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Metropolzine n. 26 Metropolzine è un periodico dell’Associazione Culturale “Italian Dreamers” Casella Postale 161 47838 Riccione Centro RN Tiratura: 1500 copie Finito di Stampare: giugno 2006 Italian Dreamers Staff: Simone Fabbri Marco Petrini Collaboratori: Ivan Iapichella Emiliano Maiello Stefano Tappari Antonio Vescio Marco Termine Francesco Ferrari Igor Italiani Francesco Zacchino (e non Zecchetto!?! scusa l’imperdonabile errore come se fosse tarapiatapioca) Web Master: Francesco Castaldo Alessandro Tramonti Sede Legale ed iscrizioni: Italian Dreamers Casella Postale 161 47838 Riccione Centro RN Internet Home Page: www.italiandreamers.net Forum: www.ytseitalia.net Photo Credits: Italian Dreamers Staff Darko Bohringer (RCMH) Mike Portnoy Jordan Rudess Rikk Feulner Sebastien Demay Robbie Crawford (Albino Monster close ups) Alan Muirden Frank Seifert (OSI) Cristopher Petro Stampa: Studiostampa s.a. - RSM

SCORE L’ultimo CD e DVD “live” dei Dream Theater si chiamerà “SCORE” ed è schedulato per l’uscita il giorno 29 agosto tramite Rhino Records. (le date potrebbero cambiare da nazione a nazione). Si tratterà di un “triplo” CD e di un “doppio” DVD, i set saranno disponibili separatamente. Entrambe le versioni conterranno l’intero concerto del gran finale del “20th Anniversary World Tour” registrato al Radio City Music Hall di New York City il 1° aprile 2006. (circa 3 ore di musica di cui 90 minuti suonati interamente con l’accompagnamento di un’intera orchestra). Il DVD conterrà anche un’ora di documentario che traccerà le tappe della carriera dei Dream Theater dall’inizio al Berklee College of Music nel 1985 fino al grand finale al Radio City Music Hall. Saranno inclusi anche “footage” e “interviste” con tutti i membri della band attuali e passati. Sempre nel DVD saranno presenti diverse Bonus Tracks “live” estratte direttamente dagli Archivi di Mike Portnoy. Derek Sherinian - Blood of the Snake Derek Sherinian torna nell’estate 2006 con un nuovo album, il quinto di una fortunata serie!!! Dopo aver calcato le scene del World Tour con Billy Idol ed appena imbarcatosi per il nuovo tour mondiale di Malmsteen, l’ex tastierista dei Dream Theater si presenta con un nuovo album dal titolo accattivante: Blood of the Snake che uscirà ancora sotto Inside Out (distribuita in Italia da AudioGlobe/Kizmaiaz). Ormai abituati al cast di musicisti e talenti vari presenti nei suoi dischi, questa volta dobbiamo annunciare anche la presenza di John Petrucci oltre ai vari Zakk Wylde, Slash, Yngwie Malmsteen, Simon Phillips, Tony Franklin e Brian Tichy. Brani duri e suoni intensi per questo quinto capitolo che annovera come ultima traccia una cover dei Mungo Jerry’s : “In the Summertime” cantata da Billy Idol con l’apparizione di Slash alla chitarra. Anche Zakk Wylde appare come cantante sul brano “Man with no name” per riportarci per un attimo ai tempi di Ozzy Osbourne. Recensione ed intervista a Derek sul prossimo numero della fanza.


www.ytsejamrecords.com La pubblicazione più importante tra le tre news degli Official Bootlegs è sicuramente l’intera performance dei Dream Theater del leggendario album dei Pink Floyd registrato all’Hammersmith Apollo a Londra il 25 ottobre 2005. Dark Side of the Moon uscirà sia in doppio CD che in DVD. Featuring Special Guests: Theresa Thomason alla voce e Norbert Stachel al Sax. Gli speciali inseriti includono interviste, prove, immagini del soundcheck ed ulteriori covers dei Pink Floyd. Gli altri due CD di questa nuova serie sono: (Sezione Demo) Awake Demos (Sezione Live) Old Bridge New Jersey 14 dicembre 1996 John Petrucci sull’album solista di Marty Friedman Marty Friedman (ex-Megadeth) farà uscire il suo sesto album solista il 28 giugno in Giappone sotto l’etichetta Avex (in Europa si prospetta un’uscita in autunno). S’intitola Loudspeaker e annovera fra gli artisti invitati gente come Steve Vai, John Petrucci et Billy Sheehan. Lo stesso Marty lo ha definito come il suo album più aggressivo. www.italiandreamers.net Visto che dall’altra parte dell’oceano tutti si stanno rilassando e non ci sono notizie ufficiali da divulgare, penseremo noi a vivacizzare la vostra estate. Abbiamo ampliato lo spazio riguardante i contenuti speciali sul nostro sito e a cadenza settimanale stiamo aggiungendo sempre cose nuove ed interessanti, andatelo a visitare. Per i più sbadati ricordiamo che per poter accedere ai contenuti è NECESSARIO essere iscritti al Fan Club per il 2006, una volta ricevuta la tessera ci si può registrare anche sul sito ed ottenere così le coordinate per il download. In via di pubblicazione: alcuni numeri di vecchie Metropolzine, non più disponibili, il nuovo YtseItalia Magazine con le foto del RCMH e qualche novità audio e video!!!! James LaBrie Non ci sono news sul successore di “Elements of Persuasion”. La foto risale all’estate 2005 durante la preproduzione del nuovo album. Le registrazioni dovevano essere già state effettuate, ma ora tutto è bloccato, anche la definizione del tour promozionale.

Tornati sani e salvi dall’enn e s i m a esperienza newyorkese, ci siamo presi un attimo di meritato riposo che abbiamo sfruttato a dovere per ricaricare pile e sinapsi in modo da affrontare l’inizio del tredicesimo anno di attività del Fan Club con lo stesso entusiasmo e voglia di fare dei primi giorni. Piaciuto il DVD? A noi tantissimo e non lo diciamo per autocompiacerci ma, sapendo come è nato e come si è sviluppato il progetto, possiamo raccontarvi di aver compiuto un piccolo miracolo organizzativo con un risultato che a noi ha soddisfatto. Le vostre lettere, mail e post sul Forum non hanno fatto altro che spingerci ancora oltre perché proprio mentre leggete queste righe, c’è già chi ha cominciato a lavorare per il prossimo, ancora lontano Natale! Ma torniamo al presente presentandovi Metropolzine 26. Immancabile il resoconto della memorabile notte del 1° aprile a New York, vissuta da noi e da tutti quelli di voi che abbiamo incrociato per le strade della grande mela, proseguiamo con Kevin Moore ed il secondo capitolo della saga OSI per poi addentrarci in un campo ai molti sconosciuto ed oscuro svelandovi i segreti ed il mestiere di chi deve organizzare e mandare avanti la “fabbrica” dei Dream Theater on the road, ovvero il loro tour manager. Per gli addetti ai lavori, finalmente riusciamo a pubblicare la relazione completa sulla storia degli ultimi due anni della batteria di Mike Portnoy. La band si è dichiarata in vacanza per l’estate 2006, conoscendoli bene ci crediamo poco ed in effetti la pubblicazione della data di uscita del DVD di New York ci da parziale ragione. Inoltre, un topolino ci ha sussurrato che uno studio della costa est è già stato prenotato da 5 loschi figuri e dal loro ingegnere del suono per il mese di novembre…mah, staremo a vedere. Baci e abbracci Italian Dreamers Staff


E’ il 21 di dicembre quando il “barbone” (il soprannome con cui noi dello staff di Italian Dreamers chiamiamo Mike Portnoy) ci invia la mail con l’annuncio del concerto al Radio City Music Hall. Ovviamente, e per sfortuna, sapevamo già tutto; se ne era già parlato qualche ora prima del concerto di Helloween in quel di Roma guardando stormi di uccelli volare sopra il PalaLottomatica. Proprio li il batterista dei Dream Theater ci aveva spiegato per quale motivo avesse scelto la particolare scaletta che sarebbe stata eseguita quella sera sul palco dopo la nostra richiesta/ proposta di rendere il concerto di Roma un concerto “memorabile” e per quale motivo alcune nostre richieste non erano state accolte al 100%. Il motivo era proprio questo concerto programmato per la fine dell’Octavarium World Tour: una scaletta ancora più particolare di quella di Roma e la registrazione di un DVD ufficiale a voler consacrare questi 20 anni di carriera con l’aggiunta di qualcosa di speciale... In questo mercoledi buio poco prima del Natale arriva la conferma con relativo annuncio al pubblico: i Dream Theater, dopo una serie di concerti memorabili a segnare tappe fondamentali della loro carriera, arrivano al Gotha della musica Newyorkese. Questo tempio della musica si chiama Radio City Music Hall e li ospiterà il giorno 1 aprile 2006: no, non ci sono scherzi ne trucchetti… si

tratta di un vero regalo di Natale a tutti i fans sparsi per il mondo che con tanto di coraggio (e pecunia) si recheranno a vedere un concerto che si preannuncia memorabile in un luogo storico. Poche ore, la mail rimbalza dall’Italia alla Thailandia dove il buon presidente sta trascorrendo le sue vacanze tra un bagno in uno dei mari più belli del mondo ed un massaggio in stile orientale. “Che famo? andiamo? non andiamo?”. Le solite parole, il solito rito ma intanto abbiamo già preso i nostri biglietti per evitare il soldout che si sarebbe verificato di li a breve… “qualcuno andrà dai…al massimo li rivendiamo su ebay”. Esatto! Cosi è stato e cosi è andata realmente. Passano i mesi, il presidente torna in Italia e, con un freddo polare che ci gela le caviglie, c’è una fanzine da fare e un DVD da spedire ma, a questo punto ci sono anche i biglietti aerei da prenotare, le ferie da schedulare e i passaporti da fare, ovvero, lunghe file di attesa nei commissariati a causa delle nuove norme riguardanti i documenti per l’ingresso in America. Il consiglio di un buon amico (grazie Magni!) e anche la spintarella di un altro amico altolocato e alla fine ci siamo; i passaporti ci sono, i biglietti ci sono, i soldi mancano ma si trovano anche quelli: anche noi partiamo! Partiamo? Ancora in 3, ma non più i soliti ignoti del Roseland nel 2000; il trio storico Pablo, Pedro e Paco (vedi Metropolzine 8) si scioglie, Paco si ritira impegnato sempre di più a filmare spettacoli in giro per lo stivale con ballerine promettenti ma poco concludenti. Fuori uno, dentro un altro e, a completare il trio, arriva Iapo. L’assonanza vale e anche stavolta saremo in tre a sbarcare nella

grande mela; 6 anni dopo il famoso concerto del Roseland. Per cause logistiche (e causa obblighi per il passaporto) ci troviamo a dividere in due la programmazione del viaggio: i riccionesi in un modo, Iapo in un altro; visto anche il fatto che il nostro terzo uomo dell’Italian Dreamers lavora in quel di Malpensa e dalla sua base operativa: l’infermeria, vede passare più o meno tutti quelli che lavorano li preferisce usare i suoi contatti per avere uno sconto sul volo. La mitica frase “ho un amico che mi fa volare quasi gratis” risuona ancora oggi nella mia mente e mi fa ridere ancora di più dei commenti Gialappiani di questo Mondiale di Germania. Passa il tempo ed arriva il giorno della partenza fissata per il 30 marzo da Malpensa. La sera prima la passiamo a casa del nostro Iapo a preparare le ultime cose; lasciamo alla sua valiga e alla sua precisione l’onere e l’onore di portare con noi la storica bandiera italiana che ha segnato la maggior parte dei concerti storici dei Dream Theater (Rotterdam, New York, etc…) e fissiamo la sveglia per le prime ore del giorno dopo visto che il volo che porterà due di noi alla grande mela partirà proprio verso le 7. E Iapo? direte voi… beh, lui ha l’amico di cui sopra…. quello che lo fa volare gratis e con Delta Airlines, una degna compagnia americana, la stessa


che trasporta i marines in Iraq !!! Noi voliamo con American Airlines, un biglietto fatto al volo pur di poter avere il passaporto per tempo in quanto alla questura di Milano capeggiava un bellissimo slogan su ogni sportello dell’Ufficio Passaporti: “No Tickets, No Party” (nel vero senso..non parti!!!).

e l’oltrepassamento della dogana sono assolutamente ridicoli: coda in fila per 1, tutti insieme appassionatamente ad attendere che un poliziotto dentro un cabinotto di vetro dica la fatidica frase: “next please”. A quel punto ci si affaccia, si saluta e si appoggiano entrambi gli indici su una macchina che scansiona l’impronta digitale mentre una web cam marcata Plasmon ti fa una foto dopo che ti sei appena sbattuto un volo transoceanico di 9 ore !!!

Salutiamo Iapo, il quale gentilmente ci ha accompagnato in aeroporto, nonostante il suo volo parta 4 ore dopo il nostro, e ci rechiamo al nostro gate di partenza. L’appuntamento è, dopo qualche ora, direttamente in hotel a New York; impossibile sbagliare.

Evviva, ben tornati nella grande mela, dove all’aeroporto c’è il classico Ali Baba con turbante che ti carica sul suo taxi giallo e ti porta a Manhattan. Il nostro hotel è nel pieno centro di Manhattan; questa volta ci siamo trattati bene e l’Holyday Inn tra la Broadway e la Sesta ci aspetta; siamo a due passi dal centro, nello stesso blocco dell’Empire State Building e davanti a noi il Madison Square Garden.

Il nostro viaggio prosegue in maniera egregia tra il gelo dei posti vicino all’uscita di sicurezza (“prendiamo quelli cosi stendiamo bene le gambe !!!”) e il pianto del classico bambinosirena che si accende al decollo e smette all’atterraggio. Al 12mo del primo tempo siamo già svenuti sui nostri sedili e ce la ronfiamo fino al JFK destando anche la preoccupazione delle hostess, degli altri passeggeri e del bambino sirena che capisce subito che ha della reale concorrenza al suo casino!!!

L’impressione è sempre strana arrivando a New York anche se, per un momento, ti si stringe il cuore alla mancanza delle Torri Gemelle nella skyline laggiù in fondo a Downtown. Ricordo ancora, in occasione dello show del Roseland nel 2000, la mezza giornata passata al World Trade Center sotto l’ombra delle torri e la poca voglia di non salirci sopra a causa delle mie pesanti vertigini… ora non c’è più nulla, solo un grande buco che non abbiamo avuto il coraggio di andare a visitare.

