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L’ECO DAL SANTA CATERINA

Aprile 2014

L’Eco dal Santa Caterina n. 7 – Anno II, Aprile 2014

REDAZIONALE Il nostro “Maggio Musicale Fiorentino” In questo numero un ampio “reportage” dei disegni fatti dagli alunni della IV/A della Scuola Primaria in occasione del Maggio Fiorentino, una carrellata di immagini all’interno del periodico, che testimonia la vivacità e la creatività dei nostri lodevoli allievi. (qui alcuni esempi)

In questo numero : 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10.

Redazionale La Scuola dell’infanzia Premi per la musica Il Maggio fiorentino della IV/A Tema sul Maggio Fiorentino Visita alla Biblioteca Catheriniana Uscita a San Piero a Grado Recensione : “Amazing Spiderman 2”. Manifesto della Scuola Cattolica (parte II) Uscita didattica alla Cattedrale.

Istituto Arcivescovile Paritario Santa Caterina

56127 – Pisa,Anno PiazzaIIS.Caterina n. 4. tel. 050.55.30.39 – 2013/2014 e_mail : info@scaterina-pisa.it; http//www.scaterina-pisa.it

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ANCHE I PIU’ PICCOLI SI SANNO FAR VALERE In occasione della presentazione del Concerto di Primavera, promosso dal ROTARY CLUB di Pisa sono state consegnate a Palazzo Blu 10 borse di studio a studenti di Pisa impegnati nello studio della musica. Per l'Istituto Santa Caterina: Rebaudo Francesca - classe IV sez.B Scuola Primaria Sinibaldi Angelica - classe IV sez A Scuola Primaria Alle nostre piccole allievi le congratulazioni di tutta la Redazione

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LA PASQUA ALL’INFANZIA - CONCORSI E BORSE DI STUDIO

SCUOLA DELL’INFANZIA Bentrovati a tutti!!! Tutti i bambini, insieme alle insegnanti, sono stati impegnati in attività didattiche mirate al festeggiamento della Pasqua. I bambini di 4 e di 5 anni sono stati avvicinati in modo particolare alla figura di Gesù come uomo “speciale” puro e buono che è stato in grado di rinascere a nuova vita con la Pasqua; i bambini di 3 anni invece sono stati sensibilizzati al tema della rinascita attraverso la relazione con l’inizio della stagione primaverile che segna il risveglio della natura e la rinascita a nuova vita di tantissimi organismi viventi. Tutti i gruppi dell’infanzia hanno lavorato con gioia ai lavoretti pasquali da portare a casa come dono per i genitori: i bambini hanno lavorato con impegno per portare a casa il proprio capolavoro.    L’ultimo giorno di scuola, inoltre, Don Luca è passato a trovare bambini ed insegnanti dell’Infanzia per raccontare loro una bellissima storia e ad impartire a tutti la Benedizione Pasquale. La Scuola dell’Infanzia è rimasta chiusa da giovedì 17 aprile a domenica 27 aprile compresi per le vacanze di Pasqua. La prossima chiusura è prevista per i giorni di giovedì 1° maggio e venerdì 2 maggio p.v. Vi aspettiamo per l’uscita del numero di maggio. ELENA MARRONI

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IL MAGGIO FIORENTI DEL 2014

BACK STAGE DEL “MAGGIO FIORENTINO” DELLA IV/A - SCUOLA PRIMARIA

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Tema su “Le prove del Maggio Musicale Fiorentino dalla lezione a scuola dal teatro, cronaca e impressioni.” Mi chiamo Rachele Vitarelli e frequento la terza media del Santa Caterina. Quest’anno, la professoressa di musica ha fatto compiere alla mia classe un bellissimo viaggio nell’immenso mondo della musica partendo dall’opera e continuando fino alla musica romantica. Le lezioni su questi argomenti non si sono limitate all’abituale lezione in classe: sono state programmate anche delle uscite didattiche per farci comprendere meglio questo grande patrimonio musicale che l’Italia ha accumulato nel corso dei secoli. Le uscite fatte ci hanno aiutato non soltanto a capire meglio cosa studiavamo sui libri in classe, ma anche ad appassionarci a ciò che ci insegnavano.

