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LO SPREAD POSITIVO DELLE DONNE

Fiba C I S L milano


INTRODUZIONE

Da sempre nei periodi di grande crisi le donne pagano il prezzo socialmente più' alto. La precarietà, le difficoltà oggettive nella conciliazione del tempo lavoro e famiglia, i salari più bassi le fanno diventare facile bersaglio nella battaglia della sopravvivenza nel mondo del lavoro. Da un’indagine del CNEL analizzata nel corso degli "Stati Generali sul Lavoro delle Donne in Italia" che si è tenuto in questi giorni, emerge chiaramente che le donne italiane sono le uniche in Occidente a lavorare più degli uomini. Nei primi nove mesi del 2011 sono state 45 mila in meno le donne giovani occupate e, da come rileva L'ISTAT, la loro situazione è più critica rispetto ai loro coetanei di sesso maschile. L'occupazione femminile in Italia nel 2010 è stata pari al 46,1%, il che ci colloca penultimi in Europa prima di Malta, con il Sud al 30,5% e il Nord al 56,1%. Ma cosa porta le donne a non lavorare? Cosa le porta ad abbandonare il posto di lavoro? Che cosa le rende soggetti più facili da espellere dal ciclo produttivo? Secondo Liliana Ocmin, Segretario Confederale della Cisl, “l'occupazione femminile può essre un volano per l'economia del Paese, l'abbandono del posto di lavoro delle neo-mamme non è una scelta, ma una conseguenza delle difficoltà di conciliare il ruolo genitoriale con quello lavorativo. L'inadeguatezza delle politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro pone ancora molte donne al bivio tra carriera e affetti". Questa nostra pubblicazione vuole essere un contributo d’analisi sulle ragioni di crisi dell'occupazione femminile nella complessa situazione economica che stiamo vivendo. Un'analisi di dati, di situazione sociale, di stereotipi e luoghi comuni che costituiscono il gap che impedisce alle donne di sfondare il "tetto di cristallo" e che le schiaccia verso un “pavimento appiccicoso” che le trattiene nei gradi più bassi del mondo lavorativo. Il nostro lavoro vuole essere non solo uno stimolo alla riflessione e alla condivisione, ma anche uno strumento utile per identificare ed elaborare interventi, sia aziendali che istituzionali, che permettano alle donne di esprimere quella grande potenzialità' di cui il Paese oggi più che mai ha necessità.


LA POPOLAZIONE Mentre nei paesi Europei più sviluppati si è affermata una relazione positiva tra fecondità e occupazione femminile (i Paesi nei quali si fanno più figli sono quelli che hanno la maggiore occupazione femminile), in Italia la maternità continua a essere il principale motivo che obbliga le donne a non lavorare o ad abbandonare il lavoro. Negli ultimi 50 anni si sono verificate grandi trasformazioni nella società italiana. Dati Istat 1951 2009

Donne fino a 34 anni 60% della popolazione 35% della popolazione

Donne oltre 65 anni 9% della popolazione 23% della popolazione

Diminuisce il numero di donne nella fascia lavorativa e fertile e aumenta la fascia di popolazione che invecchia. La donna ha una maggiore longevità rispetto all’uomo, ma emerge che ha bisogno di maggiori cure poiché si è riscontrato statisticamente che tende ad ammalarsi più dell’uomo. Il tasso di natalità molto basso non garantisce il ricambio generazionale; le donne italiane si sposano sempre più tardi, le nascite diminuiscono, aumenta la speranza di vita, cresce l’immigrazione e invecchia la popolazione. Si cerca di raggiungere una stabilità economica basilare per poter creare una famiglia, pur partendo da un divario salariale negativo rispetto all’uomo, mancanza di servizi assistenziali e una cultura che vorrebbe la donna confinata nelle mura domestiche per la cura del nucleo familiare. In una simile situazione, sono molte le donne che scelgono di non lavorare. Una scelta che genera un numero sempre più elevato di popolazione povera: le retribuzioni più basse inoltre producono livelli pensionistici più bassi. Una visione sul futuro Tot. Donne

% di presenza straniera

2010

31.1 italiane

28.9

% di presenza straniera

2030

31.8 italiane

2.2 Tot. Uomini

straniere 29.3 italiani

30.4 27.2

7%

straniere 30.4 italiani

2.1 stranieri Tot. Popolazione Italiana

60.4 milioni

27.8

26.3

13 %

4.1 stranieri 62.1 milioni

In futuro la popolazione italiana crescerà! Ma di quale tipo di crescita parliamo? Un forte contributo alla crescita demografica arriverà dagli stranieri che incideranno nel nostro paese sia per la popolazione femminile che maschile. E’ un dato di fatto! I cittadini italiani fanno meno figli e invecchiano senza creare una nuova generazione.