Lo sbarco al JFK è qualcosa di ridicolo: dopo il 2001 non ero più tornato negli states ed ancora non avevo testato le nuove norme ridicole anti attentati. Le classiche domande, “hai con te delle bombe? Hai fatto parte di clan nazisti ? Qualcuno ha toccato la tua valigia ? Una hostess ti ha fatto l’occhiolino?”, sul foglio da compilare in aereo sono ormai una prassi che non fa più ridere ma, l’arrivo all’aeroporto

Il tempo di appoggiare i bagagli e siamo già sulle avenues a cercare i mitici venditori ambulanti di Hot Dog; uno spuntino e siamo di nuovo in hotel ad attendere Iapo che dovrebbe arrivare a momenti. E’ la voce della mia

ragazza, appena chiamata a casa in Italia per comunicare il nostro arrivo a destinazione, che mi dice “…sai, ha chiamato Iapo, dice di non aspettarlo per stasera perché ha avuto casini; ha PERSO l’aereo, oppure overbooking. Non ho ben capito comunque parte sicuramente domani. Dice che prima di entrare in aereo mi manda un sms cosi io vi mando una mail a conferma”. Il senso di dispiacere ci pervade per un attimo ma, non riusciamo bene a capire cosa è successo e il nostro terzo uomo è irraggiungibile al cellulare… decidiamo di aspettare il giorno dopo. Dopo un’abbuffata a base di Sushi, la frenetica Times Square è la nostra meta della prima serata ove subito veniamo riconosciuti (anche a New York ?) da uno dei tanti dreamers italiani venuti al concerto; la nostra disponibilità non è massima sia a causa del jet lag che della abbondante cena e pochissimo decidiamo di rientrare in hotel. New York, 31 marzo 2006; la sveglia non è proprio alle prime luci dell’alba ma, come prima cosa, decidiamo di cercare un internet point. Comp USA è sempre il posto migliore, su quinta strada è uno dei più grandi negozi di computer della grande mela. Ed è qui, infatti, che troviamo un computer con cui poter leggere le email. Una arriva puntuale dalla mia ragazza: “anche oggi Iapo non è partito; ha RIPERSO l’aereo;


farà la pazzia di venire su domani per stare solo il giorno del concerto e ripartire”. I commessi ci vedono ridere a più non posso, a questo punto immaginiamo che ci siano problemi di overbooking in quanto una persona non può perdere due aerei in due giorni…tutto rimandato a domani. New York è anche la città di alcuni nostri amici ed oggi è il giorno degli incontri: la prima persona che incontriamo e con la quale passiamo parte del nostro pomeriggio, è Danielle, la fantastica moglie di Jordan; sempre gentilissima con noi e disponibile per ogni evenienza. Lo scopo dell’incontro è quello di passare un po’ di tempo tra amici e mangiare qualcosa insieme e ciò avviene in un ristorantino in piena Manhattan dopo una mattinata passata su e giù per New York a fare shopping e a ridere dell’assenza del nostro terzo uomo. Il pranzo è rilassato, scopriamo che i Dream Theater sono in uno studio a Downtown a fare le prove per il concerto di domani sera; impossibile fare le prove direttamente al Radio City Music Hall, il costo del teatro è altissimo e sarebbe fuori budget. Danielle vuole svelarci la sorpresa della serata ma, noi, facciamo finta di non sapere niente e da bravi fan chiediamo che nulla ci sia rivelato!!! Il discorso si sposta subito su altri argomenti esterni ai Dream Theater e Danielle diventa la nostra personal shopper per un pomeriggio; chiamando un numero tipo l’892424 per darci l’esatta collocazione dei negozi che cerchiamo. Ovviamente siamo a New York, disponiamo di un discreto budget da spendere e cerchiamo tutti i negozi più interessanti, Nike Town, Puma Store, Nba Store, Yankee Store e chi più ne ha più ne metta. La risaputa sete di scarpe del sottoscritto non si fa attendere ed infatti trascorriamo più di un’ora in un Footwear.com a guardare e comprare scarpe di ogni tipo e modello con un

veloce e, dopo cena un giro in macchina a scorrazzare per la parte bassa di New York, e, a visitare lo storico Limelight ed altri locali a noi ben conosciuti, si torna in hotel e guarda un po’; stanno dando la replica delle nostra partita; apprezziamo i 40 e passa punti di Iverson e andiamo a dormire guardando la fine dei Blues Brothers…. commesso disponibilissimo a spiegare tutte le potenzialità di ogni tipo di suola e tessuto… e Simone, annoiato già dal terzo minuto di discorso, a guardarsi le commesse!!! Si fa sera; i sacchetti dello shopping sono pieni e decidiamo di fare tappa in hotel a lasciare giù tutto e riposarci un po’. Tra qualche ora inizia Philadelpia 76ers contro New York Knicks proprio al Madison Square Garden di fronte a noi, come possiamo perdercela ? Beh, un modo ci sarebbe… e viene accolto con entusiasmo; infatti, entrando in camera notiamo la lucina rossa della segreteria del telefono ed ascoltiamo il messaggio: “ciao amicco, mafiosso… come sta!!! qui Mozzarella, che fai stasssera….. viva Napppoli!!!”. Ciò che per voi sarà difficile decifrare già farà ridere Marco Sfogli mentre leggerà questo articolo; infatti si tratta di un messaggio del suo collega e batterista John Macaluso. Lo avevamo chiamato la sera prima ma un messaggio diceva che aveva perso il telefono e che ne sarebbe andato presto a comprare un altro: “lasciate un messaggio in segreteria e vi chiamerò al più presto” …e cosi è stato; proprio stordito il nostro Macaluso!!! Il messaggio ci scombina ogni programma, dal progetto partita NBA ci troviamo catapultati in un altro ristorantino a mangiare carne di ogni tipo e serviti da almeno 3 camerieri differenti con tanti di sommellier dei vini e delle acque…. New York è anche questo !!! La serata scorre

Il sabato è alle porte…. il primo giro è sempre a Comp USA a leggere le email….questa volta è proprio Iapo che ci scrive: anche oggi overbooking; Iapo ha ANCORA RI-perso l’aereo. Nella mail, Ivan si scusa con noi per la sua mancata presenza e lamenta l’amico (“amico” è ancora la parola giusta per definire questa persona ?) che gli ha fatto perdere tre voli consecutivi… speriamo solo che l’amico “infame” possa aver fornito delle valide spiegazioni al nostro Iapo sulla figura di merda appena fatta onde evitare pestaggi o percosse che in ogni caso sarebbero meritatissimi. La giornata trascorre tranquilla ancora a zonzo per la città; avendo entrambi già visitato New York più volte, ed essendo li per pochissimi giorni, decidiamo di occupare ancora tutta la giornata di sabato per la rimanente parte di shopping… peggio delle donne !!! Alle 3.00pm si torna in hotel e troviamo ad aspettarci un altro amico che insolitamente è venuto a cercarci in hotel, avendo questo nostro recapito e, carramba, ci incontriamo per botta di culo ed è festa. Darko di Germania è il nostro uomo all’Avana; colui che ha immortalato con i suoi scatti, tantissimi concerti dei Dream Theater e, colui che ha collaborato alla stesura degli ultimi tourbook. Darko e moglie sono a New York per una settimana di vacanza e colgono l’occasione di vedersi il concerto; decidiamo di mangiarci qualcosa e poi di recarci al Radio City.


Usciti dal ristorante prendiamo il classico taxi giallo e, facciamo la conoscenza dell’unico taxista di New York che non conosce il Radio City Music Hall e ci chiede informazioni in merito. Dopo neanche 5 minuti siamo già davanti alle insegne del locale; tutti i partecipanti al concerto sono stati distribuiti su due lunghissime file di fianco al blocco di case e grattacieli in cui è inserito il Radio City. Noi rimaniamo davanti al locale in attesa dei nostri pass e dell’impareggiabile Danielle che arriva all’orario prestabilito il giorno prima con figlie al seguito. Arrivano anche alcuni familiari della band ma ci sarà più tempo di salutarli dopo il concerto nell’immenso e infinito aftershow che è in programma. Si è fatta l’ora di entrare anche per noi e scopriamo che le due file a fianco al locale sono molto più lunghe di quello che ci aspettavamo…da classici italiani ci diciamo che non esiste e con un paio di supercazzole degni dei migliori anni di Amici Miei, riusciamo ad inventarci il nostro ingresso privilegiato ed in 5 minuti siamo già dentro al Radio City e seduti ai nostri posti. L’atmosfera è tesa, c’è tantissima gente che aspetta l’evento e all’orario prestabilito le luci si spengono ed inizia il concerto. Un nostro caro amico e socio del Fan Club ha fatto una bellissima

recensione per eutk.net e, grazie all’amicizia con tutto lo staff del sito e alla continua collaborazione, ci è stato permesso di poter pubblicare la recensione di Michele Auriemma, anche sulla nostra fanzine. Ciò che è successo al concerto lo leggerete nelle prossime pagine di fanzine, lo vedrete immortalato nelle immagini del quarto numero di YtseMagazine che pubblicheremo a fine giugno ma, soprattutto, lo potrete vedere, ascoltare direttamente in casa vostra dalla fine di agosto con l’uscita di “Score”; ovvero la testimonianza audio e video di tutta la serata del Radio City Music Hall. Il nostro viaggio si conclude il giorno dopo con il ritorno a casa e i ricordi di un bellissimo concerto e di una sempre stupenda città. A Malpensa ci aspetta Iapo sconsolato, il mio bagaglio non arriva, è stato spedito per errore a Miami; chissenefrega, il giorno dopo mi sarà consegnato a casa e tutti i miei acquisti saranno salvi. E la nostra bandiera italiana? Beh, l’abbiamo lasciata nella valigia di Iapo ;-) Petrus Dream Theater 20th Anniversary Tour Grand Finale Radio City Music Hall New York City Il Radio City Music Hall di New York è una delle più grandiose creazioni Art Déco ed uno dei teatri più famosi e prestigiosi del globo. Ha ospitato artisti del calibro di Frank Sinatra, B.B. King, Ray Charles, Deep Purple e, da ultimi, Tool e Coldplay. Non vi è dubbio che i Dream Theater non potevano scegliere palcoscenico migliore per celebrare i venti anni di attività. Per l’occasione i

biglietti disponibili, circa seimila, risultavano esauriti già da diversi mesi precedenti l’evento. L’atmosfera pre-concerto è davvero elettrizzante, la cornice offerta dal palco del Radio City semplicemente maestosa; enormi sono le attese, anche perché la serata sarà immortalata su dvd/cd, tante le speranze per una setlist all’altezza e, soprattutto, per la “sorpresa” promessa ai fans da Mike Portnoy. L’introduzione dello show, come da prassi, è affidata alla colonna sonora di “Arancia Meccanica” e dal successivo video dedicato al ventesimo anniversario della band, che contribuisce a scaldare non poco i presenti. L’outro di “In the Name of God” segna l’inizio vero e proprio, seguita, come al solito, dall’opener dell’ultimo studioalbum, “The Root of All Evil” accolta da un autentico boato e con grande trasporto dai fans. L’aspetto che principalmente colpisce durante queste prime battute è l’estrema pulizia e nitidezza dei suoni, l’acustica è di primissimo ordine, non avevo finora mai assistito ad un concerto della band newyorkese con un sound così ben definito. A seguire, forse inaspettatamente, un’altra traccia estrapolata da “Octavarium”, la quasi “pop” “I Walk Beside You”, il cui refrain molto godibile è cantato da tutta la platea, con un Petrucci stile “The Edge”. Dopodichè si torna indietro nel tempo, fino al lontano 1985, data di nascita dei Majesty, primo moniker dei nostri. La canzone proposta è ovviamente “Another


Won”, il primo brano in assoluto composto da Portnoy e soci, ed in verità, nonostante l’ottima esecuzione, l’accoglienza ed il coinvolgimento del pubblico è un po’ freddina, evidentemente è un brano sconosciuto ai più. Lo schema del concerto segue quello standard del tour 2005/2006, di conseguenza i pezzi si susseguono in ordine cronologico: è il turno di un classico, “Afterlife” (da “When Dream & Day Unite”), suonata in modo impeccabile, pulitissimo e spettacolare l’unisono chitarra/ tastiera nella parte strumentale centrale. Da “Images & Words” viene estratta “Under a Glass Moon”, e qui la prestazione vocale di LaBrie, in particolar modo nella prima strofa e seguente chorus, non è particolarmente convincente; impeccabile, invece, l’assolo di John Petrucci (alle prese con dei piccoli problemi tecnici durante la prima parte del brano), tra i più belli dell’intera discografia del Teatro del Sogno. Non la eseguivano live da diverso tempo, l’hanno ripescata in occasione del tour americano: il riferimento è inerente a “Innocence Faded”, una delle perle nascoste di “Awake”, ingiustamente sottovalutata, e questa volta l’interpretazione vocale di LaBrie è ottima, quantunque il brano presenti dei passaggi davvero ostici. Anche qui l’eccellente acustica contribuisce in modo fondamentale a valorizzare la sezione strumentale “alla Rush” e l’intricatissimo outro chitarristico di Petrucci. Segue uno dei momenti topici del concerto, “Raise the Knife”,

proveniente dalle demo-sessions di “Falling into Infinity”, resa ancor più epica rispetto alla versione originale grazie agli inserti tastieristici di un ispirato Jordan Rudess, il tutto sorretto dalla sezione ritmica cronometrica del duo Myung/Portnoy e da un LaBrie sempre più a suo agio dopo le piccole incertezze palesate ad inizio concerto. A chiusura del primo set, in una collocazione anomala rispetto alla maggior parte delle esibizioni di questo tour, tratta da “Scenes From a Memory”, “The Spirit Carries On” cantata ovviamente a squarciagola da tutti i presenti; ad ogni modo non vi ho ritrovato la stessa magia che si respirava, ad esempio, al Palalottomatica di Roma il 31 ottobre del 2005. A metà concerto la sensazione un po’ generalizzata è quella di un’esibizione sì di alto livello (in particolare per le esecuzioni di “Afterlife”, “Innocence Faded” e, soprattutto, “Raise the Knife”), ma comunque non all’altezza delle elevatissime aspettative, anche alla luce del fatto che di autentiche sorprese fino a quel momento non ve n’era stata traccia. Durante i quindici minuti scarsi di intervallo, risuona nel teatro la versione acustica di “Trial of Tears” degli ormai famosi Pipo & Elo, ma l’attenzione di tutti è, ovviamente, rivolta a come sarà il prosieguo del concerto una volta rialzatosi il sipario. L’attesa non si trasforma in vana

illusione, infatti il secondo set inizia con l’ “Overture” di “Six Degrees of Inner Turbulence” suonata esclusivamente da una vera e propria orchestra di circa 30 elementi: l’Octavarium Orchestra. Descrivere il clamoroso entusiasmo dei presenti al momento dell’improvvisa apparizione ed alle prime note suonate dall’orchestra in questione credo sia pleonastico: autentico delirio! La previsione di alcuni circa la presenza dell’orchestra si è dunque materializzata, meno prevedibile era forse il fatto che fosse suonata nella sua interezza la suite omonima del secondo cd di “Six Degrees of Inner Turbulence” (tra l’altro vero pallino di Portnoy), come invece in realtà è accaduto. Personalmente non gradisco tantissimo la versione in studio, principalmente perché ritengo un po’ “slegati” tra loro gli otto movimenti che la compongono. Devo però ammettere che ascoltata nella sua interezza dal vivo, e, specialmente, con tutte le parti originariamente arrangiate da Rudess (qui in veste di “semplice” pianista) suonate e riarrangiate in modo superbo dall’Orchestra, ha assunto una luce del tutto diversa. A tal riaguardo consiglio tutti coloro i quali non hanno avuto la fortuna di assistere dal vivo alla performance del primo di aprile di godersi il dvd di prossima uscita (prevista per agosto/settembre), ne varrà davvero la pena. Anche brani già presenti sul precedente “Live at Budokan”, quali “War Inside My Head/ The Test That Stumped Them All” (impressionante la partecipazione del pubblico durante la loro esecuzione) o “Goodnight Kiss” (da pelle d’oca il solo finale di Petrucci accompagnato dall’Orchestra, altro momento indimenticabile dell’intero concerto) hanno giustificato appieno la loro presenza in scaletta proprio in virtù di questa esecuzione “sui generis”. E che


dire dell’attacco di “About to Crash (Reprise)”, per il sottoscritto il miglior momento della suite! Sublime, poi, il crescendo di “Losing Time/Grand Finale”, con un Labrie letteralmente da brividi. Dopo così tante emozioni concentrate nel lasso di tempo di poco più di 40 minuti, l’esecuzione di “Vacant” (unica traccia tratta da “Train of Thought”) cantata da Labrie con il delicato tappeto sonoro della sola Orchestra, appare come una sorta di pausa, forse per qualcuno un semplice riempitivo. In effetti, magari, la si poteva far seguire da “Stream of Consciousness”, suo effettivo completamento, ma un po’ per motivi di opportunità (anch’essa era già presente sul “Live at Budokan), principalmente per motivi di tempo (i concerti al Radio City Music Hall devono tassativamente terminare entro le 23.00, pena sforamento un’ammenda pecuniaria pesantissima), e di conseguenza ci si è dovuti “accontentare” di una pur lodevole “The Answer Lies Within”, in cui gli inserti orchestrali, uniti al pathos interpretativo di LaBrie, ne hanno indubbiamente migliorato la resa. Da accapponare la pelle, dato il luogo in cui ci trovavamo, l’atmosfera creatasi durante l’intro di “Sacrificed Sons”, in cui i due maxischermi posti sopra i due lati del palco proiettavano immagini di repertorio inerenti la tragedia dell’ 11 settembre 2001: una ferita ancora aperta nel cuore e nella mente dei newyorkesi. Anche qui la parte strumentale centrale, impreziosita dal suono di una vera orchestra, risultava ancor più incisiva e coinvolgente che su disco, mentre nel finale un Portnoy scatenato (alla “Finally Free”, per interci) chiudeva nel migliore dei modi uno dei momenti più toccanti dello show. A seguire luci proiettate unicamente su Rudess, è il momento dell’incipit del brano forse più atteso: “Octavarium”. Qui Rudess sciorina tutto il suo “arsenale”, costituito dal Continuum, dal buon vecchio

