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"A Flora"


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Bruno Guarino

Rio Amazonas

Edizioni "Il Grappolo"

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CopyrightŠ 1999

by Edizioni "Il Grappolo" Parco S.Anna - Tel.089-894457 84080 S.Eustachio di Mercato S.Severino (SA) Internet: www.ilgrappolo.it

CAPITOLO I 4


Il mare, calmissimo, era di un verde chiaro, trasparente e, battuto dal sole tropicale, creava riflessi che danzavano festosi sulla superficie dell’oceano. Si perdevano lontano, e gli sguardi degli isolani e dei turisti che affollavano la piazza principale venivano distratti soltanto dai rapidi balzi di scuri ed eleganti delfini che gioiosamente ripiombavano nello specchio di mare, allineati come ginnasti alla prova finale del corso nel giorno della premiazione. Ricadevano sprizzando acqua tutt’intorno come piccole fontane. Ugo, lo sguardo fisso sull’immenso specchio oceanico, guardava dal molo, conquistato dalla bellezza di questa distesa, che invitava a sognare ad occhi aperti portando chissà a quali sperdute terre e nascoste isole, non ancora toccate dalla cosiddetta civiltà. Si trovava su un’isola stupenda: l’isola Margarita che, insieme con quelle di Coche e Cubagua, forma l’Estado de Nueva Esparta, ed è la più grande di ben settantadue isole appartenenti al Venezuela. Ugo aveva lasciato da tempo l’Italia, come tanti altri emigranti, in cerca di lavoro e di serenità. Si era rifugiato in questo meraviglioso continente e si trovava ora in questa feconda terra, alla ricerca, che definire disperata non sarebbe eccessivo, di un luogo felice e accogliente con pochi abitanti, pacifico, che potesse fargli dimenticare le ingiustizie che riteneva di aver sofferto nel suo Paese. Questa "isla de encanto", molto antica e piena di fascino, aveva trasmesso la sua magia a tanti visitatori. In passato, era stata anche rifugio di corsari, tra i quali, secondo una leggenda, anche il pirata inglese Morgan. Ma, prima di buttare definitivamente l’ancora, Ugo voleva continuare il suo viaggio di ricerca, conoscere altri luoghi, incontrare persone interessanti e assimilare meglio quella attraente parte dell’universo le cui assolate strade stava così entusiasticamente percorrendo. Si dovrebbe anche aggiungere che gli italiani erano considerati ospiti graditi in tutto il Venezuela per la loro laboriosità e per la loro onestà. E - perché no - pure per la loro simpatia. Anche se,

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talvolta, come tutti gli stranieri, venivano affettuosamente chiamati "Monsciù" a sottolineare che non erano nati in quella terra. Una sola volta, nel 1957, dopo la caduta del Presidente Perez Jimenez, gli italiani, a causa della collaborazione offerta al dittatore dal connazionale Felipe Gagliardi, si trovarono in difficoltà, ma fortunatamente, data la buona volontà sia dei venezuelani che degli italiani, il rapporto ritornò cordiale molto presto. D’altra parte, tutti gli stranieri, quando dopo anni di laboriosa attività a fianco dei venezuelani acquistavano la loro nazionalità, venivano cordialmente considerati "reencauchados", cioè alla stregua di pneumatici vulcanizzati. Ma degli italiani venivano apprezzate anche altre qualità, compresa la generosità. In anni lontani, era vissuto nell’isola Margarita un medico italiano che, esercitando spesso la sua professione gratuitamente, era riuscito a conquistare la stima e l’affetto dei nativi. Si trattava di un italiano del sud, che risiedeva in una spaziosa casa di stile spagnolo, con un vero parco dove vivevano in assoluta libertà alcune belve, le quali, anche se bene ammaestrate, impaurivano gli isolani. Per questo motivo aveva pochi amici, e la sua casa non era molto frequentata. Lo era soltanto il suo studio professionale, al quale si accedeva da un ingresso secondario lontano dal giardino. E molti erano gli indigeni privi di mezzi che si facevano curare da lui.

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CAPITOLO II Ugo era nato a Udine, nella generosa terra friulana. La sua abitazione non era molto lontana dalla Piazza della Libertà, incorniciata dal Palazzo Comunale, di stile gotico-veneziano, e dal porticato di S. Giovanni, grande opera del Rinascimento. Per andare a scuola, attraversava quella piazza tutte le mattine. Era per lui come una boccata di ossigeno. Diciamo che passò la giovinezza in quell’atmosfera che allora si definiva "littoria". Imparò tante cose che il regime si sforzò di insegnare ai giovani, servendosi di compiacenti professori. E, purtroppo, molte altre non riuscì ad impararle, perché nessuno osò insegnargliele. Erano argomenti da non toccare, da ignorare. Insomma, insieme alla cultura littoria, cresceva di pari passo, pure in relazione alle idee che provenivano dall’estero, ai testi classici del liberalismo e anche del marxismo, che si pretendeva di combattere ma che non era permesso di conoscere e studiare seriamente, come sarebbe stato giusto per poter criticarli, una parallela "ignoranza littoria". Che riuscì a superare, prima di emigrare, passando sui libri molti anni. A Porlamar, in quest’isola benedetta dal sole, c’era un grande albergo, a quei tempi modernissimo, l’Hotel Concorde, che Ugo spesso frequentava. In uno di quei saloni illuminati e spaziosi trovò un giorno un giovane che parlava bene l’italiano, ma affermava di non conoscere l’Italia, dalla quale, a suo dire, erano partiti, molti anni prima, i suoi genitori. Si chiamava Riccardo, ma si faceva chiamare Ricardo, alla spagnola. A forza di incontrarsi divennero quasi amici, e Ugo cercò di sapere qualcosa di più della sua vita e dei suoi trascorsi nel continente. Per incoraggiarlo a parlare, cominciò a raccontargli della sua vita a Udine e dei motivi che, vari anni dopo la morte di suo padre, lo spinsero a emigrare in cerca di fortuna come tanti altri italiani. Anche se con qualche disponibilità, che gli permetteva di sopravvivere in attesa di una sistemazione.

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"Ti sto ascoltando con molto interesse - gli disse Ricardo con voce ferma - e immagino che tu sia lieto di trovarti qui. Quanto a me, ho girato quasi tutto il Centro e il Sudamerica, e tutti i paesi che ho visitato mi sono piaciuti moltissimo. E che dovrei dire del mare, spesso di un azzurro così chiaro e trasparente da far dubitare della realtà; e degli occhi verdi, indescrivibili, di fantastiche ragazze di alcune regioni amazzoniche quasi inesplorate". "Ti dirò che, all’inizio, il clima tropicale mi pesava un po’, ma mi ci abituai molto presto. Di sera, mi accarezzava un vento leggero che conciliava il meritato riposo, che una dondolante amaca rendeva più piacevole". "Quali paesi ti sono piaciuti di più durante il tuo coraggioso pellegrinaggio - gli chiese, interrompendolo, Ugo - quali regioni ti hanno maggiormente colpito?" "Apprezzo molto le tue confidenze, e sono certo che hai da raccontare molte altre cose interessanti, fatti non comuni di cui non sei stato soltanto spettatore" - continuò. "Sì, in realtà - riprese Ricardo - in molti luoghi che ho visitato e nei quali mi sono anche fermato, ho creduto anch’io, magari per poco tempo e non diversamente da te, di aver trovato quello giusto, il mio personale paradiso, ma si trattava soltanto di colpi di fulmine, generati forse soltanto dalla mia ferma volontà di trovare il posto ideale. Probabilmente, stavo addirittura mentendo a me stesso, per sfuggire alla condanna che mi avrebbe magari spinto a cercarlo fino alla fine dei miei giorni, con il passo stanco del viandante alla ricerca di qualcosa che non potrà mai trovare. Continuai, comunque, il mio cammino, fermandomi, ogni tanto, in qualcuna delle località che attraversavo". "Non puoi indicarmi il nome di qualche paese o regione per farmi capire qualcosa di più? - azzardò Ugo, pur rendendosi conto di insistere un po’ troppo con una persona che aveva conosciuto solo pochi giorni prima e che, probabilmente, aveva qualcosa da nascondere. "Preferisco rimanere nel vago - ribattè Ricardo - anche perché la mia vita non è stata sempre facile, e non per colpa mia. Dando un nome ai luoghi che mi hanno ospitato, potrei forse facilitare

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conclusioni affrettate, che preferirei evitare. Anche se, sinceramente, vorrei addentrarmi, perché mi sei simpatico, in alcuni dettagli che non ho mai raccontato a nessuno." "Vai avanti, ti ascolto. - aggiunse Ugo, preparandosi a partecipare alla sicuramente singolare avventura di Ricardo - Ma questi, sbirciato l’orologio, balzò in piedi e, scusandosi, si avvicinò alla porta affermando di avere un appuntamento e di essere in ritardo. Il giorno dopo, Ricardo non si fece trovare all’Hotel Concorde. E passarono altri due giorni senza che riapparisse. Infine, Ugo si informò, e gli fu detto che era ripartito. Nessuno seppe dirgli, però, dove fosse andato. Succede spesso che in paesi aperti all’immigrazione arrivino persone dal passato non sempre cristallino. Le quali, pensando di poter iniziare una nuova vita, a volte cambiano addirittura il nome. E, naturalmente, non amano rituffarsi nel passato, né permettere ad altri di indagare e riportare a galla fatti che avevano magari cancellato dalla memoria, avvenimenti che erano stati radicalmente rimossi. Ugo finì col giustificare il suo comportamento, anche se la sparizione di Ricardo lo lasciò perplesso per parecchio tempo. E lo portò a concludere che Ricardo, pentitosi di aver parlato troppo, aveva preferito interrompere bruscamente il rapporto. O era stato addirittura riconosciuto da qualcuno che avrebbe potuto nuocergli. Comunque, ci rimase male. E, non avendo altre cose urgenti da fare, decise, alla fine, di ripartire anche lui. Si prefisse di raggiungere, come prima tappa, la Colombia, da dove avrebbe proseguito il viaggio verso il sud.

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CAPITOLO III La giornata era veramente brutta; dalle finestre entrava una luce molto debole. Sui vetri delle finestre tamburellava una pioggia insistente che, appena li toccava, scorreva a rivoli verso il basso, attenuandone la trasparenza. Vincenzo, un giovane tossicodipendente, attendendo il responso del giudice, osservava come ipnotizzato questi giochi d’acqua, cullandosi nell’illusione di un verdetto assolutorio. Poco prima, aveva ascoltato in religioso silenzio l’arringa del suo difensore d’ufficio che, coraggiosamente, si era scagliato contro il sistema che era troppo severo con dei poveri ammalati, tra i quali doveva certamente essere annoverato un tossicodipendente, e troppo generoso nei processi anche penali contro esponenti politici, specie quelli di alto livello, i quali potevano contare, in attesa di miracolosi colpi di spugna, su opportuni rinvii. E nei casi più disperati, su affettuosi rifiuti di autorizzazione a procedere da parte delle Camere. Quando il giudice pronunziò infine la sentenza che lo condannava a tre anni e tre mesi di reclusione per tentata rapina e lesioni personali, restò impietrito, e non ebbe neppure la forza di protestare, di urlare che era soltanto un povero drogato. In effetti, si era servito solamente di una pistola giocattolo e, avendogli il farmacista rifiutato la droga, affermando di esserne sprovvisto, si era innervosito e, al tentativo dell’aggredito di togliergli di mano la pistola, aveva reagito sferrando un pugno che lo aveva gettato a terra facendogli battere la testa contro il pavimento e procurandogli delle lesioni che lo costrinsero all’ospedale per più di venti giorni. Vincenzo, rendendosi finalmente conto della gravità del suo gesto, tentò di fuggire, ma una pattuglia di carabinieri che stava perlustrando la zona, informata da alcuni passanti di ciò che stava succedendo nel negozio, intervenne prima che potesse allontanarsi e lo condusse, ammanettato, al più vicino carcere.

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La prima notte la passò meditando sulla severità della pena ma anche dell'assurdità del suo folle gesto compiuto in fase di astinenza, e del quale non si sentiva coscientemente responsabile. Lasciando il Venezuela, via Cucuta, Ugo entrò in Colombia, in questo nuovo gradevole paese. Un’altra terra, confinante anche con Panama, il Brasile, il Perù e l’Ecuador, affacciata sul mar delle Antille. Appartenente, in buona parte, alla regione andina e per il resto all’Amazzonia. Nella parte orientale, si trovano molte estese savane che si perdono nella foresta vergine amazzonica, di rara bellezza, nella quale soltanto pochissimi audaci hanno il coraggio di addentrarsi. Si tratta di un fantastico paese con pittoresche città, piene tra l’altro di musei, chiese, conventi, cappelle e luoghi archeologici. Presso La Plata, nella zona di Tierradentro, si trovano antichissime sepolture precolombiane scavate nella roccia. Per vedere queste meraviglie, Ugo si servì di corti voli locali che alternò a lunghe scorrazzate su vecchi autobus, e a pesanti ma sane passeggiate che gli permisero di conoscere meglio questa antica terra. Proseguì, quindi, la sua avanzata, sempre viaggiando in aereo o utilizzando, ove possibile, corriere o "carritos por puesto" (taxi che concedono passaggi a varie persone, come fossero piccoli autobus) o continuando a spostarsi, per tratti brevi o comunque tollerabili, anche a piedi. Un giorno, doveva essere un sabato, camminò per ore, rasentando i bordi della foresta, cercando di non penetrarvi per non perdere l’orientamento. Di solito, nelle foreste, si entra accompagnati da qualche indigeno, buon conoscitore della zona. Bisognava farsi strada tra rami e liane, guardando attentamente a terra e sugli alberi per non trovarsi la strada sbarrata da un serpente o da qualche altro animale. Prestando la massima attenzione a ogni più piccolo rumore proveniente dagli spessi materassi di foglie. Un cartello, sospeso ad un ramo, con discutibile calligrafia, informava: "Caminante, no hay camino. Se hace camino al andar" (viandante, non esiste una strada. La si inventa camminando). Era l’unico segno delle autorità che vegliavano su quella zona.

