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Alessandro Grittini · Luca Franceschini

narrare la storia l’età contemporanea

contributi e coordinamento editoriale di Robi Ronza


L’ultimo anno di questo tuo percorso scolastico coincide con l’emergere in te di domande e interrogativi sulla vita e sull’uomo sempre più urgenti e profonde. Sentirai crescere dentro di te l’esigenza di aprirti alla realtà, avvertirai la responsabilità di sentirti parte della comunità degli uomini e di dare il tuo contributo al bene di chi hai intorno e di tutta la società. Nell’esperienza di quest’anno, attraverso lo studio delle varie discipline e con l’aiuto dei tuoi insegnanti, potrai comprendere come il lavoro scolastico non sia estraneo a tutto questo. E tra queste discipline la storia occupa un ruolo fondamentale. I comportamenti, le azioni, i tentativi degli uomini del passato, anche quando sono accompagnati da errori a volte tragici, se studiati con questo interesse, possono esserti di aiuto nella crescita della consapevolezza di chi sei, di che cosa ci fai al mondo e di come puoi dare un tuo contributo alla costruzione del bene comune. Partendo dagli ultimi decenni dell’Ottocento, giungeremo ai tempi del nostro passato più prossimo. Sono due intensi secoli segnati da grandi progressi ma anche da tragedie senza precedenti in tutta la storia. In che cosa sta, in fondo, l’aiuto più grande che la storia studiata insieme in questi tre anni può fornirci? Sta nel capire di più chi siamo e nel diventare consapevoli che la costruzione del futuro è un impegno che riguarda tutti noi, di cui tutti siamo chiamati ad essere responsabili. La pace, il benessere e la dignità dell’uomo non sono mai obiettivi raggiunti e garantiti una volta per tutte, ma richiedono sempre l’impegno dell’intelligenza e della libertà di ciascuno, grande o piccolo che sia.

Contenuti digitali integrativi su www.lacetra.it/narrare-la-storia Attraverso il sito collegato a questo libro, potrai condividere con alunni di altre classi sparse per l’Italia e altrove ciò che i tuoi occhi avranno imparato a vedere e a gustare di quanto ti circonda. A pagina 1 trovi il tuo codice per accedere ai contenuti digitali. In copertina: Marina Bay, l’antico centro di Singapore, oggi dominato dalla grandiosa mole del Marina Bay Sands. Sulla piattaforma sovrastante i tre edifici sorge un lido pensile con una piscina lunga 150 metri.

la cetra

Collana scolastica diretta da Raffaela Paggi

¤ 24,90

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CAPITOLO 1

LA CETRA Collana scolastica diretta da Raffaela Paggi

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Alessandro Grittini · Luca Franceschini Narrare la storia Il Medioevo L'età moderna L'età contemporanea Alessandro Grittini ha scritto per intero il primo volume e i capitoli 1, 2, 4, 6, 9, 12, 13 del secondo volume. Luca Franceschini ha scritto i capitoli 3, 5, 7, 8, 10, 11, 14, 15, 16 del secondo volume e per intero il terzo volume. I capitoli 15, 16, 17 del terzo volume sono stati rivisti da Alessandro Grittini. Le conclusioni sono opera comune degli autori. I riassunti al termine di ogni capitolo sono scritti con caratteri appositamente studiati per facilitare la lettura ad alunni con DSA.

Alessandro Grittini, Luca Franceschini Narrare la storia Volume 3: L'età contemporanea Itaca, Castel Bolognese www.itacaedizioni.it/narrare-la-storia-3 Prima edizione: agosto 2014 Nuova edizione rivista e aggiornata: giugno 2018 ©  2014 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0551-2 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Progetto grafico: Andrea Cimatti Ricerca iconografica e cartine: Stefano Bombelli Cura editoriale: Cristina Zoli Finito di stampare nel mese di giugno 2018 da D'Auria Printing, S. Egidio alla Vibrata (TE)


CAPITOLO 1

Alessandro Grittini · Luca Franceschini

narrare la storia l’età contemporanea consulenza didattica

Maria Silvia Riccardi

contributi e coordinamento editoriale

Robi Ronza


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CAPITOLO 1

Capitolo 1

materiale integrativo on line e nell’app

Il mondo tra il 1870 e il 1914 Verso nuove alleanze e nuovi assetti politici mondiali In Europa la fine del XIX secolo fu caratterizzata da cambiamenti politici di grande portata: l’unificazione tedesca nel 1871, operata da Bismarck per mezzo di una serie di guerre vittoriose, fece definitivamente tramontare quel “principio di equilibrio” che aveva, nel bene e nel male, dominato l’assetto del vecchio continente a partire dal Congresso di Vienna. Il desiderio di vendetta della Francia sulla Germania, unitamente alle aspirazioni di Austria e Russia sui Balcani, portarono alla formazione di alleanze contrapposte, che saranno poi alla base dello scoppio della Prima guerra mondiale. Al di fuori dell’Europa, mentre la Gran Bretagna andava consolidando il suo impero mondiale, gli Stati Uniti completarono l’effettiva conquista del territorio sotto la loro sovranità e fecero registrare una crescita economica senza precedenti, avviandosi a diventare uno dei paesi più potenti del pianeta. Ciò non avvenne senza gravi conseguenze: tale conquista venne infatti realizzata al prezzo del genocidio dei nativi americani, i cosiddetti “pellerossa”. Inoltre le differenze economiche e sociali tra gli stati del nord e quelli del sud provocarono una guerra civile che lacerò il paese per quattro anni.

Il Congresso di Berlino (1878) Olio su tela di Anton von Werner (1881), Berliner Rathaus, Berlino Bismarck, arbitro della scena politica europea, stringe la mano al delegato russo, conte Šuvalov.

brano audio on line e nell’app

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Il mondo tra il 1870 e il 1914

1 · Gli Stati Uniti tra crescita economica e guerra civile

Perché sempre più persone emigrarono verso gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti vanno incontro ad una rapida espansione Dopo aver conquistato l’indipendenza dalla Gran Bretagna, gli Stati Uniti conobbero un periodo di grande crescita. Sempre più persone, da diverse parti d’Europa, emigrarono nel nuovo continente, attirate dalla vastità degli spazi e dalle maggiori possibilità che esso offriva. Tra il 1820 e il 1860, il numero degli abitanti passò da oltre 9 milioni a 31 milioni circa. Il territorio delle tredici colonie originarie ormai non bastava più e si verificò per tale ragione una vera e propria “corsa verso Ovest”. I nuovi coloni si spinsero progressivamente verso le regioni centrali e occidentali del paese, alla ricerca di nuove terre da coltivare e di spazi per fondare i loro insediamenti. La scoperta dell’oro in California moltiplicò gli arrivi e generò un entusiasmo senza precedenti, anche se poi non tutti riuscirono a realizzare i loro sogni di ricchezza. Nel 1860, allo scoppio della guerra civile, gli stati americani ufficialmente riconosciuti dal governo di Washington erano già 33.

Perché i nativi americani vennero sterminati?

La costruzione della ferrovia e il genocidio degli indiani Per permettere una comunicazione più agevole tra le diverse zone del paese, fu costruita una vasta rete ferroviaria che collegava la costa atlantica con quella pacifica. La ferrovia intensificò gli scambi commerciali, rese più facili gli spostamenti e giocò dunque un ruolo importante nella crescita economica del paese. Tuttavia questi risultati ebbero un costo: i nativi americani, che da secoli abitavano le grandi pianure occidentali, furono progressivamente spinti fuori dai loro territori e rinchiusi in apposite riserve dove vivevano in condizioni miserevoli. Molte tribù non accettarono questo trattamento e resistettero tenacemente, attaccando e massacrando vari gruppi di coloni. L’esercito americano dovette perciò intervenire duramente, combattendo contro i pellerossa vere e proprie guerre che ebbero un esito tragico: la maggior parte degli indiani venne sterminata ed entro la fine del XIX secolo nessuno di loro viveva più libero sul territorio degli Stati Uniti. Un’espansione ottenuta anche con le guerre L’espansione territoriale del paese si realizzò anche attraverso la conquista o l’acquisto di territori fino ad allora appartenenti ad altri stati. Nel 1803 la Francia di Napoleone aveva venduto al governo di Washington la Louisiana, un territorio allora molto più ampio dello stato americano che oggi porta questo nome. Tra il 1846 e il 1848 fu poi combattuta una guerra contro il Messico, al termine della quale gli Stati Uniti conquistarono il Texas, il Colorado, l’Arizona, il Nevada, lo Utah, il Nuovo Messico e gran parte della California.


CAPITOLO 1

In politica estera, il governo di Washington si diede da fare per consolidare la propria influenza su tutto il continente: la base di questo programma fu la cosiddetta “dottrina Monroe”, dal nome del presidente che per primo la formulò nel 1823. Secondo tale dottrina, gli Stati Uniti avrebbero dovuto rimanere fuori dalle vicende europee, puntando invece a un più intenso rapporto coi paesi dell’America Latina, che si erano da poco staccati dal dominio spagnolo o portoghese e dai quali si puntava ad escludere ogni influenza europea, secondo il motto “l’America agli americani”. La debolezza di questi stati però fece sì che in poco tempo essi cadessero sotto il completo controllo economico e politico di Washington.

Tra gli stati del nord e quelli del sud c’erano differenze enormi Nonostante la prosperità economica e il livello di sviluppo complessivo raggiunto, emergeva comunque all’interno del paese un’enorme differenza tra gli stati del nord e quelli del sud. Nei primi si era sviluppata un’economia di tipo industriale, gestita da un abile e intraprendente ceto di imprenditori borghesi, che utilizzava il lavoro degli operai, spesso immigrati europei. Nel sud invece prevalevano le grandi piantagioni di tabacco, zucchero e cotone, possedute da proprietari terrieri che utilizzavano il lavoro degli schiavi neri. Per questo motivo, le due parti del paese sostenevano due politiche economiche differenti: il Nord preferiva una politica di tipo

Indiano della tribù Cheyenne Fotografia di John K. Hillers (1875), Paul Getty Museum, Los Angeles

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Il mondo tra il 1870 e il 1914

Perché gli stati del nord e quelli del sud degli Stati Uniti sostenevano due politiche differenti?

Secessione La parola deriva dal latino secessio (“distacco”) e sta ad indicare appunto il distacco di un gruppo di individui da una collettività. In campo politico, viene usato per indicare la volontà di una regione, una città o un nucleo territoriale più vasto, di separarsi dal governo centrale.

Perché scoppiò la Guerra di secessione americana?

protezionistico, in modo da poter difendere i propri prodotti dalla concorrenza di quelli europei; il Sud era invece maggiormente favorito dal libero scambio, poiché i prodotti delle piantagioni erano destinati soprattutto ai mercati stranieri.

Il problema della schiavitù divide Nord e Sud La situazione era poi complicata dal problema della schiavitù. Nei primi decenni dell’Ottocento erano sorti numerosi movimenti e associazioni di ispirazione religiosa che premevano per l’abolizione di questa pratica. Anche gli uomini politici del nord non la sostenevano, tanto più che essa era assolutamente inutile a un’economia industriale. Inoltre gli stati del sud non erano particolarmente favorevoli al rafforzamento di un governo centrale a Washington, visto come un possibile ostacolo per il perseguimento dei loro interessi, e desideravano perciò maggiore autonomia, soprattutto nelle questioni economiche. L’elezione di Abraham Lincoln e lo scoppio della guerra civile I contrasti tra Nord e Sud divennero particolarmente aspri a partire dal 1860, quando fu eletto presidente Abraham Lincoln. Questi non sembrava molto sensibile al problema dei diritti dei neri, ma riteneva comunque che la schiavitù avrebbe, col passare del tempo, minato sempre di più la stabilità degli Stati Uniti. Per questo motivo, appena eletto, emanò una legge che proibiva di introdurre questa pratica negli stati di nuova formazione. Nonostante non si fosse mai parlato esplicitamente dei territori del sud, tra i vari proprietari terrieri serpeggiò la paura di un’abolizione totale della schiavitù. Lincoln inoltre era favorevole ad assegnare sempre più ampi poteri al governo centrale e non guardava con favore al desiderio di autonomia degli stati del sud. Per tutti questi motivi, alla fine del 1860 il South Carolina proclamò la secessione: fu immediatamente seguito da altri sei stati, che divennero dieci a guerra in corso. «Una casa divisa non può durare», proclamò a questo punto Lincoln. Era l’inizio della guerra civile. La prima guerra dell’era industriale La guerra vide contrapposti quindi i ventiquattro stati e territori dell’Unione (chiamata così da Lincoln per sottolineare l’importanza del governo centrale) agli undici della Confederazione (un nome che evidenziava il loro desiderio di indipendenza da Washington). Si trattò di una guerra durissima, caratterizzata dall’utilizzo della tecnologia e dall’impiego di grandi quantità di uomini e mezzi (per la prima volta nella storia degli Stati Uniti si fece ricorso alla coscrizione obbligatoria per l’arruolamento delle truppe). Trattandosi poi di un conflitto che opponeva americani ad altri americani,


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Canada

Territorio Washington

Minnesota Territori Dakota

Wisconsin

Oregon

Vermont Michigan

Territorio Nevada

Territorio Utah

Territorio Colorado

Territorio Indiano

California Territorio Nuovo Messico

Massachusetts Indiana

Illinois Kansas

Messico

Pennsylvania

Ohio

Kentucky

Virginia Carolina del Nord Carolina del Sud

Tennessee Arkansas

Mississippi

Georgia

Loiusiana

Florida

Rhode Island Connecticut New Jersey Delaware

West Virginia

Missouri

Alabama Texas

New Hampshire

New York

Iowa

Territorio Nebraska

Maine

Maryland

Gli schieramenti della Guerra di secessione Stati confederati del sud Stati schiavisti ma aderenti all'Unione Stati unionisti del nord

come in tutte le guerre civili l’ostilità venne ulteriormente aggravata dall’odio. Le operazioni iniziali furono favorevoli ai sudisti. L’esercito dell’Unione fu preso di sorpresa e i confederati poterono avanzare fino al Maryland. Inoltre, la Gran Bretagna scelse di schierarsi con gli stati del sud, poiché non voleva perdere le forniture di cotone che essi le garantivano.

La vittoria del Nord Ben presto però le sorti del conflitto cambiarono. Gli stati del nord erano molto più popolati (avevano 21 milioni di abitanti) con un territorio molto più esteso e con la quasi totalità delle industrie. Al contrario, gli stati confederati avevano solo 9 milioni di abitanti, di cui un terzo schiavi che non furono fatti combattere se non pochi mesi prima della fine del conflitto. Non possedendo industrie, inoltre, potevano disporre di una quantità inferiore di armi. La situazione precipitò nel momento in cui la Gran Bretagna, non volendo ulteriormente coinvolgersi nella guerra, non sostenne più i sudisti, sviluppando le sue importazioni di cotone dall’Egitto e dall’India. Questo fatto, assieme al blocco dei mari messo in atto dalla flotta dell’Unione, spostò decisamente l’equilibrio delle forze in campo. La grande battaglia di Gettysburg (Pennsylvania), combattuta nel luglio 1863, si rivelò decisiva per le sorti del conflitto. Le forze del


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Il mondo tra il 1870 e il 1914

Perché nella guerra prevalsero gli stati del nord?

Nord dilagarono rapidamente fino al Mississippi e, nell’aprile del 1865, gli stati confederati firmarono la resa. La guerra civile era terminata ma il prezzo da pagare era stato altissimo: vi furono seicentomila morti, un numero quasi equivalente a quello di tutte le altre guerre combattute dagli Stati Uniti nel XIX e nel XX secolo!

Perché l’abolizione della schiavitù non portò grandi miglioramenti nelle condizioni di vita della popolazione di colore?

L’abolizione della schiavitù porta alla segregazione razziale La situazione si fece ancor più drammatica quando, pochi giorni dopo la firma della pace, Abraham Lincoln venne assassinato da un fanatico sudista. La sua morte non fermò il processo di abolizione della schiavitù, che egli stesso aveva avviato nel 1863 con un suo celebre proclama. Con un apposito emendamento alla Costituzione essa venne abolita definitivamente. I neri potevano ora andarsene dalle terre dei loro padroni e cercarsi un lavoro autonomamente. Questo non portò però a un miglioramento immediato delle loro condizioni: purtroppo la mentalità razzista era ancora molto diffusa nel sud e la maggior parte dei bianchi non poteva accettare che la popolazione di colore potesse avere i suoi stessi diritti. Nei vari stati vennero così varate leggi che discriminavano i neri e impedivano loro di frequentare gli stessi luoghi dei bianchi. In breve tempo si crearono così due comunità separate: quella nera era di fatto segregata nelle zone più disagiate delle varie città e poteva svolgere solo determinati lavori di basso livello. Ci sarebbero voluti diversi decenni prima che questa drammatica condizione potesse cambiare.

2 · La Francia della Terza Repubblica La sconfitta di Sedan apre la strada alla Comune di Parigi In Francia il governo di Napoleone III, già in crisi, crollò definitivamente in seguito alla sconfitta di Sedan contro la Prussia di Bismarck. I disordini che scoppiarono a Parigi dopo la sconfitta provocarono, nel marzo del 1871, la formazione di un governo rivoluzionario, la “Comune”, che si richiamava a quella già istituita da Danton nel 1792 ed era un chiaro tentativo di mettere in pratica le teorie di Marx sulla rivoluzione proletaria. I “comunardi” (come scelsero di chiamarsi) sostituirono il tricolore francese con la bandiera rossa, simbolo del socialismo, e occuparono le fabbriche. Speciali tribunali rivoluzionari vennero istituiti per condannare ed eliminare gli avversari politici. Si verificò insomma qualcosa di non molto diverso da quanto accaduto nel secolo precedente durante la dittatura di Robespierre. Dopo solo due mesi però, l’esercito francese, guidato dal maresciallo Mac Mahon, intervenne con straordinaria durezza: la Comune venne spazzata via, ben ventimila rivoluzionari furono uccisi e altri diecimila furono deportati nelle colonie del Pacifico.


CAPITOLO 1

La Terza Repubblica Si formò a questo punto un governo composto per la maggior parte da conservatori e presieduto da Louis Adolphe Thiers: per la terza volta, dopo quelle del 1792 e del 1848, in Francia nasceva la Repubblica. Il nuovo governo firmò con la Germania una pace molto pesante, che comportò la perdita dell’Alsazia e della Lorena, due regioni importanti dal punto di vista economico poiché ricche di materie prime, tra cui il carbone, essenziale per lo sviluppo della neonata industria. Per il paese fu un duro colpo: da quel momento, la classe dirigente, ma anche gran parte della popolazione, fu animata dal desiderio di vendicare l’onta subita. Il cosiddetto “revanchismo” (da revanche, che in francese significa “rivincita”) eccitò il nazionalismo francese anche grazie a un’abile campagna propagandistica, e fu alla base dell’odio antitedesco che avrebbe portato alla Prima guerra mondiale. La Repubblica tra crisi economica e nazionalismo La nuova repubblica francese fu dominata da un profondo nazionalismo, evidente soprattutto in politica estera: per compensare la sconfitta contro la Germania e recuperare l’orgoglio perduto, essa si diede all’espansione coloniale, penetrando nei territori vasti e ine-

Morti per le vie di Parigi durante la Comune Olio su tela di Maximilien Luce (1903), Museo d’Orsay, Parigi

Perché la perdita dell’Alsazia e della Lorena fu particolarmente grave per la Francia?

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Il mondo tra il 1870 e il 1914

Perché l’economia francese conobbe una profonda crisi?

splorati del continente africano. In politica interna, il paese andò incontro invece ad una profonda crisi economica sulla quale influirono sia il calo delle esportazioni causato dalla guerra doganale con l’Italia, di cui parleremo, sia le ingenti spese di guerra da pagare alla Germania. Il radicalismo delle estreme sinistre e il nazionalismo crebbero sempre di più col passare degli anni: prova ne fu lo scoppio del cosiddetto “Affare Dreyfus”, a seguito del quale l’ufficiale Alfred Dreyfus, di origini ebraiche, venne a torto accusato di essere una spia al servizio dei tedeschi. L’episodio mise in luce il forte sentimento antisemita presente nel paese e fu un ulteriore segnale del clima negativo che aleggiava sull’Europa.

3 · La Germania di Bismarck

Stato sociale È un sistema di leggi e di provvedimenti con il quale un governo cerca di eliminare le disuguaglianze sociali ed economiche esistenti tra i cittadini, con misure che favoriscono in particolare i meno abbienti. I campi di intervento sono soprattutto la sanità, l’istruzione, le pensioni di vecchiaia e di invalidità. Oltre alla Germania di Bismarck, politiche assistenziali di particolare efficacia sono state adottate, nel XX secolo, dalla Gran Bretagna e dai paesi scandinavi, soprattutto dalla Svezia.

La Germania di Bismarck: industrializzazione e politica sociale Una volta raggiunta l’unificazione, la Germania di Bismarck divenne uno stato dominato dagli alti ranghi dell’esercito e dai proprietari terrieri di origine aristocratica (gli Junker). Sotto il governo di Bismarck, la Germania raggiunse uno dei punti più alti della propria storia, divenendo una grande potenza industriale, soprattutto nel campo dell’acciaio. Anche l’agricoltura si modernizzò notevolmente, accrescendo così il già vasto potere degli Junker. Pur essendo un politico di chiaro stampo conservatore, il cancelliere tedesco varò una imponente legislazione sociale, allo scopo di migliorare le condizioni dei lavoratori. Furono introdotte varie iniziative, tra cui l’assicurazione contro gli infortuni, le malattie e l’invalidità. Tali decisioni furono prese anche per contrastare il potere crescente del Partito Socialista. Bismarck credeva infatti che, se avesse concesso dall’alto le riforme che esso chiedeva, sarebbe stato scongiurato il pericolo di una rivoluzione. In Germania si formò così un vero e proprio “stato sociale” ma, nonostante gli interventi di Bismarck, i socialisti aumentarono sempre più i loro consensi invece di diminuirli. La politica contro i cattolici Oltre che ai socialisti, Bismarck era ostile anche ai cattolici. Costoro, in larga maggioranza in Baviera e nelle altre regioni del sud, erano da sempre legati agli Asburgo e pertanto avversi al processo di unificazione sotto l’egemonia prussiana avviato dal cancelliere. Inoltre la loro fedeltà al papa non era vista di buon occhio all’inter-


Impero Germanico

CAPITOLO 1

Vienna

Impero Russo

Impero Austro-Ungarico Transilvania Croazia

Regno d’Italia

Dalmazia

Slavonia

Bosnia Erzegovina

Romania Bucarest

Serbia Sangiaccato

Montenegro Roma

Bulgaria Sofia

Impero Ottomano

Grecia

Atene

Mar Nero Istanbul

L’Europa sud orientale e i Balcani dopo il Congresso di Berlino (1878) Protettorati austro-ungarici

Mar Mediterraneo

no di una nazione a maggioranza protestante. Venne così avviata la cosiddetta Kulturkampf (“Battaglia culturale”) contro i cattolici, chiamata così perché ad essa veniva attribuito un significato morale e civile. Ai preti che predicavano contro il governo vennero inflitti fino a due anni di carcere, ordini religiosi come quello dei gesuiti vennero espulsi dal territorio tedesco, mentre le scuole cattoliche furono poste sotto il controllo statale. Nonostante tutte queste iniziative, il partito cattolico del Zentrum (“Centro”) guadagnò voti, tanto che nel 1878 Bismarck si trovò costretto a sospendere la sua battaglia e ad allearsi con esso contro i socialisti, che nel frattempo stavano diventando il partito più numeroso della Germania.

Bismarck arbitro delle vicende europee In politica estera, Bismarck tenne un atteggiamento equilibrato: egli era infatti contrario alle avventure coloniali e non si coinvolse molto nella spartizione dei territori africani e asiatici che interessava in quel periodo le potenze europee. Sfruttò invece la sua posizione di primo piano per svolgere il ruolo di arbitro nelle contese tra i vari stati. Dapprima cercò di isolare la Francia, di cui temeva la possibile rivincita: a tale scopo costituì nel 1873 la “Lega dei tre imperatori” assieme ad Austria e Russia. Successivamente però, la Russia approfittò della crisi sempre più grave dell’Impero Ottoma-

Perché Bismarck avviò una politica ostile ai cattolici?

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Il mondo tra il 1870 e il 1914

Perché Bismarck venne considerato l’ago della bilancia della politica europea? Perché fu firmata la Triplice Alleanza?

Kaiser Termine che deriva dal latino Caesar (cioè “Cesare”) e che veniva usato in Germania per designare l’imperatore.

no, per fargli guerra e aumentare così la sua influenza nella zona dei Balcani. Né l’Austria né la Gran Bretagna desideravano una Russia così potente, per cui nel 1878 Bismarck convocò un congresso a Berlino, durante il quale le pretese dello zar Alessandro III vennero ridimensionate, vennero riconosciuti come stati indipendenti la Serbia, il Montenegro, la Romania e la Bulgaria, mentre all’Austria venne affidata l’amministrazione della Bosnia-Erzegovina. Il cancelliere tedesco voleva assolutamente evitare di impegnarsi in una guerra su due fronti, contro la Francia e contro la Russia: per questo motivo nel 1882 firmò la Triplice Alleanza con Austria e Italia. Due anni più tardi, nel 1884, in una conferenza tenuta a Berlino si fissarono i criteri per la spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee. Tutto questo consacrò definitivamente Bismarck come l’ago della bilancia della politica internazionale di quell’epoca.

Il nuovo imperatore Guglielmo II vuole una Germania più aggressiva e Bismarck si dimette Nel 1888 salì al trono imperiale Guglielmo II, nipote di Guglielmo I. Il nuovo kaiser era un personaggio profondamente diverso dal nonno. Dotato di manie di protagonismo e per nulla disposto a lasciare tutta l’iniziativa al proprio cancelliere, voleva una politica estera più aggressiva, che mirasse maggiormente all’espansione coloniale e che fosse degna dello status che la Germania aveva assunto negli ultimi decenni. Di conseguenza Bismarck e la sua astuzia diplomatica apparivano ormai superate. Dopo le elezioni del 1890, che videro un grande successo della socialdemocrazia, l’ormai anziano cancelliere decise di rassegnare le proprie dimissioni. Da quel momento Guglielmo II fu libero di realizzare i suoi sogni di gloria e di iniziare quello che lo storico Fritz Fischer definì «assalto al potere mondiale».

4 · La Gran Bretagna nell’età vittoriana Continua lo splendore dell’età vittoriana La Gran Bretagna degli ultimi decenni dell’Ottocento era sempre il paese prospero dell’età vittoriana (1837-1901) e la sua crescita continuò anche dopo la morte della regina, con il suo successore Edoardo VII. Il livello di sviluppo economico divenne infatti molto alto e l’impero coloniale (il più esteso del mondo) garantiva un volume di traffici commerciali elevatissimo. Londra era in questo periodo una delle più ricche e importanti città del mondo, capitale della finanza e del commercio internazionale. Per quanto riguarda la vita politica, ci fu l’abituale alternanza al governo tra il partito liberale (Whig), il cui esponente più impor-


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tante era Gladstone, e quello conservatore (Tory), che era invece guidato da Disraeli. Questi due uomini dominarono la vita politica inglese per quasi tutta la seconda metà del XIX secolo, alternandosi di volta in volta nella carica di primo ministro; nonostante le loro differenze in politica interna, la politica estera di entrambi fu fortemente imperialista, volta all’espansione coloniale, soprattutto nel continente africano.

Un passo avanti per risolvere la questione irlandese: l’Home Rule Uno dei punti più controversi della politica interna britannica rimaneva la questione irlandese. L’isola da tempo mirava all’indipendenza, scontrandosi sempre con il netto rifiuto della Corona, che spesso aveva anche inviato l’esercito a reprimere i vari moti di ribellione. Nel 1885 Gladstone introdusse una misura chiamata Home Rule, che in pratica concedeva all’Irlanda un parlamento separato da quello inglese e una serie di autonomie politiche. Questa decisione (che fu il primo passo verso la concessione dell’indipendenza definitiva, che avverrà al termine della Prima guerra mondiale), suscitò tuttavia la forte ostilità dei conservatori e dei protestanti.

Expo 1851 di Londra Illustrazione della cerimonia di inaugurazione della “Grande esposizione delle opere dell’industria di tutte le Nazioni” alla presenza della regina Vittoria, 1 maggio 1851

Perché la concessione della Home Rule rappresentò un passo avanti verso la soluzione della questione irlandese?

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Il mondo tra il 1870 e il 1914

Lo “splendido isolamento” Negli ultimi decenni del secolo la Gran Bretagna avviò in politica estera quello che venne chiamato “splendido isolamento”. Di fronte ai contrasti che coinvolgevano in maniera sempre più profonda le potenze europee, il governo britannico decise di rimanere in disparte, senza prendere nessuna posizione specifica, in modo tale da potersi concentrare maggiormente sulla crescita industriale e commerciale del paese. Tale strategia ebbe un grande successo e permise al paese di andare incontro a uno dei periodi più fortunati della propria storia; dovette però essere abbandonata nei primi anni del nuovo secolo, quando la Germania di Guglielmo II, con la sua massiccia politica di riarmo, iniziò a danneggiare seriamente gli interessi inglesi. La Gran Bretagna decise così di aderire alla Triplice Intesa (1907), assieme a Francia e Russia, compiendo in tal modo un passo decisivo sulla via del primo conflitto mondiale.

Perché nell’Ottocento la Gran Bretagna era lo stato col modello più avanzato di democrazia?

Un paese dalla democrazia avanzata In questo periodo la Gran Bretagna era anche lo stato con il modello più avanzato di democrazia. I vari governi che si succedettero infatti seppero ben fronteggiare le difficoltà di carattere sociale, create dalla rapida industrializzazione del secolo precedente, con misure che portarono gli operai a godere di condizioni migliori rispetto a quelle di altri paesi. Proprio per questo, il Partito Socialista non ebbe mai un vasto seguito nell’isola (ricordiamo infatti che i sindacati, denominati Trade Unions, erano nati indipendentemente da esso e avevano poco a che fare con le teorie marxiste). Nel 1906 nascerà poi il Partito Laburista, di ispirazione socialdemocratica ma non marxista, che si inserirà nell’alternanza tra conservatori e liberali alla guida politica del paese.

5 · La difficile situazione dei Balcani: Austria e Impero Ottomano L’Impero Asburgico tormentato dai movimenti nazionalistici L’Impero austriaco stava conoscendo in questo periodo un certo sviluppo industriale, ma la sua economia rimaneva ancora principalmente agricola. Inoltre esso era sempre più travagliato dai contrasti tra i vari popoli che abitavano il suo vasto territorio, in quanto ciascuno di essi mirava ad ottenere l’indipendenza e a fondare un proprio stato. Il “compromesso” attuato nel 1867 tra Austria e Ungheria aveva solo in parte migliorato la situazione, poiché ora erano i boemi e gli slavi a richiedere una maggiore libertà da Vienna.


CAPITOLO 1

In politica estera, il desiderio di allargare la propria influenza sui Balcani poneva l’imperatore Francesco Giuseppe in continuo contrasto con la Russia e l’Impero Ottomano. Dopo la guerra russo-turca del 1877, cui abbiamo già fatto cenno, l’Austria aderì alla Triplice Alleanza con Germania e Italia proprio nell’eventualità di procurarsi un ruolo di primo piano in quella regione. Nonostante il progressivo declino, l’Impero Asburgico rimaneva comunque ancora una grande potenza e per tutti questi anni svolse un ruolo di primo piano all’interno delle vicende europee.

L’Impero Ottomano in costante crisi è preda delle mire di conquista delle potenze europee In una situazione di crisi ben più grave si trovava invece l’Impero Ottomano, tormentato anch’esso dalle aspirazioni indipendentistiche delle varie nazionalità che ne facevano parte. Già nella prima metà dell’Ottocento, approfittando della sua cronica debolezza, erano sorti nuovi stati quali la Grecia (1829) e la Serbia (1830) mentre l’Algeria era stata conquistata dalla Francia (1830). Inoltre, anche l’Egitto, dopo la spedizione di Napoleone, aveva acquistato una maggiore autonomia dal governo di Istanbul. Dopo la Guerra di Crimea (1853-1856), la Russia approfittò nuovamente di questa situazione di debolezza e attaccò l’Impero turco

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Ismail Enver Pasha (1881-1922), capo del movimento dei Giovani Turchi, davanti alla Sublime porta di Istanbul chiede al governo di dimettersi Copertina della Domenica del Corriere, 1913

Perché la situazione interna dell’Impero Asburgico era piuttosto travagliata?


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Il mondo tra il 1870 e il 1914

Perché l’Impero turco era considerato malato?

nel 1877, strappandogli buona parte dei suoi territori nei Balcani. Il Congresso di Berlino, convocato l’anno successivo, riequilibrò la situazione, ma i territori perduti non vennero restituiti. In seguito, nel 1911, anche l’Italia fece guerra all’Impero turco e gli strappò la Libia nonché Rodi e altri undici isole dell’Egeo, il cosiddetto Dodecanneso. Quella che un tempo era stata una delle più grandi potenze del Mediterraneo era divenuta ormai il “grande malato” (per usare le parole della diplomazia britannica): il crollo definitivo era dietro l’angolo, e molti stati erano pronti ad approfittarne.

L’avvento al governo dei Giovani Turchi porterà alla crescita del nazionalismo e alla guerra Nel 1908, il sultano fu vittima di un colpo di stato operato dal partito dei Giovani Turchi. Questo movimento, composto per lo più da giovani ufficiali dell’esercito, varò una serie di riforme per adeguare l’Impero al modello politico europeo, rinnovando l’amministrazione pubblica e il governo. I Giovani Turchi erano anche fortemente nazionalisti: essi favorirono infatti la componente turca della popolazione, a discapito di tutte le altre etnie presenti all’interno dell’Impero (ne faranno le spese soprattutto gli armeni). Il nazionalismo fu utilizzato anche nel tentativo di superare la crisi sempre più profonda in cui versava il paese, che a causa delle sconfitte subite si era ormai ampiamente ridotto nelle sue dimensioni. Le conseguenze di ciò furono l’avvicinamento alla Germania e il progressivo riarmo, che di lì a poco avrebbero portato l’Impero al coinvolgimento nel conflitto mondiale.

6 · Cina e Giappone si aprono all’Occidente Un colonialismo solo economico Contrariamente a quanto accaduto agli altri paesi di oltreoceano, Cina e Giappone subirono la penetrazione europea in maniera differente. Le varie potenze coloniali infatti si limitarono a controllarne i porti e a stipulare accordi commerciali fortemente vantaggiosi, senza però imporre la loro sovranità e le loro leggi come avevano fatto in Africa e in altre zone dell’Asia. Si può parlare così di “colonialismo economico” in quanto Cina e Giappone rimasero formalmente indipendenti ma vennero di fatto sottomessi dai paesi occidentali, che ne controllavano ormai completamente i mercati. Le conseguenze di tale assoggettamento sulla storia dei due stati furono però diverse: mentre la Cina andrà incontro ad una crisi sempre più irreversibile, che porterà alla caduta dell’Impero e


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all’instaurazione della repubblica, il Giappone reagirà giocando la carta dello sviluppo economico e sociale, divenendo una delle più importanti potenze mondiali.

La Prima guerra dell’oppio Nella prima metà del XIX secolo la Cina era un impero molto esteso ma economicamente e socialmente arretrato e isolato. Tuttavia la Compagnia delle Indie Orientali aveva iniziato a vendere sul territorio cinese l’oppio, una droga che veniva coltivata in India, paese già sotto la dominazione britannica. Questo commercio arricchiva le casse inglesi ma impoveriva notevolmente quelle della Cina; inoltre, il consumo smodato di questa droga divenne presto una piaga sociale, tanto che nel 1839 il governo cinese decise di proibirne la vendita. Gli inglesi non potevano accettare una decisione del genere e risposero con le armi. La Prima guerra dell’oppio terminò nel 1842 con il Trattato di Nanchino, in base al quale i porti di Canton e Shangai furono aperti senza limitazioni al commercio con la Gran Bretagna e la vendita dell’oppio riprese regolarmente. In aggiunta, la città di Hong Kong, situata in posizione strategica per il commercio, passò sotto la sovranità inglese (ritornerà alla Cina solo nel 1997). Si trattava di un primo passo verso il completo asservimento del “Celeste Impero” alle potenze occidentali.

Banco di vendita di merci inglesi Canton, 1858 Al centro della scena il mercante che ne annuncia i prezzi agli astanti.

Perché si parla di colonialismo economico a proposito di Cina e Giappone?

Perché scoppiò la Prima guerra dell’oppio?

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La Cina attaccata e definitivamente sottomessa Nel 1860, in seguito a una ulteriore sconfitta in quella che venne chiamata la Seconda guerra dell’oppio, la Cina fu costretta ad aprire al commercio straniero anche le vie fluviali interne e ad intrattenere regolari rapporti diplomatici con tutti gli altri paesi che ne avessero fatto richiesta. Da questo momento, l’impero asiatico divenne sempre più vulnerabile agli attacchi esterni: la Russia occupò la Manciuria mentre la Francia, che aveva già delle colonie nel SudEst Asiatico, occupò la zona dell’Annam. Nel 1894 subì l’attacco del Giappone, che le sottrasse la Corea e l’isola di Formosa. Infine, arrivarono anche gli Stati Uniti che, dopo aver combattuto nel 1898 una guerra vittoriosa contro la Spagna e aver occupato le Filippine e Guam, imposero alla Cina la politica della “porta aperta” in forza della quale avrebbero potuto penetrare nel suo territorio ogniqualvolta lo avessero voluto.

Boxer Il termine indica i rivoltosi cinesi e deriva dal fatto che in origine la loro organizzazione si chiamava Yihetuan, che in cinese significa “Pugni di giustizia e concordia”. I giornali occidentali trovarono comodo, per indicare tale organizzazione, usare la parola “boxer” (che in inglese significa “pugile”).

La rivolta dei boxer e la fine del “Celeste Impero” L’insofferenza per la sempre più massiccia presenza straniera tro­ vò degli sfoghi imprevisti nella cosiddetta “rivolta dei boxer”, una setta segreta che, appoggiata dalla corte imperiale, compiva attacchi alle ambasciate straniere, alle missioni cristiane e alle ferrovie. L’obiettivo di questa setta era cacciare definitivamente le potenze occidentali dalla Cina e avviare una restaurazione di tipo tra­dizionale. La situazione degenerò nel momento in cui venne assassinato l’ambasciatore tedesco. A quel punto, l’imperatore Guglielmo II organizzò un contingente internazionale allo scopo di riportare, con ogni mezzo, l’ordine nel paese. Questo esercito ebbe facilmente ragione degli oppositori e, entrato a Pechino, si diede a un feroce saccheggio. La fine della rivolta e il ristabilimento dell’ordine portarono la Cina verso la crisi definitiva: nel 1911 un colpo di stato depose l’ultimo imperatore della dinastia manciù, che regnava da più di duecento anni. Nel 1912 venne proclamata la repubblica, ma la situazione del paese non migliorò. Il Giappone: un paese isolato dall’economia feudale A causa della sua posizione insulare, il Giappone era rimasto ancora più isolato della Cina. Nella seconda metà del XIX secolo era ancora un paese di tipo feudale, dove i daymio, i signori della terra, erano proprietari di vasti latifondi su cui lavoravano i servi della gleba. Al servizio dei signori stavano i samurai, una casta di guerrieri che si occupava di mantenere l’ordine. Su tutti regnava poi l’imperatore, considerato come una figura divina, che era aiutato nelle sue funzioni di governo dallo shogun, una sorta di primo ministro. Il territorio era piuttosto frammentato, i signori feudali vi spadroneggiavano e per l’imperatore non era sempre facile controllare tutto.


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La dinastia Meji inaugura un periodo di grandi riforme Nel 1853 la flotta statunitense aveva minacciato di bombardare le coste, costringendo il Giappone ad aprirsi al commercio con l’Occidente. Nel 1867 la dinastia Meji inaugurò una vasta opera di riforme, per adeguarsi al livello dei paesi più sviluppati. Venne abolito il feudalesimo, fu introdotta l’istruzione di massa e gli studenti più meritevoli furono inviati all’estero a perfezionare gli studi, la casta dei samurai fu sciolta e i suoi membri furono inquadrati nella burocrazia statale, nell’esercito e nella marina. Nel 1889 fu inoltre concessa una costituzione che riconosceva però il diritto al voto solo all’1 per cento della popolazione. Molti furono inoltre i progressi in campo economico e il paese divenne, nel giro di breve tempo, una grande potenza industriale. Il Giappone diventa una grande potenza militare Essendo dotato di grandi mezzi, il Giappone non tardò ad abbracciare quell’ideologia imperialista che si andava sempre più diffondendo anche in Europa. Le forze armate assunsero presto un ruolo fondamentale, mentre la scuola e i mezzi di comunicazione diffondevano messaggi fortemente patriottici e nazionalisti e la classe dirigente giapponese si sentiva chiamata a una “missione civilizzatrice” nei confronti degli altri popoli asiatici. Da qui alla guerra il passo fu breve. Come detto, nel 1894 il Giappone attaccò la Cina, strappandole Formosa e la Corea. Nel 1904 vi fu poi la guerra contro la Russia, causata da controversie territoriali sulla regione della Manciuria. Contrariamente a tutte le previsioni, l’esercito nipponico sbaragliò quello russo dando una straordinaria dimostrazione di potenza, che inebriò il paese fino a indurlo a una politica molto aggressiva che sfocerà più tardi nello scontro con gli Stati Uniti per il controllo dell’Oceano Pacifico.

Due ufficiali francesi vengono uccisi a Quang-Tcheou-Wan nel dicembre 1899, all'inizio della rivolta dei boxer Cina, XIX secolo

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Lo sterminio o genocidio degli indiani Lo scontro con i pellerossa La grande crescita degli Stati Uniti tra il 1815 e il 1860 non poteva non avere conseguenze sulla vita delle popolazioni native, i cosiddetti pellerossa. I rapporti tra loro e i colonizzatori non furono, però, sempre negativi: nei primi decenni vi furono anche momenti di collaborazione e molti coloni intrecciarono con loro scambi commerciali. Successivamente, però, con l’avvento delle grandi compagnie private e con l’aumento del volume degli affari, la presenza dei pellerossa venne vista come un ostacolo allo sviluppo del paese. È importante notare che da parte americana non venne fatto alcun tentativo sistematico di integrazione di queste popolazioni. Al contrario si decise semplicemente di liberarsene, espellendole e respingendole. Si trattava di una politica che, come poi avvenne, non poteva che portare alla fine al loro sterminio o, come oggi si direbbe, al loro genocidio. Relegati nelle “riserve” Alcune tribù, più fiere e combattive, reagirono prendendo le armi: fu l’inizio di alcune guerre particolarmente cruente, che costarono agli Stati Uniti enormi perdite, umane ed economiche. Un esempio fu la guerra dei Seminole, combattuta nelle paludi della Florida tra il 1832 e il 1835, che costò ai bianchi, alla fine vittoriosi, 1.500 caduti e più di 50 milioni di dollari di spesa. Nonostante le evidenti difficoltà e i costi di questa politica di conquista, il governo americano continuò nella sua opera di eliminazione sistematica degli indiani. Tra le vicende più tragiche va sicuramente annoverata quella dei Cherokee della Georgia. Questa tribù, inizialmente orientata all’integrazione con i nuovi venuti, già nel 1791 aveva sottoscritto un trattato particolare, che le concedeva uno status autonomo all’interno di questo stato. Con la scoperta dell’oro nei suoi territori, però, la loro presenza divenne un ostacolo e, nonostante la Corte Suprema avesse emesso un verdetto a loro difesa, vennero costretti ad andarsene e vennero trasferiti in speciali riserve oltre il Mississippi, attraverso una marcia forzata di 1.600 chilometri, nota come Trail of tears (“Il sentiero delle lacrime”).

La strenua resistenza dei Sioux Al termine della Guerra di secessione la maggior parte degli indiani era ormai scomparsa o rinchiusa in apposite riserve, dove versava in condizioni pessime. Tuttavia, nella zona delle grandi pianure ne rimanevano circa trecentomila, appartenenti per la maggior parte alla tribù dei Sioux, che non avevano alcuna intenzione di arrendersi e che ingaggiarono una lotta senza quartiere sotto la guida di due capi di grande carisma, Cavallo Pazzo e Toro Seduto. Il conflitto durò per 30 anni, dal 1860 al 1890, e fu caratterizzato da episodi di grande brutalità da entrambe le parti. Nel 1875 nella battaglia di Little Big Horn (South Dakota), un contingente del Settimo Cavalleria comandato dal generale Custer cadde in un’imboscata ad opera di un gruppo di Sioux dieci volte più numeroso e venne interamente massacrato. Fu quella una delle poche vittorie conseguite dai pellerossa, ma non cambiò le sorti della guerra. Nel 1890, ad ostilità ormai terminate, nella riserva di Wounded Knee (sempre in South Dakota), le “giubbe blu” dell’esercito americano aprirono il fuoco su una cerimonia religiosa, uccidendo 300 persone. La sconfitta finale degli indiani Alla fine gli indiani furono sconfitti dalla superiorità tecnologica dei bianchi ma anche dallo sterminio dei bisonti. Questi animali, che costituivano la principale forma di sussistenza dei pellerossa, vennero sistematicamente eliminati dai coloni, non solo per fornire il cibo agli operai che lavoravano alle ferrovie, ma anche per puro e semplice divertimento. Durante i lunghi viaggi in treno si diffuse infatti l’abitudine di gare di abilità che prevedevano il “tiro al bisonte”. Quella del modo in cui i colonizzatori trattarono i nativi americani è ancora oggi una delle pagine più buie della storia americana, una macchia indelebile nella vita di questo popolo, che pure si rivelerà spesso grande e straordinario.


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LEGGIAMO IL CINEMA

Gli indiani nel cinema americano L’epopea del cinema western Gli Stati Uniti hanno sempre fatto del cinema una delle principali espressioni della loro cultura, ed è a questa arte che hanno spesso affidato il racconto delle vicende più importanti della loro storia. Se l’epopea del Far West (ossia dell’”estremo occidente”) ebbe tanta diffusione, al punto da essere ampiamente conosciuta anche da noi, ciò è dovuto soprattutto ai film del cosiddetto genere western, che, a partire dagli anni Trenta, hanno appassionato gente di ogni età con le loro storie emozionanti e avventurose, ricche di colpi di scena. Parlare dell’espansione verso ovest ha voluto dire soprattutto raccontare il rapporto con i nativi d’America, vittime loro malgrado della sete dei coloni di dominare il “nuovo mondo”. Gli indiani spietati selvaggi I primi film western furono indubbiamente schematici e alquanto ideologici nel presentare la real­tà dei fatti: i discendenti dei coloni europei venivano presentati come i coraggiosi avventurieri alla conquista di un territorio inesplorato, e gli indiani invece come agguerriti e spietati selvaggi che a viva forza si opponevano a tale loro legittimo desiderio. È il caso ad esempio di Ombre rosse, il capolavoro di John Ford, girato nel 1939 e vincitore di alcuni premi Oscar. Qui i pellerossa hanno un ruolo solo marginale, ma nella famosa scena dell’assalto alla diligenza è evidente l’intenzione del regista di rappresentarli in maniera stilizzata, impersonale, senza nessun tentativo di caratterizzazione psicologica. Di quel film sono rimaste famose soprattutto la sequenza di John Wayne (il protagonista) che spara dal tetto della diligenza, e il grido liberatorio “Arrivano i nostri!”, con cui i passeggeri accolgono l’arrivo della cavalleria. Segno che gli indiani sono qui visti solo come il nemico da sconfiggere. Stessa cosa si può dire di un altro film di John Ford, l’altrettanto celebre Sentieri selvaggi (1956), oppure di Fiume Rosso, del regista Howard Hawks, realizzato nel 1948. In entrambi vengono rappresentate la ferocia e la spietatezza con cui i pellerossa eliminano tutte le carovane di pionieri bianchi che passano sul loro cammino.

Le parti si invertono: i crudeli aggressori sono ora i bianchi Le cose iniziarono a cambiare alla fine degli anni Sessanta: la cultura di protesta del ‘68 e soprattutto il movimento per i diritti civili avevano sensibilizzato l’opinione pubblica anche sul modo in cui i discendenti dei coloni europei si erano comportati nei confronti dei nativi americani. Soldato blu, girato nel 1970 da Ralph Nelson, e direttamente ispirato al massacro di Sand Creek del 1864, fu il primo film a rovesciare la prospettiva, e a mostrare gli indiani come vittime, piuttosto che come aggressori. Soldato blu sollevò moltissime discussioni negli Stati Uniti, e costituì il punto di partenza per la realizzazione di altri prodotti dello stesso tipo. È il caso ad esempio di Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein, uscito nello stesso anno, che racconta la vicenda di un nobile inglese catturato dai Sioux, che dopo molte difficoltà riuscirà a farsi accettare e a divenire uno di loro. In tempi più recenti, Kevin Costner ha sbancato i botteghini con Balla coi lupi (1990), incentrato sulla storia di un ufficiale dell’esercito che ai tempi della Guerra di secessione va a vivere in una tribù indiana fino al momento in cui questa viene sterminata dai soldati. Si tratta di un film emozionante e commovente, che ha preso posizione in maniera definitiva sul fatto che l’allargamento della “frontiera”, che pure ha comportato conseguenze positive per gli Stati Uniti, è stato però anche occasione di terribili ingiustizie, che è giusto riconoscere e studiare. John Wayne in una scena dal film Sentieri selvaggi di John Ford (USA 1956)


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METTIAMO A FUOCO

Il Sionismo La diaspora degli ebrei nell’antichità La tragica vicenda del popolo ebraico cominciò nel 70 d.C. quando il generale Tito (poi divenuto imperatore) distrusse il tempio di Gerusalemme, il centro principale della loro religione. Iniziò dunque quella che comunemente si chiama “diaspora”: gli ebrei lasciarono la Palestina e si sparsero in tutto il mondo. Nei secoli successivi essi seppero integrarsi con le popolazioni locali, ma mantennero intatta l’appartenenza al loro popolo e alla loro religione. Il crescente successo che seppero raggiungere e la loro forte identità finirono però con il suscitare spesso odio nei loro confronti, soprattutto in paesi come Germania, Francia e Russia. Tra la fine del XVIII secolo e il XIX secolo cominciarono a diffondersi teorie che li accusavano di tramare per ottenere il dominio del mondo; si trattava di accuse senza alcun fondamento, ma che trovarono argomentazioni nella diffusione di documenti fasulli come I protocolli dei Savi Anziani di Sion. Purtroppo l’odio antisemita, rafforzato anche da queste false accuse, si tradusse nell’Europa orientale, e in particolare in Russia, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, in violenze e massacri condotti dalla popolazione civile ai danni delle comunità ebraiche (pogrom). Theodor Herzl crea il movimento sionista Preoccupato per il crescere dell’antisemitismo, il giornalista di origine ungherese Theodor Herzl pubblicò nel 1896 un libro, intitolato Lo stato ebraico, nel quale sosteneva la necessità, per gli ebrei, di fare ritorno nella loro antica patria, la Palestina. In questo modo essi avrebbero finalmente avuto il loro stato e sarebbero stati al riparo da ogni persecuzione. Il movimento fondato da Herzl prese il nome di “sionismo”, da Sion, antico nome biblico della Palestina. Questo territorio faceva però parte dell’Impero Ottomano ed era abitato da una popolazione mista di arabi musulmani e cristiani. Per un certo periodo si pensò di dirottare le aspirazioni dei sionisti in Uganda, territorio africano che apparteneva alla Gran Bretagna, la quale ne avrebbe concesso l’utilizzo. Gli ebrei però rifiutarono: la Palestina era da sempre la loro patria, e solo lì avrebbero potuto costituire il loro stato.

Una difficile convivenza Si verificarono così, a partire dalla fine dell’Ottocento, progressive migrazioni di famiglie, che vi si trasferivano per sfuggire alle minacce e alle violenze di cui erano vittime in Europa. In Palestina compravano appezzamenti di terra dai proprietari terrieri, spesso latifondisti che vivevano altrove, e iniziavano a coltivarli direttamente, licenziando perciò i contadini del luogo che da sempre su di essi vivevano. La convivenza tra ebrei e palestinesi non fu perciò facile, e dopo la Prima guerra mondiale i contrasti esplosero ancora più forti. Le aspirazioni dei sionisti si sarebbero concretizzate solo nel 1948, con la nascita dello stato di Israele, ma questo avrebbe significato l’inizio di un nuovo periodo di guerre in Medio Oriente.

Theodor Herzl. Fotografia di Carl Pietzner (1900 circa)


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L’Affare Dreyfus Un processo basato su accuse infondate Alfred Dreyfus (1859-1935) era un capitano dello Stato Maggiore dell’esercito francese di origine ebraica. Nel 1894 fu condannato per spionaggio in favore del nemico tedesco e, per questo, imprigionato all’isola del Diavolo, nella colonia francese della Guyana, in America meridionale. I documenti su cui si basò il processo (tra questi, una lettera che egli era accusato di avere scritto a un generale tedesco) erano palesemente falsi, e l’intero dibattimento mancò di serietà e professionalità. Due anni dopo il tenente colonnello George Piquart scoprì che lo spionaggio c’era stato veramente, ma che il colpevole non era Dreyfus, bensì un ufficiale di grado minore. Tuttavia, Piquart fu obbligato a tacere dai suoi superiori. Negli anni successivi emersero altri indizi ai danni del vero colpevole, ma fu solo nel 1906 che Dreyfus poté essere pienamente riabilitato. Dreyfus vittima del nazionalismo e dell’antisemitismo L’episodio è significativo perché fa capire quanto la Francia fosse ancora turbata dalla sconfitta nella guerra contro la Prussia. Nel paese dilagava il nazionalismo e la voglia di cercare un colpevole a tutti i costi, e Dreyfus era di lingua materna tede-

sca e alsaziano, proveniente cioè da un territorio che la Francia aveva dovuto cedere alla Germania al termine della Guerra franco-prussiana. Dreyfus fu però accusato e condannato ingiustamente soprattutto in quanto ebreo: l’antisemitismo si stava infatti diffondendo sempre di più in Europa, e gli ebrei quasi ovunque, anche in Francia, venivano visti come nemici della nazione in cui vivevano. Era una drammatica anticipazione di quanto avverrà in Germania nei decenni successivi. Durante la detenzione del capitano, il paese si spaccò in due: i “colpevolisti” erano soprattutto gli appartenenti alle frange nazionaliste e antisemite, mentre gli “innocentisti” erano per lo più repubblicani e socialisti. A scuotere ulteriormente l’opinione pubblica intervenne un editoriale del celebre scrittore Émile Zola, intitolato J’accuse (“Io accuso”), nel quale l’autore denunciava le ipocrisie e i malesseri di quella parte della società che sosteneva la colpevolezza di Dreyfus.

Prima pagina del giornale L’Aurore del 13 gennaio 1898 con l’articolo J’accuse…! di Émile Zola


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NON TUTTI SANNO CHE…

Il martirio dei cristeros in Messico Una popolazione profondamente cattolica Il Cristianesimo, giunto in Messico con gli spagnoli di Hernán Cortés, vincitore e distruttore dell’impero degli Aztechi, era divenuto nel tempo la religione condivisa dalla grande maggioranza dei messicani. A tale successo aveva contribuito presso di loro l’ampia diffusione della notizia di un fatto ritenuto prodigioso, che sarebbe accaduto il 9 dicembre 1531, pochi anni dopo la conquista spagnola. Un indio di nome Juan Diego, da poco convertito al Cristianesimo, mentre si stava recando a messa avrebbe udito una melodia dolcissima provenire dalle cime di un monte. Lì disse di aver visto, in mezzo a una nube, una donna di sfolgorante bellezza, la quale gli si sarebbe presentata come la Vergine Madre di Dio, lo avrebbe invitato ad andare dal vescovo e a chiedergli che in quel luogo si costruisse una chiesa. Juan Diego si presentò immediatamente dal vescovo, il quale gli credette in virtù di un altro miracolo: egli spiegò il suo mantello davanti al prelato, ai cui piedi caddero rose di straordinario profumo, colore e fragranza. Inoltre, sullo stesso mantello rimase impressa a vividi colori l’immagine dell’apparizione. Essa rimase sempre così, come se fosse stata appena dipinta e come ancora oggi la si può osservare conservata nel santuario che poi venne costruito in quel punto, il grande santuario di Nostra Signora di Guadalupe. Il fatto che la Vergine non avesse lineamenti europei ma indi e fosse apparsa non a uno spagnolo bensì a un indio, ebbe un’importante conseguenza. Da un lato gli indios cominciarono a non vedere più nel Cristianesimo la religione dei conquistadores, e dall’altro gli spagnoli cominciarono a pensare che se la Vergine era apparsa a un indio non si poteva più guardare agli indios come a esseri inferiori. Il santuario della Vergine di Guadalupe divenne quindi la casa di tutti e a poco a poco attorno ad esso nacque la nazione messicana. La politica antireligiosa dei governi socialisti e militari I secoli successivi portarono anche in Messico quell’ondata di sentimento anti-religioso che si era diffuso in tutta Europa con l’Illuminismo e la ri-

voluzione francese e che culminò con l’espulsione dei Gesuiti dal paese, avvenuta nel 1767. Ottenuta l’indipendenza dalla Spagna nel 1824, il Messico divenne una repubblica, poi quasi sempre governata da politici o da militari che, al di là di ogni altra considerazione, ebbero in comune la volontà di sradicare ad ogni costo il Cristianesimo, confiscando i beni della Chiesa, abolendo le feste religiose ed escludendo i cattolici dalle cariche pubbliche. La situazione peggiorò in modo tragico nel 1916, quando salirono al potere Álvaro Obregón e Plutarco Calles, due esponenti delle gerarchie militari, fortemente sostenuti dagli Stati Uniti. Per più di un decennio essi ricopriranno a turno la carica di presidente e primo ministro, assicurandosi così di fatto il dominio totale sul Messico. Tra i loro primi atti vi fu l’approvazione di una costituzione profondamente avversa alla Chiesa.

Esplode la rivolta dei cristeros Nel 1926, quando le leggi si inasprirono ulteriormente e la Chiesa corse il rischio di essere cancellata dal Messico, la popolazione decise di ribellarsi. Venne fondato un “Esercito Nazionale dei Liberatori”, composto unicamente da contadini e gente di estrazione popolare, senza nessuna esperienza militare, ma con un unico grande scopo: riportare Cristo e la Chiesa all’interno della realtà messicana, anche se questo avrebbe voluto dire combattere contro il loro stesso governo. I cristeros, così vennero chiamati con disprezzo i rivoltosi, erano guidati dal generale Goroztieta, che si era ribellato alle gerarchie militari per abbracciare la causa religiosa. Il loro stendardo era l’effigie della Virgen de Guadalupe e tutte le sere, prima di addormentarsi, esprimevano la loro devozione alla Madonna cantando l’inno Tropas de Maria (“truppe di Maria”). Ogni reggimento poi aveva il suo cappellano, i capi portavano la croce sul petto e i soldati l’immagine della Vergine di Guadalupe; tutti andavano all’assalto al grido di “Viva Cristo Re!”.


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Una lotta eroica segnata dal martirio Nonostante tutto il loro coraggio e la loro dedizione, essi erano sempre tormentati dal problema della mancanza di munizioni e dall’armamento scadente, che spesso era costituito dalle armi prese ai nemici uccisi. Grazie alle capacità tattiche di Goroztieta però, i cristeros riuscirono ad organizzarsi molto bene nei combattimenti e diedero per anni parecchio filo da torcere all’esercito regolare, che dovette impiegare tutti i mezzi a propria disposizione per avere ragione della rivolta nelle varie parti del paese. Tra le fila dei cristeros c’erano uomini di tutte le età, alcuni dei quali ci hanno lasciato delle testimonianze impressionanti di fede vissuta. Ecco ad esempio che cosa scrive a sua madre, po-

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che ore prima di essere fucilato, Josè Sanchez del Rio, che aveva solo tredici anni: «Cara mamma, mi hanno catturato e stanotte mi fucileranno. È venuta l’ora che io ho atteso tanto. Io ti saluto insieme ai miei fratelli, e ti prometto che in Paradiso preparerò un posto anche per voi tutti». Si firmò «Josè Sanchez del Rio, che muore in difesa della fede, per amore di Cristo Re e della Regina di Guadalupe». All’epopea dei cristeros è stato dedicato un film dal titolo Cristiada, diretto nel 2012 dal regista americano Dean Wright.

Reparto di cristeros schierato A destra i suoi comandanti. Foto d'epoca.


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Raccontiamo in breve la linea del tempo

1842 Prima guerra dell’oppio 1860 Guerra di secessione americana 1861 nasce il Regno d’Italia 1871 unificazione della Germania, Comune di Parigi 1878 Congresso di Berlino 1882 Triplice Alleanza 1884 Conferenza di Berlino 1885 Home Rule 1894 Affare Dreyfus 1896 Herzl dà inizio al Sionismo 1907 Triplice Intesa 1908 colpo di stato dei Giovani Turchi

versione audio on line e nell’app

1. Dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, gli Stati Uniti andarono incontro a una grande crescita. Tra il 1820 e il 1860 il numero degli abitanti quadruplicò grazie alle numerose migrazioni dall’Europa. Per questo motivo, si verificò un’autentica “corsa” verso Ovest, che fu favorita dalla costruzione della ferrovia. Questa espansione territoriale non fu però sempre ottenuta in maniera pacifica: vi furono scontri con le varie tribù di Indiani, che furono sterminati e ridotti in cattività. Inoltre, una grossa fetta di territorio fu strappata al Messico a seguito della guerra del 1846. Nel frattempo si erano create notevoli differenze, economiche e sociali, tra gli stati del nord e del sud. Ciò portò allo scoppio di una guerra civile nel 1860, quando gli undici stati del sud, autonominatosi “Confederazione”, decisero di staccarsi dal governo di Washington. Il conflitto durò cinque anni e costò agli americani enormi perdite materiali e di vite umane. La guerra terminò con la vittoria dell’Unione degli stati del nord, nell’aprile del 1865. In seguito a questa vittoria, nello stesso anno, venne abolita la schiavitù, ma questo purtroppo non riuscì a migliorare la condizione della popolazione di colore. 2. In Francia, la sconfitta di Sedan contro la Prussia, nel 1870, portò alla caduta del governo di Napoleone III. Esso venne sostituito dalla Comune, un tentativo rivoluzionario che si richiamava alla fase più estrema della rivoluzione francese. L’esperimento durò pochi mesi e fu duramente represso nel sangue dall’esercito. Si formò quindi un governo a maggioranza conservatrice: era nata di nuovo la Repubblica, la terza nella storia di questo paese. La pace con la Germania portò alla perdita dell’Alsazia e della Lorena, cosa che comportò nei francesi il desiderio di vendicare l’onta subita: era l’origine del cosiddetto “revanchismo”. Negli stessi anni, il celebre “Affare Dreyfus” fece capire che il nazionalismo e l’antisemitismo erano purtroppo ben vivi nel paese. 3. Sotto il governo di Bismarck la Germania raggiunse uno dei punti più alti della propria storia, divenendo una grande potenza industriale e modernizzando notevolmente l’agricoltura. Bismarck era un politico conservatore ma concesse diverse riforme sociali per contrastare l’influenza dei socialisti. Inoltre ingaggiò una dura battaglia culturale contro i cattolici (Kulturkampf) senza tuttavia riuscire a frenare la crescita del partito del Zentrum. In politica estera, Bismarck divenne il vero e proprio arbitro delle vicende europee: ostile alle avventure coloniali, sfruttò tuttavia la sua posizione per svolgere un ruolo di arbitro nelle contese tra i vari stati. Convocò in particolare un congresso e una conferenza a Berlino, rispettivamente nel 1878 e nel 1884. Inoltre, nel 1882 firmò la Triplice Alleanza con Austria e


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Italia. Nel 1888 salì al trono il nuovo imperatore Guglielmo II. Egli volle intraprendere una politica estera maggiormente aggressiva e per questo si scontrò con Bismarck il quale nel 1890 rassegnò le proprie dimissioni. La Germania poté così iniziare il suo “assalto al potere mondiale.” 4. La Gran Bretagna continuò la sua crescita anche dopo la morte della regina Vittoria (1901) e la salita al trono di Edoardo VII. La vita politica era sempre dominata dall’alternanza tra il partito dei Whigs (liberali) e quello dei Tories (conservatori). Nonostante le differenze interne, in politica estera entrambi furono fortemente imperialisti, soprattutto nel continente africano. Di fronte ai contrasti che coinvolgevano sempre di più le grandi potenze europee, la Gran Bretagna decise di rimanere in disparte, in modo da potersi concentrare maggiormente sulla propria crescita industriale e commerciale. Quando la Germania di Guglielmo II cominciò però seriamente a minacciare gli interessi inglesi, la Gran Bretagna cambiò strategia e si alleò con Francia e Russia nella Triplice Intesa (1907). 5. L’Impero Asburgico era uno stato ancora essenzialmente agricolo, anche se in questo periodo conobbe un certo sviluppo industriale. Esso era inoltre sempre travagliato dai movimenti dei popoli che lo componevano, i quali chiedevano l’indipendenza. In politica estera, l’Austria aderì alla Triplice Alleanza assieme a Germania e Italia, nel tentativo di aumentare la propria influenza nei Balcani. 6. L’Impero Ottomano era sempre più indebolito, tanto che la diplomazia britannica lo aveva soprannominato “il grande malato d’Europa”. Nel 1908 andò al potere il movimento dei Giovani Turchi che varò una serie di riforme per adeguare il paese al modello europeo. Nazionalisti in politica estera, favorirono i turchi sul resto della popolazione dell’impero e iniziarono un processo di riarmo che li portò ad avvicinarsi alla Germania. Gli schieramenti della Prima guerra mondiale erano già dunque ben delineati all’inizio del XX secolo. 7. Mentre in Cina si consolidò, anche attraverso guerre e conflitti, una penetrazione europea di tipo commerciale, il Giappone nella seconda metà del XIX secolo conobbe un grande sviluppo economico-sociale, avviandosi a diventare una grande potenza militare e imperialistica.

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Il mondo tra il 1870 e il 1914

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9.

Quali territori acquisirono gli Stati Uniti nel corso del XIX secolo? Quali erano i motivi di attrito tra gli stati del nord e quelli del sud degli Stati Uniti? Che obiettivi si proponeva il governo della Comune? Che cosa fu l’Affare Dreyfus? Quali furono i due partiti che si alternarono nel governo della Gran Bretagna nel corso della seconda metà del XIX secolo? Che cos’erano le Trade Unions? Quale nuovo partito nacque in Gran Bretagna nel 1906? Come si concluse la rivolta dei boxer? Quale politica estera adottò il Giappone sul finire del XIX secolo e all’inizio del XX?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1860

A Parigi si insedia il governo della Comune

1871

Elezione di Abramo Lincoln e inizio della Guerra di secessione americana

1882

Conferenza di Berlino

1884

Colpo di stato dei Giovani Turchi in Turchia

1907

Viene stipulata la Triplice Intesa

1908

Viene stipulata la Triplice Alleanza

Esempio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. Nel corso del XIX secolo la popolazione americana aumentò vistosamente.

V

F

Gli stati del nord degli Stati Uniti erano favorevoli al mantenimento della schiavitù.

V

F

Bismarck adottò una politica favorevole ai socialisti.

V

F

Il nuovo kaiser Guglielmo II voleva una politica estera più aggressiva rispetto a Bismarck.

V

F

Con la Home Rule il governo inglese concesse una serie di autonomie all’Irlanda.

V

F

L’Impero Asburgico indirizzò sempre più la sua politica verso i Balcani.

V

F

Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. La “dottrina Monroe” stabiliva che a. gli Stati Uniti avrebbero dovuto espandersi il più possibile. b. gli Stati Uniti avrebbero dovuto rimanere fuori dalle vicende europee rafforzando però i rapporti coi paesi dell’America Latina. c. gli Stati Uniti avrebbero dovuto incrementare i rapporti commerciali con i paesi europei.


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Dopo l’abolizione della schiavitù a. la popolazione di colore poté finalmente inserirsi a pieno diritto nella vita della società americana. b. molti neri persero il lavoro e finirono in miseria. c. nei vari stati vennero varate leggi che discriminavano i neri e impedivano loro di frequentare gli stessi posti dei bianchi. Col Kulturkampf a. Bismarck ingaggiò una violenta battaglia contro la Chiesa e i cattolici. b. Bismarck ingaggiò una violenta battaglia contro i socialisti. c. Bismarck attuò molte riforme a favore dei lavoratori. In politica estera la Gran Bretagna a. si scontrò con le altre potenze per il controllo della politica europea. b. si isolò rispetto alla politica europea per concentrarsi maggiormente sulla propria crescita industriale e commerciale. c. incrementò gli scambi commerciali con gli Stati Uniti per favorire ulteriormente il proprio sviluppo economico. In Cina le potenze europee a. si limitarono a controllare i porti e a stipulare accordi commerciali fortemente vantaggiosi, senza però imporre la loro sovranità e le loro leggi come avevano fatto in Africa e in altre zone dell’Asia. b. imposero un pesante dominio politico ed economico. c. favorirono lo sviluppo dei commerci. Esercizio 5 · In questo capitolo hai incontrato molti termini nuovi che ricorreranno spesso nelle vicende storiche del XX secolo. Per metterne bene a fuoco il loro significato, dopo aver letto attentamente il testo e gli approfondimenti, compila la tabella sottostante. Termine Ideologia Revanchismo Nazionalismo Antisemitismo Colonialismo Colonialismo economico Stato sociale Sindacati Sionismo

Significato


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CAPITOLO 2

Capitolo 2

materiale integrativo on line e nell’app

La Belle Époque e la questione sociale La seconda rivoluzione industriale Sul finire del secolo l’Europa conobbe una nuova fase di intenso sviluppo economico chiamata “seconda rivoluzione industriale” e caratterizzata dal sempre più largo impiego di materiali come il ferro e l’acciaio, dal miglioramento dei mezzi di trasporto e di comunicazione e dalla conseguente crescita dell’industria meccanica e siderurgica. Anche in questa fase, però, le condizioni di vita e di lavoro degli operai rimasero pessime. Ciò spinse intellettuali, movimenti politici e autorità religiose a elaborare analisi e proposte per dare soluzione a questo problema della cui gravità vi era, nella società, una crescente consapevolezza. Tra le riflessioni più incisive vanno annoverate quelle del filosofo tedesco Karl Marx e quelle ispirate alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Il periodo compreso tra il 1870 e il 1914 conobbe comunque in molti paesi un crescente benessere, causato anche da nuove invenzioni e scoperte che migliorarono di molto la qualità della vita. Per la prima volta un discreto numero di persone poteva impiegare denaro non solo per soddisfare bisogni strettamente necessari ma anche per svago e divertimenti, al punto che, per indicare questo periodo di relativa prosperità e pace, venne coniata l’espressione Belle Époque. Purtroppo questa situazione non durerà a lungo: i rapporti sempre più tesi tra i maggiori paesi europei, aggravati dalla diffusione di ideologie nazionaliste e imperialiste, avrebbero a breve portato alla tragedia della Prima guerra mondiale.

Bambini-operai in una fabbrica di vetro in Indiana (Stati Uniti) in una fotografia del 1908

brano audio on line e nell’app

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La Belle Époque e la questione sociale

1 · Una nuova ondata di sviluppo e di crescita nel continente europeo Un nuovo periodo di sviluppo per l’Europa A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, l’Europa conobbe un periodo di sviluppo pressoché ininterrotto: la rivoluzione industriale, che aveva preso avvio in Gran Bretagna un centinaio di anni prima, si dispiegò infatti in tutta la sua potenza e l’espansione economica fu tale da fare impallidire quella della prima metà del secolo. Non solo il commercio mondiale aumentò del 260 per cento, ma oltre alla Gran Bretagna e al Belgio (allora gli unici due paesi industrializzati), nuovi paesi come Francia, Svizzera, Prussia e Stati Uniti cominciarono a trasformare le loro economie da agricole in industriali.

Perché si parla di seconda rivoluzione industriale?

La nuova era del ferro e del carbone Questa nuova fase, che gli storici chiamano “seconda rivoluzione industriale”, fu però molto diversa da quella precedente. Non fu più basata sul settore tessile bensì sullo sviluppo di nuovi mezzi di comunicazione e, al centro di questo processo, ci furono questa volta il ferro e il carbone, vale a dire le risorse minerarie e le fonti energetiche che erano necessarie per il funzionamento delle macchine. Non a caso, dunque, la loro produzione aumentò di quattro volte tra il 1850 e il 1870, e non deve stupire che gli stati interessati allo sviluppo fossero quelli dal sottosuolo maggiormente ricco di queste materie prime. Vi fu un’altra grande differenza tra la prima e la seconda rivoluzione industriale: mentre la prima si era avviata in Gran Bretagna soprattutto per iniziativa della borghesia imprenditoriale, alla seconda diedero principale impulso i governi. Fu infatti grazie ai grandi investimenti statali o ai grandi privilegi concessi dallo stato alle compagnie ferroviarie e di navigazione che le attività mercantili e produttive poterono svilupparsi impetuosamente. Una rivoluzione nei trasporti e nei mezzi di comunicazione In questo periodo si assistette a un nuovo modo di utilizzare l’energia del vapore: essa non venne più impiegata prevalentemente per azionare i macchinari delle fabbriche ma anche per potenziare i trasporti marittimi e terrestri. Ci fu infatti un vero e proprio boom nello sviluppo delle reti ferroviarie che ebbero un aumento assolutamente vertiginoso: nel 1850 c’erano meno di 25.000 chilometri di binari in Europa e meno di 15.000 negli Stati Uniti; appena vent’anni dopo si passò rispettivamente a più di 100.000 e più di 90.000! Anche la nave a vapore conobbe un grande successo: si trattava di un mezzo di trasporto molto più regolare e veloce del vecchio veliero, ed era in grado di trasportare una maggiore quantità di uomini e


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Il Titanic pronto per il varo Fotografia di Robert John Welch (1911), Library of Congress, Washington, DC

di merci. Non a caso attorno al 1870, circa settant’anni dopo l’inaugurazione della primo mezzo di questo tipo (1807), le navi a vapore in circolazione avevano ormai di gran lunga superato nel numero le navi a vela.

L’importanza del telegrafo La rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni fu data anche da un terzo elemento: il telegrafo. Questo antenato del telefono venne inventato negli Stati Uniti nella prima metà dell’Ottocento (fu inaugurato nel 1844, con una trasmissione tra Washington e Baltimora) e consentì da quel momento in avanti di trasmettere in poche ore messaggi anche da luoghi molto distanti tra loro. Il successo fu immediato: nella sola Europa le linee passarono da 3.000 a 180.000 chilometri nel giro di vent’anni, mentre a partire dal 1865 fu trovato il sistema di far passare i cavi sotto il livello del mare, unendo così tra loro i vari continenti.

Il transatlantico britannico, soprannominato “l'inaffondabile“, era la massima espressione della tecnologia navale del tempo e divenne quasi il simbolo dell’onnipotenza che la scienza sembrava conferire all’uomo. Durante il suo viaggio inaugurale da Southampton, in Inghilterra, a New York, il 14 aprile 1912, entrò però in collisione con un iceberg e affondò spezzandosi in due tronconi. Nel naufragio persero la vita 1.518 persone tra le quali 800 membri dell'equipaggio. I superstiti furono 705.

Perché fu molto importante l’invenzione del telegrafo?

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La Belle Époque e la questione sociale

Cercatori d’oro attraversano il Chilkoot Pass durante la corsa all’oro (1898) Il Chilkoot Pass collegava l’Alaska al Canada e fu percorso da centinaia di cercatori d’oro diretti a nord verso i giacimenti d’oro dello Yukon, in Canada.

La corsa all’oro Tutte queste trasformazioni contribuirono a saldare ancora di più i legami tra i vari paesi: tutto il mondo industrializzato era ormai unito in un unico mercato globale ed era impensabile per qualsiasi stato rimanere isolato all’interno dei propri confini. Un fenomeno che rese ancora più evidente questa novità fu la corsa all’oro: a metà del secolo in California e in Australia vennero scoperti enormi giacimenti di questo metallo prezioso. Subito migliaia di persone si riversarono in questi due paesi nel tentativo di fare fortuna: la popolazione aumentò notevolmente e sorsero numerose città, alcune delle quali vennero abbandonate non appena le miniere si esaurirono. Non tutti però riuscirono a trovare ciò che cercavano: soltanto poche tra le persone partite si arricchirono, gli altri dovettero tornare a casa sconfitti o, nei casi peggiori, trovarono la morte nel tentativo di realizzare il loro sogno. La scoperta dell’oro (che in pochi anni ne fece aumentare di circa 6-7 volte la quantità in circolo nel mondo) ebbe anche l’effetto di aumentare notevolmente i traffici tra Atlantico e Pacifico. Siccome, però, le ferrovie americane non bastavano più a sostenere l’enorme flusso di merci circolante tra le coste del Pacifico e quelle atlantiche, attorno al 1870 gli Stati Uniti iniziarono la progettazione del


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canale di Panama (inaugurato poi nel 1914) che, tagliando in due l’istmo omonimo, avrebbe enormemente diminuito i tempi e quindi anche i costi della navigazione.

Perché si sviluppò un mercato sempre più globale?

L’aumento della popolazione europea provoca l’ingrandimento delle città Le conquiste della rivoluzione industriale e i progressi delle tecniche agricole resi possibili dai nuovi macchinari posero le basi per un futuro miglioramento delle condizioni di vita dell’intera società. Dimostrazione di questo fatto fu che nella prima metà dell’Ottocento la popolazione europea aumentò notevolmente, passando dai 200 ai 265 milioni di abitanti. In Gran Bretagna vi fu addirittura un raddoppio, dato che si passò dai 10 ai 20 milioni. L’incremento della popolazione riguardò soprattutto i centri urbani: intorno ai luoghi di produzione e di estrazione nascevano infatti nuove città industriali e minerarie, ma anche le metropoli già esistenti crescevano ulteriormente in quanto la continua migrazione dalle campagne alle città rendeva necessaria la costruzione di nuovi quartieri.

Perché fu importante la costruzione del canale di Panama?

2 · La nascita della “questione sociale” Le condizioni di vita degli operai peggiorano notevolmente Questa nuova rivoluzione industriale non era però accompagnata da un miglioramento della condizione degli operai. I salari rimanevano molto bassi a causa dell’alto numero di persone bisognose di impiego; i turni di lavoro erano massacranti, fino a dodici ore al giorno, ed anche le donne e i bambini venivano impiegati nelle fabbriche e nelle miniere. Inoltre la situazione delle città non era delle migliori: le case degli operai erano povere e cadenti e mancavano di servizi igienici e sanitari. Stava capitando anche nel resto dell’Europa quello che in Gran Bretagna era già accaduto da tempo: l’industrializzazione stava migliorando l’economia degli stati, al prezzo però di portare milioni di persone a vivere in condizioni disumane. Nel corso di questo secolo, però, questo fenomeno non sarebbe passato inosservato; scrittori, intellettuali, politici ne avrebbero ampiamente discusso e sarebbero state proposte varie soluzioni a questa che verrà chiamata la “questione sociale”. Il socialismo In questo periodo fecero la loro comparsa idee del tutto nuove che prendevano spunto dalle teorie egualitarie proposte dal filosofo Jean Jacques Rousseau e che tanto successo avevano avuto nella fase giacobina della rivoluzione francese. Tali idee muovevano un’aspra critica alla società borghese e al sistema di produzione

Perché le condizioni di lavoro degli operai peggiorarono?


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La Belle Époque e la questione sociale

Capitalismo Sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione (cioè delle aziende e delle fabbriche) e sull’esistenza di un libero mercato nella produzione e nel commercio dei beni. Utopia Parola di origine greca (letteralmente “luogo inesistente”), utilizzata per la prima volta dall’inglese Tommaso Moro come titolo di un suo scritto del 1516. In esso si descriveva un luogo favoloso e immaginario, in cui gli abitanti erano riusciti a dare vita ad una società perfetta. Da allora questo termine sta ad indicare un progetto politico o sociale che si crede possa portare alla felicità ma che è però considerato irrealizzabile. Falansterio Nome che Fourier diede alla struttura che egli riteneva dovesse essere la base della società perfetta da lui ideata. In esso, tutti gli individui avevano la stessa importanza e la giornata era organizzata con un rigoroso equilibrio tra le ore di lavoro e quelle di riposo, garantendo così il totale benessere e la felicità di ciascun abitante. Anarchia Termine di origine greca (letteralmente “senza comando”) che nel XIX secolo venne usato per indicare un’idea politica che sosteneva la necessità di rendere l’individuo libero da ogni regola o condizionamento imposto dallo stato, visto come oppressore dei singoli. Per gli anarchici solo liberandosi dallo stato gli uomini potranno vivere in pace e in armonia.

capitalistico, che portava allo sfruttamento dei lavoratori, predicando invece l’uguaglianza e la giustizia sociale. I teorici di queste nuove dottrine furono detti socialisti. Pur non mettendo in discussione i vantaggi recati dallo sviluppo industriale, essi credevano che le condizioni dei lavoratori sarebbero dovute migliorare e che fosse necessario ripartire in maniera ben più equa le ricchezze tra la popolazione, in modo tale che non vi fosse chi possedeva troppo e chi troppo poco.

Le divisioni all’interno dei socialisti Non tutti i socialisti condividevano però le stesse strategie per raggiungere tali obiettivi. Vi erano tra di loro diverse posizioni da cui scaturivano anche differenti scelte in campo politico. Vi erano i socialisti cosiddetti “umanitari” (tra cui i francesi Saint Simon e Proudhon e l’inglese Owen) che predicavano una società più giusta e sostenevano che essa andasse creata non tramite azioni violente, bensì con intelligenti e attente riforme politiche. Vi erano quelli che poi verranno definiti “utopisti”, che sognavano di costruire un mondo di completa uguaglianza, delle società perfette in cui ognuno avesse tutto ciò che fosse necessario per vivere. Alcuni progetti di questo tipo furono elaborati a livello teorico (per esempio i falansteri del francese Fourier), ma non ebbero alcuna attuazione pratica. I comunisti erano senza dubbio la versione più estrema del socialismo. Anche loro predicavano la creazione di una società giusta, nella quale fosse eliminata la proprietà privata e fossero gli operai stessi a gestire le fabbriche e gli altri mezzi di produzione. La differenza fondamentale rispetto alle altre correnti del socialismo stava però nel fatto che essi volevano perseguire tale fine attraverso un’azione violenta, una “rivoluzione”. Un caso particolare era costituito infine dagli anarchici, il cui principale esponente era il russo Mikhail Bakunin. Questi sostenevano la necessità di abbattere violentemente lo stato, unica causa dei problemi dei cittadini, in modo tale che ogni uomo potesse affermare la propria assoluta libertà e indipendenza. Marx e il Marxismo Karl Marx (1818-1883), filosofo tedesco, fu il principale esponente del comunismo, colui che gli diede la sua forma più chiara e definitiva (lui la considerò addirittura “scientifica”), tanto che la parola “Marxismo” divenne praticamente l’espressione più usata per indicare questa dottrina. Egli espose le sue idee principali soprattutto in due testi: Il manifesto del Partito Comunista, scritto nel 1848 assieme all’amico Friedrich Engels, e Il capitale, pubblicato nel 1867. Il primo è un opuscolo agile e di facile lettura, adatto a tutti, ideale per presentare i punti principali della sua teoria; il secondo è invece un’opera molto


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più complessa, che espone il suo pensiero in campo economico e sociale con dovizia di particolari e lunghe e articolate analisi.

I concetti di materialismo e lotta di classe Alla base della dottrina di Marx ci sono due concetti principali: – il materialismo, cioè l’idea che l’uomo e tutta la realtà sono costituiti unicamente dalla materia e che esiste solo ciò che i sensi possono percepire. Per questo gli unici bisogni che gli individui hanno sono di carattere materiale e possono essere soddisfatti solo attraverso l’attività economica che governa l’intera vita del mondo e delle società. Tutte le altre relazioni che non siano di carattere economico sono, pertanto, di secondaria importanza, se non addirittura strumenti di cui gli oppressori si servono per sottomettere gli oppressi. La religione in particolare, secondo Marx, è «l’oppio dei popoli», perché distoglierebbe l’uomo dall’occuparsi di ricercare il proprio benessere terreno con la promessa di un’inesistente felicità dopo la morte e quindi gli impedirebbe di realizzare se stesso e la propria felicità in questa vita; – la lotta di classe, secondo la quale ogni epoca della storia sarebbe stata caratterizzata dallo scontro tra una classe di sfruttati ed una di sfruttatori (ad esempio i patrizi e i plebei in epoca romana, i nobili e i servi della gleba nel Medioevo). Nei secoli la società sarebbe progredita proprio attraverso la vittoria di una classe sull’altra.

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Karl Marx

Perché per Marx l’intera vita dell’uomo e della società è governata dall’economia? Perché per Marx la storia è lotta di classe?


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La Belle Époque e la questione sociale

Perché, secondo Marx, si sarebbe arrivati presto alla rivoluzione?

Capitalisti e proletari Nel XIX secolo, caratterizzato da un altissimo livello di industrializzazione, lo scontro supremo era, per Marx, quello tra i padroni delle fabbriche (da lui chiamati capitalisti, perché possedevano un capitale che investivano nelle industrie) e gli operai sfruttati (chiamati proletari, in quanto non possedevano nulla se non la loro prole). Con l’aumento e la diffusione del capitalismo, che Marx prevedeva si realizzasse in breve tempo, sarebbe cresciuto il numero dei proletari che avrebbero visto aumentare il loro sfruttamento. A questo punto costoro, prendendo finalmente coscienza della loro misera condizione, si sarebbero posti sotto la guida del Partito Comunista che avrebbe avuto il compito di realizzare una rivoluzione. Questa avrebbe rovesciato tutto il sistema politico e sociale precedente, portando gli operai al potere e instaurando la dittatura del proletariato. Si sarebbe a questo punto instaurata la società comunista, basata sull’uguaglianza di tutti i cittadini e sulla proprietà, da parte degli operai, di tutti i mezzi di produzione.

Perché si sciolse la Prima Internazionale?

La fondazione della Prima Internazionale Una volta rimossi gli ostacoli che li rendevano schiavi dei capitalisti, gli uomini, secondo Marx, sarebbero stati completamente felici. Non ci sarebbe stato più bisogno nemmeno dello stato e della polizia, in quanto, in una condizione di perfetta uguaglianza tra gli individui, non si sarebbero più verificati crimini o disordini. Nel tentativo di difendere i diritti dei lavoratori e di realizzare nella pratica le teorie comuniste, Marx e altri esponenti del socialismo promossero la creazione a Londra della prima Associazione Internazionale dei Lavoratori, detta successivamente “Prima Internazionale”. Sorta nel 1864, essa non godette di un grande successo e fu immediatamente paralizzata dai contrasti tra i suoi vari membri (specialmente quelli tra Marx e Bakunin). Si sciolse così nel 1876, ma l’idea comunista avrebbe comunque svolto un ruolo di primissimo piano negli ultimi anni del XIX secolo e in quello successivo. La Chiesa Cattolica e la questione sociale Anche la Chiesa Cattolica si occupò della questione sociale. Contrariamente ai socialisti, però, essa non cercò di progettare una società ideale, ma si pose l’obiettivo di alleviare le sofferenze dei lavoratori, migliorando concretamente le loro condizioni. Tale progetto si concretizzò dapprima nella nascita di alcune associazioni caritative, come la Società di san Vincenzo de’ Paoli, che nacque in Francia e che si diffuse presto in tutto il mondo, grazie anche all’appoggio del papa. In Piemonte, dove l’industrializzazione era appena agli inizi, furono promosse iniziative di sostegno ai lavoratori più poveri e sfruttati oppure dei numerosi disoccupati e bisognosi che affollavano le


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strade delle città. Tra i molti promotori di queste attività ricordiamo in particolare Giuseppe Cafasso, Leonardo Murialdo, Francesco Faà di Bruno, Giuseppe Cottolengo e soprattutto Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani e iniziatore dell’esperienza educativa degli oratori giovanili e delle moderne scuole professionali, esperienze di formazione che verranno esportate in tutto il mondo.

La Rerum novarum Da un punto di vista teorico, la Chiesa si espresse per la prima volta sulla questione sociale con l’enciclica Rerum novarum, pubblicata nel 1891 da papa Leone XIII (1878-1903), successore di Pio IX. Rispetto ai comunisti, che credevano non ci fosse nessuna possibilità di accordo tra capitalisti e proletari, il documento si poneva in una posizione più equilibrata. Da una parte condannava infatti gli industriali, quando in nome della sete di guadagno sfruttavano gli operai imponendo loro ritmi di lavoro insostenibili. Dall’altra, però, criticava anche le teorie comuniste, giudicandole portatrici di odio, miseria e divisione; sosteneva inoltre che la proprietà privata è positiva in quanto giusta ricompensa per le fatiche del lavoro, e che il lavoro, quando svolto con serenità e in mancanza di disagi estremi,

Leone XIII

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La Belle Époque e la questione sociale

Perché la Rerum novarum fu un documento importantissimo nella storia della Chiesa?

è qualcosa che nobilita l’uomo e lo rende più felice. Di conseguenza, i datori di lavoro avrebbero dovuto pagare agli operai un giusto salario e trattarli in maniera rispettosa e umana. Dal canto loro, gli operai avrebbero dovuto lavorare con impegno, rispettando i padroni. La concordia e l’armonia tra le varie classi avrebbero così garantito la ricchezza e il benessere della società, esattamente come all’interno del corpo umano (secondo un esempio fatto dallo stesso papa) ogni membro e organo, pur dipendente dal cervello, ha una propria unica e indispensabile funzione da svolgere. La Rerum novarum fu un documento importantissimo nella storia della Chiesa e costituì la base di tutte le opere che negli anni successivi sarebbero state avviate dai cattolici per migliorare la condizione dei lavoratori.

3 · La Belle Époque Un generale miglioramento della qualità della vita Per Belle Époque (espressione francese che significa “epoca bella”) si indica solitamente il periodo di tempo che va dal 1870 al 1914 e che, nei paesi europei già sviluppati, fu caratterizzato da una grande crescita economica e da un notevole sviluppo tecnologico e sanitario. In questo periodo il livello di vita della maggior parte della popolazione si alzò notevolmente, tanto che l’espressione Belle Époque è nata proprio dal rimpianto per il fatto che tutta questa positività sia stata spazzata via dall’avvento del primo conflitto mondiale. Il miglioramento della qualità della vita permise per la prima volta nella storia la formazione di una “classe media”, impegnata nella burocrazia, nelle banche e negli uffici in genere. Gli addetti a tali settori, assieme alla grande borghesia, furono quelli che meglio godettero delle conquiste di questi anni. Fu infatti un periodo di grande fermento: invenzioni come la luce elettrica e il telefono cambiarono del tutto le abitudini quotidiane delle persone. La lampadina, molto più efficace ed economica rispetto ai mezzi tradizionali, sostituì presto le candele nell’illuminazione delle case eliminando anche i rischi di incendi. La luce elettrica contribuì anche al cambiamento dell’aspetto delle città, che, soprattutto di notte, acquistarono un fascino tutto particolare. L’elettricità modificò anche il sistema dei trasporti: i più veloci e pratici tram elettrici sostituirono infatti i veicoli trainati dai cavalli. Il telefono, inventato dall’italiano Antonio Meucci a metà del secolo ma brevettato successivamente in America dallo scozzese Bell, fu un ulteriore passo avanti rispetto al telegrafo e rivoluzionò totalmente il campo delle comunicazioni.


CAPITOLO 2

La vita quotidiana diventa più comoda e confortevole Un’altra novità di enorme importanza fu quella del petrolio, che sostituì gradualmente il carbone come principale fonte energetica. Grazie a questo nuovo combustibile, allora già facilmente estraibile in Romania, nel Medio Oriente, e nel Caucaso, fu possibile lanciare altre importanti invenzioni: il motore a scoppio e il motore diesel, che furono alla base della nascita dell’automobile. L’americana Ford fu una delle prime fabbriche a produrla su larga scala. Significative conquiste furono avviate anche nel campo dell’industria chimica con la scoperta dei fertilizzanti artificiali, che permisero un notevole incremento della produzione agricola, e dei coloranti artificiali, che abbassarono i prezzi dei vestiti colorati, rendendoli dunque più accessibili. Grande importanza ebbe inoltre l’utilizzo dell’alluminio e dell’acciaio; quest’ultimo, più leggero e resistente, sostituì il ferro nella costruzione delle ferrovie e delle navi. Non bisogna infine dimenticare le scoperte di Pasteur e Koch: le loro ricerche sui microbi furono fondamentali per isolare i bacilli responsabili di malattie come tubercolosi e vaiolo e contribuire così a debellarle.

Il primo cinematografo Manifesto di Marcellin Auzolle (1896), Musée de la Publicité, Parigi Il cinema è nato dall’inventiva dei fratelli Louis e Auguste Lumière che mostrarono per la prima volta al pubblico la loro invenzione, un proiettore chiamato cinematographe, al Gran Cafè del Boulevard des Capucines a Parigi, il 28 dicembre 1895.

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La Belle Époque e la questione sociale

Svaghi, passatempi e sport di massa L’aumento dei redditi e il miglioramento della qualità della vita portarono alla crescita del tempo libero a disposizione della classe borghese. Nacquero così nuovi passatempi, come il cinema (inventato dai fratelli Lumière alla fine del secolo) o le gite in campagna del fine settimana, rese possibile dalla diffusione dell’automobile. Nelle città si diffusero inoltre i grandi magazzini, nei quali si poteva trovare di tutto, dai generi alimentari ai vestiti, ai prodotti per la casa. Fare acquisti diveniva così un passatempo piacevole e le famiglie più abbienti presero presto l’abitudine di recarvisi al sabato pomeriggio. I viaggi di esplorazione in Africa e Asia, che proprio in questi anni conobbero la massima diffusione, portarono alla nascita dei musei di storia naturale, nei quali erano esposti gli esemplari più strani di piante e animali provenienti dai luoghi più remoti della terra. Il maggior tempo libero a disposizione fu importante anche per la nascita degli sport: praticati già nell’antichità, a partire dalla fine del XIX secolo divennero un fenomeno di massa. I più diffusi furono il tennis, il calcio (con la nascita delle prime squadre professionistiche, soprattutto in Gran Bretagna e in Italia) e il ciclismo. Da qui in avanti la pratica sportiva fu oggetto di grandi manifestazioni come le Olimpiadi (la prima fu nel 1896) e il Tour de France (nato nel 1903).

Perché sorsero i partiti di massa?

Alfabetizzazione, opinione pubblica e nascita di nuovi partiti politici Importanti progressi furono fatti anche nel campo dell’istruzione, che fu potenziata e si diffuse sempre di più, tanto che l’analfabetismo diminuì progressivamente nella maggior parte dei paesi europei. Alla fine del secolo solo la Russia, la Spagna e l’Italia avevano ancora metà o più della popolazione incapace di leggere e scrivere. Di conseguenza, anche i giornali aumentarono la loro diffusione e la gente iniziò a interessarsi sempre di più a quanto accadeva nel proprio paese e nel resto del mondo; si formò in tal modo un’opinione pubblica che iniziò a domandare un ruolo più attivo nella vita politica e sociale e della quale i governi non poterono non tenere conto. Risale a questo periodo la nascita dei primi partiti “di massa”, che non erano cioè espressione di un gruppo ristretto di notabili, ma che venivano incontro alle esigenze della gente comune (ad esempio il Partito Socialdemocratico e quello del Zentrum in Germania, o quello Laburista in Gran Bretagna). Queste nuove formazioni politiche ebbero molto successo e riuscirono già nei primi anni di vita a conquistare seggi nei parlamenti dei rispettivi paesi. In Italia, il primo esempio di questo tipo si ebbe con la nascita, nel 1892, del Partito dei Lavoratori Italiani, divenuto, tre anni dopo, Partito Socialista Italiano.


CAPITOLO 2

Il Positivismo e l’illimitata fiducia nelle capacità della scienza Per tutte queste ragioni nella società europea si diffusero ottimismo e fiducia. Dopo la Guerra franco-prussiana il mondo sembrava finalmente in pace, le conquiste scientifiche stavano garantendo una vita più facile e sicura, allietata dal benessere economico delle classi medie. Si iniziò così a pensare che in futuro le cose sarebbero ulteriormente migliorate e che l’Europa sarebbe andata incontro a un’epoca di pace e di prosperità ininterrotte. Correnti filosofiche come il Positivismo, nate proprio in questo periodo, contribuivano a diffondere l’immagine di un progresso lineare e ininterrotto, nella convinzione che la scienza avrebbe fornito tutte le risposte e risolto tutti i problemi dell’umanità. In conseguenza di questo, la religione cristiana cominciò a perdere consensi: perché continuare a credere in Dio, quando gli scienziati svelavano pian piano tutti i misteri della natura? Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione Questo distacco della società dalla religione venne favorito anche dalla teoria dell’evoluzione formulata da Charles Darwin. Darwin (1809-1882) era uno scienziato inglese che trascorse diverso tempo in America del Sud, soprattutto in Argentina e nelle isole Galapagos (al largo della costa dell’Ecuador), compiendo osservazioni sulla particolare fauna di quei luoghi. Sulla base di tali sue osservazioni egli elaborò una teoria, detta “dell’evoluzione”, pubblicata per

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Partenza della gara dei 100 metri ai primi giochi olimpici, tenutisi ad Atene nel 1896 Fotografia di Albert Meyer

Perché con il Positivismo la religione cristiana cominciò a perdere consensi?


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La Belle Époque e la questione sociale

la prima volta all’interno del volume L’origine delle specie nel 1859. Secondo tale teoria, ogni forma di vita, dalla più semplice alla più complessa, è il frutto di una plurimillenaria evoluzione. Ogni specie animale si è evoluta nel corso del tempo attraverso diversi cambiamenti favoriti dalla necessità di adattarsi all’ambiente circostante. Alla selezione operata dalla natura sopravvivono solo gli individui più forti e le specie più adatte, che trasmettono le loro qualità alle generazioni successive in un processo senza fine di perfezionamento e di adattamento. Anche l’uomo, secondo Darwin, è frutto di un complesso meccanismo evolutivo che, partendo dalla scimmia, sarebbe arrivato fino a noi. Si tratta di una teoria che ha riscosso un indubbio successo ma che ha suscitato anche ampie discussioni, e non solo tra gli scienziati. Questo perché da un lato essa presenta ancora alcuni punti oscuri e dall’altro è stata usata nel corso degli anni per attaccare la visione religiosa di un Dio creatore dell’universo. A tali attacchi hanno risposto in senso contrario sia scienziati che uomini di fede, dando vita a un dibattito che è tuttora vivo.

Perché fallirono le grandi ideologie dell’Ottocento?

Il tentativo dell’uomo di costruire una società perfetta è destinato a fallire Il Positivismo, il capitalismo e il Marxismo possono essere visti come tre tentativi con i quali l’umanità dell’800 cercò di arrivare a una società perfetta in cui l’uomo potesse essere finalmente felice. Ciò che accomunava queste tre correnti di pensiero (in futuro verranno chiamate “ideologie”) era il fatto che in esse mancava ogni riferimento a Dio o a una visione religiosa della vita. Era come se l’umanità si sentisse maggiorenne e provasse a costruire la propria felicità da sola, affidandosi a strumenti di cui sembrava poter disporre a proprio piacimento. Il Positivismo si affidava alla scienza, che avrebbe guarito tutte le malattie e risolto tutti i problemi dell’umanità (i teorici di questa dottrina si consideravano i sacerdoti di una nuova religione che avrebbe salvato il mondo). Il capitalismo si affidava alla potenza del denaro e dello sviluppo economico e industriale. Il Marxismo si affidava alla politica e teorizzava un futuro in cui, attraverso una rivoluzione, gli uomini sarebbero stati tutti uguali e perciò felici. Gli esiti di questi tre progetti non tardarono però a mostrarsi e furono piuttosto tragici. Prima le ideologie nazionaliste e imperialiste, che portarono le varie potenze d’Europa a conquistare e sfruttare territori e popoli in Africa e in Asia; in seguito, il drammatico scoppio della Prima guerra mondiale, che di queste ideologie fu diretta conseguenza e nella quale la tanto decantata scienza produrrà terribili armi di morte e distruzione; infine le dittature totalitarie del XX secolo con il loro strascico di stermini e genocidi ben vivi nella nostra memoria.


CAPITOLO 2 Marocco Spagnolo

Tunisia

Marocco Algeria Rio de Oro

Libia

Egitto

Mauritania Alto Senegal e Niger

Ciad

Senegal Alto Volta Gambia Nigeria Guinea Portoghese Guinea Francese Camerun Sierra Leone Togo Liberia Costa d’Oro Costa d’Avorio

Congo Francese

Eritrea Italiana Somalia Francese Somalia Britannica

Sudan

Etiopia

(indipendente)

Somalia Italiana

Uganda

Congo Belga

Africa Orientale Britannica Africa Orientale Tedesca

Angola

Italia Gran Bretagna

Rhodesia Mozambico Africa Occidentale Tedesca

Le colonie europee in Africa allo scoppio della Prima guerra mondiale

Madagascar Transvaal Colonia del Capo

Portogallo Germania Francia Spagna Belgio

4 · Il colonialismo e la spartizione dei territori extraeuropei Un fenomeno non solo economico Nello stesso periodo in cui il mondo occidentale conosceva la fioritura della Belle Époque iniziava, al di fuori dell’Europa, un fenomeno di segno opposto, che venne chiamato dagli storici “colonialismo” e che avrebbe portato nel giro di pochi decenni le potenze europee ad occupare quasi interamente gli immensi continenti africano e asiatico. Il “colonialismo” fu determinato da tre fattori principali: − l’imponente crescita economica dei maggiori stati europei, sempre più bisognosi di risorse e di mercati e che per questo cercavano nuovi territori da sfruttare al di fuori del vecchio continente; − il desiderio di avventura degli esploratori, che volevano conoscere territori selvaggi e ancora inesplorati; − l’idea di superiorità coltivata dagli europei, che li impegnava in una sorta di missione di conquista e di civilizzazione del resto del mondo.

Perché la crescita economica degli stati europei determinò il colonialismo?

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La Belle Époque e la questione sociale

Esploratori e missionari penetrano all’interno dell’Africa Nei secoli precedenti, le coste dell’Africa erano già state esplorate dagli europei, che vi avevano impiantato basi commerciali. Qui approdavano inoltre le navi inglesi e spagnole che durante l’età moderna, con l’attiva collaborazione di sovrani locali e di mercanti arabi, praticavano il traffico degli schiavi. Nel corso del XIX secolo però, la necessità di trovare nuovi spazi da parte delle potenze europee e il desiderio di conoscenza alimentato dal clima della Belle Époque causarono una nuova spinta verso questo continente. In un primo momento vi si addentrarono esploratori come lo scozzese David Livingstone o il gallese Henry Stanley: il primo scoprì le sorgenti del Nilo, in Uganda, mentre il secondo esplorò tutto il fiume Congo, dalla sorgente alla foce. Oltre a questi uomini d’avventura, le cui imprese riempirono le prime pagine di tutti i giornali, raggiunsero il “continente nero” anche numerosi missionari, cattolici e protestanti, per far conoscere la religione cristiana e inevitabilmente, insieme con questa, diffondere i valori dalla civiltà occidentale a popoli che fino ad allora ne erano stati all’oscuro e che sembravano a molti europei ancora primitivi e incivili.

Boeri Con questo termine si indicano i discendenti dei coloni olandesi, che si stabilirono nell’Africa meridionale a partire dal XVII secolo. Sono chiamati anche Afrikaaner, dal nome della lingua da loro parlata, l’afrikaans, sorta di fusione tra l’olandese e i dialetti parlati in quella zona.

La spartizione del continente da parte delle potenze europee Dalle relazioni di questi esploratori si apprendeva che l’Africa era ricca di materie prime ed era abitata da popolazioni non ancora organizzate in stati ma soltanto in tribù e quindi facili da conquistare. Cominciò così una vera e propria corsa da parte delle principali potenze europee per accaparrarsi i territori migliori, corsa che, per la verità, era iniziata in alcune aree del continente già nel XVII secolo. Nel 1914 l’Africa si ritrovò per circa 9/10 in mani europee. La Gran Bretagna, vinta una dura guerra (1899-1902) contro i boeri, discendenti di coloni olandesi che vi si erano stabiliti da tempo e una successiva contro gli Zulu, la tribù dominante della regione, giunse a prendere possesso di quello che chiamò Sudafrica. Gli inglesi arrivarono anche in Sudan, Nigeria, Somalia, Kenya, Uganda e Rhodesia (gli attuali Zimbawe e Zambia). I francesi controllavano gran parte dell’Africa nord-occidentale ed equatoriale, con la Tunisia, l’Algeria, il Marocco, il Senegal, fino al Congo, a cui si aggiungeva nell’Oceano Indiano la grande isola del Madagascar. Un ruolo importante ebbero anche il Portogallo (che possedeva le isole del Capo Verde, Guinea Bissau, Mozambico e Angola) e il Belgio, che occupò la parte del Congo lasciata libera dai francesi. Diverso fu il caso della Germania in quanto Bismarck non era molto favorevole alle avventure coloniali: l’espansione tedesca cominciò solo con Guglielmo II e colonie della Germania divennero il Togo, il Camerun, il Tanganica e gli odierni Ruanda e Burundi.


CAPITOLO 2

L’Africa spartita a tavolino La scramble for Africa (la corsa per l’Africa, come la chiamarono gli storici) divenne talmente frenetica che fu necessario convocare una conferenza internazionale per evitare conflitti tra i vari paesi europei. Questa si svolse, come già detto, a Berlino nel 1884: qui i rappresentanti delle potenze coloniali decisero a tavolino le varie zone di influenza e stabilirono le regole per l’occupazione dei territori. La spartizione venne però fatta su carte geografiche ancora imprecise e in modo del tutto astratto: non si tenne infatti conto delle numerose rivalità tra le varie tribù, che anzi molto spesso vennero incluse assieme all’interno di uno stesso territorio; ne derivarono situazioni di potenziale conflitto, che sarebbero esplose nel momento in cui gli europei avrebbero concesso l’indipendenza alle loro colonie. L’India, fiore all’occhiello dell’Impero britannico In Asia erano presenti civiltà più antiche ed evolute ma, nonostante ciò, la conquista del continente venne attuata in maniera altrettanto rapida. Gli inglesi erano da tempo penetrati in India, grazie alla Compagnia delle Indie, una compagnia commerciale privata, che nella prima metà del secolo aveva assunto il controllo anche politico di questa grande penisola. Tuttavia dopo la rivolta dei sepoys, i soldati indiani inquadrati nell’esercito inglese, la Compagnia si ritirò dall’India, che passò sotto il controllo diretto della regina Vittoria.

“Il dottor Livingstone, suppongo”. L’incontro tra Henry Stanley e David Livingstone presso il lago Tanganica avvenuto il 10 novembre 1871 Illustrazione tratta dal libro Come trovai Livingstone di H.M. Stanley (New York 1872)

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La Belle Époque e la questione sociale

Perché la dominazione inglese ebbe effetti positivi sull’India?

Concessione Vennero chiamate così delle porzioni di territorio costiero che la Cina fu costretta a concedere a diverse potenze occidentali appunto in “concessione” ossia come in una sorta di “prestito” senza che ciò implicasse la perdita definitiva della sua sovranità su di esse. Anche l’Italia dopo il 1901 ne ottenne una nella città cinese di Tientsin (circa mezzo chilometro quadrato con qualche migliaio di abitanti) che perdurò fino al 1943. Monocoltura Sistema di sfruttamento del suolo consistente nella coltivazione di una sola specie di pianta per più anni sullo stesso terreno.

Gli inglesi vendevano qui i loro prodotti industriali e prendevano materie prime da esportazione come l’oppio, venduto soprattutto in Cina, e il cotone. Con i soldi ricavati acquistavano in altri mercati d’oriente prodotti come the o porcellana, che poi vendevano nelle loro città. L’India divenne in breve il fiore all’occhiello dell’Impero britannico. Gli inglesi la governarono con particolare durezza, tenendo la popolazione locale strettamente sottomessa. Bisogna però riconoscere che la loro dominazione ebbe molti effetti positivi: costruirono ospedali, scuole, strade e ferrovie ed eliminarono alcune delle pratiche più brutali della religione indù, come l’atroce rito del sati, che prevedeva che la donna a cui moriva il marito venisse arsa con lui sul rogo funebre. Per lungo tempo essi non favorirono però la nascita di una classe dirigente locale, poiché il loro intento era quello di creare una società che fosse il più possibile vicina al modello occidentale e dipendente da esso. Sarà solo a partire dagli anni Trenta del Novecento, grazie all’opera di Gandhi, che gli indiani prenderanno coscienza della loro identità e inizieranno la lotta per ottenere l’indipendenza.

Francia, Olanda e Germania alla conquista dell’Asia Molto attive in Asia risultarono anche la Francia e l’Olanda. La prima si interessò all’Indocina, occupando nel 1885 la regione dell’Annam e spingendosi successivamente verso il Laos. La seconda estese la sua influenza nell’arcipelago dell’Indonesia, dove era già presente con basi commerciali e piazzeforti fin dal secolo XVII. Anche la Germania si affacciò in Asia ottenendo delle “concessioni” in Cina, in parte della Nuova Guinea nel 1883 e, nel 1889, in alcune isole del Pacifico (Samoa, le Caroline e le Marianne). Aspetti positivi e negativi del colonialismo A livello generale e a distanza di decenni non si può dire che il colonialismo sia stato un fenomeno totalmente negativo. Non si può infatti negare che, così come abbiamo visto per gli inglesi in India, gli europei introdussero nei territori da loro controllati migliorie economiche, sociali e tecnologiche che contribuirono al progresso delle popolazioni native. Rimane però evidente la presenza in tale fenomeno di diverse forme di sfruttamento che hanno generato per questi paesi conseguenze negative perduranti poi a lungo nel tempo. Vi fu innanzitutto uno sfruttamento economico, perché gli europei imposero scambi commerciali poco convenienti per le popolazioni locali e introdussero in molte zone la monocoltura , utile per le esportazioni, ma non favorevole al fabbisogno interno in quanto portava all’impoverimento del suolo. Ad esso si accompagnò uno sfruttamento politico, perché le popolazioni locali furono completamente assoggettate e non fu lasciata loro quasi nessuna possibilità di autonomia.


CAPITOLO 2

Mongolia Vladivostok

Impero Russo Pechino

Impero Ottomano

Giappone Corea

Teheran

Afghanistan

Tibet

Persia

Attuali Emirati arabi Attuali Yemen e Oman

Shanghai

Nepal Bhutan

Kuwait Arabia

Tokyo

Impero Cinese

Calcutta

India Britannica Bombay

Birmania

Hong Kong Macao

Laos

Siam Vietnam Indocina Francese

Filippine

Cambogia

Possedimenti coloniali in Asia alla fine dell’800 Gran Bretagna

Malesia Britannica

Francia Olanda Portogallo

Indonesia

solo Macao e Timor Est Timor Est

Giappone USA

Imperialismo e Darwinismo sociale: le giustificazioni ideologiche del colonialismo Questo fenomeno ebbe anche radici ideologiche. A partire dal 1870 il principio di equilibrio era ormai superato e le principali nazioni europee lottavano per affermare la loro supremazia economica e politica; la conquista del maggior numero di territori in Africa e Asia era vista perciò come essenziale per creare il proprio impero e aumentare così la propria potenza ai danni degli avversari. Inoltre, la teoria sull’evoluzione delle specie elaborata da Charles Darwin ebbe un ruolo non secondario nel fornire giustificazioni ideologiche e culturali al colonialismo. Vi furono infatti scienziati che la applicarono agli esseri umani, sostenendo che anche tra gli uomini vi sono diverse specie, alcune più forti e altre più deboli, e che è dunque un fatto naturale che quelle superiori e maggiormente evolute (ovviamente i bianchi) abbiano il predominio su quelle inferiori e più arretrate. Questa teoria, chiamata “Darwinismo sociale”, ebbe così un ruolo importante nel giustificare l’assoggettamento dei popoli africani e asiatici al dominio degli europei.

Perché il Darwinismo sociale contribuì all’affermazione del colonialismo?

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La Belle Époque e la questione sociale

METTIAMO A FUOCO

Lo sviluppo del pensiero marxista: nasce la socialdemocrazia Rivoluzione sì o no? E quando? Secondo Karl Marx gli operai avrebbero potuto liberarsi dalla condizione di sfruttamento nella quale si trovavano soltanto se fossero riusciti a togliere ai capitalisti (ossia agli imprenditori) il controllo dei mezzi di produzione. Ciò avrebbe necessariamente implicato una rivoluzione; e questa nell’Europa occidentale era certa e imminente poiché sarebbe stata l’esito inevitabile dello stesso sviluppo del capitalismo che vi si stava af-

fermando impetuosamente. Negli ultimi decenni dell’Ottocento i fatti cominciarono però a smentire le previsioni di Marx. Proprio in Germania, il paese ove il processo di industrializzazione aveva fatto registrare la sua maggior crescita e dove Marx aveva previsto scoppiasse quella rivoluzione che egli considerava inevitabile, il capitalismo non era affatto entrato in crisi ma anzi continuava a rafforzarsi, rendendo sempre meno realistica la prospettiva di tale rivoluzione.


CAPITOLO 2

Puntare sulle riforme Un numero crescente di lavoratori cominciò allora a pensare che sarebbe stato meglio mobilitarsi per ottenere al più presto concreti miglioramenti della condizione operaia senza più puntare al rovesciamento del sistema capitalistico. Queste valutazioni trovarono espressione politica in personalità come Ferdinand Lassalle e soprattutto Eduard Bernstein, i quali cominciarono a sostenere che i partiti operai dovevano partecipare, nei vari paesi, all’attività politica parlamentare, cercando in quella sede di promuovere e attuare leggi o “riforme” che portassero a un effettivo progresso per la classe lavoratrice. Vennero perciò accusati dai marxisti rimasti fedeli alle idee di Marx di essere dei “revisionisti” e per questo

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una sorta di traditori, in quanto con le loro teorie finivano per accettare la vittoria del capitalismo e schierarsi dalla sua parte. I cruenti e disumani sviluppi dei regimi marx-leninisti, e infine il loro catastrofico fallimento, dimostreranno nel XX secolo che i revisionisti avevano avuto ragione.

Nascono i partiti socialdemocratici Il dibattito suscitato da queste idee portò i movimenti socialisti e comunisti a spaccarsi al loro interno: a coloro che rimasero fedeli alla linea rivoluzionaria del fondatore si contrapposero infatti i “riformisti”. Con modalità e tempi diversi in ogni paese, queste due correnti finirono per separarsi definitivamente e dar vita nel XX secolo a organizzazioni politiche differenti e contrapposte. I partiti dei seguaci della linea riformistica assumeranno sempre più spesso il nome di socialisti democratici e daranno vita a un nuovo progetto politico, la socialdemocrazia, che grande peso avrà nei futuri decenni della storia europea e mondiale. Le Trade Unions e il Labour Party in Gran Bretagna Particolare è il caso della Gran Bretagna, dove, prima ancora della diffusione del pensiero di Marx e della nascita di un partito dei lavoratori, la lotta per migliorare la condizione degli operai era stata portata avanti dalle associazioni sindacali (le Trade Unions). I sindacati, a cui i molti lavoratori si associavano, attraverso lo strumento della protesta e dello sciopero, avevano ottenuto importanti risultati sul piano salariale e assistenziale e chiedevano con sempre più forza il riconoscimento dei diritti, anche politici, dei lavoratori. A sostegno della lotta dei sindacati erano sorti movimenti politici e culturali, quali la Fabian Society, e successivamente, agli inizi del Novecento, il Labour Party, un partito riformista di grande rilievo, molto lontano dalle idee marxiane e dal progetto rivoluzionario. Per queste ragioni in Gran Bretagna non ci fu mai un consistente partito comunista.

Il Quarto Stato Olio su tela di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1896-1901), Museo del Novecento, Milano Il dipinto rappresenta dei lavoratori che protestano marciando uniti e con lo sguardo fiero rivolto verso un futuro migliore.


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La Belle Époque e la questione sociale

NON TUTTI SANNO CHE…

La festa del primo maggio Il primo maggio è oggi il giorno in cui, in gran parte dei paesi del mondo, si celebra la festa dei lavoratori, nel ricordo delle battaglie combattute dai sindacati e dalle organizzazioni degli operai per ottenere il miglioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche. Se nel nostro paese questa ricorrenza è da tempo patrimonio comune, al punto da essere considerata una festa nazionale, pochi ne conoscono però l’origine. Tutto partì dagli Stati Uniti, paese che insieme alla Germania rappresentava allora il capofila nella lotta per i diritti dei lavoratori. Nell’ottobre del 1884 la Federation of Organized Trades and Labour Unions, che racchiudeva tutte le organizzazioni sindacali esistenti nel paese, fissò il primo maggio del 1886 come data limite entro la quale il governo di Washington avrebbe dovuto concedere ufficialmente la giornata lavorativa di otto ore. La Prima Internazionale, riunitasi a Ginevra nel 1866, aveva stabilito infatti che questo sarebbe dovuto essere il primo importante traguardo da conseguire per gli operai di tutto il mondo.

I “martiri di Chicago” Il primo maggio del 1886 venne dunque organizzata un’imponente manifestazione a Chicago, alla quale presero parte circa ottantamila persone. Contemporaneamente, in diverse città degli Stati Uniti, gli operai scesero in sciopero. Non si verificarono in quell'occasione incidenti o episodi di violenza tuttavia, nei giorni successivi, gli scioperi proseguirono e la tensione salì. A Chicago e

a Milwaukee la polizia sparò sui manifestanti provocando in tutto una quindicina di vittime. Vi fu poi un attacco contro le organizzazioni sindacali, le cui sedi vennero chiuse o danneggiate. L’episodio fece il giro del mondo e fu subito preso come simbolo delle rivendicazioni operaie di quegli anni. Per questo motivo, quando la Seconda Internazionale decise nel 1889 di organizzare un’altra grande manifestazione, che avrebbe dovuto tenersi contemporaneamente in ogni paese del mondo, venne spontaneo fissarla il primo maggio, che era ormai divenuto il giorno in cui venivano onorati i “martiri di Chicago”.

