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Resoconto



Parrocchia di S. Abbondio Stazzona


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Generare è narrare

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urante il mio ricovero in ospedale, lo scorso mese di gennaio, ho ricevuto in dono un libro il cui titolo era: “Generare è narrare”, scritto da un gesuita francese, Padre Jean Pierre Sonnet, che insegna Esegesi, cioè studio e interpretazione dell’Antico Testamento, all’Università Gregoriana di Roma. In questo libro l’autore sostiene e dimostra come i figli possono e devono essere “generati” alla fede attraverso l’arte della narrazione e del racconto, arte in cui i veri maestri devono essere soprattutto i genitori, perché oggi è tornato il tempo in cui genitori e nonni si riapproprino di quest’ arte che sembra purtroppo essersi perduta. I genitori devono tornare a narrare, perché il racconto è la strada privilegiata della educazione e della formazione, e forse i genitori hanno anche bisogno di essere un poco aiutati in questo difficile compito, che è contemporaneamente quello di educare e di raccontare, anzi, di raccontare proprio per educare, come per millenni di generazione in generazione si è fatto in ogni angolo della terra. È vero che la cultura attuale sembra schiava di tecniche sempre più nuove, che escludono e umiliano il racconto, o lo seppelliscono in un mare di immagini e di messaggi colorati ma vuoti, rapidi ma inconsistenti, con mezzi di comunicazione che a volte spiazzano padri e madri, e sempre comunque i nonni, che rispetto alle nuove generazioni, che manovrano svelte telefonini o computer, sembrano, o sono, dei poveri incapaci. A proposito dei nonni, mi ricordo che il mio parroco era solito dare per penitenza di raccontare ai figli o ai nipoti una storia biblica. Una donna anziana un giorno rispose: “Padre, non sarebbe meglio un rosario?”. Quella donna evidentemente non aveva sperimentato quel rapporto speciale che c’è fra nonni e nipoti quando si raccontano storie. Anche papa Francesco ha parlato del suo particolare rapporto con nonna Rosa! Attraverso questo resoconto noi vogliamo cercare di recuperare il valore e il perché del racconto, della narrazione che si trasmette come un’arte di padre in figlio (e quante foto di nonni sono qui mescolate a quelle dei ragazzi dell’oratorio!) e vogliamo sottolineare come questo filo che lega tra di loro le generazioni non sia un filo da spezzare, ma un filo attraverso cui passi tutta la ricchezza di ciò che è stato fatto, vissuto, creduto, trasmesso, utilizzando anche gli strumenti poveri di questa trasmissione, come lo stesso dialetto, attraverso cui passano proverbi e preghiere, che così mantengono il loro vero colore, e anche quelle sfumature che fanno di ogni piccolo paese come il nostro una comunità viva e unica, diversa da tutte le altre, con i suoi volti e le sue storie che ci dispiacerebbe veder scomparire per sempre o amalgamarsi e omologarsi a culture tutte uguali, buone per tutti gli usi, di banale spessore e senza identità, di importazione, come tante merci in circolazione a buon mercato ma di nessun valore. È vero però anche che, assieme all’arte del narrare, sembra essere morta la capacità di ascoltare, oltre che di guardare con attenzione, e vogliamo sottolineare questo riproponendo

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ad esempio la storia di Giuditta, che è l’esempio di come un popolo per secoli ha trasmesso a voce una vicenda (magari arricchita di sfumature particolari, di dati un po’ favolistici, tipici del racconto fatto a voce di padre in figlio), in cui però un popolo intero ha riconosciuto con orgoglio la sua identità, non volendo sottomettersi a nessuno, nonostante nei secoli abbia spesso sperimentato l’oppressione e la persecuzione. Ma la ricchezza del racconto sta nel suo essere la memoria di una esperienza in cui si sono intrecciate la storia dell’uomo e la mano di Dio, come ad Israele è successo (e succede ancora) ogni volta che ha celebrato la memoria della sua liberazione dall’Egitto: questa memoria è celebrata ogni anno con i gesti che la ricordano, con il pasto che ne rende vivo e concreto il ricordo, ma soprattutto nel suo punto centrale, che è la domanda che il bambino più piccolo della famiglia fa all’anziano: “Perché facciamo tutto questo?”. Da questa domanda si sviluppa tutta la narrazione, il racconto che spiega i gesti, ma al tempo stesso motiva le ragioni di quei gesti, e il loro senso nella vita di un popolo. Esattamente come abbiamo fatto noi nella veglia di Pasqua, e facciamo ogni domenica seguendo l’indicazione di Gesù data ai discepoli nello spezzare il pane: “Fate questo in memoria di me”. Su questa memoria, sul racconto della vita di Gesù, sulla nostra partecipazione come popolo alla Eucaristia da una parte, sulla nostra voglia di ricordare volti, gesti, dipinti, parole e racconti della nostra piccola comunità dall’altra, si fonda la gioia di incontrarci e riconoscerci, parlare e condividere, camminare insieme tracciando un cammino, nuovo sempre ma con forti radici, per i nostri figli. Mi auguro e vi auguro che in ogni famiglia rinasca l’arte di narrare, e si riscoprano la voglia e il gusto di ascoltare, meditare e costruire il futuro su una sana e fertile memoria. Don Giovanni

Suor Ausilia, affascinante narratrice coi bambini della scuola materna

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ANAGRAFE PARROCCHIALE Sono stati battezzati: Colombini Angelica Sosio Ingrid Orgnoni Gloria Borserio Martino Poletti Riz Federico Armanasco Erik Togni Pietro

in S. Abbondio a Stazzona a Pavia in S. Abbondio a Stazzona a S. Rocco a Villa di Tirano a Tovo a Bianzone

8 febbraio 2015 8 febbraio 2015 31 maggio 2015 17 agosto 2015 25 ottobre 2015 24 maggio 2015 4 aprile 2015

Sono tornati alla casa del Padre: Branchi Maria Celsa Marino Giuseppe Manoni Caterina Moratti Angelina Comolatti Pierino Comolatti Daniela Scilini Benito Rossatti Maria Rosa Trinca Rampelin Matteo Lera Irma Ida Rossatti Fermo Scilini Natale Scilini Evaristo Gotti Giacomo Andreotta Anna Fiorina Palmiro Cattalini Elsa Tognela Pierina

05.09.1918 - 12.01.2015 04.04.1949 - 31.01.2015 15.12.1930 - 15.02.2015 24.10.1921 - 24.03.2015 12.05.1925 - 23.03.2015 08.05.1949 - 03.04.2015 17.01.1938 - 17.04.2015 25.09.1924 - 04.06.2015 08.09.1980 - 18.07.2015 16.02.1920 - 31.07.2015 18.08.1934 - 02.08.2015 18.02.1922 - 09.08.2015 07.03.1955 - 21.11.2015 17.11.1928 - 25.11.2015 24.06.1929 - 29.12.2015 03.04.1925 - 06.01.2016 24.04.1920 - 07.01.2016 29.04.1928 - 19.01.2016

Si sono sposati: Bana Sabrina e Del Maffeo Giorgio Re Delle Gandine Luca e Ronconi Francesca Maranta Alessia e Fornaro Daniele Cattalini Egidio e Cantoni Cristina

in S. Abbondio a Stazzona a Morbegno a Castellana Grotte (BA) a Bianzone

Hanno ricevuto la Cresima e la Prima Comunione alla Madonna del Piano:

04.07.2015 06.06.2015 03.07.2015 18.07.2015 (10 maggio 2015)

Colombini Iris, Colombini Sara, Comolatti Eleonora, Merlo Giacomo, Pianta Fabio.

Hanno celebrato per la prima volta il sacramento della Riconciliazione:

(26 aprile 2015)

Cabassi Alessia, Cabassi Davide, Comolatti Veronica, Fazzini Anna, Gerna Gabriele, Monti Anna, Rossi Simone, Tognini Alessia, Tognini Chiara.

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Branchi Maria Celsa

Scilini Benito

Fiorina Palmiro

Marino Giuseppe con la moglie Gabriella di nuovo stazzonasca

Rossatti Maria Rosa coi nipotini

Manoni Caterina

Trinca Rampelin Matteo sempre sorridente

Gotti Giacomo con i nipotini omonimi

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Tognela Pierina


Moratti Angelina

Lera Irma Ida con il marito Bortolo

Comolatti Pierino

Rossatti Fermo

Andreotta Anna con Abbondio

Comolatti Daniela

Scilini Natale felice bisnonno

Cattalini Elsa e Giovanni Colombini appena sposati

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Maranta Alessia e Fornaro Daniele

Bana Sabrina e Del Maffeo Giorgio

Cattalini Egidio e Cantoni Cristina

Re Delle Gandine Luca e Ronconi Francesca con il nonno Lorenzo

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Cresima e Prima Comunione alla Madonna del Piano con don Corrado Necchi Vicario episcopale

Prima Confessione: con le catechiste Silvia e Anna alla fontana delle LatĂ di

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Gloria Orgnoni

Pietro Togni

Martino Borserio

Ingrid Sosio

Erik Armanasco

Federico Poletti Riz

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Angelica Colombini


ALZARE GLI OCCHI (gli angeli della Madonna della Neve)