Moog e dalla Lap steel Guitar (tanto cara a musicisti del calibro di Steve Howe e David Gilmour) dilatando al massimo i suoni e creando un’atmosfera avvolgente tipicamente pinkfloydiana. La mammuth-song prende via via consistenza, grazie ad un crescendo sorretto dal basso di Myung, finalmente protagonista della scena, e dall’incredibile solo Moog di Rudess collocato prima della terza parte della suite, Full Circle, scritta (come ormai tutti sapranno) secondo la tecnica dello “stream of consciousness” (stavolta non si tratta della song summenzionata!) ed accompagnata sui maxischermi dalle immagini di tutti gli albums (o riferimenti, tipo quello a Mighty Mouse) ivi menzionati, acclamati a gran voce dai sempre più entusiasti fans; si arriva quindi, dopo il delirio prog strumentale (con annesso un divertente cartoon avente come protagonisti proprio i 5 newyorkesi), all’esplosione, durante “Intervals”, del rabbioso “Trapped inside this Octavarium”, con conseguente “esplosione” collettiva, per poi giungere allo struggente climax finale di “Razor’s Edge” con il solo di Petrucci reso ancor più maestoso grazie all’intervento dell’Orchestra. Il momento più alto del concerto, probabilmente uno dei brani più emozionanti a cui mi sia stato dato modo di assistere dal vivo. Siamo dunque giunti alla chiusura del secondo set, come da tradizione si è in attesa dell’encore, e mai come stavolta il bis era scontatissimo: quale brano, infatti, può costituire la degna conclusione per il concerto dell’anniversario? Domanda retorica, visto che il brano più rappresentativo (anche se, forse,

non il migliore in senso assoluto) della carriera dei Dream Theater è “Metropolis pt 1”. A render ancor più preziosa, ed in un certo qualmodo “unica”, l’esecuzione di questo anthem è proprio la presenza dell’Octavarium Orchestra, che ne suona dal vivo l’incipit, solitamente diffuso su base registrata: l’effetto è stato meravigliosamente devastante, l’arrangiamento al di là di ogni più rosea previsione, con un LaBrie ancora brillante, nonostante l’evidente, ed umana, stanchezza, insomma l’ideale apoteosi di un concerto sicuramente memorabile per chi l’ha vissuto in prima persona (almeno dalla seconda parte in poi). Ovviamente, come sovente accade allorquando si tratta dei Dream Theater, roventi polemiche sono sorte in rete riguardo la composizione della set-list. In molti si sono dichiarati delusi, ritenevano che i brani scelti non raffigurassero degnamente la carriera dei newyorkesi. Quando si ha un repertorio così vasto, e soprattutto quando i lavori più acclamati sono collocati temporalmente abbastanza indietro, è naturale che sorgano tali polemiche; io stesso, se non mi fossi trovato personalmente al Radio City Music Hall, sarei stato molto critico. Però, posso assicurare che per chi vi ha assistito, grazie alla splendida e storica location del Radio City di New York, al calore ed all’entusiasmo della gente, all’acustica quasi perfetta, alla prestazione impeccabile di 5 musicisti comunque provati da un tour interminabile ed alla riuscitissima (anche dal punto di vista dell’impatto visivo) presenza dell’orchestra, si è trattato certamente di un avvenimento da custodire per sempre nella memoria. Michele “Madball” Auriemma www.eutk.net


Transatlantic, The Tangent, Kino, The Jelly Jam…c’è da dire che, negli ultimi anni, la riscoperta del ben noto concetto di “supergruppo” (termine nato ufficiosamente con la genesi dei portentosi U.K., anche se spesso viene utilizzato già per gli Emerson, Lake & Palmer) ha condizionato in maniera rilevante il roster della Inside Out. Ma la prestigiosa label europea non è stata la sola a cadere vittima di questa nuova frenesia fatta di Pro Tools, DAT, studi personali e chi più ne a più ne metta, visto che il numero di progetti tra musicisti prestigiosi ha subito una decisa impennata all’interno di etichette grandi e piccole, sopravanzati soltanto dalle continue reunion di band storiche od anche semplicemente di culto. Ad ogni modo la diffusione del fenomeno si è manifestata sotto l’occhio di tutti, trascinando con sé una serie di discussioni molto interessanti, che spaziano dalle cause (ad esempio, in un periodo dove ci si lamenta di una persistente crisi di vendite discografiche, che senso ha sviluppare ulteriori collaborazioni oltre ai gruppi principali?) alle conseguenze (la qualità intrinseca degli album composti) di operazioni del genere. Tuttavia lasciamo pure sullo sfondo il discorso generico che si profila grazie a questo piccolo cappello introduttivo per parlare, invece, proprio della più curiosa e potenzialmente valida avventura realizzata sotto l’egida della casa discografica tedesca. Per chi non lo avesse ancora capito ci riferiamo ad O.S.I., acronimo che nasconde dietro la sua misconosciuta sigla l’acuto

rimando all’Office of Strategic Influence, una sorta di ufficio di pubbliche relazioni internazionali che il Pentagono statunitense aveva in mente di aprire all’indomani degli attentati dell’11 Settembre 2001. Non un ufficio qualsiasi, però, bensì un possibile organo di propaganda in grado di manipolare l’informazione affinché l’immagine degli U.S.A. e della sua politica internazionale ne uscisse rafforzata (soprattutto agli occhi delle nazioni non propriamente considerate amiche). Archiviata questa curiosità lessicale, comunque, ritengo che per l’appassionato del pentagramma sia molto più stimolante discernere le tre personalità che costituiscono l’ossatura di questo ensemble, anche perché stiamo parlando di alcuni tra gli artisti più influenti della moderna scena progressive, ovvero Jim Matheos, il redivivo Kevin Moore e l’onnipresente Mike Portnoy. Un’unione quantomeno bizzarra, quindi, soprattutto tenendo a mente il diverso percorso artistico intrapreso da ognuno dei protagonisti appena menzionati. Già, perché se da una parte la collaborazione tra il leader dei Fates Warning ed il lunatico tastierista newyorchese è sempre stata parca ma costellata di sublimi capolavori (per chi scrive “A pleasant shade of gray” rappresenta il miglior disco mai ascoltato!), dall’altra sono in molti ad aver registrato (durante il recente passato) un certo “gelo” tra i due ex-colleghi del teatro dei sogni, soprattutto in seguito alla dipartita dello stesso Kevin dalla band che lo ha reso famoso. Tuttavia sappiamo che l’istrionismo

e la proverbiale loquacità di Portnoy rappresentano da sempre l’antitesi perfetta al malinconico silenzio di Moore, un silenzio perpetrato anche tramite il curioso vagabondaggio che ha spinto l’alchimista dei tasti d’avorio prima a Santa Fè (Messico), poi in Costa Rica, ad Istanbul (Turchia) ed infine a Montreal (Canada). Eppure alcuni dettagli apparentemente marginali come le recenti foto promozionali (che ritraggono soltanto Matheos e Moore) e lo scivolamento di Mike nella lista degli ospiti (nel booklet di “Free”) lasciano presagire quello che già da tempo aleggiava tra i più informati, ovvero l’insoddisfazione crescente del drummer in mancanza di un ruolo più attivo in termini di songwriting, con conseguente allontanamento dalla line-up ufficiale. Ma in attesa di ulteriori conferme forse è più indicato chiudere temporaneamente qui la piccola parentesi extra-musicale e concentrarci, invece, sulle note e le canzoni composte dall’ardito triangolo di strumentisti. Dunque, innanzitutto è bene ricordare che il primo disco targato O.S.I. ha visto la luce durante la primavera del 2003, rappresentando un mix tra gli ultimi Fates Warning (quelli di “Disconnected”, tanto per capirci), i Tool ed i Chroma Key proprio di mister Moore. La cosa che non tutti sanno, però, è che in origine la direzione musicale del combo doveva essere improntata nei confronti di un prog metal abbastanza tecnico e roccioso. Infatti la conferma l’aveva data al sottoscritto proprio lo stesso Jim Matheos (Metal Force n. 18 - Maggio 2003), spingendosi oltre


ed affermando che all’inizio c’erano diverse probabilità che il ruolo di singer venisse ricoperto da Steve Walsh (degli immensi Kansas) o da Daniel Gildenlow (dei geniali Pain Of Salvation). Da grande estimatore di entrambi i vocalist appena citati ritengo di essere tra i molti curiosi che avrebbero gradito sentire il materiale finale con incluse queste altisonanti partecipazioni, ma sappiamo che il destino ha deciso diversamente, pertanto inutile fasciarci la testa in eterno. Quindi torniamo agli O.S.I. attuali, anzi passiamo direttamente a “Free”, per l’appunto la nuova fatica che da qualche settimana ha fatto la sua comparsa tra le attesissime uscite discografiche. La partenza del CD è ancora una volta molto sostenuta, proprio come ci aveva dimostrato “The new math” sul debutto, anche se le coordinate stilistiche sembrano subito indirizzarsi verso un sound decisamente tecnologico, ossessivo (splendido il giro di basso creato dal “nuovo” ospite, ovvero il fido Joey Vera), che mantiene diversi retaggi heavy soltanto grazie al mai prolisso Jim. Insomma, “Sure you will” è un buon biglietto da visita ed insinua ottimismo per la buona riuscita dell’album, lasciando dopo poco più di tre minuti e mezzo lo spazio alla title-track, che ricalca pedissequamente le gesta dell’apripista grazie ad un riffing molto serrato. Ma, proprio come tre anni fa, è di nuovo il terzo brano la chiave di volta che fa bruscamente cambiare rotta alla corazzata OSI, indirizzandola in maniera quantomeno decisa verso i meandri insiti nella contorta psiche di Kevin Moore, il quale nell’arco di poche battute sale in cattedra

e si ripete come il protagonista assoluto delle trame sonore. Ed infatti la malinconica tristezza che affiora dai flebili passaggi di “Go” richiama alla memoria proprio l’ipnotica litania di “When you’re ready”, lasciando alla fredda e distaccata voce del tastierista il compito non facile (considerata la staticità del pezzo) di mantenere viva l’attenzione nei confronti della composizione. Ciò nondimeno, dopo tre dischi usciti come Chroma Key ed il primo omonimo targato OSI, la disarmante naturalezza con cui si muove Kevin in questi paesaggi crepuscolari e minimalisti pare che non si possa più mettere in discussione. Anzi, “Go” diventa l’ennesimo gioiello dall’angoscioso incedere, abbarbicato su di una serie infinita di claustrofobici effetti e loop che vale la pena gustare con l’aiuto di una preziosa cuffia, in modo da poter apprezzare al meglio tutte le variegate sfumature che fanno sommessamente capolino tra i solchi del CD. Non solo. La canzone in questione contiene persino un clamoroso assolo “vintage” pieno di svisate che di sicuro farà emozionare tutti quegli appassionati che, nell’eterno dibattito tra i keyboard-wizards dei Dream Theater, sono stati malignamente apostrofati come le vedove di Kevin Moore (ed io sono uno di quelli, eheheh…). Ed anche se la successiva “All gone now” registra il fugace ritorno dell’abrasiva chitarra di Matheos non fatevi ingannare, chi detta i tempi e le sensazioni rimane sempre Kevin, il quale lasciato sfogare l’axe-man dei Fates Warning torna a filtrare la sua (eterna?) disperazione nella struggente “Home was good”,

dove le note della sei corde sono davvero centellinate e messe a completa disposizione del set futurista e glaciale generato dai synth. Ma Portnoy dov’è finito, direte voi? Se fossimo alle previsioni del tempo potremmo adoperare la sigla “Non pervenuto”, in quanto il celebre drummer è costretto ad un’insolita pausa di riflessione. D’altronde è il mood dei brani a reclamare una prestazione ritmica il più delle volte lineare ed artificiale (leggasi drum machine), obbligando il buon Mike ad una certa inoperosità. Ecco forse spiegate per sommi capi le ragioni del suo chiacchierato malumore. Torniamo alla musica, comunque. Arriva “Bigger wave”, e proprio come sussurra Kevin al nostro orecchio (“I was thinking there’s a bigger wave…just when I miss one”) il materializzarsi di un’onda più grande dopo che ne viene mancata una si palesa a metà del brano, grazie ad una scarica adrenalinica fornita dal quartetto al gran completo. L’impatto è ben congeniato e rappresenta il marchio di fabbrica che i nostri


cesellano con certosina pazienza di secondo in secondo, ovvero quello di una band che unisce le allucinazioni più deviate dei Pink Floyd ad alcuni elementi cardine della new wave, completando il mix con l’inevitabile retaggio heavy che è ben saldo nel background di ognuno dei protagonisti di OSI. D’altronde l’ipnotica “Kicking” è lì a dimostrare come questa insolita unione possa funzionare senza troppi patemi d’animo, basta saper dosare i diversi ingredienti nel modo giusto. Con la grintosa “Better”, invece, torna un pò della carica riscontrata ad inizio lavoro, sebbene i tempi rimangano sempre molto quadrati e perdano un pò di efficacia a lungo andare. “Simple life” presenta, al contrario, un break centrale in pieno stile “FWX” che prospetta l’avvicinarsi di un frangente di puro prog-metal, ma è un falso allarme dato che il pezzo ritorna placido, non prima di averci relegato però un dissonante assolo di Matheos. Giungiamo al termine del platter. E’ il momento della mistica “Once”, il brano più lungo (6 minuti e mezzo), dove i fraseggi si colorano di sublimi tinte orientali, disegnando un’infinita distesa di sabbia sulla quale soffia con ineluttabile leggerezza la voce di Kevin. La chiosa finale, invece, è affidata ad una ballad (anche in questo

caso proprio come nel debutto), la controversa “Our town”, dove ci troviamo di fronte ad uno strambo episodio di country alternativo. Ma talvolta l’esperimento riesce a metà, ed infatti il fascino di “Standby (looks like rain)” non viene nemmeno sfiorato dalla canzone in questione. Poco male, comunque, dato che riordinando le idee questo “Free” rappresenta ugualmente un deciso passo avanti rispetto all’esordio, non fosse altro perché adesso il suono d’insieme risulta più omogeneo e definito rispetto al pur discreto patchwork creato nelle prime dieci tracce. Certo, a voler essere puntigliosi si può dire che manca la zampata decisiva che consacra l’ensemble e lo fa emergere nel mare magnum dei tanti progetti che durano lo spazio di un mattino (come ad esempio gli arcinoti Liquid Tension Experiment), ma in cantiere sta già bollendo un inatteso tour dal vivo, per cui pare proprio che la volontà dei singoli sia quella di continuare l’avventura ed ammantarla di ulteriori episodi. L’ufficio rimane aperto, per fortuna. P.S. Come consuetudine la Inside Out ha arricchito l’uscita di “Free” con l’ormai classica special edition, che in questo caso presenta l’aggiunta di una serie di brevi composizioni (6 per la precisione)

molto intriganti. Si va dalla strepitante “OSIdea 9” all’algida “Communicant”, passando per la monolitica piece elettronica “Remain calm”, sublime incontro tra il rock psichedelico del passato (“A sourceful of secrets” torna subito alla mente) e quintalate di effettistica moderna. Igor Italiani

