Film n.17 gennaio/marzo 2021

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Anno XXVII (nuova serie) - Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento postale 70% - DCB - Roma

17 o-marz gennai o 2021

CENTRO STUDI CINEMATOGRAFICI


Edito dal Centro Studi Cinematografici 00165 ROMA - Via Gregorio VII, 6 tel. (06) 63.82.605 Sito Internet: www.cscinema.org E-mail: info@cscinema.org Aut. Tribunale di Roma n. 271/93

F I L M

Anno XXVII n. 17 gennaio-marzo 2021 Trimestrale di cultura multimediale

Emma Little Joe Pantani Magari L’amore a domicilio Il buco Nevia Nel nome della terra Padre nostro Non odiare The Rossellinies Chiamate un dottore! Gli anni amari Gamberetti per tutti Il primo anno Il regno Mi chiamo Francesco Totti Il talento del calabrone Nati 2 volte Sotto il sole di Riccione In vacanza su Marte Lacci La ruota del Khadi - L’ordito e la trama dell’India La Gomera - L’isola dei fischi L’incredibile storia dell’isola delle rose La vacanza L’anno che verrà La terra e il sangue Molecole Gli infedeli Non conosci Papicha Si muore solo da vivi Notturno Tolo tolo

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S E R I A L

SOMMARIO

L’alligatore ZeroZeroZero Diavoli

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Abbonamento annuale: euro 26,00 (estero $50) Versamenti sul c.c.p. n. 26862003 intestato a Centro Studi Cinematografici Si collabora solo dietro invito della redazione Direttore Responsabile: Flavio Vergerio Segreteria: Cesare Frioni Redazione: Silvio Grasselli Giancarlo Zappoli Hanno collaborato a questo numero: Giovanna Barreca Veronica Barteri Elena Bartoni Andrea Cardelli Alessio D’Angelo Giallorenzo Di Matteo Leonardo Magnante Marco Marrapese Marco Massara Fabrizio Moresco Gianluca Pellegrini Leonardo Zandron

Pubblicazione realizzata con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale Cinema Ministero della Cultura

Stampa: Joelle s.r.l. Via Biturgense, n. 104 Città di Castello (PG)

In copertina In alto L’Alligatore (serial) di Daniele Vicari, Emanuele Scarangi, Italia 2020. Al centro Little Joe di Jessica Hausner, Austria, Gran Bretagna, Germania 2019. In basso Emma di Autumn de Wilde, Gran Bretagna 2020. Progetto grafico copertina a cura di Jessica Benucci (www.gramma.it)


di Autumn de Wilde

EMMA

Origine: Gran Bretagna, 2020

Inghilterra, primi anni dell’Ottocento. Emma Woodhouse è una giovane donna ricca, bella e molto soddisfatta di se stessa. Orfana di madre, vive nel lusso e nella nobiltà assieme al padre ipocondriaco, Mr Woodhouse. Convinta di non essere fatta per l’amore romantico, la giovane ama però trascorrere le proprie giornate a spettegolare e organizzare la vita sentimentale delle persone a lei vicine. Quando la sua governante, Miss Taylor, si sposa e va a vivere assieme al suo nuovo marito, Mr Weston, Emma si attribuisce il merito della loro unione e decide quindi, nonostante il parere contrario di Mr Knightley (vecchio amico di famiglia), di combinare un altro matrimonio: quello fra la sua amica Harriet Smith, una dolce ragazza dei genitori della quale non si conosce la vera identità, e Mr Elton, il vicario del villaggio. Per raggiungere tale scopo, Emma convince indirettamente Harriet a rifiutare la proposta di matrimonio di Mr Martin, un giovane e rispettabile agricoltore, e incoraggia l’amica a volgere le sue attenzioni verso Mr Elton, ritenendolo la scelta migliore. Questi buoni propositi però, vanno in frantumi quando si scopre che Mr Elton non è altro che un arrampicatore sociale interessato a sposare proprio Emma, ma quest’ultima, stupita, lo rifiuta. Le cose cambiano di nuovo nella vita di Emma con l’arrivo a Highbury di Frank Churchill, figliastro di Mr Weston, per il quale prova inizialmente un vago interesse; nello stesso periodo arriva anche Jane Fairfax, bella e riservata nipote di Miss Bates, alimentando una profonda invidia

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da parte di Emma a causa del suo enorme talento musicale. Jane infatti, ha vissuto gli anni della sua adolescenza presso il Colonnello Campbell, vecchio amico del padre, che le ha permesso di ricevere un’educazione eccellente a differenza di quel che sarebbe accaduto se la giovane avesse continuato a vivere con la zia le cui finanze non godevano di buona salute. Emma si convince che Jane sia ritornata dalla zia, perché infatuata del marito della figlia del Colonnello Campbell, Mr Dixon. Il suo sospetto pare trovare conferma nel momento in cui la giovane Jane riceve in dono un pianoforte da qualche anonimo benefattore. Nel frattempo Emma, dopo aver capito di non essere attratta da Frank, ha in mente un nuovo piano: quello di far innamorare l’amica Harriet con lo stesso Frank, credendo che questa ne sia innamorata perché l’ha salvata da una banda di zingari accampati nei pressi del villaggio. All’improvviso si scopre che Jane e Frank erano segretamente fidanzati da circa un anno e attendevano il decesso della ricca zia di quest’ultimo, contraria alla loro unione, per dichiarare il loro amore. Emma rimane scossa e sorpresa da tale notizia, non perché sia sentimentalmente coinvolta da Frank, ma solo perché pensa che Harriet ne soffrirà molto. La presa di coscienza più grande per Emma avviene quando Harriet le confida di non essere innamorata di Frank ma di Mr. Knightley pensando di essere ricambiata. A questo punto, complice la gelosia, Emma capisce di essere profondamente innamorata di Mr. Knightley e, resasi conto de1

Produzione: Tim Bevan, Eric Fellner, Graham Broadbent, Peter Czernin, Jo Wallett Regia: Autumn de Wilde Soggetto: dall’omonimo romanzo di Jane Austen Sceneggiatura: Eleanor Catton Interpreti: Anya Taylor-Joy (Emma Woodhouse), Angus Imrie (Bartholomew), Letty Thomas (Biddy), Gemma Whelan (Miss Taylor / Mrs. Weston), Bill Nighy (Mr. Woodhouse), Rupert Graves (Mr. Weston), Josh O’Connor (Mr. Elton), Johnny Flynn (Mr. Knightley), Callum Turner (Frank Churchhill), Mia Goth (Harriet Smith), Miranda Hart (Miss Bates) Durata: 124’ Distribuzione: Chili Uscita: 18 giugno 2020

gli errori commessi, cerca di porre rimedio a quanto fatto fin lì: si intromette per l’ultima volta nelle vicende amorose di Harriet e convince la giovane ad accettare la proposta di matrimonio di Mr Martin, che, nonostante il suo rifiuto, non ha smesso di amarla.


Infine, Mr Knightley dichiara il suo amore per Emma e i due decidono di sposarsi, suggellando finalmente il loro amore.

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“Tell stories with colours” così la fotografa e videomaker musicale Autumn De Wilde afferma in un’intervista del “New Yorker” a proposito della sua pellicola d’esordio Emma. (con il punto alla fine nel titolo che potrebbe rappresentare l’intenzione di realizzarne una versione definitiva). Tratto dall’omonimo romanzo di Jane Austen, questo nuovo adattamento cinematografico (il più noto è quello del 1996 con Gwyneth Paltrow) possiede nella cura estetica il suo tratto distintivo. Il film infatti, seppur non presenti nessuna sorpresa sul piano narrativo, riesce a stupire grazie al tocco glamour della regista, con inquadrature simmetriche dal forte richiamo pittorico (che ricordano il Wes Anderson di Grand Budapest Hotel) e all’uso sapiente dei colori pastello (soprattutto il lavanda, il pesca e il menta) in tutte le sue possibili sfumature. Fin dalle prime scene, si ha come la sensazione di assistere ad un musical, con per-

sonaggi - spesso i servi della ricca e viziata protagonista (un’elfica Anya Taylor-Joy) - che sembrano danzare dentro e fuori lo schermo con precisione coreografica. Come se non bastasse, lo splendore degli arredi, dei costumi (opera del premio Oscar Alexandra Byrne) e le acconciature ricercate dei vari personaggi - un tripudio di merletti, riccioli, cappellini, gilet floreali, bouquet - ricreano una dimensione quasi idilliaca della corte inglese d’inizio Ottocento. Non a caso, per dar vita a questo mondo incantato, la regista ambienta il suo film all’interno delle più prestigiose country house inglesi (Chavenage House, Wilton House) - vere e proprie dimore reali circondate da immense distese verdeggianti - che confermano l’elaborato lavoro scenografico. Viene spontaneo ricordare un altro period drama come Marie Antoniette di Sofia Coppola, in cui il fattore estetico - motore narrativo del film - è fortemente legato all’immaginario pop edonista della sovrana francese. In Emma. invece, tutta questa ricchezza visiva rimane fine a se stessa, non riuscendo inoltre, ad essere altrettanto innovativo e irriverente. Il risultato è

di Jessica Hausner

un film lento, stranamente freddo e poco appassionante - in bilico tra lo sfarzo di un kolossal tradizionale e un furbo aggiornamento moderno - che nonostante sia fedele e rispettoso (senza “scandalosi” stravolgimenti) nei riguardi del romanzo, è privo di mordente e di quella carica ironica, velatamente comica, riscontrabile nella scrittura della Austen. De Wilde ha però il pregio di saper cogliere lo sguardo di una società benestante legata all’apparenza, al bon ton e all’espressione visiva e verbale del proprio privilegio, che si trasforma in una prigione da cui evadere; basti pensare ad esempio alla spensieratezza dei protagonisti quando rimangono da soli: Emma alza la gonna, si toglie le calze e siede scomposta per scaldarsi davanti al camino; Mr Knightley si sdraia sul pavimento e corre a perdifiato. Insomma Emma. di Autumn De Wilde non offre nulla di nuovo ad una storia che ben conosciamo, una semplice commedia romantica che nonostante il suo fascino, stanca in fretta. Alessio D’Angelo

LITTLE JOE

Origine: Austria, Gran Bretagna, Germania, 2019 Produzione: Philippe Bober, Bertrand Faivre, Martin Gschlacht, Jessica Hausner per Coop99 Filmproduktion Regia: Jessica Hausner Soggetto e Sceneggiatura: Jessica Hausner, Géraldine Bajard Interpreti: Emily Beecham (Alice), Ben Whishaw (Chris), Lindsay Duncan (Psicologa), Kerry Fox (Bella), Kitt Connor (Joe Woodard), Phénix Brossard (Ric), Jason Cloud (Studente), Sebastian Hulk (Ivan) Durata: 100’ Distribuzione: Movies Inspired Uscita: 20 agosto 2020

Alice, ingegnere genetico, lavora in un laboratorio botanico per la creazione di piante geneticamente modificate, in grado di rilasciare un profumo capace di rendere felici coloro che se ne prenderanno cura. La donna, divorziata, comunica alla sua psicoterapeuta i suoi sensi di colpa per dedicare gran parte del suo tempo al lavoro piuttosto che a suo figlio Joe, che soffre per la sua mancanza. Alice comunica a Karl, il suo

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capo, di aver modificato alcune delle piante, denominate Little Joe, rese sterili per massimizzare la produzione di profumo; tale prototipo sembra sopravvivere, tanto da regalarne uno a Joe, affinché se ne prenda cura. Una sera, il cane di Bella, una loro collega, sparisce nel laboratorio e Chris, ingegnere innamorato di Alice, lo trova nella serra dei Little Joe, che improvvisamente sbocciano, rilasciando il polline che viene


inalato dal cane e dall’uomo. Nei giorni seguenti, Chris appare sempre più intenzionato a portare avanti il progetto, mentre Bella afferma che il cane sembra cambiato, ma i colleghi non le credono, dal momento che la donna, in passato, ha avuto un crollo psicologico. Nel frattempo, anche la pianta a casa di Alice sboccia e Joe inala il polline. Bella fa abbattere il cane e comunica ad Alice di credere che il polline incida sulla parte del cervello sede della personalità, ma le registrazioni delle interviste ai soggetti sottoposti ai test non mostrano nulla di sospetto. Joe passa il weekend con suo padre, che comunica ad Alice di percepirlo diverso, credendo che si tratti semplicemente dell’adolescenza. Una notte, Joe ruba il tesserino della madre e fugge nella serra con Selma, compagna di cui è innamorato, per farle inalare il polline. Alice consulta le registrazioni dei test e scopre che i familiari dei soggetti sottoposti alle sperimentazioni affermano che essi sono cambiati radicalmente. Joe e Selma sono sempre più ossessionati da Little Joe; il ragazzo comunica alla madre di voler andare a vivere con il padre, dal momento che si sente costantemente solo a causa della sua assenza, ma Alice si oppone, tanto che il giovane la spinge a terra, totalmente impassibile. La protagonista confida a Chris di credere che il vettore virale, usato segretamente per potenziare le piante, abbia generato un patogeno che infetta il cervello affinché la pianta spinga i soggetti a prendersi cura ossessivamente di lei, permettendo la sua sopravvivenza e compensando la sua sterilità, ma l’uomo non le crede. La situazione familiare peggiora, dal momento che Joe alterna momenti in cui non riconosce la madre che confida le sue paure alla psicoterapeuta, la quale crede si tratti di un delirio che fa leva sul desiderio inconscio di liberarsi del figlio.

Alice confessa a Karl i suoi esperimenti segreti al fine di fermare il progetto prima della fiera, ma l’uomo sembra stranamente sereno e non sconvolto. Bella si rende conto che gran parte dei colleghi sono contagiati e sono capaci di tutto per la sopravvivenza delle piante, per cui tenta di andarsene ma cade dalle scale dopo che Chris e Karl hanno tentato di fermarla. Karl riconosce Little Joe idonea, per cui non vuole rivelare le controverse sperimentazioni di Alice, che tenta di compromettere la temperatura della serra per uccidere le piante, ma viene aggredita da Chris, che la colpisce facendole perdere i sensi, rinchiudendola per farle inalare il polline. Little Joe è un grande successo, soprattutto per Alice che ha iniziato a frequentare Chris. Ormai sotto gli effetti della pianta, Alice accetta che Joe vada a vivere con il padre, liberandosi di lui e confessando alla terapeuta di stare meglio. Rincasata, finalmente Alice può prendersi cura del suo nuovo figlio, Little Joe. In un presente sempre più incerto, dominato dalla violenza della natura e dell’animo umano, l’industria culturale appare indirizzata a rispecchiarne perplessità, tensioni e timori, al fine di metabolizzarli creativamente, se non terapeuticamente. Non è un caso che Little Joe, presentato allo scorso Festival di Cannes, affianchi ulteriori voyage nella progressiva disumanizzazione del soggetto, da I morti non muoiono di Jarmusch a Zombie Child di Bonello, dimostrando come il cinema continui a esplorare angosce codificate da un certo filone fantascientifico e orrorifico, estendendone uno spirito mai del tutto interrotto, ma perfettamente radicato nella sua contemporaneità. Oscillando costantemente tra cinema di genere e sguardo più autoriale, il film di Jessica Hau-

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sner abbandona la tradizionale figura del morto vivente o, meglio, ne evita una sua estremizzazione parossistica e fantascientifica, favorendo una dimensione squisitamente umana e realistica, che non necessita della costruzione di un impianto orrorifico perché quel mostruoso, che lo zombie esibisce con la sua fisicità, è già insito nella definizione stessa di essere umano. Costantemente sospesi tra essere e apparire, i personaggi ritratti dalla Hausner sono vittime di se stessi, delle proprie ambizioni, dei propri desideri inespressi, su cui il polline delle Little Joe ha solo un potere catalizzatore, agendo su un meccanismo ancora in potenza, tra cui il desiderio di Alice di rinunciare alla maternità, di cui la regista dà una descrizione anticonvenzionale, che non risolve le angosce e i timori femminili nella rappresentazione edulcorata e rassicurante della donna in carriera che si sacrifica nel nome della genitorialità. La regia procede per movimenti di macchina che escludono i personaggi, si aggirano negli spazi cercando nuovi baricentri visivi, zoomando verso zone vuote, pareti prive di oggetti, interrompendo la classica centralità dell’azione per una ricerca costante del vuoto, che sembra interessare uno sguardo totalmente apatico verso le vicende dei protagonisti, spesso inquadrati figurativamente in modo da risaltare la distanza emotiva e l’incomunicabilità che li accomuna, soprattutto nel rapporto tra Alice e suo figlio, preannunciandone l’esito finale. Leonardo Magnante


di James Erskine

PANTANI

Origine: Gran Bretagna, 2014 Produzione: Domenico Ciolfi per MR. Arkadin Film Regia: James Erskine Soggetto e Sceneggiatura: James Erskine da un’idea di Oliver Parsons Interpreti: Marco Pantani (se stesso), Andrea Gambadoro (spacciatore), Conan Sweeney (Marco Pantani) Durata: 96’ Distribuzione: The Space Movies

Cime innevate e profili di montagne. Pantani e Armstrong si danno battaglia sul Courchevel durante il Tour del 2000 sospinti dalle telecronache nelle diverse lingue. Wiggins e Lemond commentano la pedalata del Pirata. Rumori e musica accompagnano l’ascesa. Pantani parla delle difficoltà incontrate. Didascalia. “È tra le montagne che emerge il puro e semplice talento”. Diverse voci, raccontano della grandiosità, del lungo sforzo sulle montagne della Grande Boucle.

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Nel 1994 un giovane Pantani sale alla ribalta, conquistando il podio del Giro e sconfiggendo, da grimpeur, il ciclismo fisico di Indurain. “Ha preso la bicicletta della sua mamma, ed è passato davanti a tutti”. Materiali di repertorio e interviste raccontano le prime pedalate di Marco, dalle sfide sui cavalcavia con gli amici, ai successi da dilettante passando per l’acquisto e la cura maniacale della prima bicicletta. Nel 1995 Pantani conferma la purezza della sua classe conquistando una delle salite più iconiche del Tour, l’Alpe d’Huez. “Era massacrato. Non c’era una parte del suo corpo che non fosse nera”. Split screen e commento off illustrano il terribile incidente occorso a Pantani nella Milano-Torino. Il ciclista è immobilizzato a letto, la sua carriera in bilico. Le interviste, che documentano il lungo recupero, testimoniano anche la trasformazione di Marco nel Pirata. A distanza di due anni Pantani segna il suo ritorno con una nuova vittoria sull’Alpe d’Huez vestendo la maglia della sua nuova squadra. La personalità di Pantani rivela uno spirito gioioso e amante del divertimento. L’incontro con Kristina da vita a un intenso rapporto sentimentale. Nella tappa di Montecampione del Giro il Pirata dopo un acceso duello con Tonkov si assicura la vittoria della maglia rosa. Al Tour lo scandalo del doping riguardante la Festina crea tensioni e c’è il rischio di non arrivare a Parigi. Il favorito Ullrich ha un solido vantaggio, ma durante l’ascesa sotto la pioggia del Galibier Pantani riesce a ribaltare i pronostici. Cesenatico festeggia 4

l’entrata del Pirata nell’olimpo del ciclismo. “Non era semplice maestria. Era umiliare i suoi avversari”. Rendell e Willliams spiegano le conseguenze legate all’uso dell’eritropoietina e i controlli per rilevarla. Nell’anno seguente al Giro Pantani riesce a superare tutti partendo dal fondo del gruppo, un dominio che mina la struttura economica del ciclismo. Alla tappa successiva Pantani, disobbedendo alle prudenti tattiche della squadra, vince nuovamente. Il controllo serale antidoping rivela però dei valori anormali e viene sospeso per quindici giorni. Marco e i suoi tifosi sono sotto choc. Le testimonianze di amici e parenti si alternano a ricostruzioni e interviste in split screen alludendo a complotti. Minato dalle accuse e orfano dell’amore del pubblico Pantani sprofonda nella depressione, inizia a far uso di cocaina rinunciando al Tour. “Pantani sembrava la vera sfida alla supremazia di Armstrong.” Soltanto l’anno successivo Pantani in Francia, battagliando con l’astro americano, tornerà brevemente ai livelli precedenti.“Era scandaloso non si trattava solo di qualche ciclista dopato, era la cultura del doping”. Nel duemila un’inchiesta rivela la diffusione del doping e la tacita connivenza tra ambiti medici e istituzionali. Il biasimo colpisce gli atleti, Pantani in primis, che riversa nell’abuso di cocaina frustrazioni professionali e umane, fino al tracollo emotivo. Donati riflette sugli interessi e il meccanismo perverso di sfruttamento degli atleti. Il 14 febbraio del 2004, Marco


Pantani muore solo nella camera di un albergo a Rimini. Alle esequie la folla e gli amici commossi rendono omaggio al Pirata. “Lo guardai negli occhi e cercai l’innocenza di un ragazzino di 16 anni”. Lemond rammenta l’incontro con Pantani, la sua tristezza per gli eventi e l’innato candore. Genitori e amici lo ricordano omaggiandone la semplicità e tormentandosi per le incomprensioni. Pantani è un documentario del 2014 nuovamente disponibile attraverso la distribuzione sulle piattaforme online. James Erskine a dieci anni di distanza dalla morte omaggia il ciclista di Cesenatico con un biopic tratto dall’inchiesta di Matt Rendell, La morte di Marco Pantani (ed. Limina), un libro tanto rigoroso quanto poco consolatorio, che analizza la psicologia del ciclista e i pesanti interessi che gli giravano intorno. La pellicola ripercorre in maniera cronologica l’ascesa e la caduta

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del Pirata, attraverso una suddivisione in capitoli che riflettono anche tematicamente i leitmotiv della sua carriera. Seguendo l’usuale impostazione del documentario sportivo troviamo l’alternanza tra sequenze che ripresentano le vittorie e interviste, che delineano la psicologia o il rilievo dell’atleta all’interno della storia del ciclismo. Materiale di repertorio, ricostruzioni e interviste si combinano secondo una modalità televisiva, che coinvolge lo spettatore in maniera acritica attraverso una sceneggiatura prevedibile, dove la consolatoria visione romantica dell’eroe, idolo del pubblico e vittima del sistema, disinnesca i dubbi scaturiti da alcuni interventi (Rendell, Donati, Williams) che spiegano il circolo vizioso tra doping, celebrità, ciclismo. Split screen, suoni aggiunti in post-produzione e ralenti rimangono così espedienti volti a creare ora tensione (come nel caso della sequenza riguardante l’inciden-

te occorso durante la Milano-Torino), ora un surplus di realismo per sopperire un’insufficienza delle immagini di repertorio. Le ricostruzioni, utilizzate per illustrare episodi della gioventù del ciclista (l’acquisto della bici da corsa) o momenti privati, avvengono con degli attori talvolta accompagnati dalle interviste senza un coinvolgimento diretto dei protagonisti teso a una riconsiderazione dialettica dell’episodio. Le immagini di repertorio, interviste e gare, sono utilizzate perlopiù secondo un’impostazione illustrativa, eppure il profluvio di opinioni e accuse seguenti all’esclusione dal Giro è una traccia, solo accennata, alle dinamiche distruttive che stanno dietro alla vicenda. Così il documentario in parte elude le peculiarità del testo da cui trae spunto e, proponendo un ritratto ordinario e commovente dell’atleta, rischia di rivelare poco del ciclismo degli Anni Novanta. Andrea Cardelli

di Ginevra Elkann

MAGARI

Origine: Italia, Francia, 2019 Produzione: Wildside con Rai Cinema,

Seb, Jean e Alma sono tre fratelli che vivono in Francia con la madre Charlotte, fervida cristiana ortodossa. La mamma annuncia che aspetta un bambino dal nuovo compagno Pavel e andrà a vivere in Canada. Prima del trasferimento la donna comunica ai figli che trascorreranno le vacanze di Natale con il papà italiano, Carlo, uno sceneggiatore di scarso successo, donnaiolo e immaturo. I tre bambini raggiungono il papà a Roma. Dopo aver lasciato i figli dai nonni, l’uomo torna a prenderli in compagnia della sua assistente Benedetta e annun-

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cia loro che andranno al mare. Il Prodotto da Lorenzo Mieli e Mario Gianani gruppo arriva in una casa di un con Lorenzo Gangarossa per Wildside, amico di Carlo davanti al mare di Coprodotto dalle Francesi Tribus P Films e Iconoclast Sabaudia. Regia: Ginevra Elkann La piccola Alma è sofferente per i suoi genitori separati e una Soggetto e Sceneggiatura: Ginevra Elkann, Chiara Barzini notte arriva a bere la pipì del fraInterpreti: Riccardo Scamarcio (Carlo), tello mentre prega affinché sua Alba Rohrwacher (Benedetta), Benjamin mamma e suo papà si rimettano Baroche (Pavel), Brett Gelman (Bruce), insieme. La bambina pensa che Ettore Giustiniani (Jean), Milo Roussel (Sesuo padre debba dar sfogo alla sua bastiano), Oro De Commarque (Alma) vena artistica. Dopo aver litigato Durata: 99’ con Benedetta, Carlo manda tutti Distribuzione: Bim Distribuzione fuori casa perché deve lavorare. Uscita: 7 agosto 2019 Sta per avvicinarsi il Capodanno, Carlo vuole fare una festa triste. L’uomo legge ciò che ha scritto a trano dei ragazzi più grandi che li portano in giro. Seb e Jean sospetBenedetta e Alma. I tre ragazzini al mare incon- tano che tra il padre e Benedetta 5


ci sia una relazione. Alma resta sola perché i fratelli sono usciti, sente la mancanza della mamma e finisce per confessare che la donna è incinta e che progetta di andare a vivere in Canada. Carlo telefona a Charlotte e le chiede spiegazioni. I due discutono. Carlo si sfoga con Benedetta, dice che i bambini resteranno a Roma, non vuole lasciarli con la ex moglie. Alma prepara il suo zainetto ed esce con il cane. Per strada incontra i fratelli in compagnia dei nuovi amici. Benedetta accusa Carlo di ambiguità e di essere ancora innamorato della sua ex moglie. Poi i due vedono un pulmino guidato da Seb. I tre ragazzi vengono messi in punizione. Carlo ammette di avere difficoltà a gestire i figli. Sopraggiunge Bruce, un amico americano accompagnato dall’amico Pasquale. Tutti insieme vanno a una festa di Capodanno. Dopo aver sentito il padre che parla dei figli e della loro religiosità, Seb prende l’auto e va via. Il giorno dopo Seb dice a Benedetta che vuole andare a messa, La donna si offre di accompagnarlo a Roma. Intanto il fragile Jean, in stato confusionale, si lancia dal tetto. Benedetta porta Seb a Roma e gli mostra il Colosseo, poi lo conduce alla Chiesa ortodossa di San Teodoro ma la trovano chiusa. La donna porta a una società di produzione un lavoro scritto da lei mentre Seb entra in una chiesa. Il ragazzo passeggia con Benedetta e brinda con lei a quella fuga. In auto finisce la benzina, si fa sera. Dopo essere saliti su un pullman, Seb bacia Benedetta. I due rien-

trano a mezzanotte e vengono informati che Jean è in ospedale. Nel nosocomio c’è anche la mamma Charlotte, Seb sospetta che il fratello si sia dimenticato di prendere un medicinale per il diabete. Alma è felice di vedere i genitori insieme. Ma poco dopo Carlo litiga con Charlotte. A casa Pasquale riporta il cane Tenco morto, Seb dice di averlo investito lui. Alma accusa il fratello di doversi prendere cura di loro. Benedetta va via. Seb chiede a Jean come ha fatto a svenire, se la causa non sia stata la glicemia. Poi Seb confessa di aver baciato Benedetta. Carlo riceve una telefonata da un produttore che gli comunica che la sua nuova versione della sceneggiatura è piaciuta e che il film si farà. Charlotte dice che devono andare via. Poi mangiano tutti insieme. Alma confessa che più o meno era così la famiglia che lei voleva. Il cinema e l’infanzia, un binomio che ha caratterizzato la settima arte fin dai suoi albori. Nessuna disciplina creativa si è legata quanto il cinema all’immagine dell’infanzia e via via della fanciullezza e dell’adolescenza, compiendo un percorso evolutivo ideale nel quale il non-adulto è stato sovente al centro della narrazione e della struttura del racconto filmico. Fin dagli albori, il cinema già parlava di infanzia e adolescenza, basti pensare ad alcuni corti pionieristici dei fratelli Lumiére del 1895. Anche se si tratta per lo più di bambini integrati perfettamente in una visione adulta della realtà e di raffigurazioni stereotipate nei comportamenti. Solo dopo diversi decenni le rappresentazioni del non-adulto sul grande schermo cominciano a vivere di vita propria, fino a raggiungere dignità di storie che hanno rivelato man mano tutta la fra-

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gilità di una generazione via via sempre più disarmata. A partire dagli anni Settanta, nel cinema italiano, il cinema sull’infanzia ha esaminato i giovanissimi all’interno dei mutamenti sociali e politici del nostro paese. Ed ecco che il binomio bambino e dolore è diventato così frequentato dal cinema di ogni stagione. In questo senso si inserisce il ritratto dei tre non-adulti compiuto da Ginevra Elkann nel suo lungometraggio d’esordio nella regia dal titolo evocativo di Magari, film presentato al Festival di Locarno 2019. La sua storia si inserisce a pieno titolo in quel viaggio nel “bambino interiore” che non a caso hanno compiuto altri registi alla loro opera prima come Giacomo Campiotti (Corsa di primavera, 1989) o Cristina Comencini (Zoo, 1988). Nel film della Elkann, qui anche sceneggiatrice insieme a Chiara Barzini, come nel caso dei citati lavori di Campiotti o della Comencini il mondo dell’infanzia è rappresentato come indissolubilmente legato a quello adulto, sia per motivi di dipendenza dei bambini da scelte e decisioni dei grandi, che per la profonda influenza che l’esperienza infantile esercita nell’individuo maturo. Il viaggio compiuto dalla piccola Alma di nove anni, la minore dei tre fratelli attorno a cui ruota la vicenda e voce narrante del film, è un esemplare percorso interiore. Alma e i suoi fratelli Seb e Jean sono figli di genitori divisi che vorrebbero che papà e mamma tornassero insieme. Nel frattempo, prima che la madre si trasferisca in Canada con il nuovo compagno, si ritrovano a trascorrere alcuni giorni con il padre e la nuova compagna in una casa al mare in pieno inverno. Certamente c’è qualcosa di autobiografico nella rappresentazione da parte della regista di una famiglia divisa. Una cosa altrettanto certa è che la scelta di far trascorrere qualche giorno tra la spiag-


gia, le dune e il mare di Sabaudia, deriva da una forte suggestione personale per quei luoghi a cui la regista ha più volte dichiarato di sentirsi profondamente legata. Che lo sguardo della piccola Alma sia frutto di ricordi d’infanzia della regista è lecito supporlo, certo è che il film si lascia andare a un insieme di suggestioni dolci e amare allo stesso tempo. Le sofferenze, i desideri, i sorrisi, le lacrime, tutto scorre in un flusso della memoria raccontato nel film. Alma e i suoi fratelli vivono in una dimensione sospesa durante le vacanze di Natale nel mezzo di un momento cruciale nella vita dei loro genitori: la decisione di una separazione (anche geografica) definitiva. Scelta quasi obbligata per due adul-

ti diversissimi: la mamma è fervente religiosa, ordinata e benestante, il papà è uno scrittore spiantato, irresponsabile, dalla vita disordinata. Nella dimensione, a tratti quasi onirica, di questa strana vacanza, si rafforza il legame dei tre fratelli disperatamente in cerca di un qualcosa che somigli seppur lontanamente a una famiglia. Un film nostalgico (evidente anche in tutto il ‘corredo’ anni Ottanta, dalle macchine da scrivere ai Gameboy Nintendo, fino alle note di Se mi lasci non vale di Julio Iglesias), elegiaco, dolce e malinconico come il paesaggio marittimo invernale fotografato alla perfezione da Vladan Radovic. Magari narra una storia semplice e al tempo stesso complessa fa-

cendo leva sui visi di tre bambini di grande espressività (la bravissima Oro De Commarque nei panni della piccola Alma, affiancata da Milo Roussel ed Ettore Giustiniani) che recitano accanto a due veterani come Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher. Magari è un film capace di percorrere con grazia i sentieri di un’esplorazione introspettiva individuale di tre non-adulti, un vero viaggio di riscoperta evolutiva di emozioni perdute. Un viaggio che è un po’ come rivivere un’avventura senza fine, che in fondo è quella che compiamo ogni volta che ci poniamo di fronte al grande schermo. Elena Bartoni

di Emiliano Corapi

L’AMORE A DOMICILIO Origine: Italia, 2019

Renato, giovane assicuratore di talento, non ha il coraggio di impegnarsi in una relazione seria con Simona, che invece desidera sposarlo. Una mattina, l’uomo incrocia per caso Anna, una giovane studentessa che ha bisogno di un passaggio; la ragazza lo conduce nel suo appartamento e i due fanno sesso e, prima che lui se ne vada, la giovane riceve una visita di controllo di un agente di polizia. Improvvisamente rientra la madre di Anna, Silvana, che racconta a Renato che la figlia è agli arresti domiciliari per una rapina a mano armata e deve scontare altri due anni. Renato rompe con Simona e pensa costantemente ad Anna e torna da lei per fare sesso; la ragazza, di origini siciliane, ha un passato turbolento, fatto di continue fughe da casa con il suo ex Franco, ora in carcere. Renato esaudisce ogni desiderio di Anna, comprandole tutto ciò che desidera, sebbene la donna non sembri interessarsi a lui dopo i

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loro incontri. Una mattina, Franco, Produzione: Andrea Petrozzi per World Video Production con Rai Cinema in evaso, si presenta da Anna, perché collaborazione con Frame By Frame e Sergetto, il criminale che gli avreb- Marvin Film be fornito i documenti falsi per fug- Regia: Emiliano Corapi gire in Francia, è finito in ospedale, Soggetto e Sceneggiatura: Emiliano per cui ha bisogno di qualcuno che Corapi si metta in contatto con lui. Rena- Interpreti: Simone Liberati (Renato), to ha paura che, nel caso in cui la Miriam Leone (Anna), Fabrizio Rongione polizia scopra Franco, la situazio- (Franco), Maurizio Bianucci (Marito di Dori proprietario del Compro Oro), ne di Anna possa peggiorare, per Anna Ferruzzo (Silvana), Antonio Milo cui, sebbene inizialmente tituban- (poliziotto), Valeria Perri (Simona), Eleonora te, accetta e recupera i documenti Russo (Dori), Renato Marchetti (Padre falsi e la pistola per il criminale. Renato), Luciano Scarpa (Sergetto), Gerry Mastrodomenico (Professore), Andrea Sergio dovrà operarsi, per cui non Mautone (Avvocato) potrà aiutare Franco nella rapina Durata: 89’ in un centro oro che appartiene a Distribuzione: Adler Entertainment una catena di riciclaggio di denaro Uscita: 22 luglio 2020 della criminalità organizzata, colpo perfetto perché non denunciabile. capisce il motivo della fuga della Anna sceglie di prendere il posto donna, per cui Renato lo convince di Sergetto, per ricevere in cambio a presentarsi la mattina successiva i soldi con cui pagare i debiti di Silvana e non perdere la casa e, all’insaputa di Renato, decide di fuggire con il suo ex. Nel frattempo, Renato scopre che uno dei poliziotti incaricato di controllare Anna è l’amante di Silvana, fuggita dalla sorella dopo l’arrivo di Franco; l’uomo non 7


da Anna per parlare, escamotage per impedire la rapina. La mattina, l’uomo si presenta e Anna racconta il passato di Silvana, donna che si concedeva a tutti e che, però, ha sempre incolpato la figlia, intralcio che le ha impedito di trovarsi un uomo stabile. Nonostante ciò, il piano prosegue perfettamente, anche se Anna sceglie di rinunciare, sostituita da Renato, timoroso che l’eventuale perdita della casa spedirebbe la ragazza in carcere. Nonostante gli imprevisti, la rapina va a buon termine, ma Franco fugge con il bottino, per cui Renato si impegna a saldare i debiti della ragazza, anche se Anna non sembra entusiasta del gesto. Sebbene l’uomo sia intenzionato a concludere la loro relazione, alla fine cede e rinuncia a un viaggio di lavoro, che avrebbe rappresentato una svolta per la sua carriera, per aiutare Anna con un esame universitario che, se superato, potrebbe ridurre la pena. Silvana torna a casa dopo la fuga di Franco, ringraziando Renato per aver saldato i debiti e pronta a ricominciare la sua relazione con il poliziotto. Superato l’esame, Anna viene rimessa in libertà, scoperta che terrorizza Renato, che tenta di fuggire da lei, spaventato nuovamente dalla responsabilità di un rapporto duraturo; Anna però, dopo aver capito di amarlo, sceglie di lottare per lui. Renato si rende conto che, nonostante il desiderio

di fuggire, non ce la fa ad andarsene, per cui i due decidono di fare due passi per Roma per calmarsi e iniziare una nuova vita fuori dalle mura dell’appartamento. Al di là di una regia piuttosto acerba, dove abbondano (soprattutto nella prima parte) un esasperato utilizzo del ralenti per sottolineare, in maniera piuttosto didascalica, i tormenti del protagonista, la sceneggiatura di Emiliano Corapi sembra edulcorare un immaginario piuttosto malsano, nascosto sotto la patina rassicurante della commedia, dominato dal fascino che un femminile passivo e in gabbia continua a esercitare nella psiche maschile (e patriarcale), che può sfruttare il contenimento del soggetto temuto per esorcizzare la minaccia freudiana della castrazione mediante uno sguardo feticistico, se non sottilmente sadico. In questo scenario, Anna è l’ideale di donna: relegata nella sfera domestica da cui non può fuggire, incapace di provvedere autonomamente al proprio sostentamento, intellettualmente inferiore (tanto da necessitare il supporto di Renato addirittura per capire cosa sia una nota a piè di pagina), desiderosa solo di sesso e, di conseguenza, costantemente disponibile, senza costringere a una relazione emotivamente impegnativa e senza alcuna presa di responsabilità, totalmente all’opposto di

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di Galder Gaztelu-Urrutia

Simona; d’altro canto, lo scenario distorto che Corapi costruisce non va neanche a vantaggio del soggetto maschile, rappresentato come inetto, non in grado di gestire una relazione alla pari, capace di rinunciare al proprio successo lavorativo per dedicarsi al suo nuovo feticcio. Ciò che manca è uno sguardo grottesco e parossistico capace di restituire la disfunzionalità sottesa al rapporto tra i protagonisti in maniera riflessiva e critica, nascondendola nel territorio rasserenante e prevedibile della commedia sentimentale, che raggiunge il suo apice nel banale monologo di Miriam Leone in merito al canto di Dante su Paolo e Francesca, esaltando il potere epifanico, improvviso e irrazionale dell’amore, inno a un sentimento che può apparire non solo casualmente ma anche nei confronti delle persone più inaspettate. Peccato che l’amore tanto decantato sia il grande assente di questo film, che sembra premiare un’irresponsabilità senza controllo (spacciandola sottilmente per eroica), donne-feticcio da salvare, rapporti privi di intimità e basati sulla convenienza, anche sessuale, componenti di una vicenda non solo artificiosa e macchinosa, ma veicolante immaginari retrogradi, nonché malsani, in cui a pagare è proprio una scrittura intelligente e profonda del sentimento e della sensualità. Leonardo Magnante

IL BUCO

Origine: Spagna, 2019 Produzione: Ángeles Hernandez, Carlos Juàrez e David Matamoros

Il film è ambientato all’interno di una sorta Regia: Galder Gaztelu-Urrutia di prigione tecnologica Soggetto e Sceneggiatura: David Desola, che si sviluppa in verPedo Rivero ticale ed è suddivisa in Interpreti: Ivan Massagué (Goreng), Zorion un’infinità di piani, detti livelli. Eguileor (Trimagasi), Antonia San Juan (Imoguiri), Algis Arlauskas (Preso) Ogni livello, è collegato tramite un Durata: 90’ “buco”, una gigantesca apertura Distribuzione: Netflix che permette ad una piattaforma Uscita: 20 marzo 2020 mobile, contenente cibo, di sostare

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per pochi minuti al giorno in ogni cella. In ognuna di esse la prigione ospita una coppia di prigionieri che una volta al mese vengono trasferiti indiscriminatamente in un livello diverso, più basso o più alto rispetto al precedente. Naturalmente, chi occupa i piani superiori ha più probabilità di sopravvivere


a discapito di quelli che risiedono ai piani inferiori (costretti a cibarsi degli avanzi o, nel peggiore dei casi, condannati a morte per denutrizione). Il protagonista è Goreng, uno dei volontari della sperimentazione, che decide di farsi rinchiudere nella prigione per sei mesi in cambio di un attestato di permanenza, del tutto incosciente della reale situazione. Si trova al livello 48 e condivide la cella assieme a Trimagasi, un ambiguo anziano che deve scontare un anno di reclusione per omicidio colposo. Dopo il primo mese, i due vengono trasferiti al livello 171, a cui la piattaforma giunge ormai totalmente priva di cibo. Qui Goreng si risveglia improvvisamente legato e immobilizzato al suo letto da Trimagasi, che ha intenzione di attendere otto giorni prima di cibarsi di lui; in seguito però, Miharu, una donna che ogni mese staziona sulla piattaforma per scendere in cerca di sua figlia, uccide brutalmente Trimagasi e trae in salvo Goreng. Il mese seguente Goreng si sveglia al livello 33 in compagnia di una donna, Imoguiri, e del suo bassotto Ramses II. Si scopre che quest’ultima era una funzionaria che faceva parte dell’amministrazione, ovvero si occupava dei colloqui con i futuri prigionieri, e che, dopo aver scoperto di essere gravemente ammalata di cancro (ormai in stadio terminale), si era offerta anch’essa volontaria ad entrare nella prigione. Qui la donna cerca di razionare il cibo per i prigionieri dei livelli sottostanti e cerca di convincere quest’ultimi a fare lo stesso, ma viene continuamente ignorata e derisa. Il mese successivo Goreng si risveglia al livello 202 da solo: Imoguiri, dopo aver scoperto che i livelli sono più di 200, si suicida per disperazione; qui l’uomo, trascorre questo periodo di reclusione allo stremo delle forze e costretto al digiuno forzato.

Trascorso un mese, Goreng si risveglia al livello 6 con un nuovo compagno di cella, Baharat; quest’ultimo tenta di raggiungere il livello superiore per mezzo della sua fune. Tuttavia, la coppia residente del livello 5 lo respinge e lo umilia defecandogli sul viso. Goreng convince però Baharat che per scalare la struttura bisogna scendere tutti i livelli per poi risalirvi (attraverso l’ausilio della piattaforma), razionando inoltre il cibo a partire dal livello 51. Per sconfiggere il sistema, decidono di difendere ad ogni costo un piatto di panna cotta, ritenuto il “messaggio”, da far arrivare al livello 0. Infatti Imoguiri, prima di morire, gli ha riferito che l’obiettivo della prigione era condividere ciò che si ha (il cibo) tra tutti, soprattutto con chi si trova in maggiore difficoltà. Durante la discesa, Goreng e Baharat distribuiscono porzioni di cibo ai prigionieri, attaccando coloro che si ribellano o tentano di mangiare più del dovuto; i due uomini scoprono però che la piattaforma è più profonda del previsto, superando quindi il livello 250 e raggiungendo di fatto il livello 333, all’interno del quale scorgono una bambina nascosta sotto il letto. I due, dopo essersi precipitati in soccorso della bambina, decidono di sfamarla con la panna cotta che avevano gelosamente custodito; in seguito realizzano che il reale “messaggio” è la stessa bambina, simbolo di speranza per un futuro migliore. Il giorno successivo però, Baharat muore dissanguato a causa delle profonde ferite riportate durante gli scontri con gli altri prigionieri; Goreng allora porta con sé la bambina nella piattaforma, ma realizza che il messaggio non richiede portatore. Pertanto l’uomo scende dalla piattaforma e si allontana, fissando lo sguardo verso la bambina che, con estrema velocità, viene trasportata verso l’alto. 9

“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classe”. Sembra proprio da questo celebre motto marxiano che prenda corpo lo script de Il buco, l’horror a sfondo distopico del regista spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia, qui al suo primo lungometraggio. Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival dove ha vinto il premio del pubblico, il film è una cruda metafora nei confronti di una società egoistica fondata sul classismo e sulla distribuzione iniqua dei beni che - attraverso l’ausilio di un’ambientazione claustrofobica e piramidale (a metà strada tra un carcere tecnologico e un girone infernale dantesco) - diviene specchio del più marcio sistema capitalista. Insomma, non è difficile decifrare il substrato politico del film, dove la verticalità della prigione evidenzia le gerarchie elitarie, fonti di ingiustizia, diseguaglianza e devianza sociale. Gaztelu-Urrutia ha il pregio di non adottare mezze misure - tra eccessi di fluidi corporei, carne, violenza e scene splatter - puntando il dito proprio contro un sistema spietato che provoca un’inevitabile guerra tra poveri, costretti a uccidersi tra loro pur di sopravvivere, invece di rivolgere il proprio odio e le proprie forze verso chi gestisce e governa le loro vite. La sceneggiatura di David Desola e Pedro Rivero sfrutta abilmente queste tematiche e, nonostante un

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eccessivo didascalismo, è avvalorata da una buona regia che riesce a regalare momenti di suspense (e disgusto), coniugando gli archetipi (visivi, emotivi e narrativi) del cinema di genere con intenti autoriali. Non a caso, il film è pregno di indizi, simboli e riferimenti letterari che non fanno altro che stimolare l’interesse dello spettatore e

indirizzarlo verso nuove e interessanti chiavi di lettura. Il buco contiene vari punti di contatto con la cupezza politica di John Carpenter, per non parlare delle similitudini strutturali con Cube - Il cubo o alla scansione sociale di Snowpiercer, con cui condivide le stesse ambizioni politico-allegoriche.