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uando ero piccolo, molto piccolo, e abitavo a Stazzona con mamma, papà e fratellini, il buon Fausto tutte le domeniche pomeriggio mi dava la mano e mi portava a fare una passeggiata. Era quasi sempre una passeggiata verso la Madonnina e, più avanti nelle selve, fino alla rete e al cancello. Immancabilmente, all’andata o al ritorno, si entrava in chiesa, allora di domenica sempre aperta, per una visita, una preghiera, e magari anche un po’ di fresco, se era estate, oltre una bella bevuta alla fontanella addossata alla chiesa vicino alla porta laterale. Da anni la fontanella è stata smurata e la porta invece è stata murata, a causa dei continui tentativi di furto. Ma anche la bella e antica fontana di pietra collocata in mezzo al piazzale ha già di conto suo perso la testa. Ma né quando ero così piccolo, cioè sessanta anni fa, né quando nei mesi estivi tornavo a Stazzona, e allora le feste alla Madonnina erano solenni, mai mi ero effettivamente reso conto che stavano dipinti lì, sulla lesena dell’altare dell’Angelo custode, dieci belle scenette, ordi- Il pulpito della Madonnina dopo il furto di tre evangelisti nate, di forma rettangolare, beQuando finalmente due anni fa mi sono ne in vista e senza segni di muffe o di vec- deciso a riprendere in mano la storia della chiaia, con i loro colori vivaci e le loro piccole chiesa, e a guardare con occhio più attento figure. tutti i particolari pittorici e architettonici, al9


La partenza di Tobia

La cattura del pesce

Sotto: La preghiera di Tobia la prima notte di nozze

Sotto: La guarigione del padre


lora ho puntato l’attenzione sui dieci quadretti e ho cominciato a ragionarci sopra. Il primo collegamento evidente era da fare con il grande dipinto dell’Angelo Custode, al centro dell’altare, che ora fa bella mostra di sé sulla parete di fondo della chiesa parrocchiale. Si trattava in tutti i casi di Angeli, che troviamo frequentemente nei testi sacri, e qualche volta sono protagonisti di discussioni, spettacoli o film anche oggi, anche quando non se ne parla proprio del tutto a proposito. C’è anche da dire che di Angeli, e soprattutto di Angeli custodi, si parlava di più qualche decina di anni fa. Di questi dieci quadretti comunque al momento non si conosce la data esatta di realizzazione, e nemmeno il nome del pittore, che ha realizzato in questi dieci “medaglioni” una piccola storia della salvezza nella quale i protagonisti sono le figure degli Angeli, e su tutte quella principale dell’Angelo Raffaele, che è un po’ il protagonista delle vicende bibliche narrate nel bellissimo e anche in fondo divertente libretto di Tobia, che troviamo autorevolmente collocato nel Vecchio Testamento in mezzo a libroni di ben altro spessore, come quello della Genesi o del profeta Isaia. Partiamo quindi dal libretto che narra le vicende del buon Tobia che, aiutato proprio dall’Angelo Raffaele (che lavora in incognito), trova una ottima moglie, e, sempre grazie all’ottimo Angelo suo compagno di viaggio, alla fine trova anche il modo di guarire il vecchio padre dalla cecità. Le scene che riguardano Tobia e il suo accompagnatore sono quattro: la partenza di Tobia per un impegnativo viaggio, che è contemporaneamente a scopo matrimoniale e per affari, la pesca “miracolosa” di un grosso pesce che fornirà gli ingredienti per i medicamenti che poi saranno necessari, sia per la cacciata dei demoni dal letto matrimoniale della moglie, che aveva per colpa loro perso già ben sette mariti la prima

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Giacobbe lotta con l’angelo Sotto: La scala di Giacobbe


notte di nozze (Raffaele li caccerà poi fin sui monti rocciosi dell’Egitto!), sia per la guarigione del vecchio padre di Tobia con un “impiastro” portentoso applicato sui suoi occhi. Ma se qualcuno volesse veramente gustare per conto suo questo libro che tra tutti quelli della Bibbia è uno dei meno conosciuti, ne consiglio la semplice e riposante lettura, anche perché poi tra le pieghe delle vicende scoprirà che la tesi dell’autore è che la Provvidenza si serve anche di intermediari, come gli Angeli, per andare incontro ai bisogni e alle difficoltà che ogni uomo incontra nelle vicende della sua vita.

L’angelo consola Agar e Ismaele Sotto: Il sacrificio di Isacco

Ma non del solo Tobia, che d’altra parte avrebbe avuto qualche problema a muoversi in piena Mesopotamia (la storia purtroppo si ripete), si occupano i nostri dieci quadretti. Un altro e ben più famoso personaggio biblico ebbe a che fare con gli angeli: si tratta del buon Giacobbe, che ben due volte si trova in situazioni che non capisce proprio del tutto, sia quando sogna angeli che salgono e scendono da una grande scala che si alza verso il cielo (è il sogno di sempre, per l’uomo, quello di raggiungere il cielo con torri enormi, Piramidi o Ziqqurat, fino a quando sarà poi semplicemente Gesù a risolvere il problema scendendo sulla terra), sia quando si trova una notte intera a lottare con uno strano personaggio che sembra bloccargli la strada, e che poi risulterà essere un angelo. Lo stesso Abramo, che già comunque aveva un collegamento speciale con il Dio della promessa, si trova due volte a fare i conti con Lui tramite l’intervento di angeli. La prima volta è quando, dopo aver avuto il figlio Ismaele da una sua serva, perché ormai sicuro che da sua moglie un figlio non potrà più

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averlo, finirà poi per cacciare figlio e mamma, che solo un Angelo salverà dalla durezza del deserto. La seconda volta il problema sarà molto più serio e drammaticamente coinvolgente. Il figlio lo ha avuto da Sara, ma dal cielo arriva l’ordine di sacrificarlo, e sarà la mano di un Angelo a fermare il coltello sacrificale di Abramo, dirottando i suoi gesti verso un caprone impigliatosi nei rovi e salvando così il povero Isacco. Tra i grandi di Israele mancava solo Davide, ma nei quadretti c’è spazio anche per lui: l’angelo della peste, mandato a punire il popolo di Israele per le colpe del re Davide, sarà richiamato, salvando così Israele e Davide stesso; il libro delle Cronache racconta: “Davide, alzati gli occhi, vide l’angelo del Signore che stava fra terra e cielo con la spada sguainata, tesa verso Gerusalemme”. Davide dice a Dio: “Io ho peccato e ho commesso il male… Signore Dio mio, sì, la tua mano infierisca su di me e sul mio casato, ma non colpisca il tuo popolo”… “Il Signore ordinò all’angelo e questi ripose la spada nel fodero” (1 Cronache 21 passim). Alla fine ci imbattiamo in una bellissima scenetta che raffigura la gran litigata tra Balaam (profeta convocato dal re dei Moabiti per profetizzare contro Israele) e la sua asina, che se ne dicono e se ne danno di santa ragione, perché l’asina parla e il padrone bastona; la povera asina infatti non vuole procedere su una strada pericolosa, perché un Angelo la aveva prudentemente bloccata, mentre Balaam, che al contrario dell’asina non vedeva l’Angelo, pensava solo a riempirla di botte. (La vicenda è narrata nel libro dei Numeri al capitolo 22). Ma succede ancora oggi che spesso quelli ritenuti più asini abbiano la vista più lunga di quelli che da soli si giudicano sapienti.

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Davide in preghiera per cacciare la peste Sotto: L’asina di Balaam


DETTAGLI… PICCOLI SEMI DI LUCE

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ono una persona di poca memoria ma, ultimamente, nel mio essere donna, moglie, mamma e maestra sono accompagnata da piccole scintille che provengono dalla mia vita comunitaria vissuta a Stazzona e che ho il piacere di condividere con queste righe. Credo sempre più che i dettagli, che spesso vengono definiti come insignificanti, siano invece piccoli semi di luce che rimangono tra le pieghe dei nostri ricordi per accompagnarci silenziosamente per poi fare capolino quando meno ce lo aspettiamo. È così che durante le mie giornate, il ricordo delle persone che ho incontrato durante la mia infanzia, si affaccia in modo nitido e quasi tangibile. Sono le mani giunte di suor Deodata che incrociava i mignoli durante la sua preghiera assorta e devota, la sua scrittura stilata con estrema pacatezza che riportava ad un tempo lontano e che sapeva di saggezza e amore. È il velo di suor Ausilia che ripiegava sopra la sua testa mentre noi all’asilo dormivamo sui nostri lettini blu. E ancora la sua camminata leggera e spedita che accompagnava il suo operare sempre molto quieto e amorevole. È l’abbraccio di suor Clarenzia unito al suo sorriso e alle sue guance rosse e il sapore del suo meraviglioso spezzatino con la polenta.