Intervista a Kevin Moore e Jim Matheos realizzata a Parigi il 13 Aprile 2006 da Fabien Labonde (ADN) per Your Majesty (Fan Club ufficiale francese). Kevin Moore (che mi prende in contropiede, fa’ lui la prima domanda): Qual’è la differenza tra Free e il primo album? YM:Buona idea … tu fai le domande ed io rispondo, può essere divertente! Kevin Moore: Sai, tutte le interviste iniziano con questa domanda! YM:Dove passa la tournée promozionale? Jim Matheos:Madrid, Londra, Milano, Parigi ... in Germania sarà fatta per telefono visto che è difficile incontrare tutti i giornalisiti in una sola città. YM: Avete concepito e registrato


l’album a distanza, è diventata un’abitudine? Jim Matheos:Si, è così che abbiamo fatto per il primo album. Io ho registrato delle sessioni dei pezzi nel mio studio e li ho inivati a Kevin, che li ha ascoltati, ha selezionato i brani sui quali voleva lavorare in base a quello che poteva aggiungere, e me li ha rinviati. Questo metodo può richiedere tempo, ma alla fine si ottiene sempre un compromesso. Kevin Moore: Per il primo album, Jim mi ha inviato dei riff di metal progressive e abbiamo dovuto modificarli… questa volta invece, ho ricevuto della musica che assomigliava già all’OSI. Ho aggiunto delle tastiere, della chitarra e della programmazione fatta da me, a Istanbul e Montréal. La parte cantata è stata registrata in Florida, per caso, e la batteria con Mike nel Connecticut. YM: Entrambi suonate chitarra e tastiere, qual’è stata la divisione dei ruoli? Jim Matheos: Non c’è un metodo, ognuno registra a casa sua, a volte modificando le parti dell’altro e poi prendiamo le parti migliori per ogni canzone. Kevin Moore: E’ per quello che alla fine ci sono tante tastiere nell’album… (ride). Jim Matheos: In particolare Native Instruments Absynth, Access Virus e Waldorf Microwave. Ci sono comunque molte parti di chitarra, a sei corde, ma accordate per suonare più grave. YM:Sembra che OSI si basi sulle vostre idee, ci sono però delle influenze esterne al gruppo? Kevin Moore: Non proprio, quando suonavo nei Dream Theater, ero influenzato dai Rush, Yes, dai gruppi o più in particolare dai tastieristi. Adesso è più difficile a dirsi, soprattutto per questo album. YM:Ormai è Joey Vera (Fates Warning, Armored Saint) che suona il basso nell’OSI, dopo Sean Malone. Qual’è il motivo? Kevin Moore: Tutti ci chiedono « perché vi siete sbarazzati di Sean Malone? » … è stato invitato sul primo album. Questa volta volevamo invitare un altro bassista e Joey era disponibile, noi lo conoscevamo e la scelta è stata

facile. YM:Steven Wilson ha partecipato ad una canzone del primo disco. Non avete voluto rinnovare l’esperienza con lui o c’è un altro invitato? Jim Matheos: Abbiamo voluto fare di OSI un gruppo, Kevin e me. Kevin è il cantante, non c’è motivo di invitare un cantante. YM:Oltre alle registrazioni di OSI al tempo dei concerti dei Fates Warning (tournée 2003), non avete avuto voglia di fare dei live con il gruppo? Jim Matheos: La tournée non è ancora prevista. Principalmente è un problema di business, bisogna accertare l’interesse del pubblico. Kevin Moore: OSI non ha mai fatto una tournée. Questa implica tutta una logistica, un costo… è un bel modo per perdere soldi. Aspettiamo il supporto della label e dei promoter. Jim Matheos: Dopo si lavorerà sugli aspetti artistici, Kevin dovrà cantare e suonare contemporaneamente, una chitarra potrebbe non essere sufficiente… Kevin Moore: E’ un’altra cosa anziché essere davanti ad un computer e spingere su “play”! Questo richiede pratica! YM: Potreste fare degli Opening Act? Jim Matheos:Non penso, preferiamo controllare la produzione del concerto, fare qualcosa di più interessante. YM:Kevin, quando ti siedi al piano e suoni spontaneamente, ti viene da suonare dei pezzi dei Dream Theater o prima ancora? Kevin Moore: No, non ho un piano… (ride). YM:Hai seguito la carriera del gruppo? Kevin Moore: Non proprio, non ho ascoltato gli ultimi album. YM:In questi ultimi anni, ti hanno invitato a dei concerti… (Kevin fa’ no con la testa e mi invita a cambiare domanda al più presto) YM: Una domanda per Jim… Kevin Moore: Posso essere io Jim se vuoi! Le domande sono talmente simili… « quali sono i tuoi tre

album preferiti? » YM: Proviamo… Jim, dopo Away With Words e First Impressions (i suoi due album da solista) fino all’OSI, hai cambiato il tuo modo di suonare la chitarra. Quali aspetti musicali vuoi esplorare adesso? Kevin Moore: Ah… pensavo che fosse una delle solite domande… (ride). Jim Matheos: I due album che hai menzionato sono nati dalla voglia di ascoltare e suonare la musica in modo diverso. Mi piace provare altri stili, farò anche un album acustico quando avrò tempo, o della musica d’ambiente, più minimalista. YM:I vostri album sono distribuiti dalla Inside Out, la stessa di Steve Howe e Devin Townsend… Quali sono gli artisti dell’etichetta che vi interessano di più? Jim Matheos: (fa’ una smorfia) … Non sono molto familiare con gli altri gruppi dell’etichetta. Penso che il solo di cui potrei chiedere un CD alla label sia Klaus Schulze. YM: Vorresti incontrarlo? Jim Matheos: No, ma mi piacerebbe ascoltare bene il suo ultimo disco. YM: Kevin, negli ultimi tre album tuoi, hai collaborato con artisti locali. Quali sono i tuoi progetti e con chi? Kevin Moore: Per il momento niente in vista con Chroma Key. Ma Yagmur Taylan, il realizzatore del film per il quale ho scritto la colonna sonora (Okul – BO apparso sotto il nome di Ghost Book) girerà un secondo film quest’inverno e probabilmente ne scriverò la musica. Non sarà una commedia horror, ma un film più mistico. Questa cosa mi cambierà, come OSI che mi richiederà parecchio lavoro!


Molti di voi che stanno leggendo sicuramente avranno visto almeno un concerto dei Dream Theater, o di qualsiasi altro artista. Sarete entrati all’interno del palazzetto (o dell’area all’aperto in estate), avrete visto la band suonare (magari con altre band di supporto), sarete usciti e avrete discusso con gli amici di quanto è stato bello o brutto. Semplice vero? Avete mai pensato a tutto quello che succede dietro, sotto, sopra e davanti al palco nelle ore che precedono il concerto e nelle ore che lo seguono? Avete visto sicuramente tecnici, roadies, facchini e security muoversi freneticamente prima, durante e dopo lo show ma, sicuramente non avrete visto LUI! Il Tour Manager: colui a cui fa capo tutta la situazione riguardante il concerto, colui che coordina praticamente tutti da prima dell’inizio del concerto a quando la strumentazione è completamente smontata e la band e i tecnici si imbarcano sul tourbus per la prossima destinazione. Nelle prossime pagine, grazie a Scott Hansen da San Diego un’intervista estesa al sesto uomo dei Dream Theater: Rikk Feulner, dal Tennesse con furore!!!! S.H.:Da quanto tempo sei il tour manager dei Dream Theater? R.F.: Praticamente del 2002, dal tour di Six Degrees. S.H.:Di preciso cosa fa il tour manager? R.F.:Prima di tutto il tour manager prenota tutti i voli, gli hotel, programma tutto quello che serve per arrivare dal punto A al punto B, praticamente dalla città di un concerto alla città seguente.. Quando viaggi per tutto il mondo come fanno i Dream Theater, devi essere pronto a tutto. Ci troviamo ad usare qualsiasi mezzo; dal viaggiare in bus, all’aereo, sui furgoni, su tutto. Penso che l’unica cosa che non abbiamo ancora sperimentato siano i muli! (ride) Per lo meno non ancora! Tra me ed il production manager, quando prepariamo il tour insieme, passa un bel mese, sei settimane o a volte anche due mesi in cui programmiamo tutto ancor prima di iniziare. Per esempio, l’anno scorso sapevamo che saremmo partiti dall’Inghilterra e abbiamo trascorso due mesi a discutere su come muoverci per fare arrivare tutto l’equipment in Inghilterra, dove andare a fare le prove generali del tour, prenotare i bus, ipotizzare quanti camion sarebbero serviti e decidere

quanta e quale produzione ci serviva. Abbiamo contattato delle società di suoni, luci, video ma, anche di bus, camion, catering e ci siamo fatti preventivare tutto cercando di trovare quella che ci proponeva il prodotto migliore, la migliore strumentazione... principalmente avevamo bisogno di limitare i costi, come in ogni business. S.H.:Avevate un budget da rispettare? R.F.:Si, più o meno. Frank Solomon, il manager della band, ci dice: “questo è il nostro budget, quello che possiamo spendere; stateci dentro”. E’ compito mio e del production manager fare in modo che i conti tornino. Quando ci mettiamo al lavoro, di solito, il production manager segue la crew, le luci, video e suoni mentre io mi occupo dei bus, camion e catering. Ovviamente, se io ho maggiori contatti in un area specifica, la faccio io e viceversa. In pratica è così che si inizia, e poi continuiamo a fare tutto insieme, decidendo dove andare a fare le prove generali, dove inizia il tour, prenotando voli e hotel. Inoltre, decidiamo gli orari delle partenze, delle colazioni, pranzi e cene, i sound check, e l’inizio dei concerti. Molti posti hanno

il “curfew” (in italiano si traduce con il termine “coprifuoco” ma solitamente la si intende una parola tecnica e la si tiene in inglese, in ogni caso il “curfew” è l’orario massimo di termine del concerto) per cui tendiamo a fare la programmazione alla rovescia usandocometerminediriferimento il “curfew” e programmando la giornata all’indietro; ecco perchè solitamente arriviamo molto presto sul posto, solitamente già dalle prime ore del mattino, e si lavora tutta la giornata. Negli USA, ad esempio, ci sono molte regole, curfew vari e altro; se uno show deve finire alle 11:00pm e sfori di un minuto, puoi essere multato e possono essere decine di migliaia di dollari. Se sappiamo che il “curfew” è alle 11:00, iniziamo a programmare tutta la gioranta da quell’orario. Quindi, se facciamo 3 ore di show, è necessario iniziare ad una determinata ora, i cancelli devono aprire ad un’altra determinata ora, e via cosi fino alla programmazione dell’arrivo sul posto alla mattina.. E’ difficile perché in alcuni posti ci dicono che non possiamo iniziare lo show prima delle 7:30 - 8:00 e devi finire per le 11:00 – 11:30; altri posti ci impongono quanto tempo la band può suonare; insomma non è per niente facile


e per avere i concerti di 3 ore spesso ci si trova a discutere con i promoter.

RF:Si, è la band. Non è cambiato negli ultimi anni, è bene o male lo stesso che hanno sempre avuto.

S.H:Ci sono delle cose che devi cambiare quando vai dalle arene europee e giapponesi ai teatri negli States? R.F:Solo la quantità di materiale luci e suono, se possiamo usare i video wall o no. La back line non cambia mai, il drum set di Mike è sempre il drum set di Mike, il set di chitarre e amplificatori di John è sempre lo stesso, quel materiale non cambia mai. Il sistema monitor per la band sul palco è sempre lo stesso ovunque siamo. Ovvio, se ci troviamo in un posto più piccolo rispetto ad un altro, nello stesso tour, potrebbe capitare che alcune cose non servano per cui i roadie si accordano su cosa portare dentro e cosa lasciare sul camion.

SH:Quanto è stato difficile utilizzare i video nel tour di Train of Thought, rispetto ai proiettori usati nel 2002? RF:Quei LED sono grandiosi, ma costano molto di più. Se te li puoi permettere, sono veramente belli. La cosa più bella con i video screen è che quando suoni nelle arene tutti i giorni, sono facili da montare; ma con i Dream Theater, suoniamo sia nelle arene che nei teatri. Alcuni teatri vecchi non hanno le attrezzature, ciò significa che il soffitto non è resistente come quello dei nuovi teatri o arene. Chiunque abbia visto un po’ di concerti dei Dream Theater ha visto che una volta erano appesi ed il giorno dopo erano appoggiati su dei montanti o qualcosa di simile. E poi c’è il regolamento anti-incendio da rispettare…

SH:Quali sono i paesi più difficili da prenotare e organizzare? Parti dell’Europa, Sud America o? RF:L’Est Europa è probabilmente più indietro rispetto al resto del mondo in quanto c’è stato il comunismo per molti anni. Sono indietro per tante cose; principalmente, non hanno risorse. SH:Quanta crew locale usate e quanta ne portate con voi? Solo i tecnici per ogni strumento o anche altre persone? RF:Si, principalmente i roadies e tutti i tecnici del backline rimangono più o meno sempre gli stessi durante l’anno. Gli unici ragazzi che cambiano più spesso sono quelli della crew del sound e delle luci poiché questo dipende dalla compagnia di equipment che usiamo, che può cambiare da parte a parte del tour e del mondo. Preferiamo usare i loro specialisti, perché conoscono meglio il funzionamento del materiale e come va settato, è il loro lavoro, di mantenerlo e metterlo nelle condizioni per farci lavorare. I nostri tecnici devono solo indicare loro come impostare il suono che i Dream Theater vogliono. SH:Interessante. Per quanto riguarda il planning dei concerti, chi è che decide come deve essere il palco e cose di questo tipo? E’ la band che lo fa?

SH:In generale da quanto tempo è che fai il tour manager? RF:Intorno agli anni ’79 o ’80 è stata la prima volta che sono stato on the road come tour manager. SH: Sei mai stato in giro prima? RF:Si, suonando nelle band, lavorando con le compagnie di luci e facendo la back line degli strumenti, come tecnico della batteria o qualcosa di simile. Non ho fatto altro da quando terminai il liceo nel 1976. Non ho mai avuto un lavoro in tutta la mia vita, e non potrei cercare un lavoro se lo volessi, perché

non ho mai fatto niente, a parte il tour manager! (ride). Ho cominciato con una band di New York che aveva un pezzo che girava su MTV regionale; almeno che tu non sia di li non li avrai mai sentiti nominare. Quando quell’avventura terminò trovai un lavoro con Johnny Winter. Rimasi con Johnny 3 o 4 anni e fu molto interessante, ho storie da raccontare per giorni e giorni su questo argomento (ride). SH:Sono curioso, raccontamene una! (ride) RF:Oddio, ce ne sono centinaia! Nel periodo in cui lavoravo con lui, Johnny stava cercando di disintossicarsi dall’uso di eroina. Avrei dovuto portarlo a fare una cura al metadone. Mentre cercava di disintossicarsi era capace di bere una bottiglia di vodka al giorno e di fumarsi l’impossibile. Voglio dire che era entrato in un ciclo: una canna, poi una Marlboro, poi una canna, poi una Marlboro e così via per 24 ore al giorno, 7 giorni su sette. Ho avuto la mia dose di cose brutte nella mia vita, ma quando vedi persone ridotte così capisci molte cose. Ho lavorato con Roy Buchanan che ha finito per suicidarsi in prigione, anche lui aveva seri problemi di alcol e droghe. Mick Taylor, dopo aver lasciato i Rolling Stones fece un disco solista, e anche lui ebbe lo stesso problema. SH:Quali sono gli altri artisti importanti con cui hai lavorato? RF:La lista è lunga. Ho lavorato con Peter Frampton, Asia, Foghat, Vinnie Vincent’s Invasion,


il rock. Capita che lo dicano ai loro amici i quali pensano che loro padre sia figo! (ride)

Great White e Winger. Sono stato il tour manager degli Winger per 5 anni. Ho fatto tour con un gruppo di ballerini provenienti da tutto il mondo chiamati Burn the Floor. Facevano qualunque tipo di ballo, hip hop, salsa, lenti, tutti insieme in un unico grande show. Erano in tutto 42 ballerini, e c’erano 2 tour manager: io ed un altro ragazzo. Era come avere 42 rock star! SH:Con i Dream Theater deve essere più tranquillo rispetto a tutto ciò, ne sono certo! RF:Si, loro sono solo in cinque! (ride) La cosa divertente con i ballerini era che c’era gente da tutto il mondo che parlava in inglese a fatica. C’era da capire come comunicare con loro. SH:Dato che hai sempre viaggiato, hai una famiglia? E in quel caso, quanto pesa a loro il fatto che tu sia sempre lontano da casa? RF:Ci sono abituati. Ho una moglie e 3 figli. Ho sempre fatto questa vita quindi per loro è una cosa normale. Comunque i ragazzi hanno tutti studiato ed hanno lavori normali, sono persone normali senza problemi di alcol o droga. Nessuno di loro vuole lavorare nella campo della musica, grazie a Dio! (ride) SH:Hai mai fatto il manager per gruppi o artisti che interessavano ai tuoi figli? RF:Si, tutti quelli con cui ho lavorato a parte qualcuno per cui non avevano nessun interesse. Ho fatto qualcosa anche con il country. Ho fatto tournee con Keith Urban, JoDee Messina e Deana Carter. A molti ragazzi piace il country, se non gli piace