In Italia: • Il numero di figli per donna non garantisce il ricambio generazionale. • Le donne si sposano sempre più tardi e il primo figlio è intorno ai trenta anni. • E’ il paese europeo (insieme alla Grecia) con più bassa quota di bambini nata fuori dal matrimonio. • Aumentano i matrimoni civili e le coppie non coniugate. • La popolazione italiana è quella con un’età media di vita più alta dell’Europa. • Le donne single con figli sono solo il 2% rispetto ai paesi dell’Unione Europea. Tutti elementi che evidenziano un fattore culturale tipico del nostro Paese: una famiglia strutturata come 50 anni fa, con un modello culturale arretrato e che sembra non vedere l’europeizzazione della popolazione. I modesti salari femminili rendono poco conveniente e insostenibile affidare la cura dei figli o degli anziani a personale retribuito, strutture pubbliche o private. I servizi sono carenti e spesso onerosi. Occorre intervenire con misure fiscali che consentano e rendano conveniente l’accesso al lavoro delle donne. Occorre rispondere con fatti, leggi, interventi reali a favore della donna in cerca di lavoro e welfare di sostegno per evitarne l’abbandono.


L’ISTRUZIONE

La nuova strategia europea ha individuato due obiettivi prioritari da realizzare nel 2020: la riduzione al 10% degli abbandoni scolastici e l’incremento al 40% dell’istruzione universitaria o equivalente per la popolazione tra i 30 e 40 anni. L’Italia è molto lontana da questi obiettivi. Oggi la quota di giovani maschi laureati è di poco superiore al 15% e quella delle donne, anche se molto superiore, è al 24,2%. Nelle nuove generazioni le donne hanno livelli di istruzione superiori a quelli degli uomini: il 15% delle donne ha conseguito una laurea mentre solo il 10% degli uomini è laureato, inoltre la propensione delle ragazze diplomate a proseguire gli studi è molto superiore a quella dei ragazzi. Nelle regioni del Sud attualmente le donne proseguono gli studi universitari anche quando lavorano o sono alla ricerca di un’occupazione e sono riuscite in pochi anni a invertire il gap che finora le vedeva meno scolarizzate degli uomini. Se il trend positivo proseguirà anche in futuro è possibile ipotizzare una popolazione femminile con livelli di istruzione molto più alti di quella maschile. Nella scuola dell’obbligo emerge che le studentesse quindicenni sono molto più brave dei ragazzi nelle materie umanistiche mentre in matematica i ragazzi ottengono i risultati migliori. Ma la quota di donne laureate in discipline tecnico-scientifiche è in linea con la media europea al pari della Svezia e superiore alla Germania ma inferiore a Francia e Finlandia. Le donne laureate hanno maggiore difficoltà degli uomini a trovare lavoro: a tre anni dalla laurea quasi il 78% degli uomini lavora, contro il 70% delle donne, divario che diminuisce tra i laureati triennali e nell’area umanistica. A questo si aggiunge che le remunerazioni degli uomini sono più elevate. In Italia la percentuale di giovani che abbandonano gli studi è del 18,8%, molto più alta rispetto alla media europea (14,1) e all’obiettivo del 10%, ed è maggiore per gli uomini (22%) rispetto alle donne (15,4%). Anche nei giovani immigrati l’abbandono è maggiore tra i maschi (45,6%) che tra le donne al 42,1 %. Inoltre più della metà dei giovani immigrati non raggiunge il livello minimo di alfabetizzazione. L’Italia è il paese europeo con la più alta percentuale di Neet (Not in Education, Employment or Training) cioè di giovani che non studiano, non frequentano corsi di studio, di formazione professionale e neppure lavorano. Nel Sud una giovane donna su tre si trova nella condizione di Neet (33,2%), percentuale che crolla al 18,9% al Nord e per una parte consistente di loro l’allontanamento dal mercato del lavoro è una scelta in parte volontaria, anche se a volte temporanea, determinata da motivi familiari o condizionata da fattori culturali e dalla carenza di servizi di cura dei bambini.