Il film di Galder Gaztelu-Urrutia riflette il suo tempo: nonostante il pessimismo di fondo, conserva un messaggio di speranza alle nuove generazioni, attraverso la solidarietà e la determinazione a cambiare le sorti del mondo e condurlo verso un futuro migliore. Alessio D’Angelo

di Nunzia De Stefano

NEVIA

Origine: Italia, 2019 Produzione: Matteo Garrone per Archimede con Rai Cinema Regia: Nunzia De Stefano Soggetto e Sceneggiatura: Nunzia De Stefano, Chiara Atalanta Ridolfi Interpreti: Virginia Apicella (Nevia), Pietra Montecorvino (Nanà), Pietro Ragusa (Guido), Rosy Franzese (Enza), Franca Abategiovanni (Lucia), Simone Borrelli (Salvatore), Lola Bello (Julia), Gianfranco Gallo (Peppe) Durata: 86’ Distribuzione: Altre Storie Uscita: 14 giugno 2020

La diciassettenne Nevia vive con la sorellina Enza in un campo container a Ponticelli, periferia di Napoli, cresciute dalla nonna Nanà dopo la morte della madre e l’arresto del padre. La giovane lotta quotidianamente per la propria indipendenza, per non sottostare ai traffici di droga e di prostituzione gestiti da loschi individui del posto, tra cui Salvatore, attratto dalla ragazza, e suo padre Peppe, in affari con la nonna. Un giorno, Nevia ed Enza scoprono un circo; intrufolatasi in una roulotte, la piccola ruba una teca con un’iguana e fugge con la sorella a casa della zia, dove vengono rintracciate da Guido, il proprietario del circo che, dopo aver ripreso l’animale, regala loro dei biglietti per lo spettacolo. Nevia confida a sua zia di percepire come disgrazia il suo esse-

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re nata donna nel contesto in cui vive, decisa a fuggire una volta per tutte con Enza. Peppe comunica a Nanà che Salvatore vuole sposare Nevia, matrimonio che la donna appoggia in quanto “buon partito”, ma la nipote non intende cedere alle avance del giovane criminale. Tornata al circo, Nevia chiede a Guido di offrirle un lavoro e, vista la sua passione per gli animali, la incarica di accudirli e nutrirli. Dopo diversi giorni, Guido le chiede di partecipare a uno dei loro numeri per renderla parte integrante dello spettacolo; dopo aver trovato delle flebo e dei medicinali nella roulotte di Guido, quest’ultimo, irato, la caccia via. Di fronte alle accuse della nonna, che afferma che dovrebbe vergognarsi per il suo lavoro al circo, obbligandola a sottostare alle scelte che ha in serbo per lei, Nevia la affronta affermando di non considerarla una parente, capace di vendere le sue stesse nipoti se ne avesse bisogno, di aver cresciuto un figlio criminale, incapace di fare il padre, e di non essersi occupata della nuora durante la sua malattia. La mattina seguente, la polizia si presenta a casa e arresta Nanà, per cui Nevia ed Enza sono costrette a fuggire da Salvatore, che le accoglie e organizza una festa per il diciottesimo della protagonista, con tanto di regali romantici per conquistarla. Nevia ed 10

Enza decidono di tornare al circo ma scoprono a malincuore che ha traslocato, per cui la protagonista inizia a lavorare nel locale di Salvatore, ma si rende conto che l’uomo ha iniziato a usare Enza per i suoi loschi affari. Disgustata, Nevia prepara le valigie per fuggire con Enza ma viene scoperta da Salvatore, che l’aggredisce per impedirle di scappare, ma la ragazza riesce a tramortirlo e a fuggire dalla zia. Prima che l’uomo possa andarle a cercare, la zia fa scappare le due ragazze su un pullman per Roma; durante il tragitto, le due intravedono il circo, per cui chiedono all’autista di fermarsi e farle scendere, per tornare nel loro unico luogo sicuro.

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Prodotto da Matteo Garrone e presentato a Venezia 76, Nevia nasce come necessità di Nunzia De Stefano di confrontarsi con il proprio passato, con un’infanzia e un’adolescenza vissute nel container di Marianella, a Napoli, dopo la devastazione del terremoto del 1980, nell’attesa, invano, di una casa popolare e la necessità di adattarsi a una realtà priva di opportunità, in cui ogni giorno si rivelava una spietata lotta per la sopravvivenza. Lo spunto autobiografico si trasforma in un racconto di formazione che la regista paragona a una Cenerentola moderna, senza principe azzurro,


in cui è la protagonista femminile, interpretata dalla promettente Virginia Apicella, a salvare se stessa e a lottare per la propria indipendenza, soprattutto da un maschile ancora legato a una concezione della donna come possesso e trofeo da ottenere. La narrazione risulta secondaria rispetto a una macchina da presa che diventa la stylo con cui articolare il racconto di un’esistenza intrappolata negli orrori di un reale oppressivo e claustrofobico, in cui la camera a mano segue le protagoniste nelle loro balade e nei tentativi di sopravvivere alla loro quotidianità. Film fatto di attimi, di gesti, di ordinari passaggi di vita, l’esordio di Nunzia De Stefano assorbe i dettami di un certo cinema neorealista alla De Sica e Zavattini, nonché un’estetica delle macerie che, quasi rievocando Rossellini, si rivela negli spostamenti della protagonista in un panorama quasi post-apocalittico, in strade dissestate, colme di rottami e macchine abbandonate, riflesso dell’interiorità stessa dei

personaggi. L’immediatezza della messinscena non rifugge da un certo tipo di sguardo moraleggiante sui personaggi, in grado di demarcare visivamente il bene dal male attraverso la collocazione della macchina da presa o l’illuminazione, che interessano principalmente il personaggio di Nanà, l’ambigua nonna di Nevia ed Enza, spesso collocata distante dalla camera oppure in penombra, almeno prima del suo arresto, rispetto alla vicinanza, quasi empatica, del mezzo alle due protagoniste. L’estrema componente realistica della messinscena, incontra una dimensione più fiabesca grazie al circo che, sebbene non raggiunga mai un onirismo felliniano, sembra rivelarsi un mondo alla rovescia, come dimostrato dalla battuta in merito agli enormi scarponi dei clown successivamente alla vendita delle scarpe di Nevia al mercato per un guadagno misero ma necessario. Il circo si rivela tanto salvifico quanto utopico, già dalla sua prima sequenza, in cui appare

come visione delle protagoniste fuoricampo, negata allo spettatore, quasi per testimoniarne una presenza fantasmatica, a cavallo tra contingenza e desiderio fantasioso, così come nella sua apparizione finale, in cui è possibile mettere in discussione la sua esistenza, così come l’happy ending sperato, visto l’onirismo ambiguo dell’ultimo primo piano di Nevia, truccata da clown che, guardando in macchina, chiude il film, in un clima surreale che, nel suo totale contrasto con l’estetica dell’intero film, lascia lo spettatore nel dubbio di una possibile risoluzione immaginaria. Leonardo Magnante

di Edouard Bergeon

NEL NOME DELLA TERRA

Origine: Francia, 2019

1979. Pierre torna nella fattoria del padre Jacques, in Francia, dopo un periodo vissuto in America a fare il contadino. ‘Il grande bosco’, cosi si chiama, è una fattoria di grandi dimensioni (per gli standard francesi) ma che non ha nulla a che vedere con le immense tenute americane. Accolto con gioia, in breve tempo firma un contratto con il padre che lo rende suo successore anche se dovrà continuare a pagargli un affitto. 1996. Jacques, ormai anziano, si è ritirato dalla vita agricola e ‘Il grande bosco’ è gestito interamente da Pierre, suo figlio Thomas e Medhi, il bracciante.

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La situazione economica non è rosea, non ci sono soldi per nutrire gli oltre 2000 capretti, cosi Pierre decide di ricorrere nuovamente all’indebitamento, pur di non chiedere aiuto al padre. Chiede, così, un prestito alla banca, che lo concede alla condizione di coinvolgere una cooperativa ed edificare un nuovo capannone per la produzione di pollame. A lavori conclusi, Pierre mostra a tutta la famiglia il risultato, fiero delle innovazioni tecnologiche che nutrono autonomamente le bestie. Jacques però è “schifato” da ciò che vede, non accetta questo tipo di allevamento, non riconosce più la sua fattoria e rimprovera il figlio di essersi venduto al sistema. 11

Produzione: Philip Boëffard, Serge Hayat, Christophe Rossignon per Nord-Ouest Films Regia: Edouard Bergeon Soggetto e Sceneggiatura: Edouard Bergeon, Emmanuel Courcol, Bruno Ulmer Interpreti: Guillaume Canet (Pierre Jarjeau), Veerle Baetens (Claire Jarjeau), Anthony Bajon (Thomas Jarjeau), Rufus (Jacques Jarjeau), Samir Guesmi (Mehdi) Durata: 103’ Distribuzione: Movies Inspired Uscita: 9 luglio 2020

Un giorno, Pierre accusa un malore. Il medico, dopo vari accertamenti, consiglia massimo riposo ma Pierre è contrariato. Deve lavorare perché la condizione degli agricoltori peggiora di anno in


anno. Le paghe sono sempre più basse. Al ritorno da una festa, Thomas nota un grande incendio provenire dal capanno delle capre. In attesa dei soccorsi, gli uomini tentano di salvare il salvabile, ma il danno ormai è irreversibile. L’azienda è costretta a dichiarare un’istanza di fallimento che porterà ad avere a carico un debito della durata di 12 anni. Pierre ne esce distrutto, comincia a fumare assiduamente e si affaccia a un lento declino. Questo declino si trasforma in una forma di depressione acuta che non gli permette di lavorare (lasciando di fatto l’intera gestione della fattoria al figlio) e, a volte, di mangiare. L’unica cosa che riesce a fare è fumare un numero spropositato di sigarette al giorno. La situazione rende la vita familiare irrequieta e ingestibile. Il rapporto con la moglie e i figli si incrina anche a causa dei suoi modi di fare aggressivi e spesso violenti. Una mattina, mentre moglie e figli si preparano per il matrimonio di un’amica, Pierre perde le staffe. Il suo cervello non concepisce la malattia e immagina che i suoi familiari più stretti lo stiano escludendo dalle situazioni pubbliche. La sua convinzione è che la sua famiglia si vergogni di lui, così, dopo che la sua richiesta di essere aspettato è stata rifiutata, prende un coltello e minaccia di suicidarsi. A risolvere la situazione arriva Medhi che, fortunatamente, riesce a evitare la tragedia. Il disgraziato evento costringe la moglie a rivolgersi a uno specia-

lista. Quest’ultimo consiglia nuovamente massimo riposo, adesso non in casa ma in una clinica in modo da stare lontano da tutto e tutti. Dopo un periodo indefinito, Pierre torna a casa. Abbraccia i suoi figli e sembra visibilmente guarito. La serata trascorsa, poi, a guardare vecchie foto con la famiglia, tra le quali quelle della sua esperienza in America, sembra donargli nuova linfa vitale che si accende grazie alla nostalgia. Nei giorni successivi riprende a lavorare a pieno ritmo ma verrà accusato dal sindaco di aver appiccato volontariamente l’incendio al capanno per i soldi dell’assicurazione. Visibilmente adirato, si reca nel luogo imputato col trattore e inizia a demolire quello che resta. Poco prima del ritorno a casa, Pierre consiglia al figlio di partire e di lasciar perdere ‘Il grande bosco’, per non commettere i suoi stessi sbagli ma, esattamente come lui alla sua età, Thomas è entusiasta e non vede l’ora di modernizzare a sua volta la fattoria. Quella stessa sera, dopo aver cenato con la famiglia, cede e muore suicida davanti agli occhi di suo figlio per aver ingerito insetticida e altri prodotti agricoli. Edouard Bergeon, al suo primo film di finzione, decide di portare sullo schermo una vicenda biografica dalla quale è rimasto segnato sin da adolescente. Si tratta della vicenda del padre Christian (al quale il film è dedicato) che aveva dovuto comprare l’azienda agricola del padre, indebitandosi oltremisura senza riuscire poi a risollevare la sua situazione economica e senza riuscire a risollevarsi psicologicamente. La pellicola tratta, dunque, la parte rurale della Francia (scelta non di rado dalla cinematografia francese) in modo onesto e passionale attraverso le vicende di Pierre

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(reso memorabile da un’ottima interpretazione di Guillaume Canet) che, come il padre del regista, non ottiene sconti sulla fattoria che il genitore ha costruito con tanta fatica e della quale non riesce a privarsi. Neanche in favore del figlio. Un atteggiamento, questo, che è tipico delle generazioni che hanno vissuto la guerra e che sono cresciute in un mondo agricolo completamente diverso da quello che si trovano davanti i propri figli a cavallo tra gli anni Novanta e gli anni Duemila. Un’agricoltura che oggi si basa su processi intensivi e non più estensivi. Dove prima 200 capre erano un numero elevato, ora 2000 non sono sufficienti a causa, anche, delle paghe che si fanno sempre più misere per i contadini che offrono come merce di scambio i frutti della propria terra. Terra, che in una società simile, non riesce a scampare ai giochi di profitto. Il processo di modernizzazione, che ha portato alla nascita della figura dell’imprenditore agricolo a scapito di quella più tradizionale e ormai fiabesca del contadino, non lascia scampo. Bisogno adeguarsi e stare al passo con i tempi se si vuole competere in un mercato di concorrenza spietata. Ma stare al passo significa scommettere con la mentalità propria degli imprenditori e spendere una fortuna, continuando a indebitarsi a non finire. E se qualcosa va storto o non va come previsto? Ebbene, in questo caso bisogna avere forza d’animo, rimboccarsi le maniche e ‘lavorare due volte’ (come consiglia Jacques). Ma non tutti, arrivati allo stremo, sono in grado di farlo. Il film infatti, oltre che al padre del regista, è dedicato a tutte le ‘vittime dell’agricoltura’, a tutti coloro che si trovano in queste situazioni. Perché, come recita la didascalia finale, ‘ogni due giorni, in Francia un agricoltore si suicida’. Giallorenzo Di Matteo


di Claudio Noce

PADRE NOSTRO Origine: Italia, 2020

Autunno 1976, Roma. Valerio Le Rose è un bambino che convive con la quasi costante assenza del padre Alfonso, noto magistrato immerso nel suo lavoro. Una mattina Alfonso subisce un grave attentato sotto casa dal quale esce salvo per miracolo. La madre Gina crede che Valerio dorma, ma in realtà, sveglio, assiste a parte della scena, tanto da riuscire a memorizzare addirittura il volto di un terrorista morto nella sparatoria. Dopo la guarigione e il rientro in casa, Alfonso è costretto a vivere sotto scorta per la salvaguardia della sua incolumità. Ogni spostamento potrebbe essere fatale e la sua vita e quella della sua famiglia continuano nella perpetua paura di un attacco. In questa situazione Valerio, mentre gioca a calcio sotto casa, conosce Christian, un senzatetto sporco, più grande di lui di qualche anno e che ha tutta l’aria di essere una sua proiezione immaginifica. In sua compagnia, il giorno dopo, Valerio fugge da scuola per andare in città. Le conseguenze psicologiche di ciò che ha visto cominciano a farsi vive quando per strada gli sembra di riconoscere l’attentatore morto. Nonostante tutto Christian lo distrae e, insieme, commettono un piccolo furto in chiesa per poi esser costretti a fuggire di corsa.Nel frattempo la famiglia, dopo essere stata avvertita della scomparsa da scuola del figlio, lo cerca disperatamente, temendo il peggio. Inaspettatamente Valerio viene ritrovato sotto casa ed è lì che Alfonso e Gina vedono una cosa sconcertante: il figlio aveva rico-

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struito meticolosamente con i gessetti sull’asfalto (per mostrarlo a Christian che però all’arrivo dei genitori scompare) l’attentato al quale aveva assistito. Dopo l’accaduto, la famiglia decide di rifugiarsi per un periodo in Calabria, dai genitori di Alfonso. Anche questo lungo viaggio in macchina è tormentato dalla perenne paura, soprattutto per Valerio. Una volta giunti, lo stato di allerta della famiglia scema grazie alla compagnia dei molti parenti e alle giornate di mare. Periodo che viene interrotto dall’improvviso ritorno a Roma di Alfonso per un lavoro urgente. Triste, Valerio si rasserena quando, girando in bici, incontra Christian che dice di essere arrivato in treno per lui. Scesa la sera, Valerio nasconde Christian in soffitta e, dopo avergli portato delle provviste, decidono di uscire in piena notte per esplorare la zona circostante. La loro amicizia si fa sempre più forte tanto da convincerli a stringere un patto di sangue su di una scogliera alta e pericolosa. Tornato da Roma, Alfonso nota Christian (che noi credevamo essere un amico immaginario) e lo invita a rimanere da loro. In quegli istanti giunge la notizia dell’omicidio di un collega e amico di Alfonso. La paura non li abbandona. Paura che viene tamponata da una grigliata tra parenti, in un posto molto isolato e in assenza della scorta che permette alla famiglia di riassaporare un briciolo di libertà, ma qui Valerio inizia a provare una strana gelosia del rapporto creatosi tra il padre e Christian. Il giorno seguente, Alfonso porta Valerio e Christian in barca. Il 13

Produzione: Andrea Calbucci, Pierfrancesco Favino, Maurizio Piazza per Lungta Film, PKO Cinema & CO., Tendercapital Productions, Vision Distribution Regia: Claudio Noce Soggetto e Sceneggiatura: Claudio Noce, Enrico Audenino Interpreti: Pierfrancesco Favino (Alfonso), Barbara Ronchi (Gina), Mattia Garaci (Valerio), Francesco Gheghi (Christian), Antonio Gerardi (Francesco), Francesco Colella (Rorò), Anna Maria De Luca (Nonna Maria), Mario Pupella (Nonno Giuseppe), Lea Favino (Alice), Eleonora De Luca (Ketty), Paki Meduri (Valerio adulto), Giordano De Plano (Christian adulto) Durata: 122’ Distribuzione: Vision Distribution Uscita: 24 settembre 2020

rapporto tra i due giovani sembra incrinato tanto che Valerio, arrabbiato, spinge l’amico facendolo cadere in mare. Non essendo in grado di nuotare, Christian viene soccorso da Alfonso. Al rientro in casa, Valerio sbircia nella borsa di Christian mentre costui è in bagno. All’interno trova molti ritagli di giornale riguardanti l’attentato al padre e una foto che ritrae il ragazzo in compagnia di una donna e un uomo: quest’ultimo è l’attentatore che ha visto morire. Fatta la scoperta, corre in bagno ma Christian è fuggito. Sa di poterlo trovare sulla scogliera, cosi vi si dirige. Trovatolo, Valerio riferisce che non gli interessa chi sia realmente e Christian lo invita a buttarsi con lui.


Nel frattempo, Alfonso trova i ritagli lasciati sul letto e corre in lacrime dal figlio. Lo trova e lo afferra per paura che si butti. Christian non c’è. Nel finale vediamo una scena futura in cui Valerio e Christian, adulti, si incontrano in metro durante un’evacuazione, si riconoscono e ripropongono il gesto del patto di sangue fatto anni prima. Presentato in gara alla 77ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Padrenostro spicca e verrà (forse) ricordato per la magistrale prova attoriale di un Pierfrancesco Favino (premiato con la Coppa Volpi) che non si risparmia e ci restituisce un’intensa e personale interpretazione di ‘paura’. Ma non quella visibile, evidente. “La paura che c’è sotto. La paura del padre e della sua generazione di mostrare i propri sentimenti e la propria debolezza” come lui stesso afferma in un’intervista. La pellicola è difatti ambientata nei pieni anni di piombo, quando il terrore era all’ordine del giorno ma nei quali nessun padre (o quasi) poteva mostrar segni

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di cedimento in nome di una presunta virilità da non abbandonare di fronte a un figlio maschio che lo vede come modello. Claudio Noce, con il suo terzo lungometraggio da regista (del quale è anche sceneggiatore), rende di dominio pubblico una vicenda autobiografica e le tracce invisibili che da essa sono derivate: l’attentato ai danni di suo padre (al quale il film è dedicato), il vicequestore Alfonso Noce, da parte dei Nuclei Armati Proletari proprio nel 1976. Claudio all’epoca aveva due anni e non ha assisto ai fatti come, sfortunatamente, ha fatto invece il fratello maggiore che diventa protagonista grazie al personaggio di Valerio (interpretato dal giovanissimo Mattia Garaci). Il punto di vista assunto dal film è dunque quello, poco canonico in questo tipo di produzioni, di un bambino. Un bambino di un’età non ancora idonea alla consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda. Immerso ma non per questo conscio delle controversie politiche di quegli anni e del ruolo assunto da un padre quantomai assente. L’aver assistito a quella scena

di Mauro Mancini

raccapricciante, il perenne stato d’allerta e la vita sotto scorta non lo risparmiano da conseguenze post-traumatiche che, generalmente, in un bambino si manifestano soprattutto in atteggiamenti ribelli e aggressivi e nella difficoltà nei rapporti (tutte evidenze sottolineate nel personaggio di Valerio). Poi c’è Christian (Francesco Gheghi), una sorta di Lucignolo che spinge Valerio a infrangere le regole ma che, allo stesso tempo, è talmente ambiguo da far dubitare gli spettatori della sua reale esistenza. Più verosimile è l’interpretazione secondo la quale sia solo una proiezione fantastica del ragazzo in risposta a situazioni di alta tensione (come l’evacuazione dalla metro). Interessante è, a parere di chi scrive, il parallelismo tra la presenza massiccia nel film di fumetti Bonelli della serie Tex (nota serie con cowboy protagonista di moda in quegli anni) e il frequente utilizzo di tecniche cinematografiche attribuibili al ‘genere’ western, come gli zoom e i primissimi piani. Giallorenzo Di Matteo

NON ODIARE

Origine: Polonia, Italia, 2020 Produzione: Mario Marzabotto per Movimento Film, Agresywna Banda, con Rai Cinema, in Associazione con Notorius Pictures

Trieste e dintorni, oggi. Simone Segre, affermato chirurgo di famiglia ebraica, interrompe un Regia: Mauro Mancini giorno il suo allenamento Soggetto e Sceneggiatura: Davide Lisino, in canoa per soccorrere un uomo Mauro Mancini gravemente ferito in un incidente Interpreti: Alessandro Gassman (Simone causato da un pirata della strada. Segre), Sara Serraiocco (Marica Minervini), Simone abbandona il moribondo Luka Zunic (Marcello Minervini), Lorenzo al suo destino quando gli scopre, Buonora (Paolo Minervini) tatuate su un polso e sul petto le Durata: 96’ svastiche naziste. Distribuzione: Notorius Pictures Presto assalito dai sensi di colUscita: 10 settembre 2020 pa per un’azione così contraria al dovere del medico e al sentimen-

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to dell’umano, Simone decide di rintracciare i figli del morto per aiutarli a superare il presumibile periodo di difficoltà. Essi sono Marica, una ragazza di vent’anni rientrata a Trieste per aiutare i fratelli, Marcello, perfettamente inserito nelle organizzazioni naziste del territorio e il piccolo Paolo. Simone assume Marica come colf per contribuire dall’esterno alle entrate della famiglia, suscitando così l’ira del fratello che vor-


rebbe impedirle di andare a servizio da un ebreo. Inizia a questo punto una spirale di violenza che sembra non finire mai. Marcello e un paio di teste rasate assalgono, una notte, Simone e lo riempiono di botte. Il dottore, però, non sporge denuncia per evitare altri guai alla famiglia e una preoccupazione a Marica con cui sta nascendo una profonda amicizia. Anche la formazione della vita di Simone Segre non è esente dalla violenza e dall’odio. Simone odia la figura del padre (che già da piccolo lo aveva obbligato ad affogare dei gattini “numericamente” inutili), ex internato in un campo di concentramento e divenuto il dentista delle SS per salvare la pelle. Di tutto questo c’è un’ampia documentazione nella villa del padre, da tempo abbandonata e ricolma di oggetti e mobili accumulati in modo ossessivo. Intanto il legame tra Simone e Marica pare diventare sempre più importante ma i due non arrivano ad amarsi perché entrambi sanno che non possono, non è loro “permesso”, non ci riescono. Un altro avvenimento contribuisce al clima di odio: il padre dei ragazzi aveva contratto un debito con Rocco, impresario di pompe funebri, in realtà usuraio. Una sera Rocco avvisa Marica e Marcello dell’esistenza pesante del debito e del poco tempo a loro disposizione per pagare; dopo qualche giorno Marcello, come restituzione dei soldi piazza a Rocco una coltellata che in poche ore lo uccide. Rocco però fa in tempo a rispondere con dei colpi di pistola. Marica porta il fratello ferito da Simone per evitare l’ospedale le cui indagini sarebbero risultate deleterie per tutti. Marcello accetta le cure del medico ebreo con grande fatica senza rinunciare al suo credo e alle sue idee. Alla fine una risoluzione è pre-

sa: Marcello se ne andrà a Lisbona da un amico di Marica che ha un’officina meccanica: il giovane nazista, potenza del destino, si trova a lavorare insieme a un ragazzo di colore. Simone ritorna in quel punto del fiume dove a causa di un padre spietato era cominciata la sua iniziazione alla vita; forse ora ha accantonato i suoi demoni ed è pronto per una vita diversa. Mauro Mancini, sceneggiatore, produttore di corti, videoclip e spot musicali si cimenta per la prima volta con un lungometraggio (unico italiano in concorso alla 35.ma settimana della critica di Venezia 77) in cui affronta un conflitto morale. Tema che, pur rilevante, è solo una porta che si apre su una spirale di odio che non risparmia nessuno e che rischia in più di un momento di finire nel disastro. A fare da alveo portante della storia è Trieste, da sempre città di frontiera, da sempre mediatrice tra i rigurgiti nazisti e il dolore della comunità ebraica, da sempre ricettiva illuminazione culturale e letteraria; qui quasi irriconoscibile, volutamente irriconoscibile e presentata nei suoi scorci meno noti, cupi, inquietanti, inospitali. L’odio è padrone: Simone Segre odia il padre per la sua primaria dimostrazione di tranquilla violenza e per il suo collaborazionismo nei lager; Marcello odia Simone perché ebreo, Marica odia, in modo disperato, tutta la situazione che continua a vivere irrisolta, perché non è in grado di venirne a capo. Mancini si serve di due tipi di costruzioni: la solitudine, la rabbia, il rancore, la desolazione e l’accumulo di tutto ciò che può essere accumulato in un ambiente. La prima ha al centro il dott. Segre, la sua vita in un isolamento iperuranio, in una casa perfettamente a posto nel suo algido ordi-

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ne di spazi e oggetti ma certo non di sentimenti; questi, pur soffocati, da qualche parte ci sono e pronti ad agire, tumultuosi, fortissimi. La seconda è caratterizzata dalla villa abbandonata del padre del protagonista, oppressa da mucchi di roba, dove i pochi oggetti di valore sono soffocati dal ciarpame; centinaia di sedie accatastate, soprammobili, quadri e quadretti, milioni di bottoni, in un ammasso di anni, di tempi, di risentimenti. Custode demoniaco della villa è un cane lupo, aggressivo, cattivo, ultimo retaggio della figura del padre, significato metafisico circa quanto si possa odiare. L’arredamento della villa sparisce alla fine con tutte le sue cianfrusaglie, l’abitazione è venduta, il nazista è lontano, Segre può passeggiare lungo quel luogo maledetto del fiume dove tutto è cominciato, addirittura in compagnia del cane lupo, accantonati per entrambi gli orrori. Alessandro Gassman ci dà la sua interpretazione più bella e più vera, forte di tragedie e dolcezze nel comporre un uomo consapevole delle sue insufficienze ma anche della sua forza. Lo affiancano, ugualmente bravi, Sara Serraiocco e Luca Zunic. Un particolare rilievo, lo abbiamo detto, ha la scenografia di Carlo Aloisio che va ben oltre la semplice organizzazione d’interni per diventare protagonista d’incubi, di ricordi, di ossessioni, di violenza, di odio. Fabrizio Moresco


di Alessandro Rossellini

THE ROSSELLINIS

Origine: Italia, Lettonia, 2020 Produzione: Raffaele Brunetti per B&B Film, con Rai Cinema, in Coproduzione con Uldis Ccekulis per VFS Film, in Associazione con Istituto Luce Cinecittà Regia: Alessandro Rossellini Soggetto: Alessandro Rossellini, Angelica Grizi Sceneggiatura: Andrea Paolo Massara, Alessandro Rossellini, Davis Simanis Interpreti: Isabella Rossellini (Se stessa), Renzo Rossellini (Se stesso), Robin Rossellini (Se stesso), Ingrid Rossellini (Se stessa), Gil Rossellini (Se stesso), Nur Rossellini (Se stessa), Katherine Brown (Se stessa) Durata: 100’ Distribuzione: Nexo Digital Uscita: 20 novembre 2020

Alessandro Rossellini è nipote del maestro del neorealismo e lavora alla definizione di cosa vuol dire “essere discendenti di un genio”, identificando una sorta di malattia , la “rossellinite” che contagia figli e nipoti di una dinastia non proprio semplice. Cominciamo da qui: Roberto Rossellini ha avuto tre mogli o compagne di vita. Ecco le discendenze: da Marcella De Marchis discende Renzo Rossellini, il padre di Alessandro; da Ingrid Bergman discendono Isabella, Ingrid, detta Ingridina e Robertino; dalla indiana Sonali Das Gupta discende Gil. In corrispondenza dei figli della Bergman l’autore struttura il suo film, organizzandolo in capitoli - ognuno dei quali coincide con un incontro -, intercalandoli con inserti dedicati a se stesso, a suo

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padre ai propri sintomi della “rossellinite”. Si comincia con un aneddoto curioso che lo riguarda: l’inevitabile citazione della morte della Magnani in Roma città aperta è caratterizzata dal grido “Marcello!”; Alessandro dichiara di esserne stato ossessionato per anni. Attraverso un paio di interviste poi confessa di essere stato condizionato dall’essere “discendente di un genio” e dal relativo obbligo di creatività, al punto di avere avuto esperienze di uso di droghe e di aver deciso a 55 anni di età di realizzare il suo primo film, appunto sulla propria famiglia. Il capitolo dedicato a Robertino coincide con una visita alla stupenda isola privata in Svezia, dove il figlio di Ingrid Bergman si è ritirato a vita privata dopo essere stato un protagonista della dolce vita romana con una grande fama di tombeur de femmes. È l’occasione per rievocare l’incontro e l’innamoramento tra Roberto Rossellini ed Ingrid Bergman, avvenuto durante le riprese di Stromboli. Robertino confessa di odiare il cinema, traumatizzato dalle riprese della scena di Giovanna d’Arco al rogo. Il padre tuttavia riteneva che avesse delle buone doti per lavorare con lui, al punto d’affidargli la direzione delle riprese delle scene senza De Sica ne Il generale della Rovere. Dobbiamo attraversare l’oceano e spostarci a New York per il successivo capitolo-incontro con “Ingridina”, la sorella di Isabella Rossellini. Si parla del rapporto difficile con una sorella ‘ingombrante’ e del complesso di essere la sorella meno bella. Una particolare occasione per manifestare gli attriti tra le due donne è il fatto che Isabella abbia collaborato ad 16

un film, tratto dalla sua autobiografia, su Roberto Rossellini in occasione del centenario della nascita (Mio padre ha 100 anni di Guy Maddin); Ingridina non concorda con la figura del padre che si evince da quel film. Con tono scherzoso rimprovera Alessandro dicendogli che le sue domande sono troppo indiscrete. Il capitolo continua poi con la visita ad Isabella, dove si fa conoscenza con la figlia Elettra; qui si parla di altri sintomi della “rossellinite”, del rapporto con la bellezza e naturalmente del rapporto con il padre Roberto: con molta ironia dice che La presa di potere di Luigi XIV è il suo film più autobiografico, naturalmente nel personaggio del monarca assoluto. Isabella, a cuore aperto, riconosce di aver aiutato economicamente, anche a rischio di essere imbrogliata, i Rossellini meno fortunati. In un momento di toccante sintonia Alessandro Rossellini le dice “non riesco a dirti quanto ti voglio bene”; i due si scambiano un bacio a distanza. Un intimo interludio verso il capitolo successivo è costituito dall’incontro di Alessandro Rossellini con la madre da cui era stato separato nella tenera infanzia (confessa di essere cresciuto con la nonna Marcella, prima moglie di Roberto) e che è ritirata in una Nursery House newyorkese. Alessandro rimane colpito dal suo orgoglio e impressionato dalla rievocazione del rapporto con il marito Renzo. Nel 1957 Roberto Rossellini lascia l’Italia nel mezzo di una crisi sia economica che creativa. In India gira un documentario L’India vista da Rossellini; la sceneggiatrice Sonali Das Gupta. si


innamora. Dall’unione nasce il figlio Gil, mentre già c’era una figlia adottiva, Raffaella. È quest’ultima che Alessandro Rossellini incontra a Doha, in Qatar, dove Raffaella ha costruito una famiglia. I due rievocano la tragica storia del fratellastro Gil, colpito da una malattia rara che gli ha provocato una paralisi progressiva, ma che non gli ha impedito di realizzare un film sulla propria situazione, scherzosamente intitolato Kill Gil. Anche qui ritorna il concetto che essere Rossellini per alcuni è stato un peso, mentre per Gil è stato mortale. L’ultimo blocco del film è dedicato alla riunione di tutti i Rossellini, 42 anni dopo la precedente, in occasione del funerale del regista. Felice di questo incontro, sia pure organizzato da Vogue Italia per una iniziativa promozionale di Dolce&Gabbana, Alessandro Rossellini tiene un discorso riassuntivo di ringraziamento che chiude, vedendo l’armonia che sembra tornata, che “la rossellinite ce l’ho solo io”-

Una bella e animata fotografia Ingridina ed Isabella, ovvero i tre figli del secondo e più celebre madi tutto il gruppo chiude il film. trimonio con la diva Ingrid BergNon c’è da aspettarsi un man. Ognuna di queste fermate, documentario nello sti- che lavorano come capitoli con cui le ‘buco della serratura’, è impaginato il film, mettono in e neppure una agiogra- luce più che i difetti, le lacune che fia del grande Roberto. Quella di ognuno si porta dentro. Qualcuno ha scritto di un procesAlessandro Rossellini è piuttosto un sentimental journey con dolori so di ‘messa a nudo’ da parte di un imprevisti, una ricognizione inter- “Rossellini meno fortunato” di quelna alla cerchia famigliare verso la li cui la fortuna ha più arriso, ma si ricostruzione di una armonia for- tratta a dire il vero più di una messe mai esistita. Non a caso il film sa in luce del carisma di chi ha vissi apre con le immagini reali del suto nell’ombra di un carisma più funerale di Roberto Rossellini e si grande, lasciando intravvedere la chiude dopo 140 scorrevolissimi potenza che l’unione di queste luci minuti (lunghezza notevole per un avrebbe potuto sviluppare. I registri narrativi sono molto documentario) con le immagini di una reunion di tutti i superstiti di ben equilibrati, come pure è la giuuna famiglia che hanno sostenuto stapposizione tra i filmati amatoil peso di essere “discendenti di un riali ed il girato contemporaneo, la colonna musicale è fresca e non genio”. Alla soglia dei 55 anni Alessan- invadente. Si partecipa quasi da dro è conscio di aver fatto “l’ultima intimi amici dei protagonisti, con cazzata della sua vita” con questo naturalezza, in apparente contrasuo primo film in cui ha ammesso sto con la complessità di una famidi essersi divertito moltissimo nel glia che non è affatto semplice né peregrinare, nel corso di due anni, banale. in viaggio nelle stazioni in corriMarco Massara spondenza delle case di Robertino,

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di Tristan Séguéla

CHIAMATE UN DOTTORE

Origine: Francia, 2019

Serge è un medico alla soglia della pensione; carattere burbero, spesso si comporta male con i pazienti e l’Ordine dei medici ne minaccia la radiazione. Malek è un rider di Uber; immigrato regolare ha il sogno (“sono un autoimprenditore”) di restaurare una Peugeot incidentata e diventare un taxista con servizi di alto livello. È la notte di Natale e Serge, single convinto, è rimasto l’unico medico di guardia nelle vie di una Parigi ovviamente deserta : un monotono susseguirsi di chiamate

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dalla centrale operativa ricevute via radio, un elenco monotono di destinazioni con le visite da effettuare. È in preda di un attacco di sciatica e quindi si muove a fatica. La prima visita è a casa di Rose, una ragazza molto più giovane di Serge. Anche se la visita è per il rinnovo di una ricetta, dalla situazione e dai dialoghi si capisce che tra i due c’è una relazione pregressa con una crisi latente. Nella stessa casa arriva Malek per consegnare wurstel e crauti. I due si sono incontrati all’ingresso del palazzo (Serge non ricordava il codice per entrare) e scambiano quattro chiacchiere non senza 17

Produzione: Bruno Nahon per Unkité De Production, in Coproduzione con Apollo Films, France 2 Cinéma, in Associazione con Sofitvciné 7 Regia: Tristan Séguéla Soggetto e Sceneggiatura: Tristan Séguéla, Jim Birmant Interpreti: Michel Blanc (Serge Mamou Mani), Hakim Jemili (Malek), Solène Rigot (Rose), Franck Gastambide (Grisoni), Fadily Camara (Sonya Derringer), Artus (Wilfried), Lucia Sanchez (Mme Dos Santos), Jacques Boudet (M. Xanakis), Ophélia Kolb (Marjolaine Joffrin), Maxence Tual (Henri Joffrin), Natalie Beder (Constance Schneider), Nicolas Vaude (Charles Schneider), Marie-Christine Adam (Mme Schneider) Durata: 90’ Distribuzione: Medusa Uscita: 10 settembre 2020


qualche inevitabile attrito circa la professione di Malek. Poco tempo dopo , nel cuore della notte, Serge riceve una drammatica chiamata da Rose: ha ingerito molti sonniferi. La soccorre appena in tempo, aiutato da Malek che ha trovato nuovamente sulla soglia del palazzo, e quindi provvede al suo ricovero al Pronto Soccorso con una ambulanza. Ripartito con la propria auto, mentre ascolta la prossima visita da effettuare, urta accidentalmente Malek che era ripartito con la sua bicicletta. Accertatosi di non aver provocato danni fisici gli chiede di praticargli una iniezione di antidolorifico per la sua sciatica. Malek non ha alcuna esperienza del genere e sbaglia irritando ancor di più il nervo e provocando l’immobilizzazione di Serge. I due diventano inseparabili e Serge ha un’idea brillante. Sarà Malek a presentarsi fisicamente dai malati, mentre lui “ piloterà” tramite telefono ed auricolare l’intervento a domicilio. La prima missione di Malek è impegnativa: il paziente ha un problema di evacuazione intestinale, “un fecaloma” gli dice Serge che poi spiega la vulgata: si tratta di un “tappo” di feci nel retto che deve essere rimosso... Malek ci riesce e torna all’auto un po’ scosso e avvisa Serge che anche lui deve fare le proprie consegne. Ritirano da un grossista una cassetta di crostacei e Malek suona alla porta del destinatario. Questi tra lo scontroso e l’ambiguo

dapprima lo accusa di aver perso o mangiato un’aragosta e poi rivela di avergli fatto uno scherzo e lo congeda non senza ordinargli di smaltire il sacco dei propri rifiuti casalinghi. Arriva una nuova chiamata per Serge; questa volta si tratta del pargolo di una famiglia alto borghese con sintomi di influenza. Malek sarà il medico-ombra di Serge, ma il padre del paziente è un famoso chirurgo che si insospettisce sulle effettive capacità del ragazzo. Punto sul suo orgoglio Malek lo zittisce e riesce ancora una volta a sbrigarsela. I casi della vita sono imprevedibili; la successiva chiamata per Serge li riporta alla casa dove Malek ha fatto la consegna dei crostacei. Lo strano cliente non riconosce nel ‘medico’ il rider di poco prima e gli confessa di averlo chiamato per avere un falso certificato medico che gli consentirà di fare qualche giorno in più di vacanza. Malek, sempre più aderente al suo nuovo ruolo, gli rinfaccia l’etica professionale e se ne va sbattendo la porta. Essendo la notte di Natale con relativi cenoni, la prossima chiamata non sorprende Serge; si tratta di una intossicazione alimentare di tutta una famiglia. L’esperto chirurgo informa Malek sui sintomi che riscontrerà, ma appena questi entra nell’appartamento viene colto lui stesso da un improvviso malessere: si tratta di una intossicazione da monossido di carbonio e Malek salva tutti appena in tempo! Approfittando di una pausa delle chiamate Malek si reca al pronto soccorso dove era ricoverata Rose e riesce a farla uscire di nascosto. È quasi l’alba e i due sentono una crescente attrazione reciproca. Serge però è ancora in servizio ed al momento disabile, non può essere abbandonato. L’ultima chiamata è da parte di una donna incinta a cui si sono rotte le acque. È un po’ troppo per 18

l’effimera esperienza di Malek che ha uno svenimento. Serge con grande fatica riesce a trascinarsi nell’appartamento e a far nascere una bella bambina. È ormai l’alba e poco dopo Rose, Serge e Malek si ritrovano per far colazione in un bistrot. Qui Serge, con poche parole fa capire a Rose che è giusto e bello che Malek prenda il suo posto nel cuore della ragazza. Dissolvenza a chiudere e breve cartello che accenna ai titoli di coda. Invece la scena si riapre su Malek diventato chirurgo che sta iniziando una complessa operazione. Tipico effetto da risveglio. Malek è al volante della sua Peugeot, dove tiene alcune dispense universitarie di medicina e sta per imbarcare un nuovo cliente. Questi altri non è che il tizio dei crostacei...Arriva una chiamata di Serge e Malek fa scendere il passeggero antipatico e riparte in soccorso dell’ amico Serge che gli darà l’ennesima lezione di medicina applicata. L’idea che sta alla base del soggetto non è particolarmente originale: siamo dalle parti di “Quasi amici” e molto cinema del genere. Incontro tra personalità diverse per carattere, esperienza e origini. Quello che sorprende e funziona è invece il suo sviluppo, in gran parte grazie alla versatilità di un attore come Michel Blanc cui il personaggio di Serge sembra cucito su misura, ma anche Hakim Jemili, comico emergente, sebbene con una recitazione un po’ monocorde, non è da meno. È il ritmo e l’eleganza a far funzionare questa commedia dal tono garbato e mai banale. La progressiva immedesimazione del rider nei panni del medico navigato avviene con efficaci tratti narrativi e soprattutto senza ‘tenere per mano’ lo spettatore cui è lasciato il piace-

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re di immaginare come il chirurgo-ombra sia uscito dalle situazioni un po’ paradossali nelle quali è stato sbattuto. Oltre al risvolto sentimentale della vicenda che è sviluppato con discrezione c’è una protagonista in

più: una Parigi notturna mirabilmente rappresentata, quanto mai ‘Ville Lumiére” nelle sue strade e quanto mai affascinante nelle case dove entriamo per delle ‘visite’ decisamente appaganti. L’unico difetto è il ‘controfina-

le’ con lo sberleffo al personaggio meno gradevole del film; un po’ troppo “imbullonato” non aggiunge niente a quanto di buono avevamo visto prima. Marco Massara

di Andrea Adriatico

GLI ANNI AMARI

Origine: Italia, 2019

Mario Mieli, giovane omosessuale milanese, si distingue dai suoi compagni di liceo per la libertà di esprimere la propria identità sessuale e di genere, considerando il suo corpo come uno strumento di ribellione ai canoni sociali che non fanno altro che limitare l’individuo e il suo desiderio. Mario è emarginato dai suoi coetanei e vive un rapporto conflittuale con la sua ricca famiglia, incapace di comprendere e accettare il figlio, considerato mentalmente disturbato, non accettando neanche la scelta del giovane di intraprendere studi filosofici all’università. A Londra, Mario si unisce ai primi movimenti omosessuali del Gay Revolution Front, in una città che, a differenza del contesto italiano, si dimostra all’avanguardia. Per diversi anni, la vita di Mario si dipana tra Londra e Milano, in cui cerca di portare lo stesso spirito rivoluzionario del coming out, partecipando nel 1972 alla prima manifestazione omosessuale italiana, promossa dall’associazione di stampo marxista Fuori!, contro il Congresso Nazionale di Sessuologia di Sanremo, in cui l’omosessualità è ancora considerata una deviazione. L’obiettivo di Mario e dei compagni è mettere in crisi il sistema, facendo della liberazione sessuale un atto politico, speculare ai movimenti femministi internaziona-

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li con cui cercano una sinergia, anche se la collaborazione con il Fuori! si interrompe quando l’associazione si lega politicamente al Partito Radicale; ciò conduce Mario a fondare i Collettivi Omosessuali Milanesi, con cui partecipa al Festival del proletariato giovanile del 1976, e a scrivere i suoi primi articoli, che intensificano le tensioni con il padre. La condizione mentale di Mario peggiora, tanto da essere rinchiuso temporaneamente in una clinica psichiatrica, in cui gli viene diagnosticata una sindrome schizofrenica paranoide. Tempo dopo, la tesi magistrale, uno dei primi testi a contestare le categorie di genere promosse dalla società e a rileggere le teorie di Freud da un punto di vista marxista, viene pubblicata e suscita immediatamente scalpore. Il rapporto con la famiglia è sempre più teso, tanto che Mario firma un contratto per la pubblicazione di una sua autobiografia, piuttosto sconveniente per i Mieli; di conseguenza, la madre cerca di convincerlo a rinunciare, scelta che, alla fine, porterà il protagonista a stracciare il contratto. Le condizioni mentali di Mario peggiorano, tanto da spingere il compagno Umberto ad allontanarsi; ormai solo, Mario si suicida. La famiglia chiede alla casa editrice di riavere le bozze del libro, permettendo solamente a Umberto di leggerlo. Una didascalia comunica che il ragazzo non fu l’ultimo a leg19

Produzione: Saverio Peschechera, Nicoletta Mantovani per Cinemare e Rai Cinema, in collaborazione con Pavarotti International 23 SRL Regia: Andrea Adriatico Soggetto e Sceneggiatura: Grazia Verasani, Stefano Casi, Andrea Adriatico Interpreti: Nicola Di Benedetto (Mario), Sandra Ceccarelli (Liderica, la madre), Antonio Catania (Walter, il padre), Tobia De Angelis (Umberto Pasti), Lorenzo Balducci (Giulio, uno dei fratelli), Giovanni Cordì (Piero Fassoni), Francesco Martino (Corrado Levi), Davide Merlini (Ivan Cattaneo), Anas Arqawi (Shadi), Matteo Andrea Barbaria (Ruggero), Adriana Barbieri (Paola), Patrizia Bernardi (Asmara), Marco Buresta (Carlo), Giorgina Cantalini (Françoise), Rossella Dassu (Maria), Olga Durano (Zia) Durata: 112’ Distribuzione: I Wonder Pictures Uscita: 2 luglio 2020

gere Il risveglio dei faraoni, stampato illegalmente dieci ani dopo. Cinque anni dopo Torri, Checche e Tortellini, documentario sui movimenti omosessuali italiani, Andrea Adriatico torna a indagare momenti e figure salienti dell’attivismo lgbt+ italiano attraverso la controversa figura di Mario Mieli, ancora di grande rilievo grazie alle sue tesi in merito all’identità sessuale e di genere, non esenti di determinati elementi scabrosi tra cui i tanti dibattuti passaggi in merito alla pederastia e pedofilia. Personaggio estremamente discusso e complesso, animato da un profondo ed estremo senso di rivoluzione

