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Metropolzine n. 29 Metropolzine è un periodico dell’Associazione Culturale “Italian Dreamers” Casella Postale 161 47838 Riccione Centro RN Tiratura: 1500 copie Finito di Stampare: maggio 2007 Italian Dreamers Staff: Simone Fabbri Marco Petrini Collaboratori: Ivan Iapichella Emiliano Maiello Andrea Baietti Web Master: Alessandro Tramonti Francesco Castaldo Sede Legale ed iscrizioni: Italian Dreamers Casella Postale 161 47838 Riccione Centro RN Internet Home Page: www.italiandreamers.net Forum: www.ytseitalia.net Photo Credits: Italian Dreamers Staff Mike Portnoy Daragh McDonagh (tutte le foto della band riguardanti SC) Rhythm Magazine James Cumpsty Daniel Byrne

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Stampa: Studiostampa s.a. - RSM

Dream Theater - Chaos in Motion World Tour 2007/2008 Domenica 3 giugno - Gods Of Metal Festival - Milano, Italia Martedi 5 giugno - Posthof - Linz, Austria Mercoledi 6 giugno - Petofi Open Air - Budapest, Ungheria Giovedi 7 giugno - Jarun - Zagabria, Croazia Sabato 9 giugno - Newcastle City Hall - Newcastle, UK Domenica 10 giugno - Download Festival - Donington Park, UK Martedi 12 giugno - Spodek Club - Katowice, Polonia Mercoledi 13 giugno - Zitadelle Spandau - Berlino, Germania Venerdi 15 giugno - Rockhal - Esch/Alzette, Lussemburgo Sabato 16 giugno - Museumsplatz - Bonn, Germania Domenica 17 giugno - Fields Of Rock - Biddinghuizen, Olanda Mercoledi 20 giugno - Porto Coliseum - Porto, Portogallo Venerdi 22 giugno - Plaza de Toros - Granada, Spagna Sabato 23 giugno - Monsters Of Rock - Zaragoza, Spagna Domenica 24 giugno - Hellfest - Clisson, Francia Martedi 26 giugno - La C. de Mai - Clermont Ferrend, Francia Giovedi 27 giugno - Volkshaus - Zurich, Svizzera Venerdi 29 giugno - Refresh The Venue - Istanbul, Turchia Domenica 1 luglio - Rockwave Festival - Atene, Grecia The String Quartet - Tribute to Dream Theater www.vitaminrecords.com Il famoso String Quartet ha colpito ancora; formato da Jean Sudbury, Tom Tally, Steve Velez e Frederick Charlton ecco riproposti 8 grandi classici dei Dream Theater scelti direttamente da Mike Portnoy. “Un disco che tutti i fan dei Dream Theater devono assolutamente avere!”; parole dello stesso Mike. 1. Overture 1928 2. Pull Me Under 3. Lifting Shadows Off A Dream 4. As I Am 5. Ytse Jam 6. The Dance Of Eternity 7. Hell’s Kitchen 8. Peruvian Skies John Macaluso & Union Radio The Radio Waves Goodbye Il leggendario batterista John Macaluso (TNT, ARK, YNGWIE MALMSTEEN, JAMES LABRIE, STARBREAKER) debutta con un proprio album-project per la Lion Music! Tra gli ospiti: James LaBrie (DREAM THEATER), Mike DiMeo (RIOT, MASTERPLAN), Don Chaffin (RAMOS), Adrian Holtz (ARK) alla voce, Alex Masi e Chris Caffrey (SAVATAGE) alla chitarra, Fabrizio Grossi al basso. Lo stile del disco è una perfetta unione tra METAL di stampo SABBATH e atmosfere più rarefatte e PROG alla PINK FLOYD. Anche se si tratta di un project album Macaluso ha provato a ricreare con successo il suono del meraviglioso disco degli ARK “Burn The Sun”. Heavy, sperimentale e melodico, questo disco è una vera gemma prog metal.


Systematic Chaos - CD and DVD Il nuovo album dei Dream Theater esce in italia il 1 giugno e sarà disponibile in 2 formati: -Regular Edition CD -Special Edition CD and DVD La Special Edition include: L’intero album mixato in 5.1 surround. “Chaos in Progress - The Making of Systematic Chaos” (un documentario di 90 minuti girato da Mike Portnoy) La track list per entrambe le versioni è la seguente: 1. In The Presence of Enemies Pt.1 (9:00) 2. Forsaken (5:36) 3. Constant Motion (6:55) 4. The Dark Eternal Night (8:51) 5. Repentance (10:43) 6. Prophets Of War (6:01) 7. The Ministry of Lost Souls (14:57) 8. In The Presence of Enemies Pt.2 (16:38) Amazing Journey - DVD e CD E’ disponibile sul sito di Mike Portnoy il concerto tributo agli Who registrato al BB King’s a New York il 31 maggio 2006. Il gruppo era formato da Mike Portnoy, Paul Gilbert, Billy Sheehan e Gary Cherone. Il DVD ha in più le seguenti caratteristiche: 2.0 Stereo e 5.1 Surround Sound, 5 additional Bonus Tracks e filmati Backstage da un concerto a Whittier in California. www.mikeportnoy.com Planet X - Quantum Con il loro quarto album “Quantum”, i Planet X ancora una volta ripropongono un misto di rock strumentale, metal e fusion. Questa volta i due membri fondatori: Derek Sherinian e Virgil Donati sono affiancati dallo stile inimitabile di Allan Holdsworth. Tracklist: 01. Alien Hip Hop 02. Desert Girl 03. Matrix Gate 04. The Thinking Stone 05. Space Foam 06. Poland 07. Snuff 08. Kingdom Of Dreams 09. Quantum Factor Piccola nota: nel mese di settembre 2006 è nata Summer Rose Sherinian, figlia di Derek Sherinian. Un augurio al padre e alla madre sperando che la nuova arrivata in famiglia sia fonte di ispirazione per tanta nuova musica.

Quando si deve partire per un lungo viaggio, è buon uso controllare il livello dell’olio, la pressione dele gomme e se c’è l’acqua per lavare i vetri. Operazioni di routine che precedono, però. l’inizio di una nuova avventura, l’incontro con nuove persone, gusti, colori emozioni diverse. Ci sentiamo sempre così prima dell’uscita di un nuovo album dei DT. Anche se conosciamo perfettamente il mezzo su cui saliremo, c’è sempre quella scarica di adrenalina che si cela dietro il velo della novità. Quello che possiamo dire con certezza, cosa a cui la band ci ha abituato, è che Systematic Chaos è un album diverso da tutti gli altri. Per il resto si parte da una penna e da un foglio bianco. La musica dei Dream Theater, lo sappiamo tutti, va metabolizzata con il tempo e con molti ascolti. Spesso chi giudica dopo pochi momenti poi si ricrede una volta che collega la musica ai testi. Questo è l’unico consiglio che possiamo dare, anche e sopratutto alle “nuove leve”, ovvero a chi, magari, ha scoperto i Dream Theater da 6 Degrees o da Train of Thought in poi. Systematic Chaos ci terrà impegnati fino al 2008 inoltrato, parliamo dei tour e dei concerti, ovviamente. Dopo la cacofonia di suoni del Gods of Metal del 3 giugno a Milano, passeremo l’estate tranquilli prima di attendere le consuete date autunnali, e li sarà spettacolo puro, ve lo assicuriamo. Metropolzine 29 è interamente dedicata a Mike Portnoy, un frullatore di idee in costante movimento(!!!). Abbiamo cercato di fermare l’attimo e di fare il punto della sua situazione attuale. Raccontiamo l’uscita del suo nuovo video didattico, il rapporto con i suoi batteristi preferiti e terminiamo con una interessante intervista al padre. Nel frattempo, tenete botta, ci si vede in giro. Italian Dreamers Staff


5 Giugno 2007. Una data che, per certi versi, segnerà una svolta nella carriera della band e che ogni fan che si rispetti ha cerchiato di rosso dall’ormai “lontano” 8 febbraio, giorno in cui è, appunto, stata annunciata l’uscita del nono album in studio, “Systematic Chaos”. Lavoro che, piaccia o no, traccia una linea tra un passato sotto etichetta Warner che tanti capolavori ci ha regalato, e un futuro legato alla Roadrunner che in tanti, me compreso, sperano ci regali altrettante soddisfazioni. E’ il disco che viene dopo il ventennale di carriera, festeggiato degnamente con un tour mondiale che ha toccato 42 paesi, conclusosi in maniera eclatante con una data al Radio City Music Hall di New York, con al seguito un orchestra di 29 elementi. SC è, però, anche il successore di un certo Octavarium, disco che ha permesso ai Dream Theater di entrare in top 40 nella classifica di Billboard americana (e numero 2 nella prima settimana di vendita qui in Italia, non dimentichiamolo; meglio ancora di quel numero 5 in classifica nel lontano 1997 con Falling into Infinity) e di attirare sul gruppo l’interesse di chi non aveva mai dato uno sguardo alla scena progressive. Così dopo la ormai classica formula inaugurata da Train of Thought, album-tourdisco live del suddetto tour, i 5 si sono riuniti dopo una breve vacanza per dare alla luce le nuove 8 canzoni che faranno parte di Systematic

Chaos. Iniziato a registrare nel settembre del 2006 e terminato esattamente sei mesi dopo, vale a dire febbraio 2007, il disco è prodotto dalla collaudata coppia Portnoy – Petrucci e registrarto presso gli Avatar studio di New York, avvalendosi tra l’altro della collaborazione di Paul Northfield (già collaboratore di gruppi come Rush, Queensrÿche, Porcupine Tree) come ingegnere del suono e addetto al mixaggio finale. “E’ il meglio che abbiamo potuto fare in questo momento della nostra carriera, dopo più di venti anni di attività. Siamo arrivati ad un punto della nostra vita dove ci si guarda indietro e ci si interroga su quello che abbiamo fatto e su quello che si vorrà fare in futuro. Penso che questo album sia il sunto dell’esperienza acquisita in tutto questo tempo. Volevamo fare un album che fosse eccitante, aggressivo, moderno”. Queste le parole usate da Mike per annunciare ai suoi fans il disco, e onestamente non poteva trovare cartolina di presentazione migliore, portando così l’attesa, grazie anche ai filmati rilasciati sul sito della Roadrunner e su YouTube, a livelli spasmodici. Da fan del gruppo ammetto che le speranze riposte in questa nuova uscita dei cinque newyorkesi erano tante. Dopo due lavori da me considerati un po’ sottotono ero in attesa dell’album della svolta, del disco che ci facesse tornare alla memoria la verve compositiva ed il coraggio

di cambiamento avuto sino a Six Degrees. Il nuovo corso intrapreso dal gruppo onestamente mi faceva ben sperare. Alla fine del primo ascolto, però, devo dire che le impressioni sull’album erano decisamente contrastanti: ricerca della durata, i suoni di Jordan che ancora non mi convincevano, un utilizzo della voce di James piuttosto marginale, con l’inserimento di distorsioni della voce e cori. Diciamo che effettivamente non si era partiti con il piede giusto. Si lo so’, un disco targato Dream Theater è difficile da giudicare al primo ascolto, le trame sonore espresse negli otto precedenti album sono un bel biglietto da visita su quanto può essere ostico il pieno apprendimento di un qualsiasi brano, sia per quello che riguarda le musiche sia per quello che concerne i testi. Tanto che dal secondo ascolto in poi questo “Systematic Chaos” è cominciato a maturare. Va detta subito una cosa: è un disco sicuramente pensato per essere suonato dal vivo. Riff “catchy”, cori, pezzi heavy, melodie che entrano subito in testa, sono solo alcuni degli ingredienti che mi fanno pensare questo, da qui l’idea che, per poterlo gustare appieno, la matrice live sia imprescindibile. Il fatto poi che si sia attinto a piene mani nel trash metal credo ne sia un’ulteriore conferma. Ma le ispirazioni non finiscono qui: oltre che alla matrice “Metallica”, le ispirazioni sono arrivate anche da un altro gruppo caro a Portnoy, i Muse, come già avvenuto precedentemente in


Octavarium (Never Enough per la precisione…), e agli Opeth di un certo Mikael Akerfeldt, che insieme ad altri illustri colleghi (Jon Anderson, David Ellefson, Daniel Gildenlow, Steve Hogarth, Chris Jericho, Neal Morse, Joe Satriani, Corey Taylor, Steve Vai e Steven Wilson per la precisione) sono stati invitati da Portnoy e soci per prestare le loro voci ad un brano dell’album, Repentance. Un “Inspiration Corner” quantomeno vario quindi, e che, sicuramente, ha generato diversi spunti nella realizzazione di questi otto brani. Chiariamo subito una cosa però: è vero, gli spunti ci sono e in molti casi più che palesi, ma il tipico sound che è ormai il marchio di fabbrica della band americana è sempre presente, in alcuni casi addirittura in modo eccessivo. Mi spiego: il fatto di volere farsi riconoscere ha portato in molti punti del disco a scrivere parti strumentali decisamente prolisse, che scadono quasi nella noia. Canzoni da più di dieci minuti (e in due casi oltre i quattordici) sembrano più che altro costruite per ricordarci che loro sono il principale gruppo al mondo di progressive metal, con suite in molti punti sconclusionate e confusionarie e in molti punti autocitazioniste, anche se questo non deve essere di per se un punto a loro sfavore. Non ci sono solo i lati negativi però in questo album, anzi. Partiamo dai suoni di chitarra di Petrucci, rinnovati e a mio avviso decisamente rinvigoriti, che vanno a rendere brani come “In the presence of enemies part.1” e “Forsaken” piacevoli e d’impatto. Portnoy che ci regala una prestazione decisamente sopra le righe, si sente che a questo disco ci teneva, per lo meno per

quello che riguarda le parti di batteria, un po’ meno per quello che riguarda le controvoci a LaBrie, ma questo è un altro discorso. Un Myung che passano i dischi e gli anni ma lui mantiene sempre la sua brillantezza, facendo anche qua la parte del leone. Il mixaggio, a mio avviso azzeccatissimo: l’album ha dei suoni veramente ottimi, tanto che a livello di mixing credo sia secondo solo ad “Awake” per quello che riguarda la loro discografia, e la scelta di Northfield come tecnico in studio e successivamente addetto al mixaggio la trovo perfetta. Tirare le conclusioni finali su di un album del genere non è facile: da una parte l’anima del fan mi spinge a considerare le varie idee positive che questo album ha, che a ben vedere non sono così poche, dall’altra, la parte critica mi spinge a dire che da un gruppo come i Dream Theater, che in passato ci ha regalato delle vere gemme ci si debba aspettare decisamente di più, visto anche i vari spunti disseminati lungo tutti i 79 minuti di durata. Ma forse è inutile sperare di avere un “Images & Words” o un “Awake” nel 2007, e come ha detto Portnoy questa è la musica che rappresenta il gruppo in questo momento. Sicuramente sarà un album che farà parlare molto di se, nel bene e nel male, e che sicuramente bisserà lo strepitoso successo di vendite ottenuto con Octavarium, spinto anche da un’etichetta di primissimo ordine a livello mondiale. In fin dei conti i Dream Theater di oggi sono questi: o li si odia o li si ama alla follia. E Systematic Chaos ne è un sunto perfetto. Zio Baio

