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Metropolzine n. 27 Metropolzine è un periodico dell’Associazione Culturale “Italian Dreamers” Casella Postale 161 47838 Riccione Centro RN Tiratura: 1500 copie Finito di Stampare: ottobre 2006 Italian Dreamers Staff: Simone Fabbri Marco Petrini Collaboratori: Ivan Iapichella Emiliano Maiello Stefano Tappari Antonio Vescio Marco Termine Francesco Ferrari Igor Italiani Michele Auriemma Francesco Zacchino Mario Ingrassia Web Master: Francesco Castaldo Alessandro Tramonti Sede Legale ed iscrizioni: Italian Dreamers Casella Postale 161 47838 Riccione Centro RN Internet Home Page: www.italiandreamers.net Forum: www.ytseitalia.net Photo Credits: Italian Dreamers Staff Darko Bohringer Mike Portnoy Jordan Rudess Derek Sherinian William Hames IAW Tourbook TSR Solid Vision La Gazzetta dello Sport Stampa: Studiostampa s.a. - RSM

DREAM THEATER IN STUDIO PER IL NUOVO ALBUM Mike Portnoy è intervenuto ad una trasmissione radiofonca americana chiamata “Friday Night Rocks” lo scorso 6 ottobre, ecco un’estratto dell’intervista. “I Dream Theater hanno terminato la collaborazione con la loro etichetta storica Atco/EastWest Records/The Atlantic Group, al momento siamo in contatto con altre etichette che ci hanno proposto un contratto di distribuzione per il nuovo album. Noi intanto non abbiamo perso tempo e siamo entrati in studio a New York con un nuovo ingegnere, si chiama Paul Northfield ed ha collaborato con RUSH, QUEENSRŸCHE, SUICIDAL TENDENCIES e MARILYN MANSON. La nostra idea è di terminare l’album entro aprile/maggio 2007. Non volevamo perdere tempo stando seduti a studiare i nuovi contratti che sono arrivati, per questo ci sono già i nostri avvocati. Noi volevamo iniziare a registrare il nuovo album, così abbiamo prenotato lo studio e ci siamo entrati circa un mese fa. L’annuncio della nuova etichetta distributrice sarà dato quando decideremo che tutto è a posto. Paul Northfield è il nostro nuovo ingegnere. Abbiamo lavorato con Doug Oberkircher per gli ultimi dieci anni così, ora, volevamo provare forze ed orecchie fresche per il nostro nuovo lavoro. Paul ha lavorato tantissimo con una delle nostre band preferite, i RUSH. Con loro ha fatto dischi come ‘Permanent Waves’, ‘Moving Pictures’ e ‘Signals’ e quando arriva in studio ci racconta sempre aneddoti legati a quei lavori, parliamo dei RUSH ogni giorno, interessante e divertente!” JOHN PETRUCCI IN TOUR CON IL G3 Nel mese di ottobre il tour del G3 ha toccato il Sud America con date in Messico, Cile, Argentina e Brasile. I 3 chitarristi sono stati Joe Satriani, Eric Johnson e John Petrucci accompagnato da Mike Portnoy alla batteria. Nel mese di novembre il tour si sposterà in Australia e Steve Vai sostituirà Eric Johnson. Sul sito di John Petrucci sono a disposizione i biglietti d’ingresso insieme ai pacchetti Gold VIP e Platinum VIP. Ecco le date qui sotto: 29 novembre – Brisbane Convention Center – Brisbane 1 dicembre – Hordern Pavilion – Sidney 2 dicembre – Regent Theatre – Melbourne 6 dicembre – Enterteinment Centre – Adelaide 8 Dicembre – Challenge Stadium - Perth CYGNUS AND THE SEA MONSTERS CD e DVD “Cygnus And The Sea Monsters - One Night In Chicago”, il tributo ai Rush che ha visto protagonisti Mike Portnoy, Paul Gilbert, Sean Malone e Jason McMaster, è ora disponibile in CD e DVD sul sito www.mikeportnoy.com. Il DVD contiene anche un Audio Commentary di Mike Portnoy e Paul Gilbert!


COVER TO COVER Neal Morse, Randy George and Mike Portnoy “Sono sempre stato un grande fan della musica, non importa quanto stia diventando vecchio o quanto sia diventato famoso, mi vedrò sempre come quel bimbo undicenne appartenente alla Kiss Army mentre salta sul letto ascoltando le canzoni degli Who. Ed è per questo che adoro ancora suonare le cover. Con gli album cover suonati con i DT ho avuto la possibilità di sfogare tutte le mie influenze Metal e Prog, ma un altro lato di grande ispirazione rimangono i classici del rock anni 60 e 70. Ho trovato in Neal e Randy le mie stesse idee e durante le sessioni di di Testimony e One abbiamo registrato tutto questo, buon ascolto”. Mike Portnoy. BABYSTEPS by Henning Pauly Dopo mesi e mesi di lavoro il progetto è finalmente finito. Nonostante inizialmente fosse previsto come un doppio cd, la produzione ha preferito concentrarsi su un supporto singolo senza aver perso minimamente l’idea iniziale dell’opera. Babysteps racconta la storia di Nick (impersonato da Jody Ashworth - Trans Siberian Orchestra), un ex atleta professionista in carrozzina che si ritrova a dover affrontare una dura riabilitazione. I problemi con il suo arrogante dottore (impersonato da James LaBrie) finiscono in una grande lite. Matt (Matt Cash - Chain) è un altro paziente che cerca di farsi amico Nick il quale, però, non crede più a nessuno. Matt presenta il suo fisiatra a Nick, Dr. Sizzla (Michael Sadler - Saga) che sarà un personaggio fondamentale per Nick al quale darà consigli su come affrontare i suoi problemi con l’arrogante dottore. Babysteps è la storia di questo lungo viaggio attraverso i problemi di Nick e tutti gli ostacoli da superare per una sana riabilitazione. “La musica di Babysteps è scritta molto sulla linea dei Trans Siberian Orchestra o dei Savatage per via dell’utilizzo molto ampio di parti orchestrali unite a potenti riff di chitarra metal.” Henning Pauly stesso si dichiara molto soddisfatto di questa nuova opera e ci da appuntamento al prossimo disco. Sulla prossima fanzine una bella intervista a Henning. www.progrockrecords.com - www.henningpauly.com KEYFEST LIVE! 2004: Jordan Rudess in Concert DVD Footage completo del concerto tenuto durante il Keyfest del 2004 a New York. Questo concerto di synth e piano include, oltre a varie improvvisazioni, alcuni brani da Rythm of Time e brani tratti dagli album dei Dream Theater tra i quali: Stream of Consciousness, Time Crunch, Screaming Head, In the Name of God e Ra. www.jordanrudess.com

Aufwiedersehen! Aurevoir! Ciao ciao! Campioni del mondo! Che nove luglio fantastico! Siamo fatti così noi italiani ed aldilà delle solite ipocrisie su pizze, baffi e mandolini, ci ha fatto davvero piacere vedere il nostro paese così unito, tutti insieme appassionatamente dietro ad un pallone preso a calci. Poi domani ricomincia la solita vitaccia ma stasera facciamo festa…e che festa! L’onda lunga di quelle notti è arrivata quasi ai giorni nostri, l’emozione ci ha offuscato la vista e ci è voluta una bella sveglia per tornare alla realtà. Score, in Italia, è uscito addirittura quattro giorni prima della data ufficiale (premio per il mondiale vinto???) ma la nostra reazione non è stata certamente paragonabile a quella del gol di Fabio Grosso. Ma come, siamo stati a New York e ci ricordavamo un’esibizione PERFETTA e dopo soli quattro mesi ci ritroviamo sti due DVD in mano con una sensazione strana, come se ci fossimo persi qualcosa per strada. Per una volta puntiamo i piedi, proprio perché al Radio City c’eravamo anche noi con alcuni di voi. Dopo tanti anni, è giustificabile “pretendere” qualcosa in più dai Dream Theater? Oltretutto per celebrare l’anniversario dei venti anni di carriera? L’audio in 5.1 non si discute ma ci rimane l’amara sensazione di un lavoro fatto e confezionato sempre con troppa fretta. Approfondiremo le nostre idee strada facendo…magari chiedendo spiegazioni direttamente a Jordan Rudess, ospite d’onore della nostra grande festa! Come? Nessuno vi ha avvertito? A Rimini il 25 novembre prossimo, c’è La Finale del concorso che decreterà la Tribute Band Ufficiale e Jordan sarà con noi per l’ennesima volta, dopo il party di tre anni fa a San Marino. Leggetevi tutte le istruzioni sulla fanza, allenate i ginocchi, affilate le macchine digitali, fatevi massaggiare la schiena, sturatevi bene le orecchie e portatevi i rifornimenti sufficienti, sarà una LUNGA giornata ma soprattutto…chi non viene…è un francese prima ed un tedesco poi! POO PO PO PO POO POO!!! Italian Dreamers Staff


Assistere dal vivo, il primo aprile del corrente anno, al concerto che celebrava i venti anni di attività dei Dream Theater nello storico Radio City Music Hall di New York City è stata un’emozione unica, difficilmente descrivibile a parole, incredibilmente elettrizzante. In una parola: appagante. Ebbene, dopo pochi mesi, siamo celermente giunti, con l’uscita sotto la label Rhino Records di un doppio dvd/triplo cd (venduti separatamente), alla trasposizione audio-video di questo evento, presente in (quasi) tutti i negozi di dischi della penisola a partire dal 25 di agosto: “Score”. L’analisi che seguirà si soffermerà in particolare sui dvd di “Score”, alla luce del fatto che il triplo cd è la mera versione audio del dvd medesimo. Altro denominatore comune dei due prodotti è, purtroppo, lo scadente ed oltremodo scarno artwork, nota dolente di tutte le uscite live della band newyorkese. Non uno straccio di libretto, una telegrafica nota dei membri del gruppo, un photobook. Un’ opera che si propone di celebrare un’intera carriera avrebbe meritato una cura non dico migliore, ma addirittura maniacale, in questo perfino gli “Official Bootlegs” sembrano confezionati meglio. Questa considerazione non è dettata dalla volontà di voler

trovare ad ogni costo il pelo nell’uovo, bensì dalla più elementare delle regole: per far sì che un prodotto sia eccellente da qualsiasi punto di vista, che si attesti nel gotha del suo genere, è opportuno prestare attenzione massima anche al più piccolo dei particolari e lavorarci sopra per tanto tempo. Nella fattispecie, per questo e per altri motivi che saranno in seguito analizzati, ciò non è ovviamente accaduto ed è un vero peccato in quanto i Dream Theater avevano (ed ovviamente ancora hanno) tutte le potenzialità e le risorse per offrire ai propri fans ed agli appassionati di musica in genere un lavoro epocale. Non è stato così, è bene chiarirlo fin da subito. Fatta la dovuta premessa, è d’altro canto opportuno affermare che “Score” è la migliore release live audio/video finora realizzata da Portnoy e soci, sia per quanto concerne la resa audio dei brani mixati da Michael Brauer (ottimo soprattutto l’audio Dolby Digital 5.1, ma buono anche l’audio PCM Stereo), sia per la prestazione di altissimo livello dei membri della band (James LaBrie su tutti), sia per l’aver reso tangibile, se non del tutto almeno in parte, la magia ed il calore di quella notte newyorkese; inoltre, ad impreziosire il tutto, c’è la presenza, a partire dal secondo set, della Octavarium Orchestra, formata da 29 elementi e diretta da Jamshied Sharifi. Non impeccabile risulta invece essere il montaggio video, in alcuni frangenti le riprese sembrano fatte un po’ a caso, le inquadrature sul pubblico non sono molto frequenti (poteva esser resa certamente meglio l’interazione gruppo-pubblico in diversi momenti del live) così come gli zoom sui singoli per meglio apprezzarne le esecuzioni; da questo

punto di vista, il precedente “Live at Budokan” (che peraltro appare ben più “distaccato” dell’ultimo lavoro) si lascia preferire per la qualità delle riprese, in stile “cinematografico”, ed in generale per un montaggio più professionale. Il primo dvd è interamente dedicato al concerto del Radio City Music Hall. La scelta della setlist, redatta come prassi vuole da Mike Portnoy, ha suscitato vibranti polemiche fin da quando è stata resa pubblica poche ore dopo il concerto: i fans più nostalgici reclamavano per l’assenza dei brani storici quali “A Fortune in Lies”, “The Killing Hand”, “Take the Time”, “Pull Me Under”, “Learning To Live”, “A Change of Seasons”, “Scarred”, “Lie” , “The Mirror”, “Lines in the Sand”, “Hell’s Kitchen”, “Fatal Tragedy”, “Finally Free”, “The Glass Prison” e via discorrendo, partendo dal presupposto che almeno una parte dei succitati non poteva mancare in un live celebrativo di un’intera carriera; un’altra corrente di pensiero, più “in linea” con le scelte della band, sosteneva che la maggior parte dei brani più blasonati era già apparsa sui precedenti live cd e dvd (vedi ad esempio l’onnipresente “Pull Me Under”), che comunque era necessario includere brani che coprissero


l’intero arco temporale della produzione dreamtheateriana e che comunque era giusto dare maggior risalto, ad esempio, all’integrale esecuzione di “Six Degrees of Inner Turbulence” proprio per la presenza della Octavarium Orchestra, dovendo, altresì, tener conto anche del limite temporale delle tre ore di durata (intervallo incluso) imposto dalle ferree regole del teatro. Probabilmente la verità, come sovente accade, risiede nel mezzo, poiché la setlist segue l’iter cronologico delineato dal tour di “Octavarium”, sono stati scelti brani in funzione delle particolarità della serata (Orchestra, tempo ristretto, brani mai immortalati live in precedenza, come asserito poc’anzi), il pubblico presente è rimasto soddisfattissimo e la band ha sciorinato una prestazione di alto livello, ma tuttavia qualcosina si sarebbe potuta limare, inserendo un paio di brani al posto di altri, e magari suonando fin dall’inizio con l’ausilio dell’Octavarium Orchestra. Pleonastico andare oltre dal momento che la questione è stata affrontata e sviscerata abbondantemente in altre sedi. Particolarmente emozionante è la visione dell’inizio del concerto, con l’alzarsi dello splendido sipario del maestoso Radio City alternato alla visione dell’ultima parte del video introduttivo proiettato sui maxischermi con il sottofondo del finale strumentale di “In The Name of God”, palpabile è l’atmosfera carica di adrenalina che esplode letteralmente in urlo liberatorio alle prime note di “The Root of All Evil”, coinvolgente incipit della serata. Fin da subito si può apprezzare la nitidezza dei suoni, a tal riguardo va apprezzato il break strumentale centrale, molto più incisivo e “chiaro” rispetto alla versione in studio, e la splendida forma vocale di un grintoso James LaBrie. Sempre da “Octavarium”, segue “I Walk Beside You”, una delle “pietre dello scandalo” dell’ultimo album per via della sua vena “pop” e delle similitudini con il sound tipico degli U2, comunque apprezzata dalla platea che accompagna l’intero brano con un battimani ritmico(da applausi anche le backing vocals di PortnoyPetrucci, una delle piacevoli sorprese di questo live dvd). Chiusa la parentesi iniziale si torna indietro nel tempo, fino al 1985 anno in cui i Majesty, primo monicker del gruppo, compongono il loro primo brano, ovvero “Another Won” prima autentica chicca del dvd. Fin dalla