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dei costumi espresso attraverso il potere eversivo del suo corpo, Mieli vive in anni altrettanto ferventi e articolati, non solamente in Italia. Purtroppo, la complessità individuale e collettiva del tempo non emerge del tutto in un film che si rivela, sin dall’inizio, eccessivamente elementare, più tendente al riassunto schematico delle tappe fondamentali della sua vita, per niente amalgamate a causa di un racconto frammentario, privo di uno spessore psicologico complesso, in cui si accenna leggermente alla diagnosi di schizofrenia, senza permettere un’esplorazione complessa della psiche controversa che sta alla base di teorie tanto geniali e innovative quanto estreme e discutibili. Il convegno a Sanremo,

la partecipazione a Parco Lambro, i continui spostamento tra Milano e Londra, l’incontro con la massoneria, la pubblicazione della tesi magistrale diventano una carrellata di istantanee che si muovono nel tempo e nella formazione del personaggio in maniera eccessivamente dinamica e caotica, messe in scena da una regia di stampo prevalentemente televisivo che, al di là di alcuni momenti gradevoli (come la sequenza del suicidio di Mieli), non inaugura un ricercato discorso audiovisivo capace di sostenere la complessità del quadro trattato. Lo stesso vale per i personaggi secondari, sottomessi al medesimo meccanismo dispersivo e fagocitante che anima la diegesi, mere comparse che evitano di conferire una complessità strutturale a un racconto che, al di là del focus su Mieli, è una storia di una collettività, di un movimento, del grido eversivo di gruppi alla ricerca di un proprio riconoscimento, che i più grandi film del genere hanno saputo restituire grazie al rilievo dei co-protagonisti che spesso,

di Cédric Le Gallo, Maxime Govare

quasi paradossalmente, hanno una centralità ancora maggiore del protagonista stesso (anche nelle più celebri biografie di singoli personaggi), il cui operato diventa la voce di un gruppo o, magari, del dissenso nei confronti delle derive che tale collettività assume. Non è sufficiente che il protagonista si vesta da donna per rendere la vicenda eversiva. In un contesto in cui il corpo diventa veicolo di rivoluzione, il film (probabilmente a causa del suo contesto produttivo) non ha il coraggio di rendere visivamente i corpi come agenti di rottura visiva: né eversivi, né erotici, né controversi, i corpi dei personaggi sono messi in scena in maniera alquanto approssimativa, rendendo la battaglia di Mieli e dei movimenti del tempo un mero leitmotiv di sottofondo che giustifica l’esistenza di un film purtroppo facilmente dimenticabile, al contrario dei personaggi reali che hanno realizzato e scritto questa travagliata storia. Leonardo Magnante

GAMBERETTI PER TUTTI

Origine: Francia, 2019 Produzione: Les Improductibles, Kaly Productions, in Coproduzione con Charades

le libero, è accusato di dichiarazioni omofobe dirette a un giornalista Regia: Cédric Le Gallo, Maxime Govare durante un’intervista. La FederaSoggetto e Sceneggiatura: Cédric Le zione minaccia di squalificarlo a Gallo, Maxime Govare, Romain Choay (collaborazione) meno che non accetti di allenare Interpreti: Nicolas Gob (Matthias Le Goff), una squadra di pallanuoto gay, Alban Lenoir (Jean), Michaël Abiteboul “I Gamberetti Glitterati”, in vista (Cédric), David Baïot (Alex), Romain Lancry dei prossimi Gay Games in Croa(Damien), Roland Menou (Joël), Goeffrey zia. Dal momento che la sua parCouët (Xavier), Romain Brau (Fred), Félix Martinez (Vincent) tecipazione agli imminenti Campionati del Mondo dipenderà dal Durata: 100’ suo supporto a questa squadra, Distribuzione: Bim Distribuzione Matthias è costretto ad accettare. Uscita: 9 luglio 2020 Il nuotatore si presenta presso la piscina dove i “Gamberetti” si alMatthias Le Goff, vi- lenano e non viene accolto bene, ce-campione del mondo di ma il leader e fondatore della fornuoto nella specialità sti- mazione, Jean, lo convince a resta-

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re. Nella squadra il decano Joel è quello più restio ad accettare Matthias come nuovo allenatore. I primi giorni sono un disastro: il coach si accorge che i componenti della squadra sono più disposti a far festa che ad allenarsi seriamente. Le cose peggiorano dopo il ritorno di Fred, che ha appena cambiato sesso e che desidera solo concentrarsi sulle coreografie dei balletti che accompagnano le partite. Matthias porta con sé agli allenamenti la figlia Victoire, la ragazzina prova immediata simpatia per il buffo team di pallanuoto. Pochi giorni dopo i Gamberetti in-


contrano la squadra delle “Dominatrici” e rimontano un match in cui stavano perdendo grazie alla grinta di motivatore di Matthias. Quest’ultimo ci mette tutto il suo impegno perché Jean gli ha promesso, in caso di vincita, di evitargli la trasferta in Croazia. Dopo la vittoria Jean dice che manterrà la parola: dirà all’ultimo momento che non accompagnerà la squadra in Croazia. Intanto Victoire inizia ad appassionarsi agli allenamenti dei Gamberetti e regala al papà un portachiavi portafortuna in vista della trasferta. Poco dopo Langlois, il capo della Federazione, dice a Matthias che ha scoperto che Jean voleva cercare di evitargli la Croazia. L’uomo gli dice che deve andare per forza anche se Matthias ha paura di perdere una gara importante a Parigi e di compromettere la sua carriera. Victoire sente la conversazione ed è delusa nell’apprendere che il papà voleva abbandonare la squadra, Il giorno della partenza tutti i Gamberetti si ritrovano sul bus panoramico affittato per l’occasione, Matthias arriva all’ultimo cogliendo di sorpresa Jean. Il viaggio è divertente e liberatorio per tutti. Il gruppo fa tappa presso una bellissima residenza d’epoca, Matthias riceve la telefonata di Langlois che lo informa che la Federazione gli impedisce di partecipare a una gara. Dopo le sue dichiarazioni la Federazione non vuole più sentire parlare di lui. Quella sera Matthias si sfoga con Jean: non riesce a superare il fatto che non parteciperà ai Mondiali solo perché alla Federazione pensano che sia uno stupido omofobo. Il giorno dopo Matthias sottopone i Gamberetti a un allenamento fuori dall’acqua. È un momento di allegra goliardia per tutti. La squadra riprende il viaggio e il giorno dopo arriva a destinazione. Dopo aver vinto la prima partita, tutti i ragazzi partecipano a una festa dove ne fanno di tutti i colori. Il

giorno dopo affrontano i “Vikinghi Divini”. Intanto Jean si sente male e prende delle pasticche di nascosto. Dopo la sconfitta Matthias ha parole dure per il gruppo, li aveva avvisati di non fare sesso prima di una partita. L’allenatore se ne va, Jean lo ferma. Matthias gli dice che non si può vincere senza fare sacrifici. I Gamberetti incontrano la rappresentativa croata; nella fase finale del match Jean si sente male e sviene in acqua. Al funerale di Jean, il suo compagno Alex fa un commovente discorso d’addio. Un po’ 7 uomini a mollo, un po’ Priscilla - La regina del deserto, sono le prime suggestioni cinematografiche che vengono alla mente vedendo Gamberetti per tutti, in originale Les Crevettes Pailletées (letteralmente ‘Gamberetti Paillettati’). Diretto a quattro mani dai francesi Cédric Le Gallo e Maxime Govare, il film è un colorato inno alla libertà. La storia è ispirata alla vera avventura della squadra a cui apparteneva Le Gallo (ex giornalista che ha all’attivo molti reportage e documentari). Le sue dichiarazioni parlano chiaro: “Il film si ispira alla mia vera squadra di pallanuoto con la quale giro il mondo da sette anni, torneo dopo torneo, compresi gli ultimi Gay Games. La consapevolezza di aver vissuto un’avventura unica, che ha cambiato la mia vita, mi ha dato la voglia di rivendicare i valori che ci hanno guidato: la libertà, il diritto alla differenza e all’eccesso e soprattutto il trionfo della leggerezza sulla pesantezza della vita. Che sono, in fondo, i valori universali”. Sulle prime sembra tutto scontato: ecco il solito scontro tra due mondi diversi (il campione di nuoto un po’ omofobo e una squadra di pallanuoto composta interamente da gay) e la solita presa di coscienza. Un atleta tutto d’un pezzo che

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viene catapultato in un universo diverso dal suo e che trova la forza di ripensare alle sue certezze e convinzioni. Oltre alle evidenti suggestioni che avvicinano il film al già citato Priscilla - La regina del deserto, a tratti si possono rintracciare riferimenti a pellicole come Pride, per l’incontro-scontro tra gay e omofobi, e a Litte Miss Sunshine, per la somiglianza con quella buffa ed eterogenea famiglia in viaggio su uno sgangherato pulmino. E veniamo proprio al ‘Gamberetto Paillettato’. È davvero uno stato d’animo? A detta di Le Gallo sembra proprio di sì. La principale motivazione dei veri “Gamberetti” era proprio lo stare insieme: la vera squadra arrivava sempre ultima nelle gare, non aspirava ai primi posti ma al premio per la “migliore atmosfera”. Davvero il gruppo di cui ha fatto parte il regista puntava molto sulle coreografie e sui travestimenti. La sua squadra di pallanuoto è sembrata a Le Gallo l’ispirazione perfetta per un film: è del coregista Govare l’idea di mettere al fianco del bizzarro gruppo qualcuno che fosse il loro opposto. Eterogenea quanto basta è la galleria di tipi umani che compongono la squadra. Tutti gli otto “Gamberetti” non sono caricature ma personalità forti, perfetti archetipi di un certo tipo di umanità. C’è Jean, il carismatico fondatore con un segreto pesante, lo squadrato Cédric, sospeso tra una vecchia e una nuova vita, Alex, il più romantico ma anche il più mate-


rialista di tutti, l’eccessivo Xavier, il nuovo arrivato Vincent, il piccoletto con la testa tra le nuvole Damien, l’appariscente transessuale Fred, il decano Joel, il più militante, brontolone e dispotico. Accanto a loro, l’ex campione di nuoto costretto a diventare allenatore di una squadra gay a causa di una brutta uscita omofoba. Ecco i due mondi distanti che si ritrovano in una convivenza forzata. L’atleta austero e rigoroso e il gruppo di gay desiderosi di fare festa e divertirsi. Un gruppo di per-

sone ognuna con il proprio fardello che cerca di esorcizzare le proprie sofferenze e paure. I “Gamberetti” vogliono vivere pienamente la vita, non curarsi dello sguardo o del giudizio degli altri, essere sé stessi fino in fondo, fluttuare in quella che è stata definita da Le Gallo “leggerezza consapevole”. Gamberetti per tutti ha il pregio di essere tanti generi insieme, commedia, dramma, road movie, riuscendo ad unire i valori dello sport e quelli dell’amicizia. Su tutto, una spruzzata di musica e colori.

di Thomas Lilti

E il piano sequenza di sette minuti della grande festa in una piscina trasformata in un gigantesco night non fa altro che ribadire il senso del film: il trionfo della leggerezza sulla durezza della vita. Perché, fuori dall’agone sportivo, c’è un mondo difficile, pieno di pregiudizi, discriminazioni e sopraffazioni. Perché essere liberi di essere sé stessi è la cosa più bella che c’è. Elena Bartoni

IL PRIMO ANNO

Origine: Francia,2020 Produzione: Agnès Valléè, Emmanuel Barraux per 31 Juin Films, Les Films Du Parc, in Coproduzione Con France 2 Cinéma, Le Pacte, Les Films De Benjamin Regia: Thomas Lilti Soggetto e Sceneggiatura: Thomas Lilti Interpreti: Vincent Lacoste (Antoine Verdier), William Lebghil (Benjamin Sitbon), Michel Lerousseau (Serge, padre di Benjamin), Darina Al Joundi (Martine, madre di Benjamin), Benoit Di Marco (François, padre di Antoine), Graziella Delerm (Annick, madre di Antoine), Guillaume Clérice (Vincent Grimaldi), Alexandre Blazy (Simon Sitbon), Noemi Silvania (Nenni) Durata: 92’ Distribuzione: Movies Inspired Uscita: 2 settembre 2020

Superare i test d’ingresso di medicina è ambizione comune di molti studenti. Antoine è un tenace ragazzo ripetente; Benjamin è una matricola che prova l’impresa spinto dal padre chirurgo. Accompagnato dal fratello, Benjamin arriva alla prima lezio-

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ne e trova posto a fianco ad Antoine. I due assistono al discorso del rettore che sfoggia numeri e dati cercando di spaventare i meno determinati. Benjamin inizia a vivere le dinamiche della vita da universitario: non sapendo di dover arrivare in largo anticipo per trovare posto a lezione è costretto a mettersi in fila. Entrato, trova Antoine che discute con dei ragazzi per dei posti occupati. Dato l’imminente inizio della spiegazione, Benjamin decide di sedersi di forza e fare spazio al nuovo amico cosi da conquistare la sua fiducia. Dopo la lezione i due si recano a mensa e Antoine cerca di spiegare al secondo come deve comportarsi con lo studio. Al pomeriggio Benjamin accompagna il padre in sala operatoria per assisterlo ma viene cacciato rapidamente per essersi toccato il naso e al ritorno in stanza fa tutto tranne che studiare. Antoine invece passa il tempo sui libri senza contatti con nessuno. Il mattino seguente Benjamin incontra un conoscente che gli rivela il metodo migliore per superare i test: impararli a memoria senza cercare di capire. Dopo la prima simulazione di fisica passata da entrambi con buoni 22

risultati, i due decidono di iniziare a studiare insieme aiutandosi a vicenda: in biblioteca, per le scale, a mensa e in qualsiasi orario. In una di queste occasioni Benjamin cerca di convincere Antoine a memorizzare senza capire così da guadagnare tempo, anche se quest’ultimo non sembra propenso. All’ultima simulazione prima del test di gennaio, festeggiata con l’ingresso di cheerleader nell’aula, i frutti dello studio si fanno vedere: Antoine è il migliore. Nel giorno del primo dei due test emerge tutto lo spirito competitivo dei partecipanti: importa solo piazzarsi meglio degli altri, anche dei propri amici. La tensione è palpabile e quando Antoine scopre che Benjamin ha avuto un risultato migliore si offende e va via. Intanto il secondo annuncia il risultato al padre che finisce come al solito per sminuirlo. Il rapporto tra i due amici si fa sempre più difficile: Antoine non sopporta di avere punteggi più bassi anche alle simulazioni e finisce per rifiutare tutti gli inviti di Benjamin. Inizia allora a studiare giorno e notte senza pause per avere risultati migliori fino a far degenerare la si-


tuazione e a dover essere ricoverato in ospedale per il troppo stress. Ripresosi e scusatosi con Benjamin, i due ristabiliscono il rapporto e continuano ad aiutarsi a vicenda, anche se Antoine ha molto da recuperare a causa dello stop. Con un’organizzazione minuziosa dei tempi e delle materie da affrontare e con tecniche di studio fantasiose, riescono ad arrivare preparati al giorno del secondo esame. Affissi i risultati, la folla si precipita. Antoine trova il proprio ma non sembra soddisfatto, contrariamente a Benjamin che poi festeggia l’ottimo con la famiglia, meno che il padre che continua a non essere soddisfatto e a ferire il figlio. Il giorno dello spoglio della graduatoria, dove gli studenti sono chiamati in ordine a scegliere il proprio campo, Benjamin è in ritardo mentre Antoine è teso perché non sicuro, in base al suo posizionamento, di trovare un posto a medicina. La commissione inizia a chiamare gli studenti in ordine. Benjamin sopraggiunge ma solo per osservare dall’alto, tanto che, chiamato il suo nome (con numerosi posti liberi per medicina), non risponde all’appello facendo scalare tutti. All’ultimo posto disponibile, viene chiamato Antoine che finalmente corona il suo sogno. Mentre si reca verso l’uscita, nota l’amico: i due si guardano da lontano ed escono dalla stanza.

Il sistema universitario francese è diverso da quello italiano e altrettanto è il sistema di selezione per l’accesso a facoltà a numero chiuso, come quella di medicina. Seppur il metodo italiano sia molto duro e criticato, quello francese è ancora più aspro e ha la durata di un anno. Questo è caratterizzato da corsi, simulazioni e ben due test a risposta multipla che permettono di scalare la graduatoria, unica per le facoltà di medicina, odontoiatria e professioni sanitarie. Un buon punteggio potrebbe dunque non garantire l’accesso al percorso preferito e il clima che si crea è di competizione pura. Ad alimentarlo il fatto che il test può essere ripetuto solo due volte. Conosce bene questo ambiente il regista, Thomas Lilti, laureato in medicina e solito ispezionare la professione nelle sue pellicole. Qui si riflette, dunque, sul sistema selettivo universitario e ci si domanda: in questo modo vengono davvero selezionati coloro dotati di capacita o solo quelli in grado di fagocitare quante più nozioni possibili? Lo stesso Lilti dichiara di non prendere una posizione “politica” a riguardo anche se la rappresentazione sembra suggerire una cosa diversa: Benjamin, poco interessato ma con grandi capacità mnemoniche, ottiene un risultato migliore di Antoine che invece è

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talmente appassionato e motivato da spiare addirittura i laboratori degli anni successivi. I primi secondi di film pongono le basi e preparano lo spettatore; la denuncia è da subito evidente: i titoli di testa compaiono su una serie di fermo-immagine di migliaia di banchi, distanziati che via via si popolano di studenti, mentre risuona This world today is a mess di Donna Hightower. La denuncia prosegue per bocca dei personaggi: gli elementi contraddittori vengono fuori in modo scherzoso e spesso riuscendo a passare inosservati tra una frase e l’altra. L’unico momento davvero “pedagogico”concerne l’inserimento di alcune brevi vignette (completamente distaccate dalla narrazione) sotto forma di intervista in cui i personaggi espongono dei problemi “reali” guardando in camera. L’intervista viene utilizzata anche in un momento precedente, quasi a dare un tono documentaristico al giorno del primo test. Non passa inosservato infine il dialogo con le pellicole che trattano la preparazione atletica e in particolare con Rocky e la sua corsa. Qui però non ci si prepara a un incontro di boxe ma a una vera e propria guerra. Giallorenzo Di Matteo

di Francesco Fanuele

IL REGNO Giacomo si ferma con l’auto in mezzo alla campagna, davanti a un cancello vede un citofono rotto. Dopo poco un uomo scende da un carro: è Bartolomeo Sanna, il suo avvocato. Giacomo si meraviglia perché indossa abiti medievali. L’avvocato conduce Giacomo al funerale di suo padre. Dopo il rito, Bartolomeo legge a Giacomo

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il testamento in cui il genitore lo nomina suo successore ed erede al trono. Poi gli presenta sua sorella Lisa. Giacomo apprende che in quella tenuta di campagna si è costituita una piccola comunità che vive secondo tradizioni medievali e che il padre si era autoproclamato re. In quello strano piccolo regno non si utilizza denaro ma il metodo del baratto e la gente vive con semplicità rifiutando ogni modernità. 23

Origine: Italia, 2020 Produzione: Domenico Procacci per Fandango con Rai Cinema Regia: Francesco Fanuele Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Fanuele, Stefano Di Santi Interpreti: Stefano Fresi (Giacomo), Max Tortora (Bartolomeo Sanna), Fotiní Peluso (Lisa), Silvia D’Amico (Ofelia), Francesca Nunzi (Madama Giacinta), Agnese Nano (Lucrezia) Durata: 97’ Distribuzione: Fandango Uscita: su Trovastreaming e in dvd IBS.it


Il mattino dopo l’avvocato porta abiti d’epoca a Giacomo ma l’uomo vorrebbe scappare. Tornato a casa e alla sua attività di autista di autobus, continua a chiedersi perché il padre abbia lasciato tutto a lui. Poi torna al regno e accetta di essere incoronato. Il mattino dopo Lisa gli porta la colazione e gli chiede un favore. Sopraggiunge Bartolomeo che gli dice di non toccare il cibo perché la sorella vuole ucciderlo per prendersi la corona. Lisa ritiene che Giacomo sia incapace di governare. Bartolomeo chiede aiuto al nuovo re per liberarlo da quel delirio, poi gli suggerisce di emanare qualche editto. Il padre aveva emanato lo ‘Ius Primae Noctis Perpetuum’. Giacomo emana l’editto delle cene fuori: ogni suddito dovrà invitare a cena il re. Il sovrano deve partecipare alla caccia al cinghiale. Ma l’impacciato re si perde e si imbatte in una ragazza, Ofelia, con cui balla nel bosco. Bartolomeo dice a Giacomo che lui deve regalare una nuova storia al regno, poi gli chiede se gli piace qualcuno. L’avvocato fa mandare a prendere Ofelia e istruisce Giacomo su come comportarsi con la ragazza. Dopo cena, Giacomo e Ofelia guardano le stelle. Lui le chiede di sposarla ma la ragazza dice che non può donargli la sua verginità e scappa. Giacomo si sfoga con Bartolomeo pensando che la ragazza abbia un altro uomo. Il crescente delirio di onnipotenza di Giacomo lo porta a invadere il terreno del vicino contadino Ubaldo e a farlo arrestare. Mentre è in prigione, l’uomo chiede al re di entrare nella loro economia e divenire loro vassallo. Giacomo

promette di nominarlo conte Ubaldo Pecci dell’Uva. Il nuovo sovrano insulta Lisa e abusa sempre di più del suo potere. Poi fa sposare Ofelia con un uomo anziano e litiga con la ragazza. Di notte scorge Lisa baciare un’altra donna. Poco dopo la mamma di Ofelia è in lacrime perché la figlia è scappata. Intanto diversi cittadini del mondo moderno vogliono essere accolti nel regno ma a Giacomo viene sconsigliato di accogliere stranieri. Un gruppo di rivoltosi imprigiona Giacomo e Bartolomeo dentro il palazzo per affamarli. Tre giorni dopo, i due chiedono aiuto al conte Ubaldo con un messaggio mandato attraverso uno sparviero. I due finiscono per mangiare l’uccello. Arriva la polizia, Giacomo dice agli agenti che se non hanno il mandato non possono fargli niente e li manda via. Il questore minaccia di mandare le ruspe se non sgombreranno entro 48 ore. Giacomo dice che nessuno può espugnare casa sua, Bartolomeo sviene. Giacomo è al capezzale dell’avvocato che, dopo aver confessato di aver cambiato il testamento del padre per farlo diventare erede, muore. Il re annuncia ai sudditi che all’alba la polizia farà irruzione e saranno cacciati via per sempre da quella terra. Chiede che tutti siano lì per impedirlo e li incita a impugnare le armi. Il mattino dopo nel regno non c’è più nessuno, arriva la polizia, Giacomo arriva al cancello a cavallo. Giacomo in galera racconta la storia del regno ad altri detenuti. In carcere lo viene a trovare Ofelia e gli dice che può aspettarlo per cinque anni.

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Era già successo a Benigni e Troisi nel cult Non ci resta che piangere, di ritrovarsi improvvisamente catapultati indietro di secoli, in quel caso nel 1400 (anzi, quasi 1500!) alla vigilia della partenza di Cristoforo Colombo con le tre 24

caravelle. Questa volta tocca alla coppia composta da Stefano Fresi e Max Tortora. I due si ritrovano addirittura nel Medioevo, intorno al 1.100. Ma con una differenza importante: questa volta solo il primo dei due si ritrova nel passato, mentre il secondo già ci si trova. Uno strano passato, un regno medievale sulla via Salaria! E così, un comune autista di autobus si ritrova, in occasione della lettura del testamento del padre, all’interno di un piccolo reame che è rimasto fermo all’anno mille o giù di lì. Attenzione, questa volta si tratta di una piccola ‘enclave’ circondata dal mondo moderno, un pezzettino di terra nella campagna romana che vive come nel Medioevo: il re, gli editti, i sudditi, la caccia al cinghiale, il baratto e perfino lo ‘Ius Primae Noctis’ esteso ‘ad libitum’. Il soggetto era già stato sviluppato dal regista Francesco Fanuele (qui al suo esordio in un lungometraggio di cui è anche co-sceneggiatore con Stefano Di Santi) nel suo corto di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia (di cui era già protagonista Stefano Fresi). Il clima picaresco della vicenda è la patina sotto la quale si nascondono una serie di riflessioni. La prima ruota attorno al tema del potere e delle difficoltà a gestirlo. La solitudine di chi comanda è ben espressa dall’impacciato autista di autobus che si ritrova improvvisamente sovrano di un regno medievale tra fagiani serviti a colazione e destrieri da cavalcare. Il film è una strana favola morale sul potere incarnato dal re ‘per caso’ Stefano Fresi che deve decidere che tipo di sovrano essere: il desiderio di essere un re buono non sembra realizzabile, quindi che fare? Essere un re cattivo e soccombere a una tentazione di autoritarismo che nella sostanza non è congeniale alla sua natura?


Da più parti si sono visti ammiccamenti verso L’armata Brancaleone ma si tratta soprattutto di suggestioni ambientali e visive mentre la riflessione sul potere contiene forti richiami alla contemporaneità (come la tirata sulle tasse fatta dal protagonista in prigione). A mancare è un po’ di coraggio per spingere di più sul pedale della provocazione o della critica sociale. Le cose migliori del film sono le prove della coppia Stefano Fresi-Max Tortora: il primo perfetto nei panni del mite autista di autobus che si ritrova a indossare i panni di un sovrano di un piccolo regno medievale, il secondo più

che mai in forma, capace di arricchire il suo avvocato un po’ imbroglione con lampi quasi diabolici o quantomeno machiavellici. Accanto a loro, le graziose presenze femminili di Silvia D’Amico (già interprete di Non essere cattivo di Claudio Caligari e The Place di Paolo Genovese) nei panni di una ragazza che non ha mai visto la modernità e della giovane Fotinì Peluso (divenuta celebre grazie alle fiction Romanzo famigliare e La compagnia del cigno) nel ruolo della sorellastra del re assetata di potere. Commedia in costume venata da sfumature grottesche e surreali, Il regno rappresenta una buona oc-

casione in parte mancata, un soggetto interessante che poteva avere uno sviluppo più riuscito, se solo quei cenni a temi così attuali come i dilemmi morali attorno all’esercizio del potere, al dispotismo, alla chiusura verso lo straniero fossero stati sfruttati di più. Resta qualche risata facile legata all’improvviso salto nel tempo (la mancanza della tecnologia, i diversi usi e costumi) e affidata alla verve comica di una coppia di protagonisti che si ritrova catapultata, sono parole dell’avvocato-ciambellano Tortora, “dentro a ‘sta follia”. Elena Bartoni

di Alex Infascelli

MI CHIAMO FRANCESCO TOTTI Origine: Italia, 2020

“La prima parola che ho detto è stata: palla”. Inizia così il racconto intimo e umano di Francesco Totti, in cui la struttura narrativa è alimentata e sovvertita dallo stesso giocatore, protagonista, voce narrante e autore di un vero e proprio flusso di coscienza. Le prime inquadrature lo ritraggono in alcune immagini d’archivio in spiaggia, nel 1977, a un anno: a stento muoveva i primi passi, ma quella palla cercava già di prenderla a calci. Poi alla scuola elementare Manzoni, quando dimostra ai suoi compagni increduli di riuscire a colpire tutte le “paperelle” umane che camminano. Per poi presentare la carrellata della sua famiglia: il padre Enzo, che non gli ha mai fatto un complimento e l’amata mamma Fiorella, che con il fratello Riccardo invece lo hanno sempre incoraggiato. Infine i cugini con cui trascorreva l’estate a Torvaianica e gli amici di una vita. Il passo è breve e lo vediamo fin da adolescente giocare nelle file del-

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la Lodigiani, la terza squadra di Roma, anzi la seconda, come dicono i romanisti. Poco dopo il passaggio alla Roma (lo voleva anche la Lazio, ma la famiglia Totti non ha mai avuto dubbi), la chiamata, mentre stava giocando con la primavera, per la trasferta di Brescia con la prima squadra: non la lascerà più. Proprio lui che andava allo stadio con il padre a vedere Giannini, il Principe, ora si trova a giocare con lui. L’adrenalina e l’emozione per la prima trasferta a Wembley con tutta la famiglia, lascia presto il posto a uno dei periodi più travagliati nella storia della Roma, quello seguito alla scomparsa di Dino Viola nel gennaio del 1991, a cui è legato anche il nome di Ciarrapico. Nel mezzo di una stagione difficile e un rendimento scadente in campionato, la squadra viene diretta da Ottavio Bianchi, che avrebbe alla fine conquistato la Coppa Italia in finale contro la Sampdoria e sarebbe arrivata alla finale di Coppa Uefa contro l’Inter. La presidenza passa a Sensi e si 25

Produzione: Lorenzo Mieli, Mario Gianani e Virginia Valsecchi per The Apartment e Wildside con Capri Entertainment, Fremantle, con Vision Distribution e Rai Cinema, in collaborazione con Sky e Amazon Prime Video Regia: Alex Infascelli Soggetto: dal libro “Un capitano” scritto da Francesco Totti con Paolo Condò, Alex Infascelli, Vincenzo Scuccimarra Sceneggiatura: Alex Infascelli, Vincenzo Scuccimarra Interpreti: Francesco Totti (Se stesso) Durata: 105’ Distribuzione: Vision Distribution Uscita: 19 ottobre 2020

alternano diversi allenatori, Mazzone, con cui arriva il primo goal in trasferta, fino al 1997 quando arriva l’argentino Carlos Bianchi, che avrebbe mandato volentieri Totti in prestito. Voleva Jari Litmanen, già campione e vicecampione d’Europa con l’Ajax, un giocatore affermato. Ma il destino e il talento si mettono di mezzo. Il duello, come quello di un film western, mette i due pistoleri di fronte al torneo Città di Roma nel febbraio del 1997, ma Totti dà spettacolo e


di fatto segna la sua riconferma. Poi arriva Zeman che lo struttura fisicamente e lo incoraggia a osare. Il turno passa a Fabio Capello, il mister che arriva con la fama da vincente. Il primo anno però va malissimo. Accade la cosa peggiore: a vincere lo scudetto è la Lazio. L’anno dopo sarà però l’anno in cui la squadra sembra invincibile e non a caso conquisterà lo storico terzo scudetto e la Supercoppa italiana. Alla corte di Capello oltre ad Aldair, Zanetti, Tommasi e Montella arrivarono Samuel, Emerson, ma il vero colpo da novanta fu senza dubbio l’ingaggio di Batistuta. Proprio in questo periodo Francesco nota nella trasmissione televisiva Passaparola una soubrette, Ilary Blasi e sente subito che sarebbe stata la donna della sua vita. Così la invita allo stadio a vedere l’infuocato derby del 10 marzo 2002, durante il quale in diretta le fa una dichiarazione inequivocabile, scoprendo la maglietta con scritto “6 unica”. Da quel momento i due non si sono più lasciati. Nel 2003 arriva anche l’ingaggio da parte del Real Madrid, che aveva affrontato la Roma e visto Totti da vicino e lo voleva. Nonostante l’offerta di dodici miliardi l’anno, Totti decide eroicamente di rimanere nella sua Roma. Inizia poi l’era Luciano Spalletti: in campionato la Roma è l’eterna seconda e Francesco subisce un brutto infortunio e un’operazione immediata. Dopo una riabilitazione serrata riesce a partecipare all’indimenticabile Mondiale 2006, in cui vince la Na-

zionale italiana. Spalletti appare come grande amico nella prima fase e persona irriconoscibile nella seconda, quella più drammatica, in cui Francesco viene relegato a riserva e persino rimandato a casa nella partita con il Palermo. Infine il doloroso ritiro e l’ultima partita del 28 maggio 2017, con la commovente sfilata allo Stadio Olimpico. L’idea alla base di questo appassionante docufilm, firmato da Alex Infascelli, è che durante la notte precedente al suo ritiro il capitano e numero 10 della Roma ripercorra tutta la sua carriera e di conseguenza gran parte della sua stessa vita, in un Olimpico deserto. Mi chiamo Francesco Totti inizia con l’inquadratura del viso di Francesco, che non nasconde qualche ruga, in uno stadio in chiaroscuro che diventa un luogo metafisico. Un’idea semplice, che Infascelli declina però in maniera del tutto sorprendente, anteponendo sempre l’uomo all’epica sportiva e puntando al cuore di tutti gli appassionati di sport, non solo del calcio e non solo romanisti. In mezzo c’è semplicemente la vita di un ragazzo come tanti, che ha avuto la fortuna e l’abilità di coronare i suoi sogni con un pallone fra i piedi. Un ragazzo di cui emergono le fragilità, come l’impossibilità di godersi la sua città senza l’assillo di miriadi di tifosi, il rapporto coi genitori e le critiche causate dal suo carattere fumantino e irritabile sul terreno di gioco, in netta contrapposizione alla mitezza che lo caratterizza nella vita privata. Dentro questo film c’è un lavoro impressionante di ricerca: materiale inedito, foto e video d’archivio che si susseguono senza sosta, con una lucidità e una consequenzialità curata in ogni dettaglio. E poi c’è la voce narrante dell’ex capitano che, tra ironia e commozione, ripercorre tutta la sua vita, calcistica e personale, attraverso gli

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affetti più cari. Ma anche le cadute fragorose, l’infortunio, il calcio a Balotelli, il Mondiale che rischiava di saltare, lo sputo a Poulsen, le lacrime dell’addio all’Olimpico, l’antipatia nei confronti di Carlos Bianchi e il rapporto burrascoso con Spalletti. Vediamo un Totti senza filtri, con la sua umanità e la sua intimità, che sono poi le basi sulle quali reggono le fondamenta del campione che ha unito un popolo per venticinque lunghissimi anni. C’è anche l’essere romano con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. Poi c’è Roma, illuminata dall’alto in tutto il suo splendore, capitale meravigliosa, che abbraccia e avvolge in una stretta così forte che ti lascia senza fiato. C’è tempo ancora per parlare delle due figure del mentore e dell’allievo, rispettivamente Giuseppe Giannini e Antonio Cassano. Il primo mito e figura di riferimento per il giovane Totti, il secondo da lui protetto e coccolato, prima del passaggio a quel Real Madrid che per Totti avrebbe fatto carte false. Ma soprattutto Vito Scala, il suo preparatore atletico, per lui molto più che un amico, “un fratello, uno che gli ha dato i consigli giusti, sempre, anche quando sbagliava”. Infine come in una favola il racconto del matrimonio con la sua Ilary e la nascita dei tre amati figli. Una fede indiscussa quella del “pupone”, portata avanti scalzando offerte arrivate da ogni parte del globo, una storia di amore e di onestà nei confronti della sua città e della società, cosa più unica che rara e lontanissima dal calcio di oggi. Infine, si torna all’origine, a quel bambino che sogna di diventare campione e a quel campione che nel momento dell’addio ripensa inevitabilmente all’infanzia e a ciò che ha costruito dopo, nella triste consapevolezza che un capitolo della sua vita sta per chiudersi per sempre. Rivediamo il Totti bambino, interpretato da un giovanissimo attore, attraverso delle


immagini sporcate, graffiate come se fossero prese dalla tivù del tempo che ora si fondono con il Totti di oggi, maturo e consapevole. Una

circolarità che ci culla e a cui in sport, che dopo il nostro Capitano un misto di emozioni ci abbando- sembra non avere più un senso. niamo, mentre i titoli di coda ci acVeronica Barteri compagnano verso un mondo dello

di Giacomo Cimini

IL TALENTO DEL CALABRONE

Origine: Spagna, Italia, 2020

Una sera, Steph, famoso dj di Radio 105, riceve in diretta una telefonata da Carlo, uomo misterioso il cui obiettivo è parlare con lui prima di suicidarsi. Credendolo uno scherzo, Steph minaccia di agganciare, ma l’interlocutore fa esplodere la cima di un edificio in costruzione nelle vicinanze e minaccia di farsi saltare in aria nel caso decidesse di interrompere la comunicazione, esplosione che provocherebbe la morte delle persone circostanti all’auto con cui si sta aggirando per le strade della città. L’unica alternativa è assecondare le sue richieste, a partire dai brani di musica classica che vuole siano trasmessi, durante i quali ripensa a sua moglie e suo figlio. L’assistente di Steph, nonché fidanzata, afferma che gli ascolti stanno salendo come non mai. Il tenente capitano Rosa Amedei arriva alla radio per guidare l’operazione. Carlo comunica che, entro un quarto d’ora, un uomo si farà vivo a Piazza Castello; sul posto, la polizia ferma un ragazzo con un pacco, il quale confessa di essere stato pagato per portarlo lì. All’interno vi è uno strano oggetto, di cui Carlo posta una foto sull’account “Il calabrone”, in cui gli utenti della radio possono partecipare al suo gioco: chi indovinerà cosa sia, potrà vincere una ricompensa in denaro, pagata dalla radio. La squadra scopre che l’interlocutore è un professore di fisica scomparso dopo il suicidio del figlio sedicenne e la morte della

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moglie. Rosa costringe Steph ad assecondare Carlo per prendere tempo prima che si faccia esplodere a mezzanotte e suggerisce le domande da fargli, rievocando il suo tragico passato per farlo crollare, ma l’uomo prende possesso della centrale elettrica mediante un virus informatico, impedendo alla squadra di continuare le ricerche. Steph, sempre più irato, intende portare a termine la chiamata e andarsene. Carlo rivela che il misterioso oggetto è il frammento di un suo rarissimo violoncello e invita Steph a leggere la lettera che ha spedito alla redazione, scritta dal figlio Giulio prima del suicidio, per rivelare in diretta il profondo dolore che affliggeva il ragazzo da tempo. Carlo racconta di aver visto Giulio l’ultima volta a un concerto in cui il giovane avrebbe dovuto suonare gli stessi brani che egli ha richiesto alla radio durante la serata, esibendosi con il violoncello che il padre gli aveva donato. Quando si accorse che lo strumento era stato distrutto, Carlo lo rimproverò duramente, ritenendosi colpevole del crollo emotivo che lo portò al suicidio. Tempo dopo, Carlo incontrò un’amica di Giulio che gli rivelò che sia lei che il giovane erano bullizzati da un compagno, il quale spaccò il violoncello addosso a Giulio; questo ragazzo era proprio Steph che, messo alle strette, ammette i soprusi e la distruzione dello strumento. Quando il dj chiede a Carlo la sua posizione, egli rivela di trovarsi proprio lì con loro; dal momento che il piano superiore è abbandonato, Rosa intuisce 27

Produzione: Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica, Atica Cuarzo Innova, con Eagle Pictures, in collaborazione con Amazon Prime Video Regia: Giacomo Cimini Soggetto: Lorenzo Collalti Sceneggiatura: Lorenzo Collalti, Giacomo Cimini Interpreti: Sergio Castellitto (Carlo), Lorenzo Richelmy (DJ Steph), Anna Foglietta (Rosa Amedei), David Coco (Capitano), Gianluca Gobbi (Regista radiofonico), Cristina Marino (Assistente DJ Steph), Gabriele Greggio (Tecnico radiofonico), Marina Occhionero (Redattrice) Durata: 84’ Distribuzione: Eagle Pictures Uscita: 18 novembre 2020

che possa nascondersi proprio nel palazzo e, insieme a un collega, lo scoprono in una macchina posizionata tra due schermi: nel retrostante sono proiettate immagini di Milano e sul frontale i video della sua famiglia. Credendolo armato, gli agenti gli sparano, uccidendolo, per poi scoprire che nella macchina non c’è nessuna bomba. Rivelato il suo losco passato, il successo mediatico di Steph crolla, portando a compimento il piano di Carlo e della fidanzata dello stesso dj, in realtà la giovane amica di Giulio che confessò gli abusi al genitore.


In un momento di esplicita importazione di generi internazionali, riletti in una chiave del tutto nostrana, il film di Giacomo Cimini va leggermente controcorrente, non facendo dell’italianità la caratteristica distintiva di un processo di reinterpretazione di un materiale preesistente, ma scegliendo di adottare, senza eccessive riletture, quel materiale guardando esplicitamente oltreoceano a un filone di gran voga. L’intenzione è esplicita sin dall’inizio, attraverso le inquadrature su una Milano notturna, i cui grattacieli e illuminazioni urbane rievocano le celebri metropoli statunitensi, una fugace esperienza sensibile tipica degli opening di serie televisive alla CSI, in cui le note di Crazy di Gnarls Barkley ci guidano verso gli interni dello studio radiofonico dove si colloca il personaggio di Richelmy, la cui immagine si rivela dominante sia

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attraverso i manifesti pubblicitari che lo ritraggono, sia nella sua posizione di superiorità fisica, nei piani alti di un grattacielo che presagiscono la sua vertiginosa caduta, provocata da un personaggio che, non a caso, lo sovrasta non solo metaforicamente ma anche fisicamente. Nonostante una struttura piuttosto classica, che ricalca i vari cliché e turning point tipici del genere, non mancano delle intuizioni piuttosto interessanti, al di là della loro implausibilità, prima tra tutte la scoperta della vera collocazione dell’auto di Castellitto in un ambiente esplicitamente metacinematografico, in cui Carlo prende parte a un processo di ridefinizione del reale in termini testuali e strutturali attraverso la rivelazione della natura delle immagini del suo passato, ritenute tradizionali flashback per poi svelarsi come filmini di famiglia proiettati

di Pierluigi Di Lallo

su uno schermo, momenti eterni salvaguardati dal flusso tanatologico del tempo, protesi dei pensieri del protagonista che trovano nel cinema, medium spettrale per antonomasia, il loro contesto privilegiato; contemporaneamente, tale scenario rivela non solo le illusioni del cinema ma anche del processo produttivo e realizzativo del film, ambientato a Milano ma girato in studi romani. Il talento del calabrone non ha eccessive pretese intellettuali, riflessive e autoriali (forse più produttive), sia in termini visivi che narrativi; non mancano forzature piuttosto attendibili, ma, in generale, si rivela un film abbastanza dilettevole, capace di mantenere costante l’attenzione degli spettatori, pur non lasciando un segno indelebile nella nostra filmografia contemporanea. Leonardo Magnante

NATI 2 VOLTE

Origine: Italia, 2018 Produzione: Gianluca Vania Pirazzoli per Time, Oberon Media, Green Film Regia: Pierluigi Di Lallo Soggetto e Sceneggiatura: Pierluigi Di Lallo, Francesco Colangelo, Riccardo Graziosi Interpreti: Fabio Troiano (Maurizio), Euridice Axen (Paola), Rosalinda Celentano (Valeria), Marco Palvetti (Giorgio), Luigi Imola (Giorgio da giovane), Francesco Pannofino (Papà di Maurizio), Gabriele Cirilli (Parroco), Riccardo Graziosi (Bernardo), Daniela Giordano (Mamma di Maurizio), Catena Fiorello (Notaia), Diletta Laezza (Teresa), Umberto Smaila (Avvocato) Durata: 87’ Distribuzione: Zenit Distribution Uscita: 28 novembre 2019

Foligno, 1989. Teresa è una giovane in cerca della propria sessualità che vive una relazione non soddisfacente con il coetaneo Giorgio, solo per non deludere la famiglia.

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Milano, 2018. Teresa è ormai solo un ricordo nella testa di Maurizio, nome che ha acquisito dopo l’operazione. Un ricordo che però riaffiora quando è costretto a mostrare i propri documenti. Per la legge italiana è ancora Teresa, nonostante sia passato del tempo, lavori come infermiere e tutti lo conoscano con il nuovo nome. La notizia della morte della madre giunta da una telefonata di Don Franco, il parroco di Foligno, costringe Maurizio a fare i conti col passato e a tornare nel luogo che aveva abbandonato molti anni prima. Dopo il funerale, Don Franco lo mette al corrente dell’eredità che la defunta gli ha lasciato e che potrà riscattare solo recandosi dal notaio. Nell’ufficio notarile scopre però che la madre ha intestato il 28

lascito a Maurizio Di Tullio, ma non avendo documenti corrispondenti, la pratica non può partire e il protagonista è costretto a rimanere più giorni a Foligno per risolvere la situazione. Il suo avocato fa pervenire le carte necessarie per la ‘nascita’ legale di Maurizio, da consegnare all’ufficio anagrafe. Qui, però, lavora Giorgio, primo e unico ragazzo di Teresa al quale non riesce a presentare il problema per via dell’imbarazzo. Di ritorno dal lavoro, Giorgio nota le finestre della casa di Teresa aperte e decide di entrare, nella speranza di trovarla. Una volta faccia a faccia, Maurizio non ha il coraggio di rivelare la verità e si finge cugino della stessa per allontanarlo. Sfortunatamente viene


invitato a cena da lui per guardare vecchie foto. Da Giorgio trova la compagna Paula, una donna che aveva conosciuto il giorno prima e con la quale era nato subito un certo feeling. Alla cena partecipano anche Bernardo (che scopre essere collega di Giorgio) e Valeria, con i quali condivide brutti ricordi giovanili, il che rende la serata poco piacevole. Per risolvere la situazione documenti, il giorno dopo, Maurizio chiede aiuto a Marla, un’attraente transgender che, con una scusa, allontana Giorgio dall’ufficio, lasciandolo interamente in mano a Bernardo. A quest’ultimo Maurizio racconta tutto e lascia il necessario per i documenti, pregandolo di non dire nulla a nessuno. Nel frattempo Paula nota in strada il fidanzato in compagnia di Marla e, per la rabbia, lo colpisce con un libro in faccia, rischiando di rompergli il naso. Più tardi, al supermercato, Maurizio incontra Paula, che decide di portarlo tra i ruderi di un vecchio convento di sua proprietà, nel quale la donna sogna di aprire un agriturismo. In questa occasione i due si baciano. Il giorno dopo, mollato Giorgio, Paula si scusa dell’accaduto con Maurizio e chiede di essere accompagnata da Valeria. Nel tragitto, fermati dalla polizia, l’uomo è costretto a fornire i documenti. Paula scopre tutto, scende dall’auto e fugge. Quest’ultima, piena di rabbia, rivela tutto all’ex compagno che non la prende bene e si reca alla svelta da colui che credeva il ‘cugino di Teresa’ in cerca di spiegazioni. Ma i problemi non sono finiti. Quella stessa sera, infatti, Bernardo lo ricatta: i documenti in cambio di una prestazione sessuale. Dopo aver rifiutato in modo violento, Maurizio riprende la documentazione e chiede il favore a Giorgio. Quest’ultimo, nonostan-

te la delusione causatagli dalla scoperta, accetta, ma nei giorni successivi sparisce senza lasciare tracce. Aiutato da Paula nella ricerca, Maurizio capisce che lo troveranno nella capanna sul lago, luogo segreto dei due da giovani. Giorgio infatti è lì ad aspettarli ma sembra essere molto ferito. Nonostante le spiegazioni lancia i fogli utili ai documenti nel lago, per non far sparire Teresa. Subito dopo rivelerà che in realtà quelle erano copie. In nome del legame con il suo primo amore non avrebbe mai potuto fare un gesto così malvagio. Tre mesi dopo l’accaduto è solo un ricordo e tutti sono riuniti a tavola all’agriturismo “Nati 2 volte” al quale si presenta anche una misteriosa ragazza che sembra essere la figlia di Maurizio. Nati 2 volte era una pellicola di difficile realizzazione, non per la complessità tecnica (il film è dei più semplici e non utilizza espedienti particolari) quanto per la delicatezza delle tematiche trattate. Difatti, l’opera traspone un episodio realmente accaduto a un transgender italiano alle prese con la transizione di genere, in un ambiente, l’Italia, non ancora al passo coi tempi. A denunciarne l’arretratezza Pierluigi Di Lallo, al suo secondo lungometraggio, che si assume la responsabilità di veicolare un messaggio tanto forte quanto spinoso. La caduta nel cliché e nello stereotipo è dietro l’angolo, ma da questo punto di vista bisogna riconoscere al regista gran cura e attenzione nell’evitare che questo accadesse. Questa meticolosità, nel voler impartire una morale quanto più autentica possibile, sembra aver però distratto regista e sceneggiatori dall’altra missione fondamentale: confezionare un prodotto il più possibile privo di sbavature.