L’intervista con Mike Portnoy e James LaBrie Primavera 2007, finalmente ci siamo, dopo 4 anni di attesa è arrivato il grande evento, il gruppo non si è mai sciolto, hanno continuato la strada insieme per riprovare anche questa volta a stupire tutti i loro fans… il lavoro è stato svolto con costanza e metodicità al fine di rinvigorire l’integrità del team, non se ne sono mai andati dalla loro “base” creata proprio per questa circostanza… ce la faranno? ci stupiranno ancora? NO, ahime… non sto parlando dei Dream Theater, sto parlando della nostra Luna Rossa e del suo magico equipaggio che nei giorni in cui sto scrivendo questo articolo si sta contendendo, contro gli americani di Oracle spinti e finanziati dal miliardario Larry Ellison, le semifinali di quella fantastica Luis Vitton Cup vinta tanti anni fa ad Auckland con immensa soddisfazione dopo tante notti insonni a fissare la bandiera dell’intelligenza. La vera coppa, l’America’s Cup poi rimase in Nuova Zelanda ma qualche anno dopo un consorzio Svizzero l’ha portata per la prima volta in Europa. Ora siamo in Spagna, Valencia; potevamo anche essere in Italia visto che


canottierina dei Ramones con scritto “Hey Oh let’s Go” fa bello sfoggio sulla sua ritrovata pancetta pre-tour.

l’attuale detentore dell’America’s Cup è un consorzio svizzero. Cino Ricci la voleva all’Idroscalo e noi abbiamo riso una notte intera dopo quellla dichiarazione ma, il patron di Alinghi l’ha voluta in Spagna dopo un breve tour in Italia, Francia e Svezia. Vi sarebbe piaciuto aspettare 4 anni per un nuovo lavoro dei Dream Theater cosi come abbiamo aspettato tutti noi fans delle regate di Match Race più importanti del mondo? Mah, vista la grande fame musicale del fan medio dei Dream Theater, ho dei dubbi. Ma un’attesa lunga, sicuramente, avrebbe giovato più a loro che a noi fans, sia dal punto di vista stilistico che dal punto di vista musicale. Abbiamo in mano questo nuovo Systematic Chaos ormai da tempo e ancora ci guardiamo a vicenda con un grande interrogativo… capolavoro? disastro totale? Sicuramente un bel casino sistematico…. Il 27 aprile scorso Mike Portnoy e James LaBrie sono in Italia, Milano, per presentare alla stampa il nuovo album, per delle interviste face to face che non avevano luogo dai tempi di Falling Into Infinity; chiaro segno che la nuova etichetta, la Roadrunner, vuole fare sul serio lasciando dietro i fantasmi della precedente gestione targata East West. Mike ci accoglie sorridente con la classica maglietta da sfigato; questa volta la

James arriva poco dopo, i capelli con un colore appena uscito di parrucchiere e un pizzetto da cattivo che ci fa sorridere. Entrambi i Dream Theater sono in forma, in formissima. Scambiamo quattro chiacchiere parlando del tempo che passa, delle relative famiglie; si parla di musica e di questa rinnovata voglia di mettersi in gioco con una nuova label e con un nuovo disco e tour entrambi imminenti. Il tempo di assistere ad un paio di interviste e poi tocca a noi; il tempo è poco ma siamo privilegiati e li abbiamo entrambi per una mezzoretta. Il tour promozionale li sta portando in giro per le capitali europee al ritmo di una al giorno con trasferimenti in notturna, poco tempo per riprendersi, e interviste lungo le 8 ore giornaliere.. un piacevole inferno a contatto con i fans. Accendiamo il nostro registratore per dovere di cronaca ma la nostra mezzora inizia con le chiacchiere abbandonate poco prima. Abbiamo in mente alcune domande ma come sappiamo queste arrivano nel discorso senza bisogno di interrogativi ma, questa volta abbiamo deciso di dare voce anche a voi. Complice un abile depistaggio che ci dava a Parigi il giorno 29 abbiamo fatto un piccolo sondaggio per chiedere a voi quali fossero le domande più curiose che potevamo fare ai Dream Theater. I membri della nostra comunità (Ytseitalia.net) non sono stati a guardare e qualche domanda carina è arrivata. Non premieremo la domanda più bella perché sono state tutte belle e interessanti, alcune le abbiamo poste pari pari, da altre abbiamo

preso spunto per concepire il discorso; insomma, anche questa volta la nostra board è stata fonte di ispirazione e di aiuto… peccato che ogni tanto qualche cretino rompiscatole ci venga a fare visita a tentare di rompere le uova nel paniere… Ecco un breve riassunto del dialogo. ID: “Mike, come mai questo cambio di etichetta? Sapevamo che il contratto con la precedente label era scaduto dopo la pubblicazione di Octavarium, ora vorremmo sapere come mai la scelta è caduta sulla Roadrunner…” MP: “Non solo il contratto sarebbe scaduto con Octavarium ma la vecchia label non ci supportava per niente; fino ai tempi di Falling c’era ancora qualcuno che aveva un po’ di stima verso di noi poi è stato solo un lungo calare verso la fine del contratto. Non vedevamo l’ora di avere una nuova label che ci supportasse come si deve. Roadrunner è una label internazionale, mondiale; ha ottime band all’attivo e soprattutto ha già, dagli inizi, molto cura di noi, questo piccolo tour promozionale di fine aprile ne è l’esempio più lampante. E’ massacrante girare l’europa in 6 giorni e fare interviste ma è sempre bello per un artista vedere cosi tanta considerazione attorno a se.” ID: “Ci torna in mente la prima strofa di Take The Time, praticamente un ricominciare dal primo gradino per voi dal punto di vista contrattualistico…” JLB: “Certo, però un nuovo primo gradino, i fans ormai ci conoscono, sanno chi siamo ed adorano la nostra musica; avevamo solo bisogno di staccare completamente per un po’ per ricaricare le batterie dopo tanto tempo.” MP: “Esatto, dopo il concerto del Radio City Music Hall ci siamo presi uno stacco


di 5 mesi, un’intera estate completamente off; erano 10 anni che non prende-vamo almeno una stagione di riposo poiché in quei periodi eravamo sempre in tour o a registrare. A settembre siamo tornati in studio, volevamo il disco pronto per febbraio per poter essere sul mercato qualche mese dopo. Abbiamo concepito il nuovo lavoro senza nessun pensiero ai vari contratti, consci del fatto che sicuramente avremmo trovato qualche modo per fare ascoltare la nostra musica ai nostri fans. Poi abbiamo siglato il contratto con la Roadrunner e il disco è stato finito di mixare in aprile.” ID: “Parliamo allora di questa nuova musica; cosa devono aspettarsi i fans, quali strade avete intrapreso?” JLB: “Sicuramente questo è l’album più potente, più ‘strong’ mai creato dai Dream Theater, ne sono convinto.” MP: “I nostri fan devono aspettarsi della musica alla Dream Theater, non abbiamo fatto altro che continuare la strada percorsa fino ad ora aggiungendo qualche piccola sperimentazione. Ci sono sempre riff molto heavy e parecchi fraseggi di chitarra e tastiere con miliardi di note. Avevamo già le idee chiare di ciò che volevamo e di come volevamo costruire il tutto; le nostre menti non hanno mai smesso di pensare alla musica neanche durante il periodo di pausa.” ID: “Quindi il singolo In Costant Motion è riferito a questo?” MP: “Diciamo che è riferito alla mia mente, il mio cervello. Passo ogni momento libero a pensare alle prossime mosse da fare con la band, praticamente ormai ci penso anche quando dormo. James e gli altri hanno veramente avuto tutta l’estate libera; nel mentro io ho diretto la regia e l’editing del video di Score,

del mio nuovo DVD didattico; ho registrato un disco insieme a Neal Morse e poi altre cose che al momento non ricordo. Ora che l’album è finito inizia il lavoro più complicato: preparare i vari tour nei vari continenti, decidere le band che apriranno i concerti, definire il merchandise, gestire i rapporti con i Fan Clubs... la mente non smette mai di pensare. E nel mentre ho pure fatto un G3 con John Petrucci (ridendo).” ID: “Visto che si parla dei brani, riguardo ad In the presence of Enemies part 1 e part 2; possiamo considerarli parti di una suite unica o si tratta di due cose completamente diverse atte ad aprire e chiudere l’album?” MP: “E’ un unico brano splittato in due, quindi entrambe le cose da te citate. In the presence of Enemies è un brano che è stato scritto e registrato come un unico brano; poi abbiamo pensato di dividerlo per dare più atmosfera all’album. Ci siamo accorti che dividendolo sarebbe stata una bella cosa perché la prima parte trasmetteva subito potenza e poteva fare da opener per l’album mentre, la seconda parte è molto più soft, più orchestrale e sicuramente avrebbe accompagnato benissimo l’ascoltatore verso la fine del disco. D’altronde aprire un album con un brano di 25 minuti sarebbe stato un impatto molto pesante per l’ascoltatore, cosi come avevamo già sperimentato la chiusura di un album con un brano della stessa lunghezza, per cui abbiamo optato per questa soluzione.” ID: “Saltiamo un attimo alla parte compositiva dei testi, questa volta come vi siete divisi il lavoro?” MP: “John ha scritto i testi di 4 brani, io di 2 e James di uno. (Notare che Mike considera le due parti di In the presence

of enemies come un brano unico anche dal punto di vista delle liriche).” ID: “Avete sempre dato molta considerazione a ciò che volevate trasmettere con le parole delle vostre canzoni, questa volta vi siete soffermati su qualche significato particolare o avete spaziato all’interno delle vostre menti?” JLB: “La composizione delle liriche segue un percorso completamente diverso da quello che viene effettuato per comporre la musica; quest’ultima viene pensata tutti insieme, tutti nello stesso studio a collaborare dandoci idee a vicenda. Per le liriche il processo è molto più personale, una volta definita la linea melodica ognuno di noi sceglie su quali di queste linee mettere un testo e parte con un processo compositivo che è di puro carattere personale, si spazia all’interno della mente del singolo, delle sue esperienze personali.” MP: “Non a caso i testi scritti da noi tre in questo ultimo album sono caratterizzati da soggetti diversi, per quanto riguarda me si tratta di questioni molto personali: Repentance prosegue il percorso per l’uscita dal tunnel dell’alcolismo, di Costant Motion ne abbiamo già parlato poco fa. I testi di John Petrucci sono storie di fantasia e quello scritto da James è un testo prettamente politico; per cui: politica, fiction e questioni personali, queste le tre caratteristiche dei brani del nuovo album.” ID: “Ci piacerebbe soffermarci un attimo su Repentance, un tema iniziato con The Glass Prison e portato avanti anche in questo album; sentiamo degli special guest all’interno, di chi si tratta, perché sono stati scelti per questo brano?” MP: “Repentance è il seguito


dei tre brani riferiti al percorso per uscire dall’alcolismo sentiti nei 3 precedenti album, questa volta vengono toccati i punti 8 e 9. Riguardo gli special guest devo dire che sono stati veramente utili al contesto; eravamo alla fine delle sessioni di registrazione e dovevo accingermi a scrivere il testo di questo brano ma, mi mancavano delle idee. Il punto 8 del percorso dice di fare una lista di persone care a cui si è creato un disagio con il proprio alcolismo e di fare ammenda. Ho cosi deciso di coinvolgere queste persone che oltre ad essere dei veri special guest sono delle persone a me molto care. Il punto 9 è infatti sviluppato attorno a loro; ognuno di loro ha avuto modo di esprimere ciò che voleva, registrando la propria voce ed inviandomi tutto via mail. Il mio unico lavoro è stato quello di inserire tutte le varie voci all’interno della struttura del brano.” ID: “Oltre a questi special guest ci sono altre persone coinvolte nella stesura dell’album?” MP: “A parte i 50 ragazzi che ci hanno raggiunto in studio per registrare i cori e gli urli di Prophets of War non c’è nessun altro.” ID: “Le registrazioni dell’ album si sono svolte interamente agli Avatar?” JLB: “Certo, abbiamo fatto tutto all’Avatar, la stesura dei brani, la registrazione e il mixing.” ID: “Se volessimo comparare questo album con uno precedente, a cosa potremmo accostarlo maggiormente?” MP: “Io penso che comparare un nostro album ad un altro sia una cosa molto personale, ognuno di noi potrebbe darti una risposta diversa; per quanto riguarda

me, ad esempio, io credo che questo album sia un mix perfetto tra Train of Thought e Octavarium. Systematic Chaos ha tutte le componenti heavy e dark e l’aggressività di ToT e la diversità di Octavarium; ci sono momenti molto soft, altri molto prog e decisamente momenti molto heavy e tutti con atmosfere molto dark.” JLB: “Per quanto riguarda me aggiungerei anche Scenes from a Memory ai due album citati da Mike. Da SFAM credo che questo Systematic Chaos abbia preso la sua multidimensionalità, la diversità di momenti all’interno dei brani stessi, e il bilanciamento tra questi. Credo proprio che i brani di questo nuovo album siano molto bilanciati tra di loro e che ascoltandolo si crei un qualcosa che fluisce all’interno della mente dell’ascoltatore senza problemi di picchi estremi.” ID: “Avete rispolverato il vostro inspiration corner e, se si, quali sono i dischi che vi siete portati dietro questa volta?” MP: “Per questa volta abbiamo deciso di usare le nostre menti come inspiration corner (non si direbbe cosi tanto! NdR). E’ un album concepito da Mike, John, James, John e Jordan senza un ordine di importanza. Aggiungerei anche Paul, il nostro ingegnere del suono. Nessuna fonte esterna, solo una squadra compatta che è stata qualche mese in studio a creare della nuova musica. Per questo nuovo album non ci sarebbe stata ispirazione migliore delle nostre menti, ognuno di noi è focalizzato su generi musicali diversi, ascoltiamo di tutto ma ognuno di noi è diverso dagli altri; questo mix di idee, di esperienze musicali e di ascolti è servito veramente tanto per partorire questa nuova musica.”