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Fu così che, camminando appunto ai bordi di quella lussureggiante foresta, giunse ad una specie di villaggio, nella cui piazza principale passeggiavano varie persone abbigliate con pochi ma coloratissimi capi. Ugo restò a guardarle incuriosito, chiedendosi dove fosse. Ma si ritrovò quasi subito con una bacchetta di legno che gli comprimeva il petto. Per fortuna, il volto rassicurante del tizio che la impugnava gli fece subito capire che si trattava soltanto di una specie di gendarme locale. L’operazione, in Europa, sarebbe considerata un normale controllo di documenti. L’uomo si rese subito conto di essersi imbattuto in un impolverato turista, e la conferma, più che dal suo grosso zaino, gli venne dai suoi occhiali da sole, che considerava, come d’altronde molti nativi, uno strumento di lusso per vedere tutto in un colore diverso da quello reale. Ugo gli presentò il passaporto, e poiché il gendarme parlava soltanto il dialetto locale, l’incontro si concluse rapidamente con una specie di sorriso da ambo le parti. Ugo continuò a camminare, oltrepassò la piazza e una lunga, stretta strada, che iniziava subito dopo le ultime case e portava, in salita, a un piccolo villaggio su una collina battuta dal sole e quasi totalmente coltivata a vite. In quel villaggio incontrò un altro italiano che stava spiegando a una persona del luogo perché si era spinto fino a quella località, dopo aver vagabondato per molto tempo, facendo per vivere molti lavori, anche pesanti. Per rendere più credibili le sue parole, gli mostrava le mani callose. Non riuscì a capire i motivi del suo arrivo perché, appena vide Ugo che si avvicinava, l’italiano cambiò argomento, e si mise a parlare del calore che, specie a quell’ora, considerava insopportabile. Però intuì qualcosa; e gli vennero subito in mente quelle vecchie madri che, vestite di nero, accompagnavano i figli emigranti all’imbarco nei porti dell’Italia meridionale, piangendo e disperandosi ad alta voce per quei distacchi, forse definitivi, dai figli che quasi sicuramente non avrebbero più visto, come non

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avrebbero mai conosciuto le loro future spose, né i loro discendenti. Ugo lo salutò e si presentò a lui e al suo interlocutore, e gli disse di essere appena arrivato. Quindi, cominciò a parlare del più e del meno, lodando il paese che aveva trovato simpatico e interessante. Attese pazientemente che rimanesse solo e, per evitare, dopo l’esperienza avuta con Ricardo, di toccare pericolosi argomenti personali, preferì accennare spiritosamente ai cercatori di diamanti e di altre pietre preziose di alcune zone del continente, i quali pregano Dio di non fargliele trovare per il timore di essere successivamente ridotti come un colabrodo. Ci sono alcuni punti della terra, insomma, che possono essere abitati soltanto da abilissimi pistoleros, non certo da persone, diremo così, timorate di Dio. "Sì, è vero - rispose l’italiano, che si chiamava Vincenzo ma era da tutti conosciuto come Vicente - però ciò avviene in altri paesi, molto lontani da questo". D’altra parte, succedono cose strane un po’ dappertutto. Io, per esempio, mi sono dedicato all’inizio del mio viaggio ad una piccola attività commerciale in un paese che, a pensarci bene, figurerebbe degnamente in un movimentato film western. Importavo qualche articolo europeo. Un giorno, uno dei miei clienti si rifiutò di pagare la merce, e anche di restituirmela. Si trattava di circa 5000 dollari americani. Una cifra, a quei tempi e per me, veramente alta. Incaricai un avvocato di recuperare quella somma. Questi, che si spacciava per professore di diritto e che, alla fine, risultò non essere neppure laureato, si rifiutò di consegnarmi l’importo che era riuscito ad ottenere dal cliente debitore usando non i codici, sostenuti da qualche dotta citazione in latino, ma una volgare pistola a tamburo. Evidentemente il cliente, che si fingeva in stato di decozione, quando si rese conto che era in pericolo addirittura la sua vita, preferì saldare il debito. Ma, come è noto, non sempre le ciambelle riescono col buco. E il sedicente avvocato se ne guardò bene dal fare il suo dovere nei miei riguardi.

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Diedi allora mandato ad un altro legale, chiedendo di recuperare l’importo incassato dal suo irrispettoso collega. Forse, hai già intuito cosa avvenne. I due legali si misero d’accordo e si divisero fraternamente il malloppo. Disperato, come puoi immaginare, mi rivolsi ad un terzo avvocato, consigliatomi da una persona al di sopra di ogni sospetto. Questi studiò bene il caso e, infine, affermando di essere un padre di famiglia e di non voler esporsi a rappresaglie oppure a raffiche di mitra, rinunciò all’incarico. "È chiaro che hai vissuto esperienze alquanto rare - azzardò Ugo, anche un po’ divertito - devi averne viste di tutti i colori." "Certo - replicò Vicente con un sorriso - se diverremo buoni amici, come spero, ti racconterò tante altre cose. Per questa volta, continuerò soltanto il capitolo iniziato. Aggiungerò , cioè, che un bel giorno feci sequestrare della merce ad un altro cliente, il quale, come il primo, si era rifiutato di pagarla. E tornato a riprendermela, tempo dopo, per venderla ad altri, mi sentii rispondere dal responsabile del magazzino presso il quale l’avevo depositata che la partita non c’era più, e che sarebbe stato saggio dimenticarsene." "Bellissima anche questa. - aggiunse Ugo - Ho passato un’ora molto piacevole con te e ho anche imparato qualcosa. Spero di rivederti domani. Salve." La cittadina alla quale Ugo era giunto, al termine della sua marcia, e nella quale aveva trovato Vicente, era abitata, come suol dirsi, da poche migliaia di anime. C’era la solita piazza centrale in stile coloniale con, disposti in quadrato, il Palazzo del Comune, le carceri, la Chiesa e un albergo, dove Ugo si sistemò subito. Si chiamava "El ocaso", (il tramonto) e sul portone pendeva obliquo un cartello: "Se reciben caballeros de orden" (si accettano soltanto persone rispettose della legge). Questa scritta si troverà spesso appesa alla porta di altri alberghi, specie nei piccoli centri.

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In uno dei giorni successivi, durante altri incontri, Ugo e Vicente cominciarono a scambiarsi alcune confidenze. Non molto impegnative, all’inizio. Intanto, Ugo ebbe modo di conoscere altre persone, e cominciò a capire che, dietro a Vicente, c’era una storia diversa da quella che lui aveva raccontato ai suoi conoscenti. Una storia che nessuno conosceva esattamente e che, distorta casualmente o ad arte mentre veniva raccontata da una persona all’altra, era diventata quasi incredibile. Ugo, per la verità piuttosto turbato, cercò di far parlare Vicente per capire l’ingranaggio nel quale sembrava dibattersi. "È un’avventura unica - affermò Vicente con gli occhi bassi - e non credo proprio che altri possano raccontare di aver vissuto cose del genere così intensamente. È capitata proprio a me. E portarne il peso è proprio come sostenere un macigno. Avrai sentito qualcosa in paese. Ti avranno anche detto, forse, che sono un assassino, ma non è assolutamente vero. Sono stato incastrato dalle autorità di ben due paesi che hanno voluto attribuirmi un crimine da loro commesso per ragioni politiche, perché non venisse mai a galla la verità. E mi hanno protetto e portato da queste parti per impedirmi di parlare e di indicare i veri responsabili, aiutandomi in questa fuga che, indirettamente, avalla le accuse ingiustamente lanciate contro di me." "Capisco - rispose Ugo con macelato imbarazzo - ma per costringerti ad accettare una simile responsabilità e subire questa intollerabile ingiustizia, sia pure attenuata dai servizi segreti, devono averti dato o promesso qualcosa. Altrimenti, avresti avuto la possibilità di rifiutarti di assecondarli. Qualche ulteriore dettaglio aiuterebbe a chiarire meglio i fatti. Sempre che tu ti fidi di me, naturalmente." "Certo - ribatté Vicente - stai dicendo delle cose sensate. Avevo commesso un errore giovanile, anche grave, per la precisione, e avendo bisogno di denaro sono stato costretto ad accettare la loro proposta, se così la vogliamo chiamare. Cosa di cui oggi sono sinceramente pentito. In verità, si tratta di una responsabilità troppo pesante rispetto alla mia colpa. Insomma, sono la vera vittima di un intrigo

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internazionale, davanti al quale sono un piccolo granello di sabbia che il vento getta dove vuole." "Non è difficile comprenderti - aggiunse Ugo - e voglio crederti, anche se le accuse che qualcuno lancia contro di te sono piuttosto serie. Ora so che non sei un assassino, ma mi chiedo come tu possa affrontare i problemi che questa tua eccezionale situazione certamente ti creerà nella vita di tutti i giorni." "Hai ancora ragione - incalzò Vicente - infatti non posso reagire in nessun caso come fanno le persone completamente libere. Vedi, ad esempio, il lobo del mio orecchio sinistro? Ho ricevuto un colpo di pistola da un vecchio spasimante di Juanita, la mia ragazza, il quale non gradiva la mia relazione con lei. Data la mia situazione, non mi è stato possibile rivolgermi alla polizia locale, perché avrebbero potuto estendere le indagini ed aumentare le mie già non indifferenti difficoltà. Comperai, invece, una bella pistola italiana, una Beretta calibro 9 corto, e feci circolare la notizia presso gli amici del mio feritore, il quale, avendo anche sentito che io avevo ucciso una persona, ed avendoci naturalmente creduto, cominciò a temere per la sua vita e sparì dalla circolazione. Sono tutte cose estremamente gravi, ma quando ci si trova nella mia scomoda posizione non ci sono tanti modi per uscirne. Sono pochissimi, e bisogna coraggiosamente scegliere quello più facilmente realizzabile, e sperare poi che l’angelo custode non ti perda di vista." "Come potrei darti torto, - aggiunse immediatamente Ugo, alzando leggermente il tono della voce - ma tu, se non è un segreto, da quale città d’Italia provieni?" "Il mio paese natale è Vibo Valentia, in provincia di Catanzaro rispose con un sorriso mefistofelico Vicente - ma i fatti di cui si è parlato non sono avvenuti in Italia. Preferirei continuare a non precisare il paese nel quale ha avuto inizio la mia storia, o se preferisci, la mia tragedia; che mi ha fatto etichettare, senza che io lo sia, come un killer. E anche astenermi dal dire il mio vero nome perché, come avrai intuito, mi hanno fatto espatriare con documenti falsi. Ugo, in realtà un po’ confuso per questa inattesa dichiarazione, non osò, lì per lì , rispondere. Lo fece soltanto dopo vari secondi

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e dopo aver fissato a lungo negli occhi il suo interlocutore, temendo che Vicente non volesse, o non potesse, fornire altre spiegazioni che per lui avrebbero potuto costituire un pericolo. Poiché, in fondo, si conoscevano solo da poco tempo. Ma, pensando alla sua grave dichiarazione, arrivò alla conclusione che forse sentiva il bisogno di sfogarsi, ed aveva anche capito che lui non gli avrebbe fatto del male. Azzardò, quindi, un’altra domanda. "Ti ringrazio, Vicente, della fiducia che mi hai concesso a prima vista, e ti assicuro che non è mal riposta, ma forse, dopo quello che hai detto, dovresti aggiungere qualche altra parola di spiegazione. Io potrei anche fraintendere, e vorrei invece essere totalmente convinto della tua buonafede." "Hai ragione, - ammise subito Vicente - a questo punto una sia pur sommaria precisazione sarebbe forse doverosa, ma temo di poter solo ribadire che si tratta di un problema politico che i servizi segreti dei due paesi hanno risolto accusando me di un delitto che non ho mai commesso. Facendomi subito fuggire all’estero, praticamente sotto la loro protezione, per evitarmi di subirne le conseguenze. Ecco perché nessuno ha mai inoltrato una richiesta di estradizione, anche se il fatto, da queste parti, non può certamente essere considerato un segreto. E non so neppure, francamente, come la notizia sia trapelata, sia pure parzialmente, perché, in realtà, nessuno sa con certezza come si siano svolti i fatti. E ci si basa su qualche confusa informazione, non fondata su alcuna prova, né sostenuta da alcuna mia ammissione. Tu mi ispiri fiducia e ho voluto dirti qualcosa che, se pensi di fermarti qui, qualcuno, prima o poi, ti avrebbe certamente sussurrato, dandoti un’idea sbagliata degli avvenimenti e della mia personale responsabilità in questa benedetta storia. Ascoltando attentamente, Ugo capì che Vicente era sincero, e che era stato trascinato in un gioco politico più grande di lui. E, questa volta, preferì tacere. Nel frattempo, i servizi segreti dei paesi coinvolti nell’oscura faccenda, attaccati da politici a conoscenza di alcuni fatti, anche se privi di un quadro d’insieme, e alla ricerca della verità occultata da

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sinistre manipolazioni, si muovevano per riconfermare le proprie tesi e rendere impossibile una dimostrazione contraria.

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CAPITOLO IV Un bel giorno, giunse un individuo che si faceva chiamare Alvarez. Era sulla cinquantina e di bell’aspetto, elegante e riservato. Aveva l’aria di un diplomatico. Con molta discrezione, si mise alla ricerca di Vicente che, intuita la situazione, si diede alla fuga, abbandonando anche la sua attività di propagandista di prodotti farmaceutici, che lo portava spesso in paesi vicini, e decidendo addirittura di trasferirsi passando la frontiera, in un altro stato. Pensò subito che quella visita dall’Europa non poteva condurre a nulla di buono, e che di guai, per questa sua assurda situazione, ne aveva già avuti anche troppi. E che questa sua imprevista sparizione, che comunque si augurava temporanea, impedendogli di lavorare, gli avrebbe creato anche qualche problema finanziario. Insomma, non riusciva a trovare pace neppure in quella lontana parte del mondo dove lo avevano relegato per ragioni politiche che gli erano del tutto estranee. Per fortuna, colui che lo inseguiva e che lo costringeva a temere per la sua vita, non poteva chiedere un appoggio alla polizia locale, e ciò lo avvantaggiava non poco. La sua compagna Juanita, se interpellata, avrebbe potuto dire di non saperne nulla. E anche di non averlo mai conosciuto, dato che non erano nemmeno sposati. Nel dubbio, però, che potessero farle del male e costringerla a parlare, Vicente preferì portarla con sé. Alvarez, se questo era il suo nome, si faceva vedere nei bar e passeggiava in lungo e in largo cercandolo, e affermando di essere un suo vecchio amico e di voler incontrarlo solamente per portargli i saluti di una persona a lui cara. Ebbe infine il suo indirizzo, ma non riuscì a trovarlo. Risultarono inutili anche i suoi appostamenti. Inoltre, nessuno dei vicini aveva la più pallida idea di dove si fosse trasferito.