trascinante intro ci si rende conto di come il brano sia stato limato e rimesso completamente a nuovo rispetto alla grezza versione originale, di notevole rilievo la sezione ritmica con un John Myung sugli scudi finalmente valorizzato a livello di suono (se non a livello di inquadrature) e da rimarcare anche un sapiente uso dello split screen durante la sezione strumentale (laddove sul “Live Scenes From New York” ne era stato fatto un abuso vero e proprio). Il viaggio all’interno della storia della band prosegue con “Afterlife”, tratta dal primo album “When Dream And Day Unite” pubblicato nel 1989, in cui ancora una volta risalta il basso di Myung che con il cronometrico drumming di Mike Portnoy costituisce l’asse portante della canzone il cui culmine viene raggiunto durante lo storico unisono chitarra-tastiera della premiata ditta Petrucci-Rudess. Eccoci così arrivati al piccolo discorso di LaBrie il quale da frontman navigato illustra il percorso attraverso il quale si snoderà lo show con fare quasi recitativo, introducendo la platea ad uno dei tanti cavalli di battaglia della band: “Under a Glass Moon” tratta dal capolavoro “Images and Words”. Avendo assistito personalmente all’evento, posso confermare che la traccia presenta qualche ritocco in studio, sia per quanto riguarda la chitarra di Petrucci (problemi di amplificazione, se si guarda attentamente il video si intuisce il momento in cui si verifica l’imprevisto) durante la prima parte, che la voce di LaBrie, qui ancora in fase di “riscaldamento” nel corso della prima strofa. Nulla di scandaloso, intendiamoci, nel corso del dvd si può notare in qualche momento la mancanza di sincronizzazione tra l’audio ed il video, ma posso confermare che le correzioni in studio, quantunque siano state apportate (ma è abitudine ormai consolidata in ogni live di un certo livello), non hanno affatto contraffatto l’autenticità e la genuinità dell’esibizione originale. Tornando al brano, superfluo star qui a lodare l’assolo di John Petrucci, unanimamente considerato tra i più belli da lui composti, piuttosto va segnalato il solo di tastiera di Rudess, diverso sia come suoni che come esecuzione rispetto alla versione del mai dimenticato Kevin Moore, il che ha fatto storcere il naso a più di un “purista”; personalmente ho trovato questa variazione sul tema abba-

stanza piacevole e non certo “empia” nei confronti del glorioso, e da alcuni rimpianto, passato. In chiusura LaBrie inizia a fare sul serio, sfoderando un acuto impressionante ( e, vi assicuro, non certo modificato al pc) che fa da antipasto ad un’altra pietanza prelibata di questo primo set, parliamo ovviamente di “Innocence Faded”, uno dei brani più ingiustamente sottovalutati di “Awake”. Qui il nostro James è protagonista di un’interpretazione davvero sublime, del resto la sua forma si è mantenuta su standars elevatissimi per tutto il lungo periodo dell’Octavarium Tour, ed è stata quindi una scelta azzeccata l’inserimento di un brano molto ostico dal punto di vista delle linee vocali, ideale per mettere in risalto i notevoli miglioramenti raggiunti , anche grazie ad un “ritorno agli studi”, dal vocalist canadese. Come non restare estasiati, poi, dallo strepitoso outro chitarristico di Mr. John Petrucci, qui nelle vesti più che appropriate di guitar hero. Eccoci dunque ad un’altra rarità della serata, “Raise The Knife”, song appartenente alle sessions dell’album “Falling into Infinity” (l’album che tranquillamente si può definire della “discordia”, per via dei dissapori tra band ed etichetta discografica), poi scartata per problemi di “spazio”, e, se da un lato non può non rimpiangersi la mancata presenza di un capolavoro assoluto quale “Lines in The Sand”, dall’altro non si può non gioire e lasciarsi trascinare dall’ascolto e dalla visione di questo epico brano, raffinato ed articolato, impreziosito dal continuum di Jordan Rudess e dal fine lavoro chitarristico di un Petrucci senza ombra di dubbio in gran forma. Un piccolo grande gioiello, da ascoltare e riascoltare. A concludere il primo det di canzoni, troviamo il


superclassico, tratto da “Scenes from a Memory” (per molti fans l’album della rinascita), “The Spirit Carries On”, nove minuti di poesia e suggestione, con il Teatro per antonomasia che diventa per davvero il Teatro del Sogno, illuminato da 6000 accendini e cellulari, illuminato dalla calda interpretazione di James LaBrie, dalle sublimi note di John Petrucci, dalla voce di Theresa Thomason, assente sul palco ma presente nel sample, a chiudere, proveniente dalla tastiera di Jordan Rudess. Degna conclusione di un magnifico primo set. Il video ci trasporta immediatamente al secondo set, si alza il sipario e gli spettatori si trovano al cospetto della Octavarium Orchestra (a proposito, notate Portnoy come si è “agghindato” per l’occasione!) diretta dal maestro Jamshied Sharifi, che si presenta eseguendo, senza il supporto della band, l’”Overture” di “Six Degrees Of Inner Turbulence” tra lo stupore e l’entusiasmo dei presenti. La versione qui proposta dell’ “Overture”, ad un attento ascolto, non appare priva di sbavature, manca soprattutto quella magniloquenza propria della traccia presente sull’album, ad ogni modo trattasi di un riarrangiamento più che sufficiente (anche alla luce del fatto che vi sono stati pochi giorni di preparazione alle spalle per perfezionare il tutto), va inoltre segnalata la presenza di una piccola parte completamente inedita. Ha inizio, dunque, la parte più controversa dello show, in quanto l’Orchestra non ha svolto un ruolo da autentica protagonista, caratterizzandosi principalmente come “ausilio” della band. Si è in sostanza operata una scelta ben precisa: non stravolgere i brani in funzione dell’Orchestra, bensì rendere l’Orchestra “strumentale” a brani che comunque erano già stati composti per essere

“accompagnati” da questa. Una scelta a mio avviso vincente, sarebbe stato di cattivo gusto, col serio rischio di cadere nel baratro della più pura cacofonia, presentare brani completamente modificati per far in modo che l’Orchestra si ergesse al di sopra del sound della band stessa (Metallica docet). Si è scelta una via forse meno spettacolare, ma certamente più redditizia nell’economia della resa dei brani, che sono risultati arricchiti con gusto, ma non con tracotanza, con una lodevole miscela ed amalgama dei suoni. Come scritto in precedenza, il dvd ci propone l’integrale esecuzione della suite “Six Degrees of Inner Turbulence” (senza la possibilità di “skippare” tra i vari movimenti di cui consta). Si passa dunque dalla notevole “About to Crash” (e qui la presenza dell’Orchestra si avverte, eccome!), al binomio “War Inside My Head/ The Test That Stumped Them All” (già presenti sul live del Budokan, ma qui la partecipazione del pubblica è palesemente più calorosa), fino alla struggente “Goodnight Kiss” con un’interazione da pelle d’oca tra Petrucci e l’Orchestra. Si prosegue con la sempre gradevole “Solitary Shell”, eseguita finalmente in modo degno rispetto alla mediocre versione presente sul precedente live album, per poi culminare con “About to Crash (reprise)” ed i brividi finali “Losing Time/ Grand Finale” con un LaBrie autentico dominatore delle scena. Applausi a scena aperta. A questo punto tocca a “Train of Thought”, qui rappresentato da un breve, intimo, intenso momento, “Vacant” con il solo LaBrie accompagnato dall’Orchestra. Il cerchio si chiude, si ritorna ad “Octavarium”, è il momento di “The Answer Lies Within”, altra canzone che sembra (come in effetti è) perfetta per esser accompagnata dal vivo da un’orchestra.

Nulla quaestio sulla scelta, tuttavia avrei preferito l’inserimento di “These Walls”. Cala il buio, i maxischermi proiettano le immagini dell’immane tragedia che l’11 settembre 2001 colpì le Torri Gemelle di New York, c’è commozione, autentica, sul palco e tra il pubblico, “Sacrificed Sons” non poteva non esser suonata a New York. Brano controverso, per alcuni un polpettone, per altri intriso di inutile retorica, comunque la si pensi la versione del Radio City brilla per intensità e carica emotiva, l’ingresso dell’Orchestra sul finire del lungo stacco strumentale, sebbene leggermente in ritardo, è imponente, Portnoy chiude alla sua maniera: uno schiacciasassi (non sarà un mostro di tecnica, ma ragazzi che carica che trasmette quest’uomo!). Passate di poco le due ore giungiamo al punto topico dello show, signore e signori: “Octavarium”! L’incipit di Jordan Rudess è ancora più esteso rispetto allo studio album, al fine di creare un’atmosfera che potremmo definire “spaziale” fa uso di quasi tutto il suo arsenale: Continuum Fingerboard, Lap Steel guitar, tastiere suonate à la Keith Emerson. Inutile spendersi in chiacchiere, o lo si ama, o lo si odia. “Someone Like Him” ci introduce, col magico suono del flauto suonato da Pamela Sklar, nel mondo di “Octavarium”. Qui, oltre al caldo timbro di LaBrie, la fa da padrone il pulsante basso di Myung, ancora, giustamente, protagonista. L’Orchestra non è mai invadente, ma c’è, e si sente, facendo da sostrato all’incedere della suite. Il solo di moog, altro strumento ripreso dalla leggenda del prog rock storico degli anni settanta, di Rudess (il cui attacco non è precisissimo, a dire il vero) fa da ponte tra “Medicate (Awakening)” e lo stream of consciousness di “Full Circle” (peccato non aver ripreso il susseguirsi di tut-


te le citazioni da albums, canzoni e personaggi proiettate sugli schermi, ma come affermato dallo stesso Portnoy si sarebbe dovuto pagare salato, per via dei diritti d’autore, ogni singolo riferimento). La folle corsa strumentale, accompagnata da un simpatico cartoon con protagonisti i cinque membri della band alle prese con l’enigma di “Octavarium”, riportato integralmente nel bonus dvd, ci conduce ad “Intervals” che sfocia in un esaltante crescendo che esplode nel liberatorio urlo dell’intero RCMH “Trapped inside this Octavarium”! Impressionante (vi assicuro che dal vivo lo è stato enormemente di più…)! La catarsi è completa, non si può far altro che lasciarsi semplicemente avvolgere dallo struggente pathos di “Razor’s Edge”: “We move in circles Balanced all the while On a gleaming razor’s edge A perfect sphere Colliding with our fate This story ends where it began” La chitarra di John Petrucci rifinisce, con l’accompagnamento ora sì travolgente dell’Octavarium Orchestra, il monumentale finale di un brano destinato ad entrare nell’ Olimpo del Teatro del Sogno. Standing Ovation. C’è ancora spazio per un ultimo brano, l’encore è ovviamente la canzone simbolo del combo newyorkese: “Metropolis pt. 1”, mai apparsa integralmente su dvd. La vera sorpresa, che da sola giustificherebbe, paradossalmente, la presenza dell’Orchestra, è l’intro, normalmente registrato, suonato interamente dall’Octavarium Orchestra. Un suono letteralmente spettacolare, con dei corni che riempiono stupendamente il brano donandogli un’epicità unica, entu-

siasmante. Per “Metropolis” è stata fatta una vera opera di riarrangiamento, non certo una devastazione del brano originale, ma una ragionata ed intelligente opera di restyling creata appositamente ad hoc per questo evento. La prestazione dei nostri è come al solito immune da sbavature, LaBrie è visibilmente stanco, ma regge stoicamente fino in fondo. E’ l’apoteosi finale, il pubblico del Radio City, giunto da tutto il mondo, tributa il giusto applauso ad una band che, piccoli errori e setlist opinabile a parte, ha dato davvero tutto. Portnoy ringrazia e dice che non potevano suonare di più. Cala il palcoscenico, dopo circa 164 minuti di concerto ci si può ritenere ampiamente soddisfatti. Le reali note dolenti provengono, invece, dal bonus dvd. Iniziando dal documentario, “The Score So Far…”(della durata di circa 56 minuti(, a parte i vari momenti autocelebrativi con dichiarazioni intrise di cieco fanatismo da parte di alcuni presenti fuori i cancelli del RCMH, va segnalato, evitando di spoilerare troppo a coloro che non conoscono nel dettaglio la storia dei Dream Thetaer, che ad una prima parte, dedicata alle origini del gruppo, decisamente interessante, con alcuni rari spezzoni dell’epoca Majesty, ed una breve intervista a Charlie Dominici (il vocalist di “When Dream and Day Unite”) ospite del dvd oltre all’altro ex membro, il tastierista Derek Sherinian, fa da contraltare una seconda parte, quella che va da “Images and Words” in poi, troppo frettolosa e superficiale, priva di un reale approfondimento sui vari momenti di crisi e di evoluzione della band. Inoltre è inspiegabile il risibile spazio dato ad uno dei principali artefici del successo della band, ovvero quel Kevin Moore ricordato solo con poche frasi di circostanza. L’eventuale astio, oltre al continuo

rifiuto di Moore di partecipare a qualsiasi iniziativa inerente la sua ex band, non giustifica la quasi totale omissione perpetrata nei suoi confronti. Trattasi di un documentario incentrato sull’intera carriera dei Dream Theater, andava pensato e strutturato diversamente. Un’occasione persa. Divertente, ma nulla di trascendentale, il cartoon di “Octavarium” ideato da Myka Tyyska, mentre un po’deludenti le extra tracks tanto pubblicizzate da Portnoy. I brani bonus sono tre: una versione risalente al 1993 di “Another Day” eseguita a Tokyo, in cui si può apprezzare un eseuberante LaBrie che comunque non ha ancora il pieno controllo della voce, una mediocre “The Great Debate”, brano proveniente dal live in Bucharest del 2002, trasmesso tra l’altro dalla televisione rumena, con una qualità audio video pietosa, oltre che un LaBrie ai minimi storici, ed infine una buona versione di “Honor Thy Father” , con inquadrature poco più che amatoriali, da un live in Chicago del 2005. Un po’ pochino, in verità. In ultima analisi, questo lavoro presenta molte luci e poche ombre per quel che concerne il primo dvd, mentre è estremamente deludente per i contenuti bonus. Andava fatto di più, in occasione del tanto sventolato anniversario andava offerto ai fans un prodotto impeccabile. Che dire…peccato. Un un concerto a mio modesto avviso memorabile, meritava in primis u montaggio più professionale, e poi un contorno estremamente più ricco e variegato. I Dream Theater, con più tempo e meno supponenza a disposizione potevano sfornare un prodotto epocale, hanno invece pubblicato un ottimo live, ma era lecito, dal nostro gruppo preferito, attendersi il definitivo salto di qualità. Michele “Madball” Auriemma


Raccogliamo questa intervista con John Petrucci ad appena due giorni dal grande evento di New York. Richard e Kerry del Fan Club inglese Voices UK girano tutte le nostre curiosità in una delle rare interviste rilasciate nell’ultimo anno. Dream Theater, album solista ed altro in queste quattro pagine che ci riconsegnano un John Petrucci più vicino all’uomo piuttosto che all’alone di leggenda che, a volte, lo circonda. A conferma di tutto ciò, due giorni dopo, durante l’After Show al Radio City lo vedremo uscire dai camerini mano nella mano con la figlia che, lamentandosi per la stanchezza, voleva a tutti i costi andare a casa. John l’ha presa in braccio, ha salutato tutti ed ha imboccato la porta verso il parcheggio. Buonanotte a tutti.