ID: “Hai appena nominato Paul Northfield; la sua presenza in studio è forse uno step verso un ritorno ad un produttore esterno, una figura che supervisioni un po’ il vostro lavoro nel futuro?” MP: “Assolutamente no, Paul ha seguito solo l’enginering del nuovo album, ci ha dato idee sui suoni ma non sui brani. Paul è stato in studio per tutto il processo di composizione e registrazione, cosi come faceva Doug per i precedenti album, ma non ha fatto niente di più. Abbiamo scelto lui perché volevamo dei suoni nuovi, più freschi ma, la produzione dell’album è stata sempre curata da me e John Petrucci.” JLB: “Esatto, Paul ha seguito tutto il processo ma vorrei aggiungere che ci ha dato una grande mano con la produzione delle parti vocali, delle melodie. Non avevamo mai coinvolto un ingegnere del suono nella produzione delle parti vocali ma Paul è stato subito il benvenuto soprattutto per le idee che ci ha dato appena iniziato il processo di registrazione delle voci. E’ stata un’esperienza nuova per me, ho scoperto nuove strade da percorrere ed è stato impressionante il suo aiuto. Penso che la sua esperienza con i Rush ed i Ryche sia stata fondamentale per noi, visto che ha saputo approcciare perfettamente le nostre caratteristiche come band. Non nego che c’erano già stati dei contatti con lui anche ai tempi di Fallino into Infinity ma le cose non andarono in porto; questo era proprio il momento giusto per lui con noi. ID: “Pensate di proporre in tour tutto l’album nella sua integrità?” MP: “Non credo che questo album si presti ad una rappresentazione nella sua integrità durante un concerto. Potrebbe capitare cosi come


è capitato per Octavarium nel concerto di Roma di due anni fa ma sarebbe solo un evento speciale. Credo invece che ci potrà essere spesso l’occasione di ascoltare In the presence of Enemies nella sua integrità poiché ad oggi è un brano che rappresenta molto il nostro stile compositivo e racchiude in se tutte le nostre caratteristiche.” ID: “Quali saranno i singoli per questo nuovo album? Ci saranno dei video?” MP: “La label ha scelto Costant Motion come singolo e io credo che Forsaken sarà il suo successore poiché crediamo molto in quel brano. Parlando di video ti posso dire che ne abbiamo già registrato uno per Constant Motion. Dopo Hollow Years non eravamo più di tanto convinti di fare dei nuovi video poiché quel filmato non lo avremmo voluto proprio fare. Avevamo chiesto un video per As I Am e ci è stato negato cosi non abbiamo più parlato di video fino a che è arrivata la proposta di Roadrunner per Constant Motion. I tempi erano maturi ed anche noi eravamo molto eccitati all’idea di fare un nuovo video soprattutto perché questo è un brano che ci piace molto. ” ID: “Abbiamo avuto notizie in merito ad una special edition per il nuovo album, cosa conterrà nello specifico?” MP: “La nuova label ci ha dato questa possibilità e noi l’abbiamo colta al volo. Si tratta di un’edizione di Systematic Chaos con un DVD allegato al regolare CD. Nel DVD troverete un mix 5:1 di tutti i brani dell’album ed un documentario di circa 90 minuti che ripercorre tutte le tappe delle sessioni di studio.” ID: “Novanta minuti per

parlarci di un album e solo poco più di un’oretta per parlarci dei primi ventanni della vostra carriera?” MP: “Stai forse facendo riferimento a Score? (ridendo). Ho letto di molti nostri fan contrariati per le scelte fatte per riempire il secondo DVD di Score; purtroppo non è stata solo una nostra volontà ma la label che ci ha prodotto quest’ultimo DVD ci ha dato dei grossi limiti di budget per cui abbiamo dovuto un po’ arrangiarci. Con questa nuova uscita della Special Edition di Systematic Chaos siamo stati più liberi da vincoli e siamo riusciti a mettere tutto ciò che volevamo; un documentario che veramente ripercorre tutto il periodi delle registrazioni e, finalmente, l’album mixato in 5:1. Volevamo già farlo per Octavarium ma non ne abbiamo avuto la possibilità, questa volta ci siamo riusciti…” ID: “… nuovi passi atti alla piena soddisfazione dei vostri fans?” MP: “Assolutamente si. Cerchiamo sempre di avere molta cura di coloro che ci seguono; ad esempio ora è in uscita la nostra biografia ufficiale e sarebbe un mio sogno poter allegare al libro un bel cd da usare come supporto audio per ripercorrere un po’ le tappe spiegate nel libro, potendo ascoltare i demo dei brani, e altre chicche veramente speciali che fanno parte della nostra storia. Sono però sicuro che ci sarà qualcuno che dirà ‘ehy, ragazzi ! ma perché solo un cd, potevate fare un dvd !!!’ e quindi ci sarà sempre qualcuno non soddisfatto…” ID: “… beh, oltre ai DVD potreste iniziare a pensare già ai nuovi supporti bluray, non dici ? (ridendo)” JLB: (ridendo)“Vedi Mike, te l’avevo detto; siamo già

indietro con i tempi… i nostri fan vanno accontentati…” ID: “Focalizzandoci solo su Systematic Chaos e sulla nuova direzione intrapresa; pensate che ci saranno molti fan contrariati da questa nuova esperienza musicale?” MP: “Potremmo anche annunciare la seconda venuta di Cristo come nostro prossimo cd; ci sarà sempre qualcuno che non è d’accordo con noi; non è importante cosa fai, se fai brani più prog, più heavy, più soft, più lunghi, più corti; c’è e ci sarà sempre qualcuno contrariato e noi non possiamo di certo accontentare tutti. ” ID: “Quali parole volete dedicare a tutti quelli che leggono la nostra fanzine?” MP: “Ragazzi, state pronti per un ritorno in grande stile; dopo un periodo di pausa in cui abbiamo ricaricato le pile abbiamo sfornato un nuovo album e siamo pronti di nuovo a salire sul palco per tutti voi. Abbiamo in preventivo una grande sorpresa per questo Gods of Metal, preparatevi!!!” (Note: in ogni caso non avremmo potuto svelarvi prima la sorpresa che i Dream avevano preparato per voi!!! Per chi era al concerto, speriamo che sia stata di vostro gradimento). intervista e critiche costruttive Italian Dreamers Staff


Di interviste fatte a Mike ne avrete lette tante in vita vostra; l’uomo attorno a cui ruota tutto il mondo dei Dream Theater è molto più di un semplice batterista. Negli anni abbiamo visto trasformarsi il nostro barbone preferito in un vero business man che cura tutti i minimi dettagli del gruppo che da poco ha festeggiato, con un concerto memorabile in quel di New York, i suoi primi venti anni di carriera. Mike, come se non bastasse, non è “solo” questo ma, è molto di più; infatti il buon Portnoy è il fan numero 1 della propria band, grande collezionista di ogni tipo di memorabilia inerente i Dream Theater e non solo… famosa è pure la sua mania di collezionare film su ogni tipo di supporto, soprattutto Laser Disc e non ultima la sua collezione di memorabilia sui Muse (forse da qui nasce questo spirito di emulazione che si può percepire “leggermente” su Octavarium e Systematic Chaos?). Mike, oltre a tutto questo, è un vero fan di tantissimi gruppi musicali che hanno solcato le scene del metal e non da quando era poco più di uno sbarbatello. Tutti sappiamo quanto sia devoto in primis ai Beatles e ai Rush, passando per Pink Floyd, Metallica, Genesis e compagnia bella; i tributi da lui fortemente voluti come progetti paralleli insieme ad altri musicisti e le notti tributo create insieme ai suoi Dream Theater ne sono la prima testimonianza. Parlare con Mike di musica è sempre un’esperienza; non solo è un vero juke box umano in grado di riconoscere o suonare ogni brano di qualsiasi gruppo metal esistente al mondo ma, in pochi secondi è in grado di snocciolare biografie e discografie di ognuno di questi e dei suoi singoli elementi. Il lavoro di “intervistatore”, ovvero, colui che solitamente tiene in mano in microfono, a Mike proprio mancava. Rythm, ottima rivista mensile per batteristi pubblicata in Gran Bretagna, ha dato, per il numero di gennaio 2007, a Mike questa piccola incombenza. La sfida era interessante, creare un quadretto di 4 batteristi famosi del passato e farli intervistare da colui che più di tanti altri ha preso spunto da loro. Purtroppo per Mike la ciliegina sulla torta è mancata in quanto gli è stata negata un’intervista con Ringo Star ma, i quattro prescelti di certo non ne hanno fatto sentire la mancanza. Mike ha comunicato questo speciale su Rythm qualche giorno prima del Natale, infatti il periodico sarebbe uscito nelle edicole inglesi il 22 dicembre; a questo punto non mancava altro che qualcuno che lo comprasse e ne traducesse e adattasse il contenuto per le pagine di Metropolzine. Prima delle interviste ai quattro mostri sacri, sullo stesso numero di Rythm è comparsa un’intervista a Mike da uno dei suoi più grandi fan: Jason Bittner (Shadows Fall). Petrus


JB: Come ti è venuta l’idea di fare da guest editor per questo numero di Rhythm? MP: Questo giornale fece il primo esperimento del genere un annetto e mezzo fà con Taylor Hawkins che intervistò quattro batteristi celebri del calibro di: Stewart Copeland, Roger Taylor, Phil Collins e Stephen Perkins. Quando lessi le interviste pensai subito che era una cosa fantastica, ovvero, un batterista contemporaneo che intervista i suoi eroi. Lo dissi subito ad uno degli editori di Rhythm e mi chiesero se volevo fare qualcosa del genere anche io…. E cosi fù…” JB: Hai intervistato 4 mostri sacri: Neil Peart, Bill Bruford, Nick Mason e Lars Ulrich… come hai preso la decisione per questi 4 batteristi? MP: Non solo sono 4 batteristi che ammiro, ma sono membri delle 4 band che hanno avuto un impatto maggiore su di me. Se ad esempio guardi Nick Mason, in pochi lo valutano realmente come un batterista, poi guardi alla sua band di provenienza e capisci subito che i Pink Floyd hanno cambiato la musica. Stessa cosa per Lars con i Metallica” JB: Lars è stato colui che ha dato il via ad una corrente a cui facciamo parte entrambi… MP: Esattamente, è stato lui il pioniere della tecnica di doppia

cassa in tutta la scena del trash. Lui era l’avanguardia ai primi tempi dei Metallica. Riguardo a Neil direi che la cosa si spiega da sola con la mia grande passione per i Rush; non intervistare lui non avrebbe dato nessun senso a questa serie di articoli. Infine Bill; lui ha fatto parte di band che hanno cambiato il modo di suonare e comunque di band che hanno significato molto per me, per cui ecco qui completato il quartetto. JB: Con quale batterista hai avuto un approccio più nervoso durante l’intervista? MP: Neil ! Sicuramente lui in quanto è il batterista da cui ho preso ispirazione negli anni e l’unico batterista che ho sempre voluto incontrare senza mai averne l’occasione. Quando entri nel music business ci sono una serie di festival, drum show, fiere, etc, che ti permettono di incontrare i tuoi “eroi”. Neil invece è sempre stato una persona riservata, quieta, che sta sempre lontano da questo genere di manifestazioni, per cui mi è sempre stato impossibile incontrarlo nonostante l’immensa stima che ripongo in lui. Durante la mia carriera non c’è nessun altro batterista a cui mi hanno maggiormente comparato se non Neil. Sia il mio stile di suonare sia il sound

dei Dream Theater sono sempre stati comparati ai Rush negli ultimi 20 anni ed era chiaro che prima o poi passato e presente si sarebbero dovuti incontrare. Non ti posso negare che ero molto emozionato prima di sedermi con lui per l’intervista. JB Un po’ come sta succedendo adesso a me con te, solo che noi siamo sempre stati grandi amiconi! Cambiando discorso, tra poco uscirà (è uscito a metà marzo per Hudson Music) il tuo nuovo video didattico, si parla di un triplo DVD. MP: Esatto, sono assolutamente emozionato per questa uscita. Mi sembrava di aver perso del tempo, questo perché l’ultimo mio video è uscito ben 7 anni fà per cui questo nuovo metodo didattico vuole essere “mostruoso” in tutto e per tutto. Si tratta di 3 DVD per un totale di più di 7 ore di filmati; una struttura simile a Liquid Drum Theater. Il primo volume si focalizza sui Dream Theater degli ultimi 7 anni, per cui da Six Degrees fino ad Octavarium. Nel secondo vengono presi in considerazione tutti i progetti che ho fatto negli ultimi anni (e sono tanti…TROPPI, caro Mike! Nd. Petrus) come Transatlantic, Osi, gli album con Neal Morse, le sessioni in studio con John Arch, i live con il G3, gli Overkill, i Fates Warning e i quattro tributi


a Led Zeppelin, Who, Beatles e Rush. Nell’ultimo DVD invece ci saranno delle vere perle live: i duetti con alcuni batteristi durante gli ultimi tour… ci sei pure tu Jason, c’è quello con Charlie Benante e altre piccole chicche che troverai nel DVD. JB: Sei diventato famoso per la tua drum cam sempre accesa durante i live e le sessioni di studio, anche per questo ultimo album l’hai portata con te? MP: E’ sempre con me!!! JB: Visto che stiamo parlando di DVD, parlami di Score… è stato difficile suonare con un orchestra? MP: E’ stato molto più facile di quanto avressi pensato. Il direttore d’orchestra è stato veramente geniale; non ha voluto a che fare con noi per nulla, ha semplicemente detto “voi suonate la vostra musica come avete sempre fatto, al resto ci penso io” e cosi è stato! Impressionante, perché il maestro d’orchestra di Score ha un grande orecchio, una professionalità innata ed oltre ad essere un grande musicista è un intenditore ed appassionato di tempi dispari. Ci ha spiazzato in tutto e per tutto. L’unica connessione durante il concerto era tra me e lui (ecco il motivo degli specchi attorno alla batteria di Mike! Nd. Petrus), ci capivamo a gesti e lui non mi ha tolto gli occhi di dosso per tutto il concerto. Io conducevo la band per tutto ciò che riguardava i