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Vicente, che di queste sue ripetute visite era stato informato, si chiedeva come mai, se era un inviato dell’organizzazione che, a suo tempo, aveva curato il suo espatrio, non fosse a conoscenza del suo domicilio, che era riuscito a trovare soltanto dopo aver vagabondato per vari giorni e interrogato molte persone. Forse era stato seguito per un po’, e poi era stato perso di vista in occasione di qualche suo trasferimento. Il caso cominciava ad assumere contorni inquietanti. Vicente era convinto di aver fatto molto bene a sparire. E contava di rimanere uccel di bosco almeno sino a quando Alvarez non fosse ripartito per il paese dal quale aveva spiccato il volo. Prima di partire, aveva ripreso contatto con Ugo e gli aveva spiegato la nuova situazione che si era creata e i pericoli che lo minacciavano ormai da vicino. Non gli aveva, però, confidato il nome della località dove aveva in animo di rifugiarsi con Juanita, ma gli aveva fatto capire che non poteva continuare la sua attività professionale che, costringendolo a girare e a lasciare il suo biglietto da visita con il nome e l’indirizzo, di fatto gli impediva di nascondersi per sottrarsi ai malintenzionati che lo stavano cercando. "Certo - gli rispose Ugo, sinceramente preoccupato - ma ora cosa intendi fare?" "Non lo so ancora, però ho un amico in uno stato vicino, facilmente raggiungibile, che potrà aiutarmi. Tempo fa, gli feci un grande favore. Sono certo che non mi abbandonerà." Ugo gli augurò buona fortuna e istintivamente lo abbracciò. Vicente raggiunse in territorio brasiliano la nuova città, che si chiamava São Joaquim, e contava oltre cinquantamila abitanti. Lì viveva il suo amico Belmiro, un uomo molto simpatico e originale, che aveva studiato medicina per vari anni e, a un certo momento, aveva cambiato idea e aveva acquistato una piccola impresa artigianale, abbandonando le sue giovanili aspirazioni. Questi li ricevette con molta cordialità e, senza farsi pregare, offrì a Vicente un lavoro nella sua falegnameria e un alloggio per lui e Juanita. Il momento era difficilissimo ma la fortuna, almeno all’inizio, aveva preso i due fuggiaschi sotto il suo manto protettivo. Sino a

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quando, nessuno era in grado di saperlo. Era però evidente che il temporale che si era abbattuto sulle loro teste si era momentaneamente allontanato. Vicente, che era stato subito affidato a un assistente di Belmiro, il quale si era affrettato a impartirgli i primi insegnamenti stava imparando un nuovo mestiere. Anche senza fatica, perché era dotato di un discreto temperamento artistico. L’assistente, João, era piccolo e tracagnotto. Aveva i capelli rossastri e due occhi vivacissimi, intelligenti. Era, secondo Belmiro, un artigiano prezioso. Collaborava con lui ormai da molti anni. Il suo spagnolo era approssimativo, per cui si esprimeva spesso in portoghese, ma Vicente, che non parlava quest’ultima lingua, riusciva a capirlo e a farsi capire usando sapientemente le mani, secondo una simpatica tecnica di comunicazione antica quanto il mondo e che molti consideravano inventata dagli italiani del sud. Il paese era contornato da verdi colline, piene di annosi alberi che, con prepotenza, si libravano verso il cielo; baciati, durante il giorno, da un caldo e gioioso sole tropicale. Era un centro agricolo con vari artigiani e poche piccole imprese. Un paese tranquillo che non aveva mai avuto grandi problemi, e nel quale la polizia non era mai stata troppo occupata. Aveva a che fare, abitualmente, con i soliti piccoli malviventi. Vicente lavorava energicamente. Diciamo che si faceva assorbire dal lavoro perché questo gli piaceva, e anche per distrarsi dai suoi problemi, poiché continuava ad avere realmente paura di quanto stava accadendo. Temeva, in realtà, che coloro che lo avevano condannato per un reato che non aveva mai commesso, volessero ora da lui altre fantasiose ammissioni o pensassero addirittura di eliminarlo perché era a conoscenza di fatti di estrema gravità ed avrebbe potuto parlare e denunciarli. Non sapeva come uscirne. Né come difendersi. Ormai le cose si erano spinte troppo avanti, e continuavano ad essere avvolte nel più fitto mistero. Si sentiva con le spalle al muro. Rivolgendosi a Belmiro, Vicente lo ringraziò di cuore del suo appoggio in quel particolare momento della sua vita: "Ero sicuro

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che mi avresti dato una mano. Spero di non dover approfittare troppo della tua generosa ospitalità. Mi auguro che la persona che mi sta cercando si decida a rientrare in Europa e a lasciarmi in pace". "Non preoccuparti. Tu e Juanita non mi date alcun fastidio. Piuttosto, mi piacerebbe sapere qualcosa di più. So, più o meno, di cosa si tratta, ma non capisco perché si ostinino a perseguitarti per fatti da loro commessi, e non da te. Non è sufficiente che tu sia costretto a vivere lontano dal tuo paese? Non sono capaci di sbrigarsela da soli, almeno ora che hanno trovato un "responsabile" e lo hanno immolato sul loro altare? Quello del disordine politico, che sta tristemente dilagando nel mondo. Trascinando con sé, in un vortice spaventoso, principi e ideali che, in altri tempi, avevano nobilitato l’umanità." "È proprio così, Belmiro. Sul mio personale problema non dovrei aggiungere nulla a quanto ho già detto. Salvo che mi sarei dovuto ribellare subito, prima di espatriare. Ora, è un po’ tardi. Sono una trottola nelle loro mani. Comunque, a te sento il dovere di spiegare tutto, certo che non racconterai la mia storia a nessuno. "Ho iniziato a drogarmi quando ancora ero molto giovane, e questo vizio, dal quale sono riuscito a liberarmi con molta fatica, mi ha messo in difficoltà varie volte. Un giorno, insieme con un altro tossicodipendente, cercai di rubare alcune fiale in una farmacia usando una finta pistola, un giocattolo che, purtroppo, a prima vista sembrava un’arma vera. Il farmacista. pur spaventato, cercò di reagire, ma un mio pugno lo gettò a terra, e cadendo si procurò una ferita al capo. In un baleno, arrivarono due carabinieri che mi arrestarono. Il mio complice riuscì a fuggire, ma io fui ammanettato e portato in caserma. Dopo un paio di mesi, fui condannato tre anni e tre mesi di reclusione. A questo punto, un esponente politico mi fece sapere, pel tramite del mio avvocato, che sarei stato messo subito in libertà se avessi riconosciuto di essere l’autore di un grave attentato commesso su un treno dai servizi segreti di ben due paesi uniti da un forte vincolo ideologico. Naturalmente, mi promisero di farmi fuggire

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all’estero sotto un altro nome e con il loro aiuto, anche finanziario. Quell’atto criminale che aveva causato morti e feriti, era estremamente grave. Soprattutto se paragonato alla ragazzata da me commessa, che fu del tutto priva di conseguenze. Tentai di resistere, proponendo una revisione del mio personale processo, perché, in definitiva, non ero riuscito a rubare nulla. Ma poi, sollecitato anche dal mio legale, finii con l’accettare la proposta. Stupidamente, certo. E questi sono i fatti nudi e crudi. Ora, la situazione politica è cambiata in ambedue i paesi, sui quali, per non peggiorare la mia già esplosiva posizione, preferisco continuare a tacere. E i nuovi partiti al potere vogliono riaprire il processo per condannare i veri responsabili di quel reato e di altri che, a cominciare dal primo, verranno presto alla luce. Ragion per cui, avrebbero bisogno della mia testimonianza sia quelli giunti ora al potere che i vecchi, che avevano costruito il castello di menzogne e vorrebbero oggi una riconferma delle mie personali responsabilità. Tra l'altro, si tratta di un gioco che potrebbe suggerire anche la mia eliminazione fisica." "Il mondo va a pezzi - riprese sconcertato Belmiro - Mi preoccupo per i nostri figli e nipoti, che saranno le vere vittime di questa maledizione. Assistendo a questo sfacelo morale, non prenderanno più le strade maestre, non saranno più spinti verso il bene ma verso il male, nel quale crederanno di trovare, schiacciati da questi esempi, i nuovi fili conduttori della vita. Ho letto in qualche giornale europeo - continuò - che ci sono paesi del vecchio continente nei quali esponenti politici, anche mafiosi, che commettono crimini di ogni genere vengono spesso sottratti alla giustizia e, paradossalmente, i magistrati che osano inquisirli vengono accusati di ingerenza negli affari politici del paese e trasferiti o costretti a dimettersi, o peggio ancora sottoposti a giudizio. È fine del mondo. Poveri giovani, dovranno abbassarsi a questi livelli per sopravvivere, oppure emigrare. O pensare addirittura al suicidio. Il che troppo spesso succede, da un po’ di tempo, nel mondo degli adolescenti, feriti dal brutale crollo di tutti i valori nei quali avevano cominciato a credere."

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"Hai messo il dito nella piaga. E ora, francamente, non saprei cosa risponderti. Posso soltanto assentire e rimpiangere con te i tempi in cui tutto era più pulito. Il Creatore deve aver perso il controllo della situazione. Non esiste altra spiegazione." Si fissarono a lungo in silenzio ed era chiaro che si sentivano tutti e due a disagio. Infine, stringendo le mascelle, Vicente disse: "Non avrei mai pensato che cose del genere potessero succedere in qualche paese europeo. Sono mortificato. "Subito dopo, con un lampo di tristezza negli occhi, aggiunse: "Ti ringrazio per la tua affettuosa solidarietà. Ne riparleremo ancora. Buona notte." Belmiro, a sua volta visibilmente perplesso, aggiunse con una punta d’amarezza: "poiché accadono cose del genere, non dobbiamo meravigliarci se dei giovani esseri umani si danno in preda allo sconforto e mettono in moto, per contrasto, il loro cervello e la loro fantasia sino ad inventare delle possibili vie d’uscita. Quando non trovano rifugio nella droga e nell’alcol. Mio padre, che lasciò il Portogallo molti decenni fa per stabilirsi qui, mi inculcò molti sani principi ai quali nella mia vita mi sono sempre attenuto, e sono sicuro che oggi, se fosse con noi, sarebbe pienamente d’accordo. Forse, senza pretendere di giustificarli, possiamo almeno cominciare a capire perché bussano alle porte, nel vecchio continente, sempre più numerosi, anche se non solamente per questi motivi, movimenti indipendentisti di varia estrazione, che voglio augurarmi rimangano pacifici o se già in ebollizione, lo diventino. Vorrei anche rilevare che il consorzio umano è sempre più sensibile agli affronti dei prepotenti e dei corrotti che una parte della nostra società tollera ormai in Europa. Anche in un’epoca di delicata transizione, nella quale si sta già confusamente delineando una proiezione del futuro caratterizzata dallo sfascio di molti modelli superati e dalla loro ricomposizione secondo nuovi schemi. Anche le organizzazioni sociali e politiche, che si stanno allontanando dalla sfera del diritto, stanno rapidamente mutando. Si sta passando da concetti come quello di patria che, sin dai

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tempi antichi, ha ispirato gli uomini che per essa, in tutto l’universo e in ogni epoca, credendo di fare il proprio dovere, hanno sacrificato la vita, ad altre idee dai contorni forse più sfumati ma decisamente appartenenti ad una realtà ormai prossima. Un mondo nuovo in cui entità più piccole ma etnicamente e culturalmente più valide, oltre che più controllabili, si presentano all’insoddisfatta umanità che, per sopravvivere, ha bisogno di giustizia. È il futuro che avanza, pieno di umana commozione e di quasi religioso fervore." Infine, senza attendere il commento di Vicente che, colpito da quanto aveva udito, era rimasto senza parole, ricambiò il saluto e, volgendogli lentamente le spalle, si allontanò.

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CAPITOLO V Ritiratosi nella sua stanza, Vicente riprese il discorso interrotto con Juanita, la quale era molto impressionata dal succedersi degli avvenimenti e non aveva una gran voglia di parlare. Ma fu costretta a rispondere e non riuscì a nascondere il timore che la attanagliava. Si aspettavano entrambi che qualcosa succedesse, ma non sapevano cosa né quando. E la loro trepidazione aumentava. Juanita ne provava quasi un dolore fisico. E si avvicinò a Vicente con tenerezza, quasi per proteggerlo, mentre lo fissava negli occhi nella speranza di vedervi spuntare un po’ di serenità che fosse di conforto anche per lei, che la serenità l’aveva ormai perduta. Vicente comprese il suo desiderio, il suo bisogno di esorcizzare la paura che la sconvolgeva e si strinse a lei, e l’abbracciò forte. Le sfilò lentamente la blusa di organza stampata a roselline rosse, quindi il leggero reggiseno, e dopo averla baciata a lungo sulla bocca, eccitato dal desiderio, la accarezzò e cominciò a baciarle i seni. Poi le tolse delicatamente la gonna e l’ultimo più intimo indumento e, spogliatosi, a sua volta, rapidamente, si adagiò su di lei e la penetrò con forza, tanto che a Juanita scappò uno strillo, subito smorzato e seguito da un sommesso mugolio di piacere. Così avvinghiati, dimenticarono completamente il mondo ed i problemi che li amareggiavano, compreso il misterioso visitante che li minacciava e che, per il momento, appariva soltanto nei sogni disturbati e continuamente interrotti, che li opprimevano. Anche al risveglio, Vicente si ritrovava spesso con la fronte madida di sudore. Questa spada di Damocle che pendeva sulle loro teste gli rovinava l’esistenza, li riduceva quasi come tori ai quali le acuminate "banderillas" preannunciano la morte che si avvicina a passi ben misurati. Anche gli animali sentono per istinto avvicinarsi la fine. Non diversamente dagli uomini che, aiutati dalla ragione, la sentono impietosamente arrivare e, non sapendo come affrontarla e

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difendersi, si preparano a subirla come un’inappellabile sentenza divina. Gli esseri umani sono spesso terrorizzati non tanto dalla morte, programmata dalla natura e come tale accettata, senza entusiasmo, beninteso, quanto dal non sapere quando e dove arriverà, e sotto quali sembianze si presenterà. Forse con in mano un lugubre ordigno di comando a distanza, atto a spegnere la vita come se si trattasse di un comune canale televisivo durante una insopportabile carica pubblicitaria. Il giorno seguente, alle prime ore del pomeriggio, dimenticando il pericolo che una loro uscita poteva rappresentare, Vicente e Juanita decisero di andare a prendere un po’ d’aria. Di fronte alla loro abitazione c’era un bar molto frequentato, che aveva un nome inglese: "Cow Boys Pub" e, per insegna, un gong di rame sul quale il nome era inciso in nero, in un corsivo pieno di svolazzi. La porta era piuttosto ampia. Dentro, oltre al bancone, c’erano molti tavoli metallici, di diversa forma e dimensione. E neppure dello stesso colore. Ma la loro diversità non aveva alcunché di artistico. Non c’era dietro alcun architetto. Se quel locale si fosse trovato a Montmartre o a Montparnasse, a qualcuno sarebbe forse venuto un dubbio. Ma, in quest’angolo di mondo, non poteva trattarsi che di una "Cafeteria" messa su in maniera caotica. Il proprietario era una persona simpatica che, discutendo e scherzando con i clienti, dimostrava di saper coltivare le relazioni pubbliche. E questa sua qualità era un po’ in contrasto con l’arredamento del locale. Passava la giornata appoggiato al banco centrale, come il comandante di una nave. Su questo banco, situata tra numerose bottiglie di liquore troneggiava una macchina Gaggia, di vecchio modello, dalla quale uscivano profumati caffè che i clienti del locale mostravano di gradire. Vicente e Juanita entrarono sorridendo e gli diedero il buongiorno.

