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Anthony James

art crash Anthony James e il linguaggio viscerale dell’oggetto meccanico. Tra Marinetti e David Cronenberg, la vita oltre la distruzione, la catarsi oltre il materialismo. Anthony James and the visceral language of the mechanical object. Between Marinetti and David Cronenberg, life beyond destruction, catharsis beyond materialism. Written by João Paulo Nunes

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above and following pages: “ΚΘ”, 2008 Photography Joshua White

Del tutto inaspettatamente, la carcassa d’auto incendiata e i tronchi di betulla all’interno di scatole di vetro illuminate dalla luce al neon dell’artista Anthony James trasmettono dense sensazioni positive e sembrano una celebrazione della vita. Se da un lato tali oggetti (con la loro qualità quasi ready-made) sono stati percepiti dal pubblico e dalla critica come corpi privi di vita, a una lettura più attenta essi appaiono invece chiaramente intrisi di concetti edificanti quali quelli di rinnovamento e il miglioramento individuale e sociale. Nato in Inghilterra nel 1974, Anthony James ha studiato Belle Arti al Central Saint Martins College di Londra, oggi vive e lavora tra New York e Los Angeles. La decisione di dividersi tra le due città principali dell’East e del West Coast degli Stati Uniti dopo aver studiato a Londra consente a James di esplorare diverse stimolanti possibilità creative e commerciali. In qualità di outsider europeo, poter osservare come gli artisti di New York e di Los Angeles si considerano nettamente opposti gli uni agli altri, gli ha permesso di farsi un’opinione sul mondo dell’arte del Nord America. “Quando andavo a scuola, New York è stata la mia maestra. Donald Judd ha avuto una forte influenza su di me e il Minimalismo è sempre stato il mio punto di partenza. Ma ci sono artisti di Los Angeles come Charles Ray, Mike Kelley e Paul McCarthy per i quali nutro un profondo rispetto. È interessante notare il modo in cui il pubblico internazionale ha concettualizzato la contrapposizione Los Angeles/New York. In una recente mostra a Milano dedicata all’arte losangelina oggi, il curatore Andrew Berardini, anch’egli residente a Los Angeles, ha toccato questo concetto “spaziale” in maniera squisitamente americana. Tra Los Angeles e New York, disse, ci sono 4472 km di spazio. Una distanza così importante si fa inevitabilmente sentire nel lavoro”. La vita sociale frenetica, nel primo periodo newyorchese, valse a James la fama di party man tra chi crede che gli artisti debbano essere individui isolati dalla società. James ha saputo facilmente e brillantemente riconciliare le figure opposte di artista e party man sia con le opere che con quel che definisce il suo processo creativo. “Ho la sensazione che il concetto di artista-eremita sia una leggenda. Vivere un’esperienza visiva comprende sia il coinvolgimento nella cultura di uno spazio-tempo sia una certa abilità. La moda, i mass media, la pubblicità e il cinema fanno tutti parte del mio lavoro, sono fonti da cui traggo ispirazione. Mi affascinano i concetti di ‘spettacolo’ e di ‘sensazionale’, che spesso tornano nel modo e nei mezzi con cui lavoro, e penso ad esempio all’effetto alienante del vetro specchiato e l’illusione spaziale che produce”. L’effetto vetro specchiato a cui James si riferisce è stato notoriamente utilizzato nel 2008 nella sua grande opera “ΚΘ”(kalos thanatos, cioè “bella morte” in greco), che ha catturato l’attenzione di critici e galleristi e ne ha consolidato la fama. Il pezzo forte della mostra, una scatola con luci al neon contenente la carcassa carbonizzata di