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Il film assume la forma di una commedia degli equivoci nella quale la presenza di tempi comici è spesso fuori contesto e, alle volte, inopportuna in relazione alle vicende estremamente drammatiche vissute dal protagonista, che viene sballottolato qui e là alla ‘conquista’ dei documenti. La scelta, poi, di ambientare l’opera a Foligno è sicuramente ben ponderata: l’intenzione è quella di mostrare i fatti all’interno di un contesto di provincia (per giunta del centro-sud Italia). Ma la messa in scena non rende l’idea e il paese e chi lo popola risultano essere troppo artificiosi, a partire dai dipendenti comunali, passando per quelli del supermercato, fino ai pescatori locali. Sembra mancare quell’inevitabile provincialismo (non necessariamente in senso negativo) che ci si aspetta. Sintomo di tutto ciò è anche l’assenza dell’accento locale che contribuisce alla creazione di un contesto quasi bugiardo che porta a pensare che sarebbe stato indifferente ambientare tale film a Foligno o altrove. La scelta di Fabio Troiano come protagonista si rivela azzeccata. Anche se quest’ultimo non ha il ‘physique du rôle’ risulta abbastanza credibile, diversamente dai personaggi secondari che risultano mal assortiti e, forse perché trascurati in fase di scrittura, privi di una degna caratterizzazione. Ciononostante le tematiche sono troppo attuali e troppo importanti per essere ignorate e anche pellicole non perfette come questa contribuiscono alla loro diffusione. Giallorenzo Di Matteo


di Younuts

SOTTO IL SOLE DI RICCIONE

Origine: Italia, 2020 Produzione: Lucky Red, Netflix in Associazione con Mediaset Regia: Younuts Soggetto: Enrico Vanzina Sceneggiatura: Enrico Vanzina, Caterina Salvadori, Ciro Zecca Interpreti: Cristiano Caccamo (Ciro), Saul Nanni (Marco), Fotiní Peluso (Guenda), Andrea Roncato (Gualtiero), Lorenzo Zurzolo (Vincenzo), Isabella Ferrari (Madre di Vincenzo), Davide Calgaro (Furio), Tommaso Paradiso (Se stesso) Durata: 101’ Distribuzione: Netflix Uscita: 1 luglio 2020

Riccione, riviera romagnola, piena estate. Il luogo è l’ideale per le vacanze, nuove amicizie e nuovi amori. Le strade dei personaggi si incrociano proprio sulla spiaggia, al lido 66. Ciro, per dare una svolta alla sua vita e diventare finalmente un cantante affermato, arriva a Riccione per partecipare ad un Talent Show musicale. Per una serie di strane coincidenze poi finisce invece per essere assunto come bagnino in direttissima, cosa che sfrutta per fuggire dalla fidanzata lontana. Allo stesso tempo Marco (detto Flemma), si ricongiunge con il solito gruppo di amici dell’estate con la speranza di conquistare la ragazza di cui è innamorato, Guenda. Per le vacanze ha preso una stanza nel b&b gestito da Gualtiero, un ex casanova, che condividerà con Tommy, un simpatico perdigiorno, che invece di

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rimediare all’ennesima bocciatura di nascosto è andato a Riccione. Contemporaneamente arrivano in albergo Irene con il figlio non vedente Vincenzo. Irene è una madre molto apprensiva e da quando è rimasta sola con il figlio non lo lascia un attimo, mentre Vincenzo cerca di allontanarsi da lei per vivere le sue esperienze. Infatti stringe subito amicizia con Furio, che lo aiuta nei suoi primi approcci amorosi nei confronti di Camilla, conosciuta grazie ai social network. Furio è il classico ragazzo che vorrebbe attirare l’attenzione delle ragazze, ma è visto come l’amico simpatico. Camilla invece è una ragazza in un momento di crisi con lo storico fidanzato, ma anche indecisa e spaventata dal suo futuro. Nel frattempo arriva a Riccione anche Emma, la migliore amica della ragazza di Ciro, che viene assunta per fare le pulizie nell’albergo. Tra una partita a beach volley e una festa nascono nuove amicizie e nuovi amori. Marco è il più noioso e nonostante segua i consigli di Gualtiero non riesce a conquistare Guenda, che invece parla sempre dell’ex. Camilla per gioco inizia a parlare con Vincenzo e subito tra i due nasce un feeling. La madre intanto conosce Lucio, bodyguard della discoteca locale, che non perde tempo nel farsi avanti. Così iniziano a formarsi le coppie: Vincenzo e Camilla, Ciro ed Emma, Irene e Lucio. Gualtiero, un tempo grande playboy da Cesenatico a Riccione, oggi si occupa del bed & breakfast, vivendo la sua solitudine tra i ricordi di mille conquiste femminili Ma le storie inevitabilmente si complicano. Vincenzo scopre che Camilla è fidanzata da anni, la ragazza di Ciro a sorpresa arriva a Riccione, Irene non riesce a lasciarsi andare con Lucio e a vi30

vere la sua vita non solo in funzione del figlio. Ma come un “deus ex machina” arriva il concerto di fine estate, che rimette tutti i pezzi insieme. Durante il concerto Marco avrà il coraggio di salire sul palco, confessando al microfono il suo amore per Guenda, che a quel punto cadrà tra le sue braccia. Ciro ed Emma decideranno di stare insieme ufficialmente, Vincenzo e Camilla affettuosamente si daranno appuntamento all’anno successivo, mentre Irene e Lucio si ritroveranno insieme al concerto. Anche Gualtiero, con l’aiuto dei ragazzi, ritroverà la sua vecchia fiamma francese mai dimenticata. Sono passati più di trent’anni da Sapore di Mare, commedia cult che lanciò definitivamente i Vanzina, segnò un’epoca e aprì il fenomeno dei cinepanettoni. Prodotto dalla Lucky Red per Netflix il film vede l’esordio al lungometraggio di Younuts! la coppia di filmaker musicali del momento, composta da Niccolò Celaia e Antonio Usbergo. I due hanno firmato diversi spot e videoclip in questi ultimi anni, traducendo in immagini diversi singoli musicali. E proprio dal brano tormentone di The Giornalisti dell’estate 2017 nasce il titolo del film. Ma l’idea di base di questo lavoro viene da Enrico Vanzina, che ha firmato anche la sceneggiatura. Altra spiaggia, altro mare, in Sotto il sole di Riccione si passa dalla tirrenica Forte dei Marmi a quella adriatica, la riviera romagnola delle discoteche e del beach volley. La pellicola racconta con semplicità il fugace periodo estivo, durante il quale si lasciano alle

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spalle i problemi e le difficoltà che poco prima sembrano insormontabili e tutto appare più semplice. Proprio quello che succede ai protagonisti del film. Ci sono quelli che sono in un momento di stallo nella loro vita; chi cerca lavoro e allo stesso tempo studia, come Emma, o chi come Ciro insegue un sogno senza però esser sicuro di riuscire a realizzarlo. I due sono l’incarnazione di coloro che stanno cercando con fatica di farsi strada nella vita e trovare il loro posto. Parallelamente ci sono i classici liceali in vacanza, il gruppo di amici che ogni estate si incontra nello stesso posto. Quello con il quale si vivono quei momenti che poi nel tempo diventeranno indimenticabili ricordi. Un’estate che sarà anche un momento per la resa dei conti, un confronto con i propri sentimenti e le proprie paure. La funzione degli adulti è invece poco chiara. Un modo per dire che l’amore non ha età, ma il richiamo a Sapore di Mare appare forzato. Come se i personaggi di Gualtiero, Lucio ed Irene fossero i tre tutor, a simboleggiare il trait d’union con quei favolosi anni Ottanta. Luca

Ward, maturo e sicuro di sé, nel ruolo del buttafuori che flirterà inevitabilmente con la mamma ansiosa Isabella Ferrari. Anche Selvaggia è cresciuta, tanto che la partecipazione dell’attrice sa di vero e proprio passaggio di consegne generazionale. Infine Andrea Roncato, che una volta faceva il playboy ed ora è diventato un guru del rimorchio. Nonostante il tentativo dunque di “svecchiare” il format e apportare freschezza nelle tematiche, la citazione nel film della nuova tecnologia e del linguaggio giovanile non basta però a essere al passo coi tempi, a raccontare la generazione d’oggi. Sebbene i due giovani registi abbiano maturato notevole esperienza nel mondo dei videoclip, evidente nella costruzione delle sequenze, ben adattate al ritmo delle canzoni di Tommaso Paradiso, i personaggi mancano d’introspezione psicologica. Lo spettatore non riesce a legarsi a nessuna delle personalità presentate e la visione è molto piatta e monotona. Anche le battute risultano sentite e risentite, così come il finale troppo scontato. La regia nel film nono-

stante tutto omaggia il paesaggio marittimo italiano, che esplode di luci e colori sgargianti ed è interessante la sequenza introduttiva, con una panoramica e un campo lungo sulla spiaggia. I colori in tutta la pellicola sono alternati, da quelli tipici accesi dell’estate a quelli più malinconici di un tramonto sul mare. Essendo un teen movie, il film propone tanti giovani volti del cinema e della serialità italiani: Fotinì Peluso, Lorenzo Zurzolo, Davide Calgaro, Saul Nanni, Ludovica Martino, Cristiano Caccamo e Maria Luisa De Crescenzo. Tutti molto freschi nelle loro interpretazioni, tuttavia il ruolo del ragazzo non vedente risulta il più impegnativo e notevole grazie alla performance di Zurzolo, che rappresenta la purezza romantica di un amore libero dai canoni estetici. La colonna sonora è quasi interamente targata Tommaso Paradiso, che appare nel film in modo assai autoreferenziale durate lo speciale live a Riccione, svoltasi appositamente per il film, il 4 ottobre 2019. Veronica Barteri

di Neri Parenti

IN VACANZA SU MARTE Origine: Italia,2020

Anno 2030. Il giovane Giulio è alla ricerca del padre Fabio, scomparso dalla circolazione da anni senza divorziare dalla moglie Elena. L’uomo vive con Bea, inconsapevole della sua famiglia, e intende sposarla per beneficiare della ricca eredità paterna, ora in mano alla futura suocera Tina; non potendo divorziare, propone di sposarsi su Marte, ormai meta turistica per eccellenza, fuori dalla giurisdizione terrestre. Marina, la fidanzata di Giulio e aspirante debunker, intende ac-

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crescere il successo del suo blog smascherando la falsa relazione tra Alice e Dylan, noti influencer, in partenza per Marte con il loro agente Pippo e i loro rispettivi partner segreti, Michele e Carolina. In vacanza, Bea porta anche Tina, per cui Fabio è preoccupato che la suocera, nota per i suoi bollenti spiriti, possa trovare marito e sperperare l’eredità. In aeroporto, Giulio intravede il padre per cui parte insieme a Marina, intenta a spiare gli influencer; su Marte, Fabio incontra il figlio e finge di essere un cameriere e, 31

Produzione: Marco Cohen, Fabrizio Donvito, Benedetto Habib per Warner Bros. Entertainment Italia, Indiana Production, Cattleya, in collaborazione con Miyagi Entertainment Regia: Neri Parenti Soggetto e Sceneggiatura: Neri Parenti, Gianluca Bomprezzi Interpreti: Christian De Sica (Fabio Sinceri), Massimo Boldi (Giulio Sinceri), Lucia Mascino (Bea), Paola Minaccioni (Elena Sinceri), Milena Vukotic (Tina), Herbert Ballerina \ Luigi Luciano (Pippo), Denise Tantucci (Marina), Fiammetta Cicogna (Alice), Francesco Bruni (Dylan), Alessandro Bisegna (Giulio a 18 anni) Durata: 89’ Distribuzione: Warner Bros. Entertainment Italia Uscita: 13 dicembre 2020


per liberarsi di lui durante il matrimonio, gli organizza uno Space Travel nello spazio ma, durante la gita, il giovane viene risucchiato in un buco nero. Il matrimonio va a monte quando Fabio è contattato dal centro medico, che gli comunica che Giulio è invecchiato di cinquant’anni; dal momento che Pippo conosce i due ragazzi, Marina sfrutta il nuovo aspetto del fidanzato per infiltrarsi nelle stanze dei vip, sebbene non riescano a raccogliere le prove della loro storia fasulla. Per non insospettire Bea, Fabio le racconta che Giulio è suo padre ma, a causa della demenza senile, crede di essere il figlio. Elena sbarca su Marte per cercare il figlio e scambia Fabio e Giulio per una coppia, per poi scoprire la verità da Marina. Nel frattempo, Tina è sempre più attratta da Giulio, tanto da sedurlo. Con un drone, Marina tenta di riprendere la camera degli influencer per dimostrare che dormono in letti separati ma, in diretta, immortala erroneamente una scena di sesso tra Michele e Carolina; non intravedendosi i volti, Pippo lo spaccia per un momento romantico tra Alice e Dylan, i quali, traditi dai rispettivi partner, scelgono di sposarsi per accrescere il loro successo. Accordatasi con Pippo, Marina accetta di occuparsi nel suo blog del loro matrimonio e divorzio, raggiungendo il successo ricercato. Venuta a conoscenza dell’incidente di Giulio, Tina paga il viaggio per farlo tornare giovane. Nel momento in cui Bea ed Elena sco-

prono i suoi inganni, Fabio fugge nel razzo del figlio ma, una volta rientrati, i due scoprono di essere tornati bambini.

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Era solo questione di tempo prima che Neri Parenti ci trasportasse in vacanza nello spazio, così come presagito da Boris e dal suo sguardo perennemente lucido e tagliente, a cui non sfuggono le bassezze del cinepanettone, nel corso del tempo scaduto in una comicità non solo reiterata, ridondante ed eccessiva, ma sempre più autoreferenziale, volgare fino all’offensivo, di cui In vacanza su Marte è probabilmente l’emblema più assoluto. Testamento mortifero di un fenomeno ormai obsoleto, poco consapevole della sua fine, il nuovo film di Parenti fa rivivere il tradizionale film natalizio in una carcassa in decomposizione, che ripropone i soliti stilemi narrativi, sketch e battute ormai conosciuti a menadito, se non scippate dai film precedenti, incapace di rinnovarsi e rivelandosi anacronistico anche nel mettere in scena l’ossessione dei post-millennials per i nuovi fenomeni del web, proponendo nient’altro che una versione 2.0 di Paparazzi. Nel tentativo di ergere un monumento alla propria memoria, il pastiche di Parenti non è poi così distante dall’operazione di montaggio attuata da Paolo Ruffini nel 2017 con Super vacanze di Natale, auspicandosi nell’atteso ritorno del duo De Sica-Boldi, i quali diventano l’insegna della forzatura estrema che sta alla base del progetto, reinterpretando macchiettisticamente i ruoli passati e risultando prevedibili e anacronistici, così come la scrittura delle gag e dell’ironia, sempre più triviale e disdicevole. Nella fiera dei luoghi comuni, risulta davvero di cattivo gusto, soprattutto in un’Italia oggi piuttosto necessitante di specifiche sensibilizzazioni, assodare come 32

nel 2020 si faccia ancora uso di sketch retrogradi e offensivi, come nel caso del misunderstanding sull’omosessualità dei protagonisti, definita ancora in termini lubrici e resa esilarante grazie agli stereotipi più beceri, dalla vocina stridula e storpiata a un parlato scandito da una serpeggiante lingua tra i denti. Lo stesso vale per il soggetto femminile che, sebbene rispetto ad altri capitoli non venga reificato attraverso l’ossessivo sguardo sulle sinuosità e sulle nudità del suo corpo, emerge come scarsamente acuto e succube delle volgarità del partner, sfruttabile in termini economici, esplicitamente delineato come poco di buono (da cui la ridondanza di insulti di De Sica verso la Vukotic) o mosso dall’unico scopo di diventare blogger. Lungi dallo sguardo lucido e spietato dei grandi autori della commedia all’italiana o di un Boris, il nuovo cinepanettone non mette in scena sagacemente i vizi e vezzi dell’italiano medio, ma si muove nella spensieratezza non riflessiva, ma calcolatrice, di chi ripropone quelle bassezze per fare appiglio sulle medesime, grazie alla popolarità del genere, per garantire il proprio successo, auspicando in chi ancora considera lecito prendersi gioco delle identità sessuali e di genere o di chi trova dilettevoli le varie declinazioni volgari e irrispettose con cui è possibile identificare una donna e il suo desiderio sessuale. Se anche molti dei film precedenti hanno viaggiato lungo tale binario, questo nuovo capitolo diventa la versione caricaturale di sé, che neanche le becere trovate alla Nolan e le nuove frontiere spaziali sono in grado di svecchiare, presentando al pubblico il canto decadente di un fenomeno al capolinea, come i protagonisti che l’hanno interpretato. Leonardo Magnante


di Daniele Luchetti

LACCI Origine: Italia, 2020

Erano i primi anni Ottanta quando Aldo venne cacciato da casa sua, a Napoli, dalla moglie Vanda, per aver confessato un tradimento. Dopo qualche tempo, la donna decise di andare a Roma, nella radio in cui il marito lavorava da speaker, per chiedergli di tornare in nome della lealtà e del vincolo del matrimonio. Ma Aldo, ormai innamorato di Lidia, non accettò. Dato che l’uomo si faceva vivo sempre meno spesso, l’unico modo per Anna e Sandro (i figli) di averlo vicino era ascoltare il suo programma alla radio durante la colazione. Cosa che Vanda non gradiva. Un giorno, accompagnando i propri figli a scuola, Vanda notò Aldo con la nuova fidanzata. Senza pensarci, scese dall’auto e aggredì la coppia di fronte ai piccoli. Quando la donna, poi, in presenza degli avvocati, chiese l’affidamento esclusivo dei figli, questo venne accordato senza nessuna replica o protesta da parte di Aldo. Successivamente, durante una trasmissione del marito, Vanda stremata, dopo aver lanciato la radio, tentò il suicidio gettandosi dalla finestra, senza successo. Ad anni di distanza, con i bambini ormai ragazzi, Vanda concesse ad Aldo la possibilità di rivederli. A questo punto, trent’anni dopo, giungiamo al presente. Aldo e Vanda, visibilmente invecchiati, vivono stranamente ancora insieme, in una casa molto più grande e sono in procinto di partire per una vacanza. Prima di lasciare la casa, una giovane ragazza consegna un pacco ordinato da Vanda ma finisce

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per truffare Aldo con la scusa di non avere resto. Nel frattempo si mostra molto interessata alla casa e a uno strano cubo che, a detta dell’uomo, è impossibile da aprire. In vacanza, Vanda accusa Aldo di aver avuto poco polso e di essersi fatto truffare troppo facilmente. Ma in questi momenti, lui non fa altro che pensare alla vecchia relazione con Lidia. Tornati a Napoli, trovano la casa completamente a soqquadro. Mentre cercano di interiorizzare l’accaduto, Vanda si concentra nel cercare il loro gatto, di nome Labes (una sorta di abbreviazione di ‘la bestia’), Aldo invece controlla immediatamente il cubo. Le foto di Lidia che conteneva non ci sono più. Nel cercarle inizia a pensare ai bambini e soprattutto alla vecchia amante. Nei suoi pensieri vediamo scene di un passato che l’uomo rimpiange e aggiungiamo pezzi alla storia. In particolare quando Aldo portò, per la prima volta, i bambini a Roma e non sapeva se presentare loro Lidia perché non voleva facessero confronti con la madre. A causa di questo suo dubbio, l’uomo, che in quell’occasione avrebbe dovuto tenere i figli per tre giorni, li riportò in anticipo alla madre. Dall’evenienza scaturì un litigio talmente acceso da spaventare parecchio i piccoli. Fu a seguito di questo litigio che Vanda decise di buttarsi dalla finestra. Quella volta in cui Aldo rivide dopo anni i ragazzi, in un bar, iniziarono a parlare di metodi per allacciare scarpe, in particolare di quello strano che utilizzavano padre e figlio. In seguito a quella giornata Aldo iniziò a frequentare sempre di più la vecchia famiglia. Avvertiti i carabinieri, Vanda nota un dizionario di latino aperto 33

Produzione: Beppe Caschetto per IBC Movie, con Rai Cinema Regia: Daniele Luchetti Soggetto: dall’ omonimo romanzo di Domenico Starnone Sceneggiatura: Domenico Starnone, Francesco Piccolo, Daniele Luchetti Interpreti: Alba Rohrwacher (Vanda), Luigi Lo Cascio (Aldo), Laura Morante (Vanda anziana), Silvio Orlando (Aldo anziano), Giovanna Mezzogiorno (Anna adulta), Adriano Giannini (Sandro adulto), Linda Caridi (Lidia), Francesca De Sapio (Isabella), Simona Tabasco (Fattorina), Antonella Monetti (Giudice) Durata: 100’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 30 settembre 2020

sulla parola ‘labes’. La scoperta del vero significato del nome del proprio gatto (parole semanticamente vicine a ‘vergogna’) rende evidenti tutte le menzogne sulle quali si è sempre basato il loro rapporto. Da qui inizia un conflitto vocale molto accesso in cui entrambi sfogano il rancore reciproco. Qualche giorno prima del rientro di Aldo e Vanda dalla vacanza, Sandro e Anna, ormai adulti, si recano a casa dei genitori per accudire Labes. Qui tornano alla mente tutti i brutti ricordi d’infanzia legati ai genitori e fantasticano, per una sorta di vendetta, di vendere la casa e dividere i soldi. Anna, che fa ripetizioni di latino, mostra il significato di ‘labes’ a Sandro e Sandro, in risposta, mostra il contenuto del cubo ad Anna. Da qui, sicuri dei tradimenti del padre, iniziano a cercare prove utili a scoprire quelli della madre e nella ricerca provano piacere a buttare e distruggere tutto. Dopo aver nascosto le foto di Lidia in modo da essere trovate e aver messo il dizionario in bella vista, lasciano la casa insieme a Labes.


Daniele Lucchetti non ha bisogno di presentazioni. Regista prolifico, in carriera dagli anni Ottanta, capace di girare pellicole di rilievo come quella in esame. Con Lacci conferma la sua affinità con l’adattamento filmico da romanzo, metodologia spesso praticata in passato, e consolida il rapporto con lo scrittore Domenico Starnone, autore del romanzo da cui è tratto il film in questione (e sceneggiatore dello stesso) ma anche dei romanzi che hanno ispirato La scuola (1995). Attraverso un cast stellare (formato da Luigi Lo Cascio, Alba Rohrwacher, Laura Morante, Silvio Orlando, eccetera), Lacci porta sul grande schermo un dramma familiare che discute il tema (non nuovo per la cinematografia mondiale) dei legami. Di coppia ma anche di sangue.

di Gaia Ceriana Franchetti

La pellicola assume un tono quasi teatrale. La parola prende il sopravvento. Ciò che viene detto è importante e assume un valore proprio in quanto tale. Forse è anche per questo che Aldo è mal visto dalla moglie. Lui parla poco nella vita privata, anche se di lavoro fa lo speaker (e Vanda odia ascoltarlo in radio!). In questa cornice, spiccano le performance dei vari attori che si muovono per un buon 80% all’interno di ambienti domestici. Le rivoluzioni del 1968 misero in discussione il dogma sacrale della famiglia e Aldo e Vanda vivono diversamente il contesto di metamorfosi dei costumi che segue quella data. Aldo è il marito infedele e assente dalla vita dei figli che preferisce l’amore (di un’altra donna) piuttosto che la ‘prigione’. Vanda è la moglie legata al matrimonio e disposta a vivere con un uomo che non ama pur di salvaguardare i propri bambini. Entrambi non consapevoli delle inevitabili conseguenze di queste scelte su di loro. I figli sono, infatti, la pedina fragile di questa scacchiera. Costretti ad assistere a scene troppo forti per il loro limite di sopportazione e per

la loro età, assorbono e assimilano i disastri che queste opposte visioni di famiglia generano (le crisi isteriche della madre, il suo tentato suicidio e l’assenza del padre). Il tutto per aver fatto ‘l’errore’ di nascere sotto quel tetto. ‘Errore’ che porterà a inevitabili contraccolpi, evidenti negli Anna e Sandro adulti del finale. La prima non si è mai sposata. Il secondo ha fatto figli con due mogli diverse. Anna e Sandro. Unici lacci che reggono il legame, tossico, tra Aldo e Vanda. Distrutto dalle ideologie e dal diverso punto di vista. Diverso sul significato di famiglia e, banalmente, diverso sul significato del nome del proprio gatto (‘la bestia’ per l’una e ‘rimpianto’ per l’altro). Un legame sicuramente strano, come strano (cosi lo definisce Anna nel film) è il modo di allacciare le scarpe che adottano Aldo e Sandro, gli uomini della casa. Entrambi libertini. Il che, metaforicamente, mostrerebbe anche un diverso approccio alla famiglia legato alle differenze di genere. Giallorenzo Di Matteo

LA RUOTA DI KHADI – L’ORDITO E LA TRAMA DELL’INDIA

Origine: Italia, 2019 Produzione: Indoroman con il supporto del MiBACT Regia: Gaia Ceriana Franchetti Soggetto e Sceneggiatura: Gaia Ceriana Franchetti Interpreti: Tara Gandhi Bhattacharjee (se stessa), Umang Hutheesing (se stesso), Vinai Kumar Saxena (se stesso), Jallepalli Sankararao (se stesso), Nityananda Choudhury (se stesso), Bhanu Prasad Attuluri (se stesso) Durata: 70’ Distribuzione: Achab Film, Artev Film Uscita: 2 ottobre 2020

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La sequenza della narrazione è condotta dalla voce di Tara Gandhi Bhattacharjee, nipote del Mahatma Gandhi.

Gandhi ha detto che l’arcolaio è la bomba atomica della non violenza. Da qui il Mahatma ha spinto il popolo dell’India a valorizzare la materia della sua terra che ha assunto la forza di un vero e proprio movimento di unità nazionale. Questa materia straordinaria è il Khadi, un tessuto che nasce principalmente dal cotone ma anche dalla seta e dalla lana. Il documentario parte dalla considerazione che il più antico cotone del mondo è stato trovato in una regione dell’Indo e che la prima tintura indaco è avvenuta proprio in India. Il Khadi è un prodotto dell’arco34

laio a cui lavora tutta la famiglia; è una stoffa il cui filo è filato e tessuto a mano in una tessitura che ordisce la ricchezza delle emozioni e dei sentimenti intorno ai quali si racchiude il valore di tutto il clan famigliare. Gli interlocutori della regista sono proprio le persone che lavorano il Khadi e ne organizzano la produzione e la distribuzione nei punti di vendita: determinante è la pulizia dei fiocchi di cotone fatta con i denti di un pesce di fiume poi la pettinatura, la cardatura e la filatura che porta il cotone a


prendere vita. Infine la matassa che l’ufficio accentratore paga alle filatrici valutandone il peso e la lunghezza del filo. Una volta questo tipo di cotone era venduto in negozi dimessi e poco invitanti, dove la gente entrava di malavoglia; oggi è presentato in negozi di alto rango, arricchiti da arredamenti e lampadari preziosi. La seconda storia importante riguarda la lavorazione della seta, dal bozzolo alla filatura e alla tintura del filo eseguita manualmente. Tutto è prezioso, parliamo di bachi da seta selvatici cresciuti sui gelsi e non si getta via nulla: una seta più dura si trae dai filamenti dei bozzoli non utilizzati mentre preziose esche per la pesca si ottengono dai cascami residuati. Non poteva mancare, alla fine, il Sari. Il distretto di Chirala, favorito per la sua brezza marina che pare accarezzare il tessuto lavorato nella classica foggia dell’India, rappresenta uno dei centri di maggiore produzione del sari che per la trama, l’ordito e la tintura costituisce l’anima stessa della nazione. La regista senese Gaia Ceriana Franchetti realizza fin dal 1975 documentari presentati sia dai nostri canali nazionali sia da un network indiano. Comincia così ad approfondire temi e argomenti

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dell’identità nazionale indiana diventando dal 1984 al 1993 presidente dell’Associazione Italia India. La regista si avvale qui del commento della nipote di Gandhi che ci guida a comprendere la lavorazione del Khadi come la tessitura dello spirito dell’umanità svolta con onestà, dedizione, sincerità, purezza. ”In India”, afferma la narratrice, “quando si indossa un Khadi non si ha bisogno di gioielli, perché questo è una cosa a sé stante, un modo di vivere che diventa moda e viceversa. La moda, infatti, non è sempre una parola superficiale quando racchiude il valore stesso della vita di un popolo”. Popolo, villaggio, umanità: le parole del Mahatma continuano a risuonare lungo tutto il documentario: ” ...per il nostro bisogno materiale il nostro villaggio è tutto il mondo ma per i nostri bisogni spirituali tutto il mondo è il nostro villaggio”. Questo, quindi, è da capire, lo stretto legame tra una lavorazione manuale, artigianale di un prodotto (che tocca oggi i sessantacinque miliardi di euro di fatturato) e il rispetto che occorre avere per la materia stessa perché ” ...il Creatore ci perdona sempre, il creato non ci perdona mai”. Questo è il rispetto, la considerazione in cui Gandhi credeva perché quando lui toccava un pezzo inanimato, sembrava ne cercasse l’anima per-

ché rispettava non solo gli esseri umani e gli animali ma anche gli oggetti. La complessità del mondo indiano, il suo continuo divenire nel mantenere intatta la forza del lavoro e la sua connessa spiritualità è rappresentata ancora una volta dalle parole del Mahatma attraverso la voce di sua nipote: “Quando nessuno dovrà dormire per terra, all’aperto e avrà una cena prima di andare a dormire, allora vorrà dire che l’India si è sviluppata in armonia”. Fabrizio Moresco

di Corneliu Porumboiu

LA GOMERA – L’ISOLA DEI FISCHI

Origine: Romania, Francia, Germania, 2020

Cristi è un poliziotto immischiato in un giro malavitoso che sfrutta la sua posizione per muovere un gran quantitativo di denaro. Giunto a La Gomera (Canarie) per incontrare i mandanti, viene istruito a fischiare una strana ‘lingua’ locale, per comunicare a di-

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stanza senza farsi capire: il Silbo. Qui incontra Gilda, colei che qualche tempo prima lo ha convinto con una prestazione sessuale (obbligata dalla presenza di telecamere della polizia nella casa dell’uomo) a collaborare e che, oltre a controllarlo, lo aiuta insieme a Kiko ad apprendere la nuova lingua. Zslot è il mafioso del gruppo con 35

Produzione: Patricia Poienaru, Marcella Ursu per 42 KM Film; Coprodotto Les Films Du Worso Regia: Corneliu Porumboiu Soggetto e Sceneggiatura: Corneliu Porumboiu Interpreti: Vlad Ivanov (Cristi), Catrinel Marlon (Gilda), Rodica Lazar, Agustí Villaronga (Paco), Sergiu Costache (Toma) Durata: 97’ Distribuzione: Valmyn Uscita: 27 febbraio 2020


il quale Cristi è entrato per primo in contatto. L’uomo era attenzionato dalla polizia, a seguito di una soffiata anonima di una donna, perché in possesso di 30 milioni in contanti, probabilmente nascosti nella sua fabbrica dei materassi. Durante le indagini Cristi, al quale era stato assegnato il caso, decise di incontrarlo nel motel ‘L’Opera’ per fare una sorta di accordo di protezione in cambio di un’ingente somma di denaro. Nonostante gli aiuti di Cristi, Zslot viene incastrato con 10 grammi di cocaina e arrestato, a seguito di un omicidio avvenuto nella sua fabbrica. Dei soldi però non c’era più traccia. Kiko viene a sapere da Cristi della soffiata e capisce subito che a farla è stata Gilda. Quest’ultima viene risparmiata da Paco (il capo) perché ancora utile per la missione. Dopo aver tentato la fuga, Cristi viene torturato e poi rinchiuso in una fabbrica dismessa dove continua a prendere lezioni di Silbo. Nel corso delle prime indagini su Zslot, Magda (capo della polizia) aveva già capito i rapporti tra lui e Cristi tramite delle ricerche, ma dato che anche lei era interessata al denaro lascia quest’ultimo impunito. Cristi nel frattempo si guadagna la fiducia di Paco che gli promette 1 milione a fine incarico. Il piano

consiste nel rapire Zslot che però è in carcere. Cristi dovrà fargli bere una sostanza che lo costringerà al trasferimento in ospedale. Da qui, una volta prelevato, il gruppo si farà guidare dai soldi. Il poliziotto è intenzionato a collaborare ma in cambio chiede di risparmiare Zslot e Gilda. Tornato da La Gomera, l’uomo rientra in casa, ancora sorvegliata dai colleghi. Al lavoro dà segretamente appuntamento a Magda in un cinema per farle una proposta: 10 milioni dei 30 di Zslot per tenerli fuori da tutto insieme a Gilda. Magda accetta e il doppio gioco di Cristi inizia: per prima cosa racconta il piano alla donna che organizza un blitz per la sera in cui Zslot verrà rapito. Quest’ultimo dovrà fingere di aver nascosto i soldi in un set cinematografico dismesso pieno di poliziotti. Il piano va in scena. Zslot viene ricoverato e rapito grazie all’aiuto di Cristi, comunicando tramite Silbo. Alin (braccio destro di Cristi) in questa circostanza scopre il rapporto tra Gilda e il collega e inizia a pedinarla. Scopriamo di fatto un’altro doppio gioco: Magda vuole capire dove sono i 30 milioni per appropriarsene, arrestando anche Cristi e Gilda. Nel frattempo il blitz va a buon fine e i mafiosi vengono uccisi, compreso Zslot. Capite le intenzioni di Magda, Cristi fugge. Gilda nel frattempo si è recata al motel ‘L’Opera’ dove sono stati nascosti i soldi. Il receptionist, che si scopre collaboratore di Zslot (altro doppio gioco), uccide Alin e tenta di uccidere anche Gilda che però si difende e lo costringe a collaborare per trasportare via i soldi. Cristi nella fuga viene investito da un’auto. Tempo dopo, Gilda avvicina la madre di Cristi con una scusa per ottenere informazioni su di lui e scopre che si trova sotto sorve36

glianza in un ospedale. Dall’incidente non si è più ripreso, non parla, fischia soltanto. Sfortunatamente in casa della madre c’è anche Magda che capta qualcosa e segue Gilda fino all’ospedale. Mentre quest’ultima comunica da lontano con Cristi tramite Siblo, Magda punta la pistola e in lontananza si sente una sparo. Nel finale Cristi e Gilda si rincontrano a Singapore, sotto lo spettacolo di luci di Supertree Grove. Volto noto del Festival di Cannes, Corneliu Porumboiu torna a stupire con La Gomera-L’isola dei fischi presentato in concorso per la palma d’oro 2019, confermando l’ottima stagione che la cinematografia rumena sta attraversando. Il regista omaggia la storia del cinema e in particolare il genere noir dal quale riprende fedelmente gli stilemi. Ritroviamo il poliziotto corrotto, la malavita organizzata e l’immancabile femme fatale (personaggi che potrebbero sembrare quasi caricaturali). Ingredienti che però vengono tessuti all’interno di una trama arricchita (e a volte gonfiata) da continui salti all’indietro. Di fatto la forma assunta dalla pellicola non risulta affatto lineare e di immediata decifrazione. Dietro una storia relativamente semplice, la struttura frammentata da cartelli (altro omaggio alla cinematografia classica) che suddividono il film in una serie di ‘capitoli’, i quali sono (quasi) sempre intitolati con il nome di un personaggio, rischia di confondere lo spettatore. A ciò si aggiunge che l’uso (o anche abuso) di flashback all’interno delle varie suddivisioni rende la definizione dei rapporti di forza tra i personaggi a volte poco agevole. Rapporti di forza che sono fondamentali per cogliere dei piccoli riferimenti o indizi disseminati lungo l’intreccio, che altrimenti

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sarebbero invisibili. Detto ciò, la scelta (assolutamente arbitraria) della forma penalizza leggermente il risultato finale della pellicola. Da porre all’attenzione è sicuramente l’atteggiamento parecchio post-moderno del regista che non ha paura di citare palesemente Hitchcock (in particolare Psyco, nella scena della doccia o Vertigo), Ford e addirittura Tarantino. Ma oltre al citazionismo, il film

mette in gioco una riflessione sul mezzo cinema e non è un caso che l’intreccio si risolva all’interno di un set cinematografico dismesso. Nello specifico medita sul ruolo degli attori come pedine da muovere all’interno di un sistema più grande e sul ruolo della visione di vite attraverso uno schermo (tema già ampiamente discusso da film come Le vite degli altri o The Truman show).

Di certo, l’argomento della sorveglianza non è lasciato in secondo piano e rimanda direttamente all’idea di una società panottica che abusa di cimici e videocamere di sorveglianza. Una prospettiva, che ci piaccia o no, che è sempre meno astratta e che somiglia sempre più tremendamente alla nostra realtà. Giallorenzo Di Matteo

di Sydney Sibilia

L’INCREDIBILE STORIA DELL’ISOLA DELLE ROSE Origine: Italia,2020

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Strasburgo, 1968. Giorgio Rosa si è recato al Consiglio D’Europa per essere tutelato in quanto capo di stato dell’isola che ha co-

struito. Bologna, 1967. Giorgio e Maurizio festeggiano il superamento dell’esame di stato per ingegneri a suon di birra con gli amici. Nel locale entra Gabriella, l’ex di Giorgio, con la quale quest’ultimo si siede al tavolo per chiacchierare. A fine serata la ragazza accetta un passaggio a bordo di una bizzarra auto costruita dallo stesso, ma nel tratto vengono raggiunti da una volante. Nessuna targa, nessun libretto, nessuna patente e i due vengono arrestati. Il giorno seguente Giorgio, dopo aver ascoltato la predica del padre, va in università da Gabriella, docente in formazione, che lo sgrida ulteriormente per averle sporcato la fedina penale. Tre mesi dopo Giorgio, entrato a far parte di una scuderia, si trova sul circuito di Imola dove, alla visione di un cartello pubblicitario su una piattaforma petrolifera, ha l’intuizione: costruire un’isola d’acciaio al largo delle acque territoriali italiane e coinvolgere l’amico Maurizio. Messo in moto il piano, i due

iniziano la costruzione. Tutto il processo fila liscio e anche lo scavo per trovare acqua potatile va a buon fine, cosi alla prima occasione buona Giorgio decide di passarvi la prima notte. Quella stessa notte una tempesta imperversa e porta sulla sua “terra” il primo cittadino: Pietro, un saldatore che viveva in una barca in cerca di riparo. Il secondo cittadino invece, poco dopo, è Rudy Neumann, il più grande organizzatore della riviera romagnola. Con lui la piattaforma viene rinominata ‘Isola delle Rose’, si dota di una lingua e si trasforma in una meta turistica che attrae gente da tutta Europa. Intanto Franca, una vecchia fiamma di Rudy, ottiene posto come barista e il gruppo si completa. In un’occasione fa visita Gabriella che comunica a Giorgio il suo imminente matrimonio e definisce l’isola una discoteca più che uno stato. Questa affermazione lo colpisce e lo spinge, in quanto presidente, a cercare riconoscimento presso le Nazioni Unite. Dalla sede dell’ONU, la notizia giunge al governo italiano e in tempi brevi diventa una questione cruciale. Inviare agenti non è servito a nulla, così il ministro degli interni, Franco Restivo, si rivolge alla tv dove denuncia l’indecenza dell’isola, finendo per spargere ancor 37

Produzione: Matteo Rovere per Grøenlandia, Netflix Regia: Sydney Sibilia Soggetto e Sceneggiatura: Sydney Sibilia, Francesca Manieri Interpreti: Elio Germano (Giorgio Rosa), Matilda De Angelis (Gabriella), Leonardo Lidi (Maurizio Orlandini), Thomas Wlaschiha (W.R. Neumann), Alberto Astorri (Pietro Bernardini), Violetta Zironi (Franca), François Cluzet (Jean-Baptiste Tomà), Fabrizio Bentivoglio (Franco Restivo), Luca Zingaretti (Giovanni Leone) Durata: 118’ Distribuzione: Netflix Uscita: 9 dicembre 2020

di più la voce. A questo punto, se i mezzi leciti falliscono, non resta che utilizzare la corruzione: due bagni in cambio dell’abbandono del progetto. Intanto mentre il governo delle Rose si dota del primo passaporto ufficiale, anche il Vaticano inizia a preoccuparsi della libertà di costume che ne deriva e chiede al governo italiano di agire. Palazzo Chigi


è però inondato di richieste di annullamento della cittadinanza italiana in favore di quella dell’isola. Per convincere/spaventare Giorgio, il ministro Restivo per prima cosa fa licenziare il padre e poi corrompe tutti i suoi collaboratori. Ma l’ingegnere non molla e chiede aiuto a Gabriella, in quanto esperta di diritto internazionale. Dalla conversazione capisce di doversi recare alla corte di Strasburgo che, straordinariamente, accoglie le sue rimostranze. Restivo, venutone a conoscenza, chiama Giorgio e, con tono intimidatorio, minaccia un attacco armato e lo costringe a tornare di corsa sulla sua isola per evitare il peggio. Gabriella nel frattempo rinuncia al matrimonio per ricongiungersi a Giorgio. La notizia dell’attacco raggiunge tutti e i vecchi collaboratori fanno ritorno all’isola per proteggerla. La squadra è di nuovo al completo. La nave bombardiera spara colpi intimidatori, loro non demordono ma alla fine devono arrendersi agli incursori. Trasportati sulla nave della Marina, Giorgio e Gabriella, ormai di nuovo affiatati, assistono alla demolizione della piattaforma.

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Rosa ha davvero costruito una piattaforma d’acciaio e si è davvero dichiarato indipendente il 1º maggio 1968. Sydney Sibilia si imbatté per caso in questo avvenimento durante le ricerche per Smetto quando voglio e da quel momento non ha più abbandonato l’idea di girarci un film intorno. Il regista, reduce dall’ottimo successo della sua trilogia, mette su un’opera (prodotta da Groenlandia Group, la casa produttrice creata insieme a Matteo Rovere, e distribuita da Netflix) che si inserisce perfettamente all’interno della sua ridotta filmografia. Il Giorgio Rosa, interpretato egregiamente da Elio Germano, non è molto distante dai protagonisti di Smetto quando voglio: sono tutti personaggi intellettualmente dotati (e qui si vede l’interesse quasi recidivo di Sibilia per queste figure) che sfruttano le proprie capacità, incomprese dalla società che li circonda, per compiere azioni che nessuno si aspetta. D’altronde il vero Giorgio Rosa dichiarava proprio di volere creare “un paese indipendente dove gli intelligenti potessero comandare e gli idioti servire” e di certo Sibilia non poteva non cogliere la palla al La storia - come recita il balzo. In questa e in altre dichiaratitolo stesso del film - ha dell’incredibile: Giorgio zioni il fine politico è evidente. Il

di Enrico Iannaccone

gesto da lui compiuto proprio nel maggio del 1968, consciamente o inconsciamente, non può e non deve essere considerato come un semplice gesto fatto “per lo stesso motivo per cui un cane si lecca i testicoli”, ma come un atto figlio di un contesto storico ben preciso. Sebbene la pellicola appaia disincantata e distaccata da quel panorama (escluse alcune sezioni descrittive che utilizzano filmati d’archivio), riesce a raccontare il Sessantotto in una maniera molto incisiva e a tratti metaforica: non c’è spazio per il conflitto nelle strade ma i valori contrapposti dalle parti in gioco sono i medesimi, nuovi costumi e nuovi valori dei giovani cittadini contro i valori ormai giunti al capolinea di una classe politica in decadimento, che si appoggia a retoriche e modus operandi non più accettabili. Come le manifestazioni sessantottine hanno contribuito significativamente a cambiare la storia, Giorgio Rosa con la sua piccola“lotta” ha fatto altrettanto, influenzando le Nazioni Unite, anni dopo, a spostare il confine delle acque nazionali da 6 a 12 miglia. Il tutto a dispetto di chi lo riteneva un semplice sognatore. Giallorenzo Di Matteo

LA VACANZA

Origine: Italia, 2019 Produzione: Luciano Stella, Maria Carolina Terzi per Mad Entertainment, Big Sur, con Rai Cinema Regia: Enrico Iannaccone Soggetto e Sceneggiatura: Enrico Iannaccone Interpreti: Antonio Folletto (Valerio), Catherine Spaak (Carla), Carla Signoris (Michela), Veruschka von Lehndorff (Anneke), Luca Biagini (Arturo), Martina Klier (Margit), Marco Cavalli (Marco) Durata: 98’ Distribuzione: Adler Entertainment Uscita: 3 settembre 2020

Carla, ex magistrato in pensione, inizia a perdere il contatto con la realtà a causa della progressione dell’Alzheimer, per cui chiede a sua cognata Michela, considerata come una sorella, di accompagnarla in Cilento per qualche giorno, per andare a fare visita alla sua vecchia amica Anneke, la quale passa le sue giornate in compagnia del giovane Valerio. Il

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ragazzo gestisce un chiosco sulla spiaggia e vive un’esistenza intrappolata nel ricordo della sua ex moglie Margit, non trovando più nulla che riesca a stimolarlo ad andare avanti. Valerio incontra Carla e tra i due nasce una profonda amicizia; la donna gli racconta vagamente di conoscere Anneke per lavoro, anche se non specifica ulteriori


dettagli sulla loro amicizia. Con Carla, il giovane si sente compreso, tanto da lasciarsi andare alle sue emozioni e al suo dolore, trovando sollievo solamente nella sua compagnia. Dal momento che Carla non vuole rientrare a Napoli, Michela, costretta a rincasare, le promette di tornare il giorno seguente a riprenderla; la protagonista chiede ad Anneke di ospitarla per la notte, ma la donna si rifiuta di vederla ulteriormente, perché non riesce a perdonarsi per il dolore che le ha provocato anni prima. Valerio trova Carla da sola in spiaggia e decide di occuparsi di lei, non riuscendo a comprendere l’ambiguo rapporto con Anneke. A cena, Carla racconta della sua professione da magistrato e del rapimento di cui rimase vittima; anche Valerio si apre con lei, confessandole la sua storia con Margit, che incolpa per essersene andata dato che egli non voleva figli. La mattina seguente, Arturo, il marito di Carla, scopre che la moglie è ancora in Cilento e quando capisce che Michela l’ha portata da Anneke, va su tutte le furie, non comprendendo come abbia potuto condurla dalla terrorista coinvolta nel suo rapimento, nonostante il desiderio della moglie di rivederla dopo le violenze subite. Nel frattempo, Carla tenta di aiutare Valerio a liberarsi dal ricordo di Margit, nascondendo la chiave della cassaforte dove il ragazzo tiene le foto della sua ex moglie. Arturo e Michela arrivano in Cilento e, sebbene Carla voglia rimanere nella speranza di morire lì, viene riportata a Napoli. Grazie all’aiuto della donna, Valerio inizia a superare il suo odio per Margit, spedendole il grammofono che aveva tenuto con sé per vendicarsi del suo abbandono. Il protagonista torna a Napoli per andare a trovare la sua amica, ma scopre che la donna è stata rinchiusa in una clinica psichiatrica

e, quando le fa visita, capisce che Carla non ricorda più il suo nome. Arturo e il figlio sono furiosi per la visita e Valerio, irato per la decisione familiare di rinchiuderla, chiede di poterla portare con sé per prendersi cura di lei, al contrario della famiglia. Valerio viene aggredito e cacciato e Arturo decide di trasferire Carla in un’altra struttura, a cui sarà vietato l’ingresso a chiunque, compresa Michela. Devastato, Valerio non può fare altro che tornare a casa e alla sua solitudine. Il male di vivere serpeggia in ogni inquadratura del nuovo film di Enrico Iannaccone, contraddicendo l’apparente piacevolezza insita nel titolo e nell’ambientazione marittima, che non sembra accogliere i personaggi, restituendone la malinconia attraverso il clima plumbeo di fine estate, specchio del loro disagio interiore, similmente al mare in tempesta del celebre C’era un uomo di Victor Sjöström. La narrazione procede per quadri, totalmente avulsa da qualsivoglia motore narrativo, senza alcun tipo di desiderio che attivi un dinamismo vitale, mantenendo quelle minime evoluzioni (la riconciliazione di Valerio con sé dopo il divorzio) piuttosto insignificanti rispetto all’enormità del vuoto che le attanaglia, rievocando un certo cinema moderno, in particolar modo la staticità dei tempi morti del celebre viaggio descritto in L’avventura di Antonioni. La scelta di interrompere un flusso narrativo di stampo classico la si osserva dalle operazioni di montaggio che, spesso, non tende a frammentare l’azione, ma favorisce la continuità di un unico piano, in cui si privilegiano sub-inquadrature e mise en abyme visive, nonché un certo rigore geometrico, come nella sequenza della cena tra Carla e Valerio, strutturata attorno a un’unica

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inquadratura statica, senza campi e controcampi, in cui vige una centralità visiva degli interpreti e una tripartizione del piano data dalla struttura architettonica che ospita i protagonisti e le comparse. Affascinante il confronto tra Valerio e Carla che, relegati a un diverso stadio del proprio percorso vitale ed esistenziale, si rapportano come perfette antitesi l’uno dell’altro, nonostante il profondo legame affettivo che li avvicina: se il protagonista, nel fiore dei suoi anni nonostante le problematiche di salute, si esclude volontariamente dalla vita, andando avanti come mero essere esistente e corporeo ma privato di qualsiasi dinamismo vitale, la sua controparte (interpretata dalla celebre Catherine Spaak), di fronte al dissolvimento graduale di ogni tappa della propria esistenza, si aggrappa all’ultimo brandello della vita ancorandosi alla fuggevolezza del presente, a quell’istante che, a causa del peso del passato e dei suoi fantasmi, non riesce a essere vissuto pienamente da Valerio. Fortunatamente, l’interpretazione di Antonio Folletto risulta matura per il ruolo stratificato che è chiamato a interpretare, richiedente una competenza espressiva e un linguaggio corporeo in grado di restituire l’animo tormentato di Valerio, permettendo di osservare nuove sfaccettature del suo stile recitativo, conosciuto per personaggi di note serie televisive italiane come Gomorra o I bastardi di Pizzofalcone.


