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Figura 2. Timeline storico filosofico – estetica dal brutto storico al cattivo gusto in divenire

2.1. Il brutto classico Socrate e Platone «non essenza», quale contrario a Kalokagathia. Nello specifico Socrate attribuisce alla «non essenza» i significati di brutto, cattivo, terreno imperfetto e a Kalokagathia quelli di bello, buono, divino e perfetto

Aristotele: nel brutto terreno è ravvisabile la capacità dell’uomo di asservire il corpo alla volontà della mente

Il concetto di brutto inizia ad essere preso in considerazione solo nel 400 a.C., quando i filosofi ellenici introducono e disquisiscono il tema del «sentimento misto»7 che nasce dalla percezione relativa di brutto e bello. Il bello in epoca classica era definito Kalokagathia, ovvero summa inscindibile di bello estetico (kalòs) e buono etico (agathòs), a cui tutte le riproduzioni scultoree umane si rifacevano in termini di giuste proporzioni. Proprio dalla riproduzione di queste opere d’arte, non sempre realizzate secondo i canoni predisposti, si cominciò a parlare di brutto estetico e relativismo etico. Tra il 400-300 a.C. il maestro oratore Socrate e l’allievo Platone coniano il termine «non essenza», quale contrario a Kalokagathia8. Nello specifico Socrate attribuisce alla «non essenza» i significati di brutto, cattivo, terreno imperfetto e a Kalokagathia quelli di bello, buono, divino e perfetto9. Solo tra il 300-400 d.C. Aristotele afferma per la prima volta il concetto di bello del brutto. Egli riprende la filosofia di Platone, ma asserisce che in ogni «non essenza» c’è della Kalokagathia, in quanto nel brutto terreno è ravvisabile la capacità dell’uomo di asservire il corpo alla volontà della mente. Un’icona artistica, applicazione concreta delle teorie filosofiche espresse da Aristotele, è ravvisabile nel gruppo scultoreo del 7  Termine teorizzato solo nella metà del Settecento dal tedesco Moses Mendelssohn. Cfr. Franzini, E. Mazzocut, M. - MIS (2003), I nomi dell’estetica, cit., pp. 90-92. 8  Ibidem, p. 89. 9  Eco, U. (2007), Storia della bruttezza, Milano, Bompiani, p. 24.

Laocoonte con i figli, anche se realizzato in un periodo storico successivo a quello classico (175-150 a.C. circa) da Agesandro, Atenodoro e Polidoro di Rodi. La scultura ripropone uno spaccato di un racconto dell’Eneide di Virgilio in cui si narra la drammatica vicenda del sacerdote troiano addetto al culto di Apollo, il quale, dopo aver colpito il famoso cavallo di troia per svelare ai suoi concittadini l’inganno, viene assalito e soffocato con i figli da due serpenti marini inviati da Athena e Poseidone. Sull’orribile grido delle tre vittime si trovano diverse disquisizioni da parte di filosofi antichi ed esteti contemporanei. In sintesi molti affermano che il dolore fisico antiestetico (brutto) non si esprima nel grido a squarciagola, ma in tre corpi contriti perché sublimati dalla razionalità umana etica (bella).

Laocoonte con i figli

2.2. Il brutto medievale, rinascimentale e barocco Nella fase successiva a quella classica viene perseguita la via tracciata da Aristotele in quanto si caratterizza per un progressivo piacere dovuto al rilascio del bello canonico a favore del brutto estetizzato. Nel Medioevo, il brutto nell’arte viene considerato quale mancanza di bene, tant’è vero che esso è esplicitamente ravvisabile nelle opere d’arte religiose raffiguranti contesti e personaggi infernali di tutte le religioni e in tutto il mondo10. La denotazione era così forte che nelle prime rappresentazioni cristiane gli artisti rappresentavano Cristo e i martiri nella loro divina insofferenza al fine di evitare una connotazione più diabolica che divina11. Nel successivo periodo rinascimentale il brutto assume nelle corti (anche clericali) i caratteri dell’ironia, tanto che si può parlare di brutto quale gusto elitario per lo sgradevole. Icona di quest’epoca sono le umilianti feste dei folli, le scenografiche inquisizioni e le degradanti rappresentazioni dei giullari di corte. Icona di quest’ultima categoria è l’opera d’arte Il nano Morgante dipinta in quegli anni per la corte di Cosimo dei Medici dal pittore italiano manierista Agnolo Bronzino. Il doppio ritratto speculare è l’emblema di come venivano sbeffeggiati i giullari di corte in quanto considerati veri e propri scherzi della natura. Il soggetto raffigurato è il più celebre e popolare dei giullari della corte medicea. Il bello del brutto di quest’opera è la duplice natura intellettuale e corporea della presa in giro. Morgante non è il nome del nano, ma il protagonista 10  Ibidem, p. 82. 11  Ibidem, p. 49.

Nel Medioevo, il brutto nell’arte viene considerato quale mancanza di bene

Rinascimentale brutto quale gusto elitario per lo sgradevole

Il nano Morgante

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