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All’origine della cura 2 (Luciano Sabolla)

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Capitolo I Le origini dell’assistenza: i pellegrinaggi

Con il termine “galaziana” si intende la regione attorno all’attuale città di Ankara. Quando san Paolo scrisse la lettera ai Galati si riferiva agli abitanti di quella regione.

Non appena l’imperatore Costantino legalizzò la religione cristiana con l’Editto di Tolleranza, nel 313 d.C., i fedeli che abitavano in Medio Oriente cominciarono a muoversi per andare a visitare in Palestina le località descritte dai Vangeli e in Egitto i luoghi santi vetero-testamentari, dando inizio al fenomeno popolare più caratteristico del Medioevo: il pellegrinaggio devozionale cristiano. Per favorire i faticosi viaggi dei pellegrini, dal momento che san Paolo aveva riconosciuto nella premura per l’ospitalità un imprescindibile requisito per eleggere vescovo un battezzato (1 Tim 3,2), il Concilio di Nicea nel 325 stabilì che ogni presule a fianco del proprio duomo dovesse istituire un ospizio in cui i viaggiatori potessero riposarsi, alloggiare ed essere curati nel caso si fossero ammalati o feriti. Le pie strutture sorte nel IV secolo per l’accoglienza dei forestieri di passaggio, con funzioni se necessario anche di infermeria, vennero dette xenodochi, case per gli stranieri. In esse trovarono soccorso anche i poveri, in riferimento alla concezione biblica1 ed evangelica dei “poveri in spirito”2. La virtù dell’ospitalità si configura per i cristiani come opera di misericordia omnicomprensiva, dal momento che riunisce in sé più precetti evangelici: offrire del cibo agli affamati e dell’acqua agli assetati, rivestire gli ignudi, alloggiare i forestieri e curare gli infermi. Il nascente sistema di xenodochi cristiani si impose fin da subito come una delle infrastrutture più importanti della società tardo-romana, al punto da indurre Flavio Claudio Giuliano l’Apostata, ultimo imperatore pagano (361-363), a ordinare con l’Epistola 84 al sacerdote Arsacio di istituire in ogni città galaziana degli ambienti per gli stranieri e per i soggetti indigenti, ritenendo che «sarebbe vergognoso che, mentre i Giudei non hanno mendicanti e mentre gli empi Galilei [si riferiva ai Cristiani] sfamano, oltre ai loro, anche i nostri, venisse fuori che noi non assistiamo nemmeno i nostri»3.

1 Già i devoti della comunità essena di Qumram (attiva nel deserto della Giudea dal 130 a.C. fino al 68 d.C.) nei loro “rotoli” si autodefinirono come «i poveri in spirito», o «i poveri della grazia» o «i poveri della tua redenzione» o semplicemente «i poveri». Vedi J. Gnilka, Il Vangelo di Matteo, I, Paideia, Brescia 1990, p. 189. 2 La prima affermazione tra le Beatitudini evangeliche proclama: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). 3 G. Negri, L’Imperatore Giuliano l’Apostata, Ulrico Hoepli, Milano 1902, p. 161. https://www.gutenberg.org/files/37986/37986-h/37986-h.html Ebook n. 37986. 8


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