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feneal uil in Campania

Poste Italiane S.p.A.-Spedizione in abbonamento postale- D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46) art.1, comma 2 e 3, Aut: CNS/CBPA-NA/239/08

PERIODICO DI INFORMAZIONE GRATUITO della FENEAL-UIL CAMPANIA

Anno III, Numero 11 Aprile 2010

Mezzogiorno jammo jà Luigi Angeletti:

Il lavoro al centro

Tonino Correale:

La concretezza degli edili

Nino D’Angelo:

Basta piangersi addosso


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la foto Il teatro San Carlo di Napoli è stato recentemente restaurato. All'inaugurazione sono andate le massime autorità, a partire dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per testimoniare la bellezza di una delle strutture più belle al mondo sotto il profilo artistico e culturale. Il Massimo partenopeo, a maggior ragione dopo l'ultimo restyling finanziato con i fondi del Governo e della Regione Campania, rappresenta un punto di eccellenza di cui vantarsi nel mondo vincendo quindi come minimo la sfida con la Scala di Milano. Ma il San Carlo costituisce anche l'emblema della bellezza che rischia di essere fine a stessa, improduttiva per la collettività, per la gente comune. Chi può permettersi economicamente una serata al San Carlo? Chi vi partecipa paga il biglietto o ottiene sempre un biglietto omaggio? Insomma, per dirla in poche e semplici parole, se un teatro così bello e riconosciuto nel mondo, è un chicca per pochi intimi non serve a molto. I giovani, i ragazzi delle periferie, sono le categorie che andrebbero coinvolte maggiormente per rendere "utile" e socialmente "produttivo" il San Carlo. Tra i fiori all'occhiello del nuovo massimo napoletano, c'è la trasformazione dell'ex falegnameria del teatro, nell'ambito di un'area di 3mila metri quadrati, in più sale prove capaci di ospitare diverse centinaia di artisti oltre ad altri ambienti tra cui un enorme deposito per gli strumenti musicali. Il complesso viene restituto al pubblico rinnovato nei suoi stucchi, splendenti di rinnovata doratura, nei suoi velluti che ritornano nel rosso fiammante scelto nel 1844 da Ferdinando II Borbone.


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Job Feneal Uil in Campania Numero 11- Aprile 2010 Periodico bimestrale di informazione gratuito della Feneal Uil Campania Testata registrata presso il Tribunale di Napoli (iscr. n. 7 del 29/01/2008) Direttore editoriale: Emilio Correale Direttore responsabile: Carlo Porcaro Editore: Feneal-Uil Campania, Via Brin, 69 80142 Napoli Redazione: Dario De Simone Liliana Palermo P.G.Correale Grafica: Claudia Noli Image editing: Antonio Massa Contatti redazione: Via Benedetto Brin 69 - 80142 Napoli Tel: 081-269115, 081-200564; Fax: 081-0143084 e-mail: job@fenealuilcampania.it sito internet: www.fenealuilcampania.it Coordinamento: PK s.r.l. Stampa: Litografia Buonaurio srl, via Trav. 4 novembre 6, 80026 Casoria (Na) Tiratura: 5000 copie Giornale chiuso in redazione il 17/3/2010


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7 L’editoriale 9 Il filo di job 34 Mass media/ il cinema

Luigi Angeletti

e la mafia al Sud

RUBRICHE

Questo modo di fare politica al Sud ha i giorni contati perchè sta per interrompersi il flusso di denaro proveniente dall’Europa

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26 Le parole della crisi 50 Speciale libri 52 La gita/ Capri e Benevento

NINO D’ANGELO

Guglielmo Loy

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Troppi silenzi sulla questione meridionale

Paolo Pirani

Il futuro deve essere la buona politica

INTERVENTI

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14 Anna Rea

Sul lavoro ancora troppi slogan

12 Antonio Correale Noi siamo i veri riformisti

42 Alan De Luca 46

Speciale San Paolo

Lo stadio di Napoli ha compiuto 50 anni e rischia di restare fuori da Euro 2016 per carenze strutturali

FOCUS MEZZOGIORNO 20 Piero Craveri 22 Luca Ricolfi

Con Telegaribaldi riuscivamo a far ridere senza essere volgari

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SPECIALE ELEZIONI

Vincenzo De Luca

Concentrare gli investimenti sulle infrastrutture che possono portare sviluppo e nuova occupazione


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o t a t r o ha p

. . . a a n u t r o f

THE JACKAL

A decretare il successo italiano del gruppo napoletano The Jackal è stato Carlo Freccero, uno dei maggiori esperti italiani di televisione, che su Rai 4, il nuovo canale del digitale terrestre, ha dedicato un ricco servizio ai sei giovani che producono artistici video per il web. Ma, nel nostro piccolo, anche Job ha fatto il suo intervistandoli in tempi non sospetti. Va detto che la nascita ufficiale del team, composto da studenti che vivono tra Melito e Giugliano, risale all’anno 2006 quando decisero di pubblicare su Youtube i primi lavori. Il gruppo fin dalle prime sperimentazioni è autosufficiente nell’uso delle nuove tecnologie digitali per l’esecuzione di corti, videoclip e spot pubblicitari. Dello staff infatti fanno parte Francesco, nel ruolo di regista, Simone è scenografo, Enrico è attore e responsabile del sito internet, Alfredo direttore della fotografia, Ciro coreografo e Mariano è addetto al montaggio delle riprese. Questi sono i ruoli tecnici dei sei ragazzi (alcuni laureati, altri in procinto di conseguire la laurea) che si conoscono fin dall’infanzia e che hanno fondato una società di produzione per affrontare professionalmente il futuro. Questo riferimento agli studi universitari spiega bene il successo della compagine che alla capacità di produrre filmati tecnicamente ben fatti associano il gusto di una sottile ironia linguistica, costruita su metafore e citazioni cinematografiche, che rendono affascinanti i video presentati su Youtube. Il successo dei «Jackals» sul web in soli quattro anni ha raggiunto dimensioni straordinarie, che pochi altri autori celebri hanno mai conseguito.

MAURIZIO DE GIOVANNI Ha scritto molti libri con la casa editrice nota e anche un po’ altezzosa (quando si ha il all’improvviso successo, non sempre si ricordano le origini) Fandango, ma ora Maurizio De Giovanni ha firmato per la prestigiosa Einaudi. E noi, il bancario con notevoli propensioni da scrittore, giallista in particolare, lo abbiamo intervistato quando non tutta la pubblica opinione lo conosceva bene. Pensiamo, insomma, di avergli portato un po’ di fortuna.


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Vita da fiction

l’editoriale

La televisione trasmette false realtà. Noi, le vittime

L

a tv nazionale della Georgia si prende gioco dei telespettatori, mettendo in onda immagine false che mostrano carrarmati russi che invadono il Paese; bamboccioni trentenni che piangono durante l’edizione italiana del “Grande Fratello”; politici che si danno sulla voce in diretta sulla trasmissione televisiva della Rai3 “Ballarò”. Qual è la differenza tra queste situazioni? Nessuna. Strano a pensarlo, ma fino ad un certo punto. L'elemento in comune è lo strapotere della televisione, al punto da confondere realtà e fantasia, verità e rappresentazione della stessa. E i telespettatori, ovvero i semplici cittadini, non ci capiscono più nulla. Soprattutto se non hanno elementi culturali per fare distinzioni, per selezionare il falso dal reale, l'esagerazione dalla concretezza dei fatti. Una certezza allora, negli ultimi anni, sembra emergere con estrema chiarezza: il mondo della comunicazione, in particolare della televisione perché è lo strumento che arriva subito nelle nostre case e solo apparentemente gratis (sapete quanto costano 30 secondi di pubblicità negli orari di punta), può manipolare la nostra vita. O meglio, la percezione della vita. Difficile discernere, fare la lista di buoni e cattivi, e forse è anche un esercizio inutile e controproducente. La salvezza, ci permettiamo di consigliare per il tipo di professione che svolgiamo, sta nel pesare con il buon senso i contenuti dei programmi te-

levisivi, comprendere che è pur sempre e soltanto televisione. Che vale, quindi, fino ad un certo punto. E che dobbiamo, per vivere meglio e non dare nulla per scontato, comprendere certi meccanismi dei media per non rimanerme soggiogati. Ne vale, oserei dire, della nostra salute. Pretendere più qualità in televisione è una vecchia ambizione che puntualmente in pochi soddisfano. In tv conta l'audience. In nome dell'ascolto, però, accade che subiamo passivamente qualsiasi cosa. Dovremmo ribellarci, non spegnendo la tv o rifugiandoci su facebook, ma bilanciando realtà e fiction. La prima ci contorna, la seconda ci fa sognare.

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[CARLO

PORCARO]

job@fenealuilcampania.it

la citazione

La televisione ha chiarito che il mio prossimo non ha confini. Anche nel Vangelo il prossimo della parabola del Samaritano supera i confini, però la televisione ce l’ha reso presente Carlo Maria Martini La televisione è una ladra di tempo. Quando i bambini la guardano ininterrottamente per ore, non fanno molte cose che sul lungo periodo possono essere assai più importanti dal punto di vista del loro sviluppo. John Condry Lo schermo televisivo, ormai, è il vero unico occhio dell’uomo. Ne consegue che lo schermo televisivo fa ormai parte della struttura fisica del cervello umano. Ne consegue che quello che appare sul nostro schermo televisivo emerge come una cruda esperienza per noi che guardiamo. Ne consegue che la televisione è la realtà e che la realtà è meno della televisione. Videodrome job - feneal uil campania / aprile 2010

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la canzone

Jammo jà

Jammo jà, Nino D’Angelo 2010 Jammo jà guadagnammace 'o pane Nuie tenimmo 'o sudore int' 'e mane E sapimmo cagnà Jammo jà e facimmo ampresso Sott'a st'Italia d''o smog e d''o stress Nuie simmo 'e furbe ca s'hann' 'a fa' fess Simmo nate cù duie destine, Simm' 'a notte e simmo a matina simme rose e simmo spine Ma simmo ramo d''o stesso ciardino Meridionale Simmo terra chena 'e mare Ca nisciuno pò capì Stammo buono o stammo male Jammo annanz'accussì 'A fatica è nu regalo E a speranza è partì Jammo jà e dammece 'a mano Si stammo nzieme putimme i luntano Nun se po cchiù aspettà Jammo jà ca sta vita va 'e press Nuie simmo 'a casa de vase e 'e carezze Ma fa nutizia sultanto 'a munnezza Cù sta mafia cu 'o mandulino Ca ce hànno mise da sempe ncuolle Simmo 'a faccia 'e 'na cartulina Ca ce svenne pe tutt''o munno Meridionale Simmo voce 'e miez' 'o mare Ca nisciuno vo sentì Simmo l'evera appicciate Ca nun se sape maie a chi Simmo 'o specchio e n'autostrada Ca nun vonno maie fernì Addò 'o viento s'abbaraccia 'o mare Troppo so' 'e penziere E chi cresce cù pane amaro E' 'n'italiano straniere Si 'a giustizia se lava 'e mane Song bianche 'e bandiere E chi maie po penzà a dimane Nasce priggiuniero... E guagliune d''e viche 'e Napule Nun sarranno maie Re Dint' 'o Zen 'e Palermo se bevene 'o tiempo P' 'a sete 'e sapè E nun è maie facile a durmì cu 'e pecchè A campà c'a pacienza è 'o cchiù grande equilibrio Pe chi pò cadè.

Su, andiamo. Guadagnamoci il pane Noi abbiamo il sudore nelle mani E sappiamo cambiare Su, andiamo. Facciamo presto Sotto quest’Italia dello smog e dello stress Noi siamo i furbi che si devono fare fessi Siamo nati con due destini Siamo la notte e siamo la mattina Siamo rose e siamo spine Ma siamo rami dello stesso giardino Meridionale... Siamo terra piena di mare Che nessuno può capire Stiamo bene o stiamo male Andiamo avanti così Il lavoro è un regalo E la speranza è partire Su, andiamo. E diamoci la mano Se stiamo insieme possiamo andare lontano Non si può più aspettare Su, andiamo. Che questa vita scorre veloce Noi siamo la casa dei baci e delle carezze Ma fa notizia solo l’immondizia Con questa mafia col mandolino Che da sempre ci hanno cucito addosso Siamo la faccia di una cartolina Che ci svende in tutto il mondo Meridionale... Siamo voci in mezzo al mare Che nessuno vuol sentire Siamo l’erba bruciata Che non sa mai da chi Siamo lo specchio di un’autostrada Che non vogliono mai completare Dove il vento abbraccia il mare Troppi sono i pensieri E chi cresce col pane amaro E’ un italiano straniero Se la giustizia se ne lava le mani Bianche sono le bandiere E chi mai può pensare al suo domani Nasce prigioniero... I ragazzi dei vicoli di Napoli non saranno mai Re Nello “Zen” di Palermo si bevono il tempo per la sete di conoscere E non è mai facile addormentarsi con i perché Vivere avendo pazienza è il più grande equilibrio Per chi può cadere.


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Riunifichiamo finalmente l’Italia

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isogna insistere senza stancarsi, senza un attimo di pausa, con il coraggio della ragione, ma il Mezzogiorno, sconfiggendo tutte le avversioni pregiudiziali, deve ritornare ad essere una priorità del nostro Paese. Il che vuol dire che non deve esserepiùsoltantoiltema,ormaistancoedesueto, da trattare solo, per sconfortante dovere di coscienza,comeun’occasionemancatadellanostra storia. La questione meridionale non potrà mai rassegnarsi ad essere il problema crucialedelnostroPaesenonrisoltodaormaicentocinquanta anni, né potrà essere, d’altra parte, accantonata, come un fastidioso e spesso spregevole appesantimento della presunta modernità della nostra bella Italia. Se ne deve, invece, parlare e discutere alzando il tiro molto in alto, richiamando costantemente l’interesse generale, allertando tutte le sensibilitàpoliticheeculturali,maanchesollecitando isanielungimirantiappetitiimprenditoriali,fino a farlo apparire chiaro e preciso per quello che è: la principale questione nazionale da cui dipenderà lo sviluppo economico, civile e democraticodell’interonostroPaese,l’unicavera risorsacapacedigarantirel’unitànazionale,una rigenerata acquisizione di ricchezza ed un futuro certo per le nuove generazioni. Un’affermazione del genere comporta l’automatica necessità di descrivere quali possono essereleopportunitàoffertedalnostroMezzogiorno ediindividuaregliattorichedevonoinnescare iprocessidecisionalioccorrenti.Assecondando la logica prevalente di una malintesa concezione del Federalismo, eccessivamente impostata sulla separazione dei destini delle popolazioni autoctone e poco predisposte a concepire e favorire i legami solidaristici, uti-

li se non altro per tenere vivo il sentimento di Patria e di coesione nazionale, tali attori non possonocheessereglistessimeridionali,ritenuti gliuniciresponsabilidellaloroarretratezza.Tale logica è sbagliata perché è sempre stata drammaticamente sbagliata nel nostro Paese la praticadella“copertacorta”,acominciaredaquando, per esempio, fu spostata da Napoli a Genova la flotta navale mercantile per favorire le attività industriali e commerciali del Nord, rafforzandocosìnellanuovaItalia,appenaunita, l’assetto economico già preesistente e lasciando senza un effettivo governo e sostanzialmenteallorodestinoleareepiùdeboli.D’altro canto è assurdo pensare che lo sviluppo del Sud sipossarealizzaretogliendorisorsealNord, attuando semmai un’illogica operazione risarcitoria rispetto a quanto fin’ora è stato. La Germaniahadicheinsegnarci.Aventiannidalla caduta del muro di Berlino, sta completando in così breve tempo il processo di riunificazione delle due parti, quella occidentale e quella orientale che erano all’origine molto diversetraloro,sulpianopolitico,socialeedeconomico, la prima molto evoluta, mentre la seconda spaventosamente indietro. I governantichesisonosucceduti,purdidiversoorientamentopolitico,hannoriconosciutoilproblema dellariunificazionecomeilprincipaleproblema della nuova nazione ed hanno impostato una rigorosa programmazione sociale ed economica che ha coinvolto e reso partecipi tutti i tedeschi,anchequellidellaparteoccidentale.Oggi la Germania è ritornata ad essere, in così poco tempo, una potenza molto solida nel suo assetto e sicuramente forte nella sua economia. L’operazione compiuta, pur molto complessa, considerando l’articolazione dei provve-

[EMILIO

CORREALE]

dimentiadottati,è,invece,moltosemplicenella sua descrizione: si è proceduto, in sostanza, ad individuare quali potessero essere le direttrici verso cui indirizzare lo sviluppo della parte arretrata, sono stati definiti gli obiettivi eprospettatigliesitidiinteressegeneraleedinfine sono stati condivisi gli atti necessari. Certo il concetto di rigore dalle nostre parti è da tempo sostanzialmente bandito, né i nostri governanti si affannano per rappresentarlo come una necessità collettiva, e così la sua sostanziale mancanza traduce bene il nostro autolesionismo. Bisogna, invece, capire quali sono leopportunitàofferteperrealizzareunconcreto sviluppodelnostroMezzogiorno.Bisogna,innanzitutto, prendere coscienza che l’Italia dei luoghicomuninonesistepiù.IlritardodelSud nonpuòesserepiùrappresentatoconisolitistereotipi. Pizza e mandolino, coppola e lupara, miseria e nobiltà non sono più identificativi nemmeno della ormai residuale cultura meridionale e delle sempre più sbiadite tradizioni delSud.Altrimodelliculturaliedunaltromodo di vivere meno distinto e più importato si sono affermati e si accompagnano alla cultura effettivamente egemone della sopraffazione imposta delle uniche autorità organizzate sul territorio che sono le varie mafie. C’è bisogno di Stato. Di uno Stato che guarda ai problemi del Mezzogiorno con una visione di insieme nazionale,edopportunamentesiposizionaper osservarlidallapostazionedelSud.PropriofacendocosìsiaccorgeràchetutteleRegionimeridionali si affacciano sul mare Mediterraneo. E da questo mare parte la direttrice dello sviluppo futuro del nostro Paese.

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i congressi

«In un mondo che cambia il lavoro torna al centro»

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Luigi Angeletti sicuro: «La crisi finanziaria rivoluzionerà l’economia» stato l'ospite d'onore del congresso regionale di Villa Domi. Luigi Angeletti, segretario nazionale della Uil, ha partecipato alla tavola rotonda moderata dal direttore del Mattino, Virman Cusenza. Un intervento pacato ma chiarissimo quello di Angeletti che ha richiamato tutti al senso di responsabilità in un momento delicatissimo per il futuro economico e sociale del Paese ed in particolare del Mezzogiorno. Il leitmotiv della tavola rotonda è il duro atto d'accusa nei confronti della classe dirigente del Sud. Angeletti addirittura le attribuisce la colpa di aver «fatto da freno per i tanti giovani meridionali che vedono mortificate le loro potenzialità». Il segretario ammette le responsabilità storiche delle organizzazioni sindacali, soprattutto per non aver capito tutte le conseguenze pratiche del grande cambiamento che ha caratterizzato il mondo alla fine degli anni '90. «E

È vero che uniti si vince, ma a volte abbiamo perso tutti insieme perché avevamo pessime idee

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non possiamo individuare solo questo fattore come causa di marginalizzazione del nostro ruolo - fa notare Angeletti - La verità è che abbiamo sbagliato molte politiche perché avevamo capito per certi versi dove andava il mondo, abbiamo capito che il secolo socialdemocratico stava finendo, che il nostro ruolo sarebbe cambiato rapidamente; ciò che non abbiamo capito che è non dovevamo, in questo contesto, neanche farci sfiorare dall'idea di lasciare ai capitalisti il compito di fare sviluppo. Per fortuna, le culture sono diverse e si sono espresse anche in quella fase: qualcuno di noi ha sbagliato meno di altri, anche

se a volte siamo stati uniti pensando di vincere e invece abbiamo perso tutti insieme per le nostre pessime idee». La premessa di carattere storico appare necessaria soprattutto perché siamo nel 2010 e,come tutti gli anni che chiudono un decennio, è un anno di bilanci. Resta irrisolto il nodo del rapporto tra sindacato e politica. «Tutto è accaduto dopo l'ingresso nell'euro - spiega Angeletti Non si è mai risolto il tema del rapporto con il centrosinistra in particolare. A volte mi sembra che qualcuno si sia trovato nei panni di quell'atleta che corre tanto per arrivare al traguardo, consuma moltissime energie e poi si ritrova con


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i congressi poco ossigeno al cervello». Nel mondo che cambiava ed è cambiato c'è stato spazio anche per le grandi illusioni, per le drammatiche crisi delle Borse. Eppure per anni l'economia si è profondamente trasformata, frutto anche dell'influenza delle politiche fiscali. «Un ex presidente di Confindustria, Antonio D'Amato, aveva capito per primo - ricorda il segretario - che comprare e rivendere un palazzo era più redditizio che costruirne uno nuovo. Ma tutto questo dipende anche dall'aspetto fiscale: non ho problemi a dire che le imposte al 50% sugli utili d'impresa sono un esproprio; dall'altro lato abbiamo invece il 12% di tasse sugli utili in Borsa e questa è una percentuale da “paradiso fiscale”».