La vacanza è un film piuttosto riuscito, anche se non esente da momenti leggermente carichi di nuance retoriche evitabi-

li, soprattutto nel finale, in cui più centrato sull’immagine che sembra contraddire momenta- sulla parola. neamente il silenzio altamente Leonardo Magnante loquace che accompagna un testo

di Grand Corps Malade, Mehdi Idir

L’ANNO CHE VERRÀ

Origine: Francia, 2019 Produzione: Eric Altmayer, Nicolas Altmayer, Jean-Rachid Regia: Grand Corps Malade, Mehdi Idir Soggetto e Sceneggiatura: Grand Corps Malade, Mehdi Idir Interpreti: Zita Hanrot (Samia Zibra), Liam Pierron (Yanis Bensaadi), Soufiane Guerrab (Messaoud), Moussa Mansaly (Moussa), Alban Ivanov (Dylan), Antoine Reinartz (Thierry Bouchard), Ibrahim ‘Facher’ Dramé (Lamine), Moryfère Camara (Issa), Gaspard Gevin-Hié (Kevin), Mahamadou Sangaré (Fodé), Blandine Lenoir (Anne) Durata: 111’ Distribuzione: Bim Distribuzione Uscita: 9 luglio 2020

La giovane Samia, ispettrice scolastica alle sue prime esperienze lavorative, si trasferisce dalla regione dell’Ardèche al municipio di Saint-Denis, una periferia difficile, per lavorare in una scuola media. Samia presenta ai professori dell’istituto i due supervisori e collaboratori: Dylan e Moussa. Messaoud, il professore di matematica, e Bouchard, il professore di storia, hanno a che fare con una classe difficile tra cui spicca Yanis, un ragazzo particolarmente insofferente alle regole e strafottente. Samia dice al ragazzo che non gli permetterà di fare il furbetto, minaccia per lui un provvedimento disciplinare. La condotta di Yanis diventa spesso oggetto di discus-

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sione tra i professori. Samia parla col ragazzo esortandolo ad avere un comportamento più corretto. Yanis dice che ha il padre in prigione, Samia gli confessa che anche lei va al carcere di Nanterre a trovare un amico. Yanis dice di amare il cinema, la giovane ispettrice lo stimola a cambiare strada. Una sera i professori si rilassano a una festa. Il giorno dopo Samia continua a cercare di essere una buona consigliera per gli studenti. Ma poco dopo un episodio destabilizza i fragili equilibri tra insegnanti e allievi: il professor Bouchard viene colpito alle spalle mentre fa lezione alla lavagna. Il professore è convinto che sia stato Yanis. Secondo Samia devono minacciare di sospendere tutta la classe per tre giorni per indurre il ragazzo a confessare. Yanis dice a un amico che è stato lui ma che non poteva prendersi la colpa. Samia cerca lavoro per il fidanzato in carcere. Una sera la giovane va a prendere un caffè con il collega Messaoud. I due concordano sul fatto che insegnare in quella scuola non è come insegnare altrove. Samia racconta di aver incrociato Yanis al parlatorio del carcere di Nanterre; la ragazza racconta che il suo fidanzato è in prigione per un traffico di carte di credito: per ottenere la libertà condizionata ci vorrebbe una promessa di impiego. Samia gli chiede aiuto. Messaoud dice che ci proverà. Intanto il supervisore Moussa mette in guardia Yanis sul cugino Fodé che rischia di mettersi nei guai. Poco dopo Samia consiglia a Yanis una scuola di formazione sul linguag40

gio degli audiovisivi da frequentare dopo la maturità. Poco dopo Samia va in carcere a parlare col fidanzato Fred e scopre che lui le aveva mentito: commettendo illeciti più di una volta, ora rischia una condanna fino a sei anni. La ragazza è delusa, si è esposta per lui e preoccupata di trovargli un lavoro, si è trasferita in quella città e in quel contesto difficile solo per lui. Samia chiama una guardia e lo fa portare via. La ragazza si sfoga con Messaoud, pensa di andare via di là una volta finito l’anno scolastico. Confessa che lì è sola e non è facile per lei, poi dice che farà il massimo per salvare due o tre allievi prima della fine dell’anno. Ma Yanis continua a mettersi nei guai provocando una rissa. Samia informa la mamma del ragazzo che non sapeva nulla della condotta del figlio. Yanis confessa a Fodé che ora vuole impegnarsi e fare un corso sul linguaggio degli audiovisivi. Ma Fodé gli propone un affare: aprire un ristorantino con lui. Poco dopo Yanis assiste a un incidente in cui perde la vita Fodé. Yanis dice a Moussad di far avere alla madre del denaro che Fodé aveva nascosto. Poco dopo il ragazzo in classe aggredisce il professor Bouchard che lo caccia fuori. Samia porta Yanis a colloquio con il preside. Ora la commissione deve votare sui provvedimenti da adottare per lui. Samia cerca attenuanti per il ragazzo ma Bouchard è convinto che non sia adatto al sistema scolastico, Messaoud pensa che il ragazzo abbia migliorato il suo impegno. Yanis prende la pa-


rola dicendo che lui stesso voterebbe per la sua espulsione, ammette di non avere chance per il futuro e rinfaccia ai professori di aver riunito tutti gli allievi più difficili in una classe “senza opzioni”. Samia pensa che lui possa riuscire nel corso sul linguaggio degli audiovisivi. Ha luogo la votazione. Primo giorno dell’anno successivo. Samia è ancora in quella scuola, sta con Messaoud. La ragazza si presenta ai vecchi e nuovi allievi. Yanis è ancora lì. Il cinema da decenni ormai ha più volte gettato lo sguardo sul mondo della scuola, con punti di vista, angolazioni, sguardi diversissimi. Spesso con il grande merito di scansare con un colpo di spugna i tanti, troppi, luoghi comuni su un universo complesso, stratificato e multiforme. Nel caso de L’anno che verrà i registi Grand Corps Malade e Mehdi Idir hanno scelto come cornice un contesto difficile, una scuola media della banlieu parigina di Saint Denis. Mehdi Idir, uno dei due registi del film, ha confessato di avere diverse cose in comune con il giovane Yanis. Dietro il nome del coregista Grand Corps Malad si cela invece Fabien Marsaud, cineasta che ha adottato questo pseudonimo in seguito a un grave incidente che ne ha ridotto la mobilità. Grande merito

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dei due registi (già autori nel 2016 del riuscito Patients, film che getta uno sguardo forte e lucido sul tema dell’handicap) è di aver saputo conferire grande autenticità a una serie di piccole storie che dipingono un realistico quadro d’insieme. Il film riesce a distinguersi da altre pellicole dello stesso filone ‘scolastico’ per una grande autenticità e senso di realismo (gli interpreti sono tutti ragazzi non professionisti) e per una certa leggerezza d’insieme che riesce a mantenere nonostante la serietà di alcuni temi trattati. A comporre questa levità concorre anche una colonna sonora composta da Angelo Foley capace di alternare temi allegri ad altri dai toni più gravi, oltre a una serie di brani dai ritmi accattivanti. Il titolo italiano L’anno che verrà non deve trarre in inganno, molto più aderente alla materia trattata è l’originale La vie scolaire. Il film, infatti, senza vantare pretese sociologiche ed esente da qualsiasi tentazione moralizzante, mette in scena la vita scolastica senza filtri facendo via via emozionare, riflettere o anche sorridere, mostrando semplicemente il disagio di una certa realtà socio-culturale. Quella stessa ‘vita scolastica’ che è argomento di grande attualità anche oggi, in tempi di pandemia e con parte della scuola relegata a casa con l’ormai famosa DAD (Didattica a Distanza).

In questo contesto la figura della protagonista Samia diventa il punto centrale di congiunzione tra la scuola e le famiglie. Grazie a questa piacevole e giovane vice-preside, pur sotto la patina di leggerezza, il film coglie nel pieno il cortocircuito che si è venuto a creare con la scuola di oggi che, a detta di un fine pensatore come Umberto Galimberti, non educa più. Se è vero che il vero imperativo della scuola è ‘educare’ più che ‘istruire’, se è vero che “istruire significa trasmettere contenuti culturali per via intellettuale da una mente all’altra: dall’insegnante al discepolo” mentre “educare significa curare la dimensione emotivo-sentimentale dei ragazzi aiutandoli a passare dalla pulsione all’emozione”. Come ha sottolineato il filosofo, la mente non si apre finché non si apre il cuore. L’urgenza, colta perfettamente dalla sensibile e intelligente figura cardine di Samia, è quella di educare e non solo istruire. E le ‘classi senza opzioni’ di questo film (di cui forse la maggior parte delle persone ignora l’esistenza), classi speciali in cui si intensificano gli insegnamenti per far recuperare gli allievi più disagiati, sono l’ennesima prova della grande e grave incapacità di educare della scuola di oggi. Elena Bartoni

di Julien Leclercq

LA TERRA E IL SANGUE

Origine: Francia, Belgio, 2020

Una banda di criminali fa irruzione all’interno di una stazione di polizia con lo scopo di sottrarre un grosso quantitativo di cocaina dalla sala prove; durante il colpo però, a seguito dell’uccisione di alcuni poliziotti, una parte della banda decide di tradire i pro-

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pri compagni e scappare via con il malloppo. Nel frattempo, Saïd, proprietario di una grossa segheria in mezzo ai boschi delle Ardenne, ha scoperto di avere a disposizione solo pochi mesi di vita a causa di un carcinoma. L’uomo decide quindi di vendere la propria attività in modo da poter garantire alla 41

Produzione: Labyrinthe Films Regia: Julien Leclercq Soggetto e Sceneggiatura: Julien Leclercq, Jerémie Guez Interpreti: Sami Bouajila (Said), Eriq Ebouaney (Adama), Samy Seghir (Yanis), Sofia Lesaffre (Sarah), Redouanne Harjane (Mehdi) Durata: 80’ Distribuzione: Netflix Uscita: 17 aprile 2020


propria figlia, Sarah, sordomuta e orfana di madre, un futuro migliore. Tutto sembra filare per il verso giusto, ma uno dei suoi apprendisti in libertà vigilata, Yanis, viene convinto dal fratellastro Mehdi (sopravvissuto alla rapina precedente), a nascondere il carico di droga proprio all’interno della segheria. Intanto, il boss Adama e la sua banda sono alla ricerca del maltolto e, dopo aver estorto la confessione a un doppiogiochista, si dirigono alla segheria con intenzioni tutt’altro che benevole. Più tardi, Saïd trova la droga nascosta all’interno dell’automobile di Yanis; non trovando altra soluzione, decide di rinchiudere il giovane dentro la rimessa della segheria e di denunciare tutto alle autorità locali. Durante il tragitto però, Saïd scorge nelle vicinanze la banda di malviventi e, resosi conto del pericolo, torna immediatamente indietro, in direzione della segheria; al suo arrivo, uccide il fratello di Adama, dopo aver minacciato con una pistola la figlia, e libera Yanis. Quando Adama scopre quanto è successo, decide di vendicarsi nei confronti di Saïd. Quest’ultimo però, è disposto a tutto pur di salvare sua figlia; sfruttando la conoscenza del luogo, attira su di sé i malviventi e li uccide uno per uno così da consentire a Sarah e Yanis di fuggire; purtroppo i due vengono inseguiti da alcuni scagnozzi, e Yanis viene ucciso nel

tentativo di proteggere Sarah; la giovane allora, sconvolta, si precipita a casa di un vecchio per chiedere aiuto. Nel frattempo, viene incendiata la segheria e Saïd è costretto a fuggire con un veicolo fino a quando raggiunge un fienile dove trova il corpo dissanguato di Yanis; poi però, a seguito di uno scontro a fuoco, viene gravemente ferito e lasciato inerme da Adama. Ma quest’ultimo, per vendicare la morte del fratello, è intenzionato ad uccidere Sarah. In seguito, Adama cattura la giovane ma, mentre tenta di spezzarle l’osso del collo, arriva Saïd che lo uccide violentemente con un ascia. Infine, Saïd, cade a terra ormai in fin di vita con accanto Sarah che lo tiene stretto a sé mentre è in attesa dell’arrivo di un elicottero della polizia. La vendetta è uno dei temi più amati e abusati nel cinema d’azione. Sono innumerevoli infatti, i film con protagonisti eroi solitari che - mossi da un catartico desiderio di rivalsa - intraprendono una dura lotta contro un gruppo di villain (assassini, rapitori, malviventi) pur di proteggere o salvare la vita dei propri cari. Su questa scia si inserisce anche La terra e il sangue, sesto lungometraggio del regista francese Julien Leclercq che - dopo aver diretto l’imbolsito Jean-Claude Van Damme nel cupo The Bouncer (2018) - ritorna nuovamente a solcare il genere attraverso un crudo action movie dal vago sapore western. Eppure, nonostante un promettente avvio - con una scena di rapina ben coordinata seguita da uno scontro a fuoco degno di un polar di Olivier Marchal - il film si sgonfia subito, risultando troppo lento, prevedibile e poco appassionante.

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Le cause sono riscontrabili a partire da una sceneggiatura banale e senza particolari colpi di scena (tutti abbastanza scontati) che - attraverso una narrazione lineare e scevra di qualsiasi introspezione psicologica - evidenzia tutta la pochezza di fondo complessiva di una pellicola che ha troppa fretta di arrivare alla risoluzione finale (anche per via della sua breve durata). Infatti, molte delle sottotrame imbastite nella prima metà del film (come ad esempio il carcicoma di Saïd o il sordomutismo di Sarah) vengono bruscamente abbandonate, rivelandosi solo un pretesto per dare spazio all’estenuante resa dei conti tra il protagonista e la banda di criminali. Gli stessi personaggi sono troppo abbozzati e stereotipati per garantire un minimo coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore, mentre la regia di Leclercq non riesce mai a infondere quel cambio di ritmo di cui necessita la vicenda. Sicuramente uno dei difetti più evidenti del film è quello di essere costantemente ancorato a schemi classici pieni zeppi di cliché, che non aggiungono (né tolgono) nulla di nuovo al genere: dal manicheo scontro tra il buono e il cattivo, per passare alle corse contro il tempo, agli inseguimenti, all’impossibilità di chiamare aiuto, agli slanci di coraggio, ai salvataggi in extremis, ecc. Tra le poche note positive bisogna evidenziare l’originale scelta della location - una segheria immersa in mezzo ai boschi delle Ardenne - che, oltre ad essere un’interessante metafora verso un mondo rurale e lontano dalla civiltà, ha permesso al regista di trovare delle soluzioni piacevolmente creative in molte sequenze action, alcune delle quali sorrette da una buona dose di violenza (anche se ridicole e prive di pathos). Alessio D’Angelo


di Andrea Segre

MOLECOLE Origine: Italia,2020

“Dal fondo del mio avvenire, durante tutta questa vita assurda che avevo vissuto, un soffio oscuro risaliva verso di me attraverso annate che non erano ancora venute. (Albert Camus, “Lo straniero”)”

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Su sfondo nero, in bianco, un verso del filosofo/scrittore francese regala la prima suggestione al film, accompagnata dal suono dei rintocchi di un campanile e dal canto di gabbiani in volo. Un gabbiano si libra anche sulla prima inquadratura in campo lungo del centro storico di Venezia, alla quale seguono campi medi su una città piena di gondole, vaporetti, bancarelle e turisti che affollano il patrimonio Unesco. E poi, sulle immagini di diversi gondolieri al lavoro per traghettare i tanti turisti tra le calle della città, entra la voce fuori campo del regista che per tutto il tempo guiderà la narrazione, mettendosi in relazione in prima persona con la città ed esprimendo, in una sorta di diario, tutte le sue sensazioni nel trovarsi nella Venezia vuota del lockdown del 2020. In questo flusso, protagonista è anche il dialogo con il padre, morto dieci anni prima, che lì era nato e vissuto fino al trasferimento a Padova dopo il matrimonio e l’incarico presso l’università. Ulderico Segre era uno scienziato, un fisico chimico che studiava il movimento delle molecole: piccoli e invisibili elementi naturali che non vediamo ma che determinano l’evoluzione del mondo. La narrazione metterà in dialogo le molecole studiate da Ulderico con quelle del virus che ha sconvolto il mondo e i tanti silenzi che

hanno caratterizzato il rapporto con il figlio. Alle immagini della Venezia di oggi si alternano quelle (in bianco e nero) girate in super8 dal padre del regista quando aveva sedici/ venti anni e quelle della Laguna del suo tempo (a colori): gli anni Cinquanta e Sessanta, quelli dove la città era considerata ancora “vivibile” perché erano presenti poche macchine a motore e più veneziani che turisti. Chiusura in nero seguita dal titolo del film (in bianco su sfondo nero) detta la fine del prologo e l’inizio del film, con l’immagine del protagonista: Ulderico, con Andrea bambino, in un autoritratto davanti ad uno specchio. Uno scatto perfetto che nasconde la sua natura di riflesso e che, come tutte le riprese del padre, denota una cura per le inquadrature geometriche. Queste inquadrature entrano in dialogo con quelle del regista che si trova a filmare una Venezia vuota. Segue l’incontro con diversi personaggi che a Venezia vivono quotidianamente e che hanno uno stretto rapporto con l’acqua. Il primo è Luigi Divari che da dieci anni vive su una barca a Vignole. Durante una cena con amici, i tre si dividono tra apocalittici e bucolici rispetto al destino della loro città. Poi c’è Elena Almansi che andava a scuola vogando, figlia di campioni di voga veneti che insegna lo sport ai turisti stranieri; il 25 febbraio 2020 simula una lezione per il regista e si trova a denunciare lo spopolamento della città da parte dei veneziani che non trovano più spazio per vivere in Laguna. Lo stesso giorno il governo blocca i festeggiamenti del martedì grasso e i turisti iniziano ad abbandona43

Produzione: Zalab Film con Rai Cinema, in Associazione con Vulcano e Istituto Luce Cinecittà, in collaborazione con Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni Regia: Andrea Segre Soggetto e Sceneggiatura: Andrea Segre Interpreti: Ulderico Segre, Giuliano Segre, Uberto Segre, Anna Pagliero, Mauro Stoppa, Boris Borella, Luigi Divari, Elena Almansi, Maurizio Calligaro, Giulia Tagliapietra, Alberto Spizzamiglio, Anna Campagnari, Marino Almansi, Patrizia Zanella, Alexandra Ioana-Drobota, Marta Bortolozzo, Samanta Coviç, Dafni Segre, Archontoula Skourtanioti Durata: 68’ Distribuzione: Zalab Film Uscita: 3 settembre 2020

re la città. La ragazza, nei giorni a seguire, remerà nel Canale della Giudecca completamente deserto. Un sogno prima inimmaginabile, che ora affascina e al contempo fa paura. A Punta della Salute c’è Maurizio Calligaro, addetto per anni del centro che controlla le maree, che non può credere allo spettacolo davanti ai suoi occhi: senza barche il moto ondoso è inesistente. Il più grave problema della città è sparito. Poi Giulia Tagliapietra, vittima della straordinaria acqua alta del novembre 2019 che, nella sua Venezia vuole, nonostante tutto, continuare a vivere. Dopo l’immagine della Basilica dedicata alla peste che nel 1630


uccise solo a Venezia 15000 persone, seguono quelle della città in pieno lockdown e il regista ricorda come Camus fosse l’autore più amato dal padre “perché sapeva indagare il rapporto dell’uomo con il destino. Destino preparato da eventi fuori dal nostro controllo. Ognuno nasce con una parte scritta. Tanto vale accettarla” recita la voce narrante. E così lo spettatore scopre che il padre del regista aveva un soffio al cuore e Segre ipotizza che l’amore dell’uomo per la scienza fosse un suo modo per capire il funzionamento del suo destino “per dialogare con l’assurdo della vita, come lo chiamava il filosofo francese”. A Sant’Erasmo spariscono le barene a causa dell’acqua alta e il regista sfrutta uno straordinario abbassamento del livello per vederle insieme ad una donna del luogo. A contrasto con le immagini iniziali, in piena emergenza sanitaria, San Marco e tutte le calle più frequentate sono deserte: i gabbiani gridano per la fame perché non possono più rubare il cibo ai turisti, le bancarelle non ci sono più e la voce di una giovane cantante lirica inonda una piazza deserta. Restano a guardare ed essere filmati dal regista i manichini delle boutique di alta moda che fanno capolino dalle vetrine. Segre, bloccato a Venezia con la famiglia, festeggia il compleanno della figlia con i parenti collegati in videoconferenza. Il film torna sull’immagine dell’autoritratto del padre che entra in relazione con quello del regista davanti ad una porta a vetri in una Venezia dove l’autore, con movimenti lenti (anche con “camera barca”) cattura la realtà di una città fragilissima. L’ultimo personaggio del film è l’ombra del regista, ormai unica presenza tra le calle della Laguna, con la nebbia che diventa

sempre più fitta nella notte veneziana che precede l’alba e col regista che, dopo questo lungo viaggio, forse ha trovato una sua risposta ai silenzi del padre. Molecole si conclude con una seconda foto, inedita, di padre e figlio bambino, davanti allo specchio, con il volto del padre non più nascosto dalla macchina fotografica ma sorridente mentre guarda il figlio. La pandemia. Senza, non avremmo avuto Molecole anche se Segre va oltre e sfrutta la situazione straordinaria come pretesto per dialogare con l’inevitabile. Senza il lockdown Andrea Segre avrebbe realizzato il film-indagine sulle due grandi tensioni della città: il turismo e l’acqua alta. L’autore, da sempre al lavoro su film documentari e di finzione (eccellendo più nei primi, basti pensare a Il sangue verde e a Come un uomo sulla Terra), è stato capace come capita al miglior cinema documentario - di filmare quello che non poteva prevedere che accadesse. Ha preso in mano la camera e ha girato per una Venezia fatta di vuoti e di fantasmi lasciando che l’instabilità delle sue riprese simulasse anche il suo stato d’animo, e solo in fase di montaggio è maturata la scrittura dell’opera. Ha lasciato da parte la razionalità e i programmi alla base di tutti i suoi progetti per lasciarsi guidare dall’imprevedibilità data dalla pandemia. “Un film inconscio perché non avevo idea di cosa stavo girando” ha dichiarato nelle tante presentazioni in sala del film, seguite alla proiezione alla 77esima Mostra Internazionale del cinema di Venezia dove il film è stato l’evento di pre-apertura, Fuori concorso. Un film nato senza una sceneggiatura che, solo una volta finito, ha trovato in ZaLab (fon-

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data dal regista), in Rai Cinema, in Vulcano e in Istituto Luce Cinecittà la produzione. La vera epifania per l’autore è stata il ritrovamento dell’autoritratto in bianco e nero del padre. Su quello scatto ha deciso di costruire il doppio viaggio nell’opera, usando per la prima volta la sua voce per tutto il film, quasi come un flusso di coscienza narrativo. Un dialogo intenso di tanti padri e tanti figli davanti allo schermo. Segre si ritrova a filmare la città “scomparsa” del padre che, dopo il trasferimento a Padova, non farà più parte del suo immaginario visivo. Un doppio viaggio: il primo di esplorazione con i suoi personaggi di oggi. Il secondo viaggio nel passato del padre. In esso il regista si interroga sul perché il vuoto di Venezia lo avesse tanto catturato e lo mette in relazione con i silenzi (i vuoti) del padre. “Ho deciso di aprire uno spazio temporale legato alla memoria e a ciò che non sapevo di ricordare. I silenzi di Venezia mi hanno collegato con pezzi di quella memoria che ha interagito con il viaggio reale in quella città”. Il perdersi e il ritrovarsi del regista nel film, il suo entrare in relazione con le immagini frammentarie, sfuggenti del padre è un modo per dialogare con la fragilità dell’esistenza. Perché Ulderico aveva un rapporto fragile con la vita, dovuto alla sua malattia. Perché Andrea ha un rapporto fragile con una Venezia silenziosa, come il padre. Suggestiva protagonista del film è la colonna sonora molto evocativa scritta da Teho Teardo che con i silenzi spesso disturbati dall’inquietudine, altre volte “protettivi” e in grado di tenere lontana l’angoscia, entra in relazione perfetta. Giovanna Barreca


di Stefano Mordini

GLI INFEDELI PREMESSA: Il film è una raccolta di brevi racconti scollegati. I personaggi, spesso, non hanno nome e verranno identificati come moglie e marito. 1) In partenza per le Maldive, marito e moglie litigano vivacemente. Il motivo è il ritardo dell’uomo che, per la donna, è chiaro sintomo di tradimento. Lei è intenzionata a scoprire il perché il cellulare di lui fosse spento la sera prima, la cena di lavoro le pare una scusa. In aereo, ruba il telefono del marito dormiente e, alla vista, inizia a urlare. 2) A cena, una coppia ascolta le storie di tradimenti di un amico che si fa beffe dell’ignara moglie. Tornando a casa, i due iniziano a discutere sul tema, ma il marito posticipa. Nell’abitazione il confronto diventa inevitabile. La moglie insiste perché l’uomo confessi. Quest’ultimo cede ma minimizza l’accaduto anche se si fa sempre via via più ricettivo, fino ad arrivare a supplicare la donna. In quel momento lei confessa lo stesso peccato ma l’uomo non lo accetta e inizia a vomitare stereotipi sul tradimento femminile, più grave, a detta sua, di quello maschile. Calmatosi, l’unica cosa di cui si interessa è la differenza tra le “dimensioni”. Questo litigio riaccende la passione e i due passano una notte d’amore. Al mattino nulla sembra esser successo. 3) Durante una convention aziendale un venditore fallito cerca in ogni modo una compagna per la notte. Dapprima ci prova spudoratamente con la receptionist senza risultati. Poi durante la festa cer-

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ca di attaccare bottone con tutte le ragazze carine che incontra ma, a quanto pare, arriva sempre secondo. A festa conclusa decide di bussare alla stanza di una collega ma quest’ultima è già in compagnia. Pur di non andare in bianco, ripiega con l’unica donna che non aveva considerato, una cinquantenne non molto attraente. Intrufolatosi in stanza, i due cominciano a parlare ma lei non è ben disposta e, nonostante i discorsi sulla solitudine e le suppliche di lui, dopo ore di tentativi, viene cacciato. Prima di tornare nella sua camera a masturbarsi, inserisce sotto la porta della donna un biglietto con scritto ‘Ti amo’. Il mattino seguente tutti lo guardano in segno di derisione. Ma lui non si abbatte e, sul bus verso casa, non perde l’occasione di importunare la giovane autista. 4) Un anziano tifoso di basket decide di disertare una partita e recarsi in un locale notturno per provare, tramite dei glory hole, delle emozioni che non provava da tempo. Al rientro in casa, mente alla moglie dopo aver visto sul cellulare il risultato finale della partita. Di quel luogo diventa un habitué, ma una sera, avendo lo smartphone scarico comunica alla moglie la vittoria della partita che, in realtà, come lei scoprirà il giorno seguente, è stata rinviata. Così si insospettisce e decide di seguirlo. Nonostante la scoperta non si arrabbia e fa finta di nulla. Nell’occasione seguente, fingendo una cena di lavoro, la donna esce per recarsi in quel locale e far godere il marito di una sua, anonima, prestazione sessuale. 5) Silvia scopre il tradimento del marito in un hotel, dopo averlo pedinato. Quando l’uomo rientra 45

Origine: Italia, 2020 Produzione: HT Film, Indigo Film, Lebowski, Rai Cinema Regia: Stefano Mordini Soggetto: Remake dell’omonima pellicola francese del 2012 Sceneggiatura: Filippo Bologna, Stefano Mordini, Riccardo Scamarcio Interpreti: Riccardo Scamarcio: (Lorenzo), Laura Chiatti (Silvia), Valerio Mastandrea (Paolo), Valentina Cervi (Lisa), Massimiliano Gallo (Massimiliano), Marina Foïs, Ascanio Balbo (Rudi), Euridice Axen, Donato Placido Durata: 88’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: Netflix

a casa, dopo poche ore, la moglie ha fatto le valige ma quest’ultimo riesce a convincerla di aver avuto un’allucinazione. Avvalora la sua tesi portandola nell’hotel, mostrandole l’assenza del suo nome nelle prenotazioni e la stanza imputata occupata. La donna sviene e viene portata in ospedale. Diagnosi: eccesso di stress con trasferimento in una clinica specializzata. Qualche tempo dopo, con la moglie a casa, il marito si reca di nuovo in quell’hotel con l’amante e paga i complici per la messa in scena. Di ritorno però trova la coniuge con un altro uomo, ma se ne disinteressa. Quando lei cerca di spiegare, lui finge di non aver visto nulla. 6) Tre amici a cena in un ristorante, discutono di donne. I due più spigliati confessano di volersi


fare il 90% di quelle presenti. Il terzo è più moderato. Più avanti viene fuori che, in realtà, per i due il punto non sta nel piacere di andare a letto con una donna, ma nel piacere del sapere se stessi nell’atto di farlo. Difatti, successivamente, entrambi sono fortemente attratti da due donne che entrano nel locale e che, girandosi, hanno le loro stesse sembianze. Liberamente tratto dal film Les Infidèles (2012), l’italiano Gli infedeli, per la regia di Stefano Mordini, è un film formato da quattro episodi (più un prologo e un epilogo), i quali presentano trame diverse. Filo conduttore che tiene insieme l’impalcatura è, come da titolo, l’infedeltà. Oltre al tema di fondo, le vignette condividono i due interpreti principali che nella versione francese erano Jean Dujardin e Gilles Lellouche, mentre in questo caso sono Valerio Mastandrea e Riccardo Scamarcio. Il resto del cast, seppur composto da grandi nomi, non ha lo stesso peso dei due e compare solo all’interno delle rispettive cornici.

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La struttura a episodi è di diretta derivazione della versione francese, anch’essa organizzata nel medesimo modo. È da sottolineare che la pellicola del 2012 non ha la paternità su questa forma. Difatti, essa ha antenati ben più attempati che risalgono addirittura alla prima parte della storia del cinema. Ma l’ispirazione fondamentale, e dichiarata, arriva dalle opere prodotte in Italia negli anni Cinquanta appartenenti al filone della commedia all’italiana. Più nello specifico a pellicole firmate Risi e Monicelli (ciò è visibile anche dalla scelta di musiche di ‘altri tempi’). Sullo sfondo di storie di tradimenti, spesso meschine ma spesso anche tenere, viene messa in cattiva luce la figura dell’uomo famelico, donnaiolo, narcisista. Non esiste la figura rigorosa del macho (ormai reminiscenza di tempi andati che spesso ancora persiste), anzi, gli uomini rappresentati sono piccoli, insulsi e insipidi. Mostrano poca comprensione nei confronti del mondo femminile, che sa essere delicato ma anche molto determinato (alla faccia di chi lo definisce sesso debole!), allevando

di Mounia Meddour Gens

e avvalendo pensieri basati su luoghi comuni oggi inaccettabili. I personaggi dei vari episodi sono stereotipati a causa dell’organizzazione in brevi pillole che non garantisce minutaggio utile a una caratterizzazione più complessa. Ma proprio in quanto stereotipi essi sono immediatamente riconoscibili e i loro comportamenti immediatamente condannabili. La presenza di Scamarcio nel film è estremamente calzante. Lui che nel corso della sua carriera ha giocato spesso il ruolo del macho, adesso è in prima fila per demolirlo dall’interno. D’altronde è stato proprio lo stesso a proporre il film e a co-sceneggiarlo, insieme al regista e a Filippo Bologna (sceneggiatore di Perfetti Sconosciuti, film del quale si sente la presenza e l’influenza), sintomo della scomodità di un’immagine che ormai si è creata intorno alla sua figura e della quale l’attore probabilmente intende liberarsi. Constatate le buone intenzioni, il dubbio che sorge a visione conclusa è: funziona davvero una pellicola simile nel 2020? È davvero attuale? Giallorenzo Di Matteo

NON CONOSCI PAPICHA

Origine: Francia,Argentina,2019 Produzione: Xavier Gens, Patrick André, Ggegoire Gensollen per The Ink Regia: Mounia Meddour Gens Soggetto: Fadette Drouard Sceneggiatura: Mounia Meddour Gens Interpreti: Lyna Khoudri (Nedjma), Shirine Boutella (Wassila), Amira Hilda Douaouda (Samira), Zahra Doumandji (Kahina), Yasin Houicha (Mehdi), Nadia Kaci (Madame Kamissi), Meryem Medjkane (Linda) Durata: 105’ Distribuzione: Teodora Film Uscita: 27 agosto 2020

Nedjima è una giovane con il sogno della moda che vende le proprie creazioni nei bagni delle discoteche. In una di queste sere, lei

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e la sua amica Wassila incontrano quelli che diventeranno i propri fidanzati, rispettivamente Mehdi e Karim, che si offrono di accompagnarle a casa. Avendo mentito sulla propria identità universitaria, le due decidono di non farsi lasciare di fronte al dormitorio in cui vivono, così da fare parte del tragitto a piedi. Su un muro notano dei manifesti che intimano l’utilizzo del velo e che decidono di imbrattare. Gesto poco utile perché la presenza di essi aumenta gradualmente. Il giorno dopo, pagato il guardiano che le permette di uscire di 46

notte, scoprono che è imminente la costruzione di un muro che renderà impossibili le loro fughe notturne. Dopo aver venduto i propri capi al negozio di fiducia, notano un ragazzo che attacca quei manifesti da loro odiati. Nedjima gli chiede il motivo ma lui risponde mostrando una pistola. La situazione si fa sempre più grave e gli incontri spiacevoli sempre più frequenti: durante una lezione, irrompono donne in velo nero che accusano tutti di essere infedeli e tentano di rapire il professore; sull’autobus verso casa,


Nedjima si imbatte di nuovo nel ragazzo dei manifesti che distribuisce veli alle donne. In quest’occasione, in strada incontra la sorella Linda e insieme si recano a casa della madre. Qui Linda mostra e indossa l’haik ricevuto dalla futura suocera che, ovviamente, non la protegge da un proiettile sparato da una donna poco dopo. A seguito del funerale, Nedjima pulisce l’haik dal sangue della sorella e inizia a creare vestiti: l’intenzione è quella di organizzare una sfilata e coinvolgere le amiche come modelle. Al ritorno da una serata, dopo essere state importunate come al solito dal guardiano, trovano l’amica Samira piangere disperata perché incinta di un uomo diverso dal suo promesso sposo, spaventata dalla possibilità che il futuro marito possa ucciderla. Sopportati i pensieri conservatori di Slimane, il titolare dell’emporio dove Nedjima acquista le stoffe, e tornata al convitto per iniziare a lavorare alla sfilata, la ragazza scopre che il muro è in costruzione. Quella stessa sera, durante i preparativi per la sfilata, irrompono nuovamente le donne velate in nero che attaccano le ragazze in quanto ‘scoperte’ e infedeli. Il giorno successivo, in spiaggia, utilizzando la sabbia come foglio, il défilé viene organizzato al dettaglio e, lasciandosi poi alle spalle i soprusi subiti, le ragazze si lasciano andare a una nuotata liberatoria. A sera, Wassila e Nedjima incontrano i propri ragazzi ma la seconda finisce per litigare con Karim a causa dei suoi commenti sessisti: quest’ultimo scende dalla macchina insieme a Wassila. Giunti a casa di Mehdi, Nedjima scopre che l’uomo vorrebbe costringerla a seguirlo in Francia e decide così di farsi riaccompagnare. Il muro però è finito: il guardiano la fa entrare ugualmente ma tenta di stuprarla, interrotto dall’arrivo di un uomo.

La ragazza, sotto shock, inizia a tagliare tutti i vestiti e nel mentre litiga violentemente con Wassila. Scoraggiata per aver trovato al suo ritorno la camera completamente a soqquadro, riesce a risollevarsi grazie alle amiche che si offrono di aiutarla, compresa Wassila che è tornata con un occhio nero. Nonostante gli avvertimenti, la sfilata diventa realtà. I vestiti piacciono ma, giunti alla fine, uomini armati fanno irruzione e sparano a vista. Nedjima riconosce Slimane ma fortunatamente riesce a salvarsi e tornare a casa della madre. Un giorno, alla porta, si presenta Samira, scacciata dalla famiglia perché incinta. Quest’ultima viene accolta come una sorella e, mentre fantastica con Nedjima sull’apertura di una boutique, la bambina che ha in grembo inizia a scalciare. In Algeria gli anni Novanta sono stati segnati da una guerra civile che ha sconvolto il paese. La ‘Decade nera’ (perché durata circa 10 anni) vide contrapporsi il governo e vari gruppi di fondamentalisti islamici, ovviamente armati. Il conflitto portò alla morte di oltre 150.000 persone mentre molte altre furono costrette ad abbandonare il paese. Stessa sorte capitata alla regista, Mounia Meddour, che a diciotto anni seguì la famiglia in Francia per evitare l’uccisione del padre, Azzedine Meddour, finito nel mirino dei terroristi in quanto regista e attivista. Non conosci Papicha è il suo primo lungometraggio di finzione (del quale firma anche la sceneggiatura) e segue la scia dei precedenti documentari, incentrati sempre sul proprio paese d’origine. La pellicola mette in scena vicende in parte autobiografiche allo scopo di ricordare e denunciare, in particolare, la condizione della donna islamica sottoposta al fanatismo religioso che si insinua a poco a poco in quegli anni bui.

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Lina Koudri ci restituisce un’interpretazione memorabile: la sua Papicha (così è soprannominata Nedjima, parola che in algerino significa bella ragazza, hipster ed è spesso utilizzato in senso spregiativo), è una diciottenne tenace e coraggiosa che affronta il vento del conservatorismo con indifferenza. Indifferenza che si ripercuote nella rappresentazione: seguendo esclusivamente il suo punto di vista, sentiamo parlare poco di guerra civile e attacchi (solo quando per la protagonista è impossibile ignorarli: in radio, in tv o passandoci davanti in auto), ma siamo comunque in grado di capire che le cose “stanno cambiando”. Stessa indifferenza che però non è sinonimo di immobilismo. Papicha rifiuta i dettami di quella società utilizzando un suo simbolo come punto di partenza della sovversiva sfilata di moda che sta organizzando: l’haik, il caratteristico velo bianco delle regioni del Maghreb. Benché esso abbia tradizionalmente una funzione coprente, gli abiti da esso ricavati sfoggiano e valorizzano i corpi femminili (e, forse casualmente o forse no, sono dotati di un copricapo che ricorda quello ormai simbolico delle ancelle di Margaret Atwood) che non devono temere ripercussioni. La sfilata è di fatto una dichiarazione urlata di libertà in cui si rivendica il diritto di ognuna di essere ciò che desidera. Ma l’urlo si infrange e viene presto sovrastato dal rumore assordante dei proiettili sparati dai dogmi di un oltranzismo religioso sordo, incapace di accettare il cambiamento.


A questo proposito è significativa la censura subita dal film in patria: a pochi giorni dall’uscita nelle sale, l’Algeria ha deciso di bloccarne la distribuzione (probabilmente perché le questioni espo-

ste dall’opera risultano tutt’oggi scottanti). Quel che è certo è che la censura non ne ha fermato la diffusione attraverso canali non ufficiali, soprattutto tra le nuove generazioni che hanno avuto

di Alberto Rizzi

quindi modo di ammirare una pellicola dura, attuale e necessaria. Anche senza l’appoggio del proprio stato. Giallorenzo Di Matteo

SI MUORE SOLO DA VIVI

Origine: Italia, 2019 Produzione: Nicola Fedrigoni, Valentina Zanella per K+ Regia: Alberto Rizzi Soggetto e Sceneggiatura: Marco Pettenello, Alberto Rizzi Interpreti: Alessandro Roia (Orlando), Alessandra Mastronardi (Chiara), Neri Marcorè (Ivan), Francesco Pannofino (Fredo), Ugo Pagliai (Capitano), Amanda Lear (Giusi Ganaglia), Red Canzian (Grande Musicista), Andrea Gherpelli (Stringa), Paolo Cioni (Zeno), Annalisa Bertolotti (Angelica), Marco Morellini (Nonno), Barbara Corradini (Nonna) Durata: 95’ Distribuzione: Fandango Uscita: 18 giugno 2020

Orlando vive in una baracca sulle sponde del Po. Una mattina, riceve una telefonata dalla sua ex, Chiara, di cui è ancora innamorato, che gli comunica di stare per sposare il suo nuovo compagno, Attilio. Lo stesso giorno, un terremoto colpisce la cittadina, uccidendo il fratello e la cognata di Orlando. Mesi dopo, dal momento che la baracca è ormai inagibile a causa del sisma, il protagonista è tornato a vivere dai genitori, a cui è stata affidata la nipote undicenne Angelica. Non ripresosi del tutto

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dalla tragedia e incapace di tenersi un lavoro, Orlando ricorda alla nipote i tempi d’oro in cui suonava con la sua band Cuore Aperto. Per racimolare qualche soldo, il protagonista restituisce alla sua ex manager, Giusi Ganaglia, ora una wedding planner, un disco d’oro del Grande Musicista che aveva segretamente rubato, per ricevere una ricompensa in denaro, ma la donna lo ripaga facendolo lavorare come cameriere a un ricevimento; qui, Orlando incontra Fredo, uno dei componenti della band, che gli racconta di essere costretto a guadagnare pochi soldi suonando ai matrimoni e lo prega di rimettere in piedi la band. Scordatosi di andare a riprendere Angelica a un compleanno e licenziato anche da questo nuovo lavoro, Orlando viene cacciato dai genitori. Durante la notte, egli segue dei misteriosi individui nel bosco, in attesa di salire sulla motonave Stradivari per navigare il Po; a bordo, Orlando incontra il misterioso capitano e il Grande Musicista, a cui racconta di aver sciolto la band a causa di Chiara, per cui l’uomo gli consiglia di seguire nuovamente la sua passione. Tornato a casa, il protagonista si fa perdonare dalla nipote dedicandole una canzone e la piccola lo invita a rimettere in piedi Cuore Aperto. Orlando chiede a Giusi di farlo suonare ai matrimoni e la donna accetta, a patto che riunisca la vecchia band, per cui contatta Ivan, un ex membro ora barista, che accetta, venendo però cacciato di casa dalla moglie, costretto a 48

trasferirsi dal protagonista. Ivan vuole richiamare l’ex batterista Stringa, sebbene non sia in buoni rapporti con Orlando, che fece sesso con la sua fidanzata; i due gli rivelano che la ex era, in realtà, una ninfomane, per cui Stringa perdona il protagonista e si dirigono da un ulteriore membro, Zeno, preda di una crisi mistica, titubante di tornare a causa della festa del Patrono imminente. Il sacerdote del paese convince Zeno a partecipare alla band per toglierselo di torno, ma costringe il gruppo ad accettare anche un giovane ragazzo straniero, che fa amicizia con Angelica e li aiuta come elettricista durante le prove. La band, ora al completo, si esibisce in una balera e tra il pubblico sono presenti Chiara e Attilio, il quale racconta a Orlando che la conobbe proprio durante un loro concerto, all’epoca in crisi in quanto trascurata dal fidanzato. Giusi comunica alla band che è stata contattata da Attilio, che vuole che suonino al suo matrimonio, sulla Stradivari. Di notte, Chiara si presenta da Orlando per parlare e lo ringrazia per aver accettato; l’uomo non vuole che si sposi, cosicché tra i due scatta la passione e passano una notte di sesso. Orlando sogna suo fratello e sua cognata che, galleggianti in un mare di latte, gli chiedono di prendersi cura di Angelica. Al risveglio, Chiara lo invita a dimenticare quanto accaduto per cui, ancora innamorato, il protagonista sce-


glie di non esibirsi al matrimonio e abbandona la band. Il giorno del matrimonio, Ivan comunica a Chiara che Orlando non ci sarà e la donna appare rattristita e titubante. Spinto dalla famiglia, il protagonista si precipita alla Stradivari, ormai partita, ma scopre che Chiara è scesa per aspettarlo. Tempo dopo, la ragazza si è trasferita da Orlando e dalla sua famiglia; Cuore Aperto è ormai una band di successo, tanto da aver vinto il suo primo Disco d’Oro.

