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Giugno 2012, Anno 9 - N 25 Periodico di informazione

Riservato ai medici e agli operatori sanitari

UN PROGETTO SEMPRE IN CRESCITA trascorso oltre un anno dall’ingresso del Gruppo Policlinico di Monza nell’Istituto Clinico Valle d’Aosta. Un lasso di tempo che ha visto la struttura crescere ed espandersi, sempre con il modello organizzativo delle strutture del Gruppo Policlinico di Monza che tramite un’organizzazione dipartimentale crea le condizioni per cui i servizi ruotino attorno al paziente e non viceversa. Così, dopo aver affrontato qualche tempo addietro il lancio di questa struttura, siamo tornati ad Aosta per raccontarvi, attraverso le parole dei professionisti che lavorano all’interno della clinica, che cosa è cambiato in questi mesi. E, ciò che è cambiato, lo ha fatto ovviamente in meglio. Scoprirete così una realtà fatta di esperienza di prim’ordine in campo medico, legata alla riabilitazione e alla chirurgia ortopedica. Ma anche una realtà dotata di tecnologie che sono l’ultimo ritrovato in campo medicale e inserita in un pregevole contesto naturale quale quello dei monti valdostani, in grado di coadiuvare perfettamente il recupero del paziente. Sempre in tema di ortopedia e riabilitazione parleremo poi della Clinica Eporediese e del congresso che ne ha celebrato i dieci anni di attività. Infine scopriremo importanti contributi su problematiche come l’infertilità maschile e l’oncologia. Buona lettura. Il Presidente Gian Paolo Vergani

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In questo numero: L’Istituto Clinico Valle d’Aosta: una struttura in evoluzione 2 Focus medico sull’infertilità maschile 11

Tumori: al Policlinico di Monza anche un sostegno psicologico ai pazienti oncologici 15

Chemioterapia e trattamento del glioblastoma multiforme Ortopedia a Ivrea

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LA STRUTTURA ORA OFFRE ANCHE UN’UNITÀ DI CHIRURGIA N ELLE FOTO L’INGRESSO DELL’ISTITUTO C LINICO VALLE D’AOSTA E IL PANORAMA DI AOSTA CHE SI GODE DALLE CAMERE DI DEGENZA

L’ISTITUTO CLINICO VALLE D’AOSTA: SE SALUTE E NATURA SI INCONTRANO ersino i valdostani, gente circondata 365 giorni l’anno da splendidi paesaggi, “rimangono impressionati dalla bellezza del luogo”, assicura il Dott. Giancarlo Canale, responsabile anestesia, rianimazione e terapia intensiva. L’Istituto Clinico Valle d’Aosta sorge sulla collina di Saint Pierre, alle porte di Aosta. Immerso nel verde, a 700 metri di altitudine e ai piedi delle montagne (dalle finestre delle camere di degenze è possibile ammirare sia una splendida veduta su Aosta, così come il profilo del monte Grivola 3.969 metri di altitudine), la clinica (che si estende su una superficie di 17.097 metri quadrati) è situata in prossimità del Parco nazionale del Gran Paradiso. Circondata da 9.000 metri quadrati di parco, è situata in un contesto paesaggistico incantevole. Provare per credere. Un ambiente che garantisce la quiete e il benessere anche ai pazienti che richiedano periodi di degenza prolungati. L’Istituto, convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale, infatti è nato nel 2009 con il preciso intento di assistere i pazienti in riabilitazione polifunzionale. Oggi la struttura offre sia un servizio di terapia fisica e riabilitazione (ortopedica, neuromotoria, di I livello), sia una parte dedicata alla chirurgia ortopedica. L’Istituto è stato realizzato

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a misura di paziente e del personale medico-sanitario. Offre ospitalità ai degenti in camere doppie e triple, dotate di armadio, predisposizione per l’utilizzo di apparecchiature multimediali. I posti letto disponibili sono: 64 per la riabilitazione, 16 per la chirurgia ortopedica, 3 per la terapia intensiva. Inoltre l’area di degenza è strutturata in modo tale che vi sia una ridotta distanza tra la camera del paziente e la zona operativa infermieristica. Il personale complessivamente impiegato è di 72 persone. All’interno della struttura il paziente e i suoi accompagnatori possono inoltre avvalersi di sale ricreative, mensa, bar, bancomat e luogo di culto. L’Istituto è raggiungibile in modo efficace con mezzi di trasporto pubblici e dispone di un parcheggio interno con 82 posti auto, di cui 6 riservati a portatori di handicap. In inverno è disponibile inoltre un servizio di sgombero neve. Esistono percorsi pedonali, privi di barriere architettoniche, che collegano la struttura e l’area di sosta, con aree riservate a disabili e la fermata di servizio pubblico. La clinica, costruita secondo le più avanzate tecnologie di risparmio energetico, è dotata di un impianto solare termico e di un impianto fotovoltaico per la produzione di acqua calda e di energia elettrica. Un sistema di videosorveglianza è attivo 24 ore su 24 con la presenza di un responsabile dedicato.

L’ISTITUTO C LINICO VALLE D'AOSTA 3 DI TERAPIA I NTENSIVA

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DISPONE DI

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POSTI LETTO DI DEGENZA


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UNA STRUTTURA IN CRESCITA I due punti di riferimento all’interno della struttura, ciascuno per il proprio settore, sono il Dott. Luciano Rassat, direttore sanitario e primario di riabilitazione, e la Dott.ssa Maria Lavinia Saracco, direttore amministrativo. Il Dott. Rassat illustra come l’Istituto Clinico Valle d’Aosta nell’ultimo anno abbia visto crescere la propria operatività. “Il 2011, rispetto al 2010, ha registrato un buon incremento del numero di pazienti riabilitativi, con un aumento del 30%, per 732 ricoveri complessivi (di cui il 75% di carattere ortopedico, il 20% di carattere neurologico e il 5% di riabilitazione estensiva). Nei primi cinque mesi del 2012 il trend è sempre in costante incremento, un dato che ci conforta”. L’attività operatoria dal 1 marzo ai primi giorni del mese di giugno infatti ha registrato ben 250 interventi. La grande novità dell’ultimo anno è stata la costruzione delle sale operatorie. La clinica oggi dispone infatti di 2 sale operatorie, 1 sala risveglio (detta anche reveille), 1 sala di terapia intensiva perioperatoria, 1 zona per l’isolamento del paziente. Altra, importante novità, è stata la realizzazione di un ascensore espressamente dedicato ai pazienti, in modo tale, a intervento eseguito, da permettere di salire ai piani di degenza senza dover transitare dagli spazi comuni, garantendo così una maggior tranquillità e privacy al paziente. “A disposi-

LA TECNOLOGIA Diagnostica per Immagini X-RAY PROTEUS TOMOGRAFIA ASSIALE COMPUTERIZZATA- TAC PORTATILE PER RADIOGRAFIE SISTEMA MOBILE PER FLUOROSCOPIA

GE MEDICAL SYSTEM ITALIA SPA GE MEDICAL SYSTEM ITALIA SPA PHILIPS GE MEDICAL SYSTEM ITALIA SPA

Laboratorio Analisi CENTRIFUGA DA LABORATORIO MPW351 ROTATORE BASCULANTE 4X250ML BUCKET ML. 250 SET DA 4PZ RIDUTTORI DA 12 POSTI PER PROVETTE DA 5/7ML RIDUTTORI DA 8 POSTI PER PROVETTE DA 10ML ANALIZZATORE DI CHIMICA CLINICA EXPRESS COAGULOMETRO GEM PCL PLUS CONTAGLOBULI COULTER ACT-DIFF

