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Newsletter n. 20 - ottobre 2011 Buongiorno, siamo lieti di inviarle il nuovo numero di Develop.Med. Per trasmettere segnalazioni o contributi può contattare la redazione all'indirizzo newsletter@paralleli.org, tel. 011 5229810. Buona lettura!

Voci dal Sud •

Osservatorio Mediterraneo: i motivi della delusione in Tunisia Habib Guiza, antenna tunisina dell'Osservatorio Mediterraneo di Paralleli, propone una sua analisi sui perché della delusione per i risultati delle elezioni del 23 ottobre 2011 in Tunisia. Secondo Guiza i motivi starebbero nella gestione del processo di transizione. Dalla delegazione di osservatori internazionali indipendenti Da Torino è partita il 20 ottobre alla volta di Sidi Bouzid una delegazione di tre osservatori internazionali indipendenti sulle elezioni per l’assemblea costituente tunisina del 23 ottobre 2011. A organizzare l'iniziativa Libera, Acmos e la Fondazione Benvenuti in Italia. Riportiamo il video con le testimonianze dei tre osservatori sull'esito della loro esperienza Turchia: un boccone alla volta - ita/eng - dal nostro corrispondente Giuseppe Mancini Nell'edizione 2011 del seminario annuale dell'Institut du Boshore a Istanbul, tenutosi il 29 e 30 settembre, la sessione di maggior spessore e attrattiva è stata quella dedicata al Mediterraneo dove si sono confrontati – e a volte scontrati – specialisti del calibro di Gilles Kepel e Alexandre Adler, altri colleghi d'accademia, il deputato del partito d'opposizione Chp Osman Fahri Korutürk e il professor Soli Özel Tunisia: un altro turismo è possibile - a cura di Agnese Pistarini Intervista a Laure Beaulieux dell’associazione TerraNomadis, una realtà tunisina che dal 2002 lavora nell’ambito del turismo alternativo e responsabile nel Sud della Tunisia, quindi in località non toccate dal turismo di massa.

Osservatorio Mediterraneo • Osservatorio Mediterraneo n. 1: protagonista è l'Egitto

Il numero 1 dell’Osservatorio Mediterraneo è dedicato quasi interamente all’Egitto. Tra i temi trattatti, alcune indicazioni sulle due persone che stanno guidando l’Egitto del post Mubarak, Mohammed Tantawi e Sami Enan, una panoramica delle principali formazioni politiche presenti oggi nel paese, indicazioni sulle principali modifiche costituzionali introdotte con il referendum, analisi del ruolo della polizia e dell’esercito in questa fase di transizione.

Brevi dal Mediterraneo • • • • • •

Greenaccord Media Award: l'utopia realizzata Forum economico di Marsiglia: Primavera araba e concorrenza Asia La ripresa economica si arresta nei Paesi sviluppati Femise: autorità indipendente di controllo delle banche Il ruolo del Golfo nel rilancio degli investimenti nel Mediterraneo Turchia: IDE in aumento nel 2011


Algeria: FMI sostiene il credito al consumo

Diario dall'Egitto a cura di Elisa Ferrero

Palestra delle Idee •

Coniugare Democrazia, Economia e Ambiente

Elezioni in Tunisia: Ennhada di fronte a un bivio - di Antonio Ferigo I risultati definitivi tardano ad arrivare, ma è ormai acquisito che il partito di ispirazione islamista Ennhada avrà la maggioranza nell’assemblea eletta da cui dovrà uscire un nuovo governo provvisorio e un testo costituzionale da sottoporre a referendum

- di Stefanella Campana* Per quattro giorni al IX° International Media Forum per la Salvaguardia della Natura su “Media, democrazia e sostenibilità” (Cuneo, 18-22 ottobre 2011), sotto osservazione l’attuale forma di democrazia rappresentativa, non sempre in grado di dare le giuste risposte ai problemi ambientali che affliggono l’umanità.

Segnalazioni • •

10-11-2011 Torino, Istituto Paralleli, Sala Europa, via La Salle 17 - ore 18 Presentazione "La Turchia contemporanea" di Lea Nocera

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11-11-2011 Milano, Palazzo Mezzanotte, piazza Affari 6 - ore 9,00 Imprese in rete oltre la crisi. Insieme per trovare la via di un nuovo sviluppo

21-11-2011 Barcellona, Casa Llotja de Mar - 21/25 November 2011 Mediterranean Week of Economic Leaders

Con il sostegno di Promos, Agenzia speciale della Camera di Commercio di Milano e:

Paralleli - Istituto Euromediterraneo del Nord-Ovest - www.paralleli.org Responsabile: Marcella Rodino Redazione: Claudio Tocchi Hanno collaborato: Stefanella Campana, Antonio Ferigo, Raffaella Giordana, Habib Guiza, Giuseppe Mancini, Agnese Pistarini Tel. 011 5229810 newsletter@paralleli.org visualizza questa newsletter sul sito | archivio newsletters | modifica i tuoi dati utente o cancella l'iscrizione


Voci dal Sud 28-10-2011 Osservatorio Mediterraneo: i motivi della delusione in Tunisia Habib Guiza, antenna tunisina dell'Osservatorio Mediterraneo di Paralleli, propone una sua analisi sui perché della delusione per i risultati delle elezioni del 23 ottobre 2011 in Tunisia. Secondo Guiza i motivi starebbero nella gestione del processo di transizione.

Perché la delusione per i risultati delle elezioni del 23 Ottobre 2011, e che fare? La risposta è chiara . Ci si è sbagliati , dal mio punto di vista, sul come gestire il processo di transizione ! Come possono essere libere , responsabili elezioni che si svolgono in clima di insicurezza, di mancanza di rispetto per la legge, assenza dello Stato , nel mezzo di una crisi sociale e di depressione economica. ?! Era necessario riformare prima la Costituzione , fare un referendum ed eleggere un Presidente della Repubblica per rendere allo Stato la sua autorità, garantire la sicurezza. In seguito designare una Istanza consultativa sull’esempio di quella presieduta da Iahd Ben Achour che avesse il tempo necessario per organizzare elezioni legislative. Abbiamo perso , noi democratici laici , a causa di questo processo. Abbiamo messo il carro davanti ai buoi ! All’inizio la road map era chiara : riformare qualche articolo della Costituzione, sottoporre gli emendamenti a referendum ed eleggere un Presidente per ridare allo Stato la sua autorità. Il sindacato UGTT , alcuni leaders delle associazioni per i diritti umani e dei gruppi di estrema sinistra che hanno strumentalizzato le proteste davanti alla Kasbah responsabili dell’errore. Che cosa hanno ottenuto alla fine : niente e persino giovani di Sidi Bouzid che avevano fatto i sit in davanti alla Kasba ( il palazzo di governo) hanno votato per El Hamdi ( Ben Ali bis )!! Dobbiamo però accettare i risultati, allontanare i demagoghi e ricominciare dando soprattutto fiducia ai givani, femmine e maschi ,al volontariato associativo, facendo un bilancio obiettivo di cosa è successo e partendo da questa diagnosi elaborare una linea di marcia realista e ambiziosa. Ne abbiamo abbastanza di vecchi slogans arrugginiti La lotta deve continuare per la consolidazione del progetto modernista tunisino che è nato nel IXX Secolo ! Habib Guiza Presidente dell’associazione “ Mohamed Alì” per la cultura dei lavoratori. 27-10-2011 Dalla delegazione di osservatori internazionali indipendenti Da Torino è partita il 20 ottobre alla volta di Sidi Bouzid una delegazione di tre osservatori internazionali indipendenti sulle elezioni per l’assemblea costituente tunisina del 23 ottobre 2011. A organizzare l'iniziativa Libera, Acmos e la Fondazione Benvenuti in Italia. Riportiamo il video con le testimonianze dei tre osservatori sull'esito della loro esperienza. Mentre la redazione riporta questa interessante esperienza di monitoraggio delle elezioni tunisine, dalla città di Sidi Bouzid arrivano notizie di scontri e di ritorno alla violenza sulle strade. Le rivolte sembra siano conseguenza della decisione dell'Alta istanza per le elezioni di cancellare le liste proposte da Pétition Populaire in sei circoscrizioni, per la presenza di candidati un tempo inquadrati nel partito dell'ex presidente Ben Ali. Paralleli seguirà attraverso il suo Osservatorio Mediterraneo quanto accadrà e riporterà testimonianze e analisi sul sito di Paralleli. Guarda il video 28-10-2011 Turchia: un boccone alla volta - ita/eng dal nostro corrispondente Giuseppe Mancini Nell'edizione 2011 del seminario annuale dell'Institut du Boshore a Istanbul, tenutosi il 29 e 30 settembre, la sessione di maggior spessore e attrattiva è stata quella dedicata al Mediterraneo dove si sono confrontati – e a volte scontrati – specialisti del calibro di Gilles Kepel e Alexandre Adler, altri colleghi d'accademia, il deputato del partito d'opposizione Chp Osman Fahri Korutürk e il professor Soli Özel. Le conclusioni, in verità non particolarmente incisive, sono state affidate all'ex ministro degli esteri Hubert Védrine.