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È l’accoglienza silenziosa e premurosa di Fulvia che, nella cucina della Scuola dell’infanzia, durante il breve periodo in cui sono tornata come insegnante, mi preparava il pranzo. Non per ultimo don Cirillo che, quando mi faceva entrare nel suo studio impregnato di fumo mi raccontava piccoli pezzi della sua storia. Lui che a catechismo amava ripeterci che con la cresima saremmo diventati soldati di Cristo e che durante la preghiera del Gloria marcava quel TU del “Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo…”. Tante sono le persone che hanno lasciato il segno col loro passaggio, da quelle già citate ad altre, come lo “Scavezzacabri” che nonostante fosse spesso ubriaco aveva sempre qualche parola buona… lui con la sua medaglietta della Divina misericordia sempre in mostra… Non sono i grandi insegnamenti che hanno segnato la mia fanciullezza, ma i piccoli gesti, quelli fatti probabilmente senza nemmeno pensarci. Quelli che, incarnati nella vita di ciascuno, sono diventati dettaglio prezioso. Semi di Luce. Questa convinzione è per me motivo di consolazione e speranza; mi fa porre fiducia nell’uomo e nella semplicità e pienezza del quotidiano. E così, col riaffiorare di questa consapevolezza, voglio ringraziare questa comunità per quello che mi ha lasciato e per ciò che mi lascerà. Marianna Andreotta

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PULISÖNI

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rentacinque anni fa (e coi tempi che corrono è praticamente un secolo) Giacomo Ganza pubblicava una raccolta quasi completa dei proverbi di Stazzona, convinto, come si dice nell’introduzione di quel libretto, di rendere un servizio al suo paese. Siamo convinti anche noi che abbia fatto un bel lavoro, e per questo abbiamo comperato da lui i diritti d’autore (si fa per dire, perché gli abbiamo semplicemente chiesto il permesso) e assieme a lui abbiamo scelto i migliori per poterli ripubblicare, riportando anche in parte le traduzioni che li accompagnavano. Tra i nostri lettori ci sarà chi questi proverbi e tanti altri, con qualche piccola variazione, li avrà da piccolo sentiti mille volte, ma forse ci sarà anche chi a viva voce non li avrà mai ascoltati. Questi proverbi, sintesi di saggezza popolare, sono un po’ una chiave privilegiata per entrare nel cuore di una cultura, in questo caso la cultura locale e in particolare la cultura del nostro paese. È anche vero che molti di questi proverbi sono patrimonio di tanti altri paesi e di tante altre culture, ma questo è anche dovuto al fatto che ancor da prima della dominazione romana esisteva una cultura alpina abbastanza uniforme, ricca di iniziative e di spirito di adattamento al territorio, di cui sono rimasti segni, sentieri, mestieri, ma anche lingua, memorie, tradizioni accumulatesi ed integratesi tra di loro, di cui questi proverbi sono una viva testimonianza. In questo integrarsi è interessante vedere anche come spesso a scandire il tempo sono subentrate le scadenze date dalle feste dei santi, che erano col tempo diventate l’ossatura più autentica e sentita del calendario, e quasi musicalmente davano il ritmo allo scorrere delle stagioni e al ripetersi dei lavori.

Vecchie foto: la famiglia Tognini

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Vecchie foto: Cesira, Anna, Paolo, Cecilia, Lidia, Dina, Davide e Rosalba in Trivigno

I cinquanta proverbi più belli A San Matè, a la selva as va a vedè (a San Matteo, 21 settembre, si va a vedere nel castagneto). Benedicùm, benedicàm, sü la tera e giù ’l ledàm (i campi hanno bisogno di letame, oltre che di benedizioni). Cava la végna da ust, ca ta guadagnat al must (zappa la vigna d’agosto, guadagni ancora il mosto). Chi spaza bé, spaza ’l fé (chi pulisce bene il prato, raccoglie bene il fieno). La castégna la gh’a na cua sula, i prim ca la ciapa l’è sua (il primo che raccoglie la castagna, è sua). L’è méi vin d’archèt, che vin da s-ciupèt (meglio vino da tralcio ad archetto che da tralcio rotto).

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Macc, febré quacc (da mucca gravida a maggio, burro e formaggio il febbraio successivo). Quandu l’è scià ’l més da macc, laga giù ’l gerlu e tö sü ’l campacc (quando arriva il mese di maggio, lascia il gerlo e prendi il campacc per il fieno). Quandu na vaca la giümèla, par an an l’è più quèla (dopo un parto gemellare la mucca cambia). San Luréns, pinciaröi a cent a cent (San Lorenzo, chicchi che si colorano a cento a cento). San Martin, ogni must l’è vin (a San Martino, ogni mosto è vino). San Simùn e Giüda, strèpa la rava ca l’è marüda (il 28 ottobre raccogli la rapa, che è matura). Al vin da Grusùt l’è mei che nigùt (il vino di Grosotto è meglio che niente). La buca l’è miga straca, se no ca la spüza da vaca (a fine pasto ci vuole formaggio). Pan e nus, bucùn da spùs, nus e pan, bucun da can (pane e noci, boccone da sposi…).

Vecchie foto: la famiglia Rossi

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Da Donato Donasti a Gloria Orgnoni “Di generazione in generazione”

Vecchie foto: sulle scale di casa Tognini

Andè ca gh’è na bèla sciòta, gh’è anca ’n bel badìl (la ragazza ricca trova sempre un buon partito). Andè ca l’amur al gh’è, la gamba la tira ’l pè (alla fine ci si incontra). Fèmna giuana, um vécc, fiöi fin suta i técc (moglie giovane e marito vecchio, figli in abbondanza). L’è gnamù ruà la licenza da Cum, d’andà la fèmna a cercà l’um (ci vuole il permesso del vescovo…). Tüti li cà i è faci da sas e da par tüt gh’è int al so fracàs (ogni casa ha i suoi problemi). Chi tira da mira, chi suna la lira, chi pèsca cul lam, i mör da la fam (chi spara, chi suona, chi pesca…). Fa miga cuma i mercant da Varés, ch’i cumpra a ot e i vent a sés (vanno in perdita…). Ogni ufelé ’l va strascià dal so mesté (ogni artigiano è trascurato nella propria attività). Da na mà strencia, gnè ’l na va, gnè ’l na vé (l’avaro non dà e non prende).

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Tücc i can i ména la cùa, tücc i matt i völ dì la sùa (ognuno vuol dire il suo parere…). Chi nu caga, cagarà, chi nu piscia, murirà (la medicina ha comunque fatto progressi). Li fèmni bèli i è tüti gavèli, li femni brüti i è gavèli tüti (tutte le donne hanno qualche difetto). Sa ga n’è miga int, al na vè miga fö (se la testa è vuota…). Se la padruna l’è mata, al na pöl gnént la gata (la gatta non ne può niente, se la padrona è stramba). A San Michél, la marènda la va al ciél (29 settembre, giorni corti, si salta la merenda). Al vént al gh’è mai secà li ali (al vento non sono mai seccate le ali… perché chiama acqua) Al sul setembrin al fa deleguà i piumbìn (il sole di settembre scotta ancora). An da erba, an da mèrda (anno di erba, anno di…). Chi ca völ pruà li peni da l’anfèran, i vaghi a Vila d’astà e a Tiran d’anvèran (troppo caldo d’estate a Villa, troppo freddo d’inverno a Tirano). S’al piöf al dì da l’Ascénsa, par quaranta dì ’n sè miga sénsa (pioggia all’Ascensione, pioggia per quaranta giorni). S’al piöf al dì da San Barnabà, tö sü ’l bastun e van a cà (11 giugno, non smetterà…) Sa’l truna dopu San Matè, la stà la turna ndrè (se tuona dopo il 21 settembre, ritorna l’estate). Sa ’l truna prima da piöf, gnént al sa möf (se tuona prima di piovere, non succede niente). Sant’Ana, pinciaröi an cana (Sant’Anna, 26 luglio, i chicchi maturano). Sant Antóni da la barba bianca, u ca ’l fioca u póc al manca (17 gennaio, presto nevicherà). Giné ginerùn, spaza scrani e masùn (gennaio è lungo e svuota le scorte). Giurgèt, Marchèt, Crusèt, i tri invernèt (S. Giorgio, San Marco, Santa Croce, tempo freddo). L’acqua pus-ciavina la bagna miga la Valtelina, ma sa la rüa ’n Valtelina, u l’è tempesta, u l’è rüina (l’acqua poschiavina non bagna la Valtellina, ma quando arriva fa disastri).

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L’ anvèran i l’a mai maiada i lüf (presto o tardi l’inverno arriva). Nadàl ’l pas d’an gal, Pasquèta mezzurèta, Sant’Antóni ’n ura buna (il giorno si allunga piano piano). Ca vinada l’è mai famàda (chi ha vino non patisce la fame) Quandu la mèrda la rüa al scagn, u la spüzza u la fa dagn (ignoranti in cattedra!) Al sbaglia anca ’l prét a dì mèsa (tutti possono sbagliare) Al temp, al cül, i sciur, i a sempri facc quel ca i völ lur (chi è al potere….) E ci sembra bello concludere con una delle tante giaculatorie locali a scopo terapeutico: Madùna dal pian, Madùna da Tiran, Madùna da Grusùt, fam cesà ’l sangulùt. Provare per credere, ma funziona solo se si ripete a raffica, ostinatamente e quasi senza tirare il fiato.