LABOINDUSTRIA LABOINDUSTRIA LABOINDUSTRIA LABOINDUSTRIA LABOINDUSTRIA INSTRUMENTATION LABORATORY INSTRUMENTATION LABORATORY INSTRUMENTATION LABORATORY

I N ALTO IL DIRETTORE SANITARIO DOTT. LUCIANO RASSAT. SOTTO LA RECEPTION

PROTEUS XR/a LIGHTSPEED 8 SLICE PRACTIX 160 BRIVIO 850


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zione abbiamo anche una centrale di sterilizzazione e una frigoemoteca che posso a buon diritto definire di eccellenza”, sottolinea il Dott. Rassat. L’obiettivo e il ruolo della clinica è decisivo anche a livello regionale. “La finalità è arrestare l’emorragia di chi, valdostano, va a curarsi in altre Regioni – puntualizza il Dott. Rassat - La riabilitazione in degenza era l’aspetto che prima mancava a livello regionale, ed ora abbiamo anche la chirurgia”. I pazienti degenti provenienti da altre regioni rappresentano già oggi un dato importante: nel 2011 sono stati 128, il 17,49% del totale.

LA DIAGNOSTICA L’Istituto Clinico Valle d’Aosta dispone di una Sala RX dotata del sistema radiografico universale Proteus XR/A di GE Healthcare, in grado di eseguire qualunque studio radiografico, e di una Sala Tac attrezzata con la Tac Lightspeed 8 slice di GE Healthcare. Inoltre è presente un laboratorio analisi che viene impiegato sia in fase pre sia in fase post operatoria. “Vi vengono effettuate le analisi del sangue di emocromo completo, elettroliti, PT e APTT, azotemia – precisa il Dott. Rassat – Inoltre abbiamo a disposizione il contatore globulare Beckman Coulter, che ci permette di ottenere in tempi immediati i risultati delle analisi dell’emocromo”.

I N ALTO UNA VEDUTA DEL PARCO DELLA STRUTTURA SOTTO LA RX P ROTEUS XR/A DI GE H EALTHCARE

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TAC LIGHTSPEED 8

SLICE


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LA FASE PREPARATORIA: ANESTESIA Il Dott. Giancarlo Canale è il responsabile degli anestesisti, della terapia intensiva e rianimazione e coordina 5 anestesisti specialisti rianimatori. L’area denominata risveglio, dove i pazienti vengono preparati per entrare in sala operatoria, è la zona dove vengono effettuate le anestesie e dove il paziente viene monitorato a intervento eseguito. “L’area dispone di due letti, ciascuno dotato di monitor, di prese per i gas medicali, di fonte di ossigeno e di tutti i presidi sanitari necessari per poter operare in totale sicurezza, abbiamo tutto quello che ci serve per ogni evenienza”, spiega il Dott. Canale. Viene privilegiata una tecnica di anestesia “mista”. “Utilizziamo tecniche miste bilanciate tra anestesia periferica e anestesia generale in modo tale da poter impiegare meno farmaci, cosicché il paziente sia più protetto dal punto di vista antalgico nella fase post operatoria – puntualizza il Dott. Canale – Infatti è sempre meglio adottare entrambe le tecniche, perché così facendo il paziente nella fase post operatoria potrà beneficiare di un maggiore comfort”.

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ALTO, L’AREA RISVEGLIO. SOTTO, UNA DELLE SALE OPERATORIE BASSO, IL PARCO DELLA CLINICA A DISPOSIZIONE DEI PAZIENTI


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LA FASE INTERVENTISTICA: CHIRURGIA ORTOPEDICA Nelle due sale operatorie della clinica vengono eseguiti 20 interventi alla settimana, dal lunedì al giovedì. “Le sale operatorie, di 30 metri quadrati ciascuna, sono dotate di apparecchiature di ultima generazione – osserva il Dott. Canale – I ventilatori Air Liquide per esempio sono i più moderni a disposizione. Permettono infatti 3 tipologie di ventilazione: manuale, assistita e controllata, ovvero a bassi flussi, che serve per economizzare consumo e costi. I ventilatori sono dotati di vaporizzatore con Sevorane. Inoltre le nostre sale operatorie garantiscono un ricircolo dell’aria ottimale grazie ai flussi laminari, il che ci consente di ottenere un ambiente più salubre possibile”. Le sale sono dotate di tutta la strumentazione e i presidi sanitari necessari, compresi farmaci salvavita, flebo e plasma expander (utilizzati al bisogno nelle trasfusioni dopo gravi emorragie o come sostituto del sangue). “Le prese dei gas medicali sono situate su ogni parete della sala, il che ci consente di posizionare i ventilatori dove ci è più utile”, specifica il Dott. Canale. Il Dott. Marco Patacchini è il responsabile della chirurgia ortopedica. Dal mese di aprile, per ampliare l’offerta, alla sua equipe si è aggiunta quella coordinata dal Dott. Piergiorgio Castelli, responsabile del raggrup-

I N ALTO, I VENTILATORI FELIX AIR LIQUIDE. SOTTO, A SINISTRA, IL DOTT. G IANCARLO CANALE (ANESTESISTA) E, A DESTRA, IL DOTT. MARCO PATACCHINI (CHIRURGO) I N BASSO IN COMPAGNIA DELL’INFERMIERA C REUZA TEIXEIRA (A SINISTRA) E DELLA CAPOSALA LAURA MARIN (A DESTRA)


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pamento chirurgico della clinica La Vialarda di Biella. “Eseguiamo interventi di chirurgia – spiega il Dott. Patacchini – tra cui l’intervento di ricostruzione della cuffia dei rotatori della spalla in artroscopia ed eseguiamo interventi di chirurgia protesica di anca e ginocchio. In 3 mesi abbiamo applicato più di 50 protesi, tra ginocchio e anca, un trend altissimo per la Val d’Aosta. Per la maggior parte dei pazienti tendiamo comunque a conservare il più possibile il legamento, evitando di intervenire in maniera invasiva. Il discorso è diverso invece per gli sportivi professionisti, che hanno altre esigenze. Operiamo più legamenti crociati che menischi in artroscopia”. Il Dott. Patacchini per eseguire gli interventi si avvale della colonna artroscopica, dotata di tutte le apparecchiature necessarie. “Grazie al monitor non solo io posso guardare con la massima precisione lo svolgimento e l’area dell’intervento, ma anche il paziente può vedere in presa diretta quello che viene eseguito – spiega il Dott. Canale – Secondo uno studio giapponese i pazienti che guardano l’intervento che subiscono statisticamente hanno possibilità di recupero più rapido rispetto a quelli che preferiscono non guardare. Dalla nostra esperienza possiamo constatare comunque che i pazienti che scelgono di assistere al proprio intervento rimangono più sereni”.