Dalla Senna al Bosforo. Mentre il presidente Nicolas Sarkozy rimane uno dei più ingombranti e tenaci ostacoli sul cammino di Ankara verso Bruxelles – però destinato tra sei mesi o tra sei anni a essere rimosso – la Turchia e la Francia continuano ad avere eccellenti rapporti economici e culturali, salvaguardando anche quelli politici più sinceri e di lunga data. Un'amicizia nata in campo diplomatico, con l'alleanza cinquecentesca – allora scandalosa – tra il re cristianissimo Francesco I e il sultano ottomano Solimano il Magnifico contro l'imperatore Carlo V. Le élites turche che appartengono alla grande borghesia sono francofone: sono francofoni i licei più esclusivi, di antica tradizione e di origini cattoliche (come Saint-Benoît, il più antico che risale al XVI secolo, e Saint-Joseph); nel 1992, su iniziativa del presidente Mitterand, è stata fondata l'università pubblica e francofona di Galatasaray. In questo paradossale contesto – fiorente interscambio culturale ed economico, ostilità dei vertici politici pro tempore francesi all'ingresso della Turchia nell'Unione europea – è nato nel 2009 l'Institut du Bosphore: un think tank franco-turco animato da intellettuali, docenti universitari, politici, ricercatori, uomini d'affari e sovvenzionato da grandi gruppi economici – in primis, dalla Tüsiad che riunisce le maggiori holdings imprenditoriali turche. Gli obiettivi prioritari: evitare che le relazioni bilaterali – complesse e turbolente – si degradino ulteriormente e riflettere sulle modalità suscettibili di rilanciare la partnership. In attesa di esiti elettorali favorevoli, già da subito. L'istituto è organizzato come “spazio di dibattito permanente”: confeziona studi e analisi, propone incontri col mondo politico ed economico nelle più importanti città francesi, organizza dei seminari annuali – alternativamente a Istanbul e a Parigi – per confrontarsi sui grandi temi di diretta rilevanza per la Turchia e la Francia. Nel 2011, il 29 e 30 settembre, è stato il turno della capitale ottomana: e il programma ha toccato le sfide dell'economia e della finanza globale nell'anno della presidenza francese del G20 (di cui anche la Turchia è membro fondatore), la primavera araba e le prospettive democratiche nel Mediterraneo, l'impatto delle nuove tecnologie sulla produzione industriale e sul consumo di energia (l'economia verde). Nonostante le buone intenzioni degli organizzatori, desiderosi di volare alto, è stato però impossibile cancellare il retrogusto di offeso risentimento che deriva dal gran rifiuto di Sarkozy: contrario all'ingresso della Turchia nell'Unione europea – quando fa parte di praticamente tutte le altre istituzioni continentali – in virtù di anti-storiche e poco credibili ragioni d'incompatibilità. In apertura, si sono pronunciati all'unisono Ümit Boyner, presidente di Tüsiad e padrona di casa, e Ali Babacan, vice-premier e ospite d'onore: il presidente Sarkozy, per un pugno di voti in più, ha assunto una posizione platealmente populista, speculando sulle paure di un'elettorato minacciato dalla crisi e spaventato dal diverso; e dello stesso avviso, durante la cena di gala nel suggestivo museo Rahmi M Koç dedicato all'industria e ai trasporti, è stato il ministro dell'economia Zafer Çağlayan. Una posizione miope e autolesionista, quella di Sarkozy. Ma i due rappresentanti di spicco del governo e del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp, conservatore e d'ispirazione islamica) – servendosi di dati inoppugnabili e aneddoti personali, come i 105 viaggi all'estero in due anni di Çağlayan – hanno rivendicato il buon esito delle riforme politiche ed economiche attuate in questi anni, hanno vantato una sostanziale immunità dalle conseguenze disastrose della crisi globale, hanno evidenziato l'importanza cruciale della stabilità assicurata dal loro partito come garanzia di eccellenti performances macroeconomiche e commerciali, hanno ribadito che l'ingresso a pieno titolo nell'Europa dei 27 rimane la priorità di lungo periodo per la Turchia, hanno suggerito che saranno anche i paesi europei – in virtù dei fragorosi tassi di crescita della Turchia, della sua popolazione giovane e dinamica, della sua capacità formidabile di penetrare sui mercati orientali, della sua posizione decisiva sulle rotte del petrolio e del gas – a trarre cospicui vantaggi dall'auspicata fusione. Un'analisi condivisa nella sostanza, ma presentata col distacco dell'economista e non con l'enfasi del politico, da Kemal Derviş (intervenuto in videoconferenza), ex capo dello United Nations Development Programme (Undp) ed ex ministro turco dell'economia, al quale si deve l'avvio della stagione delle riforme – nel biennio 2001-2002 – che hanno poi permesso il boom del decennio successivo. Ma Babacan è stato anche beffardo: “se l'Europa ci chiede aiuto… ma possiamo darle dei buoni consigli fin da subito”. La sessione di maggior spessore e attrattiva è stata comunque quella dedicata al Mediterraneo: nella quale si sono confrontati – e a volte scontrati – specialisti del calibro di Gilles Kepel e Alexandre Adler, altri colleghi d'accademia, il deputato del partito d'opposizione Chp Osman Fahri Korutürk e il professor Soli Özel – con le conclusioni, in verità non particolarmente incisive, affidate all'ex ministro degli esteri Hubert Védrine. Kepel, docente a Sciences Po a Parigi e autore di testi fondamentali sull'Islam politico (La rivincita di Dio, Jihad, Fitna), è dell'idea che la primavera araba – unita alla morte di Osama bin Laden – abbia “cancellato la maledizione dell'11 settembre”: perché, dopo essere stato per un decennio intero indebitamente assimilato ad al-Qaeda, il mondo arabo “potrà far intendere la sua voce sul piano politico ed entrare nel tempo globale”. O una pluralità di voci, piuttosto; perché Kepel ha dettagliato le peculiarità di tre diverse aree geografiche, le cui caratteristiche influenzeranno l'esito delle trasformazioni in corso: l'Africa settentrionale delle rivoluzioni, le cui dinamiche sono essenzialmente interne e legate a logiche di successione nell'ambito di regimi sclerotizzati (e dove il “modello turco” può risultare estremamente attraente, nonostante le resistenze della vecchia guardia dei Fratelli musulmani); la penisola arabica dai sistemi politici arcaici, però ricca di risorse energetiche e quindi dipendente dalle esigenze di attori


esterni; il Levante, in cui la presenza di Israele e le fratture etnico-confessionali rendono anche la più piccola delle evoluzioni potenzialmente catastrofica. Adler, storico ed editorialista esperto di geopolitica, è stato invece l'unico ad affrontare in modo ampio e sistematico il tema forse cruciale: il ruolo della Turchia in Medio oriente, sia come “fonte d'ispirazione” per le transizioni politiche ed economiche in corso, sia come attore desideroso di proiettare nella regione tutto il suo peso. La Turchia dell'Akp, anche per Adler, è un “grande successo democratico”: ma nella sua interpretazione, il partito di origini islamiste guidato da Recep Tayyip Erdoğan ha però potuto trasformarsi in forza politica compatibile col sistema – e poi assicurare buon governo e crescita economica – solo grazie all'esistenza di forze laiche ben radicate che ne hanno tenuto a freno gli accessi; e queste forze laiche, nel resto del mondo arabo, continuano a esistere ormai nella sola Tunisia: altrove non hanno mai attecchito (penisola araba) o sono state spazzate via (Egitto). Adler è però preoccupato dall'attivismo in politica estera del ministro Ahmet Davutoğlu: perché se da una parte la Turchia – potenza emergente – è in grado di esercitare una benefica influenza stabilizzatrice, dall'altra sono stati compiuti – per troppa precipitazione – errori anche clamorosi (Israele e Cipro su tutti, con in più le “esitazioni” sulla Siria”); e propone per Ankara una strategia di lungo periodo impostata su tre cardini: l'ancoraggio europeo, così da diventare la voce dell'Europa nelle sue periferie meridionali e orientali; l'alleanza con l'Iran, fondata sulla compatibilità tra le rispettive società civili (ma dando sostegno alle forze riformatrici); l'impegno nei negoziati di pace tra Israele e Palestina, se saprà ricucire con Tel Aviv. Una strategia a lenta maturazione, che richiede pazienza: “un boccone alla volta, resistendo alla tentazione di divorare il mondo intero”; prescrizioni spiazzanti: che, sicuramente, continueranno a essere dibattute anche il prossimo anno, stavolta sulla Senna. From the Seine to the Bosporus. While French President Nicolas Sarkozy remains one of the biggest and most tenacious obstacles on Ankara's path towards Brussels – anyway destined to leave its office in six months or six years – Turkey and French continue to have excellent economic and cultural relations, preserving also their old and sincere political ties. A friendship born in diplomatic field in the 16th century, with the – at that time outrageous – alliance between the French King Frances I, “His most Christian”, and the Ottoman sultan Suliman the Magnificent, bounded together against Emperor Charles V. Turkish elite belonging to the upper-bourgeois is francophone, as francophone are also the most exclusive high schools, with an ancient tradition and catholic origins (like the Saint-Benoît, the oldest one, going back to the XVI century, and Saint-Joseph); in 1992, upon President Mitterand's initiative, a public francophone university was founded in Galatasaray. In this paradoxical context – made by a flourishing cultural and economic interchange and an hostility by side of the actual French political leaders to Turkey's entry into the EU – was founded, in 2009, the Institut du Bosphore: a French-Turkish think-tank animated by intellectuals, university professors, politicians, researchers, and businessmen, and endowed by big economic groups, on top of all by Tüsiad (a company grouping together the biggest Turkish entrepreneurial holdings). The Institute's priorities consist in avoiding that the complex and turbulent bilateral relations further downgrade, and thinking about the modalities to relaunch the partnership, without waiting for more favourable electoral results. The institute is organised as a “permanent debate space”: it realizes studies and analyses, prepares meetings with the political and economic world in the most important French cities, organises yearly seminaries – alternatively in Istanbul or in Paris – to address big issues which directly affect France and Turkey. In 2011, on the 29th and 30th of September, it was the turn of the Ottoman capital, and the program addressed the challenges of economy and global finance in the year of the G20-French presidency (where also Turkey is a founding member), the Arab spring and the democratic prospective in the Mediterranean area, the impact of new technologies on the industrial production and on energy consumption (and green economy). The structure of the meeting is light: highly selected participants, prevalently Turkish and French; round tables involving world-wide known experts, always open to the debate; and convivial moments as ideal prosecution. Despite the good intentions of the organisers, willing to remain within the highest politics, it was impossible to delete the aftertaste of offended resentment deriving from Sarkozy's denial to Turkey's entry into the European Union (especially since Turkey is already a member of every other continental institution), grounded on historically ill-based and less-credible incompatibility reasons. During the opening, both Tüsiad's President Ümit Boyner, as master of the house, and vice-premier Ali Babacan, the guest of honour, stated that President Sarkozy, for a bunch of votes, assumed a very populist position, speculating on the angst of crisis-threatened voters. Like-minded was economy minister Yafer Çağlayan's comment, expressed during during the gala dinner in the suggestive industry and transportation Museum Rahmi M Koç. The two high-level representatives of the Justice and Development Party (AKP, conservator and Islamicinspired) claimed – using incontrovertible data and personal anecdotes, as Çağlayan's 105 travels abroad in the last 2 years – the good results of the political and economic reforms introduced in those years and remarked the substantial immunity from the disastrous consequences of the global crisis. They both also