una Ferrari attorniata da tronchi di betulla, ha prodotto un certo dibattito sulle riviste d’arte che tentavano di definirne il senso. James ha poi spiegato che l’auto era la sua, acquistata quando aveva 30 anni dopo aver agognato una Ferrari fin da bambino. Un giorno, ha deciso di trasformare l’auto in arte, l’ha portata a Kingston, New York, in un bosco di betulle, l’ha cosparsa di benzina e infine, le ha dato fuoco. Per ammissione dello stesso James, l’atto edonistico di distruggere qualcosa con una connotazione così altamente materialistica era il riflesso della sua vita tra il 2001 e il 2006, periodo colmo di eventi drammatici, tra cui gli attacchi terroristici dell’11 settembre e il crollo del mercato azionario. La carcassa dell’oggetto-Ferrari 355 Spider si è trasfigurata da semplice desiderio materialistico quale era, proprio come succede nelle opere di Jeff Koons, Damien Hirst e soprattutto come succede in “Crash”, film di David Cronenberg del 1996 tratto dal romanzo di J.G. Ballard del 1970. Tuttavia, molte interpretazioni non hanno saputo cogliere, da un lato, che le motivazioni che spinsero Ballard a scrivere il romanzo (dopo aver visto una mostra che analizzava la relazione inconscia tra sesso e incidente automobilistico) erano scaturite dall’analisi del desiderio individuale, dall’altro lato, invece, che l’opera di James rivela una certa preoccupazione per l’ambizione e per il materialismo della nostra società, a cui contrappone un bisogno di catarsi. “Ci sono innumerevoli modi di godere appieno dell’opera e voglio che il mio pubblico reagisca a suo modo. Amo pensare all’aneddoto dell’artista Tony Smith sulla New Jersey Turnpike vuota in relazione alle autostrade di Ballard che, secondo lui, sono colme di sesso e di energia. Entrambi trattano il concetto di veicolo come mero mezzo di trasporto, ma Smith lo interpreta come condivisione di similarità fondamentali con l’arte materialistica e minimalista, mentre Ballard si focalizza sull’esplosiva potenzialità latente di violenza e distruzione che permea la situazione. Lo scenario condiviso genera due diversissime ma altrettanto valide interpretazioni. Ciò che a me interessa è il modo in cui tali interpretazioni sono correlate tra loro; mentre la mia opera ha molto a che fare con il desiderio individuale, sesso, morte, status e soldi, concetti intrinsechi nell’opera della Ferrari, sono profondamente personali ma esercitano un grande potere a livello sociale. In qualche modo, mi propongo di sollecitare lo spettatore mostrando uno spazio che sembri non avere fine, più grande di lui e dei suoi desideri. Forse è qui che si comincia ad andare oltre l’individuo e ci si muove verso il concetto di desiderio e di esperienza a livello collettiva”. Il fatto che l’auto distrutta fosse circondata da betulle fa scattare poi un ulteriore coinvolgimento emotivo, dal momento che gli alberi possono essere interpretati non solo come fine ma anche come principio della vita. In “ΚΘ” le betulle simboleggiano il sacrificio, sostiene James, così come gli antichi greci utilizzavano il bosco di betulle come tempio per i sacrifici a Venere. Sul tema betulla come negazione della vita è andato più in profondità

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nel 2010, con una mostra alla galleria Patrick Painter di Santa Monica per la quale realizza opere “eternamente sigillate in tombe specchiate” che offrono un’immagine di “distruzione idealizzata”. Si suggerisce che il sacrificio venga equiparato alla morte e alla sofferenza, mentre nella maggior parte delle mitologie del mondo le betulle sono associate alla femminilità, alla fertilità, alla purificazione e al rinnovamento della vita. James cita a proposito il processo di rigenerazione del soggetto con la distruzione dei sensi di Pierre-Félix Guattari. “Molti artisti prima di me hanno detto che la creatività è figlia del caos. Un’opera d’arte dovrebbe essere in parte ‘costruens’ e in parte ‘destruens’, (e ricostruttiva). I materiali che utilizzo nelle mie opere, come betulle e Ferrari, sono già pregni di forte simbolismo culturale e individuale; spesso la giustapposizione di questi simboli è stridente. L’idea che l’arte possa ancora svolgere un qualche tipo di azione a livello culturale è per me un’ idea positiva”. In un certo senso, le opere recenti di James incarnano una rilettura brillante dei principi artistici dei Futuristi di un secolo fa: velocità, tecnologia, treni, automobili e città industriali simboleggiavano il trionfo della macchina sull’uomo. Come proclamato da Marinetti nel “Manifesto Futurista”, l’arte deve respingere il passato e celebrare la velocità, le macchine, la forza, la gioventù, l’industria e la modernità per rivitalizzare la nazione e la propria cultura. Sia nella sfrontata affermazione di Marinetti che un’automobile sia più bella della scultura in marmo della Nike di Samotracia, sia all’interno del simbolismo di “ΚΘ” di James, è innegabile quindi che l’arte rappresenti una forza propulsiva verso il miglioramento individuale e sociale. Con le ultime opere James si è assicurato una posizione rispettabile nel mondo dell’arte e ora sono in molti ad attendere impazientemente di vedere i nuovi sviluppi creativi e le nuove espressioni artistiche. Quando gli è stato chiesto quale fosse il suo background, James ha