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ALTO, I CORRIDOI RISERVATI ALLE DEGENZE SONO STUDIATI PER FAVORIRE UNA MIGLIORE INTERAZIONE TRA I PAZIENTI E IL PERSONALE INFERMIERISTICO. SOTTO, IL PANORAMA VISIBILE DALLE CAMERE DI DEGENZA. I N BASSO, LA SALA BAR CON VISTA SUL PARCO


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LA FASE RIABILITATIVA: FISIOTERAPIA L’Istituto Clinico Valle d’Aosta mette a disposizione dei pazienti uno staff dedicato alla fase riabilitativa composto da 9 fisioterapisti, coordinati dalla Dott.ssa Michela De Bona, 1 terapista occupazionale, la Dott.ssa Elisa Empereur, 1 logopedista, la Dott.ssa Laura Mencio, 1 psicologa, la Dott.ssa Nadia Pochintesta. Il primario è il direttore sanitario, il Dott. Luciano Rassat, coadiuvato dal Dott. Antonio Dell’Utri (fisiatra e specialista in medicina dello sport) e dal Dott. Andrea Geminiani (ortopedico). La fase riabilitativa viene seguita nelle due palestre presenti, una per piano, e nella piscina at-

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PALESTRE PER LA FISIOTERAPIA

trezzata per l’idrokinesiterapia. Le palestre sono dotate di tutto ciò che serve per la riabilitazione: cyclette, tapis roulant, elettrostimolatori e apparecchiature ad ultrasuoni. Il percorso di fisioterapia è modellato in base alla tipologia di intervento subito dal paziente. In special modo vengono distinti i percorsi di riabilitazione per pazienti ortopedici e neurologici. “Per i pazienti operati di protesi al ginocchio la fisioterapia inizia subito, fin dal primo giorno successivo a quello dell’intervento – spiega la Dott.ssa De Bona – In questo caso procediamo subito alla mobilizzazione del paziente, facendogli compiere qualche passo. Per i pazienti invece operati di protesi d’anca è necessario un giorno di riposo in cui la terapista occupazionale possa spiegare loro le precuazioni da adottare, le indicazioni e le controindicazioni. La fisioterapia in questo caso inizia dal secondo giorno successivo all’intervento chirurgico, con i primi movimenti effettuati stando in piedi oppure seduti sul letto. Dopodiché si passa alla riabilitazione vera e propria, che prevede 1 seduta al giorno della durata di 70 minuti (composta da mobilizzazione, lavoro alla cyclette e rinforzo muscolare), a cui si aggiungono 3 sedute alla settimana di idrokinesiterapia da svolgere in piscina (si lavora su cammino, equilibrio, tono muscolare)”. La piscina, lunga 6 metri


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e larga 5, è attrezzata con tutti i dispositivi necessari a pazienti con difficoltà motorie. “Abbiamo a disposizione l’idromassaggio, la modalità di nuoto contro corrente, che, tramite l’utilizzo di un particolare soffione, aiuta a rimuovere in maniera delicata le cicatrici, l’acquabike, il tapis roulant, appositi galleggianti che aiutano il paziente a recuperare la mobilità e un sollevatore per i pazienti con difficoltà motorie maggiori puntualizza il Dott. Rassat – L’esercizio in acqua viene sempre seguito sotto stretto controllo del fisioterapista. L’idrokinesitera-

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pia favorisce il recupero dell’arto operato e serve per il rilassamento muscolare”. “L’attività in piscina dà buoni risultati ed è utile anche per quei pazienti che hanno subito fratture ossee”, aggiunge la Dott.ssa De Bona. La durata media di riabilitazione per i pazienti ortopedici dura una ventina di giorni. Per i pazienti neurologici invece il percorso è un po’ più lungo. “Per questa tipologia di paziente, che rappresenta da noi tra il 15% e il 20% del totale, sono previste 2 sedute al giorno della durata di 60 minuti ciascuna di fisioterapia – spiega la Dott.ssa De Bona – Più un’ora di fisioterapia occupazionale, che è finalizzata al ripristino delle ADL, ovvero le Activities of Daily Living: al paziente viene reinsegnato a vestirsi, lavarsi e ad effettuare tutte le attività quotidiane primarie. I pazienti in riabilitazione neurologica hanno inoltre a disposizione la logopedista e la psicologa. In qualche caso sono previste anche sedute di idrokinesiterapia. Per questi pazienti, a differenza degli ortopedici, sono previste attività anche di sabato. Se alla fine del percorso, che dura al massimo due mesi, il paziente non dovesse essere completamente autosufficiente, viene fatta una segnalazione al presidio sanitario di competenza”.

ALTO, LA PISCINA DEDICATA ALLA IDROKINESITERAPIA. BASSO, LA VEDUTA DELLA STRUTTURA DELL’ISTITUTO C LINICO

VALLE D’AOSTA


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LA PATOLOGIA OSSERVATA DAGLI SPECIALISTI DEL POLICLINICO

INFERTILITÀ MASCHILE: LE CAUSE E LE TERAPIE PER CONTRASTARLA

I L R ESPONSABILE DELL’U NITÀ OPERATIVA DI U ROLOGIA DEL P OLICLINICO DI MONZA DOTT. MASSIMO TURA

Nel pieno rispetto del suo significato medico, si parla di sterilità in presenza di un’oggettiva incapacità della coppia di ottenere una gravidanza dopo 12 mesi di rapporti sessuali regolari e senza uso di metodi anticoncezionali; taluni autori estendono tale periodo sino a due anni. Da ciò si evince che la problematica vada affrontata su entrambi i fronti, sia quello femminile che quello maschile. Il tema che trattiamo in questa sede (dal punto di vista urologico con il Dott. Massimo Tura, responsabile dell’Unità Operativa di Urologia del Policlinico di Monza, e da quello microvascolare con il Prof. Francesco Giuseppe Albergati, direttore del Centro di Microcircolazione del Policlinico di Monza) è quello dell’infertilità maschile.

L’INFERTILITÀ MASCHILE DAL PUNTO DI VISTA UROLOGICO Secondo uno studio condotto dal Prof. Niels Erik Skakkebaek del 1994 l’infertilità riconosce per il 30-40% una causa maschile, per il 3040% una patologia femminile, per il 20% un problema di entrambi e per il restante 10-20% una causa sconosciuta. L’infertilità maschile non è considerata una sindrome omogenea e ben definita ed essa può essere determinata da cause: pretesticolari (mancata o ridotta produzione spermatica da inadeguata secrezione gonadica), testicolari (patologie primitive del testicolo), post-testicolari (da ostacolato trasporto lungo le vie spermatiche, da disturbi dell’eiaculazione, da alterata biofunzionalità nemaspermica). È importante elencare quali sono i fattori di rischio che possono influenzare nega-

SECONDO UNO STUDIO CONDOTTO DAL PROF. NIELS ERIK SKAKKEBAEK DEL 1994 L’INFERTILITÀ RICONOSCE PER IL 30-40% UNA CAUSA MASCHILE, PER IL 30-40% UNA PATOLOGIA FEMMINILE, PER IL 20% UN PROBLEMA DI ENTRAMBI E PER IL RESTANTE 10-20% UNA CAUSA SCONOSCIUTA

tivamente per tutto l’arco della vita di un uomo la sua capacità riproduttiva: - Febbre, in quanto se per diverso tempo la temperatura supera i 38,5° questa può alterare la spermatogenesi per un periodo compreso fra 2 mesi e 6 mesi successivi. - Farmaci, alcuni farmaci possono avere un effetto soppressivo sulla fertilità. L’arresto definitivo della spermatogenesi puo' essere causato dall’irradiazione in zona genitale o da farmaci antitumorali. - Trattamenti chirurgici, alterazione temporanea della spermatogenesi a causa di un grosso intervento chirurgico che può durare da 3 a 6 mesi, ricordando che taluni interventi sull’apparato genitourinario possono provocare una riduzione definitiva e permanente della fertilità. - Infezioni urinarie, episodi ricorrenti e trattamenti inadeguati possono associarsi a danni testicolari, epididimari e delle vie di trasporto con conseguente scarsa o nulla qualità del liquido seminale. - Malattie sessualmente trasmesse, possono rappresentare un fattore di rischio per la fertilità. - Epididimite - Orchite post-parotitica - Varicocele, è una patologia presente sino al 35% degli uomini infertili e può essere abbastanza difficoltoso il suo riconoscimento all’esame obiettivo. La patologia è rappresentata dalla incompetenza della vena spermatica a far progredire il sangue verso il cuore con comparsa di vene varicose a carico del plesso pampiniforme del testicolo. - Criptorchidismo, ossia la ritenzione del testicolo, mono o bilaterale, influenza in maniera variabile la fertilità. La sua correzione precoce, chirurgica o farmacologia, è ritenuta fondamentale per garantire la fertilità e per ridurre il rischio di tumore del testicolo. - Traumi e torsioni testicolari, sono fattori di rischio soprattutto se accompagnati da danno diretto del testicolo. - Disfunzioni sessuali, rappresentate dell’eiaculazione retrograda e dalla disfunzione erettile. Tra gli altri fattori che incidono negativasmente sulla fertilità maschile dobbiamo ricordare: fumo, inquinamento, esposizione a sostanze