Questo modo di gestire il potere al Sud ha i giorni contati perché sta per interrompersi il flusso di denaro

Poi è arrivata la crisi finanziaria che ben presto si è trasformata in economica; solo a questo punto si è capito che qualcosa non funzionava ed è a questo punto che il lavoro ha la grande occasione di tornare al centro del dibattito e della vita economica. “Prima di tutto il lavoro” è lo slogan del IX congresso regionale. «Qualcuno ha scoperto che giocare al casinò - sottolinea ironicamente Angeletti - è un po' pericoloso, molto pericoloso. Ecco perché vedo un lavoro che sta riconquistando posizioni di primo piano. Il lavoro sta tornando al centro e credo che se ragioniamo su questa base la crisi non ci distruggerà. Nella popolazione mi sembra di percepire una cultura avanzata che guarda al pro-

gresso e al profitto, ma che sa bene che non bastano da soli; lo vedo nella popolazione, molto meno nella classe dirigente. Bisogna dire la verità: c'è una burocrazia che crea danni dai costi spaventosi, ci sono tantissimi dipendenti pubblici che non fanno nulla, però il lavoro che dovrebbero fare viene appaltato a società private con la conseguenza di pagare due volte. E sappiamo bene per quali ragioni si fanno certe politiche». Da Angeletti un appello alla Fiat a dare il via al processo che porterà Pomigliano a produrre la nuova Panda. Poi il duro atto d'accusa alle classi dirigenti del Mezzogiorno, punto centrale della tavola rotonda che non a caso si chiama “Licenziamo l'assistenzialismo”. «Sul fronte della formazione lo spreco di soldi pubblici è enorme - spiega Angeletti - Bisogna capire che non è un problema solo morale ma economico. Si sprecano soldi e non si favoriscono le imprese che avrebbero bisogno di un certo tipo di professionalità. Dovrebbero essere le associazioni degli imprenditori a dire di cosa hanno bisogno per le attività d'impresa e in che quantità: una formazione basata su questo innescherebbe un processo virtuoso di crescita economica». Ad Angeletti non deve essere costato molto ammettere che l'ex presidente di Confindustria, D'Amato, aveva ragione su quel meccanismo diabolico dell'economia; forse gli costa molto di più dover ammettere un altro processo di trasformazione. «I leghisti sono molto cambiati negli ultimi cinque anni - dice Angeletti - Sono stato recentemente a molti incontri e convegni: non si ascoltano più slogan e invece si sentono cose concrete; tra loro c'è gente prepa-

rata e competente. Quel che dispiace è che il Sud ha le stesse possibilità, se non di più visto che gli emigranti vanno al Nord ed occupano posizioni di eccellenza e di comando. Tutto questo dipende dai condizionamenti imposti dalle classi dirigenti del Mezzogiorno: come può funzionare un sistema se in tante zone ci vuole solo la raccomandazione per trovare lavoro? E poi questo è dimostrato anche da un altro fatto: ci sono aree del Sud che si salvano perché gli amministratori sono stati più capaci». Ma quali sono gli scenari futuri e cosa può fare il sindacato in questa realtà che appare ancora in una fase di profonda trasformazione? «Il sindacato deve capire che non è subalterno alla politica, non lo deve essere e non deve mai pensare che la gestione della cosa pubblica, dalla formazione alla sanità passando per le infrastrutture, sia appaltabile ad altri - afferma Angeletti - Non possiamo più fare sconti a nessuno e soprattutto non possiamo farne a chi gestisce il potere al Sud. Sono ottimista per un motivo: il vecchio modo di fare ha i giorni contati perché stanno per finire i soldi, sta per finire quel flusso di denaro che negli utimi 10 anni è arrivato dall'Unione Europea per essere portato nei vari collegi elettorali per creare consenso». Dario De Simone

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i congressi

«Siamo veri riformisti non soltanto a parole»

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Il neosegretario Feneal, Antonio Correale: abbiamo sconfitto l’ideologismo ei nostri congressi di categoria abbiamo approfondito le condizioni di grave difficoltà in cui versa il settore delle costruzioni che, ormai si sa, è da sempre la cartina di tornasole dell’andamento dell’economia nel nostro Paese. Ciò nonostante, questa crisi, che renderà anche il 2010 un anno difficile, sta dimostrando quanto sia decisivo in Italia poter contare su un sindacato presente e vitale in difesa dei lavoratori e delle famiglie italiane. Noi siamo convinti, e non senza ragioni, che tale funzione è sostanziata, soprattutto, dall’impegno delle forze riformiste del sindacato che hanno impedito la resa all’ideologismo, che altri continuano ad esaltare, ma che per noi si traduce solo in fuga dalle responsabilità. Ed è motivo di orgoglio rimarcare che la nostra organizzazione, la Uil ha difeso questa forte ed attuale identità riformista, non a parole, ma con le scelte compiute, che bene ha indicato nella sua bella relazione il nostro Segretario Generale Luigi Angeletti che disegna con concretezza e leggerezza il futuro del sindacato. Credo sia davvero fondamentale immaginare una nuova stagione di confronto - dopo quella della concertazione - che punti con coraggio ad un nuovo livello di raccordo e d’intesa tra le parti sociali, Governo ed istituzioni locali, che potremmo definire, questo sì, “tavolo di progetto del fare”, che individui progetti utili da discutere e condividere e definendo 12

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con precisione e trasparenza obiettivi, risorse, tempi e procedure, in grado di dare certezza alla loro esecuzione e alla loro fruizione, in qualità e sicurezza. La Feneal Uil pensa che sia ancora decisiva per il nostro Paese la realizzazione delle grandi opere infrastrutturali legate al miglioramento ambientale. La recessione non ci ha dato tregua nel 2009 e temo che non ce ne dia molta anche quest’anno: per le costruzioni questo sarebbe il terzo anno di preoccupante flessione. E nel 2009 il crollo della produzione ha superato in diversi settori la doppia cifra. Due esempi: i prodotti in calcestruzzo scendono del 24,6%, il cemento oltre il 18%. Secondo il nostro Osservatorio Feneal con il Cresme difficilmente il 10% delle imprese attualmente attive riuscirà a resistere anche nel 2010, a causa del calo del fatturato, della produzione e di un complesso accesso al credito. Voglio anche dire che trovo davvero, però, drammatico che in Italia siano rimaste solo due realtà, i sindacati ed i Vescovi italiani, a battersi con decisione perché il sud sia considerato una grande questione nazionale e non sia, invece, abbandonato a se stesso o, peggio, nelle mani di una criminalità che ingrassa nella crisi, accumula ricchezza con il lavoro nero, con il controllo - anche politico- di pezzi crescenti dell’economia legale e del territorio. La riforma del sistema contrattuale si sta dimostrando una svolta giusta: nel nostro settore la Feneal da

protagonista ha contribuito a concludere un primo rinnovo, quello dei cementieri in una fase di forte crisi del comparto, ma con risultati più che apprezzabili e, particolare significativo, senza lacerazioni fra le sigle sindacali. Un risultato unitario che consideriamo un segnale importante per i lavoratori e che, per quello che ci compete, vogliamo estendere ai prossimi rinnovi contrattuali. Ovviamente le trattative per il contratto in tempo di crisi non sono mai facili e le resistenze non mancano come quella che stiamo affrontando con l’Ance che, nel rinnovo del contratto degli edili, intende ridimensionare il peso ed il valore della contrattazione di secondo livello. A nostro avviso, invece, proprio nel territorio si deve dare la prima risposta reale al rischio di aggravamento delle disuguaglianze sociali, attraverso una più serrata consultazione con le istituzioni locali che oggi tendono ad


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i congressi aumentare il loro potere decisionale ed ispirano per questo un più corretto sviluppo della nostra bilateralità che deve adeguarsi ai nuovi bisogni del mondo del lavoro, per esaltare correttamente il valore reale della produttività. Per questo motivo, siamo convinti che il sindacato potrà dirsi moderno, riformista e vicino alle attese dei lavoratori se saprà garantire sul territorio una sua forte presenza contrattuale, calando in esso gli obiettivi di valore più generali, come l’equità fiscale, l’occupazione, lo sviluppo, che sono e restano la nostra bussola fondamentale. La leva fiscale è certamente decisiva e la battaglia che la Uil ha intrapreso è condivisa pienamente dalla Feneal. Il riequilibrio fiscale è urgente non solo perché i lavoratori non ce la fanno più, non solo perché così si penalizzano irresponsabilmente i consumi e la produzione per il mercato interno, non solo perché, comunque, la piaga dell’evasione fiscale va sanata senza esitazioni, ma anche perché non tolleriamo più che la cassa di questo Paese si regga solo e sempre sui doveri fiscali del lavoro dipendente. Riteniamo, quindi che l’alleggerimento del carico fiscale su salari e pensioni sia una misura utile per il Paese, sia in parte risarcitoria per i lavoratori e debba, perciò, precedere

l’attuazione del federalismo fiscale. Il nostro Paese non può rassegnarsi all’attuale condizione: deve ripartire. Per questo deve ricostruire una situazione di maggiore fiducia, ma deve sapere anche programmare il suo sviluppo e in condizio-

Sono intollerabili 4 anni per aprire un cantiere edile. Così il Paese non riesce a ripartire ni di giustizia sociale e di rispetto della legalità. C’è un bisogno urgentissimo di aprire o riaprire i cantieri, (è veramente intollerabile che per aprire un cantiere in Italia ci vogliono più di 1500 giorni ). Ma questo interesse della collettività non può essere un’occasione in più offerta agli sciacalli del malaffare, e soprattutto quando così odiosamente operano con il pretesto dell’emergenza. Non sappiamo a cosa porteranno le inchieste in corso: siamo garantisti da sempre e non cambiamo idea, ma siamo anche per il rispetto delle regole e siamo, senza sconti per nessuno, per la certezza delle pene e contro ogni forma di impunità. La nostra organizzazione, é cresciuta, ritengo in modo più saldo rispetto alle altre confederazioni, mantenendo intatte le nostre tradizioni di autonomia, di cultura riformista e laica,

di consapevole assunzione di responsabilità rispetto agli interessi generali del Paese. Certo occorre un lavoro comune per dare autorevolezza alla più complessiva iniziativa della Uil, ma guardando alla nostra tradizione che storicamente ha diffidato di accentramenti eccessivi che fanno parte di altre esperienze sindacali che non ci hanno mai convinto, perché hanno finito per ideologizzare il sindacato e di rendergli più arduo il compito di interpretare il sempre più complesso mondo del lavoro, con le sue trasformazioni e le sue nuove esigenze. Tutti dobbiamo concorrere a rafforzare la Uil ed il modo migliore è che tutti abbiano energie e risorse in grado di competere e di crescere. La Feneal Uil, proprio per questo, è pronta a dare il suo convinto contributo per affrontare il futuro ed aggiungere un nuovo e più esaltante capitolo della nostra storia comune. Siamo capaci di affrontare le sfide future senza timori reverenziali, senza dover rinunciare ai nostri valori ed alla nostra tradizione, con spirito sinceramente unitario, con la dignità di una grande storia che ha pari dignità con quelle di Cisl e Cgil, ma soprattutto perché il nostro Dna ci spinge a non aver paura del rinnovamento e dei cambiamenti. L’Italia di domani riformista avrà molto bisogno ancora di un sindacato forte, che dia centralità al lavoro, come fa la Uil, con la convinzione di sempre e per questo, sempre pronta a fare in pieno la sua parte, in modo concreto, da protagonista e senza mai disperdere i propri valori. Voglio concludere pensando ad una famosa poesia di De Amicis che lui dedica alla madre il primo capoverso recita così: “non sempre il tempo la beltà cancella o la sfioran le lacrime e gli affanni, mia madre ha sessant’ anni e più la guardo e più mi sembra bella”. Come è bella la UIL: ha sessant’anni, ma ne dimostra venti. job - feneal uil campania / aprile 2010

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il congresso regionale

Anna Rea: «Dalla politica ancora troppi slogan»

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l nono congresso della Uil Campania si è concluso con la rielezione a segretario generale di Anna Rea (nella foto). A suscitare l’attenzione dell’opinione pubblica sono stati i temi trattati in una fase così delicata per l’economia campana e con la campagna elettorale per le regionali alle porte. Il titolo del congresso era “Prima di tutto il lavoro” proprio per sensibilizzare sui drammi che stanno vivendo i lavoratori o ex tali: secondo i dati forniti dal sindacato, in Campania sono infatti oltre 29 mila i dipendenti in cassa inte-

grazione cui si affianca un esercito di circa 224 mila persone in cerca di un’occupazione. Cifre che fanno paura, e che

Vincenzo De Luca e Salvatore Piccolo, ospiti del congresso regionale a Villa Domi 14

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le forze sociali ed imprenditoriali sono chiamate insieme a ridurre con nuove politiche per il lavoro. Ecco che Rea invita l’intera classe politica a partecipare attivamente all’aumento della produttività, “tagliando i costi e fissando obiettivi precisi da raggiungere”. Rea, positivo il bilancio del congresso che l’ha rieletta segretario all’unanimità? «Sì, abbiamo lanciato e in gran parte raccolto la sfida sul nuovo modo di fare impresa e sindacato. Ha avuto coraggio, per esempio, il leader di Confindustria, Cristiana Coppola, nell’appoggiare le nostre proposte sull’abolizione dell’assistenzialismo al Sud: cancelliamo le forme di incentivazione generiche che ci sono nel Mezzogiorno, siamo d’accordo nel concentrare tutto sul credito d’imposta che è più trasparente e soprattutto finalizzato all’occupazione. In questi anni le Amministrazioni locali hanno commesso gravi errori nell’attuazione delle politiche per il Mezzogiorno; hanno creato l’impoverimento di molti cittadini e poche occasioni di lavoro. Bisogna stanare le imprese affinché facciamo le imprese e non delocalizzino, cosa che accade troppo spesso soprattutto della nostre parti. Siamo per gli incentivi mirati alla buona occupazione o almeno all’occupazione». La presidente Cristiana Coppola ha assicurato che molte imprese anche al


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il congresso regionale Sud ormai rifiutano la logica dell’assistenzialismo di vecchio stampo. Crede sia vero? «Sì, io le credo. E non solo perché la stimo profondamente. La maggior parte delle imprese del Mezzogiorno vuole allontanarsi da vecchie logiche che ormai non funzionano più. Inoltre, non posso che apprezzare molto quello che ha fatto Confindustria sulla questione del “pizzo”, hanno agito con molto coraggio in Sicilia. Vedo scenari nuovi, vedo piccole e medie imprese che stanno lavorando bene e che sono al passo con i tempi. Purtroppo c’è sempre una parte di imprenditoria cosiddetta “politica” che vive di risorse pubbliche e incentivi dati facilmente». Sono venuti i due candidati alla presidenza della Regione, Caldoro e De Luca: come li giudica nel merito delle proposte? «Innanzitutto devo ringraziare entrambi per aver partecipato al nostro congresso: non era affatto scontato. Quan-

Molte imprese del Sud rifiutano le vecchie logiche assistenzialiste. Siamo con loro to al patto per il lavoro lanciato da Stefano Caldoro, sottolineo con soddisfazione che abbia annunciato come nel settore della formazione professionale debba essere coinvolto il sindacato. La sua proposta rappresenta un elemento importante e positivo, come ci ha fatto piacere che sia venuto Vincenzo De Luca in una giornata per lui molto concitata per la questione delle alleanze da provare a stringere in tempi brevi. Ora però la competizione non si svolga sui semplici slogan: ci sono argomenti, come sicurezza e legalità, sui quali gli schieramenti politici devono essere uniti e compatti. Si confrontino per esempio sull’utilizzo dei fondi europei, sul-

le priorità da affrontare, sulle modalità per gestirli. Poi bisogna abbattere il costo della politica». A che cosa si riferisce in particolare? «Il primo atto del nuovo governatore, insieme al taglio delle tasse, deve essere la riduzione della propria indennità e di quella dei consiglieri. Anzi, venga finalizzata alla presenza in aula e al lavoro effettivamente svolto rispetto agli obiettivi prefissati nell’interesse della comunità». Insomma, anche la politica deve mostrare la sua produttività alla collettività. «Esatto. Servono efficienza e produttività. La Regione riduca il numero dei consiglieri e dia il buon esempio eliminando consulenze e agenzie varie che hanno proliferato negli ultimi anni disperdendo risorse». Si parlava di slogan: sul lavoro se ne ascoltano sempre tantissimi durante le campagne elettorali. Ma in questa corsa alla Regione Campania il tema lavoro è presente? «Certo che è presente, almeno nelle parole. Per ora, effettivamente, è al centro di slogan. Abbiamo ascoltato i candidati, hanno detto cose che condividiamo e hanno pure parlato di progetti interessanti se poi saranno messi in pratica. Diciamo che Caldoro e De Luca hanno scritto almeno i titoli, per il resto possiamo solo attendere. Al di là del vincitore, noi lavoreremo con chiunque perché questo è un tema impegnativo e fondamentale. Speriamo che vinca chi ha rispetto delle associazioni che rappresentano il mondo del lavoro e che devono essere coinvolte quando su questi temi si devono prendere decisioni importanti che incidono sulla vita dei lavoratori». [RED]

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«Troppi silenzi sulla questione meridionale»

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[GUGLIELMO LOY]

(Segretario Confederale Uil)

utti gli indicatori socio economici mostrano una Italia alle prese con i complessi ed irrisolti “dualismi” sociali: donne e uomini, reddito fisso e reddito da impresa, lavoro stabile e lavoro precario, Nord e Sud del Paese. Crediamo che sia ormai giunto il tempo di affrontare queste contrapposizioni a partire dalle disuguaglianze territoriali. L’irrisolta “questione meridionale” è e deve diventare tema nazionale. Lo sviluppo del Mezzogiorno deve tornare ad essere affrontato come una priorità rispetto all’agenda politica nazionale. La questione del divario Nord-Sud è l’emergenza tra le emergenze. Occorre una forte politica di rilancio dello sviluppo del Sud in grado di riequilibrare le differenze territoriali che ancora oggi determinano, nell’economia del nostro Paese, condizioni di dualismo tra i ritmi di sviluppo del Centro-Nord ed i ritardi che continuano a concentrarsi in gran parte delle Regioni Meridionali aggravati, ovviamente, dagli effetti della crisi. Da questo punto di vista il Nord potrebbe agganciare, peraltro a prezzi sociali alti, la ripresa ma, senza una crescita graduale e concreta del Mezzogiorno, tutto il sistema Paese non potrà fare quel salto di qualità che dovrebbe. Il Governo, in piena estate, sotto la spinta più o meno accentuata di parte della classe politica meridionale carat16

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terizzata da forme di “leghismo del Sud”, si era impegnato a presentare una proposta articolata per il Mezzogiorno. Da allora, salvo l’istituzione della Banca per il Sud e l’individuazione delle Zone Franche Urbane, peraltro da tre anni ancora al palo, sui problemi del Mezzogiorno è calata una cortina di silenzio. Anche le regioni meridionali ed i sostenitori di “Partiti del Sud”, finora sono rimasti in silenzio, disinteressandosi della questione, tutti concentrati e impegnati per le prossime elezioni regionali, senza peraltro dire alcunché sui rispettivi programmi di governo. Eccetto i continui appelli del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nessun Presidente di Regione, salvo qualche rituale lamento, ha pensato di cogliere questa occasione per presentare proposte, confermando, invece, una certa assuefazione a convivere con i ritardi strutturali. Senza alcuna reazione, all’infuori di quella che si manifesta periodicamente e ritualmente, nel sollecitare maggiori trasferimenti di risorse per le più svariate esigenze. Non è un caso che il “partito maggioritario” nel Mezzogiorno è quello della spesa pubblica improduttiva, che alimenta da anni sprechi, clientele e sottogoverno. Ultimo, in ordine di tempo, l’utilizzo di parte dei 22,3 miliardi di euro del Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS), per il ripiano dei disavanzi sanitari, così

come previsto dall’Accordo GovernoRegioni per il “Patto per la Salute”. Utilizzo del FAS che riguarda soprattutto l’area del Mezzogiorno, non solo nelle cinque regioni alle prese con l’extradeficit sanitario (Abruzzo, Molise, Campania, Calabria e Sicilia), e, la Puglia condizionata da conti sulla sanità in disordine, ma anche le altre realtà con conti, all’apparenza, in ordine. La UIL è nettamente contraria a tale ipotesi, non solo per il rischio che si aumenterebbe la spesa corrente, drenando risorse destinate agli investimenti, ma anche perché si rischierebbe, oltremodo, di condannare per sempre il Sud a rimanere una zona depressa, se qualche Presidente di Regione, utilizzasse le risorse del FAS per coprire il “buco della sanità” piuttosto che per lo sviluppo. Il paradosso, a questo punto, sarebbe che oltre al danno si aggiungerebbe anche la beffa: si sottraggono, infatti, risorse destinate allo sviluppo, e, al contempo si aumenta la pressione fiscale a lavoratori ed imprese del Mezzogiorno,