pointed out how important the stability assured by their party is, as a guarantee of excellent macroeconomic and commercial performances, and they repeated that joining the EU remains a long-term priority for Turkey, suggesting that very soon also the European countries will take advantage of this belonged fusion, thanks to Turkey's exceptional growth rates, to its young and dynamic population, to its remarkable skills in penetrating oriental markets, and to its decisive position on the gas and oil routes. An analysis shared in the essence, although presented with the economist's detachment, and not with the politician's emphasis, by Kemal Dervis (participating through video-conference), former chief of the United Nations Development Programme (UNDP) and former Turkish economy minister, who firstly (in 2001-2) introduced the reforms which allowed the economic boom in the following decade. Babacan was also sneering: “if Europe asks for help, [….???] we can give it some good suggestions from now”. The most attractive session was dedicated to the Mediterranean Sea, where specialists like Gilles Kepel, Alexandre Adler, other academic colleagues, opposition depute Osman Fahri Koruturk (CHP party) and university professor Soli Özel met and discussed. The conclusions, actually not very incisive, were made by former foreign minister Hubert Védrine. Gilles Kepel, professor at Sciences Po in Paris and author of fundamental books about political Islam (The Revenge of God, Jihad), expressed the idea that the Arab Spring (along with Osama Bin Laden's death) “cancelled the malediction of 9/11” because, after being completely assimilated for more than a decade to al-Qaeda, the Arab world “will raise its voice on a political level, and enter the global time”. Or, better said, its voices, since Kepel carefully described the peculiarities of 3 different geographical areas, whose characteristics will influence the result of the ongoing transformation: revolutionary North Africa, whose dynamics are essentially internal and linked to succession struggles within old regimes (and where the “Turkish model” is particularly attracting, despite the resistances of the Muslim Brotherhood's old guard); the Arab peninsula, with archaic political systems but rich in energetic resources and actually dependent from external actors' demands; the Middle East, where the presence of Israel and the ethnic-religious cleavages make the smallest evolution potentially catastrophic. Adler, historian and columnist expert in geopolitics, was on the other hand the only one to address in a broad and systematic way a fundamental issue: Turkey's role in the Middle East, both as “inspiration source” for political and economic transition ongoing, and as an actor willing to project its weight in the region. AKP's Turkey, according to Adler, is a “big democratic success”, but in its interpretation the party (led by Recep Tayyip Erdoğan and with clear Islamic origin) could become a political power compatible with the system – and then assure good governance and growth – just thanks to the existence of well rooted secular forces able to constrain its excesses; these secular forces still exist only in Tunisia, whereas in the rest of the Arab World they either never took root (in the Arab peninsula), or have been swept away (Egypt). Adler is nonetheless worried about minister Ahmet Davutoğlu's foreign activism: if, on the one hand, Turkey – an emerging power – could become an important political stabilizer, on the other side some resounding mistakes have been made with Israel and Cyprus, plus some “hesitations” on Syria. His proposal for Ankara's government consists in a long-term strategy structured on 3 cornerstones: clinging to Europe, in order to become the voice in Europe of the southern and eastern periphery; an alliance with Iran, grounded on the compatibility between the respective civil societies (but helping reformers); engagement in peace-talks between Israel and Palestine, if Turkey will be able to stitch up with Tel Aviv. A long-term strategy, requiring patience: “one bite at time, resisting the temptation to eat the whole world”. Interesting revelations, which will be surely debated also next year, this time on the Seine. 28-10-2011 Tunisia: un altro turismo è possibile a cura di Agnese Pistarini Intervista a Laure Beaulieux dell’associazione TerraNomadis, una realtà tunisina che dal 2002 lavora nell’ambito del turismo alternativo e responsabile nel Sud della Tunisia, quindi in località non toccate dal turismo di massa. L’Istituto Paralleli ha iniziato, all’interno delle attività di ricerca dell’area turismo e sostenibilità, un’indagine sulla situazione attuale del turismo tunisino con un particolare focus sul turismo responsabile in loco. La prima parte della ricerca analizzerà i cambiamenti in corso del settore turistico in seguito alla primavera araba, mentre la seconda parte sarà una mappatura di associazioni, strutture e operatori di turismo responsabile attivi sul territorio. Metodologicamente parlando, ci si avvarrà di contributi originali di esperti in loco, partner tunisini di Paralleli, di interviste dirette a testimoni privilegiati e di questionari aperti, inviati a soggetti specifici in loco.


Proponiamo di seguito un’interessante intervista a Laure Beaulieux dell’associazione TerraNomadis, una realtà tunisina che dal 2002 lavora nell’ambito del turismo alternativo e responsabile nel Sud della Tunisia, quindi in località non toccate dal turismo di massa. Che cos’è secondo lei il turismo responsabile? E’ un turismo attento all’impatto sul paese che lo accoglie: sulla popolazione, la società e i costumi, ma anche sull’ambiente. E’ anche un turismo che permette delle giuste ricadute economiche sulla popolazione locale. Da quando si può parlare di turismo responsabile in Tunisia? Il turismo in Tunisia è soprattutto un turismo balneare di massa, dunque non responsabile. Tuttavia, esiste un turismo responsabile da una dozzina di anni e si sta sviluppando sempre più. Resta comunque ancora minoritario. Da quanto tempo si occupa di turismo responsabile? Ci sono stati diversi cambiamenti di « forma » a livello di società, ma l’inizio è stato nel 2002. TerraNomadis opera essenzialmente nel Sahara tunisino? Sì, e in tutto il sud del Paese. Lavorate da soli o con altri partner ? A livello locale o internazionale? Lavoriamo con agenzie, associazioni e individui, a livello locale. Quali sono i principali settori di lavoro della vostra associazione ? Quali servizi proponete e come li diffondete ? Il nostro obiettivo è di mettere in relazione i viaggiatori con agenzie di viaggio selezionate per serietà e approccio responsabile. Alcune di queste agenzie non hanno una grande visibilità e attraverso il nostro sito internet li aiutiamo a farsi conoscere. Voi avete partecipato a progetti di turismo responsabile? Non direttamente poiché sono le agenzie di viaggio che organizzano i viaggi, che partecipano a progetti di turismo responsabile favorendo nei loro tour le associazioni tunisine e i loro progetti. Per quale motivo ha deciso di occuparsi di turismo responsabile? Poiché è così che personalmente amo viaggiare e perché non concepisco di abitare in un paese straniero sono francese - senza portargli qualche cosa. Vedo tutti i danni arrecati dal turismo di massa in Tunisia. Il turismo è importante per avvicinare le persone e per una migliore comprensione dell’altro. Questo approccio al turismo è ancora poco sviluppato in Tunisia, ma spero –e come me molti altri – che da ora potrà via via aumentare. Come il territorio è coinvolto dalla sua realtà? Ci sono ricadute? Il turismo resposnabile permette di riconoscere alle regioni depresse del Paese un loro valore, così come alle tradizioni di ogni regione. Lei e la sua associazione seguite dei modelli? Il dossier di turismo responsabile dell’Unesco è un modello che noi adottiamo alle realtà del sud della Tunisia. Dopo la primavera araba pensa che il turismo responsabile abbia più possibilità di sviluppo? Sì, poiché il governo precedente lo limitava non concedendo per esempio le autorizzazioni al vitto e alloggio presso le famiglie. Oggi, un turismo alternativo e responsabile è all’ordine del giorno a livello governativo. Cosa pensano le popolazioni locali di questo modello di turismo? Sono coinvolte? Sì, le popolazioni locali sono coinvolte. Ciò che era nascosto, ora lo si può fare alla luce del sole. Dopo la primavera araba, sono nati numerosi siti web e pagine su Facebook di turismo responsabile. Qual è l’immagine corrente del turista in Tunisia? Il turismo di massa ha fatto danni a livello socio-culturale. Nelle regioni dove è più sviluppato, il turista è visto come un mezzo di guadagno rapido, non sempre onesto. Esiste anche un certo turismo sessuale. Diverso è lavorare nelle regioni dove esiste solo un turismo alternativo, dove i turisti possono incontrare e conoscere realmente la popolazione.