L’Europa aveva indicato tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2010 quello di una quota di adulti impegnati in attività formative pari al 12,5%. L’Italia nel 2009, nonostante una maggiore partecipazione femminile, si è attestata al 6%. L’utilizzo delle tecnologie nella comunicazione e nell’informazione è un indicatore fondamentale per misurare il livello d’innovazione della società. Gli uomini sono più precoci delle donne nell’utilizzo della rete, ma già a 18 anni il 79% delle ragazze e il 76% dei ragazzi sono utenti di Internet. Anche se nel complesso le donne utilizzano Internet meno degli uomini, considerando che per l’85% gli utenti della rete sono studenti, occupati o persone in cerca di occupazione, non è difficile immaginare che le donne, giovani e meno giovani, raggiungeranno in breve la stessa “confidenza” con gli strumenti informatici.


IL MERCATO DEL LAVORO Anche se negli ultimi anni la partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro è aumentata, tutti i principali indicatori collocano l’Italia ai livelli più bassi della classifica europea. Quando sono occupate spesso sono segregate nelle professioni meno qualificate, difficilmente riescono a sfondare quel soffitto di cristallo che impedisce loro di assumere posizioni di vertice e subiscono ancora forti disparità salariali. In Italia meno di una donna su due è occupata (46,1%). La distanza con la media europea (58,2%) è di oltre 12 punti percentuali e in paesi come Svezia e Danimarca il tasso di occupazione femminile supera il 70%. La percentuale di donne italiane che lavora a orario ridotto (29%) si colloca al di sotto della media europea (31,4%) e di Paesi come la Germania e l’Olanda, dove la quota di donne parttime raggiunge rispettivamente il 45% e il 76%. Per il 46,8% delle donne italiane il part-time non è una libera scelta, ma una condizione obbligata determinata dall’impossibilità di trovare un lavoro a tempo pieno. La quota di donne italiane che sceglie il part-time per prendersi cura dei bambini o di persone non autosufficienti è sostanzialmente allineata a quella dei Paesi europei. Il tasso di occupazione medio europeo supera il 58% mentre in Paesi come Svezia e Danimarca si colloca oltre il 70%. Sebbene il tasso d’occupazione delle donne laureate italiane (71,7%) sia il più vicino a quello degli uomini (82,3%), è il più basso tra tutti i paesi dell’Unione Europea e inferiore di oltre 7 punti percentuali rispetto alla media dei 27 stati membri (79,1%). Oltre 8 donne su 10 sono occupate nel settore dei servizi e il rimanente nell’industria e nell’agricoltura. Le donne sono più presenti nelle professioni esecutive ed impiegatizie del commercio e dei servizi e nelle professioni non qualificate, mentre sono in minoranza fra legislatori, dirigenti ed imprenditori. Anche se le lavoratrici dipendenti sono il 41,5% del totale dei lavoratori, le donne con qualifica di dirigente sono solo il 12,9%. La percentuale di donne dirigenti varia dal 6,9% del settore delle costruzioni (7% delle lavoratrici dipendenti) al 46,2% del comparto dell’istruzione, dove però le lavoratrici dipendenti sono il 79%. Le donne presenti nei consigli di amministrazione delle società quotate sono solo il 7%. Il loro numero è aumentato di quasi 3 punti percentuali nel periodo 2004-2011. Metà delle società quotate hanno almeno una donna nel CDA. Le donne guadagnano mediamente il 72% del salario degli uomini. Secondo l’indicatore europeo che misura le differenze salariali tra lavoratrici e lavoratori nelle imprese del settore business con almeno 10 dipendenti (Unadjusted gender pay gap), in Italia il differenziale retributivo di genere è relativamente basso (17% rispetto al 26,8% della Germania e il 23,1 del Regno Unito). Differenze significative si registrano anche fra le diverse qualifiche: un’operaia ha una retribuzione pari al 67,6% dell’operaio, una donna quadro guadagna l’85,8% dello stipendio