Vecchie foto: Guerrino Merlo in Abissinia

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PERCHÉ QUELLE FRASI SU IN ALTO

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ltre i quadretti sugli Angeli, di cui si parla in altra parte, per portare avanti la conoscenza della nostra chiesa della Madonna della Neve restano ancora in sospeso alcuni elementi importanti: uno è il pulpito, ma merita un discorso a parte tutto suo che faremo l’anno prossimo, a Dio piacendo, come si usa solennemente dire in questi casi; l’altro invece è l’insieme delle scritte in latino che fanno da contorno a tutto il dipinto della tazza che raffigura l’assunzione di Maria in cielo. Infatti partendo dagli angoli di questo grande affresco noi troviamo ben otto scritte, di cui una quasi illeggibile e che ha richiesto qualche giorno di riflessione e di ricerca sulla Bibbia. Di queste otto scritte quattro accompagnano le quattro figure in bianco e nero che stanno sui “pennacchi”, cioè sui quattro spicchi di base su cui si innesta la finta volta dipinta. Si tratta di Davide, di Isaia, Zaccaria e Osea, sicuramente quattro personaggi di rilievo dell’Antico Testamento, ai quali sono associati quattro versetti biblici, uno tratto dai Salmi, riferito quindi a Davide, e gli altri presenti nei libri dei tre rispettivi profeti. Evidentemente chi ha scelto i versetti li ha scelti con uno scopo e un criterio ben precisi: sappiamo che i nostri antenati raramente facevano le cose a caso, e possiamo ammettere tranquillamente che noi oggi, nonostante i grandi mezzi e strumenti a disposizione, spesso siamo più faciloni e andiamo avanti “quel tant al toc”; si tratta di versetti che i sacerdoti già allora conoscevano, anche perché tutti i sacerdoti di allora, come oggi, recitavano il breviario quotidianamente (come faceva il buon don Abbondio di manzoniana memoria); ma non dimentichiamo che anche i confratelli di Stazzona possedevano dei libretti fitti fitti di salmi e di preghiere arrivati fino a noi tutti lisi e logori per l’uso, libretti di cui oggi è rarissimo l’uso tra uomini e donne, mentre ancora qualcosa passava tra le mani devote delle nostre nonne. Questi quattro brani comunque sembrano scelti per una ragione che si coglie meglio solo se si leggono: infatti hanno tutti chiaramente un valore messianico, cioè fanno riferimento e anticipano l’arrivo del tempo del Messia, che, generato dalla Vergine, porterà alla salvezza definitiva di Israele. Ma passiamo ai testi. Il primo versetto è tratto dal libro dei Salmi, e dice così: “Misericordia et veritas praecedent faciem tuam” che può essere tradotto: Misericordia e verità staranno davanti al tuo volto. Il versetto di Isaia dice: “Et preparabitur in misericordia solium” cioè: Il trono sarà reso stabile nella misericordia. Il versetto di Zaccaria è: “Vocabitur Ierusalem civitas veritatis et mons domini exercituum mons sanctitatis” che tradotto diventa: Gerusalemme sarà chiamata città della verità e il monte del Signore degli eserciti monte della santità. Osea invece dice: “Veniet quasi imber nobis temporaneus” che a volte è tradotto: Verrà a noi come la pioggia di primavera che irriga la terra”. Sotto i balconi invece che circondano la tazza dipinta ci sono le altre quattro scritte, tratte dal libro di Ester e dal libro del Cantico dei Cantici. Dal Cantico le frasi sono queste: “Chi sta salendo dal deserto come una colonna di fumo, esalando profumo di mirra e di incenso?” (Ascendit de deserto deliciis affluens) e “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, stupenda come un esercito a vessilli spiegati?” (Progreditur quasi aurora consurgens). Dal libro di Ester invece le due frasi sono: “Andrò dal re, con-

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trariamente alla legge, e se dovrò morire, morirò” (Ingrediar ad regem contra legem) e “Pose lo scettro del regno sul suo capo” (Posuit diadema regni in capite eius). Mentre i testi del Cantico, spesso letti allegoricamente, trasudano quasi della gioia e della bellezza dell’amore dello sposo e della sposa e sono ricchi di frasi poetiche e di testi tratti da bei canti di nozze che conducono alla bellezza dell’incontro d’amore di Dio con il suo popolo, i testi di Ester riconducono alla scena centrale della storia della giovane ebrea, che salva il suo popolo dalla persecuzione, presentandosi al Re, nonostante non invitata, e quindi contro le legge e a rischio di morte, ma incontra il gesto di affetto e il benvolere del re che la tocca con il suo scettro regale, la ascolta e le viene incontro. Peccato che proprio questa bella scena dipinta su tela e presente alla Madonnina sia stata definitivamente depredata alcune decine di anni fa e di lei restino solo vecchie foto e una copia cartacea. Chiaramente i versetti di Ester e del Cantico riportano alla figura di Maria. Ma forse ancora più profonde sono le frasi riferite a Davide e ai profeti. E forse stimolano anche la nostra riflessione. Abbiamo detto che queste quattro frasi hanno un grande valore messianico, cioè sono centrate sulla figura del Messia, che siederà su un trono di misericordia, anzi proprio sulla forza della misericordia, che ne sarà la caratteristica essenziale, accompagnata spesso dalla verità, dalla giustizia e dalla pace: ci deve far riflettere il fatto di ritrovare scritto sulle mura del nostro santuario più di due secoli fa il tema centrale su cui il papa Francesco ha indicato la strada per il giubileo che stiamo vivendo: il vero volto di Dio è misericordia. Ma altrettanto profonda è una seconda riflessione: tutti questi testi riconducono a Maria, come a colei che ci ha portato il Messia, portando a termine tutto il percorso della storia della salvezza iniziato nel racconto del Genesi e chiuso proprio dalla venuta del Messia. L’osservazione da fare è questa: ci saremmo aspettati, nel ’700, una figura di Maria più legata agli aspetti devozionali, anche giustamente più popolari, e invece incontriamo una figura profondamente radicata, ancorata alla Bibbia, a quella parola di Dio dalla quale i cattolici sembravano lontani, e alla quale invece facevano costante riferimento i riformati. È lei che generando il Messia porta nel mondo l’autore della salvezza, è lei che, come Ester, salva il suo popolo. Chi ha scelto questi testi e queste immagini vuole forse rispondere alle scelte dei riformati, che proprio partendo dalla Bibbia leggevano in modo riduttivo il ruolo di Maria e dei Santi nelle vicende della salvezza, e lega con autorevolezza alla parola e alle promesse di Dio le tante preghiere che gli stazzonaschi da secoli alzavano al cielo chiedendo a Maria di intercedere per loro, soprattutto nei momenti di buio e di dolore. Questi versetti della tazza della Madonnina hanno visto passare i saccheggiatori filofrancesi a cavallo dell’ottocento, o le truppe dei poveri “briganti” antinapoleonici, hanno accolto i saluti dei giovani costretti ad emigrare, o costretti ad arruolarsi nell’esercito asburgico a metà dell’ottocento, hanno udito le preghiere delle madri dei ragazzi partiti per la prima e per la seconda guerra mondiale nel novecento, ascoltano ora le nostre fiduciose invocazioni, e attendono un nostro sguardo sereno e forse più consapevole, ora che abbiamo letto quello che continuano a dirci.

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IO PRETE ANTONIO SCARSI “Foto” di una chiesa e una comunità di 350 anni fa

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el precedente resoconto abbiamo visto come la parrocchia di Stazzona avesse chiesto, e ottenuto, la separazione dalla parrocchia di Villa, nella cui pieve rimaneva, e rimane tuttora, ma in piena autonomia. Circa 30 anni dopo la separazione, nel 1669, la nostra parrocchia riceve la visita pastorale del Vescovo Torriani, e partendo dai dati di questa visita e dalla descrizione che a sua volta fa il parroco per presentare al vescovo parrocchia e parrocchiani, emerge il ritratto di un paese, o meglio di una comunità, di circa un migliaio di persone, sostanzialmente brava gente, che dimora a Stazzona, Motta, Musciano e San Rocco. Il visitatore (così è chiamato il vescovo o un suo delegato) dice che la chiesa è antica, fatta di un’unica navata, isolata dalle case tranne che per l’oratorio dei confratelli, che alla chiesa risulta addossato. La chiesa, diversamente da quasi tutte le altre della zona, se si esclude San Bernardo, non è rivolta verso oriente, ma verso sud, che è chiamato “oriente invernale”. Il tetto a capriate, quindi tutto di travi di legno a vista, in alcuni punti necessita di essere restaurato (vent’anni dopo gli Stazzonaschi ristruttureranno tutta la chiesa alzandola, allargandola e coprendola con volte, come ancora è oggi). L’altar maggiore è al vertice, e vi si sale con un solo gradino, ma è chiuso da una doppia cancellata, una in legno e una in ferro. Oltre l’altare maggiore, ci sono due altri altari, addossati al muro di fronte a chi entra dalla por-

La sampügnèra negli anni Sessanta

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ta principale, l’altare di San Giovanni Battista e quello della Madonna, ma non sono inseriti in cappelle particolari; quello della Madonna, a destra, ha una statua lignea della vergine. Sopra la trave di fondo c’è un grande crocifisso, che è ancora presente e si trova più o meno nella stessa posizione. Ci sono in chiesa due confessionali e tre sepolcri sul pavimento: uno per i preti, uno per i bambini e uno per i confratelli. Le porte sono tre, e corrispondono ancora alle attuali, anche se quelle laterali erano quelle ora più interne. Sopra la porta centrale in fondo corre un grande ballatoio, come era tipico di quasi tutte le chiese del tempo (ad esempio San Giorgio a Grosio). Al ballatoio si arrivava con due scale di pietra, una interna ed una esterna alla chiesa. A metà chiesa a destra c’è il pulpito e a sinistra c’è già l’organo (e probabilmente qualche canna di quell’organo suona ancora nell’attuale) e l’organo è allora suonato dal cappellano di Motta, don Giovanni Lera. (Sembra destino che vengano da Motta a suonare l’organo a Stazzona!). Sotto l’organo c’è la sacrestia. Il cimitero vero e proprio è attorno alla chiesa, chiuso da un muro, e nello spazio del cimitero, addossato all’oratorio dei confratelli, c’è l’ossario, mentre nel cimitero ci sono alcune tombe particolari di parrocchiani di riguardo. Occorrerebbe però, sottolinea il visitatore, una croce di legno in mezzo al cimitero, più o meno dove adesso c’è la castagna d’India. La casa parrocchiale ha solo il piano terra e il primo piano, con quattro locali al piano terra e sei al primo piano, e ha un orto, ma senza pozzo, perché l’acqua è attinta da una fontana vicina. Le famiglie della parrocchia sono 152, di cui 30 a Motta, 35 a San Rocco, 14 a Musciano e il resto a Stazzona. Il totale delle anime è di 955, di cui 660 che hanno già ricevuto la Prima Comunione.

