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UN ANNO INSIEME A JULIA


Questa opera, tratta dal blog “L’Insieme di Julia” http://juliaset.splinder.com, è stata rilasciata sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia Per leggere una copia della licenza si consiglia di visitare il sito web http://creativecommons.org La pubblicazione completa è stampata a cura di: Associazione Ilcestodiciliege Onlus a sostegno delle donne operate al seno via C. Menotti, 137 Modena tel e fax 059224908 web www.ilcestodiciliege.it e-mail infocesto@alice.it L'intero ricavato del libro andrà a favore dell'associazione, per finanziare attività di prevenzione del cancro al seno e di sostegno alle donne operate.


Ai miei angeli custodi

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PREMESSA – Chi sono?

Il termine frattale, coniato nel 1975 da Benoît Mandelbrot, deriva dal latino fractus (rotto, spezzato) e descrive un oggetto geometrico che si ripete nella sua struttura su scale diverse. I contorni frastagliati delle coste, i fulmini, le nuvole, i fiocchi di neve, i broccoli romani possono essere buoni esempi di geometria frattale. Gaston Julia era un grande matematico francese. Durante la prima guerra mondiale rimase gravemente ferito al volto, e nel corso della sua lunga convalescenza gettò le basi della matematica dei frattali. L’insieme di Julia è una creatura frattale, un po' logica e un po' irrazionale, piena di caotica armonia e di bellezza. Gli insiemi di Julia sono utilizzati in quasi tutti i campi del sapere: tra le altre cose, servono per descrivere molti processi vitali, e sono alla base dei principali algoritmi di ricerca in internet. Io ho trentacinque anni e vivo e lavoro nella Terra dei Motori. Sono mamma di due piccole Principesse e sono sposata con un Principe. Amo leggere, cucinare, andare al cinema e guardare i telefilm. Nel maggio del 2007 ho scoperto di avere un tumore al seno e mi sono dovuta curare. Mentre facevo le terapie mi sentivo molto sola, così ho cominciato a girovagare in internet in cerca di qualcuno che avesse voglia di scambiare due parole con me. Ad agosto ho deciso di aprire un blog, cioè un

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diario on line. Dovendo scegliere come chiamarlo, ho pensato che fosse una buona idea prendere in prestito il nome del frattale di Julia. Questo libro, tratto dal mio blog, racconta un anno vissuto pericolosamente, ed è una storia vera, anche se interpretata con un po’ di fantasia. Ci troverete, in ordine sparso, tutte le classiche fasi di incredulità, rabbia, riorganizzazione, speranza e accettazione che si attraversano quando si vive un’esperienza del genere. Ma sotto sotto spero che questo racconto vi tenga semplicemente compagnia, e magari vi faccia sorridere un po’. Per il resto…so cosa volete sapere: attualmente ho una vita normale, anche se non banale, e cerco la felicità, come tutti.

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AGOSTO – Un buon motivo

Da qualche tempo ho la fissa di farmi un blog. E dire che la mia vita è già abbastanza complicata: due figlie piccole, un marito, un lavoro, una casa e, teniamoci tutti forte, un tumore al seno da maltrattare ancora per un po’. Accipicchia, mi manca solo di dover badare a un blog! Io però ci penso quasi tutti i giorni, cerco di capire come si fa, se si può, se è difficile, e mi chiedo: perché non dovrei, poi? Voglio un mio blog. Con tutte le mie forze. Commentare quelli degli altri non mi basta più. Pazienza se non scriverò spesso e se non sarà un capolavoro, pazienza se non lo leggerà nessuno (tranne mio marito, suppongo). Diciamo che ultimamente ho imparato ad accontentarmi. Tutti questi scrupoli nascono dal fatto che sono un filo stanca, sarà il tempo, sarà la chemio, sarà lo stress. Mi occorre un buon motivo per fare qualsiasi cosa. Allora facciamo finta che me l’abbia prescritto il medico. A volte i dottori mi dicono cose strane, tipo: “Non fare wrestling con le bambine, bevi un litro di tè verde, rosicchia radici di zenzero, muovi le dita sulla parete come un gatto…”. Potrebbero tranquillamente avermi detto: “Fatti un blog! Ne trarrai infinito giovamento”. E poi finalmente avrò il mio avatar, il mio alter ego virtuale. Femmina, naturalmente. Non sarà proprio a mia immagine, ma le darò il nome di un