Quanti secondo lei sono i turisti che scelgono itinerari di turismo responsabile? Con la rivoluzione e soprattutto i consigli ai turisti del governo francese di non viaggiare all’interno del paese, il numero di turisti è diminuito. Comunque, un itinerario per pochi turisti (e un viaggio responsabile non può che essere in piccoli gruppi) è più caro di un tour di turismo di massa. La Tunisia ha poi una reputazione di meta poco dispendiosa e questo non va a favore del turismo resposnabile. Per contro, l’alloggiamento presso le famiglie va molto bene. Molte cose stanno accadendo dopo la rivoluzione. C’è una reale volontà di trasformazione del turismo, anche se occorre del tempo. Tra le buone idee, le buone volontà e la realtà locale, ci sono spesso grandi passi da fare… Come preparate i vostri turisti ? Prevedete una loro valutazione finale? Noi trasmettiamo alcuni documenti informativi ai futuri visitatori, che si trovano a questo indirizzo web http://www.sahara-tunisie.com/ethique.htm e c’è sempre un « accompagnamento » per discutere di ciò che il turista vive. E’ prevista una formazione specifica per chi lavora in questo settore? No, la formazione avviene attraverso il lavoro sul terreno. Quali sono le esigenze specifiche del turismo resposnabile in Tunisia? I punti principali sono : - una giusta remunerazione per la popolazione - non danni a livello sociale - rispetto per l’ambiente - che ciascuno (turista come ospitante) apprenda dall’altro. La popolzaione sa distinguere il turista responsabile da quello di massa? Oh sì ! Già dal tipo di abbigliamento, ma anche dal comportamento. I tunisini sono degli attenti osservatori… Che immagine ha lei del turista responsabile? Ama andare alla scoperta della popolazione, ma si pone alcune domande prima di farlo, per non fare « gaffes ». Il turismo responsabile in Tunisia è unicamente rivolto agli stranieri o anche ai tunisini? Anche ai tunisini, ma nel sud è poco sviluppato. Dunque si può parlare di turismo interno? Sì.

Osservatorio Mediterraneo 25-10-2011 Osservatorio Mediterraneo n. 1: protagonista è l'Egitto Il numero 1 dell’Osservatorio Mediterraneo è dedicato quasi interamente all’Egitto. Tra i temi trattatti, alcune indicazioni sulle due persone che stanno guidando l’Egitto del post Mubarak, Mohammed Tantawi e Sami Enan, una panoramica delle principali formazioni politiche presenti oggi nel paese, indicazioni sulle principali modifiche costituzionali introdotte con il referendum, analisi del ruolo della polizia e dell’esercito in questa fase di transizione. Le trasformazioni in atto in Egitto sembrano procedere a rilento tra difficoltà oggettive e tentativi di destablizzazione. Mubarak è sotto processo, la situazione economica si sta deteriorando, i partiti politici si stanno preparando alle elezioni in maniera caotica (è molto difficile stare dietro alle nuove formazioni che proliferano di giorno in giorno). In questo contesto ci sembrava opportuno approfondire alcuni aspetti. In primo luogo fornire alcune indicazioni sulle due persone che stanno guidando l’Egitto del post Mubarak, Mohammed Tantawi e Sami Enan. Secondariamente offrire una panoramica delle principali formazioni politiche presenti oggi nel paese e, al contempo, dare alcune indicazioni sulle principali modifiche costituzionali introdotte con il referendum. Infine, si è deciso di analizzare più in dettaglio il ruolo della polizia e dell’esercito in questa fase di transizione.


La sezione “aggiornamenti dal Maghreb” offre, invece, una sintetica ricostruzione di quanto sta accadendo in Tunisia, Algeria e Marocco in questi mesi. Il numero 2 dell’Osservatorio Mediterraneo, in uscita tra un mese, sarà dedicato alla Siria. Sommario - L’Egitto del post Mubarak alla prova dei fatti - Il Maghreb in lotta: cronaca dalla Regione

Tunisia: si vota per l’Assemblea Costituente

Algeria: riforme d’immagine

Marocco: 14 ottobre 2011

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Brevi dal Mediterraneo 28-10-2011 Greenaccord Media Award: l'utopia realizzata di Stefanella Campana Non è utopia, bensi realtà concreta ‘Radio Africa N°1’, che ha ricevuto a Cuneo, nell'ambito del IX Forum internazionale Greenaccord dell’informazione ambientale, il Greenaccord Media Award, il premio che l’associazione assegna ogni anno alla testate che si sono distinte nella divulgazione dei temi ambientali. Radio Africa N°1’ attiva dal1981, è stata la prima radio francofona africana e vanta oggi trenta milioni di ascoltatori, raggiungendo anche, tramite streaming, gli emigrati africani in tutto il globo. Più di 300 collaboratori lavorano per il successo dei suoi programmi, trasmette da Libreville, capitale del Gabon, e da Parigi, con le due redazioni collegate via satellite: "Per parlare di democrazia, abbiamo bisogno di indipendenza: in Africa molte reti sono sotto il controllo di governi autoritari. Noi invece, essendo una radio transnazionale, possiamo permetterci di portare informazione corretta su quello che sta succedendo in tutta la regione. Non possiamo sottovalutare l'importanza di portare alla gente notizie e dati corretti”. Spiega Kalenda Mutelwa: “Le priorità della nostra rete sono quattro: ambiente, democrazia, salute, informazione. Ma la prima di queste è l'ambiente: da dieci anni lavoriamo per diffondere tra gli africani l'importanza della lotta contro la desertificazione. Per questo sono stato contento di incontrare Felix Finkbeiner, un ragazzo di soli 13 anni che pianta alberi in tutto il mondo”. E’ incredibile la storia di Felix, un esempio per gli adulti .“A tutti piace parlare della crisi climatica. Ma il parlarne solamente non può arrestare lo scioglimento dei ghiacciai, o la scomparsa della foresta pluviale. E ogni qualvolta gli adulti semplicemente ne parlano e non agiscono, spetta ai ragazzi prendere in mano la questione.” Felix Finkbeiner aveva 9 anni quando, dopo una lezione sulla fotosintesi clorofilliana, decise di piantare un primo alberello, nella propria scuola. Da quella prima “esperienza”, ha promesso di piantare un milione di alberi in Germania. Promessa mantenuta. Oggi Felix presiede un’associazione – “Plant for planet” con rappresentanze in 70 nazioni, che coinvolge 132 ragazzi, 23 dei quali sono “dipendenti” dell’organizzazione. Dei veri e propri ambasciatori di questo movimento che ha come obiettivo principale l'eliminazione delle emissioni di anidride carbonica e della povertà. Bandite le emissioni di carbonio a livello globale, “chiunque sia responsabile del superamento della cifra di una tonnellata e mezzo di CO2 dovrà pagare per l'eccesso”, dice saggiamente Felix. Infine, la riforestazione. L'obiettivo è quello di riuscire a piantare 500 miliardi di alberi, per arrivare a un trilione in dieci anni. Ispirato dal lavoro di Wangari Maathai, attivista keniota e Premio Nobel per la Pace, scomparsa qualche settimana fa, Felix ha creato una rete internazionale di “Accademie” dove ai ragazzi viene insegnato come entrare in azione nei loro paesi, cominciando dalla scuola, per cambiare il mondo. Una speranza per il futuro.