SH:Quale pensi che sia il lato più positivo dell’essere un tour manager? RF:Viaggiare, vedere il mondo gratis, sostanzialmente. Ho girato il mondo varie volte. Hai modo di andare a Roma, Giappone e Australia senza pagare. La gente lavora e risparmia soldi per anni solo per andare in vacanza in questi posti solo per una settimana. SH: Qual è la tua meta preferita? RF:Amo particolarmente il Giappone. Il fuso orario è terribile, ma una volta che ti sei abituato è grandioso. Adoro lavorare là, le persone sono molto unite e ci sono dei fan scatenati. E’ divertente il fatto che ci siano band da New York e Los Angeles famose in Giappone, che né tu né io abbiamo nemmeno sentito nominare! Mi sono imbattuto con ragazzi americani negli alberghi a cui ho chiesto “con chi sei qua?” e mi sono sentito rispondere il nome di qualche band di cui non avevo mai sentito parlare e quando ho chiesto che facevano mi hanno detto “oh, abbiamo appena suonato al Budokan per 3 notti di fila!” SH:E questo spiega come mai i Dream Theater vanno là ad ogni tour! RF:Vanno molto bene in giappone, hanno lavorato duro e costruito un seguito. E’la stessa cosa con l’Europa. I Dream Theater sono stati là parecchie volte e hanno lavorato duro per avere il seguito che hanno; il problema è che non hanno il supporto che si meritano dalla casa discografica; non hanno MTV o radio che li supportano come molti altri gruppi. Molti dei gruppi coi quali ho lavorato come ad esempio i Great White, Jesus Jones e i Winger avevano moltissimi successi trasmessi in radio o su MTV. I Dream Theater in effetti hanno una carriera migliore di tutti loro perché hanno lavorato duro. SH:Loro sono più simili alle

band anni ’70 con cui hai fatto tanti tour…. RF:Esattamente. Al giorno d’oggi non ci sono molte band che mi piacciono. Il più delle volte ho la sensazione che non voglio che mi piacciano perché saranno spariti in un anno, le classiche meteore! Voglio dire mi piacciono i Maroon 5 ma se non fanno un pezzo di successo nel prossimo disco sono sorpassati e tu non sentirai mai più niente di loro. La maggior parte dei gruppi che mi piacciono li devo cercare su Internet. Non puoi trovarli nei negozi perché non sono più con grandi etichette; non hanno più nessun supporto dalle case discografiche. Stanno producendo dischi da soli e vendendoli attraverso i loro siti internet; c’è così tanta buona musica in giro che nessuno ha modo di ascoltarla o trovarla perché non si sa dove cercare. I negozi di dischi tengono solo le top 40, fatta eccezione per i vari Tower Records e un paio di altre catene. Non ci sono molti posti dove tu puoi trovare qualcosa di particolare. Ad esempio: ho lavorato con questa ragazza, Fiona Flannigan, conosciuta solo col nome di Fiona, con tre dischi all’attivo, ai tempi in cui il cd non esisteva ancora e c’era solo il vinile. Non ho mai trovato i suoi dischi da nessuna parte o saputo che erano stati pubblicati su cd solo quando li ho trovati su Internet (Ride) Penso che non puoi entrare in un negozio di dischi e stare ore a cercare ovunque, sia che sia prog o punk o qualunque cosa. Ovunque trovo un negozio di cd usati mi ci fiondo dentro perché ci puoi trovare cose che non puoi trovare in un normale negozio. La spazzatura di un uomo è il tesoro di un altro! (Ride) Puoi trovare qualche cosa di ignoto dei DT che qualcuno aveva e non sapeva di avere e ha deciso di venderlo. SH:Questo è quello a cui serve EBay! (Ride) RF:Esattamente la maggior parte dei regali che ho fatto finora li ho presi su Ebay: dvd e cd. Mia figlia è una grande fan di Pat Metheny, su ebay ho trovato cinque o sei dvd che sono release ufficiali ma che non puoi trovare in nessun negozio di dischi nella zona. Lei inoltre ama molto Jaco Pastorius e non puoi trovare cd o dvd suoi


da nessuna parte tranne che su Internet. SH:Dato che stiamo parlando di musica , a te cosa piace, quali sono alcuni dei tuoi artisti preferiti? RF:Dipende dal mio umore (ride): essendo un ragazzo degli anni ’60 e ’70 sembra che qualunque cosa ti piaccia alle superiori ti piaccia per il resto della tua vita perché ricorda certi momenti particolari. Nel mio caso negli anni ’70 rimasi probabilmente pietrificato ad ascoltare i Pink Floyd ma, per rispondere alla tua domanda… non potrei nemmeno dirti quali sono i miei preferiti a volte sono dell’umore da ascoltare i Pink Floyd o King Crimson, il giorno dopo potrei avere voglia degli Aerosmith o dei Led Zeppelin e, dopo ancora, Norah Jones. Ho migliaia di cd di tutti i generi rock, country, jazz qualsiasi cosa; alcune cose così sconosciute come il disco Equire fatto uscire proprio da Chris Squire e sua moglie. Alcuni bootleg ignoti degli Aerosmith che ho trovato in Giappone, ho proprio un po’ di tutto. Oggi stavo ascoltando il meglio di Van Morrison mentre portavo il mio gatto dal veterinario, non so perché, l’ho soltanto preso ed ascoltato. La settimana scorsa stavo ascoltando i Velvet Revolver. E’ come ti ho detto dipende dal mio umore che probabilmente dipende dal tempo! (Ride) SH:Cosa pensi della musica dei DT? RF:E’ grande, incredibile. I DT avevano fatto da spalla ai Winger nell’89, così li conosco da tanto. SH:Qual è la cosa peggiore dell’essere un tour manager? RF:Probabilmente gli orari: sei sempre il primo ad alzarti, e l’ultimo ad andare a letto. SH:Quando sei on the road, quante ore di sonno riesci ad

avere tra due concerti in due notti di seguito? RF:Dipende. Mediamente, direi 6 ore al giorno. Fortunatamente, tutti i Dream Theater amano dormire fino a tardi, così, se abbiamo un day-off, posso dormire a lungo anch’io. Ma nei giorni in cui si suona io mi sveglio per primo e devo svegliare tutti gli altri, dato che ci sono interviste da fare e tante cose da programmare. E, quando sono on the road con i Dream Theater, o qualunque altra band, posso tranquillamente ricevere una media di 100 e-mail al giorno tra alberghi, prenotazioni di voli, ecc. L’agenzia viaggi può arrivare a spedire 10 email in un giorno. L’addetto alle prenotazioni potrebbe spedirti altre 10 e-mail dicendoti le varie disponibilità per hotel, voli etc…ti può anche dire “attento a questo” o “c’è un problema qua”. Ci sono un sacco di cose di cui la gente non sa nulla. Potresti non essere contento dell’autista e dovresti aver bisogno di sostituirlo, quindi devi spedirlo a casa e trovarne un altro. Poi James e Jordan hanno contratti per un disco solista, ci sono clinic per Tama, Ernie Ball, Mesa Boogie, Yamaha e Korg Tutte queste case cercano di fare clinic in giro per il mondo ovunque tu sei. E poi ci sono tutte le case discografiche che vogliono fare interviste per i loro album solisti, poi l’Atlantic (la vecchia Elektra) che vuole organizzare interviste e tutti i fan club da gestire. Certi giorni possono essere veramente frenetici. SH:Sembra che tu debba essere una persona molto organizzata! RF:Certo, è la cosa più importante per il lavoro del tour manager: organizzare qualunque cosa ! Sei una baby-sitter, un organizzatore e un ragioniere. E’ all’incirca tutto ciò che faccio per guadagnarmi da vivere. Devo tenere i conti per ogni centesimo che entra e che esce. Se incassi 2 milioni di Dollari devi registarli e se mancano 500 Dollari vengono detratti dalla tua paga. In fin dei conti stai dirigendo un’azienda. SH:Sono certo che sei stato felice quando molte nazioni europee sono passate all’Euro. RF:Saltavo dalla gioia! (ride) Prima era un’incubo. Per non parlare di quando c’erano ancora

le dogane. Ora con l’EU, è tutta un’altra cosa. SH:E’ come andare da uno stato all’altro degli Stati Uniti. RF:Certo. Prima di allora, ad esempio, quando entravi in Germania avevi bisogno del passaporto e, se tieni conto che spesso capita che varchiamo i confini di notte, ti puoi immaginare come sia scomodo dover fare uscire tutta la band dal bus e mostrare i documenti. E, magari, un’ora dopo attraversavi un altro confine e di nuovo dovevi sbrigare le pratiche doganali. Tutti i giorni la stessa storia ed era estenuante, e questa era la parte facile! Poi c’erano le valute, il cibo, la lingua. Ora è molto più facile, molta più gente parla inglese, e se sai un minimo di francese o spagnolo puoi andare ovunque nel mondo. SH:E tu? Parli qualche altra lingua? RF:Un pò di questo, un pò di quello,abbastanza da cavarmela. Si impara un sacco di linguaggio gestuale ed è un lingua universale che va oltre il dito medio! (ride) SH:In quanto tour manager, avrai di sicuro un pass intorno al collo che i fan vedono. Qual è stata la cosa più strana che ti è stata offerta in cambio di un pass per il backstage? RF:Principalmente soldi. Per qualche ragione ognuno ai concerti sembra avere sempre 100 Dollari nel portafoglio, non so perchè. Una volta c’erano ovunque ragazze che avrebbero fatto qualsiasi cosa per un pass ma non se ne trovano più tante oggigiorno. SH:Nemmeno con i Dream Theater? RF:Non ci sono così tante


ragazze, è così. Le uniche che vanno ai concerti dei DT sono le fidanzate di ragazzi che suonano e che non hanno una macchina, così devono pure dare un passaggio ai loro fidanzati. (ride) E’ strano comunque. In alcune parti del mondo hanno più fan femmine. In Giappone ne hanno a tonellate. SH:Quale pensi sia stata l’esperienza più interessante che hai avuto con i fan? RF:Non saprei. Voglio dire, ci sono alcuni fans che sono grandi persone e sei felice di vederli, ce ne sono altri, però, che invece sono dei rompiscatole e pretendono qualsiasi cosa, non è bello avere a che fare con loro, spesso ti chiedi cosa ci facciano lì, dato che non fanno altro che lamentarsi. (ride) “Perché non hanno suonato questa canzone?” “Perché non posso andare nel backstage?” “Perché non posso mangiare nel catering ?” “Perché non posso fare un giro sul tourbus?” la risposta è sempre “Tu non lavori per noi, quindi fuori e goditi il concerto !”. Quando ero più giovane, non mi sarei mai comportato così con i Led Zeppelin, ad esempio. Sarei stato così eccitato di vederli suonare e felice poi di andarmene dopo il concerto. Ma per alcuni non basta mai. Ed è la stessa cosa con la musica country; non è così solo con i DT o gli altri gruppi rock. SH:Per te è più semplice quando i DT fanno da spalla a

qualcun altro o quando sono loro headliner? RF:Sicuramente quando sono loro headliner. Ad esempio, con gli Yes non abbiamo avuto grandi problemi, ma ci sono piccole cose che ti irritano perché non vorresti fare le cose in un certo modo. Ma ovviamente ciascuno fa le cose a modo suo ed io preferisco farle a modo mio! (ride) Con Joe Satriani e i King’s X, è stato grande perché c’era solo un production manager per tutte e tre le band. Ho tenuto i conti per tutte e tre le band a non c’è mai stato un problema perché non dovevo discutere con nessuno. Ognuno aveva i suoi orari, tutti erano molto professionali e tutto ha funzionato molto, molto bene. E’ stato un tour facile per me. Un tour manager può rendere un tour perfetto o un vero disastro. Se impieghi gente che non sa cosa sta facendo, perché non vuoi pagare niente… non otterai nulla in cambio. Se assumi un ragazzo appena uscito da scuola per dirigere un’azienda, non otterai un buon risultato perché lui non sa cosa sta facendo e con chi dovrà avere a che fare. Ma se chiami qualcuno che ha già diretto molte aziende, lui ha già fatto i suoi errori e sa cosa deve fare perché tutto funzioni al meglio. Lo stesso è con un tour. Se assumi qualcuno solo perché è tuo cugino, i problemi arriveranno. Molti artisti country fanno così. Voglio dire, sono contento che tutto rimanga in famiglia, ma so di band che hanno perso migliaia e migliaia

di dollari perché il tour manager non sapeva cosa stava facendo. I loro soci li deruberanno, perché? Perché possono farlo. SH:Che cosa vi crea le maggiori grane quando siete in tour? RF:Sicuramente gli hotel e gli aeroporti. E’ risaputo che volare, oggi, è una bella grana per tutti, indipendentemente da dove viaggi; ritardi e voli cancellati sono all’ordine del giorno. L’unica cosa buona è che, quando le cose vanno come devono andare, gli aerei si rivelano sempre un mezzo che ti porta da un posto all’altro molto velocemente. Per quanto riguarda gli hotel il problema è legato a chi li gestisce; sono una persona metodica, non mi piace stare ore ed ore al front desk a discutere sulle prenotazioni: invio sempre una lista dettagliatissima di tutto ciò che mi serve e di cosa vogliamo trovare al nostro arrivo, con gli orari di arrivo e di ripartenza. Quello che vorrei che capitasse sempre è: arrivare all’hotel, dare la carta di credito per il pagamento, ritirare le chiavi e andare in camera a dormire, visto che spesso arriviamo agli hotel ad orari malsani. A volte invece arrivi alle 3 di mattina e ti senti dire “ah, siete qui ? uhm, ok, vediamo se ci sono delle camere libere per voi…”. Ovviamente un’ora dopo tu sei ancora li nella lobby ad aspettare per una camera libera. Credo quindi che le due cose peggiori da affrontare in tour siano i voli e i soggiorni in hotel, in pratica tutto ciò che compete il mio lavoro al di fuori dei concerti ! (ride) Pensa che nello staff di personaggi come Britney Spears c’è una persona che si occupa degli hotel, un’altra si occupa dei voli ma, in questi casi, si parla di staff di 20 o 30 persone senza considerare l’artista, i musicisti, i ballerini; in pratica c’è sempre da trovare un hotel che possa ospitare circa 100 persone !!! Io adoro la musica, nonostante il mio lavoro non ci abbia niente a che fare. Ci sono certe notti in cui non sento neanche una nota del concerto dei Dream Theater. Accompagno la band sul palco e mi fiondo nel mio camerino a rispondere alle centinaia di email che mi arrivano; ci sono tantissime cose da organizzare, per il giorno dopo, per la settimana dopo ma, anche per il mese dopo. Spesso


i tour europei e quelli in Asia li pianifichiamo anche più di un mese prima. Ti può capitare di essere ad un concerto a Chicago e mentre la band suona io lavoro ad alcuni dettagli per un show di Tokyo il mese dopo. SH:Ultimamente si è imbarcato con voi anche un Production Manager, Ray Amico; quale è la differenza tra il tuo lavoro ed il suo? RF:Ray si occupa di tutto ciò che riguarda il palco da sopra, da sotto, da davanti e da dietro ! Il suo compito è quello che tutta la crew sia pronta a lavorare, che le luci siano al loro posto, la strumentazione montata correttamente e che la back line sia pronta quando la band, all’incirca alle 4:00PM, si presenta on stage per il sound check. Ray deve guardare che tutti i montatori di palco e i tecnici locali facciano il loro lavoro; spesso, molti di questi, sono li per incasare solo i soldi e se ne fregano di chi sei, che musica suoni e da dove vieni e lavorano svogliati. E’ compito del production manager parlare con le organizzazioni di montatori, con i boss di queste e fare in modo che tutto sia al suo posto al momento giusto. E’ un lavoro molto stressante. SH:Quanto pensi che la gente che va ai concerti possa capire e concepire il tuo lavoro ? Secondo me è qualcosa di difficile da interpretare. RF:Beh, la gente sa chi sono, ma non sa di preciso cosa faccio e non se ne rende conto. Per loro sono quello che “accompagna” la band, che sta con loro in ogni momento. Spesso durante gli aftershow qualcuno arriva da me e mi chiede “come si fa per fare il tuo lavoro ?” e io rispondo sempre “hai la minima idea di cosa e quanto sia il mio lavoro?”. Spesso le risposte mi fanno sorrridere, qualche sera fa un ragazzo mi ha risposto: “si, lo so cosa fai, viaggi con la band, fai foto per la band ogni giorno….” Come se io fossi quello che rimane sveglio fino alle 4 di mattina solo per scattare qualche foto per i fans. Certo, lo faccio per 30 minuti al giorno, quando ci sono gli aftershow e spesso mi trovo anche a litigare con certe macchine fotografiche che non vogliono assolutamente

funzionare nel momento della foto più agognata (ride). Tornando a noi, credo che la maggior parte della gente che non vive il backstage non si rende conto di cosa sia il lavoro del tour manager o del production manager. A volte anche alcuni artisti non lo capiscono fino in fondo !!! E’ molto facile capire cosa fa un tecnico delle chitarre, cosa fa il tecnico della batteria; certo, li vedi sul palco che corrono nel buio quando qualcosa va storto, quando c’è da cambiare una chitarra, quando si rompe un piatto o una tastiera si spegne. Il tour manager è l’unica persona che non ha un day off, nonostante questi siano sacri anche per lui per portarsi avanti con il lavoro o recuperare tempo perso. Durante i day off solitamente non solo continuo la programmazione ancora da completare ma sistemo le ricevute degli hotel, dei ristoranti, dei voli e metto in pari tutta la contabilità Come dicevo prima, non siamo lo staff di Britney dove una persona si occupa di tutto questo e basta ! Ti posso solo dire che un mio amico ha voluto provare ad essere tour manager seguendomi come un’ombra per un giorno e ti assicuro che dopo 4 ore era esausto !!! SH:Spero che alla fine di questa intervista la gente avrà un’idea più chiara sulla tua figura e su tutto ciò che succede prima, durante e dopo i concerti. Ora però devo farti una domanda difficile, visto che sei in tour con i Dream Theater da tanto tempo: chi della band è la persona più facile da affrontare e chi la persona più difficile? RF:Vuoi farmi licenziare ? (ridendo) Scherzi a parte, sono 5 persone con personalità completamente diverse ed un buon tour manager deve essere un vero camaleonte e sapersi adattare ad ognuna di queste. Mi è anche capitato di finire un tour con i Dream Theater e di ripartire per un tour con una country band nell’arco di 2 giorni e ti assicuro che è stata la cosa più difficile della mia vita passare da una parte all’altra. Tornando alla domanda, mi spiace, non ho una reale risposta…. SH:La domanda che fanno tutti, John Myung è veramente silenzioso ?