Ai dati del visitatore risponde il parroco con la sua relazione. Il parroco è Antonio Scarsi, originario di Tirano, che descrive così la sua parrocchia: “Siamo in tutto tre preti, Tommaso, cappellano di San Rocco, Giovanni Lera, cappellano di Motta, e io, Antonio Scarsi, Parroco. Non ci sono diaconi o suddiaconi. Medici, notai, pittori, levatrici, ecc. non ce ne sono. Maestri nessuno, ad eccezione del Reverendo don Tommaso, cap-

Vecchie foto: Rosa Scilini con il figlio don Giacomo e la nipote Maria

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pellano di San Rocco, che per la Cappellania è tenuto a insegnare ai bambini a leggere e a scrivere. Problemi per i battesimi non ce ne sono, ad eccezione del fatto che da parte di molti al sacerdote che battezza non sono fornite neanche le candele. Anche nei matrimoni non ci sono abusi, se possiamo chiamarli così, a parte il fatto che in molti casi ci sono pranzi alla grande da cui nascono a volte ubriachezze e discussioni. Nei funerali il problema è che, quando sono tante le spese, si raduna tutto il vicinato per mangiare e

bere, ecc., mentre ciò che è di pertinenza dei sacerdoti, o è offerto alla chiesa, come le candele, è di poco valore. Inoltre sospetti di eresia, bestemmiatori, operatori di malefici, usurai, concubini, adulteri pubblici o nascosti, di cui vi sia sospetto, non ce ne sono, che io sappia. Non ci sono inoltre pubblici peccatori, né scomunicati, né interdetti. Giocatori inoltre, che possano veramente dirsi “giocatori” non ce ne sono: è vero che ci sono alcuni giovani figli di famiglia che nel tempo delle celebrazioni molte volte giocano con “pilis” o con quel gioco che è volgarmente detto “alla morra”, o in altro modo. Violatori delle feste, che possano essere detti tali, non credo che ce ne siano, anche se tra gli uomini ci sono molti che non partecipano alla dottrina cristiana (ai vespri della domenica). Le superstizioni inoltre, che una volta erano molte, con l’aiuto di Dio sono quasi tutte estirpate, tranne quella che comunemente si fa in questi luoghi nella prima domenica di quaresima, quando girano per campi, vigne e prati con fascine di paglia (sembra accese) a chiamare con queste forme: paiarol, rol, rol, fuora fiat, fuora vol (…) et mangia la granaia (?), pensando in questo modo di distruggere gli animali che danneggiano i frutti della terra. E quello che è fatto da molti ragazzi l’ultimo giorno di febbraio, quando bussando alle porte di tutti gli abitanti con campanelle e altri strumenti e gridando con queste parole: bonasìra calende di marzo, ecc. ritengono che in questo modo chiamino al risveglio la terra, perché faccia spuntare e germini l’erba.” E il buon parroco si sottoscrive così: “Io, prete Antonio Scarsi, parroco di Stazzona, della Pieve di Villa, del terziere superiore della Valtellina, Diocesi di Como.

Vecchie foto: Spini Maria con la sorella Teresa

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IL PATER DEI NOSTRI NONNI

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uesti testi partono da una vecchia ricerca scolastica recuperata da Lidia Moratti, che li ha anche ordinati e classificati, e presenta alcune varianti, testimoniate da Tarcisio Tognela e Rita Moratti, e devono la paziente stesura finale alla passione di Samuele Valbuzzi. Alcune difficoltà le troviamo nella trascrizione, perché il dialetto non ha sempre i caratteri grafici adeguati ai suoi suoni, ma sicuramente chi conosce ancora un poco di dialetto non avrà alcun problema. Certamente alla originalità e spontaneità del linguaggio dialettale si affianca il rispetto per lo spessore religioso dei testi e per alcune formule quasi liturgiche, che non ne sminuiscono il carattere quasi famigliare, alla buona, che molto più risalta nel dialetto che era parlato allora in ogni casa, come se proprio ai Santi, alla Madonna e al Signore ci si rivolgesse come a persone di casa, con familiarità, quasi aspettandosi da loro una risposta semplice, alla buona, magari anche quella in dialetto.

Preghiere della sera AL DURMI’ Al durmì che mi num vó (m’an vó) e al levà che mi nul só la mè anima a chi la dó? La dó a Diu ca ’l faghi na crus santa sul me vis, föch, i nemis, cativa cumpagnia brüta cosa töt da lì Gesù Cristu a pröf a mì. Requie e pós (pas) a li animi d’i nos pór mort. SIA LUDA’ Sia ludà e ringrazià ’l Signur e la Maduna, i Sanc’ e li Santi dal Santu Paradis, San Giüsef e ’l me Angel Custódi, parchè i m’à custudì stu bun dì e i ma custudisi anca sta buna nocc. I ma cunservi ’n pàs, ’n carità ’n grazia di Diu. Amen. ACQUA SANTA Acqua santa che mi bagni, Gesù Cristu al ma cumpagni, ’n buna strada e ’n buna via,

Vecchie foto: la famiglia Comolatti

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Gesù Cristu ’n cumpagnia. Brüta cos via da mì. Gesù Cristu ’nsema a mì. Requie e pàs anca a l’anima d’i nos pór e benedett mort. Così sia.

O GESÙ BAMBIN O Gesù Bambin, bel angel tra i angei, cunsula i aflit, prutesc tücc i orfan e ti, mio bel bambin dulcisim, Gesù, cun la to santa grazia fa che mi pèchi più.

CAR SIGNUR Car Signur, mi só ’l vos Tugn, vu savì quel che mi gó besugn, a stu munt e p’anca a l’ótru, ’m büti giù e disi ótru. Però disaró ’n Patar e Ave Maria e ’l Signur al ma darà la grazia da salvà l’anima mia.

A’M RACUMANDI AL SIGNUR A’m racumandi al Signur a la Maduna, al me Angel Custódi, al Sant dal mè num, al Sant ch’al cur ancö, ai Sancc e a li Santi dal Santu Paradis. Cun pensé e cun paroli o facc e dicc fin’a quest’ura present. Onnipotent Idiu al ma perduni i mé pecà e l’abbia pietà.

CAR SIGNUR (altra versione) Car Signur mi só ’l vos Tugn. Mi su quel ca ga n’à da besugn, a stu munt e pö anca a l’ótru. Andó an dal lécc e disi ótru.

Vecchie foto: primi anni Sessanta, di ritorno in processione dalla chiesa della Madonnina

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Vecchie foto: anni Ottanta, sulla porta del salone dell’oratorio

fin al punt da la morte mia. Così sia.

Preghiera del mattino A’M RACUMANDI A DIU

Per le anime del purgatorio

A’m racumandi a Diu, a la Maduna, a tücc i Sancc e li Santi dal Paradis, al mè Angel Custódi, a San Giüsef, al Sant dal mè num, ch’i m’à custudì sta nocc, i ma custudisi stu bun dì an pàs, an carità e ’n grazia di Diu.

SIA RACUMANDA’ Sia racumandà a sti uraziun che mi disi, tüti a unur e gloria di Diu, ’l sufragiu dali animi dal Pürgatóri, ca li spécia ’l bé da notri. Che ’l Signur e la Maduna glia porti al Santu Paradis; ca li pödi pregà par notri ch’an vif e ’n möri tücc an grazia di Diu.

Atto di dolore SIGNUR MIO GESÙ CRISTU Signur miu Gesü Cristu mi pento e mi dolgo da tücc i mé pecà parchè ò ufés e strapazà quel Diu iscì bun e grant cuma si vu. Par l’avignì vurisi piutóst murì che amù ufénduf. Gesü, Giüsef e Maria ’n buna strada e ’n buna via, i ma cumpagni l’anima mia

A SANT’ABUNDI A Sant’Abundi ca ’l ma salvi da ogni disgrazia da anima e da corp, ca ’l tegni la so mà süla testa dai nos piscian vecc e granc’.

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CONTRADE SCOMPARSE

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na volta era in mezzo a prati, campi, frutteti e selve, di cui restano tracce nei tanti muretti e nei tronchi dei grandi castani più che centenari quasi soffocati ormai da ciliegi, faggi, pioppi e piante cedue di tutti i tipi; oggi è immersa nell’ombra di queste piante, d’estate, e come chiusa tra le fitte sbarre di questa vegetazione che la imprigionano in autunno e in questo inverno che tarda a portare la neve: questa è la piccola contrada del Bula, poco sopra Marascia e poco sotto Marto di dentro, unita a questi luoghi una volta da una stretta mulattiera, ora collegata anche da strade silvestri di discreta larghezza e comodità. Una contrada però praticamente disabitata, collocata su una piccola piana, esposta al sole e con vista, ora impedita dalla vegetazione, su tutto il territorio di Villa e su parte della valle sia verso Tirano che verso Bianzone e Tresenda. In fondo praticamente la stessa bella vista che si gode da San Rocco, che non è molto più in alto. Pur essendo sempre difficile in generale cercare origine e motivazione dei nomi dei luoghi (quante congetture ad esempio per Marto e Trivigno!), il nome della contrada è un probabile riferimento ad una sorgente d’acqua, situata proprio sotto la prima casa della contrada verso ovest, casa che porta, anche se un poco scrostata, ma sempre ben visibile, la denominazione ufficiale: Contrada Bula. “Bulla” in latino, ma probabilmente secondo alcuni studiosi anche in qualche lingua prelatina, era il nome che si dava ad ogni fontana o ad ogni sorgente, e “büi” in dialetto indica ancora ogni fontana, ed è passato in altri nomi di località, come Buglio al Monte, in bassa Valtellina.