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Lui gli corse incontro salutandoli quasi con effusione e, senza sapere di chi si trattasse, disse subito: "C’è qui un signore che vorrebbe parlare col Sig. Vicente". Curiosamente, si era ricordato di quel nome perché l’aveva sentito chiamare così da Belmiro. In quel medesimo istante, la persona indicata, dall’aria europea, come gli avevano detto coloro che lo avevano conosciuto, si alzò e si presentò: "Il mio nome è Alvarez - disse in spagnolo, abbozzando un sorriso di circostanza - e avrei piacere di parlare un po’ con voi. Accomodatevi - aggiunse, avvicinandosi al suo tavolo - non vi porterò via molto tempo". Vicente e Juanita lo guardarono a lungo e si misero a sedere, anche un po’ rasserenati perché, avendolo finalmente conosciuto, aveva perduto il suo alone di mistero e faceva, ora, meno paura. "Lei è dunque il signor Vincenzo Cantelli - aggiunse subito Alvarez, fissando negli occhi prima lui e poi lei. Sono lieto di fare la vostra conoscenza. "Stavo cercandola da tempo. - riprese, rivolgendosi nuovamente a Vicente - Non so se posso parlare liberamente in presenza della signora. Me lo dica lei." "Juanita è al corrente di tutto - rispose Vicente - parli pure - Spero che non mi porti cattive notizie." "Non sono cattive. Abbiamo soltanto bisogno di un’ulteriore testimonianza, diciamo di un nuovo confronto, a proposito del suo problema. Quello, per spiegarci più chiaramente, che anni addietro l’ha spinta a espatriare e a stabilirsi da queste parti." "Non le nascondo che di questa storia ne ho abbastanza. Vorrei proprio dimenticarmene. Altro che affrontare nuovi confronti e testimonianze, dei quali non vedo la necessità. Comunque, la pregherei di presentarmi le sue credenziali - aggiunse Vicente - e di indicarmi con esattezza a quale organizzazione o autorità si riferisce, e in quale veste lei si presenta a me. Mi provi, insomma, la sua relazione con la mia vicenda, della quale non vorrei certo parlare con estranei o con persone non autorizzate a trattare." "Le autorità - precisò subito Alvarez, smorzando un sorriso appena accennato quando Vicente cominciò a parlare - sono le stesse che lei ha ben conosciuto prima di partire, e con le quali lei ha discusso il problema a fondo, oserei dire, accettando le

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proposte che le sono state avanzate in proposito. Quanto a me, sono stato inviato qui con una regolare delega." Così dicendo, estrasse il portafoglio e ne prese una lettera che sottopose a Vicente, senza nemmeno lasciargliela toccare. Era scritta in spagnolo e faceva riferimento a non meglio identificati servizi segreti, senza indicare il paese di appartenenza, e citava il suo nome, sotto al quale era incollata una sua fotografia in bianco e nero, dell’epoca in cui si svolsero i fatti. "Riconosco la mia foto, ma avrei preferito una esplicita lettera di presentazione - azzardò Vicente, rendendosi però conto di chiedere una cosa impossibile, data la situazione e le evidenti responsabilità dei suoi mandanti, e anche sue - e non credo, sinceramente, di poter aggiungere altro a quanto ho già detto prima di partire. Anzi, dovrei sottolineare che i fatti in cui mi trovo ingiustamente invischiato, mi hanno notevolmente danneggiato, tanto che sono oggi realmente pentito di essermi prestato a quel gioco che, a questo punto, non saprei neppure come definire. Non so, francamente, che altro potrei fare per voi. E vorrei proprio pregarvi di lasciarmi in pace. Comunque, dato che è arrivato fin qui, mi dica pure quanto ha da dire. Tra parentesi, gradisce qualcosa?" "Sì, grazie. Prenderei volentieri un caffè". "Por favor, dos negritos y uno con leche pequeño" ordinò Vicente al proprietario del bar. "Per la verità, vorrei che lei ribadisse le sue responsabilità nel crimine che le è stato contestato. Perché, in sede politica, è sorto qualche dubbio. E noi abbiamo l’obbligo di dissiparlo, riconfermando la tesi che è stata a suo tempo sostenuta. Per cui, la sua testimonianza è indispensabile. Non possiamo correre rischi. Ma, per raggiungere lo scopo, è necessaria la sua presenza laggiù. Noi potremmo farla accompagnare in Europa e riportarla subito indietro. Perché nulla possa accaderle. E, ovviamente, lei sarebbe generosamente ricompensato. Questo è tutto ciò che noi vorremmo da lei in questo momento. E ci auguriamo che lei accetti la nostra proposta."

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"Non le nascondo di essere molto imbarazzato - ribatté Vicente, alzando il tono della voce - perché vorrei assolutamente evitare questo nuovo tuffo in una storia a me estranea, che avevo giurato di dimenticare. Lei mi chiede troppo. Mi meraviglio che non se ne renda conto." "Si tratterebbe di un breve viaggio aereo che non durerebbe più di una settimana. Inviteremmo volentieri anche sua moglie - chiarì subito Alvarez - ma si tratta di un contatto troppo delicato, e sarebbe opportuno evitare la presenza di altre persone, ancorché di famiglia. Potrebbe essere male interpretata. Spero che lei voglia darci ancora una mano. Anche perché un suo rifiuto potrebbe complicare la situazione e creare qualche pericolo, che sinora è stato possibile evitare. Sappiamo che lei è una persona intelligente. Rifletta, dunque, prima di rispondere negativamente." "Mi pare - esordì Juanita, ritenendo doveroso intervenire - che ad esagerare sia lei, con la sua organizzazione. Noi siamo le vittime di un complotto che ha qualcosa di diabolico, e le minacce sono le meno adatte a convincerci a continuare a collaborare con voi. Il gioco è sempre stato pesante, ma ora mi pare che stiate veramente passando i limiti." "Io non la metterei così - rintuzzò Alvarez - non è giusto cogliere soltanto un aspetto del problema. Anche se lei sottolinea dei punti validi che anch’io potrei condividere. A suo tempo, Vincenzo fece un accordo che fu, in qualche modo, vantaggioso anche per lui. Oltre che per l’organizzazione, per la quale fu semplicemente indispensabile. Come lo sarebbe oggi, dopo alcuni anni, il suo intervento per riconfermare la tesi costruita allora e che lui, dobbiamo dirlo, aveva liberamente accettato. In cambio, ovviamente, di qualcosa. Perché, se non si fosse raggiunto l’accordo, avrebbe avuto seri problemi con la giustizia per fatti, questa volta, a lui imputabili. Quindi, chiedo ancora scusa per la richiesta, ma sono costretto a insistere. Per noi, è una questione di vita o di morte. La prego di riesaminare i fatti sotto questa luce." "Sì, va bene - rispose lentamente Vicente, cercando di nascondere la sua preoccupazione e il nervosismo che cominciava ad affiorare e che controllava a fatica - ma si tratta di ammissioni

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troppo serie e impegnative, che si possono fare una volta nella vita, specie se si è molto giovani. E che diventano pesanti fardelli se si devono ripetere anche ad altre persone, diverse da quelle che hanno condotto i primi interrogatori, purtroppo, devo sottolinearlo, in modo alquanto impietoso. Oso sperare che lei ne convenga. Non so cos’altro potrei aggiungere. Forse, soltanto che non me la sento più di continuare su questa strada. Si sforzi di capirmi, Alvarez. Gliene sarei grato." "Buon Dio - disse Alvarez - lei non si rende conto che col suo rifiuto crea problemi a tutti, anche a me che, rientrando, dovrò confessare il fallimento della mia missione. Il cambio ai vertici politici dei paesi coinvolti fa sì che altri possano cercarla per pretendere da lei l’ammissione della verità. In contrasto, come anche lei ha ammesso, con quella da lei confessata sotto giuramento all’epoca in cui fece il famoso accordo. Non suscettibile, come lei erroneamente pensa, di rivolgimenti e pentimenti che potrebbero costarle molto cari. Io me ne vado, ma se dovesse saggiamente ripensarci, potrebbe fissarmi un appuntamento informando il padrone di questo bar, col quale mi farò vivo io. Penso di ripartire la settimana prossima. Auguro a tutti e due buona fortuna." Diede loro la mano e uscì deluso e visibilmente turbato, scomparendo tra i passanti, a quell’ora numerosi.

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CAPITOLO VI Vicente e Juanita si guardarono un po’ impauriti, perché cominciavano a rendersi conto che i rischi erano aumentati e che si trattava di una lotta con forze infinitamente superiori, e uscendo strinsero la mano al padrone del bar, Rafael che forse, chissà, avrebbe potuto essergli utile. Appena fuori dal bar, si diressero rapidamente, magari per esorcizzare i pericoli che li minacciavano, verso l’ospitale casa dell’amico Belmiro, al quale si ripromettevano di raccontare tutto. I loro volti erano pallidi e il loro atteggiamento meno sicuro. Le mascelle di Vicente erano contratte, e negli occhi di Juanita spuntavano alcune lacrime. Parlando di ciò che Alvarez aveva detto loro, si resero conto, una volta di più, dell’avvertimento che le sue parole nascondevano. Trovarono anche curioso il suo invito a rivolgersi, nel caso in cui decidessero di rivederlo, al padrone del bar che Alvarez, prima di ripartire, avrebbe nuovamente contattato. Conclusero che, in fondo, Rafael non aveva sentito ciò che si erano detti; salvo, saltuariamente, qualche parola, che però non poteva chiarirgli quanto era successo e quanto poteva ancora succedere. "Al massimo - sibilò fra i denti Vicente - avrà compreso che non si andava molto d’accordo, e che Alvarez attendeva una nostra risposta." "Certo - confermò Juanita senza guardarlo - non può aver capito molto. Ma mi secca ugualmente che qualunque ulteriore contatto debba aver luogo pel suo tramite. Anche se spero di non rivederlo più, perché non abbiamo veramente nulla da dirci, in quanto, con quella pericolosa organizzazione, è meglio tagliare il cordone ombelicale." "Se volevano toglierci la serenità, ci sono riusciti benissimo. Per terrorizzarci non avrebbero potuto far di meglio" aggiunse Vicente. "D’accordo - concluse Juanita - ma ora decidiamo come dobbiamo comportarci e dove sarebbe opportuno rifugiarci. Io non ne posso proprio più. È una storia che va avanti da troppo

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tempo. Ma almeno, in passato, ci lasciavano vivere e non ricevevamo minacce. Sì, qualche problema l’abbiamo avuto, e in quella situazione non era facile difendersi. Ma ci siamo riusciti. Ti ricordi quando sei stato costretto ad acquistare quella pistola italiana? È passato ormai del tempo, e ce ne eravamo perfino dimenticati. E ora, siamo di nuovo in prima linea." "Speravamo di cavarcela" - concluse Vicente. "Ma come si può vivere così? È una vera dannazione. L’unico modo per dimenticarla sarebbe di non parlarne più. Forse. Rifletterò questa notte. Tanto, difficilmente, dopo questa giornata, riuscirò a dormire. Nel silenzio notturno si può seguire un filo logico, e poi tagliarlo, distruggerlo e ricostruirne un altro. Sino a trovare la soluzione; dalla quale, in questo momento, mi sento molto lontano." La sera era scesa, e l’aria fresca che ormai circolava nel patio, fino a poco prima bruciato dal sole accecante, riusciva a calmarli un po’. Era il caso di sedersi e bere qualcosa, magari un whisky. Belmiro, appena rientrato, glielo offrì con piacere, e volle fare un brindisi con loro. Ma si rese subito conto che qualcosa non andava. Notò il disagio degli amici e gliene chiese la ragione. Uditala, tacque per vari minuti. Poi si riprese e, cercando di usare il massimo tatto, chiese: "Ve l’aspettavate, non è vero? E ora cosa pensate di fare. Aderire alla richiesta di quell’uomo, che è riuscito a trovarvi anche qui, o continuare a fuggire? Dovreste riflettere bene prima di prendere qualsiasi decisione. Un nuovo errore, ammesso che quello commesso da te, Vicente, anni addietro, possa essere considerato il primo - ma l’unico che può emettere questo giudizio sei tu - non sarebbe tollerabile. E potrebbe crearvi, oggi o domani, un mare di guai." "Parole sante, le tue - rispose Vicente, lanciando a Belmiro uno sguardo pieno di gratitudine per il suo amichevole aiuto e per questo suo intervento - ma ti confermo che non so ancora quale sia per me, e naturalmente per Juanita, la strada migliore da imboccare." Belmiro non rispose. Tacquero tutti. Si sentivano frinire le cicale.

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I loro suoni, che infondevano anche un po’ di allegria, della quale tutti avevano molto bisogno, avevano pure qualcosa di armonico e, ascoltandoli a lungo, quasi come sotto l’effetto dell’ipnosi, si finiva col sentirsi più sereni. "Dire che la natura è, per l’uomo, la più grande forza consolatrice, è perfino banale - sbottò infine Belmiro- ma sarebbe grave se così non fosse." "Lo pensavo proprio anch’io; - si affrettò a confermare Vicente vorrei anche aggiungere che Juanita ed io vorremmo rimanere qui da te almeno una settimana ancora, per decidere se tornare al paese di provenienza e riprendere il lavoro, ormai bene avviato, o dirigerci altrove per disperdere definitivamente le nostre tracce. Dovremmo consultarci con qualcuno in grado di illuminare questo accidentato cammino. Speriamo di non darti molto fastidio. E ce ne scusiamo nuovamente. "Non dovete preoccuparvene. Rimanete pure qui sino a quando ne avrete bisogno. Se c’è dell’altro che posso fare per voi, ditemelo senza complimenti. Ritengo mio dovere aiutarvi, e lo faccio, come già sapete, con molto piacere." L'indomani, Vicente uscì di buon’ora per incontrare delle persone che, probabilmente, avrebbero potuto consigliarlo. Non disse a nessuno da chi sarebbe andato. Neanche a Juanita. In realtà, non aveva le idee molto chiare. Cercava di prendere contatto con due connazionali che gli aveva indicato un amico quando lui gli aveva spiegato la sua posizione e i suoi timori. Forse costoro potevano aiutarlo o almeno indirizzarlo a qualcuno che, data la situazione, sarebbe stato in grado di farlo. Ritornò a casa, la sera, piuttosto tardi e dal suo aspetto era lecito dedurre che i suoi tentativi non avevano avuto esito positivo. E a Juanita che, con apprensione, si affrettò a chiederglielo, dovette confermarlo. Anche se, per non allarmarla, tentò di farlo con un sorriso. Era passato un solo giorno, ma non ne avevano molti a disposizione. Bisognava stringere e decidere. Anche perché, se davvero c’erano di mezzo dei servizi segreti di qualche paese, questi pericoli erano reali. E sarebbe stato stupido sottovalutarli.