VUK: Tra poche ore i Dream Theater toccheranno il vertice dei loro primi venti anni di carriera. Nel corso del tempo la band è diventata una macchina sempre più ben oliata, show sempre più importanti, arene sempre più grandi e produzioni sempre più faraoniche. Cosa ne pensi di questo anno appena passato? JP: E’ stata un’ottima stagione ed un tour di successo allo stesso tempo e questo è molto importante. La nostra carriera festeggia i 20 anni, Octavarium è stato l’ultimo album di un contratto sottoscritto tanti anni fa, è un po’ come chiudere il capitolo di un grande libro. Ne stavo parlando proprio ieri con il nostro storico agente (Frank Solomon ndr.), questo è l’ultima leg di un tour che ha visto molti sold out, non da meno quello di dopodomani, e per una carriera così lunga credo che tutto ciò sia il giusto e meritato epilogo. VUK: Com’è andata la parte in Sud America, grandi stadi e 20.000 persone di fronte, suonando come band principale? JP: Il palco è, alla fine, sempre lo stesso, ma hai di fronte TUTTE quelle persone che sono lì esclusivamente per te. In passato abbiamo fatto molti grandi festival dove abbiamo aperto o abbiamo suonato a metà della giornata, sono serviti

per arrivare in posti che non potevamo raggiungere semplicemente come DT. Qui, invece, siamo arrivati per la prima volta e subito ci siamo trovati 20.000 persone, è stato uno shock molto soddisfacente (ride). VUK: Avete usato una strumentazione particolare per quelle date? JP: La cosa principale, rispetto ai nostri show usuali è che non avevamo produzione alle spalle. Normalmente abbiamo gli schermi ed i filmati che interagiscono con la nostra musica, li invece tutti erano concentrati esclusivamente sui nostri strumenti. A loro volta in nostri set up erano notevolmente ridotti. Avevamo un ordine da rispettare da parte di Rikk, ridurre il peso in viaggio, naturalmente per via dei costi di trasporto! VUK: Cosa ci puoi dire allora del tuo impianto. JP: Sul palco avevo solamente due casse invece delle solite sei, così con il mio tecnico abbiamo progettato un rack tutto nuovo e l’ironia del caso era che tutto ciò, suonava dannatamente bene, così bene che decidemmo di tenerlo anche per il leg successivo nei teatri americani, strano eh? VUK: Torniamo ai giorni nostri ed allo show del Radio City Music Hall, la


prossima è una domanda che andrebbe bene anche per gli altri show che avete registrato in audio ed in video. Vi preparate in maniera diversa a questi grandi eventi? Sentite una pressione diversa su di voi o sulla vostra mente? JP: Beh, non proprio in questi termini, comunque sei consapevole che lo show verrà filmato in un’unica serata. Così ti concentri affinché tutto vada nella giusta maniera. Questa è la pressione in più. Se le registrazioni durassero per più serate la storia sarebbe completamente diversa ma, purtroppo, non è così. La band deve essere compatta e tu ti devi ricordare tutto, intanto devi suonare bene, apparire bene in camera, il suono dalle casse deve essere perfetto e tutto deve girare per il verso giusto, questo è l’elemento diverso di quella sera. Effettivamente anche se l’approccio al concerto è lo stesso di sempre, sei sempre un umano e sei sempre un po’ nervoso quando vedi quella lucina rossa sulla telecamera. VUK: Mike ha dato ad ogni uscita live della band una propria anima. Images and Words in video era l’insieme di immagini amatoriali, del concerto e di video ufficiali così come si addice ad un primo live di una band emergente, 5YIALT copriva un periodo più lungo di carriera con una storia tutta sua, Live Scenes… fu il concept ed il Budokan è stato un intero concerto dall’inizio alla fine. Il prossimo DVD ha uno scopo? Ha qualcosa di speciale? JP: Speciale lo è davvero, è il nostro ventesimo anniversario! Per qualcuno potrebbe non avere

importanza ma per noi è una specie di magia essere insieme da venti anni. Volevamo commemorare questo momento in qualche maniera. Sei sempre in tour, saluti una città e la sera dopo sei da un’altra parte del paese, per questa volta volevamo fermare l’attimo. Soprattutto per il tipo di musica che suoniamo, soprattutto per un gruppo di nicchia come siamo noi DT, penso che i live DVD siano molto importanti. Ormai abbiamo molti dischi alle spalle suonati con diversi stili musicali ed i fans preferiscono questo album piuttosto che quell’altro. Quando sentono tutta questa musica rinchiusa in un’unica serata riescono a capire il significato del nostro esistere. Per me questo è un elemento molto importante. VUK: Come ti senti nel suonare i brani dei primi tempi, prendi Another Won da When Dream and Day… JP: Pura magia anche questa, metto Another Won in competizione con The Root of All Evil, pezzi simili, semplici note musicali ma suonate a 20 anni di distanza, riesci a capire? La cosa buffa però sono i testi, “quei” testi, non so a cosa diavolo pensassi allora, mitologia e cose di questo genere credo, beh rileggo i testi e mi fanno letteralmente impazzire (ride). VUK: L’anno scorso avete suonato e registrato Dark Side of the Moon, stilisticamente molto diverso da Number of the Beast o Master of Puppets. Conoscevi già le tue parti o hai dovuto studiarle da zero? JP: No, la musica di Dark Side la conosco molto bene, la cosa buffa è che non c’è

tanta chitarra, è un album considerato “tranquillo”. La cosa più difficile da ricreare sono le vibrazioni che deve donare all’ascoltatore il suonare, perfettamente, un album intero dei Pink Floyd. VUK: Avete cercato di ricopiare tutto o avete aggiunto qualcosa di vostro? JP: Un po’ tutte e due le cose. Prendi me, fare cover di Metallica e Iron Maiden mi aiuta per i suoni che ho, mentre, per ricreare la chitarra di Gilmour ho dovuto sperimentare molto con il mio impianto. VUK: Come ti prepari per suonare un album cover, ascolti e trascrivi le tue parti? JP: No, non trascrivo nulla, semplicemente ascolto molto. Normalmente si conosce già tanto dell’album che andiamo a suonare, sia dal punto di vista musicale sia per la storia che ha quel gruppo. Quando ci ritroviamo sul palco per provare tutti


insieme, la prima cosa che cerchiamo è quella di affinare il nostro stile per ricreare le ambientazioni e le emozioni che racchiude in se la musica che andiamo a coverizzare. VUK: Hai mai visto poi il DVD di “Dark Side…”? JP: Si e sono stato contento che la versione registrata sia stata la seconda serata in Inghilterra, secondo me venuta “molto” meglio della prima volta ad Amsterdam. C’era un’atmosfera migliore nella “casa” dei Pink Floyd, c’è stato il video completo all’inizio ed erano presenti anche le due cover band ufficiali di grande successo come gli “Australian Pink Floyd” ed i “Time Machine”. Eravamo nella giusta occasione per vincere l’ennesima scommessa e alla fine è stata veramente un’ottima serata. VUK: Parliamo di Suspended Animation ora, un disco dalla “lunga” genesi. JP: Beh, si, effettivamente (ride). Ho fatto tutte le registrazioni a casa di Doug Oberkircher. Come sapete Doug e l’ingegnere del suono dei DT da tanto tempo, vive di fianco al Beartracks Studio

(dove tra gli altri è stato registrato Scenes From a Memory ndr) ed ha costruito un altro studio in casa propria che si chiama Little Bear. Abbiamo fatto tutto li dentro, registrazioni, overdubs ed aggiustamenti vari. Non ricordo nemmeno quando l’idea dell’album nacque, era tanto tempo fa. Mi ricordo di aver contattato subito tutti i musicisti che mi servivano e di aver subito registrato le tracce base in pochi giorni. In seguito ci rimisi mano un po’ alla volta ma il tempo si è dilatato all’infinito, una volta perché mi slogai una spalla facendo sci, un’altra perché dovevo partire in tour con i DT o perché dovevo entrare in studio con loro. Così a volte chiamavo Doug e gli chiedevo se aveva un giovedì o un venerdi libero, oltretutto abito abbastanza lontano da lui. Sono un perfezionista ed essendo una mia “creatura” non volevo avere nessun tipo di pressione durante il lavoro. Il disco esce quando tutto è a posto, senza fretta, e così è stato. VUK: Hai sempre avuto in mente l’idea di far uscire un disco solista oppure sei stato “aiutato” da situazioni tipo il tour del G3? JP: Naturalmente un album solista di chitarra era sempre nei miei pensieri. La spinta decisiva fù la mia partecipazione al G3, avevo scritto della nuova musica ed ora era il giusto momento per farla ascoltare alla gente. VUK: Che approccio hai avuto nel scrivere musica solista quando in precedenza hai avuto sempre i Dream Theater alle spalle con cui scambiare idee? JP: Effettivamente questa è la differenza principale. Hai le tue idee e non puoi

confrontarle con nessuno, allora ti chiedi se quel fraseggio va bene in quel punto oppure se quel riff non stancherà troppo. Le risposte però sei tu stesso a dartele anche se con i DT in studio funziona bene o male nella stessa maniera, chi andrebbe contro un’idea di John Petrucci (risate)!!! VUK: Hai ascoltato qualcosa in particolare per ispirarti? Sono particolarmente riconoscibili influenze di Steve Morse e Joe Satriani. JP: No, nessun ascolto in particolare, sono semplicemente le mie influenze di quando ero piccolo e quindi sono naturalmente venute fuori durante il processo di scrittura. Non ho mai pensato per esempio “Adesso faccio un jazz/blues alla Gary Moore per Lost Without You”. Le mie librerie musicali si sono semplicemente aperte nei momenti in cui componevo. VUK: Sebbene fosse il tuo album solista, hai sempre lavorato con Mike Portnoy, sia in studio che in concerto al G3. JP: Tutto vero, ma partiamo dal concetto che il primo tour venne prima dell’uscita dell’album. Quando decisi di partecipare al G3 ero in studio con i DT ed avevo solo Curve e Lost Without You veramente pronte, il che mi mise addosso un po’ di pressione, scartai allora le preoccupazioni maggiori e lavorare con Mike mi mise subito a mio agio e fu un ottimo punto di partenza. Da li venne il resto. VUK: Com’è stata la tua esperienza di fianco a Satriani e Vai? JP: Ogni sera suonavo di fianco a mostri sacri, jam, gare di assoli e vita nel


backstage con chi avevo nei poster nella mia cameretta, devo aggiungere altro? Professionisti nella vita in tour ma bambini al tempo stesso quando si trovavano insieme sul palco e si facevano il culo a vicenda a suon di assoli. VUK: Farai un altro album solista? JP: Credo proprio di si, così come vorrei fare un G3 in Europa, questo però dipende dalle volontà di Joe in quanto tutta la produzione pende dalle sue volontà. VUK: Dopo New York i DT si prenderanno un’estate di pausa prima di rientrare in studio per il nuovo album, ci sono già delle nuove idee in cantiere? JP: Assolutamente nulla, abbiamo di fronte un foglio completamente bianco, nemmeno un riff, semplicemente non abbiamo avuto il tempo per pensare di fare ciò. VUK: I DT hanno concluso il loro contratto con una major, ora è tutto nuovo, avete già cominciato a guardarvi intorno per il prossimo album? JP: Ancora nessun contatto ufficiale ma ci sono alcune offerte pronte sul tavolo, anche questo fa parte del nostro lavoro e sappiamo che sarà un passo importante per noi. VUK: Hai altri progetti al di fuori dei DT? JP: Non sono così impegnato come Mike (ride)! Continuo ad essere in contatto con il management del G3, oltretutto ora che è uscito il mio album solista una domanda che mi viene fatta spesso è se ci sarà un nuovo video didattico per chitarra. Effettivamente “Rock Discipline” ha più di dieci anni ma prima di

tutto vorrei terminare la costruzione di uno piccolo studio a casa mia. Sono al 70% dei lavori e quando finirò tutto incomincerò a pensare di registrarci il mio prossimo video didattico. VUK: Side Project? C’è qualcuno con cui vorresti lavorare? JP: Parlando di altri chitarristi mi piacerebbe entrare in contatto con Steve Morse ma è praticamente introvabile, sempre impegnatissimo. No, penso che appena avrò del tempo libero mi dedicherò ad un nuovo album solista. VUK: Considerando tutto il tempo che passi con i Dream Theater in tour e considerando il fatto che quando torni a casa sei con i tuoi familiari, quanto tempo passi a studiare chitarra? JP: Ti rispondo che dipende da quello che devo fare. Durante un tour siamo sul palco praticamente ogni sera, naturalmente faccio esercizi ma, sicuramente, non per sei ore al giorno. La cosa importante quando sei in giro è non riportare infortuni ed essere sempre in buona salute. Una volta tornato a casa prendo un periodo di riposo dove piano piano riprendo la chitarra in mano e ricomincio con gli esercizi di mantenimento. Quando rientriamo in studio ci sono giorni veramente intensi in cui suoni senza interruzioni perché prima provi con il gruppo poi entri in sala e registri la tua parte. Durante quei momenti i miei esercizi sono orientati in base a “cosa” devo suonare. Diciamo che concentro le mie energie per lo scopo che devo ottenere. VUK: Ci saranno degli sviluppi futuri per la tua EB/MM signature model?

JP: Si, stiamo pensando ad un paio di leggere modifiche per il modello che dovrebbe uscire a breve. All’inizio con la fabbrica volevamo fare qualcosa di drastico come per esempio introdurre un ponte fisso oppure utilizzare un modello con un “Neckthrough body” design ma poi abbiamo abbandonato l’idea. Nel frattempo mi hanno fatto avere dei nuovi modelli, in particolare uno “vintage” in acero fiammato con i pick up diversi e coperti, davvero molto bello e funzionale. VUK: per finire volevamo sapere un tuo pensiero sulla versione OLP, ovvero la versione economica della EB/MM JP Signature? JP: Aldilà delle ovvie limitazioni, penso che i ragazzi in fabbrica abbiano fatto un buon lavoro. Produrre dei modelli economici di chitarre più costose non è mai semplice, io le ho provate, le ho suonate e per me sono ottime, veramente ottime. Traduzione, adattamento ed addetto ai cannoli siciliani Simone Fabbri


stico di Sandro Martinez alla chitarra, Paul Mayland alla batteria, Marvin Philippi al basso e Christopher Jesidero al violino solista.

Sono passati 6 anni ormai da quando I 3 tenori originali si riunirono per il loro “best of” dopo una serie di concerti indimenticabili. Luciano Pavarotti, Placido Domingo e Jose Carreras su un solo palco; il gotha tra questo genere di cantanti. Nella mente di Dirk Ulrich quel disco e quel trio non è mai uscito e, l’idea di ricomporlo di nuovo ma con un assetto leggermente diverso è sempre rimasto un sogno nel cassetto. Ora il cassetto ha iniziato ad aprirsi, sono cambiati i nomi; si è aggiunta un’impronta rock a cui nessuno aveva pensato nel passato e il mix ha creato questo nuovo progetto che andiamo a presentare. True Symphonic Rockestra: ovvero Thomas Dewald, Vladimir Grishko (entrambi tenori) insieme a James LaBrie coordinati alla perfezione dall’ideatore del tutto, Dirk Urlich, con l’aiuto arti-

L’uscita di questo disco è questione di mesi, il tempo di contrattualizzare il tutto con una degna etichetta discografica che lo supporterà e poi si darà il via alla produzione e alla distribuzione di questo album innovativo. Siamo in contatto con Dirk Urlich da mesi, abbiamo avuto modo di ascoltare già alcuni brani dell’opera e siamo rimasti positivamente sconvolti dall’opera e dalle prestazioni vocali dei 3 cantanti. Attualmente sul sito ufficiale del progetto www.tsrproject.com potete trovare qualche clip, la track list, alcune foto da studio, interviste ed interessanti video. Intanto, in esclusiva per i lettori di Metropolzine: la traduzione della prima intervista sul progetto rilasciata da Thomas, James e Dirk che potete scaricare dal sito sopra citato. Buona lettura! Q:Il lavoro che state facendo qui è davvero rivoluzionario, vi sentite dei rivoluzionari? J:Penso che stiamo facendo qualcosa di assolutamente unico qui, non è mai stato fat-

to prima, nel senso che stiamo mettendo insieme due mondi della musica, quello classico che incontra quello rock – e lo stiamo facendo in modo da poterlo presentare con stile, significato, comprensione e apprezzamento… Credo che ci siamo riusciti e penso che sia proprio questo che lo renderà interessante e appagante per gli ascoltatori e chiunque voglia dedicare del tempo ad ascoltare un progetto come questo. Q:Come chiamereste questo genere di musica? D:Il gruppo o l’intero progetto è chiamato “True Symphonic Rockestra” e abbiamo scelto questo nome poiché la parola rockestra è ovviamente una combinazione di “rock” e “orchestra”, ne sono ancor più convinto adesso che abbiamo sentito le versioni finali con tutti i grandi cantanti, tutte le chitarre pesanti e molti violini romantici, ecc. si adatta molto bene. In realtà non abbiamo un nome per questo genere musicale poiché da una parte potresti dire che si tratta più o meno di rock, ma dall’altra potresti tranquillamente dire che è come un’opera o anche come musica classica, quindi credo che la parola “rockestra” descriva bene il progetto. Q:Com’è stato lavorare al Marinsound Studio, lo studio ha soddisfatto tutte le vostre richieste? J:E’ stato travolgente, per chiunque sia stato qui alle registrazioni, a partire da Dirk Ulrich, che è l’uomo che sta dietro a tutto questo progetto e la mente di tutto questo – è stata una sua idea in origine –


