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il manifesto

mercoledì 13 settembre 2006

Devo parlarne con Dio, devo chiedergli se posso rifarmi una famiglia. Credo che capirà: sa Vittorio Cecchi Gori che non posso stare solo

Jean-François Rauzier «Racines». Sotto, «La plage de souvenirs», in mostra nelle vie di Arles

Ai Rencontres di Arles, intervista con il francese Jean François Rauzier, in mostra con le sue grandi Hyper Photo

«Siamo tutti in perenne relazione con il passato che più ci appartiene e credo nell’importanza dell’eredità culturale»

Sandro Iovine Arles

In calendario

T

ranquilla e quasi sonnolenta cittadina per più di nove mesi l’anno, Arles da trentasette anni a questa parte si trasforma da luglio a metà settembre, durante i Rencontres, in capitale mondiale della fotografia con un festival che offre moltissime mostre, conferenze, incontri. L’appuntamento con il fotografo francese Jean-François Rauzier è all’interno della Chapelle de l’Hôtel Jules César dove è esposta una parte delle sue Hyper-Photo (il resto è sui muri esterni) e dove HP, sponsor della mostra e della 37/ma edizione dei Rencontres d’Arles, ha allestito un imponente centro stampa. Rauzier è riconoscibile più per la classica ressa intorno all’autore il giorno dell’inaugurazione che per la somiglianza con il ritratto esposto accanto alle note biografiche all’inizio della mostra. L’unico elemento in comune è lo sguardo inquieto che contrasta con i modi compassati, quasi anglosassoni. Per raggiungerlo in fondo alla sala bisogna passare davanti alle sue Hyper-Photo (visto lo sponsor, saranno casuali quelle due consonanti maiuscole?) che colpiscono immediatamente per le dimensioni tra i sei e i sette metri di base e per la strana sensazione che si prova ad averle davanti. Se a distanza infatti trasmettono artificiosità, avvicinandosi emerge un dettaglio, inusitato per fotografie di queste dimensioni, che restituisce estremo realismo al tutto pur nella surrealtà dell’insieme. Su una tavola apparecchiata con eleganza in un bosco-giardino, ad esempio, si scorge mezza mela. La perfezione del taglio fa presupporre l’impiego del coltello a lato del piatto, ma il segno di un morso fa smarrire l’osservatore. Più in alto si scorge su un ramo un serpente che sembra scrutare l’osservatore stupito. E più in là un non meno straniante gatto e così via. La mela, il serpente e il gatto ricorrono frequentemente nelle opere di Rauzier come pure le stesse fotografie riprodotte con un valore simbolico che sottintende una riflessione profonda sulla memoria e su una condizione originaria. «Ho iniziato a fare fotografie da piccolo - racconta Rauzier per la straordinaria capacità di questo strumento di conservare i ricordi, soprattutto quelli familiari. E del resto è questo l’impiego primario che ne fa la gente. Nelle Hyper-Photo sembra perdersi talvolta la dimensione spazio-temporale… Vivi e defunti sono a volte riuniti nelle mie immagini. Quelle inserite all’interno delle Hyper-Photo sono spesso vecchie foto di famiglia. Il quadro tenuto in mano dalla giovane ragazza in Racine è l’autoritratto del mio bisnonno che è stato tra i primi fotografi in Francia. Credo che l’aver visto le sue opere fin da piccolo tra le mura di casa mi abbia influenzato molto contribuendo a far nascere in me la vocazione di fotografo. Siamo tutti in perenne relazione con il passato che più ci appartiene e personalmente credo molto nell’importanza dell’eredità culturale e artistica. È questo il motivo per cui un artista crea: per tramandare qualcosa. Perché nelle Hyper-Photo compaiono spesso animali che sembrano avere valore simbolico? Immagino alluda al serpente e ai gatti. Beh, il primo simbolicamente va messo in relazione ad un lettura biblica, alla mia ricerca di un giardino dell’Eden. I gatti invece rappresentano il lato oscuro e imprevedibile della vita. Mi affascinano per gli enigmi spesso incomprensibili che pongono all’uomo semplicemente con la loro presenza. Un po’ come i serpenti. Come nasce l’idea di realizzare le HyperPhoto? Mi è sempre piaciuto molto camminare nei grandi spazi, in montagna o nei campi. Mi dà una sensazione di ebbrezza vedere questi spazi che sembrano infiniti. Ma, fotografandoli, avevo sempre ottenuto dei risultati che non restituivano le stesse emozioni. Potevano anche essere immagini esteticamente valide, ma non mi permettevano di rivivere quella sensazione di libertà o meglio di evasione che mi offre la realtà. Per questo ho iniziato a fare fotografie con apparecchi panoramici classici nel tentativo di recuperare almeno in parte le vecchie regole rinascimentali sul paesaggio. Il problema è che gli apparecchi panoramici per comprendere vaste aree di paesaggio devono impiegare ottiche grandangolari e queste producono deformazioni incurvando l’orizzonte e creando problemi nelle aree periferiche. La soluzione è arrivata con il digitale