RF:E’ una personalità molto pacata, quieta; sia sul tour bus che in ogni altro posto. Parla pochissimo con chiunque ma questo non vuol dire che odi il mondo, semplicemente è la sua personalità introversa e per qusto va rispettata e rispettato. (NDPetrus: sarà introverso o quieto ma all’aftershow del concerto del Radio City Music Hall il signor Myung ha passato una buona mezzora a parlare con quelli che sicuramente erano i suoi migliori amici e vi assicuro che non ho mai visto un JM in una forma cosi splendida, dando pacche sulle spalle e scherzando con gli amici come fossero al bar a commentare l’ultima partita di campionato.) SH:Parliamo in ultimo della tua vita privata. Cosa fai nei tuoi momenti liberi? RF:Guardo la TV e faccio interviste (ridendo). Scherzi a parte, purtroppo non ho tantissimo tempo al di fuori del mio lavoro poiché sono quasi sempre in tour con qualcuno. Ci sono migliaia di artisti e non ci sono cosi tanti tour manager in giro per cui c’è sempre lavoro. Ovviamente ho anche una casa con un bel appezzamento di terra per cui quando sono off-work sono c’è sempre qualcosa da fare. SH:Grazie davvero per questa intervista che penso sia utile a tanta gente che vuole entrare nel mondo dei DT ancora più a fondo… RF:Io ringrazio te per l’intevista e ringrazio chiunque venga ad un concerto dei Dream Theater e contribuisca a renderlo unico. E ricordatevi, non vendo il mio pass neanche per svariate centinaia di dollari !!!! Neolingua a cura di Galleni Romeo Adattamento di Petrus


Tokyo, Japan 10/28/95 (Live Series) YTSEJAM 005 Recensione Il secondo capitolo della Live Series è finalmente un concerto “come si deve”: ottima performance, scaletta molto ricca e una qualità audio più che soddisfacente. Dopo il passo falso del live in Los Angeles, siamo finalmente nei canoni di un concerto dei Dream. Concluso il “Waking Up the World Tour” la band ritorna a suonare dal vivo nell’ottobre del 1995, recandosi in Giappone per un minitour di supporto all’EP su cui era stata da poco pubblicata “A Change of Seasons”. L’”ACOS Tour” prevedeva tre sole date: il 26 ad Osaka e il 28 e il 30 a Tokyo. Questo Official Bootleg è la testimonianza della prima serata di Tokyo, di certo la migliore delle tre.

Direi proprio di no visto il magico momento che ci regala subito dopo… Due giorni prima, ad Osaka, la band aveva proposto per la prima volta in assoluto una “extended intro” a “Lifting Shadows Off a Dream” e la cosa si ripete adesso anche a Tokyo. Tre magnifici minuti accompagnati da armonici di basso e sospesi tra contrappunti di piano e assoli avvolgenti, morbidi tappeti di tastiera e luminosi accenti percussivi: uno degli “highlights” dello show. Questa intro così speciale verrà in seguito modificata dalla band ed eseguita sistematicamente prima di questo brano. L’Official Bootleg ci da quindi l’occasione più unica che rara di poter ascoltare questa primordiale versione dell’intro di “Lifting Shadows Off a Dream”, a mio avviso superiore a quella che sarà poi adottata dal vivo e che molti di voi conosceranno.

Lo show si apre con il sample di “Little Green Bag” di George Baker (dalla colonna sonora di “Le Iene” di Quentin Tarantino) su cui si innesta un accenno al piano di “Space Dye Vest” e che termina con l’ormai celebre “Wake Up!”. Si parte con un’energica “Under a Glass Moon” che rivela subito un Petrucci in grande spolvero. Labrie, anche se un po’ ruvido, si comporta egregiamente, mentre Sherinian si presenta con arrangiamenti in parte semplificati e suoni spesso non molto “ortodossi” rispetto all’originale. L’accoppiata”The Mirror”/”Lie” è invece affrontata da Derek in maniera più aderente: Petrucci è ancora grandioso, ma s’impappina proprio sul solo centrale di “Lie” e nel fraseggio successivo. Labrie, pur regalandoci un bell’acuto finale, è ancora abbastanza “sporco”, mentre Portnoy continua a svolgere il suo straordinario lavoro senza tuttavia brillare in modo particolare. A questo punto vi starete chiedendo..”E Myung? Era forse rimasto in albergo?”.

L’assoluta mancanza di presenza sonora del pubblico nel mix finale causa un paio di “effetti karaoke” durante il brano: infatti, quando James lascia cantare il pubblico, non si sente assolutamente nulla, solo la musica in sottofondo… Il pezzo si chiude con James (autore di una prova più fluida) che improvvisa su uno splendido finale. Quasi a sorpresa parte un piccolo medley strumentale in cui sono racchiusi cinque brani di altrettante band alla base della crescita musicale del gruppo (ovviamente insieme ai Rush, qui però non citati). Vengono eseguite nell’ordine: “The Rover” (Led Zeppelin), “Killers“ (Iron Maiden), “Damage, Inc.” (Metallica), “In The Flesh” (Pink Floyd) e “Heart Of The Sunrise” (Yes). Il medley è impeccabile e raccordato magnificamente sia al suo interno sia con il brano successivo: la oggi dimenticata “Innocence Faded”. Fortunatamente apprezzabile il grande lavoro di basso, mentre alle tastiere manca personalità sui bridge e i suoni usati sul ritornello avrebbero fatto inorridire Mr. Moore. Labrie supera

agilmente le insidie vocali del brano, mantenendo espressività e controllo. Qualche altro “effetto karaoke” e si arriva ad un altro grande momento per il cantante canadese: da 3:45 la sua voce viaggia ariosa sul solo di Petrucci seguendolo all’unisono.. Ed è proprio il bellissimo solo di Petrucci, ricco di legati molto “satrianeschi”, che chiude il brano. Sia il medley che “Innocence Faded” furono trasmesse in diretta da una radio locale e furono pubblicate sul bootleg “Precious Things”, edito dalla leggendaria Prism Records di Mike Bahr. Ed eccoci arrivare ad “A Change of Seasons”, che dopo ben 6 anni dalla sua prima stesura la band era riuscita finalmente ad incidere nel maggio del ’95 per poi pubblicarla sull’omonimo EP. Durante le sedute di registrazione presso i Bear Tracks Studios diverse modifiche furono apportate alla versione originale. Il risultato è sicuramente meno prolisso e più lineare, ma furono lasciati fuori dei momenti quasi “sinfonici” che certo non avrebbero sfigurato. Mike riadattò anche il testo e di conseguenza furono riviste le linee melodiche vocali che rimangono tra le migliori dell’intero repertorio della band. Il così stretto e preciso legame tra testo, canto e parte strumentale che si può ravvisare in “ACOS” è uno dei momenti più alti del songwriting del Teatro del Sogno. Benché la canzone fosse già stata eseguita dal vivo


in passato nella sua versione originale, questa tournee giapponese la vede debuttare nella sua stesura definitiva. L’esecuzione rasenta la perfezione: mancano solo i cori e i sample da “L’Attimo Fuggente” che non c’è stato tempo di preparare. La straordinaria voce di Labrie, superbo nell’interpretazione, ci regala qualcosa di unico. Il “climax” arriva a metà di “Carpe Diem”: ciò che accade a 8:38 si può commentare solo con gli applausi e l’intima commozione… Il secondo cd si apre con uno spot solista di Petrucci, che esegue un’ ispirata “Lost Without You” (già nota anche come “For Rena”). Le prime note di “Surrounded” c’ introducono quindi ai sei intensi ed emozionanti minuti di questo piccolo capolavoro che ancora una volta Labrie arricchisce con una prestazione da brividi. Il nervoso piano di Derek (dal suono non proprio impeccabile..) ci introduce invece al suo solo: molto meglio la distortissima e fulminante seconda parte elettronica. Un breve assaggio di “Erotomania” lascia presto il posto all’assolo di batteria, corposo ma ricco di sfumature. Mike ci accompagna attraverso l’universo di possibilità sonore che lo circonda, con la voglia di stupirci. Un piccolo accenno al riff di “YYZ” dei Rush ed ecco riprendere “Erotomania” esattamente da dove si era interrotta: da applausi. Questa volta il lavoro di Derek nella scelta dei suoni è molto buono. Il basso è in evidenza mentre la chitarra è a dir poco identica alla versione studio: ascoltare per credere. La trilogia “A Mind Beside Itself” continua con una delle migliori versioni live di “Voices” che abbia mai ascoltato, potente e impeccabile: la prestazione di tutta la band è al top. “The Silent Man” in versione elettri-

ca riporta un po’ di calma nell’aria: anche la band si rilassa e infatti la performance non mi sembra molto convinta e dinamica. Inoltre l’assolo di Petrucci è ancora acerbo e risulta abbastanza impacciato: il finale è comunque molto bello. Dopo un po’ di quiete ecco arrivare all’orizzonte la tempesta sonora di “Pull Me Under”, anticipata da “sinistri” arpeggi. Le tastiere non esaltano (una costante di questo brano nel periodo Sherinian), mentre basso e batteria picchiano molto duro. Labrie affronta i passaggi più insidiosi uscendone alla grande. Si ripete anche qui (per ben quattro volte!) “l’effetto karaoke” già visto su “Lifting Shadows Off a Dream” e “Innocence Faded” quando James lascia cantare il trascinante ritornello al pubblico. Petrucci satura il brano di ritmiche granitiche ma agilissime, mentre Labrie chiude con un acuto finale che lascia il segno. Un piccolo errore audio nel fade out di “Pull Me Under” ed ecco partire il primo bis: una scioltissima cover di “Perfect Strangers” dei Deep Purple in cui Labrie ci delizia giocando con la voce. Il secondo bis si apre con una delicata quanto commovente versione acustica di ”Wait for Sleep”, ricamata dalla chitarra, impreziosita dal basso e sublimata da una voce calda e pulita. Lo show si chiude con “Learning To Live”che, come “ACOS”, dal vivo più che una canzone è un’ esperienza da vivere: e questa versione lo conferma… Un Myung scalpitante ci accoglie all’inizio di questa “esperienza” che si rivela da subito intensa e coinvolgente. A 4:44 Labrie suggella l’ottima prestazione nella prima parte del brano. La seguente sezione strumentale viene anch’essa arricchita da un intervento di Labrie che toglie il fiato (e pensare che oggi, 9 anni dopo,riesca a riproporci questi stessi passaggi con la medesima intensità, non può che generare in noi la più grande ammirazione per lui). La coordinazione armonica e la simbiosi musicale della band raggiungono vertici

altissimi. Su questo va ad innestarsi la melodia e la voce di James ne è ancora una volta interprete straordinaria con una chiusura strepitosa. Ma non è finita…dopo qualche piccola sbavatura di Petrucci intorno a 11:40 (giusto per ricordarci che sono umani…), James corona la sua magnifica serata con un grandioso acuto che trasmette una sensazione quasi liberatoria. Si conclude così una bellissima serata di Musica con la “M” maiuscola, immortalata per nostra fortuna su questo splendido Official Bootleg. Un Labrie in costante crescita ci regala una prestazione costellata da una serie di perle che non dimenticheremo. Ma il tributo va a tutta la band che al secondo concerto dopo tre mesi è risultata capace di una performance del genere. Le uniche note “negative” circa la qualità audio, sono un volume generale forse un po’ basso, un eccesso di delay su alcuni passaggi vocali e i fade approssimativi dei bis. Nulla di grave quindi per una registrazione dai volumi interni bilanciati in maniera ottimale. La scarsissima presenza sonora del pubblico, oltre a causare il cosiddetto “effetto karaoke”, rende senza dubbio il sound meno “live” e più “asettico”, ma non inficia assolutamente la qualità globale della registrazione (curata ancora da Vinnie Kowalsky) che resta comunque molto alta. Un disco da avere assolutamente, anche per chi non è solito collezionare bootleg. L’artwork Nella consueta colorazione viola della Live Series, sul front troviamo un mosaico di cinque foto on stage. All’interno del booklet appare la recensione del concerto su un magazine giapponese, insieme a dei flyers pubblicitari della serata e ad una foto promozionale di “ACOS”. Anche qui niente note scritte.