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tossiche, abuso di alcol e uso di droghe. La diagnostica dell’infertilità maschile segue un iter specifico standardizzato rappresentato da: - Anamnesi e valutazione del fattore femminile - Esame obiettivo - Esame del liquido seminale - Ecocolordoppler scrotale - Ecografia transrettale della prostata, vescicole seminali - Esami ematologici - Diagnostica genetica - Esami citologici e colturali su secreto prostatico - Diagnostica invasiva L’esame fondamentale risulta essere la valutazione dei caratteri qualitativi e quantitativi dello sperma ossia lo spermiogramma. Questo rappresenta il punto di partenza o primo livello e comprende la valutazione degli aspetti macroscopici (aspetto, viscosità, fluidificazione, volume, pH, ecc.) e microscopici (concentrazione nemaspermica, concentrazione totale, pecentuale di motilità, morfologia, vitalità). Per una corretta esecuzione dell’esame è necessario osservare un corretto periodo di astinenza superiore a 5 giorni; è inoltre consigliabile che il campione non venga raccolto in una sede diversa da dove verrà analizzato. I più importanti parametri di riferimento dello spermiogramma sono: - Volume eiaculato ml >1.5 - Conta totale spermatozoi/ eiaculato > 39 milioni - Concentrazione nemaspermica/ml > 15 milioni/ml - Motilità totale (progressiva + non progressiva) >40% - Motilità progressiva >32% - Vitalità (spermatozoi vivi) > 58% - Forme normali > 4% - pH > 7.2 - Leucociti < 1x 106/ml Tale iter diagnostico fatto eseguire dallo specialista andrologo può in molti casi, ma non in tutti, portare a stabilire la causa dell’infertilità

UN TERZO DEGLI UOMINI INFERTILI, SOTTOPOSTO ALLE ADEGUATE CURE, RIESCE AD AVERE UNA PATERNITÀ NATURALE. PER GLI ALTRI AUMENTANO LE POSSIBILITÀ DI SUCCESSO DELLA FECONDAZIONE ASSISTITA. IN BASE ALLA GRAVITÀ DELLE ALTERAZIONI, L’ANDROLOGO PUÒ AVVALERSI DI TRATTAMENTI DAI PIÙ SEMPLICI AI PIÙ COMPLESSI

maschile. Nel liquido seminale le anomalie che più frequentemente si possono evidenziare sono: un basso numero di spermatozoi od Oligospermia; l’assenza totale di spermatozoi od Azoospermia; ridotta mobilità od Astenospermia; alterazioni della forma o Teratospermia. Oltre agli esami ematologici di routine si aggiungono gli esami ormonali, indirizzati alla valutazione degli ormoni che stimolano la produzione e talvolta gli esami genetici. L’Ecocolordoppler scrotale e l’ecografia prostatica transrettale sono esami fondamentali con i quali si valutano la morfologia dei testicoli e della prostata, l’eventuale presenza di masse, noduli e infiammazioni. Ma soprattutto ci consentono di fare una diagnosi accurata di varicocele o di prostatite. Nei casi in cui sia riscontrata la totale assenza di spermi nell’eiaculato o una severa riduzione è utile e talvolta fondamentale eseguire una Biopsia del testicolo, che potrà non solo dimostrarci la eventuale presenza di spermatozoi nel testicolo stesso, ma darci la possibilità di prelevarne per utilizzarli in varie procedure di fecondazione assistita. Inoltre la presenza di spermi maturi nel testicolo può indirizzare all’esecuzione di una Vescicolodeferentografia nell’intento di dimostrare una causa ostruttiva a carico della via di trasporto degli spermi. Parlando di terapia, l’obiettivo del trattamento è quello di migliorare la qualità del seme del paziente. Il trattamento della causa dell’infertilità maschile può determinare un aumento di probabilità di concepimento naturale. Laddove ciò non avvenga o non sia possibile serve comunque a migliorare la probabilità di successo delle tecniche di fecondazione assistita o consentire di utilizzare tecniche meno complesse come ad esempio l’inseminazione uterina. Si stima che 1/3 degli uomini infertili, una volta sottoposto alle adeguate cure, riesce ad avere una paternità naturale. Per gli altri aumentano le possibilità di successo della fecondazione assistita. In base alla gravità delle alterazioni, l’andrologo può avvalersi di differenti trattamenti, dai più semplici ai più complessi. È importante sottolineare che anche i casi più ostinati possono essere sottoposti a terapia medica, infatti, perfino i casi che fino a pochi anni or sono avevano come unica soluzione l’inseminazione artificiale da donatore o l’adozione, oggi possono essere trattati con successo mediante tecniche di micromanipolazione. La terapia farmacologica è finalizzata a correggere quelle alterazioni che hanno determinato l’infertilità non esistendo


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I L DIRETTORE DEL C ENTRO DI M ICROCIRCOLAZIONE DEL P OLICLINICO DI MONZA IL P ROF. FRANCESCO G IUSEPPE ALBERGATI

una terapia univoca che aumenti la concentrazione degli spermatozoi e ne corregga le anomalie di forma. Ad esempio determinati ormoni vengono utilizzati con successo per combattere l’ipogonadismo ipogonadotropo o dopo l’intervento di varicocele. Antibiotici ed antinfiammatori si usano nella terapia delle infiammazioni del testicolo e della prostata e gli antiossidanti (es. il coenzima Q10) che si utilizzano per migliorare la qualità dello spermatozoo. Nel caso in cui l’infertilità sia legata a patologie non suscettibili di approccio medico interviene la chirurgia; questa è finalizzata alla risoluzione delle patologie come il varicocele, l’ostruzione delle vie genitali, cisti o malformazioni dell’utricolo prostatico. Se nonostante tali approcci le caratteristiche dello sperma non miglirano a tal punto da determinare il concepimento, oggigiorno possono essere intraprese le tecniche di recupero degli spermatozoi che mirano alla risoluzione della forma patologica definita come Azoospermia. Tale forma a sua volta si può suddividere in Azoospermia secretiva (caratterizzata da azoospermia, atrofia testicolare ed elevati livelli di FSH) e Azoospermia ostruttiva (azoospermia, livelli FSH normali e normale trofismo del testicolo). La forma congenita principale di azoospermia ostruttiva è l’assenza bilaterale dei dotti deferenti CBAVD. Le tecniche più comuni di recupero degli spermatozoi dall’epididimo e dal testicolo sono: MESA (Microsurgical Epididymal Sperm Aspiration), PESA (Percutaneous Epididymal Sperm Aspiration), TESE (Testicular Sperm Extraction), TESA (Percutaneous Testicular Sperm Aspiration).