28-10-2011 Forum economico di Marsiglia: Primavera araba e concorrenza Asia Rispondere alle attese dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa emerse con la Primavera araba e riconquistare il terreno perso nella regione per la concorrenza agguerrita dell'Asia e della Turchia. E' il messaggio che è emerso dal Forum di Marsiglia, il primo forum di affari Europa-Mena che ha riunito dal 10 al 15 ottobre 2011a Marsiglia 300 tra i principali attori economici e istituzionali della regione. Rispondere alle attese dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa emerse con la Primavera araba e riconquistare il terreno perso nella regione per la concorrenza agguerrita dell'Asia e della Turchia. E' doppia la sfida che si trova a dover affrontare l'Europa, per di più in un contesto di pesante crisi economica, ma la posta in gioco ne vale la pena perché il mercato euro mediterraneo, una volta passata l'attuale fase di incertezza, ha un potenziale enorme di sviluppo. E' il messaggio che è emerso dal Forum di Marsiglia, il primo forum di affari Europa-Mena che ha riunito dal 10 al 15 ottobre 2011a Marsiglia 300 tra i principali attori economici e istituzionali della regione. Infrastrutture, costruzioni abitative, energie alternative, trasporti, telecomunicazioni, desalinizzazione dell'acqua, in tutti questi settori i paesi del Nord Africa hanno accumulato un grande ritardo e le opportunità di sviluppo sono immense. I paesi emergenti come la Cina, la Corea o la Turchia lo hanno ben capito e negli ultimi anni hanno sottratto importanti quote di mercato alle imprese europee, che devono ora riposizionarsi e "investire di più nei paesi della riva sud, cioè non semplicemente aumentare gli investimenti, ma trasferire il loro know-how nei nostri paesi", ha sottolineato Ahmed Tibaoui, ex ministro algerino e direttore generale del World Trade Center. "Le imprese europee la devono smettere di venire nei nostri paesi per realizzare il loro progetto, incassare i profitti e poi scomparire. Devono lanciare partenariati con le nostre imprese, trasferendo le loro tecnologie e impiegando personale locale per aiutarci a risolvere la piaga che più ci affligge, la disoccupazione". Anche nei paesi del Golfo, che rappresentano una "luce di speranza" per i paesi della Primavera araba, secondo il saudita Kamel Al Munajjed, presidente del Consiglio di affari franco-sauditi, la linea ormai già da qualche anno è la stessa: privilegiare nell'assegnazione delle gare d'appalto le società straniere che propongono partenariati, accettando di assumere e di formare del personale locale. Perché se l'Arabia Saudita gode di un'ottima salute economica che le ha permesso negli ultimi anni di investire in importanti progetti infrastrutturali e nell'energia nucleare e solare, "ha bisogno, come gli altri paesi del Golfo, del know-how e delle tecnologie delle imprese europee". Ma se l'Europa deve credere di più nella costruzione di un vero spazio euro mediterraneo dove i paesi delle sponde nord e sud dividano le ricchezze ("Una visione comune, una prosperità condivisa", questo il titolo del Forum di Marsiglia), i paesi arabi devono fare la loro parte e "fornire alle imprese un quadro legislativo e giuridico sicuro e garantire una governance politica ed economica trasparente", ha sottolineato Henry Marty-Gauquié, della Banca europea degli investimenti. Questa la principale sfida che attende i futuri governi dei paesi della Primavera araba (per primo quello tunisino che uscirà dalle urne il 23 ottobre prossimo) e anche quelli degli altri paesi della regione che sono riusciti a soffocare nell'uovo le velleità di rivolta dei loro popoli, come il Marocco con una importante riforma costituzionale, la Giordania o l'Algeria che ha aperto al mercato libero ma deve ancora compiere una svolta in materia di democratizzazione ("se no lo fa entro sei mesi anche noi rischiamo di avere la nostra rivoluzione", ha avvertito il leader degli imprenditori Reda Hamaini). Nella regione "la rivoluzione del gelsomino ha creato sempre più attese in un contesto economico disastroso", ha osservato Nassif Hitti, ambasciatore dei paesi della Lega araba in Francia. Una situazione che secondo lui richiede un'azione energica in quattro direzioni: "integrare i giovani, creare un quadro che favorisca gli investimenti, garantire la ridistribuzione delle ricchezze e favorire l'integrazione regionale". Già, perché lo sviluppo dei paesi della sponda sud, hanno sottolineato tutti i partecipanti, indubbiamente passa anche e soprattutto per la cooperazione sud-sud. 28-10-2011 La ripresa economica si arresta nei Paesi sviluppati Dopo avere ritrovato i loro livelli di crescita pre-crisi, i paesi in via di sviluppo potrebbero essere toccati oramai dalla recessione dei paesi evoluti. L'UNCTAD ha pubblicato il 6 settembre il Rapporto sul commercio e lo sviluppo 2011, che ha per tema quest'anno le sfide dell´economia mondiale post-crisi. Il rapporto mostra che dopo una breve uscita dalla crisi, l´economia mondiale rallenta, la crescita del PIL passa dal 4% nel 2010 a circa il 3% nel 2011. In compenso, nei paesi evoluti, la crescita si stabilirà nel 2011 intorno all'1,5-2%. Scarica il Rapporto in inglese


28-10-2011 Femise: autorità indipendente di controllo delle banche ''Il settore pubblico deve distaccarsi dalle istituzioni finanziarie e creare delle autorità di controllo delle banche veramente indipendenti''. E' quanto si legge nelle conclusioni di uno studio dell'EuroMediterranean Forum of Economic Institutes (FEMISE), sui sistemi bancari di quattro Paesi del Sud del Mediterraneo: Algeria, Tunisia, Marocco ed Egitto. Lo studio rivela che il Marocco possiede di gran lunga il miglior sistema bancario, con il 6% di credito inesigibile, contro un tasso fra il 12% e il 15% negli altri paesi, numeri troppo alti rispetto al 3% riscontrato in Europa. Il Marocco si è anche distinto negli anni per lo sforzo di privatizzare il sistema bancario e di dotarsi di sistemi di informazione creditizie. L'introduzione di un'assicurazione credibile sui depositi e l'applicazione delle regole di Basilea hanno svolto un ruolo decisivo nello sviluppo economico del paese e per l'arrivo di banche estere. ''Il sistema bancario marocchino - afferma Rym Ayadi, coordinatore dello studio Femise si è diversificato ma non ha ancora raggiunto una situazione ottimale per lo sviluppo. Il Marocco deve continuare i suoi sforzi''. Di contro, il sistema bancario algerino, che eè sotto il controllo statale, appare colpito dalla corruzione e dalla mancanza di trasparenza nelle transazioni finanziarie. In Tunisia invece ''abbiamo osservato lacune nel sistema di controllo interno e troppo clientelismo'', ha detto Ayadi. Secondo il rapporto, nuovi governi democratici nei paesi della primavera araba dovrebbero introdurre più rigore e trasparenza nelle transazioni finanziarie. FEMISE è un progetto finanziato dall'Ue, che cerca di contribuire al rafforzamento del dialogo su questioni economiche e finanziarie nell'ambito della partnership Euro-Med. 28-10-2011 Il ruolo del Golfo nel rilancio degli investimenti nel Mediterraneo Le primavere arabe hanno cambiato la distribuzione nel sud del Mediterraneo. La caduta del turismo si aggiunge al calo delle esportazioni e degli investimenti esteri, e pesa sul bilancio dei pagamenti. Le transizioni politiche e i movimenti sociali rallentano una domanda interna che fino all'anno scorso registrava una buona crescita. Emmanuel Noutary, direttore generale di Invest in Med, fa sulle pagine di www.econostrum.info un'interessante analisi sul ruolo che i paesi del Golfo potrebbero avere nella rinascita economica del Sud del Mediterraneo. de Emmanuel Noutary - Invest in Med Économiquement affaiblies, les entreprises du sud sont relativement impuissantes face à des revendications sociales légitimes, et le patronat, souvent accusé de connivence avec les anciens régimes, peine à mettre en place une négociation sereine avec des syndicats qui souhaiteraient voir arriver le Grand Soir. Face à cette situation d’urgence qui pose autant de problèmes économiques que sécuritaires dans les pays du sud comme en Europe, ce sont de nouvelles mobilisations pour un « plan Marshall méditerranéen » et pour que les engagements du G8 soient mis en œuvre efficacement, dont on espère qu’elles seront entendues, et que les bailleurs et États concernés par ailleurs sollicités au secours des économies européennes seront en capacité d’intervenir. Du côté des acteurs financiers et des investisseurs, les deux rives de la Méditerranée semblent se tourner à nouveau vers la péninsule arabe, comme planche présumée du salut de la région. Le souvenir des années fastes lors desquelles les pétrodollars étaient venus en masse s’investir dans la région est encore frais, et le théorique triangle vertueux –technologie européenne + fonds du Golfe + dynamisme des marchés sud-méditerranéens - refait son apparition. Le scénario est séduisant à l’heure où l’argent public se raréfie et où les capacités d’investissement des entreprises européennes sont réduites. De moins en moins de projets à la mesure des attentes En 2006, les pays du Golfe étaient effectivement devenus les premiers investisseurs au sud de la Méditerranée (20Md€ en 2006), devant l’Europe. Mais depuis, leur engagement est allé decrescendo, pour totaliser 5Md€ en 2010, à l’inverse de celui des pays BRIC qui ont pris la deuxième place au palmarès des investisseurs étrangers dans la région. Certes les pays du Golfe ont été largement chahutés par les crises, ce qui fait peser un doute sur leurs capacités réelles d’investissement actuelles, mais les