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focus mezzogiorno con gli incrementi automatici dello 0,3% dell’Addizionale Regionale IRPEF e dello 0,15% dell’imponibile IRAP oltre il massimo oggi consentito dalla legge. Occorre, da questo punto di vista, tenere alta la guardia, perché non si possono sempre raschiare risorse dal cosiddetto “fondo del barile”, ma si deve fare una lotta serrata agli sprechi e alle inefficienze, contro quel “vizio” che vede la spesa pubblica incontrollata, al di fuori di ogni forma di responsabilità. Tema questo che in verità riguarda generalmente il Paese, ma che nel Sud è più radicato. Non c’è nessun dubbio che si devono rivendicare, con forza, nuove politiche nazionali per lo sviluppo delle regioni meridionali evitando, però, il rischio dell’isolamento e dell’arroccamento contro tutto il resto del Paese. Non si possono, quindi, negare o trascurare le responsabilità a livello politico, istituzionale e sociale dell’attuale degrado del Mezzogiorno. Occorre un forte senso di autocritica e rinnovamento della classe politica meridionale, non solo dei partiti in quanto formazioni politiche, ma per la loro diretta responsabilità amministrativa e di governo. Occorre, in sintesi, una vera discontinuità sia della “politica” sia delle forze sociali organizzate, nel mettere la parola fine ai finanziamenti a pioggia che non hanno prodotto significativi risultati in termini di sviluppo. Se tutto ciò è condiviso, non si può

Infrastrutture, occupazione ed efficienza del settore pubblico sono le priorità

non negare che le parole d’ordine che hanno, più o meno, caratterizzato l’azione politica (e sindacale) in questi anni sono superate e insufficienti. Ci vuole discontinuità reale e non solo a parole. Per essere più chiari, si dovrà voltare pagina, a partire dalla denuncia di cosa non va (tanto!), per passare alle proposte ed alla assunzione di responsabilità da parte di tutti. Ecco perché la UIL, attraverso un “Manifesto per il rilancio del Mezzogiorno”, presentato al Governo, alle Regioni ed alle forze sociali, chiede alla politica tutta di mettere in “primo piano” interventi mirati e scelte strategiche e coraggiose. Una forte azione di rinnovamento che aiuti a superare il distacco tra politica e cittadini ed, in alcuni casi tra etica e politica; anche formando nuove classi dirigenti per una stagione imperniata sul sano “riformismo pragmatico del fare”. L’intento è di fornire alla politica tutta, ma anche all’intero Sindacato, uno strumento che può essere di ausilio, anche come vera e propria piattaforma della UIL per il confronto con le Amministrazioni Regionali, anche in vista della discussione dei prossimi Bilanci di previsione. Non trascurando, inoltre, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica. In particolare sono 3 le proposte che abbiamo voluto lanciare con questo vero e proprio Manifesto: favorire il buon governo per migliorare l’efficienza e l’efficacia della Pubblica Amministrazione; creare occupazione per sostenere la crescita del buon lavoro; investire in infrastrutture materiali ed immateriali. Tre temi ed obiettivi che non vogliono essere semplici e scontati slogan ma vere e proprie ed articolate proposte che hanno come caratteristica la semplicità e l’assunzione di responsabilità che, ora come non mai, il sindacato deve dimo-

strare. Infatti nelle proposte, ed in particolare in quella dell’occupazione, non ci facciamo scrupoli ad offrire, tramite la contrattazione, condizioni di vantaggio alle imprese in cambio di buona e stabile occupazione per i giovani del Sud. Così come sul tema “infrastrutture” ci prendiamo la responsabilità di sostenere programmi selettivi e strategici che sono il contrario di una prassi, purtroppo consolidata, che vede disperdere in decine di migliaia di micro-interventi l’ingente quantità di risorse destinate alle opere pubbliche. Le proposte le abbiamo discusse e analizzate in questi mesi con le strutture di categoria e territoriali del Mezzogiorno (e non solo) e sono diventate patrimonio di tutta la Uil. Ne usciamo convinti che si possano costruire le condizioni per l’avvio di un nuovo “Rinascimento” di questa area e, con esso, contribuire alla crescita e la competitività dell’intero sistema Paese. job - feneal uil campania / aprile 2010

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«La nuova frontiera è la buona politica»

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[PAOLO PIRANI]

(segretario confederale Uil)

l Mezzogiorno è scomparso dall’agenda delle priorità politiche del Paese. Un extraterrestre, se capitasse da noi, sarebbe indotto a pensare che a centocinquanta anni dall’Unità d’Italia, la questione meridionale nata insieme allo Stato unitario, sia stata definitivamente risolta. 18

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focus mezzogiorno In realtà è stata semplicemente rimossa e derubricata a questione insolubile. Quindi abbandonata al proprio destino anche perché appare come un peso che grava sulla parte produttiva e sviluppata del Paese. Significativamente, un recente e documentato saggio di Luca Ricolfi si intitola il “Sacco del Nord”. Indubbiamente, nei confronti del Mezzogiorno influiscono negativamente luoghi comuni e pregiudizi. Ma anche rinascimenti annunciati enfaticamente e rivelatisi impietosamente fallimentari. Conformismi e trasformismi di cui la letteratura ha parlato ampiamente e diffusamente. Tutto vero. E il Mez-

zogiorno per aprire un nuovo capitolo non può prescindere da una attenta e rigorosa selezione delle classi dirigenti che estirpi la mala pianta del clientelismo e le sue degenerazioni corruttive. Accanto a ciò è possibile aprire un nuovo capitolo del Mezzogiorno, se si prende coscienza che la crisi degli equilibri mondiali, simboleggiati dal crollo dei muri - quello di Berlino e di Wall Street - rappresenta una straordinaria opportunità, purchè si abbia il coraggio e la necessaria intraprendenza per non lasciarla cadere nel nulla. Intendiamo dire - schematicamente e negli stretti limiti dello spazio concessoci che va rovesciato il paradigma su cui si è costruito il modello meridionale di industrializzazione. Un modello illuministico e verticistico che ha prodotto più di una cattedrale nel deserto, ma nessun risultato stabile e duraturo. Oggi, questo modello, anche per la scarsezza delle risorse, è improponibile. Il nuovo modello, invece, dovrà puntare su due fattori decisivi: i prodotti e i mer-

Stop al modello verticistico che ha caratterizzato l’economia del Mezzogiorno cati. I prodotti sono quelle eccellenze, magari misconosciute dai grandi network, ma che danno occupazione e valore aggiunto. Dai settori tradizionali a quelli innovativi, qualificando i distretti produttivi, rafforzando le filiere e riducendone i costi di interposizione. I mercati sono quelli del Mediterraneo. Mediterraneo allargato, non inteso soltanto in senso immediato e costiero, ma comprendente anche i paesi dell’Est Europa. Un mercato potenziale, destinato ad incrementi ragguardevoli sia per consumi che per capitali circolanti. Questa è la nuova frontiera dei produttori meridionali a cui bisogna guardare con attenzione e fiducia.

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«Al Sud non c’è sinergia tra Università e Istituzioni»

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Lo storico Piero Craveri rilancia l’allarme sull’emigrazione dei laureati n contributo prezioso alla tavola rotonda sul Mezzogiorno è quello del professor Piero Craveri. Un contributo da storico, da politico ma anche un intervento molto pragmatico che s'inserisce nel leitmotiv della seconda giornata del congresso regionale della Uil. Si parla dei guasti prodotti dalle amministrazioni locali al Sud, in particolare in Campania. Craveri sottolinea anche l'importanza del sindacato in questa fase così delicata. «Ha un ruolo centrale, fondamentale - spiega l'ex senatore radicale - perché ormai i partiti non ci sono quasi più. Il sindacato è ormai l'unica organizzazione rimasta, l'unico modello organizzativo; ed è anche per questo che tutti dovrebbero capire l'importanza dell'unità sindacale». Non è un caso il riferimento all'unità da parte di Craveri che è stato tra i biografi di Giuseppe Di Vittorio. Parte da lontano per spiegare il particolare momento storico che stiamo vivendo, sia a livello globale che nella dimensione più ristretta del Mezzogiorno. «Da troppi anni sento parlare di globalizzazione, ma ormai ci siamo dentro e possiamo farci poco - fa notare Craveri - Sono processi enormi, lo dice la parola stessa, e sono stati devastanti anche perché scontiamo l'errore americano: quando si è liberalizzato tutto si è tenuto in scarsa considerazione il tas20

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so di cambio e le conseguenze sono state pesantissime». Ma in un'epoca di globalizzazione rischia di aumentare il divario tra le regioni del Centronord e il Mezzogiorno d'Italia, alle prese con problemi gravissimi e con un’economia basata su un assistenzialismo che un Paese inserito nel contesto comunitario non può più permettersi. «Si guardino

In questa fase il sindacato è fondamentale perché è l'unica grande organizzazione rimasta le scelte fatte al Nord e quelle fatte al Sud negli ultimi anni e si capiranno molte cose - commenta Craveri - Partiamo dalle università che conosco molto bene: quelle delle regioni del Centro e in particolare del Nord sono legate a doppio filo con le imprese; la strada è questa, ma lì è possibile perché gli enti locali favoriscono tutto questo processo con provvedimenti concreti. Mi costa tantissimo elogiare i leghisti, che a volte mi fanno orrore per certe posizioni, però devo ammettere che ci sono uomini e donne competenti tra

loro, che da alcuni anni fanno tantissimo per il territorio, operano nel modo giusto, organizzano questi processi. Al Sud tutto questo non c'è, al Sud c'è una classe dirigente che contribuisce a non colmare il gap con le aree più sviluppate del nostro Paese». Craveri, nipote di Benedetto Croce, è nato a Torino ed ha insegnato nelle università di Messina, Napoli e Genova; il suo punto d'osservazione è quindi molto attendibile e per questo le conclusioni sono inquietanti. «Vediamo cosa è stato fatto a Napoli, per esempio a Bagnoli dove si parla di riqualificazione da tanti anni - dice Craveri - Hanno fatto una legge regionale che prevede che il capitale della società di trasformazione urbana sia totalmente pubblico; ma si chiedono quale privato investirà mai in un progetto così strutturato? Qualcosa è stato fatto sul fronte dei


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focus mezzogiorno trasporti, è arrivata la Tav ma non so se proseguirà oltre Napoli; e poi molti treni sono vuoti perché manca una rete locale, una rete che si raccordi col trasporto urbano. Io spero che questi cantieri del metrò chiudano presto, ma più in generale c'è un gigantesco problema di gestione e le Ferrovie scaricano tutto sugli enti locali». Parla di infrastrutture, di aspetti urbanistici e di turismo il professor Craveri. E purtroppo in Europa ci sono esempi che ci mortificano il Mezzogiorno. «Due anni fa sono stato a Barcellona per Pasqua - racconta - In aereo, poco prima dell'atterraggio, ci hanno comunicato che in città c'erano 300mila turisti. Quando sono rientrato in Italia mi è venuta la curiosità di sapere quanti erano stati quelli che avevano visitato Napoli nello stesso periodo e ho scoperto che non arrivavano a 10mila. Eppure Napoli ha molto di più di Barcellona, ma bisognerebbe favorire questi processi. Ad esempio, il porto an-

drebbe ricollocato per creare una vera città di mare; non credo che oggi possa dirsi tale, se si esclude la fascia di via Caracciolo con Castel dell'Ovo. Ecco i grandi progetti che possono cambiare volto alle città, ma siccome le amministrazioni pubbliche hanno dimostrato di non essere in grado di sviluppar-

Mi costa molto ammetterlo, ma i leghisti hanno ottimi amministratori sul territorio, cosa che al Sud non c'è

li, è qui che devono intervenire i sindacati e gli altri soggetti che hanno capacità progettuale. Dagli enti locali non possiamo aspettarci tutto questo, a parte il fatto che in provincia di Napo-

li un comune su quattro è commissariato per infiltrazioni mafiose; e poi questi enti hanno tanti dipendenti ma non c'è programmazione, non c'è rapporto con le università dove invece ci sarebbero tante buone idee». E quelle buone idee, come sottolineato dagli altri partecipanti alla tavola rotonda di Villa Domi, spesso vanno a favorire imprese e territori lontani, al Nord Italia o addirittura all'estero. «E' assolutamente vero - spiega Craveri - c'è una nuova emigrazione spaventosa, è gente con le lauree, con i 110 e lode, è il meglio che sta andando via». La chiusura è un invito alla Uil ad essere protagonista in questo momento delicato. «Può e deve esserlo soprattutto per un motivo - dice Craveri - Negli anni si è dimostrato il sindacato che ha meglio conservato la sua indipendenza, non si arrocca su certe posizioni ma lavora per risolvere i problemi».

CRISTIANA COPPOLA: SEMPLIFICARE IL SISTEMA DEGLI INCENTIVI

[DADES]

Tocca a Cristiana Coppola, vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno, difendere le imprese che – non direttamente – dal professor Craveri erano state attaccate e che dall'economista Marco Vitale, presente alla tavola rotonda, erano state accusate di aver ribaltato le logiche chiedendo allo Stato politiche assistenziali che neanche lo Stato intendeva praticare. «Quando si parla di queste cose con riferimento alle aziende del Sud – fa notare la Coppola - vogliamo considerare in quale contesto si opera? In certe zone è l'ordinaria amministrazione la questione centrale; quel che voglio dire è che in condizioni normali e in tutti i settori c'è uno scarto spaventoso tra diverse aree del Paese». La vicepresidente degli industriali indica però la strada per l'immediato futuro sulla scia di quanto già detto dalla presidente Emma Marcegaglia sul caso Fiat: meno incentivi e una spinta decisiva all'innovazione per tenere i passo degli altri Paesi sembra la ricetta giusta. «Confindustria chiede l'abolizione dei 1350 incentivi previste dalla varie leggi – afferma la Coppola – Vorremmo che quelle somme venissero utilizzate per finanziare il credito d'imposta; si parla tanto di fiscalità di vantaggio, questo è un modo di realizzarla e le aziende preferiscono questo strumento perché si mette in moto un processo d'investimenti che alla fine porta a nuove assunzioni. È vero che ci sono settori che reclamano incentivi, quello tessile su tutti. Però vedo che gli imprenditori del Sud vanno verso strada giusta, meno assistenzialismo». Insomma, l'imprenditoria del Mezzogiorno è tutt'altro che arretrata o antiquata. Anzi, è proprio dal Sud che stanno venendo indicazioni importanti. Il buco nero resta l'inefficienza degli enti locali. «Non tutti sono uguali, ma molti non favoriscono l'innovazione – dice Cristiana Coppola – In troppi pensano alla conservazione e alla difesa dell'economia pubblico, comprimendo così la concorrenza. Diciamo la verità: il Sud è stato ucciso dall'assistenzialismo. In questo scenario cosa dobbiamo dire ai giovani che vanno via? Forse fanno bene e non possiamo fermarli con le parole. Dobbiamo essere noi a creare le condizioni per far restare qui i giovani migliori». DDS

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«Mezzogiorno sprecone: vi spiego come cambiare»

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Nel libro di Ricolfi le analisi del divario economico basate su parametri reali l Mezzogiorno è sprecone e saccheggia il Nord». Un’affermazione forte, a tratti provocatoria ma per lo più fondata su dati economici chiari. L’autore è il sociologo Luca Ricolfi, noto editorialista del quotidiano “La Stampa” e del settimanale “Panorama” e grande critico (dal di dentro, come lui stesso confessa) della sinistra italiana. Famoso, a tal proposito, il suo libro “Perché siamo antipatici?” riferito alla classe dirigente postcomunista. «La Campania e la Puglia, come del resto l’Abruzzo, sono regioni sottofinanziate in termini di spesa pubblica discrezionale (quella che non include la difesa, la previdenza e gli interessi sul debito pubblico). Ma al tempo stesso partecipano, eccome, al sacco del Nord. In che modo? Sprecando risorse per servizi pubblici poco efficienti e facendo registrare tassi di evasione fiscale elevatissimi». Questo sostiene Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’Univer-

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sità di Torino, nel libro intitolato simbolicamente “Il sacco del Nord – Saggio sulla giustizia territoriale («Guerini e associati», pagine 271, 23,5 euro). L’analisi parte dai numeri, tanri, forse troppi, snocciolati al lettore. «Vengono sottratti almeno 50 miliardi di euro alle regioni più produttive del Paese (a cominciare da Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte). Ecco, se il federalismo vorrà essere giusto dovrà spostare molte risorse da Sud a Nord, ma non potrà ignorare che ci sono anche regioni del Nord che ricevono troppo e regioni del Sud che ricevono troppo poco». Ma si sta meglio al Nord o al Sud?, è la domanda clou. «Tenendo presente i consumi privati intermini reali, quelli pubblici effettivi e il valore economico del tempo libero il divario c’è, ma a favore del Nord», spiega l’editorialista de La Stampa agggiungendo che è «infondata la credenza che la povertà sia nel Sud cinque volte più diffusa che al Nord: sia i dati Istat sulla povertà assoluta, sia i dati Isae sulle famiglie in difficoltà mostrano un divario più contenuto (1,5 volte anziché 5)». Ma a che cosa è dovuta la differenza spesso abissale tra le due parti del nostro Paese? «Non tanto dall’insufficienza del reddito disponibile, bensì nella sua distribuzione ineguale e nelle inefficienze dei servizi pubblici: due feno-

meni, questi, che non originano dall’esterno ma hanno radici profonde dentro la società meridionale e i suoi meccanismi di riproduzione». Ricolfi aggiunge poi che nonostante l’«alta incidenza dell’evasione fiscale e lo spreco delle risorse per servizi pubblici poco efficienti» non rasenta il controsenso dire che la Campania e la Puglia sono regioni che ricevono meno di quanto dovrebbero in termini di spesa pubblica discrezionale ma al contempo partecipano pienamente al sacco del Nord? «Tutti i calcoli del sacco del Nord non si riferiscono agli enti regionali come istituzioni, bensì alle regioni come territori. Ciò significa che i saldi da noi calcolati riflettono i comportamenti di tutti i livelli di governo, compresi lo Stato centrale, le Province e i Comuni», risponde in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno. «Se io dico da un lato che regioni come la Campania e la Puglia sono tra quelle meno sussidiate e dunque sottofinanziate, e dall’altro che quelle stesse aree partecipano al sacco del Nord, può apparire effettivamente un controsenso. Ma si tratta di un equivoco che nasce dal concetto di trasferimento (di risorse): il mio modello si basa su calcoli astratti. E poggia su tre assunti: cosa succederebbe se il tasso di evasione (fisco) fosse lo stesso in tutte le regioni del Paese? Cosa succederebbe se il tasso di spreco (ef-


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ficienza) fosse uniforme? Infine, cosa succederebbe se la spesa pubblica discrezionale (parsimonia) fosse propozionale alla popolazione? Certo, i territori di Campania e Puglia ricevono meno soldi di quanto dovrebbero, un saldo negativo rispettivamente 756 milioni e 1.008 miliardi, ma è pur vero che le risorse vengono in buona parte sprecate. E un’area diventa debitrice rispetto al resto della Penisola se dissipa quello che riceve». Come spesa discrezionale le Regioni meridionali pagano meno tasse rispetto alla media e sprecano tanto per servizi pubblici poco efficienti. La Campania rispettivamente il 6,4% (debito fiscale) e il 4% (debito da efficienza) del Pil market territoriale; la Puglia il 5,5% e il 4%. «Mi sembra ovvio, dunque, che se tutti pagassero le tasse nella stessa misura, il Nord disporrebbe di più risorse - è la conclusione di Ricolfi -. In più, con un grado di effi-

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cienza omogeneo a livello nazionale, in tutto il Sud costerebbe assai meno produrre gli stessi servizi attualmente erogati». Ma tale analisi è di destra o di sinistra «Io sono di sinistra. Se fossi un federalista di orientemaento leghista affermerei che la spesa pubblica cui un territorio ha diritto deve essere proporzionale al reddito che produce. Dunque, solidarietà zero. Altra cosa, invece, è sollecitare una svolta federale in cui la spesa pubblica sia proporzionale alla popolazione che risiede in un dato territorio. Dunque, un’ipotesi, la mia, di solidarietà massima», chiarisce il sociologo torinese. Cifre e commenti con cui fare i conti per tutti coloro che hanno a cuore le sorti del Sud nell’ottica di un interesse nazionale sempre più dimenticato.