L’INFERTILITÀ MASCHILE DAL PUNTO DI VISTA MICROVASCOLARE La Microcircolazione ricopre un ruolo fondamentale in ambito andrologico per il delicatissimo compito che hanno i piccoli vasi sanguigni sia arteriolari che venulari nel favorire (“vis erigendi”) e mantenere (“vis coeundi”) lo stato di rigidoerezione peniena. Ulteriori dati clinici e sperimentali indicano a chiare lettere che la microcircolazione è coinvolta anche nella fertilità e numerosi sono anche i dati bioptici in nostro possesso che confermano questo importante ruolo e mostrano quante e quanto estese siano le modificazioni microvascolari presenti nei microvasi dei testicoli in corso di varicocele. I primi dati evidenziati (pubblicati sul “Giornale Italiano di Andrologia”) di severe altera-

zioni microvascolari in pazienti con varicocele risalgono al 1993, quando il Prof. Sergio Curri e il Prof. Francesco Albergati misero in evidenza che esistevano nette differenze tra soggetti sani e pazienti con varicocele sia mono che bilaterale. Un altro aspetto interessante fu anche quello che simili alterazioni riscontrate nel varicocele, ma di minore estensione, vennero evidenziate in soggetti sani a costituzione “brachitipica-longilinea” che si sottoponevano a ripetuti “sforzi muscolari” a carico del torchio addominale (ad esempio con il sollevamento pesi) e in pazienti senza varicocele, ma con insufficienza venosa anche di moderata intensità. Queste alterazioni non vennero mai riscontrate in soggetti sani. Le conclusioni sono che la ipossia microcircolatoria, ovvero la cronica riduzione del microflusso sanguigno, crea severi problemi ai testicoli. A questo punto occorre però aprire una piccola parentesi di tipo concettuale. Il varicocele è considerato come una malattia predominantemente “monolaterale” sinistra e causa principale di infertilità maschile. Poiché sappiamo che la normale fertilità può essere conservata anche con un solo testicolo funzionante, ne consegue che l’infertilità è necessariamente sinonimo di disfunzione testicolare bilaterale. Per spiegare questo aspetto sono state proposte due principali teorie per cui si ritiene che, in primo luogo, il varicocele destro sia di difficile riconoscimento anche per ragioni anatomiche vere e proprie dei vasi sanguigni coinvolti. In secondo luogo si pensa che il varicocele destro può causare difetti ematici e ossigenativi a carico del testicolo sinistro anche “sano”. Senza entrare nei dettagli complicati delle leggi della fisica dei fluidi, il dato microcircolatorio fondamentale è, in termini estremamente sintetici ed esplicativi, che in seguito alla distruzione irreversibile delle valvole venose “ad una via”, che appunto garantiscono la costante unidirezionalità dello scorrimento del sangue quando sono perfettamente integre, si vengono a creare inizialmente gravi “turbolenze” a carico della colonna ematica endoluminale cui seguono iniziali, reversibili e “localizzate” alterazioni endoteliali che danno origine a microspasmi ed a piccolissime (ma ben riconoscibili a livello microcircolatorio) microflebiti locali. Poiché l’endotelio vicino alle zone di costante riflusso venoso è costantemente sottoposto a tale turbinoso scorrimento del sangue, “informa” zone sempre più distanti di cellule endoteliali identiche del proprio stato di sofferenza e


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le “preallerta”, nel senso che se il processo patologico di ristagno per distruzione delle valvole tende a durare più di quanto “sopportabile” queste cellule reagiranno esattamente come quelle già sofferenti, conducendo in tal modo alla formazione di microflebiti sempre più numerose e estese anche a zone distanti dal processo iniziale. Sulle microflebiti si verranno a creare delle microtrombosi venose con il risultato, in termini puramente “microidraulici”, di “chiusura” al passaggio del sangue in questi capillari e di “iperpassaggio” in altri che devono supportare e sopportare un sempre maggiore e abnorme incremento sia di quantità che di flusso ematico. A lungo andare anche altri fattori (ad esempio quelli cosidetti “chemiotattici”) aggravano lo stato generale del microcircolo testicolare dirottandolo in una vera e propria “Microangiopatia da Stasi” (malattia da ristagno dei piccoli vasi) a livello sia capillare vero e proprio che delle iniziali venule post-capillari, strutture anatomiche di vitale importanza poiché “cardine formativo” delle vene vere e proprie. Da notare che questi processi si ritrovano presenti in quantità cinque volte maggiore nel testicolo con varicocele rispetto al testicolo sano. Il processo di “stasi” non si ferma alle sole venule, ma viene a coinvolgere, seppur in tempi successivi, anche le minuscole arteriose che hanno il delicato compito di fornire sangue al capillare ed alle stesse venule post-capillari. In sintesi, il normale gradiente di pressione tra il comparto arteriolare e capillaro-venulare viene ad essere completamente e irreversibilmente alterato fino alla vera e propria scomparsa dei normali valori di “microperfusione tissutale”, con il risultato finale che anche le arteriose si “sfiancano” e non sono più in grado di spingere adeguatamente e costantemente il sangue in avanti, processo che in microcircolazione prende il nome di “iposfigmia-asfigmia arteriolare” che è sinonimo di persistente ipossia. Ai nostri giorni questi dati sembrano essere ulterior-

È SEMPRE PIÙ IMPORTANTE INQUADRARE LA MALATTIA E PENSARE ALLE SOLUZIONI, TENENDO IN CONSIDERAZIONE SIA L’ASPETTO PIÙ «MACROSCOPICO» CHE L’ASPETTO PIÙ «MICROSCOPICO», DAL MOMENTO CHE IL PRIMO FUNZIONA PERCHÉ IL SECONDO GLI GARANTISCE LA CAPACITÀ DI «CONTINUARE A FUNZIONARE»

mente importanti, si considerino alcuni studi scientifici che evidenzierebbero che anche il cosidetto “stress ossidativo” potrebbe rappresentare una delle molteplici cause di microangiopatia da stasi oltre che di numerose altre patologie a carico di cellule e tessuti, anche se per la verità le conclusioni su tali aspetti non sembrano ancora del tutto univoche. Un’altra ipotesi di coinvolgimento precocissimo del microcircolo nel varicocele vedrebbe coinvolta una severa alterazione dei normali “connettivi” testicolari (complicate strutture che “collegano” le cellule tra loro) proprio in virtù di studi effettuati in animali da esperimento ove si è visto che l’iniziale incremento delle pressioni venose in seguito a una primitiva microangiopatia da stasi venulare proprio a livello del “plesso pampiniforme” sarebbe in grado di far aumentare di circa l’80% la pressione arteriolare precapillare nel tentativo di “forzare” questo blocco microcircolatorio a monte, producendo un iniziale “allagamento” ulteriore di sangue che si aggiungerebbe alla stasi già presente nelle venule post-capillari e che darebbe origine a quella serie di eventi flebitico-trombotici descritti in precedenza. Anche se questi dati attendono ulteriori e più ampie conferme ed anche se oggi concordiamo sul fatto che il varicocele rappresenta una vera e propria “varice” a livello testicolare, non bisogna mai dimenticare che in ogni varice c’è un vaso sia “piccolo” che “grande” che soffre e che soffre perché inzialmente le valvole interne sono andate incontro a processi irreversibili di “incontinenza” non riuscendo più a garantire una corretta circolazione venosa verso il cuore. Occorre non dimenticare mai che accanto ad un microvaso “sanguigno” c’è sempre un microvaso “linfatico” che ha al suo interno le medesime valvole che garantiscono la normale direzione di scorrimento della linfa. Tutto quello che succede a livello circolatorio sanguigno si riverbera a livello circolatorio linfatico, tanto a livello degli arti inferiori quanto a livello dei testicoli. È quindi sempre più importante inquadrare la malattia e pensare alle soluzioni, tenendo in considerazione sia l’aspetto più “macroscopico” che l’aspetto più “microscopico”, dal momento che il primo funziona proprio perché il secondo gli garantisce, istante per istante e per tutta la durata della nostra vita, la capacità di “continuare a funzionare”.


