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Rossana Rotolo

Pancrazia in Berlin

Un regalo per tutte le Comari. Un ricordo speciale per Marilena.


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Introduzione

"Non sono sicuro che tu sia la donna della mia vita. Prendiamoci una pausa di riflessione." Furono queste le parole con cui cominciò la mia avventura Erasmus. Si può decidere di trascorrere un semestre all’estero per svariati motivi. C’è chi è alla ricerca di un’esperienza umanamente stimolante, che si traduca nell’incontro con giovani provenienti da paesi e culture diverse. Giovani con i quali confrontarsi sui grandi temi della vita, stringere amicizie destinate a durare per sempre e, perché no, accoppiarsi come gioiosi ricci in calore. C’è chi desidera vivere finalmente come un adulto, gravato da nuove responsabilità ma appagato dalle soddisfazioni che solo l’indipendenza è in grado di dare. Ad esempio: occuparsi del bucato, far quadrare i conti, andare a dormire all’alba, svegliarsi poco prima del tramonto, nutrirsi solo di cibo spazzatura, e scoprire quanto alcol si sia in grado di assumere prima di perdere i sensi. C’è chi dice di voler arricchire il proprio curriculum accademico, ma probabilmente spera solo di superare presso qualche ateneo straniero gli esami che in patria risultano più ostici. Diventando così la dimostrazione vivente di quelle leggende metropolitane che da sempre 3


avvolgono il mito dell’Erasmus: “Un amico della ragazza di mio cugino è stato sei mesi in Islanda ed ha dato 10 esami”; “Il fratello del fidanzato della cassiera del supermercato si è trasferito nel Lichtenstein, ha finito l’università, ha trovato un lavoro meraviglioso ed ha sposato una modella”; “la nipote della vicina di casa della mia prozia Ninuzza è andata sul cucuzzolo dello scoglio della Rocca di Gibilterra, si è laureata in tre mesi con 110 e lode, il bacio accademico, la dignità di stampa, ed ora vive in una villa sulla spiaggia e ha Bill Gates come maggiordomo”. Infine ci sono loro, gli eterni romantici, quelli che scappano via dal proprio paese perché gli è stato spezzato il cuore, perché sono stati traditi o lasciati, perché amano da anni senza essere riamati. Costoro non cercano neanche di ammantare le proprie motivazioni con una parvenza di rispettabilità umana, accademica o sociale, ma ammettono candidamente la cruda verità. La loro è una fuga. Io, ovviamente, appartenevo a quest’ultima categoria. L’uomo della mia vita, il mio sole, la mia ragion d’essere, mi aveva improvvisamente lasciato per telefono ed io, invece di cancellare immediatamente dalla mia testa e dalla mia esistenza uno che non si era neanche preso la briga di alzare il culo dal divano e venirmi a mollare di persona, mi ero ridotta ad uno straccio.

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Ciondolavo per casa in pigiama con i capelli arruffati e gli occhi cisposi, ammorbavo chiunque avesse la sventura di darmi retta con il resoconto dettagliato delle mie sofferenze e, naturalmente, versavo copiose lacrime. L’unica soluzione per risollevare una situazione cosÏ triste, abbrutente e patetica fu fare le valigie e partire.

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1. Boris, mein Schatz

Ero stata lasciata a Novembre del 1999 e consegnai la domanda per la borsa di studio il Gennaio del 2000. Un pomeriggio di primavera ricevetti la telefonata di un’amica: “Sono uscite le graduatorie, complimenti, vai in Germania!” Io lo so ciò che vi state chiedendo: Germania? E perché? La gente di solito va a fare l’Erasmus in Spagna, in Francia o magari in Inghilterra. Perché la Germania? Come perché? È ovvio: perché sono una pazza piena di disturbi e lo sono sempre stata. Quand’ero ancora una ragazzina col monociglio che frequentava le medie, venni folgorata da un’angelica visione: Boris Becker(*) che giocava a tennis. Il sedere di Boris Becker che vinceva l’Australian Open avvolto in un paio di stretti calzoncini. Gli occhioni blu di Boris Becker che mi fissavano oltre lo schermo facendomi tacite promesse di giorni d’amore e passione. Io avevo solo dodici anni e quel giorno il mio cuore si aprì ad un sentimento nuovo: l’adorazione senza se e senza ma. Questo mio rapporto a senso unico si protrasse, tra alti e bassi, per anni. Molti anni. Troppi anni per non definire questa mia cotta adolescenziale una patologica ossessione. Boris frequentava algide modelle? Ed io simulavo indifferenza. Boris si fidanzava con un’attrice brava e 6


intelligente? Ed io mi fingevo orgogliosa del mio pupillo e dei suoi gusti nient’affatto scontati o volgari. Boris si sposava con suddetta sgnacchera? Ed io mi piantavo sul viso un paretico sorriso, mentre in realtà dentro di me divampava il fuoco della folle gelosia. Questo mio amore, oltre a procurarmi il continuo dileggio di chicchessia, risvegliò in me anche una forte curiosità verso la cultura tedesca. Ad esempio per l’esame di terza media feci un lavoro interdisciplinare che partiva da Goethe, attraversava 50 anni di storia Europea e finiva con un doppio tuffo carpiato nelle torbiere della Foresta Nera. Una roba tutta scritta a macchina, tac-tac-tac, con i calli agli indici e il bianchetto sniffato nei momenti di sconforto. Poi, crescendo, in vacanza mi applicai a rimorchiare solo ragazzi tedeschi perché, non potendo avere l’originale, mi concentravo su pallidi surrogati. Surrogati a cui non risparmiavo i particolari della mia crucca fissazione. Surrogati che scappavano terrorizzati dall'italiana squilibrata. Ed, inoltre, nella mia cameretta conservavo una vera e propria collezione di vocabolari tascabili tedeschi e mini grammatiche. Ero troppo pigra per imparare la lingua come si deve, ma imbattibile sulle frasi idiomatiche e gli inutili modi di dire. Insomma: una pazza fatta e finita. Ovviamente con gli anni questa insania andò un poco stemperandosi. Non che certe passioni uno riesca mai a 7


spegnerle completamente, ma crescendo di solito ci si fa una vita e si acquista consapevolezza delle proprie follie, e di come sia saggio reprimerle o almeno nasconderle se non si vuole finire alla neuro. Fatto sta che, nel momento del bisogno, nel momento in cui la mia giovane vita sembrava perdere i pezzi, io non ebbi alcun dubbio e scelsi la mia destinazione: la Germania. Non per trovare Becker. Non per trovare marito. Ma per ritrovare me stessa. E Germania fu. Anzi, in realtà fu molto meglio. Fu Berlino.

(*)Formidabile tennista tedesco, in attività tra gli anni '80 e '90. Non è mai stato bello ma a quei tempi aveva il suo perché. Attualmente è il classico ex atleta bolso e poco brillante. 8


2. La Nuova Me

La partenza venne fissata per fine Settembre ed io trascorsi i mesi che rimanevano a preparare documenti, fisico, capelli e guardaroba. Furono mesi molto intensi. Per quanto riguarda la parte prettamente burocratica feci fiduciosamente riferimento al mio coordinatore Erasmus. Questi mi affidò ad un’assistente, che mi indirizzò ad uno specializzando, che mi rifilò ad una segretaria, che mi sbolognò ad un inserviente che, passandomi il mocio per i pavimenti, mi liquidò con un: “Non parlo tedesco. Dovrai arrangiarti da sola. Ma mi raccomando non farci fare brutte figure.” “...” “E ancora una cosa, quasi dimenticavo” “Si?” “Quando hai finito con i corridoi pulisci pure i cessi” Io, di fronte a tanta disponibilità, mi sentii al sicuro come un pulcino avvolto amorevolmente nella bambagia, adagiato in un cestino ornato da pizzi e merletti, e delicatamente depositato in mezzo alla carreggiata dello svincolo autostradale di Roncobilaccio. Sorprendentemente, però, non venni investita dal primo TIR di passaggio, ma fui portata in salvo dalla proverbiale organizzazione teutonica. Tramite un fitto carteggio con studentato, università e facoltà berlinesi, mi assicurai un posto letto, organizzai il piano didattico 9


per il semestre, e mi venne persino assegnato un Buddy, uno studente tedesco a cui fare riferimento per qualsiasi dubbio o perplessità. Risolte le pratiche necessarie ma noiose, fui finalmente libera di occuparmi della parte più frivola e divertente dei preparativi. Qualsiasi ragazza, prima di partire per le classiche due settimane di ferie, dedica molto tempo al fisico, ai capelli e soprattutto al guardaroba. Se si moltiplica il tutto per 1000, si ottiene una stima approssimativa del tempo, la passione e le energie che profusi io per la preparazione di 6, dico 6, ripeto 6, mesi in terra straniera. L’obiettivo era essere bellissima per far schiattare d’invidia quel fetente del mio ex. Biondissima per mimetizzarmi con la popolazione indigena. E dotata di abiti caldi e femminili per evitare l’assideramento, ma con una certa classe. A Settembre, dopo mesi di autoanalisi e shopping terapeutico, potei finalmente esibire un fisico tonico e perfetto, che ricordo ancora con nostalgia. Una chioma artificiosamente schiarita, che ricordo con orrore. Ed ovviamente un nuovo guardaroba con cui avrei potuto affrontare anche l’inverno artico. Era giunto il tempo. Rinfrancata nel corpo e nello spirito, vide la luce e spiccò il volo Lei: La Nuova Me. 10


3. La valigia come forma d'arte

Chiunque abbia fatto l’Erasmus lo sa: fare stare nei canonici 20 kg di bagagli lo stretto indispensabile per sei mesi all’estero è un’impresa che richiede nervi saldi, creatività, elasticità mentale ed una certa dose di lucida follia. In primo luogo bisogna selezionare. Decidere cosa sia davvero utile e insostituibile e cosa no. Le scarpe preferite? Impossibile rinunciarvi. La tinta per rimanere fintamente e sfacciatamente bionda? Più importante delle aspirine. Il top da panterona? Mai senza. La moca e il parmigiano? Certo. Sarà patetico ma ognuno ha pur diritto alle proprie perversioni. Il secondo passo consiste nell’armarsi di santa pazienza e procedere al riempimento della valigia con la stessa precisione che richiederebbe un’opera ingegneristica. Nulla può essere lasciato al caso, tutto deve essere incastrato al millimetro e pesato fino all’ultimo etto: bisogna piegare ed arrotolare, mettere i capi pesanti sotto e quelli più leggeri sopra, infilare i calzini dentro le scarpe e disporre ciò che avanza come un florilegio ad ornare il tutto, e soprattutto ad occupare gli spazi morti. E quando alla fine, inevitabilmente, nonostante le rinunce e i calcoli, qualcosa sembra destinato a non trovare posto, rimane l’ultima possibilità, la risorsa

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estrema, l’uscita d’emergenza. Lo s’indossa durante il viaggio. Il piumino a settembre? Quattro paia di mutande? Bracciali, collanine ed anelli? Sì. Sì. Sì. Fino ad assomigliare all’omino Michelin bardato come la Madonna di Pompei? Certo, perché no? Se si ha l’opportunità di vivere un’avventura fantastica, come sei mesi all’estero, si deve pur essere disposti a rinunciare a qualcosa: al proprio senso del ridicolo, per esempio. Io il mio lo lasciai al check in dell’aeroporto di Caselle e non sono mai tornata a ritirarlo. Cari futuri Erasmus che state leggendo queste memorie, non allarmatevi inutilmente. Per quanto le valigie possano sembrare piene, per quanto appaiano pesanti come macigni, per quanto ci si possa sentire ridicoli, bisogna star sereni e non preoccuparsi. Al ritorno sarà peggio.

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4. Berlin, ich liebe dich!

Un sabato mattina di fine settembre cominciò finalmente il mio viaggio. Io non ho mai amato prendere l'aereo, men che meno da sola, quindi l’eccitazione della partenza lasciò presto il posto all’ansia. Trascorsi la breve durata del volo incollata al sedile, legata come un salame, rigida come un baccalà, con gli occhi fissi al poggiatesta di fronte a me, e le unghie piantate saldamente ai braccioli. Quando il comandante annunciò che stavamo per atterrare spostai lo sguardo verso il finestrino e a quel punto la vidi. Berlino stava là. Spalmata per km. Enorme. Una città costretta per molti anni entro confini innaturali e che ora si allargava come un uovo rotto in una padella. Plof. Il rosso al centro e l'albume a coprire tutto lo spazio disponibile intorno. Vidi questo enorme uovo al tegamino e pensai solo: "Casa. Sono a casa." Per curare un cuore ferito non c’è niente di meglio che un nuovo amore. Un amore sincero che ti lasci i tuoi tempi e non ti chieda nulla in cambio. Io avevo trovato il mio. Berlino. La verde, immensa, meravigliosa Berlin.

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E pensare che a me le uova non sono neanche mai piaciute. Piena di commozione e con gli occhi lucidi, cercai istintivamente lo sguardo dei miei vicini, per poter condividere almeno con loro tutto l'amore che sentivo esplodere dentro di me in quel momento. Alla mia destra sedeva un ragazzo molto giovane, con un piercing al naso e una testa piena di ricci. Alla sinistra, invece, un signore maturo con un paio di baffoni importanti. Anche i loro occhi erano lucidi. Ne fui sorpresa. Chi l'avrebbe mai detto che i tedeschi, notoriamente formali e riservati, potessero essere capaci di tanta spudorata empatia. ChissĂ quanti altri pregiudizi avrei visto sfatati nei mesi che mi attendevano. ChissĂ  quante altre incredibili sorprese avrebbero caratterizzato il mio Erasmus. Sopraffatta dalla forza delle mie emozioni, continuai a passare lo sguardo con affetto e sincera gratitudine a sinistra e poi a destra. A destra e poi a sinistra. Ma piĂš li osservavo, piĂš mi sembrava di leggere qualcosa di ostile nel fondo di quegli occhi sconosciuti. Un messaggio inespresso. Quasi una rabbia repressa. L'uomo baffuto finalmente si decise a farmi un cenno. Io abbassai il capo e con orrore capii. Vidi le mie mani. Vidi i loro avambracci. Vidi i segni lasciati dalle mie unghie. Ops. 14


Sarebbe potuto accadere a chiunque. O no?

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5. Un pezzo per volta

L'aereo non si era schiantato ed io ero finalmente giunta a casa: la mia vita era perfetta. Quella dei miei vicini di volo forse un poco meno, ma non era affar mio. Al ritiro bagagli mi misi buona buona in un angolino ad aspettare, con un sorriso ebete stampato in faccia e la mente impegnata a vagare tra sogni inarrivabili e piccoli progetti concreti di erasmica quotidianità . Dopo venti minuti, risvegliatami dalla mia trance di beatitudine, mi accorsi che tutti gli altri passeggeri avevano ritirato le loro borse e se ne stavano andando. Tutti tranne me. Io rimanevo da sola nel mio angolino con il nastro trasportatore che continuava a girare. Vuoto. Avevo stipato tutta la mia vita in una valigia grande quanto un baule e uno zaino da alpinismo degno di un'arrampicata sul K2, e ora mi rimanevano solo una vezzosa borsetta ed un capiente beauty case. Sarei forse dovuta sopravvivere sei mesi in Germania solo con un'agenda ed una confezione maxi di latte detergente? E chi ero, MacGyver? Volevo morire. Superata la tentazione di sdraiarmi a terra in posizione fetale e piangere, feci appello al mio buon senso e mi recai all’ufficio della Lufthansa. 16


Ad attendermi allo sportello trovai un impiegato giovane, teutonico e decisamente belloccio. “Lufthansa lost my luggage!”(*), gli dissi ad occhi sbarrati e boccuccia tremolante. Il bel impiegato mi dedicò un sorriso indulgente e cercò di rassicurarmi: la sua ditta non aveva perso i miei bagagli. La sua ditta non perdeva i bagagli. La sua ditta, tutt'al più, ne smarriva momentaneamente la collocazione spazio temporale. Ma sarebbe bastato che gli dessi tutti i dati e lui avrebbe immediatamente localizzato le mie valigie, meglio di un segugio. Io, nuovamente fiduciosa, gli allungai il mio biglietto e attesi. Il belloccio, sicuro e sorridente, iniziò a cercare sul proprio terminale. Ma più cercava e più il sorriso gli si faceva meno brillante, lo sguardo meno fascinoso, l'atteggiamento meno testosteronicamente seduttivo. Dopo due minuti sollevò gli occhi, atteggiò il viso ad una smorfia tra il contrito e lo stupito, ed affermò sconsolato: “Lufthansa lost your luggage”. Ecco. Appunto. Io calcolai rapidamente quanto mi sarebbe costato riacquistare tutto il necessario. Dalle mutande alle scarpe. Dai maglioni ai pigiamoni felpati. La borsa di studio mi faceva già "ciao ciao" con la manina ed io prevedevo 6 aridi mesi a pasteggiare con pane e cipolla.

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L'impiegato, leggendo sul mio volto la disperazione, cercò di rassicurarmi, mi diede il numero verde da chiamare per avere notizie circa le mie borse, e mi congedò con un sorriso molto più forzato di quello con cui mi aveva accolta. Lasciai l'ufficio della Lufthansa strascinando i piedi e mi diressi verso i bagni, poiché l'unica parte del mio corpo rimasta indifferente a tanto dramma sembrava essere la mia esuberante vescica. Quando uscii per lavarmi le mani, trovai davanti allo specchio una valchiria in tailleur. Ella vide il mio viso sconsolato, e solerte mi chiese quale fosse il problema. Io, sorpresa da tanta disponibilità, le feci un resoconto dettagliato della tragedia che mi aveva appena colpita, con particolare riferimento alla storia dell'agenda, il bottiglione di latte detergente, e un futuro a pane e cipolla. La sconosciuta mi ascoltò, mi consolò, si profuse in incoraggiamenti e pacche sulle spalle, tutto ciò guardando con occhi avidi il mio capiente beauty case. Alla fine, satura delle mie lagne, si decise a fare quello per cui aveva finto tanta disinteressata partecipazione. "Can I borrow your lipstick?"(**), mi chiese sorridente. Io, non volendo fare la figura della solita italiana provinciale, annuii e rimasi ad osservare quella sfacciata che si spalmava chilate del mio "Rosso passione crucca" sulle sue sconosciute teutoniche labbra. Finito il restauro, dopo uno schiocco soddisfatto davanti allo specchio, mi augurò buona fortuna, mi 18


salutò, e scomparve oltre la porta lasciandomi con una vescica vuota ed un rossetto mezzo usato. Non so cosa avreste fatto voi al mio posto, io feci l'unica cosa che mi parve sensata: raccolsi i miei pochi averi, buttai il rossetto nell'immondizia e mi diressi di corsa verso l'uscita dell'aeroporto. Ero là da solo un'ora e già avevo dovuto rinunciare, volontariamente o meno, a due valigie ed un fondamentale accessorio di make up. Preferii affrettarmi, prima che una banda di hostess pazze cercasse di privarmi anche di un rene o due.

Per i non anglofoni: (*)"Lufthansa ha perso il mio bagaglio" (**) "Che me lo presti un rossetto?� 19


6. Wilkommen in Berlin!

Berlino mi accolse con una giornata splendida ed io, priva di bagagli, mi ci tuffai dentro leggera come una piuma. Prima presi l’autobus, con i biglietti a bordo come sulle corriere, e poi la metropolitana, con la tappezzeria fricchettona anni ‘70. Arrivai alla fermata dell’ostello dove avrei soggiornato per i primi giorni e, ovviamente, sbagliai uscita. Mi trovai così in un largo incrocio, praticamente deserto, senza punti di riferimento. Smarrita e stanca, presi a fissare intensamente il foglietto dove avevo scritto l’indirizzo aspettando che, per magia, si materializzasse qualche aiuto. E così fu. Un vecchietto piccolo piccolo si avvicinò, bofonchiò qualcosa, mi strappò il biglietto dalle mani e cominciò a camminare. E io dietro a lui. Dopo 200 metri eravamo all’incrocio giusto, lui mi ridiede il foglietto e senza dire una parola se ne andò. Potrei anche sbagliarmi, sarà stata colpa del sole di un settembre tedesco sorprendentemente caldo, o forse sarà dipeso da tutte le emozioni che avevo vissuto fino a quel momento, ma giurerei di aver visto spuntare dal fondo della giacchetta dell’uomo due grandi ali bianche. Dopo questo magico incontro mi era tornato il buon umore ed entrai nell’ostello nuovamente carica, pronta a 20


prendere possesso del posto che, scrupolosamente, avevo prenotato via fax qualche giorno prima. “We lost your fax.” Non ci potevo credere. Abbandonata ogni parvenza di civiltà, aggredii verbalmente il portiere dietro il bancone: la precisa compagnia aerea, della precisa Germania si era persa i miei bagagli e lui aveva smarrito la mia solerte prenotazione. Il suo paese era un bluff: per secoli ci avevano fatto credere di marciare spediti e ordinati come soldatini ma la loro era solo una facciata. Disorganizzati, pasticcioni, ed anche usurpatori di rossetti altrui. Così mi si rivelarono improvvisamente i tedeschi. Brutta gente. Brutta brutta gente. La vittima della mia piazzata non si risentì affatto. E perché avrebbe dovuto? Era turco. Dopo aver atteso pazientemente che io concludessi la mia scenata isterica, mi dedicò lo stesso sorriso indulgente del ragazzo della Lufthansa e poi mi offrì di occupare una stanza tutta per me. Lì per lì pensai che fosse molto gentile, col senno di poi credo che mi abbia messo da sola per il legittimo sospetto che fossi una psicopatica violenta e pericolosa. Arrivata nella mia camera mi abbandonai sul letto, dove persi i sensi per quasi due ore. Al risveglio, rinfrancata nel corpo e nello spirito, chiamai il numero verde ed 21


una signorina gentile m’informò: “I suoi bagagli sono atterrati dieci minuti fa. Glieli stanno recapitando in questo momento. Wilkommen in Berlin!”

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7. Due giorni da turista Riavuti finalmente i miei effetti personali, riacquistai il sorriso, indossai un paio di scarpe comode e, per i due giorni successivi, vestii i panni della sfaccendata turista. Furono quarantotto ore meravigliose, durante le quali iniziai a prendere confidenza con Berlino. Mi mossi lentamente ed in maniera disordinata, seguendo l’ispirazione del momento, senza alcun piano prestabilito. Non avevo bisogno di rincorrere metropolitane od orari dei musei, potevo prendermela con comodo, avevo tutto il tempo del mondo, avevo sei mesi. Cominciai con le due piazze più importanti della città, due luoghi che appartengono a mondi diversi, due sorelle che dall’aspetto e l’atmosfera non sembrano neanche lontane parenti. Potsdamer Platz, rinata dalle proprie ceneri in seguito alla caduta del muro. Una cattedrale nel deserto, uno spicchio di Tokio in mezzo al nulla. Completamente disarmonica con il resto della città, ma per questo non priva di un suo peculiare e perverso fascino. Ed Alexander Platz, cuore pulsante della vecchia Est. Dall’aria sdrucita e vissuta, con i punkabbestia ed i loro cani da una parte, e gli anonimi palazzoni di evidente stampo sovietico dall’altra. Sporca ma intrigante, come

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una donna che sta invecchiando male, ma che a tratti mostra ancora indizi del fascino di gioventù. Passeggiai pigramente lungo l’arioso Unter den Linden, il viale sotto i tigli, andando incontro alla Porta di Brandeburgo. La classica immagine da cartolina, ma di cui si apprezza l’autentica bellezza solo dal vivo. Costeggiai il Reichstag, il noto parlamento dalla cupola trasparente, fino a raggiungere Tier Garten, il parco principale della città. Lì gli uccellini cinguettarono per me dolci melodie, gli scoiattoli mi sorrisero dagli alberi ed io, novella Biancaneve, zompettai felice con l’aria lieve ed idiota che ci si può permettere solo a mille chilometri da casa. Nel bel mezzo della mia bucolica passeggiata notai delle macchie color rosa pallido stagliarsi in lontananza su di un prato. Calcai meglio gli occhiali sul naso e mi avvicinai incuriosita, fino a quando finalmente non compresi quale fosse il soggetto che stavo osservando con tanta attenzione. Un tedesco nudo. Anzi no, due tedeschi nudi. Oh cielo, tre tedeschi nudi. Insomma, un bel po’ di tedeschi nudi. Avevo sempre desiderato conoscere il popolo germanico, ma non intendevo mica tanto intimamente e soprattutto non così in fretta. Senza un minimo di corteggiamento, una birra assieme, un cinema, una cenetta per rompere il ghiaccio. 24


In realtà scoprii quel pomeriggio, in maniera magari un po’ traumatica ma decisamente di grande effetto, che in Germania, in generale, e in quella dell’Est, in particolare, è molto diffuso il naturismo. Ed è socialmente accettato, anche se non credo legalmente riconosciuto, praticarlo con discrezione presso parchi e laghi cittadini. Io, che ignoravo del tutto la faccenda, mi trovai a dover rapidamente scegliere fra tre opzioni: scappare scandalizzata urlando come una gallina isterica, rotolarmi a terra dal ridere per i rosei pipini esposti, od assumere l’aria indifferente, quasi annoiata, della donna di mondo abituata a tutto. Ovviamente scelsi la terza via e, fischiettando, continuai tranquillamente la mia passeggiata. Chissà quante altre sorprese mi avrebbe riservato questa città: ricca di storia, cultura e simpatici zuzzurelloni ignudi.

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8. Schlachtensee Il terzo giorno di permanenza a Berlino mi recai allo studentato. Schlachtensee, questo era il suo nome, era costituito da numerosi piccoli edifici, sparsi in quella che poteva definirsi una via di mezzo tra un boschetto ben tenuto ed un parco abbandonato. Vi erano una segreteria, un pub, una macchinetta che distribuiva preservativi, e gli alloggi per noi studenti. Il tutto localizzato in una zona residenziale della città , distante anni luce da qualsiasi forma di svago. La morte sociale. L'iter da seguire per noi nuovi arrivati era il seguente: le segretarie ci facevano firmare il contratto d'affitto, ci assegnavano una stanza e ci dotavano di cartina. Detto cosÏ sembra semplice, peccato che le indicazioni per l'alloggio non fossero del tipo: casa 15, secondo piano, interno 3. Ma consistessero in un codice infinito di cifre, con il quale sarebbe stato piÚ semplice aprire il caveau di una banca in Svizzera piuttosto che trovare la propria camera. Nonostante il mio senso dell’orientamento sia paragonabile a quello di un novantenne rimbambito, riuscii comunque a trovare la mia palazzina: la 17, giusto per cominciare bene. All'ingresso fui intercettata da un ragazzone keniano, alto due metri e largo quanto un armadio che, notando 26


la mia aria smarrita da "pulcino allo svincolo di Roncobilaccio", si mise una mano sulla coscienza, oltre che il mio zaino sulle spalle, e mi accompagnò fino alla porta giusta. L'arredamento di ogni stanza era costituito da una scrivania, un armadio, un letto ed una libreria: il tutto stipato in 3 metri quadri. La camera era molto anonima e spoglia ma, nel giro di poche settimane, l’avrei trasformata nella mia accogliente cuccia. Prodigio reso possibile da una semplice tendina a fiori, un colorato copripiumone, bellissime cartoline pubblicitarie in omaggio ovunque, oggettistica varia proveniente dall’immancabile catena svedese di design low cost, e preziosi ninnoli scovati nei numerosi mercatini sparsi in giro per la città. La prima delle tante persone incredibili che conobbi a Schlachtensee fu la mia vicina di stanza: Lola. Ci incrociammo sul ballatoio, entrambe appena arrivate e desiderose di fare amicizia, e ci sorridemmo. “Hallo, ich bin Pancrazia aus Turin.” “Hallo, ich bin Lola aus Madrid.” Da quel momento sotto i miei piedi si aprì la voragine della barriera linguistica. Lei aveva un vocabolario di un milione di parole, sparate alla velocità di 300 lemmi al secondo, il tutto condito da un fortissimo accento spagnolo. Io parlavo un tedesco elementare e scarno. Lei capiva perfettamente ciò che dicevo io. Io non capivo una mazza di ciò che diceva lei. 27


Ma l’inesorabile Lola non si lasciò intimidire dal mio sguardo perso, e si esibì in un monologo fitto ed incomprensibile che, a distanza di anni, ricordo ancora con terrore. Ignoro totalmente cosa mi abbia detto, potrebbe avermi confessato un passato da narcotrafficante, avermi proposto una cosa a tre con il suo fidanzato, o semplicemente resami vittima della più riuscita supercazzola della storia. Non lo so e, a questo punto, non lo voglio sapere. Per cercare di chetare la logorroica iberica, le proposi una visita degli spazi comuni del piano: la cucina, i bagni e le docce. Se i servizi erano accettabili, la cucina era al di là di ogni immaginazione. Sembrava uscita da uno di quei film sui sopravvissuti ai disastri atomici. La sporcizia di anni regnava sovrana in ogni angolo. Vi erano piatti luridi accatastati su ogni superficie utile. Un dito di unto spalmato su tutte le pareti e pentolame vario, con annessi resti di cibo risalenti al paleozoico, impilato davanti alla finestra. È proprio in questi frangenti che si nota la forza delle persone e lo spirito di adattamento che le anima. La fragile Lola corse a chiudersi nella propria stanzetta dove, probabilmente, versò calde lacrime. Io, che ho sempre avuto lo stomaco d’amianto e non mi schifo di nulla, corsi al supermercato. Mi era venuto un certo languorino. 28


Tornata allo studentato incrociai Marco, un ragazzo di Bolzano, che mi chiese: "Hai visto Simone?" "Chi?" "Simone, quello di Genova, abita qua al terzo piano" "No, non so chi sia, perché?" "È arrivato dall'Italia in macchina, ha portato tutto: stoviglie, parmigiano, caffè. Io cenerò con lui." Lo so cosa state pensando: che tristezza, giovani italiani all'estero che si comportano come gli emigranti degli anni '60 e si mettono in gruppo a mangiare spaghetti. E la globalizzazione? L'Europa unita? Avete perfettamente ragione, autoinvitare?" "Certo, più siamo meglio è!"

ma:

"Mi

posso

La mia prima cena allo studentato Schlachtensee di Berlino consistette in un piatto di spaghetti burro e parmigiano, in compagnia di Marco di Bolzano, Simone di Genova e Anna di Venezia. La globalizzazione poteva attendere.