SUD, L’ACCORATO APPELLO DI NAPOLITANO: SALVAGUARDARE L’INTERESSE COMUNE

Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano è tornato ad indicare la questione meridionale come la priorità da affrontare e risolvere per il bene e l'interesse del Paese. «L'affrontare nei suoi termini attuali la questione meridionale - ha detto il Presidente della Repubblica, intervenendo all'Accademia dei Lincei per una conferenza sui 150 anni dall'Unità d'Italia - non è solo il maggiore dei doveri della collettività nazionale, per avere essa fatto della trasformazione e dello sviluppo del Mezzogiorno una delle missioni fondative dello Stato unitario; ma è anche un impellente interesse comune perchè è una condizione e insieme una occasione essenziale per garantire all'Italia un più alto ritmo di sviluppo e livello di competitività». In un altro passaggio del suo intervento ha tuttavia sottolineato come lo squilibrio tra il Settentrione e il Meridione resti motivo di preoccupazione. «Non posso non toccare il tema del più grave dei motivi di divisione e debolezza che hanno insediato ed insidiano la nostra unità nazionale. Mi riferisco ovviamente, alla divaricazione e allo squilibrio tra Nord e Sud, alla condizione reale del Mezzogiorno. Anche le analisi più recenti hanno confermato - ha proseguito - quanto profondo resti il divario tra le regioni del centronord e le regioni meridionali: si impone un approccio più attento a tutte le molteplici componenti di un aggravamento della situazione meridionale che ha la sua espressione più evidente nel peso assunto dalla criminalità organizzata».

GIANNI PITTELLA (PSE): VERO TRAINO PER USCIRE DALLA CRISI»

«MERIDIONE

«Dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi è venuto un importante riconoscimento del ruolo fondamentale che le regioni meridionali possono ricoprire per far uscire il paese dalla crisi e imboccare la strada dello sviluppo finalmente a tassi d’incremento europei». Lo ha sottolineato il vicepresidente del Parlamento europeo, Gianni Pittella (Pse). «Il Mezzogiorno può essere il traino di una crescita economica che per il nostro paese si prevede troppo bassa per assicurare la stabilità finanziaria, il futuro per i giovani e la dignità per gli anziani, spiega Draghi e ne sono condizione le riforme strutturali, necessarie a fermare la perdita di competitività del Paese che dura da un quindicennio». Secondo Pittella all’Italia si aprono ora tre opportunità da cogliere a breve termine: la ritrovata centralità del Mediterraneo; il ruolo della fiscalità differenziata nelle aree deboli. “E infine - ha concluso il parlamentare del Partito Democratico eletto nel collegio meridionale - c’è un’opportunità di enorme valore strategico che è rappresentata dalla vocazione delle aree deboli allo sviluppo delle fonti energetiche alternative oltre che tradizionali».

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D’Angelo: «Basta piangersi addosso»

risposta. L'atto di pignoramento immobiliare della struttura, che si trova a Forcella e quindi riveste una partico

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on vuole certo ricoprire un ruolo di guru sociale, non gli appartiene perché troppo grande è l’umilità che conserva. Ma Nino D’Angelo, dopo l’ultima esperienza al Festival di Sanremo, si sente più forte di prima, sa che le sue canzoni tendono sempre a lasciare un segno. Con Job, ha discusso di tutto e di più, con particolare attenzione alle problematiche di quel Sud che trasuda dai suoi testi e dalla sua musica sempre più etnica. All’ultimo Festival di Sanremo c’è stata a sorpresa l’eliminazione della canzone sua con Maria Nazionale: come commenta? Forse non è stato capito il dialetto? «In merito al dialetto, ho accettato il regolamento, anche se non è molto chiaro a dire la verità. A lasciarmi perplesso è il fatto che non abbiamo avuto 24

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Sanremo

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notizie sul televoto, su come siamo stati messi fuori: una situazione diciamo un po’ anomala. In generale, non mi posso lamentare, è stato un trionfo dopo l’eliminazione». Insomma, il bicchiere lo vede mezzo pieno? «A livello promozionale, non ho mai avuto successo come in questo Sanremo. È il pezzo più sociale che abbia mai scritto e cantato, è una canzona diretta che arriva subito all’ascoltatore. Il suono del resto è universale, mentre non arrivi con le parole a tutti. Cerco di fare la musica più internazionale che ci sia, come è del resto è la musica etnica». La sua canzone “Jammo ja” può essere considerata l’ideale prosecuzione, almeno nelle intenzioni, di una canzone simbolica come Napul’è?

«Volevo fare un inno al Sud, questo è il messaggio a cui tenevo particolarmente. Sono napoletano, ma amato in tutta Italia e questo mi sping ad andare avanti. Il Sud c’è anche a Modena, Milano e Torino. Poi cerco di arrivare al cuore di tutta l’Italia senza piagnistei». Dice no al meridione che si piange addosso? «Le persone sono lo specchio dei


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focus mezzogiorno nostri problemi, i deboli sono forti solo se stanno insieme: questa è la realtà che ci circonda quotidianamente e con cui dobbiamo fare i conti. In giro c’è tanta noncuranza, ci sono differenze anche tra chi soffre: chi ha subito un terremoto a l’Aquila è stato trattato meglio di chi lo ha subito in Sicilia». Il disagio sociale è molto mediatizzato, ma appartiene alle priorità politiche solo sotto elezioni. «A Napoli ci sono cento Scampìa, ma tutti e dico tutti parlano a vanvera solo e sempre di Scampìa perché fa rumore. Ma c’è anche da dire che la sinistra non sa utilizzare i media, Berlusconi se alza una pietra si porta le telecamere appresso. Questo è un

fattore che va considerato, se uno vuole valutare la forma e la sostanza di chi ci governa». Qui si è prigionieri, come ha scritto nel testo? «Ritengo di sì. Ce ne possiamo liberare solo se stiamo insieme». Germogli di speranza ne intravede? «Sono stanco della speranza, parlo a nome di chi conta poco o nulla. Io vivo meglio di chi mi segue, ma solo grazie a loro».

A Napoli ci sono cento Scampìa, ma solo una fa rumore. Non voglio limitarmi a sperare

Intanto hanno pignorato il “suo” Trianon per troppi debiti accumulati dalla gestione precedente: che fine farà? «Vorrei che continuassero a darmi sempre la possibilità di fare l’opera sociale che ho realizzato in questi anni raggiungendo grandi obiettivi in termin di abbonati e di successo degli spettacoli. È una delle sfide che ha vinto la sinistra in questi anni a Napoli grazie a Bassolino: ora non possiamo fare passi indietro». Manifestazione di solidarietà al Trianon organizzata (ca.po.) dai sindacati e chiusa da Anna Rea

TEATRO TRIANON PIGNORATO PER DEBITI, LA REGIONE LO SALVA

Il teatro Trianon VivianI di Napoli, quello diretto appunto da Nino D'Angelo, è stato pignorato su richiesta dei creditori. I lavoratori che si sono rivolti alla Regione Campania ed alla Provincia di Napoli, proprietari rispettivamente del 60 per cento e del 40 per cento del pacchetto azionario senza aver avuto finora risposta. L'atto di pignoramento immobiliare della struttura, che si trova a Forcella e quindi riveste una particolare importanza per l’intero quartiere, è stato notificato il 5 gennaio scorso dalla Banca Nazionale del Lavoro - che vanta crediti pregressi con i vecchi proprietari del Trianon per un ammonate di un milione di euro - ma è stato reso noto solo oggi dagli 11 dipendenti e dalle organizzazioni sindacali. «Quattro anni fa, al momento dell'acquisto del teatro da parte di Regione e Provincia, i mutui contratti dalla precedente proprietà – hanno spiegato i lavoratori - furono oggetto di valutazione specifica da parte dell'Agenzia delle Entrate». Il Viviani da par suo conta circa 4 mila abbonati e quindi non ha problemi di pubblico, anzi. I dipendenti hanno assicurato lo svolgimento dell'attesa prima di Peppe Barra e Patrizio Trampetti in “Le follie del Monsignore” limitandosi a ritardare. «Chi deve intervenire per salvare il Trianon Viviani lo faccia, ma subito, per non mettere a rischio il lavoro fatto ed il prosieguo della stagione», ha detto D' Angelo. Ma nei giorni scorsi, si è intravisto lo spiraglio di luce: la Regione si è detta pronta a trovare la somma necessaria a ricapitalizzare per salvare il teatro, le sue attività e la sua vocazione sociale. job - feneal uil campania / aprile 2010

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Le parole della crisi

Da quest’anno uno strumento in più per i consumatori: via all’azione collettiva

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PAGINA A CURA DELL’UFFICIO

STUDI FENEAL UIL CAMPANIA

CLASS ACTION Un’azione collettiva (conosciuta negli USA come class action), in vigore in Italia da 1° gennaio 2010, è un’azione legale condotta da uno o più soggetti che, accomunati dalla stessa classe di azione, chiedono che la soluzione di una questione comune di fatto o di diritto avvenga con effetti super partes per tutti i componenti presenti e futuri della classe. Con l’azione collettiva si possono anche esercitare pretese risarcitorie, ad esempio nei casi di illecito plurioffensivo, ma lo strumento oltre alle funzio-

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ni di deterrenza realizza anche vantaggi di economia processuale e di riduzione della spesa pubblica. L’azione collettiva è il modo migliore con cui i cittadini possono essere tutelati e risarciti dai torti delle aziende e delle multinazionali, in quanto la relativa sentenza favorevole avrà poi effetto o potrà essere fatta valere da tutti i soggetti che si trovino nell’identica situazione. In Italia, l’azione collettiva può essere proposta dal 1° gennaio 2010, ma gli illeciti cui la class action si riferisce hanno rilevanza a partire dal 15 agosto 2009. Il debutto in due tempi è l’effetto del mancato coordinamento tra la proroga al 2010 contenuta nelle misure anticrisi e la revisione dei contenuti e delle modalità dell’azione inserite nella legge sviluppo in vigore dal 15 agosto 2009. Tale disallineamento ha avuto come effetto una limitata retroattività. Gli illeciti ai quali si potrà fare riferimento da oggi saranno innanzitutto quelli commessi nell’ambito dei contratti conclusi attraverso moduli o formulari. Nella prassi (contratti di conto corrente o assicurativi o di fornitura di pubblici servizi come gas o elettricità) la stesura del contratto non è quasi mai oggetto di una trattativa preliminare e approfondita tra banca o assicurazione e cliente. Potrà essere considerato un illecito soggetto all’area della class action la vendita di un prodotto difettoso che

ha interessato una comunità di consumatori. Gli elettrodomestici, come le automobili o i computer, potranno finire nel mirino della class action per i difetti di fabbricazione. In questo caso, non sarà necessaria la sottoscrizione di un vero e proprio contratto, ma viene in evidenza l’essere considerati consumatori finali di un determinato prodotto. Un altro filone di illeciti suscettibile di considerazione è quello delle pratiche commerciali scorrette e dei comportamenti anticoncorrenziali, come intese tra i produttori che rendono impossibile una riduzione del presso di beni di grane consumo (es. latte) oppure accordi che compromettono la possibilità di trasferimento titoli da una banca all’altra in caso di chiusura del conto corrente. Nel settore della pubblica amministrazione, come poste, ferrovie e ospedali, l’attuale versione delle norme sembra precludere la possibilità di proporre la class action., ma solo una versione dell’azione collettiva non indirizzata al risarcimento, ma al ripristino di standard di efficienza.

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CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI La cassa integrazione guadagni (CIG) è un istituto previsto dalla legge, consistente in una prestazione economica (erogata dall’INPS) in favore dei lavoratori sospesi dall’obbligo di esguire la


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focus mezzogiorno prestazione lavorativa o che lavorano a orario ridotto. L’istituto è stato introdotto nell’ordinamento per la prima volta con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 12 agosto 1947 n. 869, successivamente ratificato con modificazioni dalla legge 21 maggio 1951 n. 498. Infine la legge n. 223 del 1991 ha modificato alcuni parametri restringendo i tempi di concessione della CIG.

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CASSA INTEGRAZIONE ORDINARIA È un intervento a sostegno delle imprese in difficoltà che garantisce al lavoratore un reddito sostitutivo della retribuzione. Spetta ad operai, impiegati e quadri delle imprese industriali in genere e delle imprese industriali e artigiane del settore edile e lapideo, esclusi gli apprendisti, in caso di sospensione o contrazione dell’attività produttiva per situazioni aziendali dovute ad eventi temporanei e non imputabili all’imprenditore o ai lavoratori oppure a situazioni temporanee di mercato. Le imprese devono presentare la domanda alle sedi Inps entro 25 giorni dalla fine del periodo di paga in corso nella settimana in cui è iniziata la sospensione o la riduzione dell’orario di lavoro. L’importo corrisponde all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata per le ore di lavoro non prestate. L’importo del trattamento ordinario non può superare un limite massimo mensile stabilito di anno in anno (per il 2009 è di € 886,31 ed è elevato a € 1.065,26 in caso di retribuzione superiore a € 1.917,48). Nel settore edile e lapideo, quando la CIG è stata determinata da eventi metereologici, il limite è incrementato del 20% (per il 2009 è di 1.063,57 ed è elevato a € 1.278,31 in caso di retribuzione superiore a € 1.917,31). I periodi di cassa integrazione

sono utili per il diritto e per la misura della pensione. Può essere concessa per un massimo di 13 settimane, più eventuali proroghe fino a 12 mesi. In determinate aree territoriali il limite è elevato a 24 mesi. Per le imprese edili e per quelle del settore lapideo la durata massima, in caso di sospensione del lavoro, è di 13 settimane; è di 52 settimane quando deriva da una riduzione dell’orario di lavoro. Qualche settimana fa, la Ragioneria dello Stato ha bocciato, per mancanza di copertura finanziaria, un emendamento presentato in Parlamento per prolungare la cassa integrazione di altri sei mesi in virtù del particolare ed eccezionale stato di crisi di molte aziende. Se il lavoratore in cassa integrazione svolge contemporaneamente attività retribuita senza averlo prima comunicato alla propria sede Inps, decade dal diritto alla prestazione. In caso di comunicazione preventiva la prestazione è sospesa per la durata dell’attività lavorativa.

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CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI STRAORDINARIA Spetta adi operai, impiegati e quadri, in caso di ristrutturazione, riorganizzazione, conversione, di crisi aziendale e nei casi di procedure concorsuali delle: imprese industriali anche edili, imprese appaltatrici di servizi di mensa o ristorazione e dei servizi di pulizia. Esse

devono avere occupato più di 15 dipendenti nel semestre precedente la presentazione della domanda; imprese commerciali, di spedizione e trasporto e agenzie di viaggio e turismo che occupano più di 50 dipendenti. Esclusi gli apprendisti e gli assunti con contratto di formazione lavoro; imprese di vigilanza. Non si può chiedere l’intervento straordinario per le unità produttive per le quali è stato richiesto, per lo stesso periodo, l’intervento ordinario. La scelta dei lavoratori da porre in CIG deve essere effettuata in base al criterio della rotazione tra coloro che svolgono le stesse mansioni. Se l’azienda non ritiene di poter applicare la rotazione, deve indicarne i motivi nella domanda di ammissione al trattamento speciale di cassa integrazione. La domanda deve essere presentata al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali entro 25 giorni dalla fine del periodo di paga in corso nella settimana in cui è iniziata la sospensione o la riduzione dell’orario di lavoro. Tale domanda deve contenere il projob - feneal uil campania / aprile 2010

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focus mezzogiorno gramma di risanamento che l’impresa intende attuare, il progetto di ristrutturazione o riconversione aziendale, il conto economico e la situazione patrimoniale dell’ultimo triennio. L’importo corrisponde all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non svolte. L’importo del trattamento straordinario non può supererai un limite massimo mensile (per il 2009 tale importo è di € 886,31; il limite è elevato a € 1.065,26 in caso di retribuzione mensile superiore a € 1.917,48). Tali importi sono ridotti di un’aliquota pari al 5,84%. Anche tali periodi di cassa integrazione sono utili per il diritto e per la misura della pensione. La cassa integrazione straordinaria dura al massimo 12 mesi per le crisi aziendali, 24 mesi per la riorganizzazione, ristrutturazione e riconversione aziendale, 18 mesi per i casi di procedure esecutive concorsuali. Gli interventi ordinari e straordinari non possono nel complesso superare 36 mesi in un quinquennio.

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Sono intervenute alcune disposizioni di legge, anche a carattere transitorio, che hanno modificato i limiti temporali suddetti. INDENNITÀ DI MOBILITÀ E’ una prestazione che spetta ai lavoratori che sono stati collocati in mobilità dalla loro azienda a seguito di esaurimento della cassa integrazione straordinaria, licenziamento per riduzione di personale o trasformazione di attività o di lavoro, licenziamento per cessazione dell’attività da parte dell’azienda. Il lavoratore ne ha diritto quando è iscritto nelle liste di mobilità compilate dai Centri per l’impiego, ha un’anzianità aziendale complessiva di almeno 12 mesi, può far valere almeno 6 mesi di effettivo lavoro, comprese ferie, festività, infortuni. La durata varia in relazione all’età del lavoratore al momento del licenziamento e all’ubicazione dell’azienda. Per i lavoratori delle aziende del Centro-Nord si va dai 12 mesi di chi ha meno di 39 anni, passando per i 24 mesi

per chi si trova tra i 40 e i 50 anni, fino ai 36 mesi per chi ha superato i 50 anni; i tempi si allungano rispettivamente a 24, 36 e 48 mesi per i lavoratori delle aziende del Mezzogiorno. Generalmente l’indennità non può essere corrisposta per un periodo superiore alla anzianità aziendale del lavoratore. In presenza di determinati requisiti di età e di contribuzione viene pagata fino al conseguimento del diritto alla pensione. La domanda di indennità va indirizzata all’Inps e presentata alla Sezione circoscrizionale per l’impiego entro 68 giorni dal licenziamento. L’indennità di mobilità decorre dall’8° giorno dal licenziamento se la domanda è stata presentata entro i primi 7 giorni, dal 5° giorno successivo alla presentazione della domanda, negli altri casi. L’importo, per i primi 12 mesi 100% del trattamento di cassa integrazione straordinaria o che sarebbe spettato nel periodo immediatamente precedente il licenziamento, nei limiti di un importo massimo mensile. Per i periodi successivi l’80% del predetto importo. L’indennità è pagata ogni mese dall’Inps direttamente al lavoratore ed è sospesa quando l’interessato è assunto con contratto a tempo determinato o a tempo parziale. Il trattamento si interrompe quando l’interessato viene cancellato dalle liste di mobilità, viene assunto con contratto a tempo indeterminato, raggiunge il diritto alla pensione di vecchiaia o diventa titolare di pensione di anzianità o anticipata, ovvero di pensione di inabilità o di assegno di invalidità senza aver optato per l’indennità di mobilità.