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Opera prima di Alberto Rizzi, Si muore solo da vivi è una commedia sulla resilienza di personaggi alla ricerca di nuove opportunità, in grado di risollevarsi dalle macerie dell’anima attraverso la propria passione e creatività, in un clima che esula dalle pieghe del realismo per percorrere più registri che accostano una classica vicenda sentimentale

al surrealismo di cui si fa portatrice la misteriosa Stradivari che, come l’Atalante di Renoir, naviga il flusso della vita e delle acque del Po, trasportando surreali e felliniani viaggiatori come Ugo Pagliai e Red Canzian, rispettivamente il misterioso e dantesco capitano, nonché narratore, e il Grande Musicista. Richiamando la mescolanza di stili tipica della scrittura di Mattia Torre e del recente Figli (si pensi al sogno di Orlando, ambientato in surreali spazi bianchi), la sceneggiatura di Rizzi e Pettenello però non riesce a trovare una propria originalità, risultando superficiale e strutturata su situazioni che, ai limiti dell’attendibile, schiudono una carrellata di cliché ampiamente noti, primo tra tutti l’evoluzione del romance e la formazione della coppia. A parte Orlando (interpretato notevolmente da Alessandro Roja, che si confronta credibilmente con il dialetto romagnolo senza risultare artificioso), gli altri perso-

naggi risultano scarsamente tratteggiati, quasi delle bozze incompiute, senza spessore ed identità, a partire da Alessandra Mastronardi, tipica promessa sposa in crisi, fino al resto della band, in particolare Andrea Gherpelli e Paolo Cioni, relegati a mere comparse rispetto ai più noti Francesco Pannofino e Neri Marcorè, comunque circoscritti a ruoli piuttosto esigui. L’assenza di spessore nei personaggi, di conseguenza, si riversa su una scrittura dall’ironia piuttosto banale, le cui gag appaiono come tasselli di un mosaico frammentario (da Fredo che fugge dalle sue amanti alla crisi mistica di Zeno), che non riescono a trovare un equilibrio composito, rimanendo fini a se stesse a causa di una sceneggiatura troppo concentrata sul raggiungimento di un happy ending di cui lo spettatore è già a conoscenza dalla telefonata iniziale tra i due protagonisti. Leonardo Magnante

di Gianfranco Rosi

NOTTURNO Gianfranco Rosi ha girato il suo documentario in Medio oriente, lungo i confini tra il Libano, La Siria, il Kurdistan e l’Iraq dove si è trattenuto per circa tre anni. Le sequenze, lunghe e corte, prive praticamente di dialoghi, hanno talvolta dei protagonisti, talvolta custodiscono al centro un’immagine, un pezzo di terra, le mura di una fortezza, un paesaggio lacustre, un tramonto. Il film si apre con il lamento di una donna che piange la morte del figlio combattente, sfiorando e accarezzando le pareti della cella dove il giovane è stato torturato e ucciso dagli assassini dello stato islamico. Poi le frasi che si scambiano le guerrigliere Peshmerga prima della battaglia. Un ospe-

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dale psichiatrico dove sono curate le persone affette da PTSD (Post Traumatic Stress Disorder, l’insieme cioè delle forti sofferenze psicologiche insorte dopo essere stati esposti a episodi di violenza e degrado). Un orfanotrofio dove bambini Yazidi rimasti orfani ricostruiscono, balbettando, con l’aiuto di disegni e colori gli orrori a cui hanno assistito. Una madre ascolta al cellulare i bisbigli della figlia rapita dai terroristi dell’ISIS, pronti a massacrarla da un momento all’altro. In un teatrino (di un ospedale? Di un centro psichiatrico?) un regista dirige le prove di alcuni volonterosi alla ricerca di una storia, delle battute da imparare, forse di una diversa dimensione umana. In una famiglia con tanti ragazzini solo uno lavora facendo il pe49

Origine: Italia, Francia, Germania, 2020 Produzione: Donatella Palermo per Stemal Entertainment, Gianfranco Rosi per 21 Film, Serge Lalou, Camille Laemlé per Les Films D’Ici, Orwa Nyrabia per No Nation Films, Eva-Maria Weerts per Mizzi Stock Entertainment Regia: Gianfranco Rosi Soggetto e Sceneggiatura: Gianfranco Rosi Durata: 100’ Distribuzione: 01 Distribution Uscita: 9 settembre 2020


scatore; in compenso abbondano le coperte e l’affetto di una madre. Una guerra che non si vede mai tranne che per un bombardamento lontano, l’eco di una raffica di mitragliatrice; si vedono soldati in postazione, guerriglieri che si preparano e marciano ma niente altro. Non si assiste a torture, stermini, fatti di sangue o violenze; si ascoltano però i racconti dei bambini, i loro affanni, i loro balbettii. Nei loro occhi immobili senza una lacrima, nei loro atteggiamenti privi di espressione leggiamo tutti i loro ricordi, quella sofferenza che più passa il tempo più è difficile da metabolizzare; impossibile da rimuovere, per sempre. Ecco i campi profughi, città di tende piantate nel fango, il quadro

fermo dell’incapacità dell’uomo a rispettare la propria umanità: in quel campo affoga ogni dignità, ogni luce di redenzione. Ha infatti detto Gianfranco Rosi a Venezia: “nel film volevo annullare la geografia, le separazioni, i confini e dare importanza alla storia universale dei personaggi. Ero alla ricerca della dimensione umana”. Non c’è quindi un impianto costruttivo che indichi i fatti e gli avvenimenti secondo una giustificazione geografica o politica. Tutto è insieme al tutto, filtrato dagli sguardi della sofferenza. “Ho cercato di raccontare - è ancora Rosi che parla del film - la quotidianità di chi vive lungo il confine che separa la vita dall’inferno”.

di Checco Zalone

Rosi però ci lascia una luce, scovata chissà come, in mezzo a tanto orrore: il teatro. Da tremila anni il teatro rappresenta lo spazio e la pratica il cui il massimo della fantasia creativa ha permesso la rappresentazione di se stessi e di qualche altra cosa che di questo sé si impadronisce. Qui è lo stesso: attori che mai saranno attori, declamano e urlano il proprio dolore per una dimensione umana che umana non riesce a diventare, per una patria, per la loro vita distrutta dalle bombe. Declamano, urlano, recitano perché solo attraverso la falsità della recita si può intravedere la vita come dovrebbe essere, come si vorrebbe che fosse.

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Fabrizio Moresco

TOLO TOLO

Origine: Italia,2019 Produzione: Pietro Valsecchi Regia: Checco Zalone Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Virzì, Luca Medici Interpreti: Manda Touré ( Idjaba), Checco Zalone (Pierfrancesco Zalone), Souleymane Sylla (Oumar), Nassor Said Birya (Doudou), Alexis Michalik (Alexandre Lemaitre), Arianna Scommegna (Nunzia), Antonella Attili (signora Lella), Gianni D’Adda (Luigi Gramegna), Nicola Nocella (avvocato Russo), Sara Putignano (Nicla, prima moglie), Diletta Acquaviva (Barbara, seconda moglie) Durata: 90’ Distribuzione: Medusa Uscita: 1 gennaio 2020

Checco Zalone è un gran sognatore, talmente grande da esser capace di aprire un sushi-bar a Spinazzola, piccolo paesino pugliese. Il risultato di questa mossa, sicuramente prevedibile, riduce sul lastrico mezza famiglia e così l’uomo decide di fuggire in Africa per evadere dai debiti. Lavorando da cameriere in un villaggio turistico, ritrova quasi

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tutti gli agi lasciati in Italia tranne le sue creme viso. Alla ricerca di quest’ultime viene accompagnato in centro città dal suo collega, un coltissimo ragazzo di nome Oumar, che sogna l’Italia. Qui trova uno scenario molto diverso da quello italiano e oltre a non esserci palazzi, non vede negozi di cosmetici. In quel momento la città viene presa d’assalto da milizie che sparano a vista. Checco e Oumar riescono a fuggire e a fare ritorno al resort, che però trovano distrutto. A questo punto il ragazzo propone di recarsi al suo villaggio natale per trovare accoglienza. Checco si trova allora immerso in una povertà dilagante e inizia a cogliere le prime differenze con l’Italia. Impatto fiscale pari a zero e manodopera a basso costo. Le milizie però arrivano anche lì. Oumar non vuole sottomettersi e decide di intraprendere ‘il grande viaggio’. Checco non può far altro che seguirlo dopo aver scoperto 50

che in Italia è dato per disperso e che la sua ‘estinzione’ eliminerebbe tutti i suoi debiti. Partiti, i due cominciano a muoversi con una corriera che, nel tragitto, si ferma a causa di un guasto. La riparazione richiede del tempo ed è in questo frangente che Checco inizia ad avere i primi sintomi di fascismo. L’eco dei discorsi di Mussolini si fa forte quando, nell’ingannare l’attesa, un gruppo di persone inizia a suonare e cantare ininterrottamente. Per fortuna i sintomi vengono alleviati dalla presenza di Idjaba, una bella ragazza che viaggia con un bambino di nome Doudou, al quale Checco insegna a nuotare. Il viaggio riprende ma Zalone, che aveva precedentemente bevuto dell’acqua non bollita, accusa sintomi di dissenteria. A causa di questo suo disturbo, durante un posto di blocco, le autorità si accorgono della presenza dell’uomo


‘bianco’ a bordo e bloccano la corriera. In Italia, intanto, la famiglia di Checco festeggia per la sua presunta estinzione e per il risarcimento che arriverà a breve. In un’altra città, Checco, Idjaba, Oumar e Doudou si danno da fare per racimolare soldi per continuare il viaggio e pagare un trafficante disposto a farli salpare, poi si rimettono in moto a bordo di un camion colmo di gente. Durante la percorrenza del deserto il mezzo deve fermarsi per far passare un convoglio di auto da guerra italiane. Checco, che ha da poco avuto un altro attacco di fascismo, scende e pensando di essere salvato, si avvicina. I soldati italiani però lo ignorano. Il camion riparte ma non dà modo a Checco di risalire, così Doudou si butta per non abbandonarlo e lo stesso fanno gli altri. Fortuitamente vengono soccorsi da Alexandre Lemaitre, un famoso giornalista francese che li conduce fino a Tripoli, nel suo albergo di lusso. Il giorno seguente, i quattro lo accompagnano in una spedizione ma Oumar, dopo aver fatto una soffiata, li fa arrestare pur di lasciare l’Africa. In prigione, Checco e Alexandre vengono costretti a chiamare i propri paesi per il riscatto. La Francia paga, l’Italia no. Intanto lì Idjaba ritrova vecchi amici della resistenza con i quali la sera stessa organizza una sommossa. Questa va a buon fine e, oltre a fuggire, riescono a rubare soldi per pagare il viaggio. La donna, però, decide di tornare a far parte della resistenza, affidando Doudou (che si rivela essere il figlio della sua migliore amica morta) a Checco, con la promessa di ricondurlo dal padre, in Italia. Durante la navigazione, il barcone viene sballottato da una grande onda, ma per buona sorte l’equipaggio viene salvato da una

ONG spagnola che, dopo varie contrattazioni internazionali, riesce a trovare collocazione ad ognuno. Tornato in Italia, tra la delusione dei parenti, Checco si reca subito a Trieste dove trova il padre di Doudou, esaudendo così il desiderio di Idjaba. Tolo Tolo è sicuramente un film molto importante per Luca Medici (vero nome quasi obsoleto per Checco Zalone) perché segna il suo esordio alla regia, interrompendo il sodalizio ormai consolidato con il regista Gennaro Nunziante negli scorsi tre film. Altra novità è la presenza di Paolo Virzì come co-sceneggiatore, che propone in principio il film a Zalone ma poi lo lascia interamente alla sua gestione. E infatti l’impronta autoriale di Virzì nel film è praticamente invisibile. Quest’opera è a tutti gli effetti un caso. Perché il re del box office italiano sente la necessità di trattare un tema così politicamente rilevante? Diciamolo, molti lo hanno accusato di cerchiobottismo ma la verità è che Zalone una posizione la prende, e anche in modo netto. Questo perché il film è figlio del contesto ideologico in cui è nato: un’Italia in cui dilagano populismi che, con i loro slogan, rinnegano e rifiutano la diversità. L’obiettivo? Mostrare da un altro punto di vista (anche molto romanzato, se vogliamo) l’annosa questione migranti, con la consapevolezza che la sua fama potesse portare un gran numero di italiani al cinema. La pellicola è a tutti gli effetti un road movie che percorre una parabola circolare: dall’Italia, passando per l’Africa, per poi tornare di nuovo in Italia. Checco è, al solito, il prototipo dell’italiano medio che non vede oltre la punta del proprio naso, immerso, in questo caso, in un contesto completamente alieno. La sua avventura esordisce nell’eterotopia di un

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villaggio turistico, che rappresenta l’immaginario vacanziero africano. Spiagge da sogno e comfort a non finire; ma, man mano che vi si allontana, la realtà corrisponde sempre meno alle aspettative. Il percorso fisico che il protagonista affronta (dal resort al barcone) è, metaforicamente, lo scarto mentale che lo spettatore deve compiere accompagnato dalla pellicola. Perché si, Checco è un prototipo, ma è anche un personaggio a tutto tondo che evolve con i meccanismi tipici del romanzo di formazione. Dall’ignoranza iniziale giunge alla consapevolezza del finale. Nonostante l’argomento sia cosi serio, Zalone non dimentica la risata, prendendo in giro stereotipi e ‘scuole di pensiero’ e superando anche quel cliché che vede il Fascismo poco oggetto di ironia e che lo rende a tutti gli effetti, in Italia, un argomento tabù. Oltre a queste grandi tematiche, Zalone si permette di omaggiare il grande cinema italiano, citando titoli e autori e addirittura costruendo, nella sequenza finale, una sorta di parata di rimembranze felliniane. In conclusione, a parte qualche ingenuità registica (giustificabile dall’inesperienza di Zalone), la pellicola diverte, non offre una soluzione al problema ma dona parecchi spunti di riflessione, utilizzabili per cercare di assopire pensieri troppo radicali. Perché, come si dice nel film, “abbiamo tutti il fascismo dentro”, l’importante è cercare di contenerlo. Giallorenzo Di Matteo


di Daniele, Vicari, Emanuele Scaringi

L’ALLIGATORE

Origine: Italia 2020 Produzione: Rai Fiction, Fandango Regia: Daniele, Vicari, Emanuele Scaringi Soggetto e sceneggiatura: Andrea cedrola, Laura Paolucci, Massimo Carlotto Interpreti: Matteo Martari (Massimo Buratti Alligatore), Thomas Trabacchi (Beniamino Rossini), Valeria Solarino (Greta), Gianlkuca Gobbi (Max la Memoria), Fausto Maria Sciarappa (Tristano castelli), Eleonora Giovanardi (Virna), Andrea Gherpelli (Giorgio Pellegrini), Shalana Santana (Marielita), Renato Marchetti (Questore Marangoni), Massimilianbo Vado (Agente discografico di Greta), Maya Talem (Sylivie) Durata: 8 episodi di 50 minuti ciascuno Uscita: dal 25 novembre 2020 al 16 dicembre 2020 su Rai 2.

LA VERITÀ DELL’ALLIGATORE – PARTE I Il reporter Max La Memoria si introduce furtivamente in un allevamento per documentare le precarie condizioni in cui versano gli animali, ma casualmente filma anche un gruppo di uomini che trafficano in droga nel cortile del capannone. Lo scambio si conclude con l’omicidio di uno dei presenti. I rumori all’interno della stalla attirano l’attenzione dei sicari, mentre Max si dà alla fuga. Ad attenderlo al volante dell’auto c’è l’amico Marco Buratti, detto l’Alligatore.

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Gli inseguitori non fanno in tempo ad acciuffare il giornalista ma riescono a leggere il numero di targa dell’auto. Marco tornato a casa discute con Greta, sua partner musicale e di vita, che vuole essere messa a conoscenza di cosa sia accaduto, ma l’Alligatore preferisce mantenere il riserbo. Nel cuore della notte le forze dell’ordine irrompono in casa del musicista, vogliono sapere il nome dell’uomo che era con lui all’allevamento, ma lui ancora una volta non parla, e allora la polizia decide di fargliela pagare incastrandolo in una storia di droga. Sette anni dopo, uscito dal carcere, Buratti ha una vita distrutta, vive nel magazzino di un locale di musica blues, la ‘Cuccia’, beve troppo e ha perso la compagna Greta. Un giorno all’Alligatore viene proposto un lavoro dall’avvocato Barbara Foscarini: deve ritrovare Alberto Magagnini, scomparso da qualche giorno, suo assistito e amico dell’Alligatore ai tempi del carcere. Il primo a cui Buratti si rivolge è Marietto un detenuto in regime di semilibertà che, in cambio dell’acquisto di una vettura, gli fornisce una prima informazione, l’indirizzo di Piera Belli. Alberto, infatti, per acquistare la droga si finanziava prostituendosi. Dopo una notte di appostamento sotto casa della Belli, l’Alligatore entra nella villetta. All’interno dell’abitazione c’è il cadavere della donna e il cellulare di Alberto. Scattata qualche foto e recuperato l’oggetto Buratti chiede l’aiuto dell’amico Beniamino Rossini, un contrabbandiere, anche lui conosciuto in carcere. Insieme vanno a far visita a 52

Bepi Baldan, lo spacciatore da cui Alberto acquista gli stupefacenti che, spronato dai modi non convenzionali di Beniamino, rivela loro dove si trova Magagnini. Alberto si nasconde in una cascina ed è sotto l’effetto della droga, dice di non c’entrare niente con l’omicidio della Belli e parla agli amici di un’altra donna, una commessa amica di Piera. L’avvocato Foscarini invita Marco a persuadere Alberto a costituirsi e gli consegna un fascicolo con le fotografie scattate sulla scena dell’omicidio Belli. Tornato a casa l’Alligatore si accorge che tra le foto scattate da lui e quelle consegnategli dall’avvocato emerge una differenza anomala, l’orario segnato dall’orologio al polso della vittima. LA VERITÀ DELL’ALLIGATORE – PARTE II L’Alligatore va a trovare Marielita, sua amica di vecchia data che lavora come guida in un orto botanico, cerca un aiuto per rintracciare Max, e la ragazza gli comunica che vive insieme a lei, adesso sono una coppia. Marielita dopo che l’Alligatore è stato arrestato ha fatto un accordo con Tristano Castelli, un influente uomo d’affari legato alla massoneria che è anche l’assassino ripreso nel video da Max all’allevamento. L’accordo è semplice: Castelli non proverà a far del male a nessuno e loro non pubblicheranno il video. Max ha fatto delle ricerche sull’omicidio di Piera Belli e illustra a Buratti i personaggi che potrebbero essere coinvolti: il prof. Favero, un medico legale autore dell’autopsia, e l’avv. Sartori capo della loggia massonica. Poi c’è una donna sconosciuta, l’unica a


sembrare addolorata per la morte della Belli. Si tratta di Giusi, una terza persona presente agli incontri di Alberto con Piera, che però sostiene di sapere poco o niente dell’omicidio. L’Alligatore e Rossini tornano da Alberto, ma lui è ormai cadavere. Ad attenderli fuori dal casolare ci sono due persone che gli tendono un agguato armato, ma Rossini riesce a farli fuori entrambi. È Max ad identificare i due aggressori, sono i fratelli Caruso, degli assistiti dell’Avv. Sartori, per il quale lavora anche Barbara Foscarini. Sartori affida proprio a Castelli e al suo scagnozzo Pellegrini il compito di trovare chi ha ucciso i Caruso. Nel frattempo l’Alligatore e Rossini vanno a far visita al dottor Favero, che sotto minaccia rivela due importanti notizie: lui stesso ha fatto internare il figlio di Sartori dopo la morte della madre, e l’avvocato Foscarini è in realtà l’amante di Sartori. Foscarini non nega all’Alligatore di essere l’amante di Sartori, ma si dichiara estranea alle sue trame segrete, inoltre racconta di come ha conosciuto la Belli, anche lei membro della loggia, e di come questa fosse solita trovare lavoro ai detenuti in semilibertà come Alberto. Prima di allora era stata la caposala nella clinica in cui era stato ricoverato il figlio di Sartori. Marco e Beniamino continuano le ricerche e scoprono che Sartori è l’assassino di sua moglie. Questo Piera l’aveva saputo da Luca, figlio di Sartori e testimone del crimine, e aveva deciso di usare quell’informazione per ricattare l’avvocato. La situazione mette Sartori in una posizione di grande difficoltà, Castelli ne approfitta immediatamente per tentare la scalata a capo della loggia massonica. L’Alligatore intanto comincia una relazione con Virna, la cameriera del bar in cui vive.

IL CORRIERE COLOMBIANO – PARTE I L’avvocato di Nazzareno Corradi si rivolge all’Alligatore per chiedergli aiuto per il suo assistito, incastrato dalla polizia in una storia di narcotraffico con la Colombia. L’uomo era stato attirato in un hotel da una telefonata che lo avvertiva che sua moglie era in pericolo, ma arrivato sul posto era stato arrestato. Il legale crede che il questore Marangoni si sia vendicato per una rapina che Corradi aveva compiuto anni addietro in cui erano morti due poliziotti. Per Rossini il caso di Corradi è una rogna, ma Buratti riesce a coinvolgerlo lo stesso, insieme vanno a parlare con Victoria, la compagna colombiana di Nazzareno, la quale la sera in cui è avvenuto l’arresto era in un night club in cui non c’è linea telefonica. Max per il suo reportage intervista un trasportatore che ammette di aver sversato rifiuti tossici illegalmente. Il giornalista vorrebbe subito pubblicare lo scoop, ma l’Alligatore e Marielita lo dissuadono. Tristano Castelli intanto ha conquistato la leadership della loggia massonica, e il suo scagnozzo Pellegrini lo avvisa che sta per atterrare in Italia una importante narcotrafficante colombiana, Rosa Gonzalez, ma la droga non ha appeal su Castelli, che invece vuole espandere il suo business solo nel campo dei rifiuti. L’Alligatore ha intrapreso una relazione con Virna, che procede tra alti e bassi, e riesce ad avere conferma della versione fornita da Victoria; è sempre più convinto che Corradi sia stato incastrato dalla polizia. Inoltre l’avvocato di Corradi lo mette al corrente che il corriere colombiano che ha incastrato il suo assistito ha annunciato di voler rilasciare una deposizione che scagioni il malcapitato. Tuttavia con l’arrivo in Italia di Rosa Gonzalez la situazione sembra prefigurarsi come più complessa. 53

Anche la storia con Virna sembra a repentaglio, perché nella vita di Buratti è tornata a farsi viva Greta, la donna di cui era innamorato prima che finisse in carcere. IL CORRIERE COLOMBIANO – PARTE II Il corriere colombiano muore avvelenato prima che possa rilasciare una deposizione a favore di Corradi. È Pellegrini ad aver diretto il piano per l’avvelenamento, lo ha fatto perché vuole entrare in affari con Rosa Gonzalez. Buratti e Rossini dopo aver saputo dell’arrivo della narcotrafficante in Italia la rintracciano e la costringono a farsi dire il nome della persona che doveva ritirare la droga, Celegato, colui che sarebbe dovuto essere in carcere al posto di Corradi. Lo cerca anche Pellegrini per farlo fuori prima che lo trovino gli altri. Celegato si scopre essere un compagno di rapine di Corradi. L’ipotesi più plausibile, secondo l’Alligatore, è che abbia venduto Corradi alla polizia per salvare sé stesso. È Pellegrini il primo a trovare Celegato senza però riuscire ad ammazzarlo, quest’ultimo infatti si è prevenuto armandosi di fucile. Dopo aver sottratto l’arma a Pellegrini lo rassicura di non avere alcuna intenzione di tirare Castelli in mezzo a questa storia, e poi lo consiglia anche di lasciar perdere gli affari con la colombiana, presto infatti, secondo lui, finirà in prigione. Rossini e Buratti, invece, per trovare Celegato seguono le dritte


che gli ha fatto pervenire lo stesso Corradi dal carcere. I due, arrivati davanti al nascondiglio di Celegato, vedono uscire dall’uscio Victoria, desumendo che sia stata lei a tradire il marito. Quando Corradi viene a saperlo decide di non fare niente, neanche una soffiata alla polizia su Celegato, vero autore dei due omicidi accaduti durante la rapina compiuta anni addietro. L’Alligatore intanto riallaccia completamente i rapporti con Greta, e Virna se ne accorge subito lasciando finanche il posto di lavoro al bar. Pellegrini che nel frattempo non ha accantonato l’idea di far fuori Celegato, riesce a trovare l’occasione giusta e con un colpo di pistola lo uccide. IL MAESTRO DI NODI – PARTE I Mariano Gilardi, un broker finanziario, contatta Buratti perché è preoccupato per la sparizione della moglie Helena Kraus. La coppia è esperta nella pratiche sadomaso e la donna, una modella tedesca, partecipa a degli incontri con clienti che in cambio di denaro passano del tempo insieme a lei. Proprio arrivando ad uno di questi incontri la coppia è stata aggredita e al risveglio del marito Helena non c’era più. L’unico indizio trovato sul luogo del fatto è una corda intrecciata. Pellegrini dal canto suo si dà da fare proponendo l’ennesimo affare losco a Castelli, gestire un traf-

fico di rifiuti illeciti provenienti dal sud, ma Castelli prima di occuparsi di questo affare vuole che il suo scagnozzo ingaggi Greta, la cantante con cui Buratti ha una relazione, per cantare ad una sua festa privata. A casa Rossini è arrivata una nuova ragazza strappata alla prostituzione da Sylvie. Il contrabbandiere aiuta le giovani dell’Est costrette alla schiavitù facendole fuggire dal Veneto e portandole al sicuro da suoi amici croati. Le ricerche di Buratti, coadiuvato come sempre da Rossini e Max non portano a risultati soddisfacenti, così il detective privato torna a casa di Gilardi e parlando con lui scopre di una terza persona che partecipava abitualmente agli incontri tra il broker e la moglie. La schiava di Mariano e amante di Helena è Antonina Gattuso una giovane donna che sostiene di non sapere niente di quello che è successo. Marielita nel frattempo sta provando a convincere Max a consegnare il materiale del suo report sugli sversamenti abusivi ad un magistrato invece di pubblicarlo in rete. Lui vuole pensarci su, però prima racconta a l’Alligatore e Rossini i risultati delle sue ricerche: la scomparsa di Helena è legata ad un traffico di snuff movie nel deep web. C’è di mezzo una donna di cui conosce solo il nickname, ma che accetta comunque di incontrarli. Docilefemina, questo è il suo nick, era l’amante di Helena poi ricattata da un certo Maestro di nodi a diventare una schiava durante le loro pratiche sadomaso fino a quando Helena non è stata rapita. Ma l’informazione più importante che ha la donna è che anche Mariano Gialardi e Antonina adesso risultano scomparsi. Max però è riuscito a scoprire il nome dell’uomo che vende gli snuff movie su internet, Jay Jacovone, un italoamericano che vive a Roma. 54

IL MAESTRO DI NODI – PARTE II Buratti e Rossini arrivano a Roma sulle tracce di Jacovone. Mentre sono appostati sotto casa del ricercato si accorgono che c’è anche qualcun altro a sorvegliarlo: Giulio Campagna, un poliziotto che crede che Jacovone sia il responsabile della sparizione della sorella. I tre si uniscono per pedinare l’italoamericano fino ad una villa fuori Roma. Quando irrompono nell’abitazione trovano il set dove vengono girati gli snuff movie e Jacovone, che sotto minaccia di Rossini confessa l’identità del maestro di nodi, aggiungendo che Helena era stata consegnata a loro dallo stesso marito. Greta, nel frattempo, dopo il concerto tenuto in casa Castelli, ha cominciato a frequentare l’imprenditore, che non si risparmia per corteggiarla. Max vorrebbe inchiodare Castelli in modo definitivo, con un reportage che lo vede coinvolto nel traffico di rifiuti, ma sua moglie e l’Alligatore non sono d’accordo, pensano, invece, che dovrebbe consegnare il materiale che ha a disposizione alla polizia. Per dare una svolta alla situazione l’Alligatore e Rossini costringono Antonina Gattuso a collaborare con loro facendo da esca per arrivare al maestro di nodi. Scoprono infatti che dietro quello pseudonimo si nasconde Bruno Chiarenza, un istruttore di arti marziali che sta per lasciare l’Italia alla volta del Giappone. Proprio mentre sono alla ricerca di Chiarenza, Beniamino riceve una richiesta d’aiuto dalla sua compagna. Sylvie è stata aggredita in un parcheggio e degli uomini hanno rapito Yunita, la ragazza che la coppia aveva strappato alla prostituzione e che ospitava presso la loro abitazione. Con Rossini fuori dai giochi per un po’ è di Max l’idea di incastrare il maestro di nodi prima che parta per il Giappone. È proprio in aeroporto che Antonina Gattuso lo


attira in una trappola facendolo si per un po’ all’interno di una arrestare da Campagna e dagli al- struttura dell’orto botanico dove lavora quest’ultima. Successivatri uomini della polizia. mente i quattro consegnano tutti FINE DEI GIOCHI – PARTE I i materiali raccolti sul traffico di Greta e Castelli sono a cena in rifiuti al loro amico poliziotto, il un ristorante, Buratti gli si avvici- commissario Campagna che avvia na e prova a convincere la ragazza un’indagine e sequestra i cantieri ad andare via con lui, ma lei non dell’autostrada dove sono avvenuvuole essere disturbata in quel ti alcuni degli sversamenti tossici. momento. Pellegrini, interessato in prima Sylvie supplica Beniamino di ri- persona nell’affare dei cantieri trovare Yunita e lui prontamente autostradali, approfitta della sisi mette sulle tracce della ragazza tuazione per dare il colpo di grazia cominciando a chiedere informa- alla leadership di Castelli nell’orzioni nel giro della prostituzione, ganizzazione criminale. È lui ad non prima di aver messo la compa- organizzare un nuovo sodalizio gna al sicuro. Le tracce portano a criminale che gestisca il traffico di due criminali albanesi in combut- rifiuti, coinvolgendo anche i due ta con Pellegrini per la gestione criminali albanesi rapitori di Yudel traffico di rifiuti tossici e attivi nita. La prima cosa che si prefiganche nella prostituzione. Rossini, gono è quella di far fuori Buratti e con l’aiuto di Buratti, si introduce Rossini che stanno ostacolando gli furtivamente in un casolare dove i affari. due criminali tengono sequestrate La magistratura è venuta a coalcune ragazze, ma vengono sco- noscenza dell’omicidio commesso perti prima di essere riusciti a li- da Castelli e la polizia intanto liberare la giovane. bera la cascina dove sono sequeMax intanto riceve la promessa strate le giovani ragazze da inda parte della sua fonte, un ca- durre alla vita di strada, mentre mionista che ha ammesso di aver i due sfruttatori albanesi tentano trasportato rifiuti tossici, di fargli un agguato al nascondiglio de l’Alavere dei documenti con le tracce ligatore e soci. Rossini li uccide engps di tutti i camion che si occu- trambi ma Marielita viene colpita pavano del trasporto dei rifiuti. da un proiettile durante la sparaL’uomo è riuscito a procurarsele toria, per lei non c’è niente da fare. perché i suoi datori di lavori gli avevano ordinato di far sparire Marco Buratti detto l’All’archivio ma lui, contravvenendo ligatore e il suo compare all’indicazione, ha conservato la Beniamino Rossini scordocumentazione presso la sua abirazzano su e giù per il tazione. Veneto su un grosso Suv, attraversano corsi d’acqua e pianure a perFINE DEI GIOCHI – II PARTE dita d’occhio per provare a risolveBuratti, per far sì che Greta re casi. Non è il loro lavoro perché capisca che razza di uomo sia Ca- non hanno neanche uno straccio stelli, le mostra il filmino girato da di licenza, e nemmeno lo fanno per Max all’allevamento, quello in cui bramosia di denaro, provano solo a l’imprenditore uccide un uomo. La mettere ordine, a cercare un po’ di ragazza incolpa Buratti di averla giustizia per persone che ne hanno messa in pericolo per non averglie- bisogno. La stessa giustizia che a lo fatto vedere prima. loro è mancata negli anni trascorsi La situazione sta precipitan- in carcere. do e l’Alligatore, Rossini, Max e Una vocazione, quella dei due Marielita decidono di nasconder- novelli detective, che non è nient’al-

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tro che un’aspirazione verso qualcosa che in fondo sanno benissimo essere inafferrabile. Neanche loro si illudono di poter ristabilire una sorta di equità attraverso la risoluzione dei loro casi, tutt’al più di perseguirla. I delitti e le relative indagini su cui si sviluppano le puntate, tuttavia, non sono il perno della serie, non c’è la perizia del meccanismo narrativo perfetto e neanche una tensione che si sviluppa unicamente verso la risoluzione del mistero come nei gialli classici. Quello che più di tutto emerge è la volontà di disegnare un grande affresco che racconti le sfumature più cupe e nascoste dell’umanità contemporanea. È sempre stata questa una delle prerogative del genere noir ed è anche il più importante lascito che la serie tv eredita dai romanzi di Massimo Carlotto. Lo scrittore padovano, insieme agli sceneggiatori e soprattutto a Daniele Vicari, showrunner e regista, adatta la sua opera letteraria al formato televisivo con una distanza che gli permette di aprire la vicenda agli stimoli dell’attualità. Il filo conduttore dei quattro episodi, infatti, è un traffico di rifiuti tossici nelle campagne del Veneto. Una tematica di cocente attualità che si incastra alla perfezione con il plot di derivazione letteraria.


Ancora una volta la televisione pubblica propone una serie attingendo direttamente dalle pagine di successi letterari, ma questa volta l’operazione è molto diversa. I romanzi della serie de l’Alligatore, scritti da Massimo Carlotto vengono affidati a Daniele Vicari che in veste di showrunner e regista, insieme

ad Emanuele Scaringi, confezionano un’opera dal taglio innovativo. Un prodotto che si distingue dagli altri della televisione generalista per il suo approccio autoriale mai invadente, ma che si caratterizza nella sua originalità anche perché non strizza l’occhio a quegli elementi di exploitation di cui a volte si fa abuso in tante

di Stefano Sollima, Janus Metz, Pablo Trapero

serie presenti sulle piattaforme online. Lanciata sulla piattaforma online Raiplay, la serie non ha avuto nella sua messa in onda il successo di ascolti che avrebbe meritato, pur avendo tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio cult. Marco Marrapese

ZEROZEROZERO

Paese: Italia, Francia e Stati Uniti, 2020 Produzione: Cattleya, Bartlebyfilm, Sky Studios, Amazon Studios Regia: Stefano Sollima, Janus Metz, Pablo Trapero

EPISODIO 1, IL CARICO

Un uomo anziano, chiamato Don Minu, sta leggendo i necrologi del giorno su un giornale, all’interno della sua piccola e oscuInterpreti: Andrea Riseborough (Emma Lynwood), Dane DeHaan (Chris Lynwood), ra abitazione. Egli vive sottoterra, Giuseppe De Domenico (Stefano La in mezzo ai rilievi calabri vicino Piana), Adriano Chiaramida (Don Minu La Gioia Tauro, si sta evidentemente Piana), Harold Torres (Manuel Contreras), nascondendo da qualcuno. In città Noé Hernández (Varas), Tchéky Karyo è in corso una processione, tutto il (François Salvage), Francesco Colella (Italo Curtiga), Diego Cataño (Chino), paese è in strada e molti dei cittaNorman Delgadillo (Diego), Nika Perrone dini riveriscono un giovane uomo, (Lucia), Gabriel Byrne (Edward Lynwood), Don Stefano, che si stacca dal corClaudia Pineda (Chiquitita), Érick Israel teo e si dirige nel bosco limitrofo. Consuelo (Moko), Jesús Lozano (Gordo), José Salof (Indio), Flavio Medina (Jacinto Qui l’uomo incontra Don Minu, Leyra), Víctor Huggo Martín (Enrique uscito dal suo rifugio, che lo saluta Leyra), Seydina Balde (Omar), Nabiha con fare affettuoso e si scopre esAkkari (Amina) sere suo nonno. Minu convince il Distribuzione: StudioCanal TV nipote a lasciare per poco tempo la Durata: 50-70 minuti, 8 episodi città, sebbene egli si dimostri reUscita: Sky Atlantic, 14 febbraio 2020 stio all’idea, e i due incontrano altri uomini in un’altra area boschiva. È chiaro che essi fanno parte di un giro malavitoso che ha a che fare col narcotraffico, Don Minu, boss della ‘ndrangheta, promette agli uomini di riportare soldi dopo un periodo di magra. Il clan mafioso ha ordinato un grosso carico di cocaina (5000kg), che porterà nuovo benessere alle loro tasche. Don Minu inizierà a far ritirare il pizzo dai vari membri e commercianti del luogo, per mano di un suo sottoposto, Luciano. Egli è in viaggio proprio con i soldi che sta Sceneggiatura: Leonardo Fasoli, Mauricio Katz, Stefano Sollima, Max Hurwitz, Maddalena Ravagli (soggetto ZeroZeroZero, scritto da Roberto Saviano)

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raccogliendo, quando la sua auto viene fermata da un volto a lui familiare, un tale Nicola, che gli punta la pistola e lo rapisce. Stefano raggiunge Nicola in un’abitazione fuori città e i due iniziano a dar fuoco ai soldi del pizzo, mentre il cadavere di Luciano si trova in mezzo ad un porcile. La scrofa e i maialini lo stanno mangiando e Stefano e Nicola promettono di dar loro da mangiare anche il corpo di Don Minu, vogliono estrometterlo dal comando. A Monterrey, in Messico, in una fabbrica di peperoncini, è nascosta la sede di imballaggio della cocaina, che viene occultata sul fondo dei barattoli di peperoncini, per poter essere trasportata facilmente via nave: uno di questi carichi è destinato alla ‘ndrangheta. I calabresi non hanno ancora pagato però il carico ordinato ed un uomo sta organizzando, con dei presunti pezzi grossi del cartello, la loro sistemazione in un luogo sicuro. Il suo cellulare è però intercettato da un gruppo di soldati dell’esercito di Monterrey, che lo inseguono dapprima in macchina e poi a piedi all’interno del mercato della città, dove scoppia improvvisamente una sparatoria. Il criminale viene arrestato, dopo un lungo tentativo di fuga, e viene condotto dai militari in un’abitazione semidistrut-


ta fuori dal centro. Uno di loro, di nome Manuel e soprannominato ‘Vampiro’, si mostra sofferente di fronte all’uso che i suoi colleghi fanno della violenza, non sopporta di sentire le grida del narcotrafficante che viene torturato per scoprire dove egli incontrerà i suoi capi. Manuel infatti indossa degli auricolari e ascolta la Parola del Signore (forse si tratta di un canale radio religioso), è un uomo di fede e cerca di isolarsi da quell’ambiente di violenza e sofferenza. I soldati hanno nel frattempo scoperto dove si terrà l’incontro dei capi del narcotraffico, in un ristorante di lusso della città, e vi si appostano pronti ad intervenire. Qui trovano diversi pezzi grossi del cartello, ma, quando i soldati stanno per avviare il blitz, degli informatori mandano i narcos in fuga e nasce una nuova sparatoria, in cui anche la polizia protegge i criminali. Un uomo viene colpito da un proiettile e cade a terra. Quest’uomo è Edward Lynwood, americano di New Orleans, anch’egli immischiato nel narcotraffico. Edward e la sua famiglia gestiscono trasporti intercontinentali via mare ed occultano la cocaina nei carichi standard, potendo così contare su un ritorno economico enormemente più sostanzioso. La figlia di Edward, Emma, è però contraria a questo rischioso tipo di commercio che sta intraprendendo suo padre e cerca di convincerlo a ritirarsi, invano. Edward ha un altro figlio: Chris è affetto dal morbo di Huntington, una malattia genetica neurodegenerativa che lo porterà progressivamente a perdere il controllo della coordinazione muscolare e infine alla morte, come è accaduto a sua madre. Edward vuole a tutti i costi tutelare il figlio per non fargli vivere la realtà di quel mondo criminale che ha a che fare con l’attività di famiglia, Chris viene tenuto all’oscuro di tutto. Emma e suo padre sono in viaggio per il Messico, a Monter-

rey incontreranno i capi del cartello per trattare le cifre del trasporto di cocaina oltreoceano. Proprio durante l’incontro al ristorante scoppia la sparatoria con i militari di Monterrey e Edward viene gravemente ferito. EPISODIO 2, I CIELI SU TAMPICO Una sera, dal suo nascondiglio sull’Aspromonte, Don Minu nota qualcosa di strano dalle telecamere di sorveglianza piazzate al di fuori dell’ingresso. Degli uomini armati si avvicinano alla sua abitazione, pronti a fare irruzione, dopo aver messo fuorigioco la guardia del boss. Don Minu ha però pronta una via di fuga per le emergenze, spostando le piastrelle del muro della doccia, si apre un cunicolo che conduce ad un’uscita secondaria. Salendo la scaletta della botola in fretta e furia, l’uomo precipita; nonostante ciò riesce a fuggire malconcio dalla casa ormai assediata dalle forze dell’ordine. Minu si dirige quindi stancamente ad una casetta lì vicino nel bosco, nella quale è accolto probabilmente da uno dei suoi sottoposti. Un dottore cura alla buona le fratture subite dal boss, accompagnato da altri loschi figuri che rivelano a Don Minu che c’è una talpa nella loro organizzazione, qualcuno deve aver raccontato alle forze dell’ordine dove si trovava il nascondiglio. Dopo essere stato colpito, Edward con la figlia viene portato via dal ristorante da un’auto degli uomini dei Leyra, i capi dei narcos, e condotto quindi all’aeroporto. L’indomani mattina Emma ed Edward sono nella loro casa di New Orleans, sono passate diverse ore da quando l’uomo è stato ferito ed infatti egli cade a terra senza vita, prima che la figlia riesca a chiamare i soccorsi. Emma e Chris sono distrutti per la perdita del padre, ma gli intenti della giovane di portare avanti l’attività di famiglia restano saldi, tanto che chiede 57

al fratello di entrare anche lui in affari, mentendo riguardo la volontà del padre che lo voleva fuori dal giro. Di ritorno dal funerale, i fratelli trovano porte e finestre di casa spalancate ed una corona di fiori: Don Stefano si è introdotto nella loro villetta e gli intima con prepotenza di ritirarsi dal commercio di cocaina con la Calabria, lui vuole trattare direttamente con i narcos. In realtà l’intento di Stefano è quello di tagliare i rifornimenti di droga alla ‘ndrangheta, per mettere gli uomini di suo nonno contro di lui, dopo che già qualche giorno prima aveva avvisato le forze dell’ordine sul nascondiglio di Don Minu. È certo che così egli si ritroverà senza alleati. Emma non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal traffico, decide quindi di contattare direttamente Don Minu tramite necrologi, come faceva suo padre, e si fa beffe della minaccia ricevuta. Chris all’indomani salperà dal porto di Tampico con il carico di cocaina diretto in Calabria e sarà garante della corretta transazione avvenuta tra messicani e calabresi. Dopo le due sparatorie avvenute a Monterrey, l’opinione pubblica si scaglia contro l’esercito e addossa su di loro la colpa per la morte di una bambina che è stata colpita da un proiettile al mercato cittadino. Nonostante i Leyra siano fuggiti, l’esercito è riuscito a uccidere al-


cuni loro uomini e a recuperare una grossa somma di contanti. Il sergente Manuel Contreras distribuisce i soldi tra i suoi fedelissimi, come ‘anticipo per il congedo’. Uno di loro si rifiuta di prendere i soldi dei narcos, soldi sporchi, e per questo Manuel si infastidisce molto. Poco dopo il capitano convoca il sergente, rivelandogli la sua preoccupazione per la situazione che sta vivendo il Paese ed è certo che ci sia una talpa nell’esercito che ha avvertito i narcos la sera prima al ristorante. Se il colpevole non dovesse essere scoperto, a pagarla sarebbero tutti gli uomini di Contreras, destinati alla sospensione. Manuel si trova di fronte ad una scelta difficile e rivela la sua natura da doppiogiochista: è lui la talpa dei narcos e non può permettersi la sospensione, per questo sarà necessario sacrificare uno dei suoi uomini. L’apparente natura mite ed incerta del sergente, mostrata durante il blitz al ristorante, rivela in realtà la volontà di non mettersi contro i suoi alleati. Manuel decide quindi di colpire il

soldato che aveva rifiutato i soldi, visto anche dai suoi colleghi come un possibile traditore, e lo uccide a sangue freddo in un locale, mietendo anche altre due vittime innocenti. Dopo aver fatto esplodere il locale, ‘Vampiro’ e i suoi portano i cadaveri dinnanzi ad un ponte, dove li appendono con un cartello che rivendica il loro legame con i Leyra. Tutto l’esercito crede nella colpa del giovane innocente, ma uno dei sicari che stava con Manuel viene catturato e rivela sotto tortura che è in partenza una nave che trasporta cocaina verso l’Italia, indicando anche il numero del container che la contiene. L’esercito raggiunge in elicottero la nave in questione, proprio la nave sulla quale si trova Chris Lynwood, e trovano facilmente il container incriminato, scovando anche la droga nascosta nei barattoli di peperoncini. Prima che vengano avvisati i superiori, Manuel ed altri soldati in combutta coi narcos uccidono i membri che hanno trovato la merce: le molteplici talpe dei narcos riescono ad insabbiare gli omicidi e il traffico di droga, ottenendo anche che la nave cambi la sua rotta e prosegua senza GPS. EPISODIO 3, MIRANDA I soldati dell’esercito sono di ritorno dalla missione sulla nave dei Lynwood e, dopo aver ucciso altri militari che li attendevano a terra, si dirigono a casa di un membro dei narcos in combutta con Manuel. Quest’ultimo è ricercato dall’esercito, che è stato informato del loro ammutinamento, e vuole parlare direttamente coi Leyra per svincolarsi dal suo vecchio impiego. Manuel dice di seguire la voce di Dio che lo sta guidando verso un piano superiore, piano che incrocia proprio le strade dei due fratelli a capo del narcotraffico messicano. Minacciando il loro sottoposto, egli ottiene di incontrare i Leyra ai quali chiede di poter controllare direttamente con i suoi 58