lordo di un lavoratore maschio con la stessa qualifica. Anche il tasso d’inattività è molto alto: nel nostro Paese quasi metà della popolazione femminile in età lavorativa non è occupata e non cerca un’occupazione (48,9%) a fronte del 35,5% della media europea. Si calcola che circa 1 milione e 350 mila donne lavorino in nero, a fronte di 1 milione e 450 mila uomini. Quasi la metà del lavoro sommerso delle donne si concentra nel lavoro domestico per le famiglie, seguito da attività immobiliari, noleggio, commercio e altri servizi. In Germania solo il 29,2% delle donne è inattivo e in Svezia il 23,3%. Su 6 milioni di imprese il 23% è a conduzione femminile. Le aziende si concentrano in 5 settori economici: commercio, agricoltura, pesca, silvicoltura, turismo e ristorazione. Secondo Unioncamere le imprese “in rosa” continuano a crescere a un ritmo superiore a quello medio dell’imprenditoria nazionale. Le pensioni delle donne sono molto inferiori a quelle degli uomini a causa delle più basse retribuzioni e della vita lavorativa spesso discontinua, soprattutto per le interruzioni dovute alla maternità. La pensione media mensile di una donna nel 2008 è stata di 992 euro, quella di un uomo di 1.428 euro, con una differenza di 436 euro. La differenza maggiore fra le pensioni maschili e femminili si registra nel Nord (519 euro), la minore nel Mezzogiorno (315 euro). Solo per le pensioni pagate all’estero, peraltro di valore molto modesto, l’importo delle donne è superiore a quello degli uomini. Il 27% delle donne riceve una pensione inferiore a 500 euro, il 59% sotto i 1.000 euro; per gli uomini le percentuali sono rispettivamente 15% e 38%. Le pensioni più alte sono appannaggio quasi esclusivo degli uomini: il 6% dei pensionati riceve mensilmente un importo da 3.000 euro e oltre, solo l’1,5% delle pensionate. La maggiore longevità delle donne e la loro discontinuità lavorativa fanno sì che siano beneficiarie di gran parte delle pensioni di reversibilità (87% del totale, pari a 4 milioni di vedove a fronte di circa 600 mila coniugi maschi che hanno perso la moglie), ma anche di quelle per invalidità civile (63% del totale) e delle pensioni integrate al minimo (80%). Le donne si sono ritirate dal lavoro prevalentemente con le pensioni di vecchiaia, gli uomini con quelle di anzianità e con trattamenti nettamente superiori.


LA CONCILIAZIONE FRA LAVORO E FAMIGLIA Il motivo principale per cui le donne italiane abbandonano il lavoro o decidono di non lavorare è la maternità. Le esigenze familiari sono il fattore di maggior influenza nelle scelte professionali delle donne. L’analisi del tempo dedicato al lavoro retribuito mostra che la gestione familiare comporta un calo del tempo ad esso dedicato. Questo è il motivo principale per cui le donne con carichi familiari sono maggiormente discriminate nel mercato del lavoro. I servizi dedicati all’infanzia e alle persone non autosufficienti in Italia sono ancora inadeguati e quindi, quando si parla d’inattività delle donne, è necessario precisare che la “scelta volontaria di astensione dal lavoro” il più delle volte è determinata da fattori culturali - le donne hanno la vocazione per il lavoro di cura - o da fattori economici – la scelta su chi si deve sacrificare ricade su chi percepisce lo stipendio più basso, ovvero le donne. Per superare questi problemi è importante sensibilizzare le aziende italiane sulle opportunità di conciliazione nei posti di lavoro. Un aiuto ci viene dalla Legge 53/2000, art. 9, che contiene misure innovative per favorire la conciliazione tra vita lavorativa e privata delle lavoratrici madri o dei lavoratori padri sostenendo, attraverso finanziamenti, tutte quelle aziende che intendono sviluppare forme di flessibilità (orari elastici, telelavoro, part-time ecc.), volte alla conciliazione tra vita familiare e lavorativa, in modo da consentire a uomini e donne una reale distribuzione dei carichi familiari. Qualche dato per avere l’immagine reale del nostro Paese: • in oltre un terzo delle coppie italiane lavora solo l’uomo (37,2%), collocando il nostro Paese al livello più alto e negativo dell’UE; • le donne occupano il maggior tempo per i lavori domestici (5h20’) e gli uomini il minor tempo (1h35’); in Germania le donne si occupano di attività familiari per 4h11’ e gli uomini per 2h21’; se si confronta la giornata di 24 ore delle persone tra 20 e 74 anni, in Italia il 21,7% del tempo delle donne è utilizzato per le incombenze domestiche (casa, spesa, pasti assistenza bambini e agli anziani); in Germania il 17,1%; • le donne italiane si occupano del lavoro familiare per quasi 8 ore, gli uomini poco più di 1 ora; • solo il 9% degli uomini usufruisce del congedo dal lavoro per accudire i figli dopo la nascita; • il tasso di occupazione delle donne italiane diminuisce con l’aumento del numero dei figli (69,2% nell’EU-27 e 54,8% in Italia); • più di una donna su quattro smette di lavorare per la nascita di un figlio: di queste oltre la metà è stata licenziata o costretta a dimettersi; • solo il 40,7% delle madri costrette a lasciare il lavoro in seguito alla gravidanza ha successivamente ripreso l’attività;