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l’intervento

Crisi, Acen sigla intesa con i comuni campani

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l’Acen Girardi all’apertura dell’incontro. “Bisogna quindi creare le condizioni per assicurare velocità, efficienza ed efficacia al sistema, all’interno del quale si muove la sinergia pubblico privata, garantendo altresì concorsualità e trasparenza. Il protocollo d’intesa - ha continuato - tende a coniugare l’esperienza delle imprese con le necessità delle pubbliche amministrazioni, anche quelle di dimensioni minori”. L’intesa mira anche a elaborare modelli operativi, su specifiche tipologie di opere. Ad esempio: insediamenti industriali, residenze per anziani e parcheggi, con l’obiettivo di diffondere veri e propri programmi di singole tipologie di opere realizzate con il partenariato. Il presidente Girardi ha sottolineato, inoltre, che il ricorso al capitale privato consente una soluzione efficiente alla selezione delle opere pubbliche effettivamente utili al territorio. Roberta Ajello, presidente del Centro Studi Acen, ha commentato i dati del sesto numero di I.Co.Na., il periodico redatto dall’associazione dei costruttori con Cresme Ricerche: “Il ricorso al partenariato pubblico privato continua a crescere nella nostra regione. I numeri testimoniano che ci siamo allineati al dato italiaNino Daniele (Anci Campania) e Rudy Girardi (Acen) l sistema del partenariato pubblico privato come risposta alla crisi economica in atto. Questo, in sintesi, il senso dell’iniziativa “Partenariato pubblico privato: un'opportunità per gli enti localì” e l'obiettivo del protocollo d'intesa siglato recentemente all’Acen dal presidente dall'Associazione dei Costruttori Edili di Napoli Rodolfo Girardi e dal presidente dell'Associazione Nazionale dei Comuni italiani (Anci) della Campania, Nino Daniele. Il protocollo prevede l'apertura di uno sportello, presso la sede dell'Anci, che vedrà impegnato personale specializzato per illustrare le corrette procedure ai Comuni, per verificare i presupposti di fattibilità tecnica e finanziaria delle idee progettuali ed individuare esigenze infrastrutturali realizzabili facendo ricorso al partenariato. “Il partenariato pubblico privato è l’unico strumento per assicurare opere pubbliche e servizi alla collettività”, ha affermato il presidente del-

no: il 31% delle opere pubbliche è realizzato con queste formule”. Secondo il presidente dell’Anci Campania Daniele “il protocollo nasce perché le attività di partenariato pubblico privato possano diventare un'effettiva leva contro la crisi profonda che morde le nostre comunità, per rilanciare in modo qualificato le attività dell'edilizia e delle opere pubbliche, dando sostegno alle imprese e affrontare così il problema dell'occupazione". A seguito dell’intesa siglata il 25 febbraio 2010 tra l’ACEN e l’A.N.C.I. Campania, è attivo presso la sede napoletana dell’associazione dei comuni italiani (via Santa Lucia 76) uno “Sportello per il partenariato pubblico privato”. Si tratta di uno sportello si prima assistenza tecnica a favore dei 551 comuni della Campania.Tale servizio si sostanzierà nelle attività di: orientamento, ai Comuni che lo richiedono, sulle procedure che regolano il ricorso alle varie forme di partenariato pubblico privato, così come disciplinato dal d.lgs. 163/2006; verifica di massima dei presupposti di fattibilità tecnica e finanziaria delle idee progettuali sottoposte allo Sportello dai Comuni; promozione del partenariato anche attraverso la divulgazione di studi-tipo, redatti dall’Acen, relativi a singole tipologie di infrastrutture; supporto ai Comuni nella programmazione triennale delle opere pubbliche, con specifico riferimento agli interventi realizzabili anche in partenariato. job - feneal uil campania / aprile 2010

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De Luca tenta il grande salto: «Edilizia fattore di sviluppo»

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Il sindaco di Salerno candidato governatore: i miei progetti per la regione altate le primarie, il centrosinistra campano ha puntato tutto sul sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Per la nuova Regione, a cui è candidato presidente per gestire l’impegnativo dopo-Bassolino, ha le idee molto chiare. E il mondo del lavoro ne è parte integrante. De Luca, in tempo di crisi, come reagire per creare nuova occupazione e consolidare quella a rischio? «In Campania lavorano soltanto 4 persone su 10: è per questo che l'occupazione deve essere una priorità assoluta della nuova Regione. Credo che innanzitutto bisogna ripensare il sostegno al reddito: basta con forme di sussidio a carattere esclusivamente assistenziale, gli aiuti devono essere legati ad attività formative reali, e sottolineo reali, e finalizzati al lavoro vero. Allo stesso tempo bisogna stabilizzare il rapporto di lavoro dei soggetti già impegnati in corsi formativi con l’inserimento in programmi di pubblica utilità nel settore del risanamento ambientale, delle politiche sociali, del recupero e manutenzione di beni ed impianti pubblici». Ci fa qualche esempio? «Nuova occupazione può essere creata anche erogando contributi regionali per quelle aziende che decidono di investire sul capitale umano del territorio procedendo a nuove assunzioni, come già previsto da una legge del 2007. In prati30

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ca la Regione si farà carico di una parte delle tasse delle aziende: per farlo bisogna costituire con urgenza un apposito fondo regionale, per il quale sono utilizzabili anche i fondi europei. Penso a un primo stanziamento di 300 milioni di euro, di cui almeno un terzo dovrà essere destinato all'occupazione femminile. Un'altra strada per favorire l'assunzione di giovani è quella degli stage formativi presso le aziende, che intendo favorire con sostenere con incentivi pubblici, privilegiando piccole e medie imprese, commercio, artigianato. Infine, dobbiamo cogliere la sfida dell'economia “verde”, ovvero delle energie alternative e della valorizzazione della nostra agricoltura». Quali sono le infrastrutture decisive per lo sviluppo della regione? «Innanzitutto quelle della comunicazione: occorre fare uno sforzo per non rimanere ai margini dello sviluppo. La Regione dovrà dotare il territorio della rete portante di nuova generazione, da completare a carico dei gestori con le reti di connessione all’utente finale. Sogno una Campania a tre corsie. La prima è costituita dall'asse costiero, dove Napoli deve riprendere il suo ruolo di grande capitale Europea e dove sorgerà un grande distretto turistico internazionale, imperniato sul risanamento del litorale domizio, l’area di Bagnoli, Napoli, la penisola sorrentino-amalfitana, il sistema delle isole, il parco nazionale del Cilento e Vallo di

Diano. L'asse mediano sarà il vero cuore delle infrastrutture campane: lì scorrono le grandi linee di comunicazione su ferro e su gomma, ma è anche l'area di collegamento tra la fascia costiera e le zone interne, nonché da punto d’intersezione con l’asse trasversale Napoli-Bari. Ha il potenziale per diventare un grande corridoio produttivo, e dunque l'amministrazione dovrà promuovere questa vocazione, concentrando qui importanti investimenti pubblici per potenziare le infrastrutture materiali ed immateriali. Sarà valorizzato anche valorizzare l'asse interno, tutelandone il patrimonio naturale e allo stesso tempo facendosi carico di quanto necessario per la la realizzazione di una nuova ed impegnativa infrastrutturazione ecosostenibile». Come è stato da sindaco e come sarà impostato da governatore il rapporto coi sindacati? «Ritengo essenziale il dialogo con le parti sociali, specie in una fase di grave

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elezioni regionali crisi economica. Naturalmente ogni buon amministratore deve essere in primo luogo fedele alle sue responsabilità istituzionali ed agli impegni assunti con l'elettorato. Questo può comportare anche che talvolta vi sano diversità di posizioni con le organizzazioni sindacali. È fisiologico ed è connesso alla diversità dei ruoli e degli interessi rappresentati. L'importante è mantenere correttezza e rispetto nei rapporti reciproci. Questo è il mio stile di governo. Come Sindaco ed in ogni altro ruolo istituzionale che sarò chiamato a ricoprire in futuro». Il lavoro edile, con l'apertura di cantieri, può essere un volano di crescita economica? «Può e anzi deve esserlo. Nella nuova regione ci sarà assolutamente bisogno di edilizia moderna, che sarà occasione di lavoro e di sviluppo. Faccio un esempio. Nelle zone urbane bisogna urgentemente risolvere il problema delle periferie: penso ai quartieri della paura di Napoli, che devono cambiare volto per entrare in Europa. Un piano di rottamazione del patrimonio edilizio post-bellico e non antisismico deve lasciare il posto a nuovi in-

In alto, De Luca con Carfagna. A lato con Sabrina Ferilli, qui con il cantante Tiziano Ferro.

sediamenti, sicuri e vivibili. Questa edilizia è facilmente perimetrabile e può essere assoggettata a adeguati piani di riqualificazione urbana capaci di attrarre investimenti pubblici e privati. Poi c'è la sfida del Distretto Turistico Internazionale, un progetto ambizioso in cui la Regione assumerà il ruolo di regia, ma in grado di richiamare grandi investimenti privati. Ci saranno nuovi servizi e strutture ricettive, e l'edilizia dunque avrà ampio spazio». In che modo lei rappresenta il cambiamento rispetto al passato? «In Campania il cambio di marcia non ci viene imposto dai bilancini degli equilibri interni ai partiti, ma dalla cruda realtà. Nonostante tutte le risorse che abbiamo avuto, siamo in coda a tutti gli indicatori di sviluppo, la sanità è un disastro, la macchina amministrativa regionale non funziona, i cittadini convivono con un crescente senso di insicurezza. Su tutto questo ci vuole discontinuità, che non vuol dire cancellare dieci anni di storia, ma ripartire utilizzando le energie di cui disponiamo, facendo tesoro delle esperienze accumulate. Vorrei fosse chiara una cosa: amministrare non significa essere di destra o di sinistra ma saperlo fare, decidere senza farsi condizionare da padrini e potentati, ascoltare e poi scegliere liberi da ogni condizionamento. Non è partire da zero: un buon amministratore fa leva su tutte le risorse a sua disposizione per governare al meglio». (ca.po.)

LOREDANA RAIA

Sui volantini elettorali ha scritto con cura "Dal mondo del lavoro... prima di tutto il lavoro". Tanto prima che tra i numerosi appuntamenti della campagna elettorale di Loredana Raia (nella foto), candidata del Partito Democratico nel collegio di Napoli e provincia, più di due terzi sono dedicati al tema del lavoro, alla sicurezza, ma anche e soprattutto alle crisi che in queste ore tengono in ansia tante famiglie. Nata a Torre del Greco, 42 anni, sposata e mamma di due maschietti, ha iniziato molto presto l'esperienza politica nel movimento giovanile socialista e già nel 1993 è stata eletta consigliere comunale nella città dei coralli. Rieletta due volte nel 1998 e nel 2002, dal 2000 è la responsabile cittadina della Uil. «Mi sono candidata per dare un contributo al rinnovamento della classe politica - spiega - ma anche perché c'è Vincenzo De Luca. Lui è un uomo senza frontiere, un uomo che ha saputo "fare" e che farà ancora meglio per la nostra Campania». Il lavoro al centro del programma elettorale in una regione afflitta da vecchi e nuovi problemi. «è necessario riscrivere un patto tra le forze sociali per la competitività - aggiunge Raia - I nostri giovani hanno il diritto di progettare il loro futuro. Per fare tutto ciò è fondamentale combattere ogni forma di illegalità e di malcostume». Tra i temi più caldi della campagna elettorale c'è sicuramente la sanità, comparto da sempre al centro di polemiche. «Basterebbe una sola parola: il merito - afferma l'esponente democratica - I politicanti devono restare fuori dalla sanità; al centro devono esserci strutture efficienti, più servizi per gli anziani, i bambini e i disabili». Strettamente collegata è la tutela dell'ambiente che purtroppo in Campania, a fronte di qualche situazione d'eccellenza, presenta preoccupanti buchi neri. «Penso a città più pulite - spiega la Raia - ma anche ad una maggiore tutela del mare, una risorsa importante per la nostra realtà». job - feneal uil campania / aprile 2010

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elezioni regionali

Il centrodestra lancia Caldoro: il socialista dal destino scritto

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tefano Caldoro, il candidato presidente della Regione Campania per il centrodestra, è nato a Campobasso nel 1960. Questa la sua storia. Laurea in Scienze politiche, inizia la sua esperienza politica nel 1985, eletto nel Consiglio regionale della Campania, come esponente del Partito Socialista Italiano; diventa deputato nel 1992 e nel 1994, dopo lo scioglimento del Psi, aderisce al gruppo socialista che si schiera con la coalizione del Polo delle Libertà; nel 1999 viene candidato, per il centrodestra, alla presidenza della Provincia di Napoli, e nel 2001 è tra i fondatori del Nuovo Psi, il partito che aderisce alla coalizione della Casa delle Libertà. Dopo aver ricoperto la cariche prima di sottosegretario e poi viceministro di Letizia Moratti (Istruzione, Università e Ricerca), viene nominato nel 2005 ministro per l'Attuazione del Programma di Governo. Successivamente, assume la direzione politica del giornale di partito Socialista Lab. Nel 2008, in occasione dell'annuncio di Berlusconi della creazione del Popolo della Liberta', aderisce da subito al processo costitutivo del nuovo partito col Nuovo Psi. Stefano Caldoro è figlio 32

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d'arte: il padre Antonio è stato esponente di spicco del Psi e sottosegretario, tra l'altro, con Giovanni Spadolini. Veniamo all’attualità, ovvero il suo programma di governo. Lo ha presentato avendo al suo fianco il coordinatore regionale Nicola Cosentino, il vice coordinatore vicario Maurizio Iapicca, Marcello Taglialatela, deputato e coordinatore cittadino del Pdl, il senatore Sergio Vetrella e l’ex sindaco socialista di Napoli Nello Polese. L’ex ministro per l’attuazione del programma ha così illustrato le linee guida su cui si sta lavorando: "Abbiamo istituito 20 tavoli tematici, ma si farà una sintesi. Non possiamo attardarci nel politichese e dobbiamo dimostrare di saper rappresentare il nuovo". In sintesi 6 punti chiave: sicurezza, lavoro, vivi-

bilità, funzionalità, competitività, trasparenza e poi rendere la Campania la porta europea del Mediterraneo. Più di 250 esperti coinvolti, espressione del mondo accademico, del lavoro, della società civile e che stanno lavorando per giungere ad una proposta programmatica condivisa e qualificata. Il lavoro è iniziato nel mese di ottobre con l’evento “Cantiere Napoli Progetto”. Il candidato del Pdl non risparmia affondi. Il binomio De Luca-Bassolino è, secondo Caldoro, evidente: “Non è giusto e non è corretto dire che lui rappresenta la discontinuità. Discontinuità è una parola che non si capisce. Cosa vuol dire? Discontinuo da chi? De Luca - ricorda Caldoro - è stato nel Pci, nel Pds, nei Ds e ora è nel Pd. Ognuno di noi ha una storia politica: questa è quella di De Luca".


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elezioni regionali

Boom di consensi per 17 anni: ora finisce il ciclo Bassolino

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l decennio di Antonio Bassolino a Palazzo Santa Lucia inizia nell'aprile del 2000 ma in realtà le fondamenta della vittoria vengono messe un anno prima quando cade la Giunta Rastrelli in seguito al ribaltone deciso dall'Udeur, il movimento politico di Clemente Mastella, nato dalle ceneri dell'Udr, il gruppo parlamentare fondato da Francesco Cossiga che tenne in piedi il Governo D'Alema dopo lo sfaldamento della coalizione che aveva sostenuto Romano Prodi. Il ribaltone campano porta Andrea Losco a Palazzo Santa Lucia. Si vota nel 2000. Bassolino decide di fare il salto in Regione direttamente dal Comune di Napoli, lasciato per un anno nelle mani di Riccardo Marone per assumere l'incarico di Ministro del Lavoro nel Governo D'Alema. Incassa il 56% dei consensi contro il 41 di Antonio Rastrelli, mentre Marco Pannella si ferma al 2%. Risultano decisivi il crollo di Alleanza nazionale che passa dal 18 all'11% e il peso dell'Udeur di Mastella che incassa il 7%. La coalizione è ampia ed eterogenea: si va dai Ds, primo partito con il 14,2, fino ai Repubblicani, passando per Democratici e Ppi che diventeranno Margherita l'anno dopo, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi, Sdi, Rinnovamento italiano di Lamberto Dini e appunto Udeur; la coalizione non raggiunge il 60% e quindi entrano in Consiglio tutti i 12 candidati del listino. Cinque anni prima era stata fatale al centrosinistra la candidatura di un terzo in-

comodo, l'ex presidente della Giunta, Giovanni Grasso, che incassò l'8% dei voti con la lista dei Popolari e lasciò al 39% il magistrato Giovanni Vacca. In quelle elezioni, le prime dopo Tangentopoli e dopo le riforme delle leggi elettorali, il centrosinistra vinse di misura a Napoli e provincia ma perse in modo clamoroso nelle altre province proprio a causa dei voti incassati da Grasso, arianese vicino a Ciriaco De Mita, poi morto nel 1999 dopo una lunga malattia e pochi giorni dopo la nomina ad assessore alla Sanità nella Giunta Losco. Bassolino si ricandida alla Presidenza della Regione nel novembre del 2004, ma annuncia che sarà l'ultimo mandato e che quindi la coalizione dovrà trovare un successore cinque anni dopo. Le elezioni regionali si tengono il 3 e 4 aprile del 2005. Il centrodestra fatica a trovare il candidato presidente: dopo aver ricevuto alcuni no da uomini della società civile, la Casa delle Libertà lancia Italo Bocchino, deputato di An vicino al ministro Maurizio Gasparri. Il giovane Italo, con soli 45 giorni di campagna elettorale a disposizione, fa quello che può contro lo strapotere dell'Unione, coalizione formata da 12 liste; per la prima volta, la Margherita supera i Ds ottenendo i 16%; spicca il 10% dell'Udeur. Nel centrodestra crolla Forza Italia che non

raggiunge il 12%, tiene An mentre l'Udc si attesta intorno al 7%. Bassolino viene rieletto con il 61% dei voti mentre Bocchino si ferma al 34%. Non entrano in Consiglio né Gianfranco Rotondi con la lista della Democrazia Cristiana, né Alessandra Mussolini con Alternativa sociale. La campagna elettorale è poco emozionante, Bassolino si promuove con una web radio ma si sottrae al confronto televisivo; l'unico va in onda dagli studi di Rai3 Regione e finisce in lite quando Bocchino accusa il rivale di avere già le domande, provocando la dura reazione del comitato di redazione. È anche la campagna elettorale delle “giovanissime” nei listini: per Bassolino si candida Francesca Lugnano, giovane studentessa di filosofia del “salotto buono” di Chiaia, per Bocchino la 18enne Luisa Cesario, originaria di Scampia. Sono anche elezioni caratterizzate dalla scomparsa di Papa Wojtyla: Giovanni Paolo II muore sabato 2 aprile dopo una lunghissima agonia. Lunedì 4 le urne confermano la nettissima vittoria del centrosinistra in tutta Italia, a volte all'ultimo voto come in Lazio con Piero Marrazzo, in Puglia con Nichi Vendola, in Piemonte con Mercedes Bresso. [DADES] job - feneal uil campania / aprile 2010

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mass media

Cinema e Mezzogiorno: non solo mafia e camorra Celluloide intrisa di sogni, sudore e rivolta sociale

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l Mezzogiorno, terra di conflitti e contraddizioni, è da sempre stato teatro di quelli che possono essere annoverati tra i più grandi film della storia del cinema. L’arretratezza sociale e il divario economico con il Nord del Paese non hanno infatti impedito al Sud Italia di essere fucina di grandi talenti. Già dagli albori, precisamente nei primi anni del ‘900, Napoli faceva parte del ristrettissimo gruppo delle quattro città in cui la neonata arte visiva fiorì maggiormente, contando, insieme a Torino, Milano e Roma, il maggior numero di sale cinematografiche in Italia. Ma è l’intero Sud ad essere calderone di idee e nuovi stimoli per registi meridionali e non. È questa terra dura, aspra, ma magica come poche altre al mondo, a spingere autori come Rober34

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to Rossellini a girare film come Stromboli terra di Dio, dove il paesaggio diventa metafora di uno spazio ulteriore in cui l’autore si interroga sulla solitudine dell’uomo e il silenzio di Dio, oppure Luchino Visconti che dirige La terra trema, un viaggio di ritorno alla terra e alle radici di una cultura popolare mediterranea. Ma il regista che meglio interpreta la storia economica, politica e istituzionale dell’Italia del dopoguerra è certo Francesco Rosi. Il suo cinema racconta soprattutto la vocazione del Sud a scandire e condizionare il tempo del Paese, riuscendo a ad assoggettarlo e piegarlo alle proprie esigenze. Con Salvatore Giuliano si mo-

In alto, scene tratte dai film “Stromboli terra di Dio” e “La terra trema”. Nella pagina a fianco, in alto a destra il registra Francesco Rosi al lavoro, in basso in senso orario i primi piani di Roberta Torre, Mario Martone e Pappi Corsicato.