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9. Alles Gute zum Geburtstag, Deutschland! Il mio arrivo a Berlino coincise con i festeggiamenti per il decimo anniversario della riunificazione politica della Germania. Il 3 ottobre 1990 i tedeschi dell'est e dell'ovest erano tornati ad essere ufficialmente un unico popolo, il 3 ottobre del 2000 alcuni amici ed io cominciammo ufficialmente a fare un po' di sana bisboccia erasmica. Nel 1989 quando, insieme a tutto il mondo, avevo osservato in tv la gente che si abbracciava, buttava giÚ pezzi di muro e beveva birra, ero perfettamente consapevole di star assistendo ad un momento di storia. Ma mai avrei pensato che, undici anni dopo, mi sarei trovata a festeggiare nei medesimi luoghi. Forse anche con la medesima gente. Quel 3 ottobre del 2000 in piazza c'erano tutti: i turisti, gli studenti stranieri, i berlinesi di prima o decima generazione. Tutti, compresi i nostalgici abitanti dell'est che, passata la sbornia euforica dei primi tempi, si trovavano a celebrare una nazione che li aveva accolti, abbracciati, e strangolati. Nostalgici di un mondo che stava scivolando via dalle loro mani e dalla memoria collettiva, reggendosi solo su pochi simboli ancora presenti ma già sbiaditi e commercializzati all'"americana", come le orride ma ricercatissime Trabandt e l'adorabile omino del semaforo (Ampelmännchen). 30


Quel pomeriggio, immersa nella folla di una soleggiata giornata di festa, imparai moltissime cose. Imparai che i tedeschi fanno la fila ordinatamente e dignitosamente anche per utilizzare un bagno chimico. Bagno chimico che, però, puzza della stessa puzza fetente di quelli italiani. Imparai che la diabolica unione di cucina tedesca e turca sarebbe stata la mia rovina. Una rovina colesteronicamente piacevolissima. Imparai che i tedeschi, per una delle celebrazioni più importanti della loro storia recente, avevano scelto di mettere su un baraccone da poveracci, indegno del più disastrato festival della porchetta nostrano. Imparai che al mondo c'era chi, alto un metro e una mela, con addosso una camicia hawaiana, un paio di sandaletti e degli occhiali da sole con le lenti gialle, riusciva a sentirsi comunque un gran figo. Imparai che c'era anche qualche sciagurato che viveva l'Erasmus come una tortura, e contava i giorni che lo dividevano dal ritorno in patria. Imparai che il destino ti fa conoscere per caso e per fortuna le persone giuste che, nonostante la vita si diverta sempre ad allacciare e slacciare rapporti, ti rimarranno amiche anche dopo più di dieci anni. Ma sopra ogni cosa imparai che, se essere nel posto giusto al momento giusto è difficile. Essere nel posto sbagliato al momento sbagliato è un'arte.

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Arte in cui, non per vantarmi, io eccellevo ed eccello tutt'oggi. Dopo aver sentito l'ennesimo neomelodico tedesco, anche se lo spumeggiante spettacolo non era ancora terminato, decisi di tornarmene a casa. Appagata e divertita, varcai la soglia della mia accogliente stanzetta, quando mi arrivò un solerte sms dall'Italia. Uno dei miei cugini mi scrisse: "Sarai contenta, finalmente l'hai visto dal vivo!". Boris Becker era salito sul palco della fiera della porchetta per dare la sua benedizione urbi et orbi alla folla in deliquio. I miei parenti in Italia l'avevano visto al tg. Io me l'ero perso dal vivo per cinque minuti. Cinque stramaledettissimi minuti. Com'è nel mio stile, presi la curiosa poco propizia coincidenza con molta calma. Allo studentato ancora si ricordano le urla di dolore della "piccola italiana indemoniata".

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10. Facce da studentato La vita all’interno di uno studentato scorre veloce. Il giorno prima sei un nuovo arrivato, non conosci nessuno e ti orienti a fatica. Il giorno dopo inizi a costruirti quella rete di conoscenze che ti accompagnerà per i mesi a venire. Il giorno prima ti sembrano tutti strani ed alcuni ti fanno anche un po’ paura, il giorno dopo hai la certezza che alcuni di loro siano davvero molto strani, ma invece d’intimorirti t’incuriosiscono e divertono. Come il "Professore Vietnamita”, giovane docente universitario momentaneamente prestato all'Europa. Piccoletto e pieno di energia, custodiva nella propria minuscola e caotica stanza la strumentazione sufficiente per procedere alla fusione a freddo, alla costruzione di uno shuttle e, in caso di necessità, anche alla preparazione dei tortelli di zucca. O lo “Spagnolo Smutandato”, anello di congiunzione tra un orso bruno ed un tirannosauro. Arrancava per i corridoi sciabattando, grattandosi alternativamente la pancia o il sedere, e rispondendo ai saluti altrui con grugniti intellegibili. Oppure l’inquietante “Donna Fantasma”, ragazza d'ignota provenienza, che usciva dalla propria stanza solo per riempire un bollitore in cucina e poi, veloce com'era venuta, tornava a rinchiudersi in camera. Senza proferire parola alcuna e senza alzare lo sguardo dal pavimento. Nessuno sentì mai la sua voce, al punto che 33


alcuni di noi sono tuttora convinti di essere stati vittime di un’allucinazione collettiva e che lei, in realtà, non sia mai esistita. O, ancora, l’adorabile “Irlandese Sciroccata”. Tanto dolce quanto svampita. Un viso tondo incorniciato da lunghi capelli biondi e due occhi a palla sempre spalancati verso il mondo. Lei non sembrava giungere solo da un altro paese ma proprio da un altro pianeta. Forse, date le sue origini, non era neanche un essere umano, ma un folletto con tanto di arcobaleno e pentola d’oro custoditi gelosamente sotto il letto. Per non parlare del “Cinese Iperattivo”. Esagerato in tutto: altissimo, in perenne movimento, affetto da un buon umore tanto eccessivo da risultare irritante, e soprattutto logorroico. L’unico modo per sfuggire al fiume di parole con cui ti travolgeva era pronunciare la formula magica: “Vieni a farti un giro ad Est?” A quel punto si bloccava, emetteva un segnale acustico ed il nasone prendeva a lampeggiargli, “No, Est no. Est pericoloso”. Avete presente l’Allegro Chirurgo? Uguale. Il ragazzone era convinto che la parte orientale della città fosse popolata da migliaia di Naziskin, armati di mazze ferrate e alla continua ricerca di poveri stranieri, meglio se cinesi, da corcare di botte. Nessuno riuscì mai a convincerlo del contrario. Ma il mio preferito rimane di gran lunga lo “Svizzero in vetrina”, ragazzo buffo ed esibizionista, che viveva al pian terreno in uno stanzone con enormi finestre e senza tende. Lui dormiva, studiava e ascoltava musica, il 34


tutto davanti ai nostri sguardi curiosi che, in assenza della televisione, si accontentavano di questo reality show live. La varietĂ del genere umano non finirĂ  mai di stupirmi.

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11. Basso profilo Berlino. Ufficio Erasmus. Una babele di voci e di visi. La consapevolezza di stare vivendo un’esperienza unica, un’occasione da cogliere, un'avventura da assaporare attimo per attimo. Decine di studenti provenienti da tutta Europa e appartenenti alle facoltà più diverse, tutti accalcati in una stanzetta a compilare moduli e ad aspettare pazientemente il proprio turno. Dopo molte ore di attesa finalmente toccò a me. Sorridente consegnai il mio foglio e, altrettanto sorridente, salutai e mi avviai verso l’uscita. "Aspetti un momento signorina", venni bloccata. Mi si raggelò il sangue nelle vene. Tutta la vita mi passò davanti agli occhi come un film: il carillon con le apine sulla culla, le ginocchia sbucciate che bruciavano come l'inferno, il primo giorno di scuola con la cartella rossa e blu, gli occhi belli del mio compagno di banco, il saggio di danza con il tutù cucito da mamma, i balli lenti alle feste delle medie, il primo bacio senza lingua, il primo bacio con la lingua, gli amori, le delusioni, le albe in spiaggia, l’arrivo in Germania. Lo sapevo: era troppo bello per essere vero. Ci doveva essere stato un errore. Non avevo vinto nessuna borsa di studio. 36


Mi avrebbero rimandata in Italia. A calci. “Si?”, risposi cercando di mantenere un’aria dignitosa. “Lei è italiana e studia medicina?” “Già” “Abbiamo bisogno di lei” “Di me?” “Dovrebbe partecipare all’apertura dell’anno accademico” Alla cerimonia avrebbe dovuto prendere parte un gruppo rappresentativo di Erasmus: giovani di diverse facoltà e diverse nazionalità. Alla collezione mancavano un italiano ed uno studente di medicina. Io, per mia sfortuna, appartenevo ad entrambe le categorie. Ero la figurina mancante che completava l'album. “Sarebbe meglio che sceglieste qualcun altro. Io parlo pochissimo tedesco. Anzi, guardiamo in faccia la realtà, non lo parlo proprio!” “Non c’è alcun problema, non dovrà dire nulla, ma solo sorridere e stringere la mano al Rettore.” “Me lo giura?” “Si” “Ok, ma so già che me ne pentirò.” Essere rispedita a Torino sarebbe stato sicuramente peggio, ma anche l’idea di prendere parte ad una cerimonia ufficiale mi metteva addosso non poca ansia. 37


Immaginavo mille catastrofici scenari, che andavano dall’inciampare e planare di faccia sul palco, al cadere dal suddetto palco e planare di faccia sulla platea. Arrivato il fatidico giorno però ero abbastanza rilassata, pronta a mettere in atto il mio diabolico piano. Dovevo semplicemente mantenere un basso profilo, il più basso possibile. E rendermi invisibile, magari occultandomi abilmente dietro le piante che ornavano la sala. Arrivare, annuire, sorridere e nient’altro. Ce la potevo fare. Con un po' di fortuna e la giusta congiuntura astrale avrei concluso la mattinata senza figuracce e imbarazzi. Scelsi anche un abbigliamento adatto allo scopo: pantaloni neri e camicia verde scuro, in pratica una tuta mimetica per signorine. Purtroppo il mio progetto iniziò a scricchiolare appena vidi il posto assegnatomi: in braccio al Rettore. Altro che passare inosservata, stavo in prima fila lungo il corridoio centrale. Occupavo il posto d’onore. Secondo me quelle burlone dell’ufficio Erasmus l’avevano fatto apposta, e questo era un tipico esempio di umorismo tedesco. L’umorismo tedesco fa schifo. Un po’ meno tranquilla di quando ero entrata mi sedetti e attesi l’inizio. Il maestro di cerimonia era un noto giornalista televisivo locale, che si lanciò in un appassionato discorso sull’importanza della fratellanza tra i paesi europei, e sulla bellezza di questi scambi culturali tra 38


studenti. Io, a schiena dritta ed orecchie spalancate, cercavo di non perdermi neanche una sillaba, pronta a scattare in piedi quando ci avessero chiamato. Subito dopo prese la parola il Rettore ed il registro cambiò completamente. Egli era decisamente meno incisivo, molto più prolisso e parecchio soporifero. La mia posizione da cane da caccia lasciò rapidamente il posto a quella di un gattone spalmato su una poltrona. Orecchie basse, schiena accartocciata, palpebra calante e mente persa nell’infinito ed oltre. Fino a quando, con mio sommo orrore, mi resi conto che nella sala era calato il silenzio e che tutti mi stavano osservando con aria interrogativa. La ragazza che mi era seduta accanto mi ringhiò a denti stretti: “Che stai aspettando? Alzati, tocca a noi!” Ed io a capo chino mi trascinai con fare colpevole fino al palco, dove strinsi mani e stiracchiai un imbarazzato sorriso. Questo fu l’inizio del mio anno accademico: non osavo neanche immaginare come sarebbe stato il seguito.

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12. Le Comari I primi giorni dell’Erasmus sono inevitabilmente dedicati a burocrazia e acquisti di prima necessità. Una volta ottenuto un giaciglio dove poggiare le proprie stanche membra bisogna aprire un conto bancario a garanzia, ufficializzare la residenza, fare l’abbonamento mensile dei mezzi per evitare di spendere un fantastiliardo in sei mesi, acquistare stoviglie, e via dicendo. Tutti questi passaggi si compiono in gruppo. Perché, per quanto si possa essere spavaldi e disinvolti, tante cose assieme fanno un po’ paura, ed avere qualcuno a fianco con cui condividere scoperte e ritardi, timbri apposti ed insormontabili mura burocratiche può essere molto rassicurante. È per questo motivo che, per i primi giorni, gli studenti Erasmus si muovono in macrogruppi mononazionali. Noi italiani, particolarmente numerosi, ci separammo spontaneamente in sottoinsiemi nati da istintive affinità, immediate simpatie, geografiche vicinanze. Questi gruppi poi con il passare del tempo si sarebbero sfilacciati, amalgamati con altri, mischiati fino a creare compagnie eterogenee e internazionali. Compagnie di amici provenienti da tutta Europa e da tutto il mondo. Questi sono gli amici ma poi c’è anche la famiglia. No, non quella che ti aspetta in patria con un piatto caldo e il magone di mamma che “sta tanto in pensiero”. 40


La famiglia che istintivamente ti costruisci all’estero per avere una tana. Per avere un nucleo originario in cui rientrare a ricaricare le pile, a cercare sostegno incondizionato, a godere di sfacciato affetto. Io avevo delle sorelle. Eravamo in sei. Sei sorelle. Degne della più classica letteratura. Noi eravamo le March della Alcott oppure le Bennet della Austen. Noi eravamo Jo, Amy, Meg o Liz. Noi eravamo tutto questo e molto di più. Noi eravamo e siamo le Comari. Le allegre comari di Windsor. Scoperteci per caso e per fortuna. Amiche a Berlino dodici anni fa e amiche ancora adesso. Tutte italiane e tutte diverse.

Renée, la sorella maggiore, non per mere questioni anagrafiche ma per una predisposizione naturale. Da Brooklyn a Formia. Da Formia a Berlino. Chi può reggere shock culturali di tale portata, senza alzare neanche un sopracciglio, è destinata a guidare le folle, ad allacciare amicizie con tutto il mondo, a tenere la schiena dritta e lo sguardo fiero di fronte a tutte le avversità. A non mollare il timone neanche nella burrasca, anche se dallo sforzo sanguinano le mani, anche se delle volte sarebbe bello far capitanare la nave a qualcun altro e mettersi sul ponte a prendere il sole. Sissi, figlia delle notti romagnole e della piadina, organizzatrice di eventi fin dalla culla.

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Una donna dalla punteggiatura risoluta. Per lei niente puntini di sospensione ma solo punti esclamativi. Per lei nessuna domanda ma solo risposte. A vent’anni i bambini le facevano orrore. Superati i trenta ne ha fatti 3, perché lei è un’ingorda e la vita l’affronta a testa bassa e bocca aperta. Aperta a divorare il mondo con un’allegra incontenibile follia.

Gra', la sorella bella. In tutte le famiglie ce n’è una. Nella nostra c’è lei. Bella come solo una donna del sud dal sangue campano sa essere. Bella di una bellezza sfacciata che non provoca invidia ma mette allegria. Bella e intelligente, ma anche sciroccata e imprevedibile. Gra' è la regina della notte che però va a dormire alle 22:30 perché ha sonno. Gra' è tutto e il contrario di tutto. Gra' era berlinese ancora prima di arrivare a Berlino, ma non sarebbe mai stata in grado di uscire senza cartina neanche dopo 6 mesi di permanenza. Perché lei è l’unica persona al mondo ad avere un senso dell’orientamento peggiore del mio. Eli è la sorella minore. Quella che ha bisogno di sostegno ed aiuto. Quella che da piccola avrebbe voluto una famiglia normale, avrebbe voluto farsi la comunione con le sue amichette, avrebbe voluto tante cose. Quella che da piccina, con le trecce ed il pigiama rosa, entrava in un affollato soggiorno dei Parioli per augurare la buona notte a mamma e papà. A mamma, papà e a tutti i loro amici sempre in riunione. 42


“Buonanotte compagna Eli”, le dicevano. “Buonanotte compagni”, rispondeva lei con poca convinzione. Eli è fragile ma indistruttibile. Eli con il suo gatto nero dall’evocativo nome biblico: Giuda.

La Mari è la sorella in gamba. Dove gli altri tentennano, lei sorride. Dove gli altri faticano lei corre. Vissuta in una famiglia piena di uomini, scelse una facoltà da maschi, esibendo una femminilità naturale e mai ostentata. Durante i felici mesi tedeschi, La Mari non ha comunque mai smesso di pensare con nostalgia al suo lago di Como. Ci pensava mentre si adattava senza fatica e con superiore distacco all’immensa Berlino. Berlino che stregava ed ammaliava tutti. Tutti tranne lei. Lei che non si faceva conquistare ma conquistava. E poi c’ero io. Ci sono io. Niente da aggiungere al riguardo.

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13. Die Schwarzwaldklinik Superati i giorni di adattamento, la fase da turista, lo stupore per i primi surreali incontri e gli episodi imbarazzanti, iniziò finalmente anche la mia vita vera e propria da studentessa di medicina all’estero. Per cominciare subito con il piede giusto, al primo incontro di noi stranieri con la coordinatrice ed i nostri buddy(*) mi presentai con un olimpionico ritardo. Io, tra gli altri, ho due grandissimi difetti: sono assolutamente incapace di essere puntuale e totalmente priva di senso dell’orientamento. Riguardo al primo ho una mia teoria: essendo nata con più di quattro settimane di anticipo godo di un bonus di tempo da utilizzare per arrivare tardi agli appuntamenti. Ma ormai negli anni ho accumulato così tanto ritardo che, per giustificarlo, dovrei aver visto la luce alla seconda o terza settimana di gestazione. Per quanto riguarda l’orientamento, anche in questo caso ho un’inattaccabile teoria: sono rimbambita. Se devo scegliere tra due direzioni, scelgo sempre quella sbagliata. Se fossi una di quelle cavie che, all’interno di un labirinto, devono trovare l’uscita per meritarsi il formaggio, sarei una cavia morta di fame. Quindi, sommando queste due caratteristiche al fatto

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che mi trovassi in una città che mi era ancora per lo più sconosciuta, il risultato fu inevitabile. Prima di arrivare alla Benjamin Franklin, sede della facoltà di medicina della Freie Universitaet, finì in una clinica abbandonata prossima alla demolizione, e poi in un casermone più simile ad un carcere che ad un ospedale. Finalmente, quando ormai avevo perso ogni speranza, con un’ora abbondante di ritardo sulla tabella di marcia, trovai la clinica giusta. Un ospedale enorme, lindo e nuovissimo, immerso in un parco col prato all’inglese, dove passeggiavano dottori affascinanti dai camici perfettamente stirati, e pazienti dalle gote rosee e lo sguardo pieno di speranza per il futuro. O io ero talmente felice di avere trovato finalmente il posto giusto da avere le allucinazioni, o parte dei soldi del sistema sanitario tedesco vengono spesi per pagare dei figuranti che diano ai nosocomi un’aria da fiction. A tutt’oggi propendo per la seconda ipotesi. Raggiunsi i miei compagni nel mezzo di una visita guidata delle varie aule. Brigitte, la coordinatrice col vocione e la stazza da tedesca cattivissima ma la facciotta tonda ed il sorriso rassicurante da tedesca buona che vive in un alpeggio, mi prese da parte. Io ero già pronta a beccarmi il primo cazziatone in lingua crucca ed invece lei, con fare cospiratorio, mi 45


sussurrò: “Felix, il tuo buddy, è già andato via ma mi ha detto che vi vedrete al prossimo incontro, ok?”. Il tutto accompagnato da una strizzatina d’occhio ed un sorriso malandrino. Io ero troppo felice di non essere stata sgridata per interessarmi d'altro, e solo al successivo appuntamento avrei compreso la strizzatina d’occhio, il sorriso malandrino e la ricerca di complicità tra donne. Ma non voglio anticiparvi troppo. Alla fine del giro turistico tornammo tutti nell’ufficio Erasmus, dove ci venne chiesto se ci fosse qualcuno in difficoltà con il tedesco. Due timide mani si alzarono, la mia e quella di un'altra ragazza, entrambe italiane. Della serie: facciamoci sempre riconoscere. Gitte (Brigitte) ci consigliò di cercare un corso intensivo di lingua, mentre lei avrebbe organizzato gli orari delle nostre lezioni in modo da riuscire a fare incastrare il tutto. Miracoli dell'efficienza teutonica. Appena rimaste sole, l’altra ragazza, dotata di un ego spropositato secondo solo alla sua travolgente simpatia, mi raggelò con un acido “A me non serve un corso, mi basteranno solo poche ore: sono sempre stata molto portata per le lingue”, a cui io risposi sinceramente con un “Beata te, io mica tanto.” Da quel momento le nostre strade si divisero. Ma non per sempre. (*)buddy: indigeno il cui compito è rispondere alle 46


moleste richieste e insidiose domande dello studente straniero in trasferta germanica.

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14. Die Deutschkurse Io, dotata dell’autostima di un criceto e facile preda dell’ansia da prestazione, m'iscrissi a due scuole di lingua contemporaneamente: una si trovava tra le villette ed i giardini fioriti, l'altra nella parte turcoproletaria della città. Per due mesi e mezzo seguii entrambi i corsi ed anche le lezioni all'università. Il tutto grazie ad un orario ad incastro che mi sballottava da una parte all’altra di Berlino, costringendomi a ipercalorici pranzi al volo. Divoravo hamburger grondanti maionese, cipolla e colesterolo. Ingurgitavo mastodontici panini teutonici, imbottiti con gli onnipresenti cetrioli. Cadevo in estasi mangiando l’oleosa pizza salami a Zoologischer Garten. Per fortuna all’epoca ero giovane, con uno stomaco di ferro ed un metabolismo rapidissimo. Se mangiassi così adesso, probabilmente, non vivrei abbastanza a lungo da raccontarlo. Il primo corso di tedesco consisteva in due lezioni mattutine a settimana. Sei ore in tutto. Sei ore tenute in un bel palazzo da insegnanti totalmente incompetenti. Il programma procedeva con una lentezza esasperante ed io, con il passare del tempo, lo seguii sempre più saltuariamente ma non lo abbandonai mai del tutto, sia perché l’avevo già pagato e neanche poco, sia perché l'umanità che popolava la mia classe era incredibilmente 48


varia ed interessante. Andare a questi corsi è un po' come andare allo zoo, e visto che ai giardini zoologici io non ci vado per principio, la mia classe di tedesco era il perfetto compromesso tra etica, morbosa curiosità, ed antropologia urbana. Tra i tanti compagni c'era l’italiano iscritto a veterinaria, a sentir lui avrebbe avuto bisogno solo di un ripasso delle regole di base per migliorare un tedesco già eccellente. Peccato che necessitasse di un tutor anche solo per prendere un caffè alla macchinetta. "Cosa significa mit Zucker?" "Con zucchero" "E ohne Zucker?" "Senza zucchero" C’era l’au pair franco-canadese. Dolce, carino ed educato, ma talmente molesto con l’insegnante da riuscire spesso a portarla sull’orlo di una crisi di nervi. "Ma davvero in tedesco si dice così? Che strano. In francese diciamo diversamente. Ma davvero in tedesco quella cosa è femminile? Che strano. In francese è maschile. Ma davvero... " "Taci! Non ce ne frega niente del francese. Questo è un corso di tedesco: t-e-d-e-s-c-o!" C’era la casalinga statunitense, trascinata dall'altra parte del mondo dal lavoro del marito. Lei soffriva per la nostalgia del proprio paese, della propria famiglia e 49


soprattutto della propria lingua, e soffocava la tristezza cucinando deliziosi muffin per tutti quanti. La sua abilità culinaria aumentò esponenzialmente ad ogni nuova infornata, mentre la sua conoscenza del tedesco non si schiodò mai dalle basi elementari che, nello specifico, consistevano nei giorni della settimana ed i numeri fino al 20. Ed infine c’era il misterioso pittore cinese, che si espresse a gesti per la durata di tutto il corso e ci mise due mesi per imparare a dire: "Wo ist die Toilette?" Non voglio neanche pensare alle dimensioni raggiunte dalla sua vescica nel frattempo. Durante quelle ore imparai poco o niente, ma mi divertii tantissimo in mezzo a quella colorata gabbia di matti. Il secondo corso, molto più intenso ed infinitamente più utile, consisteva in 12 ore settimanali, tenute in una scuola elementare sotto la guida di un'insegnante fantastica, che avrebbe potuto far parlare fluentemente tedesco anche ad un chihuahua balbuziente. Nella classe vi erano musicisti, giunti da varie parti del mondo per migliorare la propria formazione, ed un folto gruppo di donne turche, che avevano lasciato il proprio paese ed il proprio lavoro per seguire i mariti in terra germanica. C’era il bassista francese, molesto quanto il ragazzo 50


canadese e con l'aggravante di essere meno simpatico e piacevole di un attacco di colite. C’era la chitarrista ucraina, che aveva a cuore solo tre cose: suonare, sposare il grande amore che l’attendeva in patria, e trovarmi un fidanzato. "Ma davvero non hai un ragazzo?" "No" "E come mai?" "Perché no" "Eppure non sei brutta" "Grazie, ma il ragazzo non ce l'ho lo stesso" "Non ti piaceranno mica le donne?" "No" "Guarda che per me non è un problema" "Neanche per me, ma per ora preferisco gli uomini" "Se vuoi te lo trovo io un fidanzato" "No, grazie" "Ho tanti amici. E tante amiche. Se preferisci" "No, grazie, faccio da sola. Se poi cambio idea ti chiamo, ok?" E poi c’era Aida, sempre con addosso il velo ed un vestito nero lungo fino ai piedi. Di primo acchito ricordava le arcaiche donne di paese che si vedono nelle foto dei nonni. Ma appena apriva bocca si rivelava essere una mente arguta e moderna. Aida fu per me la porta che si aprì verso una cultura sconosciuta, il riflettore che illuminò senza pietà la schiavitù dei pregiudizi e delle fallaci prime impressioni. 51


Schiavitù inevitabile, nonostante gli anni di educazione aperta e politicamente corretta. Schiavitù da cui ci si libera solo dopo averne preso dolorosamente coscienza. Durante quei mesi intensi venni a contatto con culture diverse, conobbi persone straordinarie, compresi a fondo il significato della parola “privilegiata” e, con mio sommo stupore, iniziai anche a parlare tedesco. Quando i corsi finirono potei dedicare tutte le mie energie alle ore di lezione all’università e, soprattutto, ai gruppi di studio pomeridiani che mi erano stati appositamente posticipati. Destino volle che m'imbattessi nuovamente nell’altra italiana con le lacune linguistiche. Ella, la simpaticona poliglotta con l'ego ipertrofico, nel frattempo non aveva fatto grandi passi avanti con il tedesco, tutt'altro. Me la ritrovai dunque attaccata come una cozza allo scoglio, una cozza spaventata che non capiva nulla di ciò che le dicevano gli altri, e che necessitava di una continua traduzione simultanea da parte mia. Ovviamente, a quel punto, l'ego smisurato venne a me.

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15. Il mio Buddy Qualche mese prima di partire per Berlino, la facoltà di medicina della Freie Universitaet mi assegnò un Buddy, uno studente che mi avrebbe aiutata nell'inserimento. Il suo nome era Felix e divenne in breve tempo oggetto di smodata curiosità da parte di tutti i miei amici di Torino. Fondamentalmente questi si divisero in due fazioni, da una parte c’erano i ragazzi che lo vedevano come il classico sfigato tedesco con la faccia da rubicondo bambinone e la pancia da birraiolo all’ultimo stadio, e dall’altra le ragazze che invece se lo immaginavano biondocrinito e bello da togliere il fiato. Io, un po’ per non farmi troppe illusioni ed un po’ per il calcolo delle probabilità, puntavo le mie speranze su un ingenuo bavarese, simpatico ma bruttarello. La vita, anche in questo caso, riuscì a sorprendermi. Il nostro primo incontro avvenne ad una riunione di studenti stranieri e fu memorabile. L’appuntamento era in uno dei tanti locali vicini alla Spree ed io, in ritardo come sempre e priva di vergogna come solo all'estero si può essere, decisi di cenare con un cartone di latte bevuto alla goccia in metropolitana. Non fatemi domande. Non chiedetemi il perché. Non sarei, in tutta onestà, in grado di darvi una risposta. Ciò che so è che questa mia curiosa scelta alimentare attirò l’attenzione di tutto il vagone e, soprattutto, la simpatia 53


incondizionata di una vecchina che mi attaccò un mastodontico teutonico bottone, tanto da riuscire a farmi sbagliare fermata. Scesa dalla metro, decisi di tornare indietro a piedi, ma venni braccata da due ragazzotti il cui scopo della serata era fare proselitismo e, nello specifico, trascinare me medesima a una riunione di parrocchia. Oh poveri sventurati! Io, per non perdere altro tempo e mettere subito le cose in chiaro, iniziai a parlare latino al contrario e girai la testa di 360°. Loro interpretarono questa mia reazione come un no. E scapparono urlando. Infine, a un passo dalla meta, mi venne incontro un ragazzo che, abbandonato da un’amica al momento del bisogno, si ritrovava con un biglietto del teatro in piÚ. Biglietto che mi voleva regalare. Regalare. Regalare. La tentazione fu grande, ma dare un secondo bidone a Felix nel giro di una settimana mi parve davvero troppo e quindi, a malincuore, rinunciai allo spettacolo ed entrai finalmente nel locale. I miei compagni di Erasmus erano tutti seduti in un angolo e, in piedi di fronte a loro, un ragazzo stava chiedendo: "Wer ist Pancrazia?" Io, con la grazia che mi contraddistingue da sempre, cominciai a sbracciarmi, "Sono qua! Sono io!" 54


Lui si voltò a guardarmi e mi sorrise. Io lo guardai, me ne innamorai e gli buttai le braccia al collo. Fu l'inizio di una meravigliosa storia d'amore. Io lo adoravo con la devozione di una dodicenne. Lui non mi si filava neanche di pezza. Eravamo fatti l’uno per l’altra. Felix era bello. Alto, castano, dotato di profondi occhi scuri ed un sorriso abbagliante. Bello come il fidanzato ideale che qualsiasi madre vorrebbe veder portato a casa dalla propria figlia. Bello come l’uomo che qualsiasi donna vorrebbe vedere accanto a sé al risveglio. Insomma, bello bello, in maniera assurda. Felix era triste. La fidanzata storica, una valchiria bionda, l'aveva mollato, spezzando il suo teutonico cuoricino. Lui si trovava nella medesima fase in cui mi ero trovata io quasi un anno prima. Frignava, si lamentava e guardava la sua ex con gli occhioni da cucciolo abbandonato. Certo, lo faceva con più dignità di quanta ne avessi dimostra io al suo posto, ma era pur sempre uno spettacolo indecoroso a cui assistere. Felix era piacevole quanto un gatto attaccato alle mutande. Amava scegliere un argomento e sviscerarlo fino allo sfinimento dell’interlocutore. Più la conversazione era avulsa dal contesto, e più lui si appassionava. Più l’altro cercava di perdere i sensi sbattendo la testa al muro, e più lui lo metteva all’angolo impedendo qualsiasi via d’uscita. 55


Ricordo ancora quella festa in cui pontificò per un'ora circa l'inquinamento dei laghi berlinesi, mentre la mia amica Renée passava rapidamente dall’ammirazione smodata per la di lui sfacciata gnocchitudine al desiderio incontenibile di sopprimerlo. Felix era imbranato. Una volta, per fare il simpatico, mi si acquattò dietro le spalle e cercò di tirarmi giocosamente i capelli. Peccato che io, in quel momento, mi stessi alzando dalla sedia e lui, l’emerito idiota, giocosamente quasi mi fece lo scalpo. Felix era del tutto privo di senso dell'umorismo. Lo compresi la sera stessa in cui lo conobbi, quando un ragazzo greco, scherzando sulla propria scarsa conoscenza del tedesco, ebbe l'ardire di affermare: "Per fortuna frequento neonatologia, dove i pazienti non parlano" Tutti risero. Tutti tranne il bel Buddy. "No, ma che dici? E' importantissima la comunicazione con i genitori. Devi parlare con loro!" "Sì, lo so. Scherz..." "I genitori hanno bisogno di essere rassicurati" "Non lo metto in dubbio. Stavo scherzan..." "E' importante bla bla bla" "Stavo solo facendo una battu..." "Bla bla bla" "..." "Bla bla bla" "..." 56


"Bla bla bla" "..." "Bla bla bla" "Mavaffanculova" Nonostante tutto questo, Felix riusciva a smuovermi l’ormone come mai nessuno prima. E la sua sola presenza fu in grado di trasformarmi per mesi in un’adolescente balbettante, arrossente e condannata a rendersi ridicola ad ogni incontro. Insomma, ero tornata alle medie.