IL MAGGIO FIORENTI DEL 2014

Le uscite al Teatro Verdi per assistere alla prova generale de “La forza del destino” e poi all’entusiasmante prima de “La Tosca” hanno fatto comprendere meglio, alla mia classe e a me, l’emozionante mondo del melodramma di cui l’Italia è madre. Dopo queste due esperienze siamo passati dal melodramma italiano alla musica romantica. Così, eccomi qui, sul pullman che porterà tutte le classi delle medie verso il Maggio Musicale Fiorentino per assistere alla prova generale del Concerto n.5 di Beethoven, “Un Americano a Parigi” di George Gershwin e “Bolero” di Maurice Ravel. La professoressa ci aveva già fatto ascoltare dei pezzi dei brani in classe, io non vedevo l’ora di riascoltarli dal vivo.

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Dopo l’entrata di tutti i musicisti è entrato il direttore d’orchestra, il famoso Mr.Daniel Oren, che, stretto la mano al primo violino, si è preparato subito a dirigere. Il primo brano è stato “Un Americano a Parigi”: il ritmo blues ha riempito il teatro irrompendo nella sua vastità sonora grazie alla moltitudine degli strumenti; il ritmo che ricordava un’armoniosa Parigi si mescolava a quello più irrompente e accelerato che rammentava i ricordi di un american;, calma e armonia contro velocità e variabilità, che donavano al tutto un aspetto unico. Quando l’esecuzione del poema sinfonico è terminata il direttore d’orchestra non era affatto soddisfatto: ha fatto riprovare molti pezzi innumerevoli volte, fino a che non abbiamo sentito un sostanziale miglioramento sonoro. A questo punto era il momento del secondo brano: “Bolero”. Quello che all’inizio sembrava un lieve sussurro piano piano è andato innalzandosi con l’aggiunta di un sempre nuovo strumento che ripeteva la stessa frase musicale. Ogni aggiunta rendeva il tutto ancora più magico, il suono diventava sempre più vivido, il sussurro era diventato suono. Tamburi, violini, flauti: c’erano tutti gli strumenti ed altri ancora si aggiungevano in un solo grande incantesimo. Più il brano sinfonico si alzava di suono più gli spettatori ne erano attratti. Gli strumenti continuavano a suonare quella solita e ripetuta melodia, ma questo non annoiava, anzi. Il brano era ormai arrivato alla sua massima estensibilità: sembrava che fosse il brano di entrata di un imperatore quando, proprio al momento della massima estensione, finisce, riportando il silenzio nel teatro, risvegliando le persone da quell’incredibile magia. Toccava al “Concerto n.5 di Beethoven”: il concerto riempì il teatro. Si percepiva l’animo romantico in cui era stato scritto, la sovranità degli strumenti, la loro delicatezza, la presenza del pianoforte, il suo suono forte ma dolce, e l’amplificazione donata dal pianoforte rendeva il tutto rilassante. I brani ascoltati non ce li scorderemo e non ci resteranno solo in testa, ma anche nel cuore. Rachele Vitarelli, Classe III Superiore di 1° grado.

Arrivati a Firenze ci siamo subito avviati verso il teatro per prendere i posti il prima possibile. La coda che abbiamo trovato all’entrata era lunghissima: file e file di altre classi di altre scuole venute tutte qua per partecipare al concerto. Abbiamo aspettato un po’, ma ne è valsa la pena, perché abbiamo preso dei posti vicino al palcoscenico. All’inizio, una signora ci ha spiegato il contesto culturale in cui ogni brano è stato creato e ci ha fatto sentire alcuni pezzi e poi… è iniziato lo spettacolo. Sono entrati almeno trenta-quaranta musicisti, ciascuno con il proprio strumento. Tra tutti spiccava il primo violino, che ha avuto l’incarico di scegliere ogni singolo musicista. .

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VISITA IN BIBLIOTECA CATHERINIANA