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frattale, il mio ideale di bellezza, e le affiderò un compito molto speciale: accompagnarmi in questa avventura. Il più a lungo possibile, ovviamente. Bene, cosa stiamo aspettando? Nonostante il cancro non sia certo il mio argomento preferito, a questo punto credo sia necessario riassumere brevemente la mia storia. Vi darò solo un accenno e magari ne parleremo meglio più avanti, se ne avrò voglia. Ah, dimenticavo di dire che le mie Principesse sono piuttosto piccole: una ha quasi quattro anni e l’altra due e mezzo. A volte mi è difficile spiegare loro tutte queste situazioni di difficoltà, a cominciare dal fatto che non riesco a prenderle in braccio, per finire con la storia dei capelli della mamma che sono spariti di punto in bianco. Per ovviare al problema ho imparato ad esprimermi con il linguaggio delle favole, se necessario. Dunque, ad aprile di quest’anno, durante l’autopalpazione mensile, ho sentito una piccola pallina, che prima non c’era. Ho fatto quello che ogni brava ragazza furba deve fare, cioè sono andata da un medico ed ho iniziato il mio iter diagnostico. Il sentiero è stato lungo e tortuoso, ma in sostanza a fine giugno sono stata operata: mastectomia, svuotamento del cavo ascellare e posizionamento di un espansore mammario, cioè una protesi provvisoria da gonfiare poco alla volta. Così, giusto per non farsi mancare nulla. Mi sono poi ritrovata a trascorrere l’estate tra gli ambulatori del Policlinico, un po’ in Chirurgia Plastica a far gonfiare questo benedetto espansore (ed è stato come tornare ad essere incinta, ma nella tetta), un po’ al Centro Oncologico a fare la chemioterapia. Credo di aver incrociato tutti i camici bianchi dell’ospedale, almeno una volta. Questa situazione durerà ancora un po’, visto che le mie terapie non sono finite, e tra qualche mese, se tutto va come deve andare, affronterò la ricostruzione definitiva.

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Quando ti succede una cosa del genere, appena ti sei ripreso dallo shock iniziale devi imparare a girare come una trottola, a trascorrere ore e ore nelle sale d’aspetto, e soprattutto ad incastrare gli appuntamenti riguardanti la tua salute con quelli della tua vita normale, se te n’è rimasta una. Sembra strano, ma quando ci sei dentro non lo è più di tanto. La difficoltà più grossa, per quello che ho vissuto fino a questo momento, è cominciare. Ora che ci penso, per me il problema principale è stato identificare bene questo subdolo personaggio, che all’inizio sembrava innocuo, e invece, come il lupo di Cappuccetto Rosso, si era solo travestito da nonna per farmi la festa. Ed in effetti io nella pancia del lupo ci sono finita di brutto, ed ho avuto molta paura, finchè qualcuno non mi ha tirato fuori. A salvarmi non è stato propriamente un cacciatore, bensì un bravo Chirurgo Oncologo, aiutato da qualche altro angelo custode. Così, all’età di trentaquattro anni, sono stata costretta mio malgrado a rinascere. Il finale della favola…ci sto lavorando. L’importante adesso è essere qui a raccontarla. Li ho tirati in ballo, quindi parliamo subito dei miei angeli custodi: non vorrei che si sentissero trascurati, conoscendoli. Ho incontrato diversi tipi di angeli lungo il mio cammino: quelli benedetti, che ti fanno sorridere nei momenti peggiori e intervengono sempre quando ti senti proprio solo; i ribelli, che rompono le scatole a tutti e non si rassegnano mai, anche quando nessuno ci crede più; gli angeli un po’ antipatici, che ti spiattellano in faccia la verità, senza troppi fronzoli, solo per farti reagire; gli scientifici, che sembrano molto freddi, ma sono gli unici ad accorgersi che hai