nostri brani, gli attacchi, gli stop, i vari riff riarrangiati e lui ha fatto il resto. JB: Come sono andate le sessioni in studio per il nuovo album? MP: Direi molto bene, siamo entrati in studio in settembre e ci siamo rimasti fino a febbraio circa. Dal lunedi al venerdi in studio e nel week end a casa. Come sempre il nostro processo di composizione è semplice e veloce, la nostra creatività ci permette di non essere mai a corto di idee e di lavorare molto velocemente in studio. Anche in questo album ho preferito un suono molto spontaneo; raramente scrivo le partiture dei miei riff per poi rifarli uguali, cerco sempre di memorizzare ciò che faccio e di escludere ciò che non mi piace per poi lavorarci su ancora una volta. Spesso ciò che si sente nell’album è l’ultima traccia che ho inciso per quel brano, o magari quella del giorno prima; sono sempre idee fresche e dell’ultimo minuto. JB: Quale kit hai usato in studio? MP: Sempre l’Albino, lo stesso che ha fatto tutto il tour di Octavarium. E’ il suo primo album poiché per le registrazioni di Octavarium ho usato il Siamese Monster e il Bonham Kit. JB: Prima di dare spazio agli altri batteristi parliamo un po’ di cosa ascolta Mike Portnoy…. MP: Mi piacciono da morire i Muse, sono dei geni, una delle band migliori degli ultimi anni. Poi, Dominic Howard, un batterista con un groove niente male. I Lamb of God non mi dispiacciono, Chris Adler è un grande poi, come i Mastodon del resto. Poi direi i Mars Volta e in finale gli Opeth. NEIL PEART Neil Peart è sempre stato riconosciuto come una persona molto riservata e gli ultimi 9 anni della sua vita non hanno fatto eccezione. A causa di una

perdita importante in famiglia Neil ha intrapreso un percorso introspettivo alle radici della sua musica e della sua vita. Ne sono la testimonianza alcuni libri che Neil ha scritto raccontando i suoi viaggi durante i suoi tour. L’ultimo libro è stato pubblicato da poco e, complice la presentazione del nuovo lavoro proprio a New York e la presenza di Mike Portnoy a Manhattan per le sessioni di Systemathic Chaos, ecco attivarsi l’organizzazione perfetta per un meeting molto importante. La prima parte dell’incontro è stata molto intensa, vedere Peart raccontare a Portnoy una serie di storie vissute durante i tour e Mike ricambiare con le sue esperienze da batterista più “giovane”. “Due batteristi trovano sempre qualcosa di cui parlare…” sono le parole con cui Neil tranquillizza Mike mentre viene ringraziato per la sua pazienza ma, eccoci al momento in cui si accende il registratore e parte la reale intervista: MP: Ciao Neil, per tutti i fans dei Rush che leggeranno queste righe, ed anche per me in primis come grande fan della tua band, ti devo chiedere a che punto siete con il nuovo album NP: Essendo la prima volta che componiamo un album vivendo lontani tra di noi devo dirti che stiamo andando lentamente… bene ma lentamente. La distanza è un po’ un problema da quando io mi sono trasferito a Los Angeles e gli altri vivono sempre a Toronto. Ho scritto alcuni testi e li ho inviati ad Alex


e Geddy per farglieli leggere ma, ti assicuro, che è stato molto frustrante sapere di non poter essere li con loro a leggerli e commentarli. Poi è capitato che ci siamo incontrati nel marzo 2006 nella mia casa in Quebec e loro mi hanno fatto ascoltare alcuni rif che avevano scritto. Sono rimasto impressionato dalla freschezza dei suoni, da questo nuovo groove mai sentito prima nella nostra musica ed anche per loro fù un’esperienza poiché una cosa è suonare e comporre quando sei da solo ed un’altra è suonare le stesse cose per qualcun altro che ti ascolta, suona tutto completamente diverso ed è divertente. Ma la cosa che abbiamo deciso, sopra ogni altra, è stata quella che dovevamo stare insieme per comporre qualcosa di nuovo, per cui ci siamo presi tutto il mese di maggio a Toronto lavorando ogni giorno sui nuovi brani. La cosa interessante è stata che non ci sono stati conflitti tra di noi, non abbiamo mai avuto da ridire sul lavoro degli altri, c’è stato un grande senso di unità tra di noi e l’unico nostro nemico era la musica che stavamo componendo, noi tre contro tutti i nostri brani. Abbiamo confezionato otto brani che riteniamo possano essere un buon punto per un nuovo album, troveremo il modo di ritrovarci per sgrezzare un po’ il tutto magari insieme ad un “esterno” che possa darci dei giudizi, possa indirizzarci sullo stile musicale da intraprendere e magari spronarci a fare qualcosa di più e meglio. Adoriamo questi tipi di input per cui abbiamo già discusso su chi sarà questa volta a darci una mano ed abbiamo tirato fuori dal cappello “Nick Raskulinecz”, un personaggio che ha già lavorato con i Foo Fighters ed è giovane ma maturo abbastanza per aiutarci nel nostro cammino. MP: Pensando a tutti i vostri brani del passato, suite interminabili con intramezzi strumentali e partiture impensabili, non riesco a focalizzare un vostro nuovo lavoro senza pensarvi tutti e tre in uno studio.

NP: Negli anni abbiamo capitalizzato esperienza a quanto pare…. Bisogna saper prendere il meglio da entrambe le parti, quando abbiamo preparato le cover di Feedback eravano in studio tutti e tre insieme ma, a volte può capitare che stare in studio in 3 non porti a nulla di produttivo. L’orientamento compositivo è sempre quello di una jam da cui vengono prese le cose migliori e poi rielaborate dai singoli; oppure prendere in considerazione l’idea di un singolo e poi metterci mano. Solitamente è Alex quello che arriva in studio con un mare di nuove idee, Geddy invece è più metodico, combina un po’ la naturalezza della composizione con un lavoro di Pro-Tools per l’arrangiamento finale in modo da poter poi riprovare tutto con calma anche più avanti nel tempo. Dal canto mio, io adoro provare le mie parti ripetutamente, da una parte per trovare nuove idee quando sono in studio, dall’altra per perfezionarmi quando devo andare in tour. Geddy mi dice sempre scherzando che sono l’unico musicista al mondo che prova per provare: infatti è vero; se organizziamo due settimane di prove per andare in tour, io mi prendo le due settimane prima e provo per le prove!!! MP: Sei totalmente il mio opposto: io odio letteralmente

provare, mi annoia. NP: So che un mare di gente non ha voglia di provare, anche Buddy Rich non viene mai alle prove, arriva all’ultimo minuto, ascolta tutto, suona tutto la prima volta e gli viene bene cosi; potrebbe essere una grande cosa ma io non riesco proprio. MP: Gli ultimi album dei Dream Theater sono stati composti nella maniera opposta: entriamo in studio e componiamo l’album li dentro. Ognuno dei due metodi ha dei pro e dei contro: è bello ed entusiasmante poter scrivere qualcosa e poi avere il tempo di ritoccarlo con calma nei mesi dopo, cosi come, d’altro canto, è anche elettrizzante improvvisare e registrare allo stesso tempo in modo da avere sonorità più fresche e genuine. NP: Esatto! La cosa buona di lavorare con dei demo è quella che li puoi riascoltare tutte le volte che vuoi e ogni volta aggiungere qualcosa, soprattutto se non hai pressioni interne tipo gli altri elementi della band che devono avere la tua parte o ancora peggio pressioni esterne tipo case discografiche, promoter, perché l’album deve essere pronto. Dal canto mio devo dire di essere un insicuro ma io voglio assolutamente che la mia parte sia brillante al massimo al momento in cui qualcun altro la


ascolterà. La cosa bella è che poi, spesso, ci troviamo a dover adattare le parti alle esigenze degli altri della band per cui è sempre uno scambio musicale ad alto profitto. MP: Da compositore musicale ma anche da compositore di liriche, sono curioso di conoscere il tuo processo di scrittura non solo dal punto di vista delle parole ma anche delle varie melodie. Lavorate prima sulle melodie o prima sui testi? NP: La cosa interessante è che capitano entrambe le situazioni anche se, molto spesso, la cosa più semplice è quella di avere delle parole scritte su una pagina per avere una direzione (al contrario del metodo di composizione dei Dream Theater in cui prima vengono composte le melodie e poi scritti i testi. NdPetrus). Proprio per quest’ultimo album abbiamo avuto un approccio del genere, vivendo e componendo lontani tra di noi direi che avere una mappa (ovvero della parole) su cui lavorare è stato molto utile. Quando inviavo del mio materiale ai miei colleghi allegavo sempre anche le parole in modo che loro potessero lavorare sull’insieme e vedere cosa andava e cosa non andava, poi quando tutto tornava da me io davo le mie impressioni. La prova del nove poi l’abbiamo avuta alle sessioni di Toronto quando ci siamo trovati con gran parte del materiale da preparare, unire e arrivò il momento di confrontare e lavorare sui testi. Ricordo ancora un brano che risultò pressoché perfetto ma al quale mancava qualcosa ed io non riuscivo a capire cosa, arrivò Geddy cantandoci sopra e dicendomi “senti? Mancano tre parole…” e tutto filò liscio da quel momento. MP: Quindi riscrivete i testi varie volte. NP: Certamente, svariate volte e ci divertiamo tantissimo a fare questo. E’ un modo per continuare a confrontarci e per arrivare ad un risultato che piaccia a tutti noi.

MP: A questo punto sono curioso di sapere come registri la batteria: è un processo di qualche giorno fino a che il brano non è finito o è una cosa che riprendi nei mesi fino ad un risultato finale che ti aggrada? NP: Non ci sono regole per questo, veramente. Per alcuni album siamo arrivati in studio con dei demo completi e in un paio di giorni avevo suonato tutte le parti di batteria, per altri nostri lavori fu un approccio completamente diverso; mi trovavo a lavorare sulle mie tracce giorno dopo giorno dicendomi “questa è la versione finale”. La mattina mi svegliavo, la ascoltavo e dicevo “no, posso ancora batterla questa versione e fare di meglio” e ricominciavo a lavorarci sopra. MP: Riguardo ancora le singole tracce; è una cosa che registri in un unico “take” o dividi il brano in più riprese e lo registri in parti? NP: Quando prima ti dicevo dell’album registrato in due giorni mi riferito a “Test for Echoes” e devo dirti che sono stati quasi tutti dei “full take”. Ho bisogno di trasmettere spontaneità durante un brano e dividerlo in più parti snaturerebbe il tutto. Se ci sono 20 fill all’interno di un brano e devo inserirli tutti non li faccio uno alla volta ma, focalizzo dove vanno, e suono il brano dall’inizio alla fine. Il mio focus è di arrivare al brano finito tralasciando le cose ridicole e quelle impossibili. MP: .. e quindi dover entrare in studio avendo studiato tutti i brani dall’inizio alla fine. NP: Esatto, ma ti può anche capitare che durante un brano complesso vai in panico e ti dimentichi una parte (ridendo) e a me è capitato registrando “Tom Sawyer”. Non solo mi ero perso, ma mi ero dimenticato tutto; la cosa più

bella è stata doverlo imparare di nuovo! MP: Circa 10 anni fa hai deciso di ripartire ricominciando a prendere lezioni da Freddie Gruber. Tutta la tua crescita musicale di questi ultimi 10 anni è stata ampiamente documentata. Stai ancora sviluppando nuove conoscenze? Stai ancora facendo pratica? Prendi ancora lezioni di Freddie? NP: Ho visto Freddie proprio l’altro ieri, ti ho detto tutto. Penso a Freddie come un allenatore tennistico, una sorta di guida; infatti lui non mi insegna solo a suonare ma mi guarda mentre suono e mi da ispirazioni. La cosa bella è che spesso ci vediamo in casa sua, ci sediamo uno davanti all’altro, lui prende un paio di bacchette in mano e mi parla di mille cose al di fuori dallo strumento. E’ un livello diverso, non è una lezione di batteria, non siamo seduti sul nostro sgabello davanti al nostro set ma, la pratica è sempre parte di un dialogo tra di noi. Freddie mi racconta sempre come Papa Jo Jones faceva questo già in passato, è un libro di storia quell’uomo…ha 80 anni suonati! Ovviamente facciamo anche pratica alla batteria e mi applico sempre religiosamente agli esercizi che mi assegna, tanto che alla fine di un tour non ne posso più di suonare ma rimango pur sempre un batterista, è questa la cosa che mi infonde sempre Freddie, quella di essere un batterista anche stando per un po’ di tempo senza fare pratica.