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D’altra parte, non è facile ingannare questi pericolosissimi funzionari, né nascondersi. Hanno i mezzi e la possibilità di trovare chiunque. Se Alvarez è una specie di ambasciatore, una volta rientrato alla base, potrebbe proporre l’invio di qualche altro elemento meno diplomatico, magari per sequestrarlo e obbligarlo a eseguire i loro ordini. E come avrebbe potuto impedirglielo? E con quali mezzi? Con queste idee tutt’altro che confortanti in testa, Vicente si sforzava di capire, come un vecchio giocatore di scacchi, quale sarebbe stata la prima mossa da fare per salvarsi, per evitare uno scacco matto. "Anche domani uscirò presto - sussurrò a Juanita - e spero che sia un giorno più fortunato. Da questa situazione dobbiamo assolutamente tirarci fuori al più presto. Ho la sensazione di trovarmi nelle sabbie mobili; nelle quali si può sprofondare anche senza compiere alcun movimento, venendone inghiottiti lentamente." Poi, pentito di aver parlato molto duramente, anche se era convinto di quanto stava dicendo, aggiunse, per ridare animo a Juanita: "Beh, mi sono sfogato, ma non temere. La soluzione si sta avvicinando. Dovremo stringere i denti ancora per qualche giorno. Vedrai che ce la faremo." "Auguriamocelo - fu la secca risposta di Juanita - perché l’inizio non promette molto bene. Ma, come tu dici, dobbiamo farci coraggio, e attendere, pregando Dio che la bufera si allontani. Domani, starò tutto il giorno in casa ad attendere il tuo rientro." Ma al suo ritorno, l’indomani, stentò a trovare le parole adatte per far sembrare possibile una schiarita che non poteva intravedere neppure con la migliore volontà. I due che Vicente aveva incontrato, un ex funzionario statale e sua moglie, lo avevano ascoltato molto attentamente e anche con una certa simpatia, ma resisi conto della gravità del problema si erano dichiarati subito impotenti, perché si trattava di un caso totalmente al di fuori di ogni controllo; per cui nessuna mossa poteva essere, sul piano razionale, di qualche utilità, salvo l’immediata adesione ai loro desideri. Ma poiché non intendeva collaborare, anche loro gli consigliarono di fuggire senza lasciare tracce. Eventualmente,

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di rivolgersi a un consolato italiano. Anche se il problema non era italiano, come Vicente continuava a sostenere, si trattava pur sempre di una sua autorità locale, perché lui era un cittadino della Repubblica Italiana. La cosa a Vicente piaceva poco, perché non aveva intenzione di raccontare tutta la sua storia alle autorità del suo paese. E se non doveva dire nulla era inutile rivolgersi al console il quale, non conoscendo i fatti, non sarebbe stato in grado di fornirgli il benché minimo aiuto. Il consolato italiano più vicino era retto da un Console onorario, e si trovava a Manaus, seducente capitale dello stato brasiliano di Amazonas, a circa un’ora di volo. Una tipica città equatoriale, arricchitasi con la produzione e il commercio del caucciù, agli inizi del secolo, e con una popolazione notevolmente aumentata da quell’epoca, e ormai superiore ai trecentomila abitanti. Purtroppo, fu presto schiacciata dalla concorrenza del sud-est asiatico, manovrata dagli inglesi, che provocò il suo famoso crollo economico. Divenne successivamente una zona franca, un punto di incontro di turisti e di esportatori e importatori provenienti da tutti i punti della terra. Una città dove il calore è fortissimo. Neanche le brevi piogge della stagione cosiddetta invernale riescono a placare il clima torrido che coloro che non sono nati in quella regione, o che vi sono appena giunti, riescono a malapena a tollerare. Le navi che transitano sul Rio delle Amazzoni, che sfocia nell’Atlantico, devono fare una specie di slalom tra i policromi fiori acquatici giganti della famiglia delle ninfeacee, mentre branchi di carnivori piranha scivolano stranamente leggeri vicino agli scafi. Vicente avrebbe visitato molto volentieri Manaus, della quale aveva sentito parlare in varie occasioni, e non solamente in Brasile, e vi si sarebbe trasferito con piacere. Ma non era sicuro di poter trovare rapidamente un lavoro, anche perché in quella città non conosceva nessuno e, senza un’attività retribuita, non avrebbe potuto viverci con Juanita. Passò un’altra settimana priva di novità.

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Vicente non era neppure sicuro di voler consultarsi con il Console, ma pensava che, una volta giunto a Manaus, avrebbe forse avuto il coraggio di farlo. Gli avevano anche detto che si trattava di una magnifica persona, seria e comprensiva. Che, chiamato dalla polizia locale, quando veniva fermato qualche suo connazionale, riusciva spesso, se convinto della sua innocenza o buonafede, ad ottenerne la liberazione. Dopo averne parlato con Juanita, decise di partire. E, dopo un paio di giorni, prese un piccolo aereo di una compagnia locale che, viaggiando a quota non molto alta, gli permise di godersi la vista dell’affascinante Rio Amazonas, il quale riceve le acque di vari affluenti che, partendo dai vicini altipiani, formano imponenti cascate e rapide. Questo viaggio e le meraviglie della natura che riuscÏ ad osservare dall’aereo, lo aiutarono a dimenticare, sia pure per poco, il suo complesso caso, che era ormai divenuto una fissazione.

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CAPITOLO VII L’aeroporto di Manaus non era vicino alla città, che raggiunse con un taxi nel cuore della notte. L’illuminazione stradale e il chiarore della luna gli permisero di vedere le case, bianche e basse, che incontrava sul suo percorso. Vide qualche casa più alta soltanto nel centro della capitale, pochi edifici di sei, sette o più piani. Ma nessuno che si avvicinasse ai moderni grattacieli. Giunse finalmente all’Hotel Amazonas, uno dei più vecchi e conosciuti, molto frequentato da turisti di tutto il mondo. Secondo al lussuoso Concorde, di più recente costruzione ma un po' distante dal centro. L’indomani si alzò presto e fece subito un bel giro della città. Poi, rinviando mentalmente la visita al console, volle fare una gita sul fiume come un qualsiasi turista. Visitò anche il famoso e lussuoso teatro dell’epoca del boom economico, riservandosi di fare nel pomeriggio un più ampio giro. Ma, alle quindici, trovò il coraggio di telefonare al consolato. Gli risposero che il console onorario era assente e non sarebbe rientrato che la settimana successiva. Riagganciò il telefono, quasi contento di essere riuscito ad evitare quel colloquio che gli incuteva timore, ma nel contempo anche rattristato perché si sentiva sfuggire un’altra possibilità di aiuto, alla quale, nel suo inconscio, nella sua quasi disperazione, Vicente non se la sentiva di rinunciare. Anche perché si trattava, forse, dell’ultima. Si buttò vestito sul letto e, stanco per le ore di sonno perdute la notte precedente, si addormentò e rimase disteso per un paio d’ore, cullato dal fresco prodotto dal condizionatore d’aria. Quando si risvegliò, si mise nuovamente a pensare al suo caso, e concluse che né il console né altri avrebbero potuto aiutarlo. Forse, l’assenza del diplomatico era stata provvidenziale. Se avesse conosciuto i fatti, sarebbe stato probabilmente costretto a inviare un telex a Roma, e chissà cosa sarebbe poi successo a lui e a Juanita, perché il ministro degli esteri, giustamente preoccupato,

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avrebbe certamente approfondito il caso, di evidente rilevanza internazionale. Non uscì dall’albergo, e pensò perfino di ripartire. Verso le quindici si affacciò alla finestra che dava su una piazza costellata di bancarelle, dalla quale partiva una strada, a quell’ora piena di gente che la percorreva in tutti i sensi, e che portava al vecchio edificio della posta centrale. Guardava questo viavai, avendo sempre la testa tra le nuvole. Gli oggetti esposti sulle bancarelle, in buona parte metallici, brillavano sotto i raggi del sole, e gli scintillii che si alternavano, provenienti ora da un oggetto, ora dall’altro, sembravano intrecciare tra loro una singolare danza. Vicente continuava a guardare, dispiaciuto di non poter confondersi con la folla dei turisti, magari insieme con Juanita, e col cuore leggero di chi è in pace con sé e con gli altri. Purtroppo, era schiacciato da. tanti penosi pensieri, coi quali conviveva ormai da troppo tempo. Si sorprendeva a dialogare con se stesso. Si chiedeva se non fosse il caso di informare Juanita di quanto stava succedendo a Manaus, e di chiedere anche la sua opinione. "Magari verrebbe qui volentieri anche lei - disse a mezza voce, come se stesse parlando con qualcuno - e sarebbe felice di distrarsi un po’." Ma, accortosi di aver parlato da solo, si interruppe subito e, avvicinatosi al telefono, formò il suo numero. Rispose Belmiro che, avute le poco entusiasmanti notizie sull’esito del suo viaggio, cercò di consolarlo augurandogli più fortuna nei giorni successivi e consigliandogli ancora una volta, come aveva sempre fatto, di avere molta pazienza. Gli passò quindi Juanita, che fu felicissima di riudire la sua voce e non si meravigliò molto di sentire che la visita non aveva portato ad alcun risultato. "È bene che tu rimanga lì ad aspettare il console. - gli disse, alzando la voce perché la linea era un po' disturbata - Rientrare senza aver tentato anche questa carta, pur considerando la pericolosità di questo intervento diplomatico, sarebbe forse più rischioso. Anche perché Rafael ha ricevuto proprio ieri una strana telefonata da un’altra persona che cercava di sapere se tu eri ancora qui, e non ha voluto lasciare il suo nome. Potrebbe essere

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della stessa organizzazione di Alvarez, che aveva visitato Rafael il giorno prima, chiedendo se c’era qualche tuo messaggio, e affermando di essere ormai in partenza. Non saprei cos’altro aggiungere, ma forse un tuo immediato rientro potrebbe costituire un pericolo. Io resto chiusa in casa. Non mi faccio vedere in giro. Le informazioni di Rafael mi sono state comunicate da Belmiro, che si fa veramente in quattro per darci una mano; chiamami appena puoi, e stai all’erta. Lasciami il numero telefonico dell’albergo e quello della tua stanza. A presto. Un grosso bacione." Vicente ricambiò con calore e, datole il numero di telefono e quello della camera d’albergo, posò la cornetta e restò lì a meditare almeno per un’ora. Una lunghissima ora. Infine decise di uscire, e riprese a girare per la città. Ma con poco entusiasmo, perché le parole di Juanita gli avevano confermato che il cerchio si stava stringendo.

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CAPITOLO VIII Il sole stava calando, ma faceva ancora molto caldo. Passò davanti agli uffici della Varig, la Compagnia di bandiera brasiliana, ma non entrò perché aveva ormai accettato il consiglio di fermarsi a Manaus fino al ritorno del Console. Ad un certo momento invertì la direzione e, oltrepassato il suo hotel, continuò verso il nord e giunse alla periferia della città. Proseguendo ancora, sarebbe giunto alle porte della foresta, nella quale gli avevano già raccomandato di non entrare se non in compagnia di qualche guida locale. Anche perché vi vivevano varie specie di animali, pure feroci, oltre a velenosi serpenti ed altri rettili. Vide un ristorante, quasi al limite della zona proibita. Era privo di insegne. C’erano vari tavoli metallici apparecchiati con semplicità. Vi aleggiava un invitante odore di pesce. Soltanto alcuni tavoli erano occupati. Vicente si sedette al più vicino tra quelli liberi e, afferrato il menù portatogli da un cameriere, ordinò il piatto speciale della casa, che era naturalmente un pesce del loro fiume, dalla colorazione argentata, il "tucunaré" servito ai ferri con "farofa", farina di manioca cotta nel burro. Un piatto veramente squisito ma Vicente, amareggiato, non riuscì ad assaporarlo. Terminò il bicchiere di vino rosato portoghese, pagò e, come un automa, si alzò e prese a camminare in direzione dell’hotel Amazonas. La strada non finiva mai. Vicente osservava tutte le persone che gli venivano incontro, e ogni tanto si guardava alle spalle per controllare se qualcuno lo stesse seguendo. Sono nei pasticci fino al collo - pensava mentre, con passo poco sicuro, percorreva la strada - capitano proprio tutte a me. Se avessi una bacchetta magica, farei passare immediatamente sei mesi, farei volare il tempo per conoscere subito la conclusione di questa tragedia.

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Cominciò anche a guardare le automobili che incontrava e quelle che, alla sua sinistra, lo sorpassavano. Erano di tutte le marche e di tutti i colori. Passavano anche molte moto, soprattutto giapponesi, ma anche Vespe e Lambrette importate dall’Italia. Era un modo come un altro per distrarsi, per pensare ad altro, per evitare di impazzire. Perché, ormai, aveva realmente paura. Era consapevole di essere braccato ed era quasi sicuro che, prima o poi, l’avrebbero costretto a rientrare in Europa e a testimoniare a favore di quell’organizzazione che, nella sua mente, si era trasformata in una pericolosa banda di criminali con licenza di uccidere. Si consolava un po’ pensando che, forse, avrebbe anche potuto testimoniare spontaneamente a loro favore, e farla finita una volta per sempre. Anzi, andava convincendosi, col passare dei giorni, che era l’unica cosa da fare per salvarsi; e si considerava un cretino per aver pensato, sia pure per un solo istante, di poter rifiutarsi di farlo senza pagare il caro prezzo di questa decisione. Come d’altronde Alvarez gli aveva chiaramente fatto capire. Probabilmente, tutto si sarebbe potuto sistemare se fosse partito con lui per dargli una mano. E la sua vita sarebbe anche migliorata, perché lo avrebbero ancora aiutato e addirittura ben ricompensato, come gli era stato esplicitamente promesso. Quindi , non si trattava di un ricatto, né di una imposizione ripetibile in futuro, perché, una volta riconfermati i fatti, come loro volevano, con le nuove forze politiche, nessuno forse avrebbe più avuto interesse a chiedergli, con le buone o con le cattive, altri interventi. Sperava che non fosse troppo tardi per modificare il suo atteggiamento. Ma lo turbava l’idea che un altro stesse già cercandolo. E se non fosse venuto soltanto per parlargli, ma per punirlo del suo rifiuto, come si sarebbe dovuto comportare? Intanto, non poteva rientrare, né riunirsi con Juanita, ed era in attesa del ritorno del console. Aveva ritelefonato al consolato, e gli avevano detto che sarebbe rientrato a Manaus il giovedì della settimana successiva. Poiché era venerdì, mancavano ancora molti giorni.