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ironicamente invocato l’ influenza futuristica della velocità e ha rivelato che, per quanto riguarda la sua carriera, il cielo è in definitiva il limite: “Sto andando proprio adesso a 300 km all’ora in un’autostrada sgombra dal traffico e attendo ogni singola macchina che proviene dalla direzione opposta. Quanto all’arte, sto invece progettando un’opera con un velivolo MiG.” Unexpected as it may seem, the art works made of a crashed car and tree trunks in glass cases illuminated by bright neon lights by artist Anthony James are exceedingly replete with celebratory connotations of human life and optimistic emotions. If these objects (with their quasi ready-made quality) have been perceived by audiences and critics as devoid of life, on closer viewing they are clearly imbued with uplifting notions of individual and social renewal and betterment. João Paulo Nunes met Anthony James to discuss, amongst other things, the role that art occupies in society and find out what lies ahead for this talented artist. Born in England in 1974, Anthony James studied Fine Art at Central St. Martins College of Art and Design in London, graduating with honours in 1998. His work, influenced by minimalism, pop, and surrealism, has been known for his pluralistic studio practice which combines sculpture, painting, and performance. Most of his career was developed in the United States, and he has exhibited across the country, from New York City, down to West Palm Beach and Miami in Florida, and across to Santa Monica and Los Angeles in California. Internationally, his work has been shown in public and private collections and at the prestigious Art Basel exhibition in Switzerland. He now lives and works in New York and Los Angeles. The decision to share his time between the main cities of the East and West Coast of the US after studying in London allowed James to explore enriching creative and business avenues. As a European outsider, observing how New

York artists strongly define themselves in opposition to Los Angeles artists and vice-versa, generated interesting thoughts about the North-American art world. “While I went to school in London, I was educated by New York. I was hugely influenced by Donald Judd, and Minimalism has always been my foundation. But there are L.A. artists, such as Charles Ray, Mike Kelley, and Paul McCarthy for whom I have a great respect. It has been interesting to note the way that an international audience has conceptualized the L.A. /New York dynamic. I recently participated in an art show in Milan that focused on the work coming out of L.A. now. The curator Andrew Berardini, who himself is from L.A., touched upon this concept of space that is uniquely American. Between L.A. and New York, he said, there is ‘2,782 miles of space’. Moving across the country, into that kind of expanse, inevitable plays into the work.” Owing to his reputedly hectic social life during his first few years on the New York art scene, James garnered a reputation as a ‘party boy’ amongst those who believe that artists should be creative beings isolated from society. However, James reconciles these contrasting views easily and intelligently not only in his work but in the way he defines his own creative process: “I really feel, with my work especially, that the concept of the solitary creative artist is somewhat of a myth. Making a visual experience is as much about participation in a culture as about craft. Fashion, news media, advertising, and film are all part of my work, all sources that I draw from. I am fascinated by the notion of the spectacle and the sensational and at times I adopt some of those techniques in my work, particularly in the alienating effects of the two-way mirrors and the illusion of space produced.” The two-way mirror effect that James refers to was notoriously used in his 2008 large-scale piece ‘ΚΚΘ’ (kalos thanatos, Greek for “beautiful death”), the work that caught the attention of critics and gallerists and cemented