• le donne meno scolarizzate sono le più esposte 40,3%, la percentuale scende al 16,7% per le laureate; • l’Italia, con il 15,2%, ha la più alta quota di “inattive scoraggiate”. Di queste il 74,9% vorrebbe poter lavorare; • il 30% delle donne inattive potrebbe entrare nel mercato del lavoro se i servizi per l’infanzia e per gli anziani fossero adeguati e meno costosi; • i nonni si prendono cura della maggioranza dei bambini, soprattutto nelle regioni meridionali (67,7%); • solo 16 bambini su 100 usufruiscono degli asili nido pubblici e privati; • il 25% delle richieste di asili nido non viene accolta; • solo il 4% delle donne italiane usufruisce del telelavoro rispetto a un 13% di possibili interessate; • il 41% delle lavoratrici utilizza la flessibilità oraria in entrata e uscita dal posto di lavoro.

Conciliare vita e lavoro non è solo un problema delle donne, il nostro Paese deve investire in cultura abbattendo stereotipi con politiche di Welfare affinché “ la donna abbia pari opportunità nel mondo del lavoro”.


LA SALUTE DELLE DONNE Con una speranza di vita che supera gli 84 anni, le donne italiane, con francesi e spagnole, sono fra le più longeve d’Europa. Le donne vivono più degli uomini ma se nel resto d’Europa la differenza sulla durata della vita media è di 6 anni, per le italiane è di soli 5,4 anni maggiore dei loro connazionali uomini. Inoltre questo divario tende a diminuire e negli ultimi 4 anni la durata media della vita delle donne è aumentata di 0,3 anni mentre quella degli uomini di 0,4. Tuttavia questa maggiore longevità non si accompagna a un buono stato salute. Infatti, gli anni di vita in buona salute delle italiane sono al di sotto della media europea e di quella degli uomini italiani che, invece, sono sopra la media europea. Molto significativo e preoccupante è il dato sulla disabilità femminile. Le donne vivono più a lungo ma sono fortemente colpite dalle disabilità soprattutto in età avanzata. La percentuale della popolazione femminile disabile è doppia rispetto a quella maschile pur restando inferiore alla media europea. Dall’indagine emerge che la salute delle donne italiane è messa a repentaglio soprattutto da problemi cardiovascolari. Risulta, infatti, che la prima causa di morte per le donne sia costituita principalmente da ictus e infarti, la cui incidenza in vent’anni è cresciuta del 15%. Nella spiacevole classifica delle cause di morte femminile i tumori sono al secondo posto. Dati differenti si registrano fra il Nord Italia, dove la prima causa di morte femminile è data dai tumori, e il Sud Italia, dove è sensibilmente più alta la morte per malattie cardiovascolari. La classifica si inverte negli uomini per i quali la prima causa di morte sono i tumori mentre seconde sono le malattie cardiovascolari. Il tasso di mortalità delle donne italiane per malattie cardiovascolari e per cancro è il più basso d’Europa, ma è più alto rispetto agli uomini. Questo si accompagna, non casualmente a uno stile di vita migliore rispetto alla media europea; le italiane sono meno obese e fumano meno ma si registrano preoccupanti consumi di alcool soprattutto fra le giovani nella fascia 14-17 anni. Per quel che riguarda i disturbi psichici, il 7% delle donne soffre di depressione contro il 3% degli uomini ma nonostante siano maggiormente sofferenti, sembrano reggere meglio le difficoltà e si registrano un quarto di suicidi in meno degli uomini. Va evidenziato inoltre che in Italia l’incidenza dei suicidi femminili è fra le più basse d’Europa. Le donne italiane sono più attente alla prevenzione e hanno un consumo di farmaci superiore a quello degli uomini fino a 54 anni (probabilmente legato alla contraccezione), mentre si ha un’inversione dopo i 65anni, fascia d’età che assorbe il 60% della spesa per farmaci. Soprattutto nelle regioni del Centro-Nord le donne si sottopongono regolarmente agli screening mammografici e pap-test, molto meno nelle regioni del Centro-Sud. Fra i dati evidenziamo che si è registrato un aumento nel numero degli aborti spontanei ma si è ridotto quello delle interruzioni volontarie di gravidanza che coinvolge per un terzo le donne straniere. Per quanto riguarda l’incidenza degli infortuni sul lavoro il dato femminile è inferiore alla media europea e a quello maschile, anche per la presenza poco significativa di occupazione femminile nei settori a maggior rischio. Al contrario le donne sono più esposte agli incidenti domestici mentre tra i giovani la classifica si capovolge: in casa si fanno più male i ragazzi/bambini rispetto alle ragazze/bambine.


LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE La violenza sulle donne è un fenomeno molto radicato nel nostro Paese, anche se i dati ufficiali, decisamente inferiori rispetto al resto di Europa, sembrano rappresentare una situazione meno problematica. Ma sono numeri che non rappresentano la realtà perché, come emerge da uno studio delle Nazioni Unite, circa il 90% delle donne italiane non denuncia la violenza subita. E nonostante percentuali basse sono ben 7 milioni le donne che hanno subito violenza fisica e/o sessuale. La violenza contro le donne è un fenomeno che si manifesta ad ogni età: - il 7% delle giovanissime, ovvero prima dei 16 anni, ha subito un abuso; - Il 50% ha subito violenze o ricatti sessuali sul lavoro (in occasione dei colloqui d’assunzione, per proseguire nella carriera o semplicemente per mantenere il proprio posto) - il 63% degli uxoricidi hanno come vittime le donne I dati italiani confrontati con quelli di alcuni paesi europei sono notevolmente inferiori: in Svezia almeno il 30% della popolazione conosce una donna che ha subito violenza, in Italia solo il 12%. Il dato italiano, tra i più bassi d'Europa, è strettamente legato a fattori culturali. La maggior parte, circa il 65 % delle violenze, si consuma fra le mura domestiche ad opera, nel 70% dei casi, del partner. Le donne condizionate culturalmente e subordinate al partner mantengono il silenzio nel 50% dei casi. Un fenomeno che condividiamo con molti Paesi mediterranei dove la condizione femminile soffre ancora di un gap negativo rispetto alla condizione delle donne degli altri paesi dell'Ue. In Italia, nel corso degli ultimi anni, le molestie contro le donne sono diminuite e questo grazie all’atteggiamento culturale e sociale delle nuove generazioni, alle campagne informative e ad alcuni interventi legislativi come la normativa sullo stalking. FONTI - European Commission , Domestic violence against women report Eurobarometer, 2010 - United Nation Office on Drugs and Crime - WHO, Multi-country study on women health and domestic violence against women, Geneva, World Health Organization, 2005


C'ERA UNA VOLTA.............. MA NON ERA UNA BELLA FAVOLA!

Anni '70 le donne in azienda: - erano sottoposte al test di gravidanza nella visita medica per l’assunzione - firmavano una lettera in bianco di dimissioni che la banca poteva usare in caso di matrimonio o maternità - non potevano lavorare nella stessa banca del marito e, qualora avessero sposato un collega, erano costrette alle dimissioni - al rientro dalla maternità venivano trasferite d’ufficio e assegnate ad altra mansione - non avevano permessi per la cura dei figli - da contratto percepivano una retribuzione inferiore ai loro colleghi uomini - dovevano portare il grembiule - nonostante titoli equivalenti a quelli dei loro colleghi erano adibite esclusivamente a ruoli esecutivi - non venivano destinate a lavori che prevedessero il contatto con il pubblico perché ritenute inaffidabili


OGGI: - sono laureate e spesso con punteggi superiori ai loro colleghi - ricoprono ruoli sia in uffici di consulenza e finanza che nel front-office - possono sposarsi e lavorare nella stessa banca del marito - hanno diritto ai congedi parentali per la cura dei figli - possono usufruire del part-time