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16. Il mio regno per un passaporto! È noto che l’amore e, soprattutto, le cotte pseudo adolescenziali facciano perdere lucidità mentale. Se poi, come nel mio caso, già di base si è poco lucidi, è ovvio che sia sufficiente un solo messaggio da parte dell’amato bene perché la catena dell’assurdo si metta in moto. Felix, che non mi si filava di striscio, che sembrava considerarmi solo una scocciatura, che a malapena si ricordava il mio nome, un giorno, assolutamente a sorpresa, mi invitò a passare un week end assieme. In Polonia. Nel 2000 per andare in Polonia ci voleva il passaporto. Nel 2000 io il passaporto non ce l’avevo. In effetti, prima di partire per la mia avventura Erasmus, tutti mi avevo consigliato di farlo. Ma io, imperatrice assoluta della procrastinazione e delle occasioni perdute, avevo rimandato la faccenda fino a quando non era stato troppo tardi per ottenere l’agognato documento. Niente passaporto. Niente Polonia. Niente Polonia. Niente appassionato week end insieme al mio Buddy. Niente week end. Niente fidanzamento. Niente fidanzamento. Niente matrimonio. Niente matrimonio. Niente bambini. 58


Non mi potevo arrendere senza lottare. Lo dovevo fare per Boris, Michael e Florian. I miei adorati figlioli, belli come il loro babbo Felix, e dalla vivace personalità come la loro fascinosa madre, me medesima. La mia mente, alterata dagli ormoni, lavorò incessantemente tutta la notte alla ricerca di una soluzione. Come avrei potuto passare il confine? Nascondendomi nel bagagliaio della macchina? No, rischiavo di spettinarmi. Scavando un tunnel sotterraneo? No, mi sarei rovinata le unghie. Paracadutandomi direttamente in terra polacca? No, me la sarei fatta sotto. Alla fine decisi di provare con un metodo legale, semplice e che non mi avrebbe provocato un attacco di panico. Mi sarei rivolta alle autorità. Trascorsi il giorno successivo cercando la sede dell'ambasciata italiana che, ai tempi, era piccola, provvisoria e anonima. Arrivai a due minuti dall'orario di chiusura, arrancai per le scale e raggiunsi l'ingresso. Ero stanca, sudata, stropicciata e nel mio sguardo si intuiva chiaramente un guizzo di follia. Già in attesa, prima di me, vi era invece un’elegante ed inamidata signora che, dall'alto dei suoi tacchi e della sua messa in piega, mi lanciò un'occhiata di teutonica superiorità. 59


Venimmo accolte da un carabiniere. Io, con i miei capelli ricci arruffati, e la signora, con la piega perfetta, esordimmo nel medesimo momento. "Guten Tag!" disse lei, "Buongiorno" salutai io. Il bel giovane, perché di gran bel pezzo di figliolo si trattava, si voltò verso di me, "Buongiorno, prego si accomodi". E poi, rivolto alla Frau, "Bitte, warten sie einen moment"(*), e le chiuse la porta sul nasino perfetto. Dopo essermi presa la soddisfazione di venir ricevuta per prima solo grazie ai miei italici natali, avanzai a testa alta per il corridoio, elargendo sorrisi a destra e a manca, e sprizzando ottimismo da tutti i pori. Un solerte impiegato mi venne immediatamente incontro, "Prego, signorina, mi dica. Cosa possiamo fare per lei?" "Buongiorno, avrei bisogno di un'informazione. Ci vuole molto per fare il passaporto qui a Berlino?" "No. Prima la inseriamo nelle liste degli italiani residenti all'estero. Poi le forniamo una nuova carta d'identità e un nuovo passaporto. Qualche mese dovrebbe essere più che sufficiente." Mossa dalla disperazione che solo una donna innamorata, o quantomeno fortemente invaghita, può provare, continuai ad insistere. "Vede, il problema è che il passaporto mi servirebbe in fretta. Non si possono velocizzare un pochino i tempi?" 60


"Beh, una volta fatta la richiesta, possiamo provare a sollecitare la questura in Italia. Per quando le serve?" "..bato", biascicai imbarazzata, improvvisamente consapevole di quanto fosse folle la mia richiesta. "Eh?" "..abato", ripetei vergognandomi di me stessa. "Scusi? Non ho capito" "Sabato." "Quattro giorni? Vuole un passaporto in quattro giorni?" Non mi arresi neanche di fronte all'aria scioccata dell'impiegato. Dovevo continuare a provarci: lo dovevo fare per me e per il futuro padre dei miei figli! "Non esiste niente che possa fungere da surrogato? Un permessino speciale? Un visto a tempo?" Un visto a tempo. Ancora non ci posso credere. Chiesi un visto a tempo! "No, no, no. Niente del genere", fece lui, "ma perché ha tanta fretta?" A quel punto mi resi conto che la risposta "perché devo andare in Polonia con un gran bel pezzo di ragazzo tedesco che, se gli dico no questa volta, non mi inviterà mai più, non mi sposerà, non fonderà il suo perfetto DNA con il mio, in seguito a numerose, folli e focose notti d'amore" sarebbe stata davvero troppo imbarazzante. Anche per una come me, notoriamente senza vergogna.

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Decisi che, se non sarei uscita da quell'ambasciata con un passaporto, almeno me ne sarei andata in grande stile e con la mia dignità ancora intatta. O quasi. Assumendo un'aria molto professionale e mentendo con tutta la spudoratezza di cui sono capace, dissi: "Una conferenza. Mi sto laureando in medicina e mi sarebbe piaciuto allargare ulteriormente le mie conoscenze nel campo della neurochirurgia. Il prossimo week end si terrà un convegno di prestigio a Varsavia. Ma, a quanto pare, purtroppo dovrò rinunciarvi." Il fatto che io, in realtà, fossi a 200mila esami dalla laurea, odiassi la neurochirurgia e che il convegno fosse ovviamente una mia sfacciata invenzione erano particolari che, innocentemente, decisi di tacere. "Mi dispiace. E' un vero peccato. Vorrei tanto esserle d'aiuto, sono mortificato." Io tagliai corto, perché anche il mio livello di paraculaggine non è infinito, "Grazie lo stesso, arrivederci", e me ne andai quasi di corsa. Il mio motto è sempre stato: "Se devi spararla, sparala grossa". Poi, però, raccontala urbi et orbi in modo che tutto il mondo sappia quanto tu sia deficiente.

(*): "Prego, aspetti un attimo" 62


17. Di popoli superiori, ottime scuse e saudade Uno degli aspetti più interessanti che caratterizzano l'Erasmus consiste nella possibilità di confrontarsi con altre culture. Un'esperienza unica di cui far tesoro. Le differenze culturali, le difficoltà linguistiche e gli alcolici che scorrono a fiumi fanno sì che, durante i vari party, si assista o si partecipi a conversazioni al limite del grottesco. Un sabato d'ottobre la Kneipe(*) dello studentato s'inventò "L'Oktoberfest in ritardo". Il locale era stato addobbato per l'occasione con festoni bianco-azzurri (i colori della Baviera) e riempito con centinaia di ragazzi a vari stadi di ubriacatura. Dall'avanzato, al molto avanzato, all'avanzatissimo. Quella, non a caso, fu la sera in cui Anna, la veneziana, coniò l'evocativa espressione: "depravazione alcolica". Fu proprio durante quella serata celebrativa che ebbi l'onore di incontrare il ragazzo più antipatico dello studentato. O meglio del quartiere, della città, della regione, della nazione, del continente, del pianeta, della galassia. Anzi no, dell'universo tutto. "Da dove vieni?", mi chiese l'infido.

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"Sono italiana, di Torino. E tu?", gli risposi ignara della discussione senza senso in cui stavo andando a cacciarmi. "Sono iraniano. È davvero curioso che tu sia italiana. Io mi sono sempre chiesto una cosa sugli italiani." "Sul serio? Chiedi pure. Vuoi sapere gli ingredienti originali della vera pizza margherita?" "No." "Che differenza c'è tra un mandolino e una chitarra?" "No." "Non vorrai mica farmi qualche domanda su Berlusconi? Ti prego no, non infierire. Non sarebbe meglio disquisire sulla pizza?" "No. Volevo semplicemente sapere: perché in Italia parlate italiano?" "In che senso?" "Perché non parlate latino?" "Aaaah. Non sono un'esperta. La nascita della lingua italiana è un processo che è durato secoli. Lingua vulgata....bla bla bla...Dante...bla bla bla...Manzoni...bla bla bla", mi aggrappai ai miei ricordi liceali nel disperato tentativo di non fare la figura della capra e nella convinzione che una domanda tanto originale meritasse, quanto meno, una risposta decente. "Mi dispiace non poter essere più specifica, ma le mie conoscenze sull'argomento sono molto limitate." "Voi dovreste parlare latino. Questo dimostra la vostra inferiorità!" "Scusa?"

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"Noi in Persia, parliamo persiano perché siamo un grande popolo orgoglioso del proprio passato" "???" "Voi italiani siete senza orgoglio! Avete abbandonato il latino e ve ne dovreste vergognare. Noi persiani siamo superiori!" L'assurdo dibattito non si arenò di fronte all'evidente folle ottusità del mio interlocutore ma andò avanti ad oltranza e, abbandonati ben presto i propositi di uno scambio costruttivo e razionale, esplose in coloriti insulti detti in tedesco, inglese, persiano ed italiano. In latino no, peccato! Esasperata, mi allontanai dall'iraniano malefico, andando alla ricerca di un oggetto contundente con cui porre fine alla sua inutile vita. Con lo sguardo iniettato di sangue, la bava alla bocca e la mente piena di propositi criminali, venni braccata da Simone. "Ciao Pancrazia!" "Ciao, hai mica una mazza da baseball?" "No, perché?" "Niente, chiedevo così, giusto per sapere" "Cara Pancrazia, ascolta me dall'alto della mia saggezza, è tutta colpa del Papa(**)!" "Di chi?" "Del Papa." "Che ha fatto?" "La vedi quella ragazza laggiù?" "Sì" 65


"Abbiamo parlato tutta la sera, me la sono rigirata bene bene, forte delle mie irresistibili armi seduttive. Ma..." "Ma?" "Ma quando ci ho provato mi ha detto di no." "Ma non mi dire? Sorpresa ed incredulità mi colgono." "Già, e sai perché?" "Perché?" "Perché è polacca, e dice che queste cose le ragazze cattoliche non le fanno." Cercando di non scoppiare a ridergli in faccia, esaminai attentamente il bel Simone: un metro e 50, quattro capelli appiccicati sul capoccione, una zeppola da far concorrenza a Paperino, lo sguardo liquido e l'alito fetente, tipici di chi si è fatto 100 metri stile libero in una piscina piena di birra. Come aveva potuto resistere, la giovine dell'est, a una profferta sessuale da questo pezzo d'uomo? Io, comunque, mi limitai a sorridere ed annuire, glissando sul fatto che, nel frattempo, la pudica cattolica stesse infilando 2 metri di lingua nella bocca del primo ragazzotto nordico di passaggio. Ripresa la mia ricerca di un'arma con cui abbattere mister NoiSiamoUnPopoloSuperiore, venni nuovamente interrotta. Mi si avvicinò un ragazzo dall'aspetto molto british: carnagione chiara, lentiggini, denti un po' accavallati e un'aria vagamente equina. "Sei inglese?", mi chiese speranzoso. "No"

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"Però parli inglese", continuò col tono di un bambino petulante. "Sì, ma non sono inglese." "Sei sicura?" "Certo che sono sicura" "Ma sembri inglese!" Giuro che non ho i denti accavallati e neanche l'aria equina. Almeno credo. Spero. Insomma, mi pare di no. "Sono italiana. I-t-a-l-i-a-n-a", dissi distruggendo le sue ultime britanniche illusioni. "Peccato, avevo tanta voglia di parlare con qualcuno del mio paese", e si allontanò con l'aria mesta, correndo ad abbracciare il suo più caro amico: un boccale di birra. Probabilmente inglese. Nel frattempo l'iraniano si era dileguato, mettendo in salvo la propria vita e la mia fedina penale. Quella serata, comunque, non era ancora finita. Tutt'altro. Tante sorprese mi attendevano oltre il confine dello studentato. Confine che Sissi, Eli ed io stavamo per varcare.

(*): birreria (**): all'epoca Papa Giovanni Paolo II, nato Wojtyla. 67


18. God save the King Sissi, Eli ed io eravamo stanche di vedere sempre le stesse facce, di frequentare sempre gli stessi luoghi, di restare sempre agli arresti domiciliari all'interno dello studentato. Ci sentivamo come quei tristi vacanzieri che volano dall'altra parte del mondo per poi chiudersi in un villaggio turistico, a mangiare pennette al pomodoro e giocare a calcetto con il capo animatore di Cinisello Balsamo. Quindi, in cerca di nuova vita e nuovi incontri, mollammo la festa da poveracci e puntammo verso il centro. Non ci importava che avremmo impiegato 40 minuti per andare e che, al ritorno, il Nachtbus ci avrebbe lasciato lontane da Schlachtensee, costringendoci a camminare in piena notte per una strada semibuia, fredda e deserta. Non ci importava di non avere punti di riferimento o mete precise. Non ci importava neanche che gli altri ci considerassero, pi첫 o meno apertamente, un trio di boriose, guastafeste, incontentabili. Il nostro posto era tra locali e confusione. Il nostro posto era il centro della scena. Il nostro posto era il cuore di Berlino. Non un quartiere dormitorio mal servito e privo di qualsiasi attrattiva. L'Erasmus ce l'eravamo guadagnato ed ora avevamo il sacrosanto diritto di godercelo. 68


Tanto spirito d'iniziativa venne immediatamente premiato e, mentre eravamo ancora in attesa alla fermata del bus, vedemmo avvicinarsi un gruppo di giovani, anche loro appena usciti dal pub. C'era uno slavatissimo nordico che tentò un infruttuoso approccio con la sottoscritta. No, non era brutto. No, non facevo la preziosa. Ma i problemi di comunicazione mi rendevano particolarmente timida. Il mio tedesco zoppicante per i primi mesi limitò un po' la mia vita sociale e moltissimo quella sessuale. Non fu un caso che decisi di iscrivermi a ben due corsi di lingua contemporaneamente. Pensavate davvero che l'avessi fatto solo per l'università? Mafatemiilpiacere! Poi c'era il tipo ubriaco come una cucuzza. Camminava incerto, sbandando ad ogni passo, con le palpebre semichiuse e l'aria di chi fosse in procinto di vomitare, e stesse solo decidendo sulle scarpe di chi. Sissi, con il suo 42 di piede, era sicuramente quella più in pericolo. Ed infine c'era lui: il belloccio. Si avvicinò alla mappa della città esposta sotto la pensilina e sentenziò lapidario: "We're in the middle of f#cking nowhere!" Con una sola frase era riuscito a sintetizzare settimane di nostre lagnanze circa l'infelice posizione dello 69


studentato. Con una sola frase si era guadagnato il nostro incondizionato affetto. Si chiamava Ben ed era inglese. Un ragazzo carino ma non troppo. Quel tipo di bellezza britannica rassicurante e non eccessiva. Un manager con una carriera ben avviata, ma l'anima dell'adorabile pirla cazzaro. Quel tipo di persona che prima è l'anima della festa ma poi beve troppo e perde i sensi, restando in un angolo ad emettere suoni e odori d'incerta provenienza. Ma anche quel tipo di persona in grado di percepire il tuo cattivo umore prima degli altri, e fare di tutto per strapparti un sorriso. Come dite? Non esiste uno così? Evidentemente non avete mai incontrato Ben. Una figura mitologica: metà John Belushi e metà Ricky Cunningham. Ben era una versione squisitamente britannica dei Gremlins: se gli davi da bere dopo la mezzanotte si trasformava, da perfetto bravo ragazzo, in incontrollabile festaiolo distruttivo. Da morbido orsetto con gli occhi buoni ad essere viscido e a tratti rivoltante. Non potevamo lasciarcelo sfuggire! E fu per questo motivo che passammo le ore successive a dargli la caccia tra un party di facoltà e l'altro. Fino a quando, al quarto incontro "casuale", non si arrese agli 70


evidenti segni del destino e non scelse, pi첫 o meno liberamente, di diventare nostro amico. Il nostro Erasmus non sarebbe pi첫 stato lo stesso.

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19. Berlin bei Nacht Durante le serate infrasettimanali rimanevamo murati vivi all'interno dello studentato, vittime di un'infelice rete di trasporti notturni. Per passare il tempo si organizzavano megacene di gruppo, estenuanti sedute di gossip selvaggio, o party a tema. Si andava dalla festa "tutti col cappello!", ideata da braccia rubate alle giornate della moda milanese, a "la nostra terra è l'Africa", in cui, più pallidi di una mozzarella di bufala, ci scatenavamo agitando i nostri sederoni in danze tribali, sotto lo sguardo allibito e divertito dei numerosi keniani presenti. Allo scattare del week end, invece, si migrava in massa, vocianti e felici, verso le feste ed i locali che Berlino aveva da offrire. Le varie facoltà organizzavano quantità incredibili di serate per Erasmus, come se l'università tedesca, sotto sotto, fosse convinta che non fossimo in grado di gestirci e divertirci da soli. E certo! Solo un'istituzione teutonica può seriamente pensare che migliaia di ventenni, provenienti da ogni angolo della terra, abbiano bisogno di essere presi per mano e guidati per socializzare tra loro. Del resto, eravamo tutti così timidi e riservati. Ma mentre gli Erasmus Party si susseguivano, tutti uguali uno dopo l'altro, noi iniziammo l'esplorazione della vera vita notturna berlinese, quella ErasmusFree. 72


Perché ogni tipico studente Erasmus ha un solo obiettivo finale e definitivo: non essere un tipico studente Erasmus. Distinguersi dalla massa per poi mimetizzarsi abilmente nella vita di società all'ombra della porta di Brandeburgo. Seppur con il mio maccheronico tedesco, io lo dicevo forte e chiaro: "Wir muessen integrieren!" (*) In Germania a quei tempi, e forse anche adesso, andava molto di moda la musica techno. Andare a ballare voleva dire andare a ballare la techno. Andare in discoteca voleva dire andare in discoteche tecno. E via dicendo. Io e gli allegri figuri con cui mi accompagnavo avevamo, tra le altre cose, una caratteristica comune: schifavamo la musica techno. Tutti. Tutti tranne Gra', ma lei non contava perché alle 22:30 già c'aveva sonno, perdendo ogni diritto di scelta e opinione. Sotto la guida di Ben, il nostro britannico cicerone che lavorava a Berlino già da qualche tempo, ci lanciammo nella ricerca di locali dove la facessero da padrone tshirt stropicciate invece di aderenti magliettine in lycra. Dove trionfassero capigliature selvagge invece che ciuffi scolpiti. Dove risuonassero ancora i vecchi successi dei Nirvana invece che l'orrido tunz tunz tunz. Luoghi dove pogare fosse un'arte e anche una vocazione.

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I nostri tre principali punti di riferimento divennero: l'Uni Club, il Sage Club, e il Nonmiricordocomecacchiosichiamava Club. Ecco, all'alba del diciannovesimo capitolo, per la prima volta, la mia memoria di ferro mostra una falla: il Nonmiricordocomecacchiosichiamava Club. E pensare che l'abbiamo frequentato tantissimo, con la sua scalinata subito dopo l'ingresso, i cubi ai bordi della pista, e le strobosfere economiche. E pensare che, a distanza di tanti anni, tra quelle scolorite quattro mura si parla ancora delle italiane. Quelle che bisognava sbattere fuori a calci, che non lasciavano la pista neanche quando ormai era deserta, che non si sedevano mai ma piuttosto sfilavano via le scarpe, e riprendevano a scatenarsi a piedi nudi. Fastidiose, egocentriche ma piene di vita. Il Sage Club era un posto particolarmente noto e di tendenza. La maggiore attrazione del locale consisteva in un drago che spuntava da una parete e, periodicamente, lanciava impressionanti fiammate dalle proprie fauci spalancate. Ad ogni rovente alitata nell'ambiente si spandeva un gradevole teporino e un inconfondibile puzza di capelli bruciacchiati, poichĂŠ qualche lungagnone sprovveduto e un poco pirla che ballava troppo vicino al mitologico rettile lo si trovava sempre. Inoltre, scendendo le scale e superando una cortina fumogena data dagli effetti speciali e la forte umiditĂ , si 74


accedeva al piano inferiore, dove la musica si faceva più rock e i pogatori più spietati. Praticamente il paradiso. Ma la mia più grande passione era e rimane quella spartana bettola sotterranea chiamata: Uni Club. Fu lì che scoprii quanto i tedeschi potessero diventare socievoli se sufficientemente ubriachi. Fu lì che capii che avere come guida un ragazzo inglese avrebbe messo a dura prova i nostri fegati. Fu lì che imparai che gli U2 in terra germanica non vengono chiamati U-zwei, come brillantemente chiesi al dj che infatti si sta ancora rotolando a terra dal ridere, ma U-two. Fu lì che collezionai un altro dei miei memorabili episodi. La cosa non vi stupisce, nevvero? Un ragazzo tedesco mi chiese sommessamente e con fare furtivo delle cartine per rollarsi una canna ed io, che ovviamente non avevo capito una mazza ma morivo dalla voglia di rendermi utile, feci partire un chiassoso passa parola che manco il telefono senza fili all'asilo è in grado di creare uno scompiglio tale. Che poi, onestamente, io sarò anche rimbambita ma, se i tedeschi ogni tanto si sforzassero di usare un minimo di gestualità ed il tizio si fosse limitato a fare il gesto internazionale del rollaggio canne (l'oscillazione simultanea antero posteriore di entrambi i pollici), ci saremmo risparmiati tutti tanta fatica e mezz'ora d'incomprensibili traduzioni. Ma, soprattutto, fu all'Uni Club che venni in contatto per la prima volta con la musica tedesca e con i mitici 75


Die Aertze e la loro "Zu spaet". L'inno definitivo di tutti i patetici cuori spezzati che non si arrendono di fronte alla realtà e sognano finali alternativi in cui primeggiare. Il protagonista della canzone, uno sfigato ignorante, squattrinato e innamoratissimo, viene lasciato e, dopo aver passato due settimane a piangere come un pupo, scopre che la sua ex si è messa con un tipo sofisticato e pieno di soldi. Oltre il danno la beffa! La rivalsa fisica è fuori discussione poiché il nuovo ragazzo, l'odioso figuro, è anche campione di Karate, e allora il nostro teutonico cuore infranto non può far altro che sognare un futuro di successo. Un futuro in cui avrà tutto ciò che vuole, spezzerà il cuore a mille ragazze adoranti e quando lei tornerà, perché l'infida approfittatrice sicuramente tornerà, le sbatterà in faccia un bel Zu spaet! Troppo tardi! Un gioiello d'ironia, ebbene sì anche i tedeschi sanno essere ironici, e ritmo travolgente. Avanti, cantiamo tutti assieme la nostra rivalsa. Urliamo al cielo la nostra vendetta. Prendiamoci al fine la giusta soddisfazione: "Zu spaet, zu spaet, zu spaet!"

(*) La mia intenzione era quella di dire "Dobbiamo integrarci", ma in realtà me ne uscivo con uno sgrammaticato e criptico "Noi dobbiamo integrare"

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20. Homo germanicus Vivere la vera vita notturna berlinese mise tutti noi, e soprattutto tutte noi, di fronte ad una delle esperienze etologicamente più interessanti che un essere umano possa affrontare. Ci costrinse ad entrare in relazione, più o meno intima, con i tedeschi. I tedeschi veri. Non le macchiette alla Sturmtruppen o quegli strani figuri che si aggirano in gruppo per la riviera romagnola. I tedeschi originali. Gli indigeni nella loro terra d'origine, nel loro ambiente, nel loro habitat. Non che durante il giorno, all'università o semplicemente al supermercato, non venissimo mai in contatto con i germanici, ma è risaputo che per comprendere a fondo un popolo o una specie animale, è fondamentale osservarne i riti d'accoppiamento. E tali riti, si sa, tendono a svolgersi più frequentemente dopo il tramonto. C'è poco da fare, nonostante l'Europa unita, la globalizzazione, e un mondo che si fa sempre più piccolo, certi atteggiamenti, anche in culture per altri versi vicine ed affini, continuano a rimanere diversi. Noi donne italiane, tutto sommato, non possiamo lamentarci. I nostri uomini, seppur abbondantemente forniti d'innumerevoli difetti, hanno il vantaggio di essere per lo più espliciti e chiari. Certo, anche da noi esiste il tipo timido, ma vi assicuro che il più timido degli italiani è uno sfacciato senza vergogna rispetto al 77


tedesco medio. Al tedesco medio sobrio, ovviamente, perché a far gli splendidi quando si è ubriachi come cucuzze sono capaci tutti. Persino i tedeschi. Il tedesco medio (sobrio) fa lo sguardo da pesce lesso da lontano, può perfino arrivare ad accennare un tiepido sorriso, ma non si muove dalla propria posizione neanche a pagarlo oro. Lui sta là, con le scarpe incollate al pavimento, aspettando che sia la donna ad avvicinarsi. E infatti la donna tedesca, abituata al tedesco medio, non solo nei millenni ha imparato a coglierne le sfumature e i piccoli cambiamenti d'espressione, ma ha finito con lo sviluppare un'esibita sicurezza, molto spirito d'iniziativa, ed anche una certa molesta aggressività. Insomma, se non fosse per l'esuberanza e la schiettezza della mulier germanica, questi poveracci si sarebbero estinti da un bel po'. La donna italiana media, invece, all'inizio neanche si accorge dello sguardo insistente dell'homo germanicus. E, anche nel raro caso in cui se ne renda conto, non ne comprende le finalità ma pensa che le sia rimasto un pezzo d'insalata tra i denti. Ovviamente, a forza di frequentare la fauna locale, anche la mulier italica più rimbambita imparerà ad interpretare i segnali inviati dalla popolazione maschile. Ma, nonostante questo, sceglierà spesso di attendere algida la mossa definitiva di avvicinamento del maschio. 78


Che lo faccia per mancato spirito di adattamento, orgoglio o insicurezza, non è dato saperlo. Ma, fatto sta, che una scelta del genere la si paga, e la si paga molto cara. Il tedesco medio può metterci ore, giorni, settimane, addirittura mesi a decidersi. Ed è per questo che la donna italiana media, nel caso si ostini a non voler fare propria la sicurezza e l'intraprendenza delle amiche teutoniche, deve rassegnarsi a esercitare una pazienza biblica, quasi mitologica. E, nel frattempo, può dedicarsi a rilassanti hobby, come il giardinaggio, l'uncinetto, il découpage o le capocciate al muro.