Dirk è molto professionale e ricerca l’eccellenza in ogni cosa che fa… anche Christopher ha preso parte, è stato il responsabile alla scrittura degli arrangiamenti classici per la musica, anch’egli è molto professionale. I vocalist, Vladimir e Thomas, sono eccezionali cantanti e persone molto professionali. Lo studio è a livello internazionale, lo è sul serio, sono stato in molti studi è questo è uno studio davvero eccezionale. Lo staff qui, il signor Marin, è stato molto cortese ed è stato fatto tutto al meglio. E’ eccellente! Q:Che genere di impressione credi farà questo progetto al mondo della musica, specialmente al mondo del rock e al mondo della classica? J:Bhe, questi sono i due mondi da convincere! (risate…) essenzialmente D:Credo che per quanto riguarda i fan di musica rock, la maggior parte di essi è molto aperta a cose come questa poiché ci sono già un sacco di gruppi rock, anche James con il suo gruppo Dream Theater, che mescolano molte influenze alla loro musica rock. Loro hanno le loro batterie pesanti e le chitarre ma è molto più di puro rock n’roll. J:E’ molto vario. D:E’ ispirazione classica e jazz e un sacco di altra roba e ci sono molti musicisti là fuori che amano questo genere di musica. Quindi credo che convinceremo con facilità la comunità del rock che questo è un grande progetto perché saranno aperti ad esso. Poi lo spero, ma non sappiamo se anche chi ascolta musica classica capirà che ci abbiamo davvero lavorato e a mio parere lavorato anche bene, questo non è una presa in giro. Abbiamo alcuni dei mi-

gliori tenori classici nel mondo in questo progetto. J:Tu vieni da quel mondo, quindi probabilmente tu… T:Bhe, se avranno occasione di ascoltare le voci, allora sono certo che gli piacerà. Questo è quanto, ma gli deve essere presentato, poi vedremo cosa accadrà. Devono sapere che l’abbiamo fatto… J:Credo che questo non sia in discussione, penso che apprezzeranno le voci, poiché sarà ciò che gli è più familiare, e penso anche che saranno in grado di capire e comprendere le canzoni, loro… insomma… T:Le conoscono… J:Si, le conoscono, tutti le conoscono, persino il pubblico rock. Poiché per quanto potranno essere dentro la musica rock tutti hanno sentito queste canzoni in un certo momento della loro vita, a meno che tu viva, insomma… D:Cioè, quando abbiamo dato il via a questo progetto eravamo sicuri di fare una selezione. L’idea di base era di avere delle canzoni dal repertorio dei tre tenori originali, Pavarotti, Domingo e Carreras e il meglio della musica operistica e cose come Cats e West Side Story e roba del genere. E tutti conoscono My Way, Moonriver, Singing in the rain, tutti conoscono O sole mio, Nessun Dorma, tutte queste canzoni, così abbiamo detto: ok, queste sono le hit mondiali dei musical e della classica e vogliamo fondere tutto questo

con un suono rock con batterie e chitarre e che so io, ma anche con le linee originali, violini e violoncelli e tutto il resto. E poi di avere cantanti che potessero davvero interpretare queste canzoni nel modo in cui sono effettivamente concepite per essere cantate e non di fare qualcosa di comico o cose del genere. Così abbiamo cercato le voci migliori del rock e i migliori tenori classici – molto bravi nel ritmo e nei tempi, poiché in questo senso è davvero molto molto difficile… fare questo tipo di performance che i cantanti classici fanno, ci sono così tanti acuti e… T:Si e la velocità a volte è molto molto alta… J:Si! (risate) T:…molto alta J:Si, è stata una vera sfida T:Persino per te. (indica James) J:Si. L’uscita dell’album TSR è programmata per l’inizio del 2007. Italian Dreamers Staff


tempo del previsto, quindi ho pensato bene di regalare comunque un pò di musica agli appassionati durante l’attesa. D’altronde avevo l’opportunità di raccogliere di nuovo un discreto numero di fantastici strumentisti attorno, quindi mi sono detto: “Perché no?”.

“In the summertime, when the weather is hot, you can stretch right up and…”: si, insomma, durante l’estate, quando c’è una calura infernale, ti puoi anche stiracchiare ed alzare la cornetta, in modo da scambiare due parole con uno dei più funambolici ed originali tastieristi degli ultimi anni, Mr. Derek Sherinian. Infatti l’ex prodigio dei Dream Theater ha appena pubblicato un nuovo capolavoro solista, per cui non abbiamo perso altro tempo per farci vivi e catturare le ultime news dal pianeta X. Igor Italiani: Ciao Derek, è bello sentirti di nuovo. Come stai? Spero che vada tutto bene in California! OK, diciamo subito che sono rimasto abbastanza stupito dal breve lasso di tempo intercorso tra l’incredibile solista “Mythology” e questo nuovo “Blood of the snake”. La cosa strana è data dal fatto che non è un’opera targata Planet X, come invece mi aspettavo. Derek Sherinian: Ciao Igor, anche a me fa molto piacere sentirti di nuovo. Qui in America tutto fila liscio, grazie mille amico! Beh, posso immaginare la tua sorpresa, ma il nuovo album dei Planet X ci stava portando via più

I.I.: Ad ogni modo, non appena ho ricevuto la cover del disco, ho pensato ad un CD indirizzato più sul versante hard rock (considerati anche alcuni degli ospiti, come Slash o Billy Idol). Invece “Blood of the snake” è in buona parte heavy. Era qualcosa che avevi già in mente a livello di direzione musicale, o ti sei spinto verso certe sonorità durante le prove? D.S.: La seconda ipotesi che hai esternato. “Blood of the snake” è venuto fuori decisamente heavy in maniera quasi inconscia, una volta che siamo entrati in studio. Devo ammettere che c’è stato un feeling sovraumano tra i vari musicisti, e penso che la musica rifletta questa intesa. Chissà, forse questa amalgama ha funzionato così bene perché avevo già collaborato in maniera estesa con molti degli ospiti presenti tra le tracce. Tuttavia l’importante è il risultato finale, davvero ispirato. Non nascondo che sono molto orgoglioso di questo lavoro. I.I.: OK Derek, iniziamo a parlare dei singoli brani. Il mio favorito è l’ipnotico “Man with no name”, dove il tuo amico Zakk Wilde canta proprio come un moderno Ozzy ed il passaggio orientale nel bridge è molto ben congeniato. Inoltre all’interno del brano troviamo anche il basso fretless ed un drammatico interludio di violino, quindi questa traccia ha un sacco di elementi di interesse… D.S.: Hahaha, si è vero. Su

“Man with no name” Zakk canta proprio come un Ozzy ringiovanito di qualche decina d’anni, è fantastico. Tra l’altro anche io considero questo brano il mio preferito dell’intero CD. Ci siamo davvero divertiti un sacco a registrarlo in studio. Sai, come ti dissi quando ci siamo incontrati dal vivo, mi trovo sempre in perfetta sintonia con Zakk quando siamo in studio. Di solito lui mi viene a trovare in casa e ci beviamo quelle 3 o 4 casse di birra mentre i giorni scorrono via. Tornando al brano, che è stato scritto a quattro mani con il bravissimo batterista Brian Tichy, Zakk ha cambiato la melodia e personalmente ritengo che il risultato finale sia da urlo. I.I.: Però devi darmi lo scoop, Derek, quante birre si è scolato Zakk per realizzare questa fantastica composizione? D.S.: Hahaha, dunque, penso che Zakk abbia ricevuto un pò di più rispetto alle solite 3 o 4 casse di birra in questa occasione. L’ho dovuto motivare parecchio per tirare fuori qualcosa di unico ed irripetibile, ma sapevo quali erano i suoi punti deboli, eheheh… I.I.: OK, parliamo di un altro grandissimo brano, la title-track, dove Zakk affronta il ben noto Yngwie Malmsteen, dando vita ad un duello all’ultima nota. Possiamo dire che la sfida si è conclusa in parità o no? D.S.: Hahaha, si, possiamo dire che è finita in un pareggio. Il bello è che sia io che Zakk volevamo registrare una canzone dove ci fossero entrambi i chitarristi. Infatti il brano è molto heavy e presenta un bello scambio tra questi due eccellenti interpreti della sei corde. I.I.: Tuttavia il binomio ha funzionato talmente bene


che si è ripetuto pure su “The monsoon”, che a questo punto pare proprio il match di ritorno dell’epica sfida. D.S.: Si, una volta registrata “Blood of the snake” abbiamo capito che ci poteva essere un’altra cartuccia da sparare. Ecco perché abbiamo composto “The monsoon”, che è un altro uno due rapido in grado di catturare l’attenzione di tutti i fanatici della chitarra, e non solo. I.I.: Il fenomenale Yngwie suona con te anche in un altro brillante pezzo, “Viking massacre”. Sai, visto che in passato sono circolate tante voci circa l’intrattabilità dello svedese, ci puoi dire quale è il segreto per mantenere un buon rapporto con il celeberrimo axe-man? Per caso gli hai offerto un’altra Ferrari o qualche bottiglia di vino pregiato? D.S.: No, fortunatamente non ho dovuto regalargli una nuova Ferrari, hahaha. Come ben sai io ed Yngwie siamo da tempo ottimi amici. Durante il 2001 io ho suonato nel suo tour sudamericano, dopodichè sono stato inviato a registrare le parti di tastiera per l’album “Attack”. Quando abbiamo concluso l’operazione sul disco appena menzionato lui ha ricambiato immediatamente il favore suonando su “Black utopia”. Ora la situazione è diametralmente opposta. Yngwie ha registrato questi tre brani per “Blood of the snake”, dopodichè sarà il mio turno di comparire sul prossimo CD di sua maestà. I.I.: Derek, secondo il mio modesto parere il miglior solo dell’album può essere rintracciato su “Been here before”. E’ opera di Brad Gillis, giusto? D.S.: Si, hai indovinato (al momento dell’intervista il sottoscritto era sprovvisto di note dettagliate sui singoli pezzi. N.d.A.). La parte di chitarra che suona Brad su “Been here before” è proprio fenomenale. La amo anche

io. Lui è davvero un musicista incredibile, e l’assolo è molto passionale e diretto al cuore dell’ascoltatore. I.I.: Sai Derek, penso che uno dei punti di forza del disco sia la tua abilità nel mantenere quello che si suole definire “basso profilo”, anche se stiamo parlando effettivamente del tuo quinto disco solista. In questo modo altri possono salire alla ribalta. Diciamo che hai fatto un grande lavoro di gruppo, o no? D.S.: Sai cosa? Io sono prima di tutto un fan della musica, e cerco di realizzare album che contengano un certo bilanciamento tra i musicisti ed i loro strumenti. Anche se sono un tastierista non voglio suonare i miei fraseggi solistici per tutto il tempo, altrimenti diventerebbe tutto troppo noioso in cinque secondi. Al contrario amo prendere i diversi ingredienti e mescolarli insieme, in modo da offrirli all’ascoltatore nel miglior modo possibile (il paragone con la figura dello chef rimane cara al buon Derek, dato che era già affiorata anche in una precedente intervista con il sottoscritto. N.d.A.). I.I.: Torniamo alle canzoni. L’apripista, “Czar of steel”, comprende uno dei tuoi ex-compagni di ventura nei Dream Theater. Stiamo parlando di John Petrucci. Quindi questa partecipazione dovrebbe finalmente mettere a tacere per sempre tutte le chiacchiere relative alla tua brusca separazione con la band che ti ha lanciato nel firmamento prog. Ad ogni modo che mi puoi dire su questa ritrovata collaborazione? D.S.: Beh, John ed io siamo sempre stati ottimi amici, anche dopo la mia dipartita dai Dream Theater. Inoltre ritengo che ognuno di noi manifesti un profondo rispetto

nei confronti dell’altro, quindi non dovrebbe sorprendere più di tanto una collaborazione tra noi due. Quando poi il risultato è così eccelso come “Czar of steel” io posso solo sperare che ci siano ulteriori occasioni per lavorare ancora assieme nell’imminente futuro. I.I.: Ma hai ascoltato gli ultimi lavori dei Dream Theater? D.S.: A dire il vero non ho ascoltato gli ultimi dischi che hanno prodotto, ma non perché io sia in qualche modo arrabbiato nei loro confronti. E’ solo che spendo così tanto tempo a lavorare per la mia musica che trovo quasi impossibile sedermi ed ascoltare composizioni di altre band. Questo è l’unico motivo per cui non ho avuto modo di sentire loro materiale recente. I.I.: Derek, una cosa che mi ha sempre incuriosito è la seguente: i miei due tastieristi preferiti siete tu e Kevin Moore, anche se possedete stili musicali completamente diversi. Sei mai stato in stretto contatto con Kevin? Pensi che l’unione dei vostri due stili possa partorire qualcosa di interessante? D.S.: Dunque, ho incontrato Kevin Moore soltanto una volta in vita mia e per quel poco che mi ricordo è un ragazzo molto alla mano. E’ stato un incontro decisamente cordiale. Tuttavia è proprio come dici tu, i nostri stili sono agli antipodi, perciò trovo molto difficile che possano lavorare bene assieme.


I.I.: OK, torniamo al disco. L’ultimo brano è una istrionica cover della celeberrima “In my summertime”, che tu menzioni come pezzo preferito dell’infanzia. Pensi che la suonerai live anche durante il tuo imminente tour con Billy Idol (il quale, nella canzone, è ospite al microfono. N.d.A.)? D.S.: Hahaha, penso che ci sia più di una possibilità. Sai, abbiamo appena girato il video per la canzone proprio l’altro giorno, qui a Los Angeles. Il regista è Chad Michael Ward dei Digital Apocalypse Studios. Ovviamente ci siamo divertiti come matti a filmarlo. Ora stiamo cercando di contattare il maggior numero possibile di emittenti radiofoniche per fare in modo che il singolo venga passato via etere, per cui pazienta ancora un poco e lo sentirai anche in giro. I.I.: Parlando di tour, quando ci saranno altre date sul suolo italico? D.S.: Come ben saprai entro pochi giorni partirò per un tour mondiale con Billy Idol, dopodichè cercherò di terminare il nuovo album dei Planet X. Penso che l’uscita di questo nuovo lavoro avverrà nei primi mesi del 2007, quindi subito dopo dovrei essere in grado di organizzare qualche altra data live. Manco a dirlo non vedo l’ora di tornare in Italia, perché la prima volta è stata davvero un’esperienza fantastica. I.I.: OK Derek, questa è l’ultima domanda. La più importante! Ti consiglio

di prendermi decisamente sul serio. Qui in Italia stiamo iniziando una petizione per riportare le mitologiche lava lamp di nuovo sul palco al tuo fianco. Sei stato avvisato! D.S.: Hahaha…OK, OK, tutto quello che soddisfa il pubblico ha la mia attenzione, per cui se mi metterai sotto il naso la petizione ti prometto che le lava lamps torneranno sul palco con me. I.I.: Derek, credo che per stasera sia tutto. Non mi rimane che augurarti buona fortuna per il nuovo disco e spero davvero di rivederti in Italia prima possibile. Buon weekend! D.S.: Grazie mille Igor per il supporto continuo ed anche a te un augurio di buon weekend. Spero di incontrarti di nuovo dal vivo la prossima volta che tornerò in Italia. Ciao. DEREK SHERINIAN “Blood of the snake” Deve essere stata colpa della notevole freschezza compositiva unita alla relativa ed inevitabile presenza fissa all’interno del mio lettore, fatto sta che la genesi di “Mythology” ha assuefatto così a lungo i miei sensi che, nel momento in cui mi è giunta la notizia di un nuovo album di sua maestà Derek Sherinian, ho prontamente esclamato: “Di già?”. Eppure l’ultima fatica dell’ex-tastierista degli arcinoti Dream Theater era targata ufficialmente 2004, quindi il lasso di tempo intercorso tra i lavori non era propriamente breve. C’era, però, un ulteriore particolare che avvalorava lo stato di stupore iniziale, ovvero che “Blood of the snake” non era l’atteso quarto satellite del pianeta X, bensì il nuovo sigillo solista del prodigioso ragazzo americano. Un artista che, quando arrivò in punta di