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UNO STUDIO I.T.M.O. SUI RISVOLTI UMANI DELLA MALATTIA

L’IMPORTANZA DELLA PSICOLOGIA NELLA TERAPIA DEI TUMORI RARI gni persona nel corso della propria esistenza si interroga più volte sul proprio domani. Quando siamo in piena salute, ad ogni età, cerchiamo il modo di realizzare i nostri progetti di più o meno grande estensione. Da soli o con le persone che amiamo pensiamo a ciò che ci possiamo attendere. Qualche volta, però, queste aspettative per il futuro sono improvvisamente annientate, cambiando completamente la nostra vita. La diagnosi di una malattia oncologica rappresenta per la persona e per la sua famiglia una prova esistenziale “sconvolgente”, che mette in discussione l’individuo, i suoi valori esistenziali, la sua progettualità di vita; un cambiamento di stato che porta inevitabilmente a rivedere ruoli e relazioni interne. La crisi è resa ancor più dolorosa dalle trasformazioni fisiche determinate dai trattamenti oncologici, che possono portare all’insorgenza di problemi sulla percezione della propria immagine corporea, dei rapporti di coppia e sociali con peggioramento della qualità di vita. Ma non solo! Il paziente oncologico si trova emarginato anche dalla società, che lo percepisce come se fosse già morto; allontanato dal lavoro o impossibilitato a praticarlo, si ritrova spesso in una condizione di “inutilità” e di discriminazione.

O

LA DOTT.SSA CARMEN RUSCA (PSICOLOGA) E LA DOTT.SSA NADIA BIANCO (MEDICO ONCOLOGO). ENTRAMBE FANNO PARTE DELL’EQUIPE DELL’ISTITUTO DI ONCOLOGIA DEL POLICLINICO DI MONZA

LA DIAGNOSI DI UNA MALATTIA ONCOLOGICA RAPPRESENTA PER LA PERSONA E PER LA SUA FAMIGLIA UNA PROVA ESISTENZIALE “SCONVOLGENTE”, CHE METTE IN DISCUSSIONE L’INDIVIDUO, I SUOI VALORI ESISTENZIALI, LA SUA PROGETTUALITÀ DI VITA; UN CAMBIAMENTO CHE PORTA INEVITABILMENTE A RIVEDERE RUOLI E RELAZIONI INTERNE. LA CRISI È RESA ANCOR PIÙ DOLOROSA DALLE TRASFORMAZIONI DETERMINATE DAI TRATTAMENTI ONCOLOGICI.

Sia al lavoro che in famiglia, viene posto in una posizione di dipendenza, alienato dal suo precedente ruolo, estromesso da ogni responsabilità. Tutto questo proprio nel momento in cui ha più bisogno di sentirsi “normale”, di mantenere i rapporti con i Colleghi, la sua situazione lavorativa, il suo ruolo in famiglia per non trovarsi in solitudine e ricevere un sostegno non solo pratico, ma soprattutto psicologico. Egli, perciò, mette in atto una serie di meccanismi di difesa per elaborare i vissuti e le emozioni suscitati dalla malattia orientando la propria progettualità esistenziale, in modo che essa possa in qualche modo contenere la malattia neoplastica e le angosce di morte ad essa correlate. Parlare con i propri cari, con gli amici o con il personale sanitario delle proprie paure, ansie, angosce di morte non è sicuramente un tema semplice sia per il malato che per chi si prende cura di lui. Spesso perciò tali temi vengono tralasciati ostentando ottimismo verso la guarigione, minimizzando la gravità della malattia o il disagio dato dai sintomi o rinchiudendosi in uno stato depressivo senza parole. La capacità che l’equipe di cura ha di farsi carico di queste problematiche, considerandole parte integrante del processo di cura, e l’abilità del malato di confrontarsi anche su aspetti intimi della propria vita e di utilizzare tutte le fonti di aiuto a sua disposizione, permette di superare tali problematiche e di riappropriarsi della propria vita. Spesso questo avviene attraverso cambiamenti così significativi da trasformare la crisi legata al cancro in una opportunità di crescita personale. Il confronto e la condivisione con chi ha affrontato precedentemente l’esperienza del cancro ed ha sviluppato una sensibilità particolare, specie all’impatto psicologico che tale esperienza ha nella vita delle persone, rappresenta una risorsa significativa nel percorso di riadattamento dopo il cancro. Detto ciò, risulta evidente l’importanza per il paziente di essere accolto e supportato non solo dai


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IL

PAZIENTE SPESSO SI TROVA EMARGINATO DALLA SOCIETÀ NEL MOMENTO IN CUI INVECE HA MAGGIOR BISOGNO DI SUPPORTO PSICOLOGICO. SOTTO, IL DIRETTORE CLINICO E SCIENTIFICO DELL’I DO P ROF. E MILIO BAJETTA

suoi familiari, ma anche dalle strutture ospedaliere che devono offrire un clima sereno e rassicurante. E’ pensando al nostro paziente con le sue difficoltà, drammi e preoccupazioni che abbiamo sviluppato un progetto nato dall’esigenza

IL PERCORSO IN GRUPPO, CHE VERRÀ PROPOSTO DALL’ISTITUTO DI ONCOLOGIA DEL POLICLINICO DI MONZA, UNIRÀ IN SÉ SIA LA POSSIBILITÀ PER IL PAZIENTE E I SUOI FAMILIARI DI TROVARE UNO SPAZIO DI COMUNICAZIONE E CONFRONTO SULLA MALATTIA CON LO STAFF CURANTE, SIA UN OCCASIONE PER ESPLORARE, IN UN AMBIENTE PROTETTO, LE PROPRIE PAURE E LE PROPRIE ANGOSCE.