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stra come non vi sia opposizione tra potere politico potere mafioso e come i volti di entrambi si confondano. Sicilia e Meridione diventano laboratori dove saperi antichi, riti, miti, modelli di società ben organizzate, appaiono in grado di assimilare a loro immagine sistemi politici diversi e antagonisti. I film di Rosi sono destinati sempre più a co-

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stituire fonti storiche e in futuro serviranno a capire le tappe e le tecniche dell’inarrestabile ascesa del potere mafioso e delle sue collusioni nazionali ed internazionali. Ma il cinema del Sud non è solo denuncia di condizioni precarie. L’intero panorama cinematografico meridionale spazia dall’esilarante commedia dell’intramontabile Totò alle toccanti storie corali di Giuseppe Tornatore e Gabriele Salvatores, in grado, con i loro film, di arrivare al cuore del pubblico raccontando, l’uno, le vicende che prendono forma attorno ad una saletta cinematografica siciliana che diventa il fulcro di sogni e desideri (è il caso di Nuovo Cinema Paradiso, con cui Tornatore riceverà l’Oscar), l’altro, il viaggio di otto militari italiani alla ricerca di un luogo interiore che li ripari dalla crudeltà della guerra (con Mediterraneo, anche Salvatores riceverà l’Oscar). Con Sergio Rubini il Sud Italia non è più soltanto territorio martoriato e disastrato, contaminato dall’arroganza di prepotenti e criminali; ma luogo in cui, accanto a tutto ciò, convive un mondo di magia e di esotersimo, dove spesso miti e credenze diventano realtà. Ne è un esempio il film L’anima gemella, in cui in un paesino della Puglia una giovane donna, lasciata sull’altare dal promesso sposo invaghito della cugina di lei, decide di assumere, grazie ad un rito magico, le sembianze della cugina e riprendersi così il marito. Mai come in quest’ultimo decennio è possibile parlare di un prepotente sviluppo cinematogra-

fico del Sud, da Napoli fino alla Sicilia. Si assiste sempre più a storie che non vogliono più vivere di sola mafia e camorra, ma che intendono piuttosto fare del Mezzogiorno il luogo privilegiato della memoria storica per capire il senso del mutamento dell’Italia degli ultimi cinquant’anni. Il Sud vuol dire, insieme, tentativo di portare alla luce storie dimenticate di lotta per l’affermazione dei più elementari diritti da parte di uomini e donne, ma anche fucina di sperimentazione linguistica ed espressiva. Ed è da questi presupposti che nascerà la “scuola napoletana degli anni novanta” che annovera tra i suoi più affermati e contemporanei registi, Pappi Corsicato, Mario Martone e Roberta Torre. PGC

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la nostra storia

La Chiesa dei Girolamini

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opo un sapiente restauro durato ben trent’anni è stata riaperta al pubblico la Chiesa dei Girolamini, situata nel centro storico di Napoli, di fronte al Duomo. Essa è una basilica tra le più importanti e vaste della città e fa parte del complesso monastico dei Padri Girolamini che comprende anche una prestigiosa galleria di quadri , una biblioteca di oltre 150000 volumi e due bellissimi chiostri. La facciata della chiesa fu rifatta nel 1780 su disegno di Ferdinando Fuga e si presenta tutta in marmo bianco, con due campanili laterali gemelli dotati di orologi ; al centro, il portale maggiore sormontato da un finestrone rettangolare 36

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che alla sommità porta un coronamento di marmo all’interno del quale è scolpita la significativa immagine della Maternità. Le statue presenti nelle nicchie della facciata sono opera dello scultore Giuseppe Sammartino nome importante che ritroviamo in moltissime altre chiese della stessa epoca. L’interno, diviso in tre navate, presenta dodici cappelle, sei per lato, riccamente decorate ed affrescate; il soffitto offre interessanti decorazioni e pitture barocche. Gli affreschi in prossimità dell’altare sono di Francesco Solimena , uno dei maggiori artisti napoletani, e un grande dipinto di Luca Giordano, pittore che non ha bisogno di presenta-

zioni, orna la parete di fronte all’altare. Sono presenti nella chiesa sculture di Bernini; quindi, tutti i grandi nomi dell’arte italiana hanno lavorato in questo complesso monastico, a riprova dell’importanza e del prestigio dello stesso. Quando si parla di monastero si pensa subito ai chiostri, con il pozzo, la passeggiata, lo spazio per le coltivazioni dei monaci: qui ne abbiamo due, uno piccolo, detto maiolicato perché presenta appunto una pavimentazione, bellissima e preziosissima, in maioliche; il secondo, detto dell’aranceto proprio per le coltivazioni di aranci, è un vero e proprio giardino monumentale , con le aiuole poste ad un livello inferiore ri-


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la nostra storia spetto al porticato; si accede al giardino attraverso scalinate in piperno con ringhiere in ferro battuto. Il restauro, indispensabile dopo il terremoto dell’ ’80, ha riportato tutta la struttura all’antico splendore, evidenziando la sapiente geometria delle aiuole armonicamente pensate in relazione alle ampie finestre e alle modeste celle dei monaci. La fantasia popolare attribuisce a questi luoghi presenze demoniache: si narra di inspiegabili rumori, lanci di pietre, insomma fantasmi del passato di cui bonariamente oggi possiamo sorridere.

Sarà inaugurata il 30 aprile l’edizione 2010 del Maggio dei Monumenti, l’evento culturale clou della primavera napoletana. Il tema centrale di quest’anno è il Barocco, in linea con la mostra organizzata al museo Madre. Sono previste anche iniziative che tendano a rafforzare i legami tra l a città e la Spagna, unite da centinaia d’anni da un rapporto speciale. Saranno allestiti dieci itinerari per visitare monumenti attualmente inaccessibili al pubblico, tra i quali la Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli. Per la serata inaugurale il Comune di Napoli ha lanciato un avviso pubblico per sollecitare enti e associazioni a proporre idee per la realizzazione di evento teatrale e musicale.

Dov’è l’anima di Napoli? A Venezia!

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anima della Napoli popolare , quella di Pulcinella simbolo di miseria e intelligenza, sempre sfortunato ma capace di reagire attraverso la sua vitalità, ha trovato li suo maggiore interprete in Giandomenico Tiepolo, famoso pittore veneziano, che nel 1791 affresca nella villa di Zianigo, località vicino Venezia, la così detta “Stanza di Pulcinella” nella quale sono rappresentati una serie di episodi in cui il personaggio di Pulcinella diventa simbolo dell'istinto vitale e dell'anima del popolo che anche nella sfor-

tuna riesce a rigenerarsi incessantemente e a vivere nonostante le sopraffazioni e le ingiustizie. Il pittore rappresenta la commedia umana usando i Pulcinella come simbolo del genere umano con i suoi sentimenti e la sua fragilità di fronte al Destino: essi giocano tutti i ruoli, rappresentano ogni individualità e ogni carattere in una storia senza tempo che è quella di tutti gli uomini:una via crucis blasfema dolente e tragica, un poema eroico ma anche osceno, una preghiera e una maledizione. Particolarmente significativi in questa rappresentazione della vita umana sono i Pulcinella acrobati che in un cielo azzurro senza tempo si sorreggono a un filo sospeso. Tutto il ciclo degli affreschi della stanza di Pulcinella sono oggi conservati nel museo veneziano di Ca Rezzonico e testimoniano come un grande artista con la sua enorme sensibilità ha saputo capire la cultura alta che la nostra maschera esprime, che solo l'ignoranza plebea riduce a una superficiale macchietta comica.

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Il Sud


senza lode...

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tempo libero

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La corsa al Tablet

on abbiamo finito neppure di gustare l’eleganza e la versatilità dei e leggerissimi netbook, protagonisti degli scaffali hi-tech, che ecco sul mercato, già pronti da saggiare, vi sono numerosi tablet. Il tablet PC (lett. PC tavoletta) è un computer portatile che grazie alla presenza di uno o più digitalizzatori permette all'utente di interfacciarsi con il sistema direttamente sullo schermo, mediante una penna o le dita. Il tablet PC è

di fatto un normale portatile con capacità di input superiori. Leggete come il più piccolo dei portatili o il più grande degli iPhone! Molte le case produttrici, centinaia i modelli, ma i colossi contendenti il primato per qualità e prestazione sono noti a tutti: Microsoft, Apple e Google. Mini computer che assomigliano ad una cornice per fotografie, sottile, elegante, sulla quale scrivere a mano libera e che con l’iPhone condivide il concept del touch screen. iTablet era atteso per gennaio a San Francisco, mostrato dalle mani di Steve Jobs (presidente della Apple), ma poi si è scoperto chiamarsi semplicemente iPad. Il primo nome è così rimasto vagante nell’oceano dei marchi a disposizione e sembra che qualcuno lo abbia già accalappiato. È apparso, infatti, un tablet chiamato iTa-

blet e marchiato X2 in una presentazione in Asia Hitech. Sono passati solo pochi anni da quando Steve Jobs incantò il mondo svelandoci il cellulare del futuro, confermandosi in effetti poi una vera rivoluzione nel campo degli smartphone, quei supertelefonini per chi vuole rimanere sempre connesso a internet, ricevere e spedire email, navigare, cercare informazioni con Google, messaggiare con Facebook anche fuori casa. Pochi giorni fa è stato presentato il tanto atteso iPad, gioiellino di casa Apple, che ricalca fedelmente la filosofia del suo geniale iPhone. Multi-touch, schermo molto ampio, cornice ultrasottile e sistema operativo ricco di funzioni da far invidia a chiunque. Il prezzo davvero contenuto. La Microsoft che in questi non si è certo guardata le mani e, in occasio-


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tempo libero ne di uno dei più importanti appuntamenti dedicati all'elettronica di consumo, il Ces di Las Vegas, ha mostrato che lei, l'antiiPad, ce l'ha pronto. Anzi, Bill Gates (presidente Microsoft) ne ha pronti tre di prototipi di queste affascinanti tavolette digitali wireless pensate per l’intrattenimento mobile a 360 gradi: video, internet ed ebook. Sul modello, progettato in collaborazione con HP, che dovrebbe essere nei negozi in primavera, si troverà in dote Windows 7, l'ultimo nato tra i sistemi operativi dell'azienda che presenta, un supporto alle interfacce di controllo tattili davvero notevole, che ne fanno di questo tablet un big della scena. La Toshiba cerca di inserirsi di prepotenza sfoderando l’arma dell’economicità. Con poche centinaia di euro vi porterete a casa “Journe”, una cornice multimediale da 7 pollici per foto, video e web a portata di mano in ogni angolo della casa. Microsoft e Apple hanno già mostrato il loro hardware rispettivamente con il modello realizzato da HP e con l’ormai noto iPad. Google non poteva tirarsi fuori dalla corsa al re dei tablet. La notizia è stata pubblicata in sul blog di Google dedicato allo sviluppo del futuro sistema operativo Chrome addirittura due giorni prima della presentazione scenografica, dell'iPad di Apple. Ma solo da qualche giorno ha iniziato a fare il giro del mondo. Google, secondo le informazioni ufficiali affiancate da alcune foto e da un video di pochi secondi, starebbe pensando dunque a un tablet con uno schermo grande tra i 5 e i 10 pollici, potrebbe supportare movimenti delle dita in multi touching (come ad esempio ingrandire o rimpicciolire una foto piz-

zicandola) e potrebbe avere un'interfaccia intuitiva con menu unificati che permettono, attraverso una grafica affascinante, di lanciare con pochi gesti una ricerca su internet, la consulta-

zione delle ultime notizie, la posta elettronica o una pagina bianca su cui scrivere. Apple, invece, starebbe lavorando anche alla realizzazione dei "contenuti" specifici del tablet iPad. In particolare, quelli editoriali. A Cupertino, vicino San Francisco, nella sede della Apple, si è riunito un team del New York Times: il compito loro assegnato è quello di mettere insieme in tempi rapidi una versione per iPad dell'applicazione che permetta la lettura del quotidiano già disponibile per iPhone e iPod touch. Google, dopo il polverone che si è innalzato, si è affrettata a dare spiegazioni circa le poche informazioni che girano in rete riguardo il suo prodotto. L'interfaccia grafica mostrata nelle varie foto è solamente un'idea, nulla di stabilito e che il design è soggetto a possibili modifiche: si tratta, infatti, di un primo prototipo che ancora non esiste concretamente. Ma sono in molti a pensare che il video e le foto sono stati diffusi per far parlare di sé, soprattutto

tra gli appassionati del settore e nelle fila degli insoddisfatti dell'iPad. "L'interfaccia grafica - ha spiegato "Big G" - è ancora in fase di sviluppo e continuerà a evolvere fino a quando non determineremo quale sarà più intuitiva e funzionale per i nostri utenti". Secondo numerosi analisti il progetto resterà però sulla carta almeno per un altro po' di tempo, probabilmente per studiare una vera e propria controffensiva al lancio di iPad, che in Italia dovrebbe arrivare a fine marzo. La notizia è stata anche confermata da Anthony Petts, direttore marketing di Htc per Australia e Nuova Zelanda, con cui Google potrebbe allearsi per la fabbricazione del prodotto: la progettazione sarebbe in fase avanzata, ma attualmente "si è fermata". Altri segnali arrivano anche da ambienti editoriali secondo cui molto presto, oltre ad Apple, un nuovo "gigante" potrebbe affiancare i lettori di e-book. Nel frattempo, se vogliamo, possiamo schiarirci un po’ le idee leggendo le schede tecniche dei vari tablet in commercio a navigando nell’immenso mare di Google o sul sito tabletpc.it Antonio Massa

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L’INTERVIS

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> l’artista

«Vi racconto la tv che faceva ridere senza essere volgare»

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volte si dice “dalle stelle alle stalle”. In questo caso andrebbe detto “dallo scantinato alle stelle”. Perché è da uno scantinato con tanto di trasmettitore collegato abusivamente che Alan De Luca e Lino D’Angiò dicevano di condurre “Telegaribaldi”, uno dei programmi di maggior successo della storia dell’emittenza locale in Campania. Altro che scantinato… Ebbero la fortuna di incontrare Vincenzo Coppola, deus ex machina di Teleoggi-Canale9. Di quel duo, nonostante le fortunate imitazioni

chi è Alan De Luca

dell’allora sindaco Bassolino, D’Angiò era il conduttore e Alan De Luca il vero e versatile trasformista in grado di tirare fuori dal cilindro personaggi di fantasia, ma con chiari riferimenti alla realtà, capaci di fare tendenza. L’impresario Aniello Guardascione organizza eventi con l’agenda in mano e la Galleria Umberto alle spalle, mentre “il caffè è pagato”; il professor Pacifico Cirillo vive a Torre Annunziata (e si sente dalla parlata) ma insegna a Napoli e resta sempre imbottigliato nel traffico fino ad inveire contro gli altri

automobilisti rischiando quasi la crisi epilettica. Alan De Luca non lo dice, ma al professor Pacifico è molto legato tanto da sottolineare spesso che la sua abilità nel parlare puteolano o torrese potrebbe essere legata al fatto di essere nato in una clinica di Bagnoli. Sulla scheda di presentazione sul sito di Radio Marte, emittente sulla quale conduce un programma domenicale, si legge che vorrebbe vivere in Norvegia e non smentisce di sentirsi un po’ anglosassone. Eppure al territorio napoletano sembra legato a doppio filo,

Napoletano, 49 anni, figlio di un sannita e di una potentina, è cresciuto tra il centro storico e Poggioreale. Origini artistiche nelle radio libere, “esilio” costruttivo a Roma all’inizio degli anni ’90, sfonda quando con Lino d’Angiò s’inventa uno Striscia la Notizia in chiave regionale. Nella seconda metà degli anni ’90, “Telegaribaldi” è tra i programmi più visti dell’etere campano e i personaggi del programma diventano cult. Nel 2009 ha condotto con d’Angiò una nuova edizione del programma. Autore di diverse trasmissioni televisive, attualmente è impegnato su Radio Marte. 42

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almeno quando lavora; l’altra grande dote è la capacità di cogliere l’attimo: geniale la scelta di realizzare “Licola dei famosi”, la parodia del programma di Rai2 che esplose nel 2004 a colpi di nudità e presunte love story… Quel che è certo è che non sarebbe stata Telegaribaldi senza quei personaggi, fondamentali come lo è stato il videocitofono, uno degli elementi distintivi del programma. Che ebbe il merito di lanciare cabarettisti che poi arriveranno anche alla ribalta nazionale, dai Ditelo Voi a Rosalia Porcaro passando per Rosario Toscano. L’anno scorso il tentativo di “riesumazione” il termine è orribile ma per molti esperti è azzeccato - ma i tempi sono cambiati e così qualcosa si è chiaramente perso per strada; l’edizione 2009 del programma viene così salvata dalle performance dei singoli che lo tengono in piedi. Da quando irruppe nell’etere regionale ad oggi sono passati quasi 15 anni, ne sono passati più di 30 da quando Alan De Luca decise di tuffarsi nel mondo dello spettacolo. Da dove ha cominciato Alan De Luca? «Vengo dall’animazione e dalla radio. Negli anni ’70 ho cominciato a fare il deejay e lo speaker nelle prime “radio libere” come KissKiss e Radio Marte. In quei tempi portai l’idea del neomelodico in radio e lo dico con soddisfazione». E tra i comici più in vista c’è Checco Zalone che in fondo “sfotte” pure i neomelodici. «Lui ha i miei cd e le mie cassette, credo che le abbia usate un po’ come Vangelo. È stato molto bravo perché ha preso spunto da me, da Tony Tammaro e da Federico Salvatore, poi però ha datto un tocco di modernità e creatività che erano necessari perché sono passati più di 20 anni. Un altro che ha preso spunto da me e non lo nega è

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Oscar Di Maio: lui sa di non essere un creativo, ma è un bravissimo attore, uno di quelli che davvero fanno ridere; si è inventato “‘o cafone” che è una specie di neomelodico del cabaret, una figura che non esisteva prima e che

Ho cominciato dal genere neomelodico e non ho problemi a dirlo come fanno altri

anche per questo ha sfondato». Gli ultimi trenta sono stati anni di trasformazione anche per il settore dello spettacolo, soprattutto quello portato in tv. «È cambiato tantissimo. A quei tempi c’erano solo le radio e soprattutto non c’erano i locali col cabaret. Molti andavano fuori e l’ho fatto anch’io. Ho sempre creduto che l’attore

napoletano potesse portare la comicità neomelodica, la parodia partenopea fuori dai confini regionali; la gente conosce la canzone napoletana in tutta Italia. Invece il cabaret classico non sfonda perché noi non abbiamo quella tradizione, per esempio la satira politica e di costume; quelle sono cose che sanno fare bene al Nord e ci sono molti casi celebrei. Mi accorsi delle potenzialità nel 1990 quando andai a Canale5 da Maurizio Costanzo con la parrucca bionda per fare la parodia di Nino D’Angelo; ricordo ancora gli applausi e le risate di persone come Claudio Bisio e Davide Riondino». Rivedendo i vostri video dell’epoca, si nota che neanche quell’incivile del professor Pacifico si faceva sfuggire troppe parolacce. Ora in tv invece s’assiste ad un filone di comicità basato sulla volgarità... «È così. Ma è perché il mercato vuole cose sicure. Si cerca un lavoro più facile, più semplice. Non mi riferisco solo ai reality, ma in generale alla comicità. C’è ormai una netta distin-

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zione tra teatro umoristicamente più impegnato, come quello di Paolini, e tutta la volgarità di massa; non c’è più una via di mezzo». A proposito di parodie, una più divertenti degli ultimi anni è stata “Licola dei Famosi”. «Un programma a cui tengo molto. Ho scommesso su quel format ed è andato molto bene tanto da guadagnarsi apprezzamenti anche in ambito nazionale. Voglio svelare una cosa: è mia intenzione riproporre un’altra versione e, nonostante l’ambiente delle tv regionali sia difficile, credo proprio che ci riuscirò. L’alternativa è un altro progetto ambientato in palestra, habitat molto eterogeneo che secondo me potrebbe prendere non poco lo spettatore». Quando e come è avvenuto il matrimonio artistico con Lino D’Angiò? «Era il 1995. Avevo lavorato per alcuni anni a Roma dove avevo portato i miei spettacoli nei vari locali. Tor-

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nato a Napoli, mi ero deciso a sperimentare un meccanismo sulla scia di Striscia la Notizia e Mai dire gol. Conoscevo Lino D’Angiò perché faceva l’imitatore e gli proposi di lavorare insieme. Così nacque “Fischia la notizia” che andò in onda su Canale 21 per una stagione. La svolta ci fu quando incontrammo Vincenzo Coppola, direttore di Teleoggi, che ebbe il grande merito di credere in noi e di consigliarci di cambiare nome alla trasmissione». E nacque Telegaribaldi, un fenomeno mediatico di massa. Quando vi siete resi conto di aver sfondato? «Quando portammo lo spettacolo al Teatro Tasso e io fui colto da un mal di testa tremendo. Di solito faccio di tutto per andare in scena, ma quella

volta proprio non me la sentii, non ce la feci. Chiamai Lino e glielo dissi; lui rispose preoccupatissimo e mi disse che il teatro era stracolmo, ma io inizialmente pensai ad uno scherzo. Invece il giorno dopo finimmo sulla prima pagina di alcuni giornali per la ressa che si scatenò ai botteghini. Facemmo repliche per diverse settimane, fu un clamoroso successo». Tra i tanti personaggi interpretati a chi sei più 44

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affezionato? «È una domanda alla quale non riesco davvero a rispondere. È chiaro che Ciruzzo Tozzi rappresenta qualcosa di speciale perché l’ho inventato io ed ha avuto grande successo; è qualcosa che sintetizza la mia carriera, il neomelodico nazionalpopolare. Anzi, prima o poi devo far sentire la canzone a Umberto Tozzi». E con Lino D’Angiò era proprio necessaria una “separazione” così lunga? «Non è stata una separazione. Ricevemmo una proposta per fare un programma su Rai3, ma si perse molto tempo e il nostro entusiasmo fu vanificato. La verità è che Lino è diverso da me, non è uno che riesce troppo a fare coppia, è un solista, un bravo conduttore». E l’esperimento Telegaribaldi2 com’è andato? A volte si parla di riesumazione. «Io ho creduto molto nel progetto perché sono convinto che certe formule collaudate e vittoriose, se si rinnovano nei contenuti, funzionano sempre. Bisogna prendere quel che c’è di nuovo e quello che si può conservare di vecchio. Forse noi abbiamo troppo conservato e abbiamo sottovalutato il nuovo. Forse c’è stato qualcosa di sbagliato a livello di linguaggi». È arrivato il digitale terrestre: sarà il caos totale oppure una buona opportunità per gli artisti? «Si sta complicando tutto perché c’è sempre più concorrenza. Ormai su ogni tv regionale c’è un programma di un certo genere, quindi non vale più la pena di curare la qualità più di tanto; dispiace ammetterlo ma è così. C’è più offerta e meno qualità. Vogliamo fare un esempio? Tutti ogni tanto vedevamo “Contatto” sulle varie tv locali tra un programma e l’altro; ora hanno preso un canale tematico che


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si chiama “Contatto Tv”, ma mi chiedo quanti poi relmente stiano davanti al televisore a guardarsi le puntate». In questo scenario ci si rifugia nelle radio. Ci sono anche casi famosi a livello nazionale.