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21. Die Frauen Ho preso la mia nuova carriera di osservatrice, specializzata in fauna germanica, in maniera tanto seria da decidere di scrivere una breve tesina anche sull’altra parte del cielo teutonico: le donne. Die Frauen. Del loro ruolo nel rito dell’accoppiamento ho già detto in precedenza, sottolineandone l’intrinseca spregiudicatezza e la capacità d’iniziativa, caratteristiche sviluppatesi nei millenni un po’ per attitudine e un po’ per forza della disperazione. Ma se una tedesca media è disinvolta e disinibita, una tedesca media alticcia è molesta ai limiti della denuncia. Queste bellezze nordiche spesso vivono ancora nel mito dell’uomo latino e, soprattutto se ubriache, si avventano sugli italiani appena carini con entusiasmo ed ingordigia. I nostri compatrioti che, si sa, sono esterofili e amano le biondone dalla coscia lunga, all’inizio godono come ricci in calore ma poi si annoiano o, peggio, spaventano. Evidentemente la maggior parte di loro perde del tutto il gusto della “caccia” quando si trova a dover vestire i panni del leprotto spaurito invece che quelli del bracconiere ingrifato. Ancora me lo ricordo il bel Marco mentre si nascondeva dietro Gra’ per sfuggire all’ennesima tedesca coi bollori. “Ti prego, fai finta di essere la mia ragazza, ti prego!” “Ma non le puoi semplicemente dire di no?” 80


“Non mi ascolta! Quella depravata vuole solo approfittare del mio corpo. Prima ha cercato di aprirmi la zip a tradimento!” Ma lasciamo perdere questo spinoso argomento che, com’è ovvio, ho vissuto solo da spettatrice. E concentriamoci invece sul mio giudizio spudorato, sfacciato e pregiudizievole circa l’aspetto delle donne tedesche. Secondo i miei studi mi permetto di dividerle in tre gruppi distinti. Da una parte ci sono quelle “Belle, belle in maniera assurda”, dalla parte opposta quelle “brutte ma tanto brutte da non poterci credere”, in mezzo tutte le altre che io, simpatica come una carogna, amo chiamare “Le facce da patata”. Le “Belle, belle in maniera assurda” hanno occhi da cerbiatta, nasini all’insù, zigomi alti e labbra perfettamente disegnate. Ed oltre ad essere belle, almeno fino ai 20-25 anni, esibiscono anche una passione per la moda, passione che spesso ignora le rigide regole che guidano noi italiani, ma che comunque dimostra una certa fantasia, simpatica frivolezza e fascinosa femminilità. Passione che, senza motivazione logica alcuna, scompare dopo i 30 anni, quando la maggior parte di queste Frauen inizia l’inesorabile mutazione da modella mozzafiato in valchiriona baffomunita, priva di grazia e di un paio di scarpe degne di questo nome. Alla mancanza di buon gusto, si 81


affiancano pesantezza nei modi e la perdita del numero della propria estetista. Per quale motivo ciò avvenga non lo so, ma ho sviluppato due teorie al riguardo. La prima, detta della (Ri)Assimilazione, riconosce la causa di questo mutamento nella società tedesca, notoriamente priva di buon gusto nell’abbigliamento e negli accessori, rigida e poco amante dei fronzoli. Società che riassorbe o meglio riassimila queste fuoriuscite, facendole rientrare nei ranghi, portandole ad assomigliare alle loro madri e alle nonne. Personcine adorabili, simpatiche ma affascinanti come dei cespi d’insalata. La seconda teoria, detta quella della Giustizia Divina, vede nel gran cuore della natura benigna la volontà di riportare a terra queste dee, in modo da dare un’occasione a tutte noi altre, in modo da ridonarci il sorriso e farci smettere di rosicare. Del resto la Giustizia è femmina e certe cose le capisce. Le “Brutte ma tanto brutte da non poterci credere” non sono brutte come possiamo esserle noi italiane o le altre cittadine di questo mondo. No, nient’affatto. Le brutte tedesche raggiungono livelli impensabili. Livelli che, a onor del vero, hanno poco a che fare con lineamenti sgradevoli o fisici lontani dalla perfezione, ma sembrano il frutto di una mirata ricerca del peggioramento del proprio aspetto. Il problema di questa piccola percentuale di donne non è certo il braccino corto di Madre Natura ma la loro 82


scientifica precisione nell’occultare i piccoli doni ricevuti e, non contente, nell’esibire orgogliose una sciatteria quasi patologica. E ve lo dice una che non ama particolarmente truccarsi o camminare altera su tacchi mozzafiato. Ma a tutto c’è un limite! Durante il mio Erasmus ho visto cose che voi umani. Ho visto ragazze passeggiare in mezzo alla neve, indossando sandaloni e calzettoni di lana. Ho visto donne esibire certi baffi che avrebbero fatto morire d’invidia persino il mitico Francesco Giuseppe. Ho visto Frauen abbigliarsi come fosse esploso loro addosso il guardaroba di un'ottantenne daltonica. E infine ci sono quelle che stanno in mezzo, esibendo vari livelli di bellezza. Quelle che, c’è poco da fare, se le si guarda fisse rivelano immediatamente le proprie teutoniche origini. Quelle che riconoscereste dappertutto e in mezzo a migliaia di altre nordeuropee. Quelle che hanno la pelle chiara, gli occhi tondi, le guance paffute ed un morbido ovale. Quelle che, a guardarle bene, nessuno può negare che assomiglino incredibilmente a una patata. “Le facce da patata”, appunto. E no, non lo dico perché sono una brutta italiana invidiosa. Non sono io ad essere invidiosa, sono loro a ricordare dei tuberi. E che male c’è? Gli inglesi, anche quelli bellocci, hanno sempre un che di equino. Le tedesche, soprattutto se paffutelle, hanno un che di 83


tuberico/tuberale/tuberante(?). Probabilmente anche noi italiani, ad osservarci bene, ricordiamo qualche animale o vegetale ma, semplicemente, nessuno se n’è ancora accorto. Prima o poi accadrà. Magari qualche studente Erasmus ci scriverà sopra un racconto. E noi, a quel punto, dovremmo farci i conti con autoironia ed eleganza. Suvvia, i problemi sono altri.

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22. Die Kinder Prima di partire per la Germania mi avevano presentato Berlino come la città dei single e dei gay. Mi trovai, invece, nel regno dei ragazzini dalle lingue rotanti e dei genitori con pargoli al seguito. Imparai ben presto che i tedeschi respirano molto bene dal naso e sono affetti da un esibizionismo cronico: non esiste panchina, autobus, tram o metropolitana senza una coppia intenta in una funambolica pomiciata pubblica. E più pubblico c'è, meglio è. Ma ad attirare la mia attenzione furono soprattutto i bambini. Fin da piccoli i germanici sono diversi da noi. E fanno paura. I bimbi tedeschi sono fatti di gomma. Indistruttibili nel corpo e nello spirito. Li ho visti superare la barriera del suono, pedalando come pazzi lungo discese suicide. Li ho visti appendersi ai sostegni della metropolitana, dondolandosi come glabri scimpanzé. Li ho visti tentare di spiccare il volo, lanciandosi da ragguardevoli altezze. Ho visto fare tutto ciò sotto l'occhio vigile di genitori dotati dell'autocontrollo di monaci buddisti. Genitori che si limitavano ad ammonirli con un pacato: "Così finirai col farti male, tesoro". Mentre io trattenevo a 85


stento la madre ansiosa, ossessiva e scassaballe che alberga in ogni donna italiana, e che avrebbe voluto urlare: "OH MARONNAAAA!!! ATTENTO, CHE TI AMMAZZI!!!" Puntualmente i piccoli kamikaze si schiantavano a terra e, trattenendo stoicamente le lacrime, sopportavano a testa alta e senza batter ciglio il sintetico rimbrotto materno: "Te l'avevo detto." I bimbi tedeschi hanno lo stomaco foderato d'amianto. Mangiano qualsiasi cosa, a qualsiasi ora, in qualsiasi condizione. Li ho visti con il biberon in una mano ed un wurstel nell'altra. Li ho visti ciucciare avidi l'olio da patatine strafritte. Li ho visti divorare cheeseburger con la rapidità di piraùa bulimici. Li ho sentiti emettere dolci ruttini degni di un camionista bulgaro. Queste piccole idrovore, alimentate seguendo i dettami di un nutrizionista pazzo, invece di essere ricoverate per una bella lavanda gastrica, crescono grandi e forti. In grado di digerire anche la peperonata alle 6 del mattino. I bimbi tedeschi non esistono. Quegli angeli biondi in giro nei parchi o a passeggio nelle loro carrozzine non sono bambini, ma adulti molto molto molto bassi. Io l'ho sospettato per mesi e ne ho avuto la certezza una mattina in metropolitana. Quel giorno mi trovai seduta di fronte a due esemplari dall’età apparente di 6 e 4 anni 86


ed assistetti allibita ad una conversazione degna di due linguisti in erba. Il Piccolo: "T-i-e-rgarten. Che significa?" Il Grande: "E' una parola composta: Tier-Garten. Giardino degli animali." IP: "Ma allora Zoologischer Garten?" IG: "La stessa cosa: giardino degli animali" IP: "Ma com'è possibile? Sono due parole diverse." IG: "Tiergarten è tedesco, mentre Zoologischer Garten deriva dal greco." IP: "Capito." Non so quando, non so come, ma è ovvio che prima o poi i tedeschi riproveranno a conquistare il mondo. E stavolta ci riusciranno.

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23. Die Erasmus Studentin Dopo aver esaminato e dileggiato con tanto impegno la popolazione tedesca tutta, per dovere di giustizia e sana autocritica, mi toccherà parlare anche delle tipiche studentesse Erasmus a Berlino. Delle tipiche studentesse Erasmus italiane a Berlino. Insomma, di me. Vivere all'estero mi cambiò, non solo nello spirito, ma anche e soprattutto nell'aspetto. La prima vittima della mia smania di rinnovamento fu la capigliatura che, oltre a subire un ulteriore ed inesorabile mutamento verso il biondo VorreiEssereSvedese, venne brutalmente ridotta di volume e lunghezza, durante una serata di solitario e sforbiciante delirio. In quel periodo i miei capelli erano di media lunghezza. E chi, come me, s'intende un poco di ricci sa bene che la media lunghezza è un inferno, una tortura, una condanna al look da fungo atomico. Quando tenevo i capelli sciolti avevo un capoccione ingestibile. Quando tenevo i capelli legati sembravo una giovane signorina Rottermeier. Era assolutamente necessario prendere provvedimenti. L'idea di rivolgermi ad un parrucchiere tedesco non mi sfiorò neanche per un momento ma preferì fare tutto 88


da sola. Munita di un paio di cesoie d'incerta provenienza mi piazzai davanti allo specchio e tagliai, tagliai, tagliai. Tagliai fino a quando la mia sete d'ordine non venne placata. Tagliai fino a quando il pavimento non fu ricoperto da un morbido tappetino di crine umano. Tagliai fino a quando la testa non fu leggera ed il collo nudo. Il risultato estetico, per fortuna, andò al di là delle mie più rosee aspettative. Da un insano gesto, che avrebbe potuto costringermi a girare con un sacchetto in testa per almeno un paio di mesi, scaturì invece un taglio molto carino, che avrei conservato per parecchio tempo a venire. A questo successo contribuirono, in egual misura, un innegabile talento naturale e una folta capigliatura riccia, in grado di occultare più facilmente eventuali errori o asimmetrie. Oltre che un gran culo. Ça va sans dire. Fu molto più graduale, ma altrettanto devastante, l'effetto che l'Erasmus ebbe sul mio guardaroba. I tedeschi hanno tante qualità, ma non sono certo famosi per il loro buon gusto nel vestire. Il problema, secondo me, sta nell'approccio troppo disinvolto che hanno con l'abbinamento di capi e colori differenti. Approccio che può diventare contagioso come il raffreddore. Mi bastarono alcune settimane in Germania e gli accostamenti, che a Torino avrei definito brutti e di cattivo gusto, divennero ai miei stessi occhi mettibili, 89


interessanti o addirittura "cool". Questo muovermi al di fuori degli schemi e dei percorsi conosciuti mi diede un senso di vertigine e libertà . Una sensazione tanto piacevole da portarmela dietro anche al ritorno in Italia. Ci ho messo anni per riacquistare il senso del decoro. Ammettendo che io l'abbia mai riacquistato del tutto. Ma se con capelli ed abiti ci vuole poco, se ci si pente, a ritornare sui propri passi, ci sono alcune scelte definitive che lasciano segni indelebili. Io, ovviamente, feci anche una di quelle scelte. Un sabato pomeriggio ci ritrovammo in tre in uno storico negozietto del centro. Lui trafficava con i suoi attrezzi, bofonchiando nel proprio idioma. Io, sdraiata sul lettino, mi guardavo attorno, preoccupata che fosse tutto realmente sterilizzato e monouso. Eli, seduta accanto a me, si occupava del supporto morale. "Una mia amica l'ha fatto in un tendone dietro ad una stalla, ma è ancora viva", disse la mia comare romana. "Sticaz...ouch!", non ebbi neanche il tempo di risponderle che avevo già il mio nuovo piercing all'ombelico. Ero una studentessa Erasmus con una nuova pettinatura, un nuovo guardaroba ed un piercing. Ero un clichÊ vivente. 90


Talmente mimetizzata ed integrata che i miei, quando vennero in visita a Berlino, fecero fatica a riconoscermi.

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24. Mamma e papà a Berlino Poco prima della mia partenza per Berlino, mia madre se ne saltò su con una proposta indecente: "E se io e papà venissimo con te in Germania? Solo i primi giorni, giusto per aiutarti. Non è un’idea fantastica? Dai dai daiii daiiii" Mentre papà tentava di sedare la chioccia isterica con un fucile caricato a pallettoni di buon senso, io mi limitai a risponderle con pacatezza: "Sei impazzita? Ma ripigliati! Piuttosto che farmi accompagnare da voi due, mi faccio tutta la strada ginocchioni." Perché, quando voglio, so essere estremamente sensibile ed attenta ai sentimenti altrui. Quando voglio, appunto. Comunque, per chetare la materna follia da ansia per imminente distacco, la parte sana della famiglia programmò una visita genitoriale in terra germanica a novembre. E Novembre fu. Non erano passati neanche due mesi dall’ultimo incontro, ma facemmo fatica a riconoscerci tra noi. I miei genitori, in mezzo ai tedeschi, mi sembrarono piccoletti e completamente fuori contesto. Io, astutamente mimetizzata con la popolazione indigena, sembrai loro una delle tante dinoccolate macchie di colori mischiati a caso. 92


Superati lo smarrimento iniziale e i saluti caciaroni seguenti, scoprii che Berlino aveva accolto i miei genitori con lo stesso entusiasmo con cui aveva accolto me. Con lo smarrimento dei bagagli. Che curioso gioco del destino. Che simpatica coincidenza. Che immensa sfiga. Fummo a lungo palleggiati tra l'ufficio della Swissair ed il deposito degli oggetti smarriti. Palleggiati tra una ragazzetta svizzera, simpatica come una forma di groviera andata a male, ed una coppia di operai tedeschi, decisamente più gentili ma altrettanto disinformati. Dopo ore d’infruttuosi tentativi, con i piedi gonfi e l'umore a terra, quando ormai avevamo perso ogni speranza oltre che percorso mille km avanti e indietro per l'aeroporto, riuscimmo miracolosamente a rientrare in possesso delle valigie. Noi tre e gli operai tedeschi ci abbracciammo commossi. L'impiegata svizzera si chiuse a doppia mandata nel proprio ufficio, dove rimase a ripetere per tutta la notte l’ossessivo mantra: "Non è stata colpa mia, non è stata colpa della Swissair, non è stata colpa mia, non è stata colpa della Swissair, non è stata colpa mia, non è stata colpa della Swissair, non è stata colpa mia, non è stata colpa della Swissair". Narrano le cronache aeroportuali che, per tirarla fuori, si rese necessario l’intervento 93


dell’ambasciatore svizzero, armato di tanta pazienza e una tavoletta di cioccolato nero extrafondente da usare come esca. Per i tre giorni successivi, vestendo i panni della guida turistica, scorrazzai i miei genitori per tutta la città. Il tempo era poco e le cose da vedere tante. Iniziammo con il Mauermuseum, dove potemmo osservare i numerosi e sorprendenti reperti che testimoniano i tentativi di fuga attraverso il muro. Reperti che raccontano storie drammatiche, commoventi e, a volte, quasi comiche. Dimostrazioni tangibili che la disperazione e la voglia di libertà possono rendere qualsiasi essere umano coraggioso, creativo e anche un po’ folle. Proseguimmo con la Nuova Sinagoga che, oltre ad essere il più grande luogo di culto ebraico in terra tedesca, è un edificio di una bellezza disarmante. Uno di quelli che ti fermi ad osservare per un attimo, anche la milionesima volta che ci passi davanti. Uno di quelli che possono rendere speciale una strada, un quartiere e persino una giornata. Continuammo con la suggestiva vista della città dalla cupola del Duomo, con gli angeli pasciuti che ci guardavano dall’alto e la Fernseheturm che si metteva in mostra in tutto il suo svettante, moderno e discutibile fascino.

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Andammo alla ricerca del nostro personale “Cielo sopra Berlino” arrampicandoci per la mitica Siegessaule che, con i suoi 285 gradini, mise a dura prova la resistenza psicofisica di mio padre. Ma ci regalò anche il privilegio del sogno e la leggerezza del volo. Infine, ci perdemmo tra le mille sale del PergamonMuseum dove, tra le imponenti opere monumentali famose in tutto il mondo, viene custodita anche la riproduzione dell'uomo dei miei sogni: Attalo. Riproduzione che io rimasi a fissare in estasi mistica fino a quando non riuscirono a trascinarmi via. Narrano le cronache museali che, per riuscire nell’impresa, si rese necessario l’intervento del mio professore di storia dell’arte del liceo, fatto venire apposta dall’Italia, armato di una scatola di gianduiotti usata come esca. Dopo queste giornate di bellezza e coccole parentali, riportai i miei genitori all’aeroporto, feci loro “ciao ciao” con la manina e mi fiondai a prendere la metropolitana. Quella sera stessa mi attendeva un appuntamento imperdibile per ogni italico Erasmus.

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25. Fussball Forse non ci avete mai fatto caso ma ogni tanto capita che, in occasione delle partite di calcio della nazionale o delle squadre di club italiane all’estero, il telecronista sottolinei la presenza di Erasmus sugli spalti. Ciò si verifica soprattutto nei paesi più lontani ed isolati del continente, dove sono pochissimi i tifosi disposti ad affrontare la trasferta. Gli Erasmus fanno colore e permettono al giornalista di turno di distrarre l’attenzione dagli spalti tristemente vuoti. E secondo voi, io potevo perdermi un’esperienza così? Onestamente non ricordo quale fosse il motivo che mi spinse ad andare a prendere freddo all’Olympiastadion di Berlino. E, soprattutto, quale fosse il motivo che spinse un’orgogliosa gobba come me a congelarsi il sederino sui seggiolini di plastica per vedere l’Inter. Vi è un’unica spiegazione valida: io ero Erasmus nell’animo. E, se sei un Erasmus, parti dal presupposto che ogni lasciata sia persa, ed ogni scusa sia buona per fare un’esperienza da raccontare al ritorno in patria. Scaltra messa in scena in ambasciata? Ce l’avevo. Litigio con iraniano? Ce l’avevo. Partita di calcio in stadio tedesco? Mi mancava. Dovevo rimediare.

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Che poi, in effetti, andare a vedere una partita di calcio in Germania ha un suo senso, un suo significato. Se esiste un paese europeo dove la passione per il pallone è persino più virale che in Italia, questo è proprio la Germania. Un paese con la più alta concentrazione di scuole calcio. Un paese dove l’amore per questo sport raggiunge gli stessi livelli d’imbarbarimento e rimbecillimento che raggiunge da noi. Non ci credete? Vi faccio un esempio su tutti: il mio Buddy, Felix! Arieccolo. Sempre lui. Bello bello in una maniera assurda. Felix, tra le altre cose, aveva una passione malata per il calcio. A lezione, ogni lunedì, me lo vedevo venire incontro tutto sorrisi ed io mi cullavo nell’illusione: “Ecco, lo sapevo, ha finalmente capito di essere follemente innamorato di me!” E invece no. Lui, ogni maledetto lunedì, mi metteva sotto il naso il quotidiano con i risultati di tutti i campionati europei, ritenendo suo dovere di Buddy aggiornarmi circa l’andamento della nostra serie A. Sordo al mio disinteresse, alle mie battute sarcastiche, ai miei velati insulti, Felix si ostinò a portarmi ogni settimana il giornale zompettando e scodinzolando orgoglioso. Come il più fedele ed esuberante dei cocker. Forse, a pensarci adesso, avrei dovuto ringraziarlo grattandogli il capino od offrendogli dei croccantini. Chissà che il mio destino non sarebbe stato diverso ed il 97


nostro rapporto non sarebbe finalmente sbocciato in tutte le sue gloriose potenzialità. Ma non vi ho ancora detto tutto, il bel Felix se ne andava in giro con la foto di Voeller, all’epoca allenatore della nazionale germanica, appiccicata sul retro del cellulare. Ebbene sì, io ero folle d’amore per un tizio col santino di Voeller attaccato sul telefono. Non guardatemi così. Del resto, chi meglio di me potrebbe apprezzare la pazzia e le stranezze altrui? Chi? Ma torniamo finalmente al giorno del rimpatrio dei miei genitori. Dopo averli lasciati all’aeroporto, mi precipitai verso lo stadio. Secondo quanto stabilito, i miei amici mi avrebbero aspettato alla fermata della metro per darmi il biglietto ed entrare tutti assieme. Arrivai con un quarto d’ora di anticipo rispetto all’orario dell’appuntamento. Non c’era nessuno, ma ovviamente non me ne preoccupai, mi misi seduta e attesi. Attesi. Attesi. Attesi. Nel frattempo mi passarono davanti centinaia di energumeni tedeschi il cui aspetto variava dal “poco rassicurante”, passando per il genere “ho rubato la pensione alla mia povera nonna”, per finire con il “sono appena scappato dal braccio della morte”.

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Io cercai di mantenere la calma, mi mimetizzai con la panchina e, pregando ogni dio conosciuto, feci voto di rinuncia ai piaceri della carne in cambio della mia salvezza. Intanto, l’orario dell’appuntamento giunse e passò. E finalmente qualche dubbio iniziò a cogliermi. Strisciando lungo le pareti raggiunsi la cartina della metro. E ciò che era stato solo un dubbio divenne una certezza. C’erano due fermate dello stadio. Io, ovviamente, ero scesa a quella sbagliata. Fui costretta ad avventurarmi nuovamente sulla metro, ormai piena di simpatici hooligan e gioiosi naziskin. Agitai i miei magici ricci biondi, feci lo sguardo da cattiva (che mi riesce benissimo), e miracolosamente portai la mia pellaccia a casa, o meglio allo stadio. Alla fermata giusta trovai i miei pazienti amici ad aspettarmi. Molto arrabbiati. A poco valsero scuse e spiegazioni, del resto quando si ha appiccicata addosso l’infamia del ritardo cronico, non ci sono scuse che tengano. Comunque, riuscimmo ad entrare allo stadio in orario e a vederci la partita. Il match fu terribilmente noioso. Il risultato finale un deludente 0 a 0. Io, colta da un attacco di patriottismo

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ingiustificato, tifai persino un po’ per i nerazzurri. Ma solo un po’, non esageriamo. Ma il ricordo migliore di tutta l’esperienza rimane l’ipercalorico panino con wurstel comprato durante l’intervallo. Come fanno i panini “dallo Zozzonen” in Germania, non li fanno in nessun altro luogo.

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26. Poche somiglianze e molte differenze L'inizio di ogni giornata mi veniva annunciato dalla sveglia del mio vecchio cellulare, potente quanto la sirena di una nave ed irritante quanto l'antifurto di un'auto. Dopo averla lasciata suonare più volte, mi decidevo a sgusciare da sotto il piumone mossa a pietà dalle suppliche della mia iberica vicina Lola: "Pancraziaaaaaaaaaaa bitteeeeeeeeeee" Avvolta in un sexy pigiamone da Teletubbies strisciavo ad occhi chiusi fino alla cucina e mettevo la moca sul fuoco. Ogni mattina il profumato caffè italiano si univa biblicamente con sublimi biscotti germanici, sulla cui confezione faceva bella mostra di sé l'annuncio "+20% butter!". C'è poco da fare, checché se ne dica, i tedeschi conoscono la caducità della vita e la necessità di godersela fino in fondo. In perenne ritardo, correvo a prendere l'autobus per dare inizio alla transumanza che mi avrebbe portato dallo studentato all'ospedale. Più di un'ora tra bus, U-bahn e poi ancora bus. Mezzi pubblici puntualissimi, a differenza di quelli italiani. Mezzi pubblici pieni di adolescenti brufolosi, rumorosi e molesti, proprio come quelli italiani. Perché i ragazzini sono una iattura a qualunque latitudine li si incontri. 101


Finalmente, giunta alla clinica universitaria Benjamin Franklin, mi tuffavo nell’Humanmedizin, scoprendo ogni giorno nuove differenze tra la facoltà berlinese e quella sabauda. Dal punto di vista prettamente didattico, Torino non ha niente da invidiare a Berlino, anzi. Ma per quanto riguarda la qualità della vita degli studenti, in Germania stanno su un altro pianeta. Un pianeta più evoluto e civile. A Berlino molti studenti di medicina abbelliscono il proprio camice con foulard e spillette. Non parlo di qualcosa di eccessivo o ridicolo ma solo di un tocco di gradevole colore, adatto alla giovane età ma mai in contrasto con la serietà richiesta dal luogo e dal ruolo. A Torino, se fai una cosa del genere, nella migliore delle ipotesi uno specializzando ti cazzia, nella peggiore il primario stesso ti umilia davanti al maggior numero di persone possibile. Perché è risaputo che l'esposizione dell’altro al pubblico ludibrio è sempre un buon modo per affermare il proprio potere e far godere il proprio ego più sadico. E così, in giro per i corridoi delle Molinette, s'incontrano ventenni imberbi che giocano a fare i grandi, esibendo orgogliosi tristi cravatte sotto i camici. (Che poi se c'è un indumento antigienico è proprio la cravatta!)

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Oppure giovani ragazze che dimostrano almeno 20 anni di più della loro età. Nel nostro paese troppo spesso ci si fa ingannare dalla forma e si dimentica il contenuto. Mentre i tedeschi, per altri versi formalissimi, in alcuni casi sanno dimostrarsi saggi, lungimiranti e niente affatto ottusi, badando molto più al contenuto che alla forma. Solo in alcuni casi, però. A Berlino gli studenti hanno a disposizione un guardaroba con tanto di gentile e paciosa guardarobiera. Non sto scherzando! C'è una signora con il suo grembiulino, che ti aspetta dietro ad un bancone per appenderti la giacchetta o prendere in custodia la tua borsa. Come in discoteca. Anzi meglio, come all'Opera. Che meravigliosa sciccheria, che incomparabile comodità! A Torino, se sei fortunato puoi depositare le tue cose in un armadietto ma, il più delle volte, devi abbandonare borse e giacconi sulle panche degli spogliatoi di reparto. Scegliendo di fare speranzoso affidamento sull'onestà degli altri o d'imbottirti il camice con portafogli, cellulare, chiavi, e chi più ne ha più ne metta. Con un risultato finale scomodo quanto ridicolo. A Berlino gli studenti spesso mangiano a lezione davanti ai professori. Non parlo di veri e propri pasti, ovviamente, ma di snack e bibite necessari per non crollare dopo aver corso da una lezione all'altra e da un 103


reparto all'altro, senza aver avuto il tempo di andare in mensa. A Torino mi è capitato di assistere ad una scenata per una bottiglietta d'acqua: "Le sembra educato bere mentre io spiego?" "Ma avevo sete" "E allora? Le sembra il caso?" "Ma ci sono 30 gradi in quest'aula" "Voi giovani non sapete cos'è il rispetto!" A Berlino una studentessa veniva a lezione con il bimbo nel passeggino e nessuno, tranne me, sembrava trovare la cosa degna di nota. Lei era iscritta a medicina ma aveva anche un figlio da allattare, quindi lo portava con sé e, le rare volte che il piccolo cominciava a frignare, usciva dall'aula rapida, senza disturbare nessuno. A Torino: la gravidanza durante il corso di laurea? Fantascienza. Durante la specializzazione? Mal tollerata. Durante i primi anni di lavoro? Ma scherziamo? Sballottata in questo mondo così diverso e migliore, rientravo allo studentato con l'ansia al pensiero di dover tornare un giorno alla base sabauda. Per fortuna ogni sera, prima di cena, a tirarmi su ci pensava Fumiki che, sorseggiando un tè fumante, cercava di farmi ragionare, vedere le cose obiettivamente e regalarmi un poco di serenità.

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Fumiki chi? Ora ve lo spiego.

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27. Chi è Fumiki? Dopo i primi giorni di assestamento allo studentato, iniziai a notare un ragazzo schivo e silenzioso che si aggirava sul mio stesso piano, cucinava nella mia stessa cucina e si lavava sotto la mia stessa doccia. Io lo salutavo con un garrulo "Hallo", mentre lui rispondeva con un formale e volutamente distante "Guten Morgen". Gioiosa io. Glaciale lui. Affettuosa io. Distaccato lui. Tale siparietto venne a ripetersi per giorni, ma io non mi arresi, la sua freddezza non mi fece desistere ed alla fine ebbi la meglio. Una mattina all'ennesimo algido saluto risposi con un sorriso ed una tazzina di caffè fumante. Lui, issando bandiera bianca, ricambiò con una zuppa liofilizzata. La stalker dal pigiamone rosa aveva avuto la meglio sul silenzioso samurai. Seduti alla stessa tavola iniziammo a parlare e raccontarci. Fu così che nacque la nostra amicizia. Fumiki era giapponese e studiava economia. Dimenticate il tipico giovane nipponico occidentalizzato, buffo e fissato con i congegni 106


elettronici. Lui proveniva da una famiglia umile, era nato e cresciuto in una zona rurale e cercava di costruirsi un futuro grazie all'impegno e al talento negli studi. Anche a Berlino seguiva un regime di vita molto spartano, la sera non usciva quasi mai, sfuggiva la confusione e, se c'era abbastanza silenzio nell'Haus 17, lo si poteva sentire suonare lo shakuhachi(*) chiuso nella propria stanza. Era serio ed a tratti persino cupo. Educato, ma a volte scostante. Fumiki era pieno di pregiudizi nei confronti degli studenti Erasmus,"una massa di festaioli ubriaconi", e degli italiani, "frivoli, pigri e inaffidabili". Cercò a lungo di collocarmi in queste due categorie, ma con grande disappunto scoprÏ che io sballavo ogni sua ottusa certezza. Uscivo spesso, ma non tornavo ubriaca. Facevo tardi, ma mi svegliavo presto. Mi divertivo, ma frequentavo l'università regolarmente. Alla fine dovette ammettere a malincuore che forse non ero io a rappresentare chissà quale rara eccezione, ma lui ad essere parecchio prevenuto. Dovette arrendersi al fatto che anche i festaioli hanno un cervello e che gli italiani non si alzano a mezzogiorno. Fumiki ed io parlavamo di tutto: dalla storia italiana alla cultura giapponese, dalla religione all'ecologia, dai cartoni animati alla cucina. 107


Lui amava il Risorgimento e mi faceva mille domande a cui spesso io, ignorante come una capra, non sapevo rispondere. Io mi infuriavo per la caccia alle balene. Pratica barbara che lui collocava tra le antiche e legittime tradizioni. Lui si stupiva dei cartoni animati nipponici, più o meno lascivi od espliciti, che in Italia venivano considerati adatti ai bambini, e neanche la mia rassicurazione circa una rigida censura lo rasserenava. Io lo aiutavo a preparasi la carbonara, ma poi inorridivo scoprendo la sua intenzione di mangiarsela il giorno dopo per colazione. Fumiki ogni tanto diventava un poco strano e, mentre io imputavo questo suo comportamento alle diversità culturali, le mie amiche Comari mi dicevano più o meno così: "Ma guarda che quello ce stà a provà". Ed oggettivamente tutti i torti forse non li avevano. Le sue attenzioni nei miei confronti col passare del tempo divennero sempre più simili a quelle di un uomo per una donna e non di un amico per un'amica. Ogni scusa era buona per parlare un po' con me. Ogni scusa era buona per farsi trovare al mio fianco. Ogni scusa era buona per un regalo o un piccolo pensiero. Doni di poco valore, ma che sottolineavano il suo affetto nei miei confronti: una fetta di torta portatami nella lavanderia a gettoni dove stavo facendo il bucato, tante meravigliose gru colorate create dall'arte delle sue dita sottili, una tazza di Glühwein(**) da dividere in due, e persino un piattino celeste per la mia tazzina 108


dell'espresso. Forse per troppa timidezza o per la consapevolezza che ci dividesse un'insormontabile montagna di differenze culturali, Fumiki non disse mai niente di diretto circa i suoi sentimenti ed io ignorai sempre, piĂš o meno consciamente, tutti i segnali indiretti. La storia rimase cosĂŹ. Sospesa. Perfetta per essere ricordata a distanza di anni con un sorriso e tanta tenerezza.