piedi a fare da giullare sul palcoscenico del teatro del sogno, fu salutato come perfetto sconosciuto dalla quasi totalità di pubblico e critica. Ma la chiamata per sostituire il transfuga Kevin Moore era avvenuta sulla base di una notevole tecnica individuale, che ha avuto modo di cesellarsi ulteriormente su terreni insidiosi come quelli della fusion e del prog, grazie anche ad una serie di altisonanti collaborazioni cresciute a dismisura nell’arco della discografia recente. Collaborazioni ed ambientazioni che troviamo, ovviamente, anche su questo nuovo album intitolato “Blood of the snake”. Un titolo ed una copertina che fanno subito pensare ad un brusco cambio di direzione verso lidi hard rock, attraverso una eventuale serie di graffianti brani improntati ad alcuni degli idoli assoluti del keyboard wizard, quali i Van Halen del periodo David Lee Roth. Invece niente di tutto questo. L’abito non fa il monaco, ancora una volta. Infatti, non appena l’apripista “Czar of steel” comincia ad impossessarsi dei nostri padiglioni auricolari, notiamo al volo il ben noto trademark delle ultime produzioni Planet X, ovvero il malsano ed acido fraseggio dettato dai tasti d’avorio di Derek. E dopo poche battute entra in scena il primo dei prestigiosi ospiti, quel John Petrucci amico ed ex-collega che molto volentieri si presta nel doppiare il sofisticato riff portante che contraddistingue il brano iniziale. Dopo il secondo minuto, comunque, il duo rompe gli indugi e si produce in uno scambio di note stellare, che vive un momento di meritata pausa cosmica grazie ai ritmi sincopati del talentuoso Simon Phillips e del fretless suonato dall’immenso Tony Franklin. Bella partenza. L’apice dell’intero disco arriva, però, col secondo brano. Si ribaltano i ruoli ed ora è


il batterista Brian Tichy ad accendere la miccia, provocando la subitanea esplosione della rozza sei corde maneggiata dal granitico Zakk Wilde. Suo è il riff che incendia l’atmosfera, riff sul quale si poggia leggiadra la tastiera di Sherinian. Ma il brano acquisisce elementi dirompenti a poco a poco. Uno è la voce sgraziata proprio di Zakk, che gioca a fare il ruolo di un Ozzy Osbourne ringiovanito di una trentina d’anni. Arriva poi il bridge dal deciso sapore orientale ed il monumentale break centrale che vede sugli scudi pianoforte, fretless bass e violino (dell’ospite Jerry Goodman). Non è finita qui, perché Derek decide di piazzare subito dopo questo trittico un assolo “malato” come solo lui sa creare, seguito a ruota dalla chitarra sempre più rumorosa di Wilde. Applausi. A questo punto necessitiamo di una breve pausa per rifiatare dalla foga selvaggia che ci ha appena lasciato esanimi a terra, e per fortuna eccola arrivare con l’accoppiata “Phantom shuffle”/“Been here before”. Ma mentre il primo è un ritmato pezzo che scorre via veloce e dalle decise influenze jazzy, grazie all’intervento di Brandon Fields (al sax) e Jimmy Johnson (al basso); il secondo è un lento da brividi, che decolla soprattutto per merito dell’assolo davvero ispirato di Brad Gillis, il quale cinge il cuore del brano con una delicata sequenza di struggenti emozioni sotto forma di svisate. Arriviamo così alla title-track, che carbura a poco a poco e che ci riporta ai ritmi infernali di “Man with no name”, questa volta approfittando non solo del nerboruto Zakk Wilde, ma anche di quella vecchia volpe di Yngwie Malmsteen. Il vortice di note che parte dopo un breve interludio di Sherinian non lascia dubbi, infatti, lo svedese di “Rising force” macina come un ossesso e ci regala uno degli interventi più ispirati

del suo ultimo periodo (invero un pò scialbo). E’ di nuovo il caso di rifiatare, soprattutto prima dei fuochi d’artificio finali, e per farlo non c’è niente di meglio che “On the Moon”, pezzo strumentale etereo e sognante, dove il sax del già citato Brandon Fields si sposa alla perfezione con il pianoforte del poliedrico Derek, il quale pare non avere confini a livello di generi toccati con la dovuta maestria. Ci si prepara all’arrembaggio finale, e per l’occasione registriamo il ritorno in pompa magna dell’eroe neoclassico dei tempi che furono, visto che il prode Yngwie dispone di un discreto minutaggio per mettere in mostra tutte le sue qualità sia all’interno della vorticosa “The monsoon” (dove fa di nuovo capolino Zakk Wilde) sia su “Viking massacre”, che già dal titolo lascia presagire le intenzioni bellicose e le influenze musicali del nugolo di musicisti. D’altronde proprio questa canzone è introdotta da una piccola piece mistico/evocativa (“Prelude to battle”) dal vago sapore armeno, in modo da richiamare parte delle origini ancestrali del tastierista statunitense. Non è finita qui, comunque. Come divertissement finale viene inserita la cover dello storico (ed odioso, per quanto mi riguarda) pezzo di Mungo Berry “In the summertime”. L’inclusione di una canzone così atipica rispetto al contesto generale dell’opera è presto motivata, visto che risulta essere il primo brano che Derek ha amato da bambino. OK, direi che questa è un’informazione cardine per il vostro bagaglio culturale in termini di gossip “metal & affini”. Un sapere da sfoderare durante il prossimo concerto di una certa importanza, tenendo però anche a mente gli ospiti di questa

ulteriore chicca, che sono nientepopodimenochè Billy Idol e Slash. Oddio, personalmente avrei voluto vedere tanto ben di Dio utilizzato per un vero e proprio episodio di arcigno e ruffiano hard rock d’altri tempi, ma forse sarà per la prossima volta. D’altronde, a conti fatti, “Blood of the snake” è già così un’opera monumentale, che spazia con classe sopraffina dal prog alla fusion, non disdegnando affatto le radici metal e rock. Insomma, una macedonia di diversi stili musicali uniti abilmente dal tocco fatato di un musicista che si conferma in grandissima forma ed ancora ben lontano dalla drammatica situazione di stasi creativa che ha attanagliato da tempo immemore qualche sua vecchia conoscenza. Ogni riferimento ad altri gruppi e/o musicisti è puramente voluto. Igor Italiani Che altro dire ! Andate sul sito di Derek (www.dereksherinian.com) e fatevi un giro nel suo mondo, gustatevi il video clip di “in the summertime” oppure la photo gallery delle varie session di studio. Esplorare il mondo Korg insieme a lui e se volete, diventate anche suoi studenti online !!! Italian Dreamers Staff


Mamma, come al solito ho creato un mostro !!! Una nuova collaborazione nata da un’idea di un piccolo ma nutrito gruppo di persone: Charlie Dominici, Mike Portnoy (poteva mancare ?) e il sottoscritto. Tutto nasce da una mail di qualche mese fa, Mike mi (ri)presenta Charlie il quale, dopo un pò di latitanza, è tornato ad affacciarsi al suo mondo nativo dei Dream Theater. Il buon Dominici, italoamericano, sta cercando un gruppo di persone per poter creare il suo nuovo disco; l’idea è di avvalersi della collaborazione di qualche talento italiano dopo l’esperienza di James LaBrie con quel burlone di Marco Sfogli alla sei corde in Elements of Persuasion. Skype è sempre d’aiuto in casi come questi e una lunga chiacchierata con l’ex Dream Theater porta ad una soluzione: fare un annuncio di ricerca “talenti” sui vari media di Italian Dreamers (sito internet e board) e selezionare 4 elementi per formare un gruppo tra tutti i demo che saranno spediti a casa di Charlie a San Diego (California). Nel giro di qualche giorno la casa di Charlie viene sommer-

sa di demo ma, intanto, una mente malsana decide di fare una telefonata a quei bravi fratellini che di cognome fanno Maillard che formano i due quinti del gruppo Solid Vision. Visto che Samuele, il cantante, sta un pò tirando i remi in barca, e visto che come strumentisti siete degni di stima, perchè non inviate del materiale a Dominici anche voi ? Detto fatto, una copia di entrambi i CD già pubblicati dal gruppo insieme a due DVD didattici

(di Yan e Brian) partono per San Diego... ... la storia potrebbe iniziare da qui. Charlie un giorno mi chiama e mi dice testuali parole “ma chi cazzo sono questi ? sono dei fenomeni !!!” ovviamente rivolgendosi ai Solid Vision. Dal canto mio non posso negare la stima profonda che nutro per questo gruppo e per questi 5 personaggi e racconto un pò tutto su di loro ad un Dominici sempre più curioso. Demo interessanti ce ne sono tanti tra quelli arrivati ma, l’idea di avere un gruppo già formato a disposizione è un’idea non troppo malsana, anzi !!! Partono i colloqui, i contatti, le telefonate San Diego – Cagliari, Cagliari – Rimini, Rimini – San Diego e nel giro di pochissimi giorni si attiva la macchina e Charlie vola a Cagliari per un incontro conoscitivo di qualche giorno, un concerto insieme e una sessione di studio che partorisce tre brani che sembrano promettere molto bene. Purtroppo vari impegni lavorativi non mi hanno permesso di volare fino a Cagliari per-


ciò ho delegato il buon Federico Bacco ad un resoconto di tutto ciò che è stato in modo che ognuno di voi possa apprezzare e provare un pò le stesse emozioni che hanno provato i Solid Vision. La parola passa a Federico. Petrus E’ un pomeriggio afoso a Cagliari, evento non infrequente per il mese di luglio. Percorriamo il lungomare ormai brulicante di bagnanti, ma la destinazione non è la spiaggia, bensì il “quartier generale” dei Solid Vision, felicemente ubicato lungo la splendida costa meridionale sarda. Sembra una visita come le tante che spesso abbiamo fatto per scambiare quattro chiacchiere, scendere nella sala prove, sentire a che punto sono i brani in elaborazione. Ma quella odierna è una visita dal sapore un po’ diverso; già, perché abbiamo saputo che stavolta è presente anche un’ospite un po’ singolare. E’ presente un tranquillo americano di mezza età, aria non più adolescenziale, con degli interessanti trascorsi come musicista; anni addietro cantava in un gruppo del quale oggi conserva tutto sommato un buon ricordo. Si tratta di Charlie Dominici. Benchè in noi non vi siano più entusiasmo ed euforia come a 18 anni, complice un realismo che avanza ormai quasi sincrono con la disillusione, è innegabile che simili incontri suscitino comunque una strana sensazione emotiva. Specialmente per chi vive in una realtà insulare, il contatto con personaggi fino ad allora conosciuti soltanto attraverso lo strumento mediatico si colora di sensazioni peculiari. L’unione tra la concreta e quotidiana realtà ed un mondo fino ad allora avvertito come distante, non solo fisicamente, porta al definitivo affievolimento delle tendenze “mitizzanti” cui si era soliti abbandonarsi grazie anche ad un briciolo di fisiologica puerilità.

Ma per chi è “cresciuto” con i Dream Theater ritrovarsi Charlie Domnici “a casa propria” significa ben di più. Mentre guidiamo, con le note di “When DreamAnd Day Unite” nello stereo, è quasi impossibile frenare il turbine di ricordi suscitato da quelle melodie, le immagini ad esse associate, segno di anni che non torneranno più. E fa quasi sorridere che ora un pezzo di quella entità musicale che tanto ha segnato le nostre giornate sia a pochi chilometri, a godersi il sole sardo. Eh si, a volte il mondo è veramente piccolo. Non c’è però il tempo per troppe riflessioni. Il viaggio è di breve durata e il buon Dominici ci aspetta nel bel cortile, con vista sul mare, di casa Maillard. Eccolo, canotta grigia, occhiali scuri, l’aria guascona di chi ha voglia di divertirsi. L’esibizione della sera prima è stata solo un assaggio, ma tra un po’ con fratelli Maillard & co. si farà su serio. Charlie è motivato, vuole dare un seguito al suo primo album acustico “O3”, vuole affrancarsi dall’etichetta di “ex cantante dei Dream Theater”, vuole nuovamente mostrare ciò che vale. E’molto disponibile alla chiacchierata, risponde senza problemi a tutte le domande, anche a quelle sui Dream Theater e su ciò che è stato dopo di lui, ama fare il protagonista ma si destreggia bene anche nelle vesti del “testimone” Charlie. Certo, non deve essere bellissimo dover rispondere prevalentemente a domande pertinenti la storia del proprio“ex gruppo”, ma Charlie lo fa senza problemi. Del resto lui stesso dice che quella è stata la sua principale esperienza. Dentro di sé è però proiettato alla nuova scommessa, nata dall’anomalo intreccio tra il traffico di San Diego e la soleggiata tranquillità di Capitana, in compagnia di quattro giovani musicisti desiderosi di far conoscere al mondo al propria opera. Eh si, come vent’anni fa…... Federico Bacco

INTERVISTA Abbiamo fatto due chiacchierate con Charlie, la prima il giorno immediatamente successivo all’esibizione al Poetto di Cagliari, prima che iniziasse il lavoro in studio con i Solid. Il secondo incontro è invece avvenuto il giorno prima della partenza di Charlie, alla fine delle due settimane di musica. PRIMA PARTE Gran parte dei fan dei Dream Theater sono curiosi di sapere che è capitato e che cosa hai fatto dopo “When Dream and Day unite” Eh, è passato veramente tanto tempo, vent’anni… Ho fatto tante cose, nel periodo immediatamente successivo ero un po’ matto, ricordo i bar, le ragazze, l’alcool, le droghe. Per due anni mi sono isolato completamente dai Dream Theater e dalla musica. Poi una sera, seduto ad un pub vedo che MTV trasmetteva una canzone che faceva “Pull me under….” E mi son detto: “Però, bravi, ce l’hanno fatta, sono contento”. Per me la vita successiva è stata prevalemente “normale”, ogni tanto suonavo per conto mio, ho avuto un lavoro che mi ha consentito di fare dei soldi e di avere un buon tenore di vita, e quindi di comprarmi una bella casa, degli strumenti e tutto ciò che mi an-


dava, mi piace avere un buono stile di vita! Certo rimettere tutto assieme e ricordare tutto non è facile… Facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo agli anni dei Majesty. Come incontrasti Portnoy &. C? Lessi un annuncio sul giornale, all’epoca avevo una fidanzata molto giovane, aveva 19 anni, io quasi 34, le parole dell’annuncio mi colpirono, chiamai il manager ed ebbi la cassetta e foto. Era una musica diversa da quella che i Dream fanno oggi ma c’era un qualcosa di molto interessante, di potenzialmente buono. Non li richiamai subito, invece Mike incalzava (!), passarono le settimane e un giorno, in un negozio di dischi riconobbi John Myung; io lo conoscevo dalle foto ma lui non mi aveva mai visto, e quindi gli andai incontro cantando a squarciagola… Che ridere, ricordo ancora la sua faccia smarrita! Pensò sicuramente che io fossi pazzo! Insomma, alla fine li chiamai e ci vedemmo: suonarono “Ytsejam”, che non conoscevo perché non era nei demo che avevo sentito; beh appena la sentii mi innamorai del pezzo! Capii che mi sarei voluto unire alla band. Gli dissi che li avrei richiamati e chiesi di avere delle parole che nessuno avesse mai cantato, solo le parole, nessuna melodia (si trattava di Killing Hand). Quando ci vedemmo, gli chiesi

di suonare una melodia, rilessi il testo e cantai quello che tutti conoscete, e a loro piacque. Fui così assunto “in prova” ed iniziammo a lavorare. Devo però essere onesto, le canzoni erano al di sopra delle mie possibilità vocali, richiedevano delle tonalità più alte della mia, potevo farcela ma era veramente dura e a volte mi trovavo in difficoltà, ed il resto è storia…

mo i poster di queste due band), per di più in brani dove c’era anche poco tempo per tirare il fiato. Ma non era il mio stile naturale, e se tornassi indietro cambierei le canzoni di quell’album per cantarle in uno stile più consono al mio.

Ti ha mai dato fastidio essere ricordato solo come “l’ex cantante dei Dream Theater” o “il cantante di When Dream and day unite”? Beh, ma questa è in definitiva la verità, questo è ciò che ho fatto e ne ho veramente un buon ricordo, oltre che un piacere. Ci sono stati anche momenti difficili, era dura cantare quei brani, è duro anche per James cantare quei brani, hai visto che anche lui ha difficoltà? Ed ha una voce più alta della mia! E’ fondamentale che un cantante canti nelle sue tonalità. Certo, allora io tentavo di cantare quello che volevano loro, sullo stile di Rush e Queensryche (in studio aveva-

Si tratta di un album acustico? Si, si tratta di un album fatto di sola voce e chitarra; è la prima parte di un ipotetico lavoro composito, fatto di varie fasi: per esempio, prima si legge un libro, poi si fa il film, ecco questo il libro, vedremo poi di fare “il film”, che conterrà musica sicuramente più interessante per chi ama il progressive metal.

Qual è il tuo stile ideale? Lo puoi sentire nel mio album “O3”, quello è lo stile adatto alla mia voce.