Telegaribaldi fu un fenomeno di massa senza precedenti, ma la televisione è molto cambiata «L’ho fatto anch’io e devo dire che a Radio Marte mi trovo molto bene. Stiamo facendo ascolti importanti e credo che tra poco non mi limiterò solo alle domeniche”». Tra Radio Marte e il Calcio Napoli il passo è breve, molto breve da

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alcuni anni. «Non lo diciamo troppo a voce alta, ma pare che le cose stiano andando veramente bene. Ad ogni risultato non positivo io mi preoccupo perché temo seriamente un tracollo essendo rimasto davvero scottato da quanto è successo l’anno scorso. Per la verità, mi aspettavo qualche rinforzo già dal mercato di gennaio, ma confido che il presidente De Laurentiis faccia una squadra ancora più forte nel prossimo mercato, quello di giugno che è molto importante». Tante serate nei locali: com’è stato ritrovare stabilmente il contatto quasi “intimo” con il pubblico giovane e meno giovane? «Molto importante, anche perché mi sono reso conto di non essere più un ragazzino e allora sto attento. Mi accompagno ad un gruppo, facciamo musica e cabaret, mi diverto molto, forse più di prima. Però so bene che non potrei andare nelle birrerie dove arrivano i 16enni, passerei per ridicolo. È importante ren-

dersi conto degli anni che passano». Passano gli anni, cambiano gli artisti. Tra quelli emergenti o da poco emersi c’è qualcuno che può essere l’erede? «L’erede di chi? Mio? Spero davvero che nessuno possa prendermi come modello. Sarebbe come prendere ad esempio Aniello Guardascione; ora a prendere il suo posto sono i vari Lelè Mora, all’apparenza raffinati ma in sostanza sempre trash». Basta con la falsa modestia: per gran parte degli anni ‘90 avete fatto davvero tendenza! «Sì, vabbè. Al di là di questo mi piace Alessandro Siani che è cresciuto rispetto agli inizi ed è stato furbo, si è saputo muovere bene. Poi c’è Biagio Izzo, ma non si può parlare di emergenti; lui fu molto sottovalutato all’inizio, invece è quello che ha il background più vario, è quello che ha fatto più gavetta e si vede». E ai giovani di Napoli che emigrano perché il lavoro non c’è o è precario cosa si può dire? «Che certamente non è una storia di oggi, è sempre stato così. Anche quando ero giovane si sapeva che da Roma in su c’era il lavoro. Posso solo dire che è un dramma, che vorrei che le cose cambiassero, ma non dipende da me. Io so cosa vuol dire: all’inizio degli anni ’90 andai fuori perché da noi non c’erano locali, non c’erano serate; a Roma invece trovai la possibilità di lavorare. Devo dire che da questo punto di vista nel nostro settore qualcosa è migliorato, anzi è molto migliorato in questi anni. Ci accontentiamo di questo». Dario De Simone

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L’incerto destino dello stadio San Paolo

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Dopo l’America’s Cup, Napoli rischia di perdere anche gli Europei 2016 errà presa il 27 maggio la decisione definitiva sull’assegnazione degli Europei di calcio del 2016. L’Italia è favorita sulla Francia, penalizzata dall'aver già ospitato i Mondiali del 1998, e sulla Turchia. E lo stadio San Paolo di Napoli dovrebbe essere tra gli impianti ospitanti, candidato anche ad una semifinale della manifestazione, così come accaduto già ai Mondiali del 1990 quando una città intera si divise tra il sostegno all'Italia e quello all'Argentina di Maradona (che prevalse ai rigori). La scelta definitiva, in caso di assegnazione all’Italia, non avverrà prima del marzo 2011 così da dare cinque anni di tempo alle città per mettere in regola gli stadi. Sono dodici quelle in lizza, ma tre verranno escluse e solo nove ospiteranno alcune delle 51 partite della competizione continentale; infatti, l'edizione del 2016 sarà la prima con 24 squadre, un format che per anni ha caratterizzato i Mondiali. Le città candidate sono Roma, Milano, 46

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Napoli, Palermo, Firenze, Bari, Verona, Udine, Cagliari, Torino, Parma e Cesena, quest'ultima decisa a sfruttare l'aspetto turistico legato alla Riviera romagnola. Quasi scontato l'ok per Roma, Milano, Palermo, Firenze, Bari, Torino e Udine, dubbi sorgono su una tra Parma e Cesena (l'Emilia Romagna avrebbe due città ospitanti), per Cagliari a causa dei problemi legati allo stadio Sant'Elia, per Verona che pure deve ammodernare il Bentegodi e per Napoli che, a fronte delle dimensioni della città e del valore storico e sociale del calcio, deve far fronte al gravissimo problema dello stadio San Paolo; senza idee chiare e ben finanziate sulla ristrutturazione, la Federcalcio ne dovrà obbligatoriamente decidere l'esclusione ad aprile del 2011. Come evitare questa nuova mortificazione dopo quella dell’America’s Cup di vela nel 2003? In realtà, le idee non sono molto chiare. Il Consiglio comunale di Napoli ha approvato l’ordine del giorno che dà il via all’iter per

la riqualificazione, ma il progetto per ora non esiste. Quel che è certo è che Palazzo San Giacomo ha scelto la strada della ristrutturazione del vecchio impianto, che ha compiuto 50 anni nel dicembre scorso, piuttosto che quella della costruzione di un nuovo stadio in periferia. Non sono per niente contenti gli abitanti di Fuorigrotta che mal sopportano la presenza sempre più fastidiosa dell’impianto. Sono lontani i tempi nei quali il pubblico napoletano risultava tra i più corretti d’Italia; fino agli anni ‘90 si è convissuto con qualche disagio, ma nell’ultimo decennio le misure di sicurezza adottate dalla Questura in occasione delle partite interne del Napoli creano gravissimi problemi ai residenti della zona che, ogni due settimane, restano ostaggi o sono costretti a lasciare la città. Il Questore Santi Giuffrè, da un anno responsabile dell’ordine pubblico a Napoli e provincia, è un frequentatore abituale dello stadio dove segue personalmente l’opera di bonifica e di


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la bussola controllo nei minuti precedenti le partite. Il timore di gravi incidenti è sempre fortissimo negli ambienti delle forze dell’ordine che nel dicembre 2005, in seguito a gravissimi scontri durante un derby di Coppa Italia contro la Roma, chiesero ed ottennero di rinviare la successiva partita interna degli azzurri contro il Grosseto per allentare la tensione. E poi c’è il precedente negativo del 1990. Erano altri tempi, c’erano altre dinamiche (poi svelate da Tangentopoli), ma è un precedente che scotta e che ha condizionato pesantemente la vita dello stadio San Paolo fino ai giorni nostri. Dopo l'assegnazione dei Mondiali di calcio all'Italia, vengono costruiti diversi nuovi stadi. A Bari e Torino sorgono il San Nicola e il Delle Alpi. In altre città, come Roma, Genova e Firenze, gli impianti esistenti vengono radicalmente trasformati; tra il 1989 e il 1990, Roma e Lazio sono costrette ad emigrare al Flaminio, la Sampdoria e il Genoa più volte a Cremona, la Fiorentina a Perugia. A Napoli, dove lo stadio ha appena compiuto 30 anni, si opta per una serie di interventi di riqualificazione. Il più importante riguarda la costruzione di una grande copertura metallica. Nei vari settori vengono installati sediolini rossi e viene realizzata la nuova tribuna stampa. I parcheggi, costruiti sotto l'impianto, non vengono mai inaugurati e diventano oggetto di un servizio di Striscia la Notizia. Sulla vicenda viene anche aperta un'inchiesta giudiziaria che evidenzia una serie di irregolarità negli appalti e nell'esecuzione dei lavori, ma per gli imputati scatterà la prescrizione. Il vero e proprio giallo riguarda il vecchio tabellone alfanumerico: smontato per far posto alla copertura, verrà ritrovato anni dopo in un deposito; i nuovi minitabelloni funzioneranno solo dal 1990

al 1993. L’intervento, alla fine, riduce la capienza di oltre 10mila unità. È ancora un calcio senza pay-tv ed è un Napoli, quello di Claudio Ranieri, che ancora attira molto pubblico. Si decide allora di costruire, nel 1992, un terzo anello in ferro collegato al secondo anello e poggiato sui piloni della co-

Ha compiuto 50 anni a dicembre e li dimostra tutti: allagamenti, buchi nella copertura e il rischio di incidenti alimentano i dubbi pertura. Ma il materiale metallico, antisismico e quindi particolarmente elastico, comincia a provocare vibrazioni in diversi palazzi circostanti, in particolare al Rione Miraglia. Dopo una lunga battaglia degli abitanti e una serie di verifiche tecniche, che eviden-

ziano il rischio concreto di danni agli edifici, nel 2006 il terzo anello viene interdetto e ne viene deciso l'abbattimento che rientrerà tra i lavori da eseguire nei prossimi anni. E poi c’è il problema degli allagamenti, messo a nudo dagli episodi dell’ultimo decennio. Il più grave si verifica nella notte tra il 14 e il 15 settembre del 2001, quella dello spaventoso nubifragio che in città provoca anche due vittime. Fuorigrotta è tra le zone più colpite, lo stadio si riempie d'acqua e viene chiuso per inagibilità per 5 mesi costringendo il Napoli ad emigrare a Benevento. Negli anni successivi gli allagamenti si ripetono: nel settembre del 2005, la partita NapoliTorres viene rinviata di 24 ore per consentire alle idrovore di far defluire l'acqua. I lavori al collettore fognario Arena Sant'Antonio, la cui insufficienza è alla base del problema, non sono ancora stati completati. Nel marzo del 2007 viene realizzato un altro intervento di messa in sicu-

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rezza. In seguito alla morte dell'ispettore Filippo Raciti durante gli scontri scoppiati dopo Catania-Palermo, il ministro Giuliano Amato decide di anticipare i termini dell’entrata in vigore della Legge Pisanu. Dopo due partite a porte chiuse, lo stadio viene adeguato a tempo di record per ospitare almeno gli abbonati in occasione della gara contro lo Spezia. Nella notte tra i 1° e il 2 marzo, soprannominata ironicamente la "notte dei lunghi tornelli", il presidente De Laurentiis segue personalmente al telefono il percorso del tir che trasporta allo stadio le strutture di filtraggio per l’accesso degli spettatori. I dubbi sulle opere di riqualificazione non sono pochi: bisogna eliminare la pista d’atletica e avvicinare gli 48

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spalti al campo, bisogna realizzare i parcheggi (l’Uefa chiede che solo quello per la Tribuna Vip possa ospitare duemila auto al coperto), bisogna rifare la copertura che fa acqua da tutte le parti. Lo scorso 7 febbraio, in occasione della partita Napoli-Genoa, la Tribuna stampa è stata investita da una fitta pioggia che ha messo a rischio anche l’incolumità dei tecnici dell’emittenza radiotelevisiva, costretti a lavorare con apparecchiature elettroniche; pochi giorni dopo, l’assessore Alfredo Ponticelli e i vertici degli organismi che rappresentano i giornalisti hanno concordato sulla necessità di realizzare una protezione mobile per evitare il ripetersi di spiacevoli episodi.

Dal Comune l’ok alla ristrutturazione, ma servono 80 milioni. E non si sa dove giocherebbe il Napoli durante i lavori

Il San Paolo è solo l’esempio più evidente dello stato di degrado in cui versano le strutture sportive della città di Napoli. Emblematico anche il caso del Mario Argento, il palazzetto dello sport in stato d’abbandono da quasi un decennio. E negli ultimi anni anche il vecchio Collana del Vomero, che ospita diversi atleti impegnati in varie discipline, ha dovuto fare i conti con problemi seri che hanno creato disagi gravi agli utenti. Ristrutturare il San Paolo costa circa 80 milioni, una cifra che il Comune non può sborsare né oggi né mai. La legge Crimi prevede la possibilità di optare per la formula del project financing che, mettendo al centro i principali fruitori dell’impianto (il Napoli di De Laurentiis), consente l’ingresso dei privati nelle opere di riqualificazione. In realtà, il patron del Napoli sarebbe pronto a varare un progetto e già filtrano indiscrezioni sulle idee, da un cinema multisala ai negozi passandro per un museo interamente dedicato alla squadra di calcio, i cui trofei sono


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la bussola rimasti per anni in un deposito di Palazzo Matteotti. Gli imprenditori napoletani, in particolare quelli del settore delle costruzioni, sono pronti ad entrare in gioco, ma per ora attendono; quel che è filtrato fino ad oggi non appare ancora chiaro e sufficientemente dettagliato per attrarre gli investimenti dei privati. Una volta assegnati gli Europei all’Italia e iniziato quindi il conto alla rovescia, sarà fondamentale stilare un progetto chiaro per dare la possibilità alle forze economiche di dare il loro contributo. Nomi di soggetti interessati non ne circolano, ma è evidente che l’importanza del progetto, con le implicazioni occupazionali che ne derivano, presuppone un intervento di gruppi industriali di altissimo profilo. Ma non va esclusa un’altra possibilità: per ora c’è solo l’impegno del Comune a sostenere la candidatura di Napoli. Se tra un anno la città ottenesse l’ok della Federcalcio, TRE DOMANDE A non è da sottovalutare l’ipotesi di costruire un nuovo impianto Gianluca Monti, collega della redazione campana della Gazzetta sportivo: Ponticelli e Bagnoli le dello Sport, è da molti anni un frequentatore abituale dello stadio aree candidate, mentre la perifeSan Paolo dove segue le imprese sportive del Napoli. Gli abbiamo ria Nord sembra aver perso le rivolto tre domande chiave sul futuro dell’impianto sportivo. sue chances con il flop di tre anni Quali sono le problematiche più importanti da risolvere? fa in occasione della mancata as«La prima è relativa all'illuminazione fuori dall'impianto in occasegnazione di Euro 2012. Uno sione delle partite notturne, quelle che richiamano il maggior nustadio tutto nuovo costerebbe di mero di spettatori. Il collettore fognario continua a funzionare male e questo mette a rischio l'agibilità ogni volta che c'è una forte pioggia. Altro problema più, ma risolverebbe i problemi grave è il numero di varchi aperti al pubblico che crea congestione agli ingressi. Inutile sotdi compatibilità con la vita del tolineare come i servizi igenici siano fatiscenti ed anche la scarsa visibilità da alcuni punti quartiere Fuorigrotta, attirerebbe dell'impianto. Inoltre, la Tribuna stampa versa in condizioni pietose». più facilmente investimenti di Possono coesistere le partite del Napoli e una vita regolare degli abitanti di Fuorigrotta? grandi gruppi industriali e so«Secondo me sì, ma dovrebbe essere ripensato l'intero quartiere facendolo diventare vivibile prattutto eviterebbe di porsi la insieme allo stadio per 7 giorni su 7. Inoltre, l'abbattimento del terzo anello dovrebbe evitare più inquietante delle domande: le pericolose scosse telluriche che si verificano nei momenti caldi delle partite facendo treconsiderate le misure di sicumare i palazzi antistanti il San Paolo». rezza imposte dai vertici delle Come immaginare una riqualificazione così complessa mentre è in corso il campionato? «Difficile, se non impossibile, vista anche la geografia del tifo al San Paolo. Credo questo forze dell’ordine, dove giochepossa rappresentare il primo problema, nel momento in cui si dovesse davvero porre in essere rebbe il Napoli durante le fasi la ristrutturazione dello stadio, per la quale occorrono soldi prim'ancora che progetti». più delicate e invasive dei lavori di ristrutturazione? [DADES] Dario De Simone

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accontare la storia di Roma, le sue evoluzioni, i suoi trionfi e i suoi decadimenti è un esercizio cui molti storici nei secoli si sono dedicati. Raccontarla, invece, attraverso la vita di un barman è cosa piuttosto originale. Proprio della vita di Enzo Paolinelli, storico barman della Capitale, si parla nell’ultimo libro di Antonio Messia intitolato “Roma in uno shaker”. La vita di Paolinelli fa da sfondo alle trasformazioni, ai cambiamenti della città dall’epoca fascista fino agli anni ’80. Proprio come un manuale di storia, si parte dall’infanzia di Paolinelli che avanza parallelamente al nuovo volto architettonico che la città assume con Mussolini, alle prime esperienze lavorative che coincidono con la fine della guerra e lo mettono in contatto con i soldati americani e i politici dei primi anni della Repubblica; dal prestigio del caffè Strega negli anni del Neorealismo, che lo rendono stimato agli occhi di attori del calibro della Ma-

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gnani, alla “dolce vita” trascorsa nei bar delle navi da crociera, fino alla consacrazione finale con l’apertura del suo night “L’Ellisse” all’interno dell’hotel Hilton, sullo sfondo di una Roma che, negli anni ’70, aveva perso la sua aria da “set cinematografico” e conosceva la violenza, le rapine e i sequestri di persona. Arricchito dai tanti autografi che il barman negli anni ha chiesto agli attori, cantanti, intellettuali, registi che hanno gustato i suoi cocktail, il libro di Messia non è solo un omaggio agli ottanta anni di Enzo Paolinelli, ma è soprattutto il racconto lucido e disincantato della società da parte di un uomo che ha fatto del suo banco di lavoro, il bar, un luogo d’osservazione privilegiato sul mondo.