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un male nascosto; i samaritani, che pur di aiutarti farebbero davvero qualsiasi cosa. Non sempre ho riconosciuto immediatamente i miei angeli custodi. A volte li ho anche odiati e mandati direttamente a quel paese. Alcuni sono apparsi per un attimo e poi sono svaniti nel nulla, altri mi girano sempre intorno. E purtroppo devo ammettere che mi è capitato di scambiare per angeli delle persone che invece…lasciamo stare! Dopo tutto però una cosa l’ho imparata: sulla terra gli angeli girano spesso senza ali, hanno le mani sporche e fanno sempre qualcosa in più del loro semplice dovere. Oppure sono ancora bambini. Ma adesso è ora di spegnere, qui accanto a me ci sono due piccoli angeli che hanno bisogno di nanna. * Premetto che in questo blog mi piacerebbe non parlare sempre e solo di cancro, anche perché è già troppo tempo che dalle mie parti non si fa altro: preferirei piuttosto trattare approfonditamente i miei veri interessi, cioè le mie piccole Principesse, il cinema, i libri, la cucina, il mio lavoro, i miei amici. E anche argomenti assolutamente futili, perché no? Per esempio gradirei molto scambiare con voi qualche utile opinione riguardo lo shopping, visto che il mio guardaroba ultimamente soffre di una grave forma di inquietudine, non attribuibile soltanto alle stagioni impazzite. Innanzi tutto ho cambiato lavoro, passando da un’unta officina a un bell’ufficio con poltroncine coordinate. Poi ho cambiato taglia di reggiseno, lievitando da una prima ad una terza (attualmente il miracolo è avvenuto solo da una parte grazie all’espansore, ma confido nella simmetrizzazione gentilmente offertami dalla mutua). Infine, da riccia pecorella che ero ora vanto una folta chioma di

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capelli liscissimi (finti, ma che importa?). Mettiamoci che sono anche diventata tutta più morbida ed un pelo più arrabbiata, ed ecco fatto, mi trovo di fronte all’antico dilemma di ogni donna: come mai non ho niente da mettermi? Ieri colta da raptus ho anche riempito due sacchi di abiti vecchi, stretti e brutti, legati ad un passato che non c’è più e che non voglio neanche ricordare. Così ho ricavato un po’ di spazio, pronto per essere riempito di cose belle e nuove. Il problema è che io sono sempre stata un tipo molto sportivo e, lo ammetto, abbastanza privo di gusto, quindi per fare shopping necessito del sostegno morale e materiale di mia cognata, il mio angelo custode in questo campo. La mia tendenza infatti sarebbe inevitabilmente quella di comprare cose comode, ma lei mi frena, ricordandomi che nel mio armadio ci sono state sempre e solo quelle. Me la sono prenotata per sabato, speriamo che abbia tempo (e conoscendola penso proprio di sì). Credo che mi regalerò qualcosa di sfizioso: ho davvero voglia di sentirmi femminile e carina. Come dire, non si vive di sole tute. * Devo dire che questo blog è appena nato e mi ha dato già alcune belle soddisfazioni: ho ricevuto tante visite e un discreto numero di commenti, alcuni veramente belli. È venuta a trovarmi anche Cristina, che mi ha scritto: “Tutte le favole hanno un lieto fine...e ci devi credere. Io sono qui che la racconto dopo quattro anni e non sono mai stata così bene.” Ho conosciuto Cristina alcuni mesi fa su un forum di discussione, prima tappa della mia blogterapia. L’argomento mi commuove un po’ e non sono ancora molto abituata a descrivere le mie emozioni, quindi, scusatemi, terrò a bada la mia lacrima facile parlando in terza persona.