Il primo maggio in Italia Nel nostro paese l’iniziativa non poté però essere attuata, in quanto il governo Crispi, che temeva il carattere eversivo di una certa componente della sinistra operaia, proibì qualsiasi manifestazione pubblica. Venne invece autorizzata l’anno successivo, e ottenne un notevole successo, ancor più importante se consideriamo che in Italia non esisteva ancora un vero e proprio Partito Socialista (che nascerà solo nel 1895). A partire dal 1891 il primo maggio divenne così ufficialmente la Festa Internazionale del Lavoro, ormai entrata nel calendario della maggior parte dei paesi del mondo ma – fatto curioso – non negli Stati Uniti, dove un Labour Day viene invece celebrato ogni primo lunedì di settembre. Manifestazione del 1 maggio 1890 a Roma


CAPITOLO 2

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PROTAGONISTI

Don Giovanni Bosco, il prete dei giovani Un’importante presenza anche in campo sociale Don Giovanni Bosco, nato in provincia di Asti nel 1815 e morto a Valdocco nel 1888, fu senza dubbio una delle più grandi figure religiose del XIX secolo ma rivestì un’enorme importanza anche sul piano più strettamente sociale e civile. Egli nacque in una povera famiglia di contadini e perse il padre a due anni. Divenuto prete a Torino, si rese subito conto della grave situazione in cui versava la gioventù urbana, che aveva spesso alle spalle una situazione famigliare disagiata e che diveniva facilmente vittima delle contraddizioni della rivoluzione industriale. Molti giovani, infatti, privi di istruzione e di lavoro, finivano sulla strada del vizio o della delinquenza, strada che conduceva inevitabilmente al carcere o alla morte violenta. Decise così di dedicarsi a una vasta opera di accoglienza e di educazione, raccogliendo bambini e ragazzi abbandonati nelle strade e ospitandoli in strutture a cui diede il nome di oratori. In questi luoghi, essi venivano nutriti, ricevevano un’istruzione, e avevano la possibilità di imparare un mestiere che li avrebbe così resi autosufficienti. Egli si occupò di seguire i giovani anche in questa particolare fase: prendeva personalmente contatto con gli imprenditori che li avrebbero assunti, chiedendo che venissero stipulati dei contratti regolari, una cosa per niente comune al quell’epoca. Un saggio e accorto metodo educativo Don Bosco era dotato di una straordinaria umanità, che andava diritta al cuore delle persone: al contrario dei metodi severi in uso nella società del tempo, e che erano basati principalmente sulla repressione dei comportamenti scorretti, egli puntava, più che a punire, a premiare i meriti e a «rendere facile e simpatica la virtù». Le sue iniziative avevano dunque lo scopo di educare i giovani, impegnando la loro esuberanza in attività sane e utili che li dissuadessero dal cadere nel vizio e dal commettere crimini. La sua pedagogia si basava su tre elementi: la ragione, la religione, con cui i giovani erano condotti all’incontro con Cristo, e l’amorevolezza con cui erano accolti e accompagnati nel cammino della vita.

Don Giovanni Bosco

Una presenza che permane nel tempo La sua impresa iniziò con mezzi poverissimi, ma divenne a poco a poco bene organizzata e ramificata su tutto il territorio nazionale e persino al di fuori dei confini italiani. Per portare avanti la sua opera, egli fondò la Società di San Francesco di Sales (dal nome del grande santo vissuto tra XVI e XVII secolo, al cui modello si ispirava), che divenne in seguito una fraternità sacerdotale approvata da papa Pio IX. Si occupò anche dell’educazione delle ragazze per le quali fondò, insieme a suor Maria Mazzarello, la congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il prete torinese, che dopo la sua morte sarebbe stato fatto santo dalla Chiesa, si impegnò anche nella fondazione di tipografie che diffondevano libri e periodici di orientamento cattolico. Egli, infatti, sosteneva la necessità, per l’educazione dei giovani, di combattere contro la “stampa cattiva” di orientamento anticristiano che si andava allora diffondendo. Scrisse inoltre numerose opere che trattavano di religione, pedagogia, storia e letteratura e fu anche in prima linea nelle battaglie della Chiesa contro lo stato liberale. Alla sua morte era già una figura straordinariamente nota e apprezzata nel mondo, anche grazie ad una intensa attività missionaria in Asia e in America. Ancor oggi la fraternità da lui fondata, i Salesiani, opera in tutto il mondo nel campo dell’educazione e dell’aiuto alla gioventù.


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La Belle Époque e la questione sociale

PARTIAMO DALLE FONTI

Due posizioni a confronto sulla questione sociale Nonostante mirassero entrambi alla creazione di un mondo più giusto, in cui cessasse ogni sfruttamento indiscriminato delle persone, socialisti e cattolici partivano da due posizioni radicalmente diverse e assolutamente impossibili da conciliare. Leggi questi due documenti. Il primo è tratto da Il manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels e descrive per sommi capi l’esito del processo rivoluzionario con l’affermazione di una società senza classi dove l’uomo possa essere finalmente libero. Il secondo invece è un passo dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII nel quale si elencano proposte molto concrete per migliorare la condizione degli operai, proposte da realizzare non attraverso una rivoluzione ma mediante la concordia e la collaborazione di tutti. «Quando le differenze di classe saranno scom­ parse nel corso dell’evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un’altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, e abolendo con la forza gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d’esistenza delle classi in genere. Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti». Da Il manifesto del Partito Comunista «Questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai come schiavi; rispettare in essi la dignità dell’umana persona, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede non è il lavoro che degrada l’uomo, quello che veramente degrada l’uomo è abusarne a scopo di guadagno. È obbligo dei padroni lasciare all’operaio agio e tempo per compiere i doveri religiosi, non alienarlo dalla propria famiglia e dall’amore

per il risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle sue forze, o mal confacenti con l’età e con il sesso. Principalissimo poi fra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede [cioè la giusta paga]. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che né le leggi divine né quelle umane permettono di opprimere per proprio vantaggio i bisognosi e gli infelici e di trafficare sulla miseria del popolo. Defraudare la giusta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. A risolvere la questione operaia tutti quelli che vi sono interessati debbono concorrervi, ciascuno per la parte sua. I governanti debbono in primo luogo concorrervi in maniera generale con tutto il complesso delle leggi e delle pubbliche istituzioni, ordinando e amministrando lo stato in modo che ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità». Dalla Rerum novarum, adatt.


CAPITOLO 2

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METTIAMO A FUOCO

La nascita dello sport moderno Lo sport dall’antichità all’età moderna Lo sport non è un’invenzione dell’età moderna. Già i greci erano molto amanti di competizioni come la lotta, il pugilato e la corsa. Periodicamente si svolgevano manifestazioni sportive denominate Olimpiadi (dal nome della città di Olimpia in cui queste avevano luogo), durante le quali persino le guerre venivano sospese. La pratica dello sport svanì alla fine dell’età classica e ricomparve solo nel Settecento; la nobiltà francese, ad esempio, si dilettava col gioco della pallacorda, una sorta di tennis praticato al coperto in appositi saloni. Il ruolo delle università inglesi e della borghesia cittadina Fu solo nell’Ottocento però che lo sport divenne un’abitudine di massa. Fu dalle università della Gran Bretagna che il calcio, il rugby, il canottaggio e il pugilato presero il via. Gli studenti, che vivevano in aree immerse nel verde, alternavano infatti lo studio all’esercizio fisico. Successivamente, nacquero vere e proprie società sportive, fondate di solito da membri della borghesia cittadina, che desideravano portare a un livello più alto e professionale quello che prima di allora era visto come un semplice gioco. Alla fine dell’Ottocento dunque, sport di squadra come calcio e rugby, o individuali come il ciclismo, vennero praticati a tempo pieno da atleti professionisti e vennero seguiti anche da un vasto pubblico. Negli Stati Uniti nacquero poi sport diversi come baseball, pallacanestro (basket) e football americano, che ebbero da subito un successo notevole, ma che per lungo tempo rimasero esclusivi di questa nazione. Nascono le Olimpiadi moderne Sull’onda di questo enorme successo, il barone de Coubertin, un aristocratico francese, ebbe l’idea di riprendere la tradizione delle Olimpiadi greche, realizzando una grande manifestazione sportiva aperta a tutte le discipline e agli atleti di tutto il mondo. La prima Olimpiade moderna si svolse nel 1896 ad Atene, e da allora la pratica è continuata ogni quattro anni, ogni volta in una città di-

versa, con due sole interruzioni dovute alle guerre mondiali (ricordiamo che invece nell’antichità avveniva il contrario: erano le guerre che venivano sospese in occasione delle Olimpiadi). Lo scopo di de Coubertin era quello di diffondere attraverso lo sport l’ideale della pace e della fratellanza tra le nazioni. La lealtà, l’impegno e la voglia di partecipare erano per lui molto più importanti ed educativi che non la semplice vittoria e volle dunque che fossero questi i valori da mettere in primo piano. Purtroppo però questa posizione non tenne a lungo: la voglia di prevalere a tutti i costi, le sempre più alte somme di denaro investite nelle competizioni, e soprattutto le rivalità tra le varie nazioni, inquinarono presto lo spirito olimpico. Negli ultimi decenni, come vedremo, tutte le edizioni dei giochi sono servite a fare da cassa da risonanza alle vicende politiche del momento, mettendo spesso in secondo piano l’aspetto più strettamente sportivo. La prima formazione dello Sheffield FC Il club, fondato nel 1857, è il più antico del mondo.


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La Belle Époque e la questione sociale

PROTAGONISTI

Pasteur: la scoperta che molte malattie si possono prevenire Un benefattore dell’umanità La scienza, nel XIX secolo, compì molti straordinari progressi in tutti i campi. Tra questi si segnala in modo particolare il settore della ricerca medica, soprattutto grazie all’opera dello scienziato francese Louis Pasteur, che non senza ragione può essere considerato un vero benefattore dell’umanità. Egli nacque nel 1822, a Dole, nel nord est del paese. Dopo aver frequentato l’École Normale Supérieure di Parigi, dove si appassionò agli studi di chimica grazie a un bravissimo insegnante, cominciò a dedicarsi a tale disciplina anche se inizialmente con scarso successo scolastico. Diventò comunque assistente di laboratorio nel 1843 e da quel momento in poi dedicò tutta la sua vita alle ricerche in questo campo. La scoperta della microbiologia e dell’immunologia Louis Pasteur si può considerare il padre della moderna microbiologia, poiché studiò in modo particolare la fermentazione delle sostanze alcoliche, cercando di comprendere meglio l’azione dei microorganismi utili all’uomo. Così facendo, scoprì il nesso tra microorganismi e malattie, associando le seconde ad alcune fonti di contagio come, per esempio, l’acqua inquinata. Dedicandosi alla ricerca di metodologie per debellarle, introdusse, i metodi di pastorizzazione (cioè portare in brevissimo tempo ad altissime temperature certe sostanze, come il latte e il vino, per uccidere i batteri in essi contenuti), sterilizzazione e vaccinazione. Dapprima Pasteur studiò le malattie dei bachi da seta, poi le epidemie animali come quella del carbonchio ematico. Infine si dedicò allo studio di alcune malattie infettive dell’uomo, quale la rabbia di cui scoprì il vaccino, ottenuto inoculando nel paziente microorganismi vivi e deboli che lo rendono immune da successivi contagi della stessa malattia. Da questi studi prese impulso l’idea della possibilità e quindi della necessità di agire in modo preventivo contro le malattie infettive, creando quel ramo della medicina che oggi viene detto immunologia e che ha contribuito nel tempo a debellarne molte.

Si interessò a lungo della questione della “generazione spontanea” che da secoli era oggetto di ampie discussioni; infatti, la maggior parte dei primi naturalisti (XVI secolo) riteneva che gli esseri viventi più semplici si generassero spontaneamente dalla polvere e dal fango. Nel XVII secolo lo scienziato italiano Francesco Redi, attraverso un famoso esperimento sulle larve delle mosche, dimostrò che ogni vivente veniva generato da un altro vivente, ma la discussione sui contenuti dell’esperimento dopo 200 anni era ancora in corso. Fu proprio Pasteur che nel 1864 dimostrò, attraverso un nuovo e inconfutabile esperimento, l’infondatezza della teoria della generazione spontanea. Pasteur morì nel 1895. Sette anni prima era stato creato a Parigi l’Istituto che prende il suo nome e che si dedica alle ricerche in campo immunologico, istituto ancor oggi operante. Louis Pasteur Olio su tela di Albert Edelfelt (1885), Musée d'Orsay, Parigi


CAPITOLO 2

Raccontiamo in breve

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1. Negli ultimi decenni del XIX secolo l’Europa conobbe la “seconda rivoluzione industriale”, una fase di grande sviluppo soprattutto in campo siderurgico e meccanico, legata alla sempre maggiore diffusione dei mezzi di comunicazione (il treno prima e l’automobile dopo). Le condizioni di vita degli operai nelle fabbriche rimanevano però drammatiche: salari bassi, turni di lavoro massacranti, alloggi e fabbriche malsane al punto che si cominciò a parlare di una “questione sociale” da risolvere e si elaborarono varie teorie su come intervenire per affrontare questa situazione. 2. Tra i socialisti si affermò ben presto la teoria di Karl Marx che, partendo dall’idea che la storia in ogni epoca ha visto uno scontro di classi sociali contrapposte, teorizzava la necessità di una rivoluzione con la quale gli operai, dopo aver eliminato i “capitalisti” (cioè gli industriali), avrebbero preso il potere realizzando finalmente una società più giusta, senza più disuguaglianze e sfruttamento. Anche all’interno della Chiesa Cattolica vennero affrontati questi problemi sia attraverso opere caritative e assistenziali sia attraverso la dottrina sociale elaborata a partire dall’enciclica “Rerum novarum” di papa Leone XIII. Il papa, in questo documento, condannava sia la violenza presente nella dottrina marxista sia l’egoismo dei capitalisti e sosteneva la necessità di trovare una convivenza equilibrata tra questi ultimi e gli operai, ai quali si doveva garantire il rispetto delle condizioni di vita e di lavoro. 3. Il progresso economico, scientifico e tecnologico consentì comunque un generale miglioramento del tenore di vita soprattutto delle classi medie e per questo la società di quel tempo verrà chiamata “Belle Époque”. Tale sviluppo venne sostenuto anche da una nuova ideologia chiamata Positivismo, che esprimeva una illimitata fiducia nelle capacità della scienza, ritenuta in grado di risolvere ogni problema dell’uomo e di rispondere a ogni interrogativo. Il Positivismo, affiancato dalla teoria evoluzionista di Charles Darwin, portò un duro attacco alla visione religiosa della vita, che cominciò a perdere la sua influenza sulla società. 4. In questo stesso periodo le potenze europee (soprattutto Francia e Gran Bretagna) diedero vita a una campagna di progressiva conquista e spartizione sia dell’Africa che dell’Asia, dettata dalla necessità di approvvigionarsi delle materie prime necessarie a sostenere il loro sviluppo industriale ma anche dalla convinzione della superiorità dei valori della civiltà occidentale e della necessità di trasmettere questi valori alle popolazioni extraeuropee ritenute ancora pressoché primitive.

la linea del tempo

1844 prima trasmissione telefonica 1848 inizia la corsa all’oro, viene pubblicato Il manifesto del Partito Comunista 1858 Darwin formula la teoria dell’evoluzione 1864 si riunisce la Prima Internazionale 1882 si costituisce la Triplice Alleanza 1884 Conferenza di Berlino 1891 enciclica Rerum novarum 1894 Affare Dreyfus 1896 prime Olimpiadi moderne 1907 si costituisce la Triplice Intesa 1914 si inaugura il canale di Panama, scoppia la Prima guerra mondiale


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La Belle Époque e la questione sociale

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Di quanto crebbe il commercio mondiale nella terza metà del XIX secolo? 2. Quali mezzi di comunicazione e di trasporto favorirono la seconda rivoluzione industriale? 3. Quali vantaggi avrebbe arrecato la costruzione del canale di Panama? 4. Quali erano le condizioni di vita e di lavoro degli operai? 5. In che cosa si differenziavano i comunisti rispetto alle altre forme di socialismo? 6. Che tipo di società ipotizzava Marx dopo la rivoluzione attuata dai proletari? 7. Di che cosa si preoccupò soprattutto la Chiesa Cattolica rispetto alla questione sociale? 8. Che cos’era la Società di san Vincenzo de’ Paoli? 9. Quali invenzioni caratterizzarono la Belle Époque? 10. Che cosa sosteneva la teoria evoluzionista di Charles Darwin? 11. Quali fattori determinarono lo sviluppo del colonialismo? 12. Quali furono gli aspetti negativi del colonialismo europeo?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1848

Pubblicazione de Il manifesto del Partito Comunista

1864

Conferenza di Berlino

1884

Pubblicazione della Rerum novarum

1891

Prima Olimpiade moderna

1896

Costituzione della Associazione Internazionale dei Lavoratori

Esercizio 3 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. La seconda rivoluzione industriale si differenzia dalla prima perché a. si sviluppò soprattutto fuori dall’Europa. b. si basava soprattutto sullo sviluppo di nuovi mezzi di comunicazione e fu opera dei governi. c. si basava sull’industria tessile e fu opera di una nuova borghesia intraprendente. Marx considera la religione come l’oppio dei popoli perché a. distoglierebbe l’uomo dall’occuparsi di ricercare il proprio benessere terreno con la promessa di una inesistente felicità dopo la morte. b. favorirebbe la presa e il mantenimento del potere da parte dei ceti più ricchi. c. toglierebbe all’uomo l’istinto di lottare con la violenza per affermare i propri diritti. Con la rivoluzione a. gli operai avrebbero finalmente visto riconosciuti i loro diritti. b. il Partito Comunista avrebbe preso il potere. c. gli operai, guidati dal Partito Comunista, avrebbero instaurato una società basata sull’uguaglianza di tutti i cittadini e sulla proprietà, da parte degli operai, di tutti i mezzi di produzione.


CAPITOLO 2

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Nella Rerum novarum il papa a. condannava gli industriali quando in nome della sete di guadagno sfruttavano gli operai imponendo loro ritmi di lavoro insostenibili, e chiedeva loro di pagare il giusto salario ai lavoratori. b. condannava gli industriali che sfruttavano gli operai e gli operai che non collaboravano con gli industriali. c. condannava il progresso e l’industria capitalistica. Il Positivismo era una corrente filosofica che sosteneva che a. l’Europa occidentale, con il suo progresso, avrebbe dominato il mondo. b. la scienza avrebbe fornito tutte le risposte e risolto tutti i problemi dell’umanità. c. i lavoratori avrebbero dovuto prendere il potere con una rivoluzione. Il Darwinismo sociale ebbe un ruolo importante nel favorire il colonialismo perché a. spingeva le potenze europee a ricercare nuove fonti di energia e materie prime in Africa e in Asia. b. sosteneva che gli europei dovessero dominare il mondo. c. sosteneva che era un fatto naturale che i bianchi, specie superiore e più evoluta, dominassero sulle altre specie inferiori e più arretrate. Esercizio 4 · Completa la seguente mappa concettuale inserendo negli spazi predisposti i concetti e i fatti qui di seguito elencati, seguendo i nessi causali espressi dalle frecce. Creazione di un mercato globale Diffusione di nuovi mezzi di trasporto Miglioramenti nelle condizioni di vita generale e aumento della popolazione Interventi dei governi Sviluppo delle città Corsa all’oro Sviluppo di nuovi mezzi di comunicazione Uso su grande scala di ferro e carbone Peggioramento delle condizioni dei lavoratori

seconda rivoluzione industriale

Esercizio 5 · Nel paragrafo dedicato alla Belle Époque sono elencate molte invenzioni o innovazioni tecnologiche che hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita delle persone tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Individuane una e svolgi su di essa una ricerca evidenziando chi ne è stato l’inventore e quali conseguenze ha avuto sulla vita della società.


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CAPITOLO 3

Capitolo 3

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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale Un lento, faticoso e breve sviluppo Per risanare il debito pubblico accumulato in passato, soprattutto dal Regno di Sardegna, i governi della Destra dovettero aumentare la pressione fiscale, creando grande malcontento negli strati più poveri della società, in particolare nel Meridione. Adottarono inoltre un sistema centralistico, imponendo ovunque, senza eccezioni, le leggi dell’antico Regno di Sardegna e il suo sistema di governo e nominando a capo delle province dei prefetti inviati dalla capitale. Diversamente da quanto ci si attendeva, i risultati di questa politica furono pessimi, i problemi finirono per aggravarsi e il divario economico e sociale tra Nord e Sud aumentò enormemente. In politica estera i vari governi che si succedettero si allearono con Austria e Germania e cercarono di attuare, senza successo e con cocenti sconfitte, delle conquiste coloniali in Africa. La fine del XIX secolo fu caratterizzata da una serie di contrasti sociali che raggiunsero il loro apice con il drammatico assassinio del re Umberto I. Le cose migliorarono solo a partire dal 1903, con l’avvento al potere di Giovanni Giolitti, un politico moderato e realista, che seppe entrare in rapporto con tutte le principali forze del parlamento e della società e che avviò quelle trasformazioni che indirizzarono finalmente l’Italia verso un primo sviluppo industriale. Fu però una crescita di breve durata: all’orizzonte si profilava infatti, ancor più devastante, la Prima guerra mondiale, alla quale il nostro paese si stava avvicinando del tutto impreparato.

L’assassinio di Umberto I a Monza Illustrazione di Achille Beltrame tratta da La Domenica del Corriere del 5 agosto 1900

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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale

1 · La difficile situazione del Regno d’Italia negli anni successivi all’unità (1861-1887) Deficit di bilancio Il bilancio di uno stato è costituito dalla differenza tra le spese sostenute (le cosiddette “uscite”) e i soldi guadagnati (le “entrate”). È in deficit quando le uscite superano le entrate, cioè quando lo stato spende molto di più di quello che guadagna. Imposta Somma di denaro che lo stato esige dai propri cittadini in cambio dei servizi da esso offerti. Le imposte possono essere di due tipi: sui consumi, che viene pagata nel momento in cui un cittadino acquista determinati prodotti (ad esempio francobolli, alcol o sigarette) o anche, più in generale, su tutti i prodotti scambiati, e sui redditi, direttamente proporzionale al guadagno complessivo di una persona nell’arco di un anno. In pratica, quanto più alto è il reddito di un cittadino, tanto più egli dovrà pagare di imposte.

Perché venne introdotta la tassa sul macinato?

Per colmare il debito pubblico si aumentano le tasse e si confiscano i beni del clero Abbiamo già visto quali fossero i principali problemi che il Regno d’Italia dovette affrontare all’indomani della sua nascita. Le guerre appena concluse avevano svuotato le casse dello stato e aumentato a dismisura il debito pubblico, accumulato soprattutto dal Regno di Sardegna. Per risanare il deficit di bilancio il nuovo governo aveva deciso di alzare le tasse esistenti e di introdurne di nuove. In particolare venne introdotta, come già visto, la tassa sul macinato (1869), un’imposta che colpiva il consumo del pane, allora il principale alimento, insieme ai prodotti dell’orto, della maggior parte delle famiglie (ricordiamo a tale proposito che una simile imposizione fiscale era del tutto sconosciuta nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie, dove la gente era abituata ad avere pochi servizi dallo stato ma anche a versare poche imposte). Ciò provocò ondate di malcontento popolare con lo scoppio di vere e proprie sommosse. Un altro provvedimento adottato nel tentativo di aumentare le entrate fu quello di confiscare i beni del clero, vale a dire terreni e immobili che la Chiesa e i vari ordini religiosi possedevano in tutto il paese, per poi metterli all’asta. Fu anche questa una decisione impopolare, in quanto ostacolò le numerose opere di carità e assistenza che venivano finanziate con tali beni; inoltre, acuì l’ostilità del papato e della Chiesa nei confronti dello stato italiano, già grande dopo la presa di Roma. Oltretutto il ricavato delle vendite di questi beni da parte dello stato fu inferiore a quanto era stato preventivato. Il netto distacco tra la classe dirigente del paese e la società civile Sul piano politico, la decisione adottata per tenere insieme tanti territori così diversi tra loro fu quella di giocare la carta di un forte centralismo. Soppressi gli stati pre-unitari ed essendo di là da venire le regioni (che saranno istituite circa un secolo più tardi, nel 1970), l’intera penisola venne divisa in province, ciascuna delle quali affidata a un prefetto, che godeva di ampi poteri civili, militari e anche di polizia, e che rappresentava il governo, da cui era direttamente nominato. La stessa cosa avvenne per i sindaci dei maggiori centri urbani, che erano tutti provenienti dal nord del paese. Il potere centrale, che ruotava attorno al re e al primo ministro, era molto forte e, conformemente a quanto stabiliva lo Statuto Albertino, le competenze del parlamento risultavano piuttosto limitate. Va aggiunto inoltre che il suffragio era fortemente censitario: solo i cittadini maschi più ricchi avevano diritto al voto. All’indomani dell’unità gli elettori erano perciò soltanto seicentomila, all’incirca


CAPITOLO 3

Agostino Depretis Ritratto fotografico di Michele Schemboche (1880)

il 2 per cento dell’intera popolazione! Tutto ciò creò una separazione tra una minoranza che deteneva il potere e la maggioranza della popolazione, che si sentiva soggetta a un governo nel quale non sempre si riconosceva.

Dalla “Destra” alla “Sinistra” Nei primi quindici anni di vita del nuovo Regno il governo e la maggioranza all’interno del parlamento furono detenuti dalla cosiddetta “Destra”. Nel 1876 essa perse però la propria egemonia e fu sostituita da un altro schieramento, quello della “Sinistra”. In realtà, le differenze tra i due gruppi non erano così nette come a prima vista potrebbe sembrare e come verrebbe da pensare dall’uso che si fa oggi di questi due termini. Gli uomini della Destra erano monarchici, conservatori, quasi tutti proprietari terrieri e aristocratici, e la loro idea era quella di amministrare lo stato con la principale preoccupazione di farne quadrare il bilancio. Gli uomini della Sinistra, che spesso erano stati repubblicani e democratici all’inizio della loro carriera politica, risultavano invece più aperti alle riforme sociali, anche a costo di aumentare la spesa pubblica. La loro base sociale non era però certamente popolare, se non altro perché i contadini e gli operai erano esclusi dal voto. Essi erano principal-

Perché si parla di distacco tra classe dirigente e società civile?

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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale

mente avvocati, imprenditori e professionisti e davano rappresentanza politica a quella nuova borghesia imprenditoriale e professionale da cui provenivano.

Perché la legge sull'istruzione obbligatoria non ebbe risultati immediati?

Alunni di una scuola elementare Fotografia del 1910 A quel tempo non esistevano classi miste e femmine e maschi erano inseriti in classi rigorosamente separate.

Alcuni significativi miglioramenti: l’istruzione obbligatoria e l’allargamento del suffragio Nel tentativo di coinvolgere maggiormente la popolazione nella vita del paese, il nuovo governo della Sinistra guidato da Agostino Depretis introdusse due importanti novità. In primo luogo nel 1877 rese la scuola elementare obbligatoria e gratuita per i primi tre anni. Fu un passo avanti significativo nella lotta contro l’analfabetismo, anche se i risultati non furono immediati, poiché mancavano i soldi necessari a costruire scuole, comprare libri e pagare i maestri; inoltre le famiglie più povere non mandavano a scuola i loro figli, poiché ritenevano che fossero più utili nel lavoro dei campi. In secondo luogo nel 1882 varò una legge che estendeva il suffragio elettorale: in forza di essa aumentò il numero dei cittadini aventi diritto al voto, che passò da seicentomila a più di due milioni, circa il 7 per cento della popolazione. Fu inoltre abolita la tassa sul macinato, sostituita però da altre imposte sui beni di consumo, e vennero introdotti alcuni limitati


CAPITOLO 3

provvedimenti per migliorare la vita dei lavoratori: furono riconosciute le società di mutuo soccorso, fu proibito il lavoro ai bambini minori di nove anni e fu introdotta un’assicurazione facoltativa per gli infortuni sul lavoro. L’analfabetismo in Italia e in alcuni paesi d’Europa Anno

Italia

Francia

Spagna

Inghilterra

1861

77,7%

47%

75%

31%

1880

67,2%

17%

55%

14%

1900

56,0%

17%

51%

3%

1920

35,2%

14%

49%

3%

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Società di mutuo soccorso Associazioni nate alla metà del XIX secolo con lo scopo di difendere i diritti degli operai e di permettere loro una prima organizzazione, in assenza di iniziative simili da parte dello stato.

Nel parlamento italiano domina il “trasformismo” Tuttavia, queste leggi non contribuirono molto ad avvicinare le masse alla vita pubblica dell’Italia ufficiale: gli uomini della Sinistra, così come quelli della Destra, erano essenzialmente dei notabili che concepivano la politica come qualcosa a loro riservato e da cui il popolo era escluso. Non esistevano partiti di massa, come quelli odierni, nei quali gli elettori potessero riconoscersi; i voti a questo o a quel candidato venivano in genere elargiti sotto promesse di favori personali, un fenomeno diffuso particolarmente al sud. Per tutti questi motivi, si assistette a una larga diffusione della corruzione e del “trasformismo”, quel fenomeno per cui i parlamentari passavano disinvoltamente da una parte all’altra dello schieramento politico, nella misura in cui ne ricavavano vantaggi per­sonali; e fu proprio con il governo Depretis che tale pratica prese avvio. Di fronte al progressivo decadimento dell’attività politica che si evidenziava in questi comportamenti, molti autorevoli protagonisti delle battaglie risorgimentali, fra cui il poeta Giosue Carducci e lo stesso Garibaldi, espressero tutta la loro delusione: era un’altra l’Italia che avevano sognato e per la quale si erano battuti.

Perché si parla di trasformismo?

Nelle campagne si vive ancora miseramente L’Italia era ancora un paese prevalentemente agricolo, ma in quegli anni si stava realizzando un primo timido sviluppo industriale. Per evitare che la concorrenza dall’estero danneggiasse le neonate imprese italiane, gli uomini della Sinistra vararono una politica fortemente protezionista; essa diede risultati positivi, soprattutto nella parte settentrionale della penisola, ma danneggiò fortemente l’agricoltura del Sud. In particolare la vendita degli agrumi, principale prodotto d’esportazione, fu ostacolata da analoghe forme di protezionismo attuate da altri stati. In gran parte del paese, inoltre, le condizioni di vita erano misere: le malattie come la pellagra, la tubercolosi e la malaria erano diffu-

Pellagra Malattia provocata dalla carenza di vitamina B, che si trova solitamente in prodotti freschi quali latte e verdure. Nel periodo di cui stiamo parlando essa colpiva, soprattutto al nord, persone che si cibavano quasi esclusivamente di polenta. Provoca disturbi all’intestino, alla pelle e disturbi mentali come ansia e depressione. Se non curata subito può portare alla morte nel giro di pochi anni.


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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale

Perché fu adottata dai governi di sinistra una politica protezionistica?

sissime a causa della sottoalimentazione, delle pessime condizioni igieniche dei centri urbani e dell’abbondanza delle paludi. Ne derivava un’altissima mortalità infantile: fino alla fine del XIX secolo essa era attorno al 23 per cento, di molto superiore al resto dei paesi dell’Europa occidentale.

Perché l’Italia aderì alla Triplice Alleanza?

La politica estera: la Triplice Alleanza con Austria e Germania L’avvento al potere della Sinistra portò a un cambiamento di strategia per quanto riguarda la politica estera. Il Regno d’Italia era stato fino ad allora molto vicino a Francia e Gran Bretagna, i due paesi che lo avevano aiutato a conseguire la sua unità nazionale. In questi anni si verificò invece un avvicinamento alla Prussia di Bismarck e all’Austria. Questo avvenne essenzialmente per due ragioni: la Sinistra aspirava a portare l’Italia al livello delle più importanti potenze europee, e intrecciare rapporti di amicizia con questi due stati sembrava il modo migliore per raggiungere questo obiettivo. L’Austria possedeva inoltre i territori di Trento e Trieste, che l’Italia rivendicava, e si pensava che sarebbe stato più facile ottenerli in maniera pacifica, come ricompensa per un eventuale aiuto prestato. In secondo luogo, nel 1882 la Francia aveva occupato la Tunisia, provocando le ire del governo italiano, che aveva da tempo delle mire su questo territorio dove già si erano insediate alcune migliaia di nostri concittadini. Fu così che nel 1882 Italia, Austria e Germania firmarono la Triplice Alleanza, mediante la quale si impegnavano a prestarsi reciproco aiuto in caso di attacco da parte di un avversario.

Perché l’Italia abbandonò il progetto coloniale?

Il fallimento dell’avventura coloniale in Etiopia Ora che godeva della protezione della Triplice Alleanza, l’Italia si sentì pronta per tentare l’avventura coloniale. Il nostro paese, infatti, non voleva essere da meno delle grandi potenze europee che in quegli anni si lanciavano alla conquista dei territori africani e asiatici. Nel 1882 il governo italiano acquistò la baia di Assab dall’Etiopia e tre anni dopo occupò Massaua, sul mar Rosso, intendendo così ritagliarsi uno spazio nel nuovo sviluppo degli scambi euroasiatici attraverso il Mediterraneo che allora si stava prospettando grazie all’apertura del canale di Suez. Tuttavia, le operazioni non andarono per il verso sperato: nel 1887 una colonna di oltre cinquecento soldati italiani che si era addentrata in territorio etiopico venne sconfitta e sterminata a Dogali. Scossa da tale disastro, per alcuni anni l’Italia abbandonò ogni ulteriore progetto di conquista coloniale. Nonostante infatti desiderasse recitare la parte della grande potenza, era ancora troppo debole sul piano economico e troppo poco organizzata su quello militare per poter tentare con successo l’avventura coloniale.


CAPITOLO 3

2 · Francesco Crispi e il tentativo di far diventare l’Italia una grande potenza (1887-1896) Francesco Crispi vuole rendere più forte e prestigiosa l’Italia A partire dal 1887, il politico più importante del Regno d’Italia divenne Francesco Crispi, che ricoprì la carica di primo ministro quasi ininterrottamente fino al 1896. In gioventù, Crispi era stato uno dei più fedeli seguaci di Garibaldi e aveva preso parte in prima persona alla spedizione dei Mille. In seguito aveva abbandonato le idee democratiche e repubblicane e si era dichiarato fedele al re. Egli era consapevole del fatto che l’unificazione politica della penisola italiana non aveva dato i risultati sperati e che il paese era travagliato da numerosi problemi. Nel tentativo di uscire da questa difficile situazione puntò allora da una parte su un rafforzamento del potere del governo e dall’altra sulla crescita del ruolo dell’Italia in sede internazionale.

Colloquio tra Francesco Crispi e il cancelliere tedesco Georg Leo Graf von Caprivi, successore di Bismarck, all'albergo Cavour di Milano nel novembre 1890

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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale

Perché si parla di politica autoritaria da parte di Francesco Crispi?

Una politica autoritaria... Crispi attuò una politica interna nello stesso tempo autoritaria e riformatrice: ampliò da subito i poteri del presidente del consiglio e rese i prefetti maggiormente subordinati al governo. Impose anche una serie di norme che limitavano il diritto di riunione e prevedevano gli arresti domiciliari per quelle che erano definite “classi pericolose alla società”. Represse duramente il movimento dei “Fasci Siciliani”, formato da minatori e agricoltori che avevano organizzato nell’isola una serie di scioperi e agitazioni per protestare contro le cattive condizioni di lavoro. ... ma anche riformatrice Nello stesso tempo venne varato un nuovo codice penale, che introdusse per la prima volta due misure importantissime: l’abolizione della pena di morte e il riconoscimento del diritto di sciopero ai lavoratori. In particolare, quest’ultima decisione andava incontro alle richieste dei socialisti, che erano in questo periodo in forte espansione e che si battevano per un miglioramento della condizione degli operai. Per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa, Crispi si rivelò ben più ostile dei suoi predecessori. Tra l’altro, con una legge del 1890, egli sottomise al controllo statale gli istituti di carità e di assistenza gestiti dal clero e dagli ordini religiosi, che da quel momento in poi, pur continuando a esistere in quanto lo stato non era in grado di sostituirli, ebbero però una libertà di azione molto più limitata.

Perché Crispi rafforzò i legami con la Germania?

La politica estera di Crispi: alleanza con la Germania e tensioni con la Francia In politica estera, Crispi mirò soprattutto ad accentuare i legami con la Germania: egli era un grande ammiratore di Bismarck e riteneva che solo stringendo un forte legame con lo stato tedesco l’Italia avrebbe potuto raggiungere quel ruolo di grande potenza a cui aspirava. Nel 1887 fu così rinnovata la Triplice Alleanza in maniera da risultare più vantaggiosa per il nostro paese, poiché garantiva compensi territoriali nel caso in cui Austria o Germania avessero condotto guerre vittoriose. Dall’altra parte, i rapporti con la Francia peggiorarono notevolmente: i dazi doganali sui prodotti transalpini vennero aumentati a dismisura e i francesi, per ritorsione, fecero lo stesso con i prodotti italiani. In breve scoppiò una vera e propria “guerra doganale”, di cui pagarono le conseguenze soprattutto gli agricoltori del Mezzogiorno, poiché la Francia era un mercato privilegiato per la vendita dei loro prodotti.


CAPITOLO 3

La ripresa dell’avventura coloniale e il disastro di Adua Contemporaneamente, Crispi decise di riprendere le operazioni di conquista dell’Etiopia: nel 1889 i due paesi firmarono il Trattato di Uccialli, con cui di fatto all’Italia veniva riconosciuto il possesso dell’Eritrea. La scoperta di un voluto errore di traduzione all’interno del documento provocò però le ire degli etiopi. Di qui nuove tensioni e infine la guerra che però si concluse ancora con una pesante sconfitta per l’Italia, il cui corpo di spedizione venne annientato nella battaglia di Adua (1896). Nuove forze all’interno della società italiana: i socialisti… Frattanto anche in Italia avevano fatto la loro comparsa gli anarchici e i socialisti. I primi, guidati dal russo Mikhail Bakunin, tentarono una serie di azioni insurrezionali che non ebbero però alcun successo. Tra i braccianti agricoli dell’Italia settentrionale e centrale trovarono invece un notevole seguito i socialisti, il cui programma si ispirava al marxismo. Nel 1882 entrò per la prima vol-

Battaglia di Adua Stampa ottocentesca

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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale

ta in parlamento un socialista, Andrea Costa. Dieci anni più tardi nacque il Partito dei Lavoratori Italiani, che nel 1895 prenderà il nome di Partito Socialista. Tuttavia, si verificò da subito all’interno di questo partito una divisione tra i moderati, favorevoli a una strategia di riforme, e gli estremisti, che avrebbero preferito una vera e propria rivoluzione.

… e i cattolici Dopo la promulgazione, nel 1874, del non expedit, che impediva loro di partecipare alla vita politica, i cattolici italiani non rinunciarono tuttavia ad essere presenti nella società. Fondarono infatti l’Opera dei Congressi, un’associazione, radicata nelle parrocchie, che si occupava di difendere le posizioni della Chiesa nei confronti dello stato italiano e di promuovere e coordinare tutte le attività caritative e assistenziali che i cattolici stavano mettendo in campo. Grazie a quest’opera nacquero le prime banche di credito cooperativo (che avevano il compito di procurare prestiti e finanziamenti agli agricoltori danneggiati dalla crisi economica delle campagne), società operaie, cooperative di lavoro, scuole e corsi di istruzione serale, giornali. L’enciclica Rerum novarum, pubblicata nel 1891 da papa Leone XIII, affermò che la mobilitazione per una società più giusta era un dovere cristiano, dando così un forte impulso all’impegno sociale dei cattolici. Contemporaneamente, una parte del mondo cattolico cercò una conciliazione con i liberali, nel tentativo di appianare le divergenze tra Stato e Chiesa. A partire dagli anni Ottanta, si formarono delle coalizioni elettorali, per contrastare l’avanzata dei socialisti. Queste iniziative furono il preludio dell’ingresso vero e proprio dei cattolici in politica, che avverrà però solo all’inizio del nuovo secolo.

3 · La crisi di fine secolo (1896-1900) Di Rudinì e la dura repressione dei moti di Milano La sconfitta in Etiopia provocò le dimissioni di Crispi, che scomparve per sempre dalla vita politica. Al suo posto divenne capo del governo Antonio di Rudinì, anch’egli conservatore, ma senza le ambizioni coloniali del suo predecessore. La situazione interna del paese stava cambiando, con i socialisti sempre più presenti e organizzati nel gestire le masse. Di Rudinì non intendeva dare spazio alle loro rivendicazioni e perseguì una politica di repressione; nel 1898 un’enorme folla insorse spontaneamente a Milano per protestare contro il rincaro del prezzo del pane. L’esercito intervenne, su ordine del governo, e il generale Bava Beccaris comandò di sparare sulla gente: contro le barricate


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erette dai rivoltosi vennero utilizzati anche i cannoni e alla fine i morti furono circa ottanta. In seguito a questi fatti la repressione del governo fu durissima: venne temporaneamente sciolto il Partito Socialista come pure associazioni sindacali e organizzazioni cattoliche; vennero chiusi molti giornali e arrestati esponenti non solo socialisti ma anche repubblicani e cattolici. A di Rudinì successe il generale Pelloux che continuò la politica autoritaria del predecessore ma fu costretto alle dimissioni a causa della forte opposizione dei deputati della sinistra che attuarono contro di lui un forte ostruzionismo.

L’assassinio di Umberto I chiude un periodo drammatico per la storia d’Italia Poco tempo dopo, il 29 luglio del 1900, il re Umberto I venne assassinato a Monza da un anarchico, Gaetano Bresci, che dichiarò esplicitamente di aver voluto vendicare le vittime di Milano (il sovrano aveva infatti decorato Bava Beccaris con una medaglia al valore per quanto aveva fatto per reprimere la rivolta). L’uccisione del re apriva il nuovo secolo nella maniera peggiore: sembrava rappresentare la degna chiusura di un’epoca in cui lo stato italiano aveva raggiunto l’unità, ma non una stabile situazione politica e sociale.

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Antonio Starabba, marchese di Rudinì, primo ministro italiano dal 1896 al 1898

Ostruzionismo Tattica politica utilizzata dai partiti che si trovano all’opposizione per ritardare o impedire l’approvazione di una legge voluta dalla maggioranza. Normalmente consiste nel bloccare il dibattito in parlamento tramite discorsi lunghissimi, non sempre pertinenti con l’argomento in discussione, proprio allo scopo di perdere tempo e di innervosire gli avversari.

Perché l’anarchico Bresci assassinò Umberto I?


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Giovanni Giolitti

Perché si parla di età giolittiana?

4 · L’età giolittiana (1900-1914): l’Italia si risolleva Un politico giovane ed estraneo al Risorgimento Dopo la morte di Umberto I salì al trono suo figlio Vittorio Emanuele III. Il nuovo sovrano chiamò a presiedere il governo Giuseppe Zanardelli, un vecchio ed esperto liberale, il quale scelse come ministro degli interni il piemontese Giovanni Giolitti. Costui si distinse particolarmente in questo ruolo finché, nel 1903, successe a Zanardelli nella carica di primo ministro. Con Giolitti divenne per la prima volta capo del governo un politico che non aveva né esperienza né memoria diretta delle lotte risorgimentali. Sotto la sua guida, l’Italia conobbe un periodo di stabilità e di relativa crescita economica, e anche le relazioni tra le classi sociali migliorarono notevolmente. Questo periodo, senza dubbio tra i migliori della storia del nostro paese, è stato denominato dagli storici “età giolittiana”, poiché lo statista piemontese rimase al centro della vita politica per più di dieci anni, fino al 1914.


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La rivoluzione industriale italiana Il movimento di industrializzazione nel paese era iniziato alla fine dell’800 con la nascita di alcuni importanti stabilimenti meccanici e siderurgici: la Franco Tosi (1881), la Terni (1884), la Breda (1886) e successivamente l’Ilva (1905). Il protezionismo favorì lo sviluppo di altre importanti realtà, che sarebbero divenute presto quelle maggiormente rappresentative del nostro paese: le aziende automobilistiche Fiat, Lancia e Alfa, la fabbrica di macchine per scrivere Olivetti, le industrie chimiche Montecatini e Pirelli. Grande incremento ebbe inoltre la produzione di energia idroelettrica: tra il 1898 e il 1911 essa fu utilizzata quasi dappertutto al posto del vapore e della forza idraulica, anche se non sostituì mai completamente il carbone. L’industria tessile, che aveva inaugurato la prima fase industriale del paese, entrò invece in crisi. Resistette abbastanza bene solo il settore cotoniero, più moderno, ma non senza grosse difficoltà. La crescita industriale però, per quanto significativa, rimase confinata solo al nord del paese, in particolare all’area compresa fra Torino, Milano e Genova (denominata per questo “triangolo industriale”). In tal modo lo squilibrio tra le due parti della penisola si acuì ancora di più.

Perché si parla di triangolo industriale?

Aumenta il divario tra Nord e Sud: molti italiani emigrano in America L’Italia stava così vivendo la sua rivoluzione industriale. Le conseguenze furono simili a quelle degli altri paesi europei che avevano già attraversato questa fase: molte persone abbandonarono le campagne attirate dalle nuove possibilità di lavoro e si trasferirono nelle grandi città del Nord. Queste divennero sempre più affollate; sorsero nuove periferie e spesso le condizioni abitative non erano delle migliori. Lo sviluppo industriale e tecnologico ebbe ripercussioni positive anche sull’agricoltura, soprattutto nella zona della Pianura Padana: le opere di bonifica e la diffusione dei concimi chimici fecero aumentare la produzione e si diffusero anche coltivazioni su larga scala, come quella della barbabietola da zucchero. Al contrario, il Sud rimase anche da questo punto di vista povero e arretrato. Pertanto, sempre più persone decisero di emigrare verso le Americhe, che parevano offrire migliori opportunità di vita e di impiego. L’esodo raggiunse la massima intensità tra il 1907 e il 1913, con una media di circa ottocentomila partenze all’anno. Le conseguenze di questo vasto fenomeno migratorio non furono però del tutto negative: se da una parte il Mezzogiorno venne privato di forze giovani e fresche, dall’altra i soldi che gli emigrati spedivano alle loro famiglie di origine contribuirono a una certa ripresa economica.

Perché le conseguenze dell’emigrazione non furono del tutto negative?


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Immigrati italiani sbarcano a Ellis Island, New York Fotografia dei primi del Novecento

Clientelismo Pratica con cui un politico cerca di ottenere voti e appoggi da particolari categorie e gruppi potenti all’interno della società (”clientele”) in cambio di favori che egli si impegna a concedere loro. In pratica finisce per privilegiare nella sua azione politica gli interessi di queste clientele piuttosto che quello per il bene pubblico.

Perché si dice che Giolitti governò in maniera spregiudicata ma realistica?

Giolitti governa il paese con spregiudicatezza, abilità e realismo Giolitti era un politico dai comportamenti spregiudicati, al punto che i suoi avversari giunsero a definirlo “ministro della malavita”. Per governare utilizzò infatti in maniera massiccia il clientelismo e il trasformismo, alleandosi ora con una corrente politica ora con un’altra, in modo da garantirsi sempre una solida maggioranza parlamentare. Tuttavia, nonostante ciò, seppe introdurre profondi elementi di novità nel modo di governare lo stato. Egli era infatti un uomo realista: sapeva che l’Italia aveva molti problemi e che c’erano forze politico-sociali, come i socialisti e i cattolici, che aspiravano a buon motivo ad ottenere maggiore spazio. Per prima cosa, perciò, sviluppò un atteggiamento diverso nei confronti degli scioperi: anziché mandare la forza pubblica a reprimerli, come accadeva con Crispi, preferiva lasciare che i lavoratori manifestassero liberamente. Giolitti varò anche una serie di riforme sociali: nel 1906 istituì un Ufficio del lavoro, proibì il lavoro notturno per donne e bambini e introdusse forme di assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia. Fu positivo anche il suo rapporto con l’ala più moderata del Partito Socialista: il segretario Filippo Turati venne più volte invitato a far parte della maggioranza di governo; egli fu costretto a rifiutare per non irritare la componente estremista, ma non fece mai mancare il suo supporto a Giolitti. La decentralizzazione e il rapporto coi cattolici Un’altra importante riforma di Giolitti fu la diminuzione del centralismo che aveva fino ad allora caratterizzato lo stato italiano. Nel 1906 una legge permise ai comuni di gestire autonomamente il gas,


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l’acqua, l’illuminazione elettrica e i trasporti. Nonostante questi indubbi passi avanti, va detto che il comportamento del governo nei confronti delle agitazioni nel Mezzogiorno fu invece diverso: ai prefetti fu lasciata mano libera e in molti casi vi furono interventi repressivi che causarono diverse vittime. Oltre che con i socialisti, Giolitti cercò di migliorare le proprie relazioni anche con i cattolici con i quali nel 1913 concordò un’intesa verbale, chiamata “Patto Gentiloni” (dal nome del politico che lo aveva promosso); con tale accordo i cattolici si impegnavano nelle imminenti elezioni a sostenere quei candidati della maggioranza che fossero favorevoli a svolgere un’attività politica conforme ai principi cristiani. Questo accordo, approvato da papa Pio X, segnava di fatto la fine del non expedit: con esso i cattolici potevano fare il loro ingresso nella vita politica del paese.

Perché fu stipulato il Patto Gentiloni con i cattolici?

Giolitti introduce il suffragio universale, ma non riesce ad avvantaggiarsene Anche con l’intento di rafforzare la propria maggioranza di governo, nel 1912 Giolitti introdusse una legge che estendeva il diritto di voto a tutti i cittadini maschi di almeno 21 anni che sapessero leggere e scrivere e agli analfabeti maschi di almeno 30 anni che avessero prestato servizio militare. Il numero degli aventi diritto di voto salì così dal 7 al 24 per cento. Giolitti sperava che l’aumento di peso politico dei socialisti e dei cattolici che ne sarebbe derivato avrebbe giocato a suo favore. Invece non fu così: i socialisti rivoluzionari non gli diedero mai il loro appoggio e i cattolici, con i quali pure aveva stipulato il Patto Gentiloni, rimasero sempre diffidenti nei suoi confronti per via della questione romana che non era stata risolta in modo soddisfacente per la Chiesa. L’impossibilità di stabilire solidi legami con questi nuovi gruppi politici indebolì dunque il consenso di Giolitti, che negli ultimi anni incontrò difficoltà sempre crescenti.

Perché il consenso a Giolitti diminuì?

In politica estera deve cedere ai nazionalisti Un altro grosso problema proveniva dalla politica estera: i risultati disastrosi ottenuti da Crispi in Etiopia e le conseguenze negative della guerra doganale con la Francia avevano fatto capire a Giolitti che il paese non era ancora pronto per spericolate avventure coloniali e che aveva bisogno piuttosto di svilupparsi dal punto di vista economico e sociale. Tuttavia, c’era un forte gruppo di nazionalisti che voleva che l’Italia completasse la propria unità con la conquista di Trento e Trieste e che si espandesse in Africa divenendo una grande potenza. Costoro erano organizzati nella Associazione Nazionalista Italiana, un’organizzazione alla quale erano legati anche importanti esponenti della grande industria. Di fronte alle loro continue pressioni perché l’Italia riprendesse


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Perché Giolitti era contrario ad avventure militari e perché poi cedette alle pressioni dei nazionalisti?

Perché Giolitti aveva scontentato tutte le forze politiche?

una politica di conquiste coloniali, Giolitti non poté tirarsi indietro: scontentare gli industriali avrebbe infatti voluto dire perdere un importante appoggio politico.

Si arriva così alla guerra di Libia Nel 1911 perciò l’Italia invase la Libia: il paese africano era allora sotto la sovranità dell’Impero Ottomano, da tempo però in crisi e impegnato in una logorante guerra nei Balcani. Per tali ragioni, l’esercito italiano non incontrò grande resistenza da parte dei turchi e la guerra si concluse nell’ottobre 1912 con la vittoria dell’Italia, che entrò in possesso, oltre che della Libia, anche del Dodecanneso, un arcipelago del mare Egeo composto da Rodi e da altre undici isole minori. Queste conquiste coloniali suscitarono un vasto entusiasmo all’interno del paese: le idee nazionaliste si stavano diffondendo sempre di più e numerosi contadini videro nella presa della Libia una possibilità per risolvere il problema della mancanza di terre da coltivare. La realtà fu ben diversa: il paese conquistato si rivelò «un enorme scatolone di sabbia», come disse il repubblicano Salvemini, e solo più tardi, quando arriveranno gli inglesi dopo la Seconda guerra mondiale, si scopriranno gli immensi giacimenti di petrolio di cui il sottosuolo libico disponeva. Giolitti dà le dimissioni: gli succede Salandra L’età giolittiana si concluse nel 1914: nel tentativo di allargare il più possibile la sua base di potere, includendo tutti quei gruppi mai considerati dai precedenti leader liberali, lo statista piemontese aveva finito con lo scontentare un po’ tutti, soprattutto perché non era mai stato disposto a dare molto in cambio. Nel 1914, in difficoltà nel trovare una nuova maggioranza di governo, decise di rassegnare le dimissioni, convinto che il re lo avrebbe richiamato a breve. Invece di lì a poco scoppiò la Prima guerra mondiale: Antonio Salandra, leader dei conservatori, fu considerato più adatto a guidare il paese in quelle nuove circostanze e Giolitti venne accantonato. Un periodo positivo interrotto dalla Prima guerra mondiale Si chiudeva così un periodo che, nonostante le numerose contraddizioni, poteva dirsi positivo per il nostro paese: l’Italia si era avviata a diventare un moderno stato industriale e la sua situazione economica e sociale era notevolmente migliorata. Inoltre, l’allargamento della partecipazione politica a un più vasto numero di cittadini faceva ben sperare per il futuro. La Prima guerra mondiale mise fine a queste conquiste positive e fece invece precipitare il paese in una crisi che avrebbe distrutto lo stato liberale e preparato la strada all’avvento del fascismo.


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L’istruzione pubblica La legge Casati La prima legge italiana diretta a regolamentare la pubblica istruzione fu quella varata da Gabrio Casati nel 1859 per il Regno di Sardegna, e poi estesa a tutto il Regno d’Italia a partire dal 1861. Essa istituiva una scuola elementare di cinque anni, suddivisa in due cicli. Dopo le elementari lo studente aveva davanti a sé due scelte principali: le scuole tecniche, che duravano sei anni e che servivano per la preparazione di geometri e ragionieri, e gli studi classici, che duravano in tutto otto anni, suddivisi in due cicli da tre (ginnasio) e cinque anni (liceo). Solo la frequentazione degli studi classici permetteva di accedere all’università. Questa a sua volta prevedeva solo cinque facoltà: teologia (che però venne ben presto soppressa), giurisprudenza, medicina, fisica e matematica, lettere e filosofia. La nuova legge del ministro Coppino Nel 1877 venne fatto un passo ulteriore, con la legge varata dal ministro Michele Coppino. Essa stabiliva di estendere l’obbligatorietà e la gratuità ai primi tre anni delle scuole elementari e prevedeva delle sanzioni per i genitori che avessero trasgredito questo obbligo. Con tale legge inoltre si avviava un processo di “laicizzazione” dell’istruzione in quanto all’insegnamento della religione si sostituiva in pratica quello dei “doveri dell’uomo e del cittadino”. La scuola doveva servire, oltre che a sconfiggere la terribile piaga dell’analfabetismo, a trasmettere ai bambini i valori dell’amore per la patria e del rispetto delle leggi; il compito di svolgere tale missione veniva affidato ai maestri che, in forza di questo insegnamento di carattere morale, assumevano, nell’intenzione del legislatore, un ruolo in certo modo concorrente con quello dei parroci e della Chiesa.

Pinocchio Illustrazione di Enrico Mazzanti (1883), collezione privata, Londra

Anche la letteratura si affianca alla scuola in questa missione: il successo di Cuore e Pinocchio Due romanzi di grande successo pubblicati in quegli anni hanno affiancato la scuola in questa missione educatrice. Il primo è Cuore di Edmondo De Amicis, che mirava a trasmettere ai giovani gli ideali di fedeltà al re e alla patria, i nuovi doveri civici e il mito della lotta risorgimentale. Il secondo è Pinocchio di Carlo Collodi, che insegnava a vedere nella scuola una grande possibilità di crescita e di maturazione delle nuove generazioni, possibilità che non era stata invece offerta ai loro genitori. In particolare, l’immagine celebre di mastro Geppetto, che vende la sua giacca per comprare a Pinocchio l’occorrente per la scuola, rappresenta i sacrifici che molti genitori stavano facendo per permettere ai figli di accedere al sapere e di conquistarsi così un posto migliore nella società.


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METTIAMO A FUOCO

L’esercito come mezzo per “fare gli italiani” Un processo di unificazione a cui le masse popolari rimasero sostanzialmente estranee La celebre frase attribuita a Massimo D’Azeglio, «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani», la dice lunga su come venne realizzata l’unificazione politica dell’Italia e sui modi con cui si puntò poi a consolidare tale unificazione. Come abbiamo visto, questo processo fu pensato e voluto dall’alto, non dal popolo bensì da una borghesia, dinamica ma esigua, che si era progressivamente affermata come il principale “motore” dell’ammodernamento della società e dell’economia del paese e alla quale si era unita la dinastia sabauda che ne aveva sposato la causa. Questa borghesia risorgimentale non si era mai preoccupata di coinvolgere nel suo progetto le masse popolari, che rimasero sostanzialmente estranee ad esso quando non apertamente contrarie. Tale estraneità era spiegata, dai fautori del Risorgimento, con la mancanza di una consapevolezza patriottica: in sostanza, secondo loro, non esisteva nel popolo la coscienza di appartenere alla medesima nazione e alla medesima patria. Da qui l’esigenza, una volta compiuta l’unificazione politica, di “fare gli italiani”, cioè di far crescere questi sentimenti patriottici e nazionali di cui avvertivano la mancanza e che erano indispensabili per il consolidamento del paese. Si trattava però, a ben vedere, di un progetto dai tratti fortemente autoritari, perché, anche questa volta, alimentato dall’alto. L’alternativa avrebbe potuto essere la valorizzazione delle varie identità regionali attraverso un modello federalista di stato ma, come abbiamo visto, la classe politica del tempo rifiutò di imboccare questa strada. Il servizio militare obbligatorio Due furono gli strumenti usati dalla classe dirigente liberale per “fare gli italiani”: la scuola e le forze armate. La prima diventò però influente solo molto più tardi, quando almeno l’istruzione elementare (quella che oggi chiamiamo primaria) raggiunse la maggior parte della popolazione. Molto più importante fu invece, fin dall’inizio, il ruolo dell’esercito. Anche in questo erede diretto del Regno di Sardegna, il nuovo Regno d’Italia impose infatti immediatamente il servizio mili-

tare obbligatorio di cinque/sette anni per tutti i maschi maggiorenni e in buona salute: un servizio che nella maggior parte degli stati pre-unitari o non esisteva o era di durata molto inferiore. Con la sola eccezione del corpo degli alpini (come diremo più avanti), i giovani di leva venivano di regola inviati a prestare il loro servizio militare in regioni lontane da quelle di cui erano originari, e in reparti in cui deliberatamente si mettevano fianco a fianco persone provenienti da regioni diverse. Durante il servizio, oltre all’addestramento militare, gli ufficiali erano tenuti anche a educare i soldati all’amore per la patria e per le glorie del Risorgimento.

Il problema dei dialetti Nel “fare gli italiani” era di particolare importanza la questione linguistica. L’italiano era allora una lingua soprattutto scritta. I nobili e la borghesia, pur di regola parlando dialetto (e nel Nord Ovest spesso anche francese), nella vita di ogni giorno,


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se necessario, sapevano anche esprimersi in italiano. Il popolo invece parlava in genere soltanto il proprio dialetto. Il servizio militare, che metteva fianco a fianco soldati dalle provenienze più disparate, aiutava quindi ad apprendere l’italiano come lingua comune al di sopra dei dialetti. In tal modo la sua conoscenza iniziò a diffondersi anche negli ambienti popolari. Persino le abitudini alimentari subirono dei cambiamenti e si uniformarono: i maccheroni, e la pasta in generale, erano un piatto tipico del Sud Italia ma, grazie ai cuochi militari, vennero inclusi nel “rancio” dei soldati, che si abituarono così a mangiare in modo simile. Inoltre la maggior parte dei giovani proveniva da zone povere, dove l’alimentazione non era mai stata particolarmente ricca, e per alcuni il servizio militare fu addirittura l’occasione per mangiare carne più volte nel corso di una settimana.

“L’italianizzazione” delle truppe e il caso degli alpini Per favorire dunque “l’italianizzazione” delle truppe, ogni reggimento, come abbiamo detto, veniva composto da soldati di provenienza regionale

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diversa. Si voleva che fosse così anche perché l’esercito veniva non di rado usato per la repressione delle sommosse, che soprattutto nel Sud scoppiavano di frequente. Si temeva infatti che, altrimenti, i soldati avrebbero potuto fraternizzare con la gente della propria regione. L’unica concessione all’appartenenza regionale fu il corpo degli alpini, fondato nel 1872. Questi militari prestavano servizio sulle loro montagne, a contatto con la gente del posto, cosa che ne incrementò lo spirito di corpo, facendoli diventare una delle più valorose armi del nostro esercito. Pur tra molte contraddizioni, le forze armate del Regno d’Italia riuscirono comunque con un certo successo a “fare gli italiani”. Lo si vide soprattutto durante la Prima guerra mondiale, quando i nostri soldati trovarono spesso, nonostante le molte difficoltà, la forza e le motivazioni necessarie per battersi strenuamente contro l’esercito austriaco e conseguire importanti vittorie.

I nostri soldati a riposo: un banchetto all’aria aperta il giorno di Natale 1917


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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale

NON TUTTI SANNO CHE…

Il terremoto di Messina: una tragedia che unì l’Italia Una catastrofe mai vista Alle ore 5,20 del 28 dicembre 1908 una fortissima scossa di terremoto, seguita da alcune ondate di maremoto, si abbatté su Messina come pure su Reggio Calabria e altri centri costieri, causando in pochi secondi un’immane tragedia, la più grave mai accaduta dalla nostra penisola. L’intera città siciliana fu infatti rasa al suolo (si calcolò che circa il 98 per cento degli edifici fosse stato distrutto o gravemente lesionato) e sotto le macerie perirono circa centomila persone. A causa dell’interruzione di ogni collegamento stradale, ferroviario o telegrafico, la notizia giunse a Roma con molto ritardo. I primi a rendersi conto dell’entità del disastro e a decidere di intervenire furono perciò i comandanti di navi da guerra di varie potenze europee che in quel momento erano impegnate in manovre o in crociere al largo delle coste siciliane. I soccorsi internazionali I primi a giungere sul posto del disastro furono, già la mattina del giorno seguente, tre grandi incrociatori della Marina imperiale russa i cui marinai si adoperarono a portare i primi aiuti. A breve accorsero, insieme ai volontari e ai militari italiani, altre navi di marine straniere (americane, inglesi, tedesche, austriache, francesi, spagnole, danesi) mentre i governi di vari paesi del mondo, a partire dagli Stati Uniti, stanziarono nelle settimane seguenti consistenti cifre per la ricostruzione. I cattolici di tutto il mondo raccolsero per i terremotati la rilevante somma di 10 milioni di lire di allora mentre 4 milioni furono i soldi elargiti da papa Pio X, che si adoperò anche per far ospitare in conventi e istituti della capitale centinaia di sfollati e per mantenere negli studi negli anni successivi cinquecento orfani. Il “plebiscito della carità” L’aspetto più interessante però fu l’impegno negli aiuti profuso da migliaia di cittadini italiani di tutte le regioni e di tutti i ceti sociali. La notizia della tragedia toccò infatti i cuori di molti e ovunque si accese una grande gara di solidarietà. In centri grandi come in quelli piccoli si costituirono comitati di aiuto per raccogliere soldi, cibo, vestiario,

medicine; da tutte le parti d’Italia accorsero volontari; umili contadini del Nord e minatori sardi offrirono i loro miseri risparmi; nobili romani aprirono le loro ville per raccogliere i senza tetto; gli studenti organizzavano ovunque “passeggiate di beneficenza” (oggi diremmo “marce di solidarietà”) con le quali si raccoglievano fondi; povere famiglie di altre regioni “adottavano” a distanza famiglie di terremotati; ospedali di varie città italiane si resero disponibili ad accogliere i feriti. Quello che la politica faticava a realizzare, cioè la creazione di un comune senso di appartenenza nazionale nei cuori degli italiani, fu invece ottenuto dalla solidarietà di fronte alla tragedia al punto che gli storici hanno parlato di una sorta di “plebiscito del dolore” o, meglio, di un “plebiscito della carità” che unì tutti in quella tragica circostanza. La grande tragedia, che pure causò immani dolori, contribuì così a far sentire il nostro popolo un po’ più unito. Messina, le rovine di Porta Messina dopo il terremoto del 28 dicembre 1908


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L’Italia e l’emigrazione Perché si emigrava Nel XIX secolo la raggiunta unità politica del nostro paese portò alla luce e in alcuni casi aggravò problemi economici già esistenti. Per molti italiani, privi di un lavoro o di una terra propria da coltivare o con attività poco remunerative e gravati dalle tasse sempre più alte, l’unica soluzione rimaneva emigrare all’estero. In un primo momento si recavano in Europa, in nazioni più ricche come la Francia; successivamente nell’Africa mediterranea, soprattutto in Tunisia, dove alla fine del XIX secolo si trovava una consistente comunità italiana. La maggior parte degli emigranti scelse, però, di trasferirsi in America, favorita dal fatto che in quegli anni i prezzi delle traversate oceaniche si erano notevolmente abbassati. Generalmente gli emigranti del Meridione preferivano gli Stati Uniti, mentre quelli del Nord (Lombardia, Veneto, Piemonte) si orientavano in maggioranza verso il Sud America. Le dure condizioni di chi partiva Per via della lontananza di queste destinazioni chi partiva sapeva che difficilmente sarebbe tornato. Proprio per questo, i governi cercarono in un primo tempo di scoraggiare questo fenomeno: l’esodo massiccio di abitanti avrebbe infatti privato il paese di un’indispensabile forza lavoro. Poi però le cose cambiarono: ci si rese conto infatti che gli emigrati che trovavano lavoro spedivano a casa una parte dei loro guadagni (le cosiddette “rimesse”) e questo costituiva un fattore importante per la ripresa dell’economia. Le condizioni di chi partiva erano solitamente molto dure. Già al momento della partenza molti emigranti erano costretti a contrarre debiti per pagarsi il viaggio; entravano così alle dipendenze di persone senza scrupoli, che pretendevano poi la restituzione dei soldi imponendo loro lavori massacranti. Il difficile ambientamento Giunti a destinazione, le cose non erano mai facili: non conoscevano la lingua locale, faticavano a trovare alloggi confortevoli, spesso erano malvisti dalla popolazione locale. A loro venivano affidati i lavori più pesanti e sottopagati. In Brasile, dove

non esisteva più la schiavitù, circolava la battuta che gli italiani avessero sostituito i neri nel lavoro delle piantagioni. Col tempo, però, superate le prime difficoltà, i nostri connazionali riuscirono ad organizzarsi: finivano per risiedere nello stesso quartiere, condividevano le stesse esperienze e si fornivano reciproco aiuto. Molti di loro fecero anche fortuna, tornarono ricchi in Italia oppure divennero personaggi molto rispettati e importanti in America. Esemplare fra tutti è il caso di Fiorello La Guardia, figlio di emigrati triestini, che ricoprì la carica di sindaco di New York dal 1933 al 1945. Purtroppo il governo italiano, e persino i consoli e gli ambasciatori che si trovavano sul posto, non sostennero mai a sufficienza i nostri connazionali e non fornirono loro grande aiuto. Furono soprattutto gli ordini religiosi ad assisterli e ad aiutarli a integrarsi nella difficile realtà americana. Ricordiamo a tale proposito l’opera di madre Francesca Cabrini, monsignor Geremia Bonomelli e monsignor Scalabrini. Un fenomeno collegato con l’emigrazione fu, purtroppo, quello della mafia: assieme agli onesti lavoratori si recavano infatti in America anche delinquenti, i quali poi, una volta giunti sul posto, creavano organizzazioni che si dedicavano ad attività criminose.

L’emigrazione in Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale Anni

Numero complessivo di emigranti

1861-1870

1.210.000

1871-1875

585.000

1876-1880

544.000

1881-1885

771.000

1886-1890

1.110.000

1891-1895

1.283.000

1896-1900

1.552.000

1901-1905

2.770.000

1906-1910

3.256.000

1911-1915

2.743.000


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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale

Raccontiamo in breve la linea del tempo

1861 nasce il Regno d’Italia 1876 Depretis diventa primo ministro, la Sinistra al potere 1882 l’Italia aderisce alla Triplice Alleanza 1887 sconfitta di Dogali, Crispi diventa primo ministro 1896 sconfitta di Adua 1898 eccidio di Milano compiuto da Bava Beccaris 29 luglio 1900 assassinio di Umberto I 1903 Giolitti diventa primo ministro 1911 guerra di Libia 1914 dimissioni di Giolitti, scoppia la Prima guerra mondiale

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1. Tra i vari problemi del neonato Regno d’Italia vi fu quello di risanare il deficit del bilancio causato dalle spese sostenute soprattutto dal Regno di Sardegna nelle guerre d’indipendenza. A tale scopo, vennero introdotte nuove tasse e furono confiscate diverse proprietà della Chiesa. Questi provvedimenti risultarono inutili e aumentarono ancora di più il distacco tra le classi dirigenti e la popolazione. Il governo centralistico di matrice piemontese non era per nulla apprezzato nel resto della penisola. Inoltre, la bassissima percentuale di persone aventi diritto di voto allontanava ancor di più la maggioranza della popolazione dalla politica. 2. Fino al 1876 i governi furono gestiti dalla cosiddetta “Destra” che fu poi sostituita dalla “Sinistra”. In realtà, le differenze tra i due gruppi non erano così nette, dato che appartenevano tutti all’élite aristocratica e borghese. Tuttavia, il governo di Agostino Depretis cercò introdurre due importanti novità: una legge che stabiliva l’istruzione elementare obbligatoria e l’allargamento del suffragio elettorale. Venne inoltre abolita la tassa sul macinato. 3. L’Italia era ancora un paese prevalentemente agricolo, anche se proprio in quegli anni si stava realizzando un piccolo sviluppo industriale. Venne varata una politica protezionistica che diede buoni frutti al Nord ma danneggiò il Sud, la cui agricoltura si basava sulle esportazioni. In gran parte del paese permanevano condizioni di vita misere, con malattie, come la pellagra, ancora largamente diffuse, e un’altissima mortalità infantile. 4. In politica estera l’avvento della Sinistra portò alla stipula, nel 1882, della Triplice Alleanza, assieme ad Austria e Germania. Inoltre il nostro paese si sentì pronto ad affrontare l’avventura coloniale in Africa, anche se gli inizi non furono positivi, con la sconfitta di Dogali, in Etiopia, nel 1887. In questo stesso anno il governo fu guidato da Francesco Crispi, che tentò di risolvere i problemi del paese accrescendo i poteri centrali, reprimendo le proteste popolari e varando una politica estera molto aggressiva. Nello stesso tempo però riconobbe ai lavoratori il diritto di sciopero e favorì un certo miglioramento delle condizioni di lavoro. In politica estera rinnovò la Triplice Alleanza e ingaggiò con la Francia una lunga guerra doganale che ebbe effetti dannosi sull’economia italiana. Inoltre riprese la politica di espansione coloniale in Etiopia ma fu sconfitto duramente ad Adua (1896): i sogni di gloria italiani si infransero così miseramente. 5. Nuove forze entrarono nel frattempo nella vita politica: nel 1895 nacque il Partito Socialista Italiano, che si divise subito tra moderati ed estremisti. I cattolici, che a causa del


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“non expedit” proclamato da Pio IX nel 1874 non potevano partecipare alla vita politica nazionale, furono comunque molto attivi sul piano sociale, soprattutto grazie al lavoro dell’Opera dei Congressi. 6. Gli ultimi anni del secolo furono particolarmente travagliati: nel 1898 il generale Bava Beccaris fece sparare a Milano sulla folla che stava protestando contro l’aumento del prezzo del pane e, nel 1900, il re Umberto I fu assassinato a Monza da un anarchico. 7. Giovanni Giolitti divenne presidente del consiglio nel 1903. Si trattava del primo politico che non avesse partecipato alle vicende del Risorgimento. Sotto di lui l’Italia conobbe un periodo di stabilità e di relativa crescita economica. Dalla fine dell’Ottocento erano nati, soprattutto al Nord, importanti stabilimenti meccanici e siderurgici, e questo aumentò il divario rispetto al Sud del paese, per cui moltissimi abitanti del Meridione (circa ottocentomila l’anno) decisero di emigrare in America per trovare nuove opportunità. 8. Giolitti era un politico spregiudicato ma anche realista: adottò un nuovo atteggiamento di fronte agli scioperi, più collaborativo e meno repressivo. Inoltre cercò un dialogo coi socialisti, diminuì il centralismo, permettendo ai comuni di gestire autonomamente alcuni servizi e si avvicinò ai cattolici, siglando con loro il “Patto Gentiloni”, un accordo in vista delle elezioni che segnò di fatto la fine del “non expedit”. Nel 1912 poi, introdusse il suffragio universale maschile. I tentativi di avvicinarsi alle nuove forze emergenti non ebbero tuttavia pieno successo. Tentò allora la carta della politica estera e, pur essendo avverso alle guerre coloniali, cercò il consenso dei nazionalisti, promuovendo la guerra per la conquista della Libia, che allora apparteneva all’Impero Ottomano. Il conflitto terminò vittoriosamente nel 1912: la conquista della prima colonia suscitò un vasto entusiasmo nel paese ma non procurò immediati vantaggi economici. Nel 1914 Giolitti si dimise da capo del governo e gli successe, alle soglie della Prima guerra mondiale, il conservatore Salandra, ritenuto dal re più adatto a guidare il paese in quel particolare momento. Nonostante le numerose contraddizioni, la cosiddetta “età giolittiana” può essere considerata un periodo positivo per l’Italia.

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L’Italia dall’unità alla Prima guerra mondiale

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Quali provvedimenti vennero adottati per risanare il deficit del bilancio statale? 2. A chi fu affidato il governo delle province? 3. Quale obiettivo si proponeva la Destra? 4. Quali furono le riforme attuate dai governi della Sinistra? 5. Quali malattie erano diffuse nelle campagne e da che cosa dipendevano? 6. Quale politica adottò Crispi nei confronti della Chiesa Cattolica? E quale fu la sua politica estera? 7. Chi erano Mikhail Bakunin e Andrea Costa? 8. Che cos’era l’Opera dei Congressi? 9. Chi era Gaetano Bresci? 10. Quali settori industriali conobbero un grande sviluppo sotto i governi di Giolitti? 11. Quali riforme in campo sociale attuò Giolitti? 12. Che cos’era il Patto Gentiloni? 13. Quali territori ottenne l’Italia in seguito alla vittoria nella guerra di Libia?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1882

Giolitti diventa primo ministro

1887

L’Italia aderisce alla Triplice Alleanza

1896

Sconfitta di Dogali

1898

Assassinio del re Umberto I

1900

Strage di Milano compiuta dal generale Bava Beccaris

1903

Guerra di Libia

1911-1912

Sconfitta di Adua

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. Nel nuovo Regno d’Italia aveva diritto di voto solo il 2 per cento della popolazione.

V

F

L’Italia fu organizzata in modo centralistico.

V

F

Depretis combatté il trasformismo.

V

F

La Triplice Alleanza fu costituita da Italia, Francia e Gran Bretagna.

V

F

L’avventura coloniale italiana fu interrotta dopo la sconfitta di Adua.

V

F

Giolitti fu il primo politico italiano a non aver preso parte alle lotte risorgimentali.

V

F


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CAPITOLO 3

Giolitti attuò significative aperture nei confronti dei cattolici e dei socialisti.

V

F

La guerra di Libia fu combattuta contro gli inglesi alleati dei libici.

V

F

Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. I due schieramenti che partecipavano alla vita politica italiana erano a. la Destra che era costituita da monarchici, conservatori, quasi tutti proprietari terrieri e aristocratici, e la Sinistra che era costituita da avvocati, imprenditori e professionisti più aperti alle riforma sociali. b. la Destra che era costituita da monarchici, conservatori, quasi tutti proprietari terrieri e aristocratici, e la Sinistra che era costituita da operai, contadini e artigiani. c. la Destra che difendeva gli interessi degli aristocratici e la Sinistra che voleva realizzare un sistema ti tipo comunista. Per trasformismo si intende a. l’attuazione di riforme che sembravano andare a vantaggio del popolo. b. quel fenomeno per cui i parlamentari passavano disinvoltamente da una parte all’altra dello schieramento politico a seconda dei vantaggi personali che ne ricavavano. c. il dilagare della corruzione tra i politici del tempo. La politica di Francesco Crispi fu anche riformatrice in quanto a. allargò il suffragio elettorale. b. accolse le richieste dei socialisti e dei cattolici. c. abolì la pena di morte e riconobbe il diritto di sciopero. All’interno del Partito Socialista a. si crearono divisioni tra i moderati, favorevoli a una strategia di riforme, e gli estremisti, che preferivano una vera e propria rivoluzione. b. ci fu sempre una grande unità e si cercò l’alleanza con gli anarchici di Mikhail Bakunin. c. molti sostennero la necessità di allearsi con i cattolici per combattere contro i liberali. Con i governi di Giolitti a. l’Italia continuò ad attraversare una grave crisi economica e sociale. b. l’Italia conobbe un periodo di stabilità e di relativa crescita economica. c. l’emigrazione diminuì notevolmente e anche il Sud conobbe un certo sviluppo. Esercizio 5 · Dopo aver riletto gli approfondimenti dedicati all’esercito e alla scuola redigi un breve testo (di non più di 15 righe del tuo quaderno di lavoro) nel quale spieghi perché queste due istituzioni contribuirono a “fare gli italiani”.


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CAPITOLO 4

Capitolo 4

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La Prima guerra mondiale La prima tragica guerra di massa La Prima guerra mondiale non scoppiò improvvisamente. Essa venne preparata da una serie di eventi che, a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, avevano modificato radicalmente l’equilibrio che si era venuto a creare tra gli stati europei dopo il Congresso di Vienna (1814-15). Nonostante sia stato combattuto principalmente sul territorio europeo, questo può essere considerato a pieno titolo un conflitto mondiale, perché vi hanno partecipato anche eserciti provenienti da nazioni extraeuropee (Giappone, Brasile, Stati Uniti e altri). La Prima guerra mondiale fu inoltre la prima guerra “di massa”: per la prima volta nella storia le risorse economiche, politiche e sociali degli stati coinvolti vennero interamente adoperate in funzione della vittoria finale. Anche l’opinione pubblica fu profondamente partecipe: alla notizia dello scoppio della guerra vi furono numerose manifestazioni di giubilo e molti giovani corsero in massa ad arruolarsi. La propaganda nazionalista contribuì a dipingere il nemico come il male assoluto e la vittoria venne vista da tutte le forze in campo come un tentativo di rendere migliore il mondo. L’entusiasmo dei primi giorni sarebbe però svanito presto: i due schieramenti si equivalevano dal punto di vista delle forze e la guerra di movimento si tramutò in guerra di logoramento; gli eserciti erano immobilizzati nelle trincee e i soldati venivano massacrati in inutili assalti nel tentativo di conquistare pochi metri di territorio nemico.

Trincea di prima linea a quota 208 sud Doberdò (Carso), ottobre 1916

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La Prima guerra mondiale

1 · La difficile situazione internazionale e i germi del conflitto La guerra ha molte cause che risalgono indietro nel tempo Individuare con precisione le cause che portarono allo scoppio della Prima guerra mondiale è sicuramente un compito difficile. Si tratta infatti di fattori complessi che hanno avuto una lunga gestazione nel tempo anche se poi sono esplosi in modo fulmineo nel giro di poche settimane. Occorre pertanto fare un salto indietro, almeno alla seconda metà del XIX secolo, per avere un quadro completo della situazione. Nei capitoli precedenti abbiamo analizzato come cambiarono i rapporti tra le potenze europee dopo il Congresso di Vienna (1814-15). In particolare, nei decenni successivi all’unificazione tedesca (1871) la tensione tra gli stati europei sembrò aumentare e si fece strada sempre di più la convinzione che solo un conflitto avrebbe potuto risolvere questi contrasti e dare un nuovo assetto all’Europa. Si voleva da più parti la guerra e si aspettava soltanto un’occasione che bastasse a giustificarla. Per questo l’assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo ebbe delle conseguenze che in altre circostanze non avrebbe avuto. Le numerose rivalità tra le potenze europee Abbiamo già visto come dal 1870 in avanti il principio di equilibrio sancito a Vienna fosse ormai superato. Le principali nazioni europee avevano forti motivi di contrasto l’una con l’altra e all’inizio del XX secolo si erano ormai divise in due schieramenti contrapposti: la Triplice Alleanza, formatasi nel 1882 e comprendente Austria, Germania e Italia, e la Triplice Intesa (1907), con Gran Bretagna, Francia e Russia. All’interno di questi due blocchi si erano inoltre delineate rivalità particolari: – la Francia era intenzionata a riscattare la sconfitta subita dalla Germania nella guerra del 1870 e sognava di riprendersi l’Alsazia e la Lorena, le due ricche regioni che Bismarck le aveva sottratto in quell’occasione; – la Germania, sentendosi minacciata sia dalla Francia sia dalla Russia, aveva iniziato un’intensa attività di riarmo dell’esercito e di Perché potenziamento della flotta; la Francia aveva – la Gran Bretagna, da parte sua, sentendosi minacciata dal un atteggiamento Reich, aveva abbandonato il suo “splendido isolamento” per avviostile verso cinarsi maggiormente alla Francia; la Germania? – Russia e Austria sognavano entrambe di approfittare della Perché la Germania sempre più inesorabile crisi dell’Impero Ottomano per acquisire il controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, privilegiata via aveva potenziato l’esercito e la flotta? d’accesso al mar Mediterraneo.


CAPITOLO 4

Imperialismo e nazionalismo contribuiscono ad aumentare la tensione Altri due fattori contribuivano inoltre a rendere la situazione particolarmente esplosiva. Innanzitutto l’imperialismo, che dalla fine del XIX secolo si era tradotto in un’ indiscriminata corsa alla conquista e allo sfruttamento dei territori extraeuropei, in particolare in Africa e in Asia. La conferenza di Berlino del 1884 non era riuscita a comporre pienamente i dissidi tra quegli stati che miravano ad avere un ruolo di primo piano nel mercato mondiale. Abbiamo già visto quanto negativamente tutto ciò influisse sull’equilibrio europeo. In secondo luogo la sempre maggiore partecipazione delle masse alla vita politica era andata di pari passo con la diffusione del nazionalismo. Già con la Belle Époque i vari paesi europei avevano conosciuto un forte innalzamento del loro tenore di vita e ora, con l’istruzione divenuta ovunque obbligatoria per tutti, circolavano parecchi giornali, che sempre più gente era in grado di leggere. Si era perciò formata un’opinione pubblica attenta e partecipe alle vicende del mondo, nella quale però predominava l’ideologia nazionalistica, il cui elemento-chiave era l’esaltazione del proprio paese a discapito di tutti gli altri.

Re Giorgio V di Gran Bretagna in visita sul fronte francese durante la Prima guerra mondiale Il sovrano è al centro della fotografia; alla sua destra il presidente della Repubblica Francese Raymond Poincaré.

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La Prima guerra mondiale

Perché i Balcani erano diventati la polveriera d’Europa?

I Balcani: la polveriera d’Europa Un altro fattore che spingeva verso la guerra era la questione dei Balcani, ossia di quei paesi dell’Europa sudorientale soggetti al declinante dominio dell’Impero turco ottomano, che Austria e Russia avevano cominciato a contendersi sin dai primi decenni del secolo XIX. A tale scopo avevano cominciato a seminare tensione, a riaccendere vecchie rivalità storiche e ad alimentarne di nuove fino a fare di questa regione, come allora si diceva, la “polveriera” dell’Europa. La tesi ufficiale era che ciò si doveva agli odi perenni tra i vari popoli di quest’area. In realtà, come non di rado accade nella storia, si trattava di un’instabilità in larga misura indotta dall’esterno. Tra il 1911 e il 1913 la Serbia, la Grecia e la Bulgaria, che nel corso del secolo XIX si erano potute liberare dal dominio ottomano trasformandosi in stati sovrani, si scontrarono con i turchi per il possesso di ulteriori territori e furono spalleggiate nel loro progetto da Austria e Russia, ovviamente intenzionate a trarre vantaggio da questa situazione travagliata. Le “guerre balcaniche” (così vengono chiamate dagli storici), terminarono senza un risultato decisivo, ma misero in chiaro una cosa: la crisi di questa parte d’Europa era ormai irreversibile e complicata ulteriormente dal ruolo dei nuovi stati e dal loro rapporto con le due grandi potenze intenzionate a prendere controllo della regione. «Se mai scoppierà una guerra mondiale – era il pensiero di molti esperti in quei giorni – essa partirà sicuramente dai Balcani».

2 · Lo scoppio della guerra e le prime operazioni militari La breve corsa verso il baratro Arrivati a questo punto, risulta chiara la gravità della situazione: non è difficile quindi comprendere come mai ciò che avvenne a Sarajevo il 28 giugno 1914 ebbe conseguenze così catastrofiche. Quel giorno nella capitale della Bosnia, ex provincia dell’Impero Ottomano sotto amministrazione austriaca dal 1908, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero Asburgico, venne assassinato. L’attentatore, lo studente serbo Gavrilo Princip, era membro di un’organizzazione segreta che aveva l’obiettivo di creare una Serbia grande e potente, capace di dominare su tutte le altre nazioni dei Balcani e che, in tale prospettiva, pretendeva che la Bosnia passasse in mano serba. Ora, tale atto costituiva un affronto gravissimo alla monarchia austriaca, già in difficoltà a causa dei movimenti indipendentistici dei popoli che abitavano il suo territorio. Conoscendo perfettamente i legami che intercorrevano tra il governo serbo e l’organizzazione


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segreta, l’Austria lanciò un ultimatum alla Serbia, contenente tutta una serie di richieste particolarmente dure e di conseguenza difficili da accettare. A dimostrazione del fatto che l’episodio non poteva restare isolato, l’Austria compì un tale passo solo dopo essersi assicurata l’appoggio del suo alleato tedesco (come del resto la Triplice Alleanza prevedeva). La Serbia, allo stesso modo, ricevette immediatamente la protezione della Russia e poté così offrire una dimostrazione di forza e rifiutare sprezzantemente l’ultimatum. Il 28 luglio, allo scadere dei termini imposti, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia: la Prima guerra mondiale era iniziata.

Dalla guerra locale alla guerra europea Il complesso meccanismo delle alleanze trasformò in un conflitto globale una crisi che in condizioni diverse sarebbe rimasta probabilmente confinata ai Balcani.

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L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e della moglie, la contessa Sophie, a Sarajevo il 28 giugno 1914 Illustrazione tratta da La Domenica del Corriere, 5 luglio 1914

Perché fu compiuto l’attentato di Sarajevo?


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La Prima guerra mondiale

Perché Francia, Russia, Germania e Gran Bretagna entrarono in guerra?

La Russia, che aveva assicurato protezione alla Serbia, dichiarò guerra all’Austria, e la stessa cosa fece la Francia, legata alla monarchia zarista dalla Triplice Intesa. Anche la Germania, che aveva promesso il suo aiuto all’Austria, non perse tempo e l’1 e il 3 agosto dichiarò guerra rispettivamente a Russia e Francia. Il 4 agosto scese in campo anche la Gran Bretagna, che non poteva lasciare agire indisturbato il Reich tedesco. Legate indissolubilmente le une alle altre, le principali potenze europee avevano dunque scelto di affrontarsi in campo aperto: migliaia di persone, accecate dal nazionalismo, corsero in massa ad arruolarsi, ed altrettante scesero nelle piazze a festeggiare quello che ai loro occhi rappresentava l’inizio di una nuova e gloriosa era, in cui la loro patria avrebbe trionfato sulle altre. Presto però la realtà spietata del fronte avrebbe fatto cadere queste illusioni.

Perché si era diffusa la convinzione che la guerra sarebbe stata breve?

Cade l’illusione della guerra breve Da principio, l’opinione generale dei politici e della gente comune era che la guerra sarebbe stata breve: il nazionalismo dilagante e la propaganda di ciascun paese dipingevano il nemico come debole e vile, al punto che non erano pochi i giovani che si affrettavano ad arruolarsi nel timore di arrivare troppo tardi a gustare la vittoria contro l’odiato nemico. Aggiungiamo anche che lo sviluppo tecnologico del decennio precedente aveva messo a disposizione degli stati armi nuove e terribili, per cui nessuno dubitava di ottenere, grazie ad esse, una vittoria schiacciante in tempi rapidi. In particolare i tedeschi, che avevano costruito sulla forza dell’esercito la loro unità nazionale, invasero la Francia con una rapidità incredibile, passando attraverso i territori di Belgio e Lussemburgo, che si erano dichiarati neutrali. Oltre a indignare l’opinione pubblica francese per questo atto certamente poco rispettoso delle regole militari e diplomatiche, l’avanzata tedesca spaventò enormemente gli avversari per la sua rapidità. Nel giro di poche settimane, infatti, i soldati del Reich arrivarono a pochi chilometri da Parigi. Dopo lo sbandamento iniziale, però, l’esercito francese riuscì a riorganizzarsi e a settembre fermò gli avversari in una terribile battaglia sul fiume Marna. Non diversamente andarono le cose sul fronte orientale: i russi, che si erano buttati nella mischia senza una preparazione adeguata, subirono due cocenti sconfitte, tra l’agosto del 1914 e il febbraio del 1915, a Tannenberg e sui laghi Masuri, ma in seguito riuscirono a bloccare l’avanzata tedesca. In pratica già a dicembre la guerra di “movimento” era stata rimpiazzata da una guerra di “posizione”, con i due schieramenti immobili nelle trincee che avrebbero dato tragica fama a questo conflitto.


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Stoccolma

Paesi Bassi

Regno Unito Londra

Belgio

Berlino

Impero Germanico

Impero Russo

Gli opposti schieramenti nella Prima guerra mondiale

Parigi Vienna

Svizzera

Impero Austro-Ungarico

Francia

Imperi centrali e alleati

Romania Italia Portogallo Lisbona

Spagna Madrid

Roma

Serbia Montenegro Albania

Bulgaria Istanbul

Grecia

Intesa e alleati (Italia in guerra nel 1915) Stati neutrali Impero Ottomano

Il fronte si allarga: la guerra diventa “mondiale” Tra il 1915 e il 1916, la trincea era ormai diventata l’elemento costitutivo delle operazioni militari: nonostante i numerosi tentativi di sfondare da parte degli eserciti di entrambe le parti, i fronti occidentale e orientale rimasero sostanzialmente immobili. La Triplice Alleanza aveva inizialmente prevalso nei Balcani, ma sul fronte occidentale i francesi avevano resistito per diversi mesi ai violentissimi assalti tedeschi. Nel frattempo (novembre 1914) era entrato in guerra anche l’Impero Ottomano, schierato a fianco di Austria e Germania. Il suo governo, che dal 1908 era guidato dal partito nazionalista dei Giovani Turchi, aveva deciso l’entrata in guerra nel tentativo di risolvere con una prova di forza l’inesorabile crisi che stava attraversando, oltre che per saldare i conti con gli avversari di sempre, Russia e Gran Bretagna. I combattimenti tra turchi e inglesi sui fronti del Vicino e del Medio Oriente furono tremendi (in particolare nella campagna di Gallipoli sullo stretto dei Dardanelli, tra il febbraio del 1915 e il gennaio del 1916) ma anch’essi non ebbero un esito definito. Nel giro di pochi mesi la guerra si allargò inoltre alle altre nazioni: la Bulgaria scese in campo a fianco della Triplice Alleanza; Portogallo, Grecia e Romania scelsero invece l’Intesa. Indubbiamente, l’estensione delle operazioni belliche era senza

Medio Oriente Vicino Oriente (o Levante), Medio Oriente ed Estremo Oriente sono le tre grandi aree geografiche, mai precisamente definite, in cui, a partire dal secolo XIX, si cominciò in Europa a suddividere il continente asiatico. A grandi linee nel Vicino Oriente si facevano rientrare i paesi rivieraschi del mediterraneo sud-orientale, dalla Siria all’Egitto (nel XIX secolo erano però considerati parte del Levante anche Turchia e Grecia). Nel Medio Oriente i paesi bagnati dal mar Rosso, dal mare Arabico e dal Golfo detto allora Persico. Nell’Estremo Oriente i paesi ad est del Pakistan. Ora l’espressione Vicino Oriente è quasi scomparsa dall’uso e anche i paesi di quest’area vengono fatti rientrare nel Medio Oriente.


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La Prima guerra mondiale

Dominions Erano il Canada, il Sudafrica, l’Australia e la Nuova Zelanda, cui Londra aveva concesso l’autogoverno, riservandosi solo il controllo delle loro relazioni internazionali.

Perché la guerra divenne mondiale?

Soldati italiani in trincea che indossano maschere antigas Con la comparsa dei gas, gli eserciti si adoperarono per prevenirne gli effetti distribuendo ai soldati delle rudimentali maschere protettive. Non conoscendo però la composizione chimica delle sostanze, molte di queste maschere non risultavano efficaci. I soldati furono poi istruiti, in caso di mancanza di maschere durante un attacco chimico, a infilarsi un pezzo di pane bagnato in bocca (che simulava il filtro) coprendo poi il viso con un fazzoletto.

precedenti: alcuni storici hanno parlato di “Grande guerra europea”, in quanto le operazioni militari ebbero luogo quasi soltanto in Europa; tuttavia, l’aggettivo “mondiale” è pienamente giustificato sia perché si combatté anche altrove (in Africa e nel Pacifico, dove vennero attaccati e occupati i possedimenti tedeschi), sia perché a fianco della Gran Bretagna scesero in campo i suoi dominions, sia perché, infine, nel conflitto intervennero, come alleati dell’Intesa, anche il Giappone, il Brasile e più avanti gli Stati Uniti.

Nuove e terribili armi… Abbiamo già parlato del potenziale tecnologico offerto dal XX secolo; per avere ragione del nemico vennero impiegate quantità impressionanti di armi, molte delle quali mai viste prima di allora sui campi di battaglia: mitragliatrici, aerei da caccia (che però avrebbero avuto un ruolo decisivo solo nella Seconda guerra mondiale), sottomarini. I tedeschi puntarono molto su questi ultimi per colpire le navi che dalle loro colonie portavano rifornimenti ai paesi dell’Intesa, in primo luogo la Gran Bretagna e la Francia. La guerra sottomarina rappresentò in pratica una vera e propria guerra parallela, della stessa importanza di quella combattuta via terra. Venne inoltre fatto largo uso dei terribili gas asfissianti, di cui ci si serviva per facilitare la conquista delle trincee. Quest’ultima arma, a


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causa dei terribili danni arrecati al sistema nervoso delle vittime, fu giudicata talmente disumana che venne in seguito bandita da una conferenza internazionale.

… contro le quali non vi erano contromisure Furono proprio alcuni squilibri nello sviluppo degli armamenti a rendere ancor più sanguinoso e statico il conflitto. Esisteva infatti già la mitragliatrice ma non ancora il carro armato, che fece la propria comparsa solo verso la fine della guerra ma con prototipi ancora molto rudimentali. Senza la protezione dei carri armati, chi attaccava correndo in direzione delle linee nemiche (perché gli ufficiali, legati alle vecchie tecniche di combattimento ottocentesche, ordinavano ancora gli attacchi all’arma bianca con la baionetta inastata) veniva falcidiato dal fuoco delle mitragliatrici di chi si difendeva. E anche quando, con gravissime perdite, gli attaccanti riuscivano a conquistare una posizione nemica, non ricevevano mai tempestivamente i rinforzi, le munizioni, le mitragliatrici e i cannoni di cui avrebbero avuto bisogno per reggere al contrattacco, essendo ancora poco numerosi e troppo lenti gli autocarri e i trattori d’artiglieria. Né avevano i mezzi per riorganizzare rapidamente le trincee e le fortificazioni campali conquistate, in modo da renderle adatte a reggere un attacco da una direzione opposta a quella per cui erano state scavate. Chi attaccava veniva quindi, quasi sempre, ributtato indietro, di nuovo con gravissime perdite.

3 · La guerra dell’Italia Una neutralità opportunista? È giunto ora il momento di parlare dell’Italia. Abbiamo già detto che il nostro paese era legato alla Triplice Alleanza dal 1882. Occorre precisare tuttavia che tale patto aveva carattere difensivo: un paese membro sarebbe intervenuto a combattere a fianco di un altro solo se questo fosse stato attaccato. Perciò allo scoppio delle ostilità il governo guidato da Antonio Salandra non si sentì in obbligo di intervenire. Era stata infatti l’Austria a dichiarare guerra per prima; e per di più l’aveva fatto senza avvisare per nulla l’alleato italiano, a differenza di quanto aveva fatto con i tedeschi. Salandra e re Vittorio Emanuele III poterono così mostrarsi offesi e inviare un telegramma agli Imperi centrali, informandoli della neutralità. Dietro a tale decisione si celava però un altro e ben più importante motivo: Salandra, imbevuto di nazionalismo come i suoi colleghi stranieri, intendeva prendere tempo, mantenersi per un po’ equidistante tra i due schieramenti e decidere quale dei due avrebbe servito meglio le ambizioni territoriali del nostro paese. Egli infatti

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La Prima guerra mondiale

Perché l’Italia si mantenne neutrale all’inizio del conflitto?

non solo mirava ad ottenere il Trentino, il Friuli orientale e Trieste, terre ancora sotto sovranità austriaca, ma voleva anche raggiungere un ruolo di primo piano sul mar Mediterraneo. Decise dunque di consultarsi sia con gli austriaci sia con i paesi dell’Intesa, in modo da poter valutare da dove provenissero le offerte più vantaggiose.

Perché gli irredentisti e i grandi industriali erano favorevoli alla guerra?

Un paese diviso: “neutralisti” e “interventisti” Date le dimensioni e l’importanza del conflitto era però chiaro a tutti che per l’Italia non sarebbe stato facile restare definitivamente neutrale. Nel paese iniziò dunque un intenso dibattito tra coloro che volevano la guerra e coloro che, al contrario, preferivano rimanerne fuori. Tra gli “interventisti” vanno annoverati in primo luogo i nazionalisti, gli “irredentisti” (che volevano la guerra contro l’Austria per strapparle Trento e Trieste, portando così a compimento il processo risorgimentale), un gruppo di giovani intellettuali detti “futuristi” (affascinati dal mito della guerra e della violenza), i grandi industriali (che si sarebbero arricchiti producendo e vendendo armi, divise, cibo, mezzi di trasporto e tutto ciò che poteva servire alle necessità dell’esercito) e per finire il piccolo gruppo dei socialisti rivoluzionari, capeggiato da Benito Mussolini. Questi in particolare voleva la guerra perché la riteneva il primo passo che avrebbe portato in seguito a una rivoluzione socialista. La maggior parte della popolazione apparteneva però allo schieramento dei “neutralisti”: è il caso soprattutto dei cattolici (fedeli alle posizioni del nuovo papa Benedetto XV) e dei socialisti moderati. In particolare, quello italiano fu l’unico partito socialista europeo a seguire fedelmente le direttive della Seconda Internazionale, dato che gli altri si schierarono compatti a fianco dei loro governi nel sostegno alla guerra. Fu proprio per la sua posizione interventista che Mussolini fu espulso dal partito. Il Patto di Londra Il parlamento italiano, nel quale il gruppo più grande era quello liberale guidato da Giovanni Giolitti, era contrario alla guerra: Giolitti era infatti convinto che l’Italia non fosse pronta per un conflitto come quello e sosteneva che avrebbe potuto guadagnare molto di più se ne fosse rimasta fuori e avesse negoziato con l’Austria la cessione dei territori irredenti sotto la minaccia di unirsi all’Intesa. Purtroppo, però, il parlamento venne scavalcato. Salandra e il suo ministro degli esteri Sidney Sonnino, d’accordo col re Vittorio Emanuele III, firmarono in segreto il Patto di Londra (26 aprile 1915) con cui l’Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese a fianco della Triplice Intesa. In caso di vittoria avrebbe ottenuto il Trentino, l’odierno Alto Adige-Süd Tirol, la Venezia Giulia, l’Istria, parte della Dalmazia, alcune isole adriatiche, oltre alla promessa di partecipare alla spartizione delle colonie tedesche. Il governo italia-


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no arrivò a questa decisione dopo avere ascoltato l’offerta dell’Austria, che prevedeva solo la cessione del Trentino, ma non quelle del Friuli orientale (Gorizia), di Trieste e degli altri territori ambiti dall’Italia. La proposta britannica era decisamente troppo allettante per essere rifiutata. Quando giunse il momento di decidere, il parlamento, pressato dalle chiassose manifestazioni di piazza degli interventisti guidati dal poeta Gabriele D’Annunzio, demandò ogni decisione al governo. Fu così che Salandra e Sonnino ebbero mano libera per dichiarare guerra agli Imperi centrali, senza minimamente informare il parlamento. Le operazioni militari ebbero inizio il 24 maggio 1915: era la fine di un mese che D’Annunzio, il vero vincitore di tutta questa vicenda, definì “radioso”.

Un paese impreparato alla guerra e la difficile condizione dei soldati Le previsioni di Giolitti si rivelarono esatte: l’esercito italiano aveva solo due mitragliatrici per battaglione, gli austriaci ben dodici! I soldati combatterono strenuamente ma i risultati, se si eccettua la presa di Gorizia nell’agosto del 1916, furono assai scarsi. Il momento più importante della guerra italiana venne rappresentato dalle undici battaglie consecutive sul fiume Isonzo combattute tra il giugno 1915 e l’agosto 1917. Esse lasciarono sul terreno parecchie centinaia di migliaia di morti da una parte e dall’altra ma si conclusero senza vinti né vincitori. Il tutto era inoltre aggravato dalla condotta del generale Luigi Ca-

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Le potenze in guerra vogliono attirare dalla loro parte la povera Italia promettendole in dono vari territori i cui nomi sono scritti sui salvagente che impugnano Vignetta satirica dedicata alla neutralità italiana di Luigi Bertelli (1914)

Perché Salandra e Sonnino firmarono il Patto di Londra?


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Perché cresceva il malcontento fra le truppe italiane?

dorna; si trattava del figlio dell’artefice della presa di Roma nel 1870, un uomo autoritario e inflessibile, che comandava le truppe con una disciplina ferrea, ma non certo un abile stratega. Mandava gli uomini all’assalto di posizioni inespugnabili e puniva duramente coloro che si rifiutavano, facendoli condannare a morte per “codardia”. I soldati erano laceri, sporchi, pagati pochissimo e sottoalimentati. Non erano neppure motivati nel combattere: erano quasi tutti contadini e la propaganda nazionalista non faceva nessun effetto su di loro. Spesso non riuscivano neppure a capirsi, dato che provenivano da zone diverse del paese e parlavano dialetti diversissimi tra loro! È naturale che in un’atmosfera del genere il malcontento crescesse a dismisura: nell’inverno del 1916 vi furono infatti una serie di episodi di ribellione da parte delle truppe, che vennero puntualmente repressi da Cadorna e dai suoi ufficiali.

4 · Il 1917 e la svolta nel conflitto

Perché fallirono i tentativi di pace di Carlo I d’Asburgo?

Il fallito tentativo di pace di Carlo I d’Asburgo Scomparso l’imperatore Francesco Giuseppe, sul finire del 1916 gli era succeduto al trono austriaco il pronipote Carlo I d’Asburgo che, animato da profondi sentimenti religiosi e sinceramente preoccupato delle condizioni in cui versavano i suoi sudditi sottoposti ormai a lunghi anni di conflitto, aveva in un primo momento tentato di avviare trattative di pace segrete con la Francia. Questo tentativo fu però frustrato da tutte le forze in campo, sia dai governi dell’Intesa che dallo stesso alleato tedesco nonché da autorevoli esponenti del governo e degli alti comandi austriaci. Tutti costoro si opponevano a ogni trattativa di pace perché erano ancora convinti, all’inizio del 1917, di poter condurre a termine vittoriosamente il conflitto, sconfiggendo e umiliando gli avversari. Nel vuoto cadde così anche un accorato appello alla pace pronunciato nell’agosto del 1917 da papa Benedetto XV. Verdun e la disfatta di Caporetto In realtà, a due anni dall’inizio delle operazioni, appariva ormai chiaro che la guerra era diventata un lento e inesorabile processo di logoramento e che la vittoria finale sarebbe andata non tanto a chi avesse vinto le battaglie decisive, quanto a chi fosse riuscito a resistere il più a lungo possibile. A partire dalla fine del 1916 qualcosa cominciò a cambiare: i tedeschi lanciarono un imponente attacco al sistema di fortificazioni francesi a Verdun. Nelle loro intenzioni, questo avrebbe rappresentato il momento opportuno per sfondare il fronte e giungere a Parigi. I francesi però resistettero valorosamente, ricacciarono indietro gli avversari


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Austria Svizzera

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Carinzia

Bolzano

Caporetto Udine

Riva

Gorizia

Vittorio Veneto

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Lago di Garda

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Treviso

Vicenza Verona Padova

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Belluno

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Il fronte italianoPonegli ultimi due anni di guerra Linea del fronte dopo Caporetto

Avanzata austriaca dopo Caporetto

Confine dopo i trattati di pace

Controffensiva italiana nel 1918

battaglie

e poterono così preparare a loro volta il contrattacco. Al termine del conflitto, su questo fronte si conterà quasi un milione di morti. Sul fronte meridionale, nell’ottobre 1917 le forze austriache, sfondate le linee italiane a Caporetto, una località dell’alta valle dell’Isonzo (oggi Kobarid, in Slovenia), avanzarono fino a dilagare nella pianura friulana. Il fatto che il nemico fosse entrato così in profondità in territorio italiano fu all’origine in tutto il paese di una grande ondata spontanea di mobilitazione popolare. Adesso non si combatteva più per la conquista di nuovi territori, bensì per la difesa della propria patria, un obiettivo che senza dubbio colpiva di più l’immaginazione della gente. L’avanzata austriaca venne così fermata sulle rive del fiume Piave, e qui iniziò una eroica resistenza che avrebbe di lì a pochi mesi condotto alla vittoria. L’esercito italiano beneficiò anche di un importante cambio ai vertici: a novembre Cadorna venne sostituito da Armando Diaz, un generale di origine napoletana molto più umano e realista, e le condizioni degli uomini migliorarono notevolmente. Per invogliare i soldati a combattere, inoltre, venne loro promesso che in caso di vittoria avrebbero ricevuto degli appezzamenti di terra. Tutto questo contribuì a rovesciare la situazione e in pochi mesi gli austriaci furono messi in difficoltà.

Perché col generale Diaz le condizioni dei soldati italiani migliorarono?


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La Prima guerra mondiale

Truppe italiane in ritirata dopo la sconfitta di Caporetto

La Russia, nel caos, si ritira dalla guerra Mentre il fronte occidentale era scosso da eventi tanto importanti, anche in quello orientale avvenivano fatti non meno decisivi. Nel novembre del 1917 infatti la Russia, stremata dalle sconfitte militari, conobbe una rivoluzione, quella bolscevica, che la portò ad uscire dal conflitto. Nel marzo 1917, a seguito delle numerose sconfitte patite sul fronte orientale e alla continua mancanza di viveri, la città di San Pietroburgo si era infatti sollevata e lo zar Nicola II era stato costretto ad abdicare. Si era formato subito un governo provvisorio, che aveva però preso la decisione di continuare la guerra a fianco di Gran Bretagna e Francia. A questo punto però i soldati, irritati ed esasperati, avevano abbandonato in massa il fronte, in molti casi uccidendo i loro stessi ufficiali. In questa situazione di totale caos, i comunisti capeggiati da Lenin organizzarono in ottobre un colpo di stato con cui rovesciarono il governo provvisorio e instaurarono una loro dittatura. La prima decisione di Lenin fu quella di abbandonare la guerra: nel marzo 1918 il suo governo firmò a Brest-Litovsk una pace sepa-


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rata con la Germania. Per l’Intesa fu un grave colpo, dato che ora i tedeschi avrebbero potuto concentrare il grosso delle forze sul fronte occidentale. Fortunatamente però, l’entrata in guerra degli Stati Uniti giunse in tempo per riequilibrare le forze.

Verso la fine dell’isolazionismo americano Abbiamo già visto come a partire dal 1823 gli Stati Uniti si fossero disinteressati della politica europea, preferendo concentrarsi sul resto del continente americano: questa strategia, conosciuta come “dottrina Monroe”, aveva fino a questo momento regolato i loro rapporti con il resto del mondo. Allo scoppio della guerra, il presidente Wilson l’aveva confermata affermando che «quella europea è una guerra con cui non abbiamo nulla a che fare e le cui cause non ci possono toccare». In effetti la lontananza del fronte e l’isolamento americano dall’Europa erano motivi più che sufficienti per evitare di immischiarsi. Tuttavia, i valori di libertà e democrazia cui gli Stati Uniti avevano ispirato la loro Dichiarazione d’indipendenza e la loro costituzione rischiavano, secondo Wilson, di essere messi in pericolo dalla volontà imperialista della Germania. La stessa propaganda inglese d’altra parte contribuiva molto a presentare il Reich come l’incarnazione del male. Per queste ragioni il paese non era rimasto neutrale: grandi aiuti venivano costantemente inviati alla Gran Bretagna, alla quale la maggior parte degli americani si sentiva tuttora legata. Nonostante questa presa di posizione però, un vero e proprio intervento militare non era visto di buon occhio: Wilson, infatti, era stato rieletto presidente nel 1916 proprio grazie alla promessa di non entrare nel conflitto. Tuttavia egli si trovò ben presto costretto a cambiare idea: la Germania iniziò a condurre una indiscriminata guerra sottomarina contro le navi sospettate di trasportare aiuti destinati ai paesi dell’Intesa. Nel maggio 1915 il transatlantico americano Lusitania, in rotta da New York a Liverpool, era stato silurato al largo della costa irlandese e il suo affondamento aveva causato la morte di 1.200 persone. Successivamente altre navi statunitensi erano state colpite e ormai era chiaro che gli USA non potevano più tenersi fuori dalla guerra in corso in Europa. Gli Stati Uniti entrano in guerra Nei mesi seguenti si tentarono accordi tra Germania e Stati Uniti, ma senza esito. Agli inizi del 1917 un ulteriore gravissimo episodio fece precipitare definitivamente la situazione; i servizi segreti inglesi intercettarono un telegramma tedesco dal contenuto inequivocabile: si trattava di un piano di alleanza tra Germania e Messico, da attuare nel caso in cui gli Stati Uniti avessero deciso di entrare in guerra a fianco della Gran Bretagna. Per Wilson era decisamente

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Perché la Russia si ritirò dalla guerra?


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La Prima guerra mondiale

Perché gli Stati Uniti entrarono in guerra?

troppo! Questa volta convincere il Congresso non fu affatto difficile: il 6 aprile del 1917 gli Stati Uniti d’America entrarono dunque in guerra contro gli Imperi centrali. Questa decisione venne presa dagli Stati Uniti per un insieme di motivi, che da allora ad oggi non hanno mai smesso di caratterizzarne la politica estera: da un lato la difesa dei loro interessi strategici (in quel momento minacciati dalla Germania) e dall’altro la convinzione di essere chiamati dalla storia a difendere la causa della giustizia e della democrazia in tutto il mondo e di dovere, per questo, assumere un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale. Il loro intervento a questo punto del conflitto ne cambiò radicalmente le sorti: gli Stati Uniti erano infatti un paese ricco, dalle risorse illimitate, e soprattutto così lontano dalla zona delle operazioni militari da non doversi preoccupare di difendere dal nemico il proprio territorio.

5 · La fine della guerra Il crollo degli Imperi Centrali Quando i primi soldati americani giunsero in Europa, la guerra stava ormai volgendo al termine: abbiamo già visto come la capacità di un paese di sostenere l’enorme costo economico della guerra fosse ormai molto più importante della vittoria sul campo di battaglia. Da questo punto di vista, all’inizio del 1918 Germania e Austria erano quasi allo stremo. Anche la situazione militare volgeva a favore dell’Intesa: nel giugno 1918 i tedeschi avevano lanciato una grande offensiva in direzione di Parigi che i francesi erano però riusciti a fermare di nuovo sulla Marna. Avevano poi subito il contrattacco francese e, in seguito, erano stati battuti nella battaglia di Amiens (agosto 1918), che segnò la loro sconfitta definitiva. A seguito delle notizie drammatiche che arrivavano dal fronte in Germania scoppiarono gravi disordini. L’imperatore Guglielmo II allora abdicò e fuggì in Olanda. Frattanto, l’esercito italiano, che si era ormai ripreso pienamente dalla disfatta di Caporetto, stava effettuando una brillante controffensiva; le linee nemiche furono sfondate a Vittorio Veneto, e di lì a poco l’Austria si arrese (4 novembre). Qualche giorno più tardi (11 novembre) si arrese anche la Germania, dove la fuga del Kaiser aveva provocato il collasso definitivo della Secondo Reich. Nel frattempo la guerra terminava anche sul fronte orientale, dove l’Impero Ottomano e la Bulgaria chiesero la pace cedendo alla superiorità di inglesi e americani. La Prima guerra mondiale era ormai finita.


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«Le luci si spengono su tutta l’Europa…» Il mondo non aveva mai visto un conflitto di una tale durezza, ma occorre dire che le sue conseguenze furono ancora più gravi. Gli storici parlano di “caduta delle aquile”, per indicare la scomparsa dei tre imperi, tedesco, austriaco e ottomano (che avevano appunto l’aquila nel loro vessillo), e la conseguente nascita di numerosi nuovi stati. Ne derivò un cambiamento enorme rispetto alla carta geografica uscita dal Congresso di Vienna. Inoltre, come vedremo tra poco, gli odi feroci provocati dal nazionalismo, che la guerra aveva ulteriormente rinfocolato, furono una causa non secondaria della nascita di quei regimi dittatoriali che avrebbero insanguinato gran parte del resto del secolo. I mutamenti non furono solo politici: in quattro anni di combattimenti c’erano stati dieci milioni di morti (di questi circa 680.000 italiani), e più di venti milioni di feriti e mutilati (oltre un milione gli italiani), vale a dire un numero di molto superiore a quello di tutte le vittime delle guerre europee dei due secoli precedenti. Si trattava di una tragedia di così grandi dimensioni da non poter essere facilmente dimenticata; l’esperienza della trincea, il trovarsi impotenti di fronte ad armi nuove e distruttive, aveva trasformato per sempre la vita dei soldati sopravvissuti e tornare ad una esistenza normale per molti di loro si sarebbe rivelata cosa molto difficile. Insomma, le operazioni militari erano terminate, ma l’Europa era ben lontana dal vedere la pace. Si stava purtroppo avverando la previsione di Edward Grey, ministro degli esteri britannico nel 1914, che allo scoppio delle ostilità aveva esclamato: «Le luci si spengono su tutta l’Europa. In vita nostra, non le vedremo più riaccendersi».

Prigionieri tedeschi aiutano alcuni feriti britannici a dirigersi verso le retrovie dopo l’assalto a Bazentin, sul fronte francese, il 19 luglio 1916

Perché questa guerra fu così devastante?

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METTIAMO A FUOCO

Il nazionalismo e l’entusiasmo per la guerra Oggi può sembrarci assurdo ma, alla notizia che in Europa era scoppiata la guerra, ovunque nelle città grandi folle entusiaste si riversarono per le strade e i giovani corsero a migliaia ad arruolarsi come volontari. Si trattava comunque di una minoranza rispetto alla popolazione totale, costituita in gran parte da contadini estranei e diffidenti rispetto a questi avvenimenti, ma era pur sempre una minoranza significativa. Tra i sostenitori del conflitto c’erano soprattutto studenti delle scuole superiori e dell’università, che vedevano la guerra come un’esperienza avventurosa e spericolata, che avrebbe dato uno scossone a una vita sentita come monotona. Spesso erano gli stessi docenti a spingerli all’azione: imbevuti di ideologie nazionaliste, essi insegnavano loro che le altre nazioni erano una minaccia all’esistenza e all’espansione della propria e andavano dunque combattute ed eliminate.

