cinema con l’amica; Eleonora non le fa ulteriori domande ma appena è andata via dice a Michele che ultimamente mente sempre più spesso, cosa che evidentemente ha preso da lui. Nelle ultime scene vediamo i due poliziotti delle intercettazioni dalla PM: vengono rimproverati per aver chiesto informazioni a Sandrino e poi viene loro chiesto di spiegare come hanno capito che Michele ed Eleonora si sono baciati, cosa che ha molto incuriosito la dottoressa. EPISODIO 12 - COS’È LA LIBERTÀ? Al Nido è in pieno svolgimento un’assemblea condotta da Martina sulle ultime notizie relative a De Angelis e sulla sua volontà di far sgomberare il luogo in funzione della riqualificazione del quartiere. Lapo chiede il parere di Michele, secondo cui non dovrebbe succedere nulla nell’immediato, parere immediatamente smentito dai fatti, quando Domenico corre ad avvertire tutti dell’arrivo della polizia. Eleonora e Nicoletta sono le prime ad andare a vedere e nel tragitto Eleonora dice all’amica che Iolde la tormenta perché convinta che lei e Michele abbiano trascorso una notte insieme, chiedendole di confermarle che non è


vero; Nicoletta però indugia, con aria imbarazzata, e Eleonora comprende che il fatto è davvero accaduto, mostrandosi stupita ma non in collera. All’ingresso i poliziotti comunicano che è loro compito stare lì dal momento che il luogo è “occupato”, mentre Eleonora ribatte che i residenti del Nido non sono “occupanti”, ma in attesa di una convenzione in base a una legge uscita di recente. Un poliziotto mostra un’inaspettata simpatia nei confronti della modalità abitativa del cohousing e ne descrive i pregi a un collega più attempato. Mentre Mario chiude il cancello in segno di forte disappunto, Iolde agisce in maniera contraria, riaprendolo e offrendo alla polizia un cestino di susine a km zero. Il poliziotto più cordiale apprezza l’omaggio e ascolta con interesse quello che Iolde racconta sulle produzioni autonome del Nido, quindi si presenta e lei mostra una visibile simpatia nei suoi confronti. Uno dei due poliziotti delle intercettazioni finge di andarsene a casa, dicendo al collega di essere troppo deluso per restare. Invece si dirige in moto nei pressi del Nido, scrutando la situazione senza farsi vedere, e poi avvicinandosi al cancello in un punto in cui è presente solo Michele: senza spiegazioni o presentazioni, il poliziotto allora gli dice che oltre a essere un pessimo padre è anche un “regalato”, un traditore. Il collega, sentendo tutto, gli telefona molto preoccupato per i guai in cui si sta andando a mettere, ma senza ottenere grande risultato. Mantenendosi infatti nelle vicinanze del Nido, il poliziotto vede Chiara uscire dal cohousing nonostante la disapprovazione di Mario che avrebbe voluto una linea compatta da parte di tutti nel rimanere all’interno del loro spazio. Il poliziotto la segue fin dentro a un bar cercando di parlarle mentre lei, anche con l’aiuto del barista, lo tiene alla larga; il collega rimasto in

ufficio riesce finalmente a farsi rispondere al cellulare e a informare così il poliziotto che si è avvicinato a Chiara di un terribile errore, di cui è venuto a conoscenza da Sandrino: Michele infatti ha solo finto di accettare l’offerta di Tavani e non ha tradito il Nido; Tavani ha compreso la finzione e ha contattato Paco che ha accettato la sua proposta. Chiusa la telefonata, il poliziotto segue immediatamente Chiara uscita dal bar e le chiede di riferire a Michele che Tavani non è caduto nella sua trappola e si è rivolto a Paco che “ha messo dei panetti di burro” al Nido, e infine che non è vero che Michele è un “regalato”. Di lì a poco al Nido arrivano dei rinforzi della polizia e dei blindati e le reazioni dei residenti sono molto variegate: Martina cerca di attirare le simpatie degli uomini slanciandosi fuori dal cancello con un atteggiamento sopra le righe e Giovanni prontamente la riporta indietro; Mario vorrebbe che si individuasse una linea d’azione; Eleonora vive un momento di sconforto che non sfugge a Riccardo, il quale le si avvicina per comprendere la situazione. Lei dice che nonostante i loro sforzi e le belle speranze dell’inizio, il Nido non riesce a eliminare le sue divisioni interne e spesso si finisce per sentirsi di fatto soli. Riccardo sottolinea che lui è sempre al suo fianco ma lei non reagisce come lui avrebbe sperato, anzi gli dice solo che lui è molto morbido, e Riccardo domanda se sia un complimento o una critica. I loro discorsi vengono interrotti da Michele che ha fretta di convocare l’assemblea, dopo che Chiara gli ha riferito tutto quanto le era stato detto dal poliziotto, che ai suoi occhi continua a essere uno sconosciuto. Nello spazio comune dove si sono radunati tutti i residenti, Michele spiega che lo sgombero è imminente e devono agire con rapidità, ma sopraggiunge Quattropani con alcune perso73