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Non sapeva più che fare. Decise di cambiare albergo, per disperdere meglio le sue tracce, illudendosi di riuscire a confondere gli emissari dei servizi segreti che lo stavano inseguendo. L’indomani, si trasferì in un piccolo albergo a due stelle: "O Chapéu de ouro" vicino al porto. Il piccolo edificio, di tre piani, era di colore rossiccio. Il ristorante era al terzo piano, e nelle stanze c’erano solo ventilatori, nessun condizionatore d’aria. Non c’era neppure il frigo-bar, né il televisore. Non gli chiesero il passaporto, ma gli diedero soltanto una scheda da riempire. Vi scrisse: Juan Cardoso. Sperando che nessuno sarebbe riuscito a pescarlo. All’Hotel Amazonas aveva detto che era in partenza per l’Italia. Ora doveva pensare a cosa avrebbe dovuto dire al Console italiano, il quale avrebbe potuto rendersi conto di avere a che fare con qualcuno che alloggiava in un albergo della zona sotto falso nome. Il che avrebbe potuto complicare ulteriormente le cose e spingere il Console ad informare il Ministero degli Esteri italiano dei motivi della sua visita e dei fatti da lui denunciati. Sarebbe stato inutile chiedergli di dargli un consiglio senza informare Roma, perché, se avesse avuto seri dubbi sulla veridicità del suo racconto e sulla sua vera identità, facile da controllare, essendo un diplomatico corretto avrebbe informato le sue autorità senza perdere tempo. E magari anche le autorità brasiliane. Restare all’Hotel Amazonas col suo vero nome sarebbe stato non meno pericoloso. Forse, la prossima mossa l’avrebbe portato allo scacco matto. Anche perché, per l’Hotel Amazonas, aveva lasciato il paese, ma per la polizia che al suo arrivo gli aveva rilasciato un documento d’ingresso, era ancora in città. Era in un bagno di sudore. Faceva molto caldo e il ventilatore non funzionava bene. Telefonò al bar e si fece portare una birra gelata. La bevve d’un fiato e si gettò sul letto, a torso nudo, per godersi un attimo di refrigerio. Chiuse gli occhi per concentrarsi, e la sua mente riprese a spaziare.

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Se fosse stato possibile ritornare indietro, lo avrebbe fatto senza esitare. Era ormai chiaro che la tecnica da lui usata per evitare il viaggio in Europa e le nuove testimonianze non avrebbe portato a una soluzione pacifica. La loro insistenza, e il contorno di minacce, pacate se vogliamo, ma chiare nel contenuto, stavano a dimostrare che l’organizzazione, a sua volta alle prese con problemi molto seri, aveva assolutamente bisogno di un suo nuovo intervento. Sicuramente, questi signori avevano paura delle nuove forze politiche, le quali, probabilmente, disponevano anche di altre prove. Per cui, temevano realmente che il suo rifiuto di confermare la tesi, da anni sostenuta, della sua completa responsabilità dei fatti a suo tempo accaduti, potesse influire in maniera determinante sul loro equilibrio politico.

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CAPITOLO IX Mentre Vicente lottava con questi angosciosi pensieri, passavano i giorni. E si avvicinava il giovedì, cioè il giorno del previsto rientro in sede del console. Martedì mattina telefonò a Juanita da un altro hotel, per evitare che la direzione dell’albergo nel quale si era rifugiato potesse avere maggiori elementi per identificarlo. Le parlò delle sue ansie e dell’ormai prossimo incontro col console. Juanita gli disse subito che la persona che lo stava cercando, dopo la partenza di Alvarez, si era fatta viva nuovamente col proprietario del bar, per telefono, ma non si era più sentita. Anche lei era giunta alla conclusione che la proposta di Alvarez non si sarebbe dovuta rifiutare. E gli consigliò, se fosse riuscito a parlargli, di far presente al nuovo inviato dell’organizzazione che aveva deciso di accettare l’invito di Alvarez e di dargli l’aiuto che gli era stato richiesto. "Sempre che - aveva concluso Juanita - si sia ancora in tempo." Vicente annuì e, condividendo la speranza di Juanita, aggiunse che si augurava veramente di uscirne in quella maniera. Anche se temeva che, prima ancora di ritornare alla base, Alvarez avesse già dato l’allarme, informando i suoi superiori del fallimento della sua missione, e il nuovo "esponente" fosse partito per il Sudamerica con ben diverse direttive e funzioni. Promise a Juanita di ritelefonarle subito dopo il colloquio col console per metterla al corrente della sua opinione al riguardo, e dei passi da fare per uscire finalmente da quell’incubo. Si scambiarono infine un bacio telefonico. "In bocca al lupo"- gli gridò Juanita. "A presto, querida" fu la controllata risposta di Vicente. Quindi uscì, si avvicinò al fiume e sedette, osservando l’acqua che scorreva, portando con sé petali di grandi fiori bianco-rosacei di giganti ninfee che impreziosiscono l’esteso rio amazzonico. Sembrava guardarli attentamente, ma il suo pensiero era lontano. Era ormai in preda alla malinconia. Neppure il sole, con la sua forza, riusciva ad attenuarla. D’altra parte, Vicente non alzava lo

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sguardo, pur avendo degli ottimi occhiali da sole, ma ne vedeva i riverberi sullo specchio d’acqua, increspato da piccole onde provocate dalle imbarcazioni che, piene di turisti, solcavano il fiume. Rimase immobile seduto sulla sponda, sconvolto da neri presagi, sino a quando la stanchezza gli impedÏ di continuare a pensare.

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CAPITOLO X Il giorno successivo, verso l’una, si sedette ad un ristorante europeo poco distante dal porto. I tavoli bene allineati, all’aperto, erano coperti da grandi ombrelloni. Il sole a quell’ora era spietato come i suoi pensieri. Mentre attendeva un cameriere diede un’occhiata ai tavoli vicini e si rese conto che, poco distante da lui era seduta una coppia italiana, un giovane elegante piuttosto magro e una bella ragazza dai lunghi capelli castani che, con un leggero accento veneto, stava conversando con lui. Vicente si accorse che stavano parlando di lui perché, a turno, gli lanciavano fugaci occhiate, e il fatto non solo gli procurava un certo imbarazzo ma, data la situazione, cominciava anche a preoccuparlo. Pensò che potesse esserci una certa relazione con la visita del nuovo inviato dell’organizzazione che da tempo lo stava perseguitando. E la sua prima idea fu di alzarsi e di andarsene prima che potesse succedere qualcosa. L’aspetto dei due era, ad ogni modo, tranquillizzante, per cui non avrebbe dovuto pensare al peggio, ma ormai i suoi nervi quasi a pezzi non reggevano più alle forti emozioni che si succedevano senza lasciargli tregua. E l’ultima era quella provocata dalla comparsa della simpatica coppia che, almeno apparentemente, era a conoscenza del suo infernale problema. Perché mai, se così non fosse, gli avrebbero rivolto quegli sguardi? Vicente cominciò a fissarli a sua volta, e abbozzò pure un breve e cordiale sorriso che l’uomo immediatamente ricambiò. Dopo qualche istante, quest’ultimo si alzò e si avvicinò al suo tavolo. "Mi chiamo Attilio Bernardi, e sono del consolato italiano - disse a voce bassa stringendogli la mano - e mi trovo qui con la mia collega Anita Galli, che mi permetto di presentarle." "Molto lieto"rispose Vicente un po’ confuso, e si alzò per avvicinarsi al loro tavolo. "Si accomodi qui con noi, - aggiunse Bernardi - siamo felici di fare quattro chiacchiere con un connazionale. "Vicente si sedette tra i due ringraziando. Avrebbe voluto porre qualche

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domanda ma non lo fece, aspettando che fossero loro a iniziare il discorso. "Lei è arrivato in una straordinaria città, - iniziò diplomaticamente Bernardi, per mettere l’interlocutore a suo agio - e sono sicuro che se ne renderà subito conto. Tra l’altro - aggiunse, cercando di creare un’atmosfera di cordiale complicità - c’è qui a Manaus, da qualche giorno, un’interessantissima mostra di un grande pittore dell’Amazzonia, le cui opere, note in tutto il mondo, sono esposte da anni alla Biennale d’Arte Moderna di San Paolo: Moacir Andrade. Vedrà quadri di una forza eccezionale, pieni di colori, di fiori acquatici, di pesci e di imbarcazioni che attraversano il favoloso Rio Amazonas. Un artista autentico al quale Jorge Amado ha attribuito la prodigiosa capacità di ricreare quel mondo senza fine sotto il sole equatoriale, pieno di poesia e di drammaticità, l’immenso universo nel quale la selva e l’acqua si abbracciano e si confondono. Abbiamo subito capito che ci trovavamo di fronte a un italiano, - continuò Bernardi, toccando infine l’argomento - e ci è venuto in mente che potesse trattarsi della stessa persona che aveva telefonato un paio di volte cercando di mettersi in contatto con il console, che purtroppo non rientrerà a Manaus che dopo il carnevale. Così mi son permesso di avvicinarmi e di presentarmi anche per sapere se, in qualche modo, posso rendermi utile in attesa del suo rientro." "Sono contento di avervi incontrati - replicò Vicente, rianimandosi a quelle parole - anche per poter parlare la mia lingua con persone del mio paese. E poi, perché avrei realmente un problema da risolvere. Anche se sono dell’opinione che dovrei parlarne solamente con il console." "Ci dica pure di che si tratta. Speriamo di poter fare ugualmente qualcosa per lei". Così dicendo, Bernardi guardava la sua collega, che annuiva. Vicente rimase a lungo in silenzio, riflettendo sul suo caso e sull’insperato aiuto che forse questi due connazionali del consolato avrebbero potuto dargli. Alla fine, spiegò: "Sì, in realtà ho un problema di estrema gravità. Sono ricercato da una organizzazione straniera che vorrebbe portarmi in Europa per farmi confessare di aver commesso un reato che non ho

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commesso. Sarebbe troppo lungo spiegarvi ciò che avvenne tanti anni addietro, e perché. Ora, credo di poter dire solamente che sono letteralmente braccato da questa organizzazione, e son dovuto fuggire in Brasile per non farmi beccare. E sono giunto qui perché alcuni amici mi hanno consigliato di venire a Manaus e di chiedere protezione al console italiano, che ha fama di essere una persona energica e giusta. "E ha fatto bene - lo interruppe Bernardi - perché il nostro console è veramente un uomo di grande valore, e certamente la aiuterà. Però, dovrei anche dire che, da informazioni pervenuteci stamani dalle autorità di Recife, c’è in giro un individuo che parla correntemente l’italiano ma potrebbe anche essere di un’altra nazionalità, che sta cercando qualcuno qui a Manaus. Sappiamo soltanto che ci sono di mezzo i servizi segreti di un paese europeo, che non è il nostro." Soltanto ora abbiamo sentito da lei qualcosa di più. La preghiamo di scusarci per la crudezza di queste informazioni, che noi ci sentiamo in dovere di passarle per darle una mano, ma che la pregheremmo di non divulgare. Ci sono ancora moltissimi punti oscuri , ma è chiaro sin d’ora che si tratta di un notevole pasticcio, tanto per usare un termine eufemistico. Potremmo anche dire che, probabilmente, c’è sotto un raffinato ricatto. È, insomma, una brutta faccenda. Organizzazioni che dispongono della vita e della morte degli individui a loro piacimento e che trasformano persone oneste in criminali, e viceversa, dovrebbero essere messe al bando in tutto il mondo civile. Specie se appoggiate da politici disonesti che, di contro, modificano perfino le leggi per farle prosperare. Potrei aggiungere, parlando in generale, che nei paesi dove si sono verificati i fatti da lei denunciati, il vero arbitro della situazione potrebbe essere il potere esecutivo. E a poco serve che si rivolti nella tomba anche il sommo Montesquieu, ai cui principi, specie a quelli sulla divisione dei poteri, si sono ispirate molte costituzioni liberali. In attesa di un rimedio, dobbiamo navigare tutti in cattive acque. Non c’è purtroppo altra soluzione. Tornando al nostro problema, vorremmo sapere di questo intrigo qualcosa di più. Se lei ci spiegasse più chiaramente i fatti ci aiuterebbe a inquadrare

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meglio il problema. E subito, perché è evidente che si tratta di un caso da risolvere con la massima urgenza." Saputo da Vicente come realmente stavano le cose, Bernardi aggiunse: "Lei non dovrebbe farsi trovare. Dovrebbe sparire immediatamente. Quelle sono persone molto pericolose. E anche noi, come lei, trovandoci all’estero, non abbiamo quella libertà di manovra che in casi del genere sarebbe necessaria. I criminali fanno sempre paura, ma quando ci sono di mezzo servizi segreti e partiti politici d’assalto si esce, più o meno elegantemente, dalla sfera privata per entrare in un’altra, ufficiale, dove qualunque mossa può avere impensabili conseguenze. Per cui, dobbiamo comportarci da diplomatici, e restare in buoni rapporti con ogni potenza. E non possiamo purtroppo fare molto per lei, salvo darle qualche amichevole consiglio. E perciò le ripetiamo che è opportuno, anzi necessario, che lei se ne vada senza perdere un solo minuto, e cerchi di non lasciare tracce dietro di sé. Un caso del genere metterebbe in imbarazzo la magistratura locale in qualsiasi Paese." "Sì, è come dice lei, - si affrettò a replicare Vicente - ma non so proprio come si possa uscirne. E, a questo punto, le confesso che non saprei neppure dove nascondermi. Le dirò poi, francamente, che sono anche stufo di essere rincorso come un animale inseguito dal cacciatore che ha il solo vantaggio di possedere un fucile carico. Vorrei ripetere che vedo di difficile realizzazione la fuga che mi consiglia. Ci vorrebbe veramente nel mondo più umanità e giustizia. Ma capisco che ciò non dipende da voi due né dal consolato. E intanto le cose vanno sempre peggio, e sembra che si avvicini ormai la fine, l’Apocalisse." "Non possiamo che darle ragione, - disse di rimbalzo Bernardi ma, data la situazione, non vediamo altra alternativa. Dopodomani, sarà l’ultimo giorno di carnevale. Quello locale non è certamente paragonabile all’altro, internazionalmente noto, di Rio de Janeiro, ma la confusione che lo caratterizza, sia in città che sul fiume Amazonas, potrebbe permetterle di eclissarsi senza essere notato. Non si lasci scappare una simile occasione. Mi dia retta."