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Un bel giorno, mentre era alla disperata ricerca di informazioni in internet, Julia capitò in un forum di discussione di senologia. Decise di lasciare lì una domanda, che rimbalzò nel web fino a quando, dopo poco tempo, giunse la risposta da parte di una dottoressa preparata e gentile. Julia la ringraziò, ma con parole che lasciavano intendere quanto si sentisse sola. Fino al giorno prima infatti era una mamma che lavorava e che doveva organizzare ogni minuto della sua vita per riuscire a fare tutto, ma di colpo era diventata “un caso di tumore giovanile”, e la prospettiva migliore che l’attendeva era quella di perdere un seno. Non c’era molto da stare allegri, e Julia sentiva che oltre al seno stava perdendo anche il sorriso, che era da sempre il suo punto di forza. E soprattutto Julia non conosceva nessuno con cui parlarne liberamente, qualcuno diverso da parenti ed amici preoccupati per lei. Fu così che la sua solitudine rimbalzò nel web ed arrivò alle donnine del forum, che accorsero in suo aiuto. Arrivarono messaggi da Bologna, Salerno, Milano, Torino e molte altre città. Julia si emoziona ancora oggi a pensarci, perché non conosceva affatto quelle persone che si interessavano di lei, ed erano pronte ad ascoltarla, a dirle che ce l’avrebbe fatta e che loro erano lì a metterci la mano sul fuoco. Ora quelle meravigliose donnine sono sue amiche: con loro Julia è veramente se stessa e non ha bisogno della parrucca. Ma la cosa più importante è che forse ha trovato una risposta, un senso a ciò che sta vivendo: oggi, quando una nuova ragazza arriva nel forum, anche lei è capace di dirle che ce la farà. * Non sono arrivate solo le donnine, adesso mi scrive anche il mio Principe. C’era da aspettarselo: è sempre stato un po’ grafomane e mi ha conquistata

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a forza di lettere, messaggi e poesie. Lui è sempre stato il sentimentale, io quella più razionale, finché il destino ha rimescolato un po’ le carte. Siamo una bella coppia, lui così grande ed io così piccina, lui solitario ed io socievole, lui nordico ed io mediterranea. Abbiamo una vita “straordinaria” e riusciamo ancora a ridere di qualsiasi cosa. Siamo nel settimo anno di matrimonio e litighiamo ogni giorno, ma non direi proprio che tra di noi ora ci sia la proverbiale crisi. All’inizio, quando ho visto che anche lui trascorreva un po’ di tempo al computer di casa, l’ho accusato di aver trovato una scusa per bighellonare in internet (e di questo sono ancora abbastanza convinta), poi ho capito che era il suo solito modo di starmi addosso. Non mi molla, anche se adesso non è facile vivere accanto a me, tra sbalzi di umore, paturnie, iperattività alternata ad astenia, crisi di pianto e momenti di lucida follia. So che la cosa che gli pesa di più è il mio silenzio. Ha visto che nel mondo virtuale io parlo, e si è intrufolato. Solo che adesso non so se riuscirò più a scrivere: abbiamo la stessa vita, le stesse figlie, la stessa visione della realtà, gli stessi progetti, e i nostri sentimenti possono sembrare diversi, ma vanno nella stessa direzione. Ma soprattutto abbiamo la stessa voglia di uscire da questa stanza virtuale ed andarcene via insieme, come nel finto finale di Blade Runner, quando il protagonista, parlando della sua amata, dice: “Non sapevo per quanto tempo saremmo stati insieme. Ma chi è che lo sa?” Vorrei fargli capire che non ho mai pensato di tagliarlo fuori dalla mia vita o di allontanarmi, nemmeno scrivendo il blog. In ogni caso, ora gli sto dando la possibilità di riacciuffarmi per i capelli (tanto per mettergli la battuta su un vassoio d’argento, se mai verrà qui a leggermi). Questo infatti è un invito personale, e se accetterà questo spazio per noi sarà un po’ Blade Runner e un po’ Casa Vianello. Che, come sappiamo, sono le due facce dell’amore, quello vero.