COSA FARE PER IL FUTURO Interventi così complessi sul costume e sugli stereotipi che riguardano le donne, richiedono un grande lavoro culturale supportato da leggi, contratti e accordi sindacali. Interventi legislativi: aiuto concreto alla famiglia nell'ambito del sistema di welfare. Detrazioni fiscali a sostegno della famiglia utilizzando criteri innovativi come il quoziente familiare. Interventi che ripartiscano equamente tra sessi il lavoro di cura. Interventi contrattuali: inserire una percentuale minima obbligatoria di donne nei percorsi formativi. Individuare criteri oggettivi e misurabili di valutazione professionale che tenga conto di standard qualitativi piuttosto che quantitativi. Interventi sindacali: accordi che prevedano nella gestione delle crisi occupazionali il ricorso obbligatorio allo strumento del part-time anche utilizzando i Fondi Pubblici per gli interventi sulla flessibilità. Incoraggiare l’effettiva applicazione di tutte le forme di flessibilità tra cui il telelavoro. Costituire e rendere attive le commissioni per le pari opportunità nelle aziende. Sviluppare e sostenere maggiormente le agevolazioni previste dai Patti d'Area (strutture territoriali e/o regionali) su interventi di supporto all' occupazione femminile.

Buona Festa della Donna...............per 365 giorni !

Coordinamento Donne FIBA MILANO Via Tadino 19/A Milano 20124 Responsabile Alessandra Poma apoma1@fibacisl.it

Fiba C I S L milano


LAPRESENTE DELEGA DI ISCRIZIONE E' PREDISPOSTA PER CHI DESIDERASSE ADERIRE ALLA FIBA / CISL.

compilare tutte le parti e scrivere in stampatello

In tal caso, debitamente compilata e sottoscritta, va rimessa per posta in originale al Sindacato Territoriale di competenza (vedasi la voce FIBA/CISL nell'elenco telefonico del capoluogo di provincia e/o regione). Qualora pervenisse erroneamente alla FIBA SERVICE , questa provvederà a trasmetterla alla sede FIBA/CISL competente per territorio.

FEDERAZIONE ITALIANA BANCARI ASSICURATIVI ...l... sottoscritt.................................................................................................................................................... nato a.....................................................qualifica e/o grado o area e livello ................................................................................ abitante in ............................................................ via ..........................................................................................CAP .................. data di nascita ..................................... data di assunzione .......................................... tel. ........................................................ dipendente del ................................................................................................................................................................................. E-mail ...................................... .................................................... Cod. Fisc. .................................................................................. fa domanda di essere iscritto a codesto sindacato a decorrere dal ......................................................................................... Distinti saluti.

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Spett.le DIREZIONE

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.. l ... sottoscritt ............................................................................... ............................................ iscritto alla FIBA/CISL, prega codesta Direzione di voler provvedere a far tempo dal ................... e fino a propria revoca ad operare sulla sua retribuzione, in relazione ai criteri di cui agli ACCORDI vigenti, la trattenuta che verrà indicata dalla FEDERAZIONE ITALIANABANCARI ED ASSICURATIVI (FIBA) e segnalata a codesta Direzione medesima dall'Associazione Datoriale. Prega, altresì, codesta Direzione di voler accreditare l'importo della trattenuta di cui sopra al SINDACATO TERRITORIALE FIBA/CISL di ..........................., al SINDACATO REGIONALE FIBA/CISL............................., al SINDACATO NAZIONALE FIBA/CISL e all’UNIONE SINDACALE TERRITORIALE CISL di............................, nei rispettivi conti correnti a suo tempo indicati e con le modalità segnalate. La presente delega annulla e sostituisce ogni eventuale precedente adesione ad altri sindacati. Distinti saluti. ........................................... li, .................................... FIRMA .......................................................... Ricevuta l'informativa sull'utilizzazione dei miei dati personali ai sensi dell'art.10 della legge n.675/96, consento al loro trattamento nella misura necessaria per il perseguimento degli scopi statutari. Consento anche che i dati riguardanti l'iscrizione sindacale siano comunicati al datore di lavoro ed agli Enti previdenziali e da questi trattati nella misura necessaria all'adempimento di obblighi previsti dalla legge, dai contratti e dalle convenzioni.

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