Il nazionalismo nasce nella seconda metà dell’Ottocento In effetti la Prima guerra mondiale può essere per certi versi considerata come un prodotto del nazionalismo: a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, la tradizionale idea di nazione intesa come comunità di popolo che vive su uno stesso territorio si trasformò in culto della propria superiorità culturale e militare. Questo generò dapprima la corsa alle colonie e, in un secondo momento, con l’aumento degli armamenti, conflitti diretti tra le varie nazioni. È il caso della Guerra franco-prussiana (1870-71), nella quale la Prussia di Bismarck sconfisse la Francia di Napoleone III e le strappò l’Alsazia e la Lorena. Questo episodio è considerato da alcuni storici come la prima guerra nazionalista: infatti i sentimenti popolari furono esaltati al massimo da entrambe le parti. Soprattutto in Francia ci fu una fortissima campagna antiprussiana, e d’altra parte l’esercito prussiano in molti casi infierì sulle popolazioni civili delle regioni francesi che aveva invaso. Il ruolo della propaganda La propaganda svolse un ruolo fondamentale anche nella Prima guerra mondiale con manifesti, poesie, giornali e riviste volti a esaltare la potenza

della propria nazione oppure a instillare l’odio nei confronti dei nemici, ai quali venivano attribuite le azioni più efferate (per esempio si diceva che i soldati tedeschi uccidessero e cucinassero i bambini!). Oggi le cose sono cambiate: in tutti i paesi civili è ormai diffusa la consapevolezza della tragicità e della drammaticità della guerra. Nessuno pensa più che combattere contro altri uomini sia un’esperienza piacevole, o addirittura eroica. All’epoca, però, l’ideologia militarista e il culto della forza impedivano di riconoscere l’evidenza e rendevano tutto questo una magnifica avventura, tanto è vero che i pacifisti venivano spesso apostrofati come vigliacchi. Manifesto su cui è scritto: «I Victory Bonds aiuteranno a porre termine a questo». I Victory Bonds erano dei buoni del tesoro emessi dal governo americano per finanziare le spese belliche, e l’immagine rievoca un terribile crimine di guerra tedesco: l’affondamento della nave ospedale canadese Llandovery Castle, silurata il 27 giugno 1918 dal sommergibile tedesco U 86 che poi emerse e ne mitragliò i naufraghi. Library of Congress, Washington, DC


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PARTIAMO DALLE FONTI

Benedetto XV e «l’inutile strage» Gli interventi del papa contro la guerra Abbiamo visto come i cattolici italiani fossero per la maggior parte compatti nell’opporsi all’ingresso del proprio paese nel conflitto. In questo furono aiutati e sostenuti da papa Benedetto XV il quale, eletto nel 1914, chiarì immediatamente la posizione della Chiesa in proposito: nella sua prima enciclica, pubblicata pochi mesi dopo l’inizio delle ostilità, già si pronunciava contro il conflitto. Scriveva infatti così: «Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia. Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti. E intanto, mentre da una parte e dall’altra si combatte con eserciti sterminati, le nazioni, le famiglie, gli individui gemono nei dolori e nelle miserie; si moltiplica a dismisura, di giorno in giorno, la schiera delle vedove e degli orfani». Negli anni successivi, il pontefice si esprimerà altre volte sugli stessi toni: nel 1915 definirà le operazioni militari in corso «un’inutile carneficina», ma ben più celebre è l’allocuzione rivolta nell’agosto del 1917 ai capi di stato dei paesi belligeranti, nel quale egli parlò senza mezzi termini di «inutile strage», attirandosi per questo pesanti accuse di “disfattismo” (il generale Cadorna disse addirittura che Benedetto XV avrebbe dovuto essere impiccato!). La stessa sconfitta di Caporetto fu dai vertici militari attribuita all’influenza del Vaticano: centinaia di soldati erano infatti stati visti abbandonare il fronte al grido di “Viva il papa! Viva Giolitti!”. Proponiamo uno stralcio di questa allocuzione, pubblicata il 1 settembre del 1917, nella quale Benedetto XV non si limita a un appello generico in favore della pace ma avanza anche concrete proposte operative. «Il mondo civile dovrà dunque ridursi a un campo di morte? E l’Europa, così gloriosa e fiorente, correrà, quasi travolta da una follia universale, all’abisso, incontro ad un vero e proprio suicidio? In sì angoscioso stato di cose, dinanzi a così grave minaccia, Noi, non per mire politiche particolari, né per suggerimento o interesse di alcuna delle parti belligeranti, ma mossi unicamente dalla

coscienza del supremo dovere di Padre comune dei fedeli, dal sospiro dei figli che evocano l’opera Nostra e la Nostra parola pacificatrice, dalla voce stessa dell’umanità, e della ragione, alziamo nuovamente il grido di pace, e rinnoviamo un caldo appello a chi tiene in mano le sorti delle Nazioni. Ma non per contenerci solo sulle generali, come le circostanze ci suggerirono in passato, vogliamo ora discendere a proposte più concrete e pratiche, ed invitare i governi dei popoli belligeranti ad accordarsi sopra i seguenti punti. E primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, secondo norme e garanzie da stabilire. Stabilito così l’impero del diritto si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari; il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso. Per ciò che riguarda le questioni territoriali, come quelle ad esempio che si agitano fra l’Italia e l’Austria, fra la Germania e la Francia, giova sperare che di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura con disarmo, le Parti contendenti vorranno esaminarle con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile, come abbiamo detto altre volte, delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del gran consorzio umano».

Da che cosa il papa è spinto a intervenire? Quali sono le proposte concrete che lui fa? In particolare che cosa propone per la soluzione delle questioni territoriali tra Italia e Austria e tra Francia e Germania?


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METTIAMO A FUOCO

La guerra di trincea Dalla guerra di movimento alla guerra di posizione La trincea è un fossato scavato nel terreno e difeso da fortificazioni e armi varie (in genere filo spinato, sacchi di sabbia e mitragliatrici). Nonostante vengano associate in genere alla Prima guerra mondiale, le prime trincee comparvero durante la guerra civile americana (1861-65) e durante la guerra russo-giapponese (1904-05). Durante il primo conflitto mondiale tale tecnica difensiva divenne necessaria dopo aver constatato che, a causa dell’eccessivo equilibrio tra gli eserciti, una guerra di movimento era impossibile. Già dopo i primi cinque mesi di conflitto, il fronte occidentale (al confine tra Germania e Francia) e quello orientale (tra Russia, Polonia e Romania) si presentavano come lunghissime file di trincee protette da grovigli di filo spinato e reticolati, una di fronte all’altra, separate da poche centinaia di metri. In mezzo, una “terra di nessuno” nella quale era impossibile avventurarsi, spesso disseminata da cadaveri dei soldati rimasti uccisi durante gli assalti e che non si erano potuti recuperare. Gli eventuali feriti rimasti in questa zona erano non di rado destinati a morire per mancanza di cure, dato che i cecchini non esitavano a sparare contro chiunque si fosse avventurato a soccorrerli. La tipologia della trincea variava a seconda dei fronti: ad esempio sulle montagne delle Dolomiti e del Carso, dove si affrontavano Italia e Austria, il tipo di terreno non rendeva possibile lo scavo di fossati profondi, per cui venivano utilizzati ammassi rocciosi, mucchi di sassi o muretti costruiti in cemento. I tedeschi, che per primi si erano spinti all’interno del territorio francese, costruirono delle trincee particolarmente curate, poiché la loro intenzione era di difendere la posizione il più possibile. Diverso invece il caso degli inglesi che, continuando a sperare malgrado tutto nella guerra di movimento, tendevano ad attrezzarle di meno e soprattutto a non dotarle di adeguati ricoveri per le truppe. Fanti dell’ANZAC, il corpo di spedizione australiano e neo-zelandese, in trincea davanti a Gallipoli, la piazzaforte ottomana invano stretta d’assedio nel 1915-16 dalle forze dell’Intesa

Come si viveva in trincea All’interno della trincea, nella cosiddetta “prima linea”, vivevano i soldati; in condizioni disagiate, dormivano in alloggi sotterranei, spesso infestati da topi e pidocchi, e cercavano disperatamente di rimanere vivi, proteggendosi dalle granate, dai proiettili vaganti e godendo dei pochi piaceri


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che la vita al fronte era in grado di offrire: il rancio quotidiano (raramente di buona qualità), le sigarette e l’alcol, quest’ultimo distribuito in gran quantità prima degli assalti. Questo dell’assalto era il momento più temuto: richiamati all’azione dal fischietto di un ufficiale, i soldati si lanciavano all’arma bianca con le baionette sui fucili, e correvano disperatamente verso le postazioni nemiche nel tentativo di entrarvi dentro e conquistarle. Quasi sempre si trattava di imprese disperate: il fuoco delle mitragliatrici ne-

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miche falciava immediatamente le prime ondate e i pochi che riuscivano a penetrare all’interno venivano poi uccisi negli scontri corpo a corpo. Nonostante la palese inutilità di tali azioni, i generali non si arrendevano: erano convinti che, aumentando il numero degli uomini mandati all’assalto, prima o poi il fronte nemico avrebbe ceduto. Decine di migliaia di vite sono state dunque consumate in queste inutili azioni prima che ci si rendesse conto della loro assurdità!


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Il malcontento delle truppe e la dura repressione dei comandi militari Un malcontento sempre più diffuso che sfocia in aperti fenomeni di ribellione Le durissime condizioni di vita dei militari in trincea, unite alla mancanza di prospettive per il futuro ed agli appelli alla pace che cominciavano a diffondersi da più parti in Europa, crearono, soprattutto a partire dal 1916, un diffuso malcontento che sfociò in frequenti episodi di ribellione delle truppe. Un po’ ovunque nei vari eserciti, ma soprattutto in quello francese e in quello italiano, ci furono ammutinamenti di reparti che si rifiutavano di eseguire gli ordini, diserzioni, fughe dai posti di combattimento. Molti giovani, anziché arruolarsi, si davano alla macchia. Un fenomeno singolare e, per certi aspetti tragico, fu quello dell’autolesionismo. Vi erano dei soldati che pur di evitare di finire in prima linea e di essere impiegati in missioni estremamente rischiose, si ferivano volontariamente, sparandosi magari ai piedi o alle gambe, preferendo la mutilazione alla morte quasi certa. Molti poi, appena potevano, si consegnavano al nemico, scegliendo la prigionia, per quanto dura, piuttosto che continuare a combattere. È stato calcolato che nell’esercito italiano ad esempio le diserzioni accertate furono all’incirca 160.000 mentre le mutilazioni volontarie ben 15.000. Le durissime misure repressive Per stroncare questi episodi gli alti comandi dei vari eserciti intervennero con durissime misure repressive. Ovunque vennero previsti processi sommari per giudicare chi si rendeva responsabile di tali azioni, con punizioni che dovevano essere di esempio anche per gli altri. Per quanto riguarda l’esercito italiano già a partire dal 1915 il comandante in capo dell’esercito Luigi Cadorna era intervenuto con una serie di durissime circolari volte a mantenere la più rigorosa disciplina e a combattere il cosiddetto “disfattismo” (cioè il diffondere malcontento nelle truppe). Vari furono gli strumenti utilizzati nell’esercito italiano per mantenere la disciplina; tra questi i tribunali di guerra che funzionavano stabilmente all’interno di ogni

corpo d’armata, i tribunali straordinari che venivano creati per giudicare episodi di particolare gravità, le esecuzioni senza processo, decise sul posto dai comandanti dei reparti in casi di comportamenti ritenuti piuttosto gravi (ad esempio l’abbandono del proprio posto di combattimento, il rifiuto di marciare contro il nemico, l’ammutinamento, l’aggressione contro i propri ufficiali). Non di rado a questo proposito venivano posti reparti di carabinieri dietro le truppe di prima linea con l’ordine di sparare alle spalle a quei soldati che invece di avanzare retrocedevano. Una delle punizioni più odiose, applicata per un certo periodo, fu la decimazione: nel caso di interi reparti che si rifiutavano di combattere o combattevano con scarso impegno i comandanti potevano intervenire mettendo a morte un soldato ogni dieci, estratto a sorte, senza valutare se fosse effettivamente colpevole oppure no.

I sospetti di complotti socialisti e gli attacchi ai “disfattisti” Queste misure non valsero a fermare il dissenso che esplose in particolare in occasione della disfatta di Caporetto, nella quale interi reparti smisero di combattere per darsi a una fuga scriteriata o per consegnarsi al nemico. Di fronte a tali fatti Cadorna e il suo Stato Maggiore arrivarono persino a pensare che non si trattasse di un fenomeno del tutto spontaneo ma che fosse il frutto di una vera e propria cospirazione pacifista, organizzata da anarchici e socialisti infiltratisi nell’esercito (ma non dimentichiamo che anche il papa e i cattolici furono pesantemente accusati di disfattismo). In realtà, nonostante anche qualche processo intentato per tali ragioni contro esponenti socialisti, questa accusa non fu mai provata. Cifre impressionanti Ecco, in conclusione, alcune cifre che danno la misura dell’entità di tali fenomeni. Nel complesso i tribunali militari italiani posero sotto processo per vari motivi legati al dissenso ben 262.481 soldati; di essi 170.064 (il 62,6%) furono condannati


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a pene di vario tipo, 15.345 furono gli ergastoli. Le fucilazioni ordinate da tribunali furono 750 (600 circa nell’esercito francese, 330 in quello britannico) a cui vanno aggiunte le fucilazioni sommarie e le uccisioni sul posto che naturalmente non risultano registrate (alcuni storici propongono, per queste, cifre dell’ordine di qualche centinaio). La situazione conobbe un certo miglioramento in

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seguito alla sostituzione di Cadorna a capo dell’esercito con il generale Armando Diaz, anche se fenomeni di rifiuto della guerra e di diserzione, con conseguenti interventi repressivi, non furono mai del tutto eliminati.

La distribuzione del rancio


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Raccontiamo in breve la linea del tempo

1882 viene stipulata la Triplice Alleanza 1907 viene stipulata la Triplice Intesa 1911-1913 guerre balcaniche 28 giugno 1914 attentato di Sarajevo 28 luglio 1914 scoppia la Prima guerra mondiale 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra aprile 1917 gli Stati Uniti entrano in guerra marzo 1918 la Russia esce dalla guerra 4 novembre 1918 resa dell’Austria 11 novembre 1918 resa della Germania

versione audio on line e nell’app

1. La Prima guerra mondiale, che sembrò scoppiare improvvisamente, fu invece il risultato della situazione che si era venuta a creare a partire dal 1870 quando, a seguito dei vari avvenimenti internazionali accaduti in quegli anni, il principio di equilibrio era saltato e al suo posto i vari stati europei si erano allineati in due fronti contrapposti. La scintilla del conflitto fu l’assassinio, il 28 giugno del 1914, dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando, colpito da un terrorista serbo mentre era in visita a Sarajevo. Il complesso meccanismo delle alleanze trasformò in un conflitto mondiale quello che, altrimenti, sarebbe potuto rimanere un episodio circoscritto. 2. La guerra fu salutata con entusiasmo da più parti, a causa dell’ondata di nazionalismo dilagante in Europa. La convinzione di molti era che si sarebbe trattato di una guerra breve, anche grazie ai progressi tecnologici che avevano investito il campo militare. In un primo tempo fu così: la Germania invase rapidamente la Francia, passando dal Belgio, e il suo esercito arrivò a pochi chilometri da Parigi. L’esercito francese tuttavia si riorganizzò e riuscì a fermare gli avversari dopo una terribile battaglia sul fiume Marna. Sul fronte orientale l’avanzata tedesca, all’inizio fulminea, fu arrestata dalla Russia. Già a dicembre dunque, la guerra di “movimento” si era tramutata in guerra di “posizione”. 3. Tra 1915 e 1916 la trincea era ormai divenuta l’elemento costitutivo delle operazioni militari. Nel frattempo il conflitto si era allargato, con l’ingresso di altre nazioni tra cui l’Impero Ottomano (a fianco di Austria e Germania) e altri paesi minori, anche extraeuropei come Cina e Brasile. Il conflitto fu particolarmente terribile a causa delle nuove armi che vennero impiegate: mitragliatrici e gas asfissianti resero la guerra di trincea di una brutalità senza precedenti. Inoltre, conquistare posizioni ai nemici era praticamente impossibile, per cui ogni volta che veniva organizzato un assalto, proprio la presenza delle mitragliatrici lo trasformava in un massacro. 4. Allo scoppio del conflitto l’Italia si era dichiarata neutrale. Ufficialmente il motivo era che la Triplice Alleanza aveva carattere difensivo mentre in questo caso era stata l’Austria ad attaccare. In realtà la motivazione era che Salandra intendeva prendere tempo per vedere quale dei due schieramenti avrebbe offerto all’Italia i maggiori vantaggi territoriali in cambio della sua partecipazione. 5. Le forze politiche erano divise tra “interventisti” (nazionalisti, irredentisti, “futuristi”, grandi industriali, i socialisti rivoluzionari di Mussolini) e “neutralisti” (Giolitti, i cattolici, i socialisti), mentre al di fuori della vita


CAPITOLO 4

politica la maggior parte della popolazione era contraria alla guerra. Tutte queste divisioni contarono fino a un certo punto: il 26 aprile 1915 Salandra e il ministro degli esteri Sonnino firmarono a Londra un patto con l’Intesa, in base al quale, in caso di vittoria, l’Italia avrebbe ottenuto numerosi compensi territoriali. Il 24 maggio l'Italia dichiarò guerra agli Imperi centrali, dopo che il paese era stato percorso da numerose manifestazioni interventiste guidate dal poeta Gabriele D'Annunzio. 6. L’esercito italiano era impreparato alla guerra. I risultati, a parte la presa di Gorizia, furono nulli. Undici battaglie consecutive sul fiume Isonzo si conclusero senza vinti né vincitori. Inoltre il generale Cadorna non era un abile stratega e mandava al macello le truppe in assalti inutili, punendo spesso i soldati per codardia. Tutto questo non fece altro che abbattere il morale dell’esercito, che nell’ottobre 1917 fu sorpreso dagli austriaci che sfondarono nei pressi di Caporetto, provocando una ritirata gigantesca e mettendo di fatto piede in territorio italiano. 7. Sul fronte occidentale i tedeschi lanciarono un imponente attacco al sistema di fortificazioni francese a Verdun. I francesi però resistettero e poterono così preparare il contrattacco. Successivamente, agli inizi del 1918, la Russia uscì dal conflitto a causa della rivoluzione scoppiata nel paese e che aveva portato alla creazione di un governo comunista. Lo squilibrio tra le forze fu bilanciato dall’intervento degli Stati Uniti a fianco dell’Intesa, annunciato nell’aprile 1917. La nazione americana, guidata dal presidente Wilson, prese questa decisione sia per salvaguardare i propri interessi economici, minacciati dalla Germania, sia perché riteneva suo dovere difendere i valori della democrazia. 8. La guerra di posizione era una guerra di logoramento nella quale la cosa più importante era non esaurire le risorse. Da questo punto di vista, all’inizio del 1918 Germania e Austria erano allo stremo. I tedeschi erano stati respinti dai francesi sulla Marna e subirono la loro sconfitta definitiva ad Amiens. L’esercito italiano, che dopo Caporetto si era ripreso grazie anche ad alcuni cambi nei vertici militari, riuscì a respingere gli austriaci e a sconfiggerli a Vittorio Veneto, battaglia che segnò la loro resa. Nel novembre del 1918 la Prima guerra mondiale era di fatto terminata, anche se questo non coincise con l’inizio di un periodo di pace in Europa.

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La Prima guerra mondiale

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Quali erano i due schieramenti contrapposti all’inizio del XX secolo? 2. Dove venne fermata l’avanzata tedesca in Francia? 3. Quali nuove armi vennero utilizzate nel corso del conflitto? 4. Che obiettivi si proponeva di raggiungere Salandra con l’entrata in guerra? 5. Che cosa stabiliva il Patto di Londra? 6. Chi era Gabriele D’Annunzio? 7. Come si comportava il generale Cadorna nei confronti delle truppe? 8. Dove fu fermata l’avanzata austriaca dopo la sconfitta di Caporetto? 9. Chi era Armando Diaz? 10. Che cos’era il Lusitania? 11. Quante furono le vittime causate dalla guerra?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 28 giugno 1914

Inizia la Prima guerra mondiale

28 luglio 1914

Attentato di Sarajevo

maggio 1915

Gli Stati Uniti entrano in guerra

aprile 1917

La Russia esce dalla guerra

marzo 1918

Entrata in guerra dell’Italia

4 novembre 1918

Resa della Germania

11 novembre 1918

Resa dell’Austria

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. Russia e Austria, approfittando della decadenza dell’Impero turco, miravano ad assicurarsi un accesso al Mediterraneo.

V

F

Negli stati europei si andava diffondendo sempre di più il nazionalismo.

V

F

I popoli europei erano contrari alla guerra perché sapevano che sarebbe stata lunga e tragica.

V

F

Allo scoppio del conflitto l’Italia entrò subito in guerra.

V

F

A Caporetto l’esercito italiano subì una disastrosa sconfitta.

V

F

La Pace di Brest-Litovsk rappresentò un grande vantaggio per l’Intesa.

V

F

Sul finire del conflitto il kaiser Guglielmo II abdicò.

V

F


CAPITOLO 4

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Esercizio 4 · Completa la tabella sotto riportata inserendo negli appositi spazi i nomi dei gruppi e delle forze italiane favorevoli all’intervento in guerra e di quelli invece favorevoli alla neutralità e spiega le motivazioni delle loro posizioni. Forze e gruppi interventisti

Motivazioni

Forze e gruppi neutralisti

Motivazioni

Esercizio 5 · Ti presentiamo in questa tabella alcuni dati riguardanti la Prima guerra mondiale: il numero di soldati impegnati nel conflitto, il numero dei morti e le spese militari sostenute, riferiti ai principali stati coinvolti. Realizza con questi dati degli istogrammi e poi rispondi alle domande riportate sotto.

Russia

Soldati impegnati

Soldati caduti in guerra

Spese militari in miliardi di franchi-oro

12.000.000

1.700.000

132

Gran Bretagna

8.805.000

980.000

260

Francia

8.400.000

1.385.000

168

5.615.000

680.000

78

Italia Stati Uniti

4.355.000

115.000

161

Germania

11.000.000

1.800.000

243

Impero Austro-Ungarico

7.800.000

1.200.000

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Quale stato ha impegnato il maggior numero di truppe e quale ha dovuto sopportare le spese più consistenti? · Quale stato ha avuto il maggior numero di vittime? · In percentuale quale stato ha avuto il maggior numero di morti in proporzione al numero dei soldati impegnati? · Perché gli Stati Uniti hanno avuto meno morti?

Esercizio 6 · Ricerca se nel tuo paese, nel tuo quartiere o nella tua città ci sono monumenti in ricordo dei caduti della Prima guerra mondiale, lapidi con i loro nomi e/o parchi delle rimembranze (cioè parchi nei quali sono stati piantati alberi in ricordo dei caduti).


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CAPITOLO 5

Capitolo 5

materiale integrativo on line e nell’app

Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo Si esce da un grave conflitto, ma se ne prepara un altro ancor più devastante I problemi che erano stati all’origine della Prima guerra mondiale, anziché risolversi una volta raggiunta la pace, finirono per aggravarsi, preparando il terreno al secondo e ancor più tragico conflitto, che sarebbe scoppiato dopo soli vent’anni. La conferenza di pace che si tenne nel 1919 a Versailles fu animata infatti dalla stessa volontà di annientamento dell’avversario che aveva caratterizzato il periodo bellico. La Germania venne umiliata e punita duramente tanto che nel paese si diffuse un clima di disperazione e di rabbia, di cui Hitler e il nazismo sapranno poi abilmente approfittare. L’Impero Asburgico e quello Ottomano furono invece smembrati provocando squilibri territoriali che avrebbero aperto la strada a nuovi conflitti in futuro. Negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna, le maggiori fra le potenze vincitrici, si avviò una significativa crescita economica accompagnata da un certo benessere, che fu all’origine di una “massificazione” della società, nella quale la vita delle persone era sempre più condizionata dall’alto. In molti paesi si ampliarono conflitti politici e sociali, con governi a volte deboli e instabili e tendenze rivoluzionarie ispirate alla rivoluzione bolscevica, a cui rispondevano forze politiche che miravano a realizzare sistemi autoritari e militaristi. Tutti questi fermenti, unitamente alla grave crisi economica del 1929, porteranno all’esplosione del secondo conflitto mondiale.

Disoccupati, ridotti alla fame a seguito della grave crisi scoppiata nel 1929, in coda presso un centro di distribuzione di pane e di altri alimenti di prima necessità Stati Uniti, primi anni Trenta del secolo scorso

brano audio on line e nell’app

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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

La firma della pace nella Sala degli specchi della reggia di Versailles Olio su tela di William Orpen (1919), Imperial War Museum, Londra In primo piano di spalle il rappresentante della Germania mentre sottoscrive il documento. Di fronte i rappresentanti di tutti i paesi vincitori, compresi l’India e i “dominions” britannici.

1 · La conferenza di pace di Versailles Le potenze vincitrici cercano di sistemare l’Europa per evitare una nuova guerra A Parigi, nel suggestivo e fastoso scenario della reggia di Versailles, da gennaio a giugno del 1919 si svolsero i lavori della conferenza di pace che ebbero come protagonisti i rappresentanti delle potenze vincitrici. Dopo una guerra lunga, logorante e sanguinosa oltre ogni limite, nessuno degli stati partecipanti aveva intenzione di ripetere una simile esperienza. Gli orrori dei campi di battaglia e il gran numero dei morti e dei feriti pesavano enormemente sulle menti dei politici, che pure avevano visto tutto questo da lontano. La Seconda guerra mondiale conseguenza (o sviluppo) della Prima? Diventa dunque sorprendente pensare che, ad appena venti anni dalla fine delle ostilità, una nuova guerra sarebbe arrivata a insanguinare l’Europa, lasciando una scia di morte e distruzione ben più ampia della precedente. Sono talmente ravvicinate tra loro, la Prima e la Seconda guerra mondiale, che molti storici hanno parlato di un unico grande conflitto, estesosi pressoché ininterrottamente dal 1914 al 1945. C’è quindi da credere che a Parigi, durante quei sei mesi di discussioni, qualcosa non sia andato per il verso giusto. Seguire attentamente i lavori della conferenza di pace diventa così importantissi-


CAPITOLO 5

mo per capire come mai i responsabili di nazioni così provate da quel conflitto non siano riusciti a imparare dai loro errori.

Un trattato di pace condizionato dalla durezza della guerra Abbiamo già visto come la Prima guerra mondiale fosse stata qualcosa di completamente diverso rispetto a tutte le guerre precedenti che avevano avuto effetti molto più limitati. Per la prima volta gli stati non si erano affrontati per conquistare obiettivi specifici, bensì per annientare completamente l’avversario. Questo causò devastazioni enormi nei paesi in conflitto, che ne risentirono profondamente al termine della guerra, e lasciò uno strascico di odio che sarebbe stato difficile eliminare. Al termine del conflitto tutta l’Europa era attraversata da una crisi economica senza precedenti, i prezzi delle merci e dei generi alimentari erano schizzati alle stelle, la produzione del carbone, fonte primaria di energia, era diminuita e milioni di famiglie rischiavano di morire di fame. A tutto ciò si aggiunse una rovinosa influenza, detta “spagnola”, che nel giro di pochi mesi causò decine di milioni di morti in tutto il mondo. Tutto questo ebbe profonde ripercussioni sulle trattative di pace. Tutte le nazioni belligeranti erano state in qualche modo la causa della loro rovina: occorreva dunque prendere decisioni comuni che permettessero a tutti di ricominciare. Ma ciò, come vedremo, non avvenne. I 14 punti di Wilson Uno dei protagonisti della conferenza di pace fu senza dubbio il presidente americano Thomas Woodrow Wilson. Dando un contributo determinante alla vittoria della Gran Bretagna e della Francia, gli Stati Uniti si erano per la prima volta affacciati da protagonisti sulla storia del mondo. Di conseguenza, Wilson immaginò di poter creare un nuovo ordine mondiale, dove i rapporti tra le nazioni fossero fondati sulla democrazia e sul rispetto reciproco e non più sul nazionalismo e la volontà di potenza. A tale scopo nel gennaio 1918 egli presentò un importante documento, articolato in 14 punti, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto costituire lo strumento principale di questo progetto. L’ultimo di questi punti prevedeva la creazione della Società delle Nazioni, un organismo sovranazionale che avrebbe avuto il compito di dirimere pacificamente i futuri conflitti tra gli stati. Francia e Gran Bretagna vogliono eliminare gli Imperi centrali Le posizioni di Wilson erano certamente molto ragionevoli, ma purtroppo le altre potenze vincitrici arrivarono a Versailles con idee ben diverse: per Francia e Gran Bretagna, profondamente provate dallo sforzo bellico, gli Imperi centrali, e in particolar modo la Germania, erano i responsabili principali di ciò che era successo. Ai loro

Perché la Prima guerra mondiale era stata molto diversa dalle precedenti?

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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

Perché Francia e Gran Bretagna vollero sbarazzarsi degli Imperi centrali?

occhi la guerra appena terminata era stata causata unicamente dalla volontà espansionistica del Secondo Reich, spalleggiato dal suo allea­to austriaco. L’unico modo di evitare nuove tragedie in futuro sarebbe stato dunque quello di sbarazzarsi di loro il prima possibile. Era senza dubbio una visione parziale e ideologica, in parte condizionata da quel nazionalismo che già aveva avuto un ruolo importante nel provocare il conflitto. La tragedia della guerra non aveva dunque fatto maturare gli animi e odi e rancori permanevano più che mai.

Perché le condizioni imposte alla Germania favorirono il successo del nazismo?

Le durissime condizioni imposte alla Germania Il contrasto tra il progetto ideale di Wilson e la rabbia francese e inglese condizionò pesantemente tutte le decisioni prese a Versailles. Alla fine prevalse la volontà di Francia e Gran Bretagna di punire la Germania e l’Austria e contro di loro furono adottate misure piuttosto drastiche. La Germania perse tutte le colonie, venne privata della flotta e di gran parte dell’esercito. L’Alsazia e la Lorena vennero restituite alla Francia (che recuperò così quanto aveva perduto nel 1870), mentre la maggior parte dei territori orientali del Reich (Posnania, Pomerania, Alta Slesia) andarono a ricostituire la Polonia, che tornava così sulle carte geografiche da cui era scomparsa nel XVIII secolo. Tutto questo non era abbastanza: la regione della Saar, ricchissima di materie prime, fu affidata in gestione temporanea alla Francia per un periodo di quindici anni, al termine dei quali un referendum avrebbe deciso sul suo destino. Da ultimo, il paese dovette pagare come riparazioni di guerra l’enorme somma di 132 miliardi di marchi. Furono condizioni durissime, probabilmente eccessive, che portarono l’ex Impero al collasso economico e generarono nella popolazione un sentimento di rabbia e umiliazione che avrebbe avuto una parte importante nel futuro successo del nazismo, come vedremo tra poco.

Principio di autodeterminazione Principio che sancisce il diritto di ogni gruppo etnico minoritario a scegliere liberamente tra l’indipendenza, la permanenza entro i confini dello stato in cui si trova incluso oppure il passaggio a un altro stato. Venne enunciato per la prima volta dal presidente americano Wilson. Attualmente è una norma comunemente accettata nel Diritto Internazionale (l’insieme delle leggi che regola i rapporti tra le nazioni).

Anche l’Austria e l’Impero Ottomano vengono smembrati Non meno duro fu il trattamento riservato all’Impero Asburgico e a quello Ottomano. L’Impero Asburgico cessò ufficialmente di esistere: dalle sue ceneri nacquero i nuovi stati di Austria, Ungheria, Cecoslovacchia e Jugoslavia, mentre la Transilvania venne affidata alla Romania. All’Italia andarono Trieste, Gorizia, l’Istria; inoltre Trento e tutto il resto del territorio subalpino dell’antico Tirolo, dal passo del Brennero a Riva di Trento (oggi Riva del Garda), compresa quella sua parte di lingua tedesca che costituisce oggi la provincia autonoma di Bolzano. Il criterio alla base della nascita dei nuovi stati, nonché dei vari spostamenti di frontiere, avrebbe dovuto essere il “principio di autodeterminazione” delle popolazioni interessate. Non sempre però questo principio venne attuato o perché non era conveniente per le potenze vincitrici o perché nei territori dei dissolti Imperi centrali c’erano regioni in


CAPITOLO 5

cui etnie diverse erano strettamente intrecciate (ad esempio in Istria e Dalmazia). Stessa sorte subì l’Impero Ottomano, che, in seguito al trattato di Sèvres, fu ridotto alla sola attuale Turchia. Gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli vennero internazionalizzati, mentre le isole che possedeva nel Mediterraneo passarono sotto sovranità greca (escluso il Dodecanneso che rimase invece all’Italia). Il Vicino Oriente, con tutto il suo complesso mosaico di popolazioni, fu invece affidato alla tutela rispettivamente della Gran Bretagna (Palestina, Giordania, Iraq) e della Francia (Libano, Siria).

Nasce la Società delle Nazioni ma gli Stati Uniti non vi aderiscono Queste decisioni mostrano come il progetto di Wilson fosse stato sostanzialmente ignorato da Francia e Gran Bretagna, preoccupate unicamente di perseguire i propri obiettivi. Fu però realizzata la Società delle Nazioni voluta dal presidente americano. Con essa si sarebbero potuti comporre i contrasti futuri tra gli stati evitando il ricorso alle armi. Purtroppo, però, questo progetto, indubbiamente interessante, non poté essere attuato come previsto. Il Senato americano bocciò infatti la proposta di Wilson e si rifiutò di far entrare gli Stati Uniti all’interno del nuovo organismo. I parlamentari americani, infatti, non vedevano di buon occhio un coinvolgimento diretto del proprio paese nelle vicende europee e preferivano conti-

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I capi di governo delle potenze vincitrici alla conferenza di pace di Versailles, aperta il 18 gennaio 1919 Da sinistra: il premier britannico David Lloyd George, il presidente del consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando, il presidente del consiglio francese Georges Clemenceau e il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.

Perché la Società delle Nazioni non fu in grado di svolgere pienamente il compito che le era stato assegnato?


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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

Perché gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni?

nuare la politica isolazionista della “dottrina Monroe”. Per la neo­nata Società delle Nazioni fu un duro colpo: privata della guida americana, snobbata dal Giappone (che rifiutò categoricamente di entrarvi), proibita a tutti i paesi sconfitti, essa non poté rappresentare la totalità degli stati del mondo, e non riuscì dunque a svolgere il ruolo importante che avrebbe dovuto avere.

Perché la situazione in Europa rimase tesa anche dopo la conclusione del conflitto?

Gli errori commessi a Parigi apriranno la strada a una nuova guerra Abbiamo ora tutti gli elementi per capire che cosa non funzionò a Parigi nel corso della conferenza di pace. Riassumendo, potremmo dire così: – la Francia e la Gran Bretagna trattarono con eccessiva severità la Germania; – l’Italia, come vedremo tra poco, fu relegata in secondo piano, e molte delle sue rivendicazioni non vennero accolte; – il presidente americano Wilson, che pure aveva fatto le proposte più equilibrate e ragionevoli, venne solo parzialmente ascoltato; – gli Stati Uniti non entrarono nella Società delle Nazioni, indebolendone così il ruolo; – il principio di autodeterminazione dei popoli venne applicato in alcuni casi e negato in altri, con conseguenze molto gravi sulla stabilità di alcune regioni; – infine tutte le decisioni vennero prese senza tenere minimamente conto delle potenze sconfitte, che non vennero ammesse alla conferenza. Per tutte queste ragioni, la situazione europea era forse ancora più tesa al termine della guerra di quanto non lo fosse all’inizio. La Seconda guerra mondiale era già dietro l’angolo, anche se forse i governanti dei paesi vincitori erano troppo ottimisti per rendersene conto.

2 · Il dopoguerra in Europa Dopo la guerra in vari paesi d’Europa si affermano tendenze autoritarie e antidemocratiche Oltre ai problemi economici e sociali cui già abbiamo fatto cenno, le nazioni europee andarono incontro nel dopoguerra ad una generale crisi politica. Le ragioni furono molteplici. In primo luogo, la nuova conformazione che la società assunse nei paesi economicamente più avanzati (per cui, come vedremo più avanti, si conierà l’espressione “società di massa”) aveva fatto aumentare il desiderio della gente di partecipare alla vita politica. Erano nati e si erano sviluppati partiti come quello cattolico e quello socialista, che davano voce a masse sempre più grandi di persone, e i governi liberali, che


Finlandia

Norvegia

CAPITOLO 5

L’Europa e il Vicino Oriente dopo la conferenza di Parigi

Estonia

Svezia

Lettonia

Danimarca

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Lituania Danzica

Irlanda Regno Unito

Paesi Bassi

Germania

Belgio Lussemburgo Francia

Berlino

Polonia

Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (dal 1922)

Cecoslovacchia Austria

Svizzera

Ungheria Romania Iugoslavia

Italia Portogallo

Bulgaria Albania

Spagna

Grecia

Marocco (FR)

Algeria (FR)

Tunisia (FR)

Libia (ITA)

Turchia

Siria Cipro (GB) Libano (FR) Isole del Iraq Dodecanneso (FR) (GB) (ITA) Palestina (GB) Transgiordania Quwait (GB) Egitto Regno di Hegiaz e Neged (GB)

avevano gestito il potere nel secolo precedente, si trovavano ora incapaci di affrontare questi cambiamenti. Inoltre gli sconvolgimenti della rivoluzione russa si fecero presto sentire anche in altre nazioni, poiché i partiti comunisti europei cercarono di seguire l’esempio di Lenin nei loro rispettivi paesi. Ne derivarono disordini di ogni tipo, a cui i governi risposero spesso con la forza. Da ultimo la guerra aveva profondamente cambiato la mentalità di coloro che vi avevano partecipato: aveva infatti introdotto una certa familiarità con l’uso della violenza, accompagnata da sentimenti di odio radicale verso il nemico, e una forma di organizzazione della vita sociale basata sul comando e sulla gerarchia militare. Una volta terminato il conflitto, il tipo di vita condotto al fronte e in trincea venne trasferito nell’ambito dell’esistenza quotidiana e dell’azione politica, con il risultato di favorire la nascita di gruppi politici sempre più aggressivi e di forme di governo autoritarie e di stampo militarista.

La difficile situazione dell’Europa dell’Est Nell’Europa dell’Est il crollo dell’Impero Asburgico provocò veri e propri sconvolgimenti. In Ungheria dopo un governo di breve durata di impronta comunista, si instaurò un regime autoritario

Perché la guerra aveva cambiato la mentalità di coloro che vi avevano preso parte?


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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

Il Bolscevico Olio su tela di Boris Kustodiev (1920), Galleria Tetrjakov, Mosca L’opera celebra il trionfo della rivoluzione bolscevica, che allora esercitava una grande attrattiva su tutti i movimenti di sinistra europei.

e militarista guidato dal maresciallo Horthy. In Austria si costituì una repubblica, dove il partito di maggioranza divenne quello cattolico. Raccolsero però ampi consensi anche forze nazionaliste, che premevano per l’annessione del paese alla Germania: questo fatto avrebbe avuto un peso cruciale soprattutto negli anni successivi, con l’avvento di Hitler e del Partito Nazista. In Polonia andò al potere il generale Jozef Pilsudski, già vincitore della guerra contro la Russia, che instaurò egli pure un regime autoritario. Una cosa simile accadde pure in Estonia, Lettonia e Finlandia, repubbliche che si erano staccate dalla Russia dopo la rivoluzione.

La Francia, tra agitazioni socialiste e movimenti di estrema destra La Francia, come tutte le altre nazioni, uscì molto provata dal conflitto, sia dal punto di vista economico che da quello demografico (la morte in guerra di centinaia di migliaia di giovani uomini aveva ulteriormente aggravato una crisi già in atto). Nonostante ciò, la ricostruzione avvenne molto rapidamente e, tra il 1919 e il 1930, il paese conobbe un grande sviluppo industriale che in pratica lo riportò al livello precedente di benessere. La situazione politica rimase però molto instabile. Anche qui si


CAPITOLO 5

fece sentire l’eco della rivoluzione russa con la nascita, nel 1920, del Partito Comunista Francese. Per reazione, videro la luce diverse formazioni di estrema destra che premevano per l’instaurazione di un governo autoritario. Nel 1936, a seguito di una serie di gravi scandali finanziari e della preoccupazione suscitata dall’affermazione di Hitler in Germania, salì al potere una coalizione di forze di sinistra, il Fronte Popolare. Capo del governo divenne così per la prima volta un socialista, Léon Blum, che varò una serie di riforme sociali favorevolmente accolte dall’opinione pubblica. Successivamente, tuttavia, la situazione peggiorò a causa di vari contrasti interni, dell’inflazione galoppante e dell’aggravarsi della situazione internazionale. Blum fu così costretto a dimettersi e venne sostituito da Édouard Daladier, esponente del Partito Radicale. Tutta l’attenzione del paese era però ormai catalizzata dalla Germania nazista, lanciata nella sua corsa al dominio mondiale.

La Gran Bretagna esce molto indebolita dal conflitto mondiale Anche la Gran Bretagna uscì dalla guerra piuttosto provata e lo sforzo per tornare a un’economia da tempo di pace fu piuttosto difficile. Inoltre pur mantenendo ancora una posizione di rilievo in campo politico grazie al suo grande impero intercontinentale, perse, a vantaggio degli Stati Uniti, il suo primato mondiale in campo industriale e commerciale. Sul piano sociale la crisi del ’29, di cui parleremo più avanti, non suscitò gravi tensioni anche grazie alla politica oculata dei governi del tempo. D’altra parte la classe operaia inglese si era sempre mostrata incline più al riformismo laburista che al comunismo rivoluzionario e alla sua ideologia marx-leninista. Grossi cambiamenti in politica interna e in politica estera In campo politico si verificò un cambiamento importante: il progressivo declino dei liberali, che furono rimpiazzati dai laburisti nella loro alternanza al governo col partito conservatore. Questo avvicendamento fu reso possibile anche dall’approvazione del suffragio universale nel 1920, che fece guadagnare al nuovo partito i voti delle classi più povere. Vi furono novità inoltre sul fronte della politica estera: dopo tanti anni si arrivò a una risoluzione della questione irlandese e nel 1931 si costituì il Commonwealth: Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa si trasformarono da colonie a veri e propri stati indipendenti, accomunati tra loro solo da una formale fedeltà alla corona britannica e da alcuni accordi di cooperazione in campo economico.

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Governo autoritario Si dice autoritaria una forma di governo in cui un partito o una persona accentra in sé tutto o gran parte del potere, limitando fortemente, in tal modo, il pluralismo politico e le libertà individuali.

Perché la Gran Bretagna era uscita indebolita del conflitto?


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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

Celebrazione del 7° anniversario della fondazione della Repubblica turca ad Ankara nel 1930 Accompagnato in corteo da ministri e parlamentari, Mustafà Kemal Atatürk lascia la sede della Grande assemblea nazionale della Turchia (oggi Museo della Repubblica).

L’avvento di Atatürk, il padre dei turchi Dopo la Germania, l’Impero Ottomano era la potenza uscita dal conflitto nella maniera peggiore. Il trattato di Sèvres lo aveva privato di gran parte dei suoi territori, riducendolo in pratica alla sola Turchia attuale. Subito dopo la firma di questo trattato Mustafà Kemal, eroe della guerra nei Dardanelli, guidò un movimento di “riscossa nazionale” per protestare contro le dure condizioni imposte dai vincitori. Da questo scaturì anche un conflitto, combattuto contro la Grecia, alla quale a Sèvres erano stati assegnati alcuni territori dell’Anatolia. Questo conflitto si concluse, tra massacri e tragici esodi di massa, con la vittoria dei turchi che, nel 1923, recuperarono i territori rivendicati. In quello stesso anno Kemal, con un colpo di stato, depose il sultano e proclamò la repubblica guadagnandosi così definitivamente il titolo di “Atatürk” (“padre dei turchi”) in quanto fondatore della Turchia moderna. Uno stato moderno e fortemente nazionalista Atatürk avviò successivamente una vasta opera di modernizzazione, trasformando la Turchia in uno stato laico e vicino al modello occidentale. Il ruolo della religione islamica fu infatti fortemente ridimensionato, ad esempio con la proibizione per le donne di indossare il velo nei luoghi pubblici. Fu però una riforma condotta in


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modo autoritario con l’appoggio delle forze armate, che acquisirono così un grande potere all’interno del paese. Le masse al contrario rimasero fortemente legate alle proprie consuetudini religiose islamiche e mal sopportarono quella che considerarono un’imposizione dall’alto, estranea alle proprie tradizioni, effettuata solo per compiacere l’Occidente. Svanito l’Impero Ottomano, Atatürk puntò a dare alla Turchia post-imperiale una nuova identità basata su un certo estremismo nazionalista da tempo diffuso negli ambienti militari e che, tra l’altro, era stato all’origine del genocidio degli armeni, consumato durante il conflitto mondiale: una macchia nella storia turca le cui ripercussioni si fanno sentire ancora ai nostri giorni.

3 · Gli Stati Uniti dai “ruggenti anni Venti” alla grande crisi Gli Stati Uniti escono dalla guerra poco provati e vanno incontro a una grande crescita Tra tutti i paesi che avevano preso parte al conflitto mondiale gli Stati Uniti furono quelli che ne uscirono meno provati. Disponevano infatti di ingenti risorse economiche e finanziarie e il loro territorio era vasto e intatto, non essendo stato teatro di alcuna operazione militare. Avevano inoltre prestato grosse somme di denaro ai loro alleati, così che adesso si trovavano nella fortunata posizione di creditori. Al termine della guerra il paese andò incontro a uno sviluppo economico senza precedenti. Grazie all’introduzione della catena di montaggio inventata da Henry Ford, la produzione industriale aumentò notevolmente, i prezzi si abbassarono e un numero sempre maggiore di persone poté permettersi di acquistare prodotti che prima erano riservati a pochi. L’automobile ebbe una larga diffusione e sostituì presto il treno come mezzo di trasporto più usato. Ne conseguì anche un balzo in avanti per l’industria petrolifera, che divenne una delle più sviluppate del paese. Il rovescio della medaglia del boom economico Non mancavano però i lati negativi. Innanzitutto l’agricoltura, che si basava moltissimo sull’esportazione, non fu certo favorita dalle cattive condizioni dell’Europa. In secondo luogo le grandi città avevano periferie spesso degradate con una diffusa miseria sociale, soprattutto delle popolazioni di colore, che negli stati del sud erano ancora vittime di politiche segregazioniste. Infine, nelle metropoli come New York e Chicago era attiva la grande criminalità

Perché dopo la guerra gli Stati Uniti conobbero una grande crescita? Perché aumentò la produzione industriale?

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Proibizionismo Divieto assoluto per legge di produrre, importare e distribuire negli Stati Uniti alcol e alcolici. Questo provvedimento, in vigore dal 1919 al 1933, provocò per contraccolpo un grande contrabbando e il commercio clandestino di liquori su cui prosperò la grande criminalità organizzata. Titoli o azioni Quote di capitale e quindi di proprietà di una società, offerte in vendita al pubblico su un mercato detto Borsa Valori, che in Italia ha sede a Milano. Chi le acquista ha diritto a partecipare alla divisione dei guadagni della società che le ha emesse in percentuali corrispondenti alla quantità di azioni possedute (dividendi). Se l’azienda fa buoni affari, le sue azioni inoltre vengono ricercate da molti e quindi il loro prezzo aumenta. Rivendendole, chi le ha comprate può allora trarne un guadagno ulteriore. Le contrattazioni in Borsa avvengono oggi per lo più per via telematica. Le Borse di tutto il mondo sono collegate tra loro e costituiscono ormai di fatto un unico mercato.

Perché ci fu il crollo della Borsa di Wall Street?

organizzata (i cosiddetti gangster ritratti in tanti film di successo), di origine per lo più irlandese e poi soprattutto italiana, che traeva sostentamento dal commercio illegale di alcolici reso possibile dal proibizionismo. Ciononostante, è innegabile che gli Stati Uniti stessero andando incontro ad uno dei periodi più felici della loro storia, un’era di prosperità che sembrava non dovesse avere mai fine.

Il “giovedì nero” di Wall Street: crollano i sogni di milioni di americani Questo generale clima di ottimismo si era riflesso sugli investimenti: i titoli di borsa erano saliti di valore e la stessa cosa era accaduta per i terreni, che venivano comprati e rivenduti a prezzi sempre più alti. Un numero ingente di cittadini, anche privi di esperienza in campo finanziario, si era buttato in questo genere di affari, nella convinzione che ormai arricchirsi fosse una cosa semplice e alla portata di tutti. Il brusco risveglio era però dietro l’angolo: da qualche tempo l’economia americana aveva dato segni di flessione, le vendite cominciavano a ristagnare mentre il valore delle azioni continuava ad aumentare. Improvvisamente, giovedì 24 ottobre 1929 (una data che in seguito sarebbe stata ricordata come “il giovedì nero”), i titoli della borsa di Wall Street, a New York, crollarono di colpo. Nei giorni successivi si verificarono ulteriori cali, anche perché i risparmiatori, presi dal panico, cercavano disperatamente di vendere le proprie azioni per il timore di finire sul lastrico. Nel giro di poche settimane privati cittadini, imprese e banche persero tutti i loro risparmi e andarono incontro al fallimento. Per gli Stati Uniti si trattava di una crisi economica senza precedenti: molti risparmiatori, sconvolti dall’accaduto, si tolsero la vita, mentre le città si riempirono di mendicanti che solo pochi giorni prima erano stati normali lavoratori. A New York, epicentro della crisi, la zona di Central Park si popolò di baracche di fortuna, costruite da coloro che avevano perduto la propria abitazione. Una crisi dalle dimensioni mondiali La crisi attraversata dagli Stati Uniti ebbe ripercussioni immediate in tutto il mondo. Per prima ne fu colpita l’America Latina, la cui agricoltura si basava sulle monocolture destinate all’esportazione. Crollando i prezzi di tali prodotti, i contadini furono rapidamente ridotti alla fame. Successivamente la crisi raggiunse anche l’Europa: negli anni del dopoguerra, infatti, molte imprese americane avevano effettuato qui degli investimenti cospicui. Col sopraggiungere della crisi, esse si ritrovarono a dover ritirare i loro capitali, col conseguente fallimento delle aziende e la massiccia disoccupazione degli operai.


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Ma la grande crisi ebbe anche altre conseguenze non solo sul piano più strettamente economico: il sistema del libero mercato, per cui lo stato non interveniva nella gestione dell’economia ma lasciava che fosse la concorrenza tra i vari produttori a dettare le regole, ne uscì fortemente screditato. Molta gente cominciò a chiedersi se non ci fossero altri sistemi più efficaci per governare l’economia e anche il modello democratico della società americana cominciò ad essere malvisto, dato che aveva reso possibile un collasso del genere. Fu questa una delle ragioni per cui, soprattutto negli anni Trenta, sistemi dittatoriali come fascismo, nazismo e comunismo esercitarono un certo fascino anche al di fuori dei loro paesi d’origine, poiché sembrava potessero davvero fornire delle alternative credibili a quanto stava accadendo.

Roosevelt e il New Deal Nel 1932 divenne presidente il democratico Franklin Delano Roosevelt che, per fronteggiare la crisi, lanciò l’idea di un “nuovo corso” (New Deal) nella politica economica. Si trattava di abbandonare in parte il liberalismo esasperato che aveva sempre contraddistinto gli Stati Uniti, per affidare allo stato un certo grado di controllo sull’economia. A tale scopo si realizzarono grandi opere pubbliche, grazie alle quali numerose persone poterono trovare un impiego, e si approvarono leggi che tutelavano maggiormente le condizioni dei lavoratori.

Traffico a Griswold Street, nel centro di Detroit (Stati Uniti), nel 1920 L’era dell’automobile è solo agli inizi, ma nel centro della città il traffico di auto è già fitto.

Perché il sistema del libero mercato uscì screditato dalla crisi? Perché la crisi ebbe ripercussioni su tutta l’economia mondiale?

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Grazie a questa nuova politica la situazione degli Stati Uniti (e di riflesso anche quella dell’Europa) cominciò lentamente a migliorare. In pochi anni gli USA uscirono dalla crisi cominciando a subentrare all’Europa nel ruolo di motore principale dell’economia del pianeta. La Seconda guerra mondiale, grazie anche al notevole incremento della produzione bellica, fornirà l’occasione per la definitiva affermazione dell’economia americana nel mondo.

4 · La nascita di una società di massa

Perché migliorò il tenore di vita delle famiglie?

Una società più ricca e maggiormente industrializzata… Il cambiamento della società iniziato con la Belle Époque continuò, dopo la fase della ricostruzione, anche nel dopoguerra: nei vari paesi il settore industriale ritornò gradualmente a crescere, mentre l’attività agricola entrò in crisi perché sempre meno persone erano disposte a lavorare nei campi. Cresceva anche il settore terziario, con lo sviluppo di tutta una serie di professioni (ingegnere, elettricista, impiegato statale, centralinista) prima poco praticate. Questi lavoratori costituivano il cosiddetto “ceto medio”, la cui grande crescita attenuò quella divisione netta tra “proletariato” e “borghesia” che era alla base delle teorie di Marx. L’aumento dei salari e la conseguente crescita della capacità di acquisto migliorarono il tenore di vita delle famiglie; anche l’aspettativa media di vita, grazie alle conquiste della medicina, iniziò ad allungarsi. … ma anche più massificata: l’individuo conta sempre meno Dall’altra parte, però, la società divenne sempre più “di massa”, nel senso che le persone, anche dei ceti medi e popolari, tendevano ad assumere le stesse abitudini nel comportamento, negli acquisti, nell’uso del tempo libero. La produzione economica era aumentata, ma di ogni prodotto di consumo esistevano sul mercato pochi modelli: non vi era quindi reale possibilità di scelta ed erano i consumatori a doversi adattare a ciò che veniva offerto. Col passare del tempo ogni bisogno (dall’istruzione alla sanità, ai beni di consumo) finiva per essere soddisfatto in maniera uniforme dallo stato, dalle grandi organizzazioni, dai grandi gruppi industriali e dalle catene commerciali. Tutti i cittadini finivano per consumare gli stessi beni e utilizzare gli stessi servizi. Le fabbriche inoltre, con l’avvento della catena di montaggio, avevano ridotto gli operai a ingranaggi di una sola, immensa macchina e la stessa cosa accadeva nelle città, sempre più popolate e piene di grandi edifici nei quali le persone vivevano a stretto contatto ma in totale estraneità.


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Questo fenomeno si era verificato in termini drammatici anche durante la Prima guerra mondiale. In essa i soldati erano stati trattati come delle pedine senza valore dai loro comandanti, ai quali dovevano solo obbedire, anche quando gli ordini mettevano a grave rischio la loro vita. La guerra di trincea non aveva concesso loro nessuno spazio né valorizzato le loro capacità individuali; al contrario spesso erano stati considerati alla stregua di numeri da usare in azioni militari disperate i cui esiti inevitabili erano stragi e massacri. Una volta tornati a casa, i reduci faticarono a riprendere una vita normale e vedremo nei prossimi capitoli come i regimi dittatoriali sapranno approfittare di questa situazione.

Il successo dei grandi partiti di massa In questa situazione l’adesione a partiti e organizzazioni politiche sempre più grandi, caratterizzati da programmi semplici e da parole d’ordine di grande effetto emotivo, ripetute spesso sotto forma di slogan in manifestazioni di piazza molto partecipate, sembrò a tanti un modo per sentirsi più sicuri e protetti, uscire dall’anonimato e diventare protagonisti della vita sociale. In tal modo si spiega in buona parte la grande crescita di questi nuovi partiti, anche quando al loro interno avevano una struttura accentratrice e autoritaria e le decisioni erano prese solo da grandi leader carismatici.

Perché i consumi delle persone si uniformarono?

Perché l’avvento della società di massa favorì lo sviluppo di grandi organizzazioni politiche?

Ultime fasi del montaggio a catena di auto in uno stabilimento della Ford Detroit (Stati Uniti), 1913 Il blocco dei sedili viene fatto scivolare sui veicoli sui quali verrà poi fissato.

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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

NON TUTTI SANNO CHE…

Il milite ignoto Il ricordo dei caduti della guerra Dopo la Prima guerra mondiale, le varie nazioni che vi avevano combattuto onorarono la memoria dei loro caduti. Nelle città sorsero vari monumenti, di diversa fattura, mentre per custodire le salme delle vittime vennero costruiti appositamente dei cimiteri di guerra, in cui potesse rimanere per sempre vivo il ricordo di chi aveva dato la propria vita per la difesa della patria. In moltissimi casi però, la crudezza dei combattimenti e la grande forza devastatrice delle armi impiegate rendevano impossibile identificare i resti dei soldati uccisi. Si diffuse così, anche a conforto delle famiglie impossibilitate a riconoscere le salme dei loro cari, la pratica di onorare il “milite ignoto”: si trattava dei resti di un soldato sconosciuto, sepolti con solennità all’interno di un monumento dal grande valore simbolico e onorati come simbolo di tutte le vittime della guerra. In Gran Bretagna il milite ignoto venne sepolto nella grande abbazia di Westminster; negli Stati Uniti a Washington, nel cimitero nazionale di Arlington; in Francia sotto l’Arco di trionfo di Parigi. Tutti luoghi, come si vede, di grande significato storico e simbolico per le loro nazioni. Il milite ignoto italiano In Italia il sepolcro del milite ignoto venne posto al centro del Vittoriano, il monumentale edificio che sorge in Piazza Venezia a Roma dove era stato costruito nel 1911 per celebrare l’unificazione nazionale. Fu una madre di Gradisca d’Isonzo (Gorizia), che aveva perso il figlio in guerra e il cui cadavere non era mai stato ritrovato, ad essere chiamata a scegliere fra undici salme sconosciute, radunate nella basilica di Aquileia, quale dovesse essere quella da onorare come milite ignoto. Le salme erano state scelte tra quelle non identificate ritrovate in undici località dove si era combattuto più aspramente durante il conflitto. Da Aquileia, la salma prescelta fu poi trasferita con un treno speciale a Roma, tra due ali di folla che la accoglievano ad ogni stazione di transito: spesso si trattava di persone che avevano perso i loro cari in guerra e che si inginocchiavano piangendo e pregando al suo passaggio. Molti gettavano fiori sul convo-

glio. Arrivato a Roma il 2 novembre, festività dei defunti, il milite ignoto fu accolto dal re e da tutte le autorità e successivamente, dopo le celebrazioni religiose, traslato al Vittoriano dove ancor oggi la sua tomba è vegliata giorno e notte da due militari appartenenti ai vari corpi dell’esercito. In molte città e villaggi italiani si diffuse anche la consuetudine di creare parchi, vie o piazze (detti “delle rimembranze”) nei quali venivano posti alberi in ricordo dei concittadini caduti, dei quali si voleva onorare la memoria. L’Altare della Patria con la tomba del milite ignoto sovrastata dalla Dea Roma Un doveroso omaggio ai caduti in guerra espresso tuttavia in forme neopagane, tipiche dell’Italia ufficiale di quell’epoca. La tomba è oggi vuota poiché in seguito i resti dell’ignoto caduto vennero traslati in un apposito sacello all’interno dell’edificio.


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PARTIAMO DALLE F0NTI

I 14 punti di Wilson Qui di seguito riportiamo in sintesi i 14 punti redatti dal presidente degli Stati Uniti Wilson, e da lui proposti come la base su cui realizzare una pace giusta e duratura tra le nazioni del mondo. Leggi attentamente il documento su cui poi potrai svolgere un esercizio che troverai a pagina 141. «Il mondo deve essere reso sicuro per ogni nazione pacifica che, come la nostra, desidera vivere la propria vita, stabilire liberamente le sue istituzioni, essere assicurata della giustizia e della correttezza da parte degli altri popoli del mondo, come pure essere assicurata contro la forza e le aggressioni egoistiche. Perciò il programma della pace del mondo è il nostro stesso programma; e questo programma, il solo possibile secondo noi, è il seguente. Pubblici trattati di pace, conclusi apertamente, dopo i quali non vi saranno più accordi internazionali privati di qualsivoglia natura, ma la diplomazia procederà sempre francamente e pubblicamente. Libertà assoluta di navigazione sui mari, al di fuori delle acque territoriali, sia in tempo di pace, sia in tempo di guerra. Soppressione, nei limiti del possibile, di tutte le barriere economiche e realizzazione di condizioni commerciali uguali per tutte le nazioni che consentono alla pace e si accordano per mantenerla. Garanzie sufficienti che gli armamenti nazionali saranno ridotti all’estremo limite compatibile con la sicurezza interna del paese. Composizione libera, in uno spirito largo e assolutamente imparziale, di tutte le rivendicazioni coloniali, fondata sul rigoroso rispetto degli interessi delle popolazioni interessate. Ritiro delle forze straniere da tutti i territori russi e regolamento di tutte le questioni concernenti la Russia, per assicurarle una sincera accoglienza nella Società delle Nazioni libere sotto un governo che essa stessa avrà scelto. Il mondo intero sarà d’accordo che le forze straniere devono ritirarsi dal Belgio e che il paese deve venire ripristinato, senza alcun tentativo di limitare la sovranità di cui fruisce alla stregua delle altre nazioni libere.

Tutto il territorio francese dovrà essere liberato, e le parti invase dovranno essere interamente ricostruite. Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere effettuata secondo le linee di nazionalità chiaramente riconoscibili. Ai popoli dell’Austria-Ungheria, di cui desideriamo salvaguardare il posto fra le nazioni, dovrà essere data al più presto la possibilità di uno sviluppo autonomo. La Romania, la Serbia, il Montenegro dovranno essere liberate dalle forze straniere che le presidiano: saranno a essi restituiti quei loro territori che sono stati occupati. Alle parti turche del presente Impero Ottomano saranno assicurate pienamente la sovranità e la sicurezza, ma le altre nazionalità che vivono attualmente sotto il regime di questo Impero devono, d’altra parte, godere una sicurezza certa di esistenza e potersi sviluppare senza ostacoli; l’autonomia deve essere loro data. Uno stato polacco indipendente dovrà essere costituito, comprendente i territori abitati da nazioni incontestabilmente polacche, alle quali si dovrebbe assicurare un libero accesso al mare. Una Società generale delle Nazioni Unite dovrebbe essere formata in virtù di convenzioni formali aventi per oggetto di fornire garanzie reciproche di indipendenza politica e territoriale ai piccoli come ai grandi stati». Adatt.


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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

NON TUTTI SANNO CHE…

La Turchia e il genocidio degli armeni Uno degli avvenimenti più tragici del XX secolo Il genocidio del popolo armeno perpetrato dal governo turco tra il 1914 e il 1916, in pieno conflitto mondiale, è stato sicuramente uno degli avvenimenti più tragici del XX secolo, e purtroppo il primo di una serie per cui il Novecento sarebbe stato tristemente conosciuto. Gli armeni erano una delle tante minoranze etniche che vivevano all’interno dell’Impero Ottomano, stanziati in particolare tra il Caucaso e l’Ana-

tolia. Nei secoli precedenti, la loro convivenza con i turchi non era stata problematica e non aveva rappresentato un problema nemmeno il fatto che professassero la religione cristiano-ortodossa; infatti, il sultano era generalmente molto tollerante con le convinzioni religiose dei propri sudditi non musulmani. Le cose cominciarono a cambiare quando, sul finire del XIX secolo, la crisi dell’Impero si aggravò e le varie potenze europee cercarono di approfittarne, allo scopo di entrare in possesso dei suoi


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territori mediorientali. In particolare la Russia, da sempre desiderosa di mettere le mani sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, e per questo motivo protettrice dei popoli cristiano-ortodossi che vivevano in quelle zone, cominciò a sostenere le aspirazioni degli armeni all’indipendenza. La reazione ottomana non si fece attendere: tra il 1894 e il 1896 fu avviata. con l’aiuto delle popolazioni curde che vivevano nella zona e da sempre nemiche degli armeni, una violenta persecuzione che provocò circa cinquantamila vittime. Famiglia armena deportata in marcia attraverso l’Anatolia lungo la “via della morte”. Monti del Tauro, 1915-1916

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La situazione peggiorò con l’avvento dei Giovani Turchi Nel 1908, con il colpo di stato dei Giovani Turchi, la situazione peggiorò: questo partito era infatti fortemente nazionalista e il suo sogno era quello di trasformare l’Impero Ottomano in uno stato in cui fosse l’etnia turca a dominare incontrastata. Allo scoppio della guerra, gli armeni si arruolarono regolarmente nell’esercito turco (molti di essi ricoprivano anche ruoli importanti). Tuttavia rimaneva diffusa nei turchi la paura che essi potessero venire utilizzati dai russi come spie e collaboratori per i loro piani di conquista (cosa che effettivamente in alcuni casi avvenne). L’esasperato nazionalismo e il cattivo andamento delle operazioni militari per l’esercito turco fecero il resto. Nel 1915 gli Ottomani giunsero a deciderne il genocidio: cacciati dalle loro terre e dalle loro case, oltre un milione e mezzo di armeni vennero spinti a marce forzate attraverso i deserti dell’interno dell’Anatolia verso la Siria. Al deliberato scopo di sterminarli, la marcia avveniva in condizioni disumane tra vessazioni e violenze da parte dei soldati turchi che scortavano i deportati nonché delle bande curde che impunemente li depredavano. Chi resisteva veniva di solito ucciso sul posto. Pochissimi raggiunsero la Siria settentrionale, meta designata della deportazione. Secondo le stime più attendibili i morti alla fine furono almeno un milione e trecentomila. Una vicenda viva ancora oggi La vicenda non è purtroppo chiusa, poiché tuttora il governo turco, che avverte ancora l’umiliazione della sconfitta e dello smembramento del proprio territorio, si rifiuta di ammettere che questi fatti siano avvenuti veramente, e ha addirittura varato delle leggi che prevedono il carcere per i suoi cittadini che ne parlino pubblicamente (è accaduto in passato allo storico Taner Akçam e allo scrittore Orhan Pahmuk). Questo non volere fare i conti con il proprio passato è molto grave e sta complicando notevolmente i rapporti tra la Turchia e i paesi dell’Unione Europea. Questa triste vicenda è narrata anche in un toccante romanzo, La masseria delle allodole, che Antonia Arslan, scrittrice italiana di origine armena, ha scritto ispirandosi alla storia della propria famiglia.


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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

METTIAMO A FUOCO

Il “fordismo” La “catena di montaggio” Henry Ford, un imprenditore originario del Michigan, fondò nel 1903 la casa automobilistica che porta il suo nome e che è ancora una delle realtà più importanti di questo settore industriale. Egli è famoso soprattutto per l’invenzione della “catena di montaggio”: si tratta di un sistema per cui il procedimento necessario a fabbricare un’automobile veniva scomposto in tante piccole operazioni, ciascuna affidata a un singolo operaio. In questo modo, ogni operaio ripeteva sempre, per tutto il giorno, la stessa operazione e l’intero processo era frutto di un’unica, ininterrotta catena di lavoro. Ne conseguì un indubbio incremento della produzione, poiché ora tutte le operazioni risultavano molto più velocizzate, ma emerse un aspetto negativo: agli operai non occorreva più una grande specializzazione, dato che i lavori da compiere erano molto semplici; inoltre, essi svolgevano un lavoro ripetitivo e meccanico che non dava spazio alla creatività e anzi, al contrario, finiva per generare disinteresse e frequenti cali di attenzione, che spesso potevano provocare incidenti. Il risultato fu che molti operai preferirono addirittura licenziarsi per andare in cerca di occupazioni maggiormente gratificanti.

Un generale aumento del benessere Resosi conto del rischio che correva, Ford corse ai ripari aumentando i salari degli operai. Fu una mossa intelligente perché in questo modo il potere d’acquisto dei lavoratori aumentò e ne trasse un beneficio l’intera economia americana, oltre che naturalmente lo stesso Ford: ora infatti i suoi operai erano in grado di acquistare le automobili che costruivano! E, d’altro canto, se l’auto non fosse divenuta un bene di largo consumo accessibile a tutti l’intera industria automobilistica sarebbe andata incontro a una grave crisi. Per questo motivo, il termine “fordismo” è venuto a indicare non solo la diversa organizzazione della produzione e della vita di fabbrica, ma anche un generale mutamento nella società, caratterizzato da un benessere più diffuso e dal conseguente aumento della capacità di acquisto di beni di consumo di massa. Charlot, personaggio interpretato dal celebre attore-regista angloamericano Charlie Chaplin, prigioniero degli ingranaggi in Tempi moderni (1936) Il film esprime in termini ironici una denuncia degli aspetti disumanizzanti della produzione col metodo della catena di montaggio. In questa scena, dal forte valore simbolico, si mostra come l’uomo sia ormai identificabile come un ingranaggio all’interno della catena di produzione.


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LEGGIAMO IL CINEMA

James Braddock, un campione di boxe nell’America della grande depressione Un grande pugile James Braddock, nato nel New Jersey nel 1905 e morto nel 1974, è senza dubbio uno dei più conosciuti pugili degli Stati Uniti, noto per aver conquistato il titolo mondiale dei pesi massimi nel 1935, in uno storico incontro al Madison Square Garden di New York. La vicenda di Braddock è molto singolare e, per come si intreccia alle vicende dell’America della crisi economica del 1929, va molto al di là dello sport. Figlio di immigrati irlandesi, e cresciuto nel sobborgo newyorchese di Hell’s Kitchen, all’epoca uno dei più poveri, Braddock aveva manifestato fin da bambino l’attitudine per il pugilato. Nel 1921, a soli sedici anni, divenne così un pugile professionista. Ebbe un inizio di carriera particolarmente fortunato, costellato da una serie incessante di vittorie tanto che nel 1928 si guadagnò il diritto di combattere per il titolo dei pesi massimi. Purtroppo per lui, l’incontro si risolse in una sconfitta e negli anni successivi, complici anche una serie di fratture alla mano destra, andò incontro a un declino apparentemente inesorabile. Colpito dalla crisi economica Il crollo dell’economia statunitense lo colpì assieme ad altri milioni di americani e fu così costretto a smettere di combattere per farsi assumere come scaricatore al porto, allo scopo di poter mantenere la moglie e i tre figli. Mancando il lavoro, e versando in una condizione di miseria sempre più nera, Braddock pensò che avrebbe potuto sfruttare i suoi passati trascorsi da pugile e tornare a disputare incontri, nella speranza di poter incrementare i suoi guadagni. Dopo aver convinto i vari manager e organizzatori della città, che non se la sentivano di scommettere su quello che consideravano un atleta finito, egli combatté e vinse i primi incontri nel 1934. Braddock, tra lo stupore generale, continuava a passare di vittoria in vittoria, e l’anno successivo arrivò così a gareggiare nuovamente per il titolo dei pesi massimi. Al Madison Square Garden, egli

ebbe sorprendentemente ragione di John Griffin, un pugile molto più giovane e quotato.

Un segno di speranza per molti americani La sua straordinaria vicenda sportiva fu seguita con entusiasmo e partecipazione da centinaia di migliaia di americani: in un periodo di così grande difficoltà e miseria, in cui moltissime persone erano state scaraventate dall’altare alla polvere nel giro di pochi giorni, James Braddock era la prova del fatto che, attraverso il sacrificio, la forza di volontà e il sostegno delle persone amate, era possibile superare ogni difficoltà. Dalla sua vita il regista Ron Howard ha tratto il film Cinderella Man (cioè “l’uomo Cenerentola”, il soprannome con cui il pugile divenne noto, poiché aveva raggiunto il successo partendo da condizioni di estrema povertà), uscito nel 2005 e interpretato da Russel Crowe e Reneé Zellweger.

Il pugile James Braddock


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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

METTIAMO A FUOCO

L’indipendenza irlandese Un popolo perennemente in lotta per la libertà Sin dal Medioevo l’Irlanda era stata assoggettata all’Inghilterra, ma gli irlandesi non avevano mai perso la speranza di riconquistare l’indipendenza e per questo, in passato, erano spesso scesi in lotta. Nel 1902 venne fondato il partito Sinn Fein, che divenne in breve tempo la prima formazione politica dell’isola. Nel 1918 tale partito arrivò a conquistare la maggior parte dei seggi destinati alla rappresentanza irlandese all’interno del parlamento britannico. Forti di questo risultato, i deputati si costituirono in Assemblea Nazionale e proclamarono l’indipendenza del loro paese senza chiedere il consenso di Londra. In seguito a questo fatto scoppiarono accesi scontri tra l’esercito britannico e un esercito repubblicano irlandese, costituito dagli indipendentisti e più noto come IRA (Irish Republican Army). Nel 1921 il primo ministro inglese David Lloyd George raggiunse un accordo con gli insorti, in base al quale all’Irlanda venne concessa una larghissima autonomia anche se non ancora la piena indipendenza. Restò però fuori da questo accordo il nord del paese, denominato Ulster, molto più industrializzato e abitato per la maggior parte da oriundi inglesi e scozzesi di religione protestante, che non volevano entrare a far parte di un paese in maggioranza cattolico. Dalla guerra civile al terrorismo Questa soluzione non incontrò però il favore di una parte dei nazionalisti, quelli più radicali, i quali avrebbero desiderato l’indipendenza completa dell’Irlanda. Iniziò così una fase di drammatica guerra civile, nella quale si fronteggiarono i moderati, che avevano formato il governo irlandese con sede a Dublino, e i membri più oltranzisti dell’IRA. Il conflitto terminò solamente nel 1923 con la sconfitta di questi ultimi, dopo aver provocato un numero di morti maggiore di quelli della guerra d’indipendenza. Nel 1932 poi divenne primo ministro Éamon de Valera che, tramite un’azione pacifica, riuscì sei anni dopo ad ottenere la piena indipendenza. Purtroppo questo non significò la fine dei problemi: negli anni successivi l’IRA sarebbe

Éamon de Valera, uno dei padri della repubblica d'Irlanda

divenuta una vera e propria organizzazione terroristica, che avrebbe organizzato attentati contro obiettivi inglesi, allo scopo di ottenere anche l’annessione dell’Ulster alla neonata repubblica irlandese. Questa campagna terroristica, che ebbe i suoi momenti più drammatici negli anni Settanta del secolo scorso, si è conclusa con accordi politici solo in anni recenti.


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Raccontiamo in breve

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versione audio on line e nell’app

1. La conferenza di pace di Parigi segnò l’affermazione della linea di Francia e Gran Bretagna, intenzionate a punire duramente la Germania e l’Impero Austro-Ungarico, ai quali venne imputata l’intera responsabilità del conflitto. L’Impero austriaco venne smembrato e la Germania perse territori importanti e fu costretta a pagare enormi debiti di guerra. Da questi smembramenti nacquero nuovi stati come la Jugoslavia, l’Ungheria e la Cecoslovacchia mentre altri, tra cui l’Italia, ottennero ampliamenti territoriali. 2. Su proposta del presidente americano Wilson venne creata la Società delle Nazioni col compito di ricomporre pacificamente, per il futuro, i conflitti tra gli stati aderenti. Questo organismo non risultò però efficace perché gli stessi Stati Uniti e i paesi sconfitti nella guerra non ne fecero parte. 3. Le vicende della guerra causarono sommovimenti politici in molti paesi europei: in alcuni di essi si instaurarono regimi autoritari mentre in altri presero piede o si affermarono partiti di ispirazione socialista. In Turchia, anch’essa smembrata al termine della guerra, si affermò un movimento nazionalista guidato da Mustafà Kemal detto Atatürk che nel 1923 proclamò la repubblica e diede avvio a un processo di modernizzazione del paese. 4. Gli Stati Uniti, usciti poco provati dalla guerra, conobbero uno sviluppo economico senza precedenti, che però risultò illusorio: il 24 ottobre 1929 il “crollo” della Borsa di New York segnò l’inizio di una drammatica crisi economica che gettò sul lastrico molti lavoratori e molte famiglie. Questa crisi ebbe ripercussioni in tutto il mondo e ad uscirne screditato fu soprattutto il sistema economico liberale, basato sulla libera iniziativa dei privati. Nel 1932 il nuovo presidente Franklin D. Roosevelt lanciò il progetto del “New Deal”, un nuovo corso della politica economica basato sull’intervento più diretto dello stato nella gestione dell’economia. Grazie a questo intervento vi furono i primi segnali di ripresa. 5. Il dopoguerra segnò anche un grande mutamento all’interno della società. Si venne a formare un nuovo “ceto medio” che godeva di un migliorato tenore di vita e la società divenne “di massa”, nel senso che le persone tendevano a uniformarsi sempre più nei comportamenti. Un grosso problema fu costituito dai reduci che, una volta tornati a casa, faticarono parecchio a tornare alla normalità e a reinserirsi nella società. In questa situazione si affermarono nuovi movimenti politici, caratterizzati da programmi semplici e ad effetto, che facevano molta presa sui cittadini in difficoltà e bisognosi di sentirsi sicuri e protetti.

la linea del tempo

4 novembre 1918 resa dell’Austria 11 novembre 1918 resa della Germania, finisce la Prima guerra mondiale 1919 conferenza di pace di Parigi 1929 crisi di Wall Street 1931 nasce il Commonwealth 1932 Roosevelt diventa presidente degli Stati Uniti, nasce il New Deal 1933 Hitler prende il potere in Germania


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Il primo dopoguerra in Europa e nel mondo

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Quali obiettivi si proponevano alla conferenza di Parigi Francia e Gran Bretagna? 2. Quali condizioni furono imposte alla Germania al termine della conferenza di Parigi? 3. Quali stati nacquero dallo smembramento dell’Impero Asburgico? Quali territori vennero assegnati all’Italia? 4. Quali principi vennero seguiti nel ridisegnare i confini degli stati? 5. Quali compiti avrebbe dovuto avere la Società delle Nazioni prevista da Wilson? 6. Quali errori furono commessi nella conferenza di pace di Parigi? 7. Chi era Jozef Pilsudski? 8. Chi era Léon Blum? 9. Chi era Kemal Atatürk? 10. In cosa consisteva il New Deal di Franklin Delano Roosevelt? 11. Quali fattori favorirono l’avvento della società di massa?

Esercizio 2 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. Le condizioni imposte alla Germania portarono il paese al collasso economico.

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F

L’Impero Asburgico venne smembrato mentre l’Impero Ottomano rimase forte e compatto.

V

F

Il Vicino Oriente venne affidato alla tutela di Gran Bretagna e Francia.

V

F

In molti paesi europei si affermarono regimi autoritari.

V

F

Atatürk avviò l’islamizzazione della Turchia.

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La politica del New Deal riuscì a creare molti posti di lavoro.

V

F

Esercizio 3 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Per il presidente americano Wilson la Prima guerra mondiale a. era stata l’occasione per affermare la superiorità degli Stati Uniti su tutti gli altri paesi del mondo. b. era stata l’occasione per creare un nuovo ordine mondiale, dove i rapporti tra le nazioni fossero fondati sulla democrazia e sul rispetto reciproco. c. era stata l’occasione per sconfiggere definitivamente le potenze imperialiste europee. Al termine della conferenza di Parigi la Germania a. perse tutte le colonie, venne privata della flotta, dovette restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia e dovette pagare un consistente debito di guerra. b. perse le colonie ma mantenne i territori dell’Alsazia e della Lorena. c. fu smembrata e divisa in tanti piccoli staterelli. Il principio di autodeterminazione non fu sempre seguito perché a. non era interesse delle grandi potenze vincitrici applicarlo. b. non era conveniente per le potenze vincitrici e nei territori dei dissolti Imperi centrali c’erano regioni in cui etnie diverse erano strettamente intrecciate. c. si preferì applicare il principio dei confini naturali.


CAPITOLO 5

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Gli Stati Uniti erano usciti meno provati dalla guerra perché a. avevano avuto meno vittime rispetto agli altri paesi. b. oltre ad aver avuto meno vittime, il loro territorio non era stato teatro di alcuna operazione militare e avevano prestato grosse somme di denaro ai loro alleati di cui ora erano creditori. c. avevano vinto la guerra e il presidente Wilson aveva attuato tutti i progetti contenuti nei 14 punti. Per libero mercato si intende un sistema economico in cui a. ogni azienda è controllata rigidamente dallo stato. b. le aziende possono farsi liberamente concorrenza e assumere e licenziare i lavoratori a loro piacimento. c. lo stato non interviene nella gestione dell’economia, ma lascia che sia la concorrenza tra le varie aziende a dettare le regole e i prezzi del mercato. Per società di massa si intende a. una società in cui le persone tendevano ad assumere le stesse abitudini, a comprare le stesse cose, a passare nello stesso modo il tempo libero, perdendo così la loro individualità. b. una società dove si sviluppa l’industria e gli operai non hanno diritti e libertà. c. una società dove prevale l’attività terziaria e si diffondono i grandi partiti. Esercizio 4 · Metti a confronto il testo dei 14 punti di Wilson esposti nell’approfondimento riportato in questo capitolo con il testo dell’intervento di Benedetto XV contro la guerra riportato nel capitolo precedente. Redigi poi un breve testo nel quale scrivi i risultati del confronto indicando in particolare eventuali punti di convergenza. Esercizio 5 · Fai una ricerca personale sulla Borsa (puoi prendere a riferimento quella italiana che si trova a Milano). Indica in particolare che cos’è, che attività vi si svolge, che cosa sono i “titoli” che vengono contrattati. Prova poi a trasformarti in un piccolo “investitore” e immagina di acquistare due titoli in borsa. Segui poi, attraverso le pagine economiche di un quotidiano o attraverso internet, l’andamento del valore di questi titoli nei giorni successivi e verifica se il tuo investimento è stato vantaggioso o meno, compilando la tabella sotto riportata. Rispondi poi alle domande finali. Nome del titolo acquistato

Valore all’acquisto

Valore al secondo giorno

Valore al terzo giorno

Valore dopo una settimana

1. Qual era il valore dei tuoi titoli al momento dell’acquisto? E quale valore avevano dopo una settimana? 2. Il tuo investimento è stato vantaggioso oppure no? 3. Se avessi acquistato una quantità di 1.000 azioni per ciascuno dei due titoli, quanto avresti guadagnato o perso complessivamente dopo una settimana?

Bilancio finale guadagno o perdita


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CAPITOLO 6

Capitolo 6

materiale integrativo on line e nell’app

La rivoluzione russa Il comunismo alla prova della storia La rivoluzione scoppiata in Russia nel 1917 rappresentò indubbiamente uno degli avvenimenti più importanti del XX secolo. A quasi settant’anni dalla sua originaria formulazione, per la prima volta il comunismo teorizzato da Karl Marx venne messo alla prova della storia. Bisogna però fare un’importante considerazione: il filosofo tedesco aveva sostenuto che il proletariato avrebbe potuto prendere il potere solo all’interno di un paese fortemente industrializzato, in cui il capitalismo avesse raggiunto il massimo livello di sviluppo. Al contrario il Marxismo ebbe successo in Russia, un paese prevalentemente agricolo, nel quale le industrie erano poche e perciò pochi erano anche gli operai, ossia quei lavoratori che avrebbero dovuto essere il vero motore della rivoluzione. Che cosa rese dunque possibile, mancando le condizioni preconizzate da Marx, il successo della rivoluzione? Come vedremo nel corso del capitolo, tale successo dipese in gran parte dall’abile regia di Lenin, il capo bolscevico, che seppe impadronirsi del potere con la forza, sfruttando la situazione caotica provocata dalla guerra e dalla precedente rivoluzione di febbraio. Conquistato il potere, il leader comunista riformò lo stato secondo il modello delineato da Marx, statalizzando le industrie e collettivizzando tutte le terre coltivabili. Nonostante questo, la società ideale che Marx aveva immaginato non si realizzò. Le condizioni di vita degli abitanti della Russia peggiorarono notevolmente e il comunismo dimostrò ben presto di essere un regime ancor più tirannico e repressivo di quello zarista che aveva abbattuto.

Vladimir I. Lenin arringa il popolo alla rivoluzione Dal catalogo del padiglione sovietico alla Mostra internazionale della Stampa che ebbe luogo a Colonia (Germania) nel 1928

brano audio on line e nell’app

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1 · La Russia zarista prima della rivoluzione

Perché all’inizio del secolo la Russia era ancora un paese arretrato?

Un paese autocratico e ancora molto arretrato La Russia di inizio secolo era ancora un paese fortemente arretrato. L’abolizione della servitù della gleba nel 1861 aveva portato ben pochi progressi nell’agricoltura; negli ultimi decenni dell’Ottocento gli investimenti stranieri avevano permesso una certa crescita dell’industria ma non abbastanza da cambiare il volto del paese. Una importante conquista era stata la costruzione della ferrovia Transiberiana, che collegava Mosca con le principali città della Russia asiatica. Ciononostante, le comunicazioni rimanevano difficoltose e le zone più remote del paese erano ancora piuttosto isolate e difficili da raggiungere. Dal punto di vista politico, poco era mutato: la famiglia Romanov regnava ormai da trecento anni secondo un rigido modello autocratico e non aveva nessuna intenzione di concedere le riforme già da tempo concesse dai sovrani dell’Europa occidentale.

Perché i ceti borghesi e aristocratici erano insoddisfatti?

Un diffuso malcontento nella popolazione Per tutte queste ragioni, il malcontento era grande dappertutto: nelle campagne si avvertiva la necessità di una riforma agraria che ridistribuisse la terra ai contadini, sottraendola ai grandi latifondisti che ne possedevano la maggior parte. Tra gli operai, sempre più numerosi soprattutto nei grandi centri urbani e che reclamavano senza successo il miglioramento delle loro condizioni di lavoro, si diffondevano ideologie rivoluzionarie come l’anarchia e, in primo luogo, il socialismo marxista. Anche i ceti borghesi e aristocratici erano insoddisfatti: ritenevano infatti che lo zar dovesse smettere di governare come un sovrano assoluto e che dovesse concedere riforme democratiche, un parlamento e una costituzione. Alla morte di Alessandro III sale sul trono suo figlio Nicola II Governando col pugno di ferro, lo zar Alessandro III, duro e autoritario, era tuttavia riuscito a tenere a freno i numerosi gruppi rivoluzionari che minavano la stabilità della monarchia. Nel 1894 egli però morì a soli quarantanove anni e sul trono imperiale gli successe suo figlio Nicola II, che era di tutt’altro carattere. Uomo debole e indeciso, per nulla dotato delle capacità di governo del padre, se gli fosse stato possibile avrebbe volentieri rinunciato alla corona di zar. Di lui si racconta che, da ragazzo, si annoiasse tremendamente durante le lezioni di storia e di politica che gli venivano impartite e che la caccia lo appassionasse molto di più della politica. Si può dunque immaginare che gli avvenimenti successivi avrebbero probabilmente preso una piega diversa se al suo posto ci fosse stato ancora Alessandro III.


CAPITOLO 6

Il nuovo sovrano è incapace di governare e tuttavia mantiene il modello autocratico Pur nella assoluta inettitudine per gli affari di stato, Nicola aveva un punto fermo: egli sarebbe stato un sovrano assoluto, esattamente come i suoi predecessori. Non avrebbe mai concesso alcuna riforma e avrebbe continuato a governare da autocrate su tutta la Russia. Le libertà di stampa e di parola rimasero dunque fortemente limitate, una rigidissima censura vigilava su tutti i testi stranieri che entravano nel paese e l’Ochrana, la temuta polizia segreta, operava in continuazione arresti ai danni dei numerosi oppositori politici. La situazione era però difficile da tenere sotto controllo, soprattutto per un sovrano debole come lui. Un grande fermento politico In Russia tutti i partiti e i movimenti politici erano illegali, eppure, all’inizio del XX secolo, essi erano molto numerosi e tutti fortemente intenzionati a cambiare la situazione. Il partito chiamato dei Cadetti, di impronta nazionalista e composto principalmente da elementi dell’alta borghesia, dell’aristocrazia e da ufficiali dell’esercito, mirava alla riforma della monarchia secondo i modelli occidentali, con l’istituzione di un parlamento e la concessione di una carta costituzionale. Altri partiti, assai meno democratici, si ispiravano invece al marxismo i cui testi si erano

La famiglia imperiale dei Romanov nel 1913 Seduti al centro la zarina Alessandra e lo zar Nicola II, contornati dalle figlie Maria, Anastasia e, in piedi, Olga e Tatiana. In primo piano il piccolo Alexei, erede al trono. Saranno tutti trucidati dai rivoluzionari nel 1918 ad Ekaterinburg dove erano stati deportati e reclusi.

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Perché i bolscevichi parlavano di rivoluzionari di professione?

diffusi in Russia nella seconda metà del XIX secolo, nonostante la censura zarista. Tra di essi quelli numericamente più consistenti erano gli anarchici e i socialisti rivoluzionari, che intendevano abbattere lo zarismo mediante attentati terroristici e altre azioni violente. Mentre i primi volevano la distruzione dello stato, ma senza disporre di un progetto politico alternativo ben definito, i secondi puntavano a realizzare la società comunista nella quale, dicevano, tutto il potere si sarebbe concentrato nelle mani dei contadini e degli operai. C’erano poi i socialdemocratici, una forza meno estremista, che però nel 1904 conobbe una grossa spaccatura al suo interno: da una parte si formò una corrente rivelatasi minoritaria (i menscevichi) secondo la quale i tempi erano maturi per una grande rivoluzione popolare, guidata dagli operai, e dall’altra una fazione maggioritaria (i bolscevichi), capeggiata da Lenin, secondo cui invece il popolo non era pronto per la rivoluzione e pertanto questa avrebbe dovuto essere opera di un piccolo gruppo di “rivoluzionari di professione”, che si sarebbero impadroniti del potere con la forza e l’avrebbero poi consegnato al popolo. Lenin, che aveva avuto un fratello anarchico condannato a morte qualche anno prima, si trovò presto costretto a riparare all’estero per sfuggire alla cattura. Ciononostante i bolscevichi (che più avanti prenderanno il nome di comunisti) svolgeranno un ruolo fondamentale negli avvenimenti rivoluzionari.

Perché la “domenica di sangue” fu un fatto molto negativo per lo zar?

La “domenica di sangue” e la rivoluzione del 1905 Nel 1905 la Russia dichiarò guerra al Giappone ma venne duramente sconfitta. La reazione sul piano interno fu immediata: a San Pietroburgo una folla di manifestanti si diresse verso il Palazzo d’Inverno, residenza ufficiale dello zar, per chiedere pane e riforme. Nicola II, spaventato da quanto stava avvenendo, ordinò alle guardie di aprire il fuoco sulla folla disarmata. In quella che venne definita “domenica di sangue” i morti furono centinaia. Da allora svanì completamente il mito dello zar “padre del popolo russo”, che per secoli era stato alla base del potere zarista. Con questo gesto Nicola II si alienò del tutto le simpatie della popolazione e la frattura col paese divenne sempre più profonda. Gli eventi del 1905 portarono ciononostante a un grande cambiamento: lo zar si fece infatti convincere dai suoi ministri a fare qualche concessione democratica. Venne istituito un parlamento (Duma) e concessa una certa libertà di stampa e di parola. Si trattava però di innovazioni molto inferiori alle attese, dato che i membri della Duma venivano eletti con suffragio censitario e Nicola si era riservato il diritto di sostituire coloro che non fossero di suo gradimento.


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2 · L’ingresso nella Prima guerra mondiale e la rivoluzione di febbraio La Russia entra nella Prima guerra mondiale Allo scoppio della Prima guerra mondiale, nel luglio 1914, la Russia intervenne schierandosi a fianco delle potenze dell’Intesa. Come avvenuto per il conflitto contro il Giappone, si trattò di una decisione avventata, che non tenne assolutamente conto delle difficoltà del paese. La struttura dell’esercito era fortemente arretrata perché basata ancora sulla cavalleria inadatta a fronteggiare le mitragliatrici. Le vie di comunicazione erano insufficienti a spostare un grande numero di truppe e i mezzi in dotazione erano piuttosto scarsi. Quando poi divenne evidente che non si sarebbe trattato di una guerra breve e che le operazioni si sarebbero protratte ancora a lungo, l’esercito zarista fu l’unico a non riuscire minimamente a riorganizzarsi, così che si trovò immediatamente in una condizione di svantaggio rispetto agli alleati. A ciò si aggiunga la scarsa abilità degli ufficiali, ancora legati alle strategie belliche del secolo precedente e incapaci di adattarsi alle caratteristiche della guerra di posizione. Accadeva perciò che in molti punti del loro schieramento le truppe russe non riuscissero nemmeno a trincerarsi, poiché gli ufficiali non avevano idea di come si dovessero scavare delle moderne trincee.

Perché la decisione di entrare in guerra fu avventata?

Fanti russi che sfilano in parata all’inizio della Prima guerra mondiale Library of Congress, Washington, DC

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Perché il malcontento della popolazione cresceva?

Le operazioni militari vanno male e cresce il malcontento tra la popolazione Di conseguenza, con le prime sconfitte subentrò lo scoraggiamento: i soldati si rifiutavano di combattere e disertavano a più riprese, mentre la propaganda orchestrata dai partiti rivoluzionari non faceva altro che peggiorare la situazione. Nelle città si andava di male in peggio: il cibo scarseggiava e con l’arrivo dell’inverno non c’era abbastanza carbone per scaldarsi. Il malcontento della popolazione, già notevole a seguito degli avvenimenti degli ultimi anni, crebbe sempre di più e la situazione divenne potenzialmente esplosiva. A San Pietroburgo scoppia la rivoluzione Il 23 febbraio del 1917 (data del calendario russo che corrisponde all’8 marzo di quello occidentale) la popolazione di San Pietroburgo scese in strada per chiedere pane. Gli operai lasciarono il lavoro e si unirono ai manifestanti. Come accaduto dodici anni prima, reparti dell’esercito vennero inviati a reprimere la rivolta, ma questa volta i soldati si rifiutarono di sparare e si unirono agli insorti. Nel giro di due giorni la situazione precipitò: la violenza della folla esplose incontrollata, le statue e gli altri simboli del potere zarista vennero distrutti, diversi edifici furono bruciati e saccheggiati, mentre i funzionari e qualsiasi persona sospettata di essere legata alla monarchia veniva uccisa. La rivoluzione di febbraio nacque spontanea, senza nessun preavviso, cogliendo di sorpresa tutti, compresi i socialisti rivoluzionari e i socialdemocratici entrambi convinti che le condizioni non fossero ancora mature per una presa di potere da parte del popolo. Nicola II abdica: la fine ingloriosa della dinastia Romanov Dopo un primo momento di smarrimento e sotto la pressione della folla inferocita (ben trentamila soldati avevano circondato la sede del parlamento), i membri della Duma si risolsero ad agire e costituirono un governo provvisorio. Contemporaneamente, i vari partiti socialisti formarono il Soviet: si trattava di un organismo composto da rappresentanti di operai, contadini e soldati, eletti democraticamente nelle varie zone della città, che avrebbe avuto il compito di portare avanti le rivendicazioni dei socialisti e di preparare la Russia per la rivoluzione. Di fronte all’impossibilità di gestire la situazione e in seguito alle forti pressioni della Duma, Nicola II, che in quel momento si trovava al fronte, lontano da San Pietroburgo, decise di abdicare in favore del fratello, il granduca Michele, primo nella linea di successione. Questi però, temendo per la sua incolumità fisica, rifiutò la corona. A questo punto il potere passò alla Duma. L’atto ufficiale dell’abdicazione, che poneva di fatto fine ai trecento anni di potere


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della dinastia Romanov, venne scritto in fretta e furia sul foglio di un quaderno e firmato da Nicola II alle sei di sera del 2 marzo 1917. Finiva così, in maniera ingloriosa e anche poco solenne, la monarchia zarista in Russia: subito esplose il grande entusiasmo della folla, poiché tutti erano convinti che la guerra sarebbe presto finita.

Il governo provvisorio decide di continuare la guerra In Russia convivevano ora due poteri distinti: da una parte il governo provvisorio composto da esponenti della Duma, quasi tutti appartenenti al partito dei Cadetti e guidato prima dal principe L’vov e successivamente dal socialrivoluzionario Aleksandr Kerenskij; dall’altro il Soviet di San Pietroburgo (altri ne stavano intanto nascendo nelle varie città del paese), formato dalle forze socialiste e di cui anche i bolscevichi facevano parte, sebbene in posizione di netta minoranza. Inesperti del potere, i membri del governo provvisorio, che erano su posizioni moderate, commisero due errori fatali: non vararono la riforma agraria e, piegandosi alle sollecitazioni di Francia e Gran Bretagna, decisero di non far uscire la Russia dalla guerra. Il popolo ne ricavò allora l’impressione che, nonostante la fine dello zarismo, tutto sarebbe andato avanti come prima. Di qui il crescere del malcontento nelle città mentre al fronte aumentavano le diserzioni e gli ammutinamenti.

Riunione dei deputati del Soviet dei lavoratori e dei soldati della città di Pietrogrado (San Pietroburgo) presso il Palazzo di Tauride Fotografia risalente al 1917, The Print Collector, Londra

Perché nella popolazione perdurava il malcontento dopo la rivoluzione di febbraio?

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Illustrazione ufficiale dell’assalto al Palazzo d’Inverno di Pietrogrado, inizio della rivoluzione d’ottobre

Perché Lenin sosteneva la necessità per i comunisti di prendere il potere?

3 · La rivoluzione d’ottobre Il ritorno di Lenin in Russia e la pubblicazione delle Tesi di aprile Il 3 aprile giunse in Russia Lenin che, con l’aiuto del governo tedesco, aveva potuto attraversare indisturbato la linea del fronte. La Germania aiutò il capo bolscevico a tornare in patria perché credeva che questo fatto avrebbe creato ancora più disordine nel paese, portandolo così a uscire dalla guerra. Lenin fu accolto in maniera piuttosto tiepida: aveva trascorso parecchi anni in esilio e c’erano giovani rivoluzionari che non sapevano neppure chi fosse! Nessuno poteva dunque immaginare quale scompiglio avrebbe provocato di lì a poco il suo rientro. Il capo bolscevico si affrettò a pubblicare un opuscolo, noto come Tesi di aprile, in cui sosteneva l’assoluta necessità per i comunisti di prendere il potere. Le sue posizioni lasciarono tutti sbigottiti: all’interno del Soviet si sosteneva infatti che la Russia non fosse assolutamente pronta per la dittatura del proletariato in quanto gli operai erano troppo pochi e ancora disorganizzati. L’opinione di Lenin era diversa: egli aveva osservato l’inettitudine e la debolezza del governo provvisorio ed era convinto che, con buona pace di Marx, il potere sarebbe andato in Russia al gruppo che si fosse mostrato più deciso a prenderselo! La rivoluzione d’ottobre: in realtà un colpo di stato I fatti diedero ragione a Lenin: nei mesi successivi i bolscevichi accrebbero il loro potere all’interno del Soviet di San Pietroburgo, mentre il governo provvisorio, che pur conosceva le loro idee estre-


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miste, non faceva nulla per ostacolarli. Lenin e i suoi seguaci si assicurarono la fedeltà di una parte dei soldati stanziati all’interno della capitale e prepararono un piano di insurrezione armata. Il 25 ottobre a San Pietroburgo era in programma il congresso dei Soviet di tutta la Russia. La sera precedente tutto era pronto per l’azione: i bolscevichi presero possesso delle centrali telefoniche, delle stazioni ferroviarie e dei principali luoghi strategici della città. Il Palazzo d’Inverno venne circondato e nel giro di sei ore tutto era finito. I membri del governo provvisorio furono arrestati e il potere passò di fatto nelle mani dei bolscevichi. La mattina successiva, quando si aprì la riunione, venne dato l’annuncio della presa di potere. I menscevichi protestarono, ma la maggioranza dei delegati del Soviet approvarono quanto era accaduto, anche perché Lenin si mostrò intenzionato a condividere il potere con gli altri partiti socialisti. Quella che passò alla storia come “rivoluzione d’ottobre”, altro non era stata che un’insurrezione armata guidata da un piccolo nucleo di uomini. I danni erano stati pochissimi, i colpi sparati ancora meno, e la maggior parte della popolazione aveva continuato indisturbata le proprie attività, quasi senza accorgersi dell’accaduto.

Perché la rivoluzione d’ottobre fu in realtà un colpo di stato?

Le elezioni dell’Assemblea Costituente A dicembre si tennero a suffragio universale le elezioni per l’Assemblea Costituente, già decise a febbraio dal governo provvisorio e confermate da Lenin che non intendeva perdere l’appoggio della popolazione. Le elezioni vennero vinte dai socialdemocratici, con il 62 per cento dei voti, mentre ai bolscevichi andò solo il 25 per cento. Nonostante questa sconfitta, Lenin non fece nulla: intendeva infatti dare l’impressione di voler rispettare la legalità. Quando però il 5 gennaio l’Assemblea venne inaugurata, subito intervennero numerose guardie armate bolsceviche (le famigerate “guardie rosse”) che presidiarono la sala. L’indomani Lenin diede l’ordine di sbarrane l’entrata. Ormai aveva deciso: l’Assemblea Costituente veniva sciolta e i bolscevichi si apprestavano a diventare i veri padroni del paese, forti della loro capacità organizzativa e dell’uso spregiudicato delle armi.

Perché Lenin fece sciogliere l’Assemblea Costituente?

I primi provvedimenti Una volta ottenuto il potere, Lenin prese subito dei provvedimenti intesi a soddisfare le aspettative popolari che il governo provvisorio aveva deluso. Avviò la riforma agraria per distribuire le terre ai contadini e contemporaneamente statalizzò le fabbriche: in tal modo, come teorizzato da Marx, i lavoratori assumevano il controllo dei mezzi di produzione. Inoltre, come vedremo più avanti, firmò la pace con la Germania. Nonostante questi primi provvedimenti, la realtà dei fatti non


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Perché le riforme di Lenin non raccolsero grande successo tra contadini e operai?

Metropolita È un arcivescovo che estende la sua giurisdizione su una provincia ecclesiastica: ricopre, infatti, il ruolo di vescovo della diocesi principale (della metropoli, appunto) e in questo modo coordina il lavoro degli altri vescovi delle diocesi circostanti (dette «suffraganee») che assieme alle diocesi principale compongono la provincia ecclesiastica.

Perché Lenin firmò il trattato di Brest-Litovsk?

corrispose poi alle aspettative dei ceti popolari. I contadini non migliorarono le loro condizioni poiché ebbero sì le terre, ma con l’obbligo di consegnare tutto il raccolto al nuovo stato comunista, che lo pagava poco e male. Nelle fabbriche gli operai furono sottoposti a una dura disciplina e i loro stipendi vennero addirittura abbassati rispetto all’epoca zarista. Ne derivò un forte malcontento: nelle varie città del paese scoppiarono scioperi e agitazioni e tutto questo influì sulla produzione, che subì un forte calo.

Misure repressive e persecuzione degli oppositori: Lenin instaura la dittatura Il 7 dicembre 1917, a pochi mesi dalla rivoluzione che avrebbe dovuto segnare l’inizio di una stagione di piena libertà, venne istituita la CEKA, una potente e spietata polizia segreta, nota successivamente con il nome di KGB. Nel febbraio 1918 fu ripristinata la pena di morte (che era stata abolita dal governo provvisorio), mentre in giugno furono creati i primi campi di concentramento, nei quali sarebbero stati rinchiusi tutti coloro che fossero stati giudicati ostili al potere dei bolscevichi. Immediatamente cominciò anche la persecuzione dapprima della Chiesa Ortodossa (segnata già nell’agosto 1917 dall’assassinio del metropolita di Kiev) e poi di tutte le altre Chiese e confessioni religiose. Lenin si giustificò dicendo che si trattava di misure temporanee, dovute alla necessità di far fronte alla guerra civile che era nel frattempo scoppiata nel paese. In realtà, una volta tornata la pace, queste misure rimasero in vigore. Al posto della monarchia zarista, fortemente osteggiata da tutti i partiti socialisti, si era così creato un potere molto più terribile e spietato. La pace di Brest-Litovsk La decisione più urgente che i bolscevichi dovettero prendere fu comunque quella di firmare la pace con la Germania. L’esercito era infatti allo stremo e la popolazione era esasperata e duramente provata. Per questo Lenin riteneva che, se non si fosse giunti alla pace, molto difficilmente la rivoluzione comunista si sarebbe consolidata. Le condizioni imposte dai tedeschi furono però particolarmente dure, tanto che la maggior parte dei bolscevichi era intenzionata a rifiutare. Nonostante ciò, Lenin decise di accettarle. Il trattato di pace di Brest-Litovsk fu così firmato il 3 marzo del 1918. In forza di esso la Russia perdeva i paesi baltici, l’intera Ucraina e parte della Bielorussia. Inoltre si impegnava a versare alla Germania un contributo enorme in viveri, materie prime e oro. Per Lenin si trattò di un male necessario: «La pace di Brest-Litovsk ha assolto il suo compito essenziale – sosterrà in seguito – quello di salvaguardare la dittatura del proletariato».


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4 · La guerra civile e la nascita dell’Unione Sovietica Scoppia la guerra civile Le forze antibolsceviche, guidate dagli elementi moderati del governo provvisorio e da ex ufficiali rimasti fedeli allo zar, si erano nel frattempo riorganizzate. Già nell’inverno del 1918 si formò un grande esercito di volontari che si stanziò nella regione del Don, sotto il comando del generale Kornilov. Questa armata, chiamata “bianca” dal colore della bandiera dei Romanov, intendeva cacciare i bolscevichi e riconquistare il potere. Dall’altra parte si formò rapidamente un’armata “rossa”, guidata e organizzata da Leon Trockij, uno dei fedelissimi di Lenin. La guerra civile russa durò fino al novembre 1920 e fu costellata da una serie di atrocità indicibili, commesse dai soldati di entrambe le parti. Tra queste vi fu il massacro dell’intera famiglia reale, bambini compresi, avvenuto nella primavera del 1918 nella reggia estiva di Ekaterinburg dove da ottobre l’ex zar e i suoi famigliari erano tenuti prigionieri dai bolscevichi. La popolazione, già enormemente provata dal conflitto mondiale, pagò durante questa guerra un prezzo ancora più alto: i raccolti dei contadini vennero sequestrati per sostenere gli eserciti, e sia i rossi che i bianchi esercitarono un terrore spietato per costringere la popolazione a collaborare con loro. Nel paese si diffuse una terribile carestia che causò alcuni milioni di morti e che portò addirittura, in alcune regioni, a numerosi casi di cannibalismo.

Il massacro dello zar Nicola II e della sua famiglia a Ekaterinburg nel luglio 1918 Illustrazione di S. Sarmat tratta da Histoire des Soviet (1922)

Perché durante la guerra civile la condizione dei contadini peggiorò terribilmente?

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Perché alla fine prevalsero i bolscevichi?

Le ragioni della vittoria finale dei bolscevichi Alla fine la spuntarono i bolscevichi, non solo per l’efficienza con cui Trockij organizzò l’Armata Rossa, ma anche perché essi avevano la fortuna di controllare i territori più ricchi di uomini, materie prime e vie di comunicazione. Al contrario, l’esercito bianco era indebolito dal fatto che mancava di una guida unitaria e i vari generali che lo comandavano erano divisi tra loro. Inoltre non ottennero, come speravano, l’appoggio delle potenze europee: Francia e Gran Bretagna erano infatti duramente provate dalla guerra appena conclusa e non intendevano affatto compiere un ulteriore sforzo. Esse non possedevano neppure notizie precise di quanto stava avvenendo e non avevano quindi un’idea chiara della natura del regime bolscevico. Con la vittoria dell’Armata Rossa si apriva quindi definitivamente il lungo periodo della dittatura comunista in Russia, che sarebbe durato senza interruzioni per settant’anni.

Perché quella dell’URSS fu una finta federazione?

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: una finta federazione Nel 1922 nacque ufficialmente l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Il nuovo stato era in teoria una federazione nella quale le varie etnie che componevano il paese avrebbero potuto godere di alcune autonomie. Queste erano le promesse fatte dai bolscevichi. In realtà ciò non accadde e tutto venne posto sotto il controllo di Lenin e dei suoi uomini. La capitale del nuovo stato fu Mosca (che tornava così al ruolo che aveva avuto in passato, fino a quando nel 1703 Pietro il Grande aveva deciso di trasferire la corte e il governo a San Pietroburgo) e le nazionalità diverse da quella russa furono completamente sottomesse, anche nella parte asiatica dello stato dove erano maggioritarie, esattamente come era già accaduto durante i regni di Alessandro III e Nicola II. La Terza Internazionale Nel 1919 era stata frattanto fondata la Terza Internazionale (Comintern), il cui compito era di preparare e favorire la rivoluzione negli altri paesi d’Europa. Come le due precedenti, essa raggruppava i partititi comunisti di tutto il mondo ma, a differenza di queste, in essa era bandita ogni forma di libertà di discussione. Mosca impose da subito al Comintern un totale allineamento alle proprie posizioni impedendo a viva forza ogni dissenso rispetto alla propria linea politica. Il progetto di Lenin poteva così dirsi compiuto: sotto la formula di “dittatura del proletariato” il potere era ormai saldo nelle sue mani.


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NON TUTTI SANNO CHE…

Il terrorismo in Russia alla vigilia della guerra mondiale Un’eccezionale ondata di attentati terroristici Agli inizi del XX secolo padre Iosif Fudel, una delle figure più importanti della Chiesa russa di quel periodo, scrisse: «L’orrore cresce di giorno in giorno. Non sto parlando della situazione politica del paese, e neppure della carestia e della miseria che incombono implacabili sulla popolazione. Come pastore della Chiesa, ravviso il vero orrore nella disposizione di spirito che sta gradualmente impossessandosi di tutti senza eccezione. Nel sentimento di odio e rancore che impregna l’atmosfera». Con queste parole egli si riferiva all’eccezionale ondata di attentati terroristici che scosse il paese negli anni compresi tra l’inizio del XX secolo e lo scoppio della Prima guerra mondiale. Non fu certo, questo del terrorismo, un fenomeno nuovo per la Russia, dato che una delle sue vittime era stato lo zar Alessandro II, ucciso in un attentato nel 1881. Quello che accadde nel secolo successivo fu però assolutamente senza precedenti. Basti pensare che dal 1860 al 1900 le vittime del terrorismo russo furono solo un centinaio. Dal 1900 al 1917 invece, i morti furono ben 11.000, i feriti 7.000, per un totale di 23.000 attentati! Socialdemocratici, socialisti rivoluzionari e anarchici utilizzavano abitualmente gli attentati come metodo di lotta «per sostenere lo spirito combattivo dei gruppi di fuoco». Le bombe come arma per diffondere paura Tra gli episodi più famosi ricordiamo quello del 15 ottobre 1907, quando una ragazza di ventun anni tentò di farsi esplodere con cinque chili di nitroglicerina all’interno dell’ufficio delle carceri di San Pietroburgo, e quello del 12 agosto 1906, quando tre rivoluzionari penetrarono nella carrozza del primo ministro Stolypin e si fecero esplodere con 250 chili di esplosivo. In quell’occasione il ministro uscirà indenne (morirà, sempre in un attentato, alcuni anni dopo) ma, oltre agli attentatori, morirono ventisette persone e ci furono una trentina di feriti. Come si può notare, la modalità delle azioni non era molto diversa da quella tristemente nota degli integralisti islamici. Allora come oggi, infatti, alla base del terrorismo

stava un totale disprezzo della vita umana e l’utilizzo delle bombe, prima ancora che per cambiare il sistema politico, divenne un mezzo per diffondere paura e sconforto e risultava quindi drammaticamente fine a se stesso. Scriveva infatti uno dei rivoluzionari di quegli anni: «Dove non basta l’eliminazione di una persona bisogna eliminarne a decine, e se non bastano le decine bisognerà passare alle centinaia». Sarà proprio da questo disordine e da questa carica di odio nei confronti del mondo e della società che i rivoluzionari comandati da Lenin prenderanno le mosse per svolgere la propria azione.

Il granduca Sergej Romanov ucciso a Mosca in un attentato terrorista il 17 febbraio 1905 Illustrazione di Achille Beltrame tratta da «La Domenica del Corriere», 26 febbraio 1905


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La rivoluzione russa

PROTAGONISTI

Rasputin, l’eminenza grigia alla corte dello zar Un finto monaco attratto dal misticismo Grigorij Rasputin nacque in Siberia, nel piccolo villaggio di Pokrovskoe, tra il 1860 e il 1870. Pur conducendo una vita da contadino, fu attratto dalla spiritualità e dal misticismo e, dopo essersi sposato e aver avuto tre figli, partì per una serie di lunghi pellegrinaggi che lo portarono fino al Monte Athos, in Grecia. Di ritorno, nel 1905, approdò alla corte dello zar Nicola II. Il suo livello di istruzione era basso e si spacciava per monaco, pur non essendolo affatto. Ciononostante, aveva fama di possedere enormi poteri di guaritore e i Romanov lo ammisero alla loro presenza proprio per questo motivo. Santone, guaritore e potente consigliere di Nicola II Il giovane Alessio, primogenito di Nicola II ed erede diretto al trono, era infatti affetto da una grave forma di emofilia, una malattia che impedisce la coagulazione del sangue, e i suoi genitori videro in Rasputin la sua ultima speranza di guarigione, dopo che i numerosi tentativi dei medici erano risultati vani. Sorprendentemente, la vicinanza del presunto santone sembrò avere un effetto benefico: più di una volta infatti le crisi del fanciullo furono risolte tramite la sua provvidenziale “imposizione delle mani”. Storici e medici hanno cercato di spiegare questo fatto in numerosi modi, ma tuttora senza risultato. Sta di fatto che, in conseguenza di questo presunto potere, Rasputin si stabilì definitivamente a corte, divenne amico e confidente della zarina Alessandra fino a divenire la persona più importante all’interno dell’entourage dello zar. Nicola II, totalmente ignorante nell’arte del governo, lo scelse come suo consigliere politico fidandosi ciecamente di lui, al punto da delegargli tutte le più importanti decisioni. Fu anche a causa della sua influenza nefasta, che il sovrano si ostinò a continuare sulla strada dell’autocrazia prendendo decisioni sconsiderate come quella di entrare in guerra. Durante il conflitto, Rasputin sfruttò la sua posizione per divenire uno degli uomini più ricchi e potenti della Russia e in questo modo si attirò l’odio feroce dei ministri della corona, che lo giu-

dicavano il principale responsabile della tragedia che stava colpendo il paese.

Un assassinio… piuttosto movimentato Fu così che, nel 1917, essi organizzarono una congiura per ucciderlo. Il suo assassinio non fu però facile: sopravvisse a un primo tentativo di avvelenamento e i congiurati dovettero sparagli contro alcuni colpi di rivoltella e successivamente, poiché dava ancora segni di vita, trafiggerlo a pugnalate. Per essere certi della sua morte decisero infine di gettarlo nelle gelide acque del fiume Neva. Il suo corpo venne ritrovato qualche giorno più tardi, tra lo sconforto della famiglia reale e l’entusiasmo del popolo, che odiava profondamente il finto monaco: persino la sua morte era stata degna della fama misteriosa del personaggio! Ovviamente, i gravi problemi della monarchia zarista non potevano essere fatti risalire interamente all’influenza pur nefasta esercitata da Rasputin e le cause della crisi erano molto più complesse. Tuttavia, questo personaggio colpì profondamente l’immaginario collettivo e il suo ricordo negativo, accompagnato da leggende di ogni tipo sulla sua persona, rimase vivo per diversi anni dopo la sua morte. Grigorij Rasputin


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METTIAMO A FUOCO

La rivoluzione d’ottobre: il mito e le profezie inascoltate La realtà dei fatti e I dieci giorni che sconvolsero il mondo La rivoluzione d’ottobre ha esercitato da sempre in tutto il mondo un enorme fascino sia sugli intellettuali sia sulla gente comune. L’assalto del Palazzo d’Inverno da parte dei bolscevichi è divenuto, nell’immaginario collettivo, una sorta di mito, un avvenimento glorioso, dal respiro epico, che avrebbe cambiato per sempre le sorti della Russia e del mondo intero. Oggi si sa che le cose andarono in modo diverso e che quella di Lenin e dei suoi compagni non fu certo una rivoluzione di popolo. Eppure da subito cinema, giornali e letteratura hanno fatto di tutto per raccontarla in questa prospettiva “eroica”. Il più famoso resoconto di ciò che accadde a ottobre è il libro del giornalista americano John Reed, intitolato I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Reed, che si era avvicinato molto presto al comunismo, dopo la rivoluzione di febbraio decise di recarsi in Russia, dove assistette in diretta alla presa di potere dei bolscevichi. L’opera che ne ricavò ebbe da subito un successo strepitoso, tanto che lo stesso Lenin ne raccomandò la lettura «agli operai di tutto il mondo». Ben poca eco ebbero invece le ammonizioni di quegli scrittori e filosofi russi che già allora avevano colto con chiarezza il carattere profondamente autoritario e tendenzialmente sanguinario della rivoluzione. Inutilmente personalità come Nikolaj Berdjaev (1874-1948), poi espulso dall’Unione Sovietica, fin dal 1918 osarono denunciare che “con la rivoluzione russa si è affermata una forza oscura e reazionaria, ostile al progresso storico”. E parlarono al riguardo di un “suicidio del popolo russo”, frutto perverso di una crisi morale provocata dal diffondersi di filosofie che lo spingevano verso l’autodistruzione. Ottobre: un film di propaganda ritenuto troppo a lungo veritiero John Reed fu in certo modo l’iniziatore di un sostegno acritico della Rivoluzione d’ottobre e del regime comunista sovietico in genere, che fu portato avanti poi da una parte importante del giornalismo e dei circoli intellettuali mondiali. Quel che si può dire di Reed vale analogamente per il

celebre regista russo Sergej Ejzenštejn il cui film Ottobre, girato nel 1928, presto divenne un classico della cinematografia mondiale. In questo film Lenin e i bolscevichi sono presentati come degli eroi al servizio del popolo, mentre i membri del governo di Kerenskij come degli avidi approfittatori intenti ad affamare il paese. Per molti anni, gli spettatori di questo film credettero davvero di assistere ad una rappresentazione fedele e realistica di quegli avvenimenti. La verità era un’altra: durante le riprese il custode del Palazzo d’Inverno, lo stesso del 1917, ebbe modo di confidare al regista che “l’altra volta non avevate fatto tutto quel baccano”! Inoltre, nel film non c’è traccia alcuna né di Trockij né di Zinov’ev, che pure ebbero un ruolo fondamentale nella gestione del colpo di stato. La ragione è molto semplice: l’era di Stalin era appena iniziata, i due erano caduti in disgrazia e il successore di Lenin aveva deciso di cancellarli completamente dalla storia, come se non fossero mai esistiti!