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* Stavo giusto pensando che non ho mai rischiato la vita tanto quanto quest’anno. Sto parlando del fatto che mai come negli ultimi mesi sono stata costretta a farmi scarrozzare dai miei genitori. In particolare, visto che non ho ancora ricominciato a guidare, i miei giri all’ospedale nelle scorse settimane sono stati resi possibili solo grazie alla macchinina rossa di mia madre, unico esemplare di Volkswagen che lascia periodicamente il conducente a piedi, forse in segno di protesta. Io sudo freddo ogni volta che salgo in macchina con lei, e certo non per l’aria condizionata a manetta. Mia madre ha una concezione tutta sua della circolazione, soprattutto sull’uso dei parcheggi, e così va sempre a finire che litighiamo. Le nostre discussioni sono ormai famose e ci conoscono bene anche i parcheggiatori abusivi del Policlinico, che hanno cominciato a girare alla larga quando ci avvistano. Comunque qualche giorno fa la Rossa ha deciso di fare a meno della frizione proprio sotto casa mia, con una possente onda d’urto sull’umore di mia madre. Lei, donna pratica e dal temperamento di fuoco (sagittario, per chi ci crede), ha tempestivamente telefonato al meccanico, che dopo venti minuti è arrivato con tanto di carroattrezzi. Poi…non so come, ma è successa una cosa incredibile: la Rossa è rimasta ferma dov’era, e la mamma e il meccanico sono andati via con il carroattrezzi. Prima che il mondo intero inizi a pensar male, preciso che mia madre è tornata poco dopo, da sola, guidando rabbiosamente la vecchia scarcassa del babbo, e mi ha fatto giurare di non fare commenti ironici sull’accaduto. Tutto risolto, quindi, se non fosse che adesso o imparo a stare zitta o mi faccio la tessera dell’autobus, e alla svelta. E stamattina, se tutto va bene, alle dieci ho la chemio. È la terza. Dico la verità, preferirei un pugno in faccia, ma non ho alternative.

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L’ultima volta ero più serena, forse perché con noi c’era Big Luciano. La settimana scorsa però è riuscito a scappare, all’alba. Meglio, davvero, sono contenta per lui. Tutti quei giornalisti intorno al Centro Oncologico… fregati! Io sono spudoratamente dalla sua parte. Ammetto che sono stata tentata anch’io di curiosare, con la scusa che dovevo fare la terapia. Mi ero anche messa in tiro, non si sa mai… Nessuno ovviamente mi ha né filmato né intervistato, ma ho ricevuto tanti complimenti da dottori e infermieri, il che non guasta. Detta così sembro un’esibizionista, in realtà cerco solo di curare il mio aspetto. La parrucca mi sta proprio bene, ora che non ho più i capelli, e vi dirò che mi posso anche permettere una maglietta attillata, se imbottisco bene il reggiseno. E diciamolo pure, non sono stata mai così vanitosa. Abbino gli accessori, mi trucco, addirittura mi massaggio con l’olio di mandorle dopo ogni doccia. Mai avuto il tempo per queste cose, durante la mia precedente vita di mamma-lavoratrice super impegnata! Ma torniamo a Big Luciano: in questi giorni l’ho pensato spesso. Mi ha colpito la solidarietà che lo circonda e il fatto che abbia scelto di stare un po’ al nostro fianco, nel nostro ospedale. Personalmente, la sua presenza mi ha rassicurata. Bravo, Luciano, hai fatto bene a scappare. Ora sei tornato dalla tua famiglia, a farti abbracciare. Puoi dimenticarti dell’ospedale e sognare di essere al Metropolitan di New York, a cantare. Se chiudi gli occhi e ti concentri, probabilmente senti ancora l’eco dell’applauso. Sai, anch’io oggi lo sento, ma forse è solo il rumore delle foglie, in questo agosto così strano, nella nostra città quasi deserta. È proprio un’alba da matti, quest’estate sembra autunno, ma non finisce mai.

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