ne al seguito, rappresentanti del Comitato di quartiere, a rallentare le cose: Quattropani vorrebbe aiutare ma Michele gli fa capire di essere d’intralcio e lo congeda rapidamente, riprendendo quindi il discorso. Rivela così ai presenti che Maurizio Tavani, un costruttore interessato alla zona con il progetto di costruire uno stadio, si è messo d’accordo con Paco, che molto probabilmente ha acconsentito a creare prove false dell’irregolarità del cohousing. Grande delusione fra i presenti per il tradimento di Paco, che Mario dice essere sempre stato piuttosto estraneo ai loro valori e accolto per sbaglio in un periodo in cui il Nido offriva ospitalità a chiunque. Ora è necessario mettersi a cercare ciò che Paco ha nascosto, presumibilmente droga, e riuscire a trovarla prima che lo faccia la polizia. Hanno inizio frenetiche ricerche, che si protraggono fino a sera ma senza risultato. Mentre Nicoletta si aggira al buio in cortile, viene spaventata da una voce maschile che le dice che avrebbe dovuto dire prima la verità a Eleonora su quanto accaduto con Michele, voce che appartiene al poliziotto desideroso di seguire le vicende da vicino, il quale si dilegua in modo fulmineo e dice per telefono al collega che non ha nessuna intenzione di tornare in ufficio perché vuole godersi lo spettacolo dal vivo. Mentre Nicoletta riferisce ad alcune residenti l’episodio, Lapo trova vicino al soffitto, dove una volta c’era un nido, un pacchetto sospetto: lo aprono e al suo interno si trova effettivamente della droga. Entrano dei poliziotti


e i cohousers riescono a dissimulare e a non far capire cosa stavano facendo, mentre questi dicono loro che ci sono due persone al cancello in attesa di parlare con qualcuno: le nuove disposizioni infatti vietano di far entrare al Nido chi non vi abita. Al cancello Michele trova così i due albanesi che reclamano la parte mancante del pagamento e lui, in breve e con un linguaggio cifrato, fa capire a Marcus i nuovi problemi. Marcus offre il suo aiuto in cambio di un tempestivo pagamento. Michele accetta e poi riferisce tutto agli altri: l’albanese farà portare lì il cane di un suo amico tossicodipendente, il cui fratello è un ex poliziotto dell’antidroga che si era tenuto l’animale e l’aveva appunto donato al parente. Riccardo viene incaricato di andare a prendere il cane all’ingresso, fingendo con la polizia che sia il suo, guarito da un periodo di malattia. Con una frenetica ricerca il cane ritrova, nel giro di poco tempo, circa una dozzina di pacchetti di droga. Lapo intanto comunica agli altri di aver scoperto che la polizia non può far sgomberare se non sono presenti indumenti nello spazio in questione; Eleonora allora ha l’idea di un grande falò per distruggere la droga nascosta all’interno degli abiti. Viene acceso il fuoco attorno al quale si muovono in cerchio tutti i residenti del cohousing, con indosso solo lenzuola: lo scenario è buffo e surreale, ma funziona per far perdere le tracce della droga, infatti l’esito della perquisizione risulterà negativo.