E qui entrano in scena i Solid Vision…. Forse….forse….! (ride). E’ ancora presto per dirlo, vedremo in queste settimane come ci troveremo. Beh comunque, sono dei bravi ragazzi, e mi ricordano molto i Dream degli inizi. Serietà, precisione, caparbietà, grande abilità. Qual è la qualità che apprezzi di più nei Solid Vision? Ripeto: la serietà, il fatto di avere un sogno e perseguirlo, sono una vera band; loro non si limitano a suonare ma “vivono”quello che suonano.


E riguardo alla vostra esibizione di ieri che mi dici? Mah, da parte mia è stata un po’ “grezza”, ero stanco, ho dormito fino a due ore prima, poi ho provato a riscaldarmi, già durante il soundcheck mi sono accorto di non essere al massimo, ma è stato comunque divertente, è stata un’esibizione fatta per i fan più accaniti, una cosa tra amici. In che rapporti sei rimasto con i Dream? Siamo buoni amici, veramente buoni amici. So che hai partecipato alla reunion per l’anniversario dell’album, raccontaci qualcosa… E’ stato molto divertente. Ho rivisto vecchie facce e conosciuto nuove come Sherinian. Sai quando lui era con i Dream io pensavo a tutt’altro… Sono rimasto lontano dalla musica per tanto tempo, mi sono sposato, ho una moglie, non ho ancora figli (!), e queste sono cose quasi “pericolose” per un musicista! Alla fine puoi comprare una chitarra ma finisci per metterla subito dopo in vendita a causa del non uso! Ricordo che Mike mi mandò una mail per invitarmi, ed era solo due settimane prima e mi sono dovuto mettere a dimagrire…!!! Ho avuto anche quel giorno dei problemi di tonalità, le canzoni erano troppo alte, ma è stato comunque divertente.

Ti dirò, alla fine ho guadagnato più da quella serata che da tutto “WDADU”! Ieri sera, parlando, ti ho detto provocatoriamente che i Dream hanno “ucciso”il progressive metal, come la pensi? Mah, il prog è nato con gli Yes, i Genesis, prima il prog non esisteva, c’era il rock, ma queste band lo hanno rielaborato, cercando nuove soluzioni. I Dream hanno ulteriormente elaborato e definito il genere e hanno reso un po’ più difficile creare nuove cose, ma non è impossibile, forse si può ancora fare. Certo è dura ma molte band possono ancora trovare nuove dimensioni. Ok Charlie, ci vediamo tra due settimana per trarre un bilancio delle tua esperienza. Ok, a presto! SECONDA PARTE Allora, sono passate quasi due settimane, cosa puoi dirci di questa esperienza con i Solid Vision? Che cosa ti ha sorpreso e cosa invece ti ha deluso? Niente mi ha deluso, anzi, è stato tutto una piacevole sorpresa, e ti dirò, è stato anche più piacevole rispetto a quello fatto con i Dream, perché stavolta ho cantato nella mia tonalità. Sai è brutto essere al limite, quasi sul punto di “uscire”! (mima la scena). Il lavoro che deriverà da questa esperienza sarò per puro diletto o perché vuoi seriamente rientrare nel music business? Né l’uno né l’altro, è qualcosa di più, è destino che io torni alla musica. La musica rappresenta la mia vita, e senza di essa alla fine non mi sento mai al massimo. Non avevo scelte. Certo la cosa può anche diventare gratificante sotto un profilo economico, ma questo rimane un aspetto al momento marginale. Puoi darci qualche anticipa-

zione sui contenuti e su quello che comporrete? Sarà HEAVY! Realmente HEAVY! Non dico altro. Attualmente quali sono i tuoi gusti musicali? Chi è il cantante che ammiri di più? Il mio gruppo preferito sono i Solid Vision e il mio cantante preferito è Charlie Dominici! (ride). Guarda, ora non sto ascoltando nulla, sto cercando di fare il vuoto, perché credo che se avessi qualche cosa che mi frulla troppo in testa lo imiterei anche inconsciamente. Che ne pensi degli ultimi album dei Dream? Mmm…mi vuoi far compromettere! Scherzo, li apprezzo tutti, fanno sempre album nuovi e sempre con qualcosa di innovativo, comunque dell’ultimo album la mia preferita è Panic Attack. Sono in definitiva miei “fratelli”, non vorrai che ne parli male…! Sono affezionato a tutti, li ho conosciuti quando erano ragazzini, Mike è mio fratello, John Petrucci è un fratello più silenzioso, John Myung un fratello molto più silenzioso, Jordan Rudess è un nuovo fratello, e anche James, grandissimo cantante, per me è un fratello. Quando tornerai in italia? Sarà al più presto, spero anche per vedere i miei luoghi d’origine in Sicilia. Tornerò comunque verso settembre per registrare l’album con i Solid Vision, per ora non dico di più. Concederai un’altre intervista all’Italian Dreamers? No !!!! (ride). Scherzo, certo che lo farò, sarà un piacere. Ok, allora alla prossima! Alla prossima! Federico Bacco .... to be continued !!! (ad oggi 20 ottobre, i Solid Vision sono ancora in studio insieme a Charlie volato a Cagliari per la seconda volta per le registrazioni dell’album)


Images and Words Demos 1989-1991 (Demo Series) Ytsejam Records 007 Intro Terza uscita della “Demo Series” degli OB e terzo capitolo della storia della band raccontata da Mike nelle sue note introduttive. Come nei due precedenti capitoli, la narrazione non ha certo il dettaglio dell’autobiografia, ma Mike riesce ugualmente a renderla gustosa, inserendo alcuni aneddoti significativi che ci fanno intuire immediatamente il “sapore” della situazione. Inutile stare qui a ricordare ogni singola differenza di questi demo rispetto alle album version: alcune cose ci faranno sorridere per la prolissità tipica di quando si ha tanta voglia di suonare, altre ci faranno dire “meno male che poi hanno cambiato!”, altre ancora ci colpiranno pur nella loro grezza qualità. L’effetto principale di questo OB è a mio avviso quello di farci venire voglia di andare a riascoltare Images and Words sotto una nuova prospettiva. Non si può fare a meno di riflettere sul ruolo che David Pater (il produttore di I&W) ha avuto nel plasmare il sound del disco, alla luce di quello che “dicono” questi demo. Se il suo lavoro sul sound delle tastiere e della chitarra ha sicuramente dato grossi frutti rispetto ai demo, ci si rende però anche conto di come la band sia dovuta scendere a compromessi riguardo al sound della parte ritmica. Sul disco la batteria perde molta della naturalezza che invece troviamo in questi demo, a favore di una sorta di “patinatura” sonora, in voga all’epoca, ma che certamente non rientrava nei gusti di Portnoy. Il basso poi, la cui presenza nei demo è a tratti davvero strabiliante (vedi

Take the Time, Learning to Live ecc) viene ridimensionato da Prater, perdendo anch’esso in parte espressività, naturalezza e presenza nel mix. Luci ed ombre dunque dietro al lavoro di Prater: è lo stesso Mike a lasciarlo intendere, sottolineando anche gli aspetti negativi di quella esperienza, che rimane comunque fondamentale. Circa le audizioni dei vocalist lascio il giudizio all’ascoltatore: più che stare qui a discutere delle loro capacità, preferisco andare ad ascoltarmi gli ATCO Demos o i demo di pre produzione di I&W e godermi l’ormonale, fresca potenza vocale di Kevin James Labrie, un vero “dono” dal cielo per la band newyorchese, arrivato al momento giusto, nel posto giusto. Una potenza vocale straripante (ascoltare il finale di Learning to Live, con i vocalizzi che coprono l’assolo di chitarra), che risulta un altro grosso punto a favore di questo OB. Alcuni dei brani presenti su questo doppio cd sono già apparsi su diversi bootleg non ufficiali, ma vista la loro difficile reperibilità, la scarsa qualità sonora, i fake e la confusione che regna tra i vari demo di questo periodo nel panorama dei bootleg non ufficiali, ritengo che questo OB possa essere considerato quello “definitivo”…o quasi, dato che manca ancora il demo di pre produzione di ACOS (con James alla voce), qui non inserito per motivi di spazio. Questi demo valgono dunque più di un ascolto: aldilà delle limitazioni tecniche con le quali sono stati incisi, e aldilà delle parti più prolisse e ancora grezze, tra le note emerge tutta l’enorme qualità e tenacia di una band che la sfortuna stava quasi per dissolvere. Sicuramente un esempio positivo e realistico per le nuove generazioni.

Traduzione del Booklet Un nuovo inizio… CD1 Instrumental Demos 1989-1991 1 Metropolis Questa è una delle due nuove canzoni che incidemmo come demo strumentali nell’estate del 1989 (l’altra era A Change of Seasons, che non ho qui incluso essendo la stessa demo usata come base per l’audizione di Chris Cintron, che potete ascoltare più avanti). Metropolis era il segno della direzione che avevamo intrapreso in quella fase della nostra carriera. Un brano epico, con una sezione centrale che può ancora essere considerata “il biglietto da visita” della nostra musica. A quindici anni di distanza rappresenta ancora uno dei brani favoriti dai fan, essendo costantemente votata tra le prime tre canzoni dei DT in ogni sondaggio. Metropolis fu scritta mentre Charlie Dominici era ancora nella band e fu suonata diverse volte dal vivo con lui nel 1989 (vedi “When Dream and Day Reunite” DVD). Come potrete ascoltare, questo brano non subì moltissimi cambiamenti attraverso le sue varie incisioni (la cosa più evidente è che in questo demo l’intro è suonato anziché essere registrato e inoltre nella sezione centrale non ci sono gli accenti sotto l’assolo di basso).


2-3 Take the Time & Learning to Live Questi due brani furono scritti e incisi come demo nella primavera – estate del 1990, mentre eravamo ancora alla disperata ricerca di un cantante. Era veramente un periodo deprimente per tutti e quattro, il futuro stesso della band era messo in dubbio. Spesso arrivavamo alle prove e ci mettevamo a parlare di qualche nuova prospettiva per un cantante ( o della loro mancanza) così come delle ultime beghe legali ed economiche (per noi fonte costante di frustrazioni e delusioni) e finivamo per rimanere completamente svuotati e depressi. L’unica cosa che ci teneva uniti era il momento in cui prendevamo i nostri strumenti e riuscivamo a scrivere brani come questi due… e allora ci ricordavamo il perché volevamo creare una band: per l’amore di quella magica musica che riuscivamo a creare insieme. Questi due brani furono suonati dal vivo ai due show strumentali che facemmo nel 1990 (il titolo della versione strumentale di Take the Time era “Grab that Feel”, mentre quello di Learning to Live era “Creep With Tonality”. Questi demo hanno molte interessanti differenze rispetto alla versione di Images & Words, e potreste dire che all’epoca avevamo moltissimo tempo a disposizione, viste tutte quelle sovraincisioni che abbiamo infilato dentro 4 misere tracce analogiche! 4 Under A Glass Moon Questo demo fu realizzato poco dopo l’ingresso di James nella band, all’inizio del 1991, e rappresenta l’ultima registrazione in assoluto sul mio vecchio

TASCAM 244 quattro piste. In seguito avremmo registrato solo in veri studi, utilizzando impianti di registrazione professionale. Il titolo temporaneo della versione strumentale di questo brano, era uno dei miei preferiti in assoluto ”The Battle of Jimmy Cocoa and Fishface”! Nel caso vi stiate chiedendo cosa diavolo dica all’inizio del demo, dovete sapere che la nostra sala prove era vicina ad un fast food Taco Bell (vero carburante di tutti questi brani!), e quel giorno qualche impiegato che probabilmente non parlava molto bene l’inglese, aveva scritto sull’insegna davanti al negozio “grazie per mangia Taco”. Quindi era una presa in giro! Vocalist Audition Demos 1990 5-6 Don’t Look Past Me & To Live Forever (John Hendricks) Durante il 1990 avevamo ricevuto centinaia di demo di cantanti. Circa 20 di questi furono chiamati per un’audizione, ma furono solo 4 o 5 quelli con cui decidemmo di lavorare per un po’, nella speranza che la cosa funzionasse. John Hendricks fu il primo che prometteva bene. Sebbene non avesse il “look” che stavamo cercando, la sua voce ci colpì (una specie di strano incrocio tra John Arch e Thom Yorke). Nel febbraio del 1990 lo facemmo venire a New York e dopo un paio di giorni di audizioni e prove, entrammo nei Garrett Studios a Lynbrook – uno studio con 16 piste di registrazione – per registrare due dei nuovi brani, più commerciali, che avevamo scritto. Don’t Look Past Me era nuovissima ed aveva una vena più commerciale, per bilanciare il resto dei brani più epici che avevamo scritto nell’ultimo periodo. To Live Forever era invece in circolazione da un po’ (c’è una versione con Charlie Dominici sull’OB “When Dream and Day Unite Demos”). Alla fine John si rivelò un ragazzo molto simpatico, con una voce molto originale, ma non era affatto quello che stavamo cercando..

7 To Live Forever (Steve Stone) Nel giugno 1990 ci ritrovammo a lavorare con un altro cantante che si stava rivelando molto promettente. Steve Stone da Seattle (o Stephan Michael Stone come qualche volta si faceva chiamare), sembrava avere tutto quello che stavamo cercando. Sembrava un perfetto mix tra Geoff Tate e Steve Perry (due dei nostri cantanti preferiti all’epoca), sia vocalmente che esteticamente. Dopo aver provato insieme per diversi giorni, ci sentimmo abbastanza sicuri delle sue capacità e decidemmo di tornare ai Garrett Studios per fargli incidere le parti vocali di uno dei brani che avevamo registrato a febbraio, To Live Forever. Dopo qualche discussione in studio, eravamo ancora abbastanza entusiasti nei suoi confronti e decidemmo di invitarlo ad entrare nella band. Sembrava che la nostra ricerca fosse giunta finalmente al termine! In quel momento avevamo un concerto di spalla ai Marillion fissato per il 9 giugno al Sundance di Bay Shore, che sarebbe dovuta essere una performance completamente strumentale. Pensammo così che sarebbe stata l’occasione perfetta per presentare il nostro nuovo cantante! Così, dopo Learning to Live, Ytse Jam e A Change of Seasons in versione strumentale, andai al centro del palco e presentai Steve Stone al pubblico come nuovo cantante dei Dream Theater. Suonammo quindi Metropolis, A Fortune in Lies e The Killing Hand con Steve alla voce: sembra quasi grandioso a leggerlo, vero? In realtà, fu un completo disastro… Steve sul palco fu talmente sopra le righe (quasi per esaltare il contrasto con la scarsa presenza scenica di Charlie) che esaurì la sua voce già a metà di Metropolis. Le sue movenze sul palco erano poi terribilmente fuori luogo (stavamo aprendo per i Marillion!!) e a volte quasi imbarazzanti. La ciliegina sulla torta fu poi il fatto che continuò a ripetere al pubblico per tutta la sera “Scream for me Long Beach”, quando in realtà stavamo suonando a Bay Shore…(la mia idea di prestargli una copia di Live After Death degli Iron per prepararlo allo show, non aveva


aiutato molto..). Manco a dirlo, tutto crollò dopo questo disastro. Capimmo che lui non aveva tutto ciò che noi pensavamo avesse e decidemmo di separare le nostre strade e continuare a cercare un nuovo cantante. Coincidenza volle che quando glielo comunicammo, anche lui ci disse di pensarla allo stesso modo e di aver già prenotato un volo per il giorno seguente per tornare a Seattle… Bene, si ricomincia da capo! 8 A Change of Seasons (Chris Cintron) Questo brano fu scritto e inciso come demo strumentale nel 1989, un anno prima di questa registrazione. ACOS rappresentò il nostro primo tentativo di scrivere un pezzo di lunga durata, che occupasse un intero lato di un LP, sulla falsariga di classici come Hemisperes, Close to the Edge o Supper’s Ready. Come per Metropolis, questo brano è ancora oggi visto come la quintessenza della nostra musica ed è spesso indicato come il brano preferito in assoluto dai fan. Nell’autunno del 1990 ci trovammo a lavorare con un nuovo potenziale cantante, un newyorchese come noi che rispondeva al nome di Chris Cintron. Dopo la delusione seguita al fiasco di Steve Stone,