raisons de ce désintérêt apparent, qui semble de surcroît devoir s’accentuer en 2011, sont aussi à rechercher ailleurs. En premier lieu, les investisseurs de la péninsule arabe sont des financiers plus que des industriels. Ils sont les premiers acteurs du capital investissement dans la région (18Md$ de fonds levés pour un volume total de 60Md$ dans l’ensemble des fonds ciblant le sud de la Méditerranée), et se positionnent principalement sur des investissements lourds, dans des secteurs sur lesquels ils disposent d’une compétence: banque, BTP-tourisme, énergie, infrastructures. Les grandes vagues de privatisations dans ces domaines étant passées au sud de la Méditerranée, les pays du Golfe y trouvent de moins en moins de projets, et abordent jusqu’à aujourd’hui les nouveaux métiers (logistique, santé, télécoms, alimentaire et agriculture) avec prudence, souhaitant d’abord se construire une expertise sur leurs propres marchés. Par ailleurs, les investisseurs du Golfe trouvent moins facilement des projets à leur dimension dans la région. Si la moyenne des projets d’investissements étrangers au sud de la Méditerranée est de 41M€ depuis 2003, celle des projets venant du Golfe est proche de 500M€ ! Il en est de même pour la taille des fonds d’investissements. 80% des fonds du Golfe sont supérieurs à 100M$, et un tiers de ces fonds est au dessus de 500M$, quand les fonds d’investissement domiciliés en méditerranée sont à 80% en dessous de 100M$, et que le ticket moyen d’investissement, qui illustre le besoin des entreprises, oscille entre 12 et 43M$. Diriger ces investissements vers les PME créatrices d’emploi Certes, le Golfe pourra toujours s’impliquer, seul ou en association avec d’autres entreprises européennes notamment, et le fameux triangle vertueux s’appliquer, dans les projets d’infrastructures dont le sud a encore besoin, en particulier dans les régions plus reculées dont les printemps arabes ont révélé le retard. Mais l’enjeu est aujourd’hui la création d’emplois, qui se fera principalement dans les PME. Compte tenu des freins mentionnés plus haut, comment y impliquer aujourd’hui ces investisseurs du Golfe? L’équation qui vaut également pour l’ensemble des autres fonds opérant dans la région, a deux inconnues. D’un côté, trouver les mécanismes pour que ces fonds puissent s’investir en relativement petits montants. Cela passe notamment par la réduction des coûts de sourcing et de due diligence des dossiers, qui sont quasiment les mêmes pour un investissement de 10M$ ou de 200M$. Un travail en réseau faisant appel aux acteurs de la chaîne de l’accompagnement de l’entreprise pour identifier et effectuer une première évaluation des projets permettrait de diminuer les coûts qui pèsent sur les équipes de gestion des fonds. Le développement de systèmes experts partagés entre les acteurs du financement par la mise en commun de l’intelligence économique développée par l’ensemble des acteurs publics et privés est également source d’économie dans l’instruction des dossiers. De l’autre, attirer les investisseurs vers de nouveaux secteurs dans lesquels ils ne disposent pas forcément d’expérience ou de recul pour en évaluer le risque. Donc, les convaincre que ce risque est maîtrisé, et vaut la peine d’être pris. Cela passe par la mobilisation de co-investisseurs privés qui disposent, eux, de l’expertise nécessaire dans ces domaines. Là encore, la mise en réseau des investisseurs est essentielle pour développer ces synergies, et espérer que les fonds du Golfe apportent un effet de levier aux projets des Européens et des sud méditerranéens. Selon J.P. Morgan, entre 400 M$ et 1 trillion$ s’investiront dans le monde d’ici 2020 dans des fonds dits « à impact », qui investissent dans des projets générant des retombées sociales et environnementales fortes et mesurables, en plus d’un retour financier. C’est exactement ce dont le sud de la Méditerranée a besoin. Espérons qu’Europe, Golfe et sud Méditerranée sauront saisir ensemble l’opportunité du décollage de ce nouveau marché. (Fonte: www.econostrum.info) 28-10-2011 Turchia: IDE in aumento nel 2011 Gli investimenti diretti esteri (IDE) in Turchia nei primi otto mesi del 2011 sono ammontati a 10.113 milioni di dollari in aumento del 96,4% rispetto al corrispondente periodo del 2010. E' quanto si evince dai dati diffusi il 25 ottobre 2011 dal ministero dell'Economia turco e rielaborati dall'Ufficio dell'ex-ICE di Istanbul. Gli investimenti immobiliari sono diminuiti (-0,7% '11/'10) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno attestandosi a quota 1.709 milioni di dollari, contro i 1.721 milioni di dollari del 2010. Nei primi otto mesi del 2011 l'Italia ha investito 85 milioni di dollari in aumento (+123,0%) rispetto al 2010. In Turchia sono attive 886 imprese italiane, 15 delle quali costituite nel mese di agosto 2011. I Paesi che hanno maggiormente investito sono Francia (858 milioni di dollari); Gran Bretagna (614 milioni); Paesi Bassi (1.009 milioni); Stati Uniti (360 milioni); Germania (280 milioni); Paesi del Golfo (99 milioni) e Canada (15 milioni). In totale operano in Turchia 28.500 imprese estere di cui 4.688 tedesche (16,5% del


totale); 2.345 britanniche (8,2%); 1.981 olandesi (7,0%); 1.945 iraniane (6,8%); 1.176 statunitensi (4,1%); 1.000 azere (3,5%); 886 italiane (3,1%); 848 irachene (3,0%); 423 cinesi (1,5%) e 183 sudcoreane (0,6%). Delle 28.500 imprese estere operanti in Turchia, 15.854 hanno il loro quartier generale ad Istanbul (55,6% del totale), 3.423 ad Antalya (12%), 1.850 ad Ankara (6,5%), 1.617 ad Izmir (5,7%), 1.399 a Mugla (5,0%) e 570 a Bursa (2%). 28-10-2011 Algeria: FMI sostiene il credito al consumo Il Fondo monetario internazionale (FMI) ha messo in guardia il 25 ottobre 2011 ad Algeri contro l’esplosione delle spese pubbliche e ha chiamato il governo algerino a lasciare più campo agli investimenti. Crede ugualmente che niente giustifichi il mantenimento del divieto del credito al consumo. La missione del FMI ha compiuto un lavoro sulla redazione della parte riservata all’Algeria del rapporto annuale sull’economia mondiale. Diretta da Joel Toujas-Bernaté, questa missione raccomanda all’Algeria di adottare nel 2012 “ una più grande razionalizzazione delle spese correnti” e di seguire una politica di “mobilitazione dinamica delle entrate esclusi gli idrocarburi”. In un comunicato, questa missione del FMI stima che “sarà importante continuare gli sforzi per migliorare il controllo e la destinazione delle spese ivi compresi salari e trasferimenti sociali”. La missione deve presentare all’inizio del 2012 il suo rapporto annuale sull’economia algerina al Consiglio di amministrazione del FMI. I prognostici del FMI sono negativi per l’anno prossimo se le spese pubbliche non saranno controllate meglio. Secondo la missione del FMI, il deficit del budget si allargherà ulteriormente alla fine del 2011, per raggiungere il 5% del PIL contro il 2% del PIL nel 2010. “Le spese pubbliche totali sarebbero in salita del 34% nel 2011 mentre il tasso di disoccupazione resterà stabile al 10% anche se più elevato tra i giovani, al 21%, e le donne, dove raggiunge il 19%”, aggiunge il comunicato. Il capo della missione del FMI ha notato, da parte sua in una conferenza stampa tenuta dalla banca d’Algeria, un “aumento molto marcato delle spese di funzionamento nel 2011, ciò che può ridurre, nel futuro, i margini di manovra e lasciare meno spazio alle spese d’investimento”. Per lottare contro gli effetti di questa salita delle spese pubbliche, la missione del FMI consiglia al governo algerino di continuare a orientare la politica monetaria nel 2012 verso il controllo dell’eccesso di liquidità e delle pressioni dell’inflazione, che potrebbero sorgere in seguito ad aumenti significativi dei salari di questi ultimi anni. Il ruolo del settore privato Riguardo alla soppressione del credito al consumo nel 2009, Joel Toujas-Bernaté stima, dopo la creazione nel 2012 della centrale dei rischi della banca d’Algeria, che non ci saranno “delle ragioni per continuare a vietare il credito al consumo”, visto che tale struttura dovrebbe monitorare sulla solvibilità. La missione ha notato, d’altra parte, che il deterioramento dell’ambiente economico internazionale potrebbe causare un “declino prolungato” del prezzo del petrolio che “disturberebbe fortemente” gli equilibri di bilancio del paese. Per ricordare, il divieto del credito al consumo è stato deciso nel 2009 nell’ambito della legge finanziaria complementare. Il credito al consumo in Algeria è largamente dominato dal “credito-auto”. Il divieto deciso dai poteri pubblici ha avuto poco impatto a livello di acquisti di veicoli in Algeria. Le ultime statistiche doganali mostrano un aumento del 24% delle importazioni di veicoli nei primi 9 mesi del 2011. La missione del FMI sottolinea che il settore privato deve considerarsi “motore per la crescita al di fuori degli idrocarburi”. Inoltre, l’economia algerina deve essere diversificata e il clima degli affari migliorato, sostiene ancora la missione del FMI, secondo la quale questo clima resta ‘poco favorevole’ con i vincoli di tutti i tipi agli investimenti. “Per rinforzare le prospettive di crescita e di lavoro, l’Algeria dovrà seguire un programma di riforme strutturali ambiziose che permetta il miglioramento del clima degli affari e della competitività delle imprese”, afferma Toujas-Bernaté.