(*) flauto giapponese (**) vin brulĂŠ tedesco

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28. Cercasi casa disperatamente Scontenta per la posizione periferica dello studentato, a Novembre compilai il modulo di rinuncia alla mia camera. Dal momento della consegna avrei avuto a disposizione un mese prima di dover andarmene. Trenta giorni per trovare l'appartamento dei miei sogni. Trenta giorni per cercare un nuovo posto dove stare. Trenta giorni per non finire a dormire sotto un ponte. Trenta giorni possono essere tanti oppure pochissimi. Carica di ottimismo ma anche di una certa ansia, mi imbarcai nella ricerca della mia nuova casa. Lo scopo ultimo consisteva nel trovare una stanza in una WG (alloggio diviso tra pi첫 adulti, studenti o meno), in un bel quartiere e ad un prezzo ragionevole. La concorrenza era agguerrita, le offerte decenti inferiori alle domande, l'impresa ardua. Fatica, frustrazione e scoramento sarebbero stati i miei fedeli compagni per alcune intense settimane. Ogni sabato mattina mi recavo in edicola a comprare i giornali specializzati, spulciavo tutti gli annunci, selezionavo le proposte pi첫 interessanti e poi telefonavo per prendere appuntamento. Il momento topico di ogni conversazione era sempre lo stesso: "Wie ist die Adresse?"(*) "Sbaragnaustrasse" 110


"Eh???" "Superkazzolenstrasse" "Wasssssss?" Erano pochissime le volte in cui capivo l'indirizzo al volo, spesso dovevo chiedere lo spelling ed in alcuni imbarazzanti e penosi casi neanche ciò era sufficiente. Allora mi armavo di stradario e pazienza e, andando per tentativi ed assonanze, alla fine risolvevo il mistero e risalivo al nome esatto della via. Un’acuta detective? No, semplicemente una ragazza disperata e caparbia. Nel giro di un paio di settimane vidi molti appartamenti. Quelli migliori venivano presi d'assalto da orde di giovani. Ci ritrovavamo in fila, come all'ufficio di collocamento o ad un provino per il Grande Fratello. Non eravamo noi a "giudicare" la casa, ma i futuri coinquilini a decidere quanto noi fossimo all'altezza del giaciglio offertoci. Quelli peggiori erano ovviamente molto meno ambiti. Del resto non c'era da stupirsi che non ci fosse la fila per accaparrarsi un sottoscala caro quanto un attico, per godere la gioia di un’ottantenne come coinquilina, o per provare l’ebbrezza di vivere in mezzo ad una banda di spacciatori. Dopo molti appuntamenti e infinite delusioni, le opzioni vagamente accettabili rimaste a mia disposizione erano solo due. Potevo scegliere se vivere 111


con "Rosemary' s Baby" o lo "Psycho Brother". Il primo alloggio si trovava nel mio quartiere preferito: Prenzlauerberg (ora entrato a far parte del distretto di Pankow). Vitale polo di attrazione per artisti e giovani provenienti da tutto il mondo, pieno di Caffè, negozi colorati e ristorantini etnici. Andando all'incontro guardai le strade ed i palazzi limitrofi con commozione, iniziai a salire le scale con una rinnovata speranza, bussai alla porta con il cuore gonfio d'attesa. Dopo un secondo l'uscio si aprÏ, io sfoderai il migliore dei miei sorrisi, ma davanti a me non trovai il tipico fricchettone berlinese o l'ennesimo studente Erasmus, bensÏ una bambina. Una bimba con il viso imbronciato e lo sguardo rabbioso. I miei futuri coinquilini sarebbero dovuti essere un padre single, giovane e belloccio, e la di lui figlia, una bimbetta con l'aria dolce e rassicurante della protagonista de L'Esorcista. Mentre il papà mi mostrava l'appartamento, l'adorabile frugoletto mi lanciava sguardi carichi d'odio. Mentre sedevamo tutti intorno ad un tavolo, l'angioletto germanico tentava di prendermi a calci. Mentre parlavamo di affitti e spese, la fetente lillipuziana precisava che: "Io questa in casa MIA non ce la voglio!" La camera da affittare era enorme e bella, l'alloggio fantastico, il quartiere il meglio che io potessi desiderare, ma l'idea di convivere con la bimba posseduta dallo dimonio mi frenava assai. Quindi, me 112


ne andai con un vago "Mi faccio sentire io" ed affranta arrancai verso la mia ultima destinazione: l'appartamento dello Psycho Brother. Il quartiere era periferico, quasi quanto quello dello studentato, e l'edificio un casermone in pieno stile sovietico. Una tristezza infinita. Ad aspettarmi trovai: un ragazzo alto e smilzo, proprietario dell'immobile; una ragazza coreana, che si era appena aggiudicata l'ultimo posto decente disponibile, lasciando a me uno sgabuzzino con lucernaio; tre gatti piscioni e lo Psycho Brother. Quest'ultimo, fratello del proprietario, se ne stava rigorosamente chiuso a doppia mandata nella propria stanza perché "preferisce stare per i fatti propri", "non ama gli estranei" ed "è un po' strano, ma tranquillo". La casa era carina, ma la brutta posizione, le dimensioni della mia camera e soprattutto la presenza dello strano figuro di cui sopra, mi facevano intravedere terribili quadri futuri. Che andavano dall'obbligo di dividere il mio misero giaciglio con i tre gatti piscioni fino al mio accoltellamento sotto la doccia. La mia calda ed accogliente stanzetta a Schlachtensee non mi era mai parsa così bella e sicura. Tornai a casa terribilmente scoraggiata ma, mentre affogavo i dispiaceri in un tè alla cannella, qualcuno bussò alla mia porta: "Ciao Pancrazia" "Ciao amichetta Eli" 113


"Com'è andata la ricerca?" "Un disastro" "Non ti preoccupare, ho trovato questo numero sulla bacheca di Fisica. È l'appartamento perfetto per te!"

(*) Qual è l'indirizzo?

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29. Casa dolce casa "Sarai l'ultima tra di noi a trovare casa, ma vedrai che sarai quella a trovare il posto migliore." Con queste profetiche parole Eli si congedò. Io rimasi da sola a leggere l'annuncio. Questo rispondeva ad ogni mio desiderio: giusto il quartiere, perfetto il periodo, onesto l'affitto. Era la mia ultima occasione. Da un lato avevo la nanetta odiosa, dall'altro il gattaro-serial killer, di fronte una splendente via d'uscita. Il giorno dopo mi recai all'appuntamento. Il palazzo era il classico vecchio edificio della Berlino est: scrostato e trascurato, ma deliziosamente bohemienne. Venni accolta da Anke, la proprietaria tedesca e Marije, la coinquilina olandese. La prima aveva in progetto di trascorrere qualche mese in un'università brasiliana e, per questo motivo, voleva affittare la sua stanza dal primo di gennaio al 15 di aprile. Mentre parlava del Sud America nei suoi occhi non si leggeva tanto l'entusiasmo accademico, quanto quello per le lunghe spiagge bianche e soprattutto per gli scultorei ragazzi carioca strizzati in micro costumini. La seconda era una studentessa Erasmus, olandese di 115


nascita, svizzera d'adozione ed australiana da parte paterna. Carina e simpatica, per mettermi a mio agio, dichiarò persino di saper parlare un poco d'italiano. In realtà risultò subito chiaro che sapesse dire solo quattro parole in croce, ma io apprezzai comunque lo sforzo. L'appartamento era fantastico, la camera meravigliosa, Anke gentile, Marije uno zuccherino. Era decisamente tutto troppo bello per essere vero. Le probabilità che una tale fortuna potesse capitare a me erano prossime allo zero. Desiderosa di porre fine in fretta alle mie sofferenze e di non crogiolarmi troppo in inutili illusioni, misi subito le carte in tavola. "In quanti hanno già visto l'appartamento?", leggasi "Che posto occupo in graduatoria? Sono almeno nella top 100?" "Nessuno, sei la prima. Abbiamo appena messo l'annuncio." "Io avrei un po' di fretta. Quanto ci vorrà per sapere qualcosa?", leggasi "Ditemi subito che preferireste essere morse da un coguaro piuttosto che affittare la stanza a me, e togliamoci il pensiero!" "Se vuoi te lo diciamo subito: per noi vai bene tu." "Danke", leggasi "Alleluia, Alleluia, Alleeee-luia" Il destino bizzarro aveva deciso di ammantarsi d'improvvisa magnanimità e farmi un regalo. Marije ed io avremmo diviso per tre mesi e mezzo un appartamento da sogno in Marienburgerstrasse a 116


Prenzlauerberg. Ed io avrei trascorso le mie notti in un enorme letto, al centro di una stanza luminosa che sembrava l'atelier di un artista. Eli, la profetessa romana, aveva avuto ragione.

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30. Per un pugno di marchi Era ormai giunto dicembre ma, prima di tornare in quel di Torino per le vacanze natalizie, mi rimaneva ancora un importante incontro da fare. Quello con la temibile e temuta Frau MeMagnoLaTuaKautionen. Una donna dal rigido caschetto nero e l’acrilico tailleur blu, che si aggirava per i corridoi dello studentato in cerca delle proprie vittime. Il suo compito era semplice quanto spietato. La sua unica arma un block notes. Ella controllava le camere di coloro che avrebbero traslocato, trovava qualche magagna di cui incolpare gli inquilini in partenza, e quindi negava la restituzione della cauzione versata mesi prima dai suddetti. Nel giro di pochi giorni l'arcigna figura aveva assunto contorni mitici, guadagnandosi un posto di riguardo tra i peggiori cattivi di tutti i tempi: un gradino sotto Freddy Krueger ma una spanna sopra Gargamella. Tra quelli che ne avevano incrociato il cammino, c'era chi aveva dovuto rinunciare a metà dei propri soldi per la presenza di troppa polvere sul pavimento: "Doppiamo kiamare esperto con zuper makkinario per togliere tua orrippile sporcizia. Teniamo 200 marki di kauzione!" "200 marchi? Per scopare un metro quadro di 118


pavimento? E che è: un esperto della NASA? Guardi che quelli non sono mica pezzi di asteroide ma solo briciole di biscotti!" C'era chi avevo dovuto subire umiliazioni pubbliche e cazziatoni epici: "Vercogna! Tu grande sporcaccionen. Io metto foto tua su tutti muri di studentato. Tutti devono sapere che tu grande zozzonen!" C'era chi aveva dovuto mettere in pericolo il conto in banca e la salute per colpa di un segnetto di penna sulla scrivania di truciolato: "Orroren! Kosa hai fatto? Noi ora dobbiamo cancellare sfregio su mobile antico. Tua kautione non basta, vogliamo anche uno rene!" Il giorno che venne annunciato la visita della terribile Frau nel mio edificio fui testimone di vere e proprie scene d'isteria: qualcuno si buttò dalla finestra cercando rapidamente una via d'uscita, qualcun altro tentò di nascondersi negli scarichi del water. Io invece mi feci un caffè e, con l'aria soddisfatta di un micio che sta per papparsi un topolino, mi posi in attesa. Ella spuntò dal fondo del corridoio quando i nostri sguardi s'incrociarono per la prima volta. Ci sorridemmo melliflue ed io mi compiacqui nell'intravedere nei suoi occhi il seme del dubbio e della paura.

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I di lei passi rimbombarono ritmati nel silenzio dell'Haus 17, mentre io l'attendevo di fronte alla mia porta con una sola grande consapevolezza: "Quando una Frau con caschetto e block notes incontra una Pancrazia con ricci e scopettone, quella con caschetto e block notes è una Frau morta". Io sono l'ultima erede di un'antica stirpe. Io sono figlia di Gioachina, nipote di Rosa, pronipote di Concetta. La mia famiglia conta generazioni su generazioni di casalinghe disperate, donne fissate con la pulizia, isteriche che stirano persino le mutande. Una tra noi due era destinata a soccombere. E non sarei stata certo io. La Frau entrò nella mia stanza e, per un attimo, rimase abbagliata da tanto splendore. Poi, a poco a poco, recuperò il dono della vista. Nella mia camera tutto brillava. Pavimento, libreria, vetri alle finestre. Tutto era pulito. Tutto era perfetto. Perfetto. La Frau aprì la bocca, poi la richiuse, poi l'aprì nuovamente per dire solo "Komplimenten!" e cadere a terra svenuta. Io ebbi indietro tutta la mia cauzione. Lei venne vista lasciare lo studentato la sera stessa per non farne più ritorno.

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31. Il ritorno della figliola prodiga Il breve ritorno in Italia in occasione delle feste natalizie rappresenta un importante spartiacque per lo studente Erasmus tipo. Seppur per pochi giorni, si torna a casa. Si torna da mamma e papà . Si torna a godere di tutti gli inutili e intossicanti comfort a cui si è dovuto e potuto facilmente rinunciare pochi mesi prima. Io lasciai Berlino una fredda e grigia mattina, salutata dai miei internazionali amici con la passione e lo struggimento che si dovrebbe a un giovane soldato diretto al fronte. Partii con il cuore pieno di malinconia e lo zaino vuoto per poter fare incetta di generi di prima necessità: la mozzarella di bufala, il parmigiano reggiano, cd, libri e qualche top sexy. Il minimo indispensabile per rendere piÚ confortevole la seconda parte della mia permanenza in terra germanica. Del resto era solo quello che importava. I parenti mi aspettavano in Italia e non vedevano l'ora di riabbracciarmi ma io, in quanto studente Erasmus tipo, me ne fregavo altamente. Desideravo solo che i giorni italici volassero via in fretta per poter tornare alla mia estera esistenza. Atterrata a Torino provai fastidio per tutto: colori, odori e rumori. L'accento torinese? Orribile! Gli abiti italiani? Tristi! 121


Ed il profumo del Curry Wurst? Dov'era finito il profumo del Curry Wurst? Appena le porte automatiche del gate si aprirono venni travolta dall'amorevole e stritolante abbraccio dei miei familiari. Io all'inizio reagii riottosa e infastidita da tanto latino e chiassoso amore ma, appena tornata a casa, mi abituai rapidamente al trattamento di riguardo che mi era riservato. Divano, televisione, patatine, il tutto condito dal lusso di non aver nulla di urgente di cui occuparmi. Un rientro nell'accogliente bozzolo dell'infanzia prolungata. Il benvenuto all'emigrante che torna a casa, alla figliola prodiga, alla ragazzotta che in Germania non mangia abbastanza, "guarda come ti sei fatta magra, ci pensa mamma tua adesso a te". È strano però, come pochi mesi lontani dalla mia patria, mi facessero sentire un'aliena. Ero partita a settembre e a dicembre amici e parenti mi sembravano estranei e vagamente fuori di testa. Mia madre su tutti. "Cristina ha fatto questo", diceva, "Cristina ha fatto quest'altro. Cristina è tanto brava." Tutto ciò mentre io allibita mi chiedevo chi cacchio fosse questa Cristina. Pur avendo una famiglia numerosa, anche indagando fino ai cugini di terzo grado, a me di "Cristina" non ne risultava neanche una. "Scusa, madre cara, non per essere indiscreta, ma sta Cristina chi cazz è?" 122


"Come non lo sai? Dove hai vissuto finora? E' una delle concorrenti del Grande Fratello!" Avevo lasciato una nazione piÚ o meno sana e, al mio ritorno, mi trovai in mezzo ad un branco di teledipendenti completamente folli. Persino la mia alternativa amica Meri sentÏ il bisogno di avvertirmi: "Guarda che qua sono diventati tutti pazzi. L'unico modo per sopravvivere è lasciarsi assimilare. Ormai esiste un solo argomento di conversazione: il Grande Fratello. Pure se non lo guardi ne devi conoscere le dinamiche, altrimenti sei destinato alla solitudine e all'isolamento sociale." "Come quando in prima superiore eri un Paria se non guardavi Beverly Hills 90210?" "Peggio. Molto peggio." Ma io mi sentivo troppo internazionale e cool per occuparmi di tali facezie. L'inizio della fine del mio paese come l'avevo conosciuto fino ad allora non era piÚ importante della mia nuova pettinatura da tedesca, del mio nuovo appartamento a Prenzlauerberg, e dei messaggi dei miei nuovi amici Erasmi che, ritornati in patria anch'essi, ululavano alla luna in attesa del ritorno all'amata Berlino. Passai il Natale a scofanarmi panettoni e cannoli siciliani, e ad imboscarmi in valigia pandori da esportare oltre confine. Poi fu la volta di Santo Stefano. Un Santo Stefano molto speciale. 123


Un Santo Stefano con l'Ex.

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32. Pigmalione Quel 26 dicembre del 2000 lo trascorsi con il mio Ex. Sì, proprio colui che tanto avevo amato. Sì, proprio colui che mi aveva mollata per telefono senza troppe cerimonie. Sì, proprio colui che mi aveva portato a scegliere l'espatrio pur di smettere di soffrire. Ero arrivata a Torino da pochi giorni quando il mio cellulare trillò la sua innocua richiesta: "Ciao Pancrazia, ti va di venire a pranzo da me? Tagliatelle al ragù!" "Ci vediamo a Santo Stefano", gli risposi. La nostra relazione era finita per un sacco di ottime ragioni ma fondamentalmente perché a lui, ad un certo punto, era venuta la sindrome da Pigmalione. Quello di George Bernard Shaw. Quello che prende la fioraia cafona e, per scommessa, la trasforma in una signora dell'alta società. Allo stesso modo lui aveva deciso di volermi cambiare, di voler rendermi una persona migliore, di voler farmi "uscire dal guscio" come amava ripetere spesso. L'impresa in parte gli era riuscita. Mi aveva cambiata. Ma mi aveva cambiata in peggio, trasformandomi da ragazza gagliarda in una mollacciona insicura. Per poi chiudere il nostro rapporto con il più classico dei: "Non sei più la donna di cui mi ero innamorato." 125


Quel giorno di festa, dopo tutto il tempo passato e le esperienze vissute, ci ritrovammo nuovamente a casa sua. Da soli. Cuore a cuore. E ne approfittammo per raccontarci gli ultimi mesi che ci avevano visti distanti. Lui elencò, con dovizia di particolari e dimostrazione di profonda sensibilità, i viaggi, le avventure, e tutte le storielle sentimentali orgogliosamente inanellate fino a quel momento. Io, reprimendo il desiderio di prenderlo a mazzate sulle gengive, gli raccontai del mio Erasmus, delle scoperte, delle risate e dei mille incontri. Fu proprio nel bel mezzo di uno dei miei aneddoti berlinesi, che lui disse ciò che tanto a lungo avevo atteso: "Sei diventata così indipendente e sicura di te. Sei uscita dal tuo guscio!" A quel punto ebbi l'occasione di rispondergli: "Lo scorso mese ho letto Pigmalione. Ne parlavi spesso, ricordi?" "Certo" "Ma tu l'hai mai letto?" "No, però ho visto My Fair lady. E il libro com'è?" "Bellissimo. Nella versione originale lei se ne va e lascia lui da solo, come un cretino." Certe storie bisogna leggerle dall'inizio alla fine. Non ci si può affidare ai bignami o alle stucchevoli rivisitazioni hollywoodiane. Certe storie bisogna viverle per coglierne il vero 126


significato. Certe storie, a loro modo, hanno comunque un lieto fine. Almeno per la protagonista femminile.

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33. Un indimenticabile Capodanno (prima parte) E alla fine venne San Silvestro con una festa in montagna tra amici. Amici a cui piaceva sia la vecchia sia la nuova versione di me. Amici che mi erano stati sempre vicini nel momento del bisogno. Amici che non si offendevano quando dicevo loro di voler ripartire ma, anzi, programmavano gite per venirmi a trovare e fare un poco di sana bisboccia crucca assieme. Tanti mesi di lontananza però avevano finito col farmi dimenticare, o sottovalutare, qualche insignificante particolare riguardo al simpatico gruppo con cui solitamente mi accompagnavo. Avevo dimenticato, per esempio, che alcuni di loro fossero degli emeriti deficienti con cui uscivo solo in quanto amici di amici di amici di amici. Avevo sottovalutato il litigio tra LaBionda e LaMora. Rottura, tanto incomprensibile quanto inconciliabile, che aveva trasformato la nostra comitiva in una sabauda versione della Guerra Fredda. Con tanto di muro di Berlino a forma di gianduiotto. Avevo persino trascurato che IlBuono, con cui scelsi di fare il viaggio in macchina dalla pianura fino alla vetta, avesse come indiscusso mito musicale Michele Zarrillo. E, per questo, mi toccarono due ore filate di "Una rosa blu" senza soluzione di continuità . Un'esperienza che 128


mi rese più forte ma anche un filino schizofrenica. Ma tutto ciò non aveva importanza. A Capodanno le cose vecchie e brutte si buttano dalla finestra e si tengono solo quelle belle che ci accompagneranno per tutto l'anno nuovo. Tutto si supera. Tutto o quasi. Ognuno di noi aveva generosamente contribuito a costituire un importante tesoretto da spendere in salatini, bevande varie e soprattutto alcolici. Tanti alcolici. Arrivati tra i monti, mentre io ed altre giovani nonne Papere esibivamo orgogliose i dolci preparati per l'occasione, mi accorsi che tutto quello zuccheroso ben di Dio avremmo dovuto mandarlo giù con l'acqua del rubinetto. Sul tavolo, infatti, facevano bella mostra di sé solo una bottiglia striminzita di Limoncello ed una di Vodka scadente. Nient'altro. "E la birra?", chiesi. "Non l'abbiamo presa" Fu un duro colpo da sopportare per una che era appena arrivata dalla Germania ma, nella mia infinità bontà, decisi di ingoiare il rospo e proseguire come se nulla fosse. "Va bene. Ma il resto della roba da bere dov'è?" "Da nessuna parte: è tutto qua." "State scherzando, vero? Ma che c'avete fatto con tutti i 129


soldi?" E a quel punto gli occhi dei quattro mentecatti, responsabili dell'approvvigionamento, brillarono di lucida follia. "Guarda che meraviglia", mi dissero orgogliosi, esibendo una vera e propria santa barbara. Avevano buttato i sudati denari di tutti noi in: petardi, tric e trac, bombe a mano e altre fesserie simili. Partiamo dal presupposto che io odio i cosiddetti "botti" e che quindi non brillo per obiettività al riguardo. Ma a voi sembra normale, per una spesa di 30 persone, comprare solo un pacchetto di patatine sbriciolate, appena un litro e mezzo di bevande, ma una quantità tale di petardi da far venir giù una valanga? No, dico, a voi sembra normale? A me no. E, infatti, dimentica della mia magnanimità, cercai di staccare la testa degli sventurati a morsi, per poi berne il sangue sopra un altare votivo. Il resto della comitiva, purtroppo, riuscì a staccarmi dai malcapitati e a calmarmi ricordandomi che, se mi fossi macchiata di omicidio plurimo, non sarei potuta tornare a Berlino. A quel punto tutti noi, giovani, belli, e mentecatti sopravvissuti, procedemmo alla vestizione. La festa vera e propria si sarebbe tenuta in un appartamento poco distante e molto più grosso, dove ci aspettava un altro gruppo di amici di amici di amici di amici di amici. 130


34. Un indimenticabile Capodanno (seconda parte) Quando si è una ragazza di poco più di vent'anni si ha il guardaroba pieno di vestiti adatti ad ogni stagione. Attenzione, non sto parlando di abiti nati per andare bene con ogni temperatura. Ciò sarebbe saggio e utile, e non è assolutamente questo il caso! Parlo di frivoli abitini sottoveste che le ventenni si ostinano a portare in qualunque periodo dell'anno: per il veglione di san Silvestro come per il falò di ferragosto. Indifferentemente. È inverno? Ci si piazzano sotto dei collant ed un paio di stivali. È estate? Li si abbina con dei sandali. Io e le mie degne amiche, in quanto ventenni, quel lontano 31 dicembre del 2000, a 1200 metri d'altitudine, tra le vette innevate piemontesi, scegliemmo un abbigliamento che sarebbe stato perfetto anche per un aperitivo ai Caraibi. A nostra difesa voglio solo ricordare che la festa si sarebbe dovuta tenere in un caldo appartamento. Teoricamente un giaccone ed un paio di scarpe chiuse sarebbero stati più che sufficienti per superare il tragitto auto-portone. Ma così, ovviamente, non fu. Gnocche più che mai raggiungemmo tronfie l'ingresso del party. Suonammo il campanello, l'uscio si aprì, e in 131


un attimo fummo travolte da un branco di piumini, sciarpe, doposci e cappellacci di lana. "Evviva: andiamo ad aspettare la mezzanotte sulle piste!", vociò gaio l'informe gruppone adeguatamente abbigliato mentre guadagnava l'uscita. "...", rispose pietrificato il manipolo di minigonne fascianti e mocassini appena lucidati. Perché, a ben guardare, anche gli esponenti maschili della comitiva avevano optato per un abbigliamento leggero ed urbano. Dopo interminabili minuti trascorsi sulle scale a guardarci con gli occhi persi. Il più "coraggioso", il più incosciente, il montone capo del gregge di pecoredilanaprivate cui appartenevo, si erse nel suo metro e 60 cm scarsi di altezza e, forte del calore infusogli dal limoncello bevuto prima di uscire, esclamò con voce stentorea: "Non vorremo mica farci ridere dietro da questi? Non vorremo mica fare la figura dei soliti fighetti di città? Andiamo anche noi sulle piste!", urlò precipitandosi verso l'uscita. E noi, idioti, dietro a lui. Ovviamente io, che mi metto il golfino anche a luglio, cercai di oppormi. "Ma guardate che moriremo di freddo." "Quante storie! Dovremo resistere solo pochi minuti." Pochi minuti. Pochi minuti un par di balle. Stazionammo sulle piste da sci dalle 11 all'una di notte. 132


Voi avete idea di cosa voglia dire stare due ore vestiti da sera in piedi su una pista da sci? Io sì. Voi avete idea di cosa voglia dire avere talmente freddo da desiderare di darsi fuoco? Io sì. Voi avete idea di cosa si provi ad avere un vestitino leggero con sopra un cappottino altrettanto leggero e, per sbaglio, finire in mezzo ad una battaglia di palle di neve? Io no. Ma la mia amica BellaeSfortunata sì, e ancora va in analisi per superare il trauma! Fu un vero miracolo che nessuno di noi perse per il freddo qualche falange. Io, a distanza di anni, ancora mi conto con orgoglio e commozione le mie dieci cazzutissime dita dei piedi che, nonostante l'ipotermia acuta e contro ogni legge fisica, quella notte scelsero di rimanermi fedelmente attaccate.

Grazie care, approfitto di questa occasione per ringraziarvi pubblicamente. Furono le 2 ore più lunghe della mia vita e, ad onor del vero, non solo della mia. Ben presto lo sconforto ci travolse tutti e, con l'ultimo briciolo di orgoglio e folle irrazionalità rimastoci, decidemmo di non ripresentarci davanti all'uscio dei simpatici montanari che ci avevano tirato un pacco sì grande e sì gelido. E prendemmo a vagare sconsolati per il paese, cercando riparo in ogni locale, ogni baretto, ogni pertugio dell'amena località sciistica. Ormai eravamo in giro e il capodanno l'avremmo festeggiato così: a membro di segugio! 133


Ogni posto era strapieno e noi eravamo troppi: mentre il primo riusciva a raggiungere il bar e ordinare qualcosa, due terzi del gruppo erano ancora fuori a spingere, spintonare, e cercare con poca fortuna di entrare. Nel disperato ed inutile tentativo di scaldarci ci attaccammo ad ogni forma di alcool disponibile. Qualcuno vi dirĂ di avermi vista addirittura sfondare a spallate la vetrina di una profumeria e scolarmi una confezione da mezzo litro di Just Cavalli Parfume. Costui mente sapendo di mentire. Era Chanel numero 5. Sono una donna di classe IO! La mia amica LaBionda, fino a quel momento astemia, in stato di evidente alterazione alcolica, mi costrinse ad accompagnarla in bagno. Nel senso che la dovetti proprio accompagnare fino a dentro il cesso, e tenerle la manina mentre lei, colta da un attacco di ridarella, cercava di mantenere l'equilibrio su una turca e non farsela sulle scarpe. Che bei momenti. Alla fine tornammo stremati, bagnati e incacchiati come bisce nel nostro monolocale. Ci insaccammo nei nostri sacchi a pelo da cacciatorini e perdemmo i sensi su ogni superficie utile: letti, divani, tappeti, vasche da bagno e tavoli da pranzo. Io e il fedele amico IlBuono scappammo a valle appena si fece giorno. Senza guardarci indietro. E con Michele 134


Zarrillo e la sua stracacchio di Rosa Blu a farci da colonna sonora.