uomini le piazze di spaccio sparse per il paese. Ovviamente i fratelli sono contrari e lo mettono alla prova, chiedendogli di sacrificare uno dei suoi, ma per contro Manuel risponde aggressivamente puntando loro la pistola. Intanto sulla nave il capitano è convinto che la nave non potrà proseguire il viaggio verso la Calabria linearmente e pianifica di raggiungere prima il Senegal, da dove poi proseguiranno con una nuova nave non tracciata. Chris in quei giorni, non avendo un compito specifico a bordo, gira per la nave e si imbatte nella sala macchine. Egli si accorge che alcuni cilindri del motore sono stati allentati, molto olio ha cosparso il pavimento, mettendo l’equipaggio a rischio incendio. Il ragazzo sistema quindi i cilindri, ma si accorge poco dopo dalla sala della sorveglianza che un membro dell’equipaggio sta allentando nuovamente i cilindri. Chris si precipita furioso dal colpevole e lo minaccia. L’uomo gli racconta che era stato l’ingegnere capo a ordinargli di fare ciò. Chris corre ad informare il capitano, vuole capire cosa si cela sotto questo tentativo di ammutinamento ed è intenzionato a contattare la sorella. Il capitano si oppone e lo colpisce alla testa, facendolo svenire. Chris si risveglia nella sua cabina, che è stata sigillata per non farlo fuggire, e vede che è stato appiccato un enorme incendio. Il ragazzo, nel tentativo di forzare la maniglia per uscire, stacca un pezzo di ferro dal bagno, ma nel farlo urta accidentalmente le pillole per la sua malattia che finiscono inesorabilmente perse nel water. Egli si fa comunque forza e riesce a fuggire dalla cabina per poi dirigersi a domare l’incendio e sale infine sopracoperta a prendere un po’ d’aria. Chris scorge dal ponte una piccola imbarcazione a bordo della quale si trovano tutti i membri dell’equipaggio in fuga: lo hanno lasciato solo nel bel mezzo


dell’oceano. Qualche giorno prima infatti Stefano aveva corrotto il capitano per convincerlo a non far mai arrivare la nave in Calabria, cosicché Don Minu non avrebbe ricevuto la droga dei messicani. Al suo ritorno a Gioia Tauro, Stefano scopre che l’amico Nicola, con cui stava tramando l’omicidio del nonno, è scomparso e poco dopo gli uomini di Don Minu gli suonano alla porta: il boss vuole parlare con lui. Appena prima che Stefano lasci casa, la moglie gli mette un cellulare nella giacca, così che in caso di emergenza egli possa contattare i suoi uomini, per poi venire scortato in una casa abbandonata dove sta Don Minu. Egli è sospettoso nei confronti del nipote ed è venuto a conoscenza del suo viaggio in America dai Lynwood, perciò gli chiede spiegazioni. Stefano mal cela i suoi veri intenti e il nonno decide di metterlo alla prova. Essi si dirigono a casa di un membro della ‘ndrangheta fedele a Minu, Don Benedetto, il quale sgozza una scrofa e porge da bere a Stefano il suo sangue, come prova di lealtà. Dopo aver recuperato un po’ di fiducia, Stefano si stacca dal gruppo e chiama la moglie dal bagno di Don Benedetto, per informarla sulla sua posizione e far arrivare i suoi sicari a fare piazza pulita. La guardia dei mafiosi era rimasta in realtà alta, Stefano viene scoperto e Don Minu e i suoi si allontanano dalla casa, per dirigersi al posto in cui è nascosto Nicola. Prima però Don Minu vuole rivelare al nipote come sono andate realmente le cose con il figlio, dato che ha capito che Stefano vuole vendicarlo. Il padre di Stefano, figlio di Minu, molti anni prima aveva mosso guerra all’impero malavitoso di suo padre, il quale non aveva avuto alcuna scelta, se non quella di ucciderlo. Don Minu vuole assolutamente evitare che quella storia si ripeta e da a Stefano un’ultima possibilità di scegliere se stare dalla sua parte

o contro di lui, dopo aver dato fuoco all’auto in cui era legato Nicola. Stefano sceglie di stare dalla parte del nonno e, tornati a casa di Don Benedetto, lo informa dell’imminente arrivo dei sicari. Don Minu riesce a fuggire e, per inscenare un fallito inseguimento del nonno, Stefano si spara alla spalla. EPISODIO 4, IL TRASBORDO La voce che i Leyra vogliono controllare direttamente le piazze di spaccio attraverso gli uomini di Manuel inizia a girare, anche tra un piccolo gruppo di ragazzi che posseggono il proprio commercio indipendente, al cui capo sta un certo ‘Missionario’. Uno di questi giovanissimi trafficanti viene scoperto una sera dagli uomini di Manuel e, dopo una fuga sui tetti, viene catturato e obbligato a condurli al laboratorio. Manuel vuole dare un chiaro segnale a tutti i piccoli narcos del paese e decide di girare un video intimidatorio che poi pubblicherà su internet. Coi militari occupa il laboratorio e minaccia chiunque abbia intenzione di ribellarsi all’impresa, il video si conclude con l’omicidio del ‘Missionario’ che viene preso a martellate sul petto, fino a sfondarglielo. I Leyra hanno trovato degli alleati forti e senza scrupoli, che potranno portare loro molti guadagni extra: l’accordo è stato raggiunto e gli uomini dell’impresa vengono lautamente ricompensati. Manuel poco dopo va a trovare la ragazza del commilitone che ha assassinato pochi giorni prima; ella è ovviamente ignara di trovarsi di fronte all’omicida. Manuel le fa le condoglianze per confortarla e le da i soldi dei Leyra che le serviranno per crescere il bambino che porta in grembo. La ragazza è convinta che il padre di suo figlio fosse buono, non avrebbe mai potuto collaborare coi narcos. Chris si trova solo sulla nave in balia dell’oceano, è disperato, finché una sera vede una luce pro59

veniente da un’altra imbarcazione che egli richiama coi razzi di segnalazione. La nave lo trasporta a terra fino al porto di Dakar, in Senegal. Qui il giovane viene interrogato dalla polizia che è insospettita dal fatto che Chris si trovi a bordo di un mercantile senza equipaggio e vuole indagare, trattenendogli per giunta il carico per i dovuti controlli doganali. In attesa che il carico venga trasferito su un’altra nave per proseguire il viaggio, Chris gira Dakar in cerca di una farmacia per ricomprare le sue pillole, ma, non avendo la ricetta, non può acquistarle. Un ambulante che si trovava nei paraggi, sentendolo sbraitare contro il farmacista, lo guida da uno spacciatore che gli procura delle gocce per i tremori e dell’erba. Nel frattempo Emma raggiunge il fratello a Dakar per sistemare le faccende burocratiche e ingaggia un diplomatico, Omar, che faccia da mediatore con le forze dell’ordine. I Lynwood vorrebbero evitare il controllo doganale che li metterebbe di sicuro nei guai e cercano di convincere la polizia che questo ritardo sulla consegna costerebbe loro molti soldi, ma gli agenti rimangono irremovibili. Omar riesce comunque ad ottenere un incontro con il militare responsabile del controllo, per poter evitare l’ispezione, ma il loro intento è stato scoperto. L’uomo sa bene che non avrebbero avuto tanti problemi a


dove salperanno alla volta di Gioia Tauro. Emma si è anche accorta che Chris inizia ad avere i tremori, sintomo che la malattia si sta presentando in lui, anche se il fratello nega.

far ispezionare semplici peperoncini ed è certo che in quei barattoli si nasconda merce illegale. Il responsabile obbliga Emma a lasciare la nave in porto per riparare l’avaria e nel frattempo la polizia doganale avrebbe potuto svolgere i suoi controlli. Intanto Chris, che non crede che Omar possa evitare che la merce venga controllata, escogita un piano alternativo per lasciare Dakar in fretta con la droga. Torna dal pusher e gli chiede una mano per portare via la merce dal porto, dato che l’uomo aveva rivelato il giorno prima di avere lì molte conoscenze. L’uomo accetta, ma nel trasferimento dei barattoli su un nuovo camion, la polizia li scopre e ne consegue un inseguimento condito da una sparatoria. Essi riescono fortunatamente a sfuggire, bloccando la strada agli inseguitori con un camion in fiamme, ma ora i Lynwood devono lasciare al più presto la città. Chris corre ad avvertire la sorella che la polizia li cerca e vengono scortati dal pusher al camion che contiene la cocaina. In cambio dei favori fatti, Chris lascia 50kg di prodotto allo spacciatore, mandando Emma su tutte le furie. Ella lo ritiene un incapace e rivela i reali desideri di Edward riguardo al futuro dell’attività di famiglia, come egli abbia espressamente chiesto che Chris ne rimanesse fuori. Chris è ferito e le dà uno schiaffo. Omar intanto è arrivato con un’auto che guiderà il trasporto della merce fino ad una nuova barca, lontano dal Senegal. Emma vuole sfruttare delle conoscenze che ha a Casablanca, da

EPISODIO 5, SHARIA Italo e gli altri sicari portano Stefano ferito alla spalla da un medico. Egli sostiene la guerra che l’uomo sta muovendo contro Don Minu e gli fa sapere che molta gente conta su di lui per riportare il benessere a quelle zone, mentre sta ricucendo la ferita, fortunatamente non grave. Stefano, lasciata la casa del dottore, chiama la moglie dicendole di scappare con il figlio insieme a Don Minu, perché le cose si stanno complicando. Il medico si è accorto dal foro del proiettile che Stefano si è sparato da solo e lo fa sapere a Italo. Durante il viaggio verso Casablanca, Chris ammette a Emma che era già da qualche tempo che la malattia gli si era manifestata e aveva iniziato a prendere le pillole per calmare i tremori, ma non aveva detto niente a nessun membro della famiglia per non preoccuparli. Emma si sente in colpa per aver chiesto al fratello di intraprendere tale viaggio, ora che sa dell’inizio della sua malattia. Giunti al deserto, la strada è sbarrata da alcuni uomini armati: sono jihadisti che controllano le strade del deserto, Omar sarà costretto ad un accordo economico con loro per farsi scortare attraverso l’itinerario. I jihadisti ottengono dal patto che i Lynwood cedano loro 100kg di cocaina come saldo. La carovana arriva d’innanzi ad un centro abitato brulicante di soldati islamici, si tratta di una roccaforte jihadista, dove i Lynwood sono costretti a fermarsi. I soldati portano via di forza Chris e successivamente Emma, mentre ad Omar viene intimato di restare in auto. Emma è scortata da un ragazzo dentro un’abitazione in cui si trova una cella, nuovo 60

alloggio della ragazza. Emma non è in realtà totalmente rinchiusa, dato che alcune donne le tengono aperta la porta, cosicché ella possa girare l’edificio alla ricerca del fratello. Mentre vaga curiosando tra le varie stanze, Emma scorge alcuni uomini armati che guardano il telegiornale. Le notizie sono tragiche: dei terroristi islamici hanno attaccato un hotel di Ouagadougou, facendo prigionieri diversi turisti. I jihadisti esultano e ringraziano Allah, sentendo la notizia. Il giorno dopo degli spari in strada svegliano Emma all’interno della cella e all’improvviso Omar si presenta davanti alla porta per portarla in salvo dopo gli ultimi tragici eventi. Egli racconta che le forze speciali francesi hanno lanciato un missile contro un gruppo di jihadisti insieme ai quali stava anche Chris, nessuno di loro è sopravvissuto. Emma è disperata, ma Omar insiste per portarla via da lì, ora che si è presentata per loro un’occasione di fuga, e si dirigono verso i loro mezzi facendosi strada grazie all’aiuto di alcuni uomini armati. Nel tentativo di raggiungere l’auto Omar è colpito al petto da un proiettile, quando improvvisamente Chris giunge in auto alla roccaforte. Chris il giorno prima aveva lasciato la cittadina insieme ad alcuni jihadisti ed attraversato il deserto. Dopodiché alcuni soldati si erano staccati e diretti verso una missione, probabilmente un combattimento armato, mentre altri, tra cui anche Chris, si avvicinano ad un villaggio. Chris cerca dialogo con uno dei soldati, di nome Brahim, dopo averlo visto salutare il figlio partito con gli altri uomini. Al villaggio gli jihadisti non sono ben accetti e cercano in Chris un alleato per potervisi introdurre. Hanno infatti preparato alcuni documenti falsi che attestano che Chris sia un medico missionario che deve curare i feriti del villaggio. Essendo i suoi accompa-


gnatori anche i soldati riescono ad entrare. Brahim guida Chris verso una capanna ma invece dei malati essi trovano una donna con un bambino appena nato. Brahim aveva inscenato tutto questo per poter incontrare la propria famiglia e vedere il figlioletto. Chris è toccato nel vedere il lato umano di quest’uomo, si rivede nel primogenito di Brahim che è andato in guerra ed inizia quindi a raccontargli della sua malattia. Il giorno successivo i soldati stanno raggiungendo una nuova meta e si fermano nel deserto per pregare Allah, quando un missile precipita su di loro. Chris si salva riparandosi dietro al fuoristrada, ma i jihadisti sono tutti apparentemente morti. Il ragazzo nota che però uno di loro respira ancora, Brahim è sopravvissuto, ma ha urgente bisogno di cure mediche o morirà. I due tornano rapidamente in auto alla roccaforte, dove è in atto la sparatoria. I jihadisti sono grati al giovane per aver salvato Brahim e concedono ai Lynwood di ripartire all’istante. Emma carica Omar ferito in auto e lasciano la roccaforte, ma dopo poco l’uomo si spegne durante il viaggio. EPISODIO 6, SALVEZZA Il corpo di Omar viene sepolto nel deserto, subito dopo i Lynwood ripartono con il carico per arrivare a Casablanca, dove Emma ha appuntamento con il contatto che li aiuterà a portare la merce in Calabria. L’esercito di Manuel sta reclutando uomini per poter effettuare la conquista delle piazze di spaccio di Monterrey e consegnarle ai Leyra. Moltissimi ragazzi vengono sottratti alle loro case per iniziare un vero e proprio addestramento militare in una dismessa fabbrica della città, seguito dagli uomini di Manuel. L’addestramento è durissimo, non c’è pietà alcuna e i più deboli verranno sacrificati; le reclute oltre ad una serrata tabella

di marcia, sono costretti a subire continue minacce di morte. Tutti coloro che resistono, vengono arruolati nell’esercito, ognuno con il proprio compito specifico nella conquista armata. Questi uomini si fanno chiamare ‘vampiri’, dal soprannome militare del loro comandante, e si impongono sin da subito con la forza anche sui civili. La loro prima missione consiste nel sequestrare un autobus ed i suoi passeggeri, che vengono giustiziati a sangue freddo per mandare un messaggio alla città della fermezza d’intenti dell’impresa, filmando il tutto e diffondendo il video sul web. La notizia di questi atti terroristici si diffonde immediatamente, al telegiornale non si parla d’altro, e l’impresa occupa con una velocità sorprendente moltissime piazze per consegnarle ai re del narcotraffico di Monterrey. Manuel si reca a casa dei Leyra per fare il resoconto dei progressi, territoriali ed economici, ed ovviamente per riscuotere la paga, ma ci sono stati dei rallentamenti nelle entrate di narcos, dovute ai problemi di consegna ai calabresi. I narcos non possono quindi saldare il conto coi ‘vampiri’ e questo genera molti malumori tra i loro rappresentanti più importanti. Molti infatti già disprezzavano i Leyra, che se ne stavano comodamente in villa ad attendere che altri rischiassero la vita per aumentare i loro profitti, e questa situazione sicuramente non aiutava a placarli. Manuel vuole distrarli da questo problema e li porta al ristorante per festeggiare i loro progressi, qui incontrano i Leyra e nuovamente i soldati non mancano di rimarcare il loro disprezzo. Tornati alla base, il comandante si allontana per andare a trovare Chiquitita , la giovane vedova del militare che egli stesso ha ucciso, della quale egli si continua a prendere cura, aiutandola anche economicamente coi soldi dei narcos. Quella sera Manuel la porta a bere un drink 61

in un locale e poi ballano insieme. A fine serata la ragazza continua a insistere perché le faccia compagnia e Manuel ignora diverse chiamate dai suoi uomini. Una volta lasciata la casa di Chiquitita, Manuel risponde ad una nuova chiamata e viene a sapere che uno dei ‘vampiri’, Indio, è stato colpito dai narcos. Il tutto era nato da un compito che i narcos avevano dato ai ‘vampiri’: essi dovevano recuperare un carico di armi, proprio poco dopo che Manuel aveva lasciato la base, e così effettuano la missione da soli. Di ritorno alla base il narcos vuole vedere se il carico è completo e inizia ad insultarsi con gli uomini dell’impresa, finché dopo l’ennesima provocazione egli spara a bruciapelo a Indio, causando una brutale sparatoria. Tutti gli uomini dei Leyra rimangono uccisi, ma i ‘vampiri’ non riescono a salvare il fratello: quando Manuel arriva alla base Indio è già morto. Egli decide di portare a casa di Chiquitita i feriti per medicarli, ma la giovane è in procinto di partorire e viene portata dall’amico di corsa in ospedale.


EPISODIO 7, FAMIGLIA Don Minu, dopo essere scappato dai sicari di Italo, si rifugia in una casa abbandonata, dove rimarrà al sicuro fino a che il nipote non sistemerà la situazione. Stefano intanto si trova insieme ad Italo, che cerca Don Minu insieme ai suoi uomini, avvalendosi dell’aiuto del nipote. Stefano dichiara di non sapere dov’egli si nasconda, ma Italo sa che l’uomo è un doppiogiochista, dopo che il dottore ha rivelato che Stefano si è sparato da solo. Così Italo lo colpisce più volte con una spranga e lo getta ormai svenuto nel porcile, per farlo confessare. Lucia, la moglie di Stefano, nel frattempo è scappata da casa col figlio e si mette in contatto, tramite delle immaginette religiose, con Don Minu, che le manda i figli di Don Benedetto Bellantone a prenderli per portarli in un posto sicuro. I Bellantone hanno però tradito il boss e consegnano Lucia e il bambino agli uomini di Italo, che li rinchiudono, sperando di ottenere informazioni da Stefano. L’uomo, dinnanzi a tanta sofferenza per la famiglia, confessa di sapere dove si trova il carico di cocaina che Italo vuole assolutamente intercettare. Stefano e Italo partono per il

Marocco, intenzionati a bloccare la nave che trasporta la cocaina destinata a Don Minu, grazie anche all’aiuto di alcuni loro uomini che si trovano a Casablanca. Uno di loro conosce la posizione dei Lynwood, sanno dove poter trovare Amina, figlia di Yasser, che li condurrà dai fratelli e dal loro carico. Stefano e Italo rapiscono Amina e la obbligano a condurli all’hotel in cui alloggiano Emma e Chris. Al loro arrivo a Casablanca, Emma e Chris vengono aiutati dagli uomini di Yasser, che spostano i bancali di peperoncini, che verranno caricati su una nuova nave, diretta a Gioia Tauro. Yasser offre nel frattempo un rifugio sicuro ai fratelli e li porta in una stanza d’albergo in cui passeranno un paio di giorni prima della loro partenza, in attesa che vengano preparati i documenti per salpare. Amina verrà da loro il giorno seguente per consegnare questi documenti, oltre alle pillole di Chris, che sta vedendo peggiorare la sua malattia. Quella notte Chris si sente di nuovo male ed inizia ad avere spasmi molto più forti del solito, non riuscendo più a controllare il suo corpo. Il giovane è a pezzi e la sorella vuole a tutti i costi salvarlo: gli propone di vendere l’azienda di famiglia per cercare una cura al suo morbo ma Chris non è d’accordo. Il giorno seguente, come d’accordo, Amina si presenta alla porta della loro camera, con tutto ciò di cui avevano bisogno, mancava solamente d’incontrare il direttore della dogana e poi i Lynwood sarebbero potuti ripartire. Chris va con Amina all’incontro e comincia tra di loro a crearsi un interesse reciproco; i due iniziano a parlare della loro vita e iniziano a conoscersi. Emma, tornato il fratello, si è resa conto che in lui c’è interesse per la ragazza e lo sprona a farsi avanti. Emma crede che Chris dovrebbe godersi di più la 62

vita senza preoccuparsi per il suo difficile futuro, lo invita a uscire di più, così quella sera Chris e Emma vanno ad una festa, invitati da Amina. Tra Chris e Amina scocca subito la scintilla, i due prima ballano insieme e poi si appartano a casa della ragazza. Dopo la notte passata insieme, Chris si sveglia poco prima dell’alba nuovamente in preda agli spasmi. Il giovane è fuori di sé, non ce la fa più a vivere così e lascia bruscamente Amina, tornandosene a piedi in albergo. Emma vedendolo tornare è preoccupata per la sua salute e gli chiede di tornare il prima possibile a New Orleans, mentre lei proseguirà da sola il viaggio in Italia. Chris non riesce più a resistere e ammette con la sorella che sta per morire, Emma promette che si prenderà cura di lui una volta terminata la loro odissea e parte per il porto. Amina, rapita da Stefano e Italo, conduce i malavitosi alla stanza d’hotel in cui si trova Chris, che viene minacciato per rivelare la posizione del carico. Chris sale in auto con loro e li guida al deposito in cui erano custoditi i barattoli di peperoncini, facendo di tutto per ritardare il loro arrivo, cosicché la nave potesse lasciare in tempo Casablanca. Arrivati al deposito, Stefano non trova nulla, i bancali erano già stati caricati sulla nave e Chris era riuscito nel suo intento di ostacolarli, tanto ormai non aveva più niente da perdere. Stefano è furioso, specie perché Chris continua a farsi gioco di loro, e inizia a colpirlo violentemente, fino a lasciarlo esanime al suolo. Italo ammonisce Stefano: ora l’unica cosa che possono fare è tornare in Calabria ad ammazzare Don Minu, ma devono sbrigarsi a farlo prima che il carico venga consegnato. Gli uomini ripartono rapidamente in auto per tornare a casa e lasciano Chris nel deposito, in una enorme pozza di sangue.


EPISODIO 8, STESSO SANGUE Chiquitita ha partorito la sua bambina e Manuel rimane al suo fianco durante le prime ore di vita della piccola. Il giovane promette che manderà a Chiquitita del denaro ogni mese, per far sì che ella riesca a crescere la figlia in maniera dignitosa. Manuel però dice addio alle due, ammette alla giovane madre di non essere la brava persona che lei crede, è un uomo pericoloso, soprattutto per la loro incolumità e rivela, prima di salutarle, di aver ammazzato il marito di Chiquitita. Uscendo dall’ospedale ad attenderlo, Manuel trova tutti i suoi soldati, pronti per una nuova ed importante missione. I ‘vampiri’ si dirigono infatti alla villa dei Leyra, nella quale si sta svolgendo una festa piena di bambini. Gli spietati sicari non hanno alcuno scrupolo e aprono il fuoco sulle guardie del corpo dei narcos, per poi introdursi nella loro proprietà. Uno dei due fratelli, Enrique, viene ucciso in giardino, mentre Jacinto si rifugia all’interno della villa, ma viene facilmente scovato dai soldati. Manuel fa allontanare la famiglia dell’uomo e gli propone di raggiungere un accordo per la sua incolumità e quella della famiglia. Jacinto dice di poter dare loro 31 milioni di dollari, soldi ottenuti dalla vendita della cocaina ai Lynwood. Manuel accette e Leyra chiama il contatto per farsi portare il denaro alla villa, ma appena ottiene l’incontro, Manuel gli spara in fronte. Stefano e Italo sono tornati in Calabria dalla missione di Casablanca e Stefano si appresta ad organizzare l’incontro per uccidere Don Minu, tornando alla fattoria dei Curtiga. I Bellantone, sotto l’ordine di Italo, liberano la famiglia di Stefano; l’uomo può riabbracciare la moglie e il figlio, ma solo per pochi istanti. Stefano è diretto infatti all’incontro col nonno, al quale si presenta da solo, scortato solamente da uno degli uomi-

ni del boss. Don Minu si affaccia dal nascondiglio, che pullula di guardie, in compagnia di Emma Lynwood. Emma, tornata dal porto di Casablanca con Yasser, grazie al quale aveva potuto caricare la nuova nave con la cocaina di Don Minu, non trova Chris in camera d’albergo, ma solamente Amina che è stata legata e imbavagliata in bagno. Emma la libera e si fa raccontare tutto: degli italiani l’hanno rapita e obbligata a portarli da Chris, che poi è stato costretto a condurli al deposito dove si trovava fino a poco prima il carico. Emma raggiunge in compagnia di Yasser il magazzino e vi trova il cadavere martoriato di Chris. La giovane è corrosa dal dolore e dalla sete di vendetta e si metterà in viaggio la mattina seguente per Gioia Tauro. Gli uomini di Don Minu la vengono a prendere, scesa dall’autobus, e la conducono al nascondiglio di Don Minu. Emma gli racconta del tradimento del nipote, che ha cercato di fermare il carico in Marocco, e di come Stefano abbia ucciso Chris; Emma consegnerà al boss il numero del container contenente la cocaina solo in cambio di Stefano. Don Minu promette di risolvere personalmente le cose. Stefano giunge al cospetto del nonno, ma non vuole ucciderlo, sa di aver sbagliato a mettersi contro di lui e sa anche che per questo dovrà pagare. Consegna la pistola agli scagnozzi di Don Minu e prega il nonno di non punire la sua famiglia per gli errori che ha commesso. Don Minu lo accoltella sotto gli occhi di Emma: egli sta soffrendo molto per questo, ma sa che non aveva scelta di fronte a tale situazione, gli avrebbe permesso di tornare ai vertici del clan mafioso, e chiede perdono a Dio per ciò che è stato costretto a fare. Emma ha ottenuto la sua vendetta e consegna al boss il numero del container. Italo, che nel frattempo è venuto a sapere degli ultimi avvenimenti, 63

racimola il denaro ed i passaporti e si prepara in fretta e furia alla fuga, ma gli uomini di Don Minu sono stati più rapidi di lui e hanno già raggiunto la sua fattoria. Essi ammazzano i Curtiga e liberano Lucia e il bambino. Don Minu ha ottenuto la merce di cui aveva bisogno per ristabilire il suo dominio sull’area e ha riottenuto il rispetto dei suoi compaesani. Emma, prima di tornare a casa, fa tappa a Monterrey per consegnare la seconda rata ai narcos e riceve la chiamata di Jacinto Leyra, prima che egli venisse ucciso. Alla villa dei Leyra, Emma trova uno scenario di guerra: i ‘vampiri’ hanno occupato la proprietà e hanno messo tutti i cadaveri degli ospiti in fila sul vialetto del giardino. La donna incontra Manuel all’interno dell’abitazione e viene fatta sedere su un divano ai cui lati sono adagiati i corpi dei Leyra. Emma non può fare altro che consegnare i soldi ai suoi nuovi soci e commissiona


Purtroppo però molti sono i punloro un nuovo carico di 2000kg diretto in Russia. I ‘vampiri’ sono di- ti critici di ZeroZeroZero, a partire ventati i nuovi narcos della città di dalla scelta di trattare le tre stoMonterrey ed accettano l’incarico. rie in maniera quasi indipendente. I punti di contatto tra venditori, La nuova serie tratta compratori e broker non mancadal romanzo di Rober- no, spesso questi contatti portano to Saviano ci racconta a sviluppi importanti per la tranuovamente una realtà ma, ma mostrarle tutte e tre come nostrana quasi mai trattata da storie di pari importanza porta produttori internazionali. Dopo il ad uno scarso sviluppo delle varie successo globale di Gomorra, Ze- trame. In particolare, le vicende roZeroZero vuole raccontarci una riguardanti Don Minu e Stefano storia di malavita italiana, questa e quelle degli uomini di Manuel, volta ambientata in Calabria. Il sono poco sviluppate. Per quanto presupposto è molto interessante, i risvolti delle vicende abbiano un anche perché la serie vuole mo- peso narrativo molto alto, nel comstrare come tutto il processo della plessivo viene dedicato pochissimo produzione e del narcotraffico in- tempo a queste storie che di conseternazionale siano legati tra loro, guenza vengono molto banalizzate. rendendo il racconto piuttosto ori- Nello specifico, la storia di Manuel ginale e completo. In realtà i pro- Contreras ha complessivamente tagonisti sono i broker americani uno scarso peso narrativo e viene che si occupano del trasporto della raccontata in maniera troppo sucocaina oltreoceano, mentre le vi- perficiale. Moltissimi sono stati i cende legate alla ‘ndrangheta fan- prodotti televisivi e cinematograno da contorno. La storia della fa- fici che hanno trattato la tematica miglia Lynwood risulta piacevole del narcotraffico sudamericano, da seguire e molto realistica sotto in ZeroZeroZero questo lato è modiversi aspetti, per il viaggio tra- strato in maniera non originale e vagliato che i fratelli sono costretti per giunta poco realistica. Non è a compiere. I personaggi di Emma credibile che un piccolo gruppo di e Chris sono ben delineati e coeren- militari corrotti possano obbligati, è resa molto bene l’importanza re, semplicemente grazie al temdella loro impresa all’interno del peramento violento, dei narcos del processo complessivo del narco- peso dei Leyra (almeno da come traffico, cosa che in altri prodotti ci vengono presentati nelle prime televisivi è spesso tralasciata. Gli puntate) e che addirittura sul finastessi protagonisti sono in grado di le possano sbaragliare il loro imgenerare empatia nello spettatore, pero della droga, introducendosi subiscono un processo di cambia- con dei ragazzini armati nella loro mento e maturazione in cui lo spet- villa. La scalata sociale di Manuel tatore può facilmente identificarsi. e dei suoi è eccessivamente semplice e quindi non realistica. Un altro tasto dolente della serie è l’eccessivo numero di personaggi, mal gestito. Troppe sono infatti quelle figure che si avvicendano durante la narrazione delle tre storie parallele, che spesso hanno una durata breve per la fine che fanno o per il tempo dedicato loro dagli autori. Ci vengono presentati una quantità eccessiva di personaggi che hanno una presso-

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ché nulla definizione caratteriale e degli intenti, anche se dalle azioni dei protagonisti si è portati a pensare che essi fossero realmente importanti. Lo stesso Stefano che costituisce uno dei protagonisti, ci viene mostrato poco, rispetto alla durata complessiva del prodotto, e di lui sappiamo poco o niente, sia per quanto riguarda il suo passato, sia per quanto riguarda la sua persona. Forse però la più grande pecca di ZeroZeroZero è la linearità del racconto. Il montaggio alternato è praticamente nullo e ne consegue che la storia assume a più riprese dei ritmi eccessivamente lenti, portando lo spettatore a dimenticarsi delle altre vicende aperte. Un po’ più di dinamismo avrebbe reso l’intreccio decisamente più avvincente e meno prevedibile, mantenendo un più alto livello di attenzione. Su tutti è da notare la scelta registica di rappresentare diversi flashback: in alcuni momenti in cui i personaggi di Emma e Chris si vengono a separare per svolgere compiti differenti durante il loro viaggio, viene prima mostrata la totalità delle azioni di un personaggio e poi viene rimostrata la sequenza in cui i due si dividono, per poi affrontare le azioni dell’altro personaggio. Ne consegue che i risultati del flashback diventano prevedibili e che le vicende legate al primo personaggio diventino un po’ confuse. In questo caso un montaggio alternato avrebbe sicuramente reso più interessante e comprensibile il tutto. Nel complesso quindi ZeroZeroZero, partendo da buoni presupposti come l’internazionalità della produzione e la presenza di un cast multiculturale, risulta agli occhi dello spettatore fin troppo prevedibile e poco originale nelle scelte. Resta comunque un prodotto di qualità, che però lascia lo spettatore un po’ con l’amaro in bocca. Leonardo Zandron


di Nick Hurran, Jan Maria Michelini

DIAVOLI

EDISODIO 1 In un lussuoso ufficio Dominic Morgan, CEO della Ney York-London Investment Bank, parla di finanza ai suoi impiegati. La paragona all’acqua del mare che per alcuni pesci è impercettibile, ma per Massimo è ben visibile. Massimo Ruggero, head of treading della banca di Dominic, è riuscito a generare un profitto esorbitante, grazie a una mossa di finanza rischiosa, ma efficace, e per questo Dominic lo elogia davanti a tutti. Mentre assistiamo al discorso di Dominic, vediamo delle immagini di un uomo che si è buttato dalla sede della banca morendo sul colpo. La vicenda e l’identità del soggetto ci è tenuta ancora nascosta. Dopo una giornata di lavoro Massimo si reca nell’ufficio di Dominic, e qui scopriamo che a breve verrà proclamato il nuovo vice CEO della banca e Dominic vorrebbe Ruggero a ricoprire quella carica, ma la scelta non dipende solo da lui. Inoltre, ci sono anche altri candidati più anziani di Massimo che spingono per avere il posto. Uno su tutti è Edward Stuart. Dopo il lavoro Massimo e i suoi fidati collaboratori si recano in un lussuoso locale di Londra per festeggiare la fortunata mossa finanziaria. Massimo riceve un biglietto che lo invita a recarsi in una camera. Durante il tragitto si imbatte in una giornalista che vorrebbe intervistarlo, ma Massimo taglia corto e lascia la blogger a bocca asciutta. Nella camera c’è una spogliarellista che inizia il suo spettacolo. Il suo costume impedisce di riconoscerla, ma Massimo nota un tatuaggio sulla spalla

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della donna che gli è famigliare. Appena Ruggero se ne accorge lei scappa e Massimo vorrebbe inseguirla ma, essendo legato a una sedia, perde tempo prezioso. Lei riesce a fuggire, lasciandoci con molti interrogativi sul loro rapporto e sulla sua identità. Scopriamo che il suo nome è Carrie e che, secondo Massimo e il suo team, qualcuno ha organizzato quell’incontro per cercare di indebolire l’head of treading della banca gestita da Dominic, la NYL. Probabilmente Edward Stuart. Scopriamo che Carrie è la moglie di Massimo e che dipingeva quadri. Fino a poco tempo prima lei si trovava negli Stati Uniti e Massimo vuole trovarla per toglierla dai guai. La squadra di Massimo decide di provare a indebolire Stuart con l’aiuto di un giovane studente di economia, brillante e senza scrupoli: Oliver Harris. Oliver si reca a un evento di un’azienda per cui Stuart collabora. Qui scopriamo che qualcuno ha iniziato a shortare il titolo del CEO dell’azienda; il che significa prendere in prestito azioni di un’azienda e rivenderle, per poi ricomprarle a un prezzo più basso e intascare la differenza. Questa operazione si svolge quando si ritiene che delle azioni stiano crollando, e dietro a questa operazione ci sono Massimo e il suo team. Tutte queste informazioni sono state registrare da Oliver e poi mandate a Massimo. Nel parcheggio della banca, Massimo incontra di nuovo la giornalista che lo aveva intercettato qualche sera prima e, questa volta, Ruggero la invita a casa sua per concederle un’intervista. Lei gli dimostra di avere delle informazioni riservate su di lui, quindi Massimo vuole scoprire chi è davvero e quali sono le sue intenzioni. Intanto, Massimo si vede con 65

Origine: Italia, Regno Unito, Francia, 2020 Produzione: Sky Italia, Lux Vide, Orange Studio, Sky Studios, OCS Regia: Nick Hurran, Jan Maria Michelini Soggetto e sceneggiatura: Guido Maria Breda, Alessandro Sermoneta, Mario Ruggeri, Elena Buccaccio, Christopher Lunt, Michael Walker, Ben Harris, Tommaso De Lorenzis Interpreti: Alessandro Borghi (Massimo Ruggero), Kasia Smutniak (Nina Morgan), Laia Costa (Sofia Flores), Malachi Kirby (Oliver Harris), Lars Mikkelsen (Daniel Duval), Pia Mechler (Eleanor Bourg), Paul Chowdhry (Kalim Chowdrey), Sallie Harmsen (Carrie Price), Harry Michell (Paul McGuinnan), Patrick Dempsey (Dominic Morgan), Jemma Powell (Claire Stuart), Ben Miles (Edward Stuart), Gianni Parisi (Enea Ruggero), Marco Palvetti (Vincenzo Manfredi) Distribuzione: Sky Atlantic Durata: dai 55 ai 60 minuti x 10 episodi Uscita: 17 aprile 2020

Oliver che, oltre ad aver raccolto informazioni su Stuart, ha anche scoperto che Carrie è rientrata in Gran Bretagna da sei settimane, ma cerca di non lasciare tracce. Massimo chiede a Oliver di continuare a cercare informazioni su Carrie e di recarsi nel ristorante dove avrà luogo un’intervista tra Stuart e un giornalista del Financial Times, per registrare la conversazione. A casa Ruggero si presenta la giornalista, Sofia Flores, che cerca di dialogare un po’ con Massimo per estrapolare qualche notizia su di lui e sul suo lavoro. Sofia vuole scoprire di più sulla crisi finanziaria in Grecia, che potrebbe


influenzare gli affari di tutta Europa. Secondo la Flores Ruggero avrebbe controllato dei mercati in Grecia per generare profitto alla sua banca. Questa azione però sta devastando la finanza greca e contribuendo al collasso del paese. Appena Massimo percepisce l’insinuazione di Sofia, tronca l’intervista e la invita a uscire da casa sua. Vediamo poi la commemorazione per la scomparsa del figlio di Dominic, avvenuta tre anni prima. Jhon era un soldato ed è morto in guerra. La moglie di Dominic, Nina, non regge il momento toccante e chiede a Massimo di accompagnarla a casa. In macchina, Nina rivela che Jhon si era arruolato per scappare da Dominic, che voleva per suo figlio una carriera nella sua banca. Al ristorante Oliver viene fatto sedere lontano dal tavolo di Stuart. Per questo non riesce a intercettare la sua conversazione con il giornalista e Devenport, il CEO dell’azienda che il team di Massimo sta shortando in borsa. Decide comunque di osservare i tre uomini per cercare di scoprire qualche dettaglio utile. Nota un tremolio sospetto di Devenport e lo comunica a Massimo. Dopo alcune ricerche Oliver scopre che nelle ultime settimane il CEO è andato di frequente da un neurologo. Massimo organizza un secondo incontro con Sofia Flores a casa sua. Qui Ruggero rivela a Sofia di aver scoperto la sua vera identità: lei non è una blogger, ma lavora come spia per il gruppo anarchico Subterranea, che si occupa di svolgere inchieste nel mondo del-

la finanza. Oltre ad aver scoperto l’identità di Sofia, Massimo ha anche ritrovato una cimice che la spia di Subterraea aveva posizionato in casa sua la sera del primo incontro. Subterranea è un gruppo che traffica informazioni al limite della legalità e Massimo decide di dare un compito a Sofia. In cambio, lui non la denuncerà. La spia dovrà far uscire la notizia della malattia del CEO dell’azienda per cui collabora Stuart. L’obiettivo è quello di indebolire la posizione e i titoli in borsa di Devenport. A causa della notizia Devenport inizia a calare a picco in borsa e Stuart è incredulo alle speculazioni sul suo socio di cui non era a conoscenza. Mentre l’obiettivo di Massimo di indebolire Stuart si sta materializzando, Oliver chiama il giovane head treading italiano. Sua moglie è stata trovata. Massimo va in tutta fretta nel luogo che Oliver gli ha indicato e trova Carrie in un ambiente malfamato e lugubre. Sua moglie sembra stare molto male e pare aver perso i sensi. Viene perciò presa di peso da Massimo e portata in ospedale. Devenport fa un annuncio ufficiale dove ammette la veridicità delle notizie diffuse dalla stampa riguardo la sua malattia. Questo calo a picco di Devenport, cliente di Stuart, è costato alla banca 50 milioni di sterline. Dominic però ha scoperto che Carrie è di nuovo in Gran Bretagna, e comunica a Massimo che non diventerà vice CEO. Carrie ha problemi di droga, soffre di bipolarismo e legalmente è ancora sposata con Massimo. Ruggero, in preda alla rabbia, vuole cercare Stuart. Ora ha la prova che è stato lui ha riportare Carrie a Londra per indebolire la sua posizione. Mentre lo cerca però Stuart ha deciso di togliersi la vita lanciandosi dalla sede della banca. Tra le urla disperate della moglie di Stuart e gli sguardi increduli di chi ha assistito alla scena la prima puntata finisce tragicamente. 66

EDISODIO 2 Dopo una partita a squash Massimo rivela a Dominic i suoi sospetti sulla morte di Ed Stuart. L’ex dipendente della banca aveva falsificato dei profitti coprendo così delle ingenti perdite. Dominic però non vuole che questa versione dei fatti venga svelata, e dice a Massimo di non divulgarla. Dominic inoltre teme che Massimo possa lasciare il lavoro alla banca perché non diventerà il nuovo vice CEO. Il suo curriculum e il suo talento lo rende un profilo molto richiesto nel mondo bancario, e non farebbe di certo fatica a trovare un nuovo posto di lavoro. Nel parcheggio della banca Sofia Flores si scaglia contro Massimo. Lei lo accusa di averla usata per diffondere la notizia che avrebbe indotto Stuart a suicidarsi. Massimo smentisce l’ipotesi di Sofia poiché conosceva Stuart a malapena. Poi chiede alla spia di farle avere un contatto di un giornalista del Guardian. Massimo vorrebbe divulgare delle notizie che infangherebbero la NYL. Sofia non sa che fare. È tenuta sotto scacco da Ruggero. Nell’ufficio di Massimo lui e la sua squadra discutono delle prossime mosse da mettere in atto. Il giovane head of treading ritiene di dover cambiare aria perché, se dovesse rimanere a lavorare lì, perderebbe la sua forza e il suo prestigio. Ruggero sta pensando a un modo conveniente per cambiare posto di lavoro, portando con sé anche il suo team. Poi, la squadra cerca di gettare luce sulla morte di Stuart, ma ci sono dei misteri che ancora aleggiano intorno al suo suicidio inaspettato. Non manca, tra i membri della squadra, un leggero senso di colpa dettato dalla loro scelta di divulgare le notizie della malattia di Devenport. In un bar del centro Massimo e Oliver si incontrano. Lo studente di economia esterna le sue preoc-


cupazioni riguardo al lavoro sottobanco che sta conducendo per Massimo, e vorrebbe tirarsi indietro a causa del suicidio di Stuart. L’head of treading italiano però, cerca di convincere Oliver che loro non c’entrano nulla con la morte di Ed Stuart, e chiede l’aiuto del giovane studente per dimostrarlo a tutti. Senza alcun tipo di convinzione Oliver accetta e si appresta a svolgere un compito per Massimo: si reca da Nina, la moglie di Dominic che, di nascosto, gli porge in custodia il portatile di Stuart per cercare di scoprire alcune informazioni sulle cause della sua morte. Nina però si trova a casa della moglie di Stuart e, poco dopo, due detective fanno visita alla vedova. Durante l’interrogatorio i due poliziotti chiedono se Edward avesse un portatile, così da cercarci qualcosa di utile per il caso. La moglie non lo trova e Nina, per evitare nuovi sospetti, dice che andrà lei a cercarlo in ufficio, troncando così la conversazione con i detective. All’ufficio della banca Paul, un membro del team di Massimo, inizia a dubitare di ciò che Ruggero sta facendo. Il fatto che Ruggero voglia cambiare banca lo insospettisce, ma Kalim, altro collaboratore del team, riesce a tranquillizzarlo: in fondo, Massimo non li ha mai delusi ed è solo grazie a lui che ora loro sono la squadra di maggior successo della banca. Intanto, Massimo si trova sullo yacht del CEO di un’altra banca, Li Acheng, per parlare di affari. Il CEO però sembra aver capito che Ruggero vuole solo vendicarsi di Dominic e, se è disposto a tradirlo, potrebbe farlo anche con lui in futuro. Per questo, nonostante le enormi capacità di Massimo, il CEO ha non pochi dubbi su di lui. Massimo ha anche un piano per far affondare la banca di Dominic. Se Ruggero riuscirà a provare che Ed Stuart falsificava i bilanci, le azioni della banca caleranno a

picco e Acheng potrà schortare i titoli della NYL, guadagnando una somma esorbitante. Il nuovo socio decide che accetterà l’accordo senza però assumere il team di Massimo. Ora l’head of treading italiano dovrà fare una difficile scelta. In un locale di Londra Paul viene ricattato da un collaboratore di Dominic. Ci sono delle foto compromettenti che lo ritraggono con una ragazza minorenne. Per evitare la divulgazione di quelle immagini, che gli farebbero perdere lavoro e famiglia, Paul dovrà riferire tutte le intenzioni e le mosse di Massimo, tradendolo. In ospedale Carrie rimane in coma e le sue condizioni non sembrano migliorare. Massimo è preoccupato per lei, e la vicinanza a sua moglie gli sblocca dei ricordi felici: la loro prima notte insieme. I due si erano incontrati nel bar dove Massimo lavorava e poi avevano passato la notte insieme a casa di Carrie. Il mattino seguente, Massimo dovrebbe andare a lezione, ma Carrie riesce a trattenerlo a casa con lei. Massimo va a prendere Oliver nel sobborgo in cui abita a bordo della sua Ferrari. Il giovane studente ha trovato delle informazioni utili nel portatile di Stuart, e Massimo lo fa salire sul suo veicolo. I due sfrecciano via. Circondato da auto lussuose, nel parcheggio della banca, Oliver rimane ammaliato. Poi da una colonna sbuca Sofia. Massimo le dà appuntamento in un bar dove si terrà l’intervista con una giornalista, come Ruggero le aveva chiesto. Poi Massimo accompagna Oliver in ufficio e gli fa prendere una decisione molto pesante riguardo a un movimento finanziario da fare: i tassi verranno alzati o abbassati? La risposta potrebbe portare a una perdita di 50 milioni o a un gran profitto. Oliver, un po’ impacciato, predice l’alzamento dei tassi, azzeccando la ri67

sposta. Massimo ha percepito un enorme potenziale in Oliver e nel suo acume per la finanza. Scopriamo che Massimo ha accettato le condizioni di Acheng, mentre Oliver ha trovato un file vuoto sul portatile di Stuart; quel file si chiamava Massimo Ruggero e qualcuno lo ha cancellato dopo la morte di Stuart. Intanto Paul, messo in una posizione alquanto scomoda, si vede costretto a fare una chiamata per avvisare il collaboratore di Dominic riguardo alle intenzioni di Massimo. Per questo, Dominic chiama Li Acheng. Se la verità sulla falsificazione dei bilanci verrà a galla, sarà la fine per la NYL. Massimo, al posto di recarsi al pub per svolgere l’intervista, va a casa di Ed Stuart per parlare con sua moglie, che lo accoglie con freddezza. Scopriamo che, in realtà, Stuart non era stato nominato vice CEO, ma si era dimesso dalla banca. Il lavoro lo stava uccidendo dentro e lo stava allontanando dalla famiglia. Per questo, la moglie non accetta le scuse di Massimo e lo manda via. Massimo si reca poi in ospedale, dalla moglie, e ignora le chiamate di Sofia Flores che lo sta aspettando al pub. Fuori dal locale però ci sono gli uomini di Dominic ad aspettare Ruggero per fermarlo, ma il giovane head of treading non ci andrà a quell’incontro. La notizia perciò non esce sul giornale.