La Palestra delle Idee 28-10-2011 Coniugare Democrazia, Economia e Ambiente di Stefanella Campana* Per quattro giorni al IX° International Media Forum per la Salvaguardia della Natura su “Media, democrazia e sostenibilità” (Cuneo, 18-22 ottobre 2011), sotto osservazione l’attuale forma di


democrazia rappresentativa, non sempre in grado di dare le giuste risposte ai problemi ambientali che affliggono l’umanità. La speculazione finanziaria ha sopraffatto l’economia obbligando la politica, per fronteggiare una grave crisi globale, a prendere decisioni il più delle volte in contrasto con i reali bisogni delle persone. Come non riflettere allora sulle conseguenze di tutto ciò sui 7 miliardi di abitanti di un pianeta a rischio per il dissennato uso delle risorse. E’ tempo di rivedere urgentemente certi modelli. “Non è democrazia un sistema in cui il fatturato di una sola azienda, come la multinazionale americana Wal Mart, nel 2010 è stato di 422 miliardi di dollari, superiore al Prodotto interno lordo di 179 Paesi. Né che questa azienda abbia ottenuto profitti in un solo anno per 16 miliardi, cifra superiore al Pil di 79 Paesi. Senza democratizzazione dell’economia non si potrà avere democratizzazione della politica”, avverte Euclides Mance, filosofo, consulente del governo federale brasiliano sui temi legati allo sviluppo e all’economia solidale e al progetto “fame zero”, fondatore del World Social Forum. “La democrazia non è solo forma ma anche contenuto. Significa garantire il diritto a mangiare, a poter vivere una vita dignitosa, a essere informati correttamente, ad avere un’educazione valida e a vivere in un ambiente sano e non degradato. Ma in quante democrazie avviene davvero questo?” Per Euclides Mance la proposta di un nuovo modello di sviluppo non è emersa né all’interno del mercato né nell’ambito delle istituzioni statali, bensì “nelle reti collaborative che danno voce alle istanze dei cittadini. un altro modo di vivere.” Per quattro giorni al IX° International Media Forum per la Salvaguardia della Natura su “Media, democrazia e sostenibilità”, sotto osservazione l’attuale forma di democrazia rappresentativa, non sempre in grado di dare le giuste risposte ai problemi ambientali che affliggono l’umanità. “Ecco perché bisogna ripensare il modello di democrazia, partendo dall’idea forte della partecipazione. Una fetta di cittadini, sempre più ampia, chiede un nuovo modello di sviluppo e pretende dai politici scelte coraggiose e lungimiranti”, ha detto il presidente di Greenaccord Onlus, Alfonso Cauteruccio, in apertura dei lavori davanti a oltre centro giornalisti da quaranta paesi. E questo chiama in causa anche l’economia, la necessità di un cambio di paradigma che può incidere direttamente sul futuro delle popolazioni locali. Luciano Canova, docente di economia comportamentale alla Scuola Mattei di Enicorporateuniversity, esorta ad abbandonare i modelli economici tradizionali perchè “riducono tutto a una dimensione monetaria sottovalutando tutte le altre componenti che determinano la felicità”. Elementi immateriali, come la qualità ambientale o la bellezza di un territorio, eppure determinanti per costruire il benessere di una comunità. Un ribaltamento dei fattori per mettere i valori etici al primo posto. “Per ovviare a questo problema, vanno superate le tradizionali valutazioni ambientali basate sulla mera analisi costi/benefici, che calcolano ex ante il danno di qualcosa che non può essere quantificato. Occorre invece definire criteri etici di gestione di quei beni”. Pensare al futuro. Lo sfruttamento ineguale delle risorse danneggia i diritti non solo della generazione presente ma anche di chi ancora non è nato. Ecco perché serve una governance mondiale che in modo democratico coordini le politiche ambientali considerando tre problemi: il depauperamento delle risorse, la loro degradazione e il diseguale accesso ad esse. L’ambiente non ha referenti mondiali specifici, come invece accade nel settore economico. Di qui l’idea di Amedeo Postiglione, presidente onorario della Corte di Cassazione e direttore della Fondazione ICEF (International Court of Environmental Foundation), ripresa dal Parlamento europeo, che ha proposto la creazione di due autorità: un’Agenzia mondiale dell’Ambiente presso l’Onu e una vera Corte di Giustizia internazionale che giudichi sui reati ambientali. Ma per aumentare la partecipazione e il controllo democratico sulle questioni ambientali, molto si può fare anche a partire dal livello locale: “Le istituzioni più vicine ai cittadini sono quelle più facilmente influenzabili dall’opinione pubblica” spiega Robert Engelman, direttore esecutivo del Worldwatch Institute. “Le istituzioni devono avere il senso di responsabilità di rappresentare tutti. Non solo gli elettori ma anche le generazioni future. In modo che tutti possano beneficiare di una governance intelligente delle risorse comuni”. E, a proposito della gestione dei beni comuni, il dibattito più avanzato è probabilmente quello che riguarda la gestione dell’acqua. Come assicurare il controllo democratico su questo bene cruciale è una delle domande che ci si pone a livello globale: “C’è un unico strumento principe che permette la partecipazione dei cittadini sulla gestione delle risorse idriche – spiega Hachmi Kennou, governatore del World Water Council – ed è la governance pubblica di questo bene primario. Sarebbe quindi necessario che in tutto il mondo le autorità locali e regionali si appropriassero di questo potere, per permettere alle popolazioni locali di controllare le attività di gestione anche attraverso i comitati degli utenti e i comitati degli agricoltori”. I cambiamenti richiesti dalle crisi ecologiche ed economiche richiedono scelte difficili, cambiamenti rapidi non solo nelle tecnologie ma anche nelle abitudini e negli stili di vita della gente, che possono a volte risultare impopolari. E la voce dei cittadini, a volte, può essere cruciale per evitare politiche dissennate che possono avere, alla fine, impatti non solo sul futuro di uno Stato ma del mondo intero. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Fukushima. “Governo, stampa, agenzie specializzate e scienziati: nessuno ha mai