Nelle ultime scene, la PM va a complimentarsi coi poliziotti delle intercettazioni per il lavoro svolto e quando uno di loro, quello rimasto sempre in ufficio, le chiede come mai non abbia incastrato Michele in una delle svariate occasioni che si sono offerte, lei risponde di essere stata colpita dall’espressione “c’è un uovo nell’uovo” presente nelle loro relazioni. Quindi rivela di aver mandato Venturi al Nido attraverso una forzatura giuridica con l’obiettivo di scoprire qualcosa di più su un’area di grande interesse. Poi ritroviamo Michele seduto di fronte alla PM nel suo ufficio: lei sorridendo gli dice di sapere tutto su di lui, e lui ricambiando il sorriso le chiede qualche spiegazione, affermando di non averci capito nulla. Prima serie Rai pensata appositamente per la fruizione in rete e distribuita gratuitamente da RaiPlay, Liberi tutti fa della leggerezza di narrazione la sua cifra stilistica. Scritta dagli autori della serie Boris, conserva di questa lo stampo vistosamente ironico e caricaturale, talvolta appropriato alle scene e talaltra ridondante. La descrizione della realtà abitativa di un cohousing romano non si esime infatti da una riflessione socialmente impegnata su stili di vita e sistemi di valori, toccando questioni di ampia e stretta attualità come l’immigrazione, le coltivazioni biologiche a km zero, l’inquinamento, ma l’originalità della serie TV consiste nel proporre questi contenuti in chiave uniformemente e costantemente umoristica, spaziando dalla satira pungente alla comicità più naïf ed edulcorata. La tematica di fondo è quindi tutt’altro che superficiale ma il taglio del racconto ottiene varie volte il risultato di frantumare in troppi quadretti giustapposti lo sviluppo della linea narrativa. Il principale merito che si può riconoscere a

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Liberi tutti consiste, oltre all’aver puntato i riflettori sulla dimensione contemporanea della coresidenza, ossia su uno stile di vita collaborativo e sostenibile, nella sua più genuina autoironia che non lascia scampo a nessuno, ma proprio nessuno, dei suoi personaggi. Se nel corso degli episodi d’apertura lo spettatore potrebbe farsi trarre in inganno da una lettura troppo piatta e prevedibile della fiction, secondo cui l’avvocato Michele Venturi (interpretato da Giorgio Tirabassi) incarnerebbe l’uomo di successo corrotto dall’edonismo e dall’avidità, e dalla parte opposta Eleonora, la sua ex moglie (interpretata da Anita Caprioli) e Riccardo, il nuovo partner di lei (interpretato da Thomas Trabacchi) rappresenterebbero i coraggiosi idealisti che non temono di misurarsi con le difficoltà pur di vivere secondo princìpi di altruismo, integrazione, rispetto dell’ambiente, proseguendo nella visione la serie TV mostra un volto ben più articolato. Episodio dopo episodio si scoprono progressivamente le virtù del protagonista, da un’insospettabile generosità al sincero affetto verso ex moglie e figlia adolescente, così come si comincia a sorridere dei punti deboli e dei difetti che appartengono anche ai più convinti cohousers, dall’irascibilità di Mario alla dabbenaggine di Lapo, dal poco senso pratico e organizzativo di Riccardo ai tratti infantili di Iolde… L’autoironia della sceneggiatura che colpisce proprio le sue creature più innocenti, i vari residenti del Nido, si fonda quasi sempre su un comune denominatore, costituito dalla distanza fra reale e ideale, fra gli umani limiti che creano frizioni e contrasti all’ordine del giorno fra i residenti e il sogno di una convivenza felice e armoniosa fra tante persone diverse e per un lungo periodo. Ben riuscito anche il contrappunto narrativo rappresentato dai due poliziotti all’ascolto delle intercet-


tazioni, figure minori che restano nell’anonimato ma che riescono a colorare di concretezza e quotidianità le puntate, sia attraverso i siparietti comici dei loro commenti sia attraverso le impreviste incursioni nella loro vita privata disseminate qua e là dagli sceneggiatori. Appesantisce invece la fiction la recitazione deliberatamente sopra le righe che contraddistingue molti dei personaggi, perché l’ostentata vis comica nella mimica facciale piuttosto che nella gestualità sot-

trae naturalezza e verisimiglianza alle situazioni, impoverendone il significato. Lo stesso accade quando vi è un’eccessiva insistenza su alcuni luoghi comuni (ne sono pieni i personaggi dei due albanesi “amici” del protagonista), oppure quando si realizza un accumulo di elementi nonsense in una porzione di trama troppo esigua (l’episodio del giovane artista alcolizzato di cui si invaghisce la figlia del protagonista). La serie si chiude con tono som-

messo e sornione, lasciandoci tutti liberi, appunto, di goderci l’esistenza come vogliamo, imitando la scaltrezza dell’avvocato Venturi o il tenace attaccamento ai valori della condivisione e della collaborazione che caratterizza Eleonora e Riccardo, o ancora attingendo alla fiabesca ingenuità di Iolde. La scelta rimane aperta come la scena del finale che scherza con lo spettatore e sembra non concludere. Jleana Cervai