Arte, politica e fiction

Il ricordo che congela il lato oscuro della vita che mi ha permesso di assemblare più immagini. Ho iniziato con cinque o sei scatti per volta e oggi sono arrivato a quattro o cinquecento per immagine. Ciò mi ha consentito di usare un teleobiettivo per eliminare qualsiasi problema di vignettatura o di deformazione. Ma lo scopo principale di tutto questo lavoro, che richiede una o due ore di ripresa e qualche settimana di lavoro al computer, rimane quello di creare un mio mondo personale attraverso immagini di cui possa dire di conoscere ogni filo d’erba. Quel giardino dell’Eden cui ho fatto riferimento prima, rappresenta il mio mondo interiore espresso all’esterno. Le Hyper-Photo sono quindi concettualmente più vicine alla pittura che alla fotografia? La fotografia è uno strumento di espressione, ma non è completo e mi ha sempre regala-

to qualche frustrazione, perché sentivo di non riuscire esprimermi totalmente. Ho provato a dedicarmi a pittura e scultura che mi permettevano di far emergere qualcosa di più intimo. Ma da quando il digitale mi ha consentito di creare le Hyper-Photo, sento di aver raggiunto un’arte totale, di avere a disposizione uno strumento completo per rappresentare la mia interiorità, perciò non ho più avuto bisogno di prendere in mano pennelli e scalpelli. Perché chiamarle Hyper-Photo? La definizione deriva dall’Iperrealismo. I pittori di questa corrente facevano fotografie per trasformarle in dipinti e in qualche modo io faccio la stessa operazione. Nell’Iperrealismo c’è quella dimensione un po’ folle di un lavoro enorme per dare forza a soggetti assai banali, io faccio la stessa cosa. Inoltre posso

svincolarmi in questo modo dai limiti fisici, in senso dimensionale, della fotografia. Quanto sono importanti le dimensioni nell’Hyper-Photo? Sono molto importanti soprattutto se si affronta il paesaggio. A due o tre metri da un’Hyper-Photo l’occhio può abbracciare l’intero panorama e questo permette di immergersi all’interno di ciò che si sta guardando. Vorrei che chi osserva le mie immagini potesse fermarsi mezz’ora o un’ora alla ricerca di particolari, come dovrebbe accadere ad un osservatore attento di fronte a un paesaggio naturale. So che può esserci un po’ di presunzione in ciò, ma questo è il mio intento e per questo le dimensioni e la ricchezza di dettaglio sono elementi fondanti del mio lavoro». Un altro tentativo di lavorare nella dimensione temporale?

A curare l’edizione 2006 degli Incontri di Arles - in corso fino al 17 settembre - è Raymond Depardon. Il festival prevede, in sedi varie, 67 mostre di autori di tutto il mondo. Fra le rassegne, all’Espace Van Gogh Robert Adams («Nos vies et nos enfants») e Cornell Capa («JFK Président!»). All’Atelier de Mécanique, fra gli altri, Don McCullin («Un coin d’Afrique»), David Burnett («Politique.S, 1973-1977»), Susan Meiselas («Carnival Strippers/Recadrer l’Histoire»). S’indaga sulla relazione fotografi e politica presso L’Eglise Sainte-Anne, con David Goldblatt; al Cloître Saint-Trophime con Anders Petersen; all’Eglise des Trinitaires con Paul Graham; all’Atelier des Forges con Philippe Chancel, Julien Chapsal, Malik Nejmi, Gilles Leimdorfer, Vincent Debanne, Olivier Jobard (e il suo «Carnet de route d’un immigrant clandestin»). Per «Territori di finzione», Alessandra Sanguinetti, Eleni Bakopoulos, Janine Gordon. Per «Prix dialogue de l’humanité», Maxence Rifflet-Chengdu, Ricky Dávila («Manila»), Wang Qingsong («Vie splendide»), Fatima Mazmouz («Histoire de femmes»). Per Prix no limit, Thomas Mailaender, Tom Hunter («Vivre en enfer et autres histoires»), Claudia Fahrenkemper («Photomicrographies»), Olaf Breuning. Altre personali di Josef Koudelka («Camargue»), Clark & Pougnaud («La Solitude»), Paolo Ventura («Scènes de guerre»).

Il tempo è molto importante in fotografia. Se si scatta con un tempo di otturazione breve si cattura un istante che potrà essere osservato per tutto il tempo che si vuole. Io impiego qualche ora per acquisire gli elementi necessari a realizzare una Hyper-Photo e parecchie settimane per costruire l’immagine. Mi spiego: quando sono stato a New York per esempio la vera visita della città si è svolta solo a posteriori, una volta tornato a casa, mentre mettevo insieme i particolari presenti nelle fotografie che avevo scattato. Io credo che la fotografia mantenga in sé una magia che è quella di svelare all’osservatore quei particolari che dal vivo non era riuscito a percepire. Nel mio modo di affrontare l’immagine cerco il caso a posteriori, al momento di ricostruire la mia realtà. Fare una fotografia è indubbiamente un atto teso finalizzato all’esibizione del risultato, ma per me è fondamentale anche il piacere personale che provo al momento dello scatto. Un piacere che così posso prolungare per settimane. La mattina mi alzo con il desiderio di continuare la mia foto, di esplorare ancora quel posto e scoprire nuovi particolari. Inoltre mi piace lavorare sul tempo anche in un altro senso ricercando oggetti sui quali il tempo abbia lasciato le proprie tracce. Le stesse immagini degli avi che a volte appaiono trovo abbiano un fascino assolutamente speciale per via di quella patina che su di loro ha lasciato proprio il tempo. La fotografia cambia natura, ma quali trasformazioni immagina in futuro? Credo si debba fare un grosso lavoro sui supporti. Penso che per il futuro siano i monitor lo strumento più adatto a restituire un genere di fotografia in cui sia possibile immergersi completamente. Al di là degli attuali limiti tecnici uno schermo può davvero permettere all’osservatore, magari per mezzo di un’interattività di entrare all’interno del dettaglio di un’immagine, di avvicinarsi alla natura delle cose. Sto sperimentando questa possibilità ad esempio sul sito internet dedicato alle Hyper-Photo (www.hyper-photo.com) dove ho realizzato delle immagini all’interno delle quali è possibile navigare ingrandendo i particolari alla ricerca del dettaglio.


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