MP: Parliamo un po’ delle tue influenze: alle mie orecchie ci sono tre batteristi che ti hanno preceduto e dai quali potresti avere preso spunto, dimmi se sono stato cosi accurato nei dettagli da indovinarli; uno è Buddy Rich: NP: Divertente ma non esatto. Devo dire che Buddy è entrato nei mie ascolti tardi, solo negli anni 90 sono arrivato ad ascoltare la sua musica con più profondità MP: Il prossimo è Keith Moon, penso che ci possa essere una connessione tra tu e lui in quanto avendo avuto due tributi ai Rush e agli Who ho trovato parecchie assonanze nello studio dei due batteristi. NP: Si stavolta ci hai preso, Keith è una costante e continua influenza nei miei confronti. Utilizzo sempre dei fraseggi con il suo stile perché ha sempre qualcosa di magico; sembra sempre che suoni in maniera caotica ed incontrollata mentre invece ha un senso musicale molto intuitivo. MP: Il terzo è Michael Giles dei King Crimson. Molte parti di rullante, soprattutto in “In the court of the Crimson King” possono essere assolutamente scambiate come parti tue. NP: Azzeccato in pieno ma non solo, non solo i primi King Crimson ma anche quelli più odierni sono stati fonte di grande ispirazione. Riguardo Giles posso dire che il suo modo di costruzione dei riff e il suo metodo di suonare e orchestrare i brani sono sempre frutto di spunti da parte del sottoscritto. MP: Ci puoi parlare di come si è evoluto il tuo kit e il tuo sound negli anni? NP: Negli anni ho sempre pensato che un batterista deve settare il suo kit come più gli è comodo senza pensare a fare scena o impressione sul pubblico. Anche il modo di suonare deve essere gustoso e spontaneo. Nel 94 però ho cambiato totalmente il mio setup e il mio kit; le lezioni di Freddie mi

hanno aiutato tanto a decidere di avere tutto sotto di me, avendo il mio corpo sopra a tutto il resto. Freddie diceva sempre “Perché metti quel timpano li, il tuo braccio si muove cosi e tu devi metterlo proprio dove va a battere il braccio…deve essere un movimento sponteneo”. Ed aveva pienamente ragione poiché da quel momento ho sentito di suonare meglio e facendo sempre meno fatica avendo anche un controllo maggiore sullo strumento. MP: Infine parliamo del tuo DVD didattico “Anatomy of a Drum Solo”: un’altra opportunità per i tuoi fans di poter guardare all’interno del tuo metodo, delle tue radici e del tuo strumento. Ci puoi raccontare di come è nato questo video ? NP: Avevo già fatto “A work in progress” nel 1995 e non ero convinto di poterne fare un altro. Ho iniziato a pensare alle esperienze live dopo le registrazioni di un album e sono arrivato a pensare all’assolo di batteria e ho iniziato a chiedermi come è composto, che cosa porta ad un batterista che lo esegue e ho trovato che all’interno di ogni assolo c’è una parte autobiografica inerente le influenze musicali. Cosi ho iniziato a fare delle ricerche e ho voluto illustrare a tutti i miei risultati. Nel mio libro avevo citato una frase di Bob Dylan riguardo l’arte che dice: “Lo scopo principale dell’arte è quello di ispirare. Che cos’altro puoi fare per la gente se non ispirarla?” Cosi ho iniziato a fare delle ricerche e ho voluto illustrare a tutti i miei risultati all’interno del DVD. LARS ULRICH La domanda che Mike ha fatto a Lars prima ancora di iniziare l’intervista non ha nulla a che fare con la musica. Un piccolo siparietto tra due amiconi; uno (Lars) tutto casa e famiglia, l’altro (il buon Mike) molto più dentro il music business e molto meno “casalingo”.

L’intervista si è svolta al telefono in quanto entrambi i batteristi erano impegnati con le relative band per le registrazioni del nuovo album; Mike è a New York mentre Lars è in California con un fuso di 3 ore in meno rispetto alla East Coast. MP: Ma come ti è saltato in mente di darmi appuntamento cosi presto di mattina ; soprattutto, tu che cavolo ci fai sveglio a quest’ora della mattina visto che sei 3 ore di fuso indietro rispetto a me ? LU: Sono già sveglio da tre ore Mike; in casa Ulrich la vita inizia alle 6.45 di mattina. Si inizia svegliando i bimbi, facendogli la doccia, preparando loro la colazione e i cestini per il pranzo. Insomma, non sembra proprio il Lars che tutti conoscono, colui che, con i Metallica, ha appena finito di festeggiare 20 anni di carriera riproponendo dal vivo tutto l’album “Master of Puppets” ispirati dalla performance dei Dream Theater del 2002 che hanno riproposto l’album dei Metallica.


dedicarci. (NDR: a quanto pare i Metallica sono proprio in questo periodo di nuovo in studio a lavorare sui brani del nuovo album).

MP: Non sono abituato a fare le interviste dal lato dell’intervistatore per cui, vediamo un po’ come va a finire. Prima di tutto parliamo del vostro nuovo album. LU: Quello passato è stato un anno molto bello, ci siamo ritrovati in studio, solo noi 4 della band, senza psicologi, psichiatri, troupe televisive, niente di niente; solo noi e i nostri strumenti. Rick (Rubin, colui che ha preso il posto di Bob Rock) è venuto in studio con noi qualche giorno, ha ascoltato un po’ di materiale e ci ha dato qualche idea. Abbiamo circa 25 brani e da quelli selezioneremo i migliori che andremo a registrare per l’album. MP: Cosa vuol dire avere un nuovo produttore dopo 15 anni? LU: E’ una cosa completamente nuova, un’energia nuova, uno spirito rinnovato. Bob è, e sarà sempre, uno della famiglia Metallica ma, per questa volta volevamo provare una strada diversa. Rick non è la persona che ti consiglia come modificare un riff, come aggiungere un coro o cose cosi; lui va al sodo dicendoti “spegni quel cazzo di pro-tools e fammi vedere come sai arrangiare il brano da solo”. Ci sta pompando da matti. MP: Con tutto questo tempo in studio, hai già registrato qualche parte di batteria? LU: Abbiamo più o meno 30 o 40 ore di materiale valido, poi ci sono dei riff sparsi, delle jam session. E’ ancora tutto in alto mare ma dai 25 brani vogliamo sicuramente scendere. Dobbiamo solo trovare il tempo di ritrovarci in studio e lavorare di nuovo sui brani ma dobbiamo tenere conto che abbiamo anche delle famiglie, dei bambini a cui

MP: Siamo sulla stessa barca, anche noi abbiamo inserito le session di studio tra i nostri impegni personali e altri progetti paralleli. LU: Non ho più le forze per nove mesi in studio e poi diciotto mesi in tour, quelle sono cose che puoi fare quando sei all’apice. MP: Ok, ultima domanda sul nuovo album, specifica sulla batteria. Considerando che mi è molto piaciuta la direzione che avete intrapreso sul vostro ultimo album (ND. Petrus: beh caro Mike, non fare il leccaculo, lo sanno anche i muri che hai preso per il culo i Metallica per il loro ultimo album in ogni tua intervista del tempo!), brani più lunghi, suoni più ricercati, arrangiamenti meno ortodossi. Mi ha ricordato molto il vostro vecchio materiale dei primi album; sarà questo che ci dobbiamo aspettare per il futuro Metallica? LU: Quando guardo indietro a St. Anger mi dico sempre che è stato un esperimento, una reazione a 20 anni in cui abbiamo fatto molto spesso le stesse cose; percorso le medesime strade musicali. Lo guardo e mi dico che è ora di riprendere in mano i veri Metallica; trovarci noi quattro da soli e tirare fuori ciò che abbiamo dentro. Il rovescio della medaglia è che comunque abbiamo fatto largo uso di ProTools arrivando ad avere brani lunghi e abbastanza complicati ma, sicuramente, molto più organici e con molta più energia all’interno. MP: La ragione per cui io e te stiamo parlando ora è perché tu hai avuto un grande impatto sul mio modo di suonare cosi come hai avuto influenza su tanti batteristi odierni. Se guardi ai tuoi primi tempi, invece, quali sono i batteristi che hanno influenzato te? LU: Sicuramente Phil Taylor con

i Motorhead; gli Overkill, tutti batteristi che già facevano uso della tecnica del doppio pedale. MP: Prima che i Metallica venissero fuori gli Overkill erano la cosa più pesante che avessi mai sentito insieme agli Accept. Penso che quello era il metro di paragone per i metallari fino a che non uscì “Kill’em all”. LU: Grazie Mike! Non vorrei screditare gli Accept ma, al tempo, coloro che avevano la velocità, il “sound” e l’aggressività giusta per il buon metal erano i Motorhead. Erano in tre e la batteria era un suono molto percepibile e dava colore al sound della band. Un altro che mi ha impressionato era Duncan Scott che lavorò con Diamond Head. Queste due band furono le principali influenze per i Metallica degli esordi. Mentre vorrei fare un discorso separato per i batteristi che mi ispirarono, in quanto considero una cosa l’influenza musicale e, un’altra, l’ispirazione. Ian Paice fu un grande ispiratore per me, cosi come John Coghlan degli Status Quo e anche Mick Tucker dei The Sweet. MP: Abbiamo parlato delle tue influenze metal, sappiamo che hai sempre adorato Black Sabbath e Deep Purple insieme ai Motorhead. I tuoi compagni di intervista sono Peart, Bruford e Mason, che ne pensi di loro? Li hai mai ascoltati da giovane? LU: Ho una grande ammirazione per Neil; i nostri manager sono in stretto contatto e fù proprio lui a darmi consigli giusti sul music business tra il 1984 e l’85. Non posso però dire che Neil è stata una grande ispirazione per il mio modo di suonare. MP: Nei primi album dei Metallica il tuo suono usciva molto, dettava il tempo di tutto il brano mentre, negli album successivi il tuo sound mi è sembrato più responsabile, più dinamico e più adagiato al contesto di ogni singolo brano. LU: Tutto questo viene fuori con la confidenza che si prende con


lo strumento e con l’esperienza. Ricorda che quanto formai la band con Hetfield avevo imparato a suonare la batteria da 5 minuti. Eravamo giovani, acerbi; ci svegliammo ed avevamo già registrato tre album con i Metallica, avevamo già girato i mondo tre volte e avevamo già orde di fans. Volevamo fare vedere ai nostri fans cosa eravamo in grado di fare, cercavamo di stupirli cercando sempre di nascondere loro le nostre lacune musicali, il nostro suono e la nostra tecnica dovevano maturare e Bob Rock sicuramente ci diede un grosso aiuto in questo processo che durò circa 10 anni. MP: Capisco cosa vuoi dire, la mia band è conosciuta come una band formata da musicisti virtuosi dello strumento. E’ una bella cosa, cosi come lo è stato per me avere tanti award nel campo della batteria ma, credo che per uno come noi sia più bello essere riconosciuti come musicisti all’interno di un gruppo che un virtuoso con un grande talento e basta. A volte è bello ritrovarsi in studio e avere un groove da seguire senza pensare a tutti i fill che gli puoi accostare poi però ti trovi a pensare che c’è gente che si aspetta quei fill perché fanno parte del tuo modo di suonare… LU: Ho avuto anche io un periodo in cui mi si chiedeva come mai i miei riff di Load e Reload fossero più introspettivi, con meno fronzoli, meno fills. Volevo solo esplorare nuovi mondi, tentare nuove strade utilizzando il solito strumento di sempre. Ora ho ritrovato il mio modo di suonare e riesco comunque a dare sempre nuovi colori ai nostri brani. MP: Una cosa che ho sempre ammirato di te è che hai sempre avuto il controllo sulla band; il tuo ruolo non è solo il musicista ma, sei anche un business man, un co-produttore e curi ogni dettaglio inerente il gruppo. In quale punto di tutto questo

panorama rientra il ruolo di batterista all’interno del gruppo? LU: Questo è stato fino a fine anni 90 quando ho toccato l’apice arrivando troppo a fondo nella situazione globale della band. L’ho fatto per qualche anno, era qualcosa che dovevo vedere, che dovevo toccare con mano ma, ai tempi, avevo lasciato troppo poco spazio allo strumento concentrandomi sulle altre mille cose che girano attorno ad una band. Stavamo facendo tutti, troppo di tutto; lavorando troppo, andando troppo in tour… devo ringraziare Jason che quando se ne andò disse a tutti in faccia che quel tipo di vita stava diventando qualcosa di troppo grande per lui. Lui ebbe le palle di tornare a dedicarsi alla sua vita lasciandoci in balia degli eventi. Ma, dagli sbagli si impara e abbiamo ripreso il timone delle nostre vite; ora il mio mantra è “semplificare”, cercare di rendere tutto più semplice e scorrevole, ho 42 anni e non voglio rovinarmi il fegato entrando troppo dentro il music business. E poi io sono il batterista ed è alla batteria che mi devo dedicare! MP: La stessa cosa succede a me da sempre con i Dream Theater. Quando facciamo un nuovo album, registrare la batteria è solo uno dei milioni di cose da seguire; c’è la

musica da comporre, i testi da scrivere ma, c’è anche la produzione dell’album, l’artwork da preparare, le magliette e il merchandise e infine il tour da schedulare. Tutte queste cose vanno diluite nel tempo e fatte incastrare una con l’altra. In altri progetti, come il G3, io sono semplicemente “il batterista” e non ho altre cose a cui pensare se non il suonare il mio strumento al meglio…. LU: Io adoro poter comporre musica e suonare andando dietro alle chitarre di James e spesso e volentieri spero sempre di non dover avere la minima incombenza riguardo tutte le altre cose. Ho fatto “Camp Freddy” e ti devo dire che è stata un’esperienza splendida, dovevo solo arrivare e suonare, neanche comporre una scaletta dei brani…splendido! MP: Io non potrei mai abbandonare tutto il resto. Suonare è una grande cosa ma non scambierei le altre incombenze per nulla al mondo. Penso che inoltrarsi dentro il music business della propria band renda una persona più musicista. E’ ciò che separa l’uomo dal ragazzino… LU: E’ ciò che abbiamo fatto per gli ultimi 20 anni, abbiamo sempre fatto ciò che reputavamo


giusto in quel preciso momento. MP: Anche la musica dei Metallica è molto orientata su batteria e chitarra cosi come nei Dream Theater, non è la solita sezione ritmica batteriabasso. Come ti sei relazionato nel tempo con Cliff, Jason e Rob? Quali sono le difference in termini di rapporto musicale tra loro e te? LU: Cliff era unico! Io, James e Kirk abbiamo sempre detto che Cliff era un passo avanti a tutti. Aveva studiato musica, conosceva la musica classica ed aveva un talento molto più grande del nostro. MP: Credo che quando qualcuno muore così prematuramente ci si chieda sempre che cosa potrebbe essere stato se fosse rimasto in vita; che cosa avrebbe fatto Jimi Hendrix al giorno d’oggi? E Randy Rhoads? Cliff è come questi ultimi, resterà sempre il mistero di cosa sarebbe potuto essere al giorno d’oggi con lui… LU: Esattamente, lui era nel suo mondo…sempre….. Jason è stato un grande, sempre motivato; la band era il suo focus principale, forse a volte un po’ troppo per i nostri gusti. Era sempre quello che dava la carica agli altri; lui andava più con la chitarra che con la batteria, era un bassista al di fuori delle

tradizioni. Rob è completamente l’opposto, guarda sempre prima la batteria che la chitarra. Quello che siamo riusciti a tirare fuori insieme per questo nuovo album stupirà parecchi fans per la novità dei riff che abbiamo creato insieme io e Rob. E’ stato un grande acquisto e mai come prima nei Metallica si era respirata tanta tranquillità; ovviamente senza nulla togliere ai suoi predecessori. NICK MASON Nel cielo di New York, proprio sopra al Madison Square Garden campeggia un gigantesco maiale rosa, segno indistinguibile del passaggio di Roger Water con il tour che riporta “live” tutto il disco “The dark side of the moon” Mason fa parte della line-up scelta da Waters per questo concerto e per pochissimi altri del tour. Una vera fortuna per Mike Portnoy poter incontrare uno dei suoi idoli proprio nella sua città e riuscire ad effettuare una reale intervista face to face con uno dei simboli della musica mondiale. Mason lascia per un attimo il soundcheck dimostrando di non fare più parte integrante del music business e di tutto ciò che riguarda la vita frenetica pre e post concerto, la sua tranquillità lascia allibito anche Mike il quale non esita a fare iniziare