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35. Pancrazia on ice Tornai a Berlino la sera del 2 gennaio con uno zaino pieno di delizie nostrane, e l'animo colmo di voglia di ributtarmi nella mischia. Atterrata a Tegel trovai una città coperta da metri di neve e da uno spesso strato di ghiaccio. Su strade e marciapiedi si poteva assistere ad evoluzioni di pedoni e automobili degne di una finale dei mondiali di pattinaggio. Mantenere il controllo dell'andatura era fisicamente impossibile e così era tutto un fiorire d'involontari axel, tolup, trottole, tripli tolup, quadrupli axel. Tutto un volare di femori, tibie, paraurti e pneumatici che seguivano ardite parabole e spettacolari coreografie. Noi italiani abbiamo la convinzione che il cattivo tempo faccia disastri solo dalle nostre parti, mentre dalla Svizzera in su l'organizzazione sia sempre ineccepibile, e la vita del tipico cittadino nordico non subisca mai ritardi o contrattempi. Ebbene, vi devo svelare un segreto: le cose non stanno proprio così. In effetti, vi sono degli eventi che si verificano solo da noi: tipo intere città bloccate da 20 cm di neve o mezza montagna che viene giù per due ore di pioggia. Queste purtroppo sono nostre peculiari caratteristiche, figlie di 136


amministrazioni vergognose ma anche di cittadini incoscienti. Ma due metri di neve caduti in poche ore possono mettere in difficoltà anche l'attrezzata Germania. Perché, per quanto si sia organizzati, la neve prima di toglierla bisogna comunque aspettare che si depositi, non si possono mica mandare i messi comunali a prenderla al volo fiocco per fiocco. Ed il ghiaccio, per quanto uno vada giù di sale, se c'è da formarsi si forma comunque. La differenza non sta dunque solo in istituzioni più organizzate, ma anche in cittadini mediamente più consapevoli e responsabili che si lamentano di meno e si attrezzano di più. Quella sera il marciapiede brillava di una sinistra e ghiacciata luce, ed io avrei dovuto attraversarlo per salire sull'autobus. La superficie era talmente scivolosa che, con lo zaino in spalla, avrei immediatamente fatto la fine della tartaruga capottata sul guscio. I minuti passavano, l'autista del bus mi guardava annoiato, ed io cercavo disperatamente di trovare una soluzione. Alla fine mi ricordai di essere lontanissima dalla casa madre, principio base su cui si fonda il sempre valido concetto "Qua non mi conosce nessuno, che me frega!" Quindi mi sfilai lo zaino dalle spalle, lo buttai a terra di fronte a me e, mettendomici cavalcioni, ne feci un uso a metà tra lo slittino di Heidi e il deambulatore di una vecchietta. Spinta dopo spinta, grugnito dopo grugnito, 137


raggiunsi l'agognata meta e mi issai a bordo del mezzo con sfacciata disinvoltura. L'autista, dopo aver raccolto la mascella che nel frattempo era caduta ad altezza ginocchia, cercò di dipingersi sul volto un'espressione di tipica indifferenza crucca. In realtà la cosa non gli riuscì molto bene, ed io da quella sera sono pienamente consapevole di appartenere all'aneddotica di una qualche sconosciuta famiglia berlinese. "Andate a dormire pampini." "No, papà, prima raccontaci storia d'italiana pazza ke cavalca zaino!" "Ancora??? Ma avete cià sentito mille volte!" Ero tornata a Berlino. Finalmente.

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36. L'ultima notte a Schlachtensee Dopo essermi trascinata per il parco dello studentato, in mezzo a fango, cumuli di neve, sabbie mobili, alligatori e sanguisughe, entrai finalmente nella mia Haus, con lo zaino-slittino-dembulatore in spalla ed il freddo cronico nelle ossa. In questo pessimo stato venni accolta dal riscaldamento teutonico che, in barba al buco dell'ozono, l'inquinamento ed il risparmio energetico, raggiungeva sempre livelli tropicali. Come un Mammut liberato dai ghiacci presi a zompettare leggiadra per le scale e, dopo essermi fermata in cucina a lasciare in dono un soffice Pandoro, rientrai finalmente nella mia stanzetta. Questa era ancora linda come sempre, ma ormai spoglia. Prima di partire, infatti, avevo inscatolato tutto in vista del trasloco imminente, ed il mio mondo ora giaceva accatastato in un angolo. Infilatami sotto il piumone, trascorsi cosÏ la mia ultima notte a Schlachtensee. Una notte di ricordi e bilanci, progetti e paure. Mi apprestavo a cominciare una nuova fase. Lasciavo il certo dello studentato per l'incerto dell'appartamento condiviso. Lasciavo le cene con le Comari ed i tè con Fumiki per 139


qualcos'altro, ma non sapevo ancora cosa. Renée e Gra' avevano scelto di rimanere allo studentato. La prima nella stanza dalle tende colorate e il profumo di buono. Stanza che aveva visto il lento, lentissimo, ma inesorabile avvicinamento tra lei ed il suo Tandem. No, non la bicicletta, ma Florian. Lo studente tedesco con cui Renée s'incontrava per chiacchierare e insegnarsi reciprocamente le proprie lingue madri. In pratica lei gli parlava in tedesco e lui le rispondeva in italiano. “Incontri e scambi di lingue”. Solo per decenza vi risparmio tutti i doppi sensi ed i giochi di parole di cui furono vittime i due innamorati. La seconda rimase nella sua superaccessoriata camera, dotata di televisore portatile e di un invidiabile guardaroba. Ma anche di un, molto meno invidiabile, vicino russo. Ragazzone spocchioso che si faceva chiamare il Padrino, vantava un intoccabile frigorifero di proprietà, e amava dare il bianco in mutande. Sissi, La Mari ed Eli, invece, avevano fatto la mia stessa scelta ed avevano già traslocato tutte prima di Natale. Sissi aveva trovato posto in una villetta stretta stretta e alta alta, con un giardino da curare, il vialetto da pulire, e due germanici coinquilini sulla cui simpatia vertevano e vertono tutt'oggi opinioni contrastanti. Se chiedete a Sissi ed Eli vi diranno che lui era strano e lei simpatica. 140


Ma se chiedete a me, ed ovviamente la mia opinione è l'unica che conti, vi dirò che lui era gentile e lei una "faccia da patata" di rara antipatia. La Mari aveva scelto di dividere un appartamento con tre ragazzi spagnoli, già suoi vicini di stanza allo studentato. Furono i 3 hermanos e la loro amata Frigerina. Perché quando cresci tra fratelli e studi ingegneria hai pelo sullo stomaco e spirito d'adattamento superiori alla media. Questo gli uomini lo sentono e ti adorano a prescindere. Eli, esibendo di diritto lo scettro della sfiga, era finita in una casa di pazzi. Con uno strano figuro dal passato infelice, il presente incerto, e l'equilibrio labile. Con un'acida massaggiatrice che l'accusava di tutto, dagli aloni sui vetri alla fame nel mondo. E, per non farsi mancare nulla, anche con un giovanissimo rockettaro dalle gambette secche e l'aria triste e confusa di chi è nato nel decennio sbagliato. Chissà a me cosa sarebbe toccato.

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37. Gru e streghe La mattina seguente mi avviai per le scale. E fu lì che lo trovai. Lì. Impalato. Alle 8 di mattina. Con il suo cappotto color cammello e un pacchetto stretto tra le dita. "Che ci fai qua?" "Sei tornata?" "Hai assaggiato il Pandoro?" "Ho un regalo per te" "Sto traslocando" "Lo so. Sono qua per aiutarti" Chissà da quanto tempo era lì. Pazzo e presente. Gentile senza fronzoli. Unico. Fumiki prese lo scatolone che tenevo in braccio. "Attento, è pesante" "Ho fatto il traslocatore. È tutta questione di metodo" In quella scatola avevo riposto gran parte di ciò che avevo accumulato negli ultimi tre mesi. Sopra quell'eterogeneo insieme di oggetti faceva bella mostra di sé un festone di gru in cartoncino colorato. Un vecchio dono del mio nipponico amico. "Ti porti anche queste?" "Certo" "Ma non sono un granché" "Sono bellissime" 142


"Te ne avrei potute fare di più belle" "Queste sono splendide" "Il regalo non lo apri?" "Io non ti ho fatto niente" "Ho mangiato una fetta di Pandoro" "Non è un gran regalo una fetta di Pandoro" "Arriva dalla tua terra, certo che lo è" Appoggiai il resto delle mie cose sul tavolo da pranzo e aprii il suo regalo natalizio: una streghetta. "Ti porterà bene. Io non credo a queste cose. Ma ho pensato che magari tu sì. Se non ti piace non importa. Era solo un pensiero. La puoi anche buttare se vuoi" "È bellissima, grazie. Nella mia nuova stanza ci sono due finestre: una sarà per le gru e l'altra per la strega. Sarò al sicuro." Non sarei mai riuscita a far quel trasloco tutto da sola. Mi ci sarebbe voluta una giornata intera e, invece, con l'efficiente aiuto di Fumiki, portai tutto il mio mondo da una parte all'altra di Berlino in un'ora. Un'ora delle nostre solite chiacchiere. "Parli come una buddista" "Credi che dovrei diventare buddista?" "Credo che ognuno dovrebbe rimanere della propria religione" Un'ora da Schlachtensee a Prenzlauerberg. "Eccoci qua" "Non ci sono negozi. Dove farai la spesa?" 143


"C'è un supermercato all'angolo e un altro al fondo della strada" "Saranno sicuramente più cari di quelli davanti allo Studentato" "E perché mai?" "E i servizi? Se ti serve qualcosa come fai?" "Ho la Posta davanti casa e due Banche ad un isolato" "La fermata della metro è lontana e non c'è l'autobus" "La metro è molto più vicina di quanto sia a Schlachtensee. E qua c'è il tram. Ti piace il palazzo? Molto bohemienne, no?" "Se per bohemienne intendi vecchio. Sì, molto bohemienne" "L'appartamento è fantastico, non trovi?" "L'arredamento è banale" "Banale? Ho una scrivania ricavata da una vecchia macchina da cucire, una palla trasparente come sedia, un pazzesco letto a scomparsa, e un'amaca" "Sì, appunto. Ora devo andare" "Mi verrai a trovare?" "Sarò molto impegnato con l'università" "Io comunque sono qua, l'indirizzo lo sai" "Certo, magari ci vediamo. Chissà. Ciao" "Ciao" Ci sono persone capaci di svegliarsi all'alba e di caricarsi uno scatolone sulle spalle per te. Persone che però non ti diranno mai che gli mancherai, preferendo di gran lunga tenerti il muso come il più capriccioso dei bambini. 144


Ci sono persone che non dimenticheranno mai le piccole lezioni di spigolosa saggezza ricevute. Persone che, nel fondo di un armadio, conservano ancora gelosamente festoni di gru colorate ed una streghetta porta fortuna.

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38. Un australiano (semi)nudo nella mia cucina Il 3 gennaio del 2001 cominciò la mia nuova vita a Berlino. Da quel momento avrei vissuto in uno splendido appartamento sito in Marienburger Strasse 47. La mia idea di paradiso. Marije si rivelò ben presto essere la coinquilina perfetta: pulita, affabile e sempre disponibile. In verità, a voler essere proprio pignoli, un difettuccio ce l'aveva: ospitava continuamente gente a casa. La sua vita randagia, divisa tra Olanda, Svizzera, Australia e Germania, l'aveva portata ad avere amici sparsi per tutto il mondo. Amici che periodicamente la venivano a trovare. Tutto questo via vai era molto pittoresco e divertente, ma ogni tanto un po' di tranquillità non mi sarebbe dispiaciuta. Fare colazione con emeriti sconosciuti o sorprendere coppie nordiche che copulano sotto la doccia può anche essere divertente, ma dopo un po' viene a noia. Ad onor del vero, devo ammettere che tutto questo traffico aveva un suo lato positivo. Ogni volta che doveva arrivare qualcuno, Marije si metteva a pulire casa da cima a fondo e, data la frequenza con cui 146


arrivavano ospiti, l'appartamento era sempre lindo e splendente senza bisogno che io alzassi un dito. Lei entrava in cucina con secchio e scopettone ed io capivo che di lĂŹ a poco avremmo avuto visite. La prima sera nel nuovo appartamento la trascorsi a chiacchierare con un ragazzo olandese. Preda della mia solita ansia da prestazione, desiderosa di risultare simpatica e smaniosa di fare "la donna di mondo", non trovai niente di meglio che raccontargli quella volta che, durante un viaggio in Belgio, mi ero spinta fino in Olanda. In quell'occasione avevo visitato la cittadina di Maastricht, che non mi aveva colpito particolarmente e che quella sera definii, senza mezzi termini, anonima ed insignificante. "Io sono di Maastricht", disse lui asciutto. Per un attimo sperai che quello fosse un esempio di ironia olandese. Una battuta. Uno scherzo. Ed invece no. Lui non era un olandese ironico in vena di spiritosaggini, ma io ero decisamente un'italiana cretina in vena di figuredimerda. Un giorno aiutai Marije a preparare una luculliana cenetta per due suoi amici: una ragazza svedese ed il di lei fidanzato. L'innamorato era nuovo di pacca, venuto fino a Berlino proprio per essere presentato alla mia coinquilina. La fidanzata era il prototipo perfetto della bellezza nordica: capelli color oro, occhi azzurri, zigomi alti ed un corpo aggraziato. Lui, invece, aveva il fisico del

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Gobbo di Notre Dame, l'eleganza di Homer Simpson e la simpatia di Puffo Quattrocchi. Marije, superato lo shock iniziale, esibÏ per tutta la sera un sorriso tirato, molto simile ad un ringhio, mentre io, zitella ma felice, capii finalmente il profondo significato del detto "meglio soli che male accompagnati". La mia accondiscendenza nei confronti dei continui ospiti vacillò quando mi venne annunciato l'arrivo di alcune amiche. Sette. Sette amiche svizzere. Nove donne ed un solo bagno. Credo che siano scoppiate guerre sanguinose per molto meno! Il folto gruppo si fermò per una lunga, lunghissima settimana, dormendo spalmato su letti, brandine e materassini. Un accampamento in piena regola. Questa affollata visita cadde proprio nel bel mezzo della sessione dei miei esami e piÚ di una volta, esasperata dalla confusione ed il chiacchiericcio, ebbi la tentazione di soffocare nel sonno tutte e sette le galline starnazzanti. Per fortuna non lo feci e la mattina di una prova scritta trovai, attaccato alla porta della mia camera, un post-it d'incoraggiamento firmato da tutto l'elvetico gruppo vacanze. Erano molto fastidiose, ma sapevano farsi voler bene. Ma l'ospite numero uno, l'ospite di tutti gli ospiti, fu lui: l'Australiano. 148


Tornando a casa un pomeriggio, entrai in cucina e mi trovai di fronte ad un bellissimo ragazzo coperto solo da un asciugamano striminzito avvolto intorno ai fianchi. "Ciao! Io sono Tom, e tu?" "Io sono Pancrazia e vivo qua." "Sei l'Italiana? Io sono stato in vacanza in Italia, mi hanno insegnato tantissime parole", e mi vomitò addosso una serie di colorite parolacce. "Ma queste cose te le hanno insegnate o urlate dietro?" "Come? No, no, eh eh, simpatica." "Sai quello che hai detto?" "Sì. Credo. Forse. Non lo so. Perché?" Avevo trovato un australiano carino e mezzo nudo nella mia cucina, non potevo pretendere che fosse anche intelligente. Pure la fortuna sfacciata non può essere tanto sfacciata. Allo studentato una cosa così non mi sarebbe mai successa. Allo studentato di surfisti (semi)nudi neanche l'ombra.

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39. Waiting for the irish guy Ben un giorno annunciò: "Presto si trasferirà a Berlino il mio carissimo amico irlandese: Alan. Vi piacerà!" L'innocente dichiarazione dell'ignaro britannico fece scattare in tutto l'Erasmico Gineceo vivide e niente affatto innocenti immagini mentali. La mia, dal basso verso l'alto, era la seguente: scarpe da ginnastica vissute, jeans stropicciati ad avvolgere un paio di celtiche gambe muscolose, maglione teso sopra ampio torace, irresistibile sorriso, barbetta incolta, occhi cerulei, capelli scompigliati e magari, giusto per non farsi mancare nulla, anche una chitarra in spalla. Alan divenne rapidamente il più gettonato protagonista delle nostre fantasie ed il più abusato argomento delle nostre conversazioni. Ognuna si nutriva dei deliri delle altre, fino a produrre un mostro di perfezione: bello, sexy, simpatico, arguto e sessualmente instancabile. Del resto nel momento in cui si sogna è giusto non porsi alcun limite, anzi. Quel poveraccio se ne stava in Irlanda a preparare i bagagli totalmente all'oscuro di essere già diventato una figura mitica a Berlino. Il tapino, probabilmente, se avesse saputo quanto fossero alte le aspettative su di lui, se ne sarebbe restato a casa sua con la porta chiusa a doppia mandata.

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Una sera, inaspettatamente, accadde il miracolo: incontrammo per caso Ben ed Alan per strada. Ci fermammo a chiacchierare e dopo 5 minuti i due giovani andarono per la loro strada e noi per la nostra. Rimaste sole, eccitate come dei criceti, cominciammo a parlare tutte assieme: "Ma l'avete visto???" "Si!!!" "Ma quant'è gnocco???" "Tanto!" "Ed i capelli?" "Folti e meravigliosi" "Con i riflessi ramati." "Siii, che meravigliosi riflessi!" "E la voce?" "Stupenda. Certo non che abbia parlato molto, ma quel poco è bastato" "Si. Ho sentito un brivido lungo la schiena quando si è presentato e ha detto A..." "Ha detto Alan, vero?" "Certo, almeno credo." "Io ero tutta emozionata non è che lo stessi ascoltando molto" "Ma certo che ha detto Alan... Forse." "Qualcuna di voi l'ha sentito dire Alan????" "Io no" "Neanch'io" "E poi è strano che Ben non ci abbia avvertito del suo arrivo" "Già, sembrava così desideroso di farcelo conoscere" "E l'accento?" "Era irlandese?" "Io non ho sentito nessun accento." "Neanch'io" "Parlava così bene tedesco" "Proprio come un..." "...tedesco" "Oh cacchio!" Eravamo state vittime di un increscioso episodio di Allucinazione Collettiva. Appena incontrato Ben con un ragazzo che non conoscevamo avevamo desunto che costui fosse Alan. Eravamo state cieche e sorde di fronte a tutti gli indizi che indicavano il contrario. Il canto ubriaco delle nostre ovaie aveva coperto il richiamo del buon senso. 151


Avevamo fatto la figura di un gruppo di ninfomani cretine! Pochi giorni dopo l'imbarazzante episodio, conoscemmo finalmente l'uomo che per tanto tempo avevamo atteso, l'irlandese che aveva mandato i nostri pochi neuroni in pappa, l'essere sulle cui spalle gravavano tutte le nostre aspettative. I capelli non erano folti, le gambe non erano muscolose ed il torace non era ampio. In effetti, più che un Dio del sesso, Alan sembrava un morbido orsacchiottone. Un ragazzo simpatico e gentile con (pochi) capelli rossi, profondi occhi azzurri e un'inclinazione particolare per le tragedie sentimentali. Ogni volta che gli piaceva una ragazza questa, nel giro di 24 ore, finiva a letto con qualche amico di lui. Perché egli, oltre ad avere un pessimo gusto nello scegliere le donne, ne aveva uno anche peggiore nello scegliersi gli amici: tutti più belli, privi di sensibilità, estranei a qualsiasi forma di empatia e, soprattutto, bulimici sessuali. Ed anche quando riusciva a sublimare l'innamoramento con una storia vera e propria, nel giro di poco veniva sistematicamente mollato: o per un ragazzo migliore, eventualità a cui lui reagiva con una grande signorilità, o per un lavoro dall'altra parte del mondo, eventualità che lo trasformava in un cane abbandonato in autostrada, o per un'altra donna, eventualità che gli procurò un abbonamento decennale dallo psicanalista. 152


Alan era decisamente sfortunato in amore ma la colpa, a ben vedere, non era solo della cattiva sorte. Se lo stolto, invece di provarci sempre con le ragazze sbagliate, ogni tanto ci avesse provato con quelle giuste forse le cose sarebbero andate diversamente.

Caro Alan, a distanza di piÚ di 10 anni è giunto il momento che te lo dica. Se, putacaso, invece di provarci con le altre, ci avessi provato con me: io ci sarei stata. Pirla!!! Con affetto, la tua amica Pancrazia (quella a cui volevi bene come a una sorella.)

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40. Stefan, il ragazzo che sussurrava ai cavalli. E neanche questi lo capivano. Una sera d'inizio gennaio mi trovai quasi per caso in discoteca. Non uno dei miei soliti stropicciati e sudaticci locali con solo musica rock, ma una vera discoteca berlinese dove la techno la faceva da padrona e gli uomini indossavano camice altamente infiammabili. Quella sera i tedeschi erano pi첫 strani del solito. Al posto dei loro tipici sguardi obliqui da conquistatore timido, esibivano sorrisoni aperti e disinvolti. Invece di fare da alcolica tappezzeria dimostravano un sospetto entusiasmo ed una sorprendente smania comunicativa. Io non riuscivo proprio a capire quale fosse la motivazione di un tale evidente e repentino cambiamento. Erano tutti fatti come cucuzze? O ero io a sprizzare feromoni da ogni poro? Allibita cercai di affrontare l'argomento con i miei amici, ma questi fecero spallucce ed affermarono di non sapere di cosa stessi parlando. Mentitori! Fu per caso e per merito della mia vescica che scoprii la causa di tale anomalia. Nella spasmodica ricerca dei bagni m'imbattei in un cartello che non lasciava adito a dubbi: la scritta "Fisch

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sucht Fahradd"(Pesce cerca Bicicletta) incorniciava un ittico ciclista. Oh perdindirindina! Ero nel bel mezzo di un single party. Una tradizione tipicamente berlinese che deve il suo nome al vecchio motto femminista: "Una donna ha bisogno di un uomo, come un pesce di una bicicletta". Quegli infingardi dei miei amici mi avevano trascinato ad una serata di quel tipo senza aver l'accortezza di avvertirmi, anzi omettendo volutamente l'informazione. Mi diressi verso di loro col dente avvelenato, lo sguardo assassino, ed il passo marziale quando fui intercettata da un ragazzo moro in t-shirt. Sarà dipeso dal sorriso gentile o dai bicipiti scolpiti. Onestamente non ricordo quale fu il motivo principale. Fatto sta che, invece di fare una tipica scenata ai miei compari, mi fermai a parlare con Stefan. In realtà ciò non è completamente esatto. Non mi fermai a parlare con lui, ma solo ad ascoltarlo. Ascoltarlo, ascoltarlo, senza capire assolutamente nulla. Stefan veniva da una zona remota della Germania, tra folletti e marziani, dove non si parlava tedesco ma una lingua sconosciuta. Sconosciuta ai più tranne che a lui e ai suoi amichetti verdi. Stefan parlava parlava parlava e nessuno lo capiva. 155


Figurarsi io! In realtà, scoprii immediatamente che il problema di base non era la lingua ma la velocità con cui il mio nuovo amico articolava il linguaggio. Dopo 5 minuti di frustrazione, infatti, gli chiesi: "Scusa, ti dispiace se parliamo in inglese? Faccio proprio fatica a capirti in tedesco" "No problem...fghjkloiuytgf bnm hjkkkk uj fvbnjk" "Ecco. Perfetto. Così va molto meglio." Qualunque fosse l'idioma utilizzato da Stefan, il risultato era sempre il medesimo. Il ragazzo dai bicipiti di ferro e i pettorali di marmo apriva bocca e attorno regnavano immediatamente enormi punti interrogativi, sconcerto e confusione. Ovviamente un individuo tale ebbe il destino segnato. Uno così non poteva che entrare a far parte del nostro gruppo. Ce li sceglievamo col lanternino noi! Modestamente.

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41. Chi manca ancora all'appello? Ho già parlato delle Comari, di Ben, di Alan ed anche di Stefan. Ma l'elenco dei miei maggiori compagni di bisbocce serali non è finito qui. Mancano ancora all'appello: David e Massimo. Vi consiglio di mettervi comodi, leggere con calma e, se necessario, prendere appunti. David ci fu presentato da Alan, che a sua volta ci era stato presentato da Ben. David ed Alan erano irlandesi. Ben era inglese. Ben era molto amico di Alan. Alan era molto amico di David. David e Ben non si piacevano. Si detestavano in quel modo tranquillo, diplomatico e privo di scenate tipico degli uomini. Uscivano assieme ed erano compagnoni di bevute ma si stavano reciprocamente sulle balle. E anche molto. A me piaceva Alan. Ad Alan piaceva Elisa. Ad Elisa piaceva David. A David piaceva soprattutto la propria immagine allo specchio. Dopo innumerevoli manovre diversive, pressioni psicologiche, sequestri di persona, e atti di vera e propria coercizione fisica si compÏ almeno uno dei suddetti sogni romantici. Ed Eli riuscÏ ad ammaliare il di 157


lei celtico amore. David e la comare romana, dopo un inizio un poco difficoltoso, divennero dunque una coppia. E che coppia! Dolcemente appiccicosi come il burro con la marmellata. Teneramente indispensabili l'uno all'altra come federa e cuscino. Disgustosamente inseparabili come carta moschicida e mosca spiaccicata. Insomma divennero insopportabili, asociali e pure un pochetto stronzi.(*) David guadagnò una compagna devota ai limiti dell'idolatria. Noi perdemmo un'amica. Ed io, com'è evidente, ancora ne soffro. Massimo ci fu presentato in qualità di amico, di amici, di amici. Era italiano, quindi capiva la nostra lingua, le nostre frustrazioni e le nostre difficoltà. Era gentile e sempre disponibile. Ascoltava le nostre lamentele, asciugava le nostre lacrime, e ci teneva la fronte se esageravamo con la birra. Divideva con noi il letto e le sedute di gossip. "Massimo, ma ce stai a provà?" "Sì, perché?" "Ma non puoi! Tu sei un amico e poi sei gay" "Ma quando mai???" "Ah no?" "No!" 158


Massimo ora vive felicemente a Berlino con una ragazza italiana, amica di amiche di amiche, conosciuta anni fa lungo strani e misteriosi percorsi. Com'è piccolo il mondo, com'è strano il destino, e quanto sono imbarazzanti certe cantonate.

(*): l'ho detto. Ci ho messo solo dodici anni ma finalmente sono riuscita a tirare fuori la rabbia repressa da amica abbandonata. La mia analista sarebbe molto orgogliosa di me.

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42. Donne senza testa e uomini senza pantaloni "Amici, amanti, passioni, simpatie. Ma all'università Pancrazia non ci andava mai?", si chiederanno i miei affezionati lettori. Tranquilli, ci andavo. Eccome se ci andavo. Una volta finiti i corsi super intensivi di tedesco mi dedicai soprattutto alle lezioni pratiche in ospedale. Lezioni pratiche da cui imparai molto e che lasciarono un segno indelebile nella mia mente. Vi siete mai chiesti come si faccia ad insegnare ad uno studente di medicina a fare una visita ginecologica? No? I tedeschi se lo sono chiesto e si sono anche dati una risposta. E che risposta! L'università Freie di Berlin è, o almeno era fino a dodici anni fa, l'orgogliosa proprietaria di una decina di simulatori. Sì, avete letto bene. Simulatori ginecologici. Manichini senza testa e senza gambe utilizzati per riprodurre una visita dell'apparato genitale femminile. Anvedi quante cose interessanti, e di cui si farebbe volentieri a meno, s'imparano leggendo Pancraziuccia vostra, eh? Abbiate pazienza. Ora vi spiego meglio. In realtà questi 160


simulatori, per quanto inquietanti siano, possono avere una grande validità didattica, a patto però di utilizzarli con intelligenza e buon senso. Ma il tutto, inevitabilmente, rischia di prendere una china comica e surreale, nel caso in cui il serissimo professore teutonico ritenga opportuno vestire i panni delle pazienti, parlando in falsetto e dando vita a folli conversazioni. "Bonciornen dottoren", diceva il Professore, cioè la paziente, insomma il manichino acefalo, con la sua vocetta flautata da overdose di elio. "Buongiorno!" (Oh signur ma questo fa davvero? Non ridere Pancrazia! Non ridere!) "Io ho piccolo probleminen. Lei visitare me?" "Sì, certo, sto qua apposta" (Oh signur ma come fanno gli altri a rimanere seri? Come fanno?) E via così con 10 studenti, 10 simulatori ed un solo Prof rubato all'Actors Studio di New York, oppure al manicomio, dipende dai punti di vista. Per le lezioni di ortopedia, invece, non avevamo a disposizione simulatori ma pazienti veri e propri. Ma nelle occasioni in cui questi, per qualche motivo, non erano disponibili ecco che il dottore responsabile dei Praktikum proponeva: "Cof cof...ehm ehm...oggi non possiamo andare in reparto ma volevo comunque parlarvi dell'anatomia 161


generale. Non è che...cof cof...ehm...ehm... qualcuno di voi sarebbe disposto a mettersi in mutande?" I tedeschi hanno un rapporto molto libero con il proprio corpo ma, per altri versi, sono estremamente formali. Ed una situazione del genere manda in tilt i loro punti di riferimento. In Italia nessun professore chiederebbe mai una cosa del genere. In Germania sì, ma non senza grande grandissimo imbarazzo. Nelle due distinte occasioni in cui venne fatta la singolare richiesta noi donne, italiane e tedesche, utilizzammo tutte lo stesso vecchio trucco. Trucco tramandato di generazione in generazione, di latitudine in latitudine, di longitudine in longitudine. La tecnica di "non dico niente ma faccio credere tutto". Tecnica che si realizza abbassando lo sguardo e accennando con voce flebile "No, io OGGI proprio non posso" A quel punto all'uomo scatta l'atavico allarme "argomento femminile delicato!" e scappa a gambe levate. In entrambe le occasioni finì con lo spogliarsi lo stesso studente. Un biondino affatto imbarazzato e parecchio esibizionista. Sono sicura che, se ci fosse stata una terza possibilità, si sarebbe strappato via i pantaloni in stile Full Monty.

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Ma le lezioni che riuscirono ad insegnarmi di piÚ furono sicuramente quelle di oftalmologia, o meglio la mancanza di queste ed il kafkiano inghippo burocratico che ne derivò.