his position as a leading contemporary artist. The focal point of the show, a real crashed and charred Ferrari framed by birch tree trunks inside a neon-lit case, has generated numerous reviews in art publications that speculated about the piece’s meaning. James later explained that the car was his and that it had been bought when he was 30 years old after having coveted a Ferrari since he was a child. One day, he decided to turn the car into art by taking it to a birch forest in Kingston, New York, dousing it in gasoline and setting it on fire. According to James, this hedonistic act of destroying something with very materialistic connotations also mirrored the period in his life between 2001 and 2006 that witnessed dramatic tragedies, such as the 9/11 terrorist attacks and the crash of the stock market. The destroyed glossy surfaces of the ultimate object of desire that was James’s black Ferrari 355 Spider captivated audiences and critics who drew parallels with the work of Jeff Koons, Damien Hirst and, more importantly, with David Cronenberg’s 1996 film ‘Crash’, based on the 1970 novel by JG Ballard. However, most interpretations failed to understand that, whereas Ballard’s motivations to write the novel (a follow-up to an exhibition created to investigate the unconscious links between sex and the car crash) stemmed from the analysis of individual desire, James’s work also revealed a concern with ambition and materialism that was laden with an optimistic feeling of societal catharsis. “There are many valid ways of experiencing the piece and I want my audience to react with their own experience. I like thinking about artist Tony Smith’s anecdote of the empty New Jersey Turnpike in relation to Ballard’s motorways that, to him, are charged with sex and energy. Both Smith and Ballard are talking about the equation of a vehicle transporting the body through space, but Smith sees this as sharing fundamental similarities with materialist, minimalist art and Ballard focuses on the disruptive, latent potential for violence and destruction that underscore the

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situation. The shared scenarios generate two very different but valid interpretations. I am interested in the ways these two interpretations are interrelated; while my work has a lot to do with individual desire, it doesn’t end there. Sex, death, status, money – concepts integral to the Ferrari piece – are intensely personal and individual, yet wield a lot of power on a societal level. In some ways, I aim to threaten the viewer a little bit with showing them a space that seems endless – bigger than their body, bigger than even their own desire can fill. Maybe this is where you begin to get past the individual and move towards speaking about desire and experience on a cultural scale.” The fact that the crashed car was surrounded by birch trees contributed to a further emotional involvement with the piece as the trees could be interpreted as representing not just the end but also the beginning of life. According to James, the birch trees in ‘ΚΘ’ were used to symbolise sacrifice in the same way that the ancient Greeks used a birch forest as a temple for the sacrifices to Venus. The association of birch with negation of life was further explored in 2010, when the new examples of birch tree works that James produced for Patrick Painter’s gallery in Santa Monica were described by the promoters as being “permanently sealed in mirrored tombs” in order to present an image of “idealized destruction”. If this interpretation would suggest that sacrifice is equated with death and suffering, it is worth noting that, in most world mythologies, the birch tree is associated with femininity, fertility, purification, and renewal of life. When questioned about these markedly different connotations, James evokes Pierre-Félix Guattari’s process of regenerating the subject through rupturing the senses. “Many artists before me have

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said that creation is born out of chaos; a work of art should both come out of a restructuring and have some sort of destructive (and reconstructive) effect. The materials that I end up using in my work, such as the birch trees or the Ferrari, already come with heavy cultural and personal symbolism; sometimes bringing the symbols together is jarring, upsetting their connotations a little. To me, to think that art can still perform some kind of cultural destruction would be an uplifting notion.” In a way, James’s recent work embodies an intelligent reinterpretation of the Vorticist and Futurist artistic ideas established a century ago, insofar as speed, technology, trains, cars and the industrial city symbolised the triumph of technological development over the human condition. However, and as proclaimed by Marinetti in the ‘Futurist Manifesto’, art should also reject the past and celebrate speed, machinery, strength, youth, industry and modernity in order to revitalize the nation and its culture. In both Marinetti’s unabashed claim that a motor car is more beautiful than the 2nd century BC marble sculpture of the Greek goddess Nike of Samothrace, and in the symbolism of James’s ‘ΚΘ’, it is undeniable that art is an affirmative force that allows the possibility of individual and societal betterment. With his last pieces having secured James a reputable position in the art world, many people have been eagerly waiting for his new creative developments and artistic expressions. When asked what is on his horizon, James humorously invokes his Futuristic influences of mechanical speed and reveals that, as far as his career goes, the sky is ultimately the limit: “Right now I’m driving 200 miles an hour down an empty motorway, waiting for a single oncoming car. But as for the art, I’m currently planning a piece with a MiG airplane.”

opposite page: “Birch Quad”, 2007 Photography Joshua White all images © Anthony James Courtesy of the artist

'Art Crash: Anthony James', Muse #26  

Article 'Art Crash: Anthony James' in Muse magazine #26

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