La locandina del film Ottobre. I dieci giorni che sconvolsero il mondo di Sergej Ejzenštejn (URSS 1927)


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La rivoluzione russa

NON TUTTI SANNO CHE…

Che cosa accadde veramente la notte in cui Lenin prese il potere L’abile regia di Lenin Abbiamo già visto come la presa di potere dei bolscevichi fosse avvenuta in maniera niente affatto democratica e senza il coinvolgimento della popolazione. Mentre era in corso l’assalto al Palazzo d’Inverno, infatti, la vita quotidiana nella capitale si svolgeva come al solito, e praticamente nessuno si accorse di ciò che stava accadendo! È importante però sottolineare che Lenin diede inizialmente l’impressione di operare secondo i desideri della maggioranza. Dapprima, con le Tesi di aprile, lanciò lo slogan “Tutto il potere ai Soviet”, dopodiché, al termine degli avvenimenti di ottobre, fece effettivamente intendere che fosse stato proprio l’insieme delle forze socialiste a rovesciare il governo provvisorio. In realtà il leader bolscevico non aveva intenzione di dividere il potere con nessuno ed era deciso ad attendere il momento propizio per sbarazzarsi degli avversari. Lo scioglimento dell’Assemblea Costituente Lenin autorizzò dunque le elezioni dell’Assemblea Costituente, pur sapendo che il suo partito non avrebbe ottenuto la maggioranza. Così, mentre il popolo russo si illudeva di essersi incamminato sulla strada della democrazia, i bolscevichi si preoccupavano di avere dalla loro parte il maggior numero di uomini armati (le famigerate “guardie rosse”), così da poter organizzare la repressione. I lavori dell’Assemblea si aprirono solennemente il 5 gennaio. Quel giorno i bolscevichi posizionarono soldati nelle varie zone di San Pietroburgo, e riempirono di guardie armate la sala in cui si sarebbe svolta la riunione, tanto che gli armati erano in numero quasi pari a quello dei delegati! Si trattava di una dimostrazione di forza: Lenin voleva infatti far capire chi realmente deteneva il potere. I lavori andarono avanti per molte ore in un’atmosfera di generale intimidazione, finché, alle quattro del mattino, il capo delle guardie bolsceviche salì sulla tribuna degli oratori, interruppe il discorso di un delegato socialrivoluzionario, e intimò a tutti di andare a casa perché le guardie

erano stanche. A quel punto divenne chiaro che cosa sarebbe accaduto: la mattina dopo, quando i delegati si recarono alla Tauride, il palazzo in cui si radunava l’Assemblea, per riprendere i lavori, trovarono le porte sbarrate dai soldati, che impedirono loro di entrare. L’Assemblea Costituente era così ufficialmente sciolta e i bolscevichi erano ora i veri padroni del paese. Vladimir I. Lenin


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IL PERCORSO DELLE PAROLE

Da San Pietroburgo a Leningrado e ritorno Come abbiamo studiato nel precedente volume, la città di San Pietroburgo venne fondata, nel 1703, dallo zar Pietro il Grande, che la intitolò al santo di cui portava il nome. Il suffisso “burgo” deriva dal tedesco burg (che significa, appunto, “città”). Lo zar, che mirava ad avvicinare il più possibile la Russia all’Occidente, aveva così inteso fare un gesto di omaggio alla cultura e alla lingua della vicina Germania. Quando però nel 1914 la Russia entrò in guerra con la Germania, sull’onda del clima antitedesco

che venne diffuso nel paese, si ritenne opportuno mutare burg in grad, che è il termine slavo per la parola “città”. Perdendo anche il riferimento al santo, per decisione dello zar Nicola II l’antica San Pietroburgo divenne allora Pietrogrado. Più tardi, quando nel 1924 Lenin morì, la città gli venne intitolata diventando così Leningrado. Nel 1991, caduto il comunismo, tornò infine al suo nome originario. La regione che l’attornia continua tuttavia a chiamarsi “di Leningrado”.

La reggia di Peterhof, situata sul golfo di Finlandia a circa 20 chilometri da San Pietroburgo Conosciuta come la “Versailles russa”, comprende giardini, fontane e palazzi che furono residenza estiva degli zar fino alla Rivoluzione d'Ottobre del 1917.


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La rivoluzione russa

SPUNTI DI RIFLESSIONE (PER L’EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA)

Gorkij e la rivoluzione: l’incoerenza di un intellettuale Il carattere distruttivo e violento della rivoluzione di febbraio fu duramente condannato da diversi esponenti della classe intellettuale. Maksim Gorkij, che era senza dubbio il più importante scrittore russo dell’epoca, si trovava a San Pietroburgo quando scoppiarono i disordini, e scrisse così in una lettera alla moglie: «Una rivoluzione è tale soltanto quando sorge come espressione naturale e potente della forza creatrice del popolo. Se invece la rivoluzione è semplicemente l’esplosione degli istinti che il popolo ha accumulato sotto la schiavitù e l’oppres-

sione, allora non è una rivoluzione ma è soltanto una rivolta della malizia e dell’odio, non riesce a cambiare la nostra esistenza, ma può condurre soltanto alla rabbia e al male. Possiamo dire davvero che, a un anno dalla rivoluzione russa, il popolo, liberato dalla violenza e dall’oppressione del vecchio stato poliziesco sia divenuto migliore, più gentile, più intelligente e più onesto? No, no, non lo potrebbe dire nessuno. Viviamo tuttora come si viveva sotto la monarchia, con le stesse abitudini, gli stessi pregiudizi, la stessa stupidità e la stessa spazzatura. Il popolo russo, conquistata la libertà, allo stato attuale non sa farne uso per il proprio bene, ma solo per fare del male a sé e agli altri, e corre il rischio di perdere tutto ciò per cui ha lottato per secoli». Queste parole, che sembrano senza dubbio animate da una singolare ragionevolezza e da una grande preoccupazione per i destini del popolo, acquistano invece un significato del tutto diverso, se si pensa a quello che successe dopo. Gorkij, che era indubbiamente di simpatie comuniste, non avrà infatti nulla da ridire nel momento in cui saranno i bolscevichi a prendere il potere: nel momento in cui si rese conto che il nuovo regime era ben intenzionato a tenere a freno gli istinti delle masse e che la sua posizione di prestigio non sarebbe stata minacciata da Lenin e compagni, egli non ebbe nessun problema a sostenerne il regime di dispotismo e violenza. È la dimostrazione del fatto che gli uomini spesso e volentieri non vedono nulla di male nell’appoggiare governi esplicitamente antidemocratici, qualora da questi possano loro venire dei vantaggi.

I due grandi scrittori russi, Lev Tolstoj, a sinistra, e Maksim Gorkij, in una foto del 1900


CAPITOLO 6

Raccontiamo in breve

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versione audio on line e nell’app

1. La Russia di inizio Novecento era ancora un paese arretrato, prevalentemente agricolo e governato dai Romanov da sempre avversi a ogni riforma. Nelle campagne si chiedeva una più equa ripartizione della terra; nelle poche fabbriche le condizioni degli operai erano dure e le idee del Marxismo avevano già iniziato a diffondersi. Nicola II, debole e poco adatto a governare, regnava in modo assoluto e autocratico. 2. I partiti politici erano numerosi, anche se illegali: vi erano i Cadetti, di estrazione borghese, e altri di ispirazione marxista, anarchici, socialisti rivoluzionari e socialdemocratici, divisi a loro volta in menscevichi e bolscevichi. Nel 1905, a seguito di una rivoluzione duramente repressa dalla polizia zarista, era stato istituito un parlamento (Duma) che era però ancora strettamente controllato dallo zar. 3. Nel 1914 la Russia, nonostante l’impreparazione del suo esercito, entrò in guerra a fianco di Francia e Gran Bretagna. Presto il malcontento esplose, sia al fronte che all’interno. Nel febbraio 1917 a San Pietroburgo scoppiò una violenta insurrezione a seguito della quale Nicola II fu costretto ad abdicare. Si formò un governo provvisorio, composto per la maggior parte da appartenenti al partito dei Cadetti, mentre in varie località della Russia si erano formati dei Soviet, gruppi di operai e soldati che, sul modello marxista, intendevano provocare la rivoluzione. 4. In aprile tornò dall’esilio all’estero Lenin, capo dei bolscevichi. Egli iniziò immediatamente a organizzare i propri seguaci, convinto che fosse arrivato il momento giusto per una azione decisa. I fatti gli diedero ragione: il 25 ottobre, approfittando anche del malcontento della popolazione verso il governo provvisorio, che aveva dichiarato di voler continuare la guerra, Lenin e i suoi bolscevichi si impadronirono del Palazzo d’Inverno e divennero i veri padroni del paese. In seguito, sciolsero anche l’Assemblea Costituente e intrapresero una politica oppressiva contro gli oppositori: era di fatto iniziata la dittatura. 5. Lenin annunciò il varo di una riforma agraria e firmò la pace con la Germania, portando la Russia fuori dal conflitto. Contemporaneamente si dimostrò durissimo contro la Chiesa Ortodossa, che subì confische di beni e arresti dei suoi membri principali. I seguaci dello zar diedero vita ad una guerra contro l’Armata Rossa dei bolscevichi allo scopo di riportare sul trono i Romanov. Fu un conflitto tragico, costellato di brutalità da entrambe le parti, e che terminò nel novembre del 1920 con la vittoria definitiva delle truppe comuniste. Ormai i bolscevichi avevano il controllo del paese e si avviavano a realizzare una dittatura sempre più feroce.

la linea del tempo

1861 abolizione della servitù della gleba 1905 prima rivoluzione; “domenica di sangue” 1907 la Russia aderisce alla Triplice Intesa 1914 la Russia entra in guerra 23 febbraio 1917 rivoluzione di febbraio 25 ottobre 1917 rivoluzione d’ottobre 3 marzo 1918 pace di Brest-Litovsk 1918-20 guerra civile 1922 nasce l’URSS


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La rivoluzione russa

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Quali erano le richieste dei contadini e quali ideologie si andavano diffondendo presso gli operai? 2. Com’era il carattere di Nicola II? 3. Chi erano i bolscevichi e i menscevichi e che obiettivi si proponevano? 4. Che cos’era la Duma? 5. Che cos’erano i Soviet? 6. Quali errori commisero i membri del governo provvisorio? 7. Che cosa sosteneva Lenin nelle Tesi di Aprile? 8. Quali riforme adottò Lenin una volta preso il potere? 9. Quali misure repressive adottò Lenin all’inizio della sua dittatura? 10. Quali territori perdeva la Russia con la Pace di Brest-Litovsk? 11. Chi era Leon Trockij? 12. Che cos’era la Terza Internazionale e che scopi si prefiggeva?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1861

Prima rivoluzione

1905

Abolizione della servitù della gleba

1914

Rivoluzione di febbraio

23 febbraio 1917

La Russia entra in guerra

25 ottobre 1917

Rivoluzione d’ottobre

3 marzo 1918

Nasce l’URSS

1918-20

Guerra civile

1922

Pace di Brest-Litovsk

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. In Russia all’inizio del secolo i partiti politici erano illegali.

V

F

L’Ochrana era la polizia segreta dello zar.

V

F

La rivoluzione di febbraio fu preparata dai bolscevichi.

V

F

La maggioranza del popolo russo era inizialmente dalla parte dei bolscevichi.

V

F

La guerra civile fu combattuta tra l’esercito comunista e i seguaci dello zar.

V

F

Il governo instaurato da Lenin fu un regime democratico dove vi era piena libertà.

V

F

La Chiesa Ortodossa non fu mai perseguitata dal governo comunista di Lenin.

V

F


CAPITOLO 6

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Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. In Russia con Nicola II a. ci fu maggiore libertà in campo politico e sociale, con l’abolizione della servitù della gleba. b. la libertà di stampa e di parola era fortemente limitata e la polizia segreta operava in continuazione arresti ai danni dei numerosi oppositori politici. c. ci fu un grande progresso economico e sociale. I Cadetti a. composti principalmente da elementi dell’alta borghesia e dell’aristocrazia, miravano alla riforma della monarchia secondo i modelli occidentali, con l’istituzione di un parlamento e la concessione di una carta costituzionale. b. composti da contadini e operai, miravano a prendere il potere con una rivoluzione. c. composti da intellettuali e borghesi, miravano ad ottenere riforme che ampliassero la democrazia e migliorassero le condizioni di vita dei lavoratori. L’istituzione della Duma non rappresentò un grande miglioramento in senso democratico perché a. i suoi membri erano fedelissimi allo zar perché erano scelti da lui. b. questo organismo non aveva poteri decisionali e tutto dipendeva ancora dallo zar. c. i suoi membri venivano eletti con suffragio censitario e lo zar aveva il diritto di sostituire coloro che non fossero di suo gradimento. Dopo le elezioni a suffragio universale per l’Assemblea Costituente a. i bolscevichi vennero sconfitti, ma Lenin fece sciogliere l’Assemblea con un colpo di mano. b. i bolscevichi vennero sconfitti e Lenin rinunciò al potere, lasciandolo nelle mani dei socialdemocratici. c. i bolscevichi ottennero la maggioranza assoluta e vinsero così le elezioni. Col trattato di Brest-Litovsk a. la Russia usciva dalla guerra ma otteneva in cambio molti territori. b. la Russia uscì dalla guerra e perse molti territori. c. la Russia continuava la guerra ma avrebbe cambiato alleanza, schierandosi con la Germania. Nella Terza Internazionale a. non vi era libertà di discussione e Mosca impose a tutti un totale allineamento alle proprie posizioni. b. vi era ampia possibilità di dibattito e di confronto fra tutti i partiti che vi prendevano parte. c. si verificò uno scontro tra partiti comunisti fedeli a Lenin e partiti socialdemocratici. Esercizio 5 · Questo brano contiene parecchie inesattezze e imprecisioni storiche ed è scritto con un linguaggio in parte inappropriato. Riscrivilo sul tuo quaderno di lavoro, correggendo le inesattezze e modificando le espressioni inadatte. Dopo la rivoluzione del febbraio del 1917 Lenin giunse in Russia, dopo aver attraversato indisturbato la linea del fronte. Egli era convinto che fosse troppo presto per mettere in piedi una rivoluzione in quanto gli operai non erano ancora preparati. Finalmente nell’ottobre del 1918 i bolscevichi, con l’appoggio di tutto il popolo, presero il potere conquistando il Palazzo d’Inverno a Mosca. Nel successivo mese di dicembre, tutti i russi andarono a votare per eleggere i membri dei Soviet. Lenin con i suoi bolscevichi ottenne una strepitosa vittoria e poté quindi governare con l’accordo di tutto il popolo. Fece quindi le prime cose importanti: statalizzò le fabbriche e fece la pace con la Germania. Creò anche la polizia segreta, la CEKA, che dava la caccia a tutti quelli che non la pensavano come lui. Da subito le condizioni dei contadini migliorarono e anche gli operai erano contenti perché i loro salari aumentarono.


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CAPITOLO 7

Capitolo 7

materiale integrativo on line e nell’app

L’Italia in camicia nera Una dittatura che viene da lontano La dittatura di Benito Mussolini si affermò in Italia a seguito dei gravi disagi causati dalla Prima guerra mondiale. Tale conflitto e il suo esito avevano provocato nel nostro paese un diffuso malcontento, rendendo sempre più evidenti le contraddizioni che esso si portava dietro fin dai tempi del Risorgimento. In questa Italia in crisi Mussolini, da un lato, si propose alla borghesia come il garante dell’ordine pubblico, dall’altro, servendosi degli squadristi, attaccò con violenza esponenti di partiti e organizzazioni vicine alle classi popolari. In tal modo, con l’appoggio determinante della monarchia e il sostegno dei poteri dello stato, dei grandi proprietari terrieri e di molti industriali, riuscì a prendere il potere e ad instaurare un regime dittatoriale che sarebbe durato vent’anni, un regime che, tramite l’uso massiccio di potenti mezzi di propaganda, pretese di ottenere anche il controllo delle menti e delle anime degli italiani. Nel primo decennio egli riuscì a risollevare almeno in parte la situazione del paese e con la firma dei Patti Lateranensi, che misero fine a cinquant’anni di conflitto tra Stato e Chiesa, risolse anche la cosiddetta “questione romana”. Tuttavia queste conquiste furono realizzate a un duro prezzo: l’Italia divenne una dittatura in cui i cittadini non erano liberi e l’opposizione al dittatore costava la perdita del posto di lavoro, il carcere o il confino in luoghi remoti, se non addirittura la morte. La Seconda guerra mondale, alla quale Mussolini decise di partecipare a fianco di Hitler, lascerà poi un paese ridotto a un cumulo di macerie e un popolo stremato, in gran parte privo perfino del necessario.

La marcia su Roma 28 ottobre 1922 Da sinistra: Italo Balbo, Emilio De Bono, Benito Mussolini, Cesare Maria De Vecchi.

brano audio on line e nell’app

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L’Italia in camicia nera

1 · Le difficoltà del dopoguerra in Italia L’Italia esce delusa dalla conferenza di Versailles La Prima guerra mondiale era stato un conflitto senza precedenti nella storia; era dunque naturale che i paesi europei che l’avevano combattuta ne patissero le conseguenze in modo particolare. In Italia i problemi economici e sociali, unitamente alle insoddisfazioni dei nazionalisti nei confronti del trattato di pace, resero la situazione esplosiva. La conferenza di pace di Versailles aveva in parte deluso le speranze della vigilia: il primo ministro Orlando e il ministro degli esteri Sonnino si erano recati in Francia con l’intenzione di far valere le promesse del Patto di Londra. In realtà, quando questo documento era stato firmato, non si potevano ancora prevedere tutti gli sconvolgimenti che la guerra avrebbe portato. Con la fine dell’Impero Austro-Ungarico la geografia del mondo era cambiata, per cui tra l’altro la Dalmazia, che l’Italia rivendicava per sé, venne inclusa nella neonata Jugoslavia. Anche la pretesa del nostro paese sulla città portuale di Fiume, situata sulla costa dalmata e abitata in gran parte da italiani, non venne accolta, poiché alla Jugoslavia serviva un porto sul mare Adriatico.

Perché Orlando e Sonnino abbandonarono la conferenza di Parigi?

Orlando e Sonnino abbandonano Parigi in segno di protesta Non si può dire con certezza chi avesse ragione: nel 1915 nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto, e in più Italia e Gran Bretagna avevano firmato un trattato segreto, il patto di Londra, che le altre potenze vincitrici non volevano tenere in considerazione. All’Italia furono comunque concessi il Trentino, l’odierno Alto Adige o Süd Tirol, abitato da popolazione di lingua e cultura tedesca e ladina, e una parte della Venezia Giulia (con le città di Trieste e Gorizia), permettendole così di completare l’unità nazionale. Tuttavia, Orlando e Sonnino si sentirono traditi dalla Gran Bretagna e abbandonarono polemicamente la conferenza: tornati in patria furono accolti come eroi dai nazionalisti, ma persero la possibilità di partecipare alla spartizione delle colonie tedesche. Un altro duro colpo al prestigio internazionale dell’Italia. La vittoria mutilata e l’occupazione di Fiume In seguito a questi avvenimenti nel paese si cominciò a parlare di “vittoria mutilata”, un’espressione coniata dal poeta Gabriele D’Annunzio, uno dei leader del movimento nazionalista. Egli sosteneva infatti che le grandi potenze, a causa del loro egoismo, non avevano voluto concedere all’Italia tutti i territori che le erano stati promessi. Deciso a riparare in qualche modo al torto subito, il 12 settembre 1919 D’Annunzio marciò sulla città di Fiume con un nutrito numero di ex combattenti e la occupò, costituendovi un governo autonomo.


Venezia Tridentina

Svizzera

Austria

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Bolzano

Jugoslavia

Trento

Trieste Milano

Venezia Fiume Giulia

Venezia Torino

Genova

Bologna

Firenze

L’Italia del nord dopo i trattati di pace del 1919 Territorio italiano alla vigilia della Prima guerra mondiale

Perugia

Territori annessi con i trattati di pace ROMA

Le autorità italiane furono messe in imbarazzo da questo avvenimento ma non si decisero a reagire: alcuni settori dell’esercito avevano infatti approvato l’iniziativa di D’Annunzio, la quale sembrava poter restituire l’orgoglio alla nazione. L’occupazione di Fiume si concluderà alla vigilia del natale del 1920, quando l’esercito italiano, a seguito di un trattato con la Jugoslavia stipulato a Rapallo da Giolitti, caccerà con la forza dalla città D’Annunzio e i suoi legionari.

Perché si parlò di vittoria mutilata?

Il dramma dei reduci Un altro grosso problema era poi quello dei reduci, decine di migliaia di persone che avevano combattuto in guerra, talvolta anche come volontari. Queste persone ora non riuscivano a reinserirsi all’interno della società. Inoltre molti, tornati gravemente mutilati e quindi impossibilitati a lavorare, non ricevettero per questo alcun aiuto da parte dello stato. Altri, appartenenti soprattutto alla piccola borghesia, al fronte avevano ricoperto incarichi di responsabilità, erano stati ufficiali, e adesso, catapultati nella realtà di tutti i giorni, si sentivano spaesati e a disagio. In generale, tra gli ex combattenti prevaleva un sentimento di rancore nei confronti del governo, che prima si era servito di loro, e poi li aveva dimenticati, evitando di ricompensare adeguatamente i loro sacrifici.

Perché i reduci provavano rancore nei confronti del governo?


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Perché i contadini avevano occupato le terre? Perché la piccola borghesia era particolarmente insoddisfatta?

La crisi economica e una generale insoddisfazione Vi era poi il problema della crisi economica che colpiva in maniera molto dura tutti i paesi usciti dal conflitto ed era legata soprattutto al problema della riconversione delle industrie. Durante la guerra, infatti, tutte le fabbriche si erano dedicate alla produzione di materiale bellico e gli affari erano andati bene, ma adesso ritornare alla normalità non era semplice e l’occupazione non riuscì ad essere garantita per tutti. Anche le donne, che avevano sostituito nelle fabbriche i mariti al fronte, una volta tornata la pace persero il lavoro e le famiglie si ritrovarono in situazioni di grande disagio. In Italia, però, tutto era reso molto più grave dal malcontento che colpiva vari strati della società a partire dai contadini che, in quanto soldati di fanteria, avevano versato sui campi di battaglia il maggior tributo di sangue. A loro i generali e il governo avevano promesso, in caso di vittoria, la distribuzione di terre in proprietà. Una volta terminato il conflitto, però, la tanto attesa distribuzione non era avvenuta. Perciò i braccianti, ossia i contadini senza terra, organizzati in leghe “rosse” (promosse dai socialisti) o “bianche” (cattoliche), avevano proceduto un po’ in tutta Italia a occupazioni, spesso violente, dei latifondi. Vi erano poi gli operai che chiedevano a gran voce la diminuzione dell’orario di lavoro, l’aumento degli stipendi e un miglioramento delle proprie condizioni. A tal fine organizzarono numerosi scioperi, particolarmente intensi negli anni 1920-21, passati alla storia come “biennio rosso”. A guidare questi scioperi era il Partito Socialista al cui interno stava crescendo una componente estremista che guardava con ammirazione agli avvenimenti di Russia e sognava di poter portare la rivoluzione anche in Italia. Anche la piccola borghesia, che aveva in gran parte sostenuto il peso della guerra, si trovava ora particolarmente danneggiata dalla crisi economica senza nemmeno essere riuscita ad ottenere un maggior potere politico, dato che la vecchia classe dirigente liberale era sempre padrona del paese.

2 · Cambia il quadro politico e nascono nuovi partiti Don Sturzo fonda il Partito Popolare mentre si rafforza il Partito Socialista A questa situazione economica e sociale potenzialmente esplosiva si sommava una crisi politica che appariva sempre più grave col passare del tempo. I liberali, che governavano il paese sin dall’unificazione, non erano mai stati particolarmente vicini alle esigenze della popolazione, non avevano mai saputo comprendere adegua-


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tamente i problemi dell’Italia né avevano fatto molto per favorire la partecipazione delle masse contadine e operaie alla vita politica. Negli ultimi anni il quadro politico era cambiato, con la nascita di due partiti decisamente più vicini alla mentalità delle masse: il Partito Socialista, attivo, con altro nome, già dal 1892, e il Partito Popolare. Quest’ultimo era sorto nel 1919, per opera di un sacerdote siciliano, don Luigi Sturzo, e segnava ufficialmente l’ingresso dei cattolici in politica, dopo che papa Benedetto XV aveva definitivamente fatto cadere il decreto del non expedit. Nelle elezioni del 1919 entrambi i partiti ottennero un risultato notevole, conquistando complessivamente 256 seggi in parlamento (100 i popolari, 156 i socialisti) su un totale di 508 deputati.

I partiti sono divisi tra loro e nessuno è abbastanza forte da poter governare I liberali conservarono la maggioranza, ma con un margine troppo stretto per potere governare senza problemi. Da parte loro, cattolici e socialisti avrebbero dovuto unirsi per controbilanciare il potere dei liberali, ma questa eventualità era impossibile, date le loro divergenze ideologiche. Si creò così una situazione di immobilismo totale, in cui nessuno dei tre schieramenti principali era in possesso dei numeri necessari per governare con sicurezza e stabilità.

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Perché la classe dirigente liberale si mostrava inadeguata ad affrontare i nuovi problemi dell’Italia?

Congresso del Partito Popolare a Venezia il 20-23 ottobre 1921 A destra, in primo piano, don Luigi Sturzo, fondatore e leader del partito.


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Perché fu fondato il Partito Comunista Italiano?

Fascio littorio Fascio di verghe tenuto insieme da corregge di cuoio, tra le quali era inserita una scure. Era il simbolo dell’autorità dei maggiori magistrati romani, quelli dotati di imperium, ma anche dell’unità del popolo. Erano portati da dodici portatori chiamati littori.

Perché il primo programma politico di Mussolini fu particolarmente efficace?

Dalle divisioni nel Partito Socialista nasce il Partito Comunista Le divisioni erano particolarmente accese anche all’interno del Partito Socialista: esso era infatti dominato dallo scontro tra i riformisti, che volevano cambiare la società attraverso la lotta politica e un programma di riforme, e i massimalisti, che intendevano realizzare la rivoluzione proletaria sul modello di quella russa. Nel 1921, durante il Congresso di Livorno, questi ultimi si staccarono dalla maggioranza del partito e fondarono il Partito Comunista Italiano, il cui segretario sarebbe divenuto Antonio Gramsci; il nuovo partito aderì prontamente alla Terza Internazionale e adottò il programma rivoluzionario dei bolscevichi. Nasce il fascismo Fu proprio in questa situazione confusa e difficile che nacque il Movimento Italiano dei Fasci di Combattimento, fondato nel marzo 1919 a Milano da Benito Mussolini, ex leader dei socialisti rivoluzionari, che era stato a suo tempo espulso dal partito perché favorevole all’intervento italiano nella Prima guerra mondiale. Il primo programma fascista risentiva molto dei passati trascorsi del suo leader. I fascisti erano infatti repubblicani, volevano l’abolizione del Senato e proponevano riforme sociali avanzate, come la giornata lavorativa di otto ore e il voto alle donne. Oltre a questo (che non si differenziava molto dalle idee dei socialisti massimalisti), Mussolini faceva però leva sull’ideale nazionalistico. Questa si rivelò essere la sua mossa più efficace, poiché in tal modo riuscì a coniugare le rivendicazioni dei socialisti con quelle dei reduci, due categorie decisamente rivali tra loro. Non a caso il simbolo da lui scelto per rappresentare il suo movimento, il fascio littorio, richiamava non solo i fasti dell’antica Roma (a cui i fascisti si ispireranno poi esplicitamente) ma anche quell’unità che la popolazione italiana desiderava e che non era ancora riuscita a raggiungere pienamente (il fascio è infatti composto da bastoni tenuti insieme da un laccio di cuoio). Il fascismo diventa un partito e abbandona l’ostilità alla monarchia All’interno del movimento confluirono persone di orientamento diverso: socialisti, anarchici, ex combattenti, piccoli borghesi, operai, tutti in qualche modo delusi e desiderosi di riscatto. In un primo momento, però, quasi nessuno si accorse di Mussolini e dei suoi fascisti: essi si presentarono alle elezioni del 1919 ma ottennero pochissimi voti. Nel 1921 Mussolini decise perciò di trasformare il movimento in Partito Nazionale Fascista. Cambiò anche in parte il proprio programma, poiché da repubblicano divenne sostenitore della monar-


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chia. Si trattava di una mossa necessaria: assieme alla Chiesa Cattolica, il re era l’unico fattore di unità tra tutti gli italiani e passare dalla sua parte avrebbe garantito al fascismo maggiori possibilità di successo.

Le violenze delle camicie nere Un altro elemento da non sottovalutare è che il nuovo partito si dotò di squadre armate (le temute “camicie nere”, dal colore della loro divisa), composte per lo più da ex combattenti a cui mancava l’eccitazione della battaglia e da giovani in cerca di esperienze forti. Questi erano veri e propri gruppi di assalto diffusi soprattutto nelle campagne della Lombardia e dell’Emilia-Romagna e che organizzavano frequenti spedizioni punitive contro le sedi dei partiti avversari, dei sindacati e dei giornali socialisti e cattolici. Intervenivano spesso anche negli scioperi e nelle occupazioni delle terre, reprimendoli con particolare violenza e brutalità. In breve tempo dunque i fascisti diedero l’impressione di essere in grado di mantenere l’ordine sociale, pur utilizzando metodi violenti e antidemocratici. Si guadagnarono perciò le simpatie degli industriali e dei grandi proprietari terrieri, che vedevano in loro chi potesse sbarrare la strada alla rivoluzione socialista che sembrava pericolosamente dietro l’angolo a causa dei continui disordini del biennio rosso.

Antonio Gramsci (1891-1937), fondatore del Partito Comunista Italiano

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Perché Giolitti strinse un’alleanza elettorale con Mussolini?

Giolitti e i liberali decidono di utilizzare il fascismo a loro vantaggio Anche i liberali, il cui esponente principale era ancora il vecchio Giovanni Giolitti, tornato a capo del governo nel giugno del 1920, vedevano di buon occhio il fascismo. Giolitti era accusato da più parti di non usare maniere sufficientemente forti per fermare gli scioperi e le agitazioni operaie e contadine. Egli pensò allora di utilizzare Mussolini a suo vantaggio e, a tale scopo, gli propose un’alleanza in funzione delle imminenti elezioni. In tale occasione, socialisti e cattolici ottennero ancora una volta buoni risultati, i liberali subirono un calo, mentre la vera sorpresa fu rappresentata dal Partito Fascista, che entrò in parlamento con un consistente numero di deputati (35).

3 · Mussolini prende il potere: nasce la dittatura

Perché Mussolini organizzò la marcia su Roma?

Stato d’assedio Provvedimento giuridico eccezionale deciso dall’autorità suprema dello stato per fronteggiare situazioni di grave pericolo o minaccia per lo stesso. Può giungere fino alla concessione dei pieni poteri all’esercito e ai suoi comandi supremi.

La marcia su Roma Ormai la forza dei fascisti era evidente a tutti: Mussolini era un politico abile e spregiudicato, che sapeva sfruttare a suo piacimento le violenze squadriste; egli non le approvava mai apertamente, ma faceva capire che era in grado di controllarle e che, se fosse salito al governo, esse sarebbero cessate. Tra la fine del 1921 e il 1922 il clima di violenza e di intimidazione ad opera dei fascisti raggiunse l’apice, ampiamente tollerato e coperto dalle forze dell’ordine. Maturò così, in Mussolini e nei suoi principali collaboratori, la decisione di prendere il potere. Il 28 ottobre 1922, circa cinquantamila camicie nere, provenienti da tutta Italia, marciarono su Roma. Si trattava di una azione dimostrativa, di un’esibizione di forza che avrebbe dovuto indurre il governo in carica a dimettersi e a consegnare il potere ai fascisti. Il re sceglie di non opporsi ai fascisti Gli squadristi erano relativamente pochi e male armati; non avrebbero mai potuto impadronirsi di Roma con la forza e poche divisioni dell’esercito sarebbero bastate a fermarli. In effetti, il capo del governo Luigi Facta (succeduto a Giolitti alcuni mesi prima) presentò al re Vittorio Emanuele III un decreto per imporre lo stato d’assedio, ma questi rifiutò di firmarlo. A cosa fu dovuta questa decisione? Innanzitutto non c’era nessuna garanzia che tutti i comandanti militari avrebbero obbedito ai suoi ordini: il fascismo si era diffuso largamente in molti settori delle forze armate, soprattutto tra gli alti comandi, così che il re preferì non mettere alla prova l’esercito. In secondo luogo, Vittorio Emanuele III, i principali


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politici liberali e la grande borghesia industriale e agraria, erano convinti che consegnare il potere a Mussolini fosse l’unico modo per stabilizzare la situazione italiana. Fu così che il 30 ottobre Mussolini (che era arrivato in treno da Milano durante la notte, volendo cautelarsi in caso di insuccesso della marcia) ricevette dal re l’incarico di formare un nuovo governo. Il fascismo era così giunto al potere in maniera perfettamente legale.

I primi passi verso la dittatura Una volta divenuto capo del governo, Mussolini non si comportò subito da dittatore: solo tre suoi ministri su tredici appartenevano infatti al Partito Fascista, e la composizione del parlamento rimase quella delle precedenti elezioni. Sembrava che, dopotutto, la classe liberale avesse ragione: Mussolini, una volta giunto al potere, si sarebbe calmato e avrebbe abbandonato i metodi antidemocratici. In realtà le cose non stavano esattamente così: egli aspettava semplicemente l’occasione propizia per eliminare del tutto gli avversari politici, ma nel frattempo fece passare alcune misure non propriamente democratiche. Nel 1923 istituì la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), una sorta di esercito parallelo nel quale confluirono tutti i componenti delle squadre d’assalto. Mussolini giustificò il prov-

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Marcia su Roma 28 ottobre 1922 Militanti fascisti attraversano il ponte Salario diretti verso il centro della città.

Perché il re si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio?


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Perché la legge elettorale era antidemocratica?

vedimento con la necessità di tenere sotto controllo gli elementi più estremi e pericolosi del fascismo, ma in questo modo legittimò quella che fino a quel momento era stata una forza armata del tutto illegale, costituita da uomini totalmente fedeli ai suoi comandi. Creò, in secondo luogo, il Gran Consiglio del Fascismo: un organismo composto dai suoi più importanti collaboratori, che di fatto iniziò ad assumere su di sé alcune delle funzioni del parlamento. Per finire, nel novembre dello stesso anno ottenne l’approvazione di una nuova legge elettorale per l’elezione della Camera dei Deputati, in forza della quale al partito che avesse ottenuto la maggioranza dei voti sarebbero stati assegnati due terzi dei seggi. Le opposizioni protestarono aspramente contro questo grosso premio di maggioranza che ritenevano antidemocratico, ma senza risultato. Operando in maniera molto cauta, Mussolini aveva posto le prime basi per quella che sarebbe diventata una vera e propria dittatura personale sul paese. Per definire il proprio ruolo, al di là e al di sopra delle sue cariche ufficiali, egli cominciò anche a farsi chiamare Duce, parola di diretta origine latina che significa “guida”, “condottiero”.

L’assassinio di Giacomo Matteotti Nell’aprile 1924 si svolsero le elezioni politiche, secondo la legge varata l’anno precedente. Il Partito Fascista ottenne più del 60 per cento dei voti e conquistò dunque 374 dei 540 seggi disponibili. La campagna elettorale era stata però dominata da un clima di tensione e violenza, con gli uomini della Milizia sguinzagliati in ogni angolo d’Italia a picchiare e minacciare gli oppositori. Durante la prima riunione del nuovo parlamento Giacomo Matteotti, deputato socialista tra i più amati e rispettati, tenne un coraggioso discorso durante il quale denunciò tutte le malefatte delle settimane precedenti e mise chiaramente in luce la natura criminale del fascismo. Pochi giorni dopo egli fu rapito e il suo corpo senza vita fu ritrovato in un bosco alla periferia di Roma. I responsabili della sua morte sarebbero stati successivamente individuati in un gruppo di squadristi fascisti.

Aventino Il termine si riferisce a un episodio della storia romana del V secolo a.C. nel quale la plebe, per protestare contro i patrizi, si rifugiò sull’omonimo colle rifiutandosi di lavorare e dando vita così ad uno dei primi scioperi della storia.

Mussolini è in crisi, ma le opposizioni non ne approfittano L’indignazione fu enorme in tutto il paese: negli anni passati le camicie nere si erano macchiate di parecchi delitti, ma non erano mai arrivate fino al punto di uccidere un politico così in vista! Lo stesso Mussolini si dimostrò sorpreso e condannò pubblicamente il fatto avvenuto probabilmente a sua insaputa. Difficile infatti credere che un politico così abile e realista non avesse calcolato i rischi insiti in un’azione criminale di questo tipo. Gran parte dei deputati dell’opposizione decisero di abbandonare i lavori del parlamento fino a quando Mussolini non avesse rassegnato le dimissioni. Quella che venne chiamata “secessione dell’Aventino”


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Giacomo Matteotti (1885-1924)

si rivelò una mossa infelice, in quanto in quel particolare momento sarebbe servita una prova di forza, un’azione decisa, per liberarsi di un Mussolini che senza dubbio era rimasto scosso dagli avvenimenti. Anche il re, che era l’unico con l’autorità di porre fine al fascismo, si rifiutò di agire; egli mancava infatti di coraggio e temeva il “salto nel buio” che ne sarebbe seguito. I grandi industriali e i proprietari terrieri che avevano appoggiato Mussolini all’inizio non se la sentirono di ritirare la loro fiducia. Valutando che nel paese non ci fosse una valida alternativa a lui, decisero perciò di continuare a sostenerlo.

Il discorso alla Camera e l’inizio della dittatura Di fronte all’inattività e alla mancanza di organizzazione degli avversari Mussolini riprese coraggio. Il 3 gennaio del 1925 si recò alla Camera e pronunciò un famoso discorso in cui dichiarava di assumersi «la responsabilità politica, morale e storica» di quanto avvenuto. E riguardo alla secessione dell’Aventino assunse una posizione ancora più chiara: «Il governo è abbastanza forte per stroncare in pieno e definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l’amore, se possibile, o con la forza se sarà necessario». Era il chiaro segnale di quanto sarebbe avvenuto nei mesi seguenti: l’Italia era ormai caduta nelle mani di un dittatore.

Autorevole deputato socialista, fu sequestrato e ucciso a Roma dopo che alla Camera aveva coraggiosamente denunciato le malefatte del fascismo.

Perché la secessione dell’Aventino fu una mossa sbagliata?


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Mussolini partecipa al lavoro di trebbiatura durante la battaglia del grano nell'Agro Pontino Littoria (oggi Latina), 27 giugno 1935

4 · L’Italia fascista Le leggi fascistissime Tra il 1925 e il 1926 furono varate una serie di leggi, dette “fascistissime”, che di fatto misero fine alla democrazia, inaugurando la dittatura. L’opposizione dell’Aventino fu liquidata e vennero sciolti tutti i partiti politici, ad eccezione ovviamente di quello fascista. Vennero soppressi tutti i quotidiani indipendenti, salvo quelli più importanti come il Corriere della Sera, La Stampa o Il Messaggero che però vennero completamente riorganizzati con l’inserimento di persone gradite al Duce. Venne istituito un “Tribunale speciale per la difesa dello stato” che aveva il compito di punire ogni opposizione al regime. Per i reati contro la persona del re e di Mussolini venne inoltre ripristinata la pena di morte. Un totale stravolgimento dello Statuto La cosa più importante fu, però, il totale stravolgimento dello Statuto Albertino, che nel Regno d’Italia era l’equivalente di una costituzione: con una serie di decreti approvati in tempi rapidi, il capo del governo (quindi Mussolini stesso) divenne responsabile delle sue azioni solo di fronte al re e acquisì la capacità di legiferare per decreto anche senza l’approvazione del parlamento. A partire da questo momento, la Camera e il Senato, già completamente fascistizzati, divennero organismi meramente simbolici e rappresentativi: tutto il potere era nelle mani di Mussolini, appoggiato dai propri ministri e dal Gran Consiglio del Fascismo.


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Il regime cominciò così a usare la mano pesante verso gli oppositori; politici e intellettuali furono aggrediti o incarcerati (Giovanni Amendola e Piero Gobetti morirono in seguito alle aggressioni subite, mentre Antonio Gramsci, liberato dal carcere in gravi condizioni di salute, morì pochi anni dopo) oppure dovettero riparare all’estero (Turati, Sturzo, Nitti, Salvemini), da dove provarono a organizzare una resistenza clandestina al fascismo. Nei vent’anni di regime fascista furono poi circa quindicimila gli oppositori condannati al confino, ossia obbligati a risiedere per anni in luoghi remoti e difficilmente raggiungibili, lontano dalle proprie famiglie.

La Magistratura del Lavoro e le Corporazioni: il regime controlla il rapporto coi lavoratori Il regime fascista si diede da fare anche per controllare le relazioni con i lavoratori. I sindacati di ispirazione cattolica e socialista furono aboliti e venne creata la Magistratura del Lavoro, un organismo che, insieme con i sindacati fascisti, aveva il compito di regolare tutte le controversie tra operai e datori di lavoro. Un’iniziativa sbandierata con grande intensità dalla propaganda fu l’istituzione delle Corporazioni. Esse erano organizzazioni che, prendendo solo parzialmente spunto dal modello medievale, raggruppavano lavoratori della stessa categoria e ne regolavano gli interessi, in apparente armonia con i loro datori di lavoro. Le Corporazioni, così come la Magistratura del Lavoro, erano controllate dallo stato e in teoria avrebbero dovuto risolvere equamente i conflitti nel mondo del lavoro senza far rimpiangere il ricorso allo sciopero e ad altri strumenti di pressione tipici della tradizione del movimento operaio di matrice socialista. In realtà il sistema dimostrò di offrire una tutela ben maggiore agli imprenditori rispetto ai lavoratori. La battaglia del grano e la bonifica delle paludi Nella visione di Mussolini, lo stato fascista avrebbe dovuto controllare dall’alto ogni aspetto della vita, politico, economico e sociale. Per questo, a partire dal 1926, esso divenne sempre più “interventista” in economia. Il suo programma principale si basava su due obiettivi: l’aumento della produzione interna e la diminuzione delle importazioni (in modo da non dover più spendere eccessivamente per i prodotti stranieri). Tali traguardi furono perseguiti attraverso due iniziative principali: – la battaglia del grano, che puntava proprio ad accrescere la produzione agricola, in modo da non dovere più dipendere dalle importazioni di cereali dall’America e dall’Europa orientale; – la bonifica integrale di vaste zone, soprattutto a sud di Roma, che erano all’epoca invase da paludi, con conseguente diffusione di malattie come la malaria. Attraverso una intensa propaganda, lo stato spinse i braccianti bisognosi di lavorare a recarsi in queste

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Perché si dice che venne stravolto lo Statuto Albertino?


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Perché fu condotta la battaglia del grano e furono bonificate le paludi?

Rivalutazione della lira È un’operazione economica che consente di aumentare il valore di una particolare valuta, in rapporto ad un’altra. All’inizio dell’era fascista una sterlina inglese (la moneta più forte all’epoca) corrispondeva a 153 lire italiane. Mussolini riuscì ad aumentare il valore della lira, fino a farle raggiungere “quota 90” (una sterlina equivaleva a 90 lire).

zone da ogni parte d’Italia. Il risultato finale fu particolarmente positivo, dato che sulle terre bonificate vennero fondate nuove città come Sabaudia, Aprilia e Littoria (oggi Latina).

La rivalutazione della lira e gli interventi in campo sociale Un’altra importante iniziativa dell’economia fascista fu la rivalutazione della lira, che ebbe come effetto positivo quello di favorire l’industria siderurgica, elettrica e meccanica che, producendo per il mercato nazionale, poteva ora affrontare costi meno alti. Inoltre nel 1933 Mussolini creò l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), un istituto col quale lo stato si impegnava ad acquistare quote azionarie di banche e aziende entrate in crisi soprattutto a seguito del crollo della borsa di Wall Street, per salvarle dal fallimento. Tale istituto rimarrà in vita per parecchi decenni dopo il termine della guerra e verrà sciolto solo nel 2002. In conclusione, si può dire che la politica economica e sociale del fascismo conseguì alcuni risultati positivi: furono introdotte l’assistenza alla maternità e all’infanzia, le pensioni per gli operai e le assicurazioni per gli infortuni sul lavoro e la malattia, e furono creati luoghi di villeggiatura marini e montani per i figli dei lavoratori. La settimana lavorativa fu ridotta a quaranta ore, anche se i salari vennero di conseguenza diminuiti. Infine, lo stato concesse un finanziamento alle famiglie più numerose. La ragione di parte di questi provvedimenti va cercata nell’ideologia mussoliniana che metteva al centro della società la famiglia in quanto strumento per favorire la crescita demografica della nazione nel segno del motto “il numero è potenza”. Perciò fu imposta anche una tassa sul celibato che colpiva coloro che, non sposandosi, non creavano una famiglia e non si mettevano nelle condizioni di “dare figli alla patria”. L’ideologia fascista: amore per la patria e culto del Duce Mussolini non si preoccupò solamente di governare in modo autoritario il paese e di dirigerne l’economia. Egli volle anche esercitare un controllo capillare sulla società, nel tentativo di coinvolgere le masse nella vita politica e di creare un nuovo tipo di persona, totalmente devota all’Italia e al fascismo. Nella sua particolare visione (comune anche a nazismo e comunismo) lo stato è molto più importante del singolo individuo che trova la sua piena realizzazione solo nel servire il proprio paese. Molto emblematica è, a questo proposito, la frase che pronunciò in un suo discorso a Milano: «tutto nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato». Per questo egli insistette nel diffondere concetti come l’amore per la patria, la disciplina, l’obbedienza, lo spirito di sacrificio (non a caso “credere, obbedire, combattere” era uno dei suoi slogan preferiti) e, soprattutto, il culto carismatico del Duce, unica e suprema guida della nazione.


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La dittatura fascista utilizza largamente la radio e il cinema Per trasmettere tutto questo agli italiani, il fascismo si servì di una massiccia propaganda, utilizzando i mezzi di comunicazione di massa (radio e cinema) che il nuovo secolo aveva messo a disposizione. I discorsi di Mussolini erano sempre trasmessi in diretta su tutto il territorio e per ascoltarli venivano organizzate vere e proprie adunate oceaniche con pullman e treni che partivano da ogni parte d’Italia. Nei numerosi film che vennero realizzati in quegli anni venivano sempre esaltate la positività e la superiorità dello stato fascista e le glorie dell’Impero Romano, che il fascismo riconosceva come il grande modello da imitare, mentre nei cinegiornali che precedevano le proiezioni, le varie conquiste del regime erano sempre sbandierate con particolare entusiasmo. Mussolini, modello dell’italiano forte e virtuoso L’ideologia fascista era inseparabile dal “mito” del Duce, valoroso condottiero della nazione, al quale veniva tributato un vero e proprio “culto della personalità”. Egli veniva presentato come il modello dell’italiano forte e virtuoso, ne venivano esaltate le caratteristiche intellettuali, fisiche (celeberrime le sue fotografie a torso nudo durante la battaglia del grano o quelle in tenuta sportiva), militari (veniva spesso ritratto in uniforme), politiche e morali (amava mostrarsi sorridente e disponibile con i suoi ammiratori, soprattutto donne e bambini).

Le formazioni giovanili fasciste si esibiscono durante la cerimonia per la XVI Leva Fascista Roma, 1 ottobre 1942

Perché si parla di culto della personalità?

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Parata dei giovani Balilla schierati davanti a Mussolini Roma, Foro Mussolini (oggi Foro Italico), 24 maggio 1934

Perché furono create dal fascismo le organizzazioni giovanili?

L’educazione dei giovani e la valorizzazione delle masse Il fascismo si considerava anche l’unico depositario dell’educazione dei giovani. Nell’ottica del suo progetto di formare nuovi individui completamente devoti al regime, venne stabilito che, a partire dai primi anni di età, ogni italiano avrebbe dovuto appartenere ad apposite organizzazioni: c’erano i Figli della lupa, i Balilla, le Piccole e le Giovani Italiane, il GUF (Gioventù Universitaria Fascista). I giovani svolgevano attività ludiche e sportive, andavano in vacanza nelle colonie estive a spese dello stato, ma erano anche addestrati alla vita militare ed erano educati all’obbedienza incondizionata al fascismo e a Mussolini. Per gli adulti venne poi creata l’Opera Nazionale Dopolavoro, che aveva il compito di organizzare il tempo libero degli operai e delle altre categorie di lavoratori. Proprio la cura e la valorizzazione del ruolo delle masse fu la principale novità del regime fascista rispetto alle dittature tradizionali, che tendevano piuttosto a relegare le classi popolari in un ruolo marginale e a considerarle superflue per l’esercizio del loro potere. Gli anni del consenso Nonostante la sua natura autoritaria e antidemocratica, per alcuni anni il regime godette di un ampio consenso popolare che derivava essenzialmente da due fattori. Innanzitutto i miglioramenti sul piano economico e sociale che l’Italia fece registrare durante il primo


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decennio della dittatura. In secondo luogo il fatto che i ceti popolari, fino ad allora poco considerati dalla vecchia classe dirigente liberale, videro nel fascismo qualcosa che finalmente li valorizzava e li rendeva partecipi di grandi orizzonti. La catastrofe della Seconda guerra mondiale dimostrò quanto tale prospettiva fosse fallace, ma occorreva molta coscienza critica per potersene rendere conto da subito. Certo, molte persone erano legate più alla figura di Mussolini che al fascismo in sé, molti altri diedero al regime un consenso solo superficiale e strumentale, allo scopo di proteggere i propri interessi, ma è innegabile comunque che, soprattutto negli anni che vanno dal 1929 al 1936, gli italiani favorevoli al fascismo fossero molti di più di quelli contrari.

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Perché per alcuni anni Mussolini godette di ampio consenso popolare?

5 · I Patti Lateranensi e la tentata riconciliazione con la Chiesa Il rapporto con la Chiesa: i Patti Lateranensi Fedele alla sua formazione socialista, Mussolini non vedeva certamente di buon occhio né il Cristianesimo né la religione cattolica. Nonostante questo, egli comprendeva bene che la Chiesa e il papa avevano un ruolo importantissimo nella società italiana e che per la maggior parte degli italiani la Chiesa era un punto di riferimento primario. Ignorare questo fatto e attuare una politica ostile nei suoi confronti gli avrebbe senza dubbio fatto perdere il consenso ottenuto. Fu così che Mussolini decise di firmare con la Chiesa Cattolica un accordo che finalmente risolvesse la “questione romana”. Un riconoscimento reciproco tra lo Stato e la Chiesa I Patti Lateranensi vennero firmati l’11 febbraio 1929 tra la Santa Sede e il governo italiano. Con essi lo stato italiano riconobbe la sovranità del papa sul territorio compreso tra la basilica di San Pietro e i palazzi vaticani nonché su altri edifici situati in varie parti di Roma. Nasceva così un vero e proprio stato, la Città del Vaticano, col quale la Santa Sede poteva disporre di un proprio territorio a tutela della piena indipendenza della propria missione e il papa non era più un semplice ospite sul suolo italiano. Lo stato, inoltre, pagò alla Chiesa una forte somma di denaro come indennizzo per la presa di Roma del 1870 e la religione cattolica divenne religione di stato; fu dunque introdotto il suo insegnamento obbligatorio nelle scuole e il matrimonio religioso ebbe automaticamente anche effetti civili. Da parte sua, il Vaticano riconobbe ufficialmente Roma come capitale d’Italia (in passato il papa si era sempre rifiutato di compiere questo passo) e si impegnò a nominare vescovi che non fossero esplicitamente sgraditi al regime fascista.

Perché Mussolini decise di accordarsi con la Chiesa?


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La firma dei Patti Lateranensi, 11 febbraio 1929 Illustrazione di Achille Beltrame tratta da La Domenica del Corriere, 24 febbraio 1929. A firmare con Mussolini è il cardinale Gasparri, Segretario di Stato vaticano.

Perché i Patti Lateranensi rappresentarono un vantaggio sia per la Chiesa che per Mussolini? Azione Cattolica È la più antica associazione dei laici cattolici italiani, risalente alla metà dell’Ottocento. Si occupa della formazione religiosa e culturale dei suoi aderenti nonché di collaborare con i sacerdoti nello svolgimento delle attività pastorali.

I Patti Lateranensi furono un guadagno maggiore per la Chiesa piuttosto che per il fascismo: Mussolini rinunciò infatti a esercitare un potere assoluto su tutte le istituzioni del paese, mentre il papa acquisiva una maggiore libertà. Tuttavia, il prestigio del fascismo e del suo leader uscì enormemente ingigantito e rafforzato da questi accordi, sia all’Italia che all’estero.

Lo scontro con l’Azione Cattolica Forte di questo successo, negli anni seguenti Mussolini pretese di intensificare il controllo sulle istituzioni della Chiesa: per ben due volte, nel 1931 e nel 1938, egli fece grosse pressioni su papa Pio XI affinché sciogliesse l’Azione Cattolica, in quanto riteneva che il compito di educare i giovani spettasse unicamente al fascismo e alle sue organizzazioni. La replica del pontefice fu sempre ferma e decisa: la Chiesa poteva anche firmare patti con un dittatore per salvaguardare i propri interessi ma non avrebbe mai accettato di rinunciare ad uno dei suoi compiti principali. In entrambi i casi Mussolini dovette cedere: egli non osava infatti arrivare a una prova di forza contro l’unica persona che in Italia fosse amata e seguita come lui. La Chiesa continuò così a portare avanti il rapporto coi fedeli e se in alcuni casi, soprattutto nei primi anni, alcuni suoi esponenti approvarono il fascismo, nel suo insieme e nei suoi vertici essa ne criticò in modo sempre più aspro la componente totalitaria.


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METTIAMO A FUOCO

Con l’appello agli uomini liberi e forti nasce il Partito Popolare Un partito di ispirazione cristiana, ma laico e non confessionale Il Partito Popolare Italiano nacque il 18 gennaio 1919 a Roma, ad opera di un sacerdote siciliano, don Luigi Sturzo, che già in passato si era distinto per i suoi interventi in campo politico (era stato tra l’altro uno dei maggiori critici della politica clientelare di Giolitti nel Meridione). Con un celebre discorso che iniziava con l’appello a «tutti gli uomini liberi e forti» del paese, egli lanciò la sua proposta: creare un partito di forte ispirazione cristiana, che facesse propri i principi della dottrina sociale della Chiesa formulati già da papa Leone XIII, ma al tempo stesso laico e non confessionale. Ciò significava che esso era aperto a tutti, che anche i non cattolici potevano farne parte a patto che ne condividessero il programma. Questo programma poi metteva al centro la famiglia, la libertà di educazione, i diritti dei lavoratori e dei contadini. Una forza interclassista con un grande futuro davanti Intendeva essere, come si diceva allora, un partito interclassista, cioè aperto alle istanze della classe operaia, senza però sposarne gli eccessi rivoluzionari proposti dai socialisti, ma al tempo stesso attento al ceto medio e al mondo contadino. Per quest’ultimo, in particolare, proponeva un serio programma di riforme tra cui la liquidazione del latifondo e la cessione di queste terre ai contadini. Altro aspetto di grande interesse fu l’importanza data alle autonomie locali. Contro il centralismo che era stato uno dei cavalli di battaglia dell’azione politica della classe dirigente italiana fin dall’unità d’Italia, egli proponeva di dare ampia autonomia ai comuni e si batteva per la costituzione delle regioni. Con questo partito, che ebbe subito grande successo anche sul piano elettorale, finalmente i cattolici si riavvicinarono alla vita politica italiana, dopo il duro periodo che aveva fatto seguito alla presa di Roma e al successivo non expedit promulgato dal papa in quell’occasione.

Uno dei primi stemmi del Partito Popolare

La Democrazia Cristiana, erede del Partito Popolare ma anche no L’eredità del Partito Popolare, sciolto a viva forza dal fascismo nel 1926, verrà raccolta al termine della Seconda guerra mondiale, con il ritorno della democrazia, da un nuovo partito, la Democrazia Cristiana, che però si caratterizzerà, come dice anche il nome, in senso più confessionale. E anche l’azione politica di questo nuovo partito si ispirerà spesso a modelli diversi e divergenti rispetto a quelli del vecchio Partito Popolare. Mentre il Partito Popolare, infatti, pur avendo deliberatamente scelto di non essere un partito di soli cattolici, si ispirava in modo diretto alla dottrina sociale della Chiesa, la Democrazia Cristiana, pur rimarcando sin dal nome il proprio specifico riferimento ideale e pur avendo con la Chiesa un forte legame anche organizzativo, avrà nei fatti una cultura politica più “laica” che nel tempo poi si accentuerà. Con il trascorrere degli anni infatti essa abbandonerà sempre più nella sua proposta politica il riferimento ai valori ideali cristiani che ne erano stati all’origine.


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METTIAMO A FUOCO

Fascismo: un totalitarismo imperfetto Un regime senza dubbio antidemocratico A causa della loro alleanza durante la Seconda guerra mondiale molti storici sono caduti nella tentazione di associare il fascismo al nazismo, considerandoli due fenomeni simili, se non addirittura uguali fra loro. In realtà, sebbene sia impossibile negare le caratteristiche in comune tra i due regimi, occorre precisare che quello creato da Mussolini fu un regime dittatoriale meno oppressivo e totalitario rispetto non solo al nazismo, ma anche al comunismo sovietico. Mussolini governò gli italiani con sistemi antidemocratici, eliminando le opposizioni politiche, imbavagliando la stampa e operando ogni serie di limitazione alla libertà di espressione della gente. Dopo il 1935 la morsa del regime si strinse ancora di più: l’iscrizione al Partito Fascista venne resa quasi obbligatoria, ai docenti universitari venne imposto di giurare fedeltà al Duce e la partecipazione alle organizzazioni giovanili venne maggiormente controllata. Nel tentativo di “fascistizzare” sempre di più gli italiani poi, furono varate alcune iniziative al limite del ridicolo, come l’abolizione del “lei” (sostituito dal “voi”, considerato più autorevole) e l’eliminazione di tutte le parole straniere dal vocabolario italiano. La polizia segreta (la temuta OVRA) era molto attiva in ogni settore della società e accadeva spesso che chi esprimeva opinioni contrarie a quelle del regime venisse denunciato e finisse in carcere. Mussolini non esercitò mai un controllo totale sull’Italia Tuttavia, nel corso dei suoi vent’anni di dittatura, Mussolini non riuscì mai a esercitare un controllo assoluto sull’Italia. Questo perché rinunciò a eliminare due dei pilastri fondamentali su cui si fondava la società italiana: la monarchia e la Chiesa. Il fascismo aveva conquistato il potere grazie all’approvazione del re, e tecnicamente Mussolini rimase sempre il primo ministro, vale a dire un gradino sotto rispetto a Vittorio Emanuele III. È vero che il monarca era un uomo essenzialmente debole e che gli lasciò sempre mano libera in tutto; dall’altra parte, però, il sovrano italiano

rimaneva pur sempre la figura più importante della nazione, l’unico che, se solo avesse voluto, avrebbe avuto l’autorità necessaria per opporsi al fascismo (cosa che in effetti farà, ma purtroppo troppo tardi, a guerra ormai perduta).

Il ruolo fondamentale della Chiesa In secondo luogo, come abbiamo già visto, Mussolini non osò smantellare le istituzioni della Chiesa, anzi, firmò con essa un patto che ne migliorò notevolmente la posizione. Sebbene un certo numero di preti e di vescovi dessero il loro appoggio al regime, il papa Pio XI e le alte gerarchie ecclesiastiche erano dichiaratamente ostili agli eccessi del fascismo. Per tutti questi motivi, il fascismo risultò certamente un regime dittatoriale, ma più blando rispetto al nazismo e al comunismo sovietico, che invece riuscirono a operare un controllo totale in tutti gli ambiti della vita sociale e politica. Ecco perché molti storici hanno definito il regime di Mussolini come un “totalitarismo imperfetto.”


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PARTIAMO DALLE FONTI

Due fondamentali discorsi di Mussolini Presentiamo dei brani tratti da due celebri discorsi parlamentari di Benito Mussolini. Il primo è tratto dal cosiddetto “discorso del bivacco” pronunciato dal capo del fascismo il 16 novembre del ‘22 alla Camera dei Deputati. In esso il futuro Duce, dopo aver comunicato dell’incarico di formare il nuovo governo assegnatogli del re, si rivolge “per formale deferenza” al parlamento, pronunciando nei suoi confronti parole molto dure e sprezzanti che già fanno capire le future intenzioni del primo ministro. Il secondo invece è quello pronunciato il 3 gennaio del ‘25 dopo l’uccisione di Matteotti e il fallimento della protesta dell’Aventino. In esso Mussolini, dopo essersi assunto la «responsabilità politica, morale, storica» di quanto accaduto, rinuncia al volto conciliante che aveva cercato di mostrare fino ad allora e annuncia un giro di vite che porterà alla definitiva realizzazione dello stato dittatoriale. La lettura di seguito di questi due brani mostra, al di là delle apparenze, la sostanziale continuità del progetto dittatoriale di Mussolini, presente già nel ’22 anche se allora astutamente mascherato.

«Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non vi abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il fascismo. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto». «Vi siete fatti delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora… L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa, gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario».

Dal balcone di Palazzo Venezia, sua residenza a Roma, Mussolini parla alla folla radunata nella piazza sottostante


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Raccontiamo in breve la linea del tempo

1917 rivoluzione bolscevica in Russia 1918 fine della Prima guerra mondiale 1919 nascono il Partito Popolare e il Movimento dei Fasci di combattimento 1921 nasce il Partito Comunista 28 ottobre 1922 marcia su Roma 3 gennaio 1925 discorso di inaugurazione del “regime” 11 febbraio 1929 stipula dei Patti Lateranensi ottobre 1929 crisi di Wall Street 1933 Hitler prende il potere in Germania 1936 alleanza tra Mussolini e Hitler 1939 inizio della Seconda guerra mondiale

versione audio on line e nell’app

1. La conferenza di pace di Parigi non aveva soddisfatto del tutto le speranze dell’Italia: non tutti i territori promessi con il Patto di Londra le furono accordati e per questo il poeta ed eroe di guerra Gabriele D’Annunzio, che si impadronì per un certo tempo della città di Fiume, assegnata alla Jugoslavia, parlò di “vittoria mutilata”. Oltre a questa insoddisfazione piuttosto diffusa, il quadro del paese era reso grave anche dalla crisi economica, dal dramma dei reduci e dalla divisione in seno ai vari gruppi della società, soprattutto tra operai e piccola borghesia. 2. Il quadro politico cambiò radicalmente: al Partito Socialista, già esistente da tempo, si aggiunse il Partito Popolare di don Luigi Sturzo, di ispirazione cattolica. Nelle elezioni del 1919 entrambe le formazioni ottennero un notevole risultato, confinando i vecchi liberali a un ruolo di minoranza. Nonostante ciò, questi partiti erano divisi tra loro e nessuno aveva i numeri necessari a governare: il quadro politico era dunque instabile. La situazione si complicò ancor di più nel 1921, quando da una scissione all’interno dei socialisti nacque il Partito Comunista Italiano fautore di una azione rivoluzionaria sul modello dei bolscevichi russi. 3. Il Movimento Italiano dei Fasci da Combattimento nacque a Milano nel marzo del 1919 ed era guidato dall’ex socialista rivoluzionario Benito Mussolini. Il programma degli inizi era confuso, in parte ancora influenzato dal socialismo ma anche fortemente nazionalista, e questo gli avvicinò la piccola borghesia e i reduci di guerra. Nel 1921 da movimento divenne partito e già alle elezioni di quell’anno ottenne notevoli risultati, portando 35 deputati in parlamento. All’interno del movimento fascista si formarono le “camicie nere”, squadre di fascisti armati che aggredivano e colpivano con violenza sedi ed esponenti di partiti e organizzazioni avversarie. I grandi industriali appoggiarono il fascismo in quanto vedevano in esso uno strumento utile a frenare la temuta avanzata delle forze socialiste e ad arginare scioperi e proteste sindacali. Anche gli esponenti liberali vedevano nel fascismo uno strumento per ripristinare e mantenere l’ordine pubblico nel paese sempre più minacciato, a loro dire, dalle forze socialiste e operaie. 4. Il 28 ottobre del 1922 Mussolini, consapevole della forza del suo movimento, decise di prendere il potere: organizzò una “marcia su Roma” con cinquantamila camicie nere provenienti da tutta Italia. Il re, di fronte a questa dimostrazione di forza, anziché fermare Mussolini, ritenne fosse meglio affidargli la guida di un nuovo governo. Mussolini, divenuto primo ministro, costituì un governo con soli tre ministri fascisti, tuttavia iniziò ad adottare alcune misure che mettevano a


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rischio la futura democrazia: creò una Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e il Gran Consiglio del Fascismo e, per finire, nel 1923 modificò la legge elettorale. 5. Alle elezioni dell’aprile 1924 il Partito Fascista ottenne la maggioranza. Il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò però i numerosi brogli e le violenze esercitate dagli squadristi. Pochi giorni dopo scomparve e venne ritrovato morto. Il delitto suscitò enorme scalpore nel paese, i fascisti vennero sospettati del delitto e lo stesso Mussolini si trovò in grande difficoltà. Tuttavia l’opposizione non fu abbastanza forte da rovesciarlo e il re, anzi, gli rinnovò la sua fiducia. Il 3 gennaio 1925 Mussolini, rinfrancato, si recò alla Camera e pronunciò un discorso che fu di fatto considerato come l’inizio della dittatura. 6. Tra 1925 e 1926 furono varate le cosiddette leggi fascistissime che eliminarono le libertà democratiche e inaugurarono la dittatura. I partiti politici furono sciolti e i loro principali esponenti vennero incarcerati, spediti al confino oppure presero la via della clandestinità. Alcuni vennero uccisi. Il regime iniziò ad occuparsi del lavoro: furono aboliti i sindacati, sostituiti da una Magistratura del Lavoro; vennero create le Corporazioni, che avrebbero dovuto risolvere una volta per tutte i conflitti sociali. Lo stato fascista divenne anche molto interventista in economia, varando iniziative come la “battaglia del grano” o la bonifica delle paludi del Lazio, che portò alla fondazione di nuove città. La lira venne inoltre rivalutata e questo fu un fatto positivo per l’industria siderurgica. 7. Mussolini cercò di realizzare un controllo capillare sulla società, nel tentativo di plasmare gli italiani rendendoli cittadini totalmente devoti alla patria e al “Duce”. A tale scopo utilizzò largamente i nuovi mezzi di comunicazione come la radio e il cinema e varò una serie di iniziative propagandistiche alle quali tuttavia gli italiani rimasero sempre piuttosto estranei. Il regime godette comunque di un largo consenso popolare, anche perché in questi anni le condizioni sociali ed economiche del paese erano leggermente migliorate. 8. Pur essendo ostile al Cattolicesimo, Mussolini si rendeva conto che la Chiesa era stimata dalla stragrande maggioranza degli italiani. Fu così che nel 1929 firmò i Patti Lateranensi, che di fatto misero fine alla “questione romana” nel quadro di un reciproco riconoscimento tra Stato e Chiesa. Tale iniziativa accrebbe il consenso verso il fascismo. Il papa, però, si dimostrò decisamente intenzionato a non cedere alle successive pressioni del regime: in particolare respinse la richiesta di scioglimento dell’Azione Cattolica.

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Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Quali territori ebbe l’Italia nella conferenza di Parigi e quali invece le vennero negati? 2. Chi era Gabriele D’Annunzio? 3. Chi fondò il Partito Popolare? 4. Chi erano i socialisti massimalisti e che obiettivo si prefiggevano? 5. Chi erano le camicie nere? 6. Che cos’era la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale? 7. Chi era Giacomo Matteotti? 8. Quali furono le leggi fascistissime? 9. Che cos’erano le corporazioni? 10. Quali misure furono adottate a favore delle famiglie? 11. Quale fu la politica di Mussolini nei confronti dei giovani? 12. Che cos’erano i Patti Lateranensi e che cosa stabilivano?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1919

Nasce il partito Comunista Italiano

1921

Nascono il Partito Popolare e il Movimento dei Fasci di Combattimento

28 ottobre 1922

Discorso alla Camera di Mussolini

3 gennaio 1925

Stipula dei Patti Lateranensi

11 febbraio 1929

Marcia su Roma

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. Il Partito Comunista Italiano nacque da una scissione all’interno del Partito Socialista.

V

F

Alle prime elezioni a cui parteciparono, i fascisti ottennero un grande successo.

V

F

Giolitti guardò sempre con grande disprezzo il fascismo.

V

F

Matteotti fu assassinato dopo aver criticato il fascismo in parlamento.

V

F

I partiti politici continuarono a operare anche dopo l’introduzione delle leggi fascistissime.

V

F

Mussolini rivalutò la lira per rilanciare l’economia italiana.

V

F

Mussolini fu molto abile nell’uso dei nuovi strumenti di propaganda.

V

F

Mussolini fece sciogliere l’Azione Cattolica.

V

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Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Gli ex combattenti erano particolarmente insoddisfatti perché a. si sentivano abbandonati dal governo perché non li aveva ricompensati dei loro sacrifici. b. aspiravano a fare carriera nell’esercito ma non avevano potuto coronare questa aspirazione. c. all’Italia non erano stati concessi alcuni territori ambiti. La crisi economica che si era diffusa dopo la guerra fu dovuta principalmente a. al diffondersi dell’ideologia comunista che incitava alla rivoluzione. b. alla mancanza di mano d’opera perché molti uomini erano morti in guerra. c. alla necessità di riconvertire la produzione da bellica in civile. Gli industriali e i proprietari terrieri guardavano con grande simpatia il fascismo perché a. con i suoi metodi violenti prometteva di sbarrare la strada alla rivoluzione socialista. b. sosteneva la monarchia e il nazionalismo. c. aveva un programma politico moderno e sosteneva le rivendicazioni dei contadini e degli operai. Nella visione politica di Mussolini a. lo stato era più importante dell’individuo che trovava la sua piena realizzazione nel servire la patria. b. l’individuo aveva valore al di sopra di tutto. c. lo stato doveva essere al servizio di ogni cittadino che godeva di diritti inalienabili. Mussolini stipulò i Patti Lateranensi col papa a. perché era sinceramente devoto alla Chiesa Cattolica. b. per ottenere il consenso della maggioranza del popolo italiano che era cattolico. c. per porre fine alla “questione romana”. Esercizio 5 · Sono elencate di seguito, senza un ordine preciso, alcune conseguenze della Prima guerra mondiale. Esaminale una per una e poi rispondi alle domande riportate a fianco. Conseguenze Insoddisfazione per le decisioni della conferenza di pace di Parigi. Difficile riconversione del sistema industriale. Crisi dei partiti di ispirazione liberale.

Domande Quali di queste conseguenze si collocano sul piano economico-sociale e quali invece sul piano più strettamente politico e geo-politico?

Disoccupazione diffusa.

Quali hanno avuto un’incidenza nel determinare l’avvento di regimi totalitari quali il comunismo in Russia e il fascismo in Italia (oltre al nazismo che studierai nel prossimo capitolo)?

Difficoltà di reinserimento dei reduci. Fine dei grandi Imperi. Riduzione territoriale della Germania. Generale impoverimento dell’Europa. Nascita di nuovi stati. Nascita della Società delle Nazioni. Impoverimento della Germania.

Quali riguardano in modo particolare l’Italia?


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Capitolo 8

materiale integrativo on line e nell’app

Il nazismo: la Germania e l’Europa nel baratro Un feroce totalitarismo La dittatura fondata nel 1933 da Adolf Hitler è, in gran parte, una conseguenza della Prima guerra mondiale e della durissima pace punitiva inflitta alla Germania dai vincitori. Hitler infatti, nel suo progetto di conquista del potere, seppe abilmente far leva sul sentimento di rabbia e di frustrazione di milioni di tedeschi che, dopo aver creduto nella potenza del Secondo Reich, si ritrovavano in un paese distrutto e senza prospettive. Quello di Hitler fu un regime totalitario e antidemocratico, in cui ogni aspetto della vita era controllato dall’alto ed era proibita ogni forma di dissenso. L’ideologia nazista si distinse per il suo carattere ferocemente razzista e antisemita. Hitler proclamava infatti la superiorità della razza tedesca (derivata, secondo lui, da una ipotetica razza ariana dei tempi antichi), che avrebbe avuto perciò il diritto di dominare su tutti gli altri popoli. A ciò si aggiungeva un odio senza precedenti nei confronti degli ebrei. Essi erano indicati come i veri responsabili della sconfitta militare e della rovina del popolo tedesco e, per questo, subirono feroci persecuzioni che giunsero, durante gli anni della guerra, al vero e proprio sterminio. Una volta al potere, Hitler avviò una politica aggressiva ed espansionistica, sostenuta da un intenso riarmo che favorì anche la ripresa economica. Questo gli ottenne vasti consensi popolari nel suo paese ma portò il mondo verso il baratro di un secondo e più tragico conflitto.

Adolf Hitler sale verso il podio da cui parlerà a migliaia di agricoltori riuniti a Bückeberg (Bassa Sassonia) per l’annuale festa di ringraziamento per il raccolto 1 ottobre 1934 La festa, uno dei grandi riti di massa del nazismo, ebbe luogo ogni anno dal 1933 al 1937 in una vastissima arena a tal fine appositamente predisposta.

brano audio on line e nell’app

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Il nazismo: la Germania e l’Europa nel baratro

Hitler in posa nella sua abitazione in Prinzregentenplatz n. 16 Monaco di Baviera, 1925 Alle sue spalle un ritratto del cancelliere Bismarck.

1 · La fine del Secondo Reich e i difficili anni della Repubblica di Weimar La sconfitta nella Prima guerra mondiale scatena la delusione e il caos in Germania La sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale aveva provocato un vero e proprio shock all’interno del paese. Il Secondo Reich nato nel 1871 era stato descritto come invincibile dalla propaganda e, per un popolo fortemente imbevuto di idee nazionaliste, l’impatto con la realtà si rivelò difficile da sopportare. Negli ambienti di estrema destra si diffuse perciò il mito della “pugnalata alla schiena”: dato che l’esercito tedesco si era arreso a causa dell’esaurimento delle risorse economiche del paese e non perché battuto sul campo, in tali ambienti si cominciò a dire che la Germania si


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era dovuta arrendere perché tradita dai suoi nemici interni, ossia i comunisti, i socialisti e gli ebrei. Alla rabbia dei nazionalisti si aggiunsero poi le due grosse insurrezioni comuniste che tra il novembre del 1918 e il gennaio del 1919 insanguinarono le città di Monaco e Berlino. I rivoluzionari, fortemente spalleggiati dal Comintern, tentarono di ripetere l’esperienza russa del 1917, ma furono respinti con forza dall’esercito. La Germania era ormai nel caos. Il 9 novembre 1918 Guglielmo II aveva abdicato segnando così anche la fine del Secondo Reich.

La nascita della Repubblica di Weimar Nel 1919 si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente, che venne poi riunita a Weimar, una città termale della Turingia. Nell’agosto di quel medesimo anno l’Assemblea approvò la nuova costituzione di quella che sarebbe passata alla storia appunto col nome di Repubblica di Weimar. In forza di essa la Germania diventava una repubblica federale formata da 17 stati regionali (Länder). Dalle elezioni era uscito un parlamento in cui le forze politiche moderate, socialdemocratici, liberali, popolari, detenevano la maggioranza. Sembrava insomma che la Germania postbellica potesse imboccare la strada della democrazia. Purtroppo però la costituzione di Weimar, ottima per molti aspetti, aveva un difetto: non consentiva la creazione di governi stabili ed autorevoli. Questo contribuirà non poco ad aprire la strada alla dittatura di Adolf Hitler. Malgrado la fine dell’Impero, i grandi proprietari terrieri, i grandi industriali e gli alti ufficiali delle forze armate continuavano a conservare un forte potere. Ostili alla repubblica e alla democrazia in genere, essi volevano che il presidente della nuova Germania repubblicana fosse una specie di nuovo imperatore. Volevano insomma che potesse disporre di poteri non democratici. E ottennero infatti che gli fosse riconosciuto tra l’altro il diritto, in casi di emergenza, di varare leggi anche senza il consenso del parlamento. Le pesantissime condizioni del trattato di pace La nuova Germania non era nata insomma su basi molto solide. Nello stesso periodo in cui essa si avviava a muovere i primi passi, a Versailles, nei pressi di Parigi, si concludeva la conferenza di pace convocata dai vincitori della guerra. Come abbiamo già visto, le condizioni imposte dai vincitori allo stato tedesco furono decisamente dure. Esso dovette cedere circa il 15% del proprio territorio, nonché l’80% dei propri giacimenti di ferro. Inoltre, a titolo di riparazioni di guerra gli venne imposto il pagamento di una fortissima somma di denaro. Tutto questo non fece altro che peggiorare una situazione già negativa. Nel paese si diffuse una miseria senza precedenti, mentre la rabbia e la frustrazione della popolazione crebbero a dismisura.

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Perché la sconfitta nella Prima guerra mondiale ebbe un forte impatto sul popolo tedesco? Perché si parlava di pugnalata alla schiena?

Perché la Repubblica di Weimar era debole?


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Una banconota tedesca degli anni della grande inflazione Stampata nel 1924, valeva 100 bilioni di marchi.

Perché Francia e Belgio occuparono la regione della Ruhr?

Dilagano la miseria e la disoccupazione Data la situazione, i tedeschi si trovarono ben presto nell’impossibilità di pagare le riparazioni entro le scadenze stabilite. Nel 1923, dicendo di volersi così garantire il puntuale pagamento di quanto la Germania doveva loro, Francia e Belgio occuparono militarmente la regione industriale della Ruhr, cuore dell’economia tedesca del tempo. L’occupazione della Ruhr diede il colpo di grazia a un’economia che già stava cadendo a pezzi. Sulla Germania si abbatté l’inflazione più grande che si fosse mai vista in un paese occidentale. Basti pensare che tra gennaio e novembre il valore di un dollaro americano crebbe da 18.000 a 8 milioni di marchi. Il costo di un litro di latte balzò da 5 milioni a 360 miliardi di marchi nell’arco di un solo mese! La miseria e la disoccupazione dilagarono, rendendo milioni di persone facilmente influenzabili da gruppi estremisti, sia di destra che di sinistra.


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2 · La nascita e l’affermazione del nazismo Il programma politico del Partito Nazista La giovane repubblica era contestata da più parti. Da un lato dai comunisti, che non si erano arresi dopo i fallimenti degli anni precedenti e che sognavano ancora la rivoluzione. Dall’altro dai nazionalisti, che accusavano i membri del governo di essere tra “i traditori di novembre”. Tra questi, nei primi anni Venti cominciò ad emergere il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (comunemente detto nazista), che aveva come suo capo indiscusso Adolf Hitler e univa nel programma un forte nazionalismo (con la volontà di modificare il Trattato di Versailles e di riportare la Germania all’antica grandezza) ad una attenzione verso le rivendicazioni dei lavoratori. Mirava insomma a un “socialismo nazionale”, opposto alla fratellanza internazionale di tutti gli operai proclamata dal comunismo e molto simile a quello che Mussolini aveva lanciato in Italia. Un nazionalismo che affonda le proprie radici nel tempo Il nazionalismo cui Hitler dava voce trovava le sue radici in una particolare concezione del popolo tedesco che aveva iniziato a diffondersi con l’affermazione del Regno di Prussia (inizi del XIX secolo) e che aveva trovato per la prima volta espressione nell’opera del filosofo Johann Fichte. Secondo tale concezione, i tedeschi avrebbero goduto di una grandezza e di una superiorità derivate dalla loro discendenza dagli antichi Germani, popolo mai vinto dall’Impero romano e che anzi ne aveva provocato la caduta. Per questo i Germani erano da considerarsi una razza superiore in virtù anche del fatto che non si erano mai mescolati ad altri popoli e avevano così potuto conservare una presunta purezza originaria. Il simbolo del partito nazista era la svastica, una specie di croce con uncini rivolti in senso orario di antica origine indoeuropea. Hitler riteneva che tale simbolo rappresentasse il mitico popolo degli Arii di cui, a suo dire, i Germani e, di conseguenza, i tedeschi erano i discendenti. Dal nome Arii veniva fatta derivare l’espressione “razza ariana” frequentemente usata dai nazisti. Il fallito putsch di Monaco I nazisti erano anche fortemente antisemiti, caratteristica che avevano in comune con tutte le formazioni di destra di quel periodo, e disponevano di formazioni armate, le temibili SA (“Squadre d’assalto”), che agivano indisturbate nel paese. Nel 1923, forti del consenso che sembravano avere tra la popolazione, essi organizzarono un colpo di stato (putsch) nella città di Monaco, dove si trovava il loro quartier generale. L’azione venne

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organizzata in modo approssimativo e fu sgominata in poche ore dall’esercito. Hitler e gli altri responsabili vennero arrestati, mentre il partito venne sciolto.

Perché nel 1925 la situazione in Germania conobbe un leggero miglioramento?

La situazione economica migliora leggermente… Hitler rimase in carcere per pochi mesi. La sua azione venne punita in quanto esplicitamente illegale, ma furono molte le persone, giudici compresi, che la guardarono con benevolenza, condividendone gli obiettivi. In carcere egli scrisse un libro-manifesto col suo programma politico, Mein Kampf (“La mia battaglia”) e quando tornò in libertà venne accolto come un eroe dai suoi seguaci, che avevano tenuto in vita clandestinamente l’organizzazione del partito. A partire dal 1925 la situazione nel paese conobbe un leggero miglioramento, anche perché le potenze europee, consapevoli della loro eccessiva severità nei confronti della Germania, ridussero le sanzioni economiche. Nel 1925 a Locarno, inoltre, Francia e Germania firmarono un trattato di amicizia e cooperazione, mentre l’anno successivo la Repubblica di Weimar entrò ufficialmente nella Società delle Nazioni.

Perché la crisi del ’29 fece ripiombare la Germania nella crisi?

… ma la crisi del 1929 fa ripiombare la Germania nella miseria Certo, la forza delle destre era ancora notevole: nel 1925 infatti venne eletto presidente il vecchio feldmaresciallo Von Hindenburg, uno degli eroi della guerra. Dall’altra parte, però, la tensione si era notevolmente allentata, per cui i gruppi più estremisti e violenti persero molta della loro forza. Tra questi lo stesso Partito Nazista che, sebbene si fosse ufficialmente ricostituito, era ora molto più debole che in passato. A modificare la situazione arrivò però un fatto improvviso e per molti versi imprevisto: la crisi economica che nel 1929 colpì gli Stati Uniti e che ebbe vaste ripercussioni in tutta Europa. In particolare la Germania, la cui ricostruzione era sostenuta in gran parte proprio dal capitale americano, tornò rapidamente ai livelli di miseria di dieci anni prima. Tutto ciò non poté non avere ripercussioni anche sulla vita politica. Il Partito Nazista aumenta notevolmente i suoi consensi Hitler, tornato nel frattempo alla vita politica, aveva deciso di abbandonare la tattica aggressiva mostrata nei primi anni e si era costruito una facciata rispettabile. Non aveva rinunciato ad esprimere in pubblico le proprie idee, ma adesso dichiarava di volere arrivare al potere legalmente e non più attraverso atti di violenza. Anche grazie a questo apparente mutamento, egli riuscì ad essere introdotto nei principali salotti dell’alta borghesia tedesca. In par-


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ticolare, si guadagnò le simpatie di influenti industriali e proprietari terrieri, che vedevano in lui una difesa sicura contro il comunismo dilagante. Il Partito Nazista, servendosi abilmente di questi appoggi e approfittando della rabbia e del malcontento della popolazione, riguadagnò rapidamente consensi: nel 1928 aveva ottenuto solo il 2% dei voti, ma nel 1930 raggiunse il 18,3%, divenendo così il secondo partito più importante della repubblica.

Terrore e propaganda: Hitler si afferma come la soluzione ai problemi dei tedeschi I nazisti avevano come punto di forza l’imponente apparato militare costituito dalle SA, le cosiddette “camicie brune”, ossia le milizie armate di cui illegalmente si erano dotati. Hitler se ne serviva con perfida abilità mettendole in quel periodo soprattutto alla caccia dei comunisti e di altri gruppi apertamente rivoluzionari. Così da un lato si faceva temere, ma dall’altro dava ai moderati la sensazione di saper mantenere l’ordine meglio delle forze di polizia dello stato, poiché colpiva coloro che dichiaravano esplicitamente di volere destabilizzare la Germania. Nel frattempo si rivolgeva alle masse facendo un sapiente uso dei mezzi di comunicazione. I suoi comizi erano organizzati come un vero e proprio rito collettivo, con una grande attenzione alle scenografie e agli aspetti coreografici esteriori. Le parole del leader nazista erano inoltre semplici e di-

Davanti a una folla plaudente di circa 250.000 persone riunita nella Heldenplatz, Hitler annuncia l’annessione (Anschluss) dell’Austria, sua terra natale, al Terzo Reich Vienna, 15 marzo 1938

Perché il Partito Nazista accrebbe i suoi consensi?

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rette, venivano pronunciate in maniera coinvolgente e riuscivano a entusiasmare la gente, che vedeva davvero in lui un possibile salvatore della Germania.

Perché formalmente l’ascesa al potere di Hitler sembra legale, ma in realtà non lo fu?

Hitler nominato cancelliere I capi dei partiti democratici erano convinti di poter utilizzare il nazismo a proprio vantaggio e pensavano che, una volta giunto al potere, Hitler si sarebbe lasciato “addomesticare” e la Germania avrebbe finalmente avuto quel governo forte e stabile che fino a quel momento la Repubblica di Weimar non era riuscita ad assicurare. Un’illusione davvero incomprensibile, considerando che Mein Kampf era stato pubblicato ormai da otto anni e i suoi contenuti erano quindi ampiamente noti. Fu così che, il 30 gennaio 1933, il presidente Von Hindenburg conferì ad Hitler il titolo di cancelliere e l’incarico di formare un nuovo governo. Come già era accaduto in Italia con Mussolini, anche in Germania Hitler giunse al potere in modo formalmente legale. In realtà in entrambi i casi i due futuri dittatori si erano candidati all’alta carica con l’uso della forza, delle aggressioni, quando non degli assassinî degli avversari politici, e l’aperta minaccia di provocare il caos, qualora non si fosse ubbidito alle loro richieste.

3 · La dittatura nazista La rapida corsa verso la dittatura Quando Hitler venne nominato cancelliere, il Partito Nazionalsocialista non aveva la maggioranza in parlamento. Ciononostante, nel giro di sei mesi tutti gli apparati della repubblica vennero smantellati. Inizialmente venne sciolto il parlamento e furono indette nuove elezioni. Queste non andarono come sperato perché i nazisti ottennero solo il 44 per cento dei voti e dovettero perciò governare insieme agli altri partiti. Il 27 febbraio il Reichstag, ossia il palazzo del parlamento, venne dato alle fiamme da un giovane squilibrato di cui poi si disse che era comunista. Risultò subito evidente che egli aveva agito da solo, ma l’episodio fu usato come pretesto per sciogliere il partito e tutte le organizzazioni comuniste. Successivamente, il governo ottenne dal parlamento i pieni poteri grazie ai quali avrebbe potuto emanare qualunque tipo di legge, anche in contrasto con la costituzione. Era il preludio alla dittatura vera e propria: pochi mesi dopo tutti i partiti, tranne quello nazista, vennero messi fuori legge e fu fortemente limitata la libertà di stampa e di parola. Già a partire da marzo, fu attuata un’intensa attività di repressione delle opposizioni. A tale scopo venne allestito


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il primo campo di concentramento, quello di Dachau, che già nelle prime settimane arrivò a contenere ben ventisettemila detenuti. Il 2 maggio, ironicamente il giorno successivo alle celebrazioni per la festa del lavoro, tutte le organizzazioni sindacali furono sciolte. Il Partito Nazista divenne così il padrone indiscusso della Germania. Nell’agosto del 1934, alla morte di Von Hindenburg, Hitler si autonominò presidente, concentrando così nella sua persona tutte le più alte cariche dello stato.

La “Notte dei lunghi coltelli” e la nascita delle SS e della Gestapo Il 30 giugno del 1934 Hitler ordinò l’eliminazione delle SA in quella che venne chiamata “Notte dei lunghi coltelli”: con una brutalità senza precedenti, i capi delle camicie brune vennero assassinati e l’intera organizzazione smantellata. A che cosa si dovette tale decisione? Negli ultimi tempi, le SA avevano puntato a infiltrarsi nella Wehrmacht, l’esercito regolare tedesco, suscitando la reazione della casta militare che continuava ad avere grande potere in Germania e non era affatto disposta a farsi scavalcare. Inoltre, le continue angherie e violenze portate avanti dalle camicie brune erano

L’incendio del palazzo del Reichstag, il parlamento tedesco Berlino, 27 febbraio 1933

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Due manifesti di propaganda nazista Il primo mostra un militante del partito di Hitler che edifica la nuova Germania e la scritta dice “Aiuta Hitler a costruire. Compra i prodotti tedeschi”. Il secondo, prettamente antisemita, propone un cinedocumentario dal titolo L’eterno ebreo, illustrato da un volto mefistofelico, che non lascia dubbi sul suo contenuto.

Perché Hitler fece sterminare le SA?

continuate anche dopo la salita al potere di Hitler. La popolazione era esasperata e i grandi industriali vedevano in tutto ciò il rischio che non si giungesse a quella stabilità per ottenere la quale avevano dato via libera ai nazisti. Fu quindi per non perdere l’appoggio di questi due poteri forti, l’esercito e l’industria, che Hitler decise di eliminare le SA. In tal modo egli riuscì anche ad aumentare il proprio consenso tra la popolazione, perché le camicie brune vennero presentate come criminali che erano stati puniti per aver minacciato l’ordine e la pace che il Partito Nazista era riuscito ad assicurare al paese. Da questo momento il compito di reprimere il dissenso e mantenere il potere del regime sarebbe stato affidato alle SS (“Squadre di protezione”), molto più disciplinate e fedeli al proprio capo, e alla Gestapo, la temibile polizia segreta, onnipresente nello spiare e controllare ogni aspetto della vita dei tedeschi.

Le prime persecuzioni antisemite Fedele alla propria ideologia razzista e antisemita, Hitler organizzò ben presto la persecuzione degli ebrei. A quel tempo in Germania essi costituivano una comunità molto consistente e ben integrata (erano circa 523.000), nonostante la forte propaganda ostile che le destre nazionaliste orchestravano da tempo nei loro confronti. Nel 1935 vennero emanate le cosiddette “Leggi di Norimberga”: gli ebrei furono privati dei diritti civili ed esclusi dall’esercizio di molte professioni (commercio, banche, editoria, ecc.). Vennero


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inoltre proibiti i matrimoni misti tra ebrei e tedeschi. In seguito a queste leggi circa 37.000 ebrei emigrarono all’estero. Nel novembre 1938 ci fu la cosiddetta “Notte dei cristalli”, durante la quale, prendendo a pretesto l’assassinio di un funzionario nazista da parte di un giovane ebreo, vennero bruciate sinagoghe, distrutti negozi (il nome dato all’episodio fa proprio riferimento alle vetrine infrante) e commesse violenze di ogni tipo. In questa circostanza trovarono la morte 91 persone.

Gli ebrei vengono spinti a lasciare la Germania Fino al 1939 il regime nazista non si pose come obiettivo quello dello sterminio di massa degli ebrei: il suo scopo era piuttosto di rendere loro la vita impossibile, mediante continue violenze ed angherie, in modo tale da spingerli a lasciare il paese. In questo periodo circa trecentomila persone emigrarono all’estero, ovviamente dopo avere perso tutto il loro patrimonio e gli oggetti di valore, confiscati dalle autorità. Tra coloro che scelsero l’espatrio vi furono anche nomi illustri della cultura e della scienza dell’epoca come il premio Nobel per la fisica Albert Einstein e gli scrittori Thomas Mann e Bertolt Brecht. Contemporaneamente venne emanata anche la legge sull’eutanasia, che prevedeva l’eliminazione obbligatoria di tutti gli elementi considerati “socialmente deboli” (handicappati fisici e mentali). Con questi provvedimenti criminali, Hitler mirava a rendere la Germania “libera” da qualsiasi persona che non fosse di “razza pura” o che avesse degli handicap. Si calcola che con tali azioni vennero uccise, in sei anni, tra le 200.000 e le 350.000 persone. Nell’eliminazione dei disabili il regime nazista ebbe la possibilità di testare per la prima volta quei gas venefici che poi sarebbero stati utilizzati per lo sterminio degli ebrei durante gli anni della guerra. Questa politica eugenetica verrà abbandonata nell’agosto del 1941 in seguito alle proteste di una parte della popolazione e, soprattutto, della Chiesa cattolica. La politica economica: grandi opere pubbliche per eliminare la disoccupazione La politica economica del regime nazista ebbe come primo obiettivo quello di far uscire il paese dalla gravissima crisi in cui era precipitato. Per fare questo, il ministro dell’economia Shacht attuò un massiccio intervento dello stato, finanziando molte opere pubbliche e potenziando l’industria pesante. Grande impulso fu dato anche al riarmo, con l’apertura di fabbriche di armamenti che crearono numerosi posti di lavoro. Questi investimenti fecero diminuire notevolmente la disoccupazione e il tenore di vita della popolazione crebbe; nel 1937 gli stipendi tornarono al livello precedente la guerra.

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Gestapo Abbreviazione di Geheime Staats Polizei (Ge.Sta.Po.) che significa “Polizia Segreta di Stato”. Istituita già nel ’33, aveva il compito di investigare su casi di tradimento, spionaggio, sabotaggio, ma soprattutto su azioni ostili al Partito Nazista e allo stato. Le sue attività non erano sottoposte ad alcun controllo della legge. Eugenetica Dottrina che sostiene la possibilità di creare, mediante la selezione dei geni, una razza ritenuta perfetta. Si tratta di una teoria che ebbe grande successo a livello accademico, fin dalla fine del XIX secolo, in paesi quali Stati Uniti, Svezia, Gran Bretagna. In questi e altri paesi, si arrivò anche ad imporre per legge la sterilizzazione forzata per gli individui ritenuti “difettosi”, affinché non si riproducessero. In Germania, già prima dell’avvento di Hitler, era stata creata, nel 1923, una cattedra universitaria di “igiene della razza”.

Perché gli ebrei furono spinti ad emigrare e venne emanata la legge sull’eutanasia?

Perché diminuì la disoccupazione?


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I deputati salutano in piedi a braccio teso Hitler che ha appena concluso il suo discorso al Reichstag Berlino, 1938 A fianco del Führer il presidente dell’assemblea, Hermann Göring.

Un’economia finalizzata alla guerra Le condizioni degli operai, però, non migliorarono. Gli orari di lavoro furono prolungati, la vita nelle fabbriche diventò più pesante, mentre i sindacati vennero aboliti. Il governo si occupava direttamente anche dei rapporti tra i lavoratori e gli industriali, in sostanza privilegiando in modo quasi assoluto questi ultimi. Chi più trasse vantaggio dalla politica economica del nazismo furono comunque i ceti medi. Ad essi si aprì la prospettiva di acquisire beni che fino ad allora erano riservati solo ai grandi ricchi, come le vacanze in villeggiatura e l’automobile. La Volkswagen (letteralmente “Auto popolare”), venne fondata proprio per questo anche se il celebre “maggiolino”, a causa dello scoppio della guerra, giungerà in massa sul mercato solo negli anni successivi al conflitto. L’economia nazista era ad ogni modo orientata soprattutto alla preparazione della guerra. Alla fine del 1938 le industrie tedesche avevano a questo fine prodotto tutto il possibile al punto che il conflitto divenne quasi uno sbocco necessario per evitare una crisi di sovrapproduzione che altrimenti l’avrebbe portata al tracollo.


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Propaganda ed educazione delle masse Il nazismo si preoccupò moltissimo di coinvolgere le masse nelle sue attività. Il tempo libero dei lavoratori veniva programmato nei minimi dettagli (anche tramite l’organizzazione di vacanze collettive o di attività sportive) e sin dalla tenera età i tedeschi dovevano far parte di organizzazioni come la Gioventù Hitleriana che, mediante attività di svago o esercitazioni militari, avevano il compito di educarli alla fedeltà al regime e prepararli alla guerra. Il ministro della propaganda Joseph Goebbels fu molto abile a sfruttare i mezzi di comunicazione di massa, organizzando manifestazioni oceaniche in occasione dei comizi di Hitler e usando cinema, radio e cinegiornali per esaltare tutte le conquiste del regime. Di grande successo furono i roghi dei libri (il primo avvenne nel 1934), durante i quali i nazisti davano alle fiamme le opere degli scrittori che non consideravano in linea con la loro ideologia. Il nazismo conquista il pieno consenso dei tedeschi Per quanto strano ciò possa sembrare oggi, tali iniziative aumentarono notevolmente il consenso dei tedeschi al regime. La maggior parte di loro riteneva infatti di aver trovato in Hitler una guida, un condottiero (Führer) per il futuro. Nel seguirlo essi indubbiamente rinunciavano alla loro libertà, ma sentivano di entrare a far parte di una comunità, di un popolo che perseguiva un identico obiettivo: la grandezza della Germania. Se a questo si aggiunge il fatto che le SS e la Gestapo reprimevano brutalmente ogni minima manifestazione di dissenso, si può comprendere come mai per tutto il periodo in cui rimase al potere, Hitler non dovette mai fronteggiare grosse opposizioni organizzate e i fenomeni di dissenso furono sporadici e facilmente repressi. Il consenso che egli seppe creare attorno alla sua politica si appoggiò su tre punti fondamentali: – l’appoggio dell’industria e dell’esercito, i poteri forti della società tedesca di allora; – un atteggiamento docile di una certa parte della Chiesa Protestante tedesca, abituata da sempre a un’obbedienza ossequiosa alle autorità costituite; – l’iniziale miglioramento delle condizioni economiche del paese, che rese indulgenti verso i nazisti tutti coloro che ne beneficiavano, non solo i ceti medi ma anche la classe operaia.

Perché Hitler seppe sempre godere di un notevole consenso presso il popolo tedesco?


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METTIAMO A FUOCO

Il Mein Kampf e le origini di un dittatore Un artista mancato Adolf Hitler nacque nel 1889 in un piccolo villaggio austriaco nei pressi di Linz, figlio di un funzionario di dogana e di una casalinga. Perse entrambi i genitori quando era ancora adolescente. Una volta terminate le scuole superiori, decise di recarsi a Vienna, per tentare l’ammissione all’Accademia di Belle Arti. Fu però respinto, e questo fatto gli provocò una delusione enorme, da cui in pratica non riuscì mai a riprendersi. Quello di diventare un artista era sempre stato il suo sogno: una volta svanito, si mise a vivere alla giornata, mantenendosi con i soldi che la madre gli aveva lasciato in eredità. Era un giovane di indole schiva e silenziosa, incapace di costruire rapporti personali (ebbe infatti un solo amico in tutti quegli anni), ma talvolta, in presenza di ascoltatori occasionali, amava lanciarsi in interminabili discussioni sulle sue grandi passioni: la musica classica, l’arte e l’architettura. Antisemita fin da giovane Chi lo conobbe in quel periodo ricorda che professava già idee razziste e antisemite, ma non c’è da meravigliarsene, dato che allora queste idee erano particolarmente diffuse presso gli intellettuali e la borghesia austriaca e tedesca. Da questo punto di vista, tutti i tentativi che gli storici hanno fatto per trovare nelle sue vicende personali motivi specifici all’origine del suo fortissimo odio verso gli ebrei si sono rivelati inutili: Hitler divenne antisemita poiché all’epoca lo era una parte consistente dell’ambiente che frequentava. Partecipa con entusiasmo alla guerra Allo scoppio della Prima guerra mondiale egli si trovava a Monaco: vide nel conflitto la possibilità di dare un senso alla propria vita e si arruolò come volontario nell’esercito tedesco, nonostante fosse cittadino dell’Impero Austro-Ungarico. La guerra si rivelò per lui un’esperienza decisiva: nei combattimenti in trincea e nel rapporto coi commilitoni egli trovò quel compimento e quella realizzazione che aveva cercato per tutta la vita. Ricevette anche una onorificenza molto ambita, una croce di ferro di seconda classe, che negli anni successivi amerà portare sempre con sé.

Poche settimane prima della fine del conflitto fu gravemente ferito agli occhi a causa di un attacco con gas velenosi. Ricoverato in ospedale, rimase cieco e privo di conoscenza per alcuni giorni. Al suo risveglio, apprese da un’infermiera dell’armistizio e della sconfitta della Germania. Tale notizia lo gettò nel più profondo sconforto: scriverà più tardi nel Mein Kampf che quella fu la prima e unica volta in cui pianse, dal giorno del funerale della madre.

I primi aggressivi passi nella politica Una volta guarito, lasciò l’ospedale e ritornò a Monaco, dove divenne uno dei tanti reduci sbandati e arrabbiati che popolavano il paese. Nel 1919 entrò in contatto con i due fondatori del Partito Nazionalsocialista, Harrer e Drexler; rimase affascinato dalle loro idee e decise di iscriversi. Successivamente tenne i primi comizi e scoprì finalmente di avere anche lui un talento nascosto: la gente rimaneva ipnotizzata dalle sue parole ed era entusiasta del modo in cui le diceva. Nei suoi discorsi parlava della necessità di modificare il trattato di Versailles, di fare qualcosa contro la durissima crisi economica che attanagliava il paese, e si scagliava rabbiosamente contro i politici di Weimar, da lui definiti «i criminali di novembre», perché considerati responsabili della sconfitta tedesca. Erano tutti argomenti condivisi dalla maggior parte della popolazione, per cui ottenne da subito un grandissimo successo. Nel giro di breve tempo, Hitler acquisì un controllo totale sul partito, che acquistava sempre più popolarità tra i cittadini tedeschi. I rapporti con personalità influenti, come il colonnello Ernst Röhm (il futuro capo delle SA), l’asso dell’aviazione Erich Ludendorff, eroe della Prima guerra mondiale, o i membri della famiglia Wagner, gli aprirono orizzonti fino ad allora sconosciuti. Nel 1923 Hitler si sentì abbastanza sicuro della propria forza da tentare un colpo di stato a Monaco. Il tentativo di impadronirsi del governo regionale fu però mal organizzato e mal eseguito e si concluse in un’atmosfera ingloriosa e ridicola. Hitler, finito in carcere in seguito al fallimento del putsch, approfittò dei mesi di prigionia per scrivere il Mein Kampf: si trattava di un libro autobiogra-


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fico nel quale il futuro dittatore raccontava la sua vita (molti episodi risulteranno tuttavia inventati o fortemente modificati) ed esponeva i contenuti principali della propria ideologia.

L’ideologia razzista del Mein Kampf Egli partiva dal presupposto (diffuso già dagli ultimi secoli del XIX secolo) che esistessero razze superiori alle altre. Quella tedesca, discendente dagli ariani, il popolo “puro” per eccellenza, era destinata a dominare il mondo, ma negli ultimi secoli era stata “inquinata” dalla mescolanza con altre etnie considerate inferiori: slavi ed ebrei. Per questo motivo, era necessario che la Germania tornasse alla purezza razziale, eliminando tutti quegli individui che in qualche modo avrebbero potuto nuocere a tale progetto (e quindi anche i malati di mente, i portatori di handicap e di malattie ereditarie).

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La dottrina dello “spazio vitale” Hitler sosteneva anche la necessità di recuperare tutti quei territori i cui abitanti erano a maggioranza tedesca: Austria, parte della Cecoslovacchia e Polonia occidentale. Centrale nel suo programma era il concetto di “spazio vitale”: crescendo sempre più, il popolo tedesco avrebbe avuto bisogno di spazio. Sarebbe stato dunque necessario occupare militarmente i vasti territori dell’Europa dell’Est (in particolare la Russia), ricchi di grano e di materie prime. I popoli slavi che vi abitavano sarebbero stati conquistati e avrebbero lavorato come schiavi per i nuovi padroni ariani. Considerato il modo esplicito in cui Hitler espose le sue idee politiche in questo testo, risulta dunque incredibile che i rappresentanti della Repubblica di Weimar non abbiano fatto tutto il possibile per impedirgli di raggiungere il potere!

La copertina di una delle prime edizioni di Mein Kampf, il libro-manifesto scritto da Hitler e pubblicato nel 1925


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METTIAMO A FUOCO

Le Chiese e il nazismo Un’ideologia pagana e anticristiana Fin dai suoi esordi il nazismo mostrò nei confronti della religione cristiana un atteggiamento formalmente ed esteriormente rispettoso. Hitler in un discorso al parlamento del 23 marzo 1933 dichiarò che non era sua intenzione accanirsi contro le istituzioni religiose. D’altro canto, però, era evidente che l’anima profonda di questa ideologia era anticristiana: esaltava infatti una visione atea e neopagana della vita, propugnando una sorta di religione della razza e del sangue del tutto opposta al Cristianesimo. In circoli ristretti, soprattutto nelle SS, questo emergeva anche con pratiche di rituali magici ed esoterici che si rifacevano alle antiche religioni precristiane. I protestanti di fronte al nazismo Quale fu allora l’atteggiamento delle Chiese nei confronti del nazismo? Nella Chiesa Protestante, nata dall’insegnamento di Lutero e seguita allora da circa i due terzi della popolazione, si tendeva a sviluppare una pratica religiosa interiore, complessivamente poco impegnata in campo politico-sociale, dove invece bisognava obbedire rispettosamente alle autorità costituite. Tutto ciò contribuì ad alimentare un certo consenso degli ambienti protestanti nei confronti del regime, fino al costituirsi di un movimento, la Chiesa Cristiano-Tedesca, apertamente filonazista. Va detto però che ci furono anche significative eccezioni: nel mondo protestante si sviluppò in particolare il movimento della Chiesa Confessante, che si schierò coraggiosamente contro il nazismo. Tra i suoi membri va ricordata la figura eroica del pastore Dietrich Bonhoeffer che si schierò da subito contro Il regime, arrivando a protestare pubblicamente contro le leggi di Norimberga. Per questo fu arrestato e morì nel campo di concentramento di Flossenburg, nel febbraio del 1945. L’atteggiamento della Chiesa Cattolica La Chiesa Cattolica nel complesso condannò invece l’ideologia nazista (già nel 1932 i vescovi tedeschi avevano comminato la scomunica per tutti gli aderenti al NSDAP). Il punto più alto dello

scontro si ebbe con l’enciclica di papa Pio XI Mit Brennender Sorge (“Con ardente preoccupazione”) del 1937. Questo documento di condanna, scritto significativamente in tedesco perché fosse letto direttamente dal popolo, fu divulgato a fatica in Germania a causa dei divieti frapposti dalle autorità. Nonostante questa condanna, sul piano pratico la Santa Sede cercò di scendere a patti con Hitler, da poco giunto al potere, firmando nel 1933 un Concordato che avrebbe dovuto tutelare la libertà della Chiesa Cattolica e dei suoi membri in Germania. Non sempre però negli anni successivi questi accordi ottennero i risultati sperati e i cattolici, spesso, furono vittime di persecuzioni (durante la Notte dei lunghi coltelli ad esempio fu assassinato anche il presidente dell’Azione Cattolica Erich Klausener). Va detto infine che nel clero tedesco si fecero strada anche posizioni più concilianti col nazismo, soprattutto quando questo sbandierava l’anticomunismo.

L’opposizione del vescovo Von Galen Tra i grandi oppositori cattolici al nazismo va ricordato Clemens August von Galen, vescovo di Münster, in Westfalia. Questo alto prelato denunciò con vigore dal pulpito tutte le più disumane politiche di Hitler, come la famigerata legge sull’eutanasia, approvata nel 1939. La forza dei suoi appelli in favore della sacralità della vita fu tale che nel 1941 questa pratica venne sospesa, per non rischiare di alienarsi il favore della popolazione, in un momento così delicato come quello della guerra. Negli anni del conflitto, le prediche di Von Galen venivano stampate e diffuse clandestinamente in tutta la Germania, alimentando così un sotterraneo movimento di resistenza passiva al nazismo. Tra i più significativi tentativi di opposizione clandestina va anche ricordato quello eroico degli studenti della Rosa Bianca, di cui parleremo in un successivo approfondimento.


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NON TUTTI SANNO CHE…

I protocolli dei savi anziani di Sion: un falso documento alla base dell’antisemitismo del XX secolo Creato dalla polizia segreta zarista Tra le cause dell’ondata di antisemitismo che scosse l’Europa sul finire del XIX secolo vi fu sicuramente il documento noto come I protocolli dei savi anziani di Sion. Si trattava del falso resoconto di alcuni incontri, in realtà mai avvenuti, tra i massimi dirigenti della comunità ebraica internazionale, che avrebbero progettato un piano per la conquista globale del mondo. Il primo passo di questa strategia sarebbe stato quello di fomentare discordie e contrasti tra i paesi cristiani. Questo documento fu fabbricato probabilmente nel 1897 dalla polizia zarista, in risposta al primo congresso sionista che si tenne in quell’anno a Basilea. Quando uscì per la prima volta in Russia, nel 1902, questo testo non suscitò però nessun interesse. Gli ebrei capri espiatori dei disastri della Prima guerra mondiale e della paura del socialismo Al termine della Prima guerra mondiale, invece, la situazione cambiò: i paesi europei, profondamente sconvolti dal conflitto, cercavano un capro espiatorio contro cui rivolgere la loro rabbia, e questo capro espiatorio fu trovato negli ebrei. I Protocolli contribuirono a questo. Agli ebrei fu attribuita la responsabilità della Prima

guerra mondiale come pure quella del nascente socialismo, fautore, come era avvenuto in Russia, di rivoluzioni che minacciavano di sconvolgere le società occidentali. Il fatto che molti capi socialisti, tra cui lo stesso Marx, fossero ebrei sembrò confermare agli occhi di tutti la teoria del complotto contenuta nei Protocolli. Attraverso questo testo, quindi, antisemitismo e antisocialismo si saldarono.

La forte influenza su Hitler Al termine della guerra civile russa un ufficiale delle armate bianche di origini tedesche, ossessionato dall’antisemitismo, fuggì in Germania e introdusse i Protocolli negli ambienti intellettuali e borghesi che frequentava. Qui furono ripubblicati nel 1920 e ottennero immediatamente un enorme successo, in un paese profondamente sconvolto dalla guerra perduta. Hitler li lesse attorno al 1922 e ne fu immediatamente colpito, come afferma lui stesso. Egli nutriva già da tempo sentimenti antisemiti, ma fu da quel momento che si convinse che gli ebrei e i comunisti costituivano i nemici principali della nazione tedesca. Fu così che, a seguito di tutte queste congiunture storiche, un documento dai contenuti assurdi e palesemente inventati, divenne una delle cause scatenanti di quella che è tuttora ricordata come una delle peggiori tragedie del XX secolo.

Ebrei superstiti ritratti dai fotografi militari americani dopo la liberazione dal campo di sterminio di Buchenwald nel 1945 Con la tragedia della Shoah, consumata nei lager nazisti a partire dal 1942, si ebbe la più feroce manifestazione di antisemitismo della storia.


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Il nazismo: la Germania e l’Europa nel baratro

NON TUTTI SANNO CHE…

Cosa avvenne veramente alle Olimpiadi di Berlino I Giochi Olimpici: una grande occasione Uno dei più grandi successi della propaganda nazista furono le Olimpiadi che si tennero a Berlino nell’estate del 1936. La città tedesca era stata scelta per ospitare i Giochi quando ancora Hitler non era divenuto cancelliere e, una volta giunto al potere, il dittatore non si dimostrò affatto entusiasta di questa scelta. Fu Joseph Goebbels a convincerlo: il ministro della propaganda gli spiegò che i giochi avrebbero potuto rappresentare un’occasione straordinaria per mostrare al mondo le conquiste del regime nazista. Ci furono molte proteste in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, ma le polemiche finirono quando Avery Brundage, futuro presidente del Comitato Olimpico, di tendenze razziste e nazionaliste, si recò in Germania per verificare la situazione e fece poi una relazione positiva al presidente Roosevelt. Una grandiosa dimostrazione di forza per il regime Le Olimpiadi si rivelarono un successo strepitoso: per l’occasione vennero costruiti un nuovissimo villaggio olimpico, uno stadio da centomila posti e un campo di parata dalla capienza cinque volte maggiore. Il tutto all’insegna di un’architettura grandiosa e imponente, finalizzata a trasmettere l’idea della potenza della Germania. La cerimonia di apertura fu caratterizzata da scenografie spettacolari ed ebbe come momento culminante l’ingresso della fiaccola olimpica nello stadio. Fu quella la prima volta in cui venne adottato questo rituale, poi sempre ripetuto. Grande fu la partecipazione del pubblico: in due settimane vi furono centinaia di migliaia di spettatori (diversi dei quali stranieri) per un incasso totale di un miliardo di marchi! Il progetto di Goebbels ebbe dunque pieno successo e le Olimpiadi di Berlino sono tuttora annoverate tra le migliori edizioni in assoluto mentre il film documentario che ne è stato ricavato, Olympia, opera della celeberrima regista Leni Riefenstahl, rimane un classico della storia del cinema.

Un protagonista inaspettato: Jesse Owens Gran parte della fama di questi giochi è però dovuta alla figura dello statunitense Jesse Owens, atleta di colore, proveniente dall’Alabama, che vinse ben quattro gare (100 metri, salto in lungo, 200 metri e staffetta), battendo altrettanti record mondiali: un trionfo sportivo rimasto ineguagliato per cinquant’anni. Il luogo comune vorrebbe che Hitler, indispettito dalla vittoria sui campioni tedeschi di un atleta di una razza da lui considerata inferiore, avesse lasciato lo stadio, rifiutandosi così di premiare il vincitore. La verità è però un’altra, come lo stesso Owens ha rivelato nella sua autobiografia: «Dopo essere sceso dal podio, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il cancelliere tedesco mi fissò, si alzò in piedi e mi salutò agitando la mano, io feci altrettanto, rispondendo al saluto». La stretta di mano in effetti non ci fu, ma semplicemente perché il cerimoniale dei Giochi non prevedeva che fosse Hitler a premiare gli atleti vincitori (e infatti questo non avvenne mai). Chi veramente si rifiutò di incontrare Owens? Fu invece il presidente americano Franklin Delano Roosevelt a mostrarsi indispettito per le imprese del campione di colore. Egli infatti si rifiutò di accogliere Owens alla Casa Bianca, come aveva fatto per altri sportivi vittoriosi: in quei giorni era impegnato nella campagna elettorale per essere rieletto e non voleva, incontrando un atleta di colore, irritare gli abitanti degli stati del Sud, dove il razzismo era ancora assai diffuso. Nonostante Owens continuasse a ripetere la sua versione della vicenda, essa non fu mai presa in considerazione. Evidentemente, per storici e giornalisti poteva apparire di pessimo gusto che per una volta non fosse stato Hitler a recitare la parte del “cattivo”!


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Raccontiamo in breve

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versione audio on line e nell’app

1. Il trattato di pace aveva imposto durissime condizioni alla Germania, generando nei tedeschi rabbia e frustrazione. La miseria e la disoccupazione dilagavano e con esse le proteste delle forze di estrema sinistra e delle formazioni nazionaliste che accusavano la neonata Repubblica di Weimar di aver tradito gli interessi tedeschi. Tra queste forze si distinse il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP), il cui leader era Adolf Hitler. Questo partito univa un forte nazionalismo, una grande attenzione nei confronti dei lavoratori e soprattutto un forte antisemitismo. Era anche dotato di formazioni paramilitari, le SA (“Squadre d’assalto”) che aggredivano con violenza militanti e sedi dei partiti rivali. Pur essendo fallito un primo tentativo di presa del potere con la forza, era chiaro che moltissimi tedeschi si avvicinavano sempre di più alle idee di Hitler.

la linea del tempo

2. Dopo un breve periodo di crescita, con la crisi del ’29 l’economia tedesca ripiombò nel caos e nell’incertezza e il nazismo ne approfittò per guadagnare ulteriori consensi al punto che, il 30 gennaio 1933, Hitler venne nominato cancelliere dal presidente Hindenburg. Nel giro di sei mesi egli, con rapidi colpi di mano, eliminò le opposizioni e concentrò tutto il potere nelle sue mani e in quelle dei suoi fedelissimi. Alla morte di Hindenburg, nel 1934, si nominò anche presidente di quello che ormai era divenuto il nuovo Reich tedesco. Nello stesso anno, con la cosiddetta “Notte dei Lunghi Coltelli”, fece eliminare i principali esponenti delle SA, ormai divenute scomode, unitamente a molti avversari politici. Con le “Leggi di Norimberga” (1935) diede inizio alla persecuzione degli ebrei, che furono privati dei diritti civili e impediti nell’esercizio di molte professioni. Nel 1938 vi fu poi l’episodio della “Notte dei Cristalli”, durante il quale molti negozi ebrei e sinagoghe furono distrutti. A seguito di questi fatti circa trecentomila persone emigrarono all’estero.

30 giugno 1934 la Notte dei lunghi coltelli

3. Il nazismo si pose l’obiettivo economico di fare uscire il paese dalla miseria della guerra, dando grandissimo impulso all’industria pesante e a quella automobilistica. Il tutto era però finalizzato al riarmo: l’industria bellica conobbe una grande espansione perché l’intenzione di Hitler era quella di ridare alla Germania, anche con le armi, il prestigio internazionale che aveva perduto. 4. Il nazismo si preoccupò moltissimo di coinvolgere le masse nel culto del Führer e a tale scopo fece un uso molto ampio dei nuovi mezzi di comunicazione come la radio e il cinema. I tedeschi aderirono entusiasticamente a questa propaganda: ai loro occhi Hitler era colui che aveva ridato credibilità e potenza al loro paese.

1918 finisce la Prima guerra mondiale 1919 Trattato di Versailles, viene creata la Repubblica di Weimar, nasce il Partito Nazionalsocialista 1933 Hitler nominato cancelliere

1935 Leggi di Norimberga novembre 1938 Notte dei cristalli 1 settembre 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale


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Il nazismo: la Germania e l’Europa nel baratro

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.

Che cos’era la Repubblica di Weimar? Quali furono le condizioni imposte alla Germania dal trattato di pace di Versailles? Che cos’erano le SA? Quali conseguenze ebbe l’incendio del Reichstag? Quanti prigionieri ospitò il campo di concentramento di Dachau? Che cos’era la Gestapo? Che cosa avvenne nella Notte dei cristalli? Che cos’era la Gioventù Hitleriana?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1919

La Notte dei cristalli

1933

Vengono promulgate le Leggi di Norimberga

30 giugno 1934 1935 Novembre 1938

La Notte dei lunghi coltelli Nasce la Repubblica di Weimar Hitler viene nominato cancelliere

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. Il putsch di Monaco organizzato da Hitler nel 1923 si concluse con un fallimento.

V

F

Hitler era un abile oratore e seppe sempre fare buon uso della propaganda.

V

F

Hitler prese il potere in maniera sostanzialmente legale.

V

F

Dopo la presa del potere da parte di Hitler gli altri partiti poterono continuare a svolgere la loro azione politica.

V

F

Durante gli anni del nazismo la disoccupazione in Germania rimase alta.