eravamo molto prevenuti per evitare di prendere ulteriori decisioni affrettate e passammo molte settimane a lavorare con Chris, incidendo molti demo vecchi e nuovi. Sebbene ACOS fu scritta e incisa come demo strumentale nel 1989, un anno prima di questa registrazione, non ci avevamo mai lavorato insieme ad un cantante e quindi non avevamo mai avuto l’occasione di inciderla con le parti vocali. Nel dicembre 1990 decidemmo quindi di provarci con Chris. Avevo già i testi pronti (che in gran parte saranno modificati nel 1995, quando l’avremmo registrata in modo definitivo) e quasi tutte le linee melodiche completate. Ma devo dare merito a Chris di essere stato il primo cantante ad averle cantate e perciò di aver contribuito a plasmarle. Come potrete ascoltare, questo demo non ha solo delle liriche differenti, ma diverse sono anche molte parti musicali, le melodie e anche i sample dei film. Se da un lato Chris aveva una gran voce, molto espressiva (che ci ricordava molto Steve Walsh o Lou Gramm) era un tipo basso, tarchiato, con dei cappelli ricci neri (simili a quelli di Charlie) e non corrispondeva affatto al look che il nostro ipotetico cantante avrebbe dovuto avere. Arrivammo fino al punto di presentare Chris a Derek Oliver della ATCO Records (che aveva iniziato a corteggiarci), ma fu lo stesso Derek a suggerirci di continuare a cercare, poiché neanche lui riteneva che fosse il cantante giusto per noi. Più o meno nello stesso periodo, arrivò un nastro da Toronto, Canada, da parte di un cantante di nome Kevin James Labrie. Quel nastro ci lasciò di stucco. S e m b r a v a essere tutto ciò che stavamo

cercando. Una notte, dopo aver provato con Chris, ci salutammo e ce ne andammo ciascuno con le nostre auto. Chris se ne andò a casa, mentre noi quattro facemmo il giro dell’isolato e dopo cinque minuti ci ritrovammo di nuovo allo studio per parlare di questo ragazzo canadese. Anche se ci sembrò brutto dover allontanare Chris dopo aver lavorato con lui per tutto quel tempo, dovevamo fare la cosa migliore nell’interesse della band e delle nostre carriere. Decidemmo quindi di far venire Labrie a New York per un’audizione. CD2 1-3 The ATCO Demos May 1991 Kevin Labrie volò a New York per l’audizione il 19 gennaio 1991, lo stesso giorno in cui iniziò la Guerra del Golfo. Nel giro di tre giorni fummo certo che lui era la persona che stavamo cercando e che la nostra ricerca era finalmente terminata! La prima cosa che decise di fare fu quella di usare il suo secondo nome di James anziché Kevin: con già due John nel gruppo, con due Kevin ci sarebbe stato da impazzire! Avendo finalmente un cantante in organico e con abbastanza materiale per un nuovo album, la prima cosa da fare era chiudere il nostro contratto con la Mechanic e cercarne uno nuovo. Derek Oliver era un giornalista di Kerrang! in Inghilterra che aveva scritto delle buone recensioni su When Dream and Day Unite. In quel periodo viveva a New York e lavorava come talent scout per la ATCO Records. Iniziò a contattarmi e mi espresse il suo interesse e la sua disponibilità a metterci sotto contratto una volta che fossimo riusciti a trovare un cantante. Adesso che avevamo trovato James, era ora di muoversi. Ci vollero diversi mesi di questioni legali per sciogliere il contratto con la Mechanic, ma alla fine ci riuscimmo con l’aiuto della ATCO. Purtroppo questo significò dover rinunciare a qualsiasi diritto sul nostro debut album oltre che dovere dare alla Mechanic una percentuale sulle vendite dei nostri dischi con la ATCO. Ma in fondo per noi era ok: volevamo semplicemente tirarci fuori da tutta quella vecchia storia.


Nel maggio del 1991 Derek organizzò per noi la registrazione di tre pezzi con il produttore David Prater e l’ingegnere del suono Doug Oberkircher, presso i Bear Tracks Studios di Suffern, New York. Nelle intenzioni di Oliver, questi tre pezzi sarebbero serviti per rompere il ghiaccio con David Pater e cercare di convincere con la nostra musica il resto dello staff della ATCO che aveva bisogno di ulteriori rassicurazioni prima di dare l’ok definitivo al nostro contratto. Così registrammo Metropolis, To Live Forever e Take the Time, che come potete ascoltare sono molto simili alle versioni che finiranno di lì a qualche mese su Images & Words. L’intro di Metropolis (creato da Prater), è lo stesso usato su I&W. Questi demo furono ricevuti molto bene dal resto dello staff della ATCO e dopo alcuni mesi di negoziazione, eravamo sul punto di firmare il nostro nuovo contratto. 4-9 I&W Pre-Production Demos October 1991 Durante gli svariati mesi di contrattazioni e decisioni prese ai piani alti, avevamo il tempo e l’opportunità di scrivere qualche nuovo brano da aggiungere eventualmente al disco in uscita. Derek Oliver ci consigliò di comporre qualche altra nuova canzone, magari più breve e accessibile, e così finimmo con lo scrivere Another Day (da un’idea di John Petrucci) e Surrounded (da un’idea di Kevin Moore). Capimmo che questi due nuovi brani erano più adatti degli altri due pezzi brevi e commerciali che avevamo già pronti (To Live Forever e Don’t Look Past Me) e decidemmo quindi di sostituirli entrambi nella scaletta del futuro disco. Scrivemmo anche un pezzo più heavy, dal titolo provvisorio di “Oliver’s Twist” (in onore del consiglio di Derek di scrivere dei nuovi brani), che sarebbe poi diventato Pull Me Under. Come ascolterete, la prima versione di questo brano aveva una sezione strumentale centrale totalmente fuori luogo, che grazie a Dio decidemmo di rimuovere completamente e mettere da parte per un possibile utilizzo in futuro (parte che andrà infatti a finire in Erotomania qualche anno dopo!). Nell’ottobre

del 1991 eravamo certi che fossero mancati pochi giorni alla firma del contratto e all’inizio della produzione del nostro nuovo album. David Prater venne nella nostra sala prove e fece una registrazione in presa diretta su DAT dei rimanenti brani che sarebbero finiti sul disco, in forma strumentale. Fece poi sovraincidere a James tutte le parti vocali su quelle registrazioni e ci consegnò così questi demo di pre produzione per prepararci all’ingresso in studio. Oltre a quello che trovate su questo cd, ci fu anche una versione di pre produzione di A Change of Seasons, che non può essere qui pubblicata per problemi di spazio, ma che comunque fu una produzione abbastanza scialba in quanto penso che Prater non ci avrebbe mai permesso di includere quel lungo brano sul disco. E’ invece certo che il 14 ottobre ci fu dato l’ok definitivo per trasferire il nostro set up ai Bear Tracks Studios e iniziare qui le registrazioni del nostro secondo album! Dopo tutte le vicende e le tribolazioni dei due anni precedenti, era un momento che spesso avevamo creduto che non sarebbe mai più arrivato. Ma grazie a Dio avevamo avuto una seconda occasione. Anche durante la realizzazione di I&W non mancò qualche frustrazione. Non appena arrivammo ai Bear Tracks, Derek Oliver ci disse subito che non ci avrebbe permesso di inserire ACOS sul disco: una decisione che mi lasciò molto amareggiato e fece iniziare le cose in tono dimesso. Fu solo il primo di MOLTI compromessi ai quali dovemmo sottostare durante la realizzazione di questo disco. Anche lavorare con David Pater si rivelò un’impresa molto ardua. Prater aveva l’abilità di far sentire l’artista sempre molto a disagio e non gradito durante il lavoro di registrazione, cosa che era molto frustrante per alcuni di noi. Alla fine però, mettemmo da parte il nostro orgoglio e andando avanti con determinazione riuscimmo a realizzare il miglior disco possibile in quelle condizioni. Eravamo di nuovo sulla rotta giusta e questa volta nulla ci avrebbe fermato. E sapete una cosa? Per la prima volta, da tanto tempo…tutto aveva funzionato bene!

L’artwork Consueta veste grafica in rosso per la Demo Series. Spicca in copertina il work in progress del famosa cover ricca di metafore di I&W: il letto a baldacchino già campeggia nella stanza che ha il cielo come soffitto. Nata da un’idea della band, la copertina sarà poi realizzata graficamente da Larry Freemantle. Ne possiamo intravedere un abbozzo ancora più “primitivo” a pagina 8 del booklet, in basso a destra, con un disegno a mano in cui è riconoscibile il cuore centrale. A pag. 10 del booklet troviamo invece una versione “estesa” della copertina finale, con tanto di cielo e nuvole che sovrastano il tutto. Purtroppo la costante mancanza di didascalie delle immagini usate negli OB, non ci permette di avere molte informazioni in merito. Possiamo perciò a volte solo intuire di quello che si tratta. E’ una mancanza che spero venga prima o poi ovviata. Numerose le immagini inedite presenti: spiccano quelle con i vari vocalist in studio (attenzione a quella in cui Moore indossa una delle prime t-shirt dei DT in assoluto!), e quelle durante le session di registrazione di I&W. Anche qui la mancanza di didascalie crea qualche confusione nell’identificazione dei vari personaggi. Per quanto riguarda i vocalist, sembra che manchi infatti un’immagine di Chris Cintron, mentre Hendricks e Stone ne hanno due a testa. Tra le foto in studio, a pag. 9 non si capisce chi sia il personaggio con il cappello seduto insieme alla band (Oliver o Prater?). In una si riconosce bene Doug Oberkircher. Anche per quanto riguarda la foto tratta dal magazine, non si hanno notizie precise. Presente anche una delle primissime foto promozionali con James (che è stata anche la copertina degli ATCO Demos pubblicati dal Fan Cub) e un flyer del famoso concerto strumentale del 17 novembre 1990, in cui però suonarono sotto il nome di Ytse Jam. Sicuramente la presenza di didascalie potrebbe aggiungere molte cose: a volte sembra quasi che Mike si diverta ad inserire delle immagini senza spiegarne i risvolti.


The Number of the Beast (Cover Series) Ytsejam Records 008 Intro Il perché, il chi, il come e il quando di questo cd sono sinteticamente spiegati da Mike nelle consuete note introduttive di questo secondo capitolo della Cover Series degli Official Bootleg (di cui segue la traduzione). Posso solo aggiungere che le cover degli Iron sono da sempre una costante abbastanza frequente nei live dei Dream Theater (una per tutte, la strepitosa Hallowed Be Thy Name di Milano, nel 2004) che perpetua una sana abitudine giovanile di Portnoy e soci. E se qualcuno di voi si starà chiedendo come mai non fu eseguita alcuna cover degli Iron nel famoso concerto “Uncovered” al Ronnie Scott di Londra del 1995, la risposta è che in realtà era prevista l’esecuzione di Phantom of the Opera. Ma destino volle che gli ospiti invitati (probabilmente Dickinson e Smith) non potessero essere presenti alla serata e perciò il brano fu escluso dalla scaletta (idem per Bloodstone dei Judas Priest). Infine una curiosità: durante una memorabile festa del fan club del lontano aprile 2000 in quel di Roma, a sorpresa Mike imbracciò il basso per suonare The Trooper con gli Zen! Chi c’era alzi la mano! Traduzione del booklet “Quando incontrai John Petrucci e John Myung nel settembre del 1985, c’erano due band che esercitavano su tutti e tre una grossa influenza. Entrambe avrebbero spianato il cammino sul quale volevamo che si modellasse il sound e lo stile del nostro nuovo gruppo. La prima band (e probabilmente la più scontata) erano i Rush. L’altra gli Iron Maiden. La prima volta che sentì parlare degli Iron Maiden fu all’incirca nel 1982, quando fu pubblicato “The Number of the Beast” ed era in corso il loro primo tour negli USA insieme ai Judas Priest, che avevano appena pubblicato “Screaming for Vengeance”. Tra i metallari del mio liceo si era creata una sorta di bonaria rivalità tra Maiden e Priest (l’equivalente metal della diatriba tra Beatles e Rolling Stones negli anni 60). Potevano

piacerti entrambe le band, ma alla fine dovevi giurare fedeltà o a una o all’altra, e per quanto mi piacessero i Priest non c’era dubbio che io tenessi più per i Maiden. Riuscivano a mescolare la potenza della New Wave of British Heavy Metal con una sensibilità progressive, scrivendo brani anche molto lunghi, che incorporavano complesse sezioni strumentali, parti vocali eccezionali e grande tecnica musicale. Ricordo che con gli Intruder, la mia prima band, suonavamo alcune cover strumentali dei Maiden (Transylvania, The Ides of March, & Gengis Khan). Ricordo perfettamente l’ansia per l’uscita del loro “nuovo” album “Piece of Mind”, che acquistai il giorno stesso della sua uscita: rimasi impressionato dal loro

nuovo batterista dal nome buffo! Ricordo anche quando li vidi dal vivo al Nassau Coliseum durante il “World Piece” tour. Di spalla c’erano i Fastway e i Coney Hatch (curiosità: qualche anno dopo James Labrie sarà per qualche data il cantante dei Coney Hatch!). Ma torniamo a Berklee nel 1985.. Quando io e i due John formammo i Majesty, iniziammo a provare suonando per lo più cover dei Maiden (The Trooper, Revelations, Hallowed Be Thy Name, Phantom of the Opera, Remember Tomorrow, To Tame a Land, ecc.): se chiunque di noi iniziava a suonarne una, era certo che gli altri due sarebbero entrati nel brano in qualunque momento quasi in modo automatico, talmente li conoscevamo a memoria! Ricordo che Petrucci mi raccontava delle storie dei tempi del liceo su Myung, che rimaneva chiuso per giorni e giorni nella sua stanza a suonare dietro a tutto “The Number of the Beast” a 45 RPM, per aumentare la sua

resistenza! (per quelli tra voi che non hanno mai posseduto un giradischi, significa che l’album veniva suonato al 50% in più della normale velocità). Nel 2002 quando i Dream Theater hanno iniziato la tradizione di coverizzare un album storico dall’inizio alla fine (nel secondo set della seconda data consecutiva nella stessa città), già immaginavo che prima o poi avremmo suonato un album dei Maiden. Per me era un “testa o croce” tra “The Beast” e “Piece of Mind”. Anche se credo che “POM” fosse l’album preferito sia da me che dai due John, alla fine la scelta è caduta su “The Beast”, il disco dei Maiden per antonomasia, un classico dall’inizio alla fine e perciò l’ideale per noi da coverizzare. Abbiamo eseguito “The Beast” tre volte nel 2002 (il 21 ottobre a Londra, il 24 ottobre a Parigi e il 7 novembre ad Atene) ed una volta nel 2004, il 24 aprile ad Osaka, per un’ultima performance finale per il pubblico giapponese, così appassionato alla Vergine di Ferro. Su questo cd troverete la registrazione del concerto di Parigi. Sebbene per i nostri fans francesi il fattore sorpresa fosse stato rovinato dal fatto che avevamo suonato “The Beast” tre sere prime a Londra (dannata internet!), la risposta del pubblico fu comunque veramente elettrizzante, dalla intro di Vincent Price fino all’ultima nota di Halloweed Be Thy Name. Nel corso degli anni siamo stati privilegiati di aver conosciuto personalmente i ragazzi dei Maiden sia sopra che dietro al palco, avendo suonato con loro diverse volte nel 1992 e nel 2000. Alcuni di loro si sono uniti a noi anche sul palco: Paul Di Anno ha cantato con noi Killers nel 1995, Bruce Dickinson nel 1998 The Trooper (e anche registrato con loro una cover di Perfect Strangers ai BBC Studios nel 95. NdT), Nicko McBrain ha duettato con me nel 97 e giocato a calcio sul palco con noi nel 2002! I Maiden sono una grande parte della storia dei Dream Theater e la loro influenza può essere adesso per sempre immortalata su questo cd…” Il concerto Le migliaia di fan accorsi alla Mutualitè di Parigi il 24 ottobre 2002 sapevano già che quella


sera sarebbe stata speciale. Grazie al tam tam di internet che aveva diffuso la notizia del concerto di Londra, dove l’album “culto” degli anni ’80 era stato eseguito in anteprima, erano consapevoli che quella sera avrebbero assistito al tributo dei Dream Theater ad un pezzo delle loro radici musicali: The Number of the Beast degli Iron Maiden. “The Beast” può iniziare in un solo modo: il sinistro intro di Vincent Price emoziona ogni volta e ci fa quasi tornare ragazzini. Invaders attacca veloce e perfetta. Il basso stupisce subito per la presenza nel mix: Myung conosce le battagliere linee di Steve Harris a menadito e si sente! Petrucci rimane piuttosto fedele al proprio sound agile ma corposo, senza addentrarsi nelle sonorità originali magari più datate, ma ben più taglienti (probabilmente una scelta dettata anche dalla presenza di una sola chitarra). Se la fulminea Invaders non ci aveva forse dato il tempo di accorgercene, ecco che su Children of the Damned esplode la voce di Labrie, croce e delizia di questo OB…Chiunque ricordi le pessime performance vocali di James del 2002, rimarrà esterrefatto davanti a quello che ascolterà su questo cd. Senza tanti giri di parole, “quel” Labrie non è lo stesso di “questo” Labrie che stiamo ascoltando: infatti le parti vocali sono state palesemente riregistrate in studio. Sovraincisioni probabilmente avvenute nel 2004, a giudicare dalla forma smagliante, anno in cui Labrie è definitivamente risorto dalle ceneri del World Tourbulence Tour. Dal momento in cui è stato deciso di pubblicare questo preciso concerto, il “ritocco” in studio era comunque una scelta obbligata: la performance di James a Parigi non era negli standard di commercializzazione. Ma torniamo ai brani…Children of the Damned è suonata con intensità e passione: una passione che forse mancava al precedente OB di Master of Puppets. L’intro è abbellito da Rudess con un originale arpeggio di piano, mentre negli unisoni che ricalcano quelli di Adrian Smith e Dave Murray, Petrucci e Rudess si trovano alla perfezione. L’acuto finale con vibrato mozzafiato suggella uno dei brani meglio riusciti del tributo. Il sample della serie TV