di individuare le problematiche psicosociali e relazionali, che si sviluppano soprattutto quando ci si trova di fronte ad una diagnosi di tumore “raro”, una malattia grave e in questo caso anche poco comune, meno conosciuta e “purtroppo” incontrata all’interno della propria vita! L’Istituto di Oncologia del Policlinico di Monza, diretto dal prof. Emilio Bajetta, è il teatro all’interno del quale tutti gli attori medici oncologi (Nadia Bianco, Laura Catena, Monica Valente, Palma Giglione, Fernanda Bellomo), la psicologa (Carmen Rusca), il chirurgo (Massimiliano Nicolosi), la radioterapista (Michela De Santis), lo statistico (Eugenio Novelli), le assistenti alla ricerca (Maria Luisa Varcasia e Carmela Turco) e tutto il supporto informatico insieme ai protagonisti (i nostri pazienti e le loro famiglie) avranno modo di esprimersi e di migliorarsi. Il Gruppo I.T.M.O. (Italian Trials in Medical Oncology), quale promotore di tale progetto, con la sua ampia esperienza in ambito di ricerca scientifica, patrocinato da CE.RI.CA. (Centro ad Alta Specializzazione per lo Studio e la Cura dei Carcinoidi e dei Tumori Neuroendocrini), Fondazione Giacinto Facchetti e con la preziosa collaborazione della Prof.ssa Emanuela Saita, del Dipartimento di Psicologia della Salute dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha reso fattibili le idee di strutturare un percorso di gruppo in questa direzione specifica. Questo prevede una serie di incontri tra i pazienti e i loro familiari guidati dallo staff professionale coinvolto. Un percorso che accomuna tutti, dal paziente ai parenti fino allo staff curante, nel segno di una malattia chiamata “cancro”. Il percorso in gruppo, che verrà proposto dall’Istituto di Oncologia del Policlinico di Monza, unirà in sé sia la possibilità per il paziente e i suoi familiari di trovare uno spazio di comunicazione e confronto sulla malattia, sia un occasione per esplorare, in un ambiente protetto, le proprie paure e angosce al fine di migliorare l’adattamento alla malattia neoplastica e il benessere generale del paziente. Inoltre, sarà un ottima occasione, anche per il personale medico e sanitario, di avvicinarsi ancor più al mondo del paziente e trovare uno spazio protetto dove ascoltare e riflettere sui propri vissuti.


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LE ULTIME RICERCHE DEL CENTRO DI NEUROBIONCOLOGIA

TRATTAMENTO DEL GLIOBLASTOMA ED EFFICACIA DELLA CHEMIOTERAPIA La sopravvivenza del glioblastoma, il più maligno dei gliomi cerebrali, non è di molto cambiata negli ultimi cinquant’anni: 6 mesi dopo chirurgia, 12 mesi dopo chirurgia + radioterapia e 14 mesi con l’associazione della chemioterapia. La mancata efficacia di questa è legata a diversi fattori come la policlonalità del tumore, la mancanza di antigeni specifici, la sua modalità di invasione, ma soprattutto alla resistenza delle cellule tumorali. La resistenza cellulare è stato dimostrato essere secondaria alla staminalità di una certa popolazione cellulare del tumore. Si tratta delle cellule staminali tumorali che sono proliferanti, auto-riproducentesi, clonogenetiche e tumorigenetiche. Trapiantate in topi riproducono il tumore. La resistenza cellulare è dovuta anzitutto all’incapacità di molti composti di superare la barriera emato-encefalica (BEE) e poi sostanzialmente all’espressione del sistema ABC (ATP-binding cassette) e cioè a quel sistema che regola nelle cellule la pompa di efflusso che ha la capacità di estrudere il composto chemioterapico. Esso è rappresentato sostanzialmente da MDR1, MRP1 e ABCG2. Questo sistema sarebbe attivo non solo nelle cellule tumorali, ma anche in quelle endoteliali nella BEE. Altri sistemi che si af-

L

I L P ROF. DAVIDE SCHIFFER, DIRETTORE DEL C ENTRO DI RICERCA IN

N EUROBIONCOLOGIA DELLA C LINICA SANTA R ITA DI VERCELLI

SOTTO, MODIFICATO DA SARKARIA ET AL, 2008. MODIFICATO DA BOLDERSON ET AL, 2009.

FIGURA 1

fiancano sono quelli relativi alla riparazione del danno al DNA prodotto dai chemioterapici alchilanti come la O6-metilguaninaDNA metiltransferasi (MGMT) che rimuove il metile dalla posizione O6 della guanina e il PARP.1 (Poli[ADP-ribosio] polimerasi 1). Danni al DNA sono oggetto di un signaling attraverso un complicato meccanismo di sensori e di effettori che conduce alla riparazione del DNA o alla morte cellulare per apoptosi. E’ chiaro che la riparazione del DNA ha un significato sfavorevole nel tumore, perché si oppone all’effetto chemioterapico, mentre l’apoptosi ha un significato favorevole, perché conduce all’arresto proliferativo. Lo schema della cascata di eventi molecolari, tratto da Kastan e Bartek (2004) è:

dove i DSB rappresentano i double strand breaks del DNA. L’intera cascata degli eventi molecolari, riferita alla Temozolomide, includente la riparazione e il danno al DNA è riportata nelle figure 1 e 2.

FIGURA 2


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FIGURA 3

FIGURA 4

Nel primo schema alcuni step funzionano come sensori del danno (ATM, istone γH2AX, 53BP1) e altri come effettori verso apoptosi o riparazione (Chk2, etc,). In linea generale, quando un composto chemioterapico attacca le cellule tumorali, può avere un effetto “citotossico” o “genotossico” a seconda che danneggi irreversibilmente la cellula o il suo DNA soltanto. Il primo evento si mette in evidenza con la morte delle cellule e il secondo con la frammentazione del suo DNA. In coltura in vitro di cellule tumorali staminali di glioblastoma, la morte delle cellule si evidenzia con la loro conta o con il test della LDH (lattico-dei-

ATTUALMENTE PRESSO IL CENTRO RICERCHE DI NEUROBIONCOLOGIA DELLA FONDAZIONE POLICLINICO DI MONZA È IN CORSO UNO STUDIO SULLA RESISTENZA DEI GLIOBLASTOMI AD ALCUNI FARMACI CHEMIOTERAPICI CHE VA DAL LORO PASSAGGIO ATTRAVERSO LA BARRIERA EMATO-ENCEFALICA, ALLA MESSA IN FUNZIONE DELLA CASCATA DI EVENTI MOLECOLARI FINO AL RILIEVO DELLA MORTE CELLULARE O ALLA RIPARAZIONE DEL DNA.

drogenasi), mentre la genotossicità si evidenzia con il comet assay, che consiste nel sottoporre ad un campo elettrico il DNA che in caso di frammentazione si sfarina in una coda, donde il nome. Attualmente presso il nostro Centro è in corso uno studio sulla resistenza delle cellule di glioblastoma ad alcuni chemioterapici che va dal loro passaggio attraverso la BEE, alla messa in funzione della cascata di fig. 1 e 2 e al rilievo della morte cellulare o alla riparazione del DNA. Questo è riferito non solo ai chemioterapici, come la Doxorubicina, un agente intercalante, e la Temozolomide, un agente alchilante attualmente usato in clinica, ma anche al blocco di vie molecolari regolatrici della proliferazione cellulare mediante inibitori specifici o con dei siRNA (silencing RNA). Lo studio è condotto su linee cellulari provenienti da campioni di glioblastoma operati, espresse come “neurosfere” o “cellule aderenti”, rappresentanti le cellule staminali tumorali. La fig. 3 mostra cellule staminali che esprimono positività per sensori ed effettori dello schema della fig. 1, mentre la fig. 4 mostra la formazione della coda di DNA per azione della Temozolomide nel test del comet assay. In questa fase dello studio stiamo valutando il complesso dei sensori e degli effettori della cascata della DNA repair in tre modi: contando le cellule morte con il Tripan blu, evidenziando gli step della cascata con degli anticorpi in immunoistochimica e immunofluorescenza e applicando il comet assay. Abbiamo osservato a quali concentrazioni e con quali tempi di azione del chemioterapico muoiono le cellule, si evidenziano gli step e si positivizza il comet assay. Osservazioni preliminari dicono che la Doxorubicina agisce con dosi più basse e più efficacemente della Temozolomide e che quest’ultima richiede tempi più lunghi di azione e soprattutto che vi può essere una dissociazione fra l’azione citotossica e quella genotossica che in genere si verifica a concentrazioni più basse e con tempi più brevi. Queste informazioni sono di grande aiuto nell’applicazione clinica dei composti. Quanto è stato esposto è stato recentemente presentato al Congresso Europeo di Neuropatologia tenutosi a Edimburgo il 69 giugno 2012.