una lunga intervista. MP: E’ bello poterti rivedere sullo stesso palco con Roger Water, come mai questa scelta? NM: Avevo già fatto qualcosa con Roger in uno dei suoi shows a Wembley qualche anno fa e ci eravamo divertiti tanto. Quando ha pianificato questo tour mi ha chiamato per sapere se ero interessato a suonare in qualche concerto, infatti non faccio parte integrante della line-up del tour ma sarò sul palco solo per le date di stasera a New York poi Los Angeles, Hyde Park e la data in Francia. MP: Partiamo dagli inizi, quando hai iniziato a studiare batteria e quali furono le tue principali e primarie influenze? NM: Diciamo che tutto è partito a metà degli anni 50, poi è arrivato il rock di Elvis e Bill Haley alla fine degli anni 70. Da piccolo avevo preso lezioni di piano e di violino senza risultati entusiasmanti. Fù durante le festività natalizie di un anno che sinceramente non ricordo che prendemmo la decisione, con alcuni amici, di formare una band di cui io dovevo essere il batterista. Presi qualche soldo e andai in un negozio che tuttora esiste e comprai un piccolo set di batteria, una cassa, un rullante e un hi-hat. MP: Sei partito quindi con il blues? NM: Io più che altro lo chiamerei gli albori del rock con Duane Eddy e tutte quelle cose li. Fu subito dopo che mi buttai sul jazz ma, la cosa più bella era che al tempo ascoltavo musica bebop, in particolare Art Blakey ma non fini mai per suonare quelle cose li. MP: Lo stile dei Pink Floyd ha avuto diverse trasformazioni, all’inizio possiamo identificarlo come psychedelic pop, poi, negli anni 70, possiamo parlare di qualcosa di più progressive con brani molto lunghi e lunghe improvvisazioni; arriviamo poi agli ultimi lavori in cui si


parla più di “oriented music”, qualcosa di più concettuale. Come è cambiato il tuo stile di suonare attraverso tutti questi periodi? NM: Io penso che molta improvvisazione c’era anche agli inizi ma dopo Syd, parlo solo di pochissimi brani composti all’epoca. Il film-concerto “Live at Pompei” segna la fine di un capitolo, quello in cui si trovano lunghissimi assoli con brani come “Set the controls…”, oppure “Careful with that axe. Eugene”. Dopo quel periodo la nostra musica è cambiata diventando non proprio tecnica ma sicuramente, oserei dire, “organizzata” riflettendo lo stile di composizione di Roger. Lo stile di Syd invece era diviso in due parti; “Interstellar Ovedrive” che era un brano grezzo, allo stato brado e “The gnome” o “Grimble grumble” o ancora “Chapter 24” che erano English songs cantati con un marcatissimo accento inglese. MP: Nei primi brani con più improvvisazione come “Saucer full of secrets” e “Careful with tha Axe, Eugene” come hai composto le tue parti? NM: Non le componi, facile! Sono cose che vengono da se… in “careful…” è solo un giro di basso su cui Rick Wright ha trovato una linea da suonare e tutto è nato. Poi nel tempo il brano ha abbanondano i suoi primi canoni e gli assoli sembrano qualcosa di postHendrix MP: Infatti il brano finisce in una lunghissima jam con un gong alla fine…(ridendo) NM: Esatto! MP: La tua apparizione in questo live fa di te l’unico membro dei Pink Floyd ad aver partecipato a tutte e tre le volte in cui è stato portato in scena “The Dark Side of the Moon”, la prima esibizione negli anni 70, la sua riproposizione negli anni 90 e poi questa versione di Roger nel 2006… NM: Mi merito una medaglia vero? Scherzi a parte, solo uno di quelli che c’è stato in ogni

album dei Pink Floyd per cui …. MP: Questa è una delle mie domande preferite “Chi è il membro dei Pink Floyd che è presente su ogni album della band ?” e la risposta sei “tu”. Cosa pensi quando ti guardi indietro a tutto il lavoro svolto con la band dagli albori fino agli ultimi album? NM: Mi sento molto il “batterista”, colui che sta sempre “dietro” e proprio colui che vede tutte le battaglie, i litigi, dalla sua posizione…. E cosi è stato! MP: Che cosa ha fatto diventare “The Dark side..” un pilastro della musica rock negli anni? NM: Io credo che “The Dark side of the Moon” sia solo il frutto di una serie di eventi capitati nel giusto momento. Credo che le liriche scritte da Roger siano attuali ancora a tutt’oggi cosi come sono rilevanti per le generazioni più “vecchie”, diciamo cosi. Quando riascolto quei brani oggi, riesco a pensarli come scritti sia da una persona di 50 anni che come da un ragazzino di 20. Poi c’è tutto l’engineering del disco inciso all’Abbey Road del dopoBeatles. MP: Per quanto mi riguada io penso che sia un masterpiece di quelli che hanno lasciato il segno proprio dietro a “Sergeant Pepper” dei Beatles. NM: E’ stato tutto messo insieme nel migliore dei modi. Alan (Parson) fu l’ingegnere del suono. Chris Thomas fu il produttore e ci aiutò anche con il mix risolvendo alcuni conflitti che si erano creati in studio. Poi ci fu la copertina, la casa discografica che produsse il disco scommettendo su di noi. Non è facile, tu potresti fare anche un nuovo “Sergeant Pepper” ma se nessuno si fida di te e lo produce tutto potrebbe scomparire nel nulla. MP: Ho trovato molto differente la versione “live” del disco, “on the Run” è completamente diversa…

NM: No, non così tanto come credi ma, comunque, è una cosa ovvia che il disco “live” renda diversamente dalla sua versione “studio”. In “On the run” quello che tu puoi sentire è una macchina, il VCS 3. Di “The Dark side…” è stato fatto anche un DVD con il “making of…” ma non è propriamente un reale “making” perché tutto è stato rifatto da Roger e David per spiegare i concetti principali delle registrazioni in studio del tempo. MP: Secondo me tre sono stati i leader dei Pink Floyd nei tempi: Syd Barret, poi Water e infine Gilmour. Quali sono le differenze fra i tre sia in termini musicali che in termini personali? NM: Ti sei dimenticato di dire chi sarà il prossimo leader …. Io!!! Parlando di Syd, lui non era un vero leader, non ha mai avuto il piglio del leader; era uno che contribuiva molto alla musica, stimolando la band con le sue idee e guidandoci nelle composizioni. Purtroppo col tempo la sua vena artistica è andata in calando cosi come la sua personalità ed è arrivato il tempo in cui Roger stava prendendo piede come leader del gruppo. Era lui allora a comporre i brani e per cui solitamente si tende a dichiararlo leader per questo fatto. Roger era anche estremamente interessato alla parte “live” della band, guarda gli show di “Dark side…” fino a “The Wall”. Aveva una visione di ciò che voleva e sapeva anche come avremmo dovuto farlo. Cosa che fù difficile nel periodo


successivo quando Dave ed io portavamo avanti la band ma tutto era più difficile perché eravamo solo in tre con altri musicisti e la cosa era quanto mai imbarazzante per noi e ci separammo definitivamente. MP: La morte di Syd Barret nel 2006 è stata presa con grande dispiace da tutti i fans della band. Sappiamo di una sua partecipazione durante le sessioni di “Wish you were here” ma, hai mai avuto modo di vederlo o di parlarci dopo quell’album? NM: Direttamente no. Solo Peter Barnes, il nostro publisher, gli riusciva a parlare, anche perché i diritti e le royalties sui nostri brani erano la principale fonte di guadagno di Syd e Peter era in contatto con la famiglia. Sapevamo che stava bene con la sua nuova vita e continuava a dire che non era più Syd e noi tendevamo a lasciarlo in pace. MP: Quindi per la famosa reunion del Live 8 non ci furono contatti anche con lui come qualche speculazione aveva fatto capolino nella rete. NM: No. Penso che sarebbe stato qualcosa di distruttivo per lui, era qualcosa che sicuramente non avrebbe voluto fare. MP: Parliamo del mio album favorito: “The Wall”, che cosa ricordi delle sessioni di registrazione e del processo di creazione di questo album? NM: Fu per me un disco molto diverso dagli altri sia per via di Bob Ezrin (produttore) che per il fatto che tutto era già stato scritto. Io dovevo solo suonare le parti scritte per me e pochissime sono state le parti su cui ho dovuto mettere mano. MP: Durante il tour di “The Wall” tu hai suonato solo in 4 o 5 città. I concerti e la produzione probabilmente erano qualcosa di veramente all’avanguardia per quei tempi. Per coloro che non

hanno potuto vederli ci sarà modo in un futuro, qualcosa è stato filmato? NM: Non sufficientemente. Più che altro ci fu la decisione di filmare parti di concerto che inizialmente dovevano essere inserite nel film “The Wall”, ma questo non fu mai fatto. Per cui non abbiamo mai registrato un intero concerto quindi, se uscirà qualcosa, sarà un mix di diversi concerti. MP: Fai uso di click o di un sequencer durante i concerti? NM: Durante i concerti di “The Wall” c’era pochissimo click ad esempio mentre stanotte ce n’ è tanto. Prima o poi tutti devono imparare a convivere con il click, più che altro per esigenze di scena; ma con questo non dico che è una cosa che amo, anzi…. MP: La reunion del Live 8 è stata vista da milioni di fans in tutto il mondo, molti dei quali in lacrime per un evento su cui nessuno più avrebbe scommesso. Quando avete provato per la prima volta quei brani tutti e quattro insieme? NM: Ci sono due versioni di questa situazione. Io avevo detto che avevamo provato giusto per un discorso di seguire i video e per una situazione prettamente tecnica. Dave invece ha detto tutta un’altra cosa. La verità è che lui aveva provato tantissimo da solo e praticamente alle prove era un po’ il leader da seguire; noi abbiamo fatto alcuni aggiustamenti tecnici sui brani, alcuni riarrangiamenti. MP: Quali sono state le emozioni di quel giorno? NM: Eravamo tutti molto nervosi ed emozionati allo stesso tempo. Ci siamo sicuramente divertiti. MP: Soprattutto è stato molto bello poter vedere solo voi quattro sul palco senza alcuni musicisti a supporto. NM: Abbiamo fatto di tutto per rendere grande il momento.

BILL BRUFORD Bill Bruford è considerato il padrino del “prog-rock drumming” avendo suonato con 3 delle 5 band prog più famose al mondo. In trenta anni di carriera Bill ha influenzato centinaia di batteristi, non ultimo Mike Portnoy il quale l’ha intervistato parlando di Yes, King Crimson e tempi dispari… MP: Vorrei partire facendo con te il punto della situazione sulla musica prog-rock; mi confermi anche tu che i 5 gruppi principali di questo genere sono stati: Pink Floyd, King Crimson, Yes, Genesis e ELP? BB: Direi che la risposta è esatta! Quindi me ne mancano due (ridendo). MP: Esatto, tu hai questo riconoscimento di aver suonato con 3 tra i “big five”… BB: A questo punto sarei curioso di sapere che cosa ho sbagliato con gli altri due che non mi hanno chiamato … (ridendo) MP: Partiamo dagli albori anche con te, quando sei partito con gli Yes alla fine degli anni 60 quali erano i musicisti e le band che ti hanno ispirato ed aiutato a creare il tuo stile? BB: Grande domanda, che necessità una risposta soddisfacente! Con gli Yes la partenza non fu facile, non eravamo i Black Sabbath che vivevano tutti nella stessa via, a livello sociale era più difficile, venivamo da parti diverse dell’Inghilterra e per me non era facile capire ciò che Jon Anderson diceva. Il suo accento era marcatissimo e facevo


fatica a capirlo e lui a capire me poiché il mio vocabolario non era cosi ampio. Poi c’era Rick Wakeman che era andato alla Royal Academy e Steve Howe che sembrava conoscesse Wes Montgomery ed altri musicisti jazz. Quello che ci colpì molto all’inizio furono le armonie vocali dei The Beach Boys, volevamo imitarli con tre voci e casualmente gli altri 3 sapevano cantare, non potevamo chiedere di più. All’inizio non eravamo nulla di più che una cover band che si divertiva a riproporre brani famosi con qualche improvvisazione e qualche altra modifica. MP: L’avete fatto con brani di Simon & Garfunkel, con brani dei Beatles. Quello che mi ha sempre impressionato è stato sentirvi riproporre brani pop in chiave progressive. Come è nata l’idea? BB: Devi parlarne con Jon Anderson… arrivava sempre con nuove proposte. Spesso veniva alle prove con qualche riff nella testa ma poi scoprivamo che erano riff di canzoni già conosciute; lui diceva “Poco male…ora aggiungiamo qualcosa qui, spostiamo qualcosa la, nella parte centrale cambiamo i tempi con qualcosa di più veloce e sincopato…” e noi avevamo un nuovo brano. Io avevo abbracciato il pensiero di Joe Morello, ovvero “..perchè

non facciamo tutto in 7/8?”. MP: E’ curioso che tu nomini Joe Morello perché quando ho iniziato a studiare i tempi dispari io ascoltavo te con King Crimson, Yes e Genesis e Dave Brubeck fu il primo musicista jazz che incorporava tempi dispari che io ascoltai. BB: Joe fu una grande influenza per me, sono praticamente cresciuto con il Brubeck Quartet. Il suo suono era molto dolce e la sua tecnica sembrava arrivare direttamente dal paradiso. Trovai molto più facile al tempo suonare in 5/4 che in 4/4 e credo che ora come ora tutto ciò che poteva essere fatto in 4/4 sia già stato fatto e composto. MP: Quale percentuale delle tue influenze iniziali faceva riferimento al rock e quale percentuale al jazz? BB: Era tutto jazz perché io sono cresciuto lavorando sui tempi dispari. Non faccio un 4/4 da quando ho 18 anni. Mi piacevano i Beatles e gli Stones ma preferivo ascoltare Monk o Freddie Hubbard. MP: E gli altri ragazzi degli Yes avevano gli stessi tuoi gusti? BB: No, odiavano il jazz, non ne sapevano niente. Banks sicuramente aveva conoscenze riguardanti Wes Montgomery ma