V

F

Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Il programma del Partito Nazionalsocialista a. mirava a realizzare uno stato socialista alleato con gli altri paesi europei. b. mirava a rendere grande e potente la Germania con una attenzione anche verso le rivendicazioni dei lavoratori. c. mirava a realizzare uno stato democratico e liberale.


CAPITOLO 8

211

Il Partito Nazista ottenne molti consensi a. tra industriali e proprietari terrieri, che vedevano in esso una difesa sicura contro il comunismo dilagante, e tra la gente comune distrutta dalla miseria e dalla frustrazione. b. tra gli industriali soprattutto di origine ebraica. c. tra gli operai comunisti e socialisti che vedevano nel partito la possibilità di raggiungere finalmente migliori condizioni di vita. Con le Leggi di Norimberga a. gli ebrei vennero espulsi dalla Germania. b. si scioglievano i partiti politici e si poneva fine alla libertà di stampa e di parola in Germania. c. gli ebrei vennero privati dei diritti civili ed esclusi dall’esercizio di molte professioni e vennero proibiti i matrimoni misti tra ebrei e tedeschi. Durante il governo di Hitler la disoccupazione in Germania a. aumentò considerevolmente. b. diminuì grazie a massicce opere pubbliche finanziate dallo stato e allo sviluppo dell’industria bellica. c. diminuì grazie a un grande sviluppo dei commerci con l’estero. Il consenso di Hitler si appoggiò a. sui poteri forti, ma anche sui ceti medi e sulla classe operaia. b. sulla forza dell’esercito. c. sull’aiuto di molti paesi stranieri. Esercizio 5 · Di seguito sono riportati due grafici che rappresentano il rapporto tra l’aumento della disoccupazione in Germania e la crescita di consenso del Partito Nazista alle elezioni politiche. Comparando i due grafici che conclusioni puoi trarre? Ricordi quale importante evento avvenne nel 1929 negli Stati Uniti con gravi ripercussioni anche in Europa? Componi un testo di non più di 10 righe in cui esponi le tue riflessioni a riguardo.

I disoccupati in Germania dal 1929 al 1933 7 6 5 milioni di 4 persone 3 2 1 0

6

5 2,2 1,2 1929

1930

1931

1932

anno

La crescita di consenso del Partito Nazionalsocialista in Germania

% di consenso

50% 40% 30% 20% 10% 0

37,3% 18,3% 3% 1924

33,1%

2,6% 1925

1926

1927

1928 1929 anno

1930

43,9%

1931

1932

1933


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CAPITOLO 9

Capitolo 9

materiale integrativo on line e nell’app

L’Unione Sovietica di Stalin L’altra faccia del totalitarismo Dopo aver vinto la guerra civile, Lenin si trovò a dover governare su un paese stremato e dovette perciò correre ai ripari. Con la Nuova Politica Economica egli introdusse alcune limitate forme di privatizzazione che diedero qualche sollievo alla popolazione. Tuttavia, la sua morte nel 1924 aprì la strada alla dittatura personale e onnipotente di Stalin, che riuscì a prevalere sugli altri rivali, in particolare su Trockij, che finì brutalmente assassinato. Sotto di lui l’Unione Sovietica si trovò a vivere il periodo più triste e drammatico della propria storia. Divenne sì una grande potenza industriale ma questo cambiamento fu realizzato al prezzo dello sterminio di milioni di persone, in primo luogo contadini, a cui vennero requisiti i raccolti e che morirono poi per fame durante le terribili carestie causate dai Piani Quinquennali. Contemporaneamente, la morsa della repressione si acuì: Stalin fece arrestare ed eliminare fisicamente tutti i suoi rivali politici, ma anche molti dei suoi collaboratori all’interno del partito. Il “Grande Terrore” causò la morte di diversi milioni di cittadini russi, la stragrande maggioranza dei quali non aveva mai cospirato contro il regime. Particolarmente dura fu la repressione delle Chiese cristiane, tra cui in primo luogo la Chiesa Ortodossa russa, che il dittatore attuò con lo scopo di estirpare la religione dal paese. Stalin si rivelò particolarmente aggressivo anche in politica estera: il suo progetto era quello di espandere il comunismo attraverso un allargamento dei confini e dell’area d’influenza dell’Unione Sovietica, un piano che sarebbe riuscito a realizzare con successo al termine della Seconda guerra mondiale.

La gigantografia di Stalin campeggia sopra un gruppo di giovani sovietici che sfilano festanti in parata

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L’Unione Sovietica di Stalin

1 · L’avvento di Stalin e l’industrializzazione dell’Unione Sovietica

Perché Lenin attuò la NEP?

La NEP La vittoria dell’Armata Rossa nella guerra civile era stata pagata a carissimo prezzo. I contadini avevano perso i raccolti o se li erano visti requisire senza alcun indennizzo e nelle città c’era scarsità di viveri. Lenin comprese che occorreva fare un passo indietro nella costruzione del comunismo, allo scopo di evitare il completo collasso della società russa. Varò così la NEP (Nuova Politica Economica) con la quale lo stato continuò a controllare dall’alto l’economia, ma in modo più elastico. Venne infatti permesso agli imprenditori di aprire piccole fabbriche private e ai contadini di vendere una parte del loro raccolto, una volta che avessero consegnato allo stato ciò che gli spettava. La situazione complessiva rimase critica ma le conseguenze di questa parziale apertura furono abbastanza positive: se ne avvantaggiò soprattutto il ceto di contadini benestanti, detti “kulaki”, e in generale i raccolti migliorarono, facendo cessare le carestie.

Perché Stalin e Trockij erano in disaccordo?

La morte di Lenin scatena una lotta per la successione che verrà vinta da Stalin Lenin morì nel 1924. Da due anni era gravemente malato e quindi ai margini della vita politica. Immediatamente si scatenò la lotta per la successione: la spuntò Josif Stalin, che era stato uno dei primi compagni di Lenin nel periodo della clandestinità ma che, rispetto agli altri leader della rivoluzione, ricopriva un ruolo di secondo piano all’interno del Partito. Egli seppe operare nell’ombra con grande abilità, mettendo i suoi avversari uno contro l’altro finché non riuscì a metterli tutti fuori gioco. In particolare lo scontro più aspro fu quello con Trockij che fu costretto a fuggire all’estero, da dove continuò a criticare pubblicamente il modo tirannico con cui il nuovo leader comunista gestiva il potere, fino a quando, probabilmente per ordine di Stalin, venne brutalmente assassinato in Messico, dove si era rifugiato (1940).

Kulaki Soprannome dispregiativo dato dal regime comunista ai contadini che lavoravano su terre di loro proprietà avendo anche dei braccianti al loro servizio. Con tale soprannome, che deriva da una parola che vuol dire “pugno”, li si intendeva accusare di tenere in pugno la popolazione con la loro ricchezza.

La collettivizzazione forzata e i Piani quinquennali L’idea di Stalin era di trasformare l’Unione Sovietica in una grande potenza industriale, facendo esclusivamente leva sul potere dello stato. Per questo abolì la NEP e avviò una collettivizzazione forzata delle campagne, creando i kolchoz, delle cooperative agricole dove i contadini erano costretti a lavorare e a consegnare tutto il raccolto allo stato che aveva il monopolio assoluto della vendita dei prodotti. Avviò inoltre i cosiddetti Piani quinquennali con cui vennero stabilite a tavolino le quote di produzione industriale da raggiungere nell’arco di cinque anni. I risultati furono certamente imponenti:


CAPITOLO 9

vennero costruite più di ottomila fabbriche, molte delle quali con più di diecimila operai. Inoltre, nelle regioni selvagge e inospitali ad est dei monti Urali furono create città, ferrovie, strade e canali navigabili. Tutto questo venne però ottenuto ad altissimo prezzo: i kulaki, espulsi dai propri poderi, vennero costretti a vagare per l’immenso paese con le loro famiglie alla ricerca di un lavoro che veniva loro sistematicamente negato, fino a morire di fame e di stenti. La produzione di grano crollò in breve tempo, perché i contadini dei kolchoz, lavorando una terra non loro, erano evidentemente meno motivati, e perché le tecniche agrarie in uso nel paese, già arretrate fin da prima della rivoluzione, peggiorarono ulteriormente. Scoppiarono perciò delle carestie nel corso della quali non di rado si registrarono persino casi di cannibalismo.

Le drammatiche condizioni di vita delle persone L’Unione Sovietica divenne comunque la terza potenza industriale del mondo, ma tutto questo non migliorò assolutamente l’esistenza dei suoi abitanti. Le condizioni di vita nelle città divennero insostenibili: in centinaia di migliaia i contadini lasciavano le campagne per lavorare nelle fabbriche e tutto ciò generò una carenza degli alloggi. Le case erano di proprietà dello stato, che stipava quante più persone possibili nello stesso edificio allo scopo di risparmiare spazio. Nella Mosca di quegli anni, ad esempio, era normale che un ap-

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Da sinistra, Stalin, Lenin e Kalinin in una pausa dei lavori dell’VIII Congresso del Partito Comunista Russo Mosca, 18-23 marzo 1919

Perché Stalin avviò i piani quinquennali? Perché crollò la produzione del grano?


216

L’Unione Sovietica di Stalin

Perché nelle città le condizioni di vita erano drammatiche?

Stachanovismo Termine usato ancora oggi per indicare una persona particolarmente dedita al lavoro. Deriva dal nome del minatore Aleksej Grigorevic Stachanov che, a quanto pare, riuscì ad estrarre carbone per un quantitativo di quattordici volte superiore alla media di un singolo uomo. La sua dedizione al regime venne esaltata nell’ottica di una campagna propagandistica volta a mostrare le virtù dei piani quinquennali ed egli venne considerato un vero e proprio eroe nazionale. Fu però in un secondo momento dimenticato da tutti e morì solo e alcolizzato.

Perché si parla di Grande Terrore?

partamento di modeste dimensioni fosse abitato da due o più famiglie contemporaneamente. Soltanto gli alti funzionari del Partito Comunista potevano permettersi un’abitazione tutta loro. La disoccupazione fu teoricamente abolita ma questo risultato venne raggiunto imponendo agli operai di svolgere mansioni faticosissime che nel resto dell’Europa erano ormai affidate alle macchine. Lo “Stachanovismo”, spacciato come eroico esempio di devozione al Partito, era in realtà una sorta di servitù, poiché gli operai erano obbligati a lavorare anche dieci ore al giorno, e senza le assicurazioni e le garanzie ormai comuni nei paesi industriali dell’Occidente. L’istruzione elementare, che era già stata resa obbligatoria da Nicola II nel 1908 (ma che nelle campagne continuava ad essere di fatto ben poco diffusa), trovò sotto Stalin più ampia attuazione, ma ciò dipese soprattutto dal già menzionato esodo verso le città.

2 · La politica repressiva di Stalin La politica antireligiosa e le “purghe” degli anni Trenta I bolscevichi ebbero sin dall’inizio l’obiettivo di combattere la religione e di ostacolare l’azione della Chiesa Ortodossa nel paese. Tra il 1918 e il 1922, con una serie di decreti, venne avviata una durissima persecuzione contro il clero: vescovi e sacerdoti furono arrestati e circa 8000 di loro vennero uccisi o morirono di stenti nei campi di prigionia. Molte chiese vennero chiuse o adibite ad altri usi e gli arredi sacri requisiti per finanziare la guerra civile. Le persecuzioni si inasprirono negli anni Trenta quando anche la chiesa di Cristo Salvatore, una delle più grandi e belle di Mosca, venne abbattuta per far posto all’imponente palazzo dei Soviet che però non vedrà mai la luce. Rispetto a Lenin, Stalin si spinse molto oltre nel tentativo di eliminare tutti gli oppositori politici accusati di essere “nemici del popolo”. Si trattò delle cosiddette “grandi purghe”, che divennero una triste normalità nella Russia degli anni Trenta: qualsiasi persona, iscritta al Partito Comunista, ufficiale dell’esercito, scienziato, intellettuale o semplice cittadino, poteva essere arrestato senza motivo nel cuore della notte dalla polizia segreta (il temibile NKVD, che più avanti diverrà noto come KGB), condannato ai lavori forzati (la pena minima era di dieci anni) oppure fucilato. Il bilancio delle grandi purghe fu pesantissimo sia tra i membri del partito sia tra i cittadini comuni: secondo gli storici più accreditati il totale delle persone che persero la vita in questo periodo, che lo storico Robert Conquest definirà “il Grande Terrore”, oscillerebbe fra un minimo di 10 e un massimo di 20 milioni di morti.


CAPITOLO 9

Anche l’arte e la scienza vengono sottoposte al controllo del Partito Comunista Nel suo tentativo di forgiare una mentalità comunista, il regime proibì ogni forma d’arte che non fosse strettamente in linea con i canoni da esso imposti. La sola corrente artistica permessa era quella del “realismo socialista”: romanzi, poesie, quadri e sculture, avrebbero dovuto esclusivamente ritrarre ed esaltare le conquiste dell’Unione Sovietica e proclamare la superiorità del comunismo su tutti gli altri sistemi. Lo stesso rigido controllo fu attuato sulle discipline scientifiche; cosa ancora più sorprendente, perché mostra come una visione distorta della realtà, causata dall’ideologia, abbia potuto condizionare anche un sapere “oggettivo” come quello scientifico. In questo caso la pretesa di superiorità dell’Unione Sovietica fece sì che venisse lanciata un’enorme campagna contro la “scienza straniera”. La genetica e la teoria dell’ereditarietà vennero dichiarate “eretiche”, e tutti coloro che operavano in questo campo furono arrestati ed eliminati. Tutto questo diede risultati al limite del ridicolo: alla scienza russa vennero infatti attribuite l’invenzione della radio, della luce elettrica, del trasformatore, della corrente alternata, del motore diesel, dell’aeroplano.

Campi di lavoro in Russia Detenuti costretti a lavorare alla costruzione di un canale (1932).

217


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L’Unione Sovietica di Stalin

Perché Stalin fu accusato di culto della personalità?

Una dittatura totalitaria e personalistica Ancor più di Lenin, Stalin accentuò i tratti personalistici della sua dittatura: più che il Partito Comunista, a guidare la società sovietica fu la sua personalità forte e autoritaria. Anzi egli stesso finì per identificarsi con il Partito. La propaganda capillare avviata sotto il suo regime tendeva sempre più a mostrarlo come il “padre” della patria, il salvatore del popolo russo, quasi una sorta di divinità e così finì per essere considerato anche al di fuori dell’Unione Sovietica, dai comunisti di tutto il mondo. Il suo successore, Kruscev, non a torto, lo avrebbe successivamente accusato per questo di “culto della personalità”.

3 · La politica estera staliniana Un rigido controllo sul comunismo internazionale Stalin era convinto che il bene del comunismo coincidesse con quello dell’Unione Sovietica. Per questo motivo ai partiti comunisti degli altri paesi non venne concessa nessuna autonomia e il controllo dell’URSS su di essi divenne addirittura più forte che ai tempi di Lenin. Come all’interno così in politica estera la principale preoccupazione di Stalin era quella di eliminare chiunque non fosse disposto ad ubbidirgli e a seguire la sua linea politica. Lo si vide molto bene quando nel 1936 scoppiò in Spagna la Guerra civile. Mentre da ogni parte del mondo accorsero volontari a sostegno della Repubblica, di cui il partito comunista era la forza dominante, il principale obiettivo di Stalin, che pure inviò aiuti, armi e uomini, non fu questo ma l’eliminazione degli anarchici, alleati a lui sgraditi perché non allineati con la sua linea politica.

Perché fu stipulato il patto MolotovRibbentrop?

Il patto di non aggressione con la Germania rivela la somiglianza di comunismo e nazismo Nell’agosto del 1939, Stalin non esitò poi a stipulare un trattato di non aggressione con Hitler, il famoso patto Molotov-Ribbentrop, dal nome dei due ministri degli esteri che lo firmarono. A questo patto era allegato un protocollo segreto in cui i due dittatori si spartivano i Paesi Baltici e la Polonia. Tutto ciò dimostrava che ormai l’Unione Sovietica comunista non mirava solo a difendersi da un eventuale attacco tedesco ma anche ad espandersi nei territori circostanti e che quindi, al di là delle differenze, aveva gli stessi obiettivi di dominio sul mondo della Germania nazista.


CAPITOLO 9

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METTIAMO A FUOCO

Il canale Mar Bianco-Mar Baltico Migliaia di detenuti al lavoro in condizioni disumane Una delle vicende più tragiche e assurde avvenute sotto il regime di Stalin fu senza dubbio la costruzione del canale che collegava il mar Bianco con il mar Baltico. Essa fu voluta dal dittatore sovietico all’interno del suo progetto di industrializzazione forzata e fu pubblicizzata come importantissima per potenziare il commercio all’interno del paese. Fu completata in soli venti mesi, dal settembre 1931 all’aprile 1933, utilizzando il lavoro di ben centomila detenuti, provenienti dai campi di concentramento della regione. Questi uomini scavarono un tracciato di 226 chilometri, in un terreno roccioso e paludoso, operando in condizioni assolutamente disumane, con temperature che d’inverno raggiungevano anche i quaranta sotto zero. Non furono utilizzate tecniche ingegneristiche avanzate e la fretta di completare l’opera era tanta che i detenuti trasferiti sul posto furono messi al lavoro prima ancora che venissero costruite le apposite strutture per alloggiarli! Terminato il tutto, il 17 agosto 1933 il Partito Comunista organizzò una “gita” propagandistica invitando un gruppo di scrittori, che avrebbero avuto il compito di celebrare quella che veniva già considerata come l’opera più importante concepita da Stalin. Il risultato fu un libro, Il canale Stalin mar Biancomar Baltico, che venne pubblicato nel 1934, in tempo per il XVII Congresso del partito (ai cui partecipanti era infatti dedicato). Leggendo il testo, si capisce a quale grado di offuscamento della realtà sia potuta arrivare l’ideologia comunista: gli autori non solo sostennero che fosse stato assolutamente giusto e positivo spedire i detenuti a costruire il canale (perché così, grazie allo stato sovietico, avrebbero trovato “la propria strada nella vita”, attraverso una vera e propria “ristrutturazione della coscienza”), ma omisero totalmente le durezze e le condizioni tremende in cui questi uomini si trovarono a lavorare. Addirittura, in un passo specifico del testo, si può leggere che mai nessuno morì in quei cantieri (probabilmente partirono dal fatto che in centomila iniziarono il lavoro e che in centomila finirono, anche se è fin troppo chiaro che le persone non erano le stesse!).

Un’operazione fallimentare Ironia della sorte, questo libro, concepito per tramandare ai posteri le conquiste del comunismo, venne completamente dimenticato appena pochi anni dopo. A seguito della caduta in disgrazia di Jagoda, uno dei capi della polizia politica, osannato a più riprese dagli autori all’interno del testo, finirono vittime del terrore staliniano anche tutti coloro che avevano avuto legami con lui. Gli autori del volume non scamparono alla morsa repressiva e finirono tutti nei gulag nel giro di pochissimo tempo. I privati cittadini che avevano comprato il volume si affrettarono a distruggere le copie in loro possesso, per timore di venire anch’essi arrestati. Nel 1937, il libro fu ufficialmente ritirato dal commercio e cadde completamente nel dimenticatoio, come se non fosse mai esistito. Come se non bastasse, anche il famigerato canale si rivelò presto inutile e smise di essere utilizzato. Ci sarebbero voluti più di quarant’anni perché, grazie al genio di Aleksandr Solzenicyn, autore di Arcipelago Gulag, il sacrificio di quei centomila uomini potesse essere finalmente ricordato.

Detenuti ai lavori forzati scaldano il cemento Cantieri del canale Mar Bianco-Mar Baltico. Russia, 1932-33.


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L’Unione Sovietica di Stalin

METTIAMO A FUOCO

La vita nei Gulag: schiavi al lavoro forzato All’inizio, negli anni Venti, i campi di concentramento sovietici (“Gulag”, secondo la sigla dell’organismo statale che li gestiva) erano destinati alla reclusione, alla tortura, alla punizione e alla soppressione di coloro che erano considerati avversari politici del regime. Sul finire degli anni Trenta l’obiettivo primario di questi campi divenne il lavoro forzato: i detenuti erano sottoposti a durissime condizioni di lavoro allo scopo di contribuire allo sviluppo industriale ed economico dell’URSS. Ad ogni detenuto venivano imposti pesanti obiettivi produttivi da raggiungere e, in genere, le sue condizioni di vita dipendevano dai risultati conseguiti: chi produceva di più era premiato con grammi in più di cibo, un letto migliore, una baracca più calda.

condizioni igieniche erano pessime: raramente si poteva fare il bagno, con poca acqua, un sapone scadente e in baracche non riscaldate. I detenuti che si ribellavano o violavano qualche regola del campo erano rinchiusi in celle di punizione, tuguri strettissimi dove si faticava a stare in piedi o dove non ci si poteva distendere, freddi, sporchi e umidi: spesso chi ci finiva non ne usciva vivo. Il cibo era molto scarso e poteva essere ridotto a discrezione dei comandanti del campo. Oltre a una zuppa simile a brodaglia acquosa, il pane costituiva l’alimento base. In molti lager veniva distribuito al mattino e poi ciascuno poteva scegliere se mangiarlo tutto o conservarne parte per il resto della giornata, col rischio però di vederselo rubare.

Una giornata scandita da durissime regole Nei campi le regole di vita erano rigide: una sirena svegliava i detenuti, che avevano poco tempo per la colazione. Una seconda sirena li chiamava all’aperto all’appello, che avveniva alle 3.30 del mattino e durava dai 15 minuti in avanti, a seconda che ci fossero tutti i detenuti o ne mancasse qualcuno o le guardie non facessero errori nella conta; in tal caso bisognava ricominciare. D’inverno questa procedura avveniva anche a 30-40 gradi sotto zero. Poi i detenuti, in fila per cinque, venivano scortati sul luogo di lavoro. La stessa conta, con le stesse modalità, veniva fatta la sera dopo cena. Nelle baracche i detenuti avevano a disposizione non più di un metro e mezzo di spazio vitale a testa. Il lezzo era insopportabile a causa dell’umidità e del fatto che essi dovevano espletare i loro bisogni direttamente all’interno della camerata. Le

Si lavorava fino a 50 gradi sotto zero Il lavoro nel campo poteva essere di vario tipo: il taglio di alberi nelle foreste, la costruzione di ferrovie, strade o canali, il lavoro in miniera o per la costruzione di case. In inverno si lavorava all’aperto anche fino a 50 gradi sotto zero e spesso battuti da bufere e tempeste di neve. Frequenti erano i congelamenti, anche perché i detenuti non avevano abiti e scarpe adatti. La giornata lavorativa era lunghissima. Nel 1940 una direttiva stabiliva 11 ore di lavoro giornaliere, ma poi i comandanti dei campi facevano lavorare i detenuti di più, fino a 14-16 ore. Le condizioni di lavoro variavano a seconda del tipo di lavoro e della località, ma erano comunque sempre disumane.

Detenuti di un gulag siberiano dormono in una baracca coperta di zolle


CAPITOLO 9

Raccontiamo in breve

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versione audio on line e nell’app

1. La vittoria dell’Armata Rossa nella guerra civile era stata pagata a carissimo prezzo. Per questo motivo, Lenin decise di fare un passo indietro e di varare la NEP (Nuova Politica Economica) che concedeva maggiore spazio all’iniziativa privata e diede un po’ di respiro alla popolazione, molto provata. 2. La morte di Lenin, nel 1924, scatenò una violenta lotta per la successione al termine della quale il potere fu preso da Stalin. Egli volle trasformare l’Unione Sovietica in una potenza industriale. Inasprì perciò il controllo dello stato sull’economia: varò i Piani Quinquennali e represse duramente i contadini benestanti (“kulaki”) che si erano rifiutati di consegnare i loro raccolti allo stato. Questa politica ottenne grandi risultati, ma ad un prezzo altissimo: nelle campagne scoppiarono violente carestie mentre nelle città le condizioni di vita erano molto difficili, a causa della carenza di alloggi. 3. Venne attuata una durissima politica antireligiosa: la Chiesa venne subordinata allo stato, i suoi beni vennero confiscati e moltissimi dei suoi membri furono uccisi o imprigionati. L’obiettivo di questa politica, secondo Stalin, era quello di far diventare l’Unione Sovietica un paese totalmente ateo. Stalin si impegnò ad eliminare qualunque opposizione alla propria dittatura, reale o immaginaria che fosse. Il ruolo della polizia segreta venne intensificato. Furono gli anni del “Grande Terrore” in cui milioni di persone persero la vita o vennero inviati nei numerosi campi di concentramento (“Gulag”) presenti nel paese. 4. In politica estera, Stalin si comportò in maniera diversa da Lenin: anche il suo obiettivo era quello di diffondere il comunismo nel mondo ma attraverso l’espansione territoriale dell’Unione Sovietica. Per questo motivo, inasprì il controllo del Comintern sugli altri paesi. Nel 1936, allo scoppio della Guerra civile spagnola, inviò soldati e consulenti militari in aiuto alle truppe repubblicane, ma si preoccupò di controllare personalmente l’operato delle forze locali. Nel 1939, di fronte all’espansionismo della Germania nazista, firmò con essa un patto di non aggressione (detto Molotov-Ribbentrop dal nome dei due ministri degli esteri) che conteneva un protocollo segreto per la spartizione della Polonia e la conquista sovietica delle repubbliche baltiche.

la linea del tempo

1917 rivoluzione bolscevica 1918-20 guerra civile in Russia 1922 nasce l’URSS, Mussolini prende il potere in Italia 1924 morte di Lenin 1927 Stalin prende il potere 1933 Hitler prende il potere in Germania 1934 inizia il Grande Terrore 1936 scoppia la Guerra civile spagnola agosto 1939 patto MolotovRibbentrop 1 settembre 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale


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L’Unione Sovietica di Stalin

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9.

Che cos’è la NEP? Chi erano i kulaki? Che cos’erano i kolchoz? Quali risultati ottennero i Piani Quinquennali? Come fu realizzato il canale di collegamento tra Mar Bianco e Mar Baltico? Che cosa si intende per purghe staliniane? Quante furono le vittime delle purghe staliniane? Come si comportò Stalin in occasione della Guerra civile spagnola? Che cosa stabiliva il patto Molotov-Ribbentrop?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1924

Stalin prende il potere in URSS

1927

Patto Molotov-Ribbentrop

1939

Morte di Lenin

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. I Piani Quinquennali contribuirono a sviluppare enormemente l’industria dell’Unione Sovietica.

V

F

Trockij morì assassinato probabilmente per ordine di Stalin.

V

F

Stalin sostenne la Chiesa Ortodossa.

V

F

Stalin favorì l’arte e la ricerca scientifica.

V

F

Stalin realizzò una dittatura totalitaria e personalistica.

V

F

Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Con le purghe staliniane vennero eliminati a. gli avversari politici di Stalin. b. gli alti dirigenti del Partito Comunista e le élite intellettuali. c. i membri della Chiesa Ortodossa. Con Stalin l’arte e la scienza a. erano libere e favorite nel loro sviluppo. b. dovevano servire ad esaltare le conquiste dell’Unione Sovietica e a proclamare la superiorità del comunismo. c. dovevano concorrere a favorire lo sviluppo economico e sociale del paese.


CAPITOLO 9

In politica estera il progetto di Stalin era di a. favorire lo scoppio di rivoluzioni comuniste in altri paesi europei. b. mantenere la pace in Europa per non danneggiare l’Unione Sovietica. c. diffondere il comunismo attraverso l’espansione territoriale dell’Unione Sovietica a scapito degli stati confinanti. Il Patto Molotov-Ribbentrop dimostrò a. che nazismo e comunismo erano molto simili in quanto erano entrambi due stati totalitari che miravano all’annullamento dell’individuo e alla conquista del potere mondiale. b. che nazismo e comunismo erano alleati per dominare insieme il mondo. c. che sia la Germania nazista che la Russia comunista avevano interesse a mantenere la pace in Europa. Esercizio 5 · Studiando questo capitolo hai incontrato termini che si riferiscono a Stalin e alla sua azione politica: prova a scrivere nella tabella sotto riportata i significati di queste espressioni. Collettivizzazione forzata

Kolchoz

Piani quinquennali

Grandi purghe

Realismo socialista

Stachanovismo

Comintern

Culto della personalità

223


224




CAPITOLO 10

Capitolo 10

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Il mondo corre verso la guerra La nuova catastrofe Furono le politiche aggressive delle dittature impostesi nei paesi sconfitti o umiliati dal primo conflitto mondiale che condussero rapidamente il mondo verso la seconda catastrofe bellica. Per l’Italia fu esiziale la decisione di Mussolini di conquistare l’Etiopia che portò al progressivo isolamento del nostro paese sul piano internazionale e al conseguente avvicinamento alla Germania nazista. Anche sul piano interno questo ebbe gravissime conseguenze: l’Italia varò infatti leggi razziali antiebraiche ispirate a quelle che Hitler aveva introdotto in Germania. Hitler e Mussolini si trovarono poi fianco a fianco nella Guerra civile spagnola combattuta dai falangisti del generale Francisco Franco contro le forze repubblicane e comuniste appoggiate dall’Unione Sovietica, in quella che fu la prova generale del conflitto mondiale. Deciso ad attuare il suo progetto di ampliamento dei confini tedeschi alla ricerca dello “spazio vitale” per il suo popolo, Hitler iniziò una sistematica espansione: dall’Austria alla Cecoslovacchia, fino alle mire sul “corridoio di Danzica” e sulla Polonia. Debole fu l’opposizione delle democrazie occidentali, inconsapevoli della pericolosità del progetto hitleriano e disposte a trattare il dittatore nazista con benevolenza. Le loro concessioni nella Conferenza di Monaco si sarebbero rivelate decisamente inopportune: di lì a pochi mesi, dopo l’accordo di non aggressione con l’Unione Sovietica, Hitler sarà pronto a dar vita al suo folle progetto.

Benito Mussolini e Adolf Hitler a Monaco, 18 giugno 1940 L'alleanza tra Hitler e Mussolini, ben evidenziata da questa fotto scattata pochi giorni dopo l'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania, fu uno dei fattori che contribuì a creare le condizioni per lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

brano audio on line e nell’app

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Il mondo corre verso la guerra

1 · Con la conquista dell’Etiopia l’Italia si avvicina sempre di più alla Germania nazista

Perché Mussolini all’inizio guardava con diffidenza alle teorie di Hitler?

Negus Titolo nobiliare etiope che corrisponde al termine di re. Secondo la tradizione, esso sarebbe stato trasmesso per la prima volta da re Salomone al figlio Menelik I, avuto dalla regina di Saba (che proveniva proprio dall’Etiopia) e da allora si sarebbe trasmesso ai successori.

Perché Mussolini pensò di conquistare l’Etiopia?

Mussolini si oppone al tentativo di Hitler di invadere l’Austria Fino al 1935, la politica estera del fascismo non era stata molto diversa da quella dei governi italiani precedenti. Mussolini voleva che l’Italia acquisisse un ruolo economico e politico di primo piano nel Mediterraneo e per fare questo riteneva fosse necessario mantenere buoni rapporti con Francia e Gran Bretagna (le due nazioni che più di tutte esercitavano la loro influenza su quella parte del mondo). Aveva perciò deciso di non rimettere in discussione l’equilibrio in atto tra le potenze europee, attendendo l’occasione propizia per ottenere dei vantaggi. Per questo motivo, la salita al potere di Hitler in Germania, nel gennaio 1933, venne vista da lui con una certa preoccupazione: col dittatore tedesco vi erano senza dubbio delle affinità ideologiche, ma Mussolini aveva letto il Mein Kampf e considerava le sue teorie troppo estremistiche e fanatiche. Fu così che, quando nell’estate del 1934 i nazisti tentarono un colpo di stato per conquistare l’Austria, Mussolini inviò quattro divisioni al passo del Brennero, minacciando Hitler di un intervento militare nel caso avesse continuato nel suo progetto. Un tale fatto ebbe un’enorme risonanza nel resto d’Europa. Mussolini venne guardato come un campione della pace e il regime fascista cominciò ad essere ammirato e rispettato. Il prestigio del fascismo crebbe enormemente e, cosa più importante, francesi e inglesi si convinsero che esso era profondamente diverso dal nazismo. La campagna d’Etiopia Le cose però cambiarono ben presto. Forte del prestigio internazionale conseguito, Mussolini pensò che potesse essere giunta l’occasione tanto attesa e nell’ottobre 1935 dichiarò guerra all’Etiopia, antico impero africano di tradizione cristiana copta. La conquista dello stato africano, che era una monarchia assoluta sotto lo scettro del negus Hailé Sellassié, non era un obiettivo nuovo per l’Italia. Con essa il nostro paese avrebbe allargato i propri domini africani (che allora erano costituiti dall’Eritrea, dalla Somalia e dalla Libia) e si sarebbe posizionato sul Mar Rosso, in un punto di grande importanza strategica. La propaganda fascista mise inoltre l’accento sulla possibilità per i contadini di avere terre in abbondanza da coltivare e sul fatto che il territorio dell’Etiopia (grande quattro volte l’Italia) potesse offrire una “valvola di sfogo” ad una popolazione che aumentava sempre di più.


CAPITOLO 10

Francia e Gran Bretagna condannano l’aggressione e impongono sanzioni all’Italia Mussolini contava sul fatto che Francia e Gran Bretagna non avrebbero interferito, e in effetti in un primo momento fu così. A guerra iniziata, però, le due potenze temettero che in questo modo l’Italia sarebbe divenuta troppo potente e decisero di intervenire. L’Etiopia era membro della Società delle Nazioni per cui, aggredendola, l’Italia aveva commesso un atto illegale. Le furono dunque comminate delle sanzioni economiche, ovvero le fu impedito di ricevere merci e risorse dagli stati membri della Società. Le sanzioni non ebbero in realtà un grande peso, dato che Stati Uniti, Unione Sovietica, Germania e Giappone, non essendo membri di questo organismo, le ignorarono; tuttavia, Mussolini poté avere buon gioco nel fomentare la popolazione contro l’egoismo di Francia e Gran Bretagna, che volevano negare all’Italia il suo meritato “posto al sole”. Nel maggio 1936 le truppe italiane entrarono ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. Quello stesso giorno, dal balcone di Palazzo Ve-

Sfilata di solidarietà contro le sanzioni organizzata da francesi filofascisti in visita a Roma, 1935

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Il mondo corre verso la guerra

Perché Gran Bretagna e Francia si opposero alla conquista italiana dell’Etiopia?

nezia, sua residenza ufficiale, Mussolini poté proclamare solennemente che l’Impero era rinato sui “colli fatali” di Roma. L’entusiasmo della popolazione fu enorme e il regime raggiunse l’apice del consenso. In questa occasione egli, facendo leva sul sentimento patriottico popolare, lanciò la campagna per l’autarchia e quella per l’oro alla patria; con quest’ultima chiese agli italiani e alle italiane di donare alla patria le loro fedi nuziali, nonché medaglie ed altri oggetti in oro, per sostenere le finanze del paese e per far fronte alle sanzioni imposte. L’esito di questa campagna fu ampiamente positivo e massiccia fu l’adesione popolare.

Il progressivo avvicinamento alla Germania nazista Da questo momento in avanti, Mussolini, galvanizzato dai successi ottenuti, mise da parte il prudente realismo che fino ad allora lo aveva caratterizzato. Adirato con Francia e Gran Bretagna e non volendo rimanere isolato, decise di avvicinarsi cautamente alla Germania di Hitler. Il suo progetto iniziale era quello di minacciare le due potenze europee con l’eventualità di un’alleanza italo-tedesca, nel caso queste non fossero state disposte a riprendere i rapporti col fascismo. Tuttavia, col passare del tempo, egli si convinse che la Germania sarebbe presto divenuta la nazione più potente d’Europa e che un’alleanza con Berlino fosse un’assoluta necessità per l’Italia. Si trattò di un errore di valutazione grossolano, che ebbe delle conseguenze devastanti sul destino del nostro paese e di quello dell’intera Europa. Nell’ottobre 1936 venne così firmato l’Asse Roma-Berlino, un forte accordo di stabile alleanza e collaborazione tra i due stati.

Perché Mussolini decise di intervenire nella Guerra civile spagnola?

La partecipazione dell’Italia alla Guerra civile spagnola L’errore più grande di Mussolini, quello che lo allontanò una volta per tutte da Francia e Gran Bretagna spingendolo nelle braccia di Hitler, fu senza dubbio la decisione di intervenire nella Guerra civile spagnola di cui parleremo ampiamente nel prossimo paragrafo. Mussolini decise di impegnarsi in una guerra così lontana dai suoi interessi fondamentalmente per tre motivi: – il Partito e la Milizia Fascista vedevano Franco, a torto, come la versione spagnola di Mussolini, e sostenevano che questa guerra fosse l’occasione migliore per esportare il fascismo all’estero; – la stessa Chiesa vedeva di buon occhio un intervento dell’Italia a sostegno di Franco, poiché la salita al potere del Fronte Popolare aveva dato l’avvio in Spagna a una campagna di sistematiche violenze contro il clero e contro le organizzazioni cattoliche; – la Francia aveva iniziato a inviare armi ai repubblicani e Mussolini temeva che l’intervento francese potesse danneggiare i suoi interessi strategici.


CAPITOLO 10 Marocco Spagnolo

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Tunisia

Marocco Algeria Rio de Oro

Libia

Egitto

Mauritania Alto Senegal e Niger

Ciad

Senegal Alto Volta Gambia Nigeria Guinea Portoghese Guinea Francese Camerun Sierra Leone Togo Liberia Costa d’Oro Costa d’Avorio

Congo Francese

Eritrea Italiana Somalia Francese Somalia Britannica

Sudan

Etiopia

(indipendente)

Somalia Italiana

Uganda

Congo Belga

Africa Orientale Britannica Africa Orientale Tedesca

Angola

Mozambico Africa Occidentale Tedesca

Madagascar Transvaal Colonia del Capo

Una guerra che danneggia fortemente l’Italia Mussolini inviò in Spagna un corpo di spedizione che, nelle battaglie combattute insieme alle forze del generale Franco, subì gravi perdite: quattromila morti e duemila feriti. Il costo dell’operazione ammontò a circa otto miliardi di lire di quei tempi, una cifra enorme. L’immagine internazionale del fascismo ne uscì completamente distrutta. Francia e Gran Bretagna rifiutarono ogni tentativo di riconciliazione con l’Italia, ponendo il ritiro immediato del corpo di spedizione italiano come condizione preliminare a qualsiasi negoziato. Mussolini orgogliosamente rifiutò. Frattanto Hitler aveva per parte sua evitato l’intervento diretto, limitandosi a rifornire Franco di armi e mezzi e ad inviargli un reparto di aerei da bombardamento, la Legione Condor. A guerra finita con la vittoria di Franco, l’Italia si ritrovò con un esercito stremato e senza nessun’altra possibilità se non quella di allearsi definitivamente alla Germania nazista. Nemmeno in seguito a ciò derivò alcun vantaggio per il regime fascista. Franco, infatti, non ricambiò il favore a Mussolini. Scoppiata la Seconda guerra mondiale, terrà la Spagna fuori del conflitto, evitando di scendere in campo a fianco dell’Italia e della Germania.

Le colonie africane di Francia, Gran Bretagna e Italia nel 1937 Possedimenti italiani Possedimenti inglesi Possedimenti francesi

Perché l’intervento nella Guerra civile spagnola danneggiò fortemente l’Italia?


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Il mondo corre verso la guerra

Tabella riassuntiva delle misure discriminatorie contro gli ebrei promulgate dal regime fascista, tratta dalla rivista La difesa della razza del novembre 1938 Queste misure suscitarono un diffuso dissenso in tutta Italia e vennero perciò molto spesso boicottate o eluse. Ad esempio ai giovani ebrei allontanati dalle scuole si consentiva poi di presentarsi agli esami come privatisti nelle scuole che avevano fino ad allora frequentato.

Le leggi razziali Il rapporto tra Mussolini e Hitler era ormai sempre più stretto e il Duce cercava in tutti i modi di dimostrare al dittatore tedesco la sua vicinanza, anche ideologica. In questo spirito nell’estate del 1938 in Italia vennero varate delle leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei. In base a tali leggi, essi vennero esclusi dall’impiego pubblico, fu proibito loro di insegnare, di frequentare scuole pubbliche e università, di possedere imprese e di sposarsi con “ariani” (ossia con non ebrei). Venne inoltre pubblicato un Manifesto degli scienziati razzisti, in realtà firmato da pochissimi scienziati, nessuno dei quali di primissimo piano, nel quale si affermava la superiorità biologica degli italiani sugli individui di razza ebraica. Si trattava di provvedimenti gravissimi, resi ancora più gravi dal fatto che in Italia non era mai esistito il problema dell’antisemitismo: gli ebrei italiani erano allora circa trentamila ed erano perfettamente integrati all’interno della società. Il fascismo stesso non era mai stato razzista e, anzi, uno dei motivi delle originarie riserve di Mussolini nei confronti di Hitler era stato proprio il suo razzismo. Il popolo italiano rimase profondamente scosso da questi provvedimenti, che vennero largamente boicottati. Il consenso tributato al fascismo, già in ribasso dopo la guerra spagnola e il progressivo avvicinamento ad Hitler, andò scemando.


CAPITOLO 10

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2 · La Guerra civile spagnola, prova generale della Seconda guerra mondiale Una guerra civile che interessò tutta l’Europa La Guerra civile spagnola fu molto più di un conflitto limitato alla penisola iberica. Essa venne vissuta con grande interesse e partecipazione in tutta Europa e può essere considerata a tutti gli effetti come l’anticipazione, la prova generale della Seconda guerra mondiale. Questo essenzialmente per due motivi: – l’Italia fascista e la Germania nazista vi presero parte, utilizzando per la prima volta armamenti e tattiche di combattimento che sarebbero stati poi impiegati massicciamente nel conflitto mondiale; – poiché lo scontro era tra le forze di sinistra del governo legittimo (anche se sempre più violento e oppressivo) e quelle di destra del generale Franco, questa guerra venne letta come una sfida in campo aperto tra fascismo e antifascismo, una contrapposizione che stava divenendo realtà in Europa. Un paese arretrato e fortemente instabile dal punto di vista politico La Spagna era ancora un paese arretrato dal punto di vista economico e non era stata toccata più di tanto dall’ondata di industrializzazione che aveva interessato l’Europa nei primi decenni del XX secolo. Pur non avendo preso parte alla Prima guerra mondiale, non era riuscita a trovare stabilità dal punto di vista politico e stava dunque attraversando un periodo molto difficile, iniziato con la sconfitta nella guerra contro gli Stati Uniti nel 1898 nella quale aveva perso Cuba, Portorico e le Filippine, i suoi ultimi possedimenti coloniali. La rivoluzione russa aveva anche qui esercitato il suo fascino: gruppi di agitatori sia comunisti che anarchici si muovevano indisturbati per il paese, compiendo atti di violenza e contribuendo a creare una situazione di disordine. Nel tentativo di porre fine a queste difficoltà, nel 1923 il generale Primo De Rivera prese il potere con un colpo di stato e instaurò un regime autoritario con il consenso del re. La vittoria del Fronte Popolare non migliora la situazione: inizia la guerra civile Il governo di De Rivera si rivelò però un insuccesso, poiché non riuscì a risolvere nessuno dei problemi da cui era afflitto il paese. Il generale si trovò così costretto a dare le dimissioni (1930) e, l’anno successivo, le elezioni vennero vinte dalle sinistre, organizzate nel Fronte Popolare, una coalizione non diversa da quella che vinse in Francia negli stessi anni, ma in cui la presenza di anarchici e comunisti era più forte. Il re Alfonso XIII, disapprovando questa soluzione, andò volontariamente in esilio. La Spagna divenne così

Perché la Guerra civile spagnola può essere considerata come l’anticipazione della Seconda guerra mondiale?


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una repubblica, ma le cose non migliorarono: bande di estremisti cominciarono a infierire sul clero cattolico anche con il sostegno di una vasta parte della borghesia urbana, di formazione illuminista e per lo più aderente alla Massoneria. Frattanto nelle campagne il potere continuava ad essere gestito dai grandi latifondisti e anche la situazione degli operai nelle fabbriche non era delle migliori. Di fronte a questo clima violento e preoccupato che le sinistre radicali potessero prendere il sopravvento trasformando la Spagna in un regime comunista, il generale Francisco Franco, il 17 luglio 1936, sollevò le forze armate contro il governo repubblicano: era l’inizio della guerra civile.

Perché Italia e Germania sostennero Franco?

L’Italia e la Germania aiutano Franco, Francia e Gran Bretagna non intervengono Il conflitto fu di una spietatezza senza pari e fece registrare atti di grande crudeltà da entrambe le parti. Come abbiamo già visto, i principali paesi europei non poterono non sentirsi coinvolti: Italia e Germania inviarono sin da subito ingenti quantitativi di uomini e mezzi in appoggio all’esercito di Franco, che consideravano vicino dal punto di vista ideologico, soprattutto perché combatteva i comunisti, che erano i loro maggiori nemici. La Francia e la Gran Bretagna, pur simpatizzando per il governo repubblicano, scelsero tuttavia di non fornirgli aiuti concreti; la ragione andrebbe ricercata nel fatto che c’era il serio rischio che la guerra potesse estendersi all’intera Europa, e nessuna delle due nazioni intendeva ripetere l’esperienza del 1914. L’Unione Sovietica e le brigate internazionali sostengono il governo repubblicano I repubblicani poterono così contare sull’aiuto concreto della sola Unione Sovietica, la quale inviò un quantitativo piuttosto limitato di armamenti (peraltro fatti pagare a caro prezzo da Stalin) ma che in cambio pretese di imporre un pesante condizionamento politico e ideologico sulla direzione della guerra, non esitando a chiedere l’eliminazione degli anarchici, poco disposti a identificarsi nella linea del Partito Comunista sovietico. In nome della lotta all’antifascismo, combattenti volontari affluirono da tutta Europa, inquadrati all’interno delle “brigate internazionali”. Tra questi, vi furono anche personaggi famosi come gli scrittori George Orwell ed Ernest Hemingway. Dal punto di vista militare le brigate internazionali non furono decisive, ma contribuirono a trasformare la Guerra civile spagnola in un vero e proprio scontro tra fascismo e antifascismo. L’opinione pubblica dei paesi democratici, che seguiva gli avvenimenti con grande attenzione, credeva infatti che un’eventuale sconfitta di Franco avrebbe potuto portare al crollo delle dittature anche in Italia e in Germania.


CAPITOLO 10

Una prova generale in vista della Seconda guerra mondiale Nel corso della guerra si sperimentarono tutti quegli armamenti che sarebbero poi divenuti tristemente celebri nel corso della Seconda guerra mondiale. In particolare i bombardamenti aerei per colpire basi militari ma anche abitazioni civili che furono inaugurati su vasta scala dall’aviazione nazista (anche se i primi esempi risalgono alla guerra di Libia del 1911 e sono purtroppo un’invenzione italiana). Un episodio rimasto celebre è quello dell’aprile 1937, quando gli aerei tedeschi della Legione Condor colpirono la città basca di Guernica. L’episodio ispirò al grande pittore spagnolo Pablo Picasso un dipinto divenuto simbolo di denuncia della violenza di tutte le guerre. La superiorità delle forze di Franco si rese sempre più evidente col passare del tempo e, se il conflitto ebbe la durata di tre anni, fu solo per la grande tenacia con cui si batterono le forze repubblicane. Infine, il 1 aprile 1939, esse dovettero capitolare. Resosi conto del cattivo stato in cui versava il paese, Franco decise, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, di rimanerne fuori, ma instaurò un regime dittatoriale particolarmente oppressivo, che durò fino alla sua morte, nel 1975.

Gli effetti del bombardamento a tappeto sulla città basca di Guernica effettuato dagli aerei della Legione Condor, inviata in Spagna da Hitler in appoggio al generale Franco 26 aprile 1937

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3 · Il sempre più deciso espansionismo tedesco Una politica estera fortemente aggressiva, soprattutto verso l’Europa centro-orientale Abbiamo già visto come la Germania nazista avesse indirizzato la maggior parte delle proprie energie verso il riarmo. In effetti, l’obiettivo di Hitler era noto: egli intendeva riunire sotto un unico stato tutti i territori ove abitavano popolazioni di lingua tedesca (la presenza anche solo di una minoranza bastava a giustificare tale pretesa). Puntava così a un Terzo Reich caratterizzato da una grande espansione verso est, alla conquista dello “spazio vitale”, necessario alla sopravvivenza del popolo tedesco, uno spazio che avrebbe sottratto alle popolazioni slave, in particolare ai russi, da lui considerate di razza inferiore e quindi da ridurre in schiavitù. Già nell’ottobre 1933 egli fece uscire la Germania dalla Società delle Nazioni e nell’estate successiva tentò, come visto, di invadere l’Austria anche se per il momento fallì nell’impresa soprattutto a causa dell’opposizione di Mussolini. Ottenendo una schiacciante maggioranza nel referendum appositamente indetto, nel 1935 recuperò poi alla Germania il territorio della Saar, fino a quel momento sotto occupazione francese e molto importante dal punto di vista industriale.

Wehrmacht In tedesco significa “forza di difesa” ed è il termine con cui dal 1935 venne chiamato l’esercito tedesco. Questo non va identificato con forze naziste quali le SS; al contrario non fu infrequente il caso di alti ufficiali della Wehrmacht, tra i più celebri il feldmaresciallo Rommel, che pur combattendo con onore per la propria patria, ebbero posizioni critiche nei confronti del regime nazista.

La Germania si prepara alla guerra Intanto fervevano i preparativi per il riarmo: fu introdotta la coscrizione obbligatoria e la Wehrmacht arrivò a toccare i cinquecentomila uomini, un numero cinque volte più grande di quello fissato dal trattato di pace. Nel 1936 vennero inviate truppe a presidiare la Renania, regione che, per decisione delle potenze vincitrici, avrebbe dovuto rimanere smilitarizzata. Ormai non potevano più esserci dubbi sulle reali intenzioni di Hitler che, tra l’altro, nel novembre 1937, in una riunione segreta, annunciò a suoi più stretti collaboratori che la guerra sarebbe stata dichiarata entro il 1938. Obiettivo: la conquista dell’Austria, della Cecoslovacchia e dell’Est europeo. In caso di opposizione da parte della Francia, sostenne Hitler, l’eventualità di uno scontro diretto era messa in conto. L’Anschluss e le esitazioni delle potenze occidentali La situazione stava rapidamente precipitando, anche perché nel 1936, come abbiamo visto, la Germania aveva firmato con l’Italia l’Asse Roma-Berlino e stava intervenendo massicciamente nella Guerra civile spagnola, sostenendo le truppe del generale Franco. Francia e Gran Bretagna, tuttavia, non erano ancora convinte che Hitler rappresentasse un serio pericolo e pensavano che, facendo-


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gli qualche concessione territoriale e mostrandosi tolleranti nei suoi confronti, questi si sarebbe alla fine fermato. Fu così che, quando nel marzo 1938 l’esercito tedesco entrò in Austria e proclamò l’annessione (Anschluss) di questo stato al Terzo Reich, nessuno andò oltre una semplice protesta formale e Mussolini, che quattro anni prima si era battuto duramente affinché questo non avvenisse, rimase in silenzio. L’esitazione delle potenze occidentali rassicurò Hitler, facendolo divenire sempre più spavaldo con il passare dei mesi. Nell’autunno dello stesso anno egli reclamò infatti il possesso dei Sudeti, una regione di frontiera della Cecoslovacchia abitata per la maggior parte da tedeschi, dove era attivo un forte movimento, finanziato dagli stessi nazisti, che chiedeva l’annessione alla Germania.

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Hitler percorre in trionfo la strada dall’aeroporto di Tempelhof alla Cancelleria del Reich, di ritorno da Vienna, dopo l’annessione dell’Austria Berlino, 16 marzo 1938

Perché Francia e Gran Bretagna inizialmente non fecero molto per fermare Hitler?


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Il mondo corre verso la guerra

La Conferenza di Monaco Hitler inviò un ultimatum alla Cecoslovacchia: se non avesse accettato di cedere questa parte del suo territorio, sarebbe stata invasa militarmente, cosa che avvenne subito dopo. Nel tentativo disperato di evitare un conflitto mondiale, la Gran Bretagna fece pressione su Mussolini, ormai sempre più vicino ad Hitler, affinché la questione potesse essere risolta per vie diplomatiche. Nel settembre 1938 i responsabili delle quattro potenze europee (Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania) si riunirono a Monaco di Baviera in una conferenza: qui fu deciso che la regione dei Sudeti sarebbe stata consegnata ad Hitler, in cambio della rinuncia alla guerra da parte di quest’ultimo.

Perché la Conferenza di Monaco fu un grave errore?

La guerra è solo rimandata In quei giorni l’Europa intera esultò, convinta che il pericolo della guerra fosse stato allontanato per sempre. In realtà la Conferenza di Monaco fu uno dei peggiori errori mai commessi dalle democrazie occidentali in tutta la loro storia. Non solo uno stato indipendente e sovrano come la Cecoslovacchia venne privato di una parte del proprio territorio senza neppure essere interpellato, ma Francia e Gran Bretagna offrirono al nazismo una enorme impressione di debolezza, poiché lasciarono intendere di essere disposti a tutto pur di evitare un altro conflitto mondiale. Da parte sua, Hitler ne uscì notevolmente rafforzato: ebbe più tempo per potenziare il proprio armamento e soprattutto si convinse sempre di più di poter attuare, indisturbato, la sua politica di conquista. Il Patto d’acciaio: Mussolini e Hitler definitivamente alleati Ormai il legame tra Hitler e Mussolini, che nel frattempo aveva deciso, nell’aprile del ’39, l’occupazione dell’Albania, si andava facendo sempre più solido. Dopo la Conferenza di Monaco, nel maggio del 1939 venne stipulato tra i due dittatori il Patto d’acciaio, che sanciva in maniera ufficiale la loro alleanza. In sostanza questo patto prevedeva l’impegno per i due contraenti a scendere in guerra a fianco dell’alleato senza alcuna riserva. Per il popolo italiano questa fu senza dubbio la disgrazia maggiore: con tale accordo si sarebbe andati verso una guerra insensata e distruttiva che avrebbe sottoposto il nostro paese a una durissima prova. Hitler occupa la Cecoslovacchia e minaccia la Polonia Frattanto, nel marzo del 1939, senza minimamente rispettare gli accordi presi a Monaco, la Wehrmacht invase la Cecoslovacchia che venne poi annessa al Reich. Di fronte a questo ennesimo atto di arroganza, Francia e Gran Bretagna decisero che non potevano più


CAPITOLO 10

Danzica settembre 1939

Prussia Orientale

Berlino

Germania 1936

marzo 1939

Polonia

1938

Renania

Sudeti

Reich tedesco

Cecoslovacchia Francia

marzo 1938

Territori annessi al Reich

Vienna

Austria Ungheria

Svizzera Italia

L'espansionismo tedesco nella seconda metà degli anni Trenta

Jugoslavia

restare a guardare e che successivi atti di aggressione tedeschi non sarebbero stati tollerati. Alcuni mesi più tardi il dittatore nazista fece di nuovo sentire la sua voce e reclamò per sé il possesso del cosiddetto “corridoio di Danzica”, una striscia di terra, comprendente anche l’omonima città sul mar Baltico, che dopo la Prima guerra mondiale era stata assegnata alla Polonia per garantirle uno sbocco sul mare, di fatto separando la Prussia orientale da quella occidentale. A questo punto, Francia e Gran Bretagna firmarono un patto difensivo con la Polonia (agosto 1939), dichiarando che le avrebbero prestato soccorso in caso di aggressione nazista. La Seconda guerra mondiale era alle porte.

Occupazioe del territorio tedesco smilitarizzato

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METTIAMO A FUOCO

La politica aggressiva del Giappone in Estremo Oriente Le mire sulla Cina e sul Pacifico Anche l’Asia in questi anni era infiammata da idee nazionalistiche che conducevano alcuni stati verso politiche aggressive ed espansionistiche. Il caso più rilevante fu quello del Giappone dove un governo nazionalista, retto da una casta di alti ufficiali, aspirava sempre di più a conquistare posizioni di dominio nell’Estremo Oriente e nell’intera area del Pacifico. Già da tempo, almeno fin dall’inizio del secolo, le mire espansionistiche del Giappone si erano rivolte verso la Cina. Nel 1931 era stata attaccata e facilmente conquistata la regione cinese della Manciuria. Nel luglio del ’37 la conquista giapponese riprese con l’occupazione di importanti città quali Shangai e Nanchino. Ovunque i giapponesi conquistatori si resero responsabili di atrocità nei confronti della popolazione civile, atrocità ancora oggi ricordate e che costituiscono tuttora motivo di attrito tra i due stati. La Cina, guidata allora da un governo nazionalista presieduto da Chiang Kai-shek, ma con l’appoggio anche del Partito Comunista di Mao Zedong, cercò di opporsi ai giapponesi, ottenendo il sostegno degli Stati Uniti d’America, sempre più preoccupati dall’espansionismo del Sol Levante in quest’area che finiva per minacciare la loro supremazia sul Pacifico (ricordiamo che gli Stati Uniti controllavano l’arcipelago filippino ed altre importanti isole). Si andava ormai profilando uno scontro che sarebbe confluito dopo qualche anno nella Seconda guerra mondiale. L’alleanza con la Germania nazista e l’Italia fascista Un altro fatto che confermò gli intenti politici del governo giapponese fu il progressivo avvicinamento, anche in funzione antisovietica, alla Germania nazista e all’Italia fascista. Questo avvicinamento culminò con la stipula nel 1936 del Patto Anticomintern, con il quale Giappone e Germania (l’Italia vi aderirà l’anno seguente) si impegnavano a impedire la diffusione internazionale del comunismo e ad ostacolare il rafforzamento dell’Unione Sovietica. Questo patto avrà un seguito il 27 settembre del 1940, con la stipula di un Patto Tripartito con il quale Germania e Italia

riconoscevano al Giappone un ruolo di dominio sull’intera Asia Orientale e si garantivano reciproco appoggio militare. A questo punto gli schieramenti erano definiti: il Giappone avrà carta bianca per proseguire nelle sue conquiste in Estremo Oriente verso l’Indocina francese, Hong Kong, le Filippine, la Malesia e la Thailandia, alla ricerca di quelle materie prime, soprattutto il petrolio, di cui aveva grande bisogno. L’attacco proditorio alla flotta americana a Pearl Harbor del 6-7 dicembre del 1941 porterà il Giappone, e con esso gli Stati Uniti, all’interno del secondo conflitto mondiale.

Il Patto Tripartito tra Italia, Germania e Giappone Cartolina di Gino Boccasile, 1942 Il disegno riproduce un gigantesco guerriero samurai, con alle spalle le bandiere delle tre potenze alleate, che fa strage a colpi di spada delle navi nemiche.


CAPITOLO 10

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NON TUTTI SANNO CHE…

La strage di Debre Lebanos Dopo la conquista, l’Etiopia non era ancora stabilizzata Un episodio poco noto e tuttavia tra i più ingiustificabili della storia coloniale italiana è quello avvenuto a Debre Lebanos, monastero cristiano copto che costituisce il più importante centro religioso dell’Etiopia. Nel maggio del 1937, su ordine del maresciallo Graziani, vicerè d’Etiopia, vennero passati per le armi tutti i religiosi che vivevano in questo monastero, come rappresaglia per un attentato che lo stesso Graziani aveva subito tre mesi prima. Ma andiamo con ordine. A quasi un anno dalla proclamazione ufficiale dell’Impero italiano in Africa, nel maggio del 1936, la situazione in Etiopia era tutt’altro che stabilizzata. Gruppi di combattenti fedeli al negus Hailé Selassié, spodestato dagli italiani nel corso della guerra, si nascondevano nelle campagne organizzando azioni di guerriglia che mettevano spesso in difficoltà l’esercito di occupazione. Il 19 febbraio in Etiopia era festa nazionale poiché, secondo il calendario copto, si celebrava la ricorrenza della Purificazione della Vergine. Inoltre, lo stesso giorno era nato il primogenito del principe Umberto, erede al trono di Casa Savoia. Per festeggiare l’avvenimento, Graziani aveva deciso di far distribuire una piccola somma a ciascun povero di Addis Abeba, continuando così la stessa tradizione portata avanti dal negus. L’attentato al maresciallo Graziani Alla cerimonia erano presenti tutti i più importanti notabili della città, l’intera popolazione e più di 2.500 bisognosi. Verso le 12.20 alcune bombe a mano vennero lanciate da individui che si erano mischiati tra i mendicanti. L’attentato provocò sette morti e una cinquantina di feriti. Lo stesso Graziani fu colpito in pieno e dovette essere portato in ospedale d’urgenza. Nonostante la gravità delle sue condizioni, egli riuscì a salvarsi. La reazione italiana fu immediata e particolarmente feroce, anche a causa delle tensioni accumulate con la popolazione negli ultimi due anni. In pochi giorni vennero rastrellati circa tremila

etiopi, che furono inviati in vari campi di prigionia all’interno del paese. Lo stesso Mussolini, da Roma, raccomandò di «passare per le armi tutti i civili e i religiosi sospetti». Un paio di settimane più tardi le indagini effettuate dai carabinieri italiani credettero di avere individuato nel villaggio di Debre Lebanos il luogo di provenienza degli attentatori. Un contingente dell’esercito comandato dal generale Maletti si diresse verso la meta con l’intenzione di infliggere una dura lezione agli etiopi. Già durante la marcia, durata due settimane, vennero bruciate più di centomila capanne, tre chiese e un convento. Il generale italiano si servì anche di reparti militari formati da etiopi di religione musulmana, i quali, accecati dall’odio verso i copti, non persero l’occasione per agire con estrema durezza.

Una reazione di inaudita brutalità I soldati arrivarono a Debre Lebanos il 19 maggio. Il monastero, fondato nel XIII secolo, era il luogo più sacro del Cristianesimo copto. I monaci furono accusati a torto di avere ospitato nelle loro celle alcuni dei responsabili dell’attentato. Non c’erano prove a sostegno di questa tesi, ma dopo quanto era successo Graziani era furibondo, e aveva deciso di effettuare un “totale repulisti”, come ordinato da Mussolini stesso. Tra il 20 e il 27 maggio, tutti i monaci, i diaconi, i preti e diversi studenti di teologia vennero portati in un luogo isolato, uno stretto vallone con una profonda gola erosa dal torrente. Qui vennero fucilati, in modo tale che i loro corpi cadessero nel burrone. La strage è rimasta a lungo nascosta, ma recenti ricerche hanno potuto appurare che in quei giorni morirono tra le 1.400 e le 1.600 persone. Lo storico Angelo Del Boca ha scritto che mai nella storia dell’Africa una comunità religiosa aveva subito uno sterminio di tali proporzioni. I cristiani di Debre Lebanos sono effigiati in una icona dedicata ai nuovi martiri della Chiesa nella basilica di San Bartolomeo a Roma.


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Il mondo corre verso la guerra

PARTIAMO DALLE FONTI

La proclamazione dell’impero Proponiamo alla tua lettura questo brano tratto dal discorso di proclamazione dell’Impero italiano in Africa orientale, pronunciato a Roma da Mussolini il 9 maggio 1936. Potrai così farti un’idea del particolare linguaggio utilizzato dalla propaganda mussoliniana. «Ufficiali! Sottufficiali! Gregari di tutte le Forze Armate dello stato, in Africa e in Italia! Camicie nere della rivoluzione! Italiani e italiane in patria e nel mondo! Ascoltate! Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente e la vittoria africana resta nella storia della patria, integra e pura, come i legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano. L’Italia ha finalmente il suo impero. Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano. Impero di pace, perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell’Etiopia. Questo è nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino. Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’impero. Lo feconderà col suo lavoro, e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma». Adatt. Si tratta di un discorso dalla forte intonazione retorica: quali espressioni, a tuo avviso, vengono usate in questo senso? Quali sono le espressioni che si riferiscono all’antica civiltà romana? Perché Mussolini parla di “civiltà” e “umanità” nei confronti delle popolazioni dell’Etiopia? Che cosa dice a proposito della pace e della guerra?

Mussolini proclama la nascita dell’Impero d'Italia, 9 maggio 1936 In questo manifesto celebrativo del discorso di Piazza Venezia, il ritratto di Mussolini campeggia sproporzionato in un’Africa dove, rispetto alla grande estensione dei possedimenti inglesi e francesi, le colonie italiane erano di dimensioni molto inferiori.


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NON TUTTI SANNO CHE…

I bambini spagnoli finiti in Unione Sovietica durante la Guerra civile Un caso poco noto riguardante la politica ideologica sovietica è quello dei bambini spagnoli finiti in Unione Sovietica durante la Guerra civile. Allo scoppio di questa guerra infatti venne organizzata l’evacuazione all’estero di numerosi bambini: paesi come Francia, Gran Bretagna, Belgio, Svizzera, Danimarca e Olanda acconsentirono ad accoglierli, per proteggerli dagli orrori del conflitto. Tra il 1937 e il 1938 anche l’Unione Sovietica, che appoggiava i repubblicani, si rese disponibile a far entrare nel proprio territorio circa tremila bambini tra i 5 e i 12 anni, accompagnati da centodue insegnanti e da venti infermiere.

scuola e tutti studiamo molto, così che un giorno torneremo per lottare contro queste canaglie fasciste che fanno tanto male alla Spagna». Dolores Ibárruri, uno dei massimi leader comunisti spagnoli, seguì il progetto con grande attenzione (aveva inviato la sua stessa figlia) e si preoccupò che i bambini venissero forgiati per diventare dei veri e propri rivoluzionari. Durante la Seconda guerra mondiale, quando le condizioni materiali peggiorarono e un gruppo di essi le scrisse una lettera di lamentele, essa rispose: «Dovreste pensar meno ai maccheroni e al burro, e più alla rivoluzione proletaria!».

Oggetti di indottrinamento e strumenti di propaganda Dietro questa operazione non c’era però nessuna motivazione umanitaria: i bambini erano figli di leader e semplici combattenti della fazione comunista e venivano inviati in URSS per essere educati ai principi del socialismo e per essere utilizzati come strumenti di propaganda. A tale scopo, essi vennero accolti in strutture speciali, sia a Mosca che in Ucraina, e qui trattati con il massimo degli onori e con tutte le comodità. Al loro arrivo, vi furono manifestazioni di benvenuto, col popolo che sventolava bandiere spagnole e gridava slogan come «Evviva i figli dei combattenti antifascisti!». Le case di accoglienza costituivano un mondo a parte, con un livello di vita superiore al resto del paese; ai giovani ospiti, che nella maggior parte dei casi erano figli di contadini, minatori e operai poverissimi, veniva insegnato che erano lì per contribuire alla crescita del socialismo e che questo obiettivo era molto più importante del dolore per la separazione dai genitori. Il grado di indottrinamento ideologico è evidente nella lettera di uno di loro, datata 5 dicembre 1937: «Il giorno che son partito per la Russia, da una parte non vedevo l’ora di venirci, dall’altra non avevo voglia, perché dovevo abbandonare la mamma e i miei fratelli, e tutti i parenti. Siamo arrivati in Russia e siamo stati bene, ci hanno fatto una doccia e poi abbiamo mangiato tanto. Ci siamo riposati per quattro mesi. Adesso, dopo esserci riposati, andiamo a

Una fine per molti drammatica L’obiettivo di allevare i futuri leader della Spagna sovietica fallì però ben presto: alla fine del 1938 era ormai chiaro che Franco avrebbe prevalso, per cui Stalin perse interesse nel conflitto e cominciò a ritirare i propri aiuti. La situazione dei bambini peggiorò radicalmente: essi vennero trascurati sempre di più e ben 750 morirono di stenti e malattie. A seguito dell’invasione nazista, le case d’accoglienza vennero evacuate e i loro ospiti si dispersero per tutto il paese. Al termine della Guerra civile, tutti i bambini inviati negli altri paesi furono rimpatriati, tranne quelli sovietici. I primi rientri si ebbero solo vent’anni dopo, tra il 1956 e il 1957, quando essi erano divenuti ormai adulti. Ciò che più stupisce e sgomenta di questa vicenda è il grado di accecamento ideologico dei loro genitori: per servire il comunismo essi non esitarono a separarsi, in molti casi per sempre, dai loro stessi figli. E ancora più inquietante è il fatto che alcuni di loro, nonostante tutte le sofferenze patite, gli amici morti e le numerose prove della vera natura del regime sovietico, si rifiutarono di tornare in Spagna e vissero in Russia per sempre, anche dopo la caduta del sistema. Si calcola che, fino a pochi anni fa, ne restassero ancora in vita circa 400.


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Raccontiamo in breve la linea del tempo

1917 rivoluzione bolscevica in Russia 1918 finisce la Prima guerra mondiale 1922 Mussolini prende il potere in Italia 1929 crisi di Wall Street 1933 Hitler viene nominato cancelliere 1935-36 l’Italia conquista l’Etiopia 1936 Asse Roma-Berlino (Italia e Germania si alleano), Guerra civile spagnola 1938 leggi razziali in Italia marzo 1938 annessione tedesca dell’Austria settembre 1938 Conferenza di Monaco marzo 1939 invasione tedesca della Cecoslovacchia 23 agosto 1939 Patto RibbentropMolotov 1 settembre 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale

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1. Mussolini portò avanti in un primo momento una politica estera cauta e moderata, badando a mantenere buoni rapporti con Francia e Gran Bretagna. Per questo motivo non vedeva di buon occhio Hitler e si oppose al suo tentativo di conquista dell’Austria. Forte del prestigio internazionale ottenuto, nel 1935 decise di attaccare l’Etiopia. La guerra venne vinta nel 1936 ma provocò il malcontento di Francia e Gran Bretagna che, tramite la Società delle Nazioni, imposero sanzioni economiche all’Italia. Trovandosi isolato e nel tentativo di prendersi una rivincita, Mussolini si avvicinò così ad Hitler, siglando con la Germania il cosiddetto Asse Roma-Berlino. 2. Mussolini commise un ulteriore errore di valutazione quando decise di partecipare alla Guerra civile spagnola a fianco dei falangisti di Franco. Si trattava di una guerra a cui l’Italia era estranea e che costò moltissimo in termini economici e di vite umane. L’immagine internazionale del paese ne uscì danneggiata e, come risultato, l’Italia si avvicinò sempre di più ad Hitler. 3. Nel 1938 Mussolini varò le leggi razziali, che andavano a colpire gli ebrei residenti in Italia. Nella penisola non vi erano mai stati problemi di antisemitismo, ragion per cui questi provvedimenti colpirono in negativo la popolazione e cominciarono a far perdere consensi al fascismo. 4. La Guerra civile spagnola fu un conflitto che interessò tutta Europa e che può essere considerato una sorta di prova generale per la Seconda guerra mondiale. La guerra scoppiò nel 1936, dopo che il generale Franco prese le armi contro il Fronte Popolare, una coalizione di forze di sinistra che aveva preso il potere nel 1931 trasformando la Spagna in una repubblica e perpetrando tutta una serie di violenze ai danni della Chiesa Cattolica. 5. Il conflitto fu di una spietatezza senza pari. Italia e Germania inviarono immediatamente aiuti a Franco e al suo esercito e la stessa cosa fece l’Unione Sovietica, con i repubblicani. Francia e Gran Bretagna invece rimasero neutrali, pur se simpatizzando idealmente per il Fronte. Questa guerra venne vista inoltre come una battaglia contro il fascismo: migliaia di combattenti giunsero da tutta Europa e vennero inquadrati nelle brigate internazionali. La guerra, che vide episodi di violenza e brutalità passati alla storia, come il famoso bombardamento di Guernica (ritratto da Picasso in un celebre quadro), terminò con la vittoria di Franco che tenne poi la Spagna fuori dalla guerra e inaugurò un periodo di dittatura che durò fino alla sua morte, avvenuta nel 1975.


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6. La politica tedesca era finalizzata al riarmo: obiettivo di Hitler era infatti quello di ridare alla Germania lo status di grande potenza, mediante la conquista di “spazio vitale” nell’Est Europa. Nell’ottobre del 1933 fece uscire la Germania dalla Società delle Nazioni e successivamente recuperò il possesso del bacino della Saar, molto importante dal punto di vista industriale. 7. Nel 1938 l’esercito tedesco invase l’Austria e ne proclamò l’annessione al Terzo Reich. Le potenze occidentali reagirono tiepidamente e Hitler prese coraggio. Pochi mesi dopo, pretese l’annessione del territorio dei Sudeti, appartenente alla Cecoslovacchia ma abitato per la maggior parte da tedeschi. Nel tentativo di scongiurare un conflitto mondiale, fu convocata a Monaco una conferenza internazionale a cui parteciparono, oltre alla Germania, l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna. In quell’occasione si decise, senza consultare la Cecoslovacchia, che le proposte di Hitler sarebbero state accettate. 8. Il legame tra Hitler e Mussolini era ormai sempre più solido: nel 1939 venne firmato il Patto d’Acciaio: l’alleanza tra i due paesi era ormai definitiva. Nel marzo del 1939 l’esercito tedesco invase la Cecoslovacchia e la annesse interamente al proprio territorio. Alcuni mesi dopo il cancelliere tedesco rivendicò il possesso del cosiddetto “corridoio di Danzica”, che divideva la Polonia dalla Germania. Questa volta, le potenze occidentali decisero che non avrebbero più ceduto alle richieste di Hitler. Era il preludio al secondo conflitto mondiale.

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Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Quali vantaggi avrebbe ricavato l’Italia dalla conquista dell’Etiopia? 2. Quali sanzioni furono imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni dopo l’aggressione all’Etiopia? 3. Che cos’è l’Asse Roma-Berlino? 4. Che cosa stabilivano le leggi razziali emanate in Italia nel 1938? 5. Chi era Primo de Rivera? E il generale Franco? 6. Che cosa avvenne a Guernica? 7. Che cos’è l’Anschluss? 8. Che cosa si decise nella Conferenza di Monaco? 9. Che cosa stabiliva il Patto d’acciaio? 10. Che cos’era il corridoio di Danzica?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1934

Patto d’acciaio

1936

Asse Roma-Berlino

1936

Conferenza di Monaco

1938

Anschluss

1938

Le truppe tedesche invadono la Polonia

1938

Tentativo dei nazisti di conquistare l’Austria

1939

Conquista italiana dell’Etiopia e proclamazione dell’Impero

23 agosto 1939 1 settembre 1939

Stipula del patto Molotov-Ribbentrop Leggi razziali in Italia

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. Mussolini in un primo momento fermò il tentativo tedesco di conquista dell’Austria.

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Italia e Germania aiutarono il Fronte Popolare in Spagna.

V

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In Italia prima delle leggi razziali l’antisemitismo era molto diffuso.

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Nella Conferenza di Monaco il territorio dei Sudeti fu affidato alla Germania.

V

F

Nell’aprile del ’39 Mussolini conquista l’Albania.

V

F


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Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Con la conquista dell’Etiopia Mussolini a. avrebbe reso l’Italia un grande potenza portando a termine l’espansione coloniale iniziata nel secolo precedente. b. avrebbe potuto sfruttare ingenti risorse minerarie presenti nel territorio etiope. c. avrebbe controllato un punto di grande importanza strategica e avrebbe offerto una valvola di sfogo a una popolazione che aumentava sempre di più. In Italia con le leggi razziali a. gli ebrei vennero espulsi da tutto il territorio nazionale. b. gli ebrei vennero esclusi da tutte le attività pubbliche, gli fu impedito di possedere imprese e di sposarsi con “ariani”. c. gli ebrei vennero rinchiusi nei campi di concentramento e poi uccisi. Con la conquista dello “spazio vitale” verso est Hitler intendeva a. garantire al popolo tedesco per la sua sopravvivenza uno spazio che avrebbe sottratto alle popolazioni slave, in particolare ai russi, che dovevano essere ridotti in schiavitù. b. garantire al popolo tedesco il predominio in Europa. c. garantire, attraverso un’intesa con l’Unione Sovietica, la possibilità di allargare i confini dello stato tedesco verso oriente. Inizialmente Francia e Gran Bretagna a. furono seriamente preoccupati dalla politica aggressiva di Hitler e cercarono subito di fermarlo. b. non erano convinti che Hitler rappresentasse un serio pericolo, e pensavano che con qualche concessione territoriale e con una politica tollerante questi avrebbe ridotto le sue pretese. c. cercarono un’alleanza con lui concedendogli altri territori. Esercizio 5 · Nella cartina sotto riportata colora, con colori diversi, i territori che la Germania ha invaso e conquistato a partire dal 1935 fino al 1939.

INSERIRE UNA CARTINA MUTA DELL’EUROPA


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materiale integrativo on line e nell’app

La Seconda guerra mondiale Una catastrofe senza precedenti Rispetto alla Prima guerra mondiale la seconda ebbe dimensioni più “globali”: vi parteciparono molte più nazioni (ben 72) su un teatro di operazioni più vasto e con una durata maggiore; anche la potenza distruttiva che essa scatenò, soprattutto sulla popolazione civile, fu senza precedenti. Questo secondo conflitto ebbe inoltre un carattere fortemente ideologico, ben più del primo, dove al nazionalismo si erano affiancate motivazioni di carattere territoriale ed economico. Fu infatti scatenato dal folle progetto hitleriano di imporre il dominio della Germania sul mondo in virtù della presunta superiorità della razza ariana e si configurò, di conseguenza, come un vero e proprio scontro tra le democrazie e i regimi dittatoriali (anche se non va dimenticato il ruolo ambiguo e controverso che in essa svolse l’Unione Sovietica). Anche le conseguenze del conflitto furono senza precedenti: oltre alle immani distruzioni materiali e alle enormi perdite umane che esso causò, si ebbero profondi rivolgimenti politici. Nazioni come Francia, Germania e Gran Bretagna, che avevano dominato per diversi secoli le vicende del mondo, si ritrovarono improvvisamente ridotte al ruolo di comprimarie mentre salirono alla ribalta Stati Uniti e Unione Sovietica, paesi che, nonostante avessero subito anch’essi i danni della guerra, possedevano risorse a sufficienza per poter ripartire di slancio e per imporre la loro supremazia. Per i cinquant’anni successivi il mondo sarebbe stato diviso in due schieramenti retti da queste due “superpotenze”, ormai rivali, che ne avrebbero tenuto in mano le sorti.

Dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia un plotone di fanteria britannica percorre una via di Augusta (Siracusa) ridotta a un cumulo di macerie 15 luglio 1943

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1 · L’inizio della guerra

Quale errore avevano commesso Francia e Gran Bretagna?

La volontà espansionistica di Hitler preoccupa Francia e Gran Bretagna Si può senza dubbio affermare che la Seconda guerra mondiale sia stata scatenata dalla volontà espansionistica della Germania nazista. Hitler aveva infatti dimostrato di avere serie intenzioni di dominio sull’Europa nel momento in cui aveva invaso l’Austria e la Cecoslovacchia. In particolare, dopo quest’ultimo episodio, Francia e Gran Bretagna si resero conto del grave errore commesso, concedendo al dittatore tedesco tutto quanto chiedeva nel tentativo di scongiurare una nuova guerra. Perciò, nel momento in cui Hitler lanciò un nuovo ultimatum per chiedere l’annessione della città polacca di Danzica e di tutto il territorio circostante, i primi ministri dei due paesi, Chamberlain e Daladier, garantirono che avrebbero fatto tutto il possibile per fermarlo. La Germania nazista invade la Polonia: inizia la guerra Nell’agosto 1939 Hitler e Stalin avevano firmato, come già accennato, il patto di non aggressione, detto poi Patto Molotov-Ribbentrop. Con questo accordo la Germania, in procinto di iniziare una guerra di aggressione in Europa, cercò di coprirsi le spalle ad Oriente, poiché combattere su due fronti avrebbe voluto dire ripetere lo stesso errore del conflitto precedente. D’altra parte, come abbiamo visto, anche Stalin aveva le sue ragioni per sottoscrivere un tale accordo, tanto più che temeva che le potenze occidentali non avessero intenzione di fermare Hitler. Il Patto Molotov-Ribbentrop generò dovunque paura e sconcerto: il nazismo sembrava sempre più forte ed Hitler dava l’impressione di non avere rivali. Il primo settembre 1939 l’esercito tedesco invase la Polonia. Due settimane dopo l’Armata Rossa attaccò da est. I polacchi si trovarono così presi tra due fuochi e i loro pur valorosi soldati nulla poterono contro i carri armati e le aviazioni tedesca e sovietica. Varsavia venne conquistata dai tedeschi il 28 settembre e la Polonia scomparve nuovamente dalle carte geografiche. Contemporaneamente, i sovietici invadevano le tre repubbliche baltiche (Lituania, Lettonia ed Estonia). Fedeli all’impegno preso in precedenza, Francia e Gran Bretagna dichiararono a questo punto guerra alla Germania. La Seconda guerra mondiale di fatto era così cominciata. Nonostante questo però, la Polonia venne lasciata al proprio destino: troppo veloce era stata l’avanzata nazista perché si potesse correre in sua difesa.


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L’inarrestabile avanzata nazista: anche la Danimarca e la Norvegia vengono occupate Nei mesi successivi il Terzo Reich dimostrò una volta di più la propria potenza, invadendo Danimarca e Norvegia, importanti la prima per la sua posizione geografica e la seconda per la sua ricchezza di materie prime di valore strategico. In questa occasione la Gran Bretagna minò i porti norvegesi, ma questo non impedì il rapido successo dell’avanzata nazista. A partire da novembre le operazioni militari si fermarono: le potenze occidentali non osavano fare la prima mossa, Hitler voleva assolutamente muovere contro la Francia, ma i suoi generali non si sentivano ancora pronti e cercarono dunque di prepararsi adeguatamente. Di fronte a questi mesi di silenzio ci fu addirittura chi si illudeva che alla fine il conflitto non si sarebbe allargato. Come tutti sappiamo, si trattava purtroppo di un’altra speranza vana.

A un valico della frontiera tra Germania e Polonia soldati tedeschi scardinano la sbarra che segna il confine tra i due paesi È l’inizio della Seconda guerra mondiale, 1 settembre 1939.

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Perché la superiorità dell’esercito tedesco si rivelò schiacciante?

La campagna di Francia: un altra facile vittoria per Hitler Il 10 maggio 1940 cominciò l’invasione della Francia. Per aggirare le fortificazioni che i francesi avevano posto sul confine (la cosiddetta “Linea Maginot”), l’esercito tedesco passò attraverso il Belgio e l’Olanda, ripetendo lo stesso schema utilizzato nella Prima guerra mondiale. I francesi, sicuri che le difese da loro costruite sarebbero bastate, vennero colti completamente di sorpresa. L’avanzata della Wehr­ macht fu devastante: utilizzando la potenza combinata degli aerei e dei carri armati, secondo la strategia della Blitzkrieg (“guerra lampo”), essa riuscì in brevissimo tempo a dilagare in tutto il paese. Parigi cadde il 14 giugno: la guerra di trincea era ormai solo un ricordo; la superiorità dei tedeschi si stava infatti rivelando schiacciante. Hitler commise però un errore che si sarebbe rivelato fatale: attorno e dentro la città di Dunkerque, affacciata sul passo di Calais, si erano ammassati centomila soldati francesi e duecentomila inglesi, giunti a soccorrere l’alleato. Probabilmente nella fretta di entrare a Parigi egli diede il tempo alle truppe avversarie di ritirarsi, perdendo così un’occasione d’oro per indebolire in maniera decisiva la Gran Bretagna.

Perché quello di Vichy era un governo “fantoccio”?

Un paese sconfitto e diviso in due La rovinosa sconfitta francese rappresentò uno shock per il mondo intero. Il paese venne diviso in due: la parte settentrionale venne controllata direttamente dalla Germania e divenne parte integrante del Terzo Reich, insieme con il Belgio e l’Olanda. Nel sud venne invece formato un governo collaborazionista sotto il comando del maresciallo Pétain, che aveva la sua sede a Vichy e che governava su uno stato “fantoccio” totalmente sottomesso alle direttive naziste. Nonostante la situazione sembrasse ormai senza speranza, in tutto il territorio cominciò una agguerrita resistenza clandestina, comandata dal generale Charles De Gaulle. Egli era riuscito a fuggire a Londra e da lì divenne il punto di riferimento per coloro che sognavano un paese liberato dal regime nazista. La Gran Bretagna rimane da sola a combattere, ma non si arrende Con la capitolazione della Francia, la Gran Bretagna si ritrovò da sola a fronteggiare la terribile macchina da guerra nazista. Hitler sapeva benissimo che invadere quel paese sarebbe stata un’impresa difficilissima; mandò perciò un’offerta di resa, convinto che gli inglesi, considerando la gravità della loro situazione, l’avrebbero accettata. In realtà il primo ministro Winston Churchill, che da pochi mesi aveva sostituito Neville Chamberlain alla guida del governo, oppose un secco rifiuto. Egli riconobbe il nazismo come un male assoluto e rispose che si sarebbe fatto completamente annientare


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piuttosto che arrendersi. D’altra parte riteneva di non essere affatto con le spalle al muro, potendo comunque contare sull’Impero e sull’aiuto dei dominions ed essendo convinto che alla fine gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra a fianco della Gran Bretagna.

L’aviazione inglese vince la “battaglia d’Inghilterra” Di fronte a questa ferma presa di posizione, Hitler passò all’attacco: Londra e tutte le principali città inglesi vennero bombardate in modo massiccio dall’aviazione tedesca, la temibile Luftwaffe. I danni furono enormi, così come le perdite tra la popolazione civile; la Gran Bretagna tuttavia non si piegò: la sua forza aerea, la Royal Air Force, riuscì ad avere la meglio in quella che venne chiamata la “battaglia d’Inghilterra” combattuta nei cieli della Manica tra il luglio e l’ottobre del 1943. Hitler fu così costretto a ritirarsi e a sospendere il piano di invasione dell’isola, noto in codice come “Operazione Leone Marino”. La resistenza inglese rappresentò un’iniezione di fiducia per tutta l’Europa, poiché dimostrava che gli stati democratici non erano per nulla disposti ad arrendersi al totalitarismo nazista e avevano le capacità di contrapporsi efficacemente ad esso.

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Piloti dell’87° squadrone della RAF, l’aviazione britannica, si avviano a salire e a prendere i comandi dei loro caccia Hawker Hurricane Mark Aeroporto di LilleSeclin (Francia), 1939-40

Perché fu importante la resistenza inglese all’invasione tedesca?


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Soldati sudafricani in posa attorno a una bandiera presa come trofeo agli italiani contro i quali hanno combattuto in Etiopia Moyale (Kenia), 1941

Perché Mussolini decise di entrare in guerra a fianco della Germania?

2 · La guerra dell’Italia Mussolini e la guerra: una scelta difficile Allo scoppio del conflitto, Mussolini aveva dichiarato la “non belligeranza” dell’Italia. Egli sapeva infatti che il paese, profondamente indebolito dalle campagne d’Etiopia e di Spagna, non avrebbe potuto sostenere il peso di un’altra guerra. La sua era dunque una decisione per prendere tempo, ma rimanere a lungo in questa posizione era impossibile: il leader fascista sapeva bene che, se la guerra fosse finita senza che l’Italia vi si fosse impegnata, Hitler l’avrebbe punita duramente. Di fronte alla rapida avanzata nazista in Francia, Mussolini si illuse poi che la guerra sarebbe finita presto e decise pertanto che quello era il momento giusto per intervenire a fianco dei tedeschi: in questo modo avrebbe combattuto, ma senza impegnare troppe risorse; si sarebbe così potuto sedere al tavolo della pace dalla parte dei vincitori e ottenere le colonie francesi sul Mediterraneo a cui aspirava.


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L’Italia entra in guerra Il 10 giugno 1940 una folla entusiasta ascoltò il duce del fascismo annunciare l’entrata in guerra contro Francia e Gran Bretagna dal balcone di Palazzo Venezia, a Roma: «Vincere e vinceremo!» fu la trionfale conclusione del suo discorso, ma la realtà si rivelò ben diversa. L’esercito francese, oramai quasi allo sfascio, si sarebbe arreso solamente quattro giorni dopo. Ciononostante, in questo lasso di tempo riuscì a mettere duramente in difficoltà i soldati italiani, rivelando quanto scarsa fosse la loro preparazione. Con il rifiuto della Gran Bretagna di arrendersi, inoltre, la guerra minacciava di andare avanti a tempo indeterminato. Mussolini si ritrovò così intrappolato in una situazione imprevista e decisamente difficile da gestire: per l’Italia si apriva la voragine di un conflitto lungo e devastante. L’invenzione della “guerra parallela” Gli obiettivi italiani non erano gli stessi di quelli tedeschi: per questo motivo Mussolini coniò l’espressione “guerra parallela”. Essa sarebbe stata combattuta a fianco della Germania, ma doveva essere finalizzata alla conquista di un ruolo privilegiato sul mar Mediterraneo. In tale prospettiva le truppe italiane schierate nelle colonie aprirono le ostilità contro i possedimenti britannici confinanti. Prendendo poi le mosse dall’Albania, annessa nel 1939, venne attaccata la Grecia. Tale decisione si rivelò sconsiderata: infatti, non solo allargò parecchio il fronte bellico, ma fiaccò ancora di più il già debole esercito italiano. In Africa le truppe comandate dal maresciallo Rodolfo Graziani invasero la vicina Somalia Britannica, ma furono presto respinte dagli inglesi che nel frattempo avevano invaso la Libia. In Grecia le cose non andarono meglio: il nostro esercito faticò ad avanzare e solo lo sbarco a Salonicco di un corpo di spedizione tedesco costrinse la Grecia alla resa.

Perché Mussolini parlò di guerra parallela?

Hitler viene in soccorso dell’alleato italiano e così è costretto a disperdere le proprie forze Hitler si dimostrò particolarmente adirato dal comportamento del proprio alleato, ma non poté far altro che andare in suo soccorso, non solo in Grecia ma anche in Nord Africa. Qui il feldmaresciallo Erwin Rommel, soprannominato “la volpe del deserto”, uno dei più grandi geni militari del XX secolo, mieté un successo dopo l’altro, mentre nei Balcani i tedeschi, vinta la Grecia, si spinsero fino ad occupare la Jugoslavia. Per fare questo, però, essi furono costretti a disperdere notevolmente le loro forze, distribuendole su un fronte sempre più ampio, e le conseguenze di ciò si sarebbero presto fatte sentire.

Perché l’allargamento del fronte di guerra fu un problema per Hitler?

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3 · Due svolte improvvise: l’attacco di Hitler all’URSS e l’entrata in guerra degli Stati Uniti Hitler invade l’Unione Sovietica aprendo un secondo fronte Il 22 giugno 1941 Hitler prese di sorpresa il mondo intero dando inizio all’invasione dell’Unione Sovietica. Quella che passò alla storia come “Operazione Barbarossa” fu un’operazione militare di dimensioni enormi. La Wehrmacht mise infatti in campo quasi 4 milioni di uomini, 3.500 carri armati e 3.000 aerei, con l’aggiunta di contingenti provenienti da paesi con cui la Germania si era alleata (Romania e Ungheria) nonché di un corpo di spedizione italiano forte di 230.000 uomini. Stalin, che si sentiva protetto dal patto Molotov-Ribbentrop, venne colto totalmente di sorpresa: l’avanzata tedesca fu irresistibile e nel giro di poche settimane si spinse fino a poche centinaia di chilometri da Mosca. Occupati l’Ucraina, con il suo grano, e il bacino del fiume Donetz, con le sue miniere di carbone, le forze di Hitler e dei suoi alleati puntarono verso il Caucaso, ricco di petrolio.

Isolazionismo Linea di politica estera adottata da uno stato, che consiste nel non intervenire direttamente nelle vicende internazionali (ad esempio in una guerra tra vari paesi) e nell’adottare una politica economica finalizzata a proteggere le proprie produzioni. L’esempio più significativo di isolazionismo si ritrova nella politica estera degli Stati Uniti in determinate fasi storiche.

Gran Bretagna e Unione Sovietica unite contro l’attacco nazista La conquista degli spazi russi rappresentava, come abbiamo visto, uno degli obiettivi principali di Hitler sin dai tempi del Mein Kampf. Il patto di non aggressione era stato dunque solo un modo di prendere tempo, di cautelarsi in attesa di cogliere il momento opportuno. La campagna di Russia segnò un cambiamento importante tra i due schieramenti: l’Unione Sovietica si trovava ora per forza di cose a combattere insieme a Francia e Gran Bretagna. Il conflitto mondiale non era più dunque una lotta tra democrazie e totalitarismi, ma assumeva una connotazione più complessa, che avrebbe avuto conseguenze molto importanti negli anni successivi. Allo scoppio del conflitto gli Stati Uniti decidono di rimanere fuori Fino a quel momento gli Stati Uniti si erano tenuti fuori dalla guerra. Il Congresso americano era ancora fortemente isolazionista e non aveva ritenuto opportuno un coinvolgimento diretto del proprio paese. Il presidente Roosevelt, sicuro che una vittoria nazista avrebbe avuto esiti catastrofici sul futuro del mondo, lo aveva però convinto a sostenere con grossi aiuti economici la Gran Bretagna e i suoi alleati. La situazione cambiò a seguito dell’intervento del Giappone. Il paese asiatico era guidato da un regime militare nazionalista, che


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voleva espandere il proprio dominio su tutto il territorio circostante. Per questo, all’inizio degli anni Trenta aveva occupato la Manciuria e minacciava direttamente le isole dell’Oceano Pacifico; inoltre, dal 1936 si era alleato con Germania e Italia. Una tale condotta aggressiva non poteva non scontrarsi con gli Stati Uniti, che avevano anch’essi numerosi interessi in quella parte del mondo.

I giapponesi attaccano Pearl Harbor: gli Stati Uniti entrano in guerra Il 7 dicembre 1941 l’aviazione giapponese attaccò di sorpresa la base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii, distruggendo completamente 18 navi e 250 aerei e causando 5.000 tra morti e feriti. Tale episodio generò una totale indignazione nel paese: era la prima volta che esso subiva un attacco di tali proporzioni sul proprio territorio. Inoltre, questo attacco era stato effettuato a sorpresa, solo pochi minuti dopo la dichiarazione di guerra. Gli Stati Uniti decisero perciò di entrare direttamente nel conflitto, a fianco della Gran Bretagna. L’entrata in campo della potenza americana modificò completamente gli equilibri delle forze: essa disponeva infatti di un territorio immenso, di quantità pressoché illimitate di uomini e mezzi e, soprattutto, non correva il rischio di un’invasione da parte nemica. La guerra era diventata a tutti gli effetti “mondiale” e la superiorità della Germania era destinata a svanire.

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Perché all’inizio del conflitto gli Stati Uniti non entrarono in guerra?

Pearl Harbor. Aerei americani distrutti al suolo sulla pista di Ford Island Sullo sfondo fumo e fiamme salgono dal cacciatorpediniere John Shaw, pesantemente colpito. La nave venne più tardi riparata e restò in linea nella flotta americana del Pacifico sino alla fine della guerra.


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1 1. L’arrivo ad Auschwitz degli ebrei destinati allo sterminio in una foto scattata a cura dello stesso comando del campo Appena scesi dai vagoni ferroviari che li avevano portati al loro destino i deportati venivano, come si vede, divisi in due file: una di donne, anziani e bambini immediatamente destinati alle camere a gas, l’altra di uomini che sarebbero stati messi ai lavori forzati fino allo sfinimento e poi anche loro uccisi nelle camere a gas. 2. Sopravvissuti del lager di Auschwitz ritratti da un fotografo militare al seguito dei reparti dell’Armata Rossa che primi raggiunsero e liberarono il campo 3. Cadaveri di detenuti uccisi poco prima dell’arrivo sul posto dei reparti americani che liberarono il campo di Mittelbau-Dora Nordhausen, aprile 1945

Hitler ordina lo sterminio degli ebrei Abbiamo già visto come in Germania gli ebrei fossero stati duramente perseguitati fin dai primi anni del regime nazista. Tuttavia, prima del 1939 non era ancora maturata l’idea di eliminarli fisicamente. Hitler desiderava un Reich totalmente privo di ebrei e a quel tempo si pensava che la loro espulsione dal territorio tedesco avrebbe rappresentato una soluzione sufficiente. Venne addirittura elaborato un piano per trasferire tutti gli ebrei in Madagascar, piano che fu però lasciato cadere presto, perché giudicato troppo difficile da realizzare. Allo scoppio della guerra, man mano che l’esercito nazista conquistava sempre più territori, aumentava il numero degli ebrei di cui ci si doveva liberare. Fu proprio in quel periodo, tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942, che maturò il progetto della cosiddetta “soluzione finale”, vale a dire lo sterminio totale e sistematico di tutti gli individui di “razza ebraica” presenti nei territori conquistati dal Reich. Per la verità già prima, fin dall’inizio della guerra, erano iniziate stragi di ebrei compiute nel corso dell’avanzata tedesca verso est: in Polonia, ad esempio, ne erano stati fucilati circa 250.000, mentre in Russia, Ucraina, Lituania, al seguito dei soldati della Wehrmacht, squadre speciali di SS sterminarono circa 700.000 persone. Ora però, con la decisione della soluzione finale, lo sterminio venne pianificato nei minimi particolari e compiuto con sistematicità e con un’impressionante efficienza organizzativa. Quello degli ebrei ad opera del nazismo non fu il primo e unico genocidio della storia. Altri purtroppo l’avevano preceduto e altri ancora lo avrebbero seguito. Ciò che tuttavia lo rende unico nel suo abominio è appunto la “scientificità” con la quale venne attuato. Non si trattò di un momento di furore omicida, ma dell’applicazione a tale progetto di quanto di meglio il mondo moderno aveva fino ad allora prodotto in campo scientifico e tecnologico e nell’efficienza dell’organizza-


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zione amministrativa, con l’attivo contributo di centinaia di migliaia di scienziati, tecnici, funzionari statali, grandi gruppi industriali.

I nazisti attuano la “soluzione finale” Nelle principali città, non solo dell’Europa orientale, vennero creati dei ghetti, dove gli ebrei venivano deportati e ammassati in condizioni disumane, dopo essere stati costretti a lasciare le loro abitazioni. Tutte queste misure costituivano però solo un’anticipazione dell’orrore che sarebbe seguito. Per attuare efficacemente il progetto di sterminio, furono costruiti numerosi campi di concentramento (lager): abbiamo visto come ne esistessero alcuni già a partire dal 1933. In realtà, quelle strutture erano inizialmente destinate agli oppositori politici del nazismo. Prevedevano condizioni di lavoro durissimo e un trattamento disumano, ma il loro scopo era quello di fiaccare la resistenza dei prigionieri e privarli della libertà, non necessariamente di ucciderli (anche se spesso accadeva, date le pressioni a cui erano sottoposti). I campi costruiti durante la guerra, invece, erano pensati esclusivamente per portare alla morte gli individui che vi venivano rinchiusi. Dopo il rastrellamento, gli ebrei venivano caricati su treni merci e compivano il tragitto all’interno di vagoni per il bestiame. Molti morivano già durante il viaggio, a causa della lunghezza del tragitto e del modo in cui erano stipati l’uno contro l’altro. Arrivati a destinazione, dopo aver rigorosamente separato gli uomini dalle donne, gli ufficiali addetti compivano una prima selezione: gli individui considerati abbastanza sani venivano avviati al lavoro forzato; tutti gli altri (anziani, malati, bambini) venivano invece immediatamente eliminati nelle camere a gas. I sopravvissuti non erano attesi da una sorte migliore: i ritmi di lavoro massacranti, il cibo insufficiente e le pessime condizioni igieniche in cui si trovavano a vivere li portavano infatti rapidamente

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Perché si parla di scientificità a proposito dello sterminio degli ebrei?


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alla morte oppure li fiaccavano fino a renderli inabili al lavoro. A questo punto venivano anch’essi destinati alle camere a gas. I resti delle vittime finivano poi nei forni crematori dopo che tutto quanto poteva essere utile (denti d’oro, capelli ecc.) era stato estirpato dai cadaveri. I nomi tristemente famosi di Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen, Ravensbrück, Majdanek, Sobibor, Terezin, Bergen Belsen, Treblinka, Dachau segnano ancor oggi sulla carta dell’Europa una sorta di terribile geografia dell’orrore. Si calcola che, complessivamente, circa 6 milioni di ebrei siano stati vittime di questo genocidio passato alla storia con il nome ebraico di Shoah.

Il genocidio degli zingari Identico nelle motivazioni a quello degli ebrei, ma oggi quasi dimenticato, fu lo sterminio dei Rom e dei Sinti (zingari). Anche in questo caso le vittime erano mandate a morte solo per il fatto di appartenere a un determinato gruppo etnico e quindi si può parlare anche per loro di un vero e proprio genocidio. Si stima che gli zingari sterminati siano stati da un minimo di cinquecentomila a un massimo di un milione. Un sistema terribile che alimentava l’industria bellica tedesca Attraverso i campi di concentramento i nazisti realizzavano un duplice scopo: si liberavano di individui da loro considerati indesiderabili e utilizzavano forza lavoro gratuita per fare funzionare le industrie che servivano alla produzione bellica (i prigionieri venivano infatti inviati a lavorare nelle fabbriche e nelle attività che sorgevano nelle vicinanze dei lager). Inoltre, per loro non era importante solo eliminare fisicamente gli ebrei, ma anche umiliarli, svuotarli completamente della loro umanità. Essi venivano infatti privati di tutto, denaro, oggetti personali, vestiti. Persino il nome era loro sottratto: i detenuti venivano chiamati e identificati tramite un numero che veniva loro tatuato sul braccio. Erano poi continuamente sorvegliati e tormentati dalle guardie, che li picchiavano spesso senza motivo, così che tutto, dalle ore lavorative ai pochi momenti di tempo libero, contribuiva a sfinirli. Alla fine della guerra, quando l’esercito sovietico fece il suo ingresso nel campo di Auschwitz-Birkenau, il principale di questi, la tragedia di quanto era successo venne rivelata al mondo intero (anche se i cittadini tedeschi sapevano già da tempo). Si calcola che complessivamente, durante tutto il periodo della guerra, oltre agli ebrei siano stati uccisi almeno altri quattro milioni di persone tra zingari, omosessuali, testimoni di Geova, oppositori politici e numerosissimi sacerdoti cattolici, soprattutto polacchi.


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Stutthof Neuengamme Ravensbrück Bergen-Belsen

Chelmno

Sachsenhausen

Treblinka

Mittelbau-Dora Buchenwald Terezin

Gross-Rosen

Flossenburg

Sobidor Majdanek Belzec Plaszow Auschwitz

Natzweiler-Struthof Dachau

Mauthausen

I principali lager nazisti Reich tedesco Stati e territori sotto controllo tedesco Campi di concentramento Campi di sterminio Campi di eutanasia per maltati, disabili e invalidi

4 · 1942-43: le sorti del conflitto si capovolgono Le battaglie cruciali Tre battaglie combattute tra il giugno 1942 e il gennaio 1943, e risoltesi in altrettante sconfitte per la Germania nazista e i suoi alleati, segnarono una svolta cruciale nel conflitto: quella presso le isole Midway nell’oceano Pacifico (4-6 giugno), quella di El Alamein nel Nord Africa (23 ottobre - 4 novembre) e infine quella di Stalingrado, oggi Volgograd, in Russia (novembre 1942 - 31 gennaio 1943). La battaglia delle isole Midway Dopo che già nel maggio precedente una squadra di portaerei americana aveva intercettato e costretto al ritiro una flotta giapponese diretta alla conquista di Port Moresby (Nuova Guinea), tra il 4 e il 6 giugno uno scontro tra portaerei giapponesi e americane, avvenuto nelle acque dell’atollo delle Midway, terminò con una grande vittoria di queste ultime, la prima di una serie che durerà ininterrotta fino alla resa del Giappone nell’agosto 1945.

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Militari italiani che si avviano alla prigionia sotto la scorta dei soldati britannici cui si sono dovuti arrendere El Alamein, novembre 1942

La battaglia di El Alamein chiude il fronte africano Nell’autunno del 1942 le truppe italo-tedesche, che erano avanzate profondamente in territorio egiziano, vennero ricacciate indietro dagli inglesi comandati dal generale Montgomery. Lo scontro finale ebbe luogo ad El Alamein; qui, nonostante numerosi reparti italiani combattessero valorosamente, destando anche l’ammirazione degli inglesi, furono questi ultimi ad ottenere una schiacciante vittoria. Successivamente le forze americane del generale Dwight Eisenhower, giunte in appoggio degli inglesi, sbarcarono in Marocco e da lì avanzarono verso nordest occupando l’Algeria e la Tunisia dove si congiunsero con le forze inglesi ormai padrone della Libia. A questo punto l’intero Nord Africa era in mano angloamericana: da lì sarebbe partito l’attacco alla penisola italiana. Alla fine dell’anno, la guerra in Africa si era di fatto conclusa. Nel frattempo l’Armata Rossa stava tenendo testa all’esercito nazista: le speranze di una vittoria degli Alleati si facevano di giorno in giorno più concrete. Stalin chiama il popolo russo alla resistenza contro l’invasore tedesco Nel frattempo sul fronte russo le cose non andavano meglio per Hitler. Dopo la fulminea avanzata dell’anno precedente, l’esercito tedesco si era infatti arrestato all’altezza delle linea che andava da Leningrado, a nord, a Stalingrado, più a sud lungo il fiume Don.


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L’Armata Rossa era riuscita a riprendersi dallo sbandamento iniziale, sfruttando l’immensità del territorio russo, che non era solo ricco di materie prime, ma garantiva anche la possibilità di spostare tutte le installazioni e i mezzi di produzione, in modo che non venissero distrutti dal nemico. Non bisogna poi dimenticare l’abile tattica adottata da Stalin: di fronte al pericolo che minacciava l’Unione Sovietica, il dittatore fece appello al sentimento patriottico della popolazione. Quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione egli tenne un discorso pubblico (erano anni che questo non avveniva) e si rivolse alla folla con l’appellativo “Fratelli e sorelle”, al posto del tradizionale saluto comunista “Compagni e compagne”. Tale formula era la stessa usata dal clero ortodosso durante le celebrazioni e Stalin, facendola sua, voleva lanciare un segnale ben preciso: egli non chiamava il popolo a raccolta in nome del comunismo (sempre più inviso dopo le numerose, terribili purghe), bensì della “Santa Madre Russia”. Egli diede valore alle sue parole liberando dai campi di prigionia numerosi membri del clero, ma anche ufficiali e semplici cittadini: tutti dovevano sentirsi uniti nella lotta e contribuire alla vittoria finale!

Le atrocità dei nazisti nei confronti della popolazione russa Un altro importante aiuto venne inoltre fornito dai tedeschi stessi: nei primi giorni la popolazione russa accolse gli invasori come dei liberatori. Erano infatti tante le atrocità commesse dal regime comunista, che tutti sognavano che la guerra ne avrebbe provocato la fine. In realtà, la Wehrmacht e le SS si resero poi responsabili di altrettante violenze nei confronti dei civili russi: per loro essi appartenevano ad una razza inferiore e dovevano dunque essere eliminati o fatti lavorare al servizio del Reich come schiavi. È probabile che, se Hitler avesse maggiormente cercato la collaborazione dei civili in funzione antisovietica, la sorte dell’attacco avrebbe potuto essere diversa. In questo modo, invece, i russi si dimostrarono entusiasti di seguire Stalin nella “grande guerra patriottica” (come venne chiamata) contro il nemico nazista. I russi spezzano l’assedio a Stalingrado e iniziano l’avanzata L’inverno del 1942 fu decisivo per le sorti della guerra sul fronte orientale. I tedeschi, che assediavano da mesi senza successo la città di Stalingrado senza riuscire a conquistarla, furono respinti dall’Armata Rossa. Da quel momento iniziò la controffensiva russa che si rivelò inarrestabile; i tedeschi furono costretti a ritirarsi sempre più velocemente, inseguiti dai nemici. Pensando di ottenere una rapida vittoria, i generali della Wehrmacht non avevano pensato ad equipaggiare adeguatamente i loro uomini contro il terribile freddo della Russia. Chiusi in una morsa fatale, e non più in grado di resistere, i soldati tedeschi comandati dal generale Von Paulus

Perché Stalin fece liberare membri del clero e oppositori politici?

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si arresero nel febbraio del 1943. In quell’occasione egli disubbidì agli ordini di Hitler, il quale pretendeva che si combattesse fino alla morte piuttosto che abbandonare le proprie posizioni.

La tragica sorte dei soldati italiani Particolarmente tragica fu la sorte dei soldati italiani: essi erano stati inviati in Unione Sovietica con vestiti ed equipaggiamenti completamente inadatti al clima e furono così costretti ad intraprendere una lunga e disperata ritirata, in condizioni disumane, nel tentativo di sfuggire agli accerchiamenti degli inseguitori. Gli alleati tedeschi, meglio equipaggiati e dotati di veicoli motorizzati, li abbandonarono al loro destino e gran parte di loro, circa centomila, morirono mentre altri furono fatti prigionieri dai sovietici e sperimentarono così le durissime condizioni dei loro campi di concentramento. Molti vi persero la vita mentre ai superstiti fu consentito di rimpatriare solo a distanza di molti mesi se non addirittura anni dopo la fine della guerra. Si calcola che coloro che non fecero più ritorno dalla Russia furono complessivamente circa 90.000. Va detto che Palmiro Togliatti, il leader comunista italiano molto legato a Mosca, e per qualche tempo anche ministro del nostro governo, pur consapevole delle condizioni dei prigionieri, al termine della guerra non si adoperò con la dovuta sollecitudine presso le autorità sovietiche per chiederne il rimpatrio. Questo perché, probabilmente, temeva che i nostri connazionali, una volta rientrati in patria, avrebbero potuto far conoscere la dura realtà del comunismo sovietico in un momento in cui in Italia il Partito Comunista cercava di prendere il potere.

Perché la battaglia di Stalingrado fu decisiva per le sorti finali della guerra?

La battaglia di Stalingrado decisiva per le sorti finali del conflitto La vittoria di Stalingrado ribaltò completamente le sorti del conflitto: i russi iniziarono una avanzata inarrestabile, arrivando gradualmente ad occupare tutti gli stati dell’Europa dell’Est che la Germania aveva invaso all’inizio dell’Operazione Barbarossa. Il mondo reagì positivamente a quella che sembrava l’inizio della fine per Hitler. Tuttavia, c’erano anche forti timori: l’Unione Sovietica non era certo uno stato democratico, e solo per necessità si era trovata alleata di Gran Bretagna e Stati Uniti: come si sarebbe comportato Stalin al termine del conflitto? Si sarebbe dimostrato riconoscente dell’aiuto ricevuto o avrebbe utilizzato la sua nuova posi­zio­ne di forza per minacciare l’Occidente? Gli Alleati e il futuro assetto del mondo: la Conferenza di Casablanca Nel gennaio del 1943 i tre leader della coalizione antinazista, Churchill, Roosevelt e Stalin, si incontrarono in una conferenza convocata a Casablanca in Marocco. Tale riunione ebbe lo scopo di


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cominciare a definire il futuro assetto del mondo, una volta che il conflitto fosse terminato. L’esito disastroso della pace di Versailles aveva convinto soprattutto gli Stati Uniti che fosse necessario accordarsi in precedenza, in modo tale da poter costruire un mondo che fosse basato sulla democrazia e sul rispetto reciproco tra le nazioni. Erano principi che già Roosevelt aveva espresso due anni prima, nel documento conosciuto come Carta Atlantica. Ad ogni modo, a Casablanca vennero prese due decisioni fondamentali: l’ottenimento della resa senza condizioni della Germania e l’imminente invasione del territorio italiano.

Lo sbarco in Sicilia e il crollo del fascismo in Italia Il 10 luglio 1943 le truppe americane sbarcarono in Sicilia, incontrando pochissima resistenza a causa delle pessime condizioni in cui versava ormai l’esercito italiano. Il paese, sempre più in difficoltà sul piano economico, era ormai sconvolto da scioperi e proteste contro la guerra, a cui si aggiungevano le preoccupazioni per il futuro e per le notizie tragiche che provenivano dai vari fronti in cui i nostri soldati erano impegnati. Lo sbarco degli americani fu così la goccia che fece traboccare il vaso: il 25 luglio Mussolini fu costretto a rassegnare le dimissioni da primo ministro e il suo posto fu preso dal maresciallo Badoglio.

I “Tre Grandi”, da sinistra Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Josif Stalin, ritratti a Yalta (Crimea) nel febbraio 1945, in una pausa dei lavori della conferenza in cui vennero definiti gli accordi che erano stati abbozzati a Casablanca nel gennaio del 1943 Nelle due conferenze venne definito un ordine mondiale che sarebbe durato sino agli anni Novanta del secolo appena trascorso.

Perché Churchill, Roosevelt e Stalin si riunirono a Casablanca?

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Perché l’Italia si trovò spezzata in due?

Subito dopo il Duce del fascismo venne anche arrestato e relegato in un albergo sul Gran Sasso: era la fine del fascismo ma non certo, per l’Italia, la fine della guerra, al contrario. Senza nulla predisporre e lasciando senza alcun ordine al riguardo le forze armate italiane, Il nuovo governo firmò con gli Alleati un armistizio che venne reso pubblico l’8 settembre. Abbandonate a se stesse le nostre truppe si sbandarono, mentre le divisioni tedesche stanziate in Italia reagirono prontamente, disarmandole e occupando tutte le zone della penisola non ancora liberate dagli Alleati che si erano nel frattempo fermati di fronte alla cosiddetta “Linea Gustav”, una linea fortificata subito predisposta per ordine di Hitler, che andava dalla foce del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, sulle rive del Tirreno, fino a Ortona (Chieti), sulle rive dell’Adriatico, e il cui punto-chiave era la cittadina di Cassino. Solo in Sardegna le forze italiane ebbero la meglio su quelle tedesche.

5 · La fine della guerra

Perché fu organizzato lo sbarco in Normandia?

Gli angloamericani sbarcano in Normandia e prendono di sorpresa i tedeschi Nel frattempo fervevano i preparativi per una grande offensiva sul fronte occidentale: essa doveva servire per liberare la Francia occupata e alleggerire contemporaneamente il compito dell’Armata Rossa, che stava portando da sola tutto il peso dell’offensiva contro la Germania. Dopo lunghissimi preparativi, il 6 giugno 1944 iniziò ufficialmente quella che tuttora costituisce la più grande operazione aereonavale della storia: tre milioni di uomini (per lo più americani e inglesi), a bordo di cinquemila imbarcazioni, e sostenuti da una massiccia copertura aerea, sbarcarono sulle coste della Normandia al comando del generale Dwight Eisenhower. I tedeschi, che pure si aspettavano un attacco da quella direzione, vennero colti di sorpresa, poiché gli Alleati scelsero un giorno di mare mosso, consapevoli del fatto che la situazione meteorologica sarebbe peggiorata nel periodo successivo. Rommel (che dopo El Alamein era stato nominato capo della Wehrmacht in Francia) si trovava addirittura a Berlino per il compleanno della moglie e fu costretto a tornare precipitosamente al fronte non appena appresa la notizia. Il successo dello sbarco apre agli Alleati le porte del fronte occidentale Le truppe angloamericane effettuarono lo sbarco in cinque punti diversi e quasi ovunque non incontrarono una grossa resistenza: il progetto di Hitler era quello di costruire un “Vallo Atlantico”, un


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sistema impenetrabile di fortificazioni in modo da rendere impossibile ogni tentativo di attacco. Tuttavia, egli non ebbe né soldi né tempo a sufficienza per portare a termine i lavori. Nonostante ciò, le mitragliatrici tedesche, le mine e i numerosi ostacoli antisbarco che Rommel aveva fatto posizionare sulla costa costarono cari agli anglo-americani, che nei primi due giorni dallo sbarco persero dieci-dodicimila uomini tra morti, dispersi e feriti. Il successo dello sbarco in Normandia si rivelò decisivo per le sorti del conflitto: gli Alleati, già padroni del Nord Africa e di metà della penisola italiana, iniziarono l’avanzata in territorio francese. La Germania, stretta in una doppia morsa ad est e ad ovest, era ormai avviata alla sconfitta.

Il fallito attentato a Hitler L’avanzata dei russi nell’Europa dell’Est e degli angloamericani in Francia e in Italia, unitamente ai pesantissimi bombardamenti a cui venivano sottoposte le città della Germania, aveva ormai fiaccato del tutto la resistenza del popolo tedesco. Nonostante Hitler continuasse a vagheggiare di misteriose armi segrete grazie alle quali avrebbe ribaltato le sorti della guerra (gli scienziati tedeschi stavano in effetti lavorando alla bomba atomica, ma non riuscirono a completare il progetto), nessuno più credeva alla vittoria.

Lo sbarco in Normandia 6 giugno 1944

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Perché fu organizzato l’attentato a Hitler?

Tra gli alti ranghi dell’esercito e tra alcuni elementi dell’aristocrazia cominciò a maturare l’idea di un attentato a Hitler: una volta eliminato il principale responsabile della sciagura della Germania, essi avevano intenzione di chiedere la pace agli Alleati, sperando in tal modo di poter ottenere condizioni favorevoli. Fu così che nel luglio del 1944 una bomba venne fatta esplodere nel quartier generale della Prussia Orientale dove Hitler si trovava con i suoi generali. Il Führer scampò fortunosamente alla morte, procurandosi solo una leggera ferita al braccio. La sua reazione fu ovviamente spietata: i responsabili vennero rapidamente individuati ed eliminati; tra questi vi fu anche Rommel, che pagò con la vita il fatto di essere a conoscenza dei piani dei cospiratori e di non avere fatto nulla per fermarli.