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"Non credo proprio che mi sarà tanto facile. Mi dispiace dover ripeterlo. Provate a mettervi al mio posto, anche se per un solo istante." "Comprendiamo il senso delle sue parole, ma non creda che non si dia ai gravi fatti da lei esposti e alle loro possibili conseguenze il peso che meritano. Ribadiamo che la sua fuga sarebbe molto facilitata dalla sfilata dei carri allegorici che trasportano uomini e donne mascherati, e dalle colonne di esseri danzanti che sfilano nella capitale lasciando dietro di sé, in una cornice di gioioso folklore, anche una scia di provocante sensualità. Approfitti di una delle tante imbarcazioni carnevalesche che salpano da Manaus per lontani porti. Ad ogni modo, se non intende farlo, e se ciò potrà aiutarla, non esiti a riprendere contatto con noi." Ciò detto, Bernardi e la sua collega diedero la mano a Vicente formulando gli auguri più vivi per questa Via Crucis che non solo non accennava a terminare, ma aveva ormai preso una strada, tutta in salita, che incuteva addirittura terrore. E se ne andarono, in realtà con la testa bassa, un po’ perché si vergognavano di non poter fare di più, un po’ per il calore, che superava, in quel momento, i trentanove gradi. E anche perché loro stessi erano turbati dall’incalzare degli eventi, sui quali, nonostante l’ottima volontà, non potevano influire in alcun modo. Vicente rimase fermo per qualche istante, quasi stordito. Poi, si incamminò lentamente sulla strada, a tratti irregolare, e verso un destino che si annunciava poco felice, come Vicente aveva ormai imparato a definire tutta la sua vita. Ritornò presto alla realtà, si infilò in un piccolo negozio di oggetti carnevaleschi e comprò una bella maschera di stoffa nera con la quale intendeva coprirsi il volto il giorno stabilito, quello che Bernardi gli aveva indicato come il più adatto per la fuga. Prima di ritornare all’albergo, vagò a lungo, guardandosi attorno attentamente e studiando i movimenti di tutti coloro che incrociava. Il timore che, dopo l’ultimo incontro, lo aveva nuovamente colto, non accennava a lasciarlo, anzi aumentava man mano che avanzavano le lancette dell’orologio.

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Mangiò rapidamente un panino, rientrò all’albergo e si coricò subito. Ma passò la notte rigirandosi nel letto, aspettando con impazienza le prime luci dell’alba. Quando si alzò, quasi disfatto, il sole filtrava ormai tra le sottili tende di velo che ornavano le finestre per sbarrare il passo a tutti i tipi di insetti che infestavano la zona, escaravelhos compresi (specie di scarabei volanti). Saltò in piedi, si infilò sotto la doccia, si vestì molto rapidamente e, preparata la valigia, si avviò al ristorante per fare colazione. Quindi, pagato il conto, si diresse subito al porto, dove varie persone già mascherate attendevano il battello che, scivolando sul Rio Amazonas, le avrebbe portate alla stazione successiva, sempre in Brasile ma abbastanza lontana da Manaus, dove lui contava di scendere e di nascondersi in attesa degli eventi. Non pareva ancora convinto di dover lasciare il paese. Pensava che avrebbe potuto finalmente telefonare al console ed ottenere da lui quel consiglio che attendeva da giorni. La sua mente era piuttosto confusa, però intuiva che la fuga definitiva, consigliatagli da Bernardi era in realtà l’unica soluzione accettabile, poiché la ripresa del dialogo non sembrava più possibile. Ma non riusciva a decidersi. Il battello che tutti aspettavano era uno di quelli che facevano la spola tra le varie località affacciate sul fiume e effettuavano quotidianamente brevi giri turistici senza sosta, navigando tra verdi piante acquatiche e splendidi fiori artisticamente colorati da madre natura, tra i voraci piranha e altri pesci, più gradevoli anche al palato, come il pirarucu e il tambaqui, esponendo i passeggeri alle punture di esotici insetti ben peggiori di quelli che, aleggiando sulla terraferma, molestano gli esseri umani giorno e notte. Piuttosto grossi, oltre che rumorosi, si gettano sulle loro vittime, tanto coraggiose da avventurarsi nel loro territorio. Per evitare di essere attaccati, i viaggiatori usano abitualmente bombolette-spray che umidificano il viso, le braccia, le gambe e tutte le parti scoperte, dalle quali, così trattate, gli insetti compresi quelli più pericolosi si tengono opportunamente lontani. Alla sera, questi battelli ritornavano al porto di Manaus per scaricare i turisti, stanchi e arrossati, o abbronzati grazie alle creme protettive, ma

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soddisfatti e felici per aver aver passato una stupenda giornata su un fiume che porta, ben visibile, il soffio ricevuto dal Creatore. Oggi, i battelli dovevano imbarcare, con gli abitanti di Manaus, anche un grande numero di turisti, mascherati e chiassosi, decisi a divertirsi durante quella carnevalesca traversata inondata di cibi e tipiche bevande locali, tra le quali la famosa cachaça, un ottimo distillato di canna da zucchero prodotto in quella ospitale terra amazzonica. Durante la breve crociera quei passeggeri mascherati avrebbero inscenato manifestazioni di ogni genere, anche, secondo le usanze carnascialesche, di ispirazione demoniaca. Aspettando quel battello, Vicente rinunciava alla sfilata di carri e danzatori che tra poco avrebbero invaso l’avenida Eduardo Ribeiro. Improvvisamente, si ricordò di Juanita e, toltosi la maschera, corse a cercare un telefono pubblico. Riuscì a comunicarsi subito con lei e la informò dell’incontro nonché del consiglio ricevuto in attesa del rientro del console, e della sua decisione di lasciare Manaus. Juanita gli rispose preoccupatissima, pregandolo di ascoltare il consiglio del funzionario del consolato senza perdere altro tempo. Vedrò, - le rispose Vicente, modulando il tono della voce in modo da dare a Juanita la sensazione di essere tranquillo e sereno ormai sto per imbarcarmi, e cercherò di proseguire il mio viaggio oltre confine. Potrei raggiungere Mitù, capoluogo del dipartimento colombiano del Vaupès, al confine brasiliano. Farò del mio meglio. A presto, Juanita. Questa storia dovrà pur finire .... " Juanita avrebbe voluto continuare il colloquio perché era molto turbata e di rendeva conto che Vicente, per timore di quanto stava per succedergli, e per quanto cercasse di nascondere il suo vero stato d’animo, non aveva più le idee molto chiare. Ma i gettoni di Vicente erano ormai terminati e la linea, purtroppo, era caduta. Vicente evidentemente non l’aveva previsto, o aveva preferito un breve scambio di idee per evitare di dire a Juanita più di quanto fosse necessario. Gli avvenimenti lo avevano reso irascibile e nel contempo, come Juanita bene intuì, incapace di reagire agli eventi con la necessaria determinazione, con l’energia richiesta dal caso.

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Vicente si mise in fila per l’imbarco, con la sua valigia, si aggiustò la maschera sul volto e attese pazientemente il suo turno. La coda cominciò a muoversi, e in breve furono tutti a bordo. Accolti da sorridenti ragazze che presentavano vassoi pieni di vini e liquori che offrivano con un festoso "bemvindo", compresa la gustosa caipirinha, un cocktail ghiacciato preparato con la stessa cachaça e altri ingredienti. In breve, sul battello, si creò un clima di sguaiata esultanza. L’allegria di quei vacanzieri trafitti dal carnevale e decisi a passare una giornata molto diversa dalle altre gli ridava un po’ di contentezza, e addirittura lo eccitava. L’abbigliamento discinto di molte persone, donne e uomini, dovuto certamente al calore oltre che alle libagioni, non prometteva nulla di buono. C’era soltanto da attendere che l’abuso di alcol facesse salire la pressione dei partecipanti a quella festa di antichissima origine, e che i già bollenti spiriti prendessero fuoco. Forse, richiamandosi anche a manifestazioni popolari con forme primitive di culto, o alla cosiddetta religione espirita, oppure a riti di origine africana come la macumba. Riti che vengono di solito celebrati durante le ore notturne, alla luce dei falò, e che, spinti dalla musica, si esprimono specialmente attraverso la danza, spesso culminante in orgiastici parossismi.

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CAPITOLO XI L’ascesa del sole continuava implacabile, e tra poco avrebbe reso bruciante l’atmosfera che, da prua a poppa, attanagliava tutti quei gaudiosi individui che, in piedi sulla plancia, solcavano il Rio Amazonas come provetti sciatori lanciati su una pista trasparente e schiumosa, incorniciata da galleggianti piante equatoriali che formano sovente veri e propri isolotti, e annosi alberi, ritti sulle sponde, dall’alto dei quali simpatiche scimmiette leonine arboricole con folte criniere giallo rossastre, quasi fiere di sentirsi inserite in un programma di festeggiamenti in onore di re carnevale, lanciavano come proiettili verdi frutti che, per fortuna, raramente facevano centro. Anche Vicente pensò per un attimo di dimenticare i suoi crucci e di riuscire a divertirsi, come sarebbe stato giusto anche per lui, essere umano come gli altri. Le maschere così piene di vita e di colore coinvolgevano tutti, stimolando il capovolgimento delle norme costituite della società e il godimento dei piaceri della vita, come l’uso, smodato per l’occasione, di bevande alcoliche, e anche la complicità in improvvisati giochi sessuali. Era da presumere, insomma, che su quel battello, in un carnevalesco tripudio di canti e suoni, ne sarebbero successe delle belle. I canti in varie lingue, data la presenza di moltissimi turisti stranieri, anche se prevaleva quella portoghese, si sovrapponevano sottolineando un'atmosfera surreale. Tra gli individui mascherati da uomini politici o da animali di ogni genere, comprese le tigri e le pantere, c’era anche qualche pesce armato, come Nettuno, di tridente. Spiccava in questo insolito zoo perfino un pesce piranha, con aguzzi denti alla Dracula, dai quali sembrava colassero gocce di sangue. Tutti ballavano a modo loro, rischiando anche di cadere a causa del pur contenuto rollio e del beccheggio del battello sulle acque del fiume battute dal vento. I passeggeri, quando qualcuno cadeva o faceva qualche brusco movimento per evitare la caduta,

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ridevano rumorosamente. E le loro grida di allegria, che aumentavano in un crescendo rossiniano, assordavano alcuni dei volonterosi protagonisti di questa audace festa, mentre ne eccitavano altri, addirittura scatenati, che appartandosi negli angoli meno illuminati della nave, si davano a baldorie sessuali, che uno spettatore pieno di gravi preoccupazioni e quindi poco disposto, come Vicente, non riusciva a tollerare neppure il giorno di carnevale, e nonostante la sua voglia matta di distrarsi e di dimenticare. Non ci riusciva proprio, neppure in occasione di una traversata fluviale, in uno dei più incantevoli posti della terra, realizzata sotto gli auspici degli dei protettori del carnevale che, com'è universalmente noto, concedono a tutti il diritto di comportarsi in modo licenzioso, anche se soltanto per un limitatissimo periodo, di solito in coincidenza con l’ultimo giorno. Intanto, i suoi pensieri, travolti da quelle immagini che, tra le gioiose ali della satira, nascondevano pure qualcosa di diabolico, si erano un po' annacquati. Ma neppure in questa particolare circostanza riuscì a sorridere. A questo punto si avvicinò, travestito da Arlecchino e con una maschera nera sul volto, un uomo che, fermatosi davanti a lui, accennò un passo di danza. Nel movimento, che divenne brusco perché gli tagliò la strada un’altra persona, forse una donna, con una testa di struzzo, uscì dalla tasca posteriore dei suoi pantaloni e cadde a terra, un giornale italiano. Vicente si chinò per prenderlo e riconsegnarlo alla maschera che evidentemente non se n’era accorta, ma questa, nel frattempo, se n’era già andata e si stava dirigendo verso prua. Vicente diede un’occhiata alla prima pagina e trovò una notizia che, in altre condizioni e alla prima lettura, lo avrebbe fatto sbellicare dalle risa, e fremere subito dopo dallo sdegno. Nell’articolo di spalla si diceva che alcuni industriali italiani, specializzati in falsi in bilancio, erano stati condannati a vari anni di reclusione; e pochi mesi dopo la sentenza erano stati invitati da una prestigiosa università locale a tenere dotte conferenze ai giovani studenti, forse per meglio orientarli nella loro vita professionale ed aiutarli a comprendere bene le difficili tecniche della falsificazione, tanto gradite ai poveri azionisti di minoranza

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in tutte le società che con lusinghe, attraggono i loro sudati risparmi. Questa notizia lo impressionò più della dissolutezza di alcuni passeggeri del battello che, almeno avevano, grazie al carnevale, delle forti attenuanti. Si riprese subito e corse verso la prua nella speranza di ritrovare Arlecchino. Ne vide un altro che era mascherato allo stesso modo, ma questo era meno elegante di quello che aveva perduto il giornale. Il tessuto era meno pregiato e troppo lucido e i colori sembravano senza vita. Gli passò davanti quindi senza fermarlo e continuò la ricerca. Il caldo era soffocante. Gli offrirono un bicchiere di Cachaça, che bevve d’un fiato. Si sentì bruciare le budella, ma avvertì subito un senso di tranquillità, un alito di speranza che gli permise di affrontare con più energia il resto della traversata. Si avvicinò alla hostess, che portava un vassoio pieno di bicchieri, e gliene chiese un altro che trangugiò in un baleno come aveva fatto col primo. La giovane, che portava sul volto solamente una piccola mascherina che le copriva la fronte e il naso, notato che non era brasiliano, gli disse in spagnolo: "Tu estas tomando de puro macho (stai bevendo come un autentico uomo)." Vicente finalmente sorrise. La giovane, chiamata da altri assetati, si allontanò, non senza avergli a sua volta sorriso. Vicente ci fece anche un pensierino ma, sicuro che l’avrebbe presto rivista, non fece nulla per trattenerla. I due bicchieri lo avevano trasformato in un filosofo, o almeno lo avevano messo su quella strada. Vide una panchina semilibera e dopo essersi guardato un po’ in giro, decise di sedersi. E cominciò a fissare l’acqua che sembrava scorrere mentre il battello filava veloce, schiaffeggiandola e spruzzandola tutt’intorno. Il sole era ormai allo zenit. Vicente aveva la tremenda sensazione che i capelli gli stessero bruciando. Alla prima hostess che si avvicinò chiese un bicchiere d’acqua ghiacciata, e se lo versò in capo. Subito dopo, passò un altro uomo mascherato, travestito da cardinale, che portava la porpora con tanta dignità e disinvoltura

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da far pensare che lo fosse realmente. Vincente scambiò con lui poche parole in spagnolo e, tra l’altro, gli riferì anche questo suo pensiero. "In verità - gli rispose subito - sono un prete, non però un porporato. E sono salito anch’io su questo battello per passare un fine carnevale un po' spensierato." "Penso che non gliene mancherà l’occasione. - replicò Vicente, alzandosi in piedi - Questo è un vero manicomio. Ce n'è per tutti, anche per i prelati." Il Sacerdote mascherato annuì con un garbato risolino. "Non si deve meravigliare; - aggiunse - il carnevale in questo continente è così. Sembrano tutti impazziti. Mi viene in mente la "Nave dei folli" del pittore fiammingo Hieronimus Bosch, dipinto oltre cinque secoli fa e sempre ammirato al Louvre. E pure l’antica Confraternita del Brabante che, approfittando del carnevale, amava castigare, in omaggio ai più antichi canoni della satira, a volte cannibalesca, i depositari del potere, di qualsiasi potere: politico, culturale e religioso. E la festa ellenistica della processione del carro-nave di Iside. Durante il carnevale, mio caro amico, succede di tutto. Bisogna soltanto osservare con molto spirito, e divertirsi." "Ora capisco meglio il significato di questa festa, e cerco di assimilarlo." - lo interruppe Vicente - "Anche se il carnevale non è sempre e soltanto allegria. continuò l’anonimo sacerdote - Nel carnevale brasiliano si incontrano la cultura originaria amerindiana, quella dei conquistatori eurocattolici e quella tradizionale africana, tramandata dagli schiavi negri deportati. La forza di questa particolare festa è spesso esagerata, e confina a volte con l’ebbrezza. "C’è ogni tanto, durante il carnevale di Rio, che è in questo grande paese il più importante, e anche durante questa folle festa mascherata in altri Paesi del mondo, qualche morto. Anche se queste morti, che non devono necessariamente ripetersi nella regione amazzonica - soggiunse con tono scherzoso, quasi per esorcizzare la paura che le sue parole potrebbero aver destato in Vicente - non trovano apparenti giustificazioni. Pur considerando che il sacrificio di ogni vittima del carnevale, che ha origini anche nella antichissima tradizione cristiana, potrebbe riportare addirittura al sacrificio più grande: quello di Dio.