di Alessandro Celli

GIORGIO AMBROSOLI - IL PREZZO DEL CORAGGIO Origine: Italia 2019

La docu-fiction si apre con un incipit tagliente: l’audio originale di una telefonata minatoria ricevuta da Giorgio Ambrosoli, da lui stesso registrata; i quattro colpi d’arma da fuoco che hanno posto fine alla sua vita la notte dell’11 luglio 1979; la telefonata che ha informato del suo assassinio Silvio Novembre, il maresciallo della Guardia di Finanza che ha lavorato per cinque anni a fianco dell’avvocato, con pari determinazione e dedizione. Affidando a Novembre il ruolo di voce narrante, la vicenda si riavvolge e la narrazione ricomincia dall’inizio, dal settembre del 1974 in cui era stato dichiarato il fallimento della Banca Privata Italiana del siciliano Michele Sindona e Ambrosoli, giovane avvocato milanese, ne era stato nominato liquidatore dalla Banca d’Italia, incarico molto gravoso che nessun’altro aveva voluto accettare. Il maresciallo conobbe l’avvocato quando fu mandato a svolgere delle indagini negli archivi della banca fallita: entrambi erano ignari del fatto che da quel primo incontro-scontro, segnato dalla reciproca diffidenza, sarebbe scaturita un’amicizia di rara lealtà

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e profondità. Insieme si ritrovarono a fare chiarezza su uno dei più grandi scandali finanziari della nostra storia recente e a scoprire insospettabili collegamenti fra politica, economia, apparati dello Stato e mafia. Gli avvenimenti in questione, oltre a essere messi in scena dalla narrazione della fiction, vengono descritti, riassunti e commentati, attraverso la componente documentaristica del film, nelle varie testimonianze di parenti (la moglie, Annalori Gorla), amici (Giorgio Balzaretti e Franco Mugnai), collaboratori (Sinibaldo Tino e Vittorio Coda) di Ambrosoli, oltre che di alcuni nomi di spicco di quel periodo (Gherardo Colombo e Giuliano Turone, giudici istruttori del processo Sindona; Marco Magnani e Annamaria Tarantola, ex dirigenti della Banca d’Italia; John Kenney, ex procuratore distrettuale di New York), e di alcuni intellettuali del mondo di oggi (Antonio Calabrò, giornalista e scrittore; Corrado Stajano, scrittore). Anno dopo anno la docu-fiction ritrae la tenacia quotidiana di chi ha saputo mettere in secondo piano la sfera degli affetti privati e al primo posto una missione più grande, una battaglia che non si poteva 75

Produzione: Stand by me, Rai Fiction Regia: Alessandro Celli Soggetto e Sceneggiatura: Ivan Russo, Pietro Calderoni, Laura Colella, Simona Ercolani Interpreti: Alessio Boni (Giorgio Ambrosoli), Dajana Roncione (Annalori Gorla), Claudio Castrogiovanni (Silvio Novembre), Fabrizio Ferracane (Michele Sindona), Francesco Bonomo (Mario Sarcinelli) Durata: 91’ Messa in onda: Rai Uno 18 dicembre 2019

perdere, per difendere la parte dei più deboli, di migliaia di famiglie i cui risparmi erano finiti in polvere, evitando che fossero ancora una volta loro le vittime di una criminosa alleanza fra poteri forti, volta a salvaguardare esclusivamente i propri privilegi. Scena dopo scena lo spettatore si addentra, sulle orme del protagonista, in un labirinto sempre più intricato, in cui sarebbe facile smarrirsi, se Ambrosoli (nella misurata recitazione