detto a noi cittadini il pericolo che stavamo correndo”, denuncia Tetsuro Akanegakubo, direttore della Scuola Giapponese di Roma. “Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’esplosione della centrale nucleare è che non esiste nulla di assolutamente sicuro. E che il controllo della produzione energetica in poche mani non aiuta la sicurezza. Infatti, dopo la tragedia, abbiamo iniziato a preoccuparci di decentrare tale produzione, ripensare il modello energetico. Già da mesi i Comuni, anche quelli più piccoli, hanno iniziato a incentivare l’uso di fonti pulite. A questo punto è urgente una domanda: le grandi opere sono compatibili con l’ambiente? Da Fukushima alla Val di Susa: “La tratta ad alta velocità che vogliono costruire qui in Val di Susa – commenta Ignacio Ramonet, già direttore di “Le Monde diplomatique - è una dei tanti progetti ingegneristici insostenibili e nemici dell’ambiente. Non possiamo continuare a costruire megastrutture, opere incompatibili con un modello di sviluppo a basso impatto ambientale”. Trasformare le persone in attori del cambiamento sociale: il passaggio è cruciale, nella strada per costruire un modello di progresso condiviso dai cittadini: “Se pensiamo alle rivolte scoppiate in Tunisia, Egitto, Siria e Libia, internet, social network e tutti i mezzi di comunicazione nati grazie al web sono stati dei catalizzatori dei cambiamenti sociali“, spiega Belkacem Mostefaoui, sociologo dell’Università di Algeri. “Ovviamente quei cambiamenti già covavano nella società, a causa di regimi autoritari sempre più intollerabili. Ma le richieste di democratizzazione sono state senza dubbio diffuse in modo più rapido dai nuovi media. Il primo risultato è stato ottenuto: cacciare i dittatori. Forse il difficile arriva ora: costruire forme di società che aiutino davvero il benessere dei singoli cittadini”. All'incontro di Greenaccord a Cuneo gli scienziati di fama mondiale, esperti in diversi campi del sapere, hanno evidenziato il pericolo dell'attuale crescente cesura tra i governi e le popolazioni, il divario, sempre in aumento tra ricchezza e povertà, le conseguenze planetarie dell’eccessivo uso delle risorse, dai cambiamenti climatici alla desertificazione, dalle crisi idriche ed alimentari alla scarsità di acqua pulita. Di qui l’appello di Andrea Masullo, presidente del comitato scientifico di Greenaccord, in chiusura del Forum: “Esortiamo i legislatori e gli operatori di tutti i settori a rivolgere a tutto questo la loro attenzione, prendendo le azioni necessarie. Combinare l'urgenza delle richieste dei giovani con le conoscenze della comunità scientifica, con la capacità dei giornalisti di diffondere informazioni corrette alla cittadinanza: in questo sta la chiave per realizzare la nostra utopia necessaria”. *Stefanella Campana: giornalista e vice presidente dell'Istituto Paralleli 28-10-2011 Elezioni in Tunisia: Ennhada di fronte a un bivio di Antonio Ferigo I risultati definitivi tardano ad arrivare, ma è ormai acquisito che il partito di ispirazione islamista Ennhada avrà la maggioranza nell’assemblea eletta da cui dovrà uscire un nuovo governo provvisorio e un testo costituzionale da sottoporre a referendum. La transizione è pertanto ancora lunga, ma il primo passo è stato fatto: i tunisini hanno votato sotto gli occhi di osservatori locali e internazionali attenti e anche ammirati per l’ordine e la serietà. Non vi sono contestazioni di rilievo (chissà perche gli inviati speciali enfatizzano episodi con articoli e titoli inquietanti alla ricerca della notizia). Gli sconfitti, non poco amareggiati, riconoscono senza problemi il risultato e i vincitori sembrano più preoccupati a rassicurare che festeggiare. Qualche Allah Akbar in un meeting non può e non deve essere l’immagine che dalla Tunisia rimbalza in Italia. Che si applaudi o si deplori, vi sono comunque due segnali positivi che fanno onore a tutti i tunisini: la partecipazione in massa che ha ridotto la preoccupazione fornita dalla modesta percentuale di iscritti alle liste, e, come detto, il fair play con cui sono stati accettati i risultati. Come scrive la stampa di Tunisi, schierata apertamente con il fronte detto laico nella campagna elettorale, “il popolo tunisino è degno di una vita politica basata sul pluralismo, le libertà e l’indipendenza della giustizia“. Attenzione! Richiama un vecchio militante dei diritti umani appena eletto probabilmente grazie alla sua storia. Nella dichiarazione del 7 ottobre, seguita al colpo di Stato “medicale” in cui venne destituito un vecchio e rimbambito Burghiba con Ben Alì, si prometteva ai tunisini pluralismo politico, trasparenza. Sappiamo cosa ne è seguito dopo poco tempo sotto gli occhi distratti o corresponsabili dei potenti europei. Una dittatura nepotista e mafiosa. Una opposizione democratica ridotta al silenzio. Una repressione brutale di ogni forma di dissenso politico. Dopo la guerra civile in Algeria e l’11 settembre ogni forma di islamismo politico venne duramente repressa. L’attuale leader di Ehnada, con una gioventù marxista, si esiliò a Londra. Erano i tempi in cui Chirac diceva ad Algeri che la libertà non si mangia e Ben Ali era un bastione contro il terrorismo e la sua Tunisia un esempio di riuscita economica. La società pareva imbalsamata.Una così dolce dittatura titolava un libro di un giornalista tunisino costretto all’esilio. L’amara esperienza dei lunghi anni di Ben Ali e anche gli avvenimenti che seguono il voto di domenica insegnano una cosa, che volentieri si dimentica. L’attenzione del democratico tunisino vale anche per noi. Una vita politica seria non è un dono che cade dal cielo, un regalo di qualcheduno, ma si impone attraverso i cittadini ai politici che hanno l’ambizione di dirigere il paese.


Che farà Ennahda? Ha un programma? Chi sono i suoi quadri? Da chi è sostenuta vista la dovizia di mezzi che ha potuto usare nella campagna? Nella campagna elettorale i suoi dirigenti hanno fatto continuamente riferimento al modello turco per rassicurare i tunisini inquieti, hanno messo ben in evidenza le candidate donne. Gannouchi è corso ad abbracciare Ocalan all’aeroporto e assentire quando il primo ministro turco parlava di separazione tra identità religiosa e Stato. Ma ci sono stati anche candidati che alla TV dicevano una cosa e in Moschea un’altra.Il partito si è debolmente dissociato da azioni di intolleranza quali saccheggiare una vendita d’alcool, minacciare un locale notturno, manifestare contro un film. Finite le tattiche elettorali adesso ha la responsabilità di essere la principale forza politica tunisina. Deve dimostrare che sa fare, avanzare proposte. Il modello turco è dimostrazione che lo slogan dei fratelli mussulmani e degli islamisti algerini l’Islam è la soluzione, non ha senso politico. La società tunisina è complessa e piena di contraddizioni: costa/interno, città/ campagna, disuguaglianze sociali profonde, vasti strati secolarizzati etc. In parte le elezioni sono state anche un referendum su laicità e integralismo in cui le parti si pareggiano. Alle parole rassicuranti dovranno seguire i fatti, si entrerà nel gioco politico delle alleanze, dei compromessi e del confronto con opposizioni. La situazione economica è grave, vi sono problemi di sicurezza, i giovani restano senza lavoro. Chi guida la Tunisia deve ora, scrive sempre la stampa, dimostrare che “si è per la democrazia, il pluralismo e certamente la preservazione e la consolidazione delle conquiste politiche e sociali laboriosamente accumulate dai tunisini in 60 anni”. In poche parole, Ennhada ha di fronte due strade: quella turca o il disastro del salafismo fondamentalista. Se sceglie la prima ha un’occasione storica e può prendere tre piccioni con un sol colpo: contribuire al consolidamento della democrazia in alleanza con altre forze politiche; dimostrare che ispirazione islamica non vuol dire integralismo; mostrare al mondo che Islam e modernità sono certamente compatibili. Sulle interpretazioni dei dati elettorali e le reazioni delle diverse forze politiche che saranno rappresentate nell’assembla ,l’appuntamento e nei prossimi giorni. Antonio Ferigo

Segnalazioni 10-11-2011 Presentazione "La Turchia contemporanea" di Lea Nocera Torino, Istituto Paralleli, Sala Europa, via La Salle 17 - ore 18 Twai e l'Istituto Paralleli organizzano la presentazione contemporanea", edito nel 2011da Carocci Editore.

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Con l'autrice, interverranno Rosita Di Peri (Università di Torino e Istituto Paralleli) e Giuseppe Gabusi (Università di Torino e Twai) Coordinerà la presentazione Stefanella Campana, vice-presidente Istituto Paralleli. Scheda Libro

11-11-2011 Imprese in rete oltre la crisi. Insieme per trovare la via di un nuovo sviluppo Milano, Palazzo Mezzanotte, piazza Affari 6 - ore 9,00 Contro la crisi quali priorità per tornare a crescere? La Camera di Commercio di Milano organizza l'11 novembre a Milano un incontro con le imprese per ascoltare il mondo imprenditoriale e delineare gli strumenti urgenti da adottare per rilanciare lo sviluppo economico, la Camera di commercio di Milano organizza questo importante convegno. L’obiettivo è quello di dare voce agli imprenditori che avranno la possibilità di esprimere le loro considerazioni intervenendo direttamente durante la giornata o attraverso la partecipazione alle iniziative multimediali previste. Alla conclusione dei lavori verrà presentato un documento di sintesi con le proposte più urgenti delle piccole e medie imprese per tornare, insieme, a crescere. I temi principali:


1.

Allearsi per crescere: le nuove reti d’impresa

2.

Allearsi per vincere la sfida globale: Expo e internazionalizzazione Pmi

3.

Sviluppo delle imprese e patrimonializzazione per un credito più accessibile

Scarica il Programma Scrivici il tuo punto di vista sui temi Email: impreseoltrelacrisi@mi.camcom.it More info

21-11-2011 Mediterranean Week of Economic Leaders Barcellona, Casa Llotja de Mar - 21/25 November 2011 The Mediterranean Week of Economic Leaders has become a major economic event in the Mediterranean region. Last year more than a thousand businessmen and businesswomen, governmental entities of the Mediterranean region and representatives of international and regional institutions met to discuss and promote the Euro-Mediterranean cooperation and integration as a core factor for economic and social development. The Barcelona Week, a reference for the key stakeholders of the Mediterranean region, reinforces and consolidates the economic pillars of the Union for the Mediterranean and its permanent Secretariat in Barcelona, when major social and economic changes are happening in the region. In this historical moment, the Barcelona Week will provide a forum to discuss solutions for a better future, addressing critical issues like good governance, youth employment, development of SMEs, green economy and integration of women, by proposing concrete projects and creating new business opportunities. The Mediterranean Week of Economic Leaders will include different forums and events focused on key aspects for the development of the Mediterranean region.

North Africa Business Development Forum - NABDF 2011

Union for the Mediterranean Open Days

Mediterranean Green Economy Forum - ECO MEDA GREEN FORUM 2011

Meda Women Entrepreneurs Forum

And will also have other parallel events held at the margin of the Barcelona week:

SMEs Working Group on Guarantee Mechanisms

Mediterranean Solar Plan group

Logismed


Horizon 2020 – Green Banking

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Develop.Med n. 20