I russi entrano a Berlino: la guerra in Europa è finita Nel febbraio del 1945 i capi di governo degli Alleati si incontrarono nuovamente a Yalta, in Crimea. Fu un momento fondamentale per tutto ciò che ne seguì, come vedremo più avanti. Due mesi dopo il presidente Roosevelt, già gravemente malato, morì. Hitler credette di vedere in questo un segno divino e che la vittoria fosse ancora possibile. Ordinò così un’ultima, disperata offensiva nelle Ardenne, in Belgio, dove concentrò tutte le forze che gli erano ancora rimaste. La violenza dell’assalto colse gli Alleati di sorpresa e per un momento sembrò davvero che le sorti del conflitto avrebbero potuto rovesciarsi. Alla lunga, però, la superiorità anglo-americana risultò schiacciante, ed essi poterono continuare la loro avanzata. Svanita quest’ultima speranza, con le truppe russe ormai alle porte di Berlino, il 30 aprile 1945 Hitler si uccise nel bunker sotterraneo della Cancelleria. Con lui scelsero la morte anche la compagna Eva Braun, Goebbels e sua moglie, che si uccisero assieme ai sei figli. Pochi giorni dopo l’Armata Rossa entrò nella capitale del Reich e la bandiera con la falce e il martello sventolò sulla cima del palazzo del Reichstag. Il 7 maggio con gli anglo-americani e il giorno successivo con i sovietici la Germania firmò la resa incondizionata. In Italia la resa dei tedeschi era avvenuta alcuni giorni prima, il 25 aprile. La Seconda guerra mondiale, almeno per quanto riguardava l’Europa, era ufficialmente terminata. Sul fronte del Pacifico si combatte ancora La situazione nel Pacifico era invece ancora aperta. I giapponesi, all’inizio della loro offensiva, avevano dimostrato di possedere una grandissima forza tecnologica e soprattutto una eccezionale tenacia e capacità combattiva. In poche settimane erano riusciti ad occupare la penisola indocinese, la Malesia, la Birmania, le Filippine, il Borneo, parte della Nuova Guinea e parecchie isole minori. Tuttavia, la superiorità delle forze armate americane, sotto la guida del generale Douglas Mac Arthur, si impose nel corso del conflitto.


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Con la già ricordata battaglia delle Midway aveva avuto inizio un’offensiva la cui cruciale ultima tappa fu la conquista delle isole di Iwo Jima (marzo 1945) e di Okinawa (aprile 1945). Nonostante la loro sorte fosse ormai segnata, i giapponesi rifiutavano però di arrendersi e procuravano ancora notevoli perdite alla flotta americana mediante l’utilizzo dei kamikaze, i piloti suicidi che si schiantavano con i loro aerei sui ponti delle navi statunitensi.

La bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki La resistenza dei giapponesi non mise mai in dubbio la vittoria americana: essa appariva ormai scontata, data la schiacciante superiorità di uomini e mezzi. Semplicemente, i combattimenti avrebbero potuto durare ancora parecchi mesi e nel paese l’opinione pubblica chiedeva a gran voce che le truppe tornassero a casa. Nell’aprile 1945 venne comunicato al nuovo presidente Harry Truman che gli scienziati del cosiddetto “Progetto Manhattan” erano riusciti finalmente a realizzare la bomba atomica; egli decise che la nuova, terribile arma avrebbe potuto essere utilizzata per mettere fine al conflitto nell’Estremo Oriente. Il 6 agosto 1945, alle ore 8.16 del mattino, una bomba atomica venne sganciata sulla città giapponese di Hiroshima. Circa 100.000 persone morirono immediatamente a causa dell’esplosione, ma l’effetto delle radiazioni si fece sentire per decenni, con la nascita di bambini malformati e con il moltiplicarsi di casi di tumore. Il 9 agosto, una seconda bomba colpì la città di Nagasaki provocando circa 70.000 morti. A queste cifre va aggiunto un numero ingente ma imprecisato di persone che

Un’immagine impressionante di quello che restava di Hiroshima dopo il lancio della bomba atomica il 6 agosto 1945 e il gigantesco incendio che ne seguì

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morirono successivamente a causa degli effetti delle radiazioni. Il 14 agosto il Giappone firmò la resa incondizionata. La Seconda guerra mondiale era finita.

Perché fu presa la decisione di sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki?

Era veramente necessario? La decisione del presidente Truman venne fortemente criticata: era proprio necessario, ci si chiede ancora oggi, provocare la morte di tanti civili innocenti con un’arma così terribile? Davvero non c’erano altre soluzioni per portare il Giappone alla resa? In realtà, secondo gli ultimi studi, la leadership giapponese aveva iniziato a considerare seriamente possibilità della resa dopo la battaglia di Okinawa. Questo i generali americani lo sapevano, così come sapevano (lo scrisse Churchill nelle sue memorie) che la bomba non era indispensabile per terminare la guerra. La verità era un’altra: durante la conferenza di Yalta (febbraio 1945), l’Unione Sovietica aveva affermato il suo diritto di possesso sull’Europa Orientale e si era inoltre impegnata a dichiarare guerra al Giappone (cosa che avvenne ad aprile), per aiutare l’esercito americano. Ora che la Germania nazista non costituiva una minaccia, gli Stati Uniti temevano che l’influenza comunista divenisse troppo forte e che Stalin ne approfittasse per mettere le mani su una parte del Sud-Est Asiatico. Proprio per questo motivo Truman decise di utilizzare la bomba atomica: l’Unione Sovietica non avrebbe così avuto tempo di espandersi verso oriente e gli Stati Uniti avrebbero dato una dimostrazione concreta della loro forza, in modo da scoraggiarla dal prendere iniziativa in futuro. Un bilancio pesantissimo Il bilancio di questo secondo conflitto mondiale fu molto più tragico del precedente: in quasi sei anni di guerra erano morte 60 milioni di persone, la metà delle quali erano civili, periti sotto i bombardamenti o nei campi di sterminio nazisti e sovietici. Dovunque i danni materiali furono enormi: città intere furono rase al suolo dalle bombe. Particolarmente tragica fu poi la situazione della Germania, ridotta a un cumulo di macerie, ma anche in Italia le distruzioni furono gravi. Infine, la guerra lasciò un’altra, terribile eredità. Stati Uniti e Unione Sovietica si erano ritrovati alleati per la necessità di combattere il regime di Hitler. Al termine del conflitto divenne evidente che la diversità ideologica dei due paesi era tale da non poter consentire una collaborazione duratura. Presto il mondo intero si ritroverà diviso in due blocchi contrapposti, ciascuno dominato da una di queste due “superpotenze”, gli unici due paesi che il conflitto non avesse completamente annichilito. L’Europa, uscita stremata da due guerre distruttive, aveva ormai completamente perso il suo primato politico ed economico.


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PARTIAMO DALLE FONTI

L’orrore di Auschwitz nella testimonianza del suo comandante Il campo di sterminio di Auschwitz è divenuto nel tempo il simbolo delle atrocità naziste. Si calcola che gli ebrei qui sterminati furono circa 2 milioni, fra uomini, donne e bambini. Proponiamo alcuni passi tratti dalla confessione resa dal comandante del campo, Rudolf Höss, nel corso del processo di Norimberga, il grande processo a cui furono sottoposti tutti i gerarchi nazisti catturati al termine della guerra. Dopo Norimberga, Höss fu sottoposto a un nuovo processo in Polonia e poi giustiziato per impiccagione, nel 1947, come criminale di guerra. È interessante rilevare, in questo racconto estremamente lucido e freddo, come i nazisti si servissero proprio di prigionieri ebrei per tranquillizzare le vittime e per condurle senza problemi nelle camere a gas. «Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutte persone da sterminare. Vennero condotte dal luogo dell’arrivo alla fattoria – il primo bunker – attraverso i prati. I comandanti dei reparti li guidavano, discorrendo con loro degli argomenti più innocui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per meglio ingannarli. Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero spogliarsi. All’inizio entrarono tranquillamente nelle sale dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve alcuni cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento e di sterminio. Nacque così un’atmosfera di panico, ma subito quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le porte sbarrate. Era della massima importanza che tutta l’operazione dell’arrivo e della svestizione avvenisse in tutta calma, che non ci fossero grida, eccitazione. Anche i più ostinati venivano persuasi e spogliati con le buone maniere. I detenuti del Sonderkommando [si trattava di un comando speciale, composto di persone il cui lavoro forzato consisteva nel funzionamento delle camere a gas e nella successiva cremazione dei corpi delle vittime] badavano anche a che l’operazione procedesse con grande rapidità, affinché le vittime non avessero troppo tempo per meditare su quanto sarebbe avvenuto. In generale, lo zelo con cui costoro provvedevano a far spogliare i deportati e a condurli dentro era

assai singolare. Non ho mai saputo né visto che dicessero una mezza parola ai deportati sulla sorte che li attendeva. Al contrario, facevano di tutto per ingannarli, e soprattutto per calmare i sospettosi. Anche se non credevano ai militi delle SS, costoro dovevano pur credere con piena fiducia ai loro compagni di razza (infatti i comandi speciali, appunto per infondere fiducia e tranquillità, erano composti da ebrei provenienti dalle stesse regioni in cui erano in corso volta per volta le deportazioni). Molte donne nascondevano i bambini lattanti nei mucchi di abiti. Ma gli uomini del comando speciale vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuaderle a riprendersi i bambini (ho notato spesso che donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che le attendeva, pur con l’angoscia della morte negli occhi, trovavano la forza di scherzare coi figli, di parlargli amorevolmente)». Adatt. Come si comportavano gli ufficiali che accompagnavano gli ebrei verso il campo? Chi erano i membri del Sonderkommando e come si comportavano verso le vittime? Che cosa facevano le mamme con i loro bambini? Come ti sembra il tono usato da Höss nel raccontare questi fatti? Processo di Norimberga (1945-46) Tra gli imputati i maggiori gerarchi nazisti che verranno condannati a morte.


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La Seconda guerra mondiale

METTIAMO A FUOCO

I bombardamenti aerei sulle città Perché i bombardamenti sui civili Abbiamo visto come la Seconda guerra mondiale, rispetto alla prima, fece registrare un numero maggiore di morti tra la popolazione civile. Ciò fu dovuto soprattutto ai bombardamenti aerei che sia i tedeschi sia gli alleati effettuarono sulle città. L’idea di bombardare deliberatamente dall’aria città e altri obiettivi civili allo scopo di demoralizzare il nemico nacque purtroppo in Italia e venne applicata per la prima volta nel 1911 durante la guerra italo-libica. Questi bombardamenti, i cui primi esempi in Europa risalgono alla Guerra civile spagnola (1936-39) avevano non solo lo scopo di colpire obiettivi strategici come le industrie e le installazioni militari, ma anche di indebolire il morale degli abitanti. Solo alla fine degli anni Trenta del secolo scorso tuttavia gli aerei cominciarono a essere in grado di trasportare e quindi di sgan-

ciare grosse bombe. Bisogna sottolineare inoltre che le tecnologie dell’epoca non permettevano di isolare bersagli particolari dal resto, per cui accadeva spesso che tali operazioni si risolvessero in una distruzione generale.

Vivere sotto le bombe Col tempo, le città impararono a prendere le misure necessarie per far fronte ai bombardamenti: le sirene antiaeree segnalavano l’arrivo degli aerei nemici e spingevano gli abitanti a recarsi nei rifugi sotterranei. Inoltre, gli eserciti si erano dotati di apposite batterie che erano in grado di colpire gli aerei mentre erano in volo. Nonostante questo, però, la maggior parte dei danni non riuscì ad essere evitata e la popolazione dei centri urbani viveva costantemente nella paura. Per la prima volta, la guerra non era solo un qualcosa di lontano, combattuta in

Superfortezza volante americana in azione sul cielo della Germania Fitte nuvole di fumo (in alto nella foto) si levano dall'obiettivo che le sue bombe hanno appena colpito.


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remoti campi di battaglia, ma diveniva un incubo che coinvolgeva chiunque indistintamente. Molti furono i paesi colpiti: l’Inghilterra fu duramente bersagliata dall’aviazione nazista negli ultimi mesi del 1940: le città di Londra e soprattutto Coventry furono quasi del tutto rase al suolo, anche se questo non piegò il morale degli inglesi: la Royal Air Force si dimostrò infatti superiore alla Luftwaffe tedesca e molti degli attacchi furono respinti.

lazione militare. Gli stessi nazisti la giudicavano poco importante e infatti non l’avevano dotata di alcuna forma di difesa. Inoltre, a febbraio la guerra era ormai finita: l’Armata Rossa avanzava senza sosta in Europa orientale e gli americani avevano assunto il quasi totale controllo di Francia e Italia. Nonostante i tedeschi si stessero preparando per l’ultima offensiva, un’azione di tale violenza poteva essere senza dubbio evitata.

Anche l’Italia fu bombardata Gli Alleati cominciarono a bombardare l’Italia già subito dopo il suo ingresso nel conflitto: Torino fu colpita addirittura il giorno dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini e pochi mesi dopo fu la volta di Genova. Nel 1943 anche Napoli e Milano furono duramente colpite. I bombardamenti strategici, intesi cioè a fiaccare l’economia e la società italiana nel suo insieme, si concentravano sulle grandi città industriali e sugli scali ferroviari. Rendendosene conto, migliaia di abitanti di tali aree cercarono salvezza sfollando nei villaggi e nei cascinali in campagna. Meno nota ma spesso anche più tragica fu la sorte di piccole città e zone rurali per lo più delle regioni peninsulari adriatiche. Qui nella loro avanzata verso il Nord Italia gli Alleati usarono l’aviazione a fini tattici, come una specie di artiglieria. In tale prospettiva, allo scopo di limitare le perdite delle loro fanterie, prima di farle procedere bombardavano sistematicamente dall’aria gli abitati che si trovavano di fronte, in genere nient’affatto preparati a una tale eventualità. In totale, si calcola che circa 70.000 persone persero la vita sotto i bombardamenti in tutta la penisola.

Gli attacchi alle città giapponesi e a quelle australiane Prima del tragico epilogo di Hiroshima e Nagasaki, l’aviazione americana aveva già pesantemente bombardato Tokyo (novembre 1944). A loro volta nel febbraio 1942 i giapponesi erano riusciti a bombardare la città australiana di Darwin, situata nella parte settentrionale dell’immenso paese, relativamente vicina alle Indie Olandesi (oggi Indonesia) da loro occupate. Nell’insieme il Giappone, prima di essere definitivamente piegato dagli americani, colpì l’Australia 62 volte con bombardamenti sia dall’aria che dal mare. Nella massima parte dei casi l’obiettivo fu appunto Darwin, base aeronavale presidiata da forze sia australiane che americane.

La tragedia di Dresda È indubbio però che i danni maggiori furono inflitti alle città tedesche: Berlino, Amburgo, Lipsia e Chemnitz furono ripetutamente prese di mira nel corso del conflitto, ma nulla riuscì ad eguagliare ciò che accadde a Dresda. Questa importante città dell’est della Germania venne attaccata da bombardieri alleati tra il 13 e il 15 febbraio del 1945 e quasi completamente rasa al suolo; si calcola che le vittime civili furono tra 25 e 35.000. Si trattò indubbiamente di uno degli episodi peggiori del secondo conflitto mondiale, anche perché non era assolutamente necessario. Dresda era infatti una città d’arte, con poche industrie e nessuna instal-

Bambine in riva al Reno nella città di Colonia Sullo sfondo le rovine causate dai bombardamenti con la cattedrale semidistrutta. Colonia (Germania), 1949.


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METTIAMO A FUOCO

Pio XII, il nazismo e la persecuzione degli ebrei Una strenua azione a favore della pace Prima di diventare papa Pio XII era stato nunzio apostolico in Germania e conosceva bene la realtà di questo paese. Per tale motivo, quando venne eletto nel 1939, i nazisti guardarono a lui con grande preoccupazione. Nei primi mesi di pontificato egli, consapevole del dramma che rischiava di abbattersi sull’Europa, cercò, rivolgendosi inascoltato ai capi delle nazioni, di impedire lo scoppio del conflitto. Una volta scoppiato, cercò in ogni modo di impedirvi la partecipazione dell’Italia e di mitigare le sofferenze di civili e combattenti. Organizzò, a questo proposito, un ufficio informazioni per la ricerca dei prigionieri dispersi e la trasmissione dei messaggi, e una commissione di soccorso per i prigionieri, i civili e i profughi. La difesa degli ebrei Di fronte alle gravi notizie sulla sorte degli ebrei, che cominciavano a filtrare, egli scelse di non pronunciare condanne esplicite al regime nazista, valutando che, se avesse fatto ciò, avrebbe peggiorato la loro situazione anziché migliorarla. Tuttavia, attraverso l’azione diplomatica e i contatti personali, cercò di fare il possibile per frenarne l’atrocità. Mobilitò ad esempio i nunzi pontifici in Croazia, in Romania, in Slovacchia, in Ungheria, nel tentativo di far interrompere le deportazioni ai governi di quei paesi; incoraggiò l’opera di difesa dei diritti civili dei vescovi cattolici tedeschi; diede indicazione a collegi, seminari, monasteri di clausura, parrocchie, di ospitare ebrei in fuga e in molti casi parecchi di loro trovarono salvezza proprio in questi luoghi. Si adoperò moltissimo anche per gli ebrei di Roma. Fece pervenire al rabbino capo della città i chili d’oro necessari per pagare gli ufficiali delle SS in modo da impedire le deportazioni. Successivamente, fece di tutto per far ospitare e nascondere negli istituti cattolici quanta più gente possibile. A guerra finita, dei circa 10.000 ebrei che risiedevano nella capitale risulterà che i nazisti erano riusciti ad arrestarne e deportarne soltanto 2.091. Alla salvezza degli altri quasi ottomila la Santa Sede diede un contributo determinante. D’altra parte, grazie a una resistenza popolare diffusa in tutto il nostro paese e fortemente soste-

nuta dalla Chiesa oltre l’80 per cento degli ebrei italiani sfuggì alla cattura e alla deportazione. Nonostante tutto, al termine della guerra alcuni storici accusarono Pio XII di eccessiva morbidezza nei confronti del nazismo, proprio per il suo rifiuto a pronunciare condanne esplicite contro di esso. Le ragioni di questo comportamento erano state spiegate dallo stesso papa, nel corso di un colloquio con l’ambasciatore italiano Alfieri: «Noi dovremmo dire parole di fuoco contro simili cose, e solo ci trattiene dal farlo il sapere che renderemmo la condizione di quegli infelici, se parlassimo, ancora più dura». E i fatti sembrano giustificare tale condotta: in Olanda, ad esempio, quando nel 1942 iniziarono le prime deportazioni, i vescovi cattolici protestarono pubblicamente ma questo non fece che aumentare l’intensità della violenza nazista che colpì anche gli ebrei convertiti al Cattolicesimo.

Hitler progettò di rapirlo A conferma indiretta dell’azione concreta di Pio XII in difesa degli ebrei ci sono le numerose attestazioni di riconoscenza, al termine della guerra, di molte autorevoli personalità e associazioni ebraiche come il Congresso Ebraico mondiale e quello americano o il rabbino capo di Gerusalemme. Un ultimo fatto che non tutti conoscono e che testimonia come, dopotutto, Pio XII desse fastidio ad Hitler, è il progetto di rapimento del pontefice ideato dai nazisti nel 1943 e, per fortuna, mai realizzato. Pio XII


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SPUNTI DI RIFLESSIONE (PER L’EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA)

L’infondatezza e i pericoli del razzismo Il razzismo, un male antico che ha assunto nell’Ottocento connotati nuovi Per razzismo si intende un atteggiamento di ostilità e di intolleranza nei confronti di individui o gruppi considerati diversi per cultura, religione, provenienza geografica, comportamenti. È un fenomeno che ha origini antiche, poiché da sempre quello che non si conosce ha provocato nei vari popoli reazioni di paura. Nel passato popoli e civiltà si sono combattuti tra loro in maniera tanto più cruenta quanto più forti erano le loro diversità (si pensi solo alle guerre tra Greci e Persiani e al profondo disprezzo dei primi verso i secondi). A partire dal XIX secolo però, il razzismo ha preteso di fondarsi su basi scientifiche: partendo dalla teoria dell’evoluzione elaborata dal naturalista inglese Charles Darwin, il cosiddetto “Darwinismo sociale” affermò l’esistenza di razze superiori e razze inferiori, con le prime che avrebbero tutto il diritto di sottomettere le seconde. Altri intellettuali, come il francese Joseph-Arthur de Gobineau e l’inglese Houston Stewart Chamberlain parlarono dell’esistenza di tre diverse razze umane (la bianca, la nera e la gialla), sostenendo la superiorità fisica, morale e intellettuale della prima. Queste teorie vennero in un primo tempo utilizzate per dare una giustificazione al colonialismo europeo, che proprio in quegli anni si andava sviluppando. Il passo successivo fu compiuto da Adolph Hitler, con la sua pretesa superiorità di un’inesistente “razza ariana” che lo portò a decidere lo sterminio programmato di tutti gli ebrei considerati inferiori e “corruttori” della purezza germanica. Il razzismo “ariano” si saldò con il tradizionale antisemitismo già da tempo presente soprattutto nell’Europa centro-orientale e produsse l’esito terribile della Shoah. Non esistono le “razze umane” Nonostante tutti i crimini commessi in nome di queste concezioni, noi sappiamo che parlare di “razza” è del tutto sbagliato. Tutti gli uomini appartengono infatti a un’unica specie, quella umana e le differenze del colore della pelle e dei vari tratti somatici non sono altro che l’esito dell’adattamento climatico e del plurimillenario isolamen-

to dei vari gruppi umani. Questo concetto è stato chiarito in maniera definitiva con la Dichiarazione sulla razza, approvata dall’ONU nel 1950. Una conferma di ciò è data dal fatto che se il genere umano fosse veramente diviso in razze, l’unione di un uomo e di una donna appartenenti a due presunte “razze” diverse sarebbe impossibile o comunque sterile, come invece non è affatto.

I rischi presenti oggi nella nostra società Oggi purtroppo, nonostante gli orrori della Shoah siano vivi nella memoria di molti e ci siano continue campagne di sensibilizzazione su questo tema, il razzismo rimane un fenomeno ancora molto diffuso. In molte parti del mondo esistono discriminazioni e persecuzioni attuate da maggioranze nei confronti di gruppi minoritari diversi per cultura, etnia, tradizioni, religione. Anche nella nostra società occidentale possono ricondursi al razzismo fenomeni di ostilità e di diffidenza nei confronti di immigrati stranieri poveri e desta particolare preoccupazione il fatto che si registri da qualche anno il sorgere di nuovi gruppi razzisti che si rifanno all’ideologia nazista. Va comunque precisato che questo nuovo razzismo si basa molto meno che in passato sulla presunzione della superiorità della razza bianca; oggi sembrano contare maggiormente altri fattori come le differenze religiose o problemi di carattere economico o di ordine pubblico (il fatto ad esempio che alcuni immigrati commettano reati nei paesi dove arrivano, fa credere erroneamente che tutto il loro gruppo di provenienza sia composto da criminali). Occorre, riguardo a questi fenomeni, la massima attenzione e una maggiore consapevolezza da parte di tutti sui rischi che si corrono se essi dovessero prendere sempre più piede. Per tutti, anche per coloro che provengono da un altro paese e che hanno un’altra cultura o colore della pelle, vale il principio dell’assoluto rispetto della persona e non si deve mai dimenticare che le diversità in una società non sono una minaccia, ma una possibilità di arricchimento per tutti.


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NON TUTTI SANNO CHE…

I ragazzi della “Rosa Bianca” contro Hitler Cinque amici appassionati alla verità Abbiamo già visto come non vi furono in Germania gruppi di forte opposizione al regime nazista. Eppure, con lo scoppio della guerra e soprattutto con l’arrivo delle prime sconfitte, alcuni tedeschi cominciarono a perdere fiducia nel loro leader carismatico. In particolare, fu degna di nota l’esperienza di cinque studenti universitari di medicina a Monaco di Baviera, riuniti nel gruppo chiamato “La Rosa Bianca”. Più che di un’organizzazione vera e propria, si trattava soprattutto di un gruppo di amici. Hans Scholl (24 anni), sua sorella Sophie (21), Alexander Schmorell (25), Christoph Probst (23) e Willi Graf (25) provenivano tutti dalla media borghesia ed erano cresciuti all’interno della

tradizione cristiano-protestante. Dopo un primo momento di entusiasmo per la proposta di Hitler, nella quale avevano creduto di vedere una possibilità di riscatto per il popolo tedesco, essi si resero conto della natura totalitaria e omologatrice dell’ideologia nazista. In particolare, fu decisiva l’esperienza all’interno della Gioventù Hitleriana, dove, nonostante ci si divertisse e si incontrassero persone interessanti, nessuna iniziativa o idea personale era concessa e si richiedeva un’obbedienza cieca e incondizionata ai capi gruppo. Quando alcuni di loro furono inviati come medici sul fronte russo, il loro giudizio negativo si approfondì: attraverso il contatto con la disumana realtà della guerra, si resero conto che ciò che Hitler stava portando ai tedeschi era ben lontano


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da quello che loro desideravano come persone, come amici, amanti della bellezza e della verità.

Risvegliare le coscienze dei tedeschi Tornati dal fronte, essi conobbero il professore universitario Kurt Huber e insieme a lui maturarono l’idea di fare qualcosa per scuotere la coscienza del popolo tedesco. Tra l’estate del 1942 e il febbraio del 1943 essi scrissero, stamparono e diffusero sei volantini di ferma condanna della guerra e del regime nazista, firmati appunto “Rosa Bianca”. Questa loro iniziativa non aveva un vero e proprio scopo politico, perché sarebbe stato assolutamente impossibile date le loro forze; mirava piuttosto a risvegliare i tedeschi dal torpore in cui erano caduti, mostrando come il nazismo, dietro ai discorsi patriottici e alle conquiste economiche e sociali, celasse in realtà un’autentica volontà di dominio e di conquista tramite la guerra. Dopo il successo dei primi volantini (che provo-

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carono le ire della Gestapo, la quale non riuscì però a individuarne i responsabili), vennero stretti legami con amici di altre città e vennero anche presi alcuni contatti con elementi di altri gruppi di resistenza. Nonostante questo però, nessun progetto politico concreto venne indicato, se non quello del boicottaggio e della resistenza passiva al regime. La sconfitta di Stalingrado fece nascere in loro la speranza che la gente, stremata dai bombardamenti e dalle fatiche della guerra, si sarebbe ribellata ad Hitler. Ciò non avvenne, ma i giovani della Rosa Bianca non agirono certo poiché si aspettavano dei risultati: quello che li spingeva era infatti un profondo amore per la verità, sentivano come un loro preciso dovere morale quello di muoversi in prima persona per criticare il nazionalsocialismo.

«Meglio un’orrenda fine che un orrore senza fine» Il 18 febbraio, mentre distribuivano il sesto volantino all’università di Monaco, Hans e Sophie vennero notati da un custode, il quale chiamò la Gestapo. I due vennero arrestati, le loro case perquisite, e qui furono trovati francobolli, buste e altre prove che li ricollegavano direttamente agli altri membri del gruppo. I rimanenti tre ragazzi furono catturati qualche giorno dopo. Il processo fu brevissimo: le sorti della guerra non erano positive per la Germania, gli scritti della Rosa Bianca avevano provocato parecchio scompiglio nel paese e Hitler desiderava impartire una punizione esemplare ai colpevoli. Fu così che tra febbraio e aprile tutti e cinque vennero condannati a morte insieme al professor Huber. «Se un’ondata di ribellione si estende attraverso il paese – scrivevano nel secondo volantino – se questo si sente nell’aria, se in molti vi contribuiscono, allora si potrà rovesciare questo sistema con un estremo poderoso sforzo. Una fine orrenda è sempre meglio che un orrore senza fine». Nonostante l’epilogo tragico della loro vicenda, i ragazzi della Rosa Bianca mostrarono al mondo come l’uomo non sia impotente di fronte a chi intenda privarlo della sua libertà e dignità e che questi ideali possono valere di più della vita stessa.

I ragazzi della “Rosa Bianca”. Al centro Sophie Scholl Monaco di Baviera, 1942-43


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PROTAGONISTI

I “Giusti tra le nazioni” Chi sono i “Giusti” Con l’espressione “Giusto tra le nazioni” si usa indicare una particolare onorificenza istituita dallo stato di Israele a partire dal 1962; essa viene assegnata alle persone non ebree che si sono adoperate, durante la Shoah, per salvare anche un solo ebreo dalla persecuzione e dalla morte, mettendo a repentaglio la propria vita e la propria sicurezza personale. Il termine “giusto” era già presente nella tradizione ebraica e indicava una persona che, pur non appartenendo al popolo ebraico, rispettava Dio. Tuttora questo riconoscimento viene assegnato da una commissione di 35 membri, tutti ebrei israeliani, presieduta da un ex giudice della corte suprema. Essi esaminano i vari casi, leggono i documenti, ascoltano testimonianze e decidono se una persona può veramente essere considerata un “giusto”. Molti tra i “Giusti” sono italiani Attualmente ne sono stati riconosciuti 20.000 in tutto il mondo. Di questi, ben 442 sono italiani. Tra di essi ne ricordiamo alcuni che si distinsero per il loro coraggio e la loro abnegazione. Vi fu ad esempio il questore di Fiume, Giovanni Palatucci, che protesse gli ebrei di questa città, rifiutando di consegnarne gli elenchi ai nazisti e aiutando molti di loro a mettersi in fuga via mare. Arrestato dalla Gestapo, finì nel campo di concentramento di Dachau dove morì. Giorgio Perlasca invece fu un diplomatico che operò a Budapest dove riuscì a mettere

in salvo 5.200 ebrei ungheresi. Odoardo Focherini infine fu un dirigente dell’Azione Cattolica di Carpi, in Emilia, che mise in salvo più di un centinaio di ebrei aiutandoli a fuggire in Svizzera e morendo a sua volta, dopo essere stato arrestato, nel campo tedesco di Hersbruck. In generale va comunque ricordato che la gran parte del popolo italiano fornì in quei terribili mesi aiuto e protezione agli ebrei, che, come detto, nel nostro paese subirono persecuzioni in misura minore rispetto agli altri. Per questo si potrebbe dire che quasi l’intero popolo italiano in quanto tale andrebbe annoverato fra i “Giusti”.

Che cosa ci insegnano i “Giusti” Al di fuori del nostro paese il più celebre fra i “Giusti” è sicuramente l’industriale tedesco Oskar Schindler, alla cui vicenda il regista americano Steven Spielberg si è ispirato per realizzare il suo celebre film Schindler’s list. Egli salvò più di un migliaio di ebrei che faceva lavorare nella sua fabbrica e che protesse dalle deportazioni anche grazie alla sua abilità nel trattare con i nazisti. La testimonianza dei “Giusti” è molto importante perché è la dimostrazione che nel cuore dell’uomo c’è sempre una propensione a compiere il bene, anche nelle circostanze più negative. Nonostante la feroce propaganda orchestrata dal nazismo, volta a fomentare l’odio contro gli ebrei, moltissime persone hanno affermato a rischio della vita, che ogni persona ha un valore assoluto, e come tale va rispettata e amata.

Sala dei Nomi, Yad Vashem, Gerusalemme Lo Yad Vashem è il sacrario che lo stato di Israele ha dedicato alle vittime della Shoah. Oltre ai nomi e alle foto delle vittime vi è conservato un immenso archivio che custodisce audio, video e testimonianze dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime.


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NON TUTTI SANNO CHE…

Gli ebrei di Danimarca: quando un popolo e i suoi governanti seppero opporsi al nazismo Nel loro folle progetto di deportare in massa le comunità ebraiche dei paesi occupati dalla Wehr­ macht i nazisti non incontrarono mai particolari resistenze: tanta era la paura delle loro vittime, e soprattutto la rassegnazione al proprio destino, che nessuno osò mai ribellarsi apertamente. Tuttavia, il caso degli ebrei di Danimarca e di alcuni altri paesi è particolarmente sorprendente e mostra come opporsi al nazismo non fosse impossibile: bastava essere in possesso di coraggio e soprattutto della consapevolezza che a nessun uomo può essere tolta la dignità, se egli non lo vuole.

Un intero popolo mobilitato in difesa degli ebrei La Danimarca era stata occupata dall’esercito tedesco nell’inverno del 1939, ma il re e i funzionari politici rimasero al loro posto, pur se in posizione subordinata rispetto agli invasori. Da subito, la popolazione danese si dimostrò assolutamente ostile nei confronti delle misure antisemite che vennero introdotte: quando i tedeschi ordinarono agli ebrei di indossare la stella gialla di riconoscimento, il sovrano danese fece sapere che lui sarebbe stato il primo a portarla. Contemporaneamente, i ministri minacciarono le loro dimissioni, se tale provvedimento fosse stato introdotto. Inoltre, il governo danese protesse grandemente non solo i propri ebrei, ma anche quelli provenienti dalla Germania, che si erano rifugiati lì prima della guerra (erano più di seimila). Meravigliati di fronte a questa fermezza, i nazisti decisero di sospendere momentaneamente le operazioni. Nell’agosto del 1943, Himmler in persona, il capo delle SS, ordinò la deportazione di tutti gli ebrei danesi. A questo punto accadde l’incredibile: i generali dell’esercito e le unità delle SS che da tempo vivevano in Danimarca si rifiutarono di ubbidire. L’operazione venne ancora una volta rimandata di altri due mesi. Il primo ottobre, data fissata per l’inizio degli arresti, il capo della Gestapo in Danimarca non autorizzò i provvedimenti, sostenendo che la popolazione era fortemente contraria e che, se si fosse ribellata, i nazisti non sarebbero stati in grado di contrastarla. Non solo: i capi delle comunità ebraiche furono

informati per tempo ed ebbero modo di organizzare nascondigli adeguati per tutti. Così, quando le perquisizioni alla fine ebbero luogo, solo 400 ebrei su 7.000 furono catturati.

La fuga in Svezia Il governo danese sapeva però che non avrebbe potuto proteggere così tante persone per sempre: decise così di traghettare tutti in Svezia, paese neutrale, che accettò di offrire loro protezione. Nel giro di un mese, 6.000 ebrei trovarono rifugio in questo paese. Addirittura, i cittadini danesi più ricchi pagarono le spese di viaggio a chi non poteva permetterselo. Per la prima volta dunque, i nazisti incontrarono qualcuno capace di opporre loro un secco rifiuto. Il risultato fu che, a contatto con queste persone, molti si resero conto dell’assurdità di ciò che stavano facendo e decisero di non eseguire gli ordini dei superiori. È la dimostrazione che l’individuo capace di pensare con la propria testa è il migliore antidoto al totalitarismo. Il caso analogo degli ebrei della Bulgaria e del Marocco Vicende analoghe accaddero anche in Bulgaria, paese allora alleato della Germania, e in Marocco, che in quel tempo era un protettorato della Francia collaborazionista di Pétain. In Bulgaria la deportazione dei cinquantamila ebrei bulgari, già stabilita dai tedeschi, venne fermata per il deciso intervento del patriarca ortodosso Stefan e di un gruppo di parlamentari, mentre in Marocco, dove viveva una folta comunità ebraica (che, caso quasi unico nel mondo arabo, esiste tuttora), il sultano Maometto V si rifiutò di applicare le leggi anti-semite promulgate dal regime di Pétain e non consentì la deportazione degli ebrei, sia autoctoni che ivi rifugiati. Anche l’Italia, come avremo modo di approfondire nel prossimo capitolo, si segnalò per la forte mobilitazione popolare in difesa degli ebrei; in tal caso però tale mobilitazione avvenne contro la volontà di chi governava: Mussolini e il suo governo erano infatti schierati dalla parte di Hitler e della sua politica antisemita.


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Raccontiamo in breve la linea del tempo

marzo 1938 annessione tedesca dell’Austria settembre 1938 Conferenza di Monaco marzo 1939 invasione tedesca della Cecoslovacchia agosto 1939 patto MolotovRibbentrop 1 settembre 1939 invasione della Polonia, inizia la Seconda guerra mondiale 10 maggio 1940 invasione tedesca della Francia 10 giugno 1940 entrata in guerra dell’Italia giugno 1941 inizia l’operazione Barbarossa 7 dicembre 1941 attacco giapponese a Pearl Harbor giugno 1942 battaglia delle Midway novembre 1942 battaglia di El Alamein

versione audio on line e nell’app

1. La Seconda guerra mondiale fu scatenata dalla volontà espansionistica di Hitler che, nel 1938, aveva invaso l’Austria e, nel marzo 1939, la Cecoslovacchia. Dopo la firma di un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica egli decise l’attacco alla Polonia che scattò il 1 settembre 1939. A questo punto Francia e Gran Bretagna, che fino ad allora si erano mostrati tolleranti nei confronti della politica aggressiva di Hitler, decisero di intervenire contro il dittatore tedesco: era l’inizio della Seconda guerra mondiale. 2. Dopo la conquista della Polonia (attaccata da est anche dall’Unione Sovietica) i tedeschi conquistarono Danimarca e Norvegia e diedero avvio alla invasione della Francia: Parigi fu occupata il 14 giugno 1940. A questo punto Mussolini, che inizialmente aveva deciso di prendere tempo e di non intervenire, dichiarò guerra alla Francia, quando ormai era chiaro che la Germania avrebbe vinto. 3. Hitler a questo punto mosse l’attacco contro la Gran Bretagna che aveva rifiutato l’offerta di resa, facendola bombardare massicciamente dall’aviazione tedesca, ma il tentativo di invasione si rivelò fallimentare. La guerra si dimostrò così più lunga del previsto e la decisione di Mussolini di attaccare la Grecia creò un allargamento del fronte che costrinse la Germania a un maggiore impegno militare. Dopo essere intervenuti in soccorso dell’alleato italiano i tedeschi occuparono la Jugoslavia. Le cose non andarono per il meglio per le truppe italiane neanche in Africa dove gli inglesi occuparono la Libia. Anche qui dovette intervenire l’esercito tedesco. 4. Una svolta inattesa del conflitto si ebbe nel giugno del 1941, quando la Germania invase l’Unione Sovietica, cogliendola totalmente di sorpresa e spingendosi in breve tempo fino a pochi centinaia di chilometri da Mosca. Sul finire dell’anno anche gli Stati Uniti, fino ad allora tenutisi neutrali per una scelta di politica isolazionista, furono coinvolti direttamente nel conflitto a causa dell’attacco proditorio dell’aviazione giapponese alla base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii. Di fronte alla gravità dell’episodio, gli Stati Uniti entrarono in guerra e gli equilibri del conflitto cambiarono radicalmente. 5. Tra il 1941 e il 1942, maturò in Germania il progetto della “soluzione finale”, vale a dire l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei tedeschi e dei territori conquistati a seguito della guerra. Gli ebrei vennero deportati nei campi di concentramento (lager), dove vennero sterminati nelle camere a gas. Si calcola che circa 6 milioni di ebrei siano periti tra il 1939 e il 1945 oltre a 2 milioni di altre vittime.


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6. Tra il 1942 e il 1943 il conflitto andò incontro ad una svolta. La Germania fu sconfitta in due importanti battaglie: quella di El Alamein, sul fronte africano e quella di Stalingrado, in Russia. Mentre sul fronte del Pacifico il Giappone fu sconfitto dagli Stati Uniti presso le isole Midway. Da questo momento le sorti del conflitto cambiarono: il fronte africano era chiuso e l’esercito sovietico iniziò ad avanzare inesorabilmente verso Berlino. 7. Il 10 luglio 1943 le truppe americane sbarcarono in Sicilia, incontrando pochissima resistenza. Da lì penetrarono incontrastate verso nord. In grave difficoltà per le sorti del conflitto e per le crescenti proteste popolari, Mussolini venne deposto il 25 luglio del 1943 e al maresciallo Badoglio fu affidato il compito di portare avanti le operazioni militari. L’8 settembre il governo italiano firmò un armistizio con gli Alleati, ma a quel punto i tedeschi occuparono la parte centrosettentrionale della penisola. L’Italia si trovò così divisa in due: a nord i tedeschi e i fascisti, a sud il governo provvisorio presieduto da Badoglio, che si avvaleva del supporto degli anglo-americani. 8. Il 6 giugno 1944 gli Alleati sbarcarono in Normandia, per l’attacco decisivo al fronte occidentale. I tedeschi furono colti di sorpresa e non poterono reagire adeguatamente. Gli angloamericani penetrarono profondamente in territorio francese, per aprirsi la via verso Berlino. La guerra in Europa giungeva così alla sua conclusione: quando i russi, nella loro inarrestabile avanzata, arrivarono a Berlino alla fine di aprile, Hitler e molti dei suoi più stretti collaboratori si tolsero la vita. Tra il 7 e l’8 maggio la Germania firmò la resa incondizionata. 9. In Giappone invece si combatteva ancora. Per stroncare la resistenza dei giapponesi ed evitare un’ulteriore perdita di vite umane, gli americani sganciarono due bombe atomiche: una su Hiroshima (6 agosto 1945) e l’altra su Nagasaki (9 agosto), provocando almeno 170.000 morti e la resa immediata della potenza asiatica. Terminava così un conflitto che in sei anni aveva provocato circa 60 milioni di morti, la metà dei quali civili periti sotto i bombardamenti, e ingenti danni materiali.

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febbraio 1943 sconfitta tedesca sul fronte russo 10 luglio 1943 sbarco americano in Sicilia 8 settembre 1943 armistizio tra Italia e Alleati 6 giugno 1944 sbarco in Normandia febbraio 1945 conferenza di Yalta 25 aprile 1945 resa dei tedeschi in Italia 8 maggio 1945 resa dei tedeschi, finisce la guerra in Europa 6 agosto 1945 bomba atomica su Hiroshima 9 agosto 1945 bomba atomica su Nagasaki 14 agosto 1945 resa del Giappone


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La Seconda guerra mondiale

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Chi era il maresciallo Pétain? 2. Come reagì Churchill alle offerte di pace di Hitler? 3. Che cos’era l’Operazione Leone Marino? 4. Quale politica adottava il Giappone nell’Estremo Oriente? 5. Che cos’è la soluzione finale? 6. Quali furono le tre battaglie decisive del conflitto? 7. Quali decisioni furono prese nella Conferenza di Casablanca? 8. Che cos’era la Linea Gustav? 9. Come morì Hitler? 10. Chi erano i kamikaze? 11. Su quali città fu lanciata la bomba atomica?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. Agosto 1939

Inizia l’Operazione Barbarossa

1 settembre 1939

Bomba atomica su Hiroshima

10 giugno 1940

Armistizio dell’Italia con gli Alleati

Giugno 1941

Attacco giapponese a Pearl Harbor

7 dicembre 1941

L’Italia entra in guerra

8 settembre 1943

Sbarco in Normandia

6 giugno 1944

Patto Molotov-Ribbentrop

Febbraio 1945

Scoppia la Seconda guerra mondiale

25 aprile 1945

Conferenza di Yalta

8 maggio 1945

Fine della guerra in Italia

6 agosto 1945

Resa della Germania


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CAPITOLO 11

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. L’Unione Sovietica contrastò l’occupazione tedesca della Polonia.

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L’Italia entrò subito in guerra nel 1939.

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L’esercito italiano era impreparato ad affrontare una guerra lunga e devastante.

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Lo sterminio degli ebrei cominciò prima della guerra.

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Dopo una dura battaglia i tedeschi furono sconfitti a Stalingrado.

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Dopo l’8 settembre l’Italia si trovò spezzata in due parti.

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Gli americani sbarcarono in Normandia.

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Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra oltre che esatta anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Mussolini entrò in guerra a fianco della Germania perché a. era colpito dalla grande potenza tedesca. b. era convinto della facile vittoria tedesca e pensava di ricavarne grandi vantaggi. c. era mosso da odio e ostilità verso Francia e Gran Bretagna. L’obiettivo di Mussolini era a. garantire all’Italia un ruolo predominante nel Mediterraneo. b. sostenere la potenza germanica. c. conquistare sempre più territori in Africa. Il Giappone attaccò gli Stati Uniti a. perché voleva contrastare l’espansionismo americano in Oriente. b. perché voleva estendere il proprio dominio sull’Asia e sul Pacifico. c. perché era governato da nazionalisti simpatizzanti per la Germania di Hitler. Le bombe atomiche sul Giappone vennero sganciate a. per fiaccare definitivamente la resistenza giapponese. b. per fiaccare la resistenza giapponese e fermare l’espansionismo dell’Unione Sovietica in oriente. c. per mostrare al mondo la superiorità tecnica e militare degli Stati Uniti. Il genocidio degli ebrei a. fu perseguito in modo estemporaneo dai nazisti. b. fu la conseguenza inevitabile della politica tedesca nell’Europa orientale. c. fu perseguito in maniera “scientifica” e fu l’esito dell’ideologia nazista. La Seconda guerra mondiale rispetto alla prima a. fu meno cruenta e risparmiò le popolazioni civili. b. fu estremamente cruenta, soprattutto contro i civili, e fu alimentata da ragioni ideologiche. c. coinvolse meno stati e si combatté in aree piuttosto limitate dell’Europa.


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CAPITOLO 12

Capitolo 12

materiale integrativo on line e nell’app

La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana Un paese stremato che si appresta a una difficile ricostruzione La conclusione della guerra per l’Italia non fu indolore. Dopo l’armistizio con gli Alleati e la successiva creazione della Repubblica Sociale Italiana, controllata dai nazisti, scoppiò nei territori del nord un lotta senza quartiere tra fascisti e tedeschi occupanti, da un lato, e Alleati e forze partigiane dall’altro. Si trattò di una guerra di liberazione ma anche di una guerra civile, in quanto vide di fronte italiani contro italiani, con terribili violenze che colpirono soprattutto civili inermi: attentati, rappresaglie nazifasciste, furiosi bombardamenti delle forze alleate. Quando, nell’aprile del ’45, la guerra terminò, l’Italia era un paese stremato e ancora in balia dell’odio e della violenza. I partiti che avevano dato vita alla Resistenza seppero comunque trovarsi uniti nella ricostruzione della democrazia, anche se fin da subito emersero alcuni significativi contrasti tra le forze socialcomuniste e le forze moderate guidate dalla Democrazia Cristiana. Il primo passo verso la nuova Italia fu il referendum istituzionale del 2 giugno del ’46 che trasformò lo stato italiano in repubblica. Il secondo fu l’entrata in vigore, il 1 gennaio del ’48, della costituzione repubblicana, frutto di un acceso confronto ma anche della collaborazione tra le varie componenti politiche e culturali del paese. Le successive votazioni del 18 aprile 1948, che si risolsero in un successo della Democrazia Cristiana, portarono l’Italia definitivamente dalla parte delle democrazie occidentali.

Elettori al voto il 2 giugno 1946 Le urne sono due: una per il referendum sulla scelta tra monarchia e repubblica e l’altra per l’elezione dei membri dell’Assemblea Costituente.

brano audio on line e nell’app

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La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana

1 · La caduta di Mussolini e la tragedia dell’8 settembre

Perché Vittorio Emanuele III destituì Mussolini e lo fece arrestare?

Mussolini messo in minoranza dal Gran Consiglio e arrestato: è la fine del fascismo Come abbiamo visto nel precedente capitolo, l’idea di Mussolini di condurre una “guerra parallela” a fianco della Germania si era rivelata disastrosa. Dopo lo sbarco in Sicilia degli Alleati (10 luglio 1943) e il contemporaneo cedimento dei tedeschi sul fronte orientale, alcuni importanti membri del governo fascista decisero che occorreva porre fine al potere assoluto di Mussolini. Il 25 luglio 1943, durante una seduta del Gran Consiglio del Fascismo, Dino Grandi, uno dei primi capi squadristi, che era stato anche ministro degli esteri e ambasciatore italiano a Londra, propose la votazione di un provvedimento per sottrarre a Mussolini la condotta della guerra e affidarla al re. La maggioranza dei membri del Gran Consiglio si dimostrò d’accordo. Mussolini, colto di sorpresa, fu costretto a cedere. Quando, l’indomani, si recò dal re per comunicargli l’esito della votazione, Vittorio Emanuele III lo destituì dalla carica di capo del governo e lo fece addirittura arrestare e trasferire in stato di detenzione in un albergo a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Al suo posto venne nominato il maresciallo Pietro Badoglio.

Perché Badoglio e Vittorio Emanuele III si mossero con cautela rispetto al proseguimento della guerra?

La guerra continua, ma il nuovo governo avvia trattative segrete con gli Alleati Non appena la radio diffuse la notizia, migliaia di persone si riversarono festanti nelle piazze, convinte che la guerra sarebbe finita. L’alleanza con Hitler, i continui bombardamenti alleati sulle città e l’andamento disastroso delle operazioni militari avevano da tempo fatto svanire il consenso che gli italiani avevano tributato al fascismo. Badoglio, però, raffreddò questi entusiasmi dichiarando che la guerra sarebbe continuata. Per la verità il suo messaggio era piuttosto ambiguo e reticente: vi si diceva infatti che doveva cessare «ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane», ma anche che le forze italiane avrebbero reagito «ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». In realtà il governo italiano non aveva nessuna intenzione di rimanere ancora alleato dei tedeschi. Badoglio e Vittorio Emanuele III temevano però le possibili reazioni di Hitler, per cui tentarono di muoversi con cautela e di giocare su due fronti: condussero negoziati segreti con gli Alleati, facendo contemporaneamente credere ai nazisti di essere ancora dalla loro parte.


CAPITOLO 12

La tragedia dell’8 settembre Il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia, venne finalmente firmato in gran segreto un armistizio con gli anglo-americani; con esso l’Italia usciva dalla guerra. Il successivo 8 settembre, nel tardo pomeriggio, la notizia dell’entrata in vigore di tale armistizio venne diffusa via radio dapprima dal comandante in capo delle forze alleate, generale Dwight Eisenhower, con un comunicato in inglese trasmesso da Algeri (ove allora aveva sede il suo comando) e circa un’ora dopo dal maresciallo Badoglio con un messaggio letto ai microfoni della radio italiana. Nei cinque giorni trascorsi dalla firma di Cassibile nulla era però stato predisposto da Badoglio per preparare il nostro esercito ad affrontare la nuova situazione, attaccare e disarmare le truppe tedesche ove possibile, oppure difendersi da loro eventuali attacchi. Lasciate senza ordini mentre ovunque le unità tedesche passavano all’offensiva, le forze armate italiane si sbandarono. Nella maggior parte dei casi, abbandonate armi e uniformi, i soldati cercarono di incamminarsi verso casa finendo però spesso prigionieri dei tedeschi, che nel frattempo avevano occupato il nord e il centro della penisola. Ci furono però dei reparti che, rifiutando di arrendersi ai nazisti, combatterono coraggiosamente fino all’estremo. Fu questo il caso innanzitutto della Divisione Acqui, che era stanziata a presidio dell’isola greca di Cefalonia. Costretti alla resa dopo violenti

La notizia e il testo del comunicato dell’armistizio sulla prima pagina del Corriere della Sera del 9 settembre 1943

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La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana

Perché il re e i membri del governo fuggirono a Brindisi?

combattimenti, i nostri soldati, in spregio alle convenzioni internazionali stabilite a tutela dei prigionieri di guerra, vennero sistematicamente passati per le armi. Si stima che le vittime di queste fucilazioni siano state non meno di cinquemila. Frattanto, per non cadere nelle mani dell’ex alleato, il re e tutti i membri del governo fuggirono ingloriosamente a Brindisi dove si posero sotto la protezione degli Alleati, che avevano già assunto il controllo della città.

2 · Con la Repubblica di Salò scoppia la guerra civile

Perché si dice che la Repubblica Sociale Italiana fu uno stato fantoccio?

Mussolini, liberato dai tedeschi, dà vita alla Repubblica Sociale Italiana Nel frattempo i tedeschi, liberato con un ardito colpo di mano Mus­solini dalla prigionia sul Gran Sasso, lo portarono nell’Italia del Nord, che controllavano saldamente. Qui egli venne messo a capo di un nuovo stato fascista che ebbe la sua sede a Salò, sul lago di Garda. Nacque così la Repubblica Sociale Italiana (RSI), la quale intendeva richiamarsi al fascismo delle origini, intransigente e antimonarchico. In realtà, si trattava semplicemente di uno stato fantoccio nelle mani della Germania nazista e non godette mai di una vera autonomia. Lo stesso Mussolini, disilluso e demoralizzato dagli eventi recenti, diventò un docile strumento nelle mani di Hitler. Nel territorio della RSI non ci fu altro potere se non quello dei nazisti che, tra l’altro, in quello stesso autunno del ’43, con l’attiva collaborazione della polizia fascista, cominciarono subito la sistematica caccia agli ebrei per deportarli nei campi di sterminio. Non mancarono episodi in cui ebrei in fuga, intere famiglie con vecchi, donne e bambini, vennero immediatamente massacrati dopo essere stati scoperti. Fu questo, ad esempio, il caso della strage avvenuta a Meina sul Lago Maggiore, dove sedici ebrei furono uccisi e gettati nel lago.

Perché l’Italia si divise in due?

L’Italia divisa in due: al nord inizia la Resistenza L’Italia si trovava così divisa in due. Il Sud, fino alla Linea Gustav, era saldamente nelle mani degli Alleati e qui, sotto la loro protezione, era ancora insediata la monarchia sabauda con il governo ufficiale di Badoglio, che dal giugno 1944 sarebbe stato sostituito da Ivanoe Bonomi. Il Nord e il Centro invece erano occupati dai tedeschi e formalmente governati dalla RSI di Mussolini. Si apriva così per il nostro paese un drammatico periodo, in cui la lotta per la liberazione si sarebbe sommata ad una cruenta guerra civile combattuta, contro la RSI, dalle forze antifasciste organizzate nei gruppi partigiani.


CAPITOLO 12 Bolzano Belluno Salò

Milano

Trieste

Verona Venezia

Torino

Pola

Bologna

Genova

Marzabotto

Rimini

La Spezia Nizza

L'Italia divisa in due dopo l'8 settembre 1943

Ravenna

Firenze Siena

Ancona

Territori liberati dagli Alleati nella loro avanzata

Termoli ROMA Anzio Cassino

Napoli

Salerno

Taranto

Territori sotto il controllo dei nazifascisti Zone di attività delle brigate partigiane

Cagliari Palermo Reggio Calabria Gela Siracusa

Nascono il Comitato di Liberazione e le brigate partigiane I partigiani in questa prima fase erano per lo più militari che, non volendosi arrendere ai tedeschi, si erano raccolti sulle montagne già pochi giorni dopo l’8 settembre, per iniziare una guerriglia clandestina contro gli occupanti. Molti di essi erano giovani di leva che avevano così voluto sottrarsi alla chiamata alle armi nelle file della Repubblica Sociale. Ben presto entrarono in azione anche i partiti politici antifascisti. Subito dopo l’armistizio, infatti, questi partiti, che avevano conosciuto in precedenza l’esilio e la clandestinità, tornarono sulla scena, costituendo il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Pochi mesi dopo, agli inizi del 1944, ad esso venne affiancato il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI). Presente e operante in clandestinità in ogni città occupata e composto da rappresentanti dei vari partiti, questo comitato si assunse un triplice compito: – organizzare e coordinare l’azione delle brigate partigiane che nel frattempo si andavano ingrossando; – raccogliere fondi per finanziare la resistenza contro i tedeschi; – disegnare il futuro politico dell’Italia, una volta che questa fosse stata liberata.

Direttrici dell'avanzata alleata Linea Gustav Linea gotica

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La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana

Un partigiano italiano indica la posizione dei soldati tedeschi a due militari statunitensi della Quinta Armata alleata Modena, aprile 1945

Le principali formazioni partigiane La nascita delle varie brigate partigiane avvenne inizialmente in modo spontaneo: già alla fine del settembre del 1943, i combattenti erano circa ventimila, stanziati soprattutto sulle montagne della Lombardia, del Piemonte e dell’Emilia Romagna. Molti di questi erano privi di appartenenza politica e avevano scelto di lottare unicamente per riscattare l’Italia dall’amara situazione in cui si trovava. Col passare del tempo, però, essi si sarebbero sempre di più uniti in brigate legate ai vari partiti. Tra le forze di sinistra le principali formazioni erano: – le Brigate Garibaldi, che facevano riferimento al Partito Comunista Italiano e che, in particolare nell’Emilia-Romagna, divennero presto le più numerose ed agguerrite; – le Brigate Matteotti, promosse dal Partito Socialista; – le Brigate Giustizia e Libertà, legate al Partito d’Azione, una forza politica di nuova costituzione e di orientamento liberal-radicale. Significativa era anche la presenza delle formazioni cattoliche: esse avevano varie denominazioni, ma le più note erano senza dubbio le Fiamme Verdi. Alcune brigate rimasero invece autonome, spesso guidate da ufficiali di orientamento monarchico. I partigiani, oltre che sulle montagne e nelle campagne, agirono anche nelle città; qui operavano i GAP (“Gruppi di Azione Patriottica”) organizzati dal Partito Comunista, che compivano sabotaggi e attentati,


CAPITOLO 12

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pur sapendo che tali azioni avrebbero potuto comportare durissime rappresaglie da parte dei tedeschi.

Guerra di liberazione e guerra civile Quella che divampò tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945 fu una guerra spietata, che può essere considerata insieme “di liberazione” e “civile”. Fu una guerra di liberazione, poiché venne combattuta dalle forze degli Alleati, anche con il contributo dei partigiani, per liberare l’intera Italia dai tedeschi. Fu però anche una guerra civile, poiché in essa si trovarono a combattere italiani contro altri italiani: i partigiani si scontrarono infatti duramente con i militi della RSI (chiamati “repubblichini”), rimasti fedeli al fascismo e alleati dei nazisti. Bisogna poi ricordare che non ci furono solo le brigate partigiane coordinate dal CLN a combattere contro i nazifascisti, ma anche truppe dell’esercito regolare. Dopo l’8 settembre, infatti, l’Italia divenne “cobelligerante” delle forze alleate. Una parte del suo esercito fu quindi inquadrata nel CIL (“Corpo Italiano di Liberazione”); questi soldati, desiderosi di riscattare la reputazione del loro paese, si batterono valorosamente a fianco di americani e inglesi e, nel maggio 1944, ebbero una parte importante nello sfondamento della Linea Gustav. Una grande ondata di violenza, da una parte e dall’altra La guerra fu caratterizzata da una serie di enormi crudeltà da entrambe le parti a dimostrazione del fatto che l’odio che le due fazioni nutrivano l’una per l’altra giocò un ruolo importante per tutto questo periodo. Soprattutto nelle città l’esercito tedesco attuò tremende rappresaglie, per vendicarsi degli attacchi che costantemente subiva dai partigiani. A Roma, a seguito di un’azione dei GAP che portò alla morte di 33 riservisti della Wehrmacht in Via Rasella, vennero trucidati per rappresaglia 335 civili presso le Fosse Ardeatine. Altre stragi di grandi dimensioni avvennero a Sant’Anna di Stazzema (Lucca), dove furono uccise 560 persone inermi (in gran parte vecchi, donne e bambini), e a Marzabotto (Bologna), dove i morti furono addirittura 1.830. Durissimo fu però anche il trattamento che i partigiani riservavano ai fascisti catturati e ai sospetti collaborazionisti dei tedeschi. I terribili bombardamenti alleati sulle città A questa drammatica catena di violenze si aggiungevano gli indiscriminati bombardamenti delle forze aeree alleate sulle città, bombardamenti che non sempre erano diretti contro obiettivi militari ma, al contrario, spesso miravano deliberatamente alla popolazione civile allo scopo di fiaccarne il morale e di alimentarne la sfiducia. Roma già il 19 luglio del ’43 subì un grave bombardamento, nel quar-

Cobelligerante Si intende un paese che combatte assieme ad un altro, ma in una posizione subordinata, senza cioè godere degli stessi diritti e privilegi.

Perché si parla di guerra di liberazione e di guerra civile?


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La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana

Rovine e fumo nel quartiere di San Lorenzo appena bombardato Roma, 1943

Perché il rapporto tra Alleati e partigiani fu particolarmente difficile?

tiere di San Lorenzo, che fece circa 3.000 vittime e 11.000 feriti mentre a Milano, oltre ai devastanti bombardamenti dell’agosto 1943, si ricorda il tragico episodio, avvenuto nell’ottobre del ’44, della distruzione di una scuola elementare nel quartiere di Gorla, che causò la morte di 184 bambini. Nell’insieme le città e i paesi di ogni parte d’Italia che subirono bombardamenti furono parecchie decine.

Il difficile rapporto tra gli Alleati e i partigiani Il rapporto tra gli Alleati e le forze della Resistenza fu particolarmente tormentato. I generali americani e inglesi non intendevano collaborare con le brigate partigiane: non pensavano fossero molto importanti dal punto di vista militare e inoltre il fronte italiano era considerato un semplice diversivo in vista dell’attacco decisivo alla Germania, che sarebbe stato lanciato con lo sbarco in Normandia del giugno del 1944. Inoltre non era un mistero per nessuno che per i comunisti delle Brigate Garibaldi, preponderanti in Emilia-Romagna e in Toscana, la cacciata dei nazisti era intesa solo come il primo passo verso una successiva rivoluzione socialista che avrebbe trasformato l’Italia in un paese a regime comunista alleato dell’Unione Sovietica. Per questo gli anglo-americani guardavano a loro come a dei potenziali futuri nemici.


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Alfredo Pizzoni e il rapporto con gli Alleati Tuttavia, nel dicembre 1944 i membri del CLNAI riuscirono a convincere gli americani che fosse importante sostenere la Resistenza. Questo fu reso possibile soprattutto grazie all’operato di Alfredo Pizzoni, allora presidente del Comitato, e Raffaele Cadorna, comandante in capo e coordinatore di tutte le brigate partigiane. Si trattava di due esponenti moderati, che non appartenevano a nessun partito e che partecipavano alla lotta di liberazione vedendo in essa semplicemente un modo per ridare dignità al paese. I comandi alleati si fidarono di loro ed elargirono perciò una forte somma di denaro al CLN, grazie alla quale la lotta di resistenza poté essere portata a termine con successo. In alcune zone liberate nascono le repubbliche partigiane Le operazioni militari procedettero piuttosto velocemente, nonostante le difficoltà incontrate dagli Alleati nei primi mesi. Dopo lo sfondamento della Linea Gustav (18 maggio 1944), l’avanzata proseguì più spedita: Roma e Firenze furono liberate nel giugno del 1944 e l’avanzata dell’esercito angloamericano fece sperare in una rapida conclusione del conflitto. I partigiani ingrossarono le loro fila e in alcuni casi riuscirono a liberare da soli alcune zone del Nord Italia: è il caso della Val d’Ossola, di Alba e di Montefiorino. Qui vennero instaurate delle repubbliche autonome, nelle quali si sperimentarono per la prima volta quei sistemi di governo democratico che avrebbero plasmato la vita del nostro paese nel dopoguerra. Di particolare rilievo, sia per l’estensione del territorio che riuscì a controllare sia per le novità positive che caratterizzarono la sua pur breve azione di governo, fu il caso della Repubblica Ossolana.

Perché furono importanti le repubbliche partigiane?

Gli Alleati sfondano la Linea Gotica. La fine di Mussolini Tuttavia, gli Alleati incontrarono più difficoltà del previsto, tanto che nel tardo autunno del 1944 furono costretti ad arrestarsi di fronte alla Linea Gotica, una nuova linea difensiva costituita dai tedeschi tra La Spezia e Rimini. L’offensiva riprese nella primavera successiva e fu, questa volta, coronata dal successo: le linee tedesche furono sfondate ad aprile e l’esercito nazista batté in ritirata. Tra il 25 e il 28 aprile 1945 furono liberate Milano, Brescia, Genova, Torino e Verona. La guerra si era ormai conclusa anche nel Nord Italia. Mussolini, dopo essersi recato a Milano, tentò di fuggire nascosto tra i soldati di un’autocolonna tedesca diretta in Svizzera ma, scoperto e arrestato dai partigiani nei pressi di Dongo (Como), venne fucilato senza processo insieme ai suoi fedelissimi gerarchi e all’amante Claretta Petacci che aveva deciso di seguirlo fino alla fine. I loro corpi furono poi riportati a Milano ed esposti allo scherno della folla in Piazzale Loreto.

Perché nell’inverno del 1944 l’avanzata alleata si bloccò?


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La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana

Perché dopo la liberazione in alcune zone del paese si scatenò la rappresaglia dei partigiani comunisti?

Pulizia etnica Insieme di azioni aventi lo scopo di eliminare dal territorio di uno stato tutti gli abitanti appartenenti ad un particolare gruppo etnico. Questa eliminazione può venire effettuata in due modi: attraverso l’espulsione degli indesiderati oppure, nel peggiore dei casi, attraverso la loro eliminazione fisica.

Perché nelle aree dell’Istria e della Dalmazia si scatenò la pulizia etnica nei confronti degli italiani?

I mesi dell’odio e della vendetta In buona parte del paese, soprattutto nelle aree della bassa Pianura Padana e dell’Emilia Romagna, si scatenarono per alcuni mesi rappresaglie e ritorsioni da parte dei partigiani comunisti nei confronti non solo di ex fascisti, ma anche di loro parenti, spesso innocenti, e di personalità che pure non avevano aderito al fascismo, ma che erano viste come potenziali ostacoli ad una futura presa del potere da parte comunista. Centinaia di ex fascisti, ma anche di proprietari terrieri, imprenditori, preti, esponenti cattolici e di partiti moderati furono assassinati in maniera proditoria e non di rado i loro cadaveri vennero fatti sparire per sempre. Questo clima di violenza fu favorito anche dalla mancanza di una autorità efficiente e organizzata capace di prendere in mano la situazione dell’ordine pubblico mentre gli anglo-americani esercitavano un controllo alquanto blando sul territorio. La tragedia delle foibe Un caso particolare fu quello di Trieste e delle aree dell’Istria e della Dalmazia. Qui giunsero infatti, prima ancora degli Alleati, nel maggio del ’45, i partigiani comunisti jugoslavi guidati dal maresciallo Tito. Costui aveva progettato di annettere questi territori alla Jugoslavia e pertanto i suoi uomini, spesso coadiuvati da partigiani comunisti italiani, attuarono una politica di sistematica aggressione e violenza non solo nei confronti di ex fascisti, che pure durante l’occupazione della Jugoslavia si erano macchiati a loro volta di orrendi crimini, ma anche di ex partigiani di altro orientamento, funzionari dell’amministrazione pubblica, carabinieri ed altri esponenti di spicco della comunità italiana, nell’intento di spingere quanti più italiani possibile a lasciare il territorio. Le vittime di questa vera e propria “pulizia etnica” furono, a detta degli storici, fra i 20.000 e i 35.000. Molti vennero fatti scomparire nelle foibe, delle profonde cavità che costellavano il suolo dell’altopiano carsico. Conclusosi il secondo conflitto mondiale, nel contesto della guerra fredda subito sopraggiunta e di cui parleremo più avanti, la tragedia delle foibe restò a lungo largamente ignorata dall’Italia ufficiale. E così pure i drammi, le sopraffazioni e le violenze che accompagnarono l’esodo degli italiani che abitavano i territori istriani e dalmati ceduti alla Jugoslavia in seguito al trattato di pace. Un bilancio finale della Resistenza Nel corso degli anni, gli storici si sono a lungo interrogati sul significato del fenomeno della Resistenza e sul ruolo da essa avuto nella storia recente d’Italia. Da una parte, essa ebbe una funzione senza dubbio positiva: dimostrò, anche presso gli Alleati, che l’Italia intendeva liberarsi dai


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vent’anni di dittatura fascista, per avviarsi sulla strada della democrazia. Diede modo a molte persone di riscoprire l’amor di patria dopo le umiliazioni della guerra e la tragedia dell’8 settembre. Formò una nuova classe politica di alto livello che poi saprà portare avanti la ricostruzione del paese e ricondurre l’Italia a godere del pieno rispetto e della dignità sul piano internazionale. Dall’altra parte, però, il suo contributo militare fu piuttosto scarso: nonostante il coraggio e la tenacia dimostrate, i partigiani non sarebbero mai riusciti a sconfiggere i tedeschi senza l’apporto degli anglo-americani. Occorre dire, inoltre, che la maggior parte della popolazione stremata dalla guerra e da vent’anni di dittatura, si tenne in disparte e preferì non esporsi nel conflitto: se al termine della guerra i partigiani erano divenuti circa 250.000, questo numero rappresentava comunque una percentuale molto bassa rispetto alla totalità degli italiani. Da ultimo va rilevato come non tutte le forze combattenti avessero a cuore soltanto la liberazione del paese. Il comportamento di molti partigiani comunisti subito dopo la guerra dimostra come il loro intento fosse diverso: non solo sconfiggere il nazifascismo, ma anche eliminare tutti coloro che essi ritenevano “nemici di classe”, in vista di una trasformazione dell’Italia in uno stato comunista.

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Il penoso riconoscimento dei cadaveri recuperati dalla foiba di Vines, presso Albona d’Istria negli ultimi mesi del ‘43

Perché la Resistenza ebbe una funzione positiva?


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La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana

3 · La difficile ricostruzione del paese e i primi passi della democrazia I problemi dell’Italia al termine della guerra Al termine della guerra, i problemi dell’Italia erano molti. Oltre alle numerose vittime causate dal conflitto, la situazione economica e sociale era disastrosa, i bombardamenti avevano provocato danni massicci agli edifici, alle fabbriche e alle vie di comunicazione. C’era dunque l’esigenza di ricostruire le infrastrutture e di far ripartire l’economia, mentre l’inflazione era galoppante, la disoccupazione aumentava e il malcontento sociale era forte, sia nelle città che nelle campagne. Al sud la terra era ancora nelle mani dei grandi latifondisti e i contadini ne reclamavano la redistribuzione attraverso scioperi e manifestazioni. Nelle campagne del nord la situazione non era meno tesa, dato che i braccianti desideravano migliori condizioni di lavoro. In breve tempo si ricostituirono così quelle leghe e quelle cooperative agricole che erano state attivissime nel primo dopoguerra e che in seguito il fascismo aveva soppresso. Nei principali centri urbani, poi, gli operai organizzarono una serie di agitazioni, rese potenzialmente esplosive dalla larga presenza dei comunisti. Riprende la vita politica con la formazione di un governo di “unità nazionale” Nel frattempo l’Italia rimaneva occupata dall’esercito angloamericano, che cercava di garantire un passaggio non traumatico dal fascismo alla democrazia. I partiti che avevano composto il CLN e guidato la Resistenza si unirono in un governo di “unità nazionale”, col compito di condurre il paese fino alle prime elezioni. Esso venne guidato da Ferruccio Parri (esponente del Partito d’Azione) ed era composto dai membri di tutte le principali forze politiche allora attive: Democrazia Cristiana (DC), Partito Comunista (PCI), Partito Socialista (PSI), Partito d’Azione (Pd’Az), Partito Liberale (PLI) e Partito Repubblicano (PRI). Nel novembre 1945 Parri, ritenuto troppo legato alle componenti di sinistra della Resistenza, fu sostituito da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia Cristiana. A seguito del referendum istituzionale l’Italia diventa una repubblica Il 2 giugno 1946 si tenne un referendum per decidere se l’Italia sarebbe dovuta rimanere una monarchia oppure diventare una repubblica; in tale occasione gli italiani votarono anche per eleggere l’Assemblea Costituente che avrebbe dato al paese una nuova costituzione. L’affluenza alle urne fu altissima e per la prima volta il voto fu concesso anche alle donne. Il referendum venne vinto dalla repubblica, che ottenne circa due milioni di voti in più della monarchia (12 mi-


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lioni contro 10). Non si trattò di una vittoria schiacciante e, soprattutto, si manifestò una forte divisione tra un Nord a maggioranza repubblicana e un Sud a maggioranza monarchica. Oltre che da un divario economico, le due parti del paese erano separate anche dalla politica: il Nord aveva partecipato attivamente alla Resistenza, mentre il Sud, liberato subito dagli Alleati, sembrava mostrarsi più restio ai cambiamenti. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente la Democrazia Cristiana conquistò la maggioranza relativa: il partito di De Gasperi ottenne infatti il 35% dei voti e 207 seggi. Subito dopo si piazzarono il Partito Socialista (col 21% dei voti e 115 seggi) e il Partito Comunista (col 19% e 104 seggi). Risultava chiaro che, in caso di un’eventuale alleanza futura, i due partiti di sinistra avrebbero avuto una netta maggioranza.

Il popolo italiano partecipa per la prima volta alla vita politica del paese Al di là dei risultati, le elezioni del 2 giugno rappresentarono un momento storico: per la prima volta a partire dal Risorgimento, infatti, tutti gli italiani erano chiamati in prima persona a partecipare alla vita politica del paese. Il trionfo dei partiti di massa, sentiti come più vicini alle esigenze della gente comune, ne era una chiara dimostrazione.

La scheda per il voto al referendum popolare del 2 giugno 1946 per la scelta tra repubblica e monarchia

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La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana

Perché le votazioni per il referendum del 2 giugno 1946 furono importantissime per l’Italia?

Da questo momento, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista divennero le due forze più popolari. I liberali, che avevano guidato l’Italia per più di un secolo, furono clamorosamente bocciati dalle urne (segno che gli italiani non si erano mai identificati con loro) e da allora in avanti occuperanno una posizione molto marginale. Anche il re, simbolo principale della vecchia nazione, fu costretto a uscire di scena: egli pagò caro il suo coinvolgimento col fascismo. Umberto II (che dal maggio 1946 aveva sostituito il padre Vittorio Emanuele III) fu costretto ad abbandonare il paese. Come primo presidente provvisorio della neonata repubblica fu scelto il napoletano Enrico De Nicola, stimato uomo politico di sentimenti liberali. I presidenti della Repubblica Italiana Nome

Data di elezione

Partito politico di appartenenza

Enrico De Nicola

28 giugno 1946 provvisorio

Partito Liberale Italiano

Luigi Einaudi

11 maggio 1948

Partito Liberale Italiano

Giovanni Gronchi

29 aprile 1955

Democrazia Cristiana

Antonio Segni

6 maggio 1962

Democrazia Cristiana

Giuseppe Saragat

28 dicembre 1964

Partito Socialista Democratico Italiano

Giovanni Leone

24 dicembre 1971

Democrazia Cristiana

Sandro Pertini

8 luglio 1978

Partito Socialista Italiano

Francesco Cossiga

24 giugno 1985

Democrazia Cristiana

Oscar Luigi Scalfaro

25 maggio 1992

Democrazia Cristiana

Carlo Azeglio Ciampi

13 maggio 1999

Giorgio Napolitano

15 maggio 2006 rinnovato il 22 aprile 2013

Democratici di Sinistra

Sergio Mattarella

31 gennaio 2015

Partito Democratico

La difficile collaborazione tra democristiani e comunisti Nel frattempo, mentre l’Assemblea Costituente scriveva la nuova carta costituzionale, la vita politica continuava il suo corso. Il nostro paese ricevette gli aiuti americani del Piano Marshall, di cui parleremo nel prossimo capitolo, e, anche grazie a questo, l’economia poté cominciare a riprendersi. Tuttavia i contrasti tra comunisti e democristiani si inasprirono sempre più: i due partiti erano divisi da forti appartenenze ideologiche e non avevano la stessa idea su come il paese avrebbe dovuto essere organizzato. Inoltre la rivalità internazionale tra Stati Uniti e Unione Sovietica era ormai un dato reale e questo finiva per influenzare anche la vita politica del nostro paese; gli americani era-


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no molto preoccupati dei legami tra il PCI, guidato da Palmiro Togliatti, e Stalin e non persero l’occasione di manifestare queste preoccupazioni a De Gasperi, durante una sua visita a Washington. Nel maggio del 1947 egli decise perciò di espellere socialisti e comunisti dal governo di unità nazionale da lui presieduto. Non ci sono le prove che questo sia avvenuto a seguito delle pressioni statunitensi. Era piuttosto la dimostrazione che DC e PCI incarnavano due visioni del mondo talmente diverse e che la collaborazione tra loro si stava rivelando praticamente impossibile.

La Costituzione della Repubblica Italiana L’Assemblea Costituente terminò frattanto i suoi lavori e finalmente, il 1 gennaio 1948, entrò in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana. Essa sostituiva lo Statuto Albertino, promulgato da Carlo Alberto nel 1848 e successivamente fatto cadere in disuso da Mussolini. La nuova carta trasformava l’Italia in una repubblica parlamentare nella quale cioè il governo è eletto dal parlamento ed è responsabile di fronte ad esso. Nella nuova costituzione: – il potere legislativo è affidato a un parlamento composto da due camere (Senato e Camera dei Deputati), aventi la stessa importanza e le stesse funzioni. I membri del parlamento sono eletti dal popolo, tramite suffragio universale;

Il presidente del consiglio, Alcide De Gasperi, firma la Costituzione Italiana Al suo fianco Enrico De Nicola, capo provvisorio dello stato.

Perché i contrasti tra comunisti e democristiani si inasprirono?

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– il potere esecutivo spetta a un governo composto da vari ministri e presieduto dal presidente del consiglio. Sopra di lui c’è il presidente della repubblica, la massima carica dello stato, che è eletto dal parlamento ogni sette anni; – il potere giudiziario è affidato alla magistratura, che ha così garanzia di indipendenza rispetto agli altri due poteri.

Perché si parla di compromesso tra cattolici e comunisti a proposito della costituzione?

Un documento basato sul compromesso tra cattolici e comunisti L’elaborazione del documento fu particolarmente difficile a causa delle continue divergenze tra gli esponenti democristiani e quelli socialisti e comunisti. In particolare fu difficile l’accordo sull’articolo 7, che indicava come i rapporti tra Stato e Chiesa fossero regolati dai Patti Lateranensi. I comunisti si opposero duramente, poiché questo documento era stato firmato sotto il regime fascista. Tuttavia, dopo settimane infuocate di dibattito, essi furono costretti a cedere. Dall’altra parte il partito di Togliatti fece sentire il proprio peso nell’articolo 1, nel quale si afferma che «l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro», una formulazione che richiama abbastanza esplicitamente il linguaggio marxista. Le libertà politiche e civili dei cittadini furono comunque riconosciute all’unanimità e, per opporsi al rigido centralismo liberale e fascista, furono istituite le regioni, dotate di competenze e autonomie particolari. A seguito di numerosi rallentamenti, tuttavia, questa importante riforma avrebbe avuto attuazione solamente nel 1970. Le elezioni politiche del 18 aprile 1948 Il 18 aprile del 1948 si tennero le prime elezioni politiche per decidere la composizione del nuovo parlamento italiano. La campagna elettorale fu incredibilmente partecipata, dato che la posta in gioco era altissima: la vittoria della Democrazia Cristiana avrebbe infatti garantito l’entrata definitiva dell’Italia nel blocco delle potenze occidentali. Al contrario, l’affermazione delle forze social-comuniste avrebbe potuto aprire scenari inquietanti, non solo perché nel loro programma politico non c’era spazio per la libertà e la democrazia ma anche perché l’Unione Sovietica avrebbe potuto così rivendicare l’inclusione del nostro paese nella sua area di influenza, cosa che gli anglo-americani sarebbero stati pronti a impedire anche a viva forza. Proprio per questo, la Chiesa, con l’aiuto di speciali Comitati Civici istituiti per l’occasione, si impegnò a fondo per convincere gli italiani che votando il partito di De Gasperi avrebbero garantito un futuro di pace e democrazia per il paese. La propaganda comunista non fu meno energica, volta a presentare la Democrazia Cristiana come strumento al servizio degli Stati Uniti e dichiarando che solo il Partito Comunista avrebbe potuto portare sicurezza alla nazione. Alla fine, contro ogni aspettativa il risultato delle urne fu larga-


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mente favorevole alle forze moderate: la DC vinse largamente con il 48,5% dei voti, mentre il Fronte Popolare (una sigla che raggruppava comunisti e socialisti) guadagnò solo il 31%.

La vittoria della democrazia Il voto del 18 aprile dimostrò che gli italiani, a dispetto di tutte le divisioni che potevano esserci al loro interno, si erano fidati degli aiuti del Piano Marshall e degli sforzi che il governo aveva fatto per ricostruire il paese. Il Cattolicesimo si rivelò un fattore decisivo per il futuro della società italiana mentre il comunismo, nonostante la grande popolarità dei partigiani e i vasti consensi ottenuti nei centri industriali del nord, rimaneva decisamente in secondo piano. Gli Stati Uniti furono soddisfatti del responso popolare: nei mesi precedenti le elezioni il presidente Truman si era dimostrato molto preoccupato di ciò che sarebbe potuto accadere in caso di vittoria del Fronte Popolare e alcuni piani di invasione della penisola erano stati preparati qualora questa eventualità si fosse verificata. Per fortuna non ci fu bisogno di arrivare a tanto. L’anno successivo il parlamento italiano votò a larga maggioranza l’ingresso nella NATO, allora più nota col nome di Patto Atlantico. Il nostro paese diveniva così parte effettiva dello schieramento democratico occidentale.

Passanti osservano un attacchino al lavoro su una parete tappezzata di manifesti elettorali di diversi partiti Italia, 1953 Nell’Italia di allora, dove non era ancora giunta la televisione, i manifesti affissi sui muri erano il principale strumento pubblico di comunicazione visiva.

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METTIAMO A FUOCO

L’altra Resistenza: il salvataggio in massa degli ebrei italiani e l’aiuto ai militari sbandati dopo l’8 settembre Grazie a un moto di solidarietà popolare diffusa, che trovò l’attivo sostegno della Chiesa, oltre l’83 per cento dei circa 44.500 ebrei che vivevano in Italia sfuggì alla deportazione verso i campi di sterminio. Per analoghi motivi sfuggì pure alla cattura la gran parte dei militari sbandatisi dopo l’8 settembre. Furono questi gli esiti di una “resistenza civile” (diversa ma non meno importante di quella militare) mossa da quei valori imprescindibili di umanità e fratellanza in cui ogni autentica democrazia dovrebbe trovare il proprio fondamento. L’opposizione al nazifascismo tra il 1943 e il 1945 non fu solo dunque una prerogativa delle bande armate partigiane. A questa si aggiunse la spontanea mobilitazione di quelle migliaia di famiglie, soprattutto contadine, che si schierarono di fatto e con grandi sacrifici e rischi personali dalla parte della democrazia con gesti di concreta solidarietà verso ebrei in fuga, partigiani feriti, militari sbandati alla ricerca di cibo e di abiti civili, soldati alleati fuggiti dalle prigioni tedesche. «Per i contadini la Resistenza – scrive lo storico Pietro Calamandrei – si presentò da principio come un’opera di carità, di ospitalità, di fratellanza. Giungevano da tutte le parti attraverso le campagne i prigionieri fuggiaschi, inseguiti come selvaggina dalla polizia fascista: arrivavano i giovani ribelli che si rifiutavano di piegarsi al servizio degli invasori. Bussavano alle porte dei casolari. Quelle umili porte si aprivano in silenzio; i fuggiaschi trovavano in ogni catapecchia un pane e un letto. Obbedivano in questo modo, i contadini, ad un’antica tradizione di ospitalità, di dovere di asilo verso il fuggitivo, al sentimento di carità cri-

stiana che ordina di dare alloggio ai pellegrini». In questo modo, quelle classi popolari che erano rimaste escluse dalla vita dello stato sin dall’unità, ritrovarono, in questa loro presa di posizione, il ruolo importante che spettava loro. Questi sentimenti, esito di secoli di suo insegnamento, non potevano che trovare conferma e sostegno nella Chiesa. Memorabile tra gli altri fu il ruolo del cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, che si adoperò in molti modi per prestare assistenza alla popolazione, duramente colpita dai bombardamenti e dall’occupazione tedesca. Con l’avvicinarsi degli Alleati, Schuster ebbe gesti di umanità e compassione anche nei confronti dei fascisti in fuga, che in alcuni casi vennero ospitati all’interno del Palazzo Arcivescovile. Tra questi, lo stesso Mussolini, che il religioso cercò invano di convincere a consegnarsi agli americani. Anche il clero svolse un’opera importante in questo senso: i sacerdoti rimasero costantemente a fianco della popolazione, mentre alcuni si impegnarono nelle brigate partigiane in qualità di cappellani militari. Tra questi merita in particolare di venire ricordato il sacerdote milanese don Giovanni Barbareschi, fondatore del giornale clandestino Il Ribelle. Egli affermava come l’atteggiamento comune alle varie forme di resistenza dovesse essere «anzitutto una ribellione morale, la scelta consapevole dell’umano contro il disumano». Per questo venne anche arrestato dai nazisti e rinchiuso a San Vittore da dove venne successivamente liberato per intervento dello stesso cardinale Schuster.

La testata di uno dei più famosi fogli partigiani.


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PARTIAMO DALLE FONTI

Le lettere dei condannati a morte della Resistenza Una commovente e significativa testimonianza della Resistenza ci viene dalle lettere che molti partigiani catturati scrissero dal carcere ai loro famigliari, poco prima di essere messi a morte. In queste lettere, oltre ai sentimenti di affetto per i propri cari ed al racconto dei drammatici momenti che stavano vivendo (l’arresto, gli interrogatori, le torture, l’attesa del supplizio), vi è la testimonianza chiara dei valori e degli ideali per cui essi avevano combattuto e si apprestavano ad affrontare la morte. Ciò che colpisce in molte di queste testimonianze è l’assenza di sentimenti di odio e di vendetta verso i nemici mentre, al contrario, emergono sentimenti di serena rassegnazione e di fiducia nel futuro. Presentiamo alcuni estratti di queste lettere, talvolta sgrammaticati (molti di loro erano persone semplici, operai o contadini, non certo letterati) ma ricchi di profondi insegnamenti umani. «Il giorno 27 fui preso e portato a Vercelli in prigione dove passai senza interrogazione. Il mattino del 29 fui chiamato davanti a tutti i fascisti di Vercelli. Io non ho risposto mai alle loro domande. Il giorno 31 mi fu fatto la prima tortura ed è questo mi hanno strappato le ciglia e le sopraciglia. Il giorno 1 la seconda tortura “mi hanno strappato le unghie, le unghie delle mani e dei piedi”. Il giorno 2 la terza tortura “mi hanno messi ai piedi delle candele accese ed io mi trovai legato su una sedia mi sono venuti tutti i capelli grigi ma non ho parlato ed è passato”. Il giorno 4 fui portato in una sala dove c’era un tavolo sul quale mi hanno teso in un laccio al collo per dieci minuti la corrente e fui portato per tre giorni fino al giorno 6 alla sera alle ore 5 mi dissero quella tremenda condanna e mi feci vedere molto orgoglioso ma quando fui portato in quella tremenda cella di nuovo mi inginocchiai e mi misi a piangere». Antonio Fossati, fucilato a Vercelli. Di lui non si hanno altre notizie.

«Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto… Accetto con rassegnazione il suo volere. L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite. E voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostrui­re una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». Giancarlo Puecher, milanese, fucilato appena ventenne. È medaglia d’oro al valor militare. «Ai miei cari figli. Amatevi l’un l’altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il miglior ornamento di chi vive. Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli». Pietro Benedetti, abruzzese, fucilato a Roma, all’età di 41 anni.


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VISITIAMO I LUOGHI DELLA STORIA

La Risiera di San Sabba: l’unico campo di sterminio nazista in Italia Dopo l’8 settembre e la costituzione della Repubblica Sociale Italiana i territori della Venezia Giulia, con le province di Udine, Trieste, Gorizia, Fiume, finirono sotto l’amministrazione diretta dei tedeschi, che in un sobborgo di Trieste, denominato San Sabba, realizzarono quello che fu l’unico campo di sterminio sul territorio italiano. Per fare ciò si servirono di una antica fabbrica per la lavorazione del riso (da cui il nome di risiera) che trasformarono in un vero e proprio lager. Da qui inizialmente passavano i prigionieri (partigiani, avversari politici e soprattutto ebrei) destinati ad essere avviati ai campi di sterminio in Germania e Polonia; in un secondo momento il campo venne utilizzato per la detenzione e l’eliminazione dei prigionieri e come deposito per i beni razziati agli ebrei e alle popolazioni civili dei villaggi dell’Istria e del Carso. Il campo possedeva tutte le caratteristiche dei lager nazisti. Distribuito su due cortili presentava all’ingresso una cella detta “della morte” in cui erano detenuti i prigionieri destinati ad essere eliminati nel giro di poche ore. Più avanti diciassette minuscole celle (le prime due adibite a sale di tortura) in cui venivano rinchiusi, fino a sei per cella, i detenuti in attesa di giudizio. Sopra di esse vi erano locali adibiti a sartoria e calzoleria dove lavoravano i prigionieri. In un altro edificio erano rinchiusi in grandi camerate i prigionieri ebrei (ma anche civili italiani, donne e bambini) destinati alla deportazione. Nel secondo cortile vi era l’edificio utilizzato per l’eliminazione dei prigionieri con il forno crematorio per la distruzione dei cadaveri, forno realizzato nell’aprile del ’44 dalla trasformazione del precedente impianto di essiccamento del riso. Per l’uccisione dei prigionieri venivano utilizzati vari mezzi, dalla fucilazione all’asfissia a mezzo di gas in particolari automezzi adibiti a tale scopo, al colpo di mazza inferto sulla nuca (una di queste mazze è stata ritrovata tra i resti dell’edificio). Non era infrequente che prigionieri moribondi venissero messi nel forno ancora vivi ma le loro grida disperate venivano coperte dai latrati dei cani, dal fragore dei motori

o dal suono delle musiche diffuse appositamente. Del forno e della ciminiera non rimane più nulla in quanto furono distrutti dai tedeschi in fuga, dopo la sconfitta. Un edificio a sei piani, ora adibito a museo, era invece allora l’alloggiamento delle guardie, non solo tedesche, ma anche ucraine e fasciste. Si calcola che il numero dei prigionieri transitati nel campo superasse le 25.000 persone mentre le vittime furono circa 5.000. Attualmente la Risiera, dichiarata monumento nazionale nel 1965, ospita un museo che testimonia a tutti i visitatori le atrocità della violenza nazifascista. Veduta della ex Risiera di San Sabba, trasformata in campo di prigionia e di sterminio durante la guerra, sotto il diretto controllo nazista Si notano il profilo del forno crematorio, fatto saltare dai nazisti prima della ritirata, e la traccia della canna fumaria.


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METTIAMO A FUOCO

L’importanza dei Comitati Civici Una mobilitazione capillare Al successo democristiano alle elezioni del 18 aprile 1948 un contributo molto importante venne dall’azione dei Comitati Civici. Questi particolari organismi furono fondati l’8 febbraio, appena due mesi prima della data del voto, su iniziativa di Luigi Gedda, presidente degli uomini dell’Azione Cattolica. Gedda (1902-2000), medico di successo e personaggio di spicco del Cattolicesimo italiano, si era reso conto che il Partito Comunista disponeva di un’organizzazione di propaganda consistente e capillare, perfettamente radicata sul territorio. La Democrazia Cristiana, che era un partito nato da poco, non aveva nulla di tutto questo e non avrebbe dunque potuto competere nella dura campagna elettorale che sarebbe iniziata a breve. Ebbe così l’idea di creare dei comitati, composti soprattutto da membri dell’Azione Cattolica, e organizzati mediante un sistema gerarchico, facente riferimento alle diocesi e alle parrocchie, in modo tale che ve ne fosse almeno uno in ogni città o paese d’Italia. Nell’arco della campagna elettorale, questi comitati si proposero di sensibilizzare la popolazione sull’importanza della posta in gioco, organizzando comizi, manifestazioni culturali, e proiettando film di ispirazione religiosa (tra questi, l’allora famosissimo Pastor Angelicus, dedicato alla vita di Pio XII). Nel giorno del voto, i volontari si mobilitarono poi per portare alle urne gli anziani e i malati, impossibilitati a farlo da soli. Un ruolo decisivo nell’affermazione della Democrazia Cristiana Nel giro di poche settimane Gedda e i suoi collaboratori riuscirono a fondare più di diciottomila Comitati Civici, creando così una macchina elettorale paragonabile per dimensioni e organizzazione a quella degli stessi comunisti, che fino ad allora erano sempre stati ritenuti insuperabili in questo campo. Questo suo successo gli guadagnò l’ovvia ostilità di tutti gli intellettuali e di tutta la stampa vicini al Partito Comunista, che costruirono attorno a Gedda e ai suoi Comitati una vera e propria “leggenda nera” fatta di insulti e calunnie. Grazie a tale mobilitazione, però, la maggior parte

degli elettori che aveva a cuore i valori di libertà e di democrazia comprese che con il voto del 18 aprile si sarebbe decisa non solo la composizione del parlamento, ma anche il futuro del paese in generale. Questo grande elettorato scelse allora di votare in massa per il partito di De Gasperi, che ottenne un successo senza precedenti e che mai più si sarebbe ripetuto, guadagnando addirittura cinque milioni di voti in più rispetto al 2 giugno 1946. Negli anni successivi, l’organizzazione creata da Gedda rimase attiva, incontrando la gente in occasione delle elezioni, ma anche di particolari momenti storici, come la rivoluzione ungherese del 1956, quella di Praga del 1968 o i referendum popolari promossi contro la legalizzazione del divorzio e dell’aborto. Tuttavia, l’exploit di quel primo appuntamento non venne più ripetuto. Col tempo la Democrazia Cristiana cercherà sempre di più un’intesa col Partito Socialista e le battaglie dei Comitati Civici saranno guardate come dannose e superflue. La stessa figura di Gedda è oggi poco conosciuta; nonostante questo, però, egli si può annoverare senza dubbio tra i protagonisti della nostra storia repubblicana.

Luigi Gedda con Pio XII


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PROTAGONISTI

Giovannino Guareschi, il padre di don Camillo e Peppone Tra le voci più appassionate che hanno descritto l’Italia del secondo dopoguerra, bisogna senza dubbio ricordare quella di Giovannino Guareschi, scrittore, giornalista satirico e abile vignettista, nato a Fontanelle, in provincia di Parma, nel 1908. Militare nella Seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio dell’8 settembre fu fatto prigioniero dai tedeschi e condotto in Germania. Qui gli venne offerta la possibilità di tornare in libertà, a patto che si schierasse a fianco della Repubblica di Salò ma egli, fedele alla sua fede cattolica e monarchica, rifiutò. Rimase così in carcere fino alla fine del conflitto e da questa esperienza ricavò in seguito Diario clandestino, una raccolta di appunti e riflessioni redatti durante la prigionia. Si tratta di una delle testimonianze più toccanti riguardanti la guerra: in esso è descritta l’esperienza di uomini che, testimoniando una grandezza d’animo irriducibile ad ogni ideologia e nonostante la loro drammatica condizione, non si abbattevano e cercavano di condurre un’esistenza dignitosa, senza manifestare odio o rancore nei confronti di nessuno, neanche del nemico.

La partecipazione alla campagna elettorale del ‘48 Liberato nella primavera del 1945, tornerà al suo lavoro di giornalista satirico fondando, alla fine di quello stesso anno, il settimanale Candido, di cui sarà direttore fino al 1957. Fu proprio dalle pagine di questa rivista che Guareschi svolse un ruolo fondamentale nell’accesa campagna elettorale per le elezioni politiche del 1948. Col suo stile ironico e per nulla astioso, egli mise a nudo gli aspetti negativi dell’ideologia comunista e la minaccia per la libertà che essa rappresentava, e mostrò come il voto alla Democrazia Cristiana rispondesse maggiormente al cuore del popolo italiano, che era ancora profondamente cattolico. A tale scopo realizzò celebri vignette che ebbero una parte importantissima nella scelta che gli italiani fecero il 18 aprile. Nella più famosa di queste, un elettore si trova all’interno della cabina, mentre una voce immaginaria ammonisce che “Dio ti vede, Stalin no”. Ciononostante, egli non si schierò mai incon-

Don Camillo e Peppone, interpretati dagli attori Fernandel e Gino Cervi, in uno dei film ispirati ai celebri romanzi di Guareschi

dizionatamente con la Democrazia Cristiana, che anzi considerò sempre con sguardo critico. Subì anche una condanna al carcere per diffamazione del leader democristiano Alcide De Gasperi.

La saga di don Camillo e Peppone Ma il suo più grande successo fu senza dubbio la saga di don Camillo e Peppone raccontata prima sulle pagine del Candido e poi in molti volumi. Don Camillo, parroco di un piccolo paese nella Bassa Emiliana, e Peppone, sindaco del medesimo paese, di convinta fede comunista, si scontrano continuamente in questi racconti, dando vita ad episodi divertentissimi e talora anche commoventi, ma nonostante le differenze di vedute e la rivalità politica, essi sono in fondo amici, perché legati da un profondo sentimento di appartenenza al proprio paese e alla propria terra. Fanno infatti entrambi parte di una solida tradizione che è ancora legata al Cristianesimo e che alla fine si dimostrerà più forte di qualsiasi divisione ideologica e partitica. La saga di don Camillo e Peppone ebbe l’enorme merito di mostrare la vera essenza dell’Italia, il lato positivo del suo popolo, in un’epoca in cui le contrapposizioni politiche e gli odi ideologici sembravano essere l’unica chiave interpretativa del mondo nato dal secondo dopoguerra.


CAPITOLO 12

Raccontiamo in breve

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versione audio on line e nell’app

1. Il 25 luglio 1943 Mussolini venne deposto e successivamente arrestato; il governo fu affidato al maresciallo Badoglio che avviò con gli Alleati trattative segrete che portarono alla firma dell’armistizio dell’8 settembre. I tedeschi occuparono allora la parte del paese non ancora liberato dagli anglo-americani e il re e Badoglio dovettero fuggire a Brindisi. Mussolini venne liberato dai tedeschi e messo a capo di un nuovo stato fascista repubblicano (RSI), con sede a Salò. L’Italia si trovava così drammaticamente divisa in due. 2. Nacque in questi mesi, nei territori della RSI, la resistenza armata dei partigiani, composti da ex militari dell’esercito italiano, giovani che si rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della RSI e militanti dei partiti antifascisti coordinati dal CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Essi si proponevano di combattere contro i nazifascisti e di preparare il futuro politico dell’Italia dopo la liberazione. A tutti gli effetti, quella che si consumò tra 1943 e 1945 fu una guerra civile, costellata da grande brutalità e da numerosi episodi di violenza, mentre le forze alleate terrorizzavano gli abitanti delle città con bombardamenti aerei. Feroci e brutali furono le azioni dei tedeschi nei confronti della popolazione civile spesso vittima di eccidi e fucilazioni sommarie. 3. L’avanzata degli Alleati verso nord procedette lentamente ma inesorabilmente. Sfondata la Linea Gotica, tra il 25 e il 28 aprile del ’45 furono liberate tutte le principali città del Nord Italia. Mussolini, in fuga verso la Svizzera, fu catturato e fucilato dai partigiani nei pressi di Dongo (Como) assieme all’amante Claretta Petacci. I loro corpi furono poi portati in piazzale Loreto, a Milano, per essere esposti allo scherno della folla. Le violenze e le rappresaglie continuarono anche dopo conclusione della guerra. A Trieste e nelle aree dell’Istria e della Dalmazia, in particolare, i partigiani jugoslavi eliminarono in una sorta di “pulizia etnica” quanti più italiani possibile allo scopo di preparare il terreno all’annessione di questi territori alla Jugoslavia. 4. Al termine della guerra l’Italia era un paese da ricostruire, con gravi problemi economici e sociali, occupato dall’esercito americano e gestito da un governo di “unità nazionale”. Il 2 giugno 1946 attraverso un referendum gli italiani scelsero la repubblica e il nuovo re Umberto II dovette andare in esilio. Si redasse poi la nuova costituzione repubblicana che entrò in vigore il primo gennaio 1948. Con essa l’Italia diventava una repubblica parlamentare. Il 18 aprile dello stesso anno si svolsero le prime elezioni politiche: vinse il partito moderato della Democrazia Cristiana, con un ampio margine su comunisti e socialisti. Con questa votazione l’Italia scelse definitivamente per la democrazia.

la linea del tempo

1 settembre 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra 25 luglio 1943 Mussolini viene destituito: finisce il regime fascista 8 settembre 1943 armistizio con gli Alleati febbraio 1945 conferenza di Yalta 25 aprile 1945 liberazione di Milano, finisce la guerra in Italia 6 agosto 1945 bomba atomica su Hiroshima 2 giugno 1946 referendum monarchia-repubblica 1 gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana 18 aprile 1948 elezioni nelle quali si afferma la Democrazia Cristiana 4 aprile 1949 viene costituita la NATO


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La Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Che cosa accadde il 25 aprile del 1943? 2. Che cosa avvenne a Cefalonia? 3. Chi successe a Badoglio come capo del governo? 4. Chi erano i partigiani? Che cos’era il CLN? 5. Dove avvennero le principali stragi nazifasciste? 6. Che cosa avvenne a Roma il 19 luglio del 1943? 7. Chi erano Alfredo Pizzoni e Raffaele Cadorna? 8. Che cos’era la Linea Gotica? 9. Quale fine fu riservata a Mussolini? 10. Che cos’erano le foibe? 11. Quali forze politiche componevano il governo di unità nazionale formato al termine della guerra? 12. Chi prevalse nelle elezioni del 18 aprile del 1948? 13. Chi era Alcide De Gasperi?

Esercizio 2 · Collega ogni data all’avvenimento più importante ad essa connesso. 25 luglio 1943 8 settembre 1943

Referendum monarchia-repubblica Armistizio con gli Alleati

25 aprile 1945

Mussolini viene destituito: finisce il regime fascista

2 giugno 1946

Liberazione di Milano. Finisce la guerra in Italia

1 gennaio 1948

Elezioni nelle quali si afferma la Democrazia Cristiana

18 aprile 1948

Entra in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana

Esercizio 3 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 a. l’Italia uscì dalla guerra. b. l’Italia uscì dalla guerra ma poi divenne paese cobelligerante con gli Alleati. c. l’Italia rafforzò l’alleanza con la Germania. La Repubblica Sociale Italiana a. si richiamava al fascismo delle origini e assunse un atteggiamento ostile verso la Germania nazista. b. si richiamava al fascismo delle origini, ma fu filomonarchica e alleata dei nazisti. c. si richiamava al fascismo delle origini, antimonarchico, ma fu praticamente uno stato fantoccio nelle mani di Hitler.


CAPITOLO 12

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I partigiani jugoslavi, coadiuvati dai partigiani comunisti, in Istria e Dalmazia a. intendevano eliminare la presenza dei fascisti da questi territori. b. intendevano annettere questi territori alla Jugoslavia e per questo eliminarono molti italiani. c. intendevano vendicare la violenze dei fascisti. Il referendum del 2 giugno 1946 a. vide una schiacciante vittoria della repubblica soprattutto al sud. b. vide la vittoria della repubblica che si affermò al nord mentre al sud prevalse la monarchia. c. vide la vittoria della repubblica in tutto il paese. Con le votazioni del 18 aprile del 1948 e la vittoria della Democrazia Cristiana a. l’Italia aderì definitivamente allo schieramento occidentale evitando i pericoli del comunismo. b. l’Italia riaffermò il ruolo importante del comunismo nella vita democratica. c. l’Italia scelse un governo di unità nazionale. Esercizio 4 · Ricerca notizie su qualche episodio drammatico avvenuto nel territorio dove abiti durante la guerra (scontri armati, rappresaglie, fucilazioni, arresti di ebrei o partigiani). Puoi chiedere notizie alle persone anziane che conosci o fare ricerche presso il tuo Comune. Puoi anche cercare monumenti, lapidi e cippi votivi che ricordano questi episodi. Esercizio 5 · Completa la seguente tabella riassuntiva dell’ordinamento politico-istituzionale dell’Italia come stabilito dalla Costituzione entrata in vigore il 1 gennaio 1948 (puoi condurre anche delle tue ricerche personali). Organismo Parlamento (Senato e Camera dei Deputati)

Governo

Presidente della Repubblica

Magistratura

Funzioni e poteri

Da chi viene eletto

Durata della carica


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CAPITOLO 13

Capitolo 13

materiale integrativo on line e nell’app

Il secondo dopoguerra e la guerra fredda Le due grandi potenze si contendono il mondo Dopo la guerra Stati Uniti e Unione Sovietica, prima alleati, si trovarono schierati su due fronti opposti, col comune progetto di imporre nel mondo la propria supremazia. Ad essi si affiancarono altri paesi fino a costituire due blocchi contrapposti che diedero vita alla “guerra fredda”, un durissimo contrasto, per fortuna mai esploso in scontro militare aperto, che influì pesantemente per parecchi decenni sulla vita dei popoli e degli stati di gran parte del mondo. Netta divisione dell’Europa e in particolare della Germania, creazione della NATO e del Patto di Varsavia, corsa ad armamenti sempre più sofisticati e distruttivi, crisi locali, come quella gravissima scoppiata intorno a Berlino, uso massiccio della propaganda furono le caratteristiche principali di questo scontro. I paesi legati agli Stati Uniti conobbero una rapida ripresa grazie anche agli aiuti del Piano Marshall. Quelli dell’Europa orientale rimasero invece sotto il pesante controllo dell’Unione Sovietica che impedì ogni forma di sviluppo e di progresso. Al di fuori dell’Europa il mondo cominciava a muoversi e nuovi stati si affacciavano sulla scena internazionale: la Cina comunista guidata da Mao Zedong, i paesi dell’Asia e dell’Africa, coinvolti nel processo di decolonizzazione che portò loro l’indipendenza, anche se con risultati inferiori alle aspettative, il nuovo stato d’Israele la cui creazione avrebbe costituito in futuro una delle principali cause di tensione mondiale.

Il checkpoint (“posto di blocco”) Charlie, punto di passaggio dal settore sovietico a quello americano di Berlino, così come era nel 1961, quando a dividere la città venne eretto il famigerato Muro L’immagine è presa dal lato sovietico verso quello americano. Il cartello annuncia nelle tre lingue delle potenze occupanti che si sta entrando nel settore amministrato dagli USA.

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Lo scarico di un pezzo di artiglieria semovente nell’ambito degli aiuti del Piano Marshall alla Francia Porto di Cherbourg, 9 maggio 1952 Il cartello riportato sul mezzo annuncia che si è raggiunto il milione di tonnellate di aiuti anche se va ricordato che il Piano Marshall riguardò non solo gli armamenti, ma innanzitutto prodotti alimentari e macchinari per l’industria.

1 · Il dopoguerra e la difficile ripresa Con il Piano Marshall gli Stati Uniti aiutano la ricostruzione dell’Europa Il nuovo ruolo assunto al termine della Seconda guerra mondiale dava agli Stati Uniti una grande responsabilità nei confronti del continente europeo. Proprio per questo, nell’immediato dopoguerra essi avviarono un consistente piano di aiuti e prestiti ai paesi europei, Germania compresa, noto come Piano Marshall dal nome del segretario di stato americano che lo aveva ideato. Si trattava di un aiuto per un totale di tredici miliardi di dollari che avrebbero consentito ai paesi europei distrutti dalla guerra di ricostruire le loro infrastrutture e rilanciare l’economia, importare materie prime, favorire la crescita dei consumi. I motivi alla base di questo piano furono essenzialmente due. Innanzitutto, per gli Stati Uniti era assolutamente necessario che


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l’Europa si riprendesse, per poter ottenere la restituzione dei prestiti che avevano concesso a molti paesi negli anni precedenti e anche per rinvigorire quello che era il loro maggior mercato di esportazione. In secondo luogo, essi non volevano ripetere l’esperienza del primo dopoguerra quando i vincitori avevano finanziato la propria ricostruzione a spese dei vinti creando così tensioni che avrebbero poi avuto, come abbiamo visto, conseguenze disastrose. Grazie a questa strategia, nel giro di pochissimi anni l’Europa occidentale andò incontro ad una crescita economica senza precedenti, tanto che gli anni Cinquanta e Sessanta furono noti come “the golden age”, l’età dell’oro.

La nascita delle Nazioni Unite Nel giugno 1945 a San Francisco nacque l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Nell’intenzione dei paesi fondatori questo organismo avrebbe dovuto sostituire la Società delle Nazioni, di cui i recenti avvenimenti avevano dimostrato l’inutilità. L’ONU avrebbe avuto il compito di risolvere in maniera pacifica le controversie tra gli stati e di assicurare la democrazia e il rispetto dei diritti di tutti i paesi membri. Ad esso aderirono subito 51 stati, ma molti altri sarebbero entrati negli anni successivi, in seguito agli sviluppi del processo di decolonizzazione di cui parleremo più avanti. Come funziona l’ONU L’ONU si dotò di due organi fondamentali: – l’Assemblea Generale che funziona come un parlamento in cui ciascuno dei paesi membri occupa un seggio. Si riunisce di regola una volta all’anno per discutere delle questioni all’ordine del giorno; – il Consiglio di Sicurezza che è l’organo più importante, perché dotato di maggior potere. Si riunisce ogni qual volta vi sia necessità di risolvere qualche controversia e ne fanno parte quindici stati. Cinque sono membri permanenti: si tratta di Stati Uniti, Unione Sovietica (prima, attualmente la Russia), Francia, Gran Bretagna, Cina che hanno diritto di veto, vale a dire che un loro rifiuto su una misura da prendere ha il potere di bloccarla. I restanti dieci sono eletti di volta in volta e stanno in carica solo per due anni. A questi organi si aggiunge il Segretario generale, che viene scelto solitamente tra i paesi meno importanti, in modo tale da garantire equilibrio tra questi e gli stati più potenti. Inoltre, l’ONU ha creato alcune agenzie internazionali per l’affronto di materie più particolari e di carattere non strettamente politico: le principali sono l’UNICEF, che si occupa dei problemi dell’infanzia nel mondo, l’UNHCR, per i rifugiati politici, la FAO (la cui sede è a Roma), che si occupa di alimentazione e agricoltura, e l’UNESCO che si occupa dell’istruzione e dello sviluppo della cultura.

Perché fu creato il Piano Marshall?

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2 · La divisione del mondo in due blocchi: inizia la guerra fredda

Perché la Conferenza di Yalta fu il primo passo verso la divisione dell’Europa in due blocchi contrapposti?

Si va verso la divisione dell’Europa in due blocchi L’atmosfera di pace e collaborazione che si stava venendo a creare dovette però fare i conti con la crisi dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Le due potenze si erano trovate alleate per necessità, ma era prevedibile che, una volta tornata la pace, non sarebbero state in grado di collaborare a lungo, date la profonde differenze esistenti tra loro. I primi germi di questo contrasto emersero già alla Conferenza di Yalta, nel febbraio 1945. All’epoca i russi stavano avanzando in maniera inarrestabile verso la Germania e avevano appena occupato tutti i paesi dell’Europa orientale (Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria) strappandoli alla Germania nazista. Stalin pretese dunque che quei paesi finissero sotto la sua sfera di influenza. Roosevelt e Churchill non poterono rifiutare, anche perché da mesi l’Unione Sovietica consumava uomini ed energie per opporsi ai tedeschi. Inoltre, essi erano ben decisi a negare a Stalin il controllo della Grecia e l’accesso diretto al Mediterraneo, per cui la cessione alla sfera di influenza sovietica dei territori dell’Europa centrale era una sorta di compensazione di questo. Acconsentirono dunque per tali ragioni alle richieste del dittatore comunista, a patto però che si impegnasse a rispettare la libertà di quei paesi e ad organizzare in ciascuno di essi elezioni libere e democratiche. La Conferenza di Yalta fu perciò il primo passo verso quella divisione dell’Europa in due blocchi che avrebbe segnato in modo drammatico i cinquant’anni successivi. La Conferenza di Potsdam e i primi contrasti sulla divisione della Germania Tra il luglio e l’agosto del 1945 si svolse invece la Conferenza di Potsdam, che ebbe lo scopo di decidere la sorte della Germania sconfitta. Il quadro dei protagonisti era nel frattempo mutato: Roosevelt era morto ad aprile ed era stato sostituito da Harry Truman, mentre in Inghilterra Clement Attlee aveva preso il posto di Winston Churchill, sconfitto alle elezioni. I tre “grandi” decisero di dividere la Germania in quattro zone di occupazione: la parte orientale venne affidata all’Unione Sovietica, quella meridionale agli Stati Uniti, mentre il Nord Ovest fu diviso tra Francia e Gran Bretagna. La stessa sorte toccò alla città di Berlino, anch’essa divisa in quattro parti, e complessivamente governata da un Consiglio alleato di controllo, del quale facevano parte i rappresentanti delle potenze vincitrici. I contrasti iniziarono però immediatamente: i russi, che avevano sostenuto da soli il peso del fronte orientale subendo ingenti per-


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Islanda

Finlandia Norvegia Svezia

Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste

Danimarca Irlanda Gran Bretagna

Rep. Democratica Tedesca

Belgio Lussemburgo

Francia

L'Europa divisa in due dalla “guerra fredda”

Berlino

Paesi Bassi

Rep. Federale Tedesca

Svizzera Italia

Polonia

Cecoslovacchia Austria

Paesi aderenti alla NATO con USA e Canada

Ungheria Romania

Paesi aderenti al Patto di Varsavia

Iugoslavia Bulgaria

Portogallo

Spagna

Albania Grecia

Turchia

dite di uomini e mezzi, chiesero che venisse consegnata loro una grossa fetta delle industrie e delle infrastrutture tedesche e premettero perché la pace avesse un carattere esplicitamente punitivo. Gli americani invece, che si ricordavano perfettamente a quale risultato aveva portato la pace di Versailles, preferivano adottare un atteggiamento più conciliante. Le posizioni si inasprirono in fretta anche perché Truman, contrariamente al proprio predecessore, non si fidava di Stalin ed era più che mai disposto a limitarne l’influenza. Alla fine si giunse a un compromesso: si concesse cioè all’Unione Sovietica di prendere dalla propria zona, che era peraltro di gran lunga la meno industrializzata, tutto quanto poteva esserle utile per le riparazioni. Tuttavia, le divergenze tra i due stati erano incolmabili e presto le due Germanie sarebbero divenute due mondi separati e ostili fra loro.

Truman cambia tattica e inaugura la strategia del “contenimento” Americani e sovietici si scontrarono anche in merito ad Iran, Grecia e Turchia, tre paesi che prima della guerra erano, seppur in vario modo, sotto l’influenza inglese. L’Unione Sovietica cercò di approfittare della debolezza della Gran Bretagna per estendere in queste

Stati neutrali Cortina di ferro

Perché nacquero i primi contrasti tra Stati Uniti e Unione Sovietica?


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Perché Truman adottò la politica del contenimento?

aree la propria sfera di influenza. In tutti e tre i casi erano in gioco non solo la sorte dei popoli coinvolti ma anche interessi geo-politici di grande importanza. Estendendo la propria influenza su Iran, Grecia e Turchia, l’Unione Sovietica avrebbe avuto quello sbocco diretto su mari caldi (rispettivamente il Mediterraneo e l’Oceano Indiano) che ancora le mancava, riuscendo nell’impresa già tentata invano dalla Russia zarista nel secolo XIX. Si trattava di qualcosa che gli Stati Uniti, eredi e prosecutori della politica britannica, non intendevano assolutamente concederle. Nell’Europa orientale la situazione non era migliore: non rispettando gli accordi presi a Yalta, Stalin aveva trasformato i paesi “liberati” dall’Armata Rossa in dittature dei locali partiti comunisti e in semplici satelliti dell’Unione Sovietica. Inoltre, con un gesto ostile e non conveniente per i suoi interessi, aveva rifiutato gli aiuti del Piano Marshall, poiché non aveva nessuna intenzione di farsi aiutare da quelli che ormai considerava suoi nemici. Tutti questi episodi convinsero ulteriormente Truman del fatto che il comunismo sovietico fosse un grave pericolo per l’intero Occidente, sia per i suoi interessi che per i suoi valori, e che quindi bisognasse opporvisi sistematicamente. A partire dal 1947 decise quindi di ostacolare in tutti i modi la sua espansione e, a tale scopo, elaborò un piano di “contenimento” (successivamente chiamato “Dottrina Truman”) dai tratti piuttosto originali. Consisteva infatti nel contrastare l’avversario usando innanzitutto la forza economica, tecnica e diplomatica anziché i mezzi militari. Fu questa la radice di ciò che passò poi alla storia come “guerra fredda”.

La crisi di Berlino del 1948 e la definitiva divisione della Germania A partire dal 1947, dunque, Stati Uniti e Unione Sovietica non potevano più essere considerati alleati, bensì nemici a tutti gli effetti. La guerra fredda era iniziata. Non mancarono in questo scontro i momenti in cui si andò veramente vicini a un nuovo conflitto mondiale armato. Il primo di essi si verificò nel giugno del 1948 nella città di Berlino che, pur se amministrata congiuntamente dalle quattro grandi potenze vincitrici, era totalmente racchiusa in quella parte della Germania che si trovava sotto amministrazione sovietica. Stalin, preoccupato dal fatto che gli americani potessero utilizzare la parte occidentale della città in funzione antisovietica, decise di chiuderne tutte le vie di accesso. Gli abitanti di Berlino Ovest si ritrovarono così intrappolati dai sovietici e completamente isolati dal resto del mondo. La situazione era grave: una risposta americana con la forza avrebbe scatenato una guerra. Truman decise perciò di organizzare un ponte aereo per venire in soccorso della popolazione, trasportando tutti i rifornimenti alimentari ed energetici di cui aveva bi-


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Manifesto dell’epoca del blocco di Berlino

sogno. Stalin non osò attaccare i velivoli americani poiché anche lui era consapevole del rischio che ciò avrebbe comportato. Il 12 maggio 1949, dopo 324 giorni di grandissima tensione, finalmente il blocco venne tolto. Frattanto, nel settembre dello stesso anno, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia decisero la trasformazione delle parti della Germania da loro occupate in un nuovo stato, la Repubblica Federale di Germania (Germania Ovest). I sovietici replicarono un mese più tardi, con la creazione della Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est). La divisione della Germania in due paesi politicamente nemici tra loro era ormai un fatto compiuto e lo sarebbe rimasto per altri quarant’anni. Non si trattava beninteso di una divisione in due parti più o meno uguali: oltre a comprendere tutte le regioni più sviluppate della Germania prebellica, la Germania Ovest era all’incirca il triplo della Germania Est in termini sia di superficie che di popolazione.

I blocchi si irrigidiscono: nascono la NATO e il COMINFORM Il 4 aprile del 1949 venne creata la NATO, un’alleanza militare presieduta dagli Stati Uniti e comprendente diversi paesi occidentali tra cui la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, il Canada e l’Italia. Alla base di questa decisione c’era la consapevolezza, spe-

In alto si legge: “Berlino, pietra di paragone del mondo libero”. La falce e martello, simbolo dell’Unione Sovietica, contrassegna il settore est della città. Sulla sinistra sono indicati i tre corridoi aerei attraverso i quali i velivoli da trasporto dell’aviazione americana stavano rifornendo la città.

Perché la crisi di Berlino rischiò di far esplodere una nuova guerra?