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Fatta questa ipotesi però resta il fatto che tutte le famiglie storiche della contrada di cognome erano Fiorina, anche se in fondo si tratta di tre principali nuclei famigliari: quello di Pietro, di Giacomo e di Iacum Bulìna (anche qui c’è traccia del nome della contrada); quest’ultima famiglia abitava le case centrali della contrada, tagliate a metà per il lungo da uno stretto sentiero in cui passavano al pelo i campacc. Questo gruppo di case però, come la prima casa già citata, sono ora in grave stato quasi di abbandono, dal momento che i tetti di anno in anno rischiano il crollo, appesantiti anche dalla caduta degli alberi sovrastanti. L’unica casa con il tetto rifatto è quella di Adriana, casa che precedentemente era abitata dalle famiglie di Margherita Bula e di Livio Fiorina, che aveva imparato il mestiere di calzolaio da Lüis Burumìn. Come già anticipato, attorno alla contrada c’erano prati, campi di patate, di segale e, a seguire, di grano saraceno. Anche qui, come a Marto, si risiedeva quando era finito l’alpeggio (in Trivigno), prima di farsi un paio di mesi a Stazzona, nei giorni più freddi, per poi risalire con animali, attrezzi, e tanta buona volontà a coltivare la terra, fertile comunque per il notevole contributo fornito in abbondanza dalle mucche, sia a tirare l’aratro, che a produrre concime, oltre che latte. Alle mucche facevano compagnia, come in tutte le altre contrade, le galline, i maiali e qualche pecora. Soprattutto per le mucche gli anni trenta del secolo scorso hanno portato qualche cambiamento, perché, essendo venuta a mancare l’acqua della sorgente, a causa, o in concomitanza dei lavori per le gallerie della centrale di Stazzona, due volte al giorno si dovevano fare una passeggiata in basso, a livello della Marascia, per potersi abbeverare, cosa che comunque costringeva anche le famiglie ad un supplemento di passeggiate col “bagiul” per le esigenze delle cucine. Di tutti i termini dialettali non sempre diamo la traduzione, per non to-

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gliere lavoro ai pochi nonni che ancora il dialetto lo sanno o lo parlano. Ma io personalmente, anche se con amarezza, sono convinto che il nostro dialetto sia ormai una lingua in via di estinzione. Sicuramente le castagne erano una buona base per la alimentazione, ma proprio al Bula troviamo sia per le castagne, che per la “biava” e per le mele, la capacità di aggregarsi per la lavorazione (c’era un locale di uso comunitario per battere la “biava”, e c’erano dei locali appositi per la conservazione delle patate o delle mele, che, per la quota e le condizioni climatiche, si prestavano per una lunga conservazione): le patate erano ottime per essere utilizzate per la semina successiva nel piano, perfino nelle terre della campagna di Bianzone, e le mele erano piccole mele rosse saporite: “pumìn rùs”. Da non dimenticare anche le buone ciliegie (galgiùn) che avranno fatto la gioia almeno dei più giovani. Giovani e vecchi poi la domenica, d’estate, andavano qualche volta a messa a San Rocco, altrimenti a Stazzona, dove ci si fermava magari anche per il vespro. I ragazzi delle scuole poi scendevano tutti i giorni a Stazzona e al ritorno, alle quattro del pomeriggio, si trovavano in compagnia con quelli di San Rocco per fare la strada e risalire insieme. Il mezzo di trasporto più usato, assieme al gerlo, era il campacc, e qualche volta la priala, che scendeva da Trivigno “dré al risc” fino a Stazzona; fu proprio con una priala che nel 1917, poco più che cinquantenne fu trasferito da Trivigno al Bula Pietro Fiorina, che si era sentito male, e che purtroppo al Bula morì, concludendo su un povero carro il suo ultimo viaggio fino a Stazzona. Ma la vita, come in tutte le contrade, era dura in generale, e l’alimentazione era spesso una alternanza di polenta e minestra di duméga, cotte magari in qualche bassa cucina, con l’acqua che gocciolava dai crap su cui poggiava la casa, come ricordavano ad Adriana Fiorina. raccontandole di sua nonna vicino al focolare. Dei Fiorina poi si fa ampia memoria anche nei documenti della Cappellania di San Rocco, per la partecipazione dei capifamiglia alle decisioni che riguardavano la chiesa, i suoi benefici, o l’acquisto delle campane. A proposito però del cognome, occorre fare una precisazione: nello stato delle anime di Stazzona del 1646 troviamo due sole famiglie Fiorina (Florina sono dette allora): la prima è quella di Domenico, di 71 anni, con la moglie Caterina, il nipotino Domenico e il “famiglio” Bartolomeo de Pasinis, e la seconda è quella di

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Vecchio aratro in legno e l’interno di un’abitazione

Antonio Florina, di 27 anni, con un fratello, una vedova di Aprica, e due bambini, Giovanni e Giannina. Con l’ottocento però le famiglie Fiorina sono più numerose, e il parroco Don Niccolò Zaccaria le distingue in due gruppi: una parte con il cognome Fiorina, residenti a San Rocco e poi a Stazzona, e una seconda parte con il cognome Fiorina Bola, e il doppio cognome ci indica con chiarezza dove abitavano.

La casa verso ovest con la scritta sul muro del nome della contrada

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GIUDITTA FEDE PROFONDA E CORAGGIO DA VENDERE

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uella che vogliamo raccontare è la storia di un quadro che assieme a quello di Ester ornava il presbiterio della chiesa della Madonnina, e che, per evitare che pure lui fosse rubato, è stato per circa quarant’anni posto al sicuro, fino a quando abbiamo deciso di farne alcune fotografie, perché si possa vedere quasi come dal vivo e quasi come era due secoli e mezzo fa. Ma ci è sembrato bello, oltre che interessante, cercare di comprenderlo, interpretarlo, e capire come mai proprio questo quadro, in fondo abbastanza strano e un po’ “noir”, fosse così importante per la chiesa della Madonnina e quindi per la figura e la storia di Maria di Nazareth. Prima di tutto occorre tenere presente che anche questo quadro, come quello di Ester, dipinge la vicenda centrale della storia di una donna che da sola, con coraggio, salva il suo popolo. Il dipinto infatti è centrato sulla scena di Giuditta che depone nel sacco della sua serva il capo del generale nemico Oloferne, e tutta la storia è narrata, anche se in modo che oggi diremmo un poco letterario e un poco meno storico, da uno scrittore di forse due secoli prima di Cristo, che cerca di capire e di far capire come il filo di tutta la vicenda sia dipanato dal Signore, e come l’episodio di Giuditta sia un esempio di come l’unica salvezza venga proprio da lui attraverso chi in lui con forza e determinazione crede e in lui solo pone tutta la sua fiducia e il suo agire. Dipingere questa vicenda in un quadro voleva dire portare i fedeli di Stazzona a cogliere il cuore di questa vicenda, che non avrebbero certo potuto leggere in una Bibbia rigorosamente in latino, e alla quale le immagini invece portavano con facilità, invitando alla osser-

Foto in bianco e nero del dipinto di Ester

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vazione e aiutando alla riflessione, ambedue oggi merci rare per la costante crescita di immagini, che invece di parlarci, ci soffocano. Ma quale è la storia di Giuditta? Il libro di Giuditta, in una quindicina di capitoli, narra del re assiro Nabucodonosor (e la cosa è un poco anacronistica, ma pazienza) che di colpo, come fanno di solito i tiranni e i loro seguaci, decide di invadere i territori di quei popoli che si rifiutano di aiutarlo nella guerra contro i Medi. Nabucodonosor non è certo dipinto come un mollaccione, soprattutto quando ordina al suo generale in capo Oloferne di riempire dei cadaveri dei nemici le loro vallate, i loro torrenti e i loro fiumi fino a farli straripare. Oloferne ubbidisce, organizza un esercito di 120.000 fanti, ci aggiunge 12.000 cavalli e cavalieri e parte, devastando tutta la mezzaluna fertile, passa l’Eufrate, attraversa la Mesopotamia, distruggendo e sterminando, appiccando incendi, depredando il bestiame, usando cioè tutto l’armamentario classico che l’uomo civilizzato di oggi purtroppo non ha ancora dimenticato. Arriva verso Damasco al tempo della mietitura del grano e qui dà fuoco a tutti i campi, stermina le greggi e passa a fil di spada tutti i giovani (sembra la povera tragica storia della Siria dei nostri giorni). Mentre però tutti gli altri popoli, terrorizzati, mandano ambasciatori a trattare la resa, mentre Oloferne demolisce tutti i loro templi e ordina a tutti di sottomettersi acclamando Nabucodonosor come un Dio, il piccolo popolo di Israele, da poco tornato dalla prigionia (abbiamo già detto che il narratore non cura al millimetro la storia), quando sente cosa fa Oloferne, è costernato. Israele soprattutto, fedele al comandamento “non avrai altro Dio