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43. Augenheilkunde Augenheilkunde. Una parola che fa paura, eh? E ancora non sapete quanto! Letteralmente significa "medicina degli occhi". Oftalmologia. Oftalmologia fu uno dei tre corsi che seguii durante il mio semestre berlinese e, in assoluto, fu quello che mi diede più problemi e mi tolse più ore di sonno. Ciò non dipese affatto dalla difficoltà della materia, oggettivamente tra le meno ostiche in medicina, ma da un contrattempo che mi regalò un viaggio di sola andata nella mitologica "teutonica elasticità mentale". Un viaggio che ancora oggi mi fa rabbrividire al solo pensiero. Tutto ebbe inizio una tranquilla mattina di gennaio quando, piena di buoni propositi, mi recai alla mia prima lezione pratica di oftalmologia. Mi sedetti su una seggiola e, dopo pochi minuti, scoprii con raccapriccio che quella non era la prima, ma bensì la quarta delle lezioni. E le precedenti? Le avevo perse e con esse anche la possibilità di raggiungere il monte minimo di ore richiesto. Questo era pari al 70%. Io avrei raggiunto il 66%. Quattro miseri punti di scarto diedero il via ad un incubo di 164


rincorse, porte chiuse in faccia, suppliche e frustrazioni. Come aveva potuto verificarsi una tale accademica catastrofe? Per una volta posso dire, senza paura di essere smentita, che: non fu colpa mia! Affatto. Io non c'entravo niente. Ero vittima, non colpevole. Gitte, la mia solerte coordinatrice Erasmus, aveva preso una cantonata pazzesca, un abbaglio monumentale, dandomi delle date di riferimento completamente sbagliate. L'errore era di stampo germanico ma io, italica incolpevole, sembravo essere destinata a doverne pagare le conseguenze. Col cavolo! Vestendo i panni di una poco mistica Giovanna d'Arco mi ribellai al destino cinico e baro. In qualitĂ d'acrofobica alpinista sfidai una burocratica parete di roccia teutonica. Sorda e cieca di fronte ad alzate di spalla, malcelato fastidio e spudorato pregiudizio, marciai con portamento fiero per la mia strada, pronta ad abbattere ogni ostacolo e rialzarmi ad ogni sgambetto. La mia unica alleata fu Gitte. Ella, mossa dal senso di colpa o dal desiderio di giustizia, mi offrĂŹ tutto il proprio sostegno anche se, 165


comunque, quella che dovette fare le poste e dare il tormento al professore fui io. Costui si oppose strenuamente a qualsiasi ricerca di compromesso o soluzione. Come un disco rotto ripeté ad ogni mio casuale agguato in corsia: "Non può dare l'esame non ha abbastanza ore" "Non è colpa mia. È la coordinatrice ad avermi dato gli orari sbagliati." "Non ha alcuna importanza. Non si può. Punto." "Non può dare l'esame non ha abbastanza ore" "Non è colpa mia. È la coordinatrice ad avermi dato gli orari sbagliati." "Non ha alcuna importanza." "Sono disposta a recuperare tutte le ore perdute" "Non si può. Punto." "Non può dare l'esame non ha abbastanza ore" "Non è colpa mia. È la coordinatrice ad avermi dato gli orari sbagliati." "Non ha alcuna importanza." "Sono disposta a recuperare tutte le ore perdute" "Non si può" "Mi trasferisco in reparto a farmi schiavizzare per una settimana" "Punto"

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"Non può dare l'esame non ha abbastanza ore" "Non è colpa mia. È la coordinatrice ad avermi dato gli orari sbagliati." "Non ha alcuna importanza" "Sono disposta a recuperare tutte le ore perdute" "Non si può" "Mi trasferisco in reparto a farmi schiavizzare per una settimana" "No" "Due settimane?" "No" "Tre settimane?" "No" "Pulisco i bagni di tutto l'ospedale con uno spazzolino da denti. Il mio." "No" "Mi prostituisco?" "No" "Le dono un rene?" "Punto" Fino a quando, esasperata, cambiai tattica: "Perché dovrei pagare io per l'errore di qualcun altro?" "E perché dovrei porre rimedio io agli errori di un'incapace coordinatrice italiana?" "Italiana? Guardi che la coordinatrice incapace è tedesca" "Non è possibile!" "Oh sì, che lo è. Ecco il numero, la chiami" Tutte le certezze del Professore crollarono in un 167


secondo. Con le mani tremanti sollevò il telefono, compose il numero ed attese. Dopo pochi squilli riconobbi chiaramente la voce di Gitte che si scusava, supplicava, e intercedeva. Alla fine, stanco e sconfitto, il primario ebbe la forza di dirmi solo: "Domani venga in reparto." Dal giorno seguente divenni una felice schiava, una soddisfatta galoppina, una solerte inserviente. Al Professore non rimase altro che lanciarmi sguardi carichi d'odio ogni volta che m'incrociava lungo i corridoi. E, probabilmente, nasconde tuttora nel proprio studio un bersaglio per freccette con il mio italico faccino ritratto sopra.

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44. Berlin ist arm, aber sexy Tra un simulatore ginecologico e l'altro. Tra un primario poco simpatico e l'altro. Tra un esame insormontabile e l'altro. Tutto il mio erasmico cucuzzaro ed io riuscimmo comunque a ritagliarci dei momenti speciali, delle serate uniche, delle uscite memorabili. Berlino era ed è una città che offre ogni tipo di divertimento e di stimolo culturale, il tutto ad un prezzo decisamente abbordabile. "Berlino è povera ma sexy", come ebbe felicemente a dire nel 2004 il sindaco Klaus Wowereit. E di questa città, stropicciata, aperta e spudorata, consumai sfacciatamente ogni occasione, divorai ogni esperienza, bevvi fino all'essenza. A Berlino conobbi l'Opera, il balletto sperimentale, il teatro d'avanguardia e persino il cabaret. Mi ritrovai più volte in un bugigattolo ad ascoltare promettenti comici tedeschi, a capire le loro battute, e a ridere euforizzata dalla birra e dal sopraggiunto superamento del gap linguistico. A Berlino provai la cucina indiana, tailandese, giapponese, egiziana, ebraica, e chissà quante altre che non ricordo neanche più. Seduta lungo infinite tavolate o accovacciata tra morbidi 169


cuscini soddisfai curiosità e palato. A Berlino vidi i film di Wim Wenders nella loro naturale cornice, partecipai ad una retrospettiva su Fellini, mi persi e ritrovai tra le mille occasioni offerte dal festival del cinema. A Berlino sognai nelle sale del lussuoso caffè russo, calpestando marmi antichi e tappeti pregiati con le mie inseparabili scarpe da ginnastica, e porgendo al solerte cameriere il piumino da battaglia e l'inseparabile borsa tascapane. A Berlino camminai per musei e mostre, con il naso rivolto all'insÚ ed il piacere di condividere scoperte e bellezze. Visitai mille volte gli atelier del Tacheles con gli equilibristi in ferro battuto, i corvi gracchianti al cielo e le mille testimonianze lasciate da mille mani in mille giorni. A Berlino, nel caso non si fosse ancora capito, ho lasciato un pezzo di cuore.

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45. Feste, formaggio, autosabotaggio, Pacifico. Tanta roba. Tra un'esperienza mistico-culturale e l'altra anch'io, ovviamente, mi dedicai ai banalissimi ma esaltanti Erasmus-party. Con il passare dei mesi, ormai, quelli istituzionali organizzati dalla stessa Università non se li filava più nessuno, mentre presero sempre più piede quelli organizzati da chi, come me, aveva abbandonato lo studentato in favore di un appartamento condiviso, una Wohngemeinschaft (WG). Una delle feste meglio riuscite fu la tardiva inaugurazione della casa che La Mari divideva con i suoi fratellini spagnoli. L'appartamento de La Frigerina ed i 3 hermanos. Per una sera, i pochi metri quadrati a disposizione furono riempiti all'inverosimile da una variegata umanità formata da spagnoli, italiani, tedeschi, polacchi, francesi, e chi più ne ha più ne metta. Il tutto fu innaffiato da abbondante, ma mai sufficiente, birra. E nutrito con minuscole scaglie di formaggio Parmesan, rigorosamente tarocco e rigorosamente teutonico. Non chiedetemi il motivo di una tale scelta di rinfresco: non saprei rispondere. Ma sospetto che gli sprovveduti organizzatori non si fossero minimamente preoccupati di fornire qualcosa da sgranocchiare e che quindi, presi alla sprovvista dalle richieste degli ingordi ospiti, si 171


siano infine limitati a ridurre in scaglie piccolissime l'ultimo fondo di formaggio nascosto nel loro triste e vuoto frigo. Il mio ingresso trionfale al party mi vide faccia a faccia con il bel Felix. "Ma che sorpresa Pancrazia, ci sei anche tu?" (Sorpresona! In effetti, il fatto che ci fossero tutte le mie amiche, razza di rimbambito teutonico, non lasciava presagire minimamente il mio arrivo. Vero?) "Ma che sorpresa Felix, ci sei anche tu?" ("Sorpresona! Del resto La Mari non mi aveva mica telefonato con largo anticipo per avvertirmi della presenza del belloccio del mio cuore, e quindi di prepararmi psicologicamente oltre che fisicamente: "Mi raccomando mettiti in tiro!" "Oh cielo! Che mi metto? Che mi metto?? Che mi metto???") Insomma con Felix, come sempre, me la cantavo e me la suonavo da sola. La sua presenza nel nostro immaginario rapporto aveva la stessa importanza di un cartonato. Un bel cartonato, però. Riguardo al mettersi piÚ o meno in tiro, devo confessarvi un mio problema, un mio limite, un mio comportamento ossessivo. Uno dei tanti. Nel passato come nel presente, quando sto per incontrare un uomo di mio interesse faccio fatica ad acchittarmi. Mentre sono là che guardo dentro l'armadio, una 172


vocetta nella mia capoccia riccia inizia a darmi il tormento: "Non vorrai mica farti bella per quello? Gli devi piacere così come sei!", "Non vorrai mica perdere tempo a snaturarti per quello là? O gli va bene tutto il pacco, limiti e difetti compresi, o non vale neanche la pena di andare a prenderci un caffè assieme", "Non vorrai mica..." E tale voce, acuta e fastidiosa come solo la mia stessa voce riesce ad essere, finisce molto spesso col convincermi. Non che io esca in pigiama, con gli occhietti ancora cisposi e la fiatella mattutina. Non che rifiuti shampoo, doccia e deodorante per una settimana in modo da rendermi il più naturale e disgustosa possibile. Non che indossi per l'occasione solo vestiti con patacche di sugo ed un morbido tappetino di forfora. Semplicemente scelgo volutamente e provocatoriamente di mantenere un basso profilo. Voglio lanciare un messaggio subliminale del tipo: "Abbbello, non t'aspettavi mica che perdevo tempo a preparamme pe' te? Ma figurati! C'ho altro da fare. C'ho." Sì, insomma, diciamocela tutta, metto in atto un vero e proprio piano di autosabotaggio. Ho dei problemi. Lo so. Per la festa de La Mari, ad esempio, bandii il vestitino a fiori tanto femminile o il toppino sexy e mi rifugiai nei classici jeans con abbinata anonima maglietta. 173


"Felix è una battaglia persa", mi dicevo, "e la soddisfazione di darmi da fare per lui non gliela do. E che cavolo!" Che vi avevo detto? Autosabotaggio. E delirio. Comunque, com'era ampiamente prevedibile, la conversazione tra me e Felix languì molto rapidamente. Dopo pochi minuti, lui tornò a rifugiarsi dai suoi amichetti piangendo la mancanza della Valchirica Ex, ed io invece cercai conforto tra birra e formaggio. Un sorso di qua ed un morso di là, ben presto divenni l'oggetto delle moleste attenzioni di un australiano (un altro!) in viaggio per l'Europa. Alla fine, per togliermelo di torno, fui costretta a buggerarlo, inventandomi di sana pianta un viaggio programmato nella terra dei canguri. Viaggio durante il quale sarei sicuramente passata a fargli un salutino. "Ma sì, certo, dammi il numero di telefono" "L'indirizzo? Come no!" "Quanto ho intenzione di fermarmi? Almeno due mesi! Uno l'Australia o la visita per bene o non la visita proprio!" "Ci si vede presto, eh?" Australiani e giapponesi. Che dire? Andavo fortissimo nel Pacifico. O forse non solo? Forse il grande incontro che avrebbe lasciato un segno 174


indelebile nel mio Erasmus doveva ancora venire. E forse non avrebbe riguardato un rappresentante dell'emisfero australe. Forse.

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46. La prima impressione Mosse dall'entusiasmo per la festa de La Mari, anche Eli, Sissi ed io decidemmo di organizzarne una. Ma dove? La scelta ricadde immediatamente sul mio appartamento. L'unico abbastanza in centro da essere facilmente raggiungibile da tutti. L'unico abbastanza grande da poter contenere un numero adeguato di invitati. L'unico dove non fossero presenti coinquilini noiosi o psicotici, ma solo la mia simpatica, festaiola e mentalmente stabile Marije. Non ne sono sicura, ma sospetto fortemente che l'idea della festa partì da Sissi, romagnola e PR nell'animo. Io, in realtà, all'inizio non fui particolarmente entusiasta. Certe attività non sono adatte a me ed al mio sistema nervoso. L'ansia da prestazione mi divora, e la preoccupazione che tutti si divertano e stiano bene riduce notevolmente il mio diletto personale. Ma Eli e Sissi sciolsero le mie riserve con un convincente: "Non sarà la tua festa. Sarà la nostra festa. Tu dovrai solo metterci la casa. Sta serena e goditela!" "Va bene, ma se io ci metto l'appartamento, voi che ci mettete?" "Entusiasmo e abilità organizzativa", rispose prontamente Sissi. "Guacamole!", rilanciò Elisa. Gli inviti, rigorosamente a voce, vennero distribuiti a 176


pioggia mantenendo un basso profilo: "Noi sabato prossimo facciamo un party", dicevamo, "una roba tranquilla tra amici, una cosa piccola. Ti va di venire? Ma non ti aspettare niente di che" Evidentemente io non ero l'unica ad essere divorata dalla paura che il tutto si rivelasse un patetico fallimento. La mia ansia aveva contagiato anche le mie salde compagne d'avventura. Quarantotto ore prima del party tricefalo andammo a rilassarci un poco al Quasimodo (leggasi Kvasimodo). Un noto locale berlinese perfetto per una birretta ed un poco di musica jazz dal vivo. Mentre sorseggiavo una rossa e, afflitta da un fastidioso mal di testa, meditavo di tornarmene a casa presto, Martino ci gettò addosso due ragazzi urlando "Tenete donne!". Martino era un cupo filosofando veneto dai rari ed improvvisi sprazzi di vivacità. I due ragazzi erano: un rumeno bassetto che parlava perfettamente italiano, ed un perticone tedesco che guardava e taceva. Taceva e guardava. Guardava parecchio e taceva altrettanto. Dopo cinque minuti anche loro, al motto di "più siamo meglio è", vennero invitati all'imminente festa. All'uscita del locale, Elisa commentò: "Molto carino il tedesco"

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Ed io risposi: "Sarà pure carino ma avrà detto due parole in tutto, a me sembra un tipo così strano".

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47. Il party del secolo E finalmente fu sabato. La preparazione pratica della festa toccò completamente a me. Fui io a sistemare casa. Fui io a fare la spesa. Fui io a trascinarmi millemilioni di lattine e bottiglie di birra per tre piani di scale. Non che voglia recriminare o lanciare sterili accuse adesso, a distanza di tanti anni, ma comunque fui io a farmi il mazzo. Ecco. Col calar delle tenebre cominciarono ad arrivare i miei amici. Prima fra tutti fu Elisa con cui condividevo amicizia e ottimismo: "E se non dovesse venire nessuno?" "Sarebbe una catastrofe!" "Io non avrei piÚ il coraggio di uscire di casa" "Io tornerei di corsa in Italia a nascondermi" "Io cambierei nome" "Io entrerei nella legione straniera" Poi, per fortuna, giunse anche Sissi. "E se non dovesse venire nessuno?" "Prendiamo le birre dal frigo e andiamo a divertirci in giro!" Che sempre sia benedetta tanta inossidabile praticità ! 179


Ben arrivò direttamente da un terzo tempo di rugby, quindi già mezzo ubriaco e con un'equivoca maglietta sponsorizzata dalla Durex. Poi fu la volta di David, Alan, Stefan e Massimo. Puntuali come sempre, bussarono alla porta anche La Mari ed il di lei fidanzato. Tedesco appassionato di balli latino americani e dotato di un nome assolutamente impronunciabile. Per mesi lo chiamammo Reykjavík, come la capitale dell'Islanda. E per mesi lui si limitò ad alzare gli occhi al cielo, rassegnato alla nostra italica inadeguatezza linguistica. In puntuale ritardo giunsero anche Renée ed il Tandemconsorte, colpevoli di essersi affidati al senso d'orientamento di Gra'. Due pazzi! Come se un cane si facesse guidare dal proprio padrone non vedente. Come se qualche fiducioso e sprovveduto automobilista chiedesse delle indicazioni stradali a me. Con il suddetto trio, che fu recuperato da un gruppo di ricerca formato da uno speleologo, una guida alpina e due rabdomanti. Con il suddetto trio, dicevo, arrivò anche il mitologico Marco di Bolzano. "Pancrazia!!!" "Marco!!!" "Ma quanto tempo!" "Ti ricordi la nostra prima cena assieme a Schlachtensee?" 180


"Sì, come potrei dimenticarla?" "Che hai fatto in questi mesi?" "Le solite cose: ho frequentato l'università, bevuto birra, e cercato di salvare la pellaccia dalle assatanate donne tedesche che mi zompano addosso in ogni dove!" "Vedo con piacere che finora ne sei uscito incolume" "Sì, miracolosamente sì. Ma non sono ancora riuscito a spiegarmi tanto teutonico entusiasmo" "Come no? Guardati un po' in giro: sei l'unico Erasmus italiano belloccio di questo semestre!" I minuti passarono ed il campanello continuò a suonare incessantemente. Nonostante il pessimismo ed il basso profilo degli inviti, la nostra festicciola casalinga si trasformò rapidamente nel party del secolo. Furono ore di spensierato divertimento. Ore in cui io, Ben e chissà chi altro assistemmo dalla finestra alle funamboliche evoluzioni sessuali dei miei dirimpettai. Ore in cui Eli, ubriaca come una cucuzza, decise che fosse un'ottima idea affacciarsi dal balcone e sputacchiare sulla strada sottostante. Ore in cui m'impossessai e feci indebitamente sfoggio della sofisticata discografia dell'assente Marije. "Wow, Pancrazia, che gusti meravigliosi!" "Grazie" "Che fantastica collezione di cd!" "Ci sono voluti anni per metterla insieme" "E i SGBFRTYB ce li hai?" 181


"Chi???" "E FRGBNKK lo ascolti?" "Ma che è? Si mangia?" "Pancrazia, mi sorge un dubbio: i cd non sono tuoi, vero?" "No" Ore in cui si presentarono e vennero accolti decine di amici di amici di amici di amici di amici. Ore in cui si strinsero nuovi legami, sbocciarono romantici amori, e si formarono diaboliche alleanze. Ore in cui tutte le provviste furono prese d'assalto da uno stuolo di cavallette impazzite. Ore in cui un perticone teutonico decise di farmi dono di una bottiglia di spumante e di uno splendido sorriso. Sorriso tenuto, fino a quel momento, colpevolmente celato.

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48. Il triangolo no! Mentre Sissi era relegata in bagno a reggere la fronte di Eli, la nostra festicciola divenne il Mio Party ed io mi ersi a meravigliosa e insostituibile padrona di casa. Dispensai sorrisi, mi feci foto con emeriti sconosciuti, riabbracciai vecchi compagni d'avventura. Insomma, me la godetti un bel po'. Ma il vero evento indimenticabile di tutta la serata, la parte più ridicola e divertente della festa, fu il realizzarsi di un insolito e imprevedibile triangolo. Il triangolo italo-anglo-tedesco. Il caro Ben, ubriaco come una cucuzza, appena entrato in casa aveva palesato il proprio pensiero: "Pancrazia, tu presto tornerai in Italia, e io credo che la nostra amicizia sia pronta per fare un passo avanti", il tutto detto con voce strascicata e sguardo tra l'alcolico annebbiato ed il lascivo. "Wow Ben, vuoi dire che stasera ho vinto una profferta sessuale?", gli sorrisi sorpresa e divertita. "Sì, cara, sapevo che avresti capito al volo" "Ecco, caro, cerca di capire anche tu. Non che io non apprezzi e non sia consapevole della grande opportunità offertami, ma io ti considero come un fratello" "Un fratello? Facciamo un cugino. Mooolto alla lontana" "Vabbè, mai abbastanza, però", gli risposi ficcandogli una taco chips (quelle da pucciare nel guacamole di Eli) 183


in bocca, e cercando di allontanarmi il piÚ rapidamente e disinvoltamente possibile. Durante la serata Ben divenne la mia ombra, il mio compagno fedele, il mio alcolico stalker. "Vieni, Pancrazia, balliamo!", diceva prima di trascinarmi al centro del soggiorno, e appoliparsi a me come neanche Fonzie in Happy Days. "Ben, tesoruccio, lascia perdere", gli rispondevo divincolandomi e pregando che la birra successiva lo stroncasse definitivamente, lasciandolo privo di sensi ed inoffensivo in qualche angolo. La cosa grottesca di questo teatrino era che avesse luogo proprio sotto gli occhi esterrefatti del perticone tedesco. Egli, come avrei saputo in seguito, era venuto alla festa con un unico obiettivo: Pancraziuccia vostra! E, di fronte al curioso spettacolo dato da me e Ben, cominciò inevitabilmente a pensare che "non ci fosse trippa per gatti". Io, dal canto mio, ce la mettevo tutta per non perdermi la teutonica occasione. E, nei momenti in cui riuscivo a sfuggire all'accerchiamento britannico, mi fiondavo dal perticone. Ma, tempo di fare due chiacchiere in santa pace, Ben tornava inesorabilmente all'attacco. Strisciando ormai sui gomiti, si trascinava fino a me per poi accoccolarmisi a fianco, con la capoccetta riccia sulla mia spalla e l'alito fetente che, se all'epoca non fossi 184


stata già bionda, mi ci avrebbe comunque fatta diventare in un secondo. "Scusa, ma è il tuo ragazzo?", mi chiese dubbioso il teutonico lungagnone. "No" "Sembrate molto intimi" "No, è solo un amico. Inglese. Ubriaco" "Ma sei sicura che non sia innamorato di te?" "Ma quando mai! Vorrebbe solo fare sesso, ma non ti preoccupare fra poco s'addormenta" "Ah. Quindi voi siete 'friends with benefits'?" "Ma quali 'friends with benefits'?!?! Noi siamo 'friends without benefits'! Anzi, se continua così, presto non saremo neanche più tanto friends!" "Se lo dici tu" "Certo che lo dico io!" Per fortuna, come previsto, Ben si abbandonò presto su una cassapanca e là restò a dormire tutta la notte. Il perticone ed io parlammo a lungo e poi, finalmente, ci scambiammo i numeri di telefono. "Mi dai il tuo numero?", mi chiese lui. "Certo. Tu mi dai il tuo?" "Certo, prendi nota" "E..." "E?" "E..." "E?" "Senti, scusa, me lo scriveresti tu? Col tuo nome vicino 185


accanto. Scritto grosso. In stampatello. Che io non l'ho mica ancora capito come ti chiami!", confessai candidamente. "ELMAR" "E come si pronuncia?" "ELMAR" "Così semplicemente?" "Sì, ELMAR" "Nessuna 'h' aspirata in mezzo?" "No, nessuna 'h'." "Neanche un umlaut?" "Neanche un umlaut" "E come ho fatto a non capirlo finora?" "Me lo sto chiedendo anch'io" "Ah, ecco." Quella sera il lungagnone tornò a casa propria con la convinzione di aver appena conosciuto una vivace rimbambita. Ben, al risveglio, esibì una curiosa e selettiva amnesia.

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49. Fotoromanza Ci sono alcune regole, antiche ed obsolete, che stanno alla base della vecchia scuola di corteggiamento. Un esempio? Ci si conosce, ci si piace, ci si scambia il numero di telefono. Tutto in scioltezza. Poi, però, non ci si chiama immediatamente. E neanche il giorno dopo. E, spesso, neanche il giorno dopo ancora. E perché no? Perché non si vuole sembrare troppo disperati. In realtà, dato che questa regola la conoscono tutti, non ha molto senso applicarla, anzi. E, infatti, mi risulta che i saggi e disinvolti giovani di adesso la ignorino. E fanno bene. Eccome, se fanno bene! Personalmente, l'uomo che mi chiama il giorno dopo acquista mille punti. Perché penso che sia tanto genuino e sicuro di sé dal non farsi problemi. Se, invece, mi chiama dopo i canonici 2 o 3 giorni, penso che segua le leggi universali del corteggiamento come un (vecchio) quindicenne qualunque. E, ovviamente, invece di acquistare punti, ne perde. Naturalmente esiste anche l'opzione femminile: "non aspetto la telefonata e chiamo io". Opzione che, da 187


donna di mondo, ho applicato ma solo in alcuni selezionati casi. Ma non in quel "berlinese" caso. In quell'occasione decisi di mettermi in attesa. E perché? E chi se lo ricorda! Sono passati 12 anni! Io aspettai la telefonata di Elmar. Ed Elmar riuscì a stupirmi. Non positivamente. Ci eravamo scambiati il numero di telefono (fisso) il sabato sera. L'apparecchio tacque, come prevedibile, domenica, lunedì, e martedì. Ma anche mercoledì. E persino giovedì. Durante quelle interminabili giornate, pur di non passare le ore in contemplazione davanti al telefono, trovavo ogni scusa per stare fuori casa. Poi, a sera tarda, varcavo la soglia ed ascoltavo sconsolata la segreteria. C'erano messaggi da parte di tutto il mondo. Marije, in visita alla nonna, che mi faceva un salutino. Un ex fidanzato di Anke (la mia padrona di casa) che, non sapendo della di lei lunga permanenza in Brasile, cercava insistentemente improbabili e tardivi riappacificamenti. Sissi ed Eli che mi chiamavano per chiedermi se Elmar avesse chiamato. Insomma, c'erano tutti tranne lui: il teutonico perticone. 188


La settimana volò via triste e deludente fino al venerdì sera. Stavo consumando una cena frugale quando il telefono squillò. Mi precipitai. Rallentai cercando di darmi un tono. Mi riprecipitai con la paura di non fare in tempo. Rallentai nuovamente. Feci un bel respiro. Risposi. "Pronto?" "Anke sei tu?" "No, Anke non c'è" "Dov'è? Le ho lasciato dieci messaggi, perché non mi richiama?" "Perché sta in Brasile" "E quando torna?" "Probabilmente mai! Troverà un bel ragazzone e ci farà tanti pargoli crucchi-carioca. Smettila d’intasare la segreteria. Addio!" Tornai a tavola con un vago senso di colpa. Ma solo vago. Dopo un minuto il telefono squillò nuovamente. Sospirai e risposi, pronta a subire i meritati insulti da parte di un poveraccio che si stava solo dedicando alla vecchia e cara pratica dell’archeologia sentimentale. 189


Ossia il ripescaggio delle ex migliori nei periodi di magra. "Pronto, mi dispiace, stavo scherz..." "Ciao, sono Elmar" Vi è mai capitato di condurre una conversazione telefonica con una voce controllata, a tratti annoiata, mentre in realtà saltate sul divano e ballate la samba in giro per la casa? Sì, che lo avete fatto. L'abbiamo fatto tutti. Lo facciamo tutti. Lo feci anch'io. Il lungagnone parlava ed io ancheggiavo per la cucina. Il perticone parlava ed io esultavo in rigoroso silenzio e scomposta esaltazione. Infine, concluse le quattro chiacchiere di rito, Elmar si decise a chiedermi di uscire. Nello specifico, m'invitò a far colazione assieme l'indomani. Io, dopo aver consultato la mia agenda immaginaria ed eseguito una piroetta che neanche la Fracci alla Scala, accettai. Magari qualcuno di voi si starà anche chiedendo: "Una colazione? Ma che razza d'invito è?" Beh, per quanto mi riguarda, l'invito a colazione in Germania è il re degli inviti! La colazione tedesca, la Frühstück , è una sublime 190


tradizione teutonica. Una sorta di brunch light, con dolce e salato mirabilmente abbinati. Una specie di aperitivo antimeridiano innaffiato da spremuta, cappuccino, caffè o latte macchiato. La Frühstück è la cosa che mi manca di più dei miei giorni berlinesi. La Frühstück è una peccaminosa abitudine del fine settimana. La Frühstück è il tavolo intorno a cui si riuniscono amici e parenti. La Frühstück è il godurioso inizio giornata delle coppie felici. E l’unica coccola di quelle infelici. Elmar, fortunato ed inconsapevole, scelse per il nostro primo appuntamento la Frühstück ed io, per questo, già sentivo di amarlo. Almeno un po'.

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50. Valzer Musette Fedele alla mia personalissima tecnica di autosabotaggio, quel sabato mattina mi abbigliai con un paio di jeans, una magliettina anonima e un piumino dall'erotico effetto "Omino Michelin". All'uscita della metro, messo il piede destro sul primo scalino, un dubbio mi colse: e se Elmar non fosse stato cosĂŹ carino come lo ricordavo? In fondo l'avevo visto solo due volte: la prima in un locale buio e fumoso, la seconda durante una festa affollata tra un britannico approccio e l'altro. E se il suo fascino fosse stato solo il risultato di un paio di lenti a contatto appannate? E se, presa dall'entusiasmo, l'avessi sopravvalutato? E se? E se? E se? Ma ormai era troppo tardi per farsi inutili domande. Inspirai. Espirai. E presi a salire con lentezza esasperante tutti gli scalini che mi portavano verso l'aria aperta. Fuori mi attendeva una fantastica giornata di sole. E, dall'altra parte della strada, Elmar. Lui mi vide e mi sorrise. Era ancora piĂš bello di quanto lo ricordassi. Ricambiai il sorriso. Consumammo la nostra deliziosa colazione a base di 192


bagel, salmone, burro e germogli di soia. Il tutto innaffiato da un perfetto cappuccino. Mangiammo e parlammo. Anzi, no. In realtà mangiammo e parlai. Parlai. Parlai. Io lo rintronavo di chiacchiere. Lui annuiva, sorrideva e taceva. Dopo quasi due ore di questo trattamento, mi convinsi che un tale protratto e cocciuto mutismo fosse l'evidente segnale di un pentimento. E che il perticone stesse solo cercando una scusa per liberarsi di me, il suo italico e ricciuto fardello. Decisi, dunque, di salvare almeno l'orgoglio rendendogli il tutto più semplice. Alzandomi, iniziai: "Ok, è stato divertente, ma si è fatta una certa..." "Aspetta! Dove stai andando?", m'interruppe. "A casa" "Di già? Non ti va di andare ad una mostra?" "Una mostra?" "Sì. Ti va?" Era alto più di un metro e novanta. Aveva occhi verdi, lineamenti perfetti e una dentatura da spot pubblicitario. E andava pure in giro per mostre? Bello e colto?