Master of Puppets (Cover Series) Ytsejam Records 006 Traduzione del booklet “Ricordo la prima volta che ascoltai i Metallica. Li scoprii molto presto.. fu poco dopo l’uscita del loro primo album, “Kill’em All”. Un mio amico che era dj della radio di un college ricevette l’album e pensò si trattasse di “rumore”. Lo ascoltai e rimasi stupefatto. Per averlo gli diedi in cambio la mia copia di “Restless and Wild” degli Accept e non me ne pentii mai. Era la cosa più heavy che avessi mai ascoltato: avevo cercato per anni un sound come quello. Con la mia band di allora suonammo una cover di “Seek and Destroy”... Ricordo anche che “Ride the Lightning” uscì lo stesso giorno che presi la patente e il mio primo giro in auto fu per andarlo a comprare quello stesso pomeriggio… “Master of Puppets” fu pubblicato mentre io e i due John eravamo a Berklee. Ricordo perfettamente che lo andammo a comprare il giorno stesso che uscì nei negozi e ci ritrovammo tutti e tre seduti intorno al mio stereo come in una sorta di rituale. Posai la puntina sul disco (qualcuno dirà..”e che sarebbe?”) e quello che sentimmo ci stese…. Circa 50 minuti dopo staccammo le nostre facce dai muri e ci rendemmo conto che avevamo appena ascoltato la quintessenza del capolavoro metal. Ricordo anche che eravamo tutti e tre insieme quando sentimmo che Cliff Burton era morto; restammo seduti nella mia stanza con una cassa di birre ad ascoltare “Orion”praticamente in lacrime. Facciamo un salto di 16 anni… E’ il 2002…i Dream Theater stanno suonando la seconda di due serate consecutive a Barcellona, in Spagna. Dopo un primo set di due ore di nostre canzoni e un intervallo di 15 minuti, le luci si spengono e parte l’arpeggio iniziale di “Battery”... 50 minuti dopo il pubblico spagnolo non aveva idea di cosa gli fosse capitato! Il giorno seguente la notizia si era già diffusa su internet e la nostra nuova tradizione di coverizzare un album classico ogni volta che avremmo avuto due serate consecutive nella stessa città era ormai stabilita. Ma quei 50 minuti l’ ignaro pubblico di Barcellona non poteva certo prevederli …Ricordo di aver guardato tra la folla all’inizio di “The Thing That Should Not Be” e di aver visto la gente guardarsi gli uni con gli

altri come per dire ”Cazzo! Lo stanno facendo tutto!”. Tutti hanno sempre saputo che le ovvie influenze dei Dream Theater fossero band come Rush, Yes, Pink Floyd ecc. ma per noi è sempre stato importante incorporare anche l’elemento heavy delle metal bands con cui siamo cresciuti. E quei primi album dei Metallica ebbero un grande importanza per noi agli inizi. Coverizzare un album classico come questo ci ha di certo ispirati moltissimo nel comporre e incidere un nostro disco di classic metal, un disco implacabilmente senza compromessi. Ed è da qui che di sicuro è venuto “Train of Thought”. Intro Il primo capitolo della Cover Series arriva solo con la seconda ondata di Official Bootlegs. Era scontato aspettarsi la pubblicazione del famoso concerto al Razzmatazz, che certamente sarà seguito da uno degli show in cui è stato suonato il classico degli Iron Maiden “The Number of the Beast” e forse da una compilation delle varie cover suonate durante il tour di “ToT”… Inutile ricordare ancora l’importanza seminale dei primi album dei Metallica sulla formazione musicale dei ragazzi di Berklee, di cui parla Mike nelle sue note. Mi limiterò a ricordare che già in passato la band di San Francisco era stata “citata” in più occasioni: per esempio durante il celebre concerto “Uncovered” al Ronnie Scott Jazz Club di Londra (anch’esso candidato ad essere finalmente pubblicato in questa serie), dove fu eseguita “Damage, Inc.”. Attendibili voci di corridoio riportano che il ritardo con cui è stato pubblicato quest’ Official Bootleg sia dovuto al tentativo di Mike di ottenere l’autorizzazione di pubblicare per vie più “ufficiali” alcuni brani suonati a Barcellona. Ma la ASCAP (etichetta detentrice dei diritti) si è limitata a concedere la pubblicazione dei brani solo per questo Official Bootleg, proprio per via della sua “limitata” diffusione. Alla luce di questi fatti si comprende meglio perchè gli Official Bootleg siano disponibili solo attraverso internet: sarebbe infatti troppo difficile riuscire a convincere tutte le etichette che detengono i diritti delle varie cover che si trovano sui cd, a concedere i diritti di pubblicazione su album ufficiali della band… Il 19 febbraio 2002 i Dream Theater stupirono il mondo metal e crearono un’enorme curiosità intorno a

questo evento “inaspettato”. Molte congetture erano state fatte su quello “special night” annotato vicino alla seconda data di Barcellona sul sito ufficiale della band, ma credo che nessuno sia riuscito ad indovinare prima che le note introduttive di “Battery” risuonassero in quella sera di febbraio… Le critiche Lo scalpore suscitato da questo concerto ha portato con se anche diverse critiche espresse sui vari forum musicali sparsi nella rete. L’accusa principale era quella di aver scelto un album stra noto e stra venduto come “Master of Puppets” più che per la musica per capitalizzare il nome “Metallica” e avere un successo garantito a livello di immagine. “Perché non hanno scelto “Extreme Aggression” o “Rust in Peace”?” si chiedevano alcuni. Altri invece criticavano l’idea di aver cercato di ottenere un immediato successo scegliendo la band più ovvia, coverizzando il suo disco più famoso e inventandosi un “Official Bootleg” per vendere il risultato. La verità a mio avviso sta come al solito nel mezzo: i Dream non sono diventati ricchi e famosi solo per aver coverizzato un disco dei Metallica. Né scegliendo “Master of Puppets” (un album realmente seminale per loro come per decine di altre bands) hanno improvvisamente ottenuto milioni di proseliti tra le nuove generazioni (che magari rimangono più affascinati dalle sonorità Nu Metal di “Load”..). E’ fin troppo facile e semplicistico chiedersi come mai non abbiano scelto un altro disco meno famoso ma altrettanto importante: la band suona dal vivo per il pubblico e non per se stessa. E cercando un compromesso tra ciò che loro volevano e ciò che la maggioranza del loro pubblico poteva recepire, la scelta è caduta su “MoP”. Inoltre c’è da considerare il periodo in cui queste cose sono accadute: un pe-


riodo a cavallo tra le sonorità heavy di “6DOIT” e quelle completamente metal di “ToT”. Sinceramente non riesco a trovare un periodo più “adatto” di quello per fare una cover del genere…Che la band abbia voluto strizzare l’occhio ad un certo tipo di pubblico e porsi sotto una luce più “heavy” in vista delle sue mosse future è molto probabile, ma non si può pensare che una band affidi ad un semplice concerto tutti i suoi progetti. Casomai questo episodio fa parte di un percorso che la band aveva iniziato con “6DOIT” ed ha proseguito con “ToT”: mi sembrerebbe abbastanza stupido dubitare della palese influenza di una band come i Metallica nella musica dei Dream e affermare che il loro tributo è stato solo un’ immorale scelta di marketing. Il concerto La band è concentrata e pronta ad una prestazione d’alto livello. Portnoy e soci hanno provato a lungo i brani durante i soundcheck del tour (mantenuti rigorosamente “off limits” ai non addetti ai lavori) ed è ora giunto il momento di svelare le carte… Petrucci e Portnoy sono ovviamente i protagonisti: pur mantenendo un tocco inconfondibile, John rende più spigolosa e secca la sua distorsione, mentre il lavoro di Mike è praticamente perfetto (eccezionale quello alle casse). Purtroppo il mix generale sfavorisce Myung persino sulla splendida “Orion, ma si coglie comunque il suo apporto preciso e spesso molto potente. Jordan a mio avviso poteva fare molto di più, magari usando suoni e strumenti più adeguati (come ad esempio un Alien Guitar Simulator…) per sostenere il ruolo ritmico che invece riesce ad interpretare solo in parte. La sua presenza si limita infatti a qualche arpeggio di synth, a qualche micro assolo iperveloce e a degli occasionali tappeti sonori per irrobustire il suono (vista la presenza di una sola chitarra). Labrie purtroppo non è autore di una grande prestazione: la sua voce risulta a tratti ruvida e spompata. Non

dovendo affrontare tonalità particolarmente alte, la sua performance rimane comunque apprezzabile, e riuscendo ad affrontare anche le parti più “sporche”senza cadere nell’imitazione di Hetfield, infonde alle parti cantate una nuova luce. Aiutato nella memorizzazione dei testi da un gobbo elettronico, sotto questo aspetto commette pochissimi errori. La qualità audio è senza dubbio molto buona: l’assoluta mancanza di delay la fa quasi sembrare una registrazione studio. Anche se ovviamente questa versione non è neanche paragonabile con quella pirata che gira in mp3 sulla rete, c’è da dire che quest’ ultima permette di ascoltare la grandissima reazione del pubblico, che sull’Official Bootleg non è affatto percepibile. La musica “Battery” e “Master of Puppets” vengono eseguite con una perizia e una potenza sonica degne dei Metallica dei tempi migliori. “The Thing That Should Not Be” risulta granitica come l’originale, anche se,come dicevo prima, Jordan avrebbe potuto fare meglio. “Sanitarium” vede un Petrucci/Hammet davvero ispirato e un buon Labrie. Le ritmiche serratissime di “Disposable Heroes” ci introducono al brano forse meglio eseguito della serata. La prestazione è davvero notevole e credo che neanche gli stessi Metallica siano più capaci di un esecuzione del genere, così potente e precisa. Petrucci e Labrie danno qui il meglio, supportati da un Portnoy al limite della perfezione, da un Myung molto solido e da un Rudess che, anche se in maniera disomogenea, riesce a dare il suo contributo. Il finale parossistico (oltre a dimostrare la supremazia tecnica dei 5 anche nel picchiare duro) ci indica in maniera quasi profetica l’evidente sostrato da cui verrà fuori un disco come ”Train of Thought”… Nella violenta precisione di “Leper Messiah” si inserisce un breve ma splendido assolo di Jordan. Ottimo anche Labrie, mentre Portnoy si dimostra ancora una vera macchina da guerra e Petrucci si supera in fase ritmica. E’ quindi il turno della strumentale “Orion”. Introdotta da un organo iperdistorto inizia una delle canzoni più amate di tutto il repertorio “metallico”, specie dai fan della prima ora in cui vive ancora il mito del compianto Cliff Burton, primo bassista della band prematuramente scomparso. Ed è appunto il

basso lo strumento principe di questa atmosferica canzone. Sfortunatamente il sei corde Yamaha non riesce a definirsi bene nella prima metà del brano; molto meglio nella seconda parte. I contrappunti orditi da Petrucci e Rudess sulla trama tessuta da Myung sono memorabili. Il volume del breve assolo di basso è però ancora una volta insoddisfacente: che ci sia una persecuzione contro Myung ?! ;) Infine su “Orion” ascoltiamo senza dubbio la migliore prestazione di Rudess. Il cd si conclude con una tiratissima “Damage, Inc.” che avrà fatto sussultare i sismografi spagnoli. Brano più volte eseguito in passato dalla band, risulta infatti essere quello eseguito con maggiore scioltezza. Gli “ale – ohoh” del fortunato pubblico spagnolo salutano una prova a dir poco speciale. La band trova addirittura la forza di eseguire un bis con “The Spirit Carries On” ,una “Take the Time” infarcita di citazioni “rushiane” e un finale stratosferico con tanto di duello Rudess vs. Petrucci… Poche settimane dopo la band riproporrà “Master of Puppets” anche a Chicago e New York, mentre sulla rete già circolava il bootleg in mp3 del concerto di Barcellona. “Orion”, “Master of Puppets” e “Sanitarium” verranno in seguito proposte anche in molte altre date del “World Tourbulence Tour” in Giappone, Korea, Messico, Belgio, Polonia ecc L’artwork L’artwork che vediamo in copertina fu creato da Scott Hansen, meglio noto sul web come “Setlist Scotty”, proprio per il già citato bootleg mp3 . Scott si ispirò alla copertina proiettata sul palco del Razzmatazz (che già prevedeva la scritta Dream Theater in caratteri alla “Metallica”) migliorandola nei dettagli. All’interno del booklet troviamo delle belle foto dello show: da non perdere le t-shirt indossate… Non ci resta che aspettare non solo i prossimi capitoli della Cover Series (salvo problemi di copyright le prossime 2 / 3 uscite sono infatti già coperte) ma soprattutto le future doppie date consecutive, cercando di indovinare quale sarà l’album prescelto: personalmente non ho fretta…potrei attendere anche fino al “2112”….;) Antonio Vescio ...re-again and again


Con la presenza del nuovo kit di Mike in tour, abbiamo sguinzagliato ancora una volta il nostro esperto inglese Alan Muirden per scoprire la genesi, l’evoluzione, le novità e tutti i segreti dell’Albino Monster, partendo addirittura dal kit usato in studio per le registrazioni di Octavarium. La relazione che leggerete qui sotto è datata novembre 2005 ed è accompagnata, alla fine dell’articolo da un disegno fatto a mano dallo stesso Alan per illustrare meglio tutto quello che qui è raccontato. Lui ha preferito inviarci questo foglio invece che usare immagini e disegni presi dal sito Tama e Sabian in quanto “questo” è realmente quello che ha visto e studiato lui. Per il nostro dovere di cronaca, non menzionato qui sotto, ricordiamo che la prima volta che abbiamo visto le nuovi pelli della cassa con il logo di Octavarium era circa un’annetto fa per il concerto a Villa Pisani di Strà. La traduzione, l’adattamento e l’edizione in italiano dell’articolo di Alan sono a cura del nostro infaticabile Francesco “Carambola/Nuovo Boosta” Ferrari. Vi ho lasciato la scorsa volta con un suggerimento su quello che stava per arrivare in vista delle registrazioni di “Octavarium” e del conseguente tour, e menzionato che la versione americana completa della Siamese Monster (SM) era stata utilizzata assieme al kit preparato per “Hammer Of The Gods” (HOGT d’ora in poi) posizionato di fronte al kit SM quando la band si è stabilita all’Hit Factory… Ma torniamo un attimo indietro. Mike aveva de-ciso ancor prima delle registrazioni che avrebbe cambiato la livrea del suo kit e anche la sua componentistica, infatti alla TAMA erano già al lavoro ben prima che i DT entrassero in studio nell’autunno del 2004 . Come sempre Mike ha già chiaro in mente quello che farà! Come scopriremo, la parte destra della SM non fu per nulla usata durante le registrazioni di Octavarium, infatti Mike preferì il kit HOGT per circa la metà delle tracce… in ogni caso pochi giorni dopo che ebbi il nuovo disco tra le mani ho pensato che avrei provato a indovinare da solo che kit MP aveva usato per ciascuna traccia, detto fatto, scrissi

a Mike per vedere quanto era stato fine il mio orecchio scoprendo di aver sbagliato solo un brano. Vediamo con ordine gli accoppiamenti: Root of all Evil - HOTG (con aggiunta di un piatto China) The Answer Lies Within HOTG These Walls – Parte sinistra della SM I Walk Beside You - HOTG (con aggiunti un tamburello e un piccolo splash) Panic Attack - Parte sinistra della SM Never Enough - HOTG Sacrificed Sons - HOTG e parte sinistra della SM! Octavarium - Parte sinistra della SM

Il mio errore era legato alla prima traccia ma, alla fine, Mike mi ha confermato che in origine aveva pensato le sue parti per la parte sinistra della SM, ma alla fine optò per il kit HOTG per trovare sonorità e groove simili a quelli usati da Dave Grohl (Foo Fighters / Nirvana) e dai Muse. Quindi ora sappiamo come Mike si stava comportando, ovvero ha usato quanto più possibile un set-up semplificato focalizzato sui brani più tirati… Inoltre, Mike ha usato un secondo rullante (il Melody Master da 12 pollici) su These Walls e sulla title track,


arrivando a unire entrambe i suoi rullanti signature invece che usare quello della parte destra della SM. Per la prima volta vediamo quindi Mike usare due rullanti contemporaneamente su una singola canzone (da notare che per farci stare il 12” nei due brani ha tolto il timpano da 16” che normalmente si trova alla sinistra del charleston della parte sinistra del SM kit). Il 24 Ottobre 2005 l’ho trascorso insieme alla crew dei DT all’Hammersmith di Londra con il mio amico Robbie (che ha fatto un sacco di foto) e abbiamo ripreso i particolari del nuovo kit senza lasciarci sfuggire la possibilità di veder assemblare tutto il kit da zero! Riassumendo dunque, i cambiamenti fatti nel kit sono quelli che trovate qui, il resto rimane configurato come sul kit originale SM (ho anche inserito un paio di altri piccoli ritocchi non direttamente collegati ad esso ma comunque rilevanti: Il colore è stato cambiato in bianco con il logo Majesty in argento, compresi i due rullanti Melody Master che al pubblico vengono offerti solo in nero. Il nuovo kit è stato battezzato ‘The Albino Monster’. Nuove pelli per le grancasse disegnate da Scott Hansen (ci torneremo più avanti). La parte destra del kit ora prevede: un rullante in ottone 14” x 6.5” (PBS265), una cassa da 26” x 14”, un tom da 14” montato a rack e due timpani rispettivamente da 16” e 18” – i tom e la cassa usano pelli Remo CS Black Dot proprio come quelle usate da John Bonham mentre il rullante mantiene la scelta standard di Mike cioè le CS Reverse Dot – per quel