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fuori di me” non avrebbe mai accettato un qualsiasi Nabucodonosor come suo Dio. Pronti a difendersi, gli Israeliti occupano tutti i valichi di frontiera e i passaggi stretti che possano difendere, e contemporaneamente si mettono “con fervida insistenza a levare il loro grido a Dio”. Si cingono i fianchi con tela di sacco, donne, uomini e bambini, si cospargono il capo di cenere (un gesto da sempre penitenziale e quaresimale): “Il Signore pose l’orecchio al loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e in Gerusalemme” . Così narra il libro di Giuditta. Ma quando Oloferne viene a sapere che gli Israeliti si preparano alla guerra e non alla sottomissione, “monta in grande furore”, convoca i suoi consiglieri, perché vuol capire come mai quel piccolo popolo non voglia sottomettersi a lui “a differenza di tutte le popolazioni dell’occidente”. Qualcuno fa notare ad Oloferne che se Dio sta dalla parte di Israele è forse meglio passar sopra alla faccenda, per non rischiare di farci anche una brutta figura. Oloferne, come tutti i presuntuosi e prepotenti di questo mondo allora sbotta: “Che altro Dio c’è fuori di Nabucodonosor? Si spazzano via, si incendiano le loro case, i loro monti si ubriacheranno del loro sangue e i loro campi si riempiranno dei loro cadaveri…” La città al centro della contesa è la città di Betulia (non identificabile, ma il nome può essere simbolico) e l’esercito di Oloferne intanto è cresciuto fino a 170.000 uomini, sempre

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però ccon i suoi 12.000 cavalieri “senza contare – dice il narratore – gli addetti ai servizi e molti altri uomini a piedi con loro”. Gli Israeliti, quando vedono tutta questa moltitudine, restano costernati, mentre Oloferne, per non perdere uomini, decide di assediare la città, occupa gli acquedotti e le sorgenti delle acque “così cadranno sfiniti dalla fame e dalla sete, e prima che la spada arrivi su di loro, saranno tutti belli stesi nelle piazze, fra le loro case”. “Allora gli Israeliti alzarono suppliche al Signore loro Dio, con l’animo in preda all’abbattimento”: le cisterne erano vuote, l’acqua razionata, i bambini cominciavano a cadere sfiniti, le donne e i ragazzi venivano meno per la sete e cadevano nelle piazze della città. Qualcuno allora comincia a suggerire: ”Non c’è più nessuno che ci possa aiutare…è meglio che ci arrendiamo, diventeremo loro schiavi, ma almeno potremo vivere e non vedremo con i nostri occhi la morte dei nostri bambini, né le donne e i nostri figli esalare l’ultimo respiro…” Alla fine allora si decide di provare a resistere ancora al massimo cinque giorni e “in questo tempo il Signore Dio rivolgerà di nuovo la sua misericordia su di noi. Non è possibile che ci abbandoni fino all’ultimo”. Così decidono, ma non fanno i conti con Giuditta, che qui entra in scena. Era vedova da tre anni (il marito si era preso un’insolazione durante la mietitura dell’orzo), ma era ricca, bella e devota: il marito infatti “le aveva lasciato oro, argento, schiavi e schiave, armenti e terreni”. Ebbene, proprio Giuditta contesta la decisione dei capi della città di arrendersi ai nemici, se il Signore non interverrà; in fondo a lei sembra in un certo senso un ricatto nei confronti di Dio: “Come potete scrutare il cuore del Signore e conoscere i suoi pensieri e comprendere i suoi disegni? Attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, e ricordiamoci di quanto ha già fatto con Abramo, Isacco, Giacobbe…” I capi della città le consigliano di pregare per loro e per tutta la città (cosa altro poteva fare una donna? avranno pensato) ma Giuditta dice chiaramente: “Voglio compiere un’impresa che passerà alla storia: uscirò dalla città questa notte con la mia ancella e entro i cinque giorni il Signore per mano mia provvederà a salvare Israele.” Giuditta ha deciso così di mettersi in gioco, e si rivolge al Signore: “Tu hai disposto le cose presenti e future e ciò che hai predisposto si è avverato… gli Assiri si sono gonfiati nella loro potenza e si vantano delle loro armi…non sanno che tu sei il Signore… mira la loro superbia, metti nelle mie mani di vedova la forza di compiere ciò che ho progettato… abbatti la loro tracotanza per mano di una donna…tu sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il difensore dei deboli, il protettore dei derelitti, il salvatore dei disperati”. ( A chi di noi non viene in mente il canto del Magnificat?). E poi si mette in pista. Si toglie gli abiti del lutto e della penitenza, si veste e si profuma come si deve, prepara vino, olio, fichi secchi, pane, e mette tutto nel recipiente in cui poi riporterà a casa la testa di Oloferne, dà il sacco alla sua ancella e parte, mentre dalle mura della sua città gli uomini la seguono con trepidazione fino a quando scompare alla loro vista. Quando arriva all’accampamento di Oloferne racconta bellamente la frottola che sta scappando dalla sua città per mettersi sotto la protezione dei nemici, sicuri vincitori, che, vedendola così carina, non chiedono di meglio, e la conducono dal Generale.

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Rappresentazione dei ragazzi nel salone dell’oratorio nei primi anni Ottanta. Il dipinto fa da sfondo

Lo stesso generale, stupito e abbagliato dalla sua bellezza, e sufficientemente credulone (tanto può il fascino femminile) la invita a cena per ben tre sere, e la quarta sera “il cuore di Oloferne rimase estasiato e si agitò il suo spirito: molto grande era la sua passione per lei…si dilettò della presenza di lei e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto in un solo giorno da quando era al mondo…rimase sola Giuditta nella tenda con Oloferne, buttato sul divano, ubriaco fradicio”. Allora Giuditta prega il Signore di darle coraggio, stacca la scimitarra del generale dalla colonna del letto, “afferrò la testa di lui per la chioma e con tutta la forza di cui era capace…” zac! “poi consegnò la testa di Oloferne alla sua ancella, la quale la mise nella bisaccia dei viveri e uscirono tutte e due”, poiché avevano avuto il permesso di allontanarsi indisturbate per fare le loro devozioni. Quando arriva in città con il trofeo il suo popolo non sta più nella pelle e il gran sacerdote esplode in una lode di benedizione: “Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo, più di tutte le donne che vivono sulla terra (l’eco di questa benedizione riecheggia due secoli dopo nell’ave Maria). E qui lasciamo il racconto, perché chi ne è rimasto contento possa seguire da solo sulla Bibbia la fuga precipitosa dei nemici, l’inseguimento vittorioso degli Israeliti, e tutte le feste e i canti di gioia e di lode e di benedizione: “Grandi cose hai operato per Israele, sii benedetta sempre dall’onnipotente Signore”, parole di benedizione che spiegano ampiamente come la vicenda di Giuditta sia letta e interpretata in trasparenza sulla vicenda di Maria di Nazareth che con coraggio ha preso in mano la sua vita e preso in grembo il Figlio che porterà a tutti gli uomini la salvezza.

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IMAGO PIETATIS

C

hi di noi non ha mai visto, da quando ha messo piede la prima volta nella nostra chiesa parrocchiale, quello stretto dipinto, quasi soffocato a destra e a sinistra tra due lesene, realizzate nel 1690 durante il rifacimento del tetto della chiesa e la costruzione della volta in muratura? I muratori che hanno alzato quelle lesene e i pilastri per innestarvi la volta non hanno avuto il coraggio di distruggere l’immagine di Gesù, che un po’ sbadatamente forse, o con una certa leggerezza abbiamo identificato con la figura dell’ “ecce homo” di pilatesca memoria, quel povero Cristo flagellato che Pilato cercò fino all’ultimo di salvare, inutilmente, dalla morte in croce, presentandolo ormai allo stremo davanti alla folla dei suoi accusatori. Invece nella bella presentazione fatta a Madonna di Tirano nella quaresima del 2015 da parte del direttore dell’Ufficio di Arte Sacra della Diocesi di Como, si è definitivamente chiarito e spiegato qual è il tema di questa pittura e di tante altre simili, presenti anche in altre chiese valtellinesi: si tratta prima di tutto di uno dei dipinti più antichi presenti nella nostra chiesa, e si tratta di un dipinto che rappresenta la “Imago pietatis”, cioè la figura di Cristo in una situazione che ci pare difficile capire; infatti Gesù è raffigurato in piedi, ma dentro il suo sepolcro, accompagnato da tutti i segni e gli attrezzi della sua crocifissione, dalla piaga del costato trafitto, alla lancia, alla scritta sulla croce, e a quegli altri attrezzi che facevano sicuramente parte del dipinto prima che i lavori di muratura lo tagliassero sui lati, salvando solo il gomito destro, per cui è stata ricavata una nicchia nella lesena. Si tratta quindi della figura di Cristo che ha già vissuto le tappe della sua passione, fino alla morte

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In basso il sepolcro e, sulla sinistra, la lancia


in croce, ma che si erge già risorto, in piedi nel sepolcro, vivo, ad occhi aperti. È un tipo di raffigurazione che comincia a diffondersi in Europa proprio verso il 1400 (il secolo di fabbricazione della nostra chiesa), ma che trova poi molte ripetizioni anche nei secoli successivi, come si può vedere sopra il portone d’ingresso del Santuario di Madonna, del secolo sedicesimo. Non a caso questa immagine quindi la possiamo vedere andando proprio a Madonna di Tirano, dove è scolpita in marmo, e dove è completa; sotto questa scultura passavano tutti i pellegrini che dalla metà del ’500 facevano tappa in questo Santuario, nel cuore delle Alpi, pas-

sando dalle terre tedesche alle terre italiane per raggiungere Roma. Uscendo poi dallo stesso portone, all’interno, proprio sopra la porta, potevano invece vedere la raffigurazione di una altra immagine di Cristo, il suo volto sofferente, ancora oggi associato al nome della Veronica, che con il suo lino deterse il volto del Signore che vi rimase impresso, e che secondo la tradizione era quello conservato a Roma, dove i pellegrini si dirigevano proprio per ammirare il volto del Salvatore. Così nella visione del volto di Cristo si concludeva la fatica del pellegrino “romeo”, e il suo pellegrinaggio riassumeva e simboleggiava anche tutta la fatica di una intera vita orientata alla salvezza, cioè in fondo all’abbraccio del Cristo, meta gioiosa e finale ancora oggi della vita di ciascuno. Un’ ultima riflessione ci porta questa immagine da cui siamo partiti, questa “Imago pietatis”, ritta nel sepolcro, con i segni della sofferenza, cioè in fondo della misericordia di Dio, del suo amore per l’uomo, della condivisione anche delle sofferenze dell’uomo. Questa immagine infatti frequentemente era associata a quelle istituzioni particolari che proprio dal 1400 si stavano diffondendo, e che erano i Monti di Pietà, che si organizzavano in molte parrocchie o attorno alle confraternite, e che svolgevano un ruolo assistenziale, venendo incontro alle difficoltà e ai problemi dei più poveri, realizzando concrete opere di misericordia, prestando in anni difficili fieno e sementi a chi non avrebbe altrimenti potuto seminare, o anche solo passare l’inverno. La figura del Cristo che prende su di sé le sofferenze dell’uomo diventa per queste piccole strutture il modello di comportamento e la ragione profonda per cui motivare e operare gesti di misericordia nel reale tessuto della storia umana.