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"Sì, mi va!", colsi euforica l'occasione, aspettandomi di vedere da un momento all'altro anche maiali volanti e muli parlanti. Elmar ed io passammo l'intera giornata assieme. Osservammo pazzesche installazioni di artisti provenienti da tutto l'oriente. Passeggiammo tra gli alberi svettanti di uno dei tanti parchi berlinesi. Dividemmo ipercalorici snack tedeschi. Era ormai il tramonto quando lui mi chiese: "Ti va di venire a casa mia?" "A casa tua?" "Sì, così ti suono qualcosa" "Suoni? E cosa?" "Indovina" "Chitarra?" "No" "Basso?" "No" "Piano?" "No. Ti arrendi?" "Sì, ti prego, dimmelo tu" "La fisarmonica" "La fisarmonica?" "Sì, perché?" "No. Niente. Originale”, gli risposi mentre tutta l'orchestra Casadei mi suonava Romagna Mia nella testa, ed io cercavo disperatamente di non scoppiare a ridergli in faccia. 194


Ci riuscii. Ma non fu facile. Arrivati all'appartamento che Elmar divideva con Clena, mia amica irlandese dei tempi dello studentato, mi misi comoda sul divano. A quel punto il mio teutonico perticone si esibĂŹ in una serie di valzer francesi che, piĂš che balera romagnola, facevano molto vecchia Parigi. Chi l'avrebbe mai detto che pure la fisarmonica avesse un suo fascino? L'Erasmus continuava a stupirmi.

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51. Quello che le ragazze dicono Quando ebbe finito di suonare, Elmar mi raggiunse sul divano e cominciò a guardarmi con quello sguardo. Sì, avete capito bene, quello sguardo lì. Quello sguardo che va oltre le differenze culturali. Quello sguardo uguale in tutto il mondo, dalle Alpi agli Appennini, dalle Ande ai Pirenei. Quello sguardo che dice: “Aoh, mo’ me te magno!” O, nel caso specifico, “Aoh, ich esse dich!” Io, dopo una giornata passata a parlar tedesco e a cercare d’interpretare gli stranieri segnali di approccio, di fronte a quello sguardo tanto familiare feci l’unica cosa che mi parve sensata in quel momento. Alzai i tacchi e me ne andai. “Ci vediamo stasera alla festa”, dissi ed uscii dall’appartamento, lasciando Elmar solo e confuso. Immagino che vi stiate chiedendo perché lo feci. Onestamente non saprei darvi una risposta definitiva. Forse lo feci perché, dopo una giornata cuore a cuore con un criptico tedesco, ero stanca morta e non in vena di una bella pomiciata sul divano. Forse lo feci perché, dopo essermi chiesta per 10 ore se gli piacessi davvero o meno, di fronte a tanta chiarezza d’intenti invece di sentirmi alleggerita mi sentii infastidita. Della serie “Ma non potevi essere più spudorato fin dall’inizio senza mettermi tanto alla 196


prova?” Non che volessi una manata sul sedere al primo “ciao” o mezzo metro di lingua in bocca dopo 10 minuti. Ma non avrei disdegnato qualche sorriso complice o la timida ricerca della mia mano. Insomma, tutte quelle dolcissime banalità che usiamo noi, italiche genti, che avremo i nostri difetti ma almeno facciamo capire al volo dove vogliamo andare a parare. O forse lo feci perché, come mi è capitato spesso, se qualcuno mi piace posso essere molto sfacciata ma anche molto timida. E in quell’occasione prese il sopravvento la timidezza. Per la sfacciataggine, comunque, ci sarebbe stato tempo. Del resto quel sabato eravamo entrambi invitati alla stessa festa e quindi ci saremmo rivisti dopo solo due ore. Una piccola pausa, un breve intervallo, un momento per tirare un poco il fiato non poteva farci che bene. Quindi corsi a casa e divisi la mia cena con Sissi ed Alan. Entrambi non risparmiarono domande ed ironia circa il mio lunghissimo appuntamento. Poi ognuno di noi svolse un fondamentale compito: Alan lavò i piatti, io mi feci la doccia, e Sissi, al grido di “Non ti devi far trovare impreparata!”, si mise a rovistare nel mio cassetto della biancheria intima. Ne nacque un epico scontro di volontà ed intenti: “Elmar non vedrà le mie mutande stasera. Quindi non è proprio il caso che tu ti dia tanto da fare”, annunciai perentoria facendo capoccella da dietro la tenda della 197


doccia. “E chi l’ha detto?”, rispose Sissi portando in bagno le sue intime proposte per la mia serata. “Lo dico io!” “Va bene, ma metti che cambi idea, non vorrai mica farti trovare con qualcosa di semplice e banale?” “Non cambierò idea!” “Ma nel caso succedesse?” “Non succederà! Non l’ho neanche ancora baciato” “Lo sai che sei parecchio bacchettona per essere in Erasmus?” “Che vuoi che ti dica? Mi piace essere originale, distinguermi dalla massa!” “Ma a chi la vuoi dare a bere? Tu sei solo un raro caso di donna con l’ansia da prestazione” “E anche se fosse? Comunque ho già scelto cosa mettermi!” “Ho visto: slip bianchi di cotone. Scordatelo: dovrai passare sul mio cadavere!” “E, sentiamo, tu che proporresti?” “Che ne dici di questo?” “Ma che sei matta?” “Ehi, non farmi fare la parte della ninfomane! Guarda che l’ho trovato nel tuo cassetto, è tuo, Santa Maria Goretti dei miei stivali!” “Sì, è mio e mi sta pure una meraviglia, ma è troppo da panterona per stasera!” “E che t’importa? Tanto lui non lo vedrà, giusto?”, rispose la mia amica con un’espressione da gatto perfido che si è appena mangiato il più povero e tenero 198


dei topolini. “Uff! E va bene lo metto!”, mi arresi. “Perfetto!”, esultò Sissi avviandosi verso la porta. Poi, un secondo prima di uscire dal bagno, “Ah, dimenticavo…” “Che c’è ancora?”, sbuffai facendo nuovamente capoccella da dietro la tenda della doccia. “Ti sei depilata?” “Esci fuori dal mio bagno!”

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52. Der Kuss Dopo la lunga e laboriosa preparazione, Sissi, Alan ed io fummo finalmente pronti per lasciare il mio appartamento ed affrontare il freddo berlinese. Passeggiammo tutti e tre a braccetto per Prenzlauerberg fino a raggiungere l'appartamento de La Mari, dove si sarebbe svolto l'ennesimo party. Del resto, a condividere la casa con tre ragazzi spagnoli, il minimo che ti possa capitare è di organizzare continuamente gran feste e far sfrenata bisboccia. Che dire? Era un duro lavoro ma La Mari lo sapeva fare egregiamente: con classe, sobrietà e genuino divertimento. Al portone c'imbattemmo nel bell'Elmar (il destino mandava segnali inequivocabili!) e nel suo amico Jan. Quest'ultimo, non riuscirò mai a dimenticarlo neanche dopo una doppia lobotomia carpiata ritornata, era impegnato ad annaffiare le peonie del custode con il proprio crucco augello (il destino aveva un pessimo tempismo ed un senso dell'umorismo ancora peggiore!). Salimmo tutte e cinque assieme e ci mescolammo tra la folla che già riempiva il piccolo appartamento. Quel mattino, quando ero uscita di casa, ero sicura di avere ancora 24 anni appena compiuti. Ma quella sera 200


mi ritrovai ad averne circa tredici. La mia amica Clena, che condivideva la casa con Elmar ma il passato allo Studentato con me, si dichiarò immediatamente mia complice ed alleata. Per ufficializzare questo suo ruolo non esitò a riferirmi, con dovizia di particolari, tutto ciò che il suo coinquilino le aveva già detto su di me ed il nostro interminabile primo appuntamento. A quanto pare, il fisarmonicista lungagnone era rimasto molto impressionato dalla mia parlantina, il mio volitivo temperamento italico e... Ed il mio culo. Quest'ultimo, a dire il vero, l'aveva già colpito in precedenza ed era stato probabilmente l'artefice del nostro primo appuntamento. Quando si dice il romanticismo! Il mio amico milanese Gabriele mi accusò di tradimento della patria. "Fai comunella con lo Straniero? Vergognati!" "Ma tu non esci con quella bella ragazza greca?" "Sì, e che c'entra? Voi Donne non dovreste uscire con lo Straniero. Non si fa!" Se non ricordo male, si batté anche il petto a mo' di gorilla della montagna. Ed il giorno dopo mi chiese di uscire con lui. Quando si dicono le accuse disinteressate! Le mie adorate comari presero a girare intorno a me ed 201


Elmar con fare curioso e cospiratorio. Le battute ed i doppi sensi, in italiano ed in tedesco, si sprecarono. Lo spilungone comunque non li capiva, in qualunque lingua gli venissero proposti. Io, invece, desideravo solo correre a nascondermi, non prima di avere corcato di mazzate le mie fedeli e "sciocchine" amiche. Quando si dice la forza dell'amicizia! Insomma, era bastata una sola rampa di scale per essere magicamente proiettata nel bel mezzo di un intervallo di seconda media. Stessa maturitĂ , stesso umorismo, stesso imbarazzo. Ci mancavano solo i ciuffi tenuti su con kg di lacca, e la focaccia del panettiere all'angolo. Stressata da tanto adolescenziale delirio ma ringalluzzita dalle cospiratorie confidenze di Clena, decisi nell'ordine di: smetterla di menar il can per l'aia, andare a lardo fin quando non ci lasciavo lo zampino, essere la capra sopra la panca, disarcivescovizzare l'arcivescovo di Costantinopoli, e fare una palla di pelle di pollo. Insomma, avete capito, no? No? Ma vi devo spiegare tutto nel dettaglio? Va bene. Messo il povero Elmar letteralmente con le spalle al muro, ne scalai la possente fisicata e, esibendo tutto il mio italico temperamento, lo baciai come se non ci fosse un domani. 202


Le campane suonarono, il pubblico applaudĂŹ, le comari festeggiarono. Eh sĂŹ, ovviamente, le lingue si unirono.

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53. Gelosia, passione e ricordi Quella fu una serata davvero indimenticabile. E non solo per l'appassionato bacio, scambiato alla ragguardevole altezza del metro e novantaquattro centimetri sopra il livello del primo piano berlinese. Quella fu la serata in cui Stefan, testimone involontario delle italiche-crucche effusioni, mi fece una scenata di gelosia in piena regola. "Brava!", disse, "Brava! Vedo che ti sei trovata un nuovo fidanzato!" Il tutto condito da vocetta isterica, che a sorpresa rendeva il suo eloquio più comprensibile, e plateale applauso rumoroso e solitario. A poco valeva il fatto che tra me e lui non ci fosse stato mai niente. Né un vero appuntamento, né un bacio. Niente di niente. Evidentemente lui credeva che noi due stessimo assieme, contro ogni evidenza e contro la mia stessa volontà. Stefan, a ventisei anni suonati, era come quei bambini dell'asilo che hanno la fidanzata ma "lei non lo sa". Quella fu anche la serata in cui Eli e David si chiusero nella stanza dove si trovavano tutte le nostre giacche. "Pancrazia", mi disse Sissi, "qua c'è gente che deve andare via e quei due deficienti non aprono e non rispondono. Vai a parlarci tu!" "Io?" 204


Non so perchÊ ma io, ieri come oggi, finisco sempre col trovarmi in situazioni di questo tipo. La gente mi guarda in faccia e decide che io sia sufficientemente affidabile, diplomatica o, semplicemente, paracula per essere piazzata in prima linea. Alla gita delle superiori ci si trovava tutti in una stanza a fare casino? Secondo voi chi veniva mandata ad aprire la porta quando bussava un professore inferocito? Un'amica giovane ed inesperta aveva bisogno di qualche acquisto particolare in farmacia? Secondo voi chi veniva spedito davanti al bancone a fare la disinvolta donna di mondo? Due amici presi dalle fregole sessuali si chiudevano in una stanza nel bel mezzo di una festa? Secondo voi chi veniva scelto per richiamarli all'ordine e, soprattutto, per liberare giacconi e borse tenuti in ostaggio nella suddetta camera? Io. Io. Io. Sempre io! Con la scusa che "I professori di te si fidano", oppure "In questo quartiere non ti conosce nessuno", o ancora "A te daranno retta!" Ecco, fu proprio questo ciò che mi disse Sissi: "A te daranno retta!" E cosÏ io mi trovai dietro una porta a sussurrare: "Ragazzi, per piacere, aprite. Ci servono i giacconi" Silenzio. 205


A dichiarare: "Ragazzi, io sono sinceramente contenta che voi siate una coppia appassionata, ma non potreste farlo a casa vostra?" Silenzio. A minacciare: "David, tirati su i pantaloni, e vieni ad aprire questa porta! E se la mia giacca è anche solo stropicciata io vi corco di mazzate tutti e due!" David aprì. In fondo aveva avuto ragione Sissi: mi avevano dato retta. Li avevo conquistati con la mia proverbiale dolcezza, abbinata al mio accento tedesco da gendarme. Ma quella fu soprattutto la serata in cui, nel bel mezzo delle italiche-crucche effusioni, venni chiamata da cinque voci amiche: "Pancraziaaaaaaaa dove sei? Vieni a farti una foto con noi!" Io, mollato Elmar in un secondo, corsi nell'altra stanza, e al grido di "L'ho baciato!" mi misi in posa con le ilari cinque Comari. Ne nacque una foto che ancora adesso è un feticcio. L'unica che ci ritrae tutte assieme. Un'immagine di amicizia, giovinezza, felicità, sogni e speranze. Il più dolce dei ricordi. Il più severo dei moniti.

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54. La febbre del sabato sera Io dell'Erasmus non mi sono fatta mancare proprio niente. Dalle cose più frivole e superficiali: come il cambio di look e il piercing all'ombelico. Alle cose davvero importanti: come l'amicizia e l'amore. Io dell'Erasmus non mi sono fatta mancare proprio niente. Ho persino vissuto l'esperienza del febbrone da cavallo in terra straniera. Una notte andai a dormire in perfetta forma per poi svegliarmi l'indomani con due tonsille grosse come palline da tennis, la fronte talmente calda da cuocerci sopra un paio di uova al tegamino, e la brillantezza mentale di un novantenne sedato. Con le poche forze ancora in mio possesso mi trascinai fino all'Apotheke più vicina. E là potei stringere tra le mie avide e calde mani la mia salvezza, la mia migliore amica, il mio unico appiglio così familiare e globalizzato: l'aspirina effervescente. Sempre sia lodata! Tornata a casa indossai nuovamente pigiama e calzettoni d'ordinanza, attendendo che i germi teutonici facessero scempio del mio fragile corpo. In momenti così ci si sente soli e si torna bambini. Ci si 207


vorrebbe accucciare tra le rigide e fastidiose lenzuola di flanella della nonna. Si vorrebbero le cure del medico che veniva a visitarci a casa, e scriveva le ricette degli antibiotici con la nostra penna d'Iridella. Si vorrebbero le caramelle della farmacia sottocasa. A me, tutto sommato, sarebbe bastata la mamma. Ma anche in quel caso l'Erasmus riuscì a sorprendermi. Murata sotto il piumone, ebbi la fortuna di ricevere il sostegno morale e pratico di molti dei miei amici berlinesi. Ebbi il privilegio di godere della rete di assistenza tessuta in mesi di frequentazioni e importanti momenti condivisi. Oltre che con telefonate ed sms, venni coccolata anche con dolcetti e la nota zuccherosa bevanda americana, l'unica cosa che io riesca a bere quando gola e tonsille cercano di strozzarmi come una vecchia gallina. Anche Elmar cercò di rendersi utile ma io lo tenni letteralmente dietro alla porta, a miagolare per telefono: "Io voglio venirti a trovare! Voglio farti le coccole!" "Mio crucco tenerone, io invece preferirei di gran lunga che tu ti ricordassi di me così com'ero fino all'altra sera: un irresistibile bocconcino. Se sopravvivrò potremmo riprendere a limonare come una lavatrice in piena centrifuga, altrimenti conserverai la gnocchitudine della tua defunta fidanzatina italica tra i ricordi di gioventù più struggenti." "Ma io..." 208


"Ti prego: lasciami abbrutire liberamente. Lascia che solo io assista a questa orgia tra germi tedeschi e anticorpi sabaudo-siciliani!" Ma permettetemi di ricordare con particolare affetto soprattutto colei che ricoprì il ruolo più importante nel mio processo di guarigione: la nordica coinquilina Marije. Ella, dopo avermi vista così malandata, prima mi preparò la minestrina più schifosa di tutti i tempi. E a preparare una minestrina schifosa, converrete con me, ci vuole proprio un certo talento ed un grandissimo impegno. Poi, dopo avermi assicurato il suo sostegno devoto ed incondizionato, "Se hai bisogno, io sono nella stanza accanto, basta che chiami e corro!", uscì con il fidanzato per fare ritorno a casa 48 ore dopo. Quarantotto ore dopo! Marije, tesoro, sono passati dodici anni e sento ancora il bisogno di dirtelo: ma vaff... Perdonate l'ineleganza ma quando ce vò ce vò.

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55. L'Erasmus dà. L'Erasmus toglie. Un'altra tappa imperdibile di ogni Erasmus che si rispetti è la visita da parte degli amici. C'è chi ha ricordi meravigliosi di quei momenti. C'è chi, come me, NO. Verso fine febbraio, BellaeSfortunata e LaBionda, mi annunciarono il loro imminente arrivo. Per telefono mi chiesero: "Fa molto freddo?" Ed io, nel bel mezzo di uno degli inverni berlinesi più caldi della storia, non potei che rispondere loro: "Il clima è mite. Da una settimana c'è sempre il sole: state tranquille!" Nel momento in cui il loro aereo toccò terra tutti gli elementi naturali si scatenarono. I burloni Dei Germanici iniziarono a complottare, ed ebbe inizio il marzo teutonico più freddo e piovoso di tutti i tempi. "Ma che ci stavi a prendere in giro?", mi chiesero le mie zuppe amiche. "Fino a ieri il tempo era bello" "Taci!" "Sul serio!" "L'Erasmus t'ha fatto male!" Il loro breve soggiorno berlinese e la nostra breve convivenza non sarebbero potuti cominciare sotto auspici peggiori. 210


Con loro, l'estate precedente, avevo condiviso una divertente e faticosa vacanza in tenda tra Mikonos e Paros. Con loro, pochi mesi prima, avevo affrontato quel famoso, gelido e folle Capodanno. Ma niente riuscì a mettere alla prova la nostra amicizia come quei pochi giorni assieme a Berlino. Sono anche disposta a prendermi la mia parte di colpa: io, ormai, ero in Germania da tanti mesi, mi ero costruita il mio nido ed ero stata arricchita da un milione di esperienze diverse. E, diciamo la verità, forse per questo me la tiravo pure un poco. Ma loro, soprattutto LaBionda, furono in grado di toccare vette d'insopportabilità mai raggiunte fino a quel momento. Queste due ragazze, giovani e sveglie, avevano riempito i loro zainetti ed erano venute a Berlino. Io mi aspettavo che volessero divertirsi, vedere bei posti, e conoscere gente nuova. Ma invece. BellaeSfortunata aveva la vitalità di un bradipo anziano, era sempre stanca, e non voleva mai andare da nessuna parte. LaBionda, al contrario, era iperattiva, fotografava qualsiasi cosa ma criticava tutto. Le sue frasi must della vacanza furono: "Carino, ma i nostri monumenti sono più belli!" "Non male, ma l'Italia è un'altra cosa!" "Sì, vabbè, ma vuoi mettere quanto ci vestiamo meglio 211


noi?" E così via, con una serie di frasi fatte che manco le mie nonne in stereo sarebbero riuscite a produrne in così gran quantità. Ma se di giorno, in giro per la città, nascondevo la mia irritazione dietro un paretico sorriso. La sera, in giro per feste e locali, ringhiavo apertamente meditando l'eliminazione fisica delle mie due adorabili amiche. Queste, dimenticando le regole base della buona creanza e dimostrando assoluta mancanza di curiosità intellettuale oltre che apertura mentale, si ostinavano a parlare solo italiano limitando le proprie interazioni a connazionali e iberici. "Ma perché non provate con l'inglese? C'è tanta gente interessante qua da conoscere", cercavo di spronarle. "No, io mi vergogno. E se sbaglio la coniugazione di un verbo?", rispondeva una. "No, io non c'ho proprio voglia di far fatica", aggiungeva l'altra. Non è bello da dirsi ma, quando se ne andarono, mi sentii sgravata di un peso. Al mio ritorno in patria riallacciammo le nostre amicizie, ma niente fu mai più come prima. L'Erasmus, come tutte le esperienze forti ed intense, ti cambia. Che sia in meglio o in peggio, dipende dai punti di vista. Il mio è evidente. 212


Quei sei mesi mi portarono sentimenti, consapevolezza ed un enorme bagaglio di esperienza. Si può fare un passo avanti e 1000 passi indietro, ma certi ricordi possono aiutarti a continuare comunque a camminare.

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56. Guten Appetit! Come direbbe LaBionda: "Quanto si mangia bene in Italia non si mangia da nessun'altra parte". E, forse, questa volta avrebbe ragione. Nel nostro paese la cultura gastronomica ha radici profonde e diffuse. Forti di consolidate tradizioni storiche e di una felicissima posizione geografica, noi italiani produciamo e consumiamo buon cibo e buon vino. L'Italia se ne sta là. Spalmata sul Mediterraneo e tenuta per i capelli dalle Alpi. Godendo, senza merito alcuno, di sole, mare, montagne e laghi. Da noi tutto può essere coltivato e tutto può essere allevato. Con il risultato che per noi la cucina è un'enorme ricchezza, diversa ma sempre preziosa, da Nord a Sud, da regione a regione, da comune a comune. Anche ai tedeschi piace mangiare. Ma loro, poveretti, stanno in Germania. E cosa cresce in Germania? Cavoli e patate. Patate e cavoli. La cucina tedesca è più povera della nostra, esattamente come quella di tre quarti d'Europa. Ciò è dovuto ad una sorta di maledizione divina che fornisce a noi e a tutti i suddici del continente millemila ingredienti disponibili, e a loro e a tutti i nordici un'esigua varietà. I germanici, però, hanno deciso di trarre vantaggio dalla 214


globalizzazione e dalla loro celeberrima passione per i viaggi. Così hanno cercato d'innestare le tradizioni culinarie straniere sulla loro cultura, fin nell'interno delle loro case. Mi spiego meglio. Se vado da mia madre e le dico "Tzatziki!", lei tutt'al più mi risponderà "Salute!" Ma, se lo vado a dire ad una casalinga tedesca, sono molto alte le probabilità che questa ne tiri fuori dal frigo una vaschetta preconfezionata o che, addirittura, me ne prepari con le sue crucche mani una scodellona formato famiglia. I supermercati tedeschi sono pieni di prodotti stranieri, entrati ormai a far parte dei pranzi e delle cene locali. E tra le cucine di tutto il mondo, un po' per merito e un po' per la forte immigrazione, quella italiana occupa da sempre un posto speciale negli stomaci e nei cuori germanici. Posto che, però, non impedisce che, ogni tanto, questi stolti nordici non ne facciano inconsapevole e involontario(?) scempio. Come quella volta che LaMari, in occasione del suo imminente ritorno in patria, organizzò un pranzo per il gruppo più stretto di amici. Pranzo a base di deliziose lasagne preparate dalle sue amorevoli manine. Noi italiani, che un profumo così casalingo e materno non lo sentivamo da mesi, ci sciogliemmo in una pozza di besciamellica nostalgia. I nordici, tedeschi in testa, si esaltarono in una nuvola di scoppiettante entusiasmo. Eravamo tutti felici: noi, loro e la cuoca in partenza. 215


Tutti felici fino a quando Reykjavík, il fidanzato de LaMari dal nome impronunciabile, ebbe la malsana idea di chiedere il ketchup. Il ketchup. Il ketchup. Scusatemi, ho bisogno di dirlo un'altra volta, il ketchup! Il ketchup per affogarci le lasagne, per uccidere il sapore, per eliminare la delicatezza. Il ketchup per fare del male alla pasta, a noi, e al mondo tutto! Dalla parte italica della tavola partÏ una vera e propria rivolta: "Eretico!", urlò la folla inseguendo lo stolto con forconi e fiaccole. E la sciagurata scena si concluse con la defenestrazione della rossa salsa, prima, e del biondo crucco, dopo. Noi italiani possiamo perdonare quasi tutto. Ma il ketchup sulle lasagne no!

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57. Arigatou LaMari tornò in Italia per prima, seguita poi da tutte le altre Comari. Ci fu chi organizzò una notte bianca in giro per locali, chi preparò il bagaglio a mano più fuori norma nella storia dell'aviazione civile, e chi lasciò biglietti e regali per tutte. Ma la cosa più importante fu che ognuna tracciò un segno indelebile nel cuore delle altre. Tutte tornarono in Italia prima di me che, avendo a disposizione un appartamento fino a metà aprile e un fidanzato nuovo di zecca, rimandai il più possibile l'indesiderato rimpatrio. Ma, dopo aver visitato la bella Dresda e aver messo piede in tutti gli improbabili locali alternativi berlinesi, anch'io mi arresi di fronte all'ineluttabilità del destino cinico e baro, e cominciai a prepararmi alla partenza. Prima di litigare con le valigie e cercare di infilare tutto il mio mondo in spazi tanto angusti, mi rimaneva solo un'ultima cosa da fare. E la feci. Per l'ultima volta riattraversai la città da parte a parte. Presi il tram, la metro e l'autobus. Mi orientai tra le mille stradine del parco e, finalmente, rientrai nell'Haus 17 di Schlachtensee. Non avevo più messo piede in quell'edificio da inizio 217


gennaio. L'avevo lasciato immerso nella neve. Lo ritrovai illuminato da un pallido sole del Nord. Stringendo tra le mani una bottiglia di vino rosso piemontese, salii un paio di piani, svoltai nel corridoio a sinistra e mi fermai davanti alla terza porta. Bussai e attesi. Nessuno rispose. Fumiki non era in casa. Avevo fatto tutta quella strada per niente. Avevo fatto tutta quella strada per ringraziarlo. Ringraziarlo della sua amicizia. Della sua compagnia. Delle chiacchiere e delle riflessioni. Ringraziarlo nonostante avesse scelto di non far parte della mia vita. Nonostante non mi fosse mai venuto a trovare nel nuovo appartamento. Nonostante avesse lasciato che l'orgoglio fosse piĂš forte dell'affetto. Avevo fatto tutta quella strada per salutarlo. PerchĂŠ, pur non vedendoci ormai da tempo, lasciare la Germania senza dirglielo mi sembrava un tradimento, uno sgarbo, un gesto imperdonabile. PiĂš imperdonabile ancora del non essere mai tornata a trovarlo in tutti quei mesi. Bussai ancora. Appoggiai l'orecchio alla porta per cogliere dei rumori all'interno. Nulla. Mi arresi e tornai indietro. 218


Ripercorsi il corridoio e le scale ma, prima di uscire, qualcosa attirò la mia attenzione. Sulla cassetta delle lettere era stato appiccicato un biglietto ricoperto da una scrittura minuta, serrata e precisa. Fumiki si era trasferito e aveva lasciato indicazioni su dove recapitargli la posta. Presi nota e mi rimisi in cammino. Mezz'ora dopo mi ritrovai davanti ad un'altra porta. Bussai e questa volta l'attesa non fu vana. Venne ad aprirmi uno dei tre studenti che abitava in quel miniappartamento. "C'è Fumiki?", gli chiesi "No", mi rispose, "tornerà stasera". Non potevo aspettarlo, avevo ancora un milione di cose da fare prima di prendere l'aereo il giorno successivo. Quindi mi sedetti a terra, rovistai nella borsa, ne tirai fuori una penna, e mi misi a scrivere lungo il bordo dell'etichetta della bottiglia di vino. Scrissi della mia riconoscenza, della mia partenza e del mio dispiacere di non averlo più rivisto. Scrissi il mio indirizzo email ed il mio nome. Scrissi e poi consegnai la bottiglia dicendo solo: "Mi raccomando, è importante".

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Il dono quella sera venne consegnato nelle giuste mani. L'indirizzo utilizzato nei mesi a venire per un fitto carteggio telematico. Il vino tenuto come ricordo, o almeno così mi è stato assicurato. Il trascorrere del tempo poi ci allontanò, ma so che il pensiero reciproco rimane. Io sarò per sempre la sua amica italiana. E il suo amore inespresso. Lui sarà per sempre il mio amico giapponese. Ed il mio amore impossibile. Certe persone sono destinate a far parte della nostra vita e della nostra storia. Io della sua. Lui della mia. Arigatou. Grazie.

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58. Danke! L'ultimo giorno a Berlino, Massimo mi aiutò sedendosi sulla valigia. Valigia che altrimenti non sarei stata assolutamente in grado di chiudere. L'ultimo giorno a Berlino, Marije mi fece "a sorpresa" il bucato. Costringendomi, l'olandese stolta, a chiudere il tutto ancora bagnato in una busta di plastica ed infilarlo a forza nel mio zaino d'alpinismo. L'ultimo giorno a Berlino, Elmar mi portò a mangiare il Baklava promettendomi, tra un boccone e l'altro, che sarebbe presto venuto a trovarmi in Italia. Promessa che mantenne. E mantenne. E mantenne. Per quattro complicati ma fondamentali anni. Io partii la mattina dopo con un sovraccarico di 6 kg nel bagaglio. Sovraccarico che mi venne abbonato da una sorprendentemente generosa hostess teutonica. Io partii piangendo calde lacrime per la mia amata Berlino. Io partii promettendomi che un giorno sarei tornata. Promessa che mantenni. E mantenni. E mantenni. Per tre anni e poi basta. E che ora sento di poter finalmente rinnovare. Aspettami Berlino: tornerò. Il 2013 sarà l'anno giusto. Partii ringraziando Ivan che mi aveva spezzato il cuore ma anche regalato, inconsapevolmente, l'esperienza più bella della mia vita. 221


Partii ringraziando la mia amica Erika da cui era nata l'idea di far domanda per l'Erasmus. Partii ringraziando il destino che mi aveva fatto incontrare tante persone meravigliose. Persone che ringrazio adesso per esserci state allora e, in un certo senso, esserci sempre. Nel mio cuore, nella mia mente, nei miei ricordi, nella mia vita. Ed ora ringrazio voi. Voi che avete riso, pianto, e fatto il tifo. Voi a cui ho fatto venir voglia di partire. Voi che l'avete fatta tornare a me. Voi che leggerete queste parole oggi, domani o fra dieci anni. A te, che mi stai leggendo in questo momento, dico grazie. Danke! Fine.

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Profile for Jane Pancrazia Cole

Pancrazia in berlin  

Il tragicomico racconto del mio remoto Erasmus berlinese

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