“The Prisoner” viene riproposto fedelmente all’album e introduce l’omonimo brano: orecchiabile e avvincente scorre via fino allo stacco di synth che si trasforma in uno stupendo assolo “chitarroso” per poi lasciare il posto ad un impeccabile Petrucci. Perfetto Labrie e buoni anche i cori di Mike. Il riff di 22 Acacia Avenue è un’istituzione: saccheggiatissimo da decine e decine di bands in cerca di “ispirazione” (vedi Stratovarius..). I marchi di fabbrica Iron Maiden sono presenti in massa e i Dream li interpretano alla grande. La batteria è come al solito una macchina perfetta, definita e fedelissima all’originale, con un grande lavoro sui piatti forse più tipico di McBrain che di Clive Burr. Labrie eccezionale nell’interpretazione delle strofe, così come negli acuti e nelle repentine accelerazioni vocali di cui è costellato il brano. Petrucci si lancia in uno splendido assolo, sostenuto da un Myung che in fase ritmica riesce a dargli un supporto straordinario. Ecco che arriva la title track: un altro riff indimenticabile. Il celebre acuto al termine dell’intro è degno del Dickinson migliore. Dopo quello di Petrucci, il solo di synth di Jordan appare un po’ fuori luogo: eccezionale il seguente intervento di Myung. La cavalcata continua con il combo Portnoy/ Myung sempre in primo piano e Labrie che vola sulle strofe. Per il pubblico neanche il tempo di applaudire ed ecco arrivare Run to the Hills. Un magnifico basso ci accompagna in questa lunga galoppata ritmica: grandioso il

ritornello, che come tutto il brano, viene eseguito con passione e calore (purtroppo anche Petrucci si aggiunge ai cori, con scarsi risultati!). Labrie chiude il brano in maniera superlativa. Arriviamo quindi a quello che può definirsi il momento “creativo” della serata, la sorpresa nella sorpresa: l’esecuzione di una versione jazz/acustica di Gangland, in cui Jordan gioca un ruolo fondamentale creando delle splendide armonie che vengono sfruttate ottimamente dalla voce di James, in particolare nel finale. Piccola curiosità: a causa di alcuni problemi tecnici durante la registrazione, Gangland fu ripetuta alla fine del concerto, per essere registrata nuovamente. Siamo all’ultimo brano: l’interpretazione di Labrie delle prime strofe di Hallowed Be Thy Name è da ricordare. La tensione del pezzo è alta: stacchi e galoppate si susseguono a ritmo forsennato. Cambi di velocità, giochi di riff, assoli in corsa: è probabilmente questo il brano meglio eseguito della serata, con Myung, Petrucci e Labrie in evidenza. L’artwork Si tratta di una rielaborazione del celeberrimo artwork originale di Derek Riggs, ad opera del solito Scott Hansen. La copertina era già pronta in questa forma dal giorno del concerto, essendo stata proiettata durante lo show. Per il resto niente di particolare da segnalare. Antonio Vescio ...one more fu**ing time


PROGRAMMA

Dalle 14 alle 16: Jordan Rudess incontra i soci del Fan Club. Dalle 18 alle 20: Concerto del primo gruppo. (*) Dalle 21 alle 23: Concerto del secondo gruppo. (*) Ore 23.30: Premiazione del gruppo vincitore. * L’ordine di apparizione dei due gruppi sul palco sarà estratto a sorte direttamente da Jordan Rudess durante l’incontro con i soci del Fan Club.

DOVE

Il Teatro “Andrej Tarkovskij” si trova in Via Brandolino, 19 a Rimini. Il quartiere esatto è San Giuliano che si trova nella zona della nuova darsena del porto di Rimini.

COME ARRIVARE

Per chi arriva in auto da Nord consigliamo l’uscita a Rimini Nord, dirigetevi subito verso il mare poi proseguite verso destra in direzione di Rimini Centro, San Giuliano è il quartiere prima del porto canale e prima di arrivare al grattacielo. Per chi arriva in auto da Sud consigliamo l’uscita di Rimini Sud, anche qui cercate subito di dirigervi sul lungomare, girate a sinistra e proseguite finchè non trovate il porto, risalite la strada fino al primo semaforo, girate a destra e vedrete il cartello che indica l’inizio di San Giuliano. Per chi arriva con il treno il percorso si può effettuare sia a piedi (15 minuti), dirigendovi verso la nuova darsena, che in autobus usando il numero 4 (direzioni: Bellaria o San Mauro o Torre Pedrera), il numero 8 (direzioni Viserba o Italia in Miniatura) e il 2 (direzione San Giuliano). La festa terminerà inderogabilmente prima di mezzanotte (i permessi non ci permettono di fare più tardi), quindi regolatevi di conseguenza se dovete prendere un treno per tornare a casa. Per informazioni più dettagliate, visitate la pagina speciale dedicata alla festa sul nostro sito: www.italiandreamers.net


DOVE DORMIRE Per la notte del 25/11 abbiamo contattato alcune strutture che saranno sicuramente aperte per quella notte. L’unico trattamento possibile sarà il Pernottamento e la Prima Colazione in quanto i ristoranti delle rispettive strutture saranno chiusi. Abbiamo cercato di coprire una fascia di prezzo abbastanza ampia che varierà dai 25 euro a testa per gli alberghi a 2 stelle fino ai 50 euro a testa per gli alberghi a 4 stelle. ATTENZIONE In concomitanza con la sera della finale, a Rimini incomincerà una fiera internazionale dedicata alle strutture alberghiera (SIA). Per esperienza personale, sia le grandi strutture che i piccoli albeghi tenteranno in principio di prendere prenotazioni per tre o quattro notti (la durata della fiera di cui sopra), quindi non spaventatevi se alla vostra richiesta per una notte solo vi sentirete rispondere di chiamare più avanti nel periodo adiacente l’inizio della fiera. A Rimini c’è posto per tutti, armatevi di un po’ di pazienza per le telefonate e se volete un consiglio, una volta che la vostra prenotazione sarà accettata, inviate un fax di conferma e fatevelo rispedire controfirmato dall’hotel, così si evitano inutili controversie.

HOTEL MARYLISE*** Via Toscanelli, 2 47900 Rivabella di Rimini Tel. 0541 26878 – 27857 Cell. 337 607046 Sig. Mantuano Antonio HOTEL GABBIANO*** Via Toscanelli, 86 47900 Rivabella di Rimini 0541 736536 - 449112 - 449113 HOTEL FIRENZE** Viale G. Dati, 82 47811 Viserba di Rimini Tel. 0541 736232 Cell. 348 9012339 Sig. Fabio Per chi volesse avere altre informazioni sulla disponibilità alberghiera per soggiornare a Rimini o a Riccione: Associazione Albergatori di Rimini 0541 50553 Adria Hotel Reservation Rimini 0541 56902 Taxi Rimini 0541 50020 Aeroporto “F. Fellini” 0541 715711 www.riminiairport.com Associazione Albergatori di Riccione 0541 605000 Adria Hotel Reservation Riccione 0541 693628 - 692312 - 694022

Queste le strutture contattate da noi:

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CURIOSITA’

HOTEL GASTON**** Via Palmanova, 11 47900 Rivabella di Rimini Tel. 0541 22579 – 25594 Cell. 337 607046 Sig. Mantuano Antonio

Il costo del biglietto d’ingresso è di Euro 12.00 per persona. A tutti voi è stata inviata una newsletter, con relative istruzioni, che vi permetteva di prenotare i biglietti per la serata versando l’importo con un vaglia entro il 27 ottobre 2006. Abbiamo inviato una mail di conferma a tutti quelli che hanno prenotato l’entrata. Il biglietto vi verrà consegnato alla cassa a partire dalle ore 13.00 di sabato 25 novembre. Noi avremo la nostra lista ma voi PORTATE CON VOI la ricevuta del vaglia che avete effettuato.

HOTEL ST. GREGORY PARK*** Via Lucio Lando, 40 47900 Rimini Tel. 0541 53450 HOTEL RICCHI*** Via C. Zavagli, 119 47900 S. Giuliano di Rimini Tel. 0541 22574 Cell. 336 462753

Ecco un pò di informazioni utili riguardo la festa.

Per tutti quelli che non hanno

prenotato, sul sito e sul forum daremo aggiornamenti continui sui posti liberi rimasti ancora a disposizione al teatro. Ricordiamo che l’incontro con Jordan Rudess è esclusivamente riservato agli iscritti al Fan Club per il 2006. La tessera 2006 è l’unico documento valido che attesti la vostra iscrizione al Fan Club, NON DIMENTICATELA, PORTATELA CON VOI E MOSTRATELA ALL’INGRESSO. Domanda:Volevo sapere se, una volta acquistato il biglietto, si può entrare a qualsiasi ora nell’arco di tutta la giornata o se è obbligatorio entrare alle 14. Risposta:E’ possibile entrare a qualsiasi ora. Domanda:Volevo sapere se una volta entrati è possibile uscire per mangiare, bere, etc... Risposta:Certo che si. Ad ogni partecipante sarà dato un braccialetto antistrappo che andrà messo al polso al momento del ritiro dei biglietti. Con questo braccialetto al polso sarà possibile uscire e rientrare dentro al teatro durante la giornata. ATTENZIONE: il braccialetto è antistrappo, la perdita del braccialetto comporta il pagamento di un altro biglietto d’ingresso! Domanda:Visto che la manifestazione dura dalle 14 alle 24 come posso fare per mangiare qualcosa? Risposta:Stiamo cercando di allestire all’interno del teatro un piccolo punto ristoro. Tuttavia nelle vicinanze del teatro c’e’ una pizzeria, un bar ed un supermercato. Abbiamo voluto apposta la sosta di un’ora tra un concerto ed un altro proprio per darvi la possibilità di mangiare e di prendere una boccata d’aria. In ogni caso il consiglio che vi diamo è quello di portare qualcosa da casa. Pensate alla serata finale come ad un giorno di concerto full immersion…con tutti i pro ed i contro. Per domande, curiosità ed informazioni fate sempre riferimento al seguente indirizzo: finale@italiandreamers.net


Risposte e vincitori dei concorsi di Metropolzine 26 Enrico Marin 3560 e Alex Imperiale 5148 vincono le due copie del promo di OSI2 “Free”. Mike Portnoy suona sostanzialmente in tutto l’album, se vogliamo essere pignoli nei brani “Go”, “Bigger Wave”, “Better” e “Once” sono presenti alcune parti eseguite con drum machine mentre in “Home was Good” e “Our Town” la batteria non esiste proprio. Federico Genre 2535 vince l’Official Bootleg di “Master of Puppets”. Il vero Master of Puppets dei Metallica fu registrato tra settembre e dicembre del 1985 agli Sweet Silent Studios di Copenhagen in Danimarca. L’album fu prodotto dai Metallica e da Flemming Rasmussen (che era anche l’ingegnere del suono), il mixaggio fu effettuato da Michael Wagner agli Amigo Studios di North Holliwood, infine, l’album fu masterizzato da George Marino allo Sterilng Sound Studio. Daniele Franza 3665 vince l’Official Bootleg DVD di “Dark Side of the Moon”.

L’ 11 ottobre 2005 ad Amsterdam il sassofonista che salì sul palco insieme ai DT fu Mike Kidson degli Australian Pink Floyd. Il 25 ottobre 2005 lo show fu ripetuto a Londra e filmato per il DVD, in quella occasione il sassofonista fu Norbert Stachel. Riccardo Baruffi 5281, Nicola Antonio Proscia 5292 e Angelo Sgobbo 5275 vincono le tre cope del Fan Club DVD 2006 “A Walk Beside the Band” Le prime due canzoni proposte al Palalottomatica di Roma il 31 ottobre 2005 furono “As I Am” e “Another Won”, le ultime due furono “The Spirit Carries On” ed il medley di “Pull Me Under/ Mepropolis Pt. 1”. Ecco i nuovi concorsi: 1 Tourbook Ufficiale dell’ Octavarium World Tour 2005/2006 a chi ci dice chi è che in questo momento sta scrivendo un libro con la biografia ufficiale dei Dream Theater 1 copia del DVD “Score” a chi indovina il nome del Direttore dell’Octavarium Orchestra che ha suonato al Radio City Music Hall 1 copia dell’Official Bootleg “Ima-

ges and Words Demos” a chi ci dice quali nomi definitivi furono dati ai seguenti pezzi: “The Battle of Jimmy Cocoa and Fishface”, “Grab that Feel”, “Creep with Tonality” e “Oliver’s Twist”. 1 copia dell’Official Bootleg “The Number of the Beast” a chi ci dice in quale anno uscì il vero “TNOTB”, da chi fu mixato e chi era il disegnatore storico delle copertine degli album degli Iron Maiden e delle raffigurazioni di Eddie. Spedire le risposte in busta chiusa a: Italian Dreamers C.P. 161 47838 Riccione Centro RN


Dream Theater & Octavarium World Tour 2005/2006 crew Altri ringraziamenti vanno a: Gianni Andreotti & Elena Zermiani @Warner Italia, Mariela & Andrea @ Live, Elena, Marzia, Cristina & Aldo @Barley Arts, Elio Bordi @Fontiers records. Inside Out Staff and Audioglobe Staff. Trotta Giancarlo e Contegiacomo Luca per la compagnia, la cena di pesce ed il tirar tardi con le macchine accese. Un ringraziamento speciale agli altri DT Fan Clubs sparsi nel mondo: Seb, Bertrand & Stephane @Your Majesty Francia (vi andrà meglio la prossima volta), Steffen, Margret, Michael & Darko @The Mirror Germania (non vincete mai), Masa e Famiglia @Carpe Diem Giappone, Kim@DT Norway, Tom & Kerry@Voices UK. Special thanks to: Fabio Caressa e lo zio Bergomi, quelle si che erano telecronache, non i due morti di Rai Uno! Oddo ubriaco nelle interviste post finale. La Gialappa’s per la frase “che cazzo applaudi, stronzo”! rivolta a Domenech. Il dreamers nascosto in regia Rai che ha montato Take the Time durante uno speciale pre finale (al presidente stavano andando di traverso le cozze). Il fenomeno che ha fatto su e giù per Viale Ceccarini con un cesso in spalla(!!!) blaterando frasi insensate dopo la finale con la Francia e quello rimasto immobile davanti al Mc Donald’s di Rimini, in mezzo alla strada, con un cartello con scritto “COME GODO!!!” per più di mezzora !!! Noi al contrario di tutti non parleremo di Materazzi e di Zidane!!! Special NO thanks: Zi Eliù @parcheggio dello stadio di Vittoria (RG) per l’hot dog più ignobile del mondo. Ora si è seduto il vento, il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo. Grazie Alessandro.

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