Rick Wakeman non sapeva una nota di jazz, i suoi studi erano completamente classici. Loro mi dicevano sempre di smetterla con il jazz e io li provocavo perché dicevo sempre “voglio suonare questo brani con un tempo dispari e se mi girano domani sera lo suonerò con un altro tempo ancora diverso”. Diciamo che ero una persona irritante con la quale lavorare, ma in senso buono. Magari si arrivava a decidere qualcosa che potesse soddisfare tutti ma, il mio problema ancora più irritante, era che mi piaceva cambiare le cose di giorno in giorno, anche durante i tour…. MP: Furono questi cambi che fecero degli Yes una band di successo? BB: Noi cercavamo di fare di tutto per non sembrare The Nice o i Led Zeppelin. Ci bastava suonare in maniera differente. MP: Ho sempre trovato molto intrigante leggere i credits del songwriting nei vostri album. Jon risultava l’unico compositore di molti brani ma la comunicazione e lo scambio di idee tra te e gli altri della band spesso erano la chiave delle vostre composizioni. Quale fu il processo di composizione di classici come “Heart of the sunrise” e “Close to the edge”? BB: Jon era l’uomo delle idee, arrivava e faceva le sue proposte ma, spesso arrivava con idee che andavano completamente rielaborate o addirittura rimpiazzate. Non aveva idea di come potesse entrare una chitarra in un brano. Solitamente noi trovavamo la giusta direzione per le sue idee ma lui voleva sempre avere l’ultima parola. MP: Ecco il perché è difficile credere che sia tutta roba sua quello che si sente nei vostri dischi, visto soprattutto che molti brani sono basati su cose strumentali. BB: Diciamo che gli stupidi eravamo noi, non sapevamo che cosa fossero le royalties del


songwriting; io avevo 18 anni e non sapevo cosa fosse un contratto, non ricordo di averne mai firmato uno. Per questo se guardi il songwriting troverai sempre “Anderson”, “Anderson/ Squire”, “Squire/Anderson”. MP: Ho anche sentito storie su album che furono registrati in piccolissime parti. BB: Certo, non è bruttissima come cosa? Ora avete un mare di tecnologia che vi aiuta, al tempo noi potevamo solo tagliare ed editare il nastro su cui stavamo registrando e spesso questo succedeva ogni 10 secondi… MP: Questo era anche il tuo modo di composizione oppure tu lavoravi interamente sulle tue parti prima di andare in studio? BB: Assolutamente! Andavamo in studio con la nostra idea ma ogni volta che riascoltavamo una registrazione trovavamo qualcosa da aggiungere o da tagliare. Creavamo sempre diverse opzioni tra le quali scegliere. MP: E’ strano sentirtelo dire perché nonostante sia una cosa curiosa da fare e, nonostante tutte le tecnologie

di oggi, anche noi usiamo questo metodo al giorno d’oggi. BB: Beh, invece è produttivo secondo me poiché spesso non ci si ricorda cosa si è suonato qualche giorno prima e se non metti tutto su un nastro non puoi scegliere la versione definitiva. Poi ci sono dei paradossi, c’è una voce che dice che Simon & Garfunkel ci hanno messo tre mesi per fare “Bridge over trouble water”, allora per “Close to the edge” ci sarebbero voluti almeno 3 mesi e un giorno!!! MP: Loro erano in due, voi in cinque… BB: Certo ma non ce la farei mai, mi annoio abbastanza in fretta. MP: Dopo gli Yes sono venuti i King Crimson. La band era

già conosciuta da alcuni anni, quali erano le tue idee e i tuoi giudizi sui loro lavori prima di imbarcarti in questa nuova esperienza? BB: Spettacolari! “Court of the Crimson King” era eccitantissimo come lavoro. Suonavano spesso nei club e li avevo visti diverse volte dal vivo, erano grandiosi, riuscivano ad azzittire l’audience. MP: Ricordi per caso di averli mai visti sul palco pensando di poter suonare con loro un giorno? BB: Si, praticamente subito! Ho subito pensato che era ora di bussare alla loro porta. Non avrei mai lasciato gli Yes se non ci fossero stati i King Crimson. Quando ne parlai con Robert Fripp mi disse di tornare un’altra volta poiché non ero pronto per la loro musica. Dopo nove mesi tornai a rifarmi vivo e Robert continuava a dire che non ero ancora pronto ma si sbagliava. Avevo 19 anni e tanta voglia di osare… MP: Hai registrato 3 album con i King Crimson negli anni 70, prima che la band si sciogliesse per poi riformarsi con te negli anni 80 e poi ancora negli anni 90. Hai fatto parte di tre epoche ben distinte tra loro all’interno della stessa band, quali sono le tue sensazioni su questi periodi? BB: Quanto tempo abbiamo? (ridendo). Direi che negli anni 70 tutto fu scritto con “The court of the Crimson King”, tutto ciò che venne dopo era solo un contorno. Solo “Red” fu qualcosa di diverso, qualcosa che sembrava più metal. Il gruppo riformato negli anni 80 era qalcosa di diverso, si parlava di Peter Gabriel, Laurie Anderson, Steve Reich e del minimalismo, di ciò che alcuni chiamavano la “village music” che non è la “world music”. C’erano sintetizzatori, batterie elettroniche, grandi cose per il mio modo di vedere le cose e le innovazioni musicali. Pensavamo di poter usare tutte queste nuove diavolerie per


rendere più divertente il nostro lavoro ma, quando andammo in tour ci rendemmo conto della complessità di riuscire a portare tutto sul palco senza perderne come qualità musicale. Poi c’era un ulteriore problema, il pubblico che voleva ascoltare la vecchia musica.. Per fortuna che con noi c’erano Adrian Belew e Tony Levin che ci aiutarono a riproporre al pubblico anche qualcosa del vecchio stile. MP: E della versione anni 90 con il doppio trio? BB: Diciamo che non è mai stata una cosa esaltante, una di quelle cose in cui ho creduto fin dall’inizio, tutt’altro. Robert ha sempre detto che se fosse funzionata o meno non sarebbe stata una sua responsabilità; un po’ come tirare delle palle in aria sperando che qualcuno le prenda e, se non le prende nessuno, lasciare che si sfracellino a terra. Comunque, parlando del

progetto, avevamo due batterie, due bassi e due chitarre. E’ stato strano entrare il primo giorno in sala prove ed incontrare Pat Mastoletto; non avevo mai sentito parlare di lui e chiesi subito a tutti gli altri se per caso ci fosse stato un terzo batterista a disposizione; ovviamente era una domanda ironica. Alla fine andò discretamente bene poiché lo stile di Pat era molto diverso del mio e le due cose insieme ebbero un risultato soddisfacente anche per l’audience. MP: Passiamo ai Genesis: tu hai fatto alcuni tour con la band appena Gabriel abbandonò e Phil Collins si dedicò alle parti vocali. Che ricordi hai di queste esperienze? BB: Fu tutto veramente strano per me, compreso lo stipendio

altissimo che prendevo. Inizialmente Phil stava facendo autizioni per dei cantanti ma non ne riusciva a trovare uno decente e fui io suggerirgli di provare a cantare per qualche mese lasciando a me il compito delle parti di batteria; potevo farlo per qualche mese e abbandonare il tutto quando avesse trovato un cantante che lo soddisfava. Ma le cose non andavano benissimo perché loro conoscevano il mio modo di suonare e spesso mi chiedevano di suonare le cose come erano state registrate al tempo senza nessuna modifica da parte mia; io stavo imparando sempre nuove cose ed in questo modo la mia curva di apprendimento si stava appiattendo. Tutto ciò tradotto ed adattato da Petrus


A sette anni dall’uscita del suo ultimo video didattico (Liquid Drum Theater), ecco di fronte a noi il nuovo cofanetto proveniente dalla Hudson Music. In Constant Motion è stato preso come titolo ricorrente sia parlando Mike Portnoy sia interessandosi ai Dream Theater. Fotografa benissimo la situazione attuale del nostro batterista preferito e la conferma la avremo gustandoci questo magnifico prodotto. Non lo diciamo sicuramente, per far vendere più copie di questa uscita, ma, la sensazione che Mike e Hudson Music abbiano fatto le cosa davvero in grande, è palese. Dall’altro lato ci piange un po’ il cuore, perché magari,

qualcuno, l’uscita di Score se la immaginava proprio così, approfondita all’inverosimile in quello che è stato il concerto più importante dei Dream Theater. Sicuramente i budget a disposizione erano differenti e, se per Score, il risultato è stato quello di avere un secondo disco di contenuti speciali “zippati” ed approssimativi, quello che ci troviamo fra le mani ora è da considerarsi il giusto tributo alla storia della band e di Mike da Six Degrees... in poi. In Constant Motion allarga il concetto di puro e semplice “video didattico”. Certamente chi vorrà scoprire i segreti di Mike avrà pane per i propri denti, ma è il “contorno” che apprezziamo con maggiore gusto. Finalmente,

nelle parti tecniche, sono inquadrati i piedi di Mike al lavoro, fondamentale per capire il “drum style” di un artista. Per le parti riprese in studio c’è anche la possibilità di scegliere inquadrature multiangolo con immagini bilanciate e molto dinamiche. La qualità del prodotto ci dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, il livello altissimo, raggiunto da Mike batterista. Per questo progetto ha dovuto esclusivamente suonare. Tutto il resto è stato prodotto dai due proprietari di Hudson Music, Rob Wallis e Paul Siegel e diretto da Matthew Wachsman. La visione e la pianificazione del video da parte di questi tre professionisti, unita alla consueta vivacità di Mike ci


donano un prodotto molto fresco e mai stancante, nonostante, mettendo insieme i tre DVD si raggiungango le sette ore di filmati e musica. Personalmente siamo molto contenti di questa grande opera, è come se si donasse ossigeno puro alla storia dei Dream Theater, cosa che non riusciamo ad ottenere con le apnee delle uscite ufficiali. Raccontati direttamente da Mike ci vengono presentati aneddoti e particolari che sono il pane per il fan più accanito e crediamo che il più contento di tutto ciò sia proprio lui, finalmente a suo agio e con tutto il tempo a disposizione. A nostro parere il momento più intenso del video sta nel secondo DVD quando Mike ci porta direttamente in casa sua e ci conduce in cantina (se così si può chiamare!!!) presentandoci i vari tributi a cui ha fatto parte, seduto direttamente dietro ai Kit che la Tama gli ha confezionato su misura per quegli eventi. Con un pizzico di orgoglio vediamo Mike fare tutto

Simone Fabbri

Disco 2 – On the Side Sono presentati i maggiori side project di Mike con immagini sia in studio che dal vivo: Transatlantic, OSI, Neal Morse, John Arch, G3, Fates Warning e Overkill. I brani presentati sono: Duel with the Devil Pt. 1, Mystery Train, The Prince of the Power of the Air, AUthor of Confusion, The New Math, OSI, Free. Nella seconda parte Mike ci parla delle sue influenze e ci presenta tutti I suoi tributi dedicati: Yellow Matter Custard, Hammer of the Gods, Amazing Journey, Cygnus and the Sea Monters. Anche qui i brani analizzati sono: Magical Mystery Tour, Moby Dick/Drum Solo, Amazing Journey/Sparks, YYZ/Drum Solo.

Disco 1 – In the Dream Prende in considerazione la musica dei Dream Theater negli ultimi tre album (SDOIT, TOT e Octavarium). Vengono estrapolati ed analizzati sei brani, sia in versione in studio che live: The Great Debate, The Glass Prison, This Dying Soul, Honor Thy Father, Panick Attack, Never Enough.

Disco 3 – Bonus Material Quattro pezzi live dei Dream Theater dall’ultimo tour di Octavarium: Pull Me Under, The Mirror/Lie, Metropolis Pt. 1. 3 inediti drum solo (memorabile quello del 1995!!!) e duetti con Charlie Benante, Jason Bittner e Richard Christy. L’Albino Monster presentato da Eric Disrude.

ciò con la canottiera della nazionale italiana di basket, gia indossata dallo stesso in varie date sul nostro suolo. Chiudiamo segnalando l’immancabile intervista con il suo nuovo roadie Eric Disrude che ci fà una bella carrellata sull’Albino Monster. Dal terzo DVD è possibile scaricare le trascrizioni di alcuni pezzi in formato pdf. In Constant Motion viene presentato in un cofanetto che, oltre ai tre DVD, presenta anche un mini poster di Mike. Il prezzo, stampato sulla copertina è di 49.95 dollari. Fate attenzione dunque a non pagarlo più di tale cifra.


Medley Drum Contest Occupandoci del video di Mike, volevamo proporre un concorso riservato solo ai batteristi, naturalmente il vincitore si porterà a casa il triplo DVD di “In Constant Motion” + un DVD promozionale della Hudson Music di ben due ore e mezzo di durata contenente estratti video da tutte le uscite didattiche dell’etichetta, veramente molto interessante. Il concorso è il seguente: componete, registrate ed inviateci un medley “strumentale”, scegliendo fra tutta la discografia studio/live dei Dream Theater. Il medley dovrà contenere, esclusivamente, estratti “strumentali” dei brani dei DT. ATTENZIONE, NON SOLO DAI brani strumentali, questo vuol dire, per esempio, che potrete includere anche un estratto da “Under a Glass Moon”, la parte di brano presente sul vostro medley sarà solo quella strumentale, senza le parti vocali.

Il medley non dovrà avere una lunghezza superiore ai 12 minuti e dovrà avere un nome inventato da voi. Le parti di batteria potranno essere suonate con il vostro gruppo, o anche su pezzi midi, ci importa SOLO la batteria, non sarà valutata il resto della registrazione. La commissione votante è composta dallo staff dell’Italian Dreamers, da Davide Calabretta (batterista YtsejamKr), Luca Arosio (batterista Progeny), Filippo Berlini (batterista Astra) , Dario Ciccioni (batteristra Twin Spirit, Liverani, Hartmann etc.) e Roberto Gualdi (batterista PFM, Dolcenera, Dalla). Naturalmente faremo di tutto per avere un parere anche da Mike Portnoy in persona, la cosa sicura è che il medley vincitore sarà eseguito dagli YtsejamKr in una delle prossime feste ufficiali dall’Italian Dreamers. La data ultima entro la quale farci arrivare

il medley è il 15 settembre 2007. Batteristi, liberate la vostra fantasia!!! Spedire il cd in busta imbottita a: Italian Dreamers Casella Postale 161 47838 Riccione Centro RN Ecco i vincitori del concorso apparso su Metropolzine 28: Costa Gianluca 5141 vince una copia del singolo di Derek Sherinian “In the Summertime”. Forni Tommaso 5325 vince la versione in tre CD di Score. Verzicco Ignazio 4735 vince una copia del singolo di “Through Her Eyes”. Failla Niccolò 5043 vince una copia dell’Official Bootleg “Tokyo 28.10.95”. Per chi fosse interessato, le risposte al concorso precedente verranno pubblicate sia sul sito che sul forum.