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UN SUCCESSO IL CONGRESSO ORTOPEDICO DELL’I.S.F.A.I.

COLLABORAZIONE PUBBLICO-PRIVATO AL SERVIZIO DELLA FORMAZIONE

I L DOTT. ANGELO B ERTELLI R ESPONSABILE DELL’U NITÀ OPERATIVA DI ORTOPEDIA ALLA C LINICA E POREDIESE DI IVREA

dieci anni di chirurgia ortopedica alla Clinica Eporediese di Ivrea sono stati celebrati in grande stile. A tenere le fila dei festeggiamenti, manifestati con un congresso dedicato lo scorso 26 maggio all’Istituto Salesiano Cardinal Cagliero, il Dott. Angelo Bertelli, responsabile dell’Unità Operativa di Ortopedia all’Eporediese. Bertelli è approdato all’Eporediese nel lontano 2002, quindi ha visto la nascita dell’equipe chirurgica e tutte le sue evoluzioni. Il congresso “Novità in chirurgia ortopedica”, che godeva dell’accredito Ecm grazie all’organizzazione dell’ISFAI (Istituto Superiore di Formazione per Aziende e Imprese) del Gruppo Policlinico di Monza, si è aperto affrontando i temi principali del futuro della chirurgia ortopedica. “Abbiamo parlato – ha spiegato Bertelli – dei principali argomenti che riguardano l’ortopedia attuale a livello chirurgico”. Così si è discusso soprattutto delle tre branche della chirurgia ortopedica: la chirurgia della spalla, la chirurgia dell’anca e la chirurgia del piede. Quest’ultima è proprio uno dei vanti della Clinica Eporediese. “Proprio a partire da quest’anno – ha infatti ricordato il Dott. Bertelli – abbiamo inaugurato un corso pratico di chirurgia del piede. Ma non solo. Qui all’Eporediese di Ivrea abbiamo anche dato vita a un teaching sul legamento crociato. Tutti progetti che hanno goduto di molti consensi da parte dei professionisti”. Il congresso si è aperto con una “lectio magistralis” tenuta dal Professor Francesco Pipino, una delle punte di diamante dell’equipe ortopedica del Gruppo Policlinico di

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«LA PRESENZA AL NOSTRO CONGRESSO DI PROFESSIONISTI COME IL DOTTOR PAOLO GHIGGIO, AUTORE DI SVARIATE PUBBLICAZIONI E DEL SINDACO DI IVREA, CARLO DELLA PEPA, HA SOTTOLINEATO LA FRUTTUOSA COLLABORAZIONE SUL TERRITORIO TRA LA SANITÀ PUBBLICA E LA SANITÀ PRIVATA»

Monza. Pipino ha affrontato il tema della chirurgia protesica ripercorrendo passo dopo passo la sua storia fin dagli albori della specialità.Al termine è iniziata una tavola rotonda che ha visto nuovamente affrontare le principali tematiche e problematiche della chirurgia ortopedica. L’incontro ha avuto come moderatore un ospite d’eccezione come il Dott. Paolo Ghiggio. Quest’ultimo, Direttore della SOC di Ortopedia e Traumatologia dell’Asl Torino 4 del Piemonte - zona di Ivrea e Cuorgnè dal 2006 a tutt’oggi, è stato nel corso della sua carriera autore di oltre 80 pubblicazioni scientifiche inerenti l’ortopedia e traumatologia e in particolare la chirurgia della mano.”La presenza del Dott. Ghiggio – spiega ancora Bertelli – è la dimostrazione di una fruttuosa collaborazione sul nostro territorio tra la sanità pubblica e la sanità privata. Una collaborazione sottolineata anche dalla presenza al nostro congresso del Sindaco di Ivrea, Carlo Della Pepa”. Un’ulteriore “tavola rotonda” è quella che si è tenuta in relazione al trattamento ed al recupero del legamento crociato anteriore nei calciatori professionisti. Un tavolo di lavoro che ha visto la partecipazione di tutti i medici sociali delle squadre calcistiche di serie A, B e C del Piemonte. Erano quindi presenti i responsabili sanitari di squadre come Juventus, Novara e Torino. Tutte “vecchie conoscenze” del Dott. Bertelli, che proprio insieme allo staff medico del Novara Calcio ha dato vita alla Spimec, la Società piemontese medici del calcio. “Abbiamo affrontato – ha poi detto Bertelli – soprattutto le novità nel campo del recupero dei giocatori, che ovviamente sono pazienti esigenti”. I convegni della Spimec, tra l’altro, proseguiranno anche nei prossimi mesi con cadenza quadrimestrale e le riunioni si terrano alternativamente al Centro di Medicina dello Sport di Torino piuttosto che nel Centro Sportivo di Novarello, sede di allenamento del Novara Calcio. Durante l’incontro si è anche tenuto un’intervento del Dott. Clemente Ponzetti, relativo alle problematiche giuridico-legali connesse con la chirurgia ortopedica.


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LO/0200/2008

Direttore Scientifico: Prof. Elio Guido Rondanelli Monza Via Amati 111 - Monza Tel. 039 28101 www.policlinicodimonza.it Dir. Sanitario: Prof. Guido Broich

Cardiochirurgia, Chirurgia generale, Chirurgia plastica e maxillo facciale, Chirurgia toracica, Chirurgia vascolare, Neurochirurgia, Ortopedia e traumatologia, Urologia, Cardiologia, Medicina generale, Neurologia, Riabilitazione cardiologica, Riabilitazione neuromotoria, Emodinamica, Pronto Soccorso, Terapia intensiva, Unità coronarica

Novara Via Bottini 3 - Novara Tel. 0321 3831 www.clinicasangaudenzio.com Dir. Sanitario: Dott.ssa Orietta Ossola

Cardiochirurgia, Chirurgia generale, Neurochirurgia, Ortopedia, Oculistica, Cardiologia, Medicina interna, Terapia fisica, Riabilitazione e Fisiokinesiterapia, Emodinamica, Terapia intensiva

Alessandria Via Bruno Buozzi 20 Alessandria - Tel. 0131 314500 www.nccalessandria.it Dir. Sanitario: Dott. Alfredo Lamastra

Cardiochirurgia, Chirurgia generale, Oculistica, Ortopedia, Urologia, Cardiologia, Medicina generale, Emodinamica, Terapia intensiva

Vercelli Via dell’Aeronautica 14/16 - Vercelli Tel. 0161 2221 www.clinicasrita.it Dir. Sanitario: Dott. Luigi Savoia

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Ivrea Via Castiglia 27 - Ivrea Tel. 0125 645611 www.clinicaeporediese.it Dir. Sanitario: Dott. Dario Andrea Verani

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Biella Via Ramella Germanin 26 - Biella Tel. 015 35931 www.lavialarda.it Dir. Sanitario: Dott. Roberto Terzi

Clinica Salus Alessandria Via Trotti 21 - Alessandria Tel. 0131 29461 www.clinicasalus.it Dir. Sanitario: Dott. Clemente Ponzetti

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Anno IX numero 25 - Giugno 2012 Autorizzazione del Tribunale di Monza n. 1724 del 5 marzo 2004 Direttore responsabile: Marco Pirola Stampa: Novarello Servizi, Vercelli Progetto grafico: Marco Micci Immagini: Policlinico di Monza

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