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"Anche l’attività sessuale, come la magica aspettativa di possessione da parte della divinità, è comune a tutte le culture alle quali questo rito si allaccia. "L’allegro sovvertimento dell’ordine naturale e gerarchico può anche essere considerato una grande fuga da una realtà non accettata. Come potrebbe dimostrare questa licenziosità che cancella addirittura le norme religiose che impongono una rinuncia alla sessualità e una conseguente penitenza, che le leggi della natura sembrano considerare eccessive. "Le dirò anche, poiché dalla sua pronuncia rilevo che lei è di origine italiana, che Roma ereditò le lontane tradizioni storiche del carnevale che ha le sue radici anche nei più civili festeggiamenti per l’arrivo della primavera, e le trasformò in orge sfrenate, durante le quali si commettevano anche furti e assassinî. Infine, la Chiesa romana decise di includere queste organizzate baldorie nel suo calendario per cercare di porre un freno ai loro eccessi. Potrei anche ricordare che questa smoderatezza ispirò, in epoche successive, rappresentazioni teatrali, balli in maschera e altre manifestazioni artistiche di vario genere, tra le quali non vorrei dimenticare il Carnevale di Venezia, una delle più alte espressioni del carnevale moderno. Il forte desiderio di liberazione ulteriore si realizzò in maniera differente nei vari Paesi, e diede vita a carnevali diversi, a seconda dei caratteri etnici di ciascun popolo. A cominciare da quello celeberrimo di Rio de Janeiro, pieno di incanto, di ritmo e di latina sensualità. È un affascinante argomento, questo, che richiederebbe ore e ore di discussione e che ci porterebbe lontano. È possibile che un giorno ci si ritrovi e si abbia il tempo di riprenderlo. Non si sa mai. Ora, se permette, vorrei sgranchirmi un po’ le gambe." Vicente lo ringraziò moltissimo e formulò l’augurio di rivederlo presto, concludendo con un cordiale: "Arrivederci". Il sacerdote si congedò da lui con una pacca sulla spalla, alla sudamericana. Dimenticando, per l’occasione, la sua dignità cardinalizia. E si accodò ad alcune maschere che, ballando e cantando, si stavano dirigendo verso la parte posteriore del battello.

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Vicente riprese il vagabondaggio tra gli innumerevoli mascherati che l’alcol aveva reso ormai quasi infocati. Molti continuavano a ballare le danze più strane, anche ultramoderne, o passeggiavano abbracciati lanciando agli altri occhiate, a volte d’intesa a volte scrutatrici, quasi fossero alla ricerca di qualche altra emozione per raggiungere la perfetta anche se carnevalesca felicità. Alcuni suonatori traevano da originali strumenti musicali a corda allegri accordi che, con l’accompagnamento di un paio di strumenti a fiato e di improvvisati cantanti, qualcuno anche rauco, non particolarmente dotati, stordivano gli invasati ballerini, le cui palpebre, dopo ore e ore di quella ginnastica ritmica, cominciavano ad appesantirsi . Il tempo passava veloce. Anche il sole, infine , dopo che gli ultimi suoi raggi ebbero creato sulle acque del fiume dei fugaci riflessi dorati, ammainò la sua bandiera. Ormai l’equivoca festa danzante continuava nella sua carnascialesca dimensione, tra finti stupori e autentici gridolini di piacere. Anche se l’oscurità stava lentamente avvolgendo tutto, e soltanto poche luci di bordo, piuttosto basse, garantivano al battello, che procedeva tranquillo, un minimo di illuminazione. Vicente fissava tutte le persone che incontrava per cercare di riconoscerne qualcuna, ma non riusciva a ritrovare neppure l’Arlecchino del giornale italiano col quale avrebbe voluto scambiare qualche parola. Continuò a pensare a lui chiedendosi anche chi fosse, e perché avesse accennato proprio davanti a lui quell’incerto passo di danza. Si trattava di un piccolo mistero che, non ritrovandolo, non sarebbe mai riuscito a svelare. Gli apparve in quell’istante una figura inquietante: un uomo tarchiato, tutto vestito di nero, con una maschera rossa, dall’aspetto decisamente lugubre e dagli occhi di brace. Costui passò davanti a Vicente ben due volte, fissandolo intensamente negli occhi. Vicente fu nuovamente preso dal panico, e pensò immediatamente a tutti i consigli che aveva ricevuto. Era ormai convinto che si trattasse dello stesso uomo che lo stava cercando da giorni, o di un killer che potrebbe averlo seguito sin dalla sua uscita

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dall’albergo, al mattino, e che magari aveva ricevuto soltanto l’ordine di sequestrarlo al suo arrivo, alla stazione successiva, per costringerlo a firmare qualche documento, o forse per condurlo in Europa. Queste due soluzioni avrebbero potuto, se non soddisfacenti, essere almeno accettabili. Decise comunque di rivolgersi al comandante del battello per informarlo dei suoi non infondati timori. Poi ci ripensò, e concluse che sarebbe stato un gesto inutile, perché nessuno avrebbe potuto capire la sua incredibile situazione. D’altronde, come avrebbero potuto proteggerlo, se anche avessero voluto farlo, data la confusione che regnava su quella nave e il numero molto elevato di ubriachi che, nella semioscurità, incompostamente si agitavano sulla tolda? Forse avrebbe dovuto nascondersi nella cabina di comando. Corse da una hostess e chiese un altro bicchiere di liquore, e lo mando giù senza nemmeno osservarne il colore, al solo scopo di vincere l’inquietudine che continuava ad aumentare. Dopo averlo letteralmente tracannato, prese la decisione di rivolgersi al comandante e si mosse per raggiungerlo, facendo lo slalom tra coppie di maschere di ogni genere, e guardandosi attorno con sempre maggiore timore. Pensava, camminando, che se avesse avuto quella pistola che già una volta lo aveva salvato da una grave minaccia, si sarebbe potuto difendere, probabilmente anche senza sparare. Ma, mentre procedeva sul bordo destro, cercando di raggiungere la prua, dove avrebbe potuto trovare il capitano, fu improvvisamente colpito alla testa con una sbarra di ferro e scaraventato giù dal battello. Attratti dal sangue, branchi di piranha si scagliarono su di lui e, in pochi secondi, quel tratto di fiume si trasformò in una pentola contenente acqua in ebollizione. Ma, quasi subito, si acquietò e la sua superficie ritornò liscia, come se nulla fosse successo. Due persone mascherate, che videro Vicente nel fiume mentre veniva attratto verso il fondo, diedero immediatamente l’allarme. Il battello fu subito fermato e vennero accesi i fari. Il comandante, prontamente intervenuto e i molti curiosi che con lui si affacciarono sul vasto specchio d’acqua del Rio Amazonas,

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sfiorato da un sottile vento, riuscirono a vedere soltanto una estesa macchia rossa , che già stava sbiadendo. Al suo rientro in sede, due giorni dopo, il console onorario, messo al corrente dai suoi collaboratori della terribile vicenda, si affrettò a comunicare alle autorità romane quanto il povero Vicente aveva riferito circa l’esistenza e la sconcertante attività della diabolica organizzazione segreta che aveva compiuto l’atroce delitto. Aveva anche raccomandato una seria e rapida inchiesta che portasse alla scoperta, e alla definitiva condanna, di tutti i responsabili, non soltanto per amor di giustizia ma anche per evitare il ripetersi, in futuro, di fatti del genere che offendono e avviliscono l’umanità. Il console, al quale anche Juanita si rivolse per avere notizie di Vicente, diede la ferale notizia usando il massimo tatto. Juanita, distrutta dal dolore, informò subito Belmiro il quale, benché avesse intuito da tempo che la mancata collaborazione di Vicente avrebbe portato ad una strada senza ritorno, non riuscì a trattenere le lacrime. E telefonò anche a Ugo che, altrettanto sconvolto, cercò fraternamente di alleviare la sua pena, anche promettendole che sarebbe presto partito per Manaus per avere maggiori ragguagli sulla incredibile fine del caro amico. Pensava anche di gettare qualche fiore nel Rio Amazonas nel punto in cui Vicente era scomparso, travolto dalle sue acque e divorato dai suoi carnivori abitatori. Anche se gli era stato detto che in quelle perigliose acque, forse per compensare la mortale aggressività di una parte della sua fauna, galleggiavano giganteschi fiori che, con le loro aperte corolle, in parte ne coprivano la superficie. Dopo aver a lungo pensato al triste evento, Ugo decise infine di mantenere la sua promessa. E, preso un aereo della compagnia di bandiera Varig, raggiunse, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, la sua fantastica capitale, che visitò con speciale attenzione. Già presagiva che l’umano e terribile incidente occorso gli avrebbe fatto trovare il suolo sul quale avrebbe finalmente costruito la sua casa, quella terra promessa che per tanti anni, aveva affannosamente cercato. E dove, nei momenti di sconforto,

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avrebbe avuto la possibilità di sedersi ai margini del fiume, per lui ormai sacro, e guardare trasognato quei petali, spruzzati di preziosi colori, correre lungo il Rio Amazonas, sospinti dal vento sotto le brillanti stelle, nelle lunghe notti tropicali, o sotto il sole ardente, quasi cercando qualcosa o qualcuno. La folgorazione lo colpì dopo interminabili ore passate sulla sponda del Rio, seduto in religioso raccoglimento, quasi auscultando tra le stupende, affioranti ninfee e le loro aperte corolle bianco-rosate e gialle, i battiti del cuore dell’amico scomparso. Qualcosa, dentro di lui, gli impose di gettare l’ancora e di fermarsi in quell’estremo lembo di terra, alla frontiera con la Colombia, il Venezuela e la Guyana, in una irreale dimensione generata da un sofferto incantesimo e, nella sua accesa fantasia, confinante anche con l’universo.

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NOTA Bruno Guarino, nato a Fiume, è autore di altri tre libri: uno di storia e memorialistica legato al secondo conflitto mondiale, e due di satira politica. Catturato sulla cima Longoira al comando di una pattuglia del III reggimento bersaglieri durante un cruento combattimento con le truppe nordamericane, fu internato nel campo 404 di Marsiglia e successivamente, dopo una spericolata fuga dalla prigionia, nel campo 457 di Chalons Sur Saõne. Dirigente industriale a ventotto anni, si è trasferito nel Venezuela, e in questo accogliente Paese ha fondato la sua prima società. La seconda nacque a New York. Dirige attualmente una Trading Company da lui creata al rientro dall'America e operante, prevalentemente nel settore tessile e della moda, in tutti i paesi del Nord, Centro e Sudamerica, dal Messico alla Tierra del Fuego. Paesi che ha continuato a visitare per molti anni e ai quali ha recentemente aggiunto il Medio e Estremo Oriente nonché il Sud-Est Asiatico. Nello stupendo continente Sudamericano, che ha amato moltissimo e tuttora palpita in lui, ha vissuto a lungo, partecipando anche alla vita culturale dei paesi che, di volta in volta, lo ospitavano. forse, un avventuriero nel senso più nobile della parola, amante della natura, dei mari azzurri e verdi, dai quali affioravano, bene allineati, bellissimi delfini, ma scorrazzavano anche, in cerca di preda, enormi, spaventosi squali. E dei lunghi e incantevoli fiumi, spesso coperti di variopinti fiori, come il favoloso RIO AMAZONAS, nelle cui acque si annidano però, con i loro denti aguzzi, anche i carnivori piranha. Affascinato dai luminosi orizzonti e dalle estese, impenetrabili foreste, popolate da preziosi animali esotici e da magnifici uccelli, dai caldi colori, spesso violenti, ma anche capaci di suscitare emozioni e sentimenti poetici.

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Con questa carica interna, stregato da tutto ciò che è stato creato in quella parte del mondo, talvolta a metà strada tra la realtà terrena e la fantasia, non ci meraviglia che Guarino abbia potuto scrivere questo libro che nasce dalla vita, dal fascino della natura, dalla tradizione, dalla cultura di tanti popoli, che il mondo dovrebbe forse conoscere meglio, per sfociare nella violenza e nella morte, che della vita è la naturale conclusione. Gli studi da lui compiuti presso le Facoltà di Scienze politiche e di Sociologia di una Università cattolica internazionale lo portano a conclusioni che, considerando la malvagità di certe figure e forme politiche, continuano a lasciare perplessa l'umanità. Nel libro si dà anche risalto all'inciviltà del regime colonialistico e si sottolinea la tendenza di vari popoli, anche europei, a staccarsi dai grandi stati accentratori per formare nuove entità etniche, caratterizzate da comunanza di cultura e lingua, più piccole e più facilmente amministrabili e controllabili. Ci auguriamo che i terribili fatti narrati nel libro aiutino gli uomini del futuro, cioé i giovani di oggi e quelli che verranno, se non a eliminare, almeno a ridurre l'impazzita riproduzione delle metastasi nel tessuto sociale, gravemente contaminato dalla perversione politica che, mimetizzata e diabolicamente proposta come forma di liberazione del mondo, fingendo di abbracciarla, pugnala alle spalle la parte meno fortunata dell'umanità, alla quale questo libro è affettuosamente dedicato.

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Indice

Capitolo I

pag. 5

Capitolo II

«

Capitolo III

« 10

Capitolo IV

« 19

Capitolo V

« 26

Capitolo VI

« 33

Capitolo VII

« 39

Capitolo VIII

« 42

Capitolo IX

« 46

Capitolo X

« 48

Capitolo XI

« 57

Nota

« 67

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Finito di stampare nel mese di marzo 1999 da Fiordo s.r.l - Galliate Italy

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