Il giorno seguente, nell’ufficio di Dominic, il CEO della NYL spiega a Massimo che non gli ha comunicato la notizia delle dimissioni di Stuart per proteggerlo. Dominic ha eliminato il file mancante dal portatile di Stuart che conteneva i dati delle sue frodi. Il consiglio della banca, appena scoperti gli illeciti di Stuart, lo ha licenziato in tronco, ma per evitare l’infangamento della sua persona hanno camuffato il licenziamento con una dimissione per volontà dello stesso Stuart. Dominic vuole che Massimo si prenda un periodo di pausa per stare vicino a sua moglie ma, prima di prendersi un po’ di riposo, Ruggero licenzia Paul. Il giovane head of treading ha scoperto che Paul lo ha tradito. Ora, Massimo ha il sospetto che Ed Stuart non si sia suicidato, perciò non cambierà banca, ma rimarrà alla NYL per scoprirne di più. All’uscita dal lavoro, l’ospedale chiama Massimo e lo avvisa della morte di sua moglie. Sconvolto, rimane pietrificato e incredulo. EPISODIO 3 Massimo, dopo la morte della moglie, vuole scoprire se qualcuno l’ha uccisa mandandola volontariamente in overdose. Intanto Oliver si appresta a svolgere il suo primo giorno da stagista alla NYL, sostituendo così Paul che, dopo aver preparato le sue cose, lascia per sempre il suo posto di lavoro alla banca. Oliver viene accolto con freddezza dal resto del

team. Intanto, alla NYL, si apre un’investigazione ufficiale per chiarire le dinamiche della morte di Stuart. In cerca di prove, Massimo manda una sua collaboratrice a scoprire gli sposamenti di Carrie nei suoi ultimi giorni di vita, ma pare che la moglie di Massimo abbia agito nell’ombra ed è impossibile reperire notizie utili. Massimo è scosso dalla morte della moglie. A casa sua si reca Sofia che, spinta dal suo capo Daniel, va da lui per presentargli la sua versione dei fatti. Subterranea sta lavorando per colpire Massimo, Dominic e la NYL e questo pare essere un momento ideale per agire, data la situazione di debolezza dell’head of treading. Sofia spiega a Massimo che ci sono dei contatti tra Gheddafi e l’NYL: un manager finanziario libico è stato corrotto dalla banca di Dominic. Sofia ritiene che Stuart sia stato coinvolto nell’operazione, e che non riuscisse a vivere con le mani sporche di sangue. Massimo sembra scettico, ma potrà verificare l’ipotesi di Sofia perché il giorno seguente ci sarà un incontro a Londra tra il manager finanziario libico e dei soci della NYL. Tutto ciò, secondo Sofia, può avere un legame con Carrie. La moglie di Massimo poteva essere un diversivo, un modo per tenere occupato Ruggero, l’unico membro della NYL dotato di sufficiente potere per scoprire l’affare sporco di Stuart e Dominic. Dopo aver identificato il luogo dell’incontro tra il manager finanziario libico e i soci della banca, Sofia si offre di infiltrarsi alla serata, per captare informazioni e filmare i presenti. Si travestirà da escort. La spia di Subterranea insiste per svolgere la difficile missione e Massimo decide di assecondarla. Intanto, in ufficio, Kamil e Eleanor sono preoccupati per Massimo. Dopo la scomparsa di sua moglie sta prendendo delle decisioni molto discutibili e poco lucide. Mentre 68

Oliver torna in ufficio, viene braccato da due detective che gli chiedono informazioni sul portatile di Stuart. Il giovane stagista, visibilmente in difficoltà, arranca e non dà una risposta sicura alimentando i sospetti dei poliziotti. I due detective gli danno appuntamento la mattina seguente, in centrale, per poter parlare apertamente dei fatti. Sofia si infiltra alla festa, ma i controlli serrati la costringono a lasciare fuori dalla sala principale la sua borsa, contenente la videocamera. Si fa spazio comunque tra gli invitati e punta immediatamente il manager finanziario libico, facendo conoscenza con lui. Poi, Sofia recupera la sua borsa aiutata dal manager, ammaliato dalla sua presenza. In questo modo riesce a filmare un’interessante conversazione che inchioderebbe la NYL. Il manager libico però, dopo aver parlato di affari con alcuni soci della banca, vuole portare Sofia in camera da letto. La giovane spia di Subterranea riceve le violenze del rude manager libico. Grazie a una pastiglia che Sofia è riuscita a dare al manager, l’uomo della Libia si è placato addormentandosi. Dopo la serata Massimo la riporta a casa e osserva il materiale che Sofia è riuscita a filmare. Ruggero riconosce nei video un socio della NYL che è in lizza per il posto da vice CEO. Massimo dice a Sofia di pubblicare immediatamente le foto su internet. Il capo di Subterranea però vorrebbe temporeggiare, perché le informazioni a loro disposizioni sono ancora insufficienti per dimostrare che ci siano dei collegamenti tra la NYL e il massacro di civili per mano di Gheddafi in Libia. Sofia però, decide di chiamare la giornalista del Guardian e di mandarle comunque il materiale che ha reperito. In ufficio Oliver dice a Massimo del suo appuntamento alla centrale. Ruggero suggerisce al giovane stagista di dire ciò che


ritiene giusto, lasciando a Oliver libertà di agire. Il giovane decide di coprire Massimo, dicendo che non sa nulla del portatile. Oliver è stato visto dalla domestica di casa Stuart mentre Nina le porgeva il portatile. Il giovane stagista viene da una famiglia povera e l’opportunità che gli sta dando Ruggero è fondamentale per lui e per la sua famiglia; non può farsela scappare. Alla NYL, Dominic viene a conoscenza dell’articolo sul Guardian che tratta dei rapporti tra la banca e la Libia. Un’orda di giornalisti lo attendono fuori dalla sede, mentre le azioni della NYL calano e il team di Massimo nutre forti dubbi sul suo operato. Intanto Ruggero chiama Sofia molto arrabbiato. Lui voleva che la spia pubblicasse le foto sulla pagina di Subterranea, non sul Guardian. Ora Dominic, che sapeva dell’incontro che si doveva tenere tra Massimo e la giornalista del Guardian, punterà il dito contro Massimo. Il CEO della NYL tiene una conferenza stampa per spiegare la sua versione dei fatti e con enorme maestria e capacità di manipolazione, riesce a rovesciare la situazione a suo favore. Spiega alla stampa che gli incontri con l’esponente finanziario libico, che a detta di Dominic si è dissociato dal regime di Gheddafi, avevano come scopo quello di aiutare la Libia ad avere un futuro prospero e democratico. Lo stravolgimento della notizia provoca la rabbia di Daniel, capo di Subterranea. Daniel redarguisce ancora Sofia che ha agito d’impulso e in solitaria, sottovalutando la spregiudicatezza di Dominic Morgan. Al funerale di Carrie, Dominic cerca di placare le ipotesi che Massimo ha contro di lui. Il capo della NYL reputa Massimo come un figlio e lo vuole al suo fianco, ma Ruggero ha ormai perso fiducia in Dominic e lo ritiene un diavolo.

Alla stazione di polizia arriva un pacco contenente il portatile di Stuart che, secondo la versione ufficiale, sarebbe stato ritrovato in ufficio. L’autopsia del corpo di Stuart rivela molte fratture ad entrambe le braccia. Questo particolare svela che nel momento dell’impatto con il suolo Ed Stuart aveva assunto una posizione di protezione. Ora i detective ritengono che si tratti di omicidio e Massimo è al primo posto nella lista dei sospettati. EPISODIO 4 Buenos Aires, 2001. La città è in fermento a causa della crisi bancaria. Un uomo si inserisce nel fiume di gente che sta protestando per le vie della città e una bambina prova a fermarlo. Quella bambina è Sofia Flores. Suo fratello le dice di tornare subito a casa ma lei, senza farsi vedere, rimane per strada a osservarlo. Il fratello si reca alla banca. Vuole i suoi soldi, ma il Banco De Rosa è in bancarotta e ha perso i risparmi dei suoi contribuenti. L’attività del fratello di Sofia è fallita e senza quei soldi per loro sarebbe la fine. Nella banca riesce a intrufolarsi anche la piccola Sofia. Il fratello è furioso, ma i funzionari della banca non possono dargli i suoi soldi. Riesce a estrarre la pistola da un agente di polizia e a puntarla contro un funzionario della banca. La rabbia lo sta accecando. Sofia è molto preoccupata. Poi, la disperazione porta il fratello di Sofia a puntarsi la pistola addosso e a spararsi. Sofia, ancora bambina assiste alla scena. Dopo il crollo di quella banca, la NYL di Dominic si era arricchita e così scopriamo perché Sofia sia così determinata a colpire la NYL. Dopo che Massimo ha dato il compito a un investigatore privato di indagare su Carrie, alla NYL si presenta un banchiere tedesco, Hans, e un suo collaboratore. Dominic conosce bene il 69

CEO della banca tedesca, e tra di loro c’è un accordo segreto che Hans vuole sciogliere. Dominic è contrario, ma il banchiere tedesco si vede costretto a farlo, per non scontrarsi con il ministero delle finanze tedesco. L’Irlanda sta vivendo un momento drammatico dal punto di vista finanziario e a causa di questa crisi i banchieri tedeschi rischiano di perdere ingenti somme di denaro. Intanto, Massimo tiene al guinzaglio il proprio team, che vorrebbe approfittare della crisi irlandese per arricchire la banca. In un parco londinese Chris, dipendente della NYL, si incontra con la detective che sta lavorando al caso Stuart. Chris è disposto a dare delle informazioni importanti alla polizia, in cambio della discrezione della detective, che dovrà tenere segreta la sua identità. Chris ha delle informazioni che penalizzerebbero la posizione di Massimo, ma per ora non vengono svelate. Il dipendente della NYL ricoprirà una carica importante di supervisione, cosa che potrebbe penalizzare le libertà che la squadra di Massimo ha sempre avuto. Per questo Massimo chiama alla calma il suo team dicendo loro di non rischiare nulla e seguire le regole imposte dalla banca. Per ora. Poi Massimo viene convocato dalla polizia per un interrogatorio. Daniel dà una seconda possibilità a Sofia affidandole una nuova missione. Dovrà recuperare delle informazioni segrete riguardanti la NYL. Sofia scopre che la banca di Dominic non lavora per Gheddafi ma per gli americani. La morte


del dittatore libico è stata provocata da un video falso che mostrava delle fosse comuni di 10 anni prima. Il contenuto del video ha dato la spinta a uccidere Gheddafi. Massimo viene interrogato dai detective che ipotizzano la sua colpevolezza per la morte di Stuart. Dopodiché, i poliziotti si recano a casa di Paul e lui decide di rivelare ciò che sa riguardo a Massimo e il suo controverso rapporto con Stuart. Alla NYL Chris e Massimo salgono in ufficio insieme. Chris provoca Massimo dicendogli di aver parlato con la polizia del suo brutto rapporto con Stuart e tirando in ballo sua moglie. Massimo non frena il suo impulso e molla un pugno in faccia a Chris mandandolo a terra. Mentre Ruggero si scaglia ancora contro il malcapitato Chris, l’ascensore arriva al piano, rivelando a tutti lo scontro fisico tra i due. Verranno poi fermati da alcuni impiegati. Dominic striglia Massimo per il suo comportamento, ma decide di proteggerlo usando il suo potere per far distogliere i riflettori della polizia dall’head of trading della NYL. L’investigatore che lavora per Massimo viene convocato da un avvocato che gli offre un’ingente somma di denaro. In cambio l’investigatore dovrà cessare le ricerche su Carrie e dire a Massimo che non ha trovato nulla su di lei. Il team di Massimo decide di non ascoltare il loro leader e, con l’aiuto di Oliver, entrano nel sistema computerizzato della banca

cambiando il parametro che bloccava i loro traffici di titoli azionari. Il possibile incasso della loro operazione furtiva potrebbe ammontare a parecchi milioni; perciò decidono di prendersi la libertà di agire senza seguire le istruzioni di Massimo. Ruggero, per fare chiarezza sulla situazione irlandese, si reca da un professore di economia, colui che gli ha fatto conoscere Oliver. Chiacchierando con lui, arriva alla conclusione che le banche irlandesi non stanno per fallire. È quindi necessario non rischiare e agire con cautela. Massimo torna alla NYL e la sua squadra ammette di aver agito nell’ombra, disubbidendo al suo comando di rimanere cauti. Massimo è arrabbiato e ordina immediatamente di fare marcia indietro. La mossa voluta da Massimo si rivelerà azzeccata. Le banche irlandesi verranno salvate dallo stato. Sofia, con l’aiuto del suo informatore, recupera informazioni su Carrie e si reca nel parcheggio della NYL per comunicarle a Ruggero. La moglie di Massimo era stata arrestata l’estate precedente in Virginia per prostituzione. Le sue informazioni sono state fatte sparire dall’avvocato di Dominic, colui che ha corrotto l’investigatore ingaggiato da Massimo. Dopodiché, Massimo viene arrestato dalla polizia, che lo porta in centrale per ulteriori chiarimenti sulla morte di Stuart. Durante l’interrogatorio una telefonata dal procuratore capo ordina il rilascio di Massimo. EPISODIO 5 Nel giorno del compleanno del defunto figlio Jhon, Nina porta i figli di Stuart a fare un giro. La sofferenza per la morte del figlio la attanaglia ancora, a distanza di anni. La sua mente vaga e, durante il viaggio, Nina rischia di fare un incidente con un camion. Dovrebbe recarsi in piscina, ma decide di andare in un posto speciale. 70

Chris mostra a Dominic il video di Oliver che hackera il sistema per permettere al team di Massimo di agire senza restrizioni. Per questo Ruggero potrebbe essere licenziato. Intanto, Dominic viene informato che Nina non risponde più al telefono e che lei e i figli di Stuart non sono in piscina come da programma. Massimo viene chiamato da Dominic. Vuole essere aiutato nella ricerca di sua moglie. Massimo, mosso dall’ottimo rapporto che ha con Nina, decide di mettere da parte il suo risentimento e di aiutare il suo capo. Tornando indietro nel tempo, vediamo Massimo, Kalim e Paul che si recano in una casa di Londra, dove si tiene una grande festa. Carrie avrà l’opportunità di organizzare una mostra con i suoi quadri. Carrie è molto felice e su di giri. Si è fatta un tatuaggio dietro alla spalla e spinge Massimo a farsene uno uguale. Durante la festa Massimo non riesce a farsi trascinare dall’entusiasmo di Carrie e si rintana in un angolo tranquillo della casa, per controllare i titoli dei mercati immobiliari che stanno subendo una consistente perdita. Dominic, nel 2006, era ancora head of treding della NYL. Le banche americane, negli ultimi anni, hanno iniziato a concedere mutui a chiunque, senza nessuna garanzia, e ora il mercato immobiliare ne sta pagando le conseguenze. Massimo quindi decide di proporre a Dominic di approfittare della situazione vendendo alcuni titoli immobiliari. Stuart è contrario, ma Dominic segue il consiglio di Massimo. Grazie a questa astuta mossa la NYL guadagna una grande somma di denaro e Dominic viene promosso a CEO della banca. Poi però Massimo riceve una brutta notizia: Carrie è stata ricoverata in ospedale per overdose. La mostra di Carrie è stata chiusa e lei si è abbandonata alla delusione. Massimo è troppo occupato dal lavoro, e dimostra di non


essere in grado di poter aiutare la fragile Carrie. Dominic vuole promuovere Massimo alla carica di head of trading, ma lo mette in guardia. Per una banca è fondamentale la reputazione e l’immagine di professionalità che mostra ai clienti e Carrie potrebbe rappresentare un ostacolo per la carriera di Massimo. Sempre nel 2008 Massimo e Carrie si recano a una prestigiosa festa organizzata da Dominic. Carrie è un po’ preoccupata a causa degli invitati. Infatti, a casa di Dominic, ci sono alcuni tra i più importanti esponenti della finanza. Alla festa Dominic dà la notizia ufficiale a Massimo: sarà lui a ricoprire il ruolo di head of trading della banca. Ruggero è molto felice, ma Dominic mette ancora in guardia Massimo. Il CEO non si fida di Carrie, nonostante lei sia pulita da mesi. Intanto, in bagno, le mogli di alcuni dipendenti della NYL, tra cui quella di Stuart, sparlano di Carrie e della sua mostra, bollandola come una donna fallita. Carrie però sente tutto. La rabbia e la delusione iniziano a farsi spazio nel suo animo fragile. Nina cerca di rincuorare Carrie ma lei decide di darsi al vino, trasgredendo così il suo percorso di recupero da alcol e droghe. Carrie si ubriaca e mentre Dominic presenta Massimo ad alcuni banchieri di livello, la giovane artista irrompe nella conversazione insultando la finanza e il male che provoca. Nina la aiuta a riprendersi e dopo una conversazione con la moglie di Dominic, Carrie decide di lasciare Massimo. Il mondo in cui lui vive non le appartiene e la fa stare male il fatto che il suo fidanzato in quel mondo ci stia bene. I due litigano pesantemente e si lasciano. Sempre nel 2008, durante il crollo della borsa di New York, Massimo inizia a shortare il debito americano, ma Dominic lo ferma. Il dollaro è intoccabile. Men-

tre i due discutono, Dominic viene informato della scomparsa di suo figlio Jhon, partito in Afghanistan per una missione contro Bin Laden. Nel 2011, Dominic e Massimo sono alla ricerca di Nina. Massimo pensa di andarla a cercare al cottage dei Morgan; proprio dove Nina ha portato i figli di Stuart. Quel luogo porta a galla i bei ricordi che Nina ha dell’infanzia di suo figlio Jhon, ma non solo. Nel 2008, distrutta dal dolore per la perdita del figlio, accolla la colpa della sua morte a Dominic. Secondo lei Jhon si è arruolato nei marines perché non era stimato abbastanza da suo padre. Nina poi chiede a Massimo di accompagnarla al cottage di famiglia. Lì, Nina cerca conforto per la voragine lasciata dalla morte di suo figlio, e lo trova in Massimo. I due lasciano che la passione prenda il sopravvento. Nel 2011 Dominic e Massimo giungono al cottage e trovano finalmente Nina con i figli di Stuart. Nina confida a Dominic di sentirsi meglio, grazie a quella giornata passata al cottage. La moglie del CEO incomincia ad accettare la tragedia che le è capitata. I bellissimi ricordi legati a quel luogo fanno riavvicinare Dominic e Nina. A casa dei Morgan Dominic svela a Massimo che lui sa tutto. Sa che Nina lo ha tradito con lui, ma è anche cosciente che quel momento ha salvato il suo matrimonio. Massimo invece addita Dominic come colui che ha distrutto il suo matrimonio con Carrie. Dominic spiega a Massimo che sua moglie era un pericolo per lui. Il CEO della NYL ha sempre cercato di proteggere il suo head of trading e la sua ambizione, che ha sempre affascinato Dominic. Dominic rivela a Massimo di aver scoperto l’hackeraggio svolto dal team in sua assenza, e questo fatto verrà sicuramente punito. 71

EPISODIO 6 Dopo una notte passata insieme Massimo e Sofia si risvegliano. In un clima di sensibile imbarazzo, Sofia allerta Massimo dicendogli di stare attento a Dominic e alle sue abilità di manipolatore. Massimo vuole avere accesso ai dati di Stuart per scoprire qualcosa in più sulla sua morte, ma quei documenti sono custoditi dalla polizia. Penserà a un piano per recuperarli. Alla NYL a Oliver non è consentito l’accesso. Indispettito, viene portato in una stanza dove sono trattenuti Kalim e Eleanor. Oliver dice di essere molto preoccupato per le azioni illegali che loro hanno svolto, dato che è stato lui ad aver hackerato il sistema della banca. Dopodiché Massimo raggiunge il suo team e con loro viene scortato da Dominic. Il capo della banca nomina davanti a tutti Chris come vice CEO e Paul come nuovo head of trading, declassando così Massimo a trader. Dominic userà l’hackeraggio svolto dal team di Massimo per minacciarlo: se Ruggero deciderà di dimettersi, Dominic lo denuncerà per azione illecita. Mentre Massimo attende l’arrivo di Sofia a casa sua, si presenta inaspettatamente Nina. La moglie di Dominic vorrebbe che le tensioni tra suo marito e Massimo cessassero. Nina inoltre rivela di essere stata lei a convincere Carrie a lasciare Massimo. Nina cerca di avvicinarsi a Ruggero ma lui, scosso, la allontana chie-


dendole di andare via. Durante la cena Sofia propone un accordo a Massimo: Subterranea potrà fargli avere i documenti di Stuart che cerca, in cambio Massimo dovrà raccontare quello che succede alla NYL. Ruggero indugia, ma alla fine accetta a una condizione: vuole incontrare in persona Daniel Duval, il capo di Subterranea. Massimo si reca dalla polizia per proporre un’offerta: a lui servono i documenti di Ed Stuart per scoprire chi lo ha ucciso, in cambio aiuterà la polizia ad arrestare Daniel Duval. Alla NYL Dominic convoca Oliver nel suo ufficio. Lì si sta tenendo un’importante riunione sui mercati europei e le loro criticità. Dominic vuole mettere alla prova il ragazzo scoperto da Massimo, e chiede una sua opinione al riguardo. Oliver sintetizza i paesi affetti da debiti irreparabili con lo slogan PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), condensando in una sola parola i problemi finanziari dell’intera Europa. Lo slogan piace molto a Dominic che elogia l’acume del giovane ragazzo. Dopo aver incaricato il suo detective di fiducia di scoprire informazioni su Sofia, Massimo rimane colpito dalla drammatica storia dell’attivista di Subterranea. Sofia, oltre ad aver assistito al suicidio di suo fratello nel 2001, aveva precedentemente perso entrambi i suoi genitori in un incidente d’auto. Senza più alcun riferimento, Sofia è sopravvissuta facendo la prostituta e così ha conosciuto Da-

niel Duval che per lavoro si era recato a Buenos Aires. Daniel decise di pagarle gli studi universitari e di accoglierla a Subterranea. Alla NYL Massimo, ancora sconvolto dalla storia di Sofia, chiede a Kalim di ricordargli cosa era successo nel 2001, durante il fallimento del Banco De Rosa, banca argentina che aveva indotto il fratello di Sofia a suicidarsi. Kalim ricorda a Massimo che tramite una sua azione la NYL aveva indotto la banca argentina a collassare, con un conseguente guadagno di 500 milioni di dollari. Massimo riceve indicazioni su orario e luogo dell’incontro con Duval e li comunica immediatamente alla polizia. I due detective impegnati nel caso di Ed Stuart si preparano a seguire Massimo che però non sembra convinto. Il senso di colpa per ciò che ha provocato nel 2001 inizia a farsi spazio nella sua coscienza. Durante il tragitto schiaccia a fondo l’acceleratore della sua Ferrari, seminando i due poliziotti. Si reca comunque nel luogo dell’incontro, ma dice a Sofia di scappare, ammettendo il suo piano. L’azionista di Subterranea scappa in fretta e furia, mentre i detective raggiungono Massimo, ma Duval è ormai irrintracciabile e quindi Ruggero non avrà in cambio i documenti di Stuart. Tornato a casa, Massimo trova Daniel Duval seduto sul divano. Duval racconta di essere stato un consulente per società multinazionali; si definisce un “sicario dell’economia” dal momento che uccideva persone senza mai toccare un’arma. Per questo Daniel dice di essere simile a Massimo. Il leader di Subterranea dipinge Ruggero come una pedina in un gioco truccato: la finanza. Ma, se vuole, Massimo può fare ancora in tempo a schierarsi dalla parte giusta. Oliver scopre al notiziario che il suo slogan PIIGS è stato utilizzato dalla NYL per indicare tutte 72

le nazioni europee definibili come “maiali da macello” per il peso finanziario che i loro debiti provocano all’Europa. La NYL così dà un significato distorto e provocatorio all’intuizione di Oliver. Sofia si presenta a casa di Massimo con in mano i documenti di Ed Stuart. L’attivista di Subterranea li ha rubati a casa della detective che li aveva tenuti nel caso in cui Massimo avesse consegnato Duval alla polizia. I due si mettono al lavoro per decodificare i documenti e scoprire la verità riguardo alla morte di Ed Stuart. EPISODIO 7 Nel 2009 Dominic e Nina si recano in Bavaria dal socio tedesco della NYL, Hans, per festeggiare il compleanno di suo figlio. Qui scopriamo l’accordo che Dominic ha imposto ad Hans. A causa di acquisizioni di titoli tossici in borsa Hans si trova in seri guai e la banca tedesca del CEO bavarese è sull’orlo del collasso. Dominic però, offre un aiuto economico ad Hans senza chiedere nulla in cambio. Questo però legherà pericolosamente Hans a Dominic e ai suoi interessi. Nel 2011, a Londra, Massimo e Sofia cercano informazioni sui dati di Ed Stuart, ma senza i risultati sperati. Stuart aveva in mano un fondo da 52 miliardi di euro e la banca di Hans pagava una quota per ingigantire ulteriormente la somma. Massimo vuole indagare su questo fondo sospetto e chiama a raccolta il suo team. Il documento contiene la firma digitale di Massimo, anche se lui non ha mai firmato quei documenti a lui sconosciuti. A quanto pare, la banca di Dominic fa girare dei soldi che poi gli ritornano in tasca, facendo sembrare questa operazione un vero e proprio riciclaggio di denaro. Intanto Oliver, alle prese con alcuni problemi domestici dovuti al quartiere malfamato in cui vive, arriva tardi al meeting con il suo


team e gli altri componenti dubitano di lui per i contatti che sta avendo con Paul e Dominic. Per questo Oliver verrà tenuto all’oscuro delle indagini. Dopo che Oliver svela a Paul di averlo scoperto a consegnare il suo rapporto sui PIIGS alla stampa, il laureando in economia viene chiamato in ufficio da Dominic. Il CEO della NYL vuole tenere a bada Massimo e il suo team. Perciò chiede a Oliver di essere i suoi occhi e le sue orecchie per riferirgli ogni loro movimento. Oliver vorrebbe opporsi, ma il video che lo ritrae ad hackerare i valori finanziari della NYL in possesso di Dominic lo obbliga ad accettare. Infatti, se Oliver rifiutasse l’accordo, Dominic potrebbe denunciarlo e lui finirebbe in prigione. Sofia aiuta Massimo e trova dei dati interessanti: dei beni di valori a garanzia del fondo, tra cui una centrale nucleare in Moldavia. Avendo poche altre informazioni al riguardo, Massimo vuole controllare personalmente il luogo, e decide di recarsi in Moldavia. Questa centrale potrebbe essere la chiave per svelare il mistero che si cela dietro alla morte di Stuart. Sofia si presenta all’aeroporto. Si recherà con Massimo in Moldavia. Lì, i due faticano a trovare informazioni utili; perciò decidono di recarsi direttamente alla centrale nucleare, ma durante il tragitto vengono inseguiti. Un’auto cerca di speronare Massimo e Sofia e si ingaggia così un inseguimento forsennato. Alla fine Massimo riesce a cavarsela buttando fuori strada l’auto degli inseguitori. Grazie alle informazioni ricavate da Oliver, Dominic ha scoperto il viaggio segreto di Massimo e lo ha fatto seguire, cercando di fermarlo. Massimo e Sofia si fermano in un motel per la notte e Massimo viene tormentato da un incubo: suo padre, dandogli dell’assassino, cerca di pugnalarlo ma, prima che acca-

da, Massimo si sveglia nel panico. Massimo e Sofia scoprono che la centrale è dismessa. Il fondo è una frode e questa ne è la prova. Probabilmente Ed Stuart aveva scoperto della centrale e questo lo avrebbe poi messo in una posizione scomoda. Sofia ha ora le prove per incastrare Dominic e la sua banca. Massimo però le ricorda che sui dati del fondo c’è la sua firma, e non quella di Dominic. L’indagine deve continuare perché senza nuove prove ad andare in galera sarebbe Massimo e non il suo capo. Sofia perciò decide di coprire Massimo e non svela a Daniel quello che ha scoperto sulla centrale. Massimo svela a Dominic ciò che ha scoperto: il CEO della NYL progettava da anni di far fallire l’Italia. Inoltre, secondo Ruggero, Ed Stuart aveva scoperto il fondo-truffa con cui teneva sotto scacco Hans, perciò gli era stato offerto il posto da vice CEO, che però Stuart aveva rifiutato per non farsi corrompere; ma questo suo rifiuto lo aveva portato alla morte per mano di Dominic. Poi, il CEO aveva falsificato la firma di Massimo sui documenti del fondo, per tenere a bada anche lui. Dominic smentisce tutto, ma Massimo è ormai convinto delle sue supposizioni. Intanto, in Germania, sottomesso da Dominic e disperato per le azioni finanziarie che gli sono state imposte, Hans si suicida. A trovarlo senza vita è suo figlio, lo stesso bambino festeggiato da Dominic e Nina in occasione della sua festa di compleanno. EPISODIO 8 Massimo si reca, insieme a Sofia, a Cetara, il suo paese di origine; per andare a trovare suo padre in fin di vita. Tra i due non c’è un buon rapporto a causa di vecchie frizioni. Alla NYL il dirigente del tesoro italiano, Iannone, visita Dominic, 73

mentre Eleanor riesce a guadagnarsi un posto per negoziare con Dominic la vendita dei bond italiani. Dopo la riunione Dominic dice a Eleanor di proporre agli investitori della NYL i bond italiani al ribasso, manipolando così l’asta per l’acquisto di titoli e contrastando l’accordo preso con Iannone. A Cetara l’arrivo di Massimo crea tensione. Mentre Sofia si trova a casa di Ruggero, qualcuno lancia una pietra, rompendo una finestra dell’appartamento in segno di avvertimento. Intanto, all’ospedale, il padre di Massimo vuole mettere a posto i suoi conti in sospeso: la banca si vuole prendere le sue barche e lui cerca di evitarlo, perché quelle rappresentano il lavoro di una vita per lui. Chiede quindi a suo figlio di eliminare la minaccia della banca che gli sta col fiato sul collo. Cetara è in subbuglio, perché tutti i pescatori della zona sono sottoposti alle insostenibili richieste delle banche. Perciò i cittadini che possiedono delle imbarcazioni si rivoltano per le strade del paese. Massimo decide di aiutare suo padre. Perciò si reca dal sindaco di Cetara, suo vecchio amico di infanzia, che gli mostra le difficoltà economiche della cittadina; sono causate da accordi che vanno ad arricchire le banche, svuotando però i fondi del comune, che si ritrova a rischio bancarotta. Finita la riunione, Massimo subisce le minacce di un pescatore del luogo, Stefano, suo conoscente d’infanzia. Tra i due non corre buon


sangue e l’abitante di Cetara intima a Massimo di non farsi più vedere. Eleanor riesce a convincere tutti gli investitori della banca alla proposta dei bond italiani al ribasso, tranne uno. Un manager di un fondo inglese di nazionalità italiana, che si oppone a questa ingiusta proposta, mettendo Eleanor nei guai. Infatti, il dirigente del tesoro italiano scopre la manipolazione messa in atto dalla NYL e si arrabbia con Dominic per l’atteggiamento poco limpido messo in atto dalla banca. Chris scarica la colpa su Eleanor, che ora rischia il suo posto alla NYL. Duval entra in casa di Sofia mentre lei è in Italia, e trova i documenti segreti di Stuart. Al suo interno ci sono tutte le informazioni sulla centrale nucleare moldava, che Sofia ha tenuto segrete per evitare di incastrare Massimo. Massimo si reca al porto di Cetara per chiarire i fatti che sono accaduti tanti anni prina. Ruggero provoca Stefano, e riceve da lui un pungo. Massimo però continua con le provocazioni dicendo di aver ucciso lui suo padre. A questo punto quel pugno si trasforma in una scarica di colpi, inferti sul volto di Massimo, che non sembra voler smettere di provocare il pescatore di Cetara. Pare quasi che Massimo si stia autopunendo per ciò ce ha fatto da ragazzo, facendosi colpire a tradimento. Giunge poi Sofia, che riesce a fermare il pestaggio, portando Massimo a casa. Scopriamo poi che tempo pima, Massimo e Vincenzo, il sin-

daco di Cetara, avevano rubato la barca al padre di Stefano, che era morto annegato, nel tentativo di fermare i due ragazzi. Massimo era stato rinchiuso in un centro di detenzione minorile per due anni, a differenza di Vincenzo che, grazie al potere di suo padre, era riuscito a scampare la prigione. Il padre di Vincenzo aveva pagato il papà di Massimo per tenere Vincenzo fuori dai guai. In questo modo la colpa per la morte del pescatore era stata addossata interamente a Massimo. Con i soldi dell’accordo il padre di Massimo aveva comperato la sua prima barca. Oliver scende in campo in aiuto di Eleanor, riuscendo a convincere il manager italiano che non aveva accettato l’offerta della NYL. Oliver corrompe l’uomo d’affari italiano assicurandogli un posto al Fondo Monetario, in cambio, lui accetterà la proposta della NYL. Grazie a questa mossa Eleanor riceve i complimenti di Dominic. Il suo posto alla NYL non è più a rischio. Massimo riesce a risolvere i problemi bancari di suo padre e di Cetara, grazie a un incontro svolto in municipio con Vincenzo e gli esponenti delle banche locali. Poi, si reca in ospedale da suo padre, dove giunge anche Stefano. Sul letto di morte il padre di Massimo lascia tutte le sue cinque barche a Stefano. Tutte a parte una: la sua prima, comprata con i soldi dell’accordo fatto con il padre di Vincenzo. Questa viene lasciata a Massimo. Sofia torna a Londra, e ad aspettarla a casa sua c’è Daniel che ora nutre seri dubbi sulla sua lealtà. Il suo rapporto con Massimo è pericoloso e sta mettendo in pericolo l’operazione. Ora Daniel è in possesso di materiale sufficiente per incastrare la NYL, ma Massimo è in serio pericolo. Potrebbe venire coinvolto in un caso legale di cui non è il diretto colpevole. 74

A Cetara Massimo e suo padre risolvono i loro screzi e il capofamiglia Ruggero muore in ospedale. Poi, Massimo si reca in mare aperto con la barca lasciatagli in eredità e le dà fuoco. EPISODIO 9 Massimo torna a Londra ed elabora un piano per fermare Dominic. Per farlo è disposto a troncare la sua brillante carriera da trader. Gli uomini di Dominic però seguono Massimo e scoprono la sua relazione con Sofia Flores. Ruggero si accorda con Daniel Duval: il leader di Subterranea non pubblicherà il dossier di Stuart per evitare che la NYL e la banca tedesca di Hans falliscano, portando così l’Europa a un tracollo economico. Per fermare Dominic Massimo vuole puntare sull’omicidio di Ed Stuart e ne vuole parlare con la stampa. Se si tirerà indietro, Duval pubblicherà i documenti di Stuart. Massimo si reca da Dominic e rinnova la sua volontà di proseguire la sua carriera alla NYL. Poi, ammette che si sta frequentando con un’attivista di Subterranea e dice anche che l’organizzazione è in possesso del dossier di Stuart. Massimo afferma che sta lavorando per riavere indietro i pericolosi documenti che distruggerebbero la NYL, ma per farlo non può smettere di vedere Sofia. Dominic non si fida e continua a farlo pedinare dai suoi uomini. Massimo racconta tutto ciò che sa sull’omicidio Stuart alla giornalista del Guardian che già doveva incontrare precedentemente, ma la mancanza di prove concrete rende la storia impossibile da pubblicare allo stato attuale. A Massimo serve la prova che Dominic abbia ucciso Stuart e Carrie. Alla NYL Massimo coinvolge Eleanor e Kalim nel suo piano. Kalim dovrà attaccare un portatile al server della NYL per recuperare alcuni dati della banca che


finiranno direttamente nelle mani di Subterranea. Oliver è alla ricerca di informazioni su Massimo da fornire a Dominic, ma Eleanor e Kalim non vogliono rivelare nulla. Il giovane trader prova a collegarsi al computer di Kalim, ma viene scoperto dal collaboratore di Massimo che lo redarguisce facendogli fare una pessima figura davanti a tutta la banca. Oliver torna a casa dalla sua fidanzata. Ultimamente è distante e il lavoro gli sta prosciugando le energie. La notte prima è tornato a casa tardissimo dal lavoro dopo essersi lasciato trasportare da un momento di passione con Eleanor. La fidanzata di Oliver scopre il fatto e, profondamente delusa e addolorata, se ne va di casa. Alla NYL Eleanor è molto arrabbiata con Massimo: lei e Kalim non sono al corrente del motivo per cui stanno aiutando Massimo e, agire senza una spiegazione, li sta facendo innervosire. Massimo decide di raccontare il suo piano a Eleanor, ma questo non placa il suo risentimento. Kalim scopre che Duval sta scaricando altri file, oltre a quelli per cui si erano accordati. Massimo riporta la notizia a Sofia dubitando della sua lealtà verso di lui, ma lei pare non saperne nulla. Duval, a quanto pare, sta agendo da solo. Sofia scopre da un suo ex collega che Daniel intende far crollare l’economia mondiale distruggendo il dollaro e sostituendolo con la valuta elettronica. Con gli algoritmi che sta recuperando alla NYL e in possesso del dossier Stuart avrebbe tutto il materiale necessario per mettere in pratica il suo folle progetto. Anche a Duval interessa solo il potere in fondo. Sofia ora deve compiere un’azione complicatissima: fermare il suo capo. Eleanor, risentita e stufa dal comportamento di Massimo, decide di svelare a Oliver i piani di Ruggero, mettendo a serio rischio l’intera operazione. Oliver si reca

da Dominic per raccontare tutto ciò che ha scoperto, mentre a Subterranea Sofia ruba il dossier di Stuart e, dopo aver rivelato a Duval di aver scoperto il suo piano, a malincuore lo saluta, mentre dall’entrata degli uffici segreti di Subterranea irrompe la polizia che arresta Daniel Duval. Massimo finge di essere ancora dalla parte della NYL, rivelando a Dominic che i server della banca sono stati hackerati da Duval, aiutato da qualcuno della banca: Paul. Il nuovo head of trading viene incastrato da Massimo e portato via dagli uffici della banca. Rimasti soli, Dominic rivela a Massimo di sapere tutta la verità; perciò viene licenziato dalla NYL. EPISODIO 10 La crisi finanziaria avanza e gli stati appartenenti all’acronimo PIIGS sono sull’orlo del fallimento, anche a causa del volere di Dominic e altri banchieri fedeli al dollaro. Alla ricerca del dossier su Ed Stuart che incastrerebbe definitivamente la NYL, Dominic si reca in prigione per parlare con Daniel Duval. Il leader di Subterranea però non ha idea di dove sia. Infatti, Sofia lo ha rubato dal suo ufficio appena prima che la polizia lo arrestasse. Daniel perciò invita Sofia a un incontro in prigione. Per far desistere Sofia dalla sua posizione contro di lui, il leader di Subterranea rivela alla sua giovane sottoposta il vero responsabile della morte di suo fratello. Nel 2001 era stato Massimo a dare il là alle operazioni che avevano portato la banca argentina al fallimento, e conseguentemente al suicidio del fratello di Sofia. Ora, l’attivista di Subterranea, confusa e sconvolta, dovrà decidere se rimanere fedele a Massimo, nonostante la spiacevole scoperta, o tradirlo e tornare dalla parte di Duval. Massimo incontra Eleanor e Kalim e con loro cerca un modo 75

per fermare l’imminente tracollo dell’euro. Devono però sperare che la BCE intervenga a salvare i PIIGS. Dopodiché Ruggero incontra anche Oliver separatamente e gli dà una possibilità di riscattarsi, dopo che il giovane trader gli ha voltato le spalle per volere di Dominic. A Oliver viene dato un consiglio brillante: comprare i bond dei cinque paesi che stanno collassando entro la fine della giornata. Questa mossa frutterà centinaia di milioni. In cambio Oliver dovrà controllare i dati della sorveglianza per verificare se Nina risulta essere entrata alla NYL il giorno della morte di Ed Stuart. Massimo ha il sospetto che la moglie di Dominic sia implicata nell’omicidio. Oliver scopre che Nina non risulta essere entrata in banca, anche se in verità quel giorno era alla NYL. Sicuro di aver risolto il rebus, Massimo si reca a casa Morgan per far ammettere a Nina la verità. È stata lei a spingere Ed Stuart dal parapetto, mentre lui stava discutendo animatamente con Dominic. Nina, pentita per ciò che ha fatto, ammette l’omicidio. Ed Stuart, che conosceva la verità, stava per distruggere la banca di Dominic, e ai Morgan la NYL era tutto ciò che rimaneva dopo la morte di loro figlio Jhon. Contro ogni aspettativa la BCE decide di intervenire per salvare i paesi al collasso economico. Così, il piano di Massimo inizia a prendere forma. Ruggero esplode di gioia, come anche Eleanor e Kalim, che


iniziano il frenetico acquisto dei bond dei PIIGS. Massimo viene convocato alla NYL dal consiglio direttivo della banca, che ha appena licenziato Dominic. Intanto, a casa Morgan la polizia arresta Nina per l’omicidio di Ed Stuart. Grazie alle sue enormi abilità finanziarie e, dopo aver placato le intenzioni di Dominic di distruggere l’euro, a Massimo viene offerta la carica di CEO alla NYL. Tornato a casa, Oliver trova la sua ragazza intenta a fare le valige. Il giovane trader però vuole fermarla. Si è pentito delle sue azioni e prova un forte sentimento per lei. Per farle cambiare idea, Oliver improvvisa una proposta di matrimonio a cui la sua ragazza non riesce a dire di no. I due si riappacificano una volta per tutte, lasciandosi alle spalle la cattiva condotta di Harris. Sofia si presenta a casa di Massimo, ancora frastornata dalle notizie ricevute. Ruggero vorrebbe prendere la carica di CEO alla NYL, per cambiare la cattiva condotta della banca nei mercati insieme a Sofia, ma lei rivela a Massimo di aver scoperto la verità sulla morte di suo fratello. Il nuovo CEO cerca di convincere Sofia che ormai lui è cambiato, ma senza successo. L’attivista di Subterranea giura che farà di tutto per distruggere Ruggero. Il mattino dopo, Massimo viene accolto alla NYL con un sonoro

applauso da parte di tutti i dipendenti, mentre Dominic si appresta a lasciare il suo posto da CEO. Intanto, per le vie di Londra, Sofia, intenta a chiamare un taxi per strada, viene investita da un pirata della strada che la uccide. Sarà stato qualcuno della NYL? Sofia infatti era ancora in possesso del dossier di Stuart, che avrebbe potuto distruggere la NYL e Massimo da un momento all’altro. Mentre si svolge la cerimonia di insediamento del nuovo CEO della NYL, Massimo riceve la notizia della scomparsa di Sofia. Rimane sconvolto, ma il suo istinto da squalo della finanza è più forte del dolore. Massimo si appresta a diventare il nuovo CEO della NYL. Lo spregiudicato mondo della finanza, spiegato con gli occhi di coloro che la vivono in prima persona. Diavoli è una serie tv che tenta di raccontare quello che, a tutti gli effetti, fu il momento più drammatico dell’economia europea e dell’euro. Per farlo, il punto di vista viene stabilizzato sulla fittizia NYL, banca anglo-americana che diventa, secondo la serie, la causa di tutti i mali economici europei. Ciò che lascia sbigottiti è che un’élite di potenti banchieri, a quanto pare, abbia il potere di distruggere una moneta importante come l’euro, e addirittura di poter, nell’arco di pochi anni, condurre al collasso alcuni tra i più importanti paesi europei come Italia e Spagna. Sappiamo quanto la finanza possa essere una potenziale arma distruttiva, se usata con scopi elitari e di arricchimento, ma in Diavoli, tutto questo viene spettacolarizzato. Si ha quasi l’impressione che a volte, per sopperire ad alcune mancanze a livello narrativo, la storia venga inondata di termini tecnici della finanza che però, confondono lo spettatore inesperto del settore, che si troverà a dover fronteggiare

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un labirinto di sostantivi ultra tecnici e numeri indecifrabili. Appaiono fuori luogo gli incipit iniziali con la voce del protagonista, che in maniera molto astratta associa il mondo ultraterreno infernale alla condotta del suo capo Dominic e alle sue pulsioni da spregiudicato uomo d’affari. La storyline principale riguardante l’omicidio di Ed Stuart è interessante. Il mistero appare fitto fin dall’inizio, ma quando scopriamo la verità l’interesse cala a picco. Nove puntate per risolvere i complessi meccanismi che si celano dietro alla morte di Ed Stuart, per poi scoprire che a ucciderlo è stata la moglie di Dominic, presa da un istinto di salvaguardia verso la banca di suo marito; con cui, per altro, ha un rapporto freddo e distaccato fin dall’inizio. Tutto questo appare poco realistico. Peccato, perché Kasia Smutniak era riuscita a rendere il suo personaggio interessante e umano, a differenza della maggior parte degli altri. Infastidisce anche il modo in cui viene dipinto il paese da cui il protagonista proviene. Massimo Ruggero ha origini campane e quando torna a Cetara, sulla costa amalfitana, ecco che tutti gli stereotipi del meridione italiano vengono a galla: gli abitanti appaiono tutti molto poveri e sono per lo più pescatori, il loro atteggiamento minaccioso sembra essere malavitoso, anche se non lo sono, la politica locale è incapace. Insomma, da una serie italiana, coprodotta con il Regno Unito, ci si aspetta che certi luoghi comuni vengano finalmente superati, e invece qui non accade. Diavoli fatica a entrare nel cuore dello spettatore. Il mondo della finanza può appassionare ed essere avvincente, ma la difficoltà a empatizzare con i personaggi e a capire le motivazioni che spingono le loro azioni, rende Diavoli una serie con alcuni limiti. Gianluca Pellegrini


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