I nostri cari amici inglesi del Fan Club “Voices UK” hanno realizzato una interessante intervista ad Howard Portnoy, il padre di Mike; eccola di seguito. Introduzione di Kerry Parker: Mike Portnoy è sempre stato molto legato a suo padre e tuttora, nonostante la carriera e la distanza, il rapporto è sempre ai massimi livelli; non a caso Howard ha affiancato Mike durante il “commentary” di Yellow Matter Custard. L’ispirazione di Mike e la sua passione per la musica provengono dalle stesse passioni del padre e per me è sempre stata una grande curiosità poter scambiare quattro

chiacchiere con questa persona. L’aftershow del concerto al Radio City Music Hall è stato il punto chiave di questa intervista; Mike mi ha presentato suo padre e da li è nato uno scambio di idee riguardo la pubblicazione di questa intervista. Nei mesi successivi al Radio City ci siamo sentiti diverse volte per completare tutto questo lavoro che vedete pubblicato qui di seguito. “Sappiamo che tu vivi in California, ci puoi spiegare come mai ti sei trasferito sull’altra costa e quanto tempo riesci a dedicare a Mike e alla sua famiglia?” Mi sono trasferito in California nell’agosto del 1973, poco dopo che Mike e sua madre si erano trasferiti in Arizona. Eravamo molto fortunati al tempo perché potevamo vederci per ogni festività e potevamo stare insieme due mesi e mezzo durante l’estate. E’ capitato pochissime volte che io abbia fatto delle cose (inclusi i miei show radiofonici, le pubblicità in TV, le partite di baseball,

etc..) senza Michael. Lui è sempre venuto prima di tutto quando eravamo insieme, d’altronde lui sta facendo lo stesso con i suoi figli Melody e Max. “Sappiamo che Mike è un grande fan della musica a livello mondiale. Sei stato tu a fargli ascoltare i primi dischi ? Se si, quali?” Mike ha sempre avuto la musica nelle orecchie, fin da piccolo. I Beatles, gli Who, Rolling Stones, i primi Bee Gees, David Bowie. Ha imparato prima ad ascoltare musica, poi a leggere! “Tu mandi avanti una galleria d’arte. Ti piacciono tutti i tipi di arti o hai preferenze particolari?” C’è poco da dire, la mia passione per l’arte è simile alla passione di Mike per il rock. Mi piacciono Picasso, Matisse ma, anche Van Gogh e Renoir. Amo il rock e ascolto musica classica, mi piace moltissimo l’Opera, i balletti, la letteratura e sopra ogni cosa adoro i film. Ho trascorso la mia vita in mezzo a tutte queste


cose ma la galleria d’arte è stata la cosa che mi ha dato maggiori soddisfazioni, anche dal punto di vista finanziario!

Ricordo perfettamente foto di Mike da piccolissimo davanti ad un mini drumset… e ne ha avuto più di uno!

“Quale tipo di lavoro ti interessa fare e quali sono le cose che catturano la tua mente e i tuoi occhi?” Mi interessano le cose più complesse e difficoltose… adoro le sfide. Mia moglie Trish è la risposta a tutto!

“Sei stato quindi coinvolto nell’acquisto della prima batteria di Mike immagino…” Esatto, se cosi si può dire è tutta colpa mia, anzi non proprio perché quando la nonna di Mike morì lasciò dei soldi con la preghiera di comprare una batteria a Mike.

“Come mai è nata l’idea di una galleria d’arte ? E’ un desiderio covato per lungo tempo o ci sei caduto dentro senza accorgertene? Penso di esserci quasi caduto dentro per caso. Ho scritto un libro per Random House chiamato “All the Fathers” che ha avuto dei problemi legali prima della pubblicazione. Avevo bisogno di un lavoro molto in fretta e ne ho trovato uno in una galleria d’arte dove ho incontrato tante persone, tanti artisti e dove ho capito come comportarmi con certa gente; poi ho deciso di aprire una mia galleria d’arte insieme a mia moglie Trish circa 15 anni fa. I primi tempi, verso inizio del 90 la galleria e i Dream Theater andavano nella stessa direzione, alti e bassi; abbiamo avuto bisogno di tanta pazienza, poi le cose si sono stabilizzate. “E riguardo la vocazione di Mike come batterista, è vero che da piccolo picchiava su tutte le pentole di casa con i cucchiai?” Questo non lo ricordo ma, ricordo benissimo che aveva un interesse particolare per i batteristi.

“Nel commentary di Score sia Mike che John Petrucci dicono che ebbero dei problemi con i genitori che non li supportavano a pieno nei loro studi al Berklee fino a che dovettero lasciare la scuola. Quali sono i tuoi pensieri al riguardo di questa decisione ? Mike aveva il tuo supporto o anche tu eri contrario a questo tipo di studi per tuo figlio?” Secondo me fare studiare Mike al Berklee era una grande cosa; fui proprio io a reperire alcune referenze musicali per potersi iscrivere. Secondo me sarebbe stato un primo gradino verso la sua carriera musicale futura. Andai a Boston nel 1986, un mese dopo la sua iscrizione, e incontrai i due John (Petrucci e Myung) con cui Mike si vedeva e provava in una piccola stanza della scuola. Ricordo perfettamente il primo incontro con John Myung, era in una piccola stanza chiuso dentro a suonare il suo basso; Mike aprì la porta, mi presento, John non fece altro che stringermi la mano e poi

continuò imperterrito a suonare il suo basso… come vedi certe cose non cambiano negli anni (ridendo). Il nostro week end continuò con una lunghissima coda al box office per comprare i biglietti per un concerto dei Rush e proprio quella notte nacque il nome Majesty (vedi il DVD di Score per dettagli). Da li ad un anno Mike e gli altri lasciarono la scuola, io ero completamente in disappunto con questa scelta ma cercai in tutti i modi di dire a mio figlio di continuare con la musica se lui e i suoi due nuovi amici ci credevano ancora. “Quando hai visto per la prima volta Mike suonare su un palco con i Majesty o Dream Theater ? Cosa hai pensato dopo il concerto?” Divertente il fatto che non ricordi assolutamente quale sia stato il mio primo concerto dei Dream Theater. Ricordo di aver seguito Mike con la sua prima band, i “Rising Power” cosi come ricordo di essere stato a tantissime prove di quelli che furono i Majesty quando registrarono i primi demo insieme a Charlie e a Kevin. Non posso fare nessun confronto come padre ma posso sempre dare un parere su di loro come band e devo dire che ne andavo molto fiero soprattutto pensando che mio figlio era li sul palco a suonare con quella band. Anche più avanti sono stato testimoni di vari concerti dei Dream Theater e vedere dei veri fans acclamare la band di mio figlio mi rendeva emozionato. Più volte ho parlato con i vari tour manager i quali mi


hanno sempre detto che anche solo per un attimo avrebbero voluto provare le mie emozioni come padre di uno dei membri della band. “Ai tempi, pensavi che Mike ce l’avrebbe fatta a fare carriera e pensavi che avrebbe continuato a fare le consegne a domicilio per il ristorante cinese a vita?” Io penso che le consegne a domicilio furono la reale testimonianza dell’impegno di Mike per la sua band. Aveva bisogno di quel lavoro per poi poter andare alle prove ogni sera con i ragazzi della band, credeva in se stesso e tutti loro credevano nella band. L’ho sempre supportato in questo, ogni giorno che passava, conoscevo il music business meglio di loro ma ero sicuro che ce l’avrebbero fatta. “Ti va di raccontarci la storia del cambiamento di nome da Majesty a Dream Theater? Del resto sei molto famoso tra i fans dei Dream Theater per aver trovato questo nome.” Spesso io e Mike frequentavamo dei cinema quando lui veniva a trovarmi. Uno di questi si chiamava proprio Dream Theater e dava film del tipo di “The Rocky Horror picture Show”, “Harold & Maude” e tutti i film di culto di quei tempi. Per il loro primo album l’etichetta discografica aveva già stampato dei tape con il nome Majesty e poi si accorsero che non potevano usarlo poiché un’altra band di Las Vegas

aveva lo stesso nome. A questo punto bisognava considerare un altro nome ed in fretta..pensarono a vari nomi….compreso il nome dell’avvocato che segu’ la pratica del nome della band. I miei primi suggerimenti furono “Festering Puss” e “Asparagus Piss” poi un giorno guardando il film “L’ultima tentazione di Cristo” mi annoiai alla morte, al punto di fare considerazioni su dove fossi e ricordai di essere proprio al cinema chiamato Dream Theater. La lampadina si accese, avevo visto la luce… il nome si accostava a pieno con il loro tipo di musica e chiamai subito Mike non appena arrivai a casa; Mike non era in casa e lascia un messaggio in segreteria, il resto credo che sia storia: Mike presentò il nome alla band che lo scelse all’unanimità. “Un’altra cosa importante: alcune persone potrebbero confonderti con la persona di cui si parla in Honor Thy Father. Mike più volte ha specificato che la canzone non è riferita a te ma a suo padre adottivo. Questa cosa ti ha mai

infastidito?” Non mi ha mai infastidito perché Mike ha sempre chiarito con me e con i suoi fans che la canzone non è riferita a me. Posso anche aggiungere che la canzone non mi piace cosi come non mi piace il titolo. “Quale è stato il momento più bello come padre di Mike?” Non posso trovare un momento solo, dovremmo fare un’intera fanzine sui miei momenti belli con Mike. (ridendo) Se proprio ci penso ce ne sono due molto distanti l’uno dall’altro. Il primo è stato l’8 giugno 1992 quando i Dream Theater aprirono per gli Iron Maiden al Ritz di New York City. Images and Words non era ancora uscito a ricordo che ero nei camerini a parlare con il padre di Petrucci di quanto fosse stato difficile ed impegnativo arrivare fino a quel momento. L’altro momento che ricordo sicuramente è il 1 aprile 2006 sempre a New York, questa volta al Radio City Music Hall, unire i miei ricordi da bambino quando mia madre mi portava a vedere le Rockettes affiancati all’immagine di Mike sul palco con un’intera orchestra davanti a 6000 persone. Tutta la nostra famiglia era seduta nelle prime file e Mike ogni tanto mi guardava dal palco; a fine concerto mi ha detto : ogni volta che ti guardavo tu stavi sorridendo …


chiaro segno che tutto stava andando bene. “Quale è il brano più bello che Mike ha registrato?” Questa domanda è un po’ come chiedermi quale è il brano più bello dei Beatles, impossibile risponderti. Comunque due brani mi vengono in mente: Goodnight Kiss e A Change of Seasons. Mi piace anche Nothing but Intelligent Love ma dovete chiedere a lui di cosa si tratta … “Pensi di poter essere mai stato un fan dei Dream Theater anche se Mike non avesse fatto parte della band?” Mi considero il primo fan dei Dream Theater, o almeno il più anziano. Ho ascoltato tutto di loro, i demo, gli strumentali, ogni singola nota che la band di mio

figlio abbia partorito. Sono stato in studio con loro tantissime volte a vederli lavorare per concepire i nuovi album, ho ascoltato tanti soundchecks prima dei concerti e posso confermare che mi piace tantissimo la loro musica. Mi piacciono anche i Muse, gli Spock’s Beard, cosi come gli U2, i Coldplay e i Pink Floyd. Ma torniamo alla tua domanda… io credo che se Mike non fosse stato nella band non ci sarebbe stata nessuna band.

per andare a vedere live i vari side-projects: ho visto sul palco il Liquid Tension Experiment, Transatlantic, Yellow Matter Custard, Amazing Journey e anche l’esibizione per Modern Drummer dove oltre al tributo ai Beatles c’è stata una particolare esibizione dei Dream Theater. Purtroppo il lavoro non mi permette di lasciare la galleria molto spesso, ma faccio quello che posso per vedere mio figlio il più spesso possibile sul palco.

“Quanto spesso riesci ad andare a vedere suonare i Dream Theater?” Purtroppo non cosi tanto spesso come vorrei, circa 3 o 4 volte per ogni tour. Cerco di essere sempre a Los Angeles, San Francisco e New York cosi come faccio di tutto

Intervista tradotta e adattata da Petrus


Dream Theater e chi verrà come Tour Manager(!!!), speriamo bene. Altri ringraziamenti vanno a: Barbara, Elena ed Alberto @Roadrunner Italia (benvenuti nella famiglia, giovinastri!!!), Gianni Andreotti & Elena Zermiani @Warner Italia, Rosario, Andrea & Mariela (che mamma!!!) @Live, Elena, Marzia, Cristina & Aldo @Barley Arts, Elio Bordi @Fontiers records. Inside Out Staff and Audioglobe Staff Un ringraziamento speciale agli altri DT Fan Clubs sparsi nel mondo: Seb, Bertrand & Stephane @Your Majesty Francia, Steffen, Margret, Michael & Darko @The Mirror Germania, Masa e Famiglia @Carpe Diem Giappone, Kim@DT Norway, Tom & Kerry@Voices UK. Special thanks to: Danilo Bragazzi per lo scarrozzamento a Bari e per le orecchiette con le cime di rapa!!! L’intero staff del Nord Wind di Bari, Alex e lo staff del Sottosopra di Este, John Macaluso che è venuto in Italia ad aprile e non ci ha chiamato perchè si è dimenticato i numeri di cellulare. Il dreamers incontrato fuori dall’America’s Cup Park di Valencia che ha riconosciuto la nostra felpa, se capitate da quelle parti andate a mangiare al Bar Bolos, il miglior pesce di Valencia. Grazie Luna Rossa, alla conquista della Luis Vitton cup!!! Ellison, Dickson, Brady e compagnia cantante, è ora di tornare a casa!

Metropolzine 29  

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