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Riunione del Consiglio Nord Atlantico Parigi, 16 dicembre 1957 Il Consiglio è il principale organo di decisione politica in seno alla NATO. È composto dai rappresentanti permanenti dei paesi membri dell’Alleanza. In caso di gravi questioni di sicurezza riunisce anche i capi di stato e di governo. Al centro del tavolo è riprodotto lo stemma dell’organizzazione.

Perché venne costituita la NATO?

cialmente dopo quanto accaduto l’anno prima in Germania, che la pace nel mondo fosse in pericolo e che per salvaguardarla occorresse una cooperazione tra gli Stati Uniti (che erano in possesso di una maggiore forza militare, oltre che della bomba atomica) e i loro alleati. I comunisti risposero con la creazione del COMINFORM, al quale aderirono tutti i paesi del blocco orientale e che di fatto sostituì il disciolto Comintern, e, nel 1955, del Patto di Varsavia, una vera e propria alleanza militare contrapposta alla NATO e presieduta dall’Unione Sovietica.

«Una cortina di ferro è ormai calata sull’Europa...» Il mondo era ormai diviso in due blocchi contrapposti, dominati rispettivamente dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, le due superpotenze che avevano sostituito l’Europa in termini di supremazia politica ed economica. Nel vecchio continente questa divisione era nettamente visibile: gli stati della parte occidentale avevano governi democratici e appoggiavano gli Stati Uniti, dai quali erano anche sostenuti economicamente (molti di questi, come abbiamo visto, erano membri della NATO). Nella parte orientale invece, gli stati erano formalmente indipendenti, ma di fatto erano semplici satelliti dell’Unione Sovietica che vi aveva imposto con la forza dei governi comunisti e la propria linea politica, non tollerando alcu-


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na “deviazione” da essa. I sovietici chiusero inoltre le frontiere con l’Occidente, in modo tale che nessuno potesse emigrarvi oppure, rientrando, divenire uno scomodo testimone del fatto che nei paesi “capitalisti” il livello di vita era decisamente superiore. Per questo motivo, Winston Churchill affermò già nel 1947 che «una cortina di ferro è ormai calata sull’Europa». La lotta tra Stati Uniti e Unione Sovietica esploderà negli anni successivi anche negli altri continenti, con l’avvio del processo di “decolonizzazione”.

Perché Churchill parlò di una «cortina di ferro» calata sull’Europa?

L’incubo atomico La guerra fredda fu dominata dalla paura di un conflitto atomico. Le bombe su Hiroshima e Nagasaki avevano mostrato al mondo di che cosa fossero capaci queste terribili armi, così che le popolazioni vivevano ora nel terrore che una simile esperienza potesse ripetersi. In un primo momento solamente gli Stati Uniti erano in possesso della bomba atomica, per cui l’equilibrio delle forze rimase decisamente spostato in loro favore. A partire dal 1949, però, anche i sovietici furono in grado di fabbricare questo tipo di ordigni. Da quel momento, qualunque contrasto tra le due nazioni avrebbe potuto sfociare in un conflitto nucleare, con conseguenze disastrose per tutta l’umanità. Fortunatamente, però, il potenziale distruttivo di queste armi era tale che i due contendenti non ebbero mai il coraggio di utilizzarle. La guerra rimase dunque “fredda” e un conflitto diretto tra Stati Uniti e Unione Sovietica non si verificò mai. Tuttavia, il mondo intero visse per cinquant’anni un “equilibrio del terrore” che ebbe conseguenze disastrose in molte parti del mondo e che fu accompagnato da una corsa costante, da parte dei due blocchi, ad armamenti sempre più sofisticati e distruttivi.

Perché si parla di incubo atomico e di equilibrio del terrore?

Una guerra combattuta anche con le armi della propaganda La rivalità tra le due superpotenze non ebbe solo conseguenze militari, ma anche politiche. In molti paesi occidentali infatti, in primo luogo nella Germania Ovest, i partiti comunisti vennero di fatto esclusi dalla vita pubblica, poiché vi era il timore che essi potessero aprire le porte ad una eventuale invasione sovietica. In Italia e Francia, sede dei due maggiori partiti comunisti di tutto l’Occidente, il contrasto invece, pur acceso, non andò mai oltre i limiti del confronto democratico. Anche la propaganda svolse un ruolo attivo: ciascuna delle due parti demonizzava l’avversario, accusandolo di essere una minaccia per la pace e la democrazia, presentando invece se stessa in maniera positiva. Così gli Stati Uniti accusavano i sovietici di tenere nella miseria i loro cittadini e di mirare al dominio del mondo. Dall’altra parte, l’Unione Sovietica criticava aspramente il sistema capitalista, contrapponendogli le conquiste dell’economia a pianificazione

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Perché lo sviluppo economico e politico di Oriente e Occidente fu molto diverso?

statale; essa si presentava inoltre come l’unico difensore della pace, sostenendo che i veri aggressori erano i suoi nemici. Al di là delle accuse reciproche, è comunque importante sottolineare come davvero lo sviluppo economico e politico delle due parti fosse differente: ad Ovest, con il clima di libertà (di pensiero e di espressione innanzitutto) si sviluppò anche il libero mercato nel campo del lavoro e dell’economia, e questo favorì un grande sviluppo economico e tecnologico. Il sistema delle libere elezioni e il pluripartitismo favorirono d’altro canto il coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica e un maggior dinamismo nella società. Ad Est vi erano invece spietate dittature che, negando la libertà e pianificando l’economia, non permettevano lo sviluppo della società e la crescita del livello di vita della popolazione che era nel complesso molto basso. Le elezioni inoltre non erano affatto libere e la par­te­ci­pazione democratica dei cittadini era impedita dall’esistenza di un unico partito controllato anch’esso in modo molto rigido.

3 · La nascita della Cina comunista: il fronte dello scontro si allarga

Perché Stati Uniti e Unione Sovietica guardavano con diffidenza alla guerra civile in Cina?

In Cina scoppia una violenta guerra civile tra comunisti e nazionalisti Nel frattempo, le vicende della Cina andarono a complicare ancora di più il quadro della guerra fredda. Il paese asiatico era stato invaso dai giapponesi nel 1937 ed era stato da questi occupato fino alla fine della Seconda guerra mondiale. In questa occasione i due partiti principali all’interno della Cina, quello comunista di Mao Zedong e quello nazionalista di Chang Kai-shek, avevano accantonato le loro rivalità per lottare insieme contro gli invasori. Dopo la sconfitta giapponese nel 1945 tra i comunisti e i nazionalisti scoppiò una violenta guerra civile. Stati Uniti e Unione Sovietica guardavano con preoccupazione a questo scontro, ma nessuno dei due intervenne direttamente. I primi si limitarono ad inviare armi al partito nazionalista, ma non poterono fare di più, in quanto prostrati dalla guerra appena combattuta; Stalin invece, pur augurandosi la vittoria dei comunisti, lesinò anche gli aiuti poiché riteneva che Mao non sarebbe stato particolarmente disposto a sottomettersi all’influenza di Mosca e i fatti dimostreranno che aveva ragione. Mao Zedong vince la guerra e instaura il comunismo in Cina Ciononostante, dopo più di tre anni di lotta le forze di Mao Zedong ebbero la meglio: Pechino fu da loro conquistata il 1 ottobre 1949. Nacque così la Repubblica Popolare Cinese. Chang Kai-shek


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si ritirò sull’isola di Formosa (Taiwan) e qui fondò un proprio governo. La vittoria di Mao comportava il rischio che il comunismo potesse diffondersi anche nel resto del continente asiatico: gli Stati Uniti iniziarono allora a impegnarsi direttamente anche in questa parte del mondo. Essi inoltre, considerando Taiwan come un baluardo difensivo, la armarono con missili atomici e difesero sempre il suo governo contro le pretese della Cina comunista, che avrebbe voluto annettere l’isola al proprio territorio.

La Guerra di Corea: il primo conflitto armato dopo la Seconda guerra mondiale Come altre zone dell’Estremo Oriente, anche la penisola di Corea era stata occupata dai giapponesi durante la guerra. Dopo il 1945, il paese era stato diviso provvisoriamente in due zone: il Nord affidato all’amministrazione dell’Unione Sovietica, il Sud agli Stati Uniti. Il 25 giugno 1950 l’esercito nord coreano invase la parte meridionale del paese con il sostegno indiretto dell’Unione Sovietica. Il presidente Truman, fedele alla strategia del contenimento, decise che non si poteva permettere al comunismo di conquistare un territorio

Mao Zedong in un ritratto ufficiale

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Guerra di Corea. Piccoli rifugiati coreani con alle spalle un carro armato americano

Perché scoppiò la Guerra di Corea?

in più in Asia. Gli Stati Uniti non potevano però intervenire in prima persona, in quanto non erano loro il paese aggredito. Si decise perciò di portare la questione davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il quale autorizzò l’invio di una forza internazionale. Questa era composta da soldati provenienti da sedici nazioni, ma per la stragrande maggioranza dagli Stati Uniti. Al suo comando venne nominato il generale Douglas Mac Arthur, sotto la cui guida gli Stati Uniti avevano sconfitto il Giappone nella Seconda guerra mondiale.

L’intervento cinese e la fine della guerra La superiorità delle forze americane si rivelò schiacciante: Mac Arthur riuscì non solo a ricacciare indietro gli invasori, ma invase la Corea del Nord con l’intenzione di conquistarla. A questo punto Mao Zedong inviò in aiuto dei nordcoreani delle proprie truppe. L’intervento cinese riequilibrò le sorti del conflitto, che andò avanti per altri tre anni, senza che nessuna delle forze riuscisse a prevalere. Alla fine, la guerra si concluse nel 1953, senza vincitori né vinti. La situazione rimase identica a prima, con la penisola divisa in due parti distinte, all’altezza del 38° parallelo.


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Si formano due paesi contrapposti: Corea del Nord e Corea del Sud I due paesi, per quanto vicini, divennero due mondi a parte: sotto la dittatura comunista di Kim Il Sung la Corea del Nord si chiuse sempre di più al mondo esterno fino a ridursi in uno stato di totale miseria; la Corea del Sud, grazie soprattutto agli aiuti americani, divenne invece in breve tempo uno dei grandi motori economici di tutto l’Estremo Oriente. La Guerra di Corea fu il primo conflitto “caldo” dalla conclusione della Seconda guerra mondiale. Esso confermò che le due superpotenze, nonostante la loro rivalità, non erano disposte a fronteggiarsi in una guerra diretta che avrebbe potuto avere esiti catastrofici per entrambe. L’unico confronto di tipo militare che avrebbe potuto esserci sarebbe stato indiretto, mediante il coinvolgimento in conflitti in aree più ristrette, nei quali le due superpotenze avrebbero appoggiato una delle due parti in lotta contro l’altra.

4 · La decolonizzazione Le cause della decolonizzazione Per “decolonizzazione” si intende quel processo per cui territori soprattutto dell’Africa e dell’Asia, da tempo colonie o protettorati delle potenze europee, guadagnarono l’indipendenza dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Tale fenomeno ebbe molteplici cause: – le distruzioni portate dal conflitto mondiale avevano fortemente indebolito gli stati europei, soprattutto Francia e Gran Bretagna, non più in grado di mantenere il vasto e costoso apparato coloniale; – le élite culturali autoctone, che si erano formate in questi territori dopo aver studiato nelle università europee, una volta tornate in patria sostennero la necessità per i loro paesi di emanciparsi dal dominio straniero e diedero vita a movimenti indipendentistici; – nel mondo si era fatta sempre più strada, dopo gli orrori dell’ideologia nazista, l’idea dell’uguaglianza di tutti i popoli e della necessità di porre fine a tutte le forme di razzismo che avevano, anche sul piano culturale, giustificato il colonialismo. Le conseguenze di questo processo La decolonizzazione portò alla nascita di numerosi stati, talvolta attraverso guerre sanguinose, ma non sempre queste nuove formazioni ebbero vita facile: i problemi economici e la mancanza di un’educazione democratica delle popolazioni portarono allo scoppio di lotte tribali (soprattutto in Africa) e al sistematico sfruttamento delle risorse naturali da parte dei paesi europei che sostituirono a

Protettorato Atto con cui una potenza coloniale si incaricava della “protezione” di un paese ingerendosi perciò nei suoi affari interni e assumendone la rappresentanza in sede internazionale. Diversamente dalle colonie i protettorati non erano però possedimenti dello stato “protettore” e  i loro sovrani restavano  in carica conservando una certa limitata capacità di governo. 


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Perché dopo la decolonizzazione i paesi africani e asiatici non ebbero vita facile?

un dominio di tipo politico una sorta di nuovo colonialismo a carattere più prettamente economico. Inoltre, i nuovi paesi africani e asiatici si trovarono al centro della rivalità tra URSS e USA. Le due superpotenze, infatti, intervennero a più riprese nelle loro vicende, nel tentativo di allargare la propria sfera d’influenza.

Perché si avviò il processo di decolonizzazione?

La Carta Atlantica e le premesse all’indipendenza dei paesi extraeuropei L’eventualità di rendere indipendenti le colonie dei paesi europei era già stata considerata durante la Seconda guerra mondiale. Nella Carta Atlantica si parlava infatti di decolonizzazione come di un mezzo per arrivare alla creazione di un mondo basato su rapporti equi e pacifici tra gli stati. Tuttavia al termine del conflitto la situazione era rimasta invariata. L’ONU riconobbe infatti l’esistenza dei domini coloniali così che, dei 51 paesi membri dell’organizzazione, solo 12 di essi appartenevano all’Africa e all’Asia. Le cose erano però destinate a cambiare: la guerra aveva fortemente indebolito gli imperi coloniali. Francia e Gran Bretagna non erano più in grado di sostenere il peso economico del mantenimento di territori così numerosi ed estesi. Inoltre, come già detto, nei vari paesi erano nate élite culturali e intellettuali formatesi in Europa, che avevano assimilato le idee del liberalismo e della democrazia occidentale e si erano convinte della necessità per i loro popoli di ottenere l’indipendenza. Nel Sud-Est Asiatico, inoltre, l’occupazione giapponese aveva provocato per contraccolpo la nascita di movimenti indipendentistici e di veri e propri eserciti di liberazione, che al termine della guerra rimasero attivi.

5 · La situazione in Asia Gandhi e l’indipendenza dell’India Uno dei primi paesi ad ottenere l’indipendenza fu l’India, che si trovava sotto il dominio inglese dalla prima metà del XIX secolo. L’India era considerata il fiore all’occhiello dell’Impero Britannico e durante il periodo coloniale aveva conosciuto una serie di miglioramenti economici e sociali. Gli inglesi avevano notevolmente modernizzato il paese ma la loro dominazione veniva sentita sempre più come ostile dalla popolazione locale. A partire dai primi decenni del XX secolo salì alla ribalta Mohandas Karamchand Gandhi, detto Mahatma (“Grande anima”), leader del Partito del Congresso. Si trattava di un avvocato indiano, laureato ad Oxford, che proponeva un particolare metodo di lotta basato sulla non violenza: anziché scontrarsi in modo cruento con i dominatori, sarebbero stati più efficaci, a suo avviso, la disobbedienza passiva alle leggi ritenute in-


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giuste e il boicottaggio dei prodotti inglesi. Grazie al suo carisma e alla sua saggezza ottenne grande seguito fra i connazionali, che misero in atto il suo programma. Gli inglesi ne furono fortemente danneggiati, perché la mancata collaborazione della popolazione locale impediva loro di amministrare il paese. Fu così che nel 1947 il governo britannico dovette cedere, concedendo l’indipendenza all’India.

Scontri e tensioni: l’assassinio di Gandhi e la nascita del Pakistan Il processo di indipendenza fu però accompagnato da violenti scontri religiosi tra gli indù (che erano la maggioranza all’interno del paese) e i musulmani. Lo stesso Gandhi trovò la morte nel 1948, ucciso da un fanatico indù che lo reputava troppo ben disposto nei confronti dei musulmani. Il conflitto venne risolto con la separazione dall’India della parte a maggioranza musulmana: nacque così

Il Mahatma Gandhi in visita in Italia Roma, 12 dicembre 1931

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Perché fu assassinato Gandhi?

Caste indù Gruppi sociali in cui, secondo la religione indù, era divisa la società. L’appartenenza ad una casta era rigidissima e in nessun modo era consentito passare da una casta all’altra. Al di fuori delle caste principali, che erano quattro, stavano i senza casta, “paria”, la parte più infima e più discriminata della società indiana. Essi erano considerati impuri e non era permesso entrare in contatto con loro. Vivevano quindi ai margini della società e utilizzati spesso e volentieri per lavori umili e servili.

il Pakistan, un paese composto di due parti assai lontane fra loro, una a ovest e una a est dell’India. Rimasero, però, ancora molte tensioni tra i due paesi, perché entrambi si contesero la regione montuosa del Kashmir, dando vita a un conflitto tuttora irrisolto. Nel 1971, ulteriori scontri tra il Pakistan occidentale e quello orientale portarono al distacco di quest’ultimo e alla sua trasformazione in un nuovo stato sovrano, il Bangladesh.

Nehru e la modernizzazione dell’India Dal 1947 al 1964 l’India fu guidata da Jawaharlal Nehru, un politico democratico, formato nella tradizione socialista. Egli avviò un intenso processo di modernizzazione, nel tentativo di fare dell’India «la più grande democrazia del mondo». Furono così soppresse ufficialmente le caste, elemento portante della religione indù, e proclamata l’uguaglianza giuridica e la pari dignità di tutti i cittadini; venne quindi garantita una maggiore giustizia sociale mentre numerosi progressi furono compiuti nel campo dell’agricoltura, con una radicale redistribuzione delle terre e la realizzazione di grandi opere di irrigazione, e dell’industria pesante, che per la prima volta fu introdotta nel paese. Per quanto riguarda la politica estera, Nehru non rinunciò all’aiuto degli Stati Uniti, ma non aderì mai completamente al blocco occidentale, preferendo mantenere una posizione equidistante tra i due schieramenti. La sua strategia ebbe successo soprattutto tra i nuovi stati nati dalla decolonizzazione, tanto che l’India divenne il vero e proprio capofila dei cosiddetti paesi “non allineati”. La decolonizzazione nel Sud-Est Asiatico Nei territori asiatici occupati dai giapponesi il processo di decolonizzazione si svolse piuttosto rapidamente. Nel 1946 raggiunsero l’indipendenza le Filippine, che erano passate dalla Spagna agli Stati Uniti nel corso del secolo precedente. Il governo americano sostenne le loro aspirazioni attraverso l’elargizione di aiuti economici. In cambio il nuovo stato consentì agli USA di impiantare ben 99 basi militari sul suo territorio. Dalla Gran Bretagna si staccarono successivamente la Birmania, oggi Myanmar, (1948) e la Malesia (1957); l’Indonesia, che era sotto il dominio olandese, ottenne l’indipendenza nel 1949, ma cadde sotto il dominio del dittatore Sukarno, che ne rallentò notevolmente lo sviluppo economico. In tutti questi territori vi fu la presenza di gruppi armati comunisti che si opponevano ai legittimi governi; queste formazioni erano sostenute economicamente e militarmente dall’Unione Sovietica, la quale aveva interesse ad espandere la propria zona di influenza.


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CAPITOLO 13 Corea 1948

Marocco 1956

Algeria

Sahara Occidentale

1962

1975

Nepal

Pakistan occidentale

Libia

occupato dal Marocco nel 1976

Capo Verde

Bhutan

Macao

diventa Cinese 1999

1936

Birmania

India 1960

Niger

1960

1960

1960

Ghana 1957

São Tomé e Principe 1975

1941

1960

Guinea Equatoriale 1960

Filippine

1954

1946

Repubblica democratica del Congo 1960

1964

Malawi 1964

1948

Indonesia 1949

Seychelles 1976

Comore 1975

Timor Est 1975

Zambia 1964

Mauritius

Zimbabwe

Namibia 1990

Malesia 1957

Ruanda 1962 Burundi 1962

Angola 1975

1963

Sri Lanka

1965

1963

Tanzania

Brunei

Maldive

Uganda1962Kenya

1968

Gabon

Vietnam

Cambogia

Somalia 1960

1960

Congo

1960

Thailandia

1947

Etiopia

Repubbilca Centrafricana

1960

Togo 1960

1945

1954

Camerun Benin

Pakistan orientale

Gibuti 1977

Nigeria 1960

Liberia 1847 Costa d’Avorio 1960

1956

1960

Taiwan

Laos 1954

Eritrea 1993

Sudan

Ciad

Burkina

Senegal 1960 Gambia 1965 Guinea Bissau 1974 Guinea 1958 Sierra Leone 1961

1948

1947

Mali

Hong Kong

diventa Cinese 1997

1947

Egitto

1951

Mauritania

Giappone

Tunisia 1956

1965

Madagascar

La decolonizzazione in Africa e in Asia

1966

Mozambico 1975 Sudafrica 1910

1968

1960

Botswana

Swaziland 1968 Lesotho 1966

Francia

Belgio

Stati Uniti

Gran Bretagna

Portogallo

Giappone

Spagna

Italia

Paesi Bassi

Indipendenti prima della Seconda guerra mondiale Le date indicate sono quelle nelle quali il paese ha ottenuto l’indipendenza. I diversi colori indicano gli stati di cui sono stati colonie.

La tormentata situazione dell’Indocina: Ho Chi Minh e la nascita del Vietnam Particolarmente tormentata fu poi la situazione dell’Indocina. Dopo essere stata liberata dai giapponesi, la penisola era tornata sotto il controllo della Francia, ma anche qui il malcontento era forte. Nel 1945 il leader comunista Ho Chi Minh proclamò la nascita della Repubblica Democratica del Vietnam. I francesi non diedero il loro consenso e iniziò così una guerra sanguinosa, nella quale il Vietnam ebbe l’appoggio della Cina e dell’Unione Sovietica. Il conflitto terminò nel 1954, quando i francesi furono duramente sconfitti nella battaglia di Dien Bien Phu. Nello stesso anno si tenne a Ginevra una conferenza internazionale, che decise la divisione del Vietnam in due parti, all’altezza del 17° parallelo. Il Nord fu lasciato ad Ho Chi Minh, mentre nel Sud si formò un governo democratico appoggiato dagli Stati Uniti. Venne inoltre stabilito che due anni dopo si sarebbero tenute delle elezioni, per decidere del futuro dell’intero paese. Tuttavia gli accordi non furono rispettati: Ho Chi Minh instaurò una dura dittatura comunista nel Vietnam del Nord, e da lì le sue forze armate cominciarono progressivamente a penetrare nella parte meridionale del paese, nel tentativo di conquistarlo completamente. Si trattava del preludio ad una guerra lunga e sanguinosa, come vedremo più avanti.


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Il secondo dopoguerra e la guerra fredda

6 · La decolonizzazione in Africa

Perché prese avvio la decolonizzazione in Africa?

Perché scoppiò la guerra civile in Congo?

Il successo del Panafricanismo Nel 1945 nell’intero continente africano si contavano solo tre paesi indipendenti: l’Etiopia, la Liberia e il Sudafrica. Tra il 1956 e il 1968 la situazione cambiò radicalmente grazie all’avvio di un imponente movimento di decolonizzazione, che portò alla nascita di 35 nuovi stati. Tale processo fu portato avanti da alcuni leader politici locali, sulla base dei principi dell’autodeterminazione e dell’emancipazione dei popoli, appresi dalla tradizione liberale occidentale. Grande importanza ebbe anche l’idea del “Panafricanismo”, una corrente di pensiero che sosteneva come tutti i popoli africani fossero avviati a un destino comune e dovessero dunque collaborare insieme per lo sviluppo pacifico del continente. A parte alcune eccezioni (Algeria, Congo, Kenya, Nigeria), gli stati africani raggiunsero l’indipendenza in modo piuttosto pacifico, anche se gli esiti non furono spesso quelli sperati. Le complesse vicende di Congo, Kenya, Rhodesia e Nigeria Particolarmente complessa fu la vicenda del Congo: quando il Belgio concesse l’indipendenza a questa sua grande colonia, nel 1960, il nuovo Congo indipendente, sotto la guida del suo primo ministro Patrice Lumumba, si avvicinò subito all’Unione Sovietica. Temendo di perdere le ricche concessioni di cui disponevano, le compagnie minerarie occidentali attive nel paese organizzarono allora la secessione del Katanga, la regione che disponeva della maggior quantità di risorse minerarie più preziose. Ne seguì una cruenta guerra civile, nella quale furono coinvolti Stati Uniti e Unione Sovietica. Lumumba venne assassinato nel 1961 e nello stesso anno morì in Africa, in un incidente aereo dalle cause mai accertate, il segretario generale dell’ONU Dag Hammarskjöld, che si stava impegnando in prima persona per risolvere la crisi. Il conflitto ebbe termine nel 1965, con l’affermazione del regime autoritario del generale Mobutu, sostenuto dall’Occidente. Vicende non meno violente furono quelle del Kenya, che si liberò dalla Gran Bretagna nel 1963 dopo violenti scontri fra le varie etnie del paese, e della Rhodesia del Sud (attuale Zimbabwe). Qui, dopo aver sconfitto la minoranza di coloni bianchi che dominava il paese, prese il potere il movimento nazionalista guidato da Robert Mugabe, che instaurò un regime fortemente repressivo, rivolto dapprima contro i bianchi, quasi tutti espropriati dei loro beni e cacciati, ma poi anche contro ogni dissenso interno. Per finire, è importante citare il caso della Nigeria, dove tra il 1966 e il 1970 la secessione del Biafra, regione ricchissima di petrolio, venne impedita al prezzo di una guerra che costò la vita a circa seicentomila persone, in massima parte civili.


CAPITOLO 13

Il Sudafrica e il dramma dell’apartheid Diverso fu il caso del Sudafrica: il paese, un dominion legato alla Gran Bretagna, se ne distaccò totalmente nel 1961 su iniziativa della ricca minoranza bianca, contraria a qualsiasi condivisione del proprio potere economico e politico con le altre etnie, innanzitutto con i neri, in larga maggioranza, ma anche con gli asiatici e i meticci. In tale prospettiva venne instaurato l’apartheid (che significa “separazione”): un sistema legale di segregazione e di esclusione dalla vita pubblica di tutti coloro che non fossero discendenti dei coloni europei. In particolare i neri, che costituivano la maggioranza della popolazione, non potevano utilizzare gli autobus, i negozi, i ristoranti e le altre strutture destinate ai bianchi. Erano relegati in distretti urbani (townships) dall’aspetto miserabile, oppure nelle homelands, sorta di riserve solo formalmente autonome. Le Nazioni Unite condannarono a più riprese questo comportamento ma non ottennero risultati concreti. Anche questo conflitto, come qualunque altro evento politico di rilievo dell’epoca della guerra fredda, venne condizionato e deformato dalle opposte pressioni di Stati Uniti e Unione Sovietica. L’African National Congress, il partito fondato nel 1912 sul modello indiano del Partito del Congresso del Mahatma Gandhi, ab-

L’apartheid in Sudafrica Fotografia del 1950 Il cartello, all’entrata di un teatro, indica l’ingresso separato per i meticci (colored). Non solo i neri, infatti, erano oggetto di specifica discriminazione, ma anche i meticci (discendenti di olandesi e di indigeni ottentotti) e gli asiatici, per lo più di origine indiana.

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Il secondo dopoguerra e la guerra fredda

bandonò l’ispirazione gandhiana per imboccare la via della mobilitazione violenta e della lotta armata di matrice marxista, potendo così contare sull’appoggio dell’Unione Sovietica Lo scontro tra minoranza bianca e maggioranza non-europea diventò così una delle tante crisi periferiche senza sbocco che furono uno degli elementi tipici della guerra fredda. Non a caso questo disumano sistema, sempre meno sostenibile anche da un punto di vista economico, venne finalmente abolito solo nel 1994, dopo la fine dell’Unione Sovietica, grazie un accordo tra il leader dell’African National Congress, Nelson Mandela, e il leader della minoranza bianca al governo, Frederick De Klerk. Nonostante l’isolamento e la condanna internazionale per il sistema dell’apartheid, il Sudafrica, unico tra gli stati del continente, conobbe in quegli anni un intenso sviluppo economico, favorito soprattutto dagli investimenti americani e britannici.

Perché gli stati africani erano deboli?

Debolezza e problemi dei nuovi stati africani Gli stati africani sorti dalla decolonizzazione furono nel complesso affetti da una grande debolezza. C’era infatti un notevole divario tra una minoranza colta e istruita, quella che aveva diretto la lotta per l’indipendenza, e la stragrande maggioranza della popolazione, che viveva ancora in condizioni economiche e sociali fortemente arretrate. Le potenze europee non si erano infatti preoccupate di attuare un’opera di educazione e di civilizzazione degli abitanti, ma avevano preferito governare questi territori dall’alto, così che essi si trovarono del tutto impreparati a camminare da soli. Ne derivarono conseguenze politiche gravi: nella maggior parte degli stati si insediarono regimi autoritari ed esplosero lotte tribali. Le rivalità tra i vari gruppi etnici erano già presenti durante il periodo coloniale, ma allora gli europei erano stati in grado di tenerle a freno. Col raggiungimento dell’indipendenza, divenne chiaro che la maggior parte degli abitanti sentiva l’appartenenza alla propria tribù molto di più di quella allo stato, un concetto, questo, di matrice europea che la mentalità africana faticava a fare proprio, per cui difficilmente gli scontri potevano essere evitati. I nuovi stati africani finirono così per diventare oggetto del cosiddetto neocolonialismo, una forma di sfruttamento economico spesso più duro del colonialismo classico. Solo in questi ultimi anni, a quasi mezzo secolo dall’indipendenza, in diversi paesi dell’Africa sud-sahariana si registrano sintomi che fanno sperare in un futuro migliore.


CAPITOLO 13

7 · I paesi arabi, il Vicino Oriente e lo stato di Israele Dopo la guerra mondiale nascono la Lega Araba e l’OPEC Al termine della Seconda guerra mondiale anche gli stati arabi del Vicino e del Medio Oriente furono coinvolti nel processo di decolonizzazione. Questa regione nel 1920, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, era passata sotto il controllo della Gran Bretagna e in certa misura anche della Francia. Già nel decennio 1922-1932 l’Egitto, l’Iraq e l’Arabia Saudita erano però giunti all’indipendenza, restando in vario modo sotto protettorato inglese. Al termine del secondo conflitto ottennero l’indipendenza anche il Libano, la Giordania, la Siria, la Libia e alcuni paesi della Penisola Arabica. Nel 1945 essi formarono la Lega Araba, che si proponeva di difendere gli interessi di questi nuovi stati dalle ingerenze delle potenze occidentali e dell’Unione Sovietica. Nel 1960 i paesi produttori di petrolio diedero vita all’OPEC, un’organizzazione nata per controllare la produzione e i prezzi di questa importante risorsa. Con gli anni, esso sarebbe divenuto un potente strumento di pressione diplomatica ed economica nei confronti delle multinazionali che gestivano il mercato dei carburanti e avrebbe permesso un consistente afflusso di denaro nelle casse di molti dei paesi membri, soprattutto di quelli arabi.

Sfilata di paracadutisti inviati da Parigi a reprimere la rivolta degli algerini contro la Francia Algeria, 1957 Tra il 1954 e il 1959 i francesi procedettero a circa due milioni di arresti e deportazioni.

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Il secondo dopoguerra e la guerra fredda

Cerimonia per la proclamazione dello Stato d’Israele. Il momento dell’alzabandiera Tel Aviv, 14 maggio 1948

La lunga lotta di liberazione dell’Algeria dalla dominazione francese L’ultimo paese arabo ad uscire dalla dominazione coloniale fu l’Algeria dove la situazione era complicata dalla presenza di circa un milione di francesi, la maggior parte dei quali discendenti di coloni ivi immigrati sin dal secolo XIX. Nel 1954 venne fondato il Fronte di Liberazione Nazionale che iniziò un’intensa attività di guerriglia, repressa duramente dall’esercito francese. Particolarmente dura fu la situazione ad Algeri, la capitale, dove le forze indipendentiste erano molto attive. Qui i francesi utilizzarono metodi brutali nei confronti della popolazione, ricorrendo spesso alla tortura nel tentativo di reprimere la ribellione ma suscitando così in Francia e altrove un forte movimento di opinione pubblica favorevole agli indipendentisti algerini. Di fronte all’impossibilità di venire a capo della rivolta, nel 1960 il presidente Charles De Gaulle decise di aprire le trattative con il Fronte. Nel 1962 venne infine organizzato un referendum, che sancì l’indipendenza del paese con quasi 6 milioni di voti favorevoli contro 16.000. Seguì l’esodo per lo più verso la Francia di circa il 90 per cento dei “francesi d’Algeria”.


CAPITOLO 13

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La nascita dello stato di Israele Nel periodo compreso tra le due guerre diverse migliaia di ebrei si erano trasferiti in Palestina aderendo al movimento sionista che proclamava la necessità del popolo ebraico di ritornare alla sua “Terra Promessa”. Al termine della Seconda guerra mondiale, gli orrori dell’Olocausto avevano fatto notevolmente aumentare queste rivendicazioni. Tuttavia la regione era da secoli abitata da arabi, allora circa un milione, ben poco disponibili a far posto alla crescente massa degli immigrati ebrei, tanto più che questi, grazie al loro maggior grado di sviluppo e alle loro maggiori risorse, finivano comunque per emarginarli sul piano sia economico che politico. I rapporti tra le due popolazioni, quindi, si inasprirono notevolmente, ma la questione mise di fronte anche Stati Uniti e Gran Bretagna: i primi sostenevano le aspirazioni degli ebrei, mentre la seconda era più vicina agli arabi. Le Nazioni Unite allora intervennero proponendo un piano di spartizione della Palestina in due stati, uno ebraico e l’altro arabo.

Perché fu costituito lo stato di Israele?

Israele viene immediatamente attaccato dai paesi arabi confinanti Accettando il piano delle Nazioni Unite, gli ebrei proclamarono la nascita dello stato di Israele sul territorio loro assegnato. Gli arabi invece, rifiutato il piano, dichiararono guerra al nuovo stato ebraico. Attaccato da una coalizione formata da Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq, Israele riuscì non solo a respingere gli invasori, ma anche ad espandere notevolmente i propri territori. Da quel momento nella regione si verificò una situazione esplosiva, a tutt’oggi non risolta. La maggior parte dei palestinesi si rifugiò nei paesi arabi confinanti, mentre Israele, accerchiato e minacciato di distruzione da tutti i paesi del Medio Oriente, dovette armarsi notevolmente per prepararsi a difendersi da ulteriori aggressioni. La cosiddetta “questione palestinese” si inserì poi nel più ampio contesto della guerra fredda: gli Stati Uniti appoggiarono Israele, mentre l’Unione Sovietica si schierò dalla parte dei paesi arabi, equipaggiandoli a sua volta con armi e mezzi. A favore dello schieramento degli Stati Uniti a fianco di Israele giocarono non solo i loro interessi strategici ma anche il ruolo importante che gli ebrei hanno nella società statunitense, e quindi il peso che il voto ebraico ha nel condizionare le elezioni presidenziali americane e le successive scelte politiche dei vari governi.

Perché gli Stati Uniti sostennero Israele?

In Egitto prende il potere Nasser, un leader nazionalista e aggressivo: la crisi di Suez In Egitto, nel 1952 un colpo di stato militare portò alla deposizione del re Faruk e fece salire al potere il colonnello Gamal Abdel Nasser. Costui inaugurò un regime semidittatoriale, di stampo


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Il secondo dopoguerra e la guerra fredda

Navi mercantili attraversano il Canale di Suez Novembre 1856

Perché scoppiò la crisi di Suez?

nazionalista e ostile all’integralismo islamico (represse infatti duramente l’organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani). Egli mirava a svolgere un ruolo privilegiato nella regione, in contrapposizione alle potenze occidentali. Per fare questo, nel 1956 prese la decisione di nazionalizzare il canale di Suez, fino ad allora gestito da una compagnia privata inglese. Il primo ministro britannico Eden si oppose decisamente a questa decisione, non solo per motivi economici (il controllo del canale fruttava infatti alla Gran Bretagna guadagni notevoli) ma anche perché temeva che Nasser potesse accumulare un potere eccessivo in Medio Oriente. Il 30 ottobre, sostenuta da Francia e Israele, la Gran Bretagna iniziò così una spedizione militare per occupare la zona di Suez.

Gli Stati Uniti fermano l’intervento britannico Gli Stati Uniti si opposero all’iniziativa britannica, preoccupati per le conseguenze che essa avrebbe potuto avere sul piano degli equilibri internazionali. In effetti fin da subito l’Unione Sovietica aveva minacciato di far ricorso ai missili nucleari, qualora l’invasione non fosse cessata. Le stesse Nazioni Unite condannarono severamente l’azione militare britannica ed Eden fu costretto a ritirare le proprie truppe. La crisi di Suez si rivelò importante per alcune ragioni. Innanzitutto dimostrò che gli Stati Uniti erano i padroni incontrastati del blocco occidentale e che dunque nessuno dei paesi alleati avrebbe potuto prendere iniziative senza il loro consenso. In secondo luogo rese evidente la nascita di un potente e agguerrito nazionalismo arabo, fortemente ostile all’Occidente e sostenuto nelle sue aspirazioni dall’Unione Sovietica: la fine del colonialismo europeo in Medio Oriente aveva lasciato in eredità una situazione potenzialmente esplosiva, i cui effetti si sarebbero fatti sentire anche negli anni successivi.


CAPITOLO 13

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SPUNTI DI RIFLESSIONE (PER L’EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA)

La debolezza delle Nazioni Unite Il comportamento dell’ONU in occasione della Guerra di Corea Il fatto che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU avesse autorizzato l’intervento di una forza internazionale in Corea potrebbe destare qualche interrogativo. Come mai Unione Sovietica e Cina, membri permanenti e dotati perciò di diritto di veto, non si sono opposti? In realtà, il seggio cinese alle Nazioni Unite era all’epoca ancora occupato dai nazionalisti di Chang Kai-shek, poiché gli Stati Uniti si erano rifiutati di riconoscere la Repubblica Popolare fondata da Mao. Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, si trattò di un caso: in quei giorni, il suo rappresentante era assente da New York, poiché Stalin aveva deciso il boicottaggio dell’Organizzazione. Per questo motivo dunque, i sovietici non poterono opporsi alla decisione degli altri membri e gli americani furono liberi di impegnarsi in Corea.

Altri motivi di debolezza Un altro dei motivi di debolezza è dato dal fatto che l’ONU non dispone di proprie forze armate ma deve affidarsi a truppe fornite di volta in volta da stati membri, i cosiddetti “caschi blu”, così chiamati per via del colore dell’elmetto che indossano, e che non sempre sono affidabili e disposte a scontri cruenti; oppure sono limitate da vincoli (le cosiddette “regole d’ingaggio”) che ne paralizzano l’operatività. Spesso è accaduto che truppe dell’ONU assistessero senza intervenire ad atroci crimini o, peggio ancora, che si schierassero con un parte in conflitto contro l’altra. Un ultimo motivo di debolezza è dato dal fatto che spesso negli organi direttivi dell’Organismo entrano a far parte paesi dai governi non democratici: come si può pensare allora che con tali elementi l’ONU possa essere imparziale e favorire la crescita della democrazia nel mondo?

Il ruolo delle grandi potenze In realtà questo episodio è stato il primo di una lunga serie di fatti analoghi, nei quali è emersa la debolezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Questo organismo infatti soggiace alla volontà prevalente e decisiva delle grandi potenze che, mediante il diritto di veto, possono paralizzarne ogni decisione. Ciò si è verificato spesso, quando ad esempio risoluzioni presentate da una grande potenza sono state bloccate da veti di altre. Il che spiega perché il comportamento dell’ONU spesso non appare imparziale: in qualche caso le Nazioni Unite sono intervenute per risolvere conflitti e situazioni drammatiche mentre non è accaduto altrettanto in altri casi, ugualmente gravi, nei quali era però in gioco l’interesse di qualche grande potenza. D’altra parte non è realistico pensare che il ruolo dei grandi stati si possa ridimensionare essendo questi coloro che hanno in mano le sorti del mondo ed essendo, tra l’altro, i principali finanziatori (soprattutto gli Stati Uniti) dell’organizzazione.

Una sfida per il futuro: riformare l’Organizzazione Nonostante questi gravi fattori di debolezza, non si può pensare di fare a meno di un organismo che in qualche modo tenga insieme i vari paesi e cerchi di coordinarne l’azione. Senza di esso i rapporti tra gli stati sarebbero privi di regole comuni e riconosciute e scivolerebbero nel disordine più totale. Occorre quindi che, con realismo, si cerchi di riformare l’ONU per renderlo sempre più efficace. Da vario tempo si avverte questa necessità ma la strada appare piuttosto difficile e controversa. Ciononostante tale riforma rimane l’unica possibilità e costituisce una delle sfide più importanti che gli stati del mondo dovranno affrontare nell’immediato futuro.


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Il secondo dopoguerra e la guerra fredda

METTIAMO A FUOCO

La paura del comunismo in America La diffusione del comunismo negli Stati Uniti A partire dagli anni Trenta, il comunismo ebbe una certa diffusione anche negli Stati Uniti, soprattutto tra gli intellettuali, impressionati dalla crisi economica del 1929 e preoccupati per il diffondersi del fascismo europeo. Ovviamente, ciò non fu considerato un problema, per lo meno finché l’Unione Sovietica rimaneva alleata della potenza americana. Al termine della Seconda guerra mondiale, man mano che i rapporti tra i due stati si deterioravano, la presenza di comunisti o presunti tali sul territorio americano divenne invece fonte di grande paura. I timori divennero realtà nel 1946, quando si scoprì che alcuni impiegati del governo canadese avevano venduto segreti atomici a un gruppo di spie sovietiche. Il presidente Truman decise dunque di istituire nuovi e più radicali controlli di sicurezza per impedire il ripetersi di fatti analoghi. Il ruolo dello spionaggio La situazione peggiorò drasticamente dopo il settembre 1949, quando l’Unione Sovietica si dotò della bomba atomica, molto prima di quanto gli americani avessero previsto. Si seppe che lo spionaggio aveva accelerato moltissimo i loro risultati: da quel momento iniziò una vera e propria campagna inquisitoria, volta a smascherare e punire tutti coloro che fossero anche lontanamente sospettati di nutrire simpatie verso il comunismo e che fossero quindi dei potenziali nemici dello stato. Nel febbraio 1950, a seguito della confessione di un famoso scienziato inglese, Klaus Fuchs, di aver venduto segreti atomici ai sovietici tra il 1943 e il 1947, molti suoi complici furono imprigionati e processati. I coniugi Ethel e Julius Rosenberg furono condannati a morte nel 1953, nonostante in loro favore si fosse mobilitata un’ampia fetta dell’opinione pubblica mondiale. Una sorte più leggera ebbe invece un altro celebre scienziato, Robert Oppenheimer, che nel 1949 si era rifiutato di partecipare a un progetto su una nuova bomba all’idrogeno. Questa decisione, assieme ad alcuni legami con esponenti comunisti che egli non riuscì bene a chiarire, lo portarono ad essere estromesso dalle alte cariche che ricopriva.

Joseph McCarthy

Il maccartismo La fobia anticomunista e il clima di sospetto e intimidazione di questi anni furono legati soprattutto al nome di Joseph McCarthy. Si trattava di un senatore del partito repubblicano che, tra il 1950 e il 1956, godette di un’enorme influenza all’interno del Congresso, sostenendo apertamente che in qualsiasi settore della società americana, pubblico o privato che fosse, potevano nascondersi delle spie comuniste. Egli inaugurò una vera e propria “caccia alle streghe”: molte migliaia di persone persero il lavoro, anche sulla base di semplici sospetti, e centinaia vennero imprigionate. Agli accusati vennero negati i passaporti e ad alcuni visitatori stranieri fu impedito di entrare nel paese. Col tempo, le accuse di McCarthy si fecero sempre più ossessive ed esagerate, finché furono gli stessi suoi sostenitori che decisero di metterlo da parte. Il “maccartismo” (così venne chiamata quest’azione) può essere in parte giustificato dalla difficile situazione internazionale del dopoguerra ed è indubbio che il pericolo rappresentato dalle spie sovietiche fosse reale. Tuttavia, la condanna di numerosi innocenti pone un importante interrogativo: fino a che punto è giusto che, a causa di una minaccia, per quanto seria, i cittadini di una democrazia vengano privati delle loro libertà civili e politiche?


CAPITOLO 13

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METTIAMO A FUOCO

La guerra fredda e lo sport La rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica si manifestò anche in campi apparentemente lontanissimi da quelli della politica internazionale. Il principale di questi fu senza dubbio lo sport. Il regime sovietico comprese da subito che le imprese sportive dei propri atleti avrebbero potuto contribuire a diffondere nel mondo l’idea della superiorità del modello comunista su quello occidentale. Il calcio fu un mezzo particolarmente efficace da questo punto di vista: esso si diffuse nell’URSS già prima della rivoluzione, ma ebbe un’impennata a partire dal 1935, quando venne fondata la squadra dello Spartak Mosca. L’anno successivo, durante un incontro dimostrativo disputato sulla Piazza Rossa, Stalin in persona ebbe modo di vedere la squadra, e da allora ne divenne un acceso tifoso. Nel paese nacquero numerose scuole sportive, che avevano il compito di formare i giovani più promettenti, con lo scopo di farli diventare dei campioni. La rappresentativa calcistica nazionale divenne così una delle più forti sulla piazza e nel 1960 conquistò il titolo europeo. Quello rimase però l’unico successo conseguito dai sovietici in campo calcistico: pur potendo contare su un numero notevole di campioni (ricordiamo in particolare il portiere Lev Yashin, vincitore del Pallone d’oro nel 1963), le squadre occidentali si dimostrarono sempre superiori.

Lo scontro sul terreno olimpico Era soprattutto in occasione delle Olimpiadi che Stati Uniti e Unione Sovietica davano il meglio di sé: nonostante fosse ispirata alla pace e alla fratellanza, questa manifestazione sportiva finiva ad ogni edizione per assumere tutto un altro significato. Il numero di medaglie d’oro conquistate da russi e americani era visto inequivocabilmente come una vittoria politica, come una dichiarazione di superiorità del comunismo sul capitalismo, e viceversa. È quanto accadde a Melbourne, in Australia, nel 1956: in quell’occasione i sovietici superarono gli americani per numero complessivo di medaglie vinte e questo fatto fu impugnato trionfalmente da Kruscev per rafforzare ulteriormente le sue teorie sul fatto che il suo paese avrebbe ben presto superato gli Stati Uniti in tutti i campi.

La sfida di Monaco Ma l’episodio forse più clamoroso rimane quello accaduto alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. In quell’occasione Stati Uniti e Unione Sovietica si affrontarono nella finale del torneo di basket (sport nel quale erano entrambi fortissimi). L’atmosfera sugli spalti era incandescente, sicuramente più adatta a una guerra che ad una gara sportiva. Dopo un testa a testa infinito, gli Stati Uniti si trovarono avanti di un punto a soli tre secondi dalla fine. L’allenatore sovietico chiamò un time out, per fermare la gara e poter gestire al meglio il poco tempo a disposizione. L’arbitro però non sentì (o fece solo finta?) e la partita terminò con la vittoria degli americani che cominciarono a festeggiare. A quel punto però intervenne il segretario generale della Federazione Basket, il quale, trovandosi in tribuna e avendo notato l’irregolarità, ordinò all’arbitro di far disputare regolarmente gli ultimi tre secondi di gioco. Questa volta i sovietici segnarono e si aggiudicarono la vittoria. Gli americani, furibondi, gridarono allo scandalo e se ne andarono prima della premiazione, rifiutandosi di accettare la medaglia d’argento. I boicottaggi delle Olimpiadi In pratica, non passò edizione dei giochi senza che la guerra fredda arrivasse ad alimentare le polemiche. Successe anche nel 1980 a Mosca, quando la delegazione americana (seguita da molti paesi appartenenti al blocco occidentale) decise di non partecipare per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa, avvenuta l’anno precedente. I sovietici ricambiarono il favore quattro anni dopo, boicottando i giochi di Los Angeles assieme a tutti i membri del Patto di Varsavia. Con la dissoluzione dell’URSS nel 1991, i suoi atleti si sparpagliarono nelle varie rappresentative nazionali che nel frattempo erano nate, con il conseguente indebolimento da parte della Russia e la fine di quelle epiche battaglie. Nello sport, lo si può affermare senza problemi, la guerra fredda si è insomma combattuta davvero!


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Il secondo dopoguerra e la guerra fredda

Raccontiamo in breve la linea del tempo

1945 fine della Seconda guerra mondiale, nasce l’ONU 1946 indipendenza delle Filippine, l’Italia diventa una repubblica 1947 Piano Marshall, l’India conquista l’indipendenza 1948 nasce lo stato di Israele 1949 viene creata la NATO, Mao Zedong conquista il potere in Cina 1950 Guerra di Corea 1952 Nasser prende il potere in Egitto 1954 indipendenza del Vietnam 1955 Patto di Varsavia 1960 indipendenza del Congo, nasce l’OPEC 1962 indipendenza dell’Algeria 1994 fine dell’apartheid in Sudafrica

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1. Gli Stati Uniti, usciti vincitori dal conflitto mondiale e diventati la principale potenza economica mondiale, vararono il Piano Marshall, un sistema di aiuti economici destinato a tutti i paesi che ne avessero avuto bisogno, a patto che fossero disposti ad aderire alla democrazia. Nel giugno 1945 a San Francisco era invece nato l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), un organismo che avrebbe dovuto sostituire la defunta Società delle Nazioni e lavorare in modo che non si ripetesse più un altro conflitto mondiale. 2. La rottura tra Stati Uniti e Unione Sovietica si consumò molto presto: già a Yalta, nel febbraio del 1945, Roosevelt e Churchill avevano dovuto cedere a Stalin il controllo dell’Europa Orientale, che l’Armata Rossa stava proprio in quei mesi liberando dalla Germania. Successivamente si decise la divisione della Germania e della capitale Berlino in quattro diverse sfere di influenza che però divennero quasi subito due: l’Ovest affidato agli Alleati occidentali, l’Est ai sovietici. Nel frattempo, di fronte all’instaurazione, nell’Est Europa, di regimi comunisti controllati dall’URSS, il presidente americano Truman formulò la celebre “dottrina” che vedeva nel contenimento del comunismo e nella lotta contro di esso il principale obiettivo della politica estera americana. 3. La cosiddetta “guerra fredda” era dunque iniziata. Americani e sovietici non erano disposti a combattersi direttamente l’uno contro l’altro, ma avevano comunque l’intenzione di evitare che il nemico allargasse la propria sfera di influenza. Nel 1949 con la nascita della NATO e del COMINFORM i blocchi internazionali si irrigidirono ancora di più. 4. In Cina, al termine dell’occupazione giapponese, i comunisti guidati da Mao Zedong presero il potere. La paura degli Stati Uniti era che, a questo punto, questa ideologia avrebbe potuto diffondersi in tutta l’Asia. Nel 1950 scoppiò la Guerra di Corea, primo conflitto militare dopo la guerra mondiale. In questa guerra intervennero le forze armate americane, ma l’intervento diretto dei cinesi riequilibrò la situazione. La guerra terminò nel 1953 con un nulla di fatto e la Corea è a tutt’oggi divisa in due paesi contrapposti. 5. Negli anni immediatamente successivi alla guerra mondiale, si assistette al fenomeno della “decolonizzazione”, per cui i paesi africani e asiatici che erano stati colonie europee guadagnarono la loro indipendenza. Nacquero così numerosi stati che non furono però privi di problemi, a causa di difficoltà economiche e sociali e delle lotte interne che scoppiarono soprattutto nei paesi africani.


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6. L’India, già considerata il fiore all’occhiello dell’Impero Britannico, ottenne l’indipendenza nel 1947, grazie alla lotta non violenta di Gandhi. Tuttavia vi furono violenti scontri tra musulmani e indù e lo stesso Gandhi fu assassinato nel 1948. L’India, guidata poi da Nehru fino al 1964, andò incontro ad un processo di modernizzazione e in politica estera decise di rimanere equidistante dai due blocchi. 7. La decolonizzazione fu molto rapida nei territori asiatici occupati dai giapponesi durante la guerra: Filippine, Birmania, Malesia e Indonesia ottennero l’indipendenza nei primi anni del dopoguerra. Più complessa la situazione dell’Indocina, dove, in Vietnam, vi fu una violenta guerra tra i francesi e l’esercito di liberazione guidato da Ho Chi Minh, di fede comunista. Nel 1954, al termine del conflitto, il Vietnam venne diviso in due, creando una situazione che di lì a poco avrebbe portato a una guerra lunga e cruenta. 8. In Africa, tra il 1956 e il 1968 ben 35 stati ottennero l’indipendenza. Tuttavia, in molti casi, il processo fu accompagnato da guerre, come in Congo, Kenya e Nigeria. Diverso fu il caso del Sudafrica, un “dominion” britannico che divenne indipendente nel 1961. Qui prese piede l’apartheid, ossia la separazione e l’esclusione dalla vita pubblica della maggioranza nera, operato dalla minoranza bianca di origine europea. Nel 1994, grazie all’iniziativa di Nelson Mandela, si giunse all’abolizione dell’apartheid e il Sudafrica si avviò verso la piena democrazia. 9. Nei paesi arabi si formarono dapprima la Lega Araba e successivamente l’OPEC, che riuniva gli stati produttori di petrolio. L’Algeria ottenne l’indipendenza nel 1962, dopo una lunga guerra di liberazione contro i francesi. Complessa e travagliata fu la situazione del Medio Oriente, diviso tra arabi musulmani ed ebrei, che erano giunti in Palestina dalla fine del XIX secolo. La proclamazione dello stato d’Israele e di quello palestinese, avvenuta ad opera dell’ONU nel 1947, non fu mai accettata dai paesi arabi, che volevano eliminare gli israeliani dalla regione. Vi fu una guerra nel 1948 che fu vinta da Israele ma che non risolse una questione ancora oggi aperta. Nel frattempo, in Egitto, prese il potere Nasser (1952), che inaugurò una politica fortemente nazionalista. Il suo tentativo di nazionalizzare il Canale di Suez portò ad acuire le tensioni internazionali anche se si riuscì in extremis ad evitare un conflitto armato.

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Il secondo dopoguerra e la guerra fredda

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. 2. 3. 4. 5. 6.

Che cos’era il Piano Marshall? Quali sono i compiti delle Nazioni Unite? Quali sono i suoi organi fondamentali? Che cosa si decise nella Conferenza di Potsdam? Che cosa sono la NATO e il COMINFORM? E il Patto di Varsavia? Che cosa si intende per guerra fredda? Quali erano le differenze tra i paesi del blocco occidentale filo americano e quelli del blocco orientale finiti sotto la dominazione sovietica? 7. Come si concluse la Guerra di Corea? 8. Quali furono le cause della decolonizzazione? 9. Chi era Gandhi? 10. Chi erano Patrice Lumumba e Dag Hammarskjöld? 11. Che cos’è l’apartheid? 12. Che cos’è l’OPEC? 13. Che cosa si intende per questione palestinese?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. Febbraio 1945 Giugno 1945 1947

Mao Zedong prende il potere in Cina Conferenza di Yalta Scoppia la Guerra di Corea

4 aprile 1949

Nasce l’ONU

1 ottobre 1949

Viene costituita la NATO

1950

Viene costituito il Patto di Varsavia

1955

L’India conquista l’indipendenza

1956

Crisi di Suez

1960

Finisce l’apartheid in Sudafrica

1994

Nasce l’OPEC

Esercizio 3 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Con la Conferenza di Yalta a. Stalin ottenne che tutta l’Europa finisse sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. b. Stalin ottenne che i paesi dell’Europa dell’est finissero sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. c. Stalin, Churchill e Roosevelt si accordarono per sconfiggere definitivamente Hitler.


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La dottrina Truman mirava a a. opporsi sul piano militare all’avanzata sovietica. b. contenere la diffusione del comunismo contrastandolo sul piano economico e politico. c. porre le basi per contrastare l’Unione Sovietica con una nuova guerra. Con la guerra fredda a. non essendoci guerre realmente combattute, il mondo conobbe una situazione di pace e tranquillità. b. il mondo visse sotto l’incubo di una catastrofica guerra atomica. c. nel mondo ci fu una gravissima crisi politica dovuta al contrasto tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Gli stati nati dalla decolonizzazione non ebbero vita facile a. perché subirono ancora la dominazione dei paesi ricchi. b. perché erano di nuovo sfruttati sul piano economico dai paesi ricchi e avevano una classe dirigente impreparata e divisa da odi tribali. c. perché c’era la guerra fredda. L’ideologia del Panafricanismo sosteneva che a. tutti i popoli africani avevano un destino comune e dovevano collaborare insieme per lo sviluppo pacifico del continente. b. tutti i popoli africani dovevano lottare insieme per cacciare i “bianchi” europei. c. i popoli africani in futuro, dopo aver conquistato l’indipendenza, avrebbero dominato il mondo. Esercizio 4 · Nel corso del capitolo hai fatto conoscenza con le sigle di alcune importanti organizzazioni internazionali. Cerca il significato di queste sigle e completa la tabella. Organizzazione internazionale ONU

FAO

UNESCO

UNICEF

UNHCR

NATO

COMINFORM

OPEC

Significato della sigla

Anno di costituzione

Obiettivi

Sede


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Capitolo 14

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L’Italia dal 1948 ai giorni nostri Una difficile crescita, tra luci e ombre Con la vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni del 1948 e con i governi centristi che ne seguirono iniziò, per il nostro paese, la lenta e difficile ripresa. I partiti al governo operarono subito una scelta importantissima: schierarono definitivamente l’Italia nel campo occidentale a fianco degli Stati Uniti nella guerra fredda che si andava delineando. Ciò garantì al paese aiuti per la ripresa ma anche la possibilità di sviluppo democratico per tutta la seconda parte del secolo, lontano da ogni influenza del comunismo sovietico. Tra luci e ombre, nuove alleanze di governo e alcune importanti riforme, l’Italia, nei cosiddetti anni del “boom”, divenne uno dei paesi più industrializzati del mondo anche se, ben presto, si avvertirono le prime avvisaglie della crisi. La crescita economica si esaurì, sorsero tensioni sociali con scioperi e proteste sia degli operai che degli studenti, soprattutto negli anni immediatamente seguenti al Sessantotto, anni caratterizzati anche dal terrorismo di opposte matrici che mirò, per fortuna senza riuscirci, a destabilizzare il paese e minare la democrazia. La cosiddetta “prima repubblica” finì agli inizi degli anni Novanta in seguito alla grave crisi generata dai molteplici casi di corruzione tra esponenti politici, portati in luce dall’inchiesta di Tangentopoli, che segnò il crollo o la profonda trasformazione dei partiti nati nell’immediato dopoguerra e aprì la strada a una situazione politica che permane tuttora fluida ed estremamente incerta.

Picnic di una famiglia in gita fuori porta in una pubblicità della FIAT 600 Multipla dei primi anni Sessanta Negli anni del boom economico, le condizioni di crescente benessere permisero alle famiglie di concedersi svaghi prima impensabili. Grazie all’automobile, divenne sempre più diffusa, nei fine settimana, l’abitudine di effettuare gite fuori porta, ai laghi o in campagna. La FIAT 600 Multipla pubblicizzata nella foto (una sorta di minibus del tempo) era detta “famigliare” perché concepita appositamente per soddisfare le esigenze di spostamento di famiglie anche numerose.

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L’Italia dal 1948 ai giorni nostri

1 · L’Italia del secondo dopoguerra: una lenta ma efficace ripresa

Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano, detta alla stampa una sua dichiarazione, 1950

Il peso della guerra fredda Per ben comprendere quanto si descrive in questo capitolo occor­ re tener presente che fino al 1991 le vicende dell’Italia si sono svol­ te nel quadro della guerra fredda della quale abbiamo parlato nel capitolo precedente. Essa, pur non implicando, almeno in Europa, degli aperti conflitti armati, dal punto di vista politico, economico e sociale fu una guerra a tutti gli effetti e tanto la vita politica quan­ to l’economia e la società del nostro paese ne furono fortemente condizionate. Da tutto ciò derivarono precise conseguenze che chi deteneva il potere allora non amava riconoscere e che quindi gior­ nali e cinema ignorarono, ma che ebbero un peso determinante. L’Italia, uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, era sotto la tutela delle potenze vincitrici. In forza degli accordi tra di esse era stata inclusa nell’Occidente, ossia nell’area di influenza de­ gli Stati Uniti. Il Partito Comunista Italiano, legato in vario modo all’Unione Sovietica, era però la seconda forza politica più impor­ tante del paese, essendo votato da oltre un quarto degli elettori, ed aveva inoltre una presenza spesso maggioritaria in gruppi sociali molto importanti e influenti: dagli operai delle grandi fabbriche al mondo dell’università, della cultura e del cinema. Per tale ragione


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si può dire che una certa influenza sovietica, tramite questo partito, era avvertita anche nel nostro paese. Ciò avrebbe potuto portare a conseguenze negative col rischio di forti conflitti sul piano politico e sociale, fino alla possibilità non remota di una guerra civile. In­ vece, pur in un simile delicato contesto, venne garantito all’Italia un notevole sviluppo e questi pericoli vennero evitati. Di ciò si deve rendere merito ad entrambe le maggiori forze politiche dell’epoca, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, che dimo­ strarono profondo senso di responsabilità ed evitarono di accre­ scere conflittualità e attriti, in nome del bene superiore del paese. Tutto ciò però fu possibile solo al prezzo di compromessi che, nel tempo, avrebbero portato, come vedremo, ad un graduale deterio­ ramento del nostro sistema politico, fino al crollo, proprio in coin­ cidenza con la fine della guerra fredda, di quella che venne chia­ mata “prima repubblica” e dei partiti che ne avevano fatto parte.

L’attentato a Togliatti e il pericolo scongiurato della rivoluzione La prima legislatura del nuovo parlamento si aprì in maniera drammatica: il 14 luglio 1948, a Roma, Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, fu aggredito e ferito gravemente a colpi di pi­ stola da un giovane che, come si accertò in seguito, aveva agito da solo senza nessun mandante. Subito nella capitale e in altre città italiane migliaia di militanti comunisti si radunarono nelle piazze, pronti all’insurrezione. Molti di loro erano ex partigiani e disponevano an­ cora delle armi con cui avevano combattuto i tedeschi. Fu però lo stesso Togliatti che dall'ospedale dove era stato ricoverato, appena fuori pericolo e con grande senso di responsabilità diramò un mes­ saggio in cui invitava alla calma ed esortava a non compiere azioni av­ ventate. Più che alla straordinaria vittoria di Bartali al Tour de France, come si disse allora, fu soprattutto grazie a questo appello che le folle di manifestanti si dispersero e la situazione tornò alla normalità. De Gasperi e la strategia del “centrismo” De Gasperi iniziò il suo governo all’insegna della moderazione. Fortemente ostile alle forze estremiste, sia di destra che di sinistra, scelse di allearsi con i partiti più moderati (liberali, repubblicani e socialdemocratici, questi ultimi nati l’anno prima da una scissione all’interno del Partito Socialista) e di perseguire una politica cosid­ detta “di centro”. Il suo obiettivo principale fu ovviamente la ricostruzione del pae­ se. Oltre ad accettare gli aiuti del Piano Marshall, egli varò una poli­ tica liberista, che non escluse però l’intervento dello stato. Per que­ sto riorganizzò l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) creato a suo tempo da Mussolini, e nel 1953 costituì, su impulso di Enrico Mattei, l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi). Grazie ad esso

Legislatura Periodo in cui i membri del Senato e della Camera dei Deputati eletti dal popolo rimangono in carica. Al termine di questo periodo, vengono indette nuove elezioni.

Perché il 14 luglio 1948 si rischiò una insurrezione?

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L’Italia dal 1948 ai giorni nostri

Perché fallì la Cassa per il Mezzogiorno?

l’industria italiana poté rapidamente avvalersi dei vasti giacimenti di metano appena scoperti nella Pianura Padana. Risale a quegli stessi anni anche la creazione della Cassa per il Mezzogiorno, un ente chiamato a finanziare grandi programmi di sviluppo nel Sud Italia. Purtroppo però essa non diede i risultati attesi poiché i suoi finanziamenti vennero troppo spesso sprecati in opere di scarsa utilità quando non finirono nelle tasche di politici disonesti oppure in quelle della delinquenza organizzata.

Perché la riforma agraria non fu del tutto efficace?

L’Italia diventa un paese industriale De Gasperi approvò anche la riforma agraria grazie alla quale molti terreni di precedenti latifondi furono divisi tra i contadini. Questa riforma, attesa da tempo, venne tuttavia realizzata quando ormai non aveva più l’importanza che avrebbe avuto se fosse stata attuata in precedenza. Proprio allora infatti l’Italia aveva comincia­ to a trasformarsi in un paese industriale e molti giovani contadini, abbandonati i campi, emigravano nelle città dove cercavano lavoro in fabbrica, ponendo in tale lavoro, e non più nella proprietà del­ la terra sognata dai padri, la risposta alle loro speranze di crescita economica e sociale. Cominciava così quello che poi sarebbe stato definito “miracolo economico”, accompagnato dall’emigrazione interna che avrebbe portato nel giro di qualche decennio migliaia di braccianti e disoc­ cupati delle aree meridionali a cercare lavoro, in condizioni spesso difficili, nelle grandi città industriali del Nord. L’industria italiana conobbe un vero e proprio boom: si svilupparono in particolare il settore chimico e quello petrolchimico (Milano, Venezia Porto Marghera, Genova Voltri) e venne ampliata la rete autostradale, che divenne in breve tempo una delle migliori d’Europa. Grande fu inoltre la diffusione di beni di consumo (auto, moto, lavatrici, più avanti anche televisori), poiché adesso la gente guadagnava di più e poteva permettersi spese anche al di fuori dello stretto necessario.

Ratifica Approvazione da parte delle autorità competenti di un accordo precedentemente preso in maniera informale.

La politica estera: la ratifica del trattato di pace e la difficile questione di Trieste In politica estera, De Gasperi dovette subito affrontare il proble­ ma della ratifica del trattato di pace. Le condizioni imposte dagli Alleati furono particolarmente dure. L’Italia dovette pagare una fortissima somma come riparazione dei danni di guerra, perse le sue colonie e dovette cedere alla Francia il comune di Tenda, la maggior parte di quello di Briga e altre aree di confine. Particolarmente dolo­ rose e travagliate furono le cessioni alla Jugoslavia di larga parte del territorio delle province di Trieste e di Gorizia, dell’Istria meridio­ nale, di Fiume con le isole vicine, e della città di Zara. Trieste e l’I­ stria settentrionale vennero poi divise in due zone: il capoluogo e gli immediati dintorni (chiamati zona A) passarono sotto un’ammini­


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strazione internazionale istituita dagli Alleati, mentre la restante parte (la zona B), con Capodistria e altri centri minori, fini sotto l’amministrazione jugoslava. Nel 1954 mentre la zona A tornerà all’Italia, la zona B diverrà definitivamente jugoslava. A causa di queste cessioni tra il 1945 e il 1954 oltre 350.000 nostri connazionali furono costretti a un triste esodo, con la perdita defi­ nitiva delle loro case e delle loro proprietà. La maggior parte si sta­ bilirà nella madrepatria ma numerosi emigreranno oltremare, nel­ le Americhe e nella lontana Australia. Le dure condizioni del trattato di pace generarono proteste e discussioni all’interno del parlamento ma alla fine De Gasperi ebbe la meglio. Accettarlo era infatti indispensabile per permettere all’Italia di essere nuovamen­ te ammessa nel consorzio delle democrazie europee.

L’Italia entra nella NATO Nel 1949 accadde un altro fatto importante: l’ingresso dell’Italia nella NATO, allora più nota col nome di Patto Atlantico. Questa de­ cisione fu presa dopo numerose discussioni in parlamento. Le sini­ stre, in particolare il Partito Comunista, erano infatti contrarie in quanto questo avrebbe significato un più stretto legame tra il no­ stro paese e gli Stati Uniti. Per la Democrazia Cristiana al contrario, questa scelta rappresentò la possibilità di inserire definitivamente

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Winston Churchill e Alcide De Gasperi a colloquio nel giardino della residenza del primo ministro britannico, al n. 10 di Downing Street Londra, 23 giugno 1953

Perché molti italiani dovettero lasciare i territori istriani?


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Perché fu importante l’adesione dell’Italia alla NATO?

l’Italia all’interno delle democrazie occidentali al riparo da qualsia­ si tentativo comunista di far precipitare la penisola nella sfera di influenza sovietica, una svolta che gli Stati Uniti non avrebbero esi­ tato ad impedire anche intervenendo con la forza.

2 · Il tentativo di una nuova formula politica: il “centrosinistra”

Perché si parlò di legge truffa a proposito della nuova legge elettorale?

La “legge truffa” e la fine dell’era De Gasperi Nonostante la vittoria elettorale ottenuta, la Democrazia Cristia­ na faticava a governare da sola e aveva sempre bisogno dell’appog­ gio di altri partiti. Nel tentativo di rendere maggiormente stabile il sistema politico, De Gasperi propose nel 1953 una nuova legge elet­ torale che avrebbe assegnato i due terzi dei seggi in parlamento alla lista che avesse guadagnato almeno il 51 per cento dei voti. Questo premio di maggioranza così alto, non molto diverso da quanto pre­ visto oggi in parecchi sistemi democratici, suscitò allora l’aspra op­ posizione del Partito Comunista: Togliatti e i suoi alleati la chiama­ rono “legge truffa” e la paragonarono a quella varata da Mussolini nel 1923. Nonostante tutte le polemiche la legge passò, ma alle ele­ zioni di quell’anno la Democrazia Cristiana guadagnò solo il 48 per cento dei voti, e non riuscì ad ottenere i seggi in più previsti. De Ga­ speri, criticato anche da membri del suo partito, si ritirò dalla vita politica e la legge venne cancellata. Il fallimento del governo Tambroni L'uscita di scena di De Gasperi decretò la fine del centrismo. I suoi successori alla guida della DC, Amintore Fanfani e successivamen­ te Aldo Moro, vedevano di buon occhio un’eventuale alleanza con il Partito Socialista, soprattutto dopo che, nel 1956, i socialisti si era­ no staccati dal PCI in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria. Le resistenze a questo progetto erano però molto forti in Italia ma non solo. Sia il Vaticano che gli Stati Uniti non si mostravano favo­ revoli a questa svolta, temendo che, con essa, si sarebbe aperta una strada che avrebbe portato le sinistre al governo, vanificando così la storica scelta compiuta dal popolo italiano con le elezioni del 1948. Nel 1960 si formò perciò un governo presieduto dal democristiano Fernando Tambroni che, per ottenere la fiducia in parlamento, do­ vette allearsi con il Movimento Sociale Italiano, un partito che nel suo programma si richiamava esplicitamente al fascismo. L’ingres­ so nel governo di un tale partito provocò proteste in varie città, tra cui Genova, dove si verificarono veri e propri episodi di guerriglia. Tambroni dovette dimettersi e il quadro politico italiano divenne così sempre più instabile.


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La Democrazia Cristiana e il Partito Socialista governano insieme A questo punto divenne chiaro che per la Democrazia Cristiana era impossibile allearsi con partiti di destra; per queste ragioni l’unica soluzione che rimaneva era proprio quella del “centrosini­ stra”, ovvero un’alleanza tra la DC, il Partito Socialdemocratico e il Partito Socialista. A favorire questo progetto furono anche l’appro­ vazione del nuovo presidente degli Stati Uniti Kennedy e la nuo­ va linea di papa Giovanni XXIII, che era stato eletto nel 1958 alla morte di Pio XII e che sosteneva la necessità di un'apertura e di un “dialogo” anche con le forze della sinistra. Fu così che nel 1962 poté formarsi il primo governo di centrosinistra, presieduto da Fanfani. Questo nuovo governo varò due importantissime riforme: – la nazionalizzazione dell’energia elettrica, con la creazione del­ l’ENEL, allo scopo, purtroppo poi in parte mancato, di rendere, più economica, più accessibile e meno soggetta a speculazioni la prin­ cipale fonte di energia per uso sia domestico che industriale; – l’istituzione della scuola media unica che apriva poi le porte a tutte le scuole superiori. Con tale riforma si voleva favorire la diffu­ sione dell’istruzione, facilitando l’accesso agli studi superiori ai figli delle famiglie più povere. Questa nuova scuola media era definita “unica” perché sostituiva due precedenti tipi di scuole: la scuola media tradizionale, che apriva la porta delle scuole superiori, e la scuola di avviamento professionale che avviava al lavoro senza al­ cuna ulteriore prosecuzione degli studi. La fine del centrosinistra Queste furono le uniche due riforme di una certa importanza rea­ lizzate dai governi di centrosinistra. Negli anni successivi questa formula politica incontrò sempre più resistenze negli ambienti

Amintore Fanfani, più volte presidente del consiglio tra il 1954 e il 1987

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Recessione Situazione di crisi dell’economia in cui la produzione generale di beni diminuisce e aumenta la disoccupazione, con conseguente peggioramento della qualità della vita. Piano regolatore Strumento, varato in genere dai singoli comuni, attraverso cui si regola l’attività di costruzione edilizia, decidendo quali sono le zone in cui si può costruire, il numero degli edifici, la loro dimensione, quali aree destinare agli insediamenti industriali, quali a verde pubblico. Speculazione edilizia Particolare operazione finanziaria che consiste nell’acquistare a poco prezzo un terreno sul quale si prevede verranno costruite delle abitazioni. Una volta che il terreno è stato reso edificabile, gli speculatori lo rivendono ad un prezzo di molte volte superiore, ottenendo dunque cospicui guadagni.

Perché lo sviluppo industriale favorì la speculazione edilizia?

conservatori mentre, a partire dalla metà degli anni Sessanta, la crescita economica rallentò ed ebbe inizio una fase di recessione. I grandi spostamenti di popolazione dalle campagne alle città e dal Sud al Nord e la crescente domanda di case più spaziose e acco­ glienti, favorita dal rapido aumento del tenore di vita, provocarono una fortissima domanda di nuove costruzioni di fronte alla quale le amministrazioni locali non erano preparate. Non disponevano in­ fatti di piani regolatori e non avevano acquistato per tempo terre­ ni da riservare ai servizi pubblici e all’edificazione di case per le fa­ miglie più povere. Inoltre non esistevano leggi che tutelassero il paesaggio e i monumenti storici. I grandi operatori immobiliari e i proprietari di terreni si opponevano a qualsiasi forma di equilibra­ to governo del territorio. Tutto questo fu all’origine di una grande ondata di speculazione edilizia che deturpò il bellissimo paesag­ gio italiano e favorì nel Sud gli affari delle organizzazioni malavito­ se tra cui la mafia e la camorra. Il forte sviluppo di agenzie, di enti e di aziende di stato, favorito dai governi di centrosinistra, indusse inevitabilmente i partiti al potere a nominare ai vertici di tutti questi organismi uomini di loro fiducia. Ciò contribuì ad alimentare il clientelismo e l’inefficienza. La morte tragica di Enrico Mattei, precipitato col suo aereo nel 1962 in circostanze non ancora del tutto chiarite, privò poi l’Italia di un abile manager che stava cercando, attraverso contatti diretti con gli stati produttori di petrolio, di garantire al nostro paese un approvvigionamento energetico a prezzi vantaggiosi. Tutto questo contribuì a porre termine in maniera deludente all’esperimento del centrosinistra che tante speranze aveva suscitato. Nel paese si sa­ rebbe ora aperta una fase profondamente difficile, caratterizzata da conflitti sociali particolarmente accesi.

3 · Dal “Sessantotto” alla buia stagione del terrorismo Una protesta nata nelle università Il Sessantotto fu la rivolta sociale, per lo più universitaria, che prese il suo nome proprio dall’anno nel quale dilagò in Francia e poi in quasi tutta l’Europa occidentale. Esso tuttavia iniziò nel no­ vembre del 1967 in Italia, quando a Milano gli studenti occuparono l’Università Cattolica. Motivo immediato della protesta fu l’im­ provviso aumento delle tasse universitarie, cui l’ateneo si era visto costretto a seguito dell’altrettanto improvvisa diminuzione dei fon­ di che riceveva dallo stato a parziale copertura delle proprie spese. Sorprendentemente però la protesta degli studenti si diresse con­ tro l’Università, e non contro lo stato che aveva tagliato i fondi. Fu


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perciò subito evidente che tale protesta era stata solo il detonatore di un disagio giovanile che non aveva quasi nulla a che vedere con il motivo che l’aveva scatenata. I protagonisti di queste proteste erano giovani, in gran parte pro­ venienti dalla borghesia urbana, che si ispiravano, da un lato, al mo­ vimento hippy che aveva preso avvio pochi anni prima negli Stati Uniti e, dall’altro, più che al comunismo sovietico, ai movimenti rivoluzionari sorti in America Latina e ai fermenti che proveni­ vano dal comunismo cinese di Mao Zedong. Figure carismatiche e modelli per questi giovani divennero proprio il leader cinese e il guerrigliero argentino Che Guevara, personaggio di primo piano della vittoriosa insurrezione che a Cuba aveva travolto il regime del presidente-dittatore Fulgencio Batista. In particolare in ambien­ te cattolico si aggiunse a ciò anche l’influsso di chi interpretava le conclusioni del Concilio Vaticano II, da poco terminato, ispirando­ si all’analisi marxista della società del tempo. Dell’università si contestavano la severità, gli alti costi di accesso, la netta selezione che veniva attuata. Tutto questo, secondo gli stu­ denti in rivolta, favoriva inevitabilmente chi proveniva da famiglie benestanti. Si volevano invece una scuola e un’università in cui fos­ se più semplice accedere ed ottenere le promozioni. Nel corso dell’anno accademico 1967-68 occupazioni e manifesta­ zioni di protesta si registrarono in molte altre università sia in Italia che altrove nell’Europa occidentale, finché nel maggio 1968, a Parigi, la rivolta studentesca assunse dimensioni tali da diventare un fatto di notorietà internazionale e una sfida politica di prima grandezza.

Perché gli studenti contestavano la scuola?

Manifestazione di protesta di artisti e studenti in piazza San Marco contro la XXXIV Mostra Biennale d’Arte. La Polizia arresta alcuni manifestanti Venezia, 1968

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Perché i giovani del ’68 rifiutavano ogni tipo di autorità?

La rivolta dei figli contro il mondo dei padri e il rifiuto di ogni autorità Senza dubbio questo movimento di protesta aveva ampie motiva­ zioni. Sul piano economico la ricostruzione post-bellica si era com­ piuta con successo ma la società continuava in larga misura a essere quella di prima della guerra. Molti giovani si sentivano prigionieri di un modo di vivere nel quale non si riconoscevano, che reputavano falso e formalista. In particolare, i valori ai quali si ribellavano erano proprio quelli “borghesi” che i loro genitori avevano seguito: posse­ dere un buon lavoro, una casa, una macchina e condurre una tran­ quilla vita famigliare con moglie e figli. I “sessantottini” intendevano invece la libertà come un’assenza da qualsiasi legame e come diritto incondizionato dell’individuo ad autodeterminarsi: sognavano una società socialista rivoluzionaria, grazie a ciò più giusta, non domina­ ta dalle guerre e dal potere del denaro. Il loro comportamento ribelle si manifestò a partire già dall’abbigliamento: jeans e magliette sosti­ tuirono le giacche, mentre i ragazzi si fecero crescere la barba e i ca­ pelli. Qualsiasi tipo di autorità venne fermamente rifiutata: i genito­ ri, i professori (spesso contestati anche durante le lezioni), la Chiesa. La pratica religiosa dei giovani diminuì drasticamente e la morale cattolica, soprattutto in campo sessuale, venne messa in discussione. I giovani del ’68 erano comunisti ma non si riconoscevano nell’Unione Sovietica Ad essere contestato era anche il sistema politico-parlamentare in vigore nei paesi occidentali, poiché considerato democratico solo in apparenza: ad esso si opponeva, durante le occupazioni di scuole e università, il sistema delle assemblee, all’interno delle quali tutti, almeno in teoria, avevano la stessa capacità decisionale. Particolar­ mente violente furono poi, sia in Italia che all’estero, le proteste con­ tro la guerra del Vietnam, che era in corso in quegli anni e più in gene­ rale contro la logica delle armi nucleari imposta dalla guerra fredda. I sessantottini comunque, pur essendo orientati a sinistra, criticavano profondamente il Partito Comunista, che a loro dire si era ormai da tempo “borghesizzato” e non nascondevano il loro disprezzo per il comunismo sovietico che, secondo loro, aveva tradito gli ideali origi­ nari di Marx. Per questo motivo, come detto, guardavano a quei pa­ esi come la Cina o Cuba, nei quali, secondo loro, si stava costruendo un socialismo più fedele alle idee del fondatore e realmente attento all’uguaglianza tra le persone La storia, come si vedrà, darà loro torto. Uno degli slogan più ripetuti nel corso del Sessantotto fu quello che inneggiava all’unione tra operai e studenti. Durante le diverse occupazioni di scuole e università che si susseguirono in quegli anni, i manifestanti lanciavano costantemente proclami di solida­ rietà nei confronti dei lavoratori, sostenendo che gli obiettivi per cui si lottava fossero i medesimi tanto che, durante gli scioperi del


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cosiddetto “autunno caldo”, non era difficile vedere studenti liceali e universitari sfilare assieme a fianco degli operai. In realtà questa manifestazione di unità era puramente simbolica e non sarebbe durata a lungo. I lavoratori delle fabbriche infatti guardarono sem­ pre con diffidenza ai sessantottini che avvertivano come lontani dalla loro realtà e dalle loro vere esigenze.

Una protesta sfociata presto nella violenza Le proteste giovanili divennero ben presto, almeno in Italia, sem­ pre più violente. Le assemblee studentesche diventarono ostaggio di una minoranza aggressiva e fortemente determinata, che minac­ ciava e a volte picchiava coloro che non ne condividevano la linea. Inoltre, durante le manifestazioni pubbliche indette nelle varie città d’Italia, divenne una regola l’attacco con pietre e bastoni alle forze di polizia schierate sul posto per il servizio d’ordine. La prima volta fu a Roma, nel marzo 1968. In quell’occasione gli scontri avvenuti a Val­ le Giulia fecero registrare 148 feriti tra le forze dell’ordine e 47 tra i manifestanti. Fu in quella circostanza che l’intellettuale e scrittore Pier paolo Pasolini, con un intervento che ebbe molta eco, dichiarò di stare, lui che era uomo di sinistra, dalla parte degli agenti di po­ lizia. I veri poveri, egli scrisse, erano loro, figli di contadini e brac­ cianti meridionali che lavoravano al servizio dello stato per un ma­ gro stipendio. Non gli studenti contestatori, i figli della media e alta borghesia, che non sapevano cosa volesse dire veramente la miseria.

Perché i giovani del ’68 non si riconoscevano nell’Unione Sovietica?

Hippies a un concerto di musica giovanile negli anni Sessanta

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Perché il movimento del ’68 si esaurì? Perché nacque la lotta armata?

Dalla contestazione studentesca alla lotta armata Nell’arco di qualche anno il movimento del Sessantotto si esaurì lasciandosi però alle spalle dei nuclei di estremisti che negli anni successivi passarono alla lotta armata nella convinzione che l’attac­ co violento ai rappresentanti del potere fosse l’unico modo per cam­ biare veramente le cose. Nacquero in quegli anni organizzazioni come Potere Operaio e Lotta Continua che ritenevano si dovesse agire al di fuori del parlamento e realizzare una rivoluzione con la forza delle armi. Gli aderenti a questi gruppi “extraparlamentari”, che potevano contare anche sull’appoggio di molti docenti universi­ tari ed esponenti del mondo culturale, nel corso degli anni Settanta si resero protagonisti di diversi episodi di violenza, il più grave dei quali resta sicuramente l’assassinio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto a Milano nel maggio del 1972. “L’autunno caldo” delle fabbriche Oltre alle contestazioni studentesche, il biennio 1968-69 vide an­ che un’enorme crescita delle lotte sindacali ed operaie con scioperi e manifestazioni un po’ in tutti in settori e nelle aree industrializza­ te del paese. Rispetto a dieci anni prima, i lavoratori erano ora più istruiti, più consapevoli di quali avrebbero dovuto essere i loro dirit­ ti e più organizzati all’interno delle associazioni sindacali (la CGIL di impronta comunista, la CISL di impronta cattolica e la UIL di area socialista-repubblicana). Per questo la loro lotta risultò più decisa ed efficace, anche se non si congiunse mai con quella degli studenti. Le loro richieste erano quelle di salari più alti e di una maggiore sicurezza sul lavoro, ma anche di poter partecipare di più alla gestio­ ne delle fabbriche. Le lotte operaie, che si concentrarono soprattut­ to in quello che fu chiamato “l’autunno caldo” del 1969 ed ebbero come centro gli stabilimenti della FIAT a Torino, fecero registrare un certo successo. Fu infatti approvato lo Statuto dei lavoratori, una legge che ne tutelava i diritti in modo molto specifico e dettagliato, e vennero istituiti i Consigli di fabbrica, organismi rappresentativi che fungevano da collegamento tra i datori di lavoro e i sindacati. L’attentato di piazza Fontana: inizia il periodo buio del terrorismo Il 12 dicembre 1969 una bomba esplose all’interno della sede del­ la Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, in piazza Fontana. L’ordigno provocò 17 morti e 88 feriti. L’attentato sconvolse pro­ fondamente l’opinione pubblica, anche perché l’individuazione dei responsabili si rivelò tutt’altro che semplice. In un primo momento vennero indagati gli appartenenti a un circolo anarchico milanese, ma successivamente questi vennero scagionati e si scoprì che die­ tro al terribile attentato c’erano gruppi di estrema destra, che si ri­ chiamavano all’ideologia fascista.


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“Gli anni delle stragi e del piombo”: il terrorismo nero… Negli anni seguenti vi furono altri otto attentati di questo tipo, tra cui ricordiamo in particolare quello di Piazza della Loggia a Brescia e quello alla stazione di Bologna, nell’agosto del 1980, indubbiamen­ te il più grave in assoluto con i suoi 85 morti. In tutti questi casi, i colpevoli furono individuati nell’area neofascista, ma solo per alcuni di questi episodi si arrivò a sentenze di condanna definitive. La man­ canza di indizi certi e i numerosi punti misteriosi che affiorarono durante le indagini fecero però pensare che dietro ci fosse molto di più. Si parlò di un ruolo particolare giocato da servizi segreti “devia­ ti” decisi a creare nel paese un clima di paura che giustificasse un colpo di stato e la presa del potere da parte delle forze più conserva­ trici e reazionarie. A tal fine si sarebbero serviti dei neofascisti per organizzare gli attentati o li avrebbero comunque protetti. Questa ipotesi, sostenuta in modo particolare dalla sinistra e nota col nome di “strategia della tensione” non venne tuttavia mai provata. ... e il terrorismo rosso Contemporaneamente al terrorismo di estrema destra si sviluppò l’azione terroristica di gruppi armati di estrema sinistra. Questi erano sorti proprio a partire dalle numerose frange extraparlamentari che teorizzavano e praticavano la violenza come sistema per demolire lo stato e fare la rivoluzione. Nel 1969 vennero fondate le Brigate Rosse, una vera e propria organizzazione terroristica che fu attiva in Italia per parecchi anni, colpendo uomini politici democristiani e di sini­ stra, avvocati, giudici, giornalisti, carabinieri e poliziotti, tutti coloro che, secondo i brigatisti, facevano gli interessi dello stato che essi vo­

La filiale di piazza Fontana della Banca Nazionale dell’Agricoltura devastata dalla bomba che ha provocato la morte di 17 persone e il ferimento di altre 88 Milano, 12 dicembre 1969

Perché si parla di strategia della tensione?

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levano distruggere. Questi terroristi si richiamavano esplicitamente al periodo della Resistenza che, a loro dire, sarebbe stata tradita, e molti di loro erano stati in passato legati al Partito Comunista prima di uscirne per dedicarsi alla lotta armata. Nel marzo del 1978 le Bri­ gate Rosse compirono il loro gesto più efferato, quando, dopo averne sterminato la scorta, con un’azione che denotava una capacità milita­ re sorprendente per un’organizzazione armata clandestina, rapirono e successivamente uccisero il leader democristiano Aldo Moro.

La decisa risposta dello stato per debellare il terrorismo Dopo il delitto Moro l’opinione pubblica e tutte le forze politiche democratiche reagirono con grande responsabilità e fermezza. An­ che molti uomini di cultura di sinistra che in passato avevano in qualche modo cercato di giustificare gli aderenti a questi gruppi, ri­ tenendo che si trattasse di compagni che, pur sbagliando, partivano da motivazioni giuste, ne presero ora più nettamente le distanze. Per combattere il terrorismo vennero varate leggi molto più severe, le carceri vennero rese più dure e furono avviate indagini serrate, che nel giro di alcuni anni raggiunsero grandi successi. Ai terroristi cat­ turati venne offerta, con positivi risultati, la possibilità di collaborare con la giustizia in cambio di una riduzione della pena. Entro i primi anni Ottanta le Brigate Rosse e gli altri gruppi terroristici vennero quasi del tutto debellati. Rimasero attive solo alcune frange che ri­ uscirono ancora a compiere attentati, in numero molto più limitato ma dalla portata molto significativa. Tra le vittime di queste ultime azioni terroristiche vi furono in particolare alcuni consulenti del mi­ nistero del lavoro, tra cui, nel 2002, il professor Marco Biagi, impe­ gnati in riforme di ampia portata nel campo del mercato del lavoro.

Perché il ’68 favorì la scolarizzazione di massa, ma anche la disoccupazione intellettuale?

Il Sessantotto: un bilancio molto controverso e con parecchie zone d’ombra L’interpretazione del valore e del significato del Sessantotto ri­ mane tuttora controversa. Non c’è dubbio, e questa è una conse­ guenza sicuramente negativa, che nel suo alveo si formarono quei gruppi extraparlamentari di carattere violento che, come visto, sfo­ ciarono nel terrorismo. Per quanto riguarda poi la scolarizzazione lo stato diede una pes­ sima risposta alla domanda di una scuola superiore e di un’univer­ sità aperte a tutti, che del Sessantotto era stata una delle bandiere. Vennero infatti attuate delle riforme che, anziché favorire tale apertura mantenendo però alte qualità ed efficienza, provocarono l’abbassamento del livello della scuola media, sia inferiore che su­ periore, e lasciarono che le università dirottassero i nuovi venuti verso corsi di laurea anche di scarso valore professionale e senza adeguato sbocco nel mercato del lavoro. Di qui una grande crescita della cosiddetta “disoccupazione intellettuale”.


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L’omologazione e la crisi della famiglia Fu però sul piano dei costumi che si ebbero le conseguenze più significative. I rapporti e i comportamenti sessuali cominciarono a venire sempre più spesso vissuti in modo trasgressivo nella ricerca di un modo di vivere più autentico e spontaneo. Il tempo ha invece dimostrato il contrario: la trasgressione sul piano sessuale, anziché portare ad una vita più libera ed autentica, si risolve spesso in uno spreco di energie e di risorse emotive e in una sempre maggiore su­ perficialità e instabilità di rapporti. A questo si unirono comporta­ menti irresponsabili e autodistruttivi come il consumo massiccio, da parte dei giovani, di droghe e stupefacenti. Si diffusero anche nuove forme di consumismo e atteggiamenti sempre più confor­ mistici e omologanti. Nel modo di vestire, nel linguaggio, nel modo di pensare i giovani finirono per essere condizionati da mode che li rendevano tutti uguali, per cui la libertà tanto desiderata andò perduta. Con la famiglia venne anche messa in discussione la figu­ ra dell’autorità, ad esempio quella paterna, e in generale il sistema delle regole che guidano la società. Certamente è vero che, spesso, all’interno delle famiglie e in generale nella società di allora per­ duravano comportamenti autoritari che sarebbe stato giusto cor­ reggere. Nel clima del Sessantotto, tuttavia, più che una volontà di correzione e di critica costruttiva, prevalse un attacco generale ai valori e alle istituzioni su cui si fonda il vivere comune con le nega­ tive conseguenze che oggi si evidenziano sempre di più.

Il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, viene fatto ritrovare dentro un’auto Renault 4 parcheggiata in via Caetani, a metà strada fra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista Italiano Roma, 9 maggio 1978

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4 · Il Concilio Vaticano II e il rinnovamento della Chiesa Cattolica La Chiesa si “aggiorna”: Giovanni XXIII convoca il Concilio Fortemente voluto e inaugurato l’11 ottobre 1962 da papa Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II, anche grazie alla forte autorità morale della Chiesa che si estendeva ben oltre l’ambito dei fedeli cattolici, ebbe ripercussioni rilevanti sulla vita del mondo intero e contribuì a rafforzare quel clima di collaborazione e di fiducia che permise di affrontare le situazioni di crisi che allora andavano crescendo. Gli scopi del Concilio non furono di carattere dogmatico, non c’era infat­ ti nessun principio fondamentale della dottrina cattolica da definire; piuttosto si trattava di trovare modalità nuove per portare l’annuncio cristiano nel mondo contemporaneo così che gli uomini di oggi po­ tessero sentire il messaggio evangelico vicino alla loro vita e alla loro problematiche e difficoltà. Come si disse allora, usando una parola forse non del tutto adeguata, si trattava di “aggiornare” la Chiesa.

Ecumenismo Movimento tendente all’unificazione delle Chiese cristiane divise nonché alla creazione di un clima di tolleranza, dialogo e comprensione tra le varie religioni.

I grandi contenuti del Concilio Tra i grandi temi che esso sviluppò vi fu quello del ruolo dei laici, cioè delle persone non consacrate, i semplici fedeli, all’interno della Chiesa. Ad essi fu affidato il compito di essere, con la parola e la vita, i primi testimoni e annunciatori del Vangelo nel mondo e nella socie­ tà, un compito mai in passato formulato in maniera così esplicita. In secondo luogo, al fine di rendere più accessibile il messaggio cristia­ no, i partecipanti al concilio (detti “padri conciliari”) avviarono l’ope­ ra di rinnovamento liturgico che culminò con la sostituzione della lingua latina con le varie lingue nazionali nella celebrazione della Santa Messa, una scelta che portò i fedeli a partecipare maggiormen­ te alla liturgia ma che suscitò non poche resistenze. Anche l’ecumenismo ricevette dal Concilio un grande impulso con la ricerca di una nuova unità sia con le altre confessioni cristiane che con le altre reli­ gioni di cui si invitava a cercare prima ciò che unisce rispetto a ciò che divide. Infine dal Concilio emerse una Chiesa sicuramente più atten­ ta ai problemi della società, soprattutto ai poveri e ai bisognosi, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri del cosiddetto Terzo mondo. I frutti del Concilio I frutti di questo grande avvenimento, chiuso l’8 dicembre del 1965 dal nuovo papa Paolo VI (Giovanni XXIII era morto due anni prima) furono ampi e duraturi. Esso favorì il crescere di un laicato cattolico, soprattutto giovanile, molto più consapevole e maturo. Nacquero infatti e si svilupparono molti movimenti e associazioni ecclesiali tuttora vivi e presenti in vari paesi e i giovani iniziarono a coinvolgersi nella vita della Chiesa partecipando in modo massic­ cio alle Giornate Mondiali della Gioventù, grandi raduni di pre­


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ghiera e di testimonianza che si tengono periodicamente in varie parti del mondo. Sul piano dell’ecumenismo sono stati compiuti grandi passi in avanti a partire dall’incontro a Gerusalemme tra Pa­ olo VI e il patriarca di Costantinopoli Atenagora I nel 1964 fino ai gesti di riconciliazione di Giovanni Paolo II, tra cui la storica visita al Muro del pianto di Gerusalemme e l’incontro con le varie religio­ ni per pregare per la pace ad Assisi. La maggiore attenzione della Chiesa ai problemi sociali si è consolidata nel tempo a partire dalla Populorum progressio, profetica enciclica di Paolo VI del 1967, fino al rilancio della dottrina sociale della Chiesa compiuto da Giovanni Paolo II nelle sue encicliche sociali. Con Giovanni Paolo II, papa polacco, è proseguita inoltre l’internazionalizzazione della Chiesa avviata dal Concilio e che è poi continuata con il tedesco Benedetto XVI (in carica fino al 2013) e con l’attuale papa Francesco, di origine argentina, papi che, pur con personalità e stili comunicativi diversi, hanno continuato e continuano instancabilmente a portare l’an­ nuncio di Cristo all’uomo contemporaneo.

5 · Gli anni del “compromesso storico” e la crisi della repubblica Il “compromesso storico” tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista A partire dal 1973, di fronte alla gravità della situazione nazio­ nale, con la crisi economica e l’emergenza del terrorismo, il nuo­ vo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, propose alla Democrazia

La seduta inaugurale del Concilio Vaticano II Roma, basilica di San Pietro, 11 ottobre 1962

Perché il Concilio Vaticano II fu un avvenimento importantissimo per la Chiesa?

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Il presidente della DC Aldo Moro stringe la mano al segretario del PCI Enrico Berlinguer 20 maggio 1977 Alla sinistra di Enrico Berlinguer si intravede Giorgio Napolitano, futuro presidente della Repubblica Italiana.

Perché si parla di compromesso storico?

Cristiana un compromesso che fu immediatamente definito “sto­ rico”. Berlinguer, contrariamente ai suoi predecessori, credeva in un co­ munismo moderato, meno dipendente dalle direttive dell’Unione Sovietica e che tenesse conto che l’Italia era un membro della NATO. Il suo progetto riscosse consensi positivi e si concretizzò con un ap­ poggio indiretto al governo nel 1976, ma incontrò anche parecchie resistenze e dovette essere abbandonato dopo pochi anni. In partico­ lare esso fu segnato dalla tragica fine di Aldo Moro, colpito dai terro­ risti forse proprio perché aveva accettato la proposta di Berlinguer.

La corruzione e la criminalità organizzata: problemi sempre più gravi La fine del compromesso storico mise in luce nuovamente il proble­ ma dell’instabilità politica. Con il passare degli anni, cresceva l’insof­ ferenza dell’opinione pubblica verso la Democrazia Cristiana e gli al­ tri partiti di governo, che sembravano incapaci di risolvere i problemi reali del paese. La corruzione sembrava dilagare in molti settori pub­ blici, unitamente al clientelismo e al sistema delle raccomandazioni e dei favoritismi. A questa situazione, che rallentava notevolmente lo sviluppo del paese, bisogna aggiungere il problema della mafia e di al­ tre organizzazioni criminali quali ’ndrangheta e camorra. La mafia in particolare, presente in Italia, soprattutto in Sicilia, fin dall’Ottocen­ to, iniziò a occuparsi dalla fine degli anni Ottanta del traffico di droga,


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accrescendo enormemente i suoi affari, e trovò alimento nell’ineffi­ cienza e nella corruzione presente nei settori pubblici. Quando i go­ verni e la magistratura si mobilitarono per debellarla, essa non esitò a reagire con attentati contro agenti delle forze dell’ordine, magistrati e funzionari dello stato, anche di alto grado: fu così che nel 1982 ven­ ne assassinato insieme alla moglie e a un agente di scorta il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora prefetto di Palermo, e dieci anni più tardi, nel 1992, sempre a Palermo, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, insieme con gli agenti della scorta.

Bettino Craxi e il Partito Socialista sostituiscono la DC alla guida del governo Con il passare degli anni la Democrazia Cristiana perse progres­ sivamente, a tutto vantaggio del Partito Socialista, il ruolo centrale che aveva avuto nei decenni precedenti. Di ciò si ebbe una solen­ ne conferma nel 1978 quanto un socialista, Sandro Pertini, che durante la Resistenza era stato uno dei responsabili del Comitato di Liberazione Nazionale, venne eletto presidente della repubbli­ ca. Nel 1983, dopo una sconfitta elettorale, la Democrazia Cristia­ na dovette cedere ai socialisti anche la guida del governo. Divenne allora presidente del consiglio il loro leader, Bettino Craxi. Questi, che rimase in carica fino al 1987, ottenne buoni risultati in campo economico, riuscendo a ridurre l’inflazione. Diede anche un grande impulso alle imprese private; tra l’altro ruppe il monopolio statale della televisione, dando non più solo alla RAI ma anche ad alcune reti private, nate negli anni precedenti, la possibilità di trasmettere su tutto il territorio nazionale. Complessivamente il periodo di governo di Craxi può essere con­ siderato positivo, poiché in quegli anni l’economia italiana si risol­ levò, tanto che si parlò di “secondo boom”. Purtroppo, però, anche in questo caso la corruzione dilagò inar­ restabile e la presenza dei partiti politici all’interno dei vari settori della società si fece ancora più soffocante. La secolarizzazione e i suoi riflessi sui rapporti fra Stato e Chiesa in Italia: dalla legge sull’aborto al rinnovo del Concordato Negli anni Ottanta si verificarono numerosi cambiamenti, sia socia­ li che economici: la secolarizzazione della società aumentò ulterior­ mente e con essa si diffuse uno stile di vita sempre più lontano dall’in­ segnamento della morale cristiana. Come riflesso di questo, nel 1981, a seguito di un referendum, anche l’aborto, dopo il divorzio, divenne legale. Nonostante l’intensa campagna contraria promossa dalle or­ ganizzazioni cattoliche, era ormai chiaro che la maggioranza del pae­ se era su posizioni opposte e la loro sconfitta risultò piuttosto netta. Tutto ciò non modificò i rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano:

Secolarizzazione Fenomeno per cui la società si allontana progressivamente dai valori religiosi. In Italia essa si esprime in un distacco della maggior parte della popolazione dai valori e dallo stile di vita proposti dalla Chiesa Cattolica.


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Perché si parla di secolarizzazione della società italiana?

nel 1984 il Concordato del 1929 venne rinnovato e le modifiche, in­ trodotte allora con soddisfazione di entrambe le parti, nell’insieme rispettano meglio la laicità dello stato da un lato e la libertà della Chiesa dall’altro.

Perché si parla di rivoluzione informatica?

Cambiamenti sociali ed economici: il terziario prende il sopravvento sull’industria Dal punto di vista economico si ebbe una forte diminuzione del set­ tore industriale rispetto a quello dei servizi, il cosiddetto terziario (banche, assicurazioni, finanza, turismo, commercio): gli addetti in questo campo aumentarono, superando quelli dell’industria. Anche per questo motivo i conflitti tra sindacati, presenti in modo massiccio nelle grandi fabbriche ma meno negli altri settori, e datori di lavoro divennero meno numerosi. Notevole fu anche il fenomeno della co­ siddetta “rivoluzione informatica”, per cui l’utilizzo del computer si affermò su larga scala, non solo in ambito lavorativo ma anche in quel­ lo del tempo libero (cominciarono ad af­facciarsi sul mercato i primi videogiochi). Sul piano del­l’or­ganizzazione del lavoro la diffusione de­ gli strumenti informatici portò, da una parte alla riduzione degli ad­ detti in molti cicli produttivi, per cui alimentò il grave problema della disoccupazione, dall’altra a una richiesta di lavoratori sempre più qualificati e specializzati, capaci di utilizzare le nuove tecnologie.

Debito pubblico si tratta del debito che uno stato ha contratto con banche o cittadini, anche di paesi stranieri, che hanno acquistato titoli di credito o buoni del tesoro. Questi titoli sono forme di prestito allo stato che nel tempo dovranno essere rimborsati ai compratori.

Il problema dell’immigrazione Alla fine del decennio cominciò a farsi consistente il fenomeno dell’immigrazione: numerose persone, provenienti da paesi poveri come Albania, Marocco, Senegal e altri, raggiungevano l’Italia, spe­ rando così di trovare lavoro e di uscire dalle difficili condizioni in cui si trovavano. La maggior parte di loro (circa l’80 per cento) arrivava in Italia legalmente o comunque riusciva ad ottenere un permesso di lavoro legale in tempi relativamente brevi. Tra quelli che giungevano in Italia per vie illegali e restavano a viverci nell’illegalità un certo nu­ mero si dedicava ad attività criminali, mettendo a rischio la sicurezza e l’ordine pubblico e compromettendo la buona fama dei loro con­ nazionali onesti. Nessuno dei provvedimenti messi in atto dai vari governi è riuscito a risolvere il problema, così che il fenomeno è an­ dato aumentando con il passare del tempo e ai giorni nostri risulta di difficile soluzione. Coloro che provengono da paesi che ci sono vicini linguisticamente e culturalmente (America Latina, Filippine, Euro­ pa orientale e balcanica) sembrano integrarsi con maggiore facilità mentre per musulmani arabi e asiatici si hanno molti più problemi. Si esaurisce il boom economico e nasce la Lega Nord Il boom economico degli anni Ottanta si esaurì piuttosto in fretta. Il forte debito pubblico contratto negli anni dallo stato andava ora ripagato con gli interessi. Inoltre il numero dei lavoratori statali era


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cresciuto a dismisura, sia per la politica clientelare dei partiti sia perché questo sembrava l’unico modo per trovare lavoro ai giovani usciti dalle università. Per ripianare il debito pubblico lo stato dovet­ te quindi ricorrere a consistenti aumenti delle tasse creando nella società un forte malcontento che venne raccolto da un nuovo parti­ to, la Lega Nord. Fondata nei primi anni Novanta da Umberto Bossi, la Lega si batteva soprattutto contro lo strapotere dei partiti tradi­ zionali, l’immigrazione clandestina e il centralismo dello stato (chie­ dendo tra l’altro che la maggior parte delle imposte riscosse nelle regioni del Nord venisse utilizzata là dove era stata raccolta). L’enor­ me successo conseguito da questo partito alle elezioni politiche del 1992 fu un segnale forte che qualcosa in Italia stava cambiando.

Lo scandalo “Tangentopoli” e la fine della “prima repubblica” A partire dal febbraio 1992 una serie di inchieste della magistra­ tura, prima a Milano e poi in tutta Italia, portò alla scoperta di un vasto sistema di corruzione nel quale erano coinvolti noti impren­ ditori e numerosi esponenti dei partiti di governo. Molte persone vennero arrestate e costrette ad abbandonare la vita politica. Fu un vero e proprio attacco al sistema della “partitocrazia” che per anni aveva imperversato in Italia. L’inchiesta, che prenderà il nome di “Tangentopoli” o “Mani pulite”, favorita anche dal mutato clima in­ ternazionale, con la fine dell'Unione Sovietica e della guerra fredda, provocò in poco meno di due anni lo scioglimento dei principali partiti che avevano governato l’Italia nel dopoguerra. Scomparvero

Raduno leghista

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Perché Tangentopoli portò alla fine della prima repubblica?

Sistema elettorale proporzionale e maggioritario Si tratta di due diversi sistemi elettorali. Nel primo ogni partito ottiene un numero di eletti in proporzione ai voti ricevuti mentre nel secondo, con varie formule, i partiti che raccolgono più voti si vedono assegnare un numero di seggi superiore a quello che corrisponderebbe esattamente al numero dei suffragi ottenuti. Il sistema proporzionale garantisce anche ai partiti più piccoli di avere dei propri rappresentanti eletti mentre quello maggioritario rende ciò molto difficile. Il sistema maggioritario, avvantaggiando ulteriormente chi ha ottenuto più voti, rende più facile la formazione di governi stabili.

la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e formazioni minori come il Partito Liberale e quello Repubblicano. Per sfuggire all’ar­ resto, Bettino Craxi, tra i politici più implicati, si rifugiò in Tunisia, dove morì nel 2000. L’inchiesta toccò solo in modo marginale il principale partito di opposizione (il PCI) che, a detta di molti, aveva goduto a sua volta di consistenti aiuti da parte dell’URSS.

Il quadro politico cambia completamente Con la fine dei partiti tradizionali e la virtuale scomparsa del PCI (che cambiò nome in Partito Democratico della Sinistra dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991) ebbe fine la cosiddetta “pri­ ma repubblica”. La “seconda repubblica” fu di fatto inaugurata dalle elezioni del 1994, che si svolsero in un quadro fortemente mutato, senza i due partiti, la DC e il PSI, che avevano dominato la scena politica nei de­ cenni precedenti, e con un PCI cambiato nel nome e ridimensionato. Questi grandi cambiamenti furono favoriti anche dalla riforma del sistema elettorale, attuata nel 1993, con la quale si passò da un siste­ ma proporzionale ad uno prevalentemente maggioritario. Questa riforma mise in difficoltà i partiti più piccoli e favorì il costituirsi di due grandi coalizioni elettorali, una di centrodestra e una di centro­ sinistra, avviando così l’Italia verso quel “bipartitismo” che costitui­ sce la caratteristica dei sistemi politici di molti paesi occidentali. La nascita di Forza Italia e l’affermazione del bipolarismo La vera novità fu costituita dalla nascita di una nuova formazio­ ne politica, denominata Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi, un imprenditore milanese di grande successo, che aveva costruito la propria fortuna nel settore delle telecomunicazioni (possedeva infatti varie reti televisive). Forza Italia si presentò come un parti­ to moderato, collocato al centro e fortemente anticomunista, così da raccogliere il consenso della maggior parte dei ceti medi. Berlusconi accolse nelle sue fila anche alcuni vecchi esponenti democristiani e socialisti, ma soprattutto coinvolse nel proprio progetto politico la Lega Nord appena costituita e il Movimento Sociale Italiano, che in passato era stato quasi sempre escluso da maggioranze di governo. La forza comunicativa di Berlusconi che fece facilmente presa sulla gente, unita al profondo desiderio di novità di un’opinione pubblica che aveva vissuto con rabbia e turbamento le vicende di Tangentopo­ li, portarono Forza Italia e i suoi alleati ad un iniziale successo elet­ torale e ad avere un ruolo importante sulla scena politica italiana per circa due decenni, ruolo che poi, nel tempo, si è andato ridimensio­ nando. In questi ultimi anni la riforma del sistema elettorale e il mutato quadro politico hanno portato alla nascita di un bipolarismo costitu­ ito, da una parte, dalle forze del centrodestra raggruppate attorno a


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Forza Italia e, dall’altro, da quelle del centrosinistra raggruppato at­ torno al partito che dopo varie denominazioni si è chiamato Demo­ cratico e che raccoglie gli eredi del Partito Comunista e della sinistra democristiana. Questi due raggruppamenti si sono alternati nel go­ verno del paese.

Le difficili sfide in vista del futuro Al giorno d’oggi le sfide che il nostro paese deve affrontare sono molte: la disoccupazione dei giovani che non trovano lavoro, so­ prattutto al Sud, unitamente a quella dei lavoratori già avanti negli anni che sono stati estromessi dalle aziende a causa della crisi eco­ nomica, l’impoverimento generale delle famiglie che ricade anche su chi ha lavoro o gode di una pensione, la presenza soffocante della burocrazia e in genere l’inefficienza dell’amministrazione statale, che mortificano le iniziative degli imprenditori e scoraggiano gli investimenti di capitali dall’estero, i problemi causati dai flussi mi­ gratori non controllati, la persistente minaccia delle organizzazioni criminali. Di fronte a queste sfide occorre che l’Italia sappia ritro­ vare quello slancio e quella voglia di ripartire da capo che dimostrò nel secondo dopoguerra quando, accantonate le varie divergenze, sia i cittadini che la classe politica seppero unirsi per ricostruire il paese. Il popolo italiano ha dimostrato nel corso della sua storia di possedere doti eccezionali: è indubbio dunque che quello che ha da­ vanti, pur difficile, è un compito ampiamente alla sua portata.

Perché si parla di bipolarismo?

Soccorritori del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico scavano senza sosta tra le macerie, con le pale e a mani nude, alla ricerca di corpi o superstiti del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 Nell’opera di soccorso e di aiuto prestata con generosità da molti in tragedie come queste, che purtroppo colpiscono frequentemente il nostro paese, emerge il senso di unità profonda e di solidarietà che caratterizza il popolo italiano.

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L’Italia dal 1948 ai giorni nostri

METTIAMO A FUOCO

Il Partito Comunista e la questione di Trieste Una posizione ambigua Il principale problema del Partito Comunista Italiano nelle ultime fasi della guerra e nel dopoguerra è stato quello che i suoi dirigenti si sono sempre considerati rappresentanti degli interessi dell’Unione Sovietica, prima ancora che di quelli italiani. Ciò fu evidente soprattutto nei primi anni e si manifestò con maggiore chiarezza nella cosiddetta questione di Trieste. Qui, come pure a Gorizia e nelle loro province, nell’Istria e nei territori della Dalmazia assegnati all’Italia dopo la Prima guerra mondiale, vivevano anche molti sloveni e croati; nel 1943 i partigiani di Tito cominciarono ad occupare quelle zone arrivando fino a Trieste e dichiararono che al termine del conflitto le avrebbero reclamate per sé in maniera ufficiale. Da subito Togliatti si dimostrò d’accordo con questa linea e dichiarò che era giusto che Trieste andasse alla Jugoslavia, poiché altrimenti sarebbe finita nelle mani degli americani. Come abbiamo già visto, il comportamento degli occupanti jugoslavi fu tutt’altro che amichevole ma questo non sembrò preoccupare minimamente i vertici comunisti.

La subordinazione ai voleri di Stalin Anche dopo le trattative di pace, quando venne istituito il Territorio Libero di Trieste, amministrato dagli angloamericani, la Jugoslavia, appoggiata dall’Unione Sovietica, continuò a insistere nelle sue pretese. Togliatti si trovò così drammaticamente diviso: non poteva assolutamente scontentare Stalin, che pretendeva obbedienza assoluta dai suoi alleati; nello stesso tempo si rendeva però conto che così facendo gli italiani avrebbero perso fiducia nel suo partito, considerandolo antinazionale. Si trattava di due posizioni assolutamente inconciliabili e difatti, nonostante tutti gli sforzi per mantenere un piede in due staffe, in quei mesi la doppiezza del PCI divenne evidente. Togliatti fu salvato solamente dalla rottura tra Tito e Stalin, avvenuta nel 1948. Essendo diventati nemici della Jugoslavia, ai sovietici non interessava più a chi sarebbe finita Trieste; in questo modo il Partito Comunista poté unirsi senza troppi problemi al coro di voci che reclamavano il ritorno della città all’Italia, cosa che avvenne, come abbiamo visto, nel 1954.

Grande celebrazione della festa del 4 novembre 1954 a Trieste, a poche settimane dal ritorno della città all’Italia Sullo sfondo la nave-scuola Amerigo Vespucci.


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NON TUTTI SANNO CHE…

Ciclismo e politica negli anni del dopoguerra Il dualismo Coppi-Bartali Il ciclismo, ancor più del calcio, costituì il primo sport nazionale in cui le passioni del popolo italiano si espressero appieno. Già diffuso negli anni Trenta, grazie alla fama di campioni come Alfredo Binda o Costante Girardengo, esso si affermò in maniera definitiva negli anni del dopoguerra dove rappresentò per gli italiani, ancora frastornati e umiliati dal conflitto appena concluso, un’importante occasione di svago e di serenità. I due protagonisti di quegli anni furono indubbiamente Gino Bartali e Fausto Coppi. Il primo era già un campione affermato negli anni Trenta, mentre il secondo, più giovane, venne alla ribalta solo durante il Giro d’Italia del 1940. A partire dal 1946 i due dominarono molte competizione e la loro rivalità infiammò letteralmente gli italiani, colorandosi anche di un significato politico. Infatti Bartali, che non faceva mistero di essere iscritto all’Azione Cattolica, veniva apprezzato soprattutto dai sostenitori della Democrazia Cristiana; per reazione Coppi divenne invece il campione degli elettori laici, soprattutto comunisti, sebbene egli non avesse mai dichiarato esplicitamente la sua fede politica. La vicenda dell’attentato a Togliatti E il ciclismo si è legato alla storia nazionale anche in occasione di un episodio particolare: il 14 luglio 1948, a seguito dell’attentato al segretario del PCI Palmiro Togliatti, migliaia di militanti scesero nelle principali piazze d’Italia, in molti casi armati, minacciando di assaltare caserme dei carabinieri e sedi della DC e dimostrando di essere pronti per una insurrezione in piena regola. I dirigenti comunisti presi completamente alla sprovvista, rimasero a lungo indecisi se cavalcare la protesta o invitare alla calma. Si narra che quello stesso giorno arrivò la notizia che Bartali, all’epoca trentaquattrenne, aveva trionfato al Tour de France battendo rivali molto più giovani e favoriti. La folla esultò e nell’esaltazione del momento dimenticò i piani rivoluzionari. Si tratta però di una evidente esagerazione: è vero che l’impresa di Bartali provocò entusiasmo, ma a far cessare le violenze furono gli inviti alla calma dei dirigenti del PCI e dello stesso Togliatti, che dopo l’operazione era

finalmente uscito fuori pericolo. Oggi sappiamo anche che nel momento in cui le notizie giunte dalla Francia si diffusero per il paese, l’insurrezione era già rientrata. Ciononostante è vero che l’entusiasmo per la vittoria di Bartali contribuì in larga misura a fare in modo che la smobilitazione delle masse comuniste pronte alla rivolta avvenisse pacificamente.

Rivalità e cavalleria I due campioni si resero protagonisti di un altro episodio leggendario: durante il Giro d’Italia del 1952 una foto li ritrasse affiancati su un passo di montagna, mentre si passavano una borraccia. Questa immagine divenne immediatamente il simbolo di una rivalità sì accesa, ma anche cordiale e cavalleresca. Per anni si è cercato di capire chi dei due avesse in realtà passato all’altro la borraccia, ma la risposta non fu mai trovata e i due protagonisti, ormai morti (purtroppo Coppi morì ancora giovane in seguito a un virus contratto in un suo viaggio in Africa nel 1960), si sono sempre rifiutati di chiarire la verità. Di Gino Bartali va anche detto che nel 2013 lo stato israeliano lo ha proclamato "giusto tra le nazioni" in quanto durante l'occupazione tedesca dell'Italia contribuì a salvare centinaia di ebrei portando loro, nascosti nella sua bicicletta, documenti attestanti false identità, con cui essi poterono mettersi in salvo. Gino Bartali e Fausto Coppi


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L’Italia dal 1948 ai giorni nostri

LEGGIAMO IL CINEMA

Il cinema neorealista nei difficili anni del dopoguerra Nel cinema, tra il 1943 e il 1953, si sviluppò in Italia il cosiddetto Neorealismo, una corrente che, richiamandosi direttamente al movimento letterario verista (il cui più grande rappresentante era stato Giovanni Verga, alla fine del XIX secolo), intendeva rappresentare nella maniera più “realistica” possibile le vicende degli ultimi due anni di conflitto e dei primi, difficili anni del dopoguerra. L’idea alla base del Neorealismo era che, nel drammatico periodo che il nostro paese stava vivendo, il cinema non poteva più svolgere la semplice funzione di raccontare storie a scopo di intrattenimento ma doveva diventare uno strumento per far riflettere gli spettatori sul difficile presente dell’Italia per contribuire alla sua ricostruzione democratica.