L’angolo della lesena con il gomito del Cristo

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LA DOMANDA

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Il cartiglio ora illeggibile

na domanda si ponevano i restauratori, circa quindici anni fa, quando vicino al portone della chiesa parrocchiale aprivano il piccolo locale, chiuso da una porticina e adibito a ripostiglio, e portavano alla luce del sole un affresco di discrete dimensioni, che riempiva quasi tutta la parete di fondo di un vano che si apriva con un unico grande arco sul sagrato della chiesa. La prima domanda era: perché questo vano era stato chiuso? Quando è stato chiuso? A che cosa serviva? Ma la domanda più insistente è stata subito questa: che cosa rappresentano le figure dell’affresco della parete di fondo, grandi, ben dipinte, molto espressive, anche se per tanto tempo nascoste e in parte erose e ammuffite? Ci hanno pensato un bel po’ i restauratori, è passato anche qualche studioso straniero, che ha fatto anche un mucchio di fotografie, ma da allora comunque nessuno si è azzardato a tentare di dare una seppur piccola interpretazione. Allora mi sono deciso e sono andato a “rugare” tra le duecentocinquanta fotografie relative ai documenti di Stazzona che avevo fatto l’anno prima


L’ossario di Santa Cristina e l’arcangelo San Michele con la sua bilancia

nell’archivio della nostra diocesi a Como, dove sono conservati tutti gli scritti delle visite pastorali dei vescovi alle parrocchie almeno negli ultimi seicento anni. Così ho cominciato a sapere: per tutto il 1600 i vescovi parlano di qualche tomba sul pavimento della chiesa, parlano di un cimitero attorno alla chiesa stessa, e di un ossario che a fianco della chiesa dà sul cimitero; poi, per mettere una ciliegina sulla torta e per far vedere che hanno ispezionato bene, tirano le orecchie ai parroci perché non provvedono a far mettere una bella croce di legno in mezzo al cimitero stesso (più o meno dove adesso pianta le sue radici la castagna d’India). Allora una prima osservazione era facile: non essendo ancora stato costruito il successivo ossario, fuori dal cimitero e vicino all’orto della casa parrocchiale, questo doveva essere il primo ossario della nostra parrocchia. Di quello nuovo si parla solo dopo il 1700, quando i vescovi notano che le tombe nel cimitero sono poche, mentre all’interno della chiesa, sotto il pavimento le tombe sono ben cinque, e devono essere abbastanza spaziose (tra l’altro ci sono ancora tutte) perché una è riservata ai preti, una ai confratelli, una ai bambini piccoli, una alle donne e una agli uomini, rigorosamente separati, per quella che io ritengo una prudenza sicuramente esagerata. Ma allora, se si tratta del primo ossario della nostra parrocchia, che cosa rappresentano i dipinti? Abbiamo gli esempi dei dipinti (un po’ deteriorati) e delle frasi belle chiare e un po’ minacciose del nuovo ossario, e abbiamo anche a Santa Cristina i dipinti semplici, un po’ naif, ma molto significativi del piccolo ossario vicino a quella chiesa, eseguiti forse da un pittore locale, ma che meritano comunque una bella visita. Un piccolo particolare notato dai restauratori, nel nostro ossario quasi scomparso, ma in quello di santa Cristina bello evidente, è la scena della figura dell’Arcangelo Michele che tiene in mano una bilancia con cui, in concorrenza col diavolo, che di suo comunque bara alla grande, pesa le anime dei defunti, per stabilirne la destinazione. A Stazzona di questa scena rimane ben poco, forse solo lo scuro mantello di quel baro. Ma la domanda fondamentale riguarda l’affresco di fondo, diviso in almeno due parti dalla porticina che portava al piano terreno del campanile, e che da secoli era stata murata. L’unico appiglio che ci poteva aiutare era il “cartiglio”, cioè la striscia bianca srotolata da un angelo che normalmente riportava un qualche testo scritto, ora assolutamente scomparso, cancellato dal tempo. Non resta che cercare e fare qualche ipotesi, visto che non si può arrivare ad alcuna certezza, e l’idea che mi è venuta è del tutto pellegrina, e non sostenuta da alcuna documentazione: però, guardando soprattutto quell’intreccio di mani così evidente e strano, e cliccando qua e là sul computer tra le immagini dei santi, l’unico anello di collegamento che ho trovato finora

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l’ho trovato proprio con i dipinti antichi (il nostro avrà tranquillamente 500 anni) che raffigurano S. Tommaso invitato e guidato con le sue mani da Gesù risorto a porre le sue dita nella piaga della sua ferita. Non sarebbe per nulla in contraddizione una scena di questo genere, dipinta secondo me da un pittore di buon livello, con la sua collocazione in un ossario il cui tema principale, la cui ragione di esistere sta nella certezza della risurrezione a vita nuova di tutta la persona, del trionfo della vita sulla morte, dopo il primo e definitivo trionfo di Cristo che la morte l’ha sconfitta per sempre.

IL NUOVO CROCIFISSO

I

l giorno 14 del mese di settembre, il giorno in cui si festeggia l’esaltazione della Santa Croce, don Giovanni, invitato dagli abitanti della contrada di Mangutto e Foppa, ha benedetto il Crocifisso posto dove c’era già precedentemente un’ altra croce, rimossa tanto tempo fa, perché ormai logorata e disfatta dagli anni, in località Stalle. La pregevole opera è stata realizzata da Andrea Fanchi, e al manufatto è stato poi aggiunto il Crocifisso. Al termine della benedizione c’è stato un momento di festa conviviale, prima del ritorno a casa. Ci sembra bello e significativo che, proprio negli stessi giorni in cui nella nostra provincia, a Livigno, diverse croci venivano bruciate e divelte in modo dissacrante, la nostra piccola contrada abbia riaffermato la sua identità cristiana, segnata da quel simbolo che sempre lungo i secoli ha accompagnato il cammino e orientato la vita dei nostri antenati abituati ad andare quasi tutti i giorni su e giù con fatica lungo le nostre vecchie mulattiere. Mirco Tognela

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RENDICONTO ECONOMICO ENTRATE

Offerte per servizi liturgici: funerali, battesimi, cresima, matrimoni Benedizione pasquale famiglie Vendita torte (sant’Abbondio e Dedicazione della chiesa) Offerte domenicali e candele votive Offerte da parte di privati Offerte per celebrazioni sante messe Casa san Rocco Rimborso Enel Offerte per le missioni diocesane TOTALE ENTRATE

€ 3.550 € 3.515 € 2.490 € 7.846 € 2.393 € 3.140 € 1.032 € 193 € 870 € 25.029

USCITE

Contributo Curia vescovile Servizio del parroco Compenso ad altri sacerdoti Spese per la liturgia: fiori per la cresima alla Madonna del Piano Gasolio per riscaldamento chiesa e casa parrocchiale Assicurazione Ricordi cresima, anniversari matrimoni e sussidi quaresima Stampa resoconto parrocchiale Manutenzione campane Bollette luce elettrica chiese e casa parrocchiale Bolletta acqua Quotidiano “Avvenire” Spese per stampa avvisi domenicali anni 2014-2015 Spese per feste chierichetti Offerta per le missioni diocesane TOTALE USCITE

€ 197 € 2.400 € 350 € 100 € 4.100 € 886 € 445 € 1.800 € 130 € 2.473 € 24 € 50 € 3.050 € 70 € 870 € 16.945

Tutta la comunità parrocchiale è riconoscente per il contributo offerto con passione e disinteresse per ogni attività, dal canto ai fiori, dalla pulizia alla catechesi e ai rinfreschi; questa disponibilità ci ha permesso di avere qualche risorsa in più. Speriamo di utilizzare quanto abbiamo a disposizione per tre interventi che riteniamo abbastanza urgenti: l’elettrificazione della finestra della sacrestia, che ora si può aprire e chiudere solo con l’aiuto e il rischio di una scaletta traballante, l’impianto di allarme della casa parrocchiale, che ci è stato caldamente consigliato durante la visita pastorale, la sistemazione del tetto della cappella del Fatigado, alla Madonnina, che fa acqua da tutte le parti.

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Resoconto 2015  

Bollettino della parrocchia di Sant'Abbondio di Stazzona (SO) Marzo 2016

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