che riguarda i piatti invece troviamo da sinistra a destra un charleston prototipo da 15”, un Vault Crash da 16”, un Max Splash da 11”, un Ride prototipo da 24”, un crash AAX Stage da 18”, un Vault Crash da 19” e un China HH da 20”. Nella parte sinistra del kit invece ci sono questi cambiamenti: il Melody Master da 12” rimpiazza il Timbalito della LP e l’High Max Stax da 8” si trova alla sinistra di Mike appena dopo il 4° Octoban (finalmente tutti gli Octoban hanno l’attacco MultiAngle mentre nel kit originale solo i primi due avevano questo accorgimento i rimanenti avevano l’attacco standard previsto da TAMA cosiddetto ‘slip-on’ che concedeva minori regolazioni). Da notare che quando il kit fu fotografato per alcune pubblicità future di TAMA con lo slogan ‘Un nuovo mostro sta prendendo vita…’ le specifiche riportate erano piuttosto imprecise infatti vediamo che per reggere gli Octoban avevano messo un piede di un tom e il Max Stax da 8” non si trovava nella posizione corretta, così come il perno centrale del charleston non era stato tagliato all’altezza giusta. Alla destra di Mike nel kit sinistro, il “TympTom” custom (lo ha sempre chiamato così - praticamente una versione con due pelli del TympTom standard TAMA con una sola pelle) viene sostituito con una versione da 14” e un “X-Hat” viene sistemato al posto del classico charleston che faceva parte dell’SM kit destro originale (rimane comunque un 13”) – mi state seguendo ancora tutti vero? Il nuovo TympTom da 14” (anche qui una versione custom con due pelli) ha una Remo Emperor come i tom della parte sinistra del


kit (il vecchio 10” di solito aveva una pelle Pinstripe più spessa per avere comunque un suono profondo anche su un fusto di quelle dimensioni); è dotato inoltre del sistema di montaggio Starcast non previsto sul 10”… I piatti per la parte sinistra del kit sono gli stessi del kit SM originale (tranne l’”X-Hat” a destra). Un cambiamento fatto dopo il Gigantour alla parte destra del kit sinistro è stato quello di portare il China che prima si trovava alla destra di Mike al di sopra dei due crash, prima era situato in mezzo. I tamburelli sono bianchi invece che neri e quello a destra ha cambiato posizione: da appena sulla destra di fronte a Mike ora è alla sua sinistra quando si trova a suonare il kit HOTG al di sotto del charleston. La struttura che reggeva il gong prima era cromato, ora è bianco. Gli sfiati “Holz” frontali delle casse da 4 pollici ora sono bianchi e non cromati, i fori, per il tour di TOT erano stati spostati sulla sinistra di ciascuna cassa ora son tornati centrali (guardando il kit) come ai tempi del tour di 6DOIT. Le date dei festival dell’estate 2005 in Europa sono state suonate con il kit standard europeo insieme alle due pelli di TOT (per le primissime esibizioni) mentre per l’ultima manciata di concerti hanno fatto la loro ricomparsa le pelli originali di Octavarium questo perché erano state inizialmente trattenute in Svezia e non si era riusciti a farle arrivare contemporaneamente dove si trovava la band! I top SlickNut dei piatti ora sono di color acrilico invece che neri; al contempo SlickNut ha venduto alla casa di bacchette Vater il

brevetto della versione nera ma non quella trasparente, motivo per cui essendo MP endorser SlickNut usa queste ultime e non quelle nere ormai di proprietà Vater, quindi della concorrenza. Le bacchette 420N Pro-Mark usate per questo tour sono custom, così come per il tour di TOT, e sono nere riportano la scritta ‘Octavarium World Tour 2005/2006’. Nuovo anche il tavolino per le bevande che sostituisce quello a forma di simbolo dell’infinito fatto dall’allora tecnico di Mike José Baraquio. Quello nuovo fatto dai ragazzi del DrumPad di Chicago è bellissimo, ottagonale con bordo bianco e piano rosso, ovviamente con simbolo Majesty in bianco. Niente paura quello vecchio non è stato buttato: viene usato per reggere la tastiera usata da James nei concerti durante Octavarium. In aggiunta ai piedistalli delle tastiere di Jordan e ai poggiapiedi di JP adesso anche Mike ha un prodotto di Mike Slaats, cioè un portabacchette tubolare che si trova tra i due kit; anche nelle ultime volte che avevamo visto la SM era presente ma ora è parte integrante. Una cosa importante da dire è che fino alla parte europea del tour di Octavarium inclusa esisteva solo UN esemplare dell’Albino Monster – costruito negli Stati Uniti e facendo la sua comparsa nel ‘Gigantour’ e volando in giro per l’Europa – mentre i precedenti kit avevano dei duplicati per US, EU e Giappone pronti fin da prima delle tournee. Dato che il kit Albino fu pronto solo alla vigilia delle prove per il Gigantour non ci fu modo per costruirne dei doppioni da portare in giro per il mondo.


In ogni caso i pezzi della batteria dovevano esser costruiti ma la grossa differenza stava nel sistema rack dei supporti; questo perché era stato cambiato profondamente soprattutto per la parte destra (HOTG) che ha tubolari nuovi che poco o niente hanno a che fare con il kit disponibile al pubblico, infatti sono stati necessari parecchi adattamenti sia per rendere il tutto più leggero sia più piacevole esteticamente. Avendo avuto l’occasione di guardare molto da vicino questo gioiello devo dire che è opera di un vero genio, frutto di molte ore di studio per montare tutto in modo compatto e sicuro; da notare il lavoro fatto sul reggi-charleston HOTG che non ha gambe ma è stato integrato nel rack, geniale! Sul finire del tour europeo il rack (assieme al resto dei pezzi già pronti) fu spedito in Giappone affinché fosse preparato un kit identico per il tour asiatico assieme a quello già esistente. Questo è stato possibile in un lasso di tempo ristretto perché Mike per il tour sudamericano ha deciso di usare una versione ridotta del SM così da poter utlilizzare nel regno del sol levante il mostro albino come falsariga per il nuovo kit: attenzione non ci sarà un terzo kit ‘europeo’. Il mini-kit usato per il tour i Sud America (che si potrebbe utilizzare anche per eventi sporadici) è stato creato sulla base del SM e battezzato “The Mini Monster”; praticamente si tratta di buona parte della metà sinistra del SM ma con soli due Octoban e con il Melody master da 12” montato alla sinistra

del timpano da 16” (proprio come sull’Albino Monster), un tamburello e sopra di essi un set di campane a tubo (chimes); il Gong della parte destra è stato portato vicino al Tymptom da 10”; a seguire c’è l’High Stax da 8” che sta appena dopo gli Octoban (come nell’Albino). Per i piatti Mike ha una serie composta da crash / china / crash davanti sulla sinistra mentre dal lato opposto 3 crash e 2 china assieme al ride da 22”, un charleston da 13” e al LowStax; anche in questo caso l’intero kit ha subito una serie di interventi tipo ‘puzzle’ ma alla fine il risultato è una versione ‘light’ del buon vecchio SM. Ovviamente avendo aggiunto il kit HOTG Mike ha mandato in pensione qualcuno dei vecchi gingilli: le chimes di destra, i blocchetti di granito (intro di Trial Of Tears), il ‘triple-hat’ della Sabian, la IceBell da 12” e il cosiddetto ‘Custom Cymballed Hi-Hat’ MaxStax da 8”. Ci salutano anche il MaxSplash da 7”, i due Octoban più lunghi e il gong. Ovviamente alcune sostituzioni nel parco piatti le ho già evidenziate in precedenza mentre in altri casi ci son stati solo degli spostamenti, vedi il tamburello e il MaxStax da 8”.

Il timbalito dalla Latin Percussion a sinistra del kit non c’è più. Mike in tour usa un doppio pedale (l’Iron Cobra Powerglide) mentre in studio usa un pedale singolo. I numeri che potete aver notato su alcune delle pelli ritratte nelle foto ‘dietro il kit’ avevano lasciato di stucco anche noi finchè Tom Manning mi ha svelato l’arcano; si tratta di numeri che appaiono in alcune occasioni nel serial tv ‘Lost’ – ancora una volta Mike gioca a far impazzire noi fan. Attualmente Mike ha un tecnico a tempo pieno, Eric Disrude, presente dalle prime tre date italiane del Luglio 2004 per poi esser con lui durante il tour con gli YES, alcune date nei festival europei , il Gigantour e via via fino alla fine del tour europeo… Ho passato una splendida giornata in sua compagnia e col mio fidato assistente Robbie, Eric è stato molto paziente e ho potuto intervistarlo a lungo, spero di poter pubblicare l’intervista completa da qualche parte a breve; è veramente un grande e con un sacco di responsabilità.


Tra l’altro è stato proprio lui a scattare la foto di Mike, Max e Melody apparsa su MP.com, circondati dalle varie batterie di Mike quando fu tutto spedito alla sua nuova abitazione – un bel po’ di sollevamento pesi per Eric quella volta! La versione del SM nelle foto è quella giapponese che essendo stata usata molto poco, rispetto alle altre due, è ancora in ottime condizioni.

Infine, per le sessioni dell’OSI2 (che Mike ha registrato nel week-end del 20-21 Novembre 2005) ha usato quello che probabilmente è stato il suo kit più piccolo, per lo meno dai tempi del Yellow Matter Custard. Il kit era formato da una cassa 20” x 18” (custom, creata appositamente per gli show 2001 del G3 con Petrucci) un MelodyMaster 12” (dal kit Max), un timbalito della LP e il tom da 13” del Red Monster usato come timpano. I piatti: un charleston da 13” (sempre dal kit Max), un Rock Ride da 22”, un HHX China da 18”, un HHX Studio Crash, un Thin Crash da 17”, un HHXtreme Crash da 16”,

un set di Low Max Stax e uno splash Max da 9”… una cosa veramente minimale! Bene, questo è tutto per ora: come al solito i ringraziamenti vanno a Mike per aver organizzato questa visita accompagnata da Eric, ad Eric per la sua pazienza e per aver passato tutto quel tempo con noi, a Robbie per l’assistenza in generale e per tutte quelle foto all’Hammersmith, a tutta la crew dei DT per esser stati così ospitali e infine grazie a Kerry, Rich e Tom per aver permesso che tutte queste cose giungessero fino a voi! Alla prossima! © Al Muirden November 2005


Nel 2000 al Roseland, l’aftershow non fù proprio la conclusione “perfetta” di quella magica serata, mancava parecchia gente ma sopratutto Mike crollò dopo l’immenso stress di quella giornata e per precauzione fu trasportato al pronto soccorso più vicino per essere più tranquilli. Questa volta, al Radio City, la band ed il management si sono presi la degna rivincita. Sala riservata nel seminterrato, pass da ritirare rigorosamente con documento di identità, gente selezionata ed udite udite un buffet caldo e freddo a disposizione degli invitati. Roba nuova per i nostri occhi! Non definiamoli tirchi ma, mai avevamo visto la band investire in una accoglienza così vasta e saporita:-) Se ce n’era bisogno, proprio in quel momento, abbiamo avuto la conferma ed abbiamo incoronato “uomo del tour” John Myung. E’ stato accolto da quelli che noi abbiamo definito “gli amici del suo bar”, un gruppo di cinque giocherelloni che non hanno fatto altro che stuzzicarlo con frasi del tipo “dai John stasera hai proprio suonato da schifo”, “ma ti sei visto i capelli?”, “guarda, ti ho visto negli schermi, sei venuto proprio male”. E lui? il silenziosissimo lui? Risate a crepapelle e pacche sulle spalle “No dai, non è vero, mi ero messo pure il balsamo stasera!!!”. Abbiamo abbandonato la scena con aria praticamente esterrefatta. Mike ha ricevuto i complimenti del

padre, Jordan e moglie facevano da ciceroni a tutti quelli che volevano stringere la mano al direttore dell’orchestra, James appena ha visto John Macaluso ha perso ogni cognizione temporale e Petrucci è uscito dai camerini mano nella mano con una delle figlie che voleva assolutamente andare a casa! La strada che all’andata ci siamo fatti in taxi, la ripercorriamo al contrario per rientrare in hotel, gustandoci l’ennesima Dr. Pepper ghiacciata in questa stellata notte d’aprile. Passando ai concorsi della scorsa fanzine, in molti ci hanno fatto la stessa domanda: “Si possono acquistare gli Official Bootlegs direttamente dal Fan Club?” La risposta è no, e non per nostra scelta. Molte volte la nostra richiesta è stata inoltrata a Mike e soci ma la risposta è stata sempre negativa scegliendo internet e la carta di credito come unica maniera per entrare in possesso dei preziosi supporti. Ultimamente i dischi avevano fatto capolino al bancone del merchandise ufficiale all’interno dei palazzetti, ma, sul prezzo di vendita proposto, il risparmio dell’acquisto su internet è alquanto imbarazzante. Non c’è nemmeno 1 vincitore dell’album dei Toto “Falling in Between” in quanto l’unica risposta che ci è giunta è errata, il concorso verrà riproposto a breve sul sito. (vergogna!!!) Andrea Baiamonte 5078 vince l’OB “The Majesty Demos 19851986”. La prima canzone in assoluto scritta dal trio Portnoy, Petrucci e Myung fu Another Won, non a caso rispolverata durante lo scorso tour in onore del loro ventennale di carriera. Corrado Azzariti 3146 vince l’OB “The Making of Scenes From A Memory”. I 4 concept ispiratori furono The Wall dei Pink Floyd, Tommy degli Who, Operation Mindcrime dei

Queensryche e Misplaced Childood dei Marillon. Alcuni di questi album si possono intravvedere in una carrella rapidissima durante il saluto filmato che la band fece all’Italian Dreamers, durante le registrazioni di SFAM, incluso nel Christmas CD del 1999. Ilaria Menale 5138 vince l’OB “When Dream and Day Unite Demos 1987-1989”. Mentre tutti i brani suonati dai Majesty al tempo del Berklee College, seppur strumentali, erano pensati per contenere le parti cantate, “Ytse Jam” fu composta strumentale per rimanere tale, solo Kevin Moore apportò qualche arrangiamento diverso nel 1986. Ecco i nuovi concorsi: 2 copie del promo di OSI 2 a chi ci dice in quali brani suona Mike Portnoy. 1 Official Bootleg “Master of Puppets” a chi ci dice in quale studio fu registrato il “vero” MOP da parte dei Metallica nel 1985. 1 Official Bootleg DVD “Dark Side of the Moon” a chi ci dice chi fu il sassofonista che salì sul palco insieme alla band nella data del 11 ottobre 2005 ad Amsterdam, quando l’album dei Pink Floyd venne proposto per la prima volta al pubblico. Concorso riservato solo ai nuovi iscritti per il 2006 (dalla tessera numero 5200 in poi). 3 copie del Fan Club DVD “A Walk Beside the Band” a chi ci indica i primi due pezzi e gli ultimi due brani del concerto di Roma al Palalottomatica del 31 ottobre 2005. Spedire le risposte in busta chiusa a: Italian Dreamers C.P. 161 47838 Riccione Centro RN


Dream Theater & Octavarium World Tour 2005/2006 crew. Altri ringraziamenti vanno a: Gianni Andreotti & Elena Zermiani @Warner Italia, Mariela ed erede, Rosario & Andrea @Live, Elena, Marzia, Cristina & Aldo @Barley Arts, Elio Bordi @ Fontiers Records. Inside Out Staff and Audioglobe Staff. Un ringraziamento speciale agli altri DT Fan Clubs sparsi nel mondo: Seb, Bertrand & Stephane @Your Majesty Francia, Steffen, Margret, Michael & Darko @The Mirror Germania, Masa e Famiglia @Carpe Diem Giappone, Kim@DT Norway, Tom & Kerry@Voices UK. Special thanks to: American Airlines e i posti vicino alle uscite di sicurezza, Holyday Inn per le camere immense, Ali Baba e il suo taxy giallo, Nike Town per i prezzi altissimi, NBA Store per le magliette fighissime, Footwear.com per il commesso più tecnico del mondo, Danielle Rudess per il pranzo pagato e lo shopping consigliato, John Macaluso perché è il solito pirla e perde il telefonino il giorno prima del nostro arrivo a New York, Hilton Sharm Dreams per la meritata vacanza dopo il tour de force a New York, Bertrand@your majesty senza il quale l’intervista su OSI2 non avrebbe alcun senso;-), la Sig.ra Luisa che si è sparata la plastificazione di ben 500 delle VOSTRE tessere, senza battere ciglio e senza chiedere neanche da mangiare! Complimenti a tutti i ragazzi italiani arrivati al concerto del Radio City Music Hall. Special NO thanks: Delta Airlines e l’amico “fidato”, by Iapo.

Metropolzine 26  

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