Grandi nomi e splendidi capolavori I più significativi esponenti di questa nuova corrente furono i registi Roberto Rossellini, Luchino Visconti e Vittorio De Sica. I loro film narrano vicende semplici e hanno come protagonisti persone normali, spesso appartenenti alle classi più umili. Il carattere realista delle pellicole era dato dal coinvolgimento di attori non professionisti (spesso con parti da protagonisti) e da un gran numero di scene girate all’aperto, nella periferia delle grandi città e nelle campagne (anche perché gli studi di Cinecittà a Roma erano all’epoca occupati da gente rimasta senza casa a seguito della guerra, e non erano quindi utilizzabili). Tra i film più importanti ricordiamo: La terra trema di Visconti, ispirato al romanzo di Verga I Malavoglia; Roma, città aperta di Rossellini, che racconta la lotta dei partigiani per la liberazione della capitale; Paisà, sempre di Rossellini, che è invece costruito attorno a sei episodi distinti, che raccontano i primi contatti tra i soldati americani e la popolazione italiana, dopo lo sbarco del luglio 1943; Sciuscià di De Sica, che racconta le drammatiche vicende di due ragazzini di Roma nei primi anni del dopoguerra, alle prese con lavori umili, la piccola criminalità e i sogni di un futuro migliore. Sciuscià era la parola, derivata dall’inglese shoe-shine boy (“lustrascarpe”), con la quale erano chiamati i ragazzi che la guerra aveva la-

La locandina di Sciuscià (1946) di Vittorio De Sica Il film è considerato uno dei capolavori del Neorealismo italiano.

sciato senza famiglia e spesso anche senza casa, e che si guadagnavano da vivere come lustrascarpe soprattutto dei militari americani. Una caratteristica comune a tutti i film neorealisti è che le storie non sono solamente drammatiche nel loro svolgimento, ma si concludono sempre in maniera tragica, spesso con la morte di uno o più protagonisti. Esse riflettono dunque una visione negativa della realtà e, nonostante gli sforzi dei personaggi di migliorare la propria condizione, la guerra e la povertà alla fine sembrano avere sempre il sopravvento.


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METTIAMO A FUOCO

La nascita della società consumistica Verso la società del benessere La crescita notevole dell’economia italiana a partire dai primi anni Cinquanta si vide soprattutto dal fatto che ad un certo punto cambiarono le caratteristiche della società, e con esse molte delle abitudini della gente. Il benessere consentì alle famiglie di dotarsi dei primi elettrodomestici, soprattutto della lavatrice che permise alle donne finalmente di avere del tempo libero di cui prima non disponevano. Aumentarono enormemente anche le automobili in circolazione; i prezzi relativamente bassi permisero a molte famiglie di acquistarle tanto che tra il 1958 e il 1965 esse passarono da uno a cinque milioni. Con esse gli spostamenti diventarono più agevoli: venivano utilizzate non solo per recarsi al lavoro ma anche per semplice svago, per le gite fuori porta del fine settimana, quando la famiglia al gran completo lasciava la città per recarsi nella campagna circostante, al mare o al lago. Un altro mutamento importante riguardò l’alimentazione: il benessere raggiunto permetteva a molti italiani di mangiare la carne tutti i giorni e non solo di domenica, come si usava prima. Si formò così un menu tipico, comprendente un primo piatto di pasta, un secondo di carne e un contorno di verdure fresche, ora facilmente disponibili grazie alla presenza del frigorifero. L’esplosione della pubblicità: la corsa ai beni non strettamente necessari Sull’onda del modello americano si diffuse anche la pubblicità. Con più soldi a disposizione gli italiani potevano permettersi di comperare anche beni non strettamente necessari; per questo occorreva stimolare il consumatore, spingendolo all’acquisto dei vari prodotti. Particolarmente utile in tal senso si rivelò la televisione, che cominciò a diffondersi nel paese verso la seconda metà degli anni Cinquanta. La pubblicità veniva diffusa tramite Carosello, un filmato di pochi minuti nel quale il prodotto da reclamizzare veniva presentato attraverso una storia divertente e personaggi accattivanti.

Il ruolo della televisione Ma la televisione ebbe anche un importante ruolo di aggregazione sociale: giochi a premi come Lascia o raddoppia (inventato da Mike Bongiorno sul modello di analoghi programmi americani) o Il musichiere, manifestazioni come il Festival di Sanremo oppure le dirette delle partite di calcio della nazionale italiana divennero occasioni per trovarsi in compagnia, dato che ancora non tutti potevano permettersi l’acquisto di un apparecchio. Non solo: la diffusione della televisione contribuì anche all’affermazione della lingua italiana, che pian piano, soprattutto nelle città del Nord Ovest, cominciò a prevalere sui dialetti. Da questo punto di vista si rivelò utilissima la trasmissione Non è mai troppo tardi, condotta dal maestro e scrittore Alberto Manzi, che insegnava a leggere e a scrivere alle persone adulte, che non avevano potuto ricevere un’istruzione. Verso una società sempre più “americana” Su tutto aleggiava poi una sorta di “mito americano”: tutto ciò che proveniva dagli Stati Uniti veniva in Italia accolto ed esaltato come una grande novità e il modo di vivere americano veniva idealizzato come più libero, allegro e spensierato. Entrato nel nostro paese con l’ultima fase della guerra, quando i soldati statunitensi furono accolti entusiasticamente nelle città italiane come liberatori, tale “mito” si diffuse poi negli anni successivi grazie al cinema e agli altri mezzi di comunicazione. I film di Hollywood con i suoi attori più celebri come Marilyn Monroe, Clark Gable o James Dean, la musica jazz e soprattutto rock, ebbero un successo travolgente tra i giovani e contribuirono a modificare i loro comportamenti e ad allargare i loro orizzonti culturali anche al di là dei confini nazionali.


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L’Italia dal 1948 ai giorni nostri

Raccontiamo in breve la linea del tempo

1945 fine della Seconda guerra mondiale 1946 referendum istituzionale: l’Italia diventa una repubblica 1948 primo governo guidato da De Gasperi 1949 l’Italia entra nella NATO 1953 creazione dell’ENI 1954 Trieste torna all’Italia 1962 comincia il Concilio Vaticano II, primo governo di centro-sinistra 1967 inizia la protesta studentesca 12 dicembre 1969 strage di piazza Fontana 1974 referendum sul divorzio 1978 uccisione di Aldo Moro 1981 referendum sull’aborto 1983 primo governo a guida socialista 1989 caduta del Muro di Berlino 1992 uccisione dei giudici Falcone e Borsellino ad opera della mafia, scoppia lo scandalo di Tangentopoli e finisce la prima repubblica

versione audio on line e nell’app

1. A seguito delle elezioni del 1948, la Democrazia Cristiana divenne il principale partito politico italiano. Il suo segretario, Alcide De Gasperi, ricoprì fino al 1953 la carica di primo ministro e governò con l’appoggio dei partiti moderati (“centrismo”). Contemporaneamente, il paese si avviava a diventare una potenza industriale, grazie anche all’apporto di IRI ed ENI. Nel giro di pochi anni si verificò un vero e proprio boom economico, che cambiò radicalmente le abitudini quotidiane di milioni di italiani: in milioni di case entrarono automobili, elettrodomestici e, più avanti, televisori. In politica estera, una volta accettati i trattati di pace, l’Italia di De Gasperi si schierò con gli Stati Uniti, da cui ricevette gli aiuti del Piano Marshall, e nel 1949 entrò a far parte della NATO. Particolarmente complessa fu la situazione di Trieste: la cosiddetta zona B passò definitivamente alla Jugoslavia nel 1954, con conseguente esodo di oltre 350.000 nostri connazionali. 2. L’era di De Gasperi terminò nel 1953, quando una nuova legge elettorale da lui proposta allo scopo di rafforzare la maggioranza DC in parlamento, non provocò il successo elettorale sperato. La guida del partito venne presa prima da Amintore Fanfani e successivamente da Aldo Moro. Essi tentarono l’esperimento del cosiddetto “centrosinistra”, un governo che includesse anche il Partito Socialista. L’esperimento non ebbe però grande successo anche se, in quegli anni, vennero realizzate due importanti riforme: la nazionalizzazione dell’energia elettrica (con la creazione dell’ENEL) e l’istituzione della scuola media unica. 3. A partire dal novembre 1967, prese avvio anche in Italia quel movimento di protesta giovanile che era iniziato poco prima negli Stati Uniti. I protagonisti delle proteste erano giovani provenienti per la maggior parte dalla borghesia urbana, che si ispiravano a figure carismatiche del comunismo mondiale come Mao Zedong o Che Guevara e che reclamavano una società più giusta, una scuola più accessibile e una totale libertà dalle regole nei loro comportamenti. Queste rivendicazioni furono portate avanti anche con metodi violenti e non furono rari momenti di scontro tra studenti e polizia. Ben presto questo movimento si esaurì, ma nacquero organizzazioni più estremiste che si rifacevano alla lotta armata. Contemporaneamente, vi fu una stagione calda anche nelle fabbriche, dove soprattutto tra 1968 e 1969 gli scioperi furono ingenti, con centro agli stabilimenti FIAT di Torino. 4. Il 12 dicembre 1969 una bomba posizionata da elementi neofascisti in una banca in piazza Fontana a Milano esplose, causando 17 morti e molti feriti. Fu l’inizio di un periodo drammatico in cui attentati terroristici e azioni violente


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vennero portate avanti da gruppi estremisti di destra e di sinistra, con lo scopo di creare disordini e di destabilizzare la situazione politica. La nascita, nel 1969, delle Brigate Rosse, organizzazione terroristica di estrema sinistra, segnò il punto più drammatico di questa situazione. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, nel maggio 1978, rappresentarono l’apice di questa escalation di violenza ma contemporaneamente anche la sua fine. 5. Nella vita della Chiesa, importantissimo fu il Concilio Vaticano II, indetto da Giovanni XXIII e inaugurato l’11 ottobre del 1962. Chiuso l’8 dicembre 1965 da Paolo VI, questo grande avvenimento portò a un forte rinnovamento della Chiesa, chiamata a rispondere alle sfide della modernità. 6. Nel 1976, di fronte alla gravità della situazione, la DC di Aldo Moro e il PCI di Enrico Berlinguer iniziarono una collaborazione di governo che venne definita “compromesso storico”. Essa, però, non diede i frutti sperati e, mentre la DC perdeva progressivamente il suo ruolo centrale, cresceva la forza del PSI del nuovo segretario Bettino Craxi. Questi guidò il governo dal 1983 al 1987, riuscendo ad ottenere buoni risultati a livello economico. Craxi rinnovò anche i Patti Lateranensi con la Chiesa Cattolica. Il Cattolicesimo era ancora la religione più diffusa in Italia anche se nel 1981, a seguito di un referendum, anche l’aborto, dopo il divorzio, divenne legale. 7. In questi anni si è affermato sempre di più in economia il settore terziario legato anche alla progressiva informatizzazione, mentre sul piano sociale si è avuto il fenomeno dell’immigrazione visto da molti come un rischio, ma da altri come una opportunità positiva. 8. Nel 1992, l’inchiesta poi denominata “Tangentopoli” mise in luce un vasto sistema di corruzione nel quale erano coinvolti noti imprenditori e numerosi esponenti dei partiti che governavano il paese. Tale fatto portò alla crisi di questi partiti e al disfacimento del sistema politico della cosiddetta “prima repubblica” mentre toccò solo marginalmente il Partito Comunista. A fronte della scomparsa dei partiti tradizionali, nacquero nuove formazioni politiche, quali la Lega Nord di Umberto Bossi, che si batteva soprattutto contro il centralismo dello stato italiano, e Forza Italia, costituita dall’imprenditore Silvio Berlusconi. 9. Nel 1993 venne varata la riforma della legge elettorale, con la quale si passò da un sistema proporzionale ad uno prevalentemente maggioritario. Ne nacque un sistema bipolare basato sull’alternanza al governo di due raggruppamenti, il centrodestra, guidato da Forza Italia, e il centrosinistra, che ruotava intorno al partito che si chiamerà Democratico e che ha raccolto gli eredi del Partito Comunista e della sinistra democristiana.

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L’Italia dal 1948 ai giorni nostri

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Che cos’è il centrismo? 2. Da quali partiti furono costituiti i primi governi di centrosinistra? 3. Quali riforme attuarono i governi di centrosinistra? 4. Che cos’era l’ENI? 5. Che cosa si intende per autunno caldo delle fabbriche? 6. Che cosa avvenne il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana a Milano? 7. Che cosa furono gli anni di piombo? 8. Che cos’erano le Brigate Rosse? 9. Che cos’è la Populorum progressio? 10. Chi era Bettino Craxi? 11. Che cosa si intende per Tangentopoli? 12. Quale nuovo partito nacque dopo Tangentopoli e da chi fu fondato?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1948

Uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse

1949

Referendum sull’aborto

1954

Primo governo a guida socialista

1962

Scoppia lo scandalo di Tangentopoli e finisce la prima repubblica

12 dicembre 1969

Uccisione dei giudici Falcone e Borsellino ad opera della mafia

1974

Referendum sul divorzio

1978

Strage di piazza Fontana

1981

Primo governo guidato da De Gasperi

1983

L’Italia entra nella NATO

1992

Trieste torna all’Italia

1992

Comincia il Concilio Vaticano II


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CAPITOLO 14

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa La Cassa per il Mezzogiorno contribuì notevolmente allo sviluppo del Sud.

V

F

Con il governo di De Gasperi l’Italia rimase un paese agricolo.

V

F

Negli ultimi decenni il terziario ha preso il sopravvento sull’industria.

V

F

In Italia negli ultimi anni si è aggravato il problema dell’immigrazione.

V

F

Con Tangentopoli sono scomparsi i due principali partiti che hanno governato l’Italia nel dopoguerra.

V

F

Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. Con i trattati di pace l’Italia a. riprese Trieste, l’Istria e la Dalmazia. b. perse Trieste, Gorizia e tutti i territori istriani e dalmati. c. perse una parte delle province di Gorizia e Trieste, e l’Istria. Gli studenti del Sessantotto si ispiravano a. al comunismo cinese di Mao Zedong e ai rivoluzionari latino-americani. b. al comunismo sovietico. c. alle democrazie occidentali e in particolare agli Stati Uniti di J.F. Kennedy. Con il Concilio Vaticano II la Chiesa a. voleva riaffermare i principi e i valori del Cristianesimo nella società di oggi. b. voleva trovare modalità nuove per annunciare il Cristianesimo agli uomini di oggi. c. voleva difendere il Cristianesimo dagli attacchi della società moderna. Per bipolarismo si intende un sistema politico a. in cui due partiti dominano su tutti gli altri. b. in cui sono presenti molti partiti che si alternano al governo. c. in cui due grandi raggruppamenti possono alternarsi al governo mediante le elezioni. Il sistema elettorale maggioritario a. avvantaggia i partiti più grandi e permette una maggiore governabilità del paese. b. avvantaggia i partiti più piccoli che assumono un ruolo decisivo nel governo del paese. c. crea un giusto bilanciamento fra i piccoli partiti e i grandi partiti. Esercizio 5 · Nella tabella riportata trovi dei dati riguardanti la crescita nel nostro paese negli anni del cosiddetto boom. Analizzali e poi realizza dei grafici nei quali raccogli questi dati. Prepara poi una breve relazione sia scritta che orale per illustrarli. Popolazione in milioni di abitanti

Reddito pro capite in milioni di lire

Numero di Produzione frigoriferi ogni industriale a base 100 nel 1950 100 famiglie

Numero di automobili ogni 100 abitanti

1950

47

5,5

100

10

1,8

1960

50,5

8,5

225

17

1,8

1970

54

13,7

440

85

19


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CAPITOLO 15

Capitolo 15

materiale integrativo on line e nell’app

Verso la distensione e la coesistenza tra i due blocchi Coesistenza pacifica e dialogo tra desiderio e realtà Con la salita al potere di Kruscev in Unione Sovietica e, negli Stati Uniti, l’elezione a presidente di John F. Kennedy, il sogno di una coesistenza pacifica tra i due blocchi, dopo l’orrore del conflitto mondiale e l’incubo della guerra fredda, sembrò farsi più reale. Parole come distensione, pace e dialogo cominciarono a farsi strada nelle aspettative della gente e nei discorsi dei capi di stato. Purtroppo però la realtà fu ben diversa: drammatici eventi quali l’invasione sovietica dell’Ungheria per reprimere le aspirazioni democratiche di questo paese, la crisi missilistica di Cuba che portò le due superpotenze sull’orlo di una nuova guerra, la costruzione del Muro di Berlino simbolo della guerra fredda, i conflitti e le tensioni nel Vicino e nell’Estremo Oriente di cui parleremo nel prossimo capitolo e, da ultimo, l’avvento delle terribili dittature militari in America Latina fanno capire come sul mondo soffiassero ancora venti di guerra e come il processo verso una reale coesistenza pacifica tra i vari popoli fosse ancora lontano dal realizzarsi. Occorrevano passi concreti condotti con realismo da abili politici coraggiosi e lungimiranti, e questo accadde almeno in due occasioni in quegli anni: con l’avvio del processo di unificazione europea, che poneva le basi per un futuro di pace e di progresso nel vecchio continente, e con l’abile e realistica diplomazia triangolare americana che, coinvolgendo la Cina nel governo del mondo, contribuì a minare nel tempo l’equilibrio del terrore.

Nikita Kruscev e John F. Kennedy Vienna, 3 giugno 1961

brano audio on line e nell’app

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Verso la distensione e la coesistenza tra i due blocchi

1 · L’Europa occidentale: la ripresa economica e il cammino verso l’unificazione

Perché si parla di miracolo economico europeo?

Il miracolo economico europeo Abbiamo già visto come, grazie agli aiuti americani del Piano Marshall, l’Europa occidentale avesse avuto la possibilità di riprendersi abbastanza rapidamente dalla tragedia della guerra. Già a partire dagli anni immediatamente successivi al conflitto la produzione industriale aumentò ovunque, il reddito dei lavoratori migliorò e, con l’aumento del tenore di vita, si moltiplicarono quei consumi di massa che in precedenza erano stati una prerogativa dei soli Stati Uniti. Tale miracolo economico era tanto più sorprendente, quando si pensi che interessò in modo massiccio anche quei paesi che erano usciti sconfitti dalla guerra, come Germania e Italia.

Perché si cominciò a pensare ad un’unificazione europea?

La necessità di creare un’Europa unita Parallelamente a questa ondata di crescita, cominciò ad affermarsi la convinzione che i paesi dell’Europa occidentale avrebbero potuto unirsi per formare un’unica entità. Questa convinzione maturò innanzitutto per ragioni ideali: i danni provocati dal nazionalismo erano sotto gli occhi di tutti e si avvertiva l’esigenza di superarli mediante una maggiore cooperazione tra le nazioni. Inoltre la creazione di un mercato economico unificato sarebbe stata vantaggiosa per i commerci, poiché avrebbe comportato l’abbassamento o addirittura l’eliminazione dei dazi doganali. Da ultimo, un’Europa unita avrebbe potuto costituirsi come polo alternativo nella grande contrapposizione tra USA e URSS. I primi passi verso l’unificazione: la CECA e la CEE All’origine di tale processo vi fu soprattutto l’azione di tre lungimiranti statisti: l’italiano De Gasperi, il francese Robert Schuman e il tedesco Konrad Adenauer. Il primo passo verso l’unificazione europea avvenne nel 1951, con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA): si trattava di un mercato comune che aboliva i dazi doganali di ingresso di questi prodotti tra gli stati firmatari. All’iniziativa aderirono inizialmente sei paesi: Francia, Germania Occidentale, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Successivamente, nel 1957, nacque la Comunità Economica Europea (CEE) che comprendeva i membri della CECA, ma vide successivamente l’ingresso di altri sei paesi: Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca che vi aderirono nel 1973, la Grecia nel 1981, Spagna e Portogallo nel 1986. Inizialmente i membri della CEE intrapresero una politica agri-


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cola comune e permisero la libera circolazione di cittadini e merci al loro interno. Queste iniziative furono il preludio alla nascita di una vera e propria Europa unita che si concretizzerà nei decenni seguenti.

Alcuni paesi europei rivendicano una maggiore autonomia rispetto agli Stati Uniti La nascita della Comunità Europea era anche un segno che il vecchio continente, pur grato e intenzionato a continuare la collaborazione con gli Stati Uniti, intendeva anche mantenere una propria area di autonomia. La Gran Bretagna lo aveva già dimostrato, manifestando contrarietà alla costituzione dello stato di Israele, rispetto alla quale invece gli Stati Uniti erano favorevoli, e prendendo successivamente l’iniziativa di invadere la zona del canale di Suez. La Francia si mostrò intenzionata ad andare nella stessa direzione: nel 1958 tornò al potere il generale Charles De Gaulle, leader della resistenza francese al nazismo, il quale modificò la costituzione del paese in modo da rendere molto più ampi i poteri del presidente. Dopo aver risolto nel 1962 la crisi algerina. De Gaulle dotò il suo paese della bomba atomica e nel 1966 decise l’uscita della Francia dalla NATO. Anche la Germania Occidentale fece qualcosa di simile: nel 1969 divenne cancelliere il socialista Willy Brandt, che iniziò una cauta politica di apertura nei confronti dei tedeschi orientali.

Il Segretario di Stato americano, John Foster Dulles (secondo da sinistra), incontra l’Alta autorità della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, CECA Washington, maggio 1954 Alla sua sinistra il francese Jean Monnet, presidente dell’Alta autorità, e alla sua destra il rappresentante italiano, Enzo Giacchero.

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Verso la distensione e la coesistenza tra i due blocchi

2 · Da Stalin a Kruscev: verso la distensione?

Perché la morte di Stalin fu accolta con sollievo dalla dirigenza sovietica?

La morte di Stalin e la salita al potere di Kruscev Nel marzo del 1953 Stalin, da tempo malato, morì in seguito ad una emorragia cerebrale che lo aveva colpito al termine di un banchetto al Cremlino. A quanto si disse, nessuno tra i suoi fedelissimi presenti in quel momento si adoperò per chiamare un medico per soccorrerlo. La cosa non risulta provata ma è certo che la scomparsa del dittatore fece tirare un sospiro di sollievo a tutta la dirigenza sovietica: con Stalin, infatti, nessuno poteva considerarsi sicuro della propria vita! La successione non fu immediata e anche allora, seppur in modo meno cruento, si ripeterono le stesse lotte intestine tra i maggiori esponenti del Partito Comunista che si erano verificate alla morte di Lenin: alla fine, la spuntò Kruscev, che divenne il capo incontrastato dell’Unione Sovietica. I primi timidi segnali di cambiamento Alla sua morte Stalin fu celebrato come il più grande eroe della storia russa, ebbe funerali solenni e imponenti e furono molti coloro che lo piansero sinceramente. La salita al potere di Kruscev fece però capire che le cose sarebbero cambiate: il nuovo leader proclamò innanzitutto la necessità che il potere non fosse più concentrato nelle mani di una sola persona, come era avvenuto con Stalin. Inoltre rilasciò alcune dichiarazioni che lasciavano intravedere la volontà di favorire un clima più disteso tra il blocco occidentale e quello orientale. Da ultimo all’interno dei vertici del Partito fu messo in chiaro che nessuno avrebbe più dovuto temere, se sconfitto politicamente, di pagare anche con la vita. L’ultimo a subire questa sorte fu Berija, che sotto Stalin aveva ricoperto la carica di capo della polizia. Il XX congresso del Partito Comunista Sovietico La vera svolta si verificò però col XX congresso del Partito Comunista Sovietico che si svolse a Mosca nel febbraio 1956. In quell’occasione, Kruscev lesse un lunghissimo rapporto nel quale venivano messi in luce tutti i crimini commessi da Stalin nell’arco dei suoi quasi trent’anni di dittatura. In particolare si condannava il fatto che egli avesse accentrato tutto il potere nelle proprie mani, che avesse favorito un vero e proprio culto della sua persona e che avesse eliminato numerosi comunisti fedeli sulla base di accuse assolutamente infondate. Persino il suo ruolo nella “grande guerra patriottica” fu ridimensionato: il documento metteva in luce come egli avesse tenuto un comportamento esitante all’inizio dell’invasione tedesca e veniva additato dunque come il principale responsabile delle sofferenze


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patite dal popolo russo tra il 1941 e il 1942. Da ultimo, vennero denunciate anche le deportazioni dei popoli caucasici, da lui organizzate nell’immediato dopoguerra.

1956: l’anno della svolta? Si trattava di accuse con le quali Kruscev voleva comunque salvare il valore del comunismo addebitando le colpe degli errori perpetrati in Unione Sovietica solo alle “deviazioni” staliniane. Inoltre questo rapporto non accennava minimamente alle numerose responsabilità dei dirigenti comunisti ancora in vita, che erano saliti ai posti di comando del paese proprio grazie a Stalin. Tuttavia, nonostante tali pecche, questo intervento, diffuso anche fuori del congresso, provocò un vero e proprio terremoto in tutto il mondo comunista. Le reazioni più importanti vennero dai paesi satelliti i cui governi interpretarono il documento come un’autorizzazione ad attuare una politica più autonoma, meno legata alla volontà di Mosca. Un importante precedente si era già verificato l’anno prima, quando l’Unione Sovietica aveva ripristinato rapporti amichevoli con la Jugoslavia, dopo che Kruscev aveva presentato al maresciallo Tito le scuse ufficiali per il comportamento durissimo che, nei confronti di questo paese, Stalin aveva tenuto nel 1948. Le agitazioni operaie in Polonia e la rivolta ungherese I primi contraccolpi importanti si ebbero in Polonia dove, nell’ottobre del 1956, vi furono numerosi scioperi nelle fabbriche. Gli operai chiedevano migliori condizioni di lavoro e soprattutto l’emancipazione del paese dal controllo di Mosca. Dopo alcuni giorni di imbarazzo, l’insurrezione venne repressa con la forza dai soldati sovietici di stanza nel paese.

Nikita Kruscev (1894-1971), leader dell’Unione Sovietica dal 1953 al 1964

Perché il rapporto Kruscev fu importante soprattutto nei pesi del blocco socialista?

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Insorti ungheresi bruciano le bandiere sovietiche Budapest, ottobre 1956

Ben più grave fu quello che accadde in Ungheria: il 22 ottobre a Budapest scoppiò una vera e propria rivolta di operai e studenti. Gli insorti domandavano la fine del controllo sovietico sul paese e chiesero a Imre Nagy, un comunista meno sottomesso agli ordini di Mosca, di mettersi a capo del movimento. Nagy accettò e, nel giro di pochi giorni, la rivolta divampò anche nelle altre città: ovunque furono bruciate bandiere sovietiche e comparve il tricolore ungherese con un grande buco al centro, là dove ne era stato strappato lo stemma dell’Ungheria pro-sovietica.

L’insurrezione viene repressa nel sangue I primi reparti di soldati russi mandati a reprimere la ribellione si rifiutarono, in grande maggioranza, di sparare sugli insorti e talvolta si schierarono anche dalla loro parte. Il 1° novembre Nagy proclamò la nascita di un governo democratico, nel quale erano ammessi anche partiti diversi da quello comunista, e annunciò l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia. Fu liberato dopo anni di carcere anche il cardinal Mindszenty, primate della chiesa ungherese che, una volta in libertà, si mise immediatamente alla guida spirituale della rivolta. Kruscev decise allora di reagire e inviò forze più consistenti a domare l’insurrezione. Ne seguirono furiosi combattimenti che costarono la vita a ventimila persone. Dopo alcuni giorni, l’esercito sovietico assunse il controllo dell’intero paese. Nagy, rifugiatosi


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nell’ambasciata jugoslava, fu fatto uscire con la promessa di aver salva la vita. In realtà egli fu subito arrestato, processato e condannato a morte insieme agli altri esponenti del governo ribelle. A capo del paese venne poi messo Lajos Kadar che garantì la completa ubbidienza dell’Ungheria all’Unione Sovietica fino alla caduta del comunismo nel 1991. Il tragico epilogo della rivoluzione ungherese provocò grande indignazione in tutto il mondo: era la prova che, nonostante il cambiamento avvenuto al vertice, l’Unione Sovietica rimaneva una dittatura e non intendeva affatto rinunciare ai propri metodi repressivi e al proprio dominio sui paesi satelliti.

Perché l’epilogo della rivoluzione ungherese provocò indignazione in tutto il mondo?

Un cambiamento solo apparente Dagli eventi del 1956 risultò chiaro che ormai la divisione del mondo in due blocchi era una realtà consolidata e che nessuna delle due superpotenze intendeva metterla in discussione. È per questo motivo che gli Stati Uniti non erano intervenuti a difesa degli insorti ungheresi mentre, proprio in quegli stessi giorni, avevano bloccato l’intervento anglofrancese a Suez anche in seguito a una dura protesta da parte dell’Unione Sovietica. Emersero così in modo molto evidente i limiti della distensione tra le due superpotenze dopo la morte di Stalin. È vero che i toni dello scontro erano ora complessivamente smorzati, ma dall’altra parte non si registrò alcuna reale volontà di allentare la tensione. Anzi, gli avvenimenti degli anni successivi mostreranno ancora di più la pericolosità di questa divisione bipolare del mondo.

Perché gli Stati Uniti non intervennero a difesa degli insorti ungheresi?

3 · Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni Sessanta: da Berlino a Cuba L’elezione di John Fitzgerald Kennedy Nel 1960 John Fitzgerald Kennedy fu eletto presidente degli Stati Uniti. Egli proveniva da una ricca famiglia di emigrati irlandesi e fu il primo presidente cattolico nella storia degli Stati Uniti, una novità di per sé di grande rilievo poiché fino ad allora si dava per scontato che il presidente americano dovesse essere non solo bianco ma anche di fede protestante. In politica interna Kennedy varò la strategia della “nuova frontiera”, basata su un ampliamento degli aiuti governativi alle famiglie più povere e bisognose e su un miglioramento del sistema scolastico. L’America di quegli anni era rimasta colpita dai notevoli progressi compiuti dall’Unione Sovietica e maturò quindi il desiderio di emularla. In particolare, nel campo della conquista dello spazio si aprì tra le due superpotenze una vera e propria competizione le cui


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Perché Unione Sovietica e Stati Uniti si impegnarono nella corsa allo spazio?

prime fasi videro prevalere l’Unione Sovietica che nel 1957 inviò per prima in orbita attorno alla terra uno Sputnik, ossia un piccolo satellite artificiale, e qualche anno dopo una navicella pilotata da un essere umano, il cosmonauta Jurij Gagarin, che fu presentato dalla propaganda come il simbolo della superiorità del sistema comunista su quello capitalista. Gli americani risposero nel 1969 portando il primo uomo, Neil Armstrong, a mettere piede sulla luna.

Kennedy e Kruscev si incontrano a Vienna, ma non raggiungono nessun accordo importante In politica estera Kennedy tenne un comportamento ambivalente. Da una parte incoraggiò i governi dei paesi dell’Europa occidentale, che riteneva ormai saldamente ancorati alla democrazia e definitivamente collocati nell’orbita americana, a collaborare con le forze moderate di sinistra che si trovavano all’opposizione, isolando e indebolendo così i partiti più legati all’Unione Sovietica. Dall’altra parte si oppose con decisione ai tentativi dei sovietici di espandere la propria sfera di influenza nel mondo. Inviò infatti soldati in Laos e a Cuba e coinvolse gli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam, come vedremo nel capitolo seguente. I suoi rapporti con Kruscev furono cordiali ma fermi: nel 1961 i due leader si incontrarono a Vienna in una visita storica che però non diede risultati significativi. Anzi, dopo questi colloqui il presidente americano decise addirittura di riprendere gli esperimenti atomici per spaventare il rivale.

Perché fu costruito il muro di Berlino?

La seconda crisi di Berlino e la costruzione del Muro Berlino, che già aveva vissuto una drammatica crisi nell’immeditato dopoguerra, ritornò al centro dell’attenzione mondiale nell’estate del 1961. Il continuo afflusso di profughi tedeschi dalla parte orientale a quella occidentale della città fece infuriare Kruscev, che accusò il governo americano di avere trasformato il settore Ovest in un “covo di spie” allo scopo di provocare la caduta del comunismo in Europa. Di fronte alla fermezza di Kennedy il governo della Germania Est passò all’azione: nella notte tra il 12 e il 13 agosto fu costruito un muro divisorio lungo quarantasette chilometri e alto quattro metri. In tal modo la parte occidentale della città venne completamente tagliata fuori dalla zona appartenente alla Repubblica Democratica Tedesca; ogni futuro tentativo di fuga venne così reso difficilissimo, anche perché a presidio del Muro vennero poste delle guardie armate con l’ordine di sparare a vistasu ogni persona sospetta. Kennedy reagì mobilitando le truppe (due anni dopo, si recherà di persona nella città tedesca, dove pronuncerà le famose parole: «Come uomo libero, sono orgoglioso di dire: sono un berlinese»). Il conflitto in quell’occasione fu evitato, ma la divisione delle due Germanie divenne un fatto ancora più radicale e definitivo .


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La crisi missilistica di Cuba: il mondo vicino alla guerra atomica L’isola di Cuba fu al centro l’anno seguente di un’altra grave crisi internazionale. Nel 1959 una rivoluzione guidata da Fidel Castro e dal famoso guerrigliero Ernesto Che Guevara aveva posto fine al potere di Fulgencio Batista, appoggiato dagli Stati Uniti, e imposto sull’isola un regime comunista. L’economia fu nazionalizzata, fu avviato un programma di riforme sociali, soprattutto in campo sanitario, ed ogni forma di dissenso venne brutalmente repressa. Per il governo americano si trattò di un duro colpo, non solo dal punto di vista economico (molte delle attività nazionalizzate appartenevano a uomini d’affari statunitensi) ma anche da quello della sicurezza militare. La presenza di uno stato comunista a poche decine di chilometri dalle coste della Florida costituiva infatti un potenziale pericolo per gli Stati Uniti. Fu così che Kennedy, con l’aiuto dei servizi segreti, appoggiò un tentativo di riconquista dell’isola da parte di un gruppo di esuli. L’operazione fallì però miseramente, il ruolo americano nella vicenda venne scoperto e Kruscev reagì duramente.

La costruzione del muro di Berlino Soldati della Germania orientale stazionano vicino alle barricate di filo spinato erette nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 sulla linea di divisione alla Porta di Brandeburgo. Il cartello avverte: “Attenzione! In questo momento state lasciando Berlino Ovest”.

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Foto aerea di fonte americana di una delle basi missilistiche sovietiche installate a Cuba Le scritte in inglese indicano i vari impianti e attrezzature di cui si componeva.

Perché scoppiò la crisi di Cuba?

Dopo giorni di tensione si arriva al compromesso Per scoraggiare ulteriori azioni contro Cuba, l’Unione Sovietica equipaggiò l’isola caraibica con missili a testata nucleare puntati sulle principali città americane. Il governo statunitense scoprì il fatto nell’ottobre del 1962 e immediatamente scoppiò la crisi: Kennedy annunciò il pericolo in diretta televisiva e la paura di una guerra atomica dilagò nel paese. Il presidente americano dichiarò il blocco navale dell’isola allo scopo di impedire ulteriori rifornimenti e contemporaneamente intimò ai sovietici di smantellare i loro missili. Per tredici giorni il mondo rimase col fiato sospeso: Kruscev e Kennedy si rendevano conto delle conseguenze che avrebbe avuto un eventuale conflitto ma nessuno dei due voleva cedere per primo, per non mostrarsi debole di fronte all’avversario. Alla fine, grazie anche all’intervento di papa Giovanni XXIII, si giunse ad un accordo: l’Unione Sovietica tolse i missili da Cuba e gli Stati Uniti fecero lo stesso con quelli posizionati in Turchia. Inoltre si stabilì che il regime di Castro non avrebbe più dovuto essere minacciato. La crisi missilistica di Cuba fu senza dubbio uno dei momenti più tesi e drammatici della guerra fredda ma dimostrò anche l’efficacia delle armi nucleari nell’impedire un conflitto: il rischio di distruzioni senza precedenti costrinse infatti le due superpotenze a percorrere la strada del dialogo.


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Drammatico cambio al vertice delle due superpotenze: Kennedy viene assassinato e Kruscev destituito Questa fu anche l’ultima occasione in cui Kruscev e Kennedy si fronteggiarono: nel novembre 1963 il presidente americano fu assassinato a Dallas, in circostanze rimaste tuttora misteriose. Un anno più tardi il leader sovietico fu invece deposto dai vertici del Partito Comunista che lo accusarono di aver gestito male la politica agricola e di essere stato eccessivamente morbido in politica estera. Con i due sostituti la situazione all’interno dei rispettivi paesi si modificò notevolmente: Lyndon Johnson, successore di Kennedy, rese ancora più massiccio l’intervento americano in Vietnam, provocando animate proteste da parte dell’opinione pubblica; Leonid Breznev, nuovo segretario del Partito Comunista Sovietico, fece fare invece un passo indietro alla “destalinizzazione”, inasprendo il controllo del regime sulla società.

4 · L’Unione Sovietica di Breznev Con Breznev torna la politica più repressiva Leonid Breznev salì al potere in Unione Sovietica nel 1964. Egli era espressione dell’ala più dura del Partito Comunista, legata ancora allo stalinismo. Nel lungo periodo in cui rimase in carica (19641982) la politica repressiva nei confronti dei possibili oppositori e della stessa Chiesa Ortodossa (che non era mai stata particolarmente risparmiata nemmeno sotto Kruscev) si intensificò. Tuttavia l’epoca del Terrore era ormai terminata: gli anni di Kruscev avevano fatto prendere coraggio alla gente, che ormai non credeva più nel comunismo, anche se pochi ancora osavano prenderne pubblicamente le distanze per timore di condanne e deportazioni. Tra i giovani delle città nacquero così movimenti spontanei di dissenso, che si esprimevano soprattutto nella composizione di poesie, romanzi e canzoni, dai contenuti contrari a quelli imposti dall’ideologia ufficiale. Tali testi circolavano clandestinamente in tutto il paese e in molti casi furono pubblicati all’estero con grande successo. Il Samizdat, come venne chiamato questo fenomeno, ebbe un ruolo fondamentale nella presa di coscienza del popolo russo e nella successiva caduta del comunismo. L’Unione Sovietica non riesce più a imporsi come unica guida del blocco comunista Nei rapporti con gli altri stati divenne chiaro come per l’Unione Sovietica non fosse più possibile porsi come unico leader del blocco comunista. Sempre più paesi reclamavano maggiore autonomia e in molti casi riuscirono nell’intento: in Europa l’Albania abbando-

Perché fu importante l’attività del Samizdat?


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La folla circonda un carro armato sovietico per le vie di Praga. Finisce la ”Primavera di Praga” Agosto 1968

Perché l’Unione Sovietica entrò in conflitto con la Cina?

nò il Patto di Varsavia mentre la Romania, guidata dal sanguinario Ceausescu, si allontanò notevolmente dal modello imposto da Mosca. Questo non portò a qualche forma di democrazia: al contrario in tali paesi perdurarono terribili dittature. A complicare la situazione, come vedremo nel prossimo capitolo, contribuì anche il drastico peggioramento dei rapporti con la Cina. Il paese asiatico si rifiutò infatti di riconoscere l’autorità dell’Unione Sovietica, che peraltro non aveva mai pienamente accolto, e si pose come punto di riferimento per tutti i paesi comunisti del Terzo Mondo.

La “Primavera di Praga” Nonostante questi problemi, l’URSS di Breznev impose ugualmente un controllo durissimo sui suoi “alleati”: nel 1968 a Praga, in Cecoslovacchia, un vasto movimento popolare col sostegno del segretario comunista Alexander Dubcek organizzò una serie di manifestazioni di piazza per chiedere un “socialismo dal volto umano”; i manifestanti chiedevano una serie di riforme che introducessero la democrazia, conciliando il comunismo col rispetto


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delle elementari libertà della persona. La “Primavera di Praga”, questo fu il nome dato a tale movimento, ebbe una grossa eco anche all’estero e fu guardata con simpatia soprattutto nei paesi dell’Europa occidentale. Tuttavia Breznev reagì con la forza, inviando i carri armati dell’esercito contro la folla disarmata. Dubcek venne deposto e sostituito da un nuovo capo di governo gradito a Mosca. Seguì un’ondata di arresti e non mancarono vittime il cui numero rimane tuttora sconosciuto. L’anno seguente lo studente Ian Palach si diede fuoco in piazza Venceslao per protestare contro la dittatura sovietica e il suo gesto estremo divenne, nel mondo, un simbolo della lotta per la libertà.

La “diplomazia triangolare” di Kissinger contribuisce alla distensione In questo periodo le relazioni tra Unione Sovietica e Stati Uniti andarono incontro a qualche miglioramento. Henry Kissinger, l’abilissimo segretario di stato americano, inaugurò una nuova strategia, volta ad offrire ai sovietici vantaggiosi accordi commerciali in cambio di una condotta più blanda in politica estera. Si inaugurava così un nuovo modo di guardare l’avversario: non più come un nemico pericoloso da eliminare, bensì come qualcuno con cui per forza di cose bisognava fare i conti e che magari si sarebbe potuto sconfiggere più con la forza dell’economia che con quella delle armi. Kissinger approfittò anche dei cattivi rapporti tra i sovietici e i cinesi: fece infatti proposte vantaggiose a Mao Zedong nella speranza che Breznev, per non rimanere tagliato fuori, si sarebbe avvicinato agli americani. Questa particolare tattica, denominata “diplomazia triangolare”, diede presto i suoi frutti. Nel 1972 ci fu uno storico incontro tra il presidente americano Nixon e Mao a Pechino mentre pochi mesi dopo lo stesso Nixon fu ospitato a Mosca da Breznev. In tale occasione fu firmato un importante accordo per la limitazione delle armi nucleari, accordo che avrebbe costituito la base per altre iniziative simili negli anni seguenti. La guerra fredda sarebbe durata ancora per parecchio tempo, ma la sua fase più acuta poteva ormai dirsi sorpassata.

5 · L’America latina L’instabilità dei paesi latinoamericani È giunto a questo punto il momento di approfondire la conoscenza delle vicende riguardanti i paesi dell’America Latina nei decenni che vanno dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri. Questi paesi erano indipendenti da oltre un secolo ma alla loro indipendenza politica faceva riscontro una forte dipendenza economica dagli Stati

Perché Kissinger avviò la diplomazia triangolare?

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Populismo Pratica politica nella quale chi aspira a prendere il potere tende a raccogliere direttamente il consenso popolare ingraziandosi il favore della gente comune sui cui sentimenti fa leva e riducendo invece il ruolo degli organismi rappresentativi.

Perché Kennedy creò l’Alleanza per il progresso?

Uniti. Un’emancipazione da tale dipendenza era stata tentata da alcuni governi di stampo populista come quelli di Vargas in Brasile (1930-1954) o di Peron in Argentina (1946-1955), ma con scarso successo. Con l’obiettivo di porre su basi più eque i rapporti di vicinato tra USA e America Latina il presidente Kennedy firmò nel 1961 una “Carta dell’Alleanza per il progresso”, un programma di investimenti pubblici e privati che aveva lo scopo di favorire lo sviluppo dell’intero continente.

In molti paesi si diffondono movimenti di guerriglia di ispirazione marxista Dopo la morte di Kennedy questo programma di sviluppo venne abbandonato e in molti paesi si rafforzarono movimenti rivoluzionari di matrice marxista che puntavano alla guerriglia come strumento più efficace per conquistare il potere. Galvanizzati dalla vittoria della rivoluzione cubana, di cui abbiamo già parlato, essi speravano di ottenere gli stessi risultati nei loro paesi. I gruppi più consistenti erano i Sandinisti in Nicaragua (che prenderanno il potere nel 1979), i Tupamaros in Uruguay e i Montoneros in Argentina. Figura rappresentativa e principale punto di riferimento di questa lotta era Ernesto Che Guevara, “rivoluzionario di professione” e fedele compagno di lotta di Fidel Castro a Cuba, dove era stato ministro dell’industria. Deciso a portare la rivoluzione comunista anche in altri paesi, si recò dapprima in Africa e, successivamente, in Bolivia, dove però nel 1967 cadde in un’imboscata tesagli dall’esercito e venne giustiziato. Nonostante il fallimento della sua azione egli divenne, come detto, un simbolo di tutti i movimenti di contestazione giovanile che sarebbero esplosi di lì a poco in molte parti del mondo. In Argentina si instaura una feroce dittatura militare Al disordine e all’instabilità provocati da questi movimenti, soprattutto in Argentina e Brasile, fecero riscontro dei colpi di stato militari che diedero origine a regimi dittatoriali fortemente repressivi. In particolare in Argentina, dove i capi delle forze armate instaurarono una dittatura che durò a fasi alterne dal 1955 al 1973; i militari tornarono al potere nel 1976 e vi rimasero, in modo molto più saldo, fino al 1983, quando tornò la democrazia. Durante questo periodo furono diverse migliaia le persone eliminate in quanto oppositori politici, veri o presunti tali. I desaparecidos (chiamati così perché chi veniva arrestato scompariva nel nulla e nessuna notizia veniva più data sulla sua sorte) hanno segnato profondamente la storia argentina e sono tuttora una ferita aperta nella coscienza di questo paese.


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ll golpe cileno di Pinochet sostenuto dagli Stati Uniti Gli Stati Uniti intervennero anche in Cile dove dal 1970 era presidente Salvador Allende. Questi era un socialista di convinzioni democratiche e moderate ma nel suo governo predominavano forze di orientamento marxista rivoluzionario che ben presto gli imposero i loro programmi. Molti settori della società cilena che avevano contribuito alla sua elezione cominciarono perciò ad abbandonarlo finché l’11 settembre del 1973 il comandante delle forze armate cilene, il generale Augusto Pinochet, con il sostegno dei servizi segreti americani, prese il potere con la forza. Assediato nel Palazzo della Moneda, sede della presidenza, e sotto l’assalto dei carri armati e dell’aviazione, Allende, per non cadere in mano ai nemici, si tolse la vita. L’episodio destò un’enorme indignazione in tutto il mondo. Pinochet instaurò un regime conservatore fortemente repressivo, eliminando molti oppositori politici e privando il paese della libertà. Egli rimase al potere fino al 1989 quando dovette cedere il passo al ritorno della democrazia. Dopo le sue dimissioni il Cile è stato guidato da governi democraticamente eletti e attualmente è uno dei paesi più avanzati dell’America Latina.

Foto di desaparecidos, oppositori della dittatura militare, o presunti tali, sequestrati e uccisi da squadre di sicari organizzate e protette dal governo Argentina, 1976-1983 I loro corpi, sepolti in mare o comunque inumati segretamente, sparivano nel nulla in modo che le loro famiglie non potessero né reclamarli né denunciarne il sequestro e la morte.

Perché il generale Pinochet attuò il golpe in Cile?

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Agitazione studentesca nel centro di Città del Messico sotto il controllo dell'esercito Agosto 1968 Fu una delle tante proteste che precedettero l'immensa pacifica manifestazione studentesca del 2 ottobre nella quale, a poche settimane dalle Olimpiadi, sotto i riflettori del mondo, la polizia attaccò brutalmente i partecipanti.

Il Messico è l’unico paese a mantenere una certa stabilità L’unico stato della regione a mantenere una certa stabilità politica fu il Messico, dove il Partito Rivoluzionario Istituzionale, continuando ad esercitare il monopolio politico che deteneva già da decenni, guidò un sostenuto sviluppo economico grazie anche ai numerosi investimenti degli Stati Uniti. Nonostante tutto i contrasti sociali rimasero aperti: le masse rurali erano tormentate dalla miseria e i problemi legati all’urbanizzazione nascente crearono diverse tensioni. Nel 1968 una grossa manifestazione studentesca in Piazza delle Tre Culture, a Città del Messico, fu brutalmente repressa dall’esercito e vi furono diverse centinaia di morti. Negli anni più recenti il Messico è divenuto, suo malgrado, il principale crocevia della droga proveniente dal Sud America e diretta negli Stati Uniti. Per il controllo di tale commercio illecito si sono scatenate lotte violente tra le varie bande di trafficanti, i cosiddetti “narcos”, che stanno causando parecchie vittime e che le autorità non riescono a debellare. Ne derivano conseguenze negative sulle speranze di ulteriore sviluppo di questo grande paese di quasi 120 milioni di abitanti (il più grande tra quelli di lingua spagnola).


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PARTIAMO DALLE FONTI

L’appello del cardinale Mindszenty per la libertà del popolo ungherese Josef Mindszenty nacque in Ungheria nel 1892. Fu ordinato sacerdote nel 1915 e fu arrestato per la prima volta già nel 1919 poiché si era opposto a un primo governo comunista allora salito al potere. Fu consacrato vescovo nel 1944 e l’anno successivo divenne primate d’Ungheria. Nel 1948 fu arrestato dalla polizia politica con l’accusa di alto tradimento e fu condannato all’ergastolo al termine di un processo-farsa. Fu liberato dai patrioti allo scoppio della rivolta del 1956 e, quando l’esercito sovietico intervenne nel paese, si rifugiò presso l’ambasciata americana. Vi rimase fino al 1971, per poter continuare a stare vicino al proprio popolo. Tuttavia la sua presenza in terra ungherese rischiava di peggiorare la situazione dei cattolici, per cui si fece convincere da papa Paolo VI a recarsi in Occidente. Qui rimase un breve periodo a Roma, dopo di che si stabilì a Vienna dove morì nel 1975. Proponiamo uno stralcio dell’appello da lui lanciato alla nazione ungherese il 3 novembre 1956, quando i carri armati sovietici erano già entrati nel paese per reprimere la rivolta:

più il popolo russo se esso non ci soggiogasse? Solo un popolo attaccato usa ritorcersi contro il popolo a lui ostile. Noi però non abbiamo attaccato la Russia, e abbiamo quindi il diritto di sperare che le forze armate russe si ritireranno presto dal nostro paese. Ricordiamo a tutti che la battaglia combattuta non è stata una rivoluzione ma solo una battaglia per la libertà. Il passato regime era stato messo in piedi con la violenza nel 1945 dopo una guerra perduta, inutile e assurda per noi. Ora esso è stato spazzato via dalla totalità della nazione ungherese. Si è trattato di una battaglia per la conquista della libertà che non ha eguali, con la giovane generazione alla testa dei combattenti, di una battaglia intrapresa perché la nazione vuole decidere liberamente della propria vita, disporre liberamente del proprio destino, amministrare liberamente il proprio stato, utilizzare liberamente i frutti del proprio lavoro. La stessa politica oggi è secondaria; dobbiamo preoccuparci dell’esistenza della nazione e del pane quotidiano». Adatt.

«Noi vogliamo vivere in amicizia con tutti i popoli, con tutti i paesi. Il nostro tempo è caratterizzato da uno sviluppo comune di tutti i popoli. Il vecchio nazionalismo va rinnegato dappertutto. Noi ungheresi vogliamo vivere e agire come antesignani di una pace interna alla famiglia dei popoli europei, in un’amicizia reale e non solo artificiosamente proclamata. Nella nostra qualità di nazione piccola vogliamo vivere in amicizia sia con i grandi Stati Uniti d’America, sia con la potenza russa, sulla base di un rispetto reciproco, pacifico e inviolabile. Desideriamo rapporti di buon vicinato con Praga, Bucarest, Varsavia e Belgrado. La nostra situazione ora dipende da una sola domanda: che cosa si prefiggono i duecento milioni di russi con la forza militare che mantengono all’interno dei nostri confini? Trasmissioni radio parlano di un aumento continuo di tali forze. Noi siamo neutrali e non diamo alla potenza russa alcun motivo per procedere a uno spargimento di sangue. I capi della potenza russa non hanno ancora capito che rispetteremmo molto di

Che cosa si dice in questo proclama riguardo ai rapporti con gli altri popoli e stati? Che appello viene rivolto ai capi dell’Unione Sovietica? Per che cosa si dice che gli ungheresi hanno combattuto? Il cardinale Mindszenty sul banco degli imputati durante il processo-farsa nel 1949


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METTIAMO A FUOCO

La corsa allo spazio Lo Sputnik, il primo satellite nello spazio Un altro campo in cui la rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica ebbe modo di manifestarsi in pieno fu quello della ricerca spaziale. Tutto iniziò nel 1957, quando l’Unione Sovietica lanciò in orbita il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik I, che orbitò attorno alla terra per circa due mesi. Il clamore legato a questa iniziativa fu enorme: per questo paese da poco uscito dalla guerra, il raggiungimento di un traguardo così importante suscitò un grande entusiasmo; la propaganda del regime fu poi pronta a sfruttare questo successo come un segno di superiorità del comunismo sul modello capitalista. La reazione americana fu inizialmente molto allarmata: lo Sputnik avrebbe potuto essere utilizzato anche come un mezzo per spiare il loro territorio; inoltre, la tecnologia spaziale poteva essere applicata anche a fini militari e questo provocò inquietudine soprattutto nell’opinione pubblica che fino ad allora aveva creduto che gli Stati Uniti fossero superiori in tutti i campi. La reazione americana: nasce la NASA Il presidente Eisenhower decise di reagire, assegnando molti più fondi di prima alla ricerca spaziale. Nello stesso anno venne fondata la NASA (National Aeronautics and Space Administration, “Amministrazione nazionale dell’aeronautica e dello spazio”), il grande centro di ricerca nel quale vennero elaborati tutti progetti degli anni successivi. Già nel 1958 gli americani riuscirono a raggiungere i sovietici, lanciando in orbita il loro satellite, l’Explorer I. Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio Il round successivo fu quello di riuscire a mandare in orbita un essere umano: dopo alcuni esperimenti effettuati con gli animali (l’URSS utilizzò i cani, gli USA preferirono invece gli scimpanzé), furono ancora una volta i sovietici a prevalere. Il 12 aprile 1961, a bordo della navicella Vostok I, il cosmonauta Yuri Gagarin divenne il primo uomo ad aver mai volato nello spazio. L’avvenimento non venne celebrato solo in Unione Sovietica (an-

cora oggi quel giorno è festa nazionale) ma in tutto il mondo. Gagarin venne considerato un eroe, milioni di bambini sognavano di imitarlo e i capi di stato di numerosi paesi chiesero di incontrarlo. Il valore propagandistico dell’episodio fu altissimo: in particolare, fu dato molto risalto all’affermazione dell’astronauta secondo la quale, pur essendosi recato nello spazio, non aveva incontrato Dio; un modo sottile per affermare la veridicità della concezione atea del comunismo. Ancora una volta gli Stati Uniti riuscirono a rispondere alla sfida: nel febbraio del 1962 mandarono infatti in orbita il loro primo cosmonauta, John Glenn.

La corsa alla luna Ora che entrambe le superpotenze si erano distinte in questa sfida, la tappa successiva divenne quella di raggiungere la luna. Il presidente americano Kennedy aveva capito la grande importanza che avrebbe potuto avere un simile traguardo e decise di investirvi massicciamente, riuscendo a convincere quei membri del governo che avrebbero invece preferito potenziare l’arsenale militare. In chiave di distensione, Kennedy propose ai sovietici di lavorare a un progetto congiunto, che sarebbe potuto culminare nell’atterraggio sulla luna di un equipaggio misto di americani e russi. L’idea era senza dubbio affascinante, ma Kruscev la bloccò, nel timore che gli Stati Uniti potessero poi prendersi il merito. Dopo lunghi anni di preparazione, questa volta furono gli Stati Uniti a prevalere: il 21 luglio 1969 l’Apollo 11 raggiunse la luna, e Neil Armstrong divenne il primo uomo ad aver mai messo piede sulla superficie del satellite della terra. Più di 500 milioni di persone in tutto il mondo seguirono la diretta televisiva e la frase pronunciata da Armstrong: «Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo da gigante per l’umanità» divenne in seguito celeberrima. Dalla rivalità alla collaborazione Con la conquista della luna, la corsa allo spazio andò via via scemando. Nel 1975, in pieno clima di distensione e di riduzione degli armamenti, russi e


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I primi passi dell’uomo sulla luna, 21 luglio 1969

americani lavorarono a una missione comune, per cui la navicella sovietica Sojuz 19 “agganciò” quella americana Apollo, e i due equipaggi si incontrarono in un clima di cordialità e collaborazione. È difficile dire, in termini generali, chi sia uscito vincitore da questa lunga gara: se è vero che l’Unione Sovietica si dimostrò più abile nel lancio dello Sputnik e nell’impresa di Gagarin, è altret-

tanto vero che gli Stati Uniti raggiunsero per primi la luna, obiettivo di gran lunga più prestigioso. Resta il fatto che la corsa allo spazio fu uno dei momenti più interessanti e affascinanti della guerra fredda, poiché le due superpotenze si misurarono in un campo, quello della tecnologia spaziale, che si è rivelato fondamentale per lo sviluppo dell’umanità.


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Verso la distensione e la coesistenza tra i due blocchi

METTIAMO A FUOCO

Il ruolo di Giovanni XXIII nel processo di distensione Un papa di origini contadine Giovanni XXIII (al secolo Angelo Roncalli), già nunzio apostolico, cioè ambasciatore della Santa Sede in Turchia, Bulgaria e Francia, poi patriarca di Venezia, fu papa dal 1958 al 1963 in un periodo breve ma straordinariamente intenso per la storia della Chiesa e del mondo. Egli era un uomo profondamente diverso dal suo predecessore: se Pio XII era di origini aristocratiche, severo e austero nei modi e nel portamento, Giovanni XXIII proveniva invece da una famiglia contadina ed era molto più affabile e bonario. Queste caratteristiche lo resero molto amato dalla gente, anche dai non cattolici che lo sentivano più vicino a loro. Aggiungiamo anche che, grazie alla televisione, per la prima volta le parole e i gesti del papa arrivavano nelle case degli italiani, provocando un aumento notevole della sua popolarità. Ma anche abile diplomatico Il nuovo pontefice era dotato di una grande abilità diplomatica e giocò un ruolo importante nel processo di distensione tra USA e URSS seguito alla morte di Stalin. Nel 1961, in piena crisi di Berlino, mandò un messaggio a Kruscev e a Kennedy, invitandoli a cercare una via d’uscita pacifica alla grave situazione che si era creata. Questo gesto contribuì a far sbollire la tensione e fece crescere un rapporto di reciproca stima tra il pontefice e il leader sovietico il quale pochi mesi dopo gli invierà un messaggio di auguri in occasione del suo ottantesimo compleanno. Nell’ottobre dell’anno successivo, quando il mondo si trovò molto vicino allo scoppio di una guerra atomica a causa della questione dei missili di Cuba, Giovanni XXIII esortò alla ragione i due contendenti con un appello pubblico che venne prontamente ascoltato. Nell’aprile del 1963 poi egli pubblicò la famosa enciclica Pacem in terris, che condannava «l’equilibrio del terrore» creato dal possesso delle armi nucleari da parte delle due superpotenze russa e americana. Il papa inaugurò anche un nuovo approccio nei confronti dei comunisti: se l’ideologia era sicuramente da condannare, egli esortava però ad amare e a venire incontro a coloro che la professavano nella

consapevolezza che anche in loro vi erano amore alla verità e desiderio di giustizia e quindi erano meritevoli dell’abbraccio di Dio.

«Condannare l’errore, ma abbracciare l’errante» Questa condotta di «condannare l’errore ma abbracciare l’errante» (che Roncalli riprese da Sant’Agostino) lo portò ad incontrare anche alcune personalità “scomode” come la figlia e il genero di Kruscev, i quali rimasero positivamente colpiti dalla sua figura. Nonostante queste aperture è opportuno dire che Giovanni XXIII non si ingannò mai sulla vera natura del regime sovietico: le sue esortazioni a migliorare la situazione dei cristiani nei paesi dell’Est rimasero sempre inascoltate, ragion per cui egli si rifiutò categoricamente di avviare relazioni diplomatiche ufficiali tra Unione Sovietica e Vaticano. Giovanni XXIII morì nel giugno del 1963, da subito riconosciuto come uno dei più grandi papi della storia della cristianità e proclamato santo nell’aprile del 2014. Il suo rimane tuttora come uno dei più grandi esempi della capacità di dialogo e di apertura della Chiesa Cattolica: l’amore a coloro che la pensano diversamente, senza però minimante cedere sui principi che costituiscono il fondamento della propria identità. Papa Giovanni XXIII


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METTIAMO A FUOCO

La contestazione giovanile alla fine degli anni Sessanta Gli anni Sessanta sono ricordati anche perché aprirono una fase di profondo conflitto culturale e ideologico all’interno della società occidentale. A partire dalla seconda metà del decennio prese avvio dalle università americane (in particolare in quella di Berkeley, California) un massiccio movimento di contestazione giovanile. Gli studenti criticavano fortemente il modello della società del consumo e del benessere che si stava sempre più affermando, sostenendo che la ricchezza aumentava il divario sociale tra ricchi e poveri e faceva perdere di vista i veri valori della vita.

I “figli dei fiori” e l’opposizione alla Guerra del Vietnam La protesta si espresse attraverso nuove mode, come quella dei “figli dei fiori”, i cosiddetti hippies, che predicavano un tipo di vita in cui si rifiutavano il lavoro, la ricchezza, l’autorità, la guerra e la tradizione famigliare. Essi disprezzavano le regole, desideravano sottrarsi ad ogni legame, intendendo la libertà come la possibilità di poter fare ciò che si voleva. L’opposizione alla Guerra del Vietnam divenne presto l’elemento principale di questa protesta: il governo degli Stati Uniti venne accusato di essere una “cricca di criminali”, il presidente Johnson veniva chiamato “assassino di bambini” (con riferimento alle bombe sganciate dall’esercito sulla popolazione civile) e il conflitto in generale veniva presentato come inutile, dettato solamente dalla sete di potere dei politici. Dovunque sorgevano manifestazioni di protesta in cui i giovani bruciavano in pubblico le cartoline-precetto che li chiamavano alle armi e intonavano slogan pacifisti. Spesso e volentieri la polizia era costretta ad intervenire per ripristinare l’ordine e accadeva che si verificassero degli scontri. Cambiano i comportamenti giovanili e si diffonde il consumo delle droghe Questa ribellione giunse rapidamente anche in Europa: i valori tradizionali della società, definiti con disprezzo “borghesi”, vennero rifiutati da un sempre maggior numero di giovani. Essi volevano ribellarsi all’autorità dei genitori, dei docenti

e degli adulti in generale, rifiutando anche quelle norme di comportamento che fino allora avevano retto la società occidentale. Questo movimento ricevette un forte sostegno da radio, televisione e giornali e molti esponenti del cinema e della cultura approvarono le idee dei contestatori. Progressivamente le abitudini e i costumi dei giovani cambiarono: jeans e minigonne crearono una vera e propria rivoluzione nel modo di vestire, il linguaggio divenne più volgare e anche la musica fece la sua parte, grazie a complessi come i Beatles e i Rolling Stones, o a cantautori “impegnati” come Bob Dylan e Joan Baez, che con le loro canzoni animavano le marce pacifiste di quegli anni. Negli ambienti studenteschi comparvero e si diffusero sempre di più anche le sostanze stupefacenti e allucinogene, irresponsabilmente esaltate da alcuni scrittori e artisti come strumenti per allontanarsi dalla realtà quotidiana, ritenuta banale, e fare esperienze più intense ed eccitanti.

Le istanze del femminismo radicale Si diffusero sempre di più le istanze del femminismo radicale che puntava non tanto a far godere la donna dei giusti diritti che le spettavano (come era accaduto nei movimenti analoghi di inizio secolo, che si erano battuti per questi obiettivi), bensì all’eliminazione del suo fondamentale ruolo di moglie e di madre. La famiglia venne infatti sempre più vista come un ostacolo alla realizzazione personale e i legami affettivi occasionali vennero ritenuti preferibili a quelli di lunga durata. Tale fenomeno fu certamente causato dalla ricchezza e dal benessere economico e sociale che iniziò a diffondersi nel secondo dopoguerra: le generazioni precedenti, afflitte da mille problemi e alle prese con la dura quotidianità dell’esistenza, non avevano certo tempo per simili proteste. Le conseguenze di questa vera e propria rivoluzione di mentalità si avvertono ancora oggi. Basti pensare alla crisi demografica e alla scarsa capacità di assumere impegni stabili, quindi di vivere in modo costruttivo, che affligge oggi le giovani generazioni in Occidente.


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Verso la distensione e la coesistenza tra i due blocchi

METTIAMO A FUOCO

Il dissenso degli scrittori in Unione Sovietica Fin dagli inizi del regime comunista in Russia la dura repressione attuata da Lenin non permise l’esistenza di forme organizzate di opposizione. Con Stalin la situazione si fece ancor più drammatica: ogni forma di dissenso rispetto alla politica del dittatore, anche fra gli stessi suoi sostenitori, venne brutalmente repressa. Agli scrittori in particolare furono subito imposte direttive molto severe: secondo la linea del cosiddetto “realismo socialista”, essi dovevano descrivere la realtà non così com’era, bensì come il Partito Comunista voleva che fosse. Alla letteratura si affidava il compito di descrivere e di esaltare in maniera propagandistica le conquiste del regime. Contemporaneamente venne creata l’Unione degli scrittori, un’associazione statale che raggruppava tutti i letterati e che sorvegliava che producessero opere in linea con la politica del regime. Ciò rendeva molto difficile per gli scrittori esprimere ciò che veramente pensavano. Tuttavia proprio in questi anni vennero scritti capolavori come Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov o Vita e destino di Vasilij Grossman, che videro la luce di nascosto, tra molte difficoltà, quando ormai neanche i loro autori speravano più in questa possibilità o erano addirittura già morti.

Le aperture dopo il XX congresso Con l’avvento di Kruscev e le rivelazioni del XX congresso la situazione sembrò migliorare anche per gli intellettuali. L’aspirazione a una vita più vera, unitamente al clima politico che sembrava essere mutato, fecero prendere coraggio a molte persone. Tra queste Boris Pasternak, autore de Il dottor Zivago, una tormentata storia d’amore sullo sfondo della Rivoluzione d’ottobre, che viene presentata in maniera fortemente critica dall’autore. La censura impedì la pubblicazione del lavoro ma il libro fu portato clandestinamente all’estero, dove venne pubblicato in diversi paesi europei (tra questi, il primo fu l’Italia, alla fine del 1957). Il dottor Zivago riscosse un successo clamoroso e nel 1959 a Pasternak fu addirittura assegnato il premio Nobel per la letteratura. Furibondo per questo riconoscimento, il governo sovietico costrinse lo scrittore a rinunciare al premio e gli lanciò contro

una terribile sfilza di accuse. Pasternak morì in solitudine ma il suo caso fece il giro del mondo e certe cose non poterono più essere nascoste.

Il dissenso esce allo scoperto: il caso Solzenicyn Il dissenso era ormai pronto ad uscire allo scoperto: tutti vedevano la falsità della cultura ufficiale, nessuno credeva più nel successo del comunismo e sempre più persone cominciarono a scrivere e a diffondere il loro pensiero. A partire dal 1960 un piccolo gruppo di studenti universitari iniziò a darsi appuntamento in piazza Majakovski, sotto il monumento del celebre poeta, per leggere le proprie opere e quelle degli autori proibiti dal regime. Nonostante la violenta reazione della polizia i raduni continuarono. Su questa scia furono fondate diverse riviste clandestine che raccoglievano il materiale letto durante questi incontri. Nacque così il fenomeno del Samizdat: poeti e scrittori ricopiavano a mano le loro opere e le passavano agli amici più cari. Questi le leggevano e si incaricavano di farne altre copie e di distribuirle a loro volta. Attraverso questo sistema, centinaia di migliaia di persone, prima in tutta la Russia poi anche all’estero, ebbero modo di incontrare una letteratura diversa e ben più valida di quella “ufficiale”. Tra gli scrittori più significativi di quel periodo va ricordato Aleksandr Solzenicyn. Il suo primo importante racconto, Una giornata di Ivan Denisovic, ispirato alla sua personale esperienza nei campi di concentramento staliniani e pubblicato durante il breve periodo dell’apertura di Kruscev, raggiunse un grande successo ma gli costò, sotto Breznev, l’espulsione dall’URSS. Arcipelago Gulag, il suo lavoro più conosciuto, un resoconto impressionante della vita nei campi di lavoro comunisti, fu perciò pubblicato in Occidente e rivelò definitivamente al mondo il vero volto del comunismo sovietico.


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Raccontiamo in breve

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versione audio on line e nell’app

1. Dopo la guerra prese avvio il processo di unificazione europea dettato dall’esigenza di favorire la libera circolazione delle merci ma anche di creare uno spirito di collaborazione tra i maggiori stati dell’Europa occidentale, che allontanasse per il futuro ogni nuovo rischio di guerra. 2. In Unione Sovietica alla morte di Stalin (1953) salì al potere Kruscev che inaugurò un’apparente svolta nel paese, denunciando i crimini del predecessore e promettendo una maggiore apertura. Ciononostante fece reprimere duramente le proteste e le rivolte scoppiate in Polonia e soprattutto in Ungheria. Nel 1964 Kruscev venne destituito e al suo posto fu eletto Leonid Breznev che inasprì la dittatura comunista e represse i moti di protesta contro l’oppressione sovietica scoppiati a Praga, in Cecoslovacchia. 3. Con l’elezione a presidente degli Stati Uniti di John F. Kennedy si cominciò a parlare di distensione, anche se nei fatti la guerra fredda continuò: nel 1961 fu costruito il muro di Berlino e nel 1962 vi fu una grave crisi tra le due superpotenze legata al progetto di installare dei missili a Cuba. Inoltre, sotto la presidenza Kennedy, gli Stati Uniti iniziarono l’impegno militare in Vietnam. Negli anni successivi, grazie anche alla “diplomazia triangolare” del segretario di stato Henry Kissinger, i rapporti tra URSS, Stati Uniti e Cina, migliorarono. 4. In America Latina sorsero in quegli anni movimenti di guerriglia di ispirazione comunista, a cui risposero feroci dittature militari, sostenute indirettamente dagli Stati Uniti. In Argentina e in Cile in particolare venne attuata una durissima repressione degli oppositori.

la linea del tempo

1949 rivoluzione cinese 1951 nasce la CECA 1953 morte di Stalin 1956 XX congresso del Partito comunista sovietico, rivolta d’Ungheria 1957 nasce la CEE, inizia la corsa allo spazio 1960 elezione di J.F. Kennedy 1961 si costruisce il Muro di Berlino 1962 crisi di Cuba 1963 uccisione di Kennedy 1964 sale al potere in URSS Leonid Breznev 1969 primo uomo sulla luna 1973 colpo di stato in Cile


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Verso la distensione e la coesistenza tra i due blocchi

Attività e verifiche Esercizio 1 · Rispondi, anche oralmente, alle seguenti domande. 1. Che cos’è la CECA? 2. Chi successe a Stalin nella guida dell’URSS? 3. Quali critiche vennero rivolte a Stalin da Kruscev? 4. Chi era il cardinale Mindszenty? 5. Come si comportò Kennedy nei confronti dell’Unione Sovietica? 6. Che cosa fu la Primavera di Praga? 7. Chi era Fidel Castro? 8. Che cos’era il Samizdat? 9. Chi era Che Guevara? 10. Chi sono i desaparecidos? 11. Chi era Salvador Allende?

Esercizio 2 · Collega con una freccia ogni data all’avvenimento ad essa connesso. 1951

Nasce la CECA

1953

Si costruisce il Muro di Berlino

1956

Nasce la CEE

1957

Primo uomo sulla luna

1961

Uccisione di Kennedy

1963

Morte di Stalin

1969

Rivolta ungherese

Esercizio 3 · Indica se l’affermazione riportata è vera o falsa. La Gran Bretagna fu tra i paesi aderenti alla CECA.

V

F

La rivolta ungherese del 1956 ebbe pieno successo.

V

F

Imre Nagy fu condannato a morte dai sovietici.

V

F

A Kruscev successe Leonid Breznev.

V

F

Kennedy venne assassinato a Dallas

V

F

Il golpe di Pinochet in Cile avvenne contro il parere degli Stati Uniti

V

F

I paesi latino-americani erano soggetti economicamente agli Stati Uniti.

V

F


CAPITOLO 15

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Esercizio 4 · Per completare la frase iniziale scegli fra le tre alternative proposte quella che ti sembra, oltre che esatta, anche precisa e formulata con il linguaggio più appropriato. La necessità di arrivare a un’Europa unita nasceva a. dalla volontà di contrapporsi all’Unione Sovietica. b. dalla volontà di portare l’Europa ad essere di nuovo il continente guida del mondo. c. dalla necessità di superare il nazionalismo e di creare un mercato economico unificato che avrebbe avvantaggiato le economie europee. Nel XX congresso del Partito Comunista Sovietico Kruscev accusò Stalin a. di avere allontanato l’Unione Sovietica dal comunismo. b. di avere accentrato tutto il potere nelle proprie mani, favorendo un vero e proprio culto della sua persona. c. di aver perseguitato la Chiesa e di aver messo a morte civili innocenti. La crisi di Cuba a. dimostrò l’efficacia dissuasiva delle armi nucleari nell’impedire un conflitto mondiale. b. dimostrò la forza dell’Unione Sovietica. c. dimostrò la superiorità degli armamenti americani. Per “comunismo dal volto umano” si intende a. un comunismo che ammetteva la libera iniziativa in campo economico. b. una serie di riforme che introducessero la democrazia, permettendo la costruzione del comunismo nel rispetto delle elementari libertà della persona. c. una maggiore collaborazione internazionale con i paesi poveri. Esercizio 5 · Prova a formulare con le tue parole il significato delle seguenti espressioni che caratterizzarono la politica mondiale nel periodo storico che hai studiato in questo capitolo. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7.

Processo di integrazione europea Miracolo economico Destalinizzazione Distensione e coesistenza pacifica Limitazione delle armi nucleari Diplomazia triangolare Populismo


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CAPITOLO 16

Capitolo 16

materiale integrativo on line e nell’app

Asia e Africa: due giganti nel terzo millennio Due destini diversi Questo capitolo è interamente dedicato alle vicende che riguardano Asia ed Africa a partire dagli anni ’60 fino ai giorni nostri. Si tratta di due continenti che hanno le dimensioni dei giganti, per territorio e popolazione, ma che sembrano aver conosciuto negli ultimi decenni destini diversi. L’Asia, pur tra contraddizioni e conflitti in parte ancora irrisolti, si sta comunque avviando ad occupare un ruolo centrale nel panorama geopolitico ed economico mondiale. Viceversa l’Africa sembra rimanere ai margini della storia, ancora attanagliata da problemi che non sembrano risolversi ma al contrario ingigantirsi. È come un continente addormentato e, almeno per quanto riguarda noi in Occidente, in gran parte dimenticato.

Shibuya Crossing al crepuscolo, a Tokyo, in Giappone È l'incrocio più famoso al mondo: questa intersezione pedonale è percorsa ogni giorno da migliaia di persone.

Scena di strada nella più grande baraccopoli africana a Nairobi

brano audio on line e nell’app

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Asia e Africa: due giganti nel terzo millennio

1 · La Cina e il Sud-Est Asiatico La Cina di Mao Abbiamo già visto come dal 1949 la Cina fosse divenuta uno stato comunista. Il paese contava allora mezzo miliardo di abitanti, di cui quattro quinti erano contadini. Per questo motivo il primo prov­ vedimento preso da Mao Zedong fu una radicale riforma agraria: a trecento milioni di coltivatori, riuniti in “comuni” agricole poste comunque sotto il controllo del Partito Comunista, vennero dati in uso terre e materiali da lavoro sequestrati ai grandi proprietari. In questo modo il regime mirava a garantirsi la fedeltà della più gran­ de classe sociale cinese, dimostrando che il proprio comunismo era diverso da quello dell’Unione Sovietica, poiché indicava nei conta­ dini e non negli operai la sua forza rivoluzionaria. L’industria non venne però trascurata: nel 1953 fu varato un piano quinquennale sul modello russo, in forza del quale tutte le aziende vennero “nazionalizzate”, cioè rese di proprietà statale, e si puntò allo sviluppo dell’industria pesante. Il “grande balzo in avanti” e la “rivoluzione culturale”: le durezze del comunismo cinese Grazie a un’abile campagna propagandistica, la Cina di Mao si guadagnò tra i comunisti dell’Europa occidentale la fama di una potenza che aveva realizzato il comunismo in maniera migliore che in Unione Sovietica, dando reale potere al popolo anziché alla bu­ rocrazia di partito. In realtà la situazione era ben diversa ma resta­ va sconosciuta perché a nessuno straniero era permesso di visitare liberamente il paese. Lo stesso “grande balzo in avanti” lanciato da Mao a partire dal 1958 per raddoppiare la produzione agricola e in­ dustriale provocò dei risultati disastrosi: la produzione agricola an­ ziché raddoppiare crollò e ben venti milioni di persone morirono, tra il 1959 e il 1962, a causa della carestia che ne derivò. A partire dal 1965 prese il via la cosiddetta “rivoluzione cultura­ le”, una iniziativa voluta da Mao per spezzare la resistenza dell’ala più moderata del partito. Il paese fu sottoposto a una durissima campagna di indottrinamento ideologico, gli intellettuali e gli ele­ menti dal passato borghese vennero inviati nei campi di “rieduca­ zione attraverso il lavoro”; ovunque, le “guardie rosse”, gli spietati miliziani organizzati dal regime, percorrevano le campagne e le cit­ tà alla ricerca di presunti “elementi di destra” da punire. Le vittime furono centinaia di migliaia, forse milioni, e i danni materiali furo­ no gravissimi. A questo va aggiunta la campagna per la riduzione della natalità nel paese che promosse aborti generalizzati e steriliz­ zazioni forzate allo scopo di costringere le famiglie a non avere più di un figlio. In un mondo contadino come quello cinese di allora era inevitabile che le famiglie si orientassero verso la scelta di figli di


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sesso maschile, che garantivano la possibilità di lavoro nei campi, e quindi venissero abortite soprattutto le figlie femmine. Ciò ha fini­ to per causare una sproporzione innaturale tra la popolazione di sesso maschile e quella di sesso femminile, e tale sproporzione ha ancora oggi, sul piano sociale, conseguenze gravissime. Infine, sul piano culturale, venne distrutta buona parte dei monumenti del­ l’antica Cina e non si conta il numero delle biblioteche e degli archi­ vi storici che andarono perduti.

URSS e Cina arrivano all’inevitabile scontro In politica estera si pose da subito il problema del rapporto con l’Unione Sovietica. Già Stalin non si fidava di Mao Zedong, in quan­ to intuiva che il colosso cinese non si sarebbe facilmente sottomes­ so alle sue direttive. Dopo la sua morte, e a seguito delle rivelazioni del XX congresso, i rapporti tra i due paesi peggiorarono ulterior­ mente: entrambe le potenze avrebbero desiderato un ruolo guida all’interno del blocco comunista e vedevano la potenza dell’altro come una possibile minaccia. Il contrasto verteva anche sulla con­ cezione delle armi nucleari: come abbiamo già visto, Kruscev era consapevole del loro potenziale distruttivo e preferiva mantenere un atteggiamento cauto nei confronti degli Stati Uniti; al contrario Mao pronunciò la celebre affermazione secondo la quale, se il mon­

Bambini al lavoro nel periodo del “grande balzo in avanti” Cina, 1958

Perché la Cina veniva guardata con interesse dai comunisti occidentali?

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Asia e Africa: due giganti nel terzo millennio

Perché Mao Zedong era favorevole a una guerra atomica?

do fosse stato sconvolto da una catastrofe atomica, sarebbe stato un bene, poiché il capitalismo sarebbe stato distrutto e la parte di po­ polazione mondiale rimasta in vita avrebbe certamente avuto più possibilità di realizzare il comunismo! La rottura fu resa più grave nel 1969, a causa di alcuni scontri militari lungo la frontiera tra i due stati. Nonostante tutto, però, le due potenze non arrivarono mai ad affrontarsi in una vera e propria guerra.

Perché gli Stati Uniti non riuscirono a prevalere sui Vietcong?

Lo scoppio della Guerra del Vietnam Dopo il ritiro della Francia dall’Indocina e la conferenza interna­ zionale che aveva sancito la divisione in due parti del Vietnam, la si­ tuazione in questo paese, il più importante dell’area, era precipitata. I guerriglieri del Nord, guidati da Ho Chi Minh, dilagavano sempre di più nella parte meridionale, controllata dal governo filoamerica­ no del generale Diem. Lyndon Johnson, allora presidente america­ no, rispose con un massiccio invio di truppe, per evitare che il Viet­ nam entrasse nella sfera d’influenza comunista, insieme a tutto il Sud-Est Asiatico, e che quindi l’Occidente perdesse il controllo degli stretti di Malacca e di Singapore, chiavi del commercio marittimo mondiale. A partire dal 1964, le operazioni militari si susseguirono incessantemente: gli Stati Uniti sganciarono sul Vietnam una quan­ tità di bombe superiore a quelle utilizzate nel corso di tutta la Secon­ da guerra mondiale! Inoltre, le truppe di terra compivano incursioni allo scopo di neutralizzare le postazioni dei Vietcong, i guerriglieri comunisti sudvietnamiti alleati dell’esercito del Nord. Nonostante la loro evidente superiorità militare, gli Stati Uniti non riuscirono a prevalere: i combattenti vietnamiti utilizzavano nascondigli sotter­ ranei e avevano basi sicure tra la popolazione locale, combattevano su un territorio che conoscevano bene e utilizzavano tecniche di combattimento che il nemico non era preparato a fronteggiare. La prima sconfitta militare nella storia degli Stati Uniti Quando, nel 1969, Richard Nixon divenne il nuovo presidente degli Stati Uniti, dichiarò di non voler essere «il primo presidente americano a perdere una guerra»; mandò quindi a combattere un numero ancora maggiore di soldati, ripristinando la leva obbligato­ ria che da tempo non esisteva più. La situazione però continuava a peggiorare e l’opinione pubblica reagiva sempre più negativamente a un conflitto che sentiva come inutile ed estraneo ai propri inte­ ressi. In tutto il paese studenti e lavoratori organizzarono mani­ festazioni di protesta e ad ogni nuovo caduto riportato in patria la tensione cresceva. Nel 1973, di fronte alla evidente impossibilità di vincere il conflitto, Nixon decise di ritirare completamente le trup­ pe. Lasciato a se stesso, il Vietnam del Sud crollò: nel 1975 fu uni­ ficato al Nord, sotto un unico regime comunista, un regime forte­ mente repressivo, che collettivizzò le terre e le imprese industriali


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e commerciali. Migliaia di persone, prive di speranza e di libertà, lasciarono allora il paese fuggendo su imbarcazioni di fortuna verso la Thailandia e la Malesia. Molti di loro, chiamati boat people (“gen­ te delle barche”), perirono durante la traversata, vittime del mare, o vennero derubati e vessati dai pirati. Va detto però che, pur per­ dendo la guerra e l’influenza su quest’area, gli Stati Uniti conser­ varono comunque il controllo degli stretti di Malacca e Singapore, posta in gioco cruciale dell’intero conflitto.

La Cambogia di Sihanouk Dopo essere stata un protettorato francese per quasi un secolo, la Cambogia conquistò l’indipendenza nel 1953, guidata dal suo re Norodom Sihanouk, un sovrano moderato, di tradizione buddista, che modernizzò il paese e ne migliorò notevolmente la situazione economica. In politica estera egli tenne un atteggiamento di equi­ distanza tra i due blocchi, nella speranza di evitare al suo paese la tragedia di una guerra. Non riuscì però a sottrarsi al conflitto vie­ tnamita: i due paesi erano confinanti ed era continuo lo sconfina­ mento in territorio cambogiano delle forze nordvietnamite e dei Vietcong. Sihanouk non fece nulla per impedire loro di costruire basi nel proprio paese: temeva infatti che una sua reazione avrebbe potuto provocare danni peggiori. Il governo americano, ritenendo che la debolezza di Sihanouk avrebbe influito negativamente sulle sorti del conflitto, organizzò un colpo di stato per deporlo e far salire al potere il corrotto gene­ rale Lon Nol.

Guerra in Vietnam: reparto americano in azione con l’appoggio di elicotteri Un ampio impiego di elicotteri (prodotti e riparati non solo negli Stati Uniti, ma anche in diversi altri paesi, tra cui l’Italia) caratterizzò le operazioni delle forze USA in questo conflitto.

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Asia e Africa: due giganti nel terzo millennio

Memorie di terribili scene di tortura e di strage affiorano nei disegni dei bambini cambogiani sopravvissuti all’esodo dal loro paese e tornati a scuola nel campo profughi di Mairut Thailandia, dicembre 1980

I bombardamenti americani e la guerra civile tra il regime di Lon Nol e i Khmer rossi Sihanouk fu mandato in esilio mentre Lon Nol autorizzava una massiccia ondata di bombardamenti americani sul territorio cam­ bogiano là dove si riteneva vi fossero le basi dei Vietcong. Nel frat­ tempo nel paese acquistarono sempre più influenza i cosiddetti Khmer rossi, un movimento di guerriglia di stampo comunista, che si opponeva al regime di Lon Nol e i cui leader, tra cui il famigerato Pol Pot, avevano studiato in Francia negli anni in cui si preparava il ’68, partecipando ad esperienze di marxismo-leninismo estremo, analoghe a quelle che in Italia sarebbero sfociate poi nel terrorismo degli “anni di piombo”. Tra il 1970 e il 1975 la Cambogia fu lacera­ ta da una guerra che opponeva i Khmer rossi ai soldati di Lon Nol, sostenuti dagli americani. Col ritiro statunitense dall’Indocina (1973), la situazione precipitò: i Khmer rossi, che avevano l’appog­ gio della popolazione dei villaggi e anche quello di Sihanouk, che li considerava dei patrioti, conquistarono la capitale Phnom Penh nell’aprile del 1975.


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Nel paese viene instaurata una spietata dittatura comunista Immediatamente la città fu evacuata: i suoi tre milioni e mezzo di abitanti vennero condotti a forza nelle campagne e qui costretti a improvvisarsi contadini. Tutto il paese venne suddiviso in unità di villaggio controllate dai Khmer rossi, alle quali venivano affidate quote di lavoro obbligatorie. Ogni collegamento con il mondo ester­ no fu radicalmente interrotto. In pratica, tutta la Cambogia diven­ ne un immenso campo di lavoro e di rieducazione: il regime dei Khmer utilizzò una spietatezza senza precedenti, abolendo ogni forma di libertà ed eliminando fisicamente tutti quelli che si oppo­ nevano al loro potere o erano considerati “elementi indesiderabi­ li”: gli intellettuali, gli appartenenti ai ceti più agiati e tutti coloro che avevano ricoperto ruoli sotto il passato regime vennero uccisi senza processo; la stessa sorte toccò a tutti coloro che avevano un titolo di studio superiore, possedevano una cultura legata all’Occi­ dente o semplicemente conoscevano la lingua francese: si arrivò persino all’eliminazione di coloro che portavano gli occhiali o era­ no in possesso di una patente da camionista, questi ultimi in quan­ to, commerciando prodotti tra città e campagna, erano considerati propagatori del modo di vita occidentale. Si calcola che tra il 1975 e il 1979 (anno in cui i Khmer rossi furono spazzati via da un’invasio­ ne dell’esercito vietnamita) più di due milioni di persone abbiano perso la vita su un totale di poco più di dieci milioni di abitanti, in quello che è tuttora considerato come il tentativo più spietato di re­ alizzazione pratica di una società comunista.

Perché si dice che la Cambogia divenne un immenso campo di rieducazione?

Modernizzazione e crescita economica in Giappone Il Giappone, che non era certo un nuovo arrivato alla ribalta dell’economia mondiale essendo sin dal secolo precedente una del­ le maggiori potenze industriali del globo, tra il 1973 e il 1990 andò incontro a una crescita superiore in proporzione a quella degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale. Questo avvenne soprattutto grazie al valore delle sue esportazioni ma anche a un modello di or­ ganizzazione del lavoro che rendeva praticamente impossibile la disoccupazione e che eliminò completamente i conflitti sindacali. In quegli anni si parlò di Toyotismo, per indicare questo particola­ re modello di organizzazione aziendale inventato dai giapponesi e che ebbe proprio nella fabbrica automobilistica della Toyota la sua prima applicazione. Il Giappone divenne così un punto di riferimento soprattutto per i prodotti a tecnologia avanzata: televisori, macchine fotografiche, computer e automobili provenienti dal paese asiatico divennero presto sinonimo di eccellenza e qualità.

Perché il Giappone divenne una grande potenza economica?


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Asia e Africa: due giganti nel terzo millennio

Perché si parla di tigri asiatiche?

Le “tigri asiatiche” Il boom economico giapponese e gli investimenti economici ame­ ricani ebbero una diretta ripercussione sulla crescita di altri picco­ li paesi asiatici affacciati sull’Oceano Pacifico. Si trattava di Hong Kong (fino al 1997 possedimento inglese) e Singapore, che prospe­ rarono soprattutto grazie al commercio, Taiwan e Corea del Sud, che riuscirono con successo a combinare alto livello tecnologico e basso costo della manodopera. Questi stati divennero presto noti come le “tigri asiatiche”, a indi­ care la loro straordinaria energia nello sviluppo economico. La ripresa economica di un continente, a lungo ritenuto irreversi­ bilmente poco sviluppato, era indicativa di un fenomeno che sareb­ be emerso sempre di più negli anni successivi: il mondo occidenta­ le, Europa e Stati Uniti, avrebbero dovuto a poco a poco fare i conti con un’altra realtà, diversa dalla loro, eppure in grado di essere al­ trettanto competitiva. L’enorme sviluppo dell’economia cinese che si è aperta all’Occidente Anche la Cina seguì l’esempio di queste nuove economie in cresci­ ta. Dopo la morte di Mao Zedong si era progressivamente affermata l’idea che continuare sulla strada dell’economia rigidamente piani­ ficata avrebbe portato il paese al collasso. Il crollo di tutti i paesi del blocco comunista, avvenuto, come vedremo nel prossimo capitolo, soprattutto per motivi economici, aveva confermato i dirigenti del partito che bisognava cambiare tattica. Il mercato cinese venne così aperto agli imprenditori privati e agli investimenti stranieri. Questo generò conseguenze impressionanti: nel giro di pochi anni un nume­ ro crescente di persone si arricchì a dismisura con i proventi dei pro­ pri affari, città come Pechino e Shangai si riempirono di grattacieli, aumentò la circolazione di automobili. Contemporaneamente, gra­ zie a un sapiente studio dei modelli occidentali, a partire dagli anni Novanta le aziende cinesi acquisirono la capacità di produrre beni di largo consumo che, benché di bassa qualità, invasero i mercati occi­ dentali grazie a un costo altrettanto basso che li rese concorrenziali e accessibili ovunque nel mondo, anche alle classi più disagiate. Le conseguenze sul piano mondiale di questo sviluppo L’importazione massiccia di prodotti cinesi ha provocato in Eu­ ropa e negli Stati Uniti uno sconvolgimento mai registrato prima a livello industriale: la produzione locale di media qualità, infatti, è scomparsa in breve tempo, impossibilitata a competere con i prezzi imbattibili dei prodotti cinesi. Questo perché in Occidente i salari e le garanzie offerte ai lavoratori (assicurazioni, pensioni ecc.) ren­ devano il costo del lavoro, e quindi dei prodotti, più elevato rispetto quanto avveniva in Cina dove la manodopera era pagata pochissimo


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e i lavoratori non godevano di tutele e protezioni. D’altro canto va detto però che l’enorme sviluppo dell’imprenditoria cinese ha avu­ to sui mercati occidentali anche effetti positivi: spesso, in questi ul­ timi anni, ricchi imprenditori cinesi hanno deciso di investire i loro capitali acquistando aziende occidentali in difficoltà, permettendo loro di continuare a vivere e salvaguardando così i posti di lavoro. A tutto questo va aggiunta l’azione di colonialismo economico compiuta in Africa in questi ultimi anni. Venendo meno la presen­ za europea sui mercati africani in seguito alla decolonizzazione e approfittando della debolezza economica e dell’instabilità politica di molti paesi di questo continente, i cinesi si sono inseriti nei mer­ cati locali, puntando, come a suo tempo fatto dai paesi occidentali, a sfruttarne le risorse naturali e la manodopera, fornendo armi per alimentare conflitti per loro vantaggiosi e creando infrastrutture a beneficio dei propri commerci.

Il Partito Comunista continua però ad esercitare la propria dittatura La crescita dell’economia cinese avvenne però in maniera squi­ librata: le campagne rimasero infatti arretrate e i contadini conti­ nuarono a vivere in una situazione di estrema povertà. L’inquina­ mento, soprattutto nelle grandi città, crebbe a dismisura, per non parlare poi della corruzione dei funzionari statali, onnipresenti nel chiedere tributi e nell’estorcere tangenti.

Giovani operaie realizzano fotocamere professionali F3 presso una fabbrica Nikon Tokyo 1983

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Da ultimo, nonostante l’economia si fosse rinnovata e avesse or­ mai abbracciato il modello capitalista, il sistema politico rimaneva ancorato al comunismo. Il partito esercitava ancora un controllo completo sulla società, continuando a negare ogni forma di libertà. Nel 1989, in piazza Tienammen a Pechino si radunarono migliaia di studenti che chiedevano riforme e maggiore libertà. La protesta venne però repressa duramente dai carri armati dell’esercito e vi furono centinaia di morti e un numero ancora più elevato di arre­ sti. Cadde così ogni illusione che in questo paese si potesse ripetere quanto era accaduto nell’Europa dell’Est e la situazione è rimasta fino ad ora immutata.

2 · Il Medio Oriente tra la fine della guerra fredda e la nascita del fondamentalismo islamico

Islamista Chi aderisce all’islamismo, l’ideologia secondo cui la religione islamica va imposta anche a viva forza e facendo ricorso, se necessario, al terrorismo. Tale termine non va confuso con l’aggettivo “islamico”, che invece indica, più genericamente, tutto ciò che attiene alla religione musulmana e che non ha di per sé alcun significato negativo.

Anche gli stati del Medio Oriente sono coinvolti nella guerra fredda Sul finire degli anni Cinquanta il conflitto tra Stati uniti ed Unio­ ne Sovietica si allargò fino a coinvolgere altre aree che ben presto diventarono “calde”. Tra queste il Medio Oriente dove la situazione era già esplosiva in seguito alla nascita dello stato d’Israele, nascita osteggiata, come visto, dai paesi arabi dell’area. In questi paesi si era affermato un forte nazionalismo ostile allo stato ebraico, anche in seguito al venir meno, sulla regione, del controllo politico ed eco­ nomico della Gran Bretagna. Già abbiamo parlato della nazionaliz­ zazione del canale di Suez portata avanti dal leader nazionalista egiziano Nasser. Qui va detto che nel conflitto arabo-israeliano fini­ rono per essere coinvolte anche le due superpotenze. Mentre infat­ ti gli Stati Uniti appoggiavano Israele, l’Unione Sovietica sosteneva le rivendicazioni degli stati arabi, soffiando così sul fuoco dello scontro. Oltre all’Egitto, Mosca diede in particolare un grosso so­ stegno alla Siria, che dal 1966 era governata dal partito Baath, una forza di orientamento nazionalista ma non islamista. Forti dell’ap­ poggio sovietico, i siriani promossero una serie di azioni armate contro Israele e aiutarono in vario modo i guerriglieri palestinesi dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) con­ tribuendo così alla destabilizzazione della regione. L’Egitto prepara una nuova guerra contro Israele Da qui allo scoppio di una vera e propria guerra il passo fu bre­ ve. Nasser intendeva unificare l’intero nazionalismo arabo attorno alla necessità della distruzione di Israele ma temeva anche le con­ seguenze di un conflitto su larga scala. Per fargli rompere gli indugi,


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Golan

Haifa

Mar Mediterraneo

Tel Aviv

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Siria

Cisgiordania Gerusalemme

Striscia di Gaza Gaza

Porto Said

Israele Giordana

Suez

Sinai

Egitto

Israele prima e dopo la Guerra dei Sei Giorni

Sue z

Golfo di

i fo d

Gol

Aqaba

Elat

Israele prima della Guerra dei Sei Giorni Alture del Golan annesse nel 1981 Sinai in seguito restituito all'Egitto Striscia di Gaza e Cisgiordania attualmente territori palestinesi Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni

Mar Rosso

i sovietici ricorsero all’inganno: il 13 maggio del 1967, nel corso di una visita a Mosca, alcuni ministri egiziani vennero informati che Israele stava pianificando un attacco contro la Siria. Addirittura venne loro fornita la data precisa dell’azione (17 maggio), con l’esor­ tazione a non farsi cogliere di sorpresa. Cadendo clamorosamen­ te nel tranello, Nasser decise di proclamare lo stato di emergenza e ordinò la mobilitazione dell’esercito. Contemporaneamente fu lanciata un’intensa propaganda volta ad eccitare le folle: in Siria, in Libano, in Iraq e nello stesso Egitto, migliaia di persone scesero in piazza inneggiando a Nasser contro Israele.

Israele reagisce alla minaccia e attacca: scoppia la Guerra dei Sei Giorni Capendo la gravità della minaccia e non potendo contare sull’aiu­ to militare diretto dell’Occidente (che però non cessò di fornirgli aiuti tecnici e logistici), Israele decise che l’unica possibilità di pre­ valere sugli avversari sarebbe stata quella di attaccare per primo: il 5 giugno 1967 l’esercito israeliano, sotto la guida del generale Moshe Dayan allora ministro della difesa, lanciò un’imponente offensiva contro gli eserciti dell’Egitto, della Siria e della Giordania. In soli sei giorni gli stati arabi furono sbaragliati: Israele non si limitò a neu­ tralizzare la minaccia che incombeva sul suo territorio ma si spinse


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Perché scoppiò la Guerra dei Sei giorni?

fino a conquistare la striscia di Gaza, la penisola del Sinai, le alture del Golan, la Cisgiordania e soprattutto la parte est di Gerusalemme che da tempo gli ebrei rivendicavano per loro e che era invece stata assegnata alla Giordania.

La fine della guerra non porta la pace nella regione L’esito della guerra, la terza dalla nascita dello stato ebraico, con­ fermò Israele come una grande potenza militare, dato che aveva sconfitto un nemico numericamente molto superiore, basandosi solo sulle proprie forze. Il mondo arabo ne uscì tremendamente umiliato: Nasser mori­ rà nel 1970, conscio del proprio fallimento, e il nazionalismo arabo andrà incontro a un progressivo declino. Acquisterà invece sempre più forza il fondamentalismo religioso che chiamerà i fedeli mu­ sulmani alla “guerra santa” contro lo stato ebraico, visto come pre­ senza indesiderabile nell’area mediorientale. Per parte sua, Isra­ ele offrì di restituire alcuni territori occupati durante il conflitto, in cambio della pace e della coesistenza pacifica. Tuttavia gli stati sconfitti rifiutarono e si attestarono su posizioni ostili. Lo scontro riprende pochi anni dopo: la Guerra del Kippur Un altro conflitto scoppiò pochi anni dopo, nel 1973. In occasione della festività ebraica dello Yom Kippur, nel quale tutte le attività del paese vengono sospese, Egitto e Siria, con un attacco a sorpresa, avanzarono nei territori del Sinai e delle alture di Golan, occupati da Israele sei anni prima. Dopo poche ore però l’esercito ebraico fu in grado di reagire e in breve tempo riconquistò i territori perduti. Il conflitto si concluse con gli accordi siglati tra Israele ed Egitto nel 1978 a Camp David con la mediazione degli Stati Uniti. Con tali ac­ cordi il Sinai tornava all’Egitto ma in cambio quest’ultimo ricono­ sceva l’esistenza dello stato d’Israele, instaurando con esso normali rapporti diplomatici.

Scià Adattamento italiano della parola persiana shàh che sta ad indicare il re che gode di poteri assoluti. Ayatollah Esperto studioso e predicatore del Corano e massima figura della gerarchia religiosa dell’Islam sciita.

La rivoluzione in Iran: nasce uno stato basato sull’integralismo islamico La situazione nell’area medio-orientale non trovò però pace ne­ anche in seguito agli accordi di Camp David, anzi finì per aggravarsi nuovamente. In Iran, nel gennaio 1979, il governo dello scià Reza Pahlavi, vici­ no agli Stati Uniti, venne rovesciato da un colpo di stato che portò al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini, il principale leader spiri­ tuale dei musulmani sciiti, che instaurò nel paese una pesante dit­ tatura teocratica. Khomeini aprì immediatamente le ostilità con gli Stati Uniti e Israele (definiti rispettivamente il “grande e il piccolo Satana”) e l’ambasciata americana fu invasa da centinaia di suoi se­ guaci, che sequestrarono 52 diplomatici. Si aprì una crisi enorme,


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aggravata dal fatto che il presidente americano Carter non sembra­ va riuscire a fare nulla di efficace per risolverla. Fu tentata anche, da parte dei corpi speciali dell’esercito, un’azione militare che si risol­ se in un completo insuccesso. Gli ostaggi vennero liberati solamen­ te agli inizi del 1981, grazie al nuovo presidente Ronald Reagan.

La guerra tra Iran e Iraq e l’occupazione sovietica dell’Afghanistan L’Iran di Khomeini ingaggiò una tremenda guerra con il vicino Iraq allo scopo di ottenere l’egemonia territoriale sul Golfo Persico. Gli Stati Uniti si schierarono con il dittatore iracheno Saddam Hus­ sein, equipaggiandolo con armi e mezzi. Il conflitto durò otto anni con gravissime perdite da entrambe le parti, anche a causa dell’u­ so indiscriminato delle armi chimiche, e terminò senza un vero vincitore. Contemporaneamente gli USA sostennero i guerriglieri afgani nella loro lotta contro l’esercito sovietico che nel frattempo aveva occupato il paese. Non c’è pace in Medio Oriente: la guerra in Libano Il sostegno iraniano alle rivendicazioni antiisraeliane dei palesti­ nesi rinfocolò il conflitto che riesplose nel 1982, quando l’esercito israeliano invase il Sud Libano. Questo paese, uno dei più tranquilli e fiorenti dell’area, era abitato per metà da cristiani e per metà da

Manifestanti che sfilano davanti all’ambasciata americana occupata Teheran (Iran), 1979

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Perché Israele invase il sud del Libano?

musulmani e la convivenza tra le due religioni era stata da lungo tempo pacifica. Tuttavia, dalla fine degli anni Settanta, i guerriglieri dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) gui­ dati da Yasser Arafat avevano cominciato ad infiltrarsi illegalmente sul suo territorio, impiantandovi basi clandestine, e fu per smantel­ lare queste basi che le truppe israeliane invasero il paese.

Una lunga serie di distruzioni e sofferenze, che hanno colpito soprattutto la popolazione civile L’attacco israeliano provocò per contraccolpo un inasprimento della guerra civile iniziata già nel 1975 tra cristiani e musulmani, va­ riamente sostenuti i primi da Israele e i secondi dalla Siria (da sem­ pre interessata al controllo del Libano). Travolte e distrutte le basi dell’OLP, l’esercito israeliano raggiunse la capitale Beirut, occupan­ done i quartieri meridionali e stringendo d’assedio per mesi il resto della città. Alla fine Arafat con i suoi uomini fu costretto a ritirarsi ma questo non significò la fine della guerra: si andò avanti a combattere fino al 1990, con massacri da una parte e dall’altra, di cui fu vittima soprattutto la popolazione civile. Tra questi ricordiamo la strage di Sabra e Chatila (settembre 1982) nella quale, per una rappresaglia, furono sterminati migliaia di civili palestinesi ad opera di milizie li­ banesi. In seguito Israele si ritirò mantenendo però per diversi anni il controllo di una striscia di sicurezza in territorio libanese a ridosso del suo confine. Il conflitto si concluse lasciando il Libano in condi­ zioni drammatiche, con un’economia fortemente danneggiata, le in­ frastrutture distrutte e soprattutto, sul piano politico, con una forte ingerenza della Siria nei suoi affari interni. Da allora il Sud del paese è finito in larga misura sotto il controllo di Hezbollah, un partito po­ litico dotato di proprie milizie armate, sostenuto dall’Iran e ritenuto da Stati Uniti e Unione Europea un’organizzazione terroristica. Tuttora la situazione libanese costituisce un grosso focolaio di crisi e di guerra nel Vicino e Medio Oriente. Nell’agosto 2006, dopo ripetuti lanci di razzi da parte di Hezbollah su centri abitati dell’Al­ ta Galilea israeliana, Israele effettuò bombardamenti su ponti e al­ tre infrastrutture nonché su sedi di Hezbollah un po’ ovunque nel Libano; quindi invase e occupò per circa un mese la sua regione me­ ridionale. Il conflitto si risolse, per la prima volta nella storia dello stato ebraico, senza una sua chiara vittoria. L’Intifada palestinese Nel 1987, nei territori palestinesi occupati da Israele scoppiò l’Intifada (“rivolta”, in arabo), una vera e propria rivolta condotta dai membri dell’OLP e dalla popolazione palestinese contro l’esercito israeliano. I disordini proseguirono fino al 1993, quando ad Oslo venne firmato uno storico accordo tra Arafat e il primo ministro israeliano Rabin. Alla presenza del nuovo presidente americano Bill


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Un insegnante fa lezione nella scuola di un campo di profughi palestinesi Tiro (Libano), 1982

Clinton (eletto l’anno precedente), Israele riconobbe l’esistenza di un territorio autonomo palestinese amministrato dall’Autorità Na­ zionale Palestinese e comprendente la Cisgiordania e la striscia di Gaza; in cambio Arafat riconobbe il diritto all’esistenza di Israele. Questo importante accordo avrebbe potuto davvero mettere fine al conflitto ma purtroppo non fu così. Nel 1995 Rabin fu assassinato da un fanatico ebreo, deluso che si fosse arrivati a un accordo, e nel 1999 lo scontro riprese. In quell’occasione Arafat e il primo mini­ stro israeliano Barak si ritrovarono di nuovo al tavolo delle tratta­ tive, ma questa volta fu un fallimento poiché il leader palestinese, probabilmente influenzato dagli estremisti del suo partito, rifiutò una proposta davvero vantaggiosa. Successivamente, dopo la morte di Arafat nel 2004, la leadership dell’Autorità Nazionale Palestinese è stata presa da Hamas, un grup­ po estremista che ha proclamato la sua volontà di distruggere Israe­ le, iniziando con esso una lotta senza quartiere, tuttora in corso.

Per i giovani palestinesi nati in questi campi lo studio è l'unica speranza di riuscita. Solo se riescono a conseguire un titolo di studio possono infatti sperare di emigrare all’estero e di trovare un lavoro, abbandonando i campi nei quali, altrimenti, vivrebbero segregati per tutta la vita come hanno fatto i loro genitori e nonni.

Perché fallirono gli accordi di Oslo?

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Perché scoppiò la Prima guerra del Golfo?

Saddam Hussein invade il Kuwait: la Prima guerra del Golfo Abbiamo già visto come il dittatore iracheno Saddam Hussein, che si ispirava al modello nazionalista di Nasser, fosse stato soste­ nuto dagli Stati Uniti nella sua guerra contro l’Iran. Nel 1990, pres­ sato dalle multinazionali petrolifere che nel loro tentativo di otte­ nere una riduzione del prezzo del petrolio avevano sospeso gli acquisti di greggio iracheno, Saddam invase per rappresaglia il confinante stato del Kuwait, certo di godere ancora della benevo­ lenza degli Stati Uniti. Contrariamente alle sue aspettative Wa­ shington rispose formando una coalizione contro di lui (alla quale partecipò anche l’Italia), che in poche settimane sconfisse l’eserci­ to iracheno e liberò il paese. Quando già le truppe della coalizione stavano marciando verso Baghdad, il presidente americano Geor­ ge Bush senior (che nel 1988 aveva preso il posto di Reagan) ne or­ dinò il ritiro, essendosi reso conto di non avere pronta per il gover­ no del paese un’alternativa a Saddam Hussein, che fu così lasciato al suo posto. Il colpo di stato dei talebani in Afghanistan Pochi anni più tardi, un altro ex alleato degli Stati Uniti tornò alla ribalta: in Afghanistan, dopo aver cacciato i sovietici nel 1989, i ta­ lebani (un termine che significa “studenti del Corano”), realizzaro­ no nel 1996 un colpo di stato e instaurarono una feroce dittatura di stampo teocratico basata su una rigidissima interpretazione del Corano: tutti gli uomini furono costretti a farsi crescere la barba, alle donne fu vietato studiare e lavorare e fu loro imposto di andare in giro coperte da un burqa (un particolare vestito che copre tutto il corpo, lasciando scoperta solo una piccola fessura per gli occhi); fu­ rono proibite la vendita e il consumo di alcolici, la musica, la radio, la televisione e qualsiasi altra forma di intrattenimento. Sotto il regime dei talebani l’Afghanistan divenne uno dei princi­ pali centri di addestramento per il terrorismo islamico di Al Qaeda, organizzazione fondata dal miliardario saudita Osama Bin Laden, che già si era resa responsabile di terribili attentati presso le amba­ sciate americane in Kenya e in Tanzania nel 1998. Il più grave attentato terroristico della storia La mattina dell’11 settembre 2001, due aerei di linea americani, dirottati da alcuni terroristi, vennero fatti schiantare sulle Torri Gemelle (Twin Towers) del World Trade Center di New York, uno dei più importanti centri della finanza mondiale; nel crollo che ne seguì morirono circa tremila persone. Un altro aereo dirottato nel­ le stesse ore precipitò sul Pentagono, sede del ministero della di­ fesa americano, provocando altre vittime, mentre un quarto aereo dirottato cadde nelle campagne della Pennsylvania senza raggiun­ gere il suo obiettivo, la Casa Bianca, grazie all’eroica rivolta dei pas­


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seggeri contro i dirottatori. Si trattò del più grave attentato terro­ ristico della storia, nonché del più grande danno subito dagli Stati Uniti sul loro stesso territorio dai tempi di Pearl Harbor. L’azione fu subito rivendicata da Al Qaeda.

La risposta americana: la guerra all’Afghanistan e la sconfitta dei talebani Mentre l’opinione pubblica mondiale era incredula e scioccata di fronte a una simile tragedia, il presidente americano George W. Bush (figlio di quel George Bush di cui abbiamo già parlato), volen­ do dare una risposta immediata all’attacco, decise di invadere l’Af­ ghanistan, che da tempo dava ospitalità a Bin Laden e sul cui terri­ torio si addestravano i terroristi. Venne rapidamente allestita una coalizione di forze che agì sotto la direzione statunitense e con l’ap­ provazione dell’ONU. Nel giro di pochi mesi il regime dei talebani

La prima pagina del New York Times del 12 settembre 2001, il giorno dopo il tragico attentato alle Torri Gemelle

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Perché gli americani invasero l’Afghanistan?

venne rovesciato. Malgrado questa vittoria, tuttavia, gli Stati Uniti non raggiunsero pienamente il loro scopo: Bin Laden sfuggì alla cattura e Al Qaeda si dimostrò sempre più forte, colpendo negli anni successivi con altri spaventosi attentati e partecipando attiva­ mente alla lotta dei palestinesi contro Israele.

La Seconda guerra del Golfo Ancora duramente scossi dall’11 settembre e frustrati per l’esito non del tutto soddisfacente della guerra in Afghanistan, gli Stati Uniti diressero le loro forze contro l’Iraq. Il presidente Bush addus­ se prove (poi rivelatesi false) dell’esistenza di un legame diretto tra Saddam Hussein e Bin Laden e della presenza in territorio irache­ no di armi di distruzione di massa. Questa volta Bush, di fronte al netto rifiuto da parte dell’ONU, decise di agire da solo. In Europa l’opinione pubblica, largamente contraria all’interven­ to, costrinse i governi a dare agli USA un sostegno molto limitato. Papa Giovanni Paolo II, giudicando la guerra che si prospettava «un’avventura senza ritorno», cercò con grande energia, anche se invano, di convincere il presidente Bush a recedere dai suoi propo­ siti. I fatti avrebbero poi dato pienamente ragione a lui e a tutti co­ loro che si erano opposti alla guerra. Sul piano militare l’esito fu positivo, poiché l’esercito iracheno venne sconfitto facilmente e Saddam Hussein fu spodestato e suc­ cessivamente catturato e condannato a morte; tuttavia, nel paese si formò un forte movimento di guerriglia, che Al Qaeda ebbe buon gioco ad alimentare. Particolarmente duro fu l’attacco dei guerri­ glieri alla comunità cristiana, costretta in gran parte a lasciare il paese. Il contingente americano rimasto sul posto a ristabilire l’or­ dine (coadiuvato da eserciti di altri paesi, tra cui l’Italia) fu costan­ temente vittima di attentati terroristici; negli Stati Uniti si respirò l’incubo di un nuovo Vietnam e da più parti si invocò il ritiro delle truppe che è poi stato avviato e si è completato alla fine del 2011. Nonostante questo non si può dire che la situazione in Iraq si sia successivamente stabilizzata. Il fallimento delle “Primavere arabe” Tra il 2010 e il 2011 in Tunisia, Egitto, Siria e Libia si verificarono manifestazioni di piazza a larga partecipazione popolare che chie­ devano riforme che avvicinassero questi paesi alle moderne demo­ crazie. Questi movimenti, che la stampa internazionale battezzò “Primavere arabe”, non ebbero tuttavia gli esiti sperati. Al contra­ rio, forze islamiche radicali riuscirono a infiltrarsi e a prendere il comando delle proteste, alimentando nuovamente il terrorismo. In Libia, in particolare, la caduta del regime del dittatore Gheddafi, ucciso nell’ottobre 2011, ha portato al caos la regione dove l’assenza di un forte potere centrale ha favorito la diffusione di bande terro­


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ristiche e il dilagare incontrollato delle migrazioni dal Mediterra­ neo verso l’Europa. In Egitto le forze estremiste islamiche sono sta­ to fermate dai militari guidati dal generale Al Sisi che sono tornati al potere e hanno ripristinato un sistema autoritario.

La nascita dello “Stato islamico” Più complesso è il caso della Siria dove la lotta contro il regime del dittatore Assad ha portato a una guerra civile nella quale si sono inseriti con forza i terroristi di una nuova organizzazione: l’ISIS (si­ gla inglese che significa “Stato Islamico di Iraq e Siria”, detto altri­ menti Daesh, in lingua araba). Questo gruppo, nato in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein, ha preso ben presto il posto di Al Qaeda nella guida del terrorismo islamista internazionale dopo l’uccisio­ ne di Osama Bin Laden da parte degli americani il 2 maggio 2011. Approfittando della situazione caotica generatasi nell’area del Gol­ fo Persico dopo la Seconda guerra del Golfo, esso ha progressiva­

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Perché sono fallite le Primavere arabe?

Una bambina piange tra le rovine di Mosul Iraq, luglio 2017 Mosul è stata liberata, ma i tre anni di assedio da parte dell'Isis e gli ultimi otto mesi di controffensiva sono costati alla città la devastazione e ai suoi abitanti violenze atroci, migliaia di morti e 800.000 sfollati.


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Asia e Africa: due giganti nel terzo millennio

mente conquistato territori in Iraq e Siria fino a creare un vero e proprio stato islamico a cavallo tra questi paesi, dove ha proclama­ to addirittura la rinascita del Califfato, un’istituzione politico-reli­ giosa che da secoli era scomparsa nel mondo islamico. Nei territori occupati dalle truppe di Daesh è stata imposta con violenza la Sharia e la maggior parte dei cristiani che vivevano in quella regione è stata costretta ad andarsene o a subire violenze e discriminazioni. Nel frattempo l’ISIS ha alimentato in molte parti del mondo gravi atti di terrorismo, diversi però da quelli fino ad allora compiuti da Al Qaeda. Ad attentati organizzati nei minimi dettagli e rivolti ad obiettivi di grande valore simbolico, si sono sostituite azioni con­ dotte con armi non sofisticate e organizzate da piccoli nuclei di uo­ mini, volti a colpire sempre più spesso civili inermi colti a caso tra la folla. Tra i numerosi attentati legati a questo gruppo si ricordano in particolare quello del 7 gennaio 2015 nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo a Parigi e quello compiuto il 14 luglio 2016 a Nizza, quando un camion lanciato all’impazzata sul lungomare ha travolto e ucciso 86 turisti tra cui 6 italiani. Contemporaneamen­ te la lunga scia di sangue è continuata anche in Africa e in Medio Oriente, con numerosi attentati di grandi dimensioni in Afghani­ stan, Egitto, Libia, Iraq, Turchia e anche in Nigeria, dove negli ultimi anni è attivo un gruppo terroristico chiamato Boko Haram, molto vicino allo Stato islamico. Negli ultimi mesi del 2017 l’ISIS sembra molto ridimensionato e quasi del tutto sconfitto militarmente sia in Iraq che in Siria, grazie all’intervento di Stati Uniti, Russia e altre forze, come i curdi, non sempre coordinate tra loro. Tra i principali avversari dello Stato islamico, legato all’Islam sunnita, va annove­ rato anche l’Iran, maggiore stato di confessione sciita, che vede per questo nell’ISIS un pericoloso nemico.

3 · L’Africa, il continente delle guerre dimenticate Un’infinità di conflitti Come già visto, in Africa la decolonizzazione non ha portato pace e prosperità; anzi, nella maggior parte dei casi la situazione è peggio­ rata. In particolare a partire dalla fine degli anni Cinquanta il conti­ nente ha conosciuto numerose guerre, sia interne ai singoli stati che tra paesi diversi, e tuttora vi sono ancora molti conflitti, spesso igno­ rati dagli organi di stampa e di informazione del mondo occidenta­ le, che rendono il cammino di questa terra verso la pace e il progres­ so ancora lungo e faticoso e, a detta di molti, quasi impraticabile. Nominare tutti i conflitti che si sono susseguiti in questi anni ri­ chiederebbe moltissimo spazio; ne ricordiamo alcuni tra i più ri­