di Alessio Boni in cui al sottotesto è affidato un ruolo molto prezioso) non avesse saputo mantenere salda la rotta in mezzo a tanti venti contrari, ai fantasmi della paura, alle lusinghe della corruzione, al vuoto di una solitudine fatta di pochissime alleanze e tanti nemici, e se non avesse avuto la caparbietà necessaria per smontare fin nelle fondamenta e riassemblare con chirurgica precisione il complicatissimo meccanismo di scatole cinesi su cui si era fondato l’impero finanziario di Sindona. Tutto ciò non sarebbe bastato a decretare la colpevolezza di quest’ultimo, se oltre al meticoloso lavoro di documentazione e analitica ricostruzione dei fatti, messi nero su bianco all’interno di due relazioni in più volumi, non ci fosse stato il coraggio di proseguire anche quando l’unico prezioso alleato, la Banca d’Italia, era stato attaccato dalla mafia, e soprattutto se non ci fosse stato il coraggio di rilasciare in prima persona la deposizione fondamentale nel processo condotto da John Kenney, procuratore distrettuale di New York, che aveva iniziato a indagare su Sindona dopo il fallimento della Franklin National Bank. Quando Ambrosoli ha portato a termine il suo lavoro, la fiction arretra con discrezione, cedendo il passo alla cronaca e affidando alle ultime immagini le testimonianze degli amici più intimi e le conclusioni tratteggiate dal figlio Umberto, nel corso di una sua lezione all’Università Statale di Milano nel maggio del 2019.

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maresciallo Novembre dona alla moglie di Ambrosoli il regalo che l’avvocato gli aveva portato da New York, una piccola libellula d’argento, acquistata in un negozio di Manhattan perché “simbolo della verità”. Realtà biografica o invenzione di sceneggiatura? Nello spazio misterioso fra queste due polarità è racchiuso un esempio eloquente dell’equilibrio con cui questo prodotto si pone a metà fra il genere documentario e la fiction. Se del primo Giorgio Ambrosoli - Il prezzo del coraggio mostra il rigore e l’accuratezza della documentazione, attraverso un dettagliato resoconto cronachistico dei fatti, della seconda evidenzia il significato metaforico, simbolico appunto, che travalica l’hic et nunc in direzione dell’universale. Quale migliore forma espositiva quindi per raccontare un eroe borghese, un avvocato della Milano degli anni Settanta, apparentemente simile a tanti altri, ma che a differenza di molti ha saputo trasformare la sua professione in vera e propria vocazione, diventando un esempio per le generazioni successive. La struttura del racconto, composta da una bilanciata alternanza fra scene di finzione, materiali d’archivio e testimonianze, riesce costantemente a non creare brusche fratture e induce lo spettatore a vedere la componente della fiction con lo sguardo empatico di chi si domanda come il protagonista potrebbe aver vissuto determinate situazioni, finendo per trovare nella naturalezza della recitazione di Alessio Boni forse più risposte Fra le scene conclusive di quante avrebbe immaginato. della docu-fiction rimane La fantasia non sottrae nulla alla impressa quella in cui il scrupolosa ricostruzione della verità dei fatti così come la dimensione del reportage si integra spesso in modo invisibile nella trama, talvolta attraverso la riproduzione di alcuni audio originali, talaltra con l’inserimento di immagini dei telegiornali o di frammenti di intervista dell’epoca, e infine con ve76

loci proiezioni di titoli e articoli di quotidiani. Il distacco più evidente rispetto alla continuità narrativa, rappresentato dalle testimonianze raccolte ai giorni nostri, viene attutito dal numero contenuto degli intervistati, che diventano a poco a poco volti sempre più familiari per il pubblico. Forte quindi della sua compattezza, Giorgio Ambrosoli - Il prezzo del coraggio sviluppa con equa attenzione dall’inizio alla fine i pilastri del suo racconto: Giorgio nella sua dimensione privata di marito e padre di famiglia; l’avvocato Ambrosoli nella sua assoluta dedizione al lavoro; la sincera amicizia fra il protagonista e il suo più stretto e fidato collaboratore, Silvio Novembre; la “partita a scacchi” giocata quotidianamente per cinque anni come un impegno totalizzante con il suo “avversario personale”, Michele Sindona. Questi elementi insieme conferiscono alla docu-fiction uno spessore che fa della sobrietà la sua cifra stilistica, a fronte della sostanza di una verità che si racconta da sola. «Io sono io e la mia circostanza: se non salvo questa, non salvo neppure me stesso», affermava José Ortega y Gasset. Quanta poca distanza, a pensarci bene, dalle parole scritte da Ambrosoli nella lettera destinata a sua moglie. Forse non solo a lei. Forse, metaforicamente, anche a ciascuno di noi: «È indubbio che in ogni caso pagherò a molto caro prezzo l’incarico, lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese. […] Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare. […] Dovrai allevare tu i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi e verso la famiglia nel senso trascendente che io ho verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa.» Jleana Cervai


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FILM

Film e Serial europei della stagione

L

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Film n.15 luglio/settembre 2020  

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