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e radici, la conquista della libertà, il riconoscimento dei diritti, l’unità e le divisioni. In poche parole, la vita del sindacato in Italia. Com’è nato, per fare cosa, con quali prospettive. Sono i temi del volume di Antonio Passaro, 49 anni, giornalista e scrittore, da diversi anni portavoce e capo ufficio stampa del leader nazionale della Uil, Luigi Angeletti. Il libro dal titolo “Chi decide?” (Tullio Pironti Ed.,160 pagg., 12 euro) parte dalle origini, ovvero dall'articolo 39 della Costituzione, che in quattro commi definisce i principi che connotano i sindacati. “Facendo delle ricerche - spiega lo stesso Passaro - mi sono reso conto che l'articolo 39 recava in sé delle contraddizioni e, infatti, non risolve il dilemma della natura sindacale: nel primo comma parla di organizzazione libera privatistica, ma negli altri tre detta regole giuridiche, finalizzate alla

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firma dei contratti”. Ma ancora oggi, secondo Passaro, “il punto di riferimento dell'ordinamento intersindacale è essenzialmente il primo comma dell’articolo 39, mentre una regolamentazione ben strutturata è stata realizzata solo nel pubblico impiego e che non può essere traslata nel settore privato”. La nota dolente della storia sindacale è rappresentata dalle divisioni sui contratti. “Anche i contratti separati, di fatto, sono stati applicati per tutti i lavoratori e hanno prodotto i loro effetti normativi e salariali erga omnes, cioè verso tutti. Di conseguenza, il dissenso della parte sindacale che non ha firmato è destinato a restare una mera rappresentazione di contrarietà sino a quando non si trasformerà in un testo contrattuale alternativo, accettato dalla controparte e applicato dai soggetti destinatari dei relativi obblighi”. Constatando sul campo, con la sua pluriennale esperienza diretta al fianco di Angeletti, Passaro passa in rassegna tutte le fasi del dibattito sul-

le regole della rappresentanza sindacale, su chi rappresenta i lavoratori, su chi abbia diritto (e dovere) di condurre le trattative sindacali e firmare un accordo. “Partendo soprattutto dai tre rinnovi contrattuali separati che hanno interessato il settore metalmeccanico in un decennio circa, mi sono chiesto se le ragioni di questo fossero solo politiche o se, invece, ci fosse altro”. Materia impegnativa su cui si esercitano da decenni i giuristi, ma che Passaro spiega al lettore con gli occhi di chi segue da vicino le trattative in cui l’unico scopo è tutelare al meglio possibile i lavoratori in una fase come questa molto delicata. job - feneal uil campania / aprile 2010

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otremmo scrivere poco e lasciare in bella mostra solo le fotografie più note dell'isola azzurra. Il mese di aprile e in generale la primavera è la stagione più adatta per una visita ai luoghi meno conosciuti di Capri. O anche a quelli più conosciuti, ma senza l'incubo del sovraffollamento. La stagione primaverile garantisce tranquillità e un clima già accettabile. È l'ideale per visitare le ambitissime bellezze dell'isola. Al di là della passeggiata per le vie dello shopping 52

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Capri (spesso inavvicinabili in questi tempi di crisi), di un giro in barca con annesso ingresso nella Grotta Azzurra, gli itinerari suggestivi non sono pochi. Il clima non troppo umido e caldo permette di avventurarsi in qualche "scalata", in particolare nella passeggiata di Pizzolungo, una strada a mezza costa che parte dalla celebre Punta Tragara e attraversa la natura con qualche interessante sosta sia per ammirare il panorama, sia per visitare la Grotta di Matermania; una variante è la discesa verso Villa Malaparte, l'ex dimora di Curzio

Malaparte che però non è visitabile all'interno. L'altra "impresa" per gli appassionati del genere è quella che porta a Villa Jovis, la zona archeologica più importante dell'isola; fatta erigere dall'imperatore Tiberio, dal quale prende nome tutta un'area di Capri, è una gigantesca costruzione situata in uno dei punti più alti del versante nordorientale; altri siti archeologici sono sempre legati alla presenza sull'isola dell'imperatore, la figura romana più legata a Capri tanto da governare proprio qui per oltre 10 anni all'inizio del primo seco-


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lo dopo Cristo. Sullo stesso itinerario si trova Villa Lysis, detta anche Villa Fersen perché di proprietà del conte francese Jacques Fersen; immersa nel verde, costruita all'inizio del secolo scorso in stile neoclassico, è visitabile solo la mattina. È un luogo molto particolare anche per le storie che si raccontano, storie di droga e omosessualità che avvolsero la vita del conte Fersen, tra l'altro scrittore e poeta; morì suicida nel 1923 con una overdose di cocaina dopo aver convissuto nella villa con un compagno italiano. La leggenda racconta di gruppi di giovani ragazzi “ospitati” nella villa, ma libri e romanzi hanno poi chiarito che si trattò di malelingue. Per i più avventurosi è possibile anche scendere fino al mare attraverso un sentiero tortuoso che si insinua attraverso la fitta vegetazione del costone impervio. In zone più vicine al centro è possibile visitare la splendida Certosa di San Giacomo, sede di diversi eventi culturali durante l'estate, così come i Giardini di Augusto; suggestive anche le vie

dietro la chiesa della Piazzetta. Negli ultimi anni, complice la globalizzazione, le vecchie botteghe dell'isola hanno progressivamente ceduto il posto alle grandi firme internazionali. Tra i luoghi storici, che sopravvivono al tempo, ci sono alcuni piccoli artigiani e le varie sedi della libreria La Conchiglia, una delle mete preferite del presidente Giorgio Napolitano. Il periodo primaverile è anche particolarmente adatto ad un giro per Anacapri. Per anni parente povero della rinomata Capri, il comune "alto" dell'isola è andato incontro ad un costante processo di riqualificazione urbana che ha attratto turisti e vacanzieri al di là della presenza di Villa San Michele, la dimora del medico e scrittore svedese Axel Munthe, fino a pochi

anni fa unica metà veramente conosciuta. E invece l'Anacapri di oggi si presenta completamente rinnovata, con un corso principale di notevole bellezza, negozi di lusso ma anche caratteristici; immancabile - anche perché la passeggiata è quasi tutta in pianura - un giro fino al belvedere della Migliera dal quale si può apprezzare uno splendido panorama soprattutto al tramonto. Capri è anche l'isola di alcuni prodotti tipici e di prelibatezze della tavola. Tra le ricette più importanti vanno ricordati i ravioli, i totani con patate e la celebre torta di mandorle meglio conosciuta come “torta caprese”. Sull'isola è presente anche una produzione locale di vini bianchi e rossi, resi celebri anche dalle ottime vendemmie nella prima metà degli anni '90 e da alcune bottiglie particolarissime per forma e colore. Per arrivare a Capri è possibile partire da Napoli con collegamenti veloci dal Molo Beverello o con le navi dalla zona di Porta di Massa; l'isola è collegata anche con Sorrento.


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Benevento È

' una delle perle della nostra regione. E' una perla un po' particolare, fuori dai grandi circuiti turistici. Non ha il mare, ma ben due fiumi, e può vantare un'impressionante quantità di bellezze architettoniche. Perché Benevento è uno dei luoghi della Campania dove si respira la storia. E' il capoluogo del Sannio, ma è stata città romana e longobarda; e l'influenza si può vedere facilmente nel patrimonio artistico. La struttura urbana è già singolare: sorge a 135 metri sul livello del mare, in una vallata, ma si presenta discontinua e ondulata con colline, rapide discese e altre zone più alte dove sorgono le tante contrade. La città è antichissima e sembra sia stata fondata dal greco Diomede, reduce dalla guerra di Troia. Secondo altre teoria, sa54

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rebbe stata fondata dagli Osci qualche secolo più avanti con il nome di Maleventum; il nuovo nome, il più rassicurante Beneventum, sarebbe legato alla vittoria dei romani in una battaglia nella zona sannita contro Pirro. Intorno al primo secolo avanti Cristo, Benevento è una delle città più floride del Meridione anche grazie ad una posizione strategica, equidistante dai due mari e attraversata dalla via Appia. Il declino è legatom intorno al quarto secolo dopo Cristo al lento sfaldamento dell'Impero romano ed al terremoto che provocò gravi danni; sarebbe stato solo il primo di una lunga serie. Passò quindi sotto il controllo longobardo, per poi finire sotto il dominio della Chiesa come enclave pontificia nel Regno di Napoli. Tutti questi eventi hanno lasciato un'eredità im-

portante sul fronte del patrimonio artistico. Il centro storico è di grande valore ed è attraversato dal corso Garibaldi; nel punto più alto del centro antico si trova il castello chiamato "Rocca dei Rettori", sede del governo papale e attuale sede della Provincia; è stato costruito in più fasi, realizzato nell'ottavo secolo, poi ampliato nel dodicesimo e infine ristrutturato dopo i bombardamenti del 1943. Ma il simbolo della città è certamente l'Arco di Traiano che l'omonimo imperatore fece erigere nel 114 all'inizio della via Traiana. Di grande valore anche il Teatro Romano, che può contenere oltre 10mila persone, e la chiesa di Santa Sofia (ottavo secolo) che potrebbe entrare nel patrimonio dell'Unesco. Per gli appassionati non mancano i musei, su tutti il Museo del Sannio nella Rocca dei


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la gita Rettori; ma anche il Museo Diocesano dove si trovano diversi reperti legati al Duomo distrutto durante la Seconda guerra mondiale. La città è nota anche per la leggenda delle streghe, legata ai riti pagani che durante il periodo longobardo si tenevano nei pressi del fiume Sabato. Tra le feste religiose va segnalata la Fiera di

San Giuseppe ogni 19 marzo. Da oltre un decennio a Benevento si svolge, durante l’estate, la rassegna artistica “Quattro notti e più di luna piena” che richiama personaggi dello spettacolo provenienti da tutta Italia e dall’estero. Importantissima è anche Benevento Città Spettacolo, evento che chiude la stagione estiva e si svolte in diversi teatri. Come in altre città della Campania, a Benevento si mangia molto bene e si beve meglio... Impossibile ricordare tutte le specialità della tavola, quasi sempre legate alla pasta fatta in casa. Non possono non esser citati i cazzarielli con sugo d'agnello, i cavatelli con broccoli; c'è anche un'antica tradizione legata alla consumazione delle budella di animali con fagioli piccanti, altro ingrediente che ritroviamo spesso nelle ricette sannite. Il tutto viene innaffiato dai vini Doc della zona, il Taburno e il Solopaca. Per arrivare a Benevento: da Napoli imboccare l'autostrada A16 per Bari e uscire a Castello del Lago/Benevento per poi percorrere i 15 chilometri del raccordo autostradale; l'alternativa è la Statale Appia che si può imboccare a Caserta Sud. job - feneal uil campania / aprile 2010

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edili tabelle retributive Napoli

Tabella paga lavoratori edili in vigore dal 1° Gennaio 2009 Qualifiche IV Livello Specializzato Qualificato Comune

Categoria

Categoria I super Categoria I Categoria II Assistenti tecnici Categoria III Categoria IV 1°Impiego

Importi orari per gli operai Paga base Conting. E.D.R. Indenn. terr. E.E.T. 5,741 3,013 0,06 1,205 0,34 5,330 3,009 0,06 1,119 0,32 4,797 2,985 0,06 0,010 0,28 4,100 2,960 0,06 0,870 0,24 Importi mensili per gli impiegati

Stipendio

1.418,71 1.276,83 1.064,02 993,11 922,16 829,95 709,36

Indennità di mensa Operai: € 3,92 giornaliere = 0,49 orarie

Contingenza

533,82 529,63 523,35 521,25 519,16 516,43 512,87

E.D.R.

10,33 10,33 10,33 10,33 10,33 10,33 10,33

Premio prod.

286,07 262,38 220,31 200,31 184,64 167,33 144,11

E.E.T.

83,81 75,42 62,85 58,66 54,47 49,02 41,90

Totale 10,359 9,838 9,132 8,230

Totale

2.332,74 2.154,59 1.880,86 1.783,66 1.690,76 1.573,06 1.418,57

Impiegati € 84,77

Nel caso di istituzione servizio mensa l’impresa concorre nella misura di 3/4 fino ad un massimo di € 4,13

Indennità di trasporto Operai: € 2,16 giornaliere = 0,27 orarie

Impiegati € 46,71 mensili

Caserta

Tabella paga lavoratori edili in vigore dal 1° Gennaio 2009 Qualifiche IV Livello Specializzato Qualificato Comune

Categoria Quadro (VII livello) Categoria I super Categoria I Categoria II Assistenti tecnici Categoria III Categoria IV 1°Impiego

Importi orari per gli operai Paga base Conting. E.D.R. Inden. terr. 5,74 3,01 0,06 1,11 5,33 3,00 0,06 1,03 4,80 2,99 0,06 0,93 4,10 2,96 0,06 0,80 Importi mensili per gli impiegati Stipendio Conting. E.D.R. Premio prod. 1.418,71 533,82 10,33 279,57 1.418,71 533,82 10,33 279,57 1.276,83 529,63 10,33 255,88 1.064,02 523,35 10,33 213,04 993,11 521,25 10,33 192,11 922,16 519,16 10,33 176,31 829,95 516,43 10,33 158,71 709,36 512,87 10,33 136,42

Indennità di mensa Operai: € 3,76 giornaliere = 0,47 orarie

0,34 0,32 0,28 0,24

Inden.funz. E.E.T. 140,00 83,80 83,80 75,42 62,85 58,66 54,47 49,02 41,90

Totale 10,26 9,74 9,06 8,16

Totale 2.466,23 2.326,23 2.148,09 1.873,59 1.775,46 1.682,46 1.564,44 1.410,88

Impiegati € 82,72

Nel caso di istituzione servizio mensa l’impresa concorre nella misura di 3/4 fino ad un massimo di € 4,13

Indennità di trasporto Operai: € 2,00 giornaliere = 0,25 orarie

E.E.T.

Impiegati € 44,00 mensili


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Benevento

Tabella paga lavoratori edili in vigore dal 1° Gennaio 2009

Importi orari per gli operai Paga base Conting. E.D.R. Inden. terr. 5,741 3,01 0,06 1,05 5,330 3,00 0,06 0,97 4,797 2,99 0,06 0,88 3,100 2,96 0,06 0,75 Importi mensili per gli impiegati Categoria Stipendio Conting. E.D.R. Premio prod. 533,82 10,33 262,35 Categoria I super 1.418,71 1.2276, 83 529,63 10,33 241,40 Categoria I 1.064,02 523,35 10,33 200,61 Categoria II 521,25 10,33 181,14 Assistenti tecnici 993,11 922,16 519,16 10,33 166,41 Categoria III 829,95 516,43 10,33 150,17 Categoria IV 709,36 512,87 10,33 129,19 1°Impiego Qualifiche IV Livello Specializzato Qualificato Comune

Indennità di mensa Operai: € 3,80 giornaliere = 0,475 orarie

E.E.T. 0,34 0,32 0,28 0,24 E.E.T. 83,80 75,42 62,85 58,66 54,47 49,02 41,90

Totale 10,201 9,680 9,007 8,110

Totale 2.309,01 2.133,61 1.861,16 1.764,49 1.672,53 1.555,90 1.403,65

Impiegati € 82,175

Nel caso di istituzione servizio mensa l’impresa concorre nella misura di 3/4 fino ad un massimo di € 4,13

Indennità di trasporto Operai: € 2,462 giornaliere = 0,307 orarie

Impiegati € 53,24 mensili

Avellino

Tabella paga lavoratori edili in vigore dal 1° Gennaio 2009 Qualifiche

IV Livello Specializzato Qualificato Comune

Paga base

5,74 5,33 4,80 3,10

Indennità di mensa: € 0,41 orarie

7° 6° 5° 4° 3° 2° 1°

Livello

Paga base 1418,71 1276,83 1064,02 993,11 922,16 829,95 709,36

Importi orari per gli operai

Conting.

E.D.R.

3,01 3,00 2,99 2,96

0,06 0,06 0,06 0,06

Inden. terr. settore

1,15 1,06 0,96 0,83

indennità di trasporto: € 0,24 orarie

E.E.T.

0,34 0,32 0,28 0,24

Totale orario

10,30 9,77 9,09 8,19

C. edile Accanton. 18, 50% C. ed. 14, 20

1,785 1,697 1,582 1,430

Importi mensili per gli impiegati

Premio prod. 283,90 260,21 216,94 196,10 180,33 162,82 140,08

Conting. 533,82 529,63 523,35 521,25 519,16 515,43 512,87

El. Econ. Territ. 83,80 75,42 62,85 58,66 54,47 49,02 41,90

Indennità di mensa = € 66,00 mensili Indennità di trasporto = € 1,92 per ogni giornata di effettiva presenza

E.D.R. 10,33 10,33 10,33 10,33 10,33 10,33 10,33

2330,56 2152,42 1877,49 1779,45 1686,45 1568,55 1414,54

1,463 1,387 1,290 1,163

Totale

Salerno

Tabella paga lavoratori edili in vigore dal 1° Gennaio 2009 Categoria

IV Livello Specializzato Qualificato Comune

7° 6° 5° 4° 3° 2° 1°

Categoria

liv. Quadri 1° S. liv. Prima liv Seconda liv. Terza Ass. T. liv. Terza liv. Quarta liv. Qu.ta 1° imp.

Paga base

5,740 5,330 4,797 4,100

Conting.

3,013 3,001 2,985 2,985

Inden. settore

1,150 1,083 0,978 0,842

Importi orari per gli operai

Indennità di mensa Operai: € 4,80 giornaliere = 0,60 orarie

Indennità di trasporto Operai: € 2,24 giornaliere = 0,28 orarie

291,477 267,793 222,608 200,642 184,500 166,648 143,507

0,339 0,314 0,283 0,242

10,302 9,787 9,102 8,208

Accordo del 31/07/1992 10,329 10,329 10,329 10,329 10,329 10,329 10,329

Elemen. econ. territoriale 83,801 75,421 62,850 58,662 54,471 49,024 41,901

Indenn. Sost. mensa 103,800 103,800 103,800 103,800 103,800 103,800 103,800

Indenn. Sost.trasp 47,570 47,570 47,570 47,570 47,570 47,570 47,570

Elemen. econ. territoriale

Totale orario

Importi mensili per gli impiegati

Paga base Premio prod. Conting.

1.418,71 1.276,83 1.064,02 993,11 922,16 829,95 709,36

0,060 0,060 0,060 0,060

Cassa Edile Cassa Edile Acc.14,20 18,50 % % 1,906 1,463 1,811 1,390 1,684 1,293 1,519 1,166

Accordo del 31/07/1992

533,824 529,633 523,346 521,252 519,156 516,431 512,869

Rid. orario lav. 4,95 %

0,510 0,484 0,451 0,406

Totale stipendio

2.489,51 2.311,38 2.034,52 1.935,36 1.841,99 1.723,75 1.569,34

Impiegati € 84,77

Impiegati € 46,71 mensili


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Una nuova frontiera per internet. L’informazione online al costo di quella cartacea: a partire, infatti, dalla prossima primavera per leggere la versione web del prestigioso quotidiano britannico Times si dovrà pagare l’equivalente della versione di carta. Lo ha confermato il direttore del Times, James Harding, durante la conferenza inglese della Society of editors a Stansted, precisando che il sito sarà accessibile per sole 24 ore al prezzo di circa 1 euro, lo stesso dell'edizione tradizionale, anzi di più: un giornale di carta si può sfogliare anche il giorno dopo. I frequentatori abituali del sito potranno sottoscrivere un abbonamento per visitare ogni giorno i contenuti online ad un prezzo più vantaggioso. Le notizie online a pagamento sono un “pallino” del magnate australiano Rupert Murdoch, proprietario di Sky. 58

job - feneal uil campania / aprile 2010

Pagina 58

I recenti cambiamenti decisi dal management del gruppo sembrano aver dato i primi frutti ed essere riusciti a traghettare eBay fuori da un periodo di crisi. Forte di questi successi, eBay si appresta a modificare nuovamente alcune regole del gioco, con l’intento di consolidare e spingere ancora più in alto il volume degli scambi effettuati sul marketplace. A partire dal 30 marzo 2010 i venditori potranno mettere in vendita fino a 100 oggetti in 30 giorni a un prezzo base inferiore al dollaro. Se l’oggetto non sarà venduto, il venditore non dovrà versare nulla a eBay. In caso di transazione effettiva, invece, a eBay andrà il 9% del totale, fino a un massimo di 50 dollari. Previsti anche

In piazza per il biologico. L’evento, promosso dal ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, si svolgerà il 18 aprile in 20 città. Una giornata per gustare sapori naturali e conoscere i vantaggi del biologico per la salute e l’ambiente. L’evento, che rappresenta un momento di incontro tra il mondo agricolo, i consumatori e le istituzioni, si inserisce nell’ambito del “Programma di azione nazionale per l’agricoltura biologica e i prodotti biologici”. La manifestazione nasce

profili ad hoc per quei venditori che intendono vendere con regolarità su eBay: Basic, Premium e Anchor. A coloro che vendono grandi volumi di merce, inoltre, eBay ridurrà il costo del 90%: 3 centesimi per oggetto per 30 giorni. A disposizione dei venditori, infine, un simulatore automatico utile a individuare quale opzione possa generare i maggiori profitti.

dall’esigenza di promuovere comportamenti orientati al consumo consapevole delle produzioni ottenute con il metodo biologico, attraverso una corretta ed immediata informazione del cittadino-consumatore. “Le piazze del bio” si svolgerà nelle piazze di Aosta, Ancona, Bari, Belluno, Bologna, Bolzano, Cagliari, Campobasso, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Chieti, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Torino, Udine. Nelle 20 piazze saranno allestiti gazebo che ospiteranno operatori biologici certificati locali i quali avranno la possibilità di promuovere e far degustare i propri prodotti accorciando la distanza con il cittadino-consumatore.


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Pagina 59

il crucitarsio

il sudoku

il puzzle

le soluzioni

AEROBICA AIKIDO BOB BOCCE CALCIO GOLF IAIDO JUDO KALI KAYAK KEMPO KENDO LOTTA NUOTO PALLAVOLO POLO

RUGBY SKATEBOAR SOFTBALL SUMO TENNIS TUFFI VELA


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job numero 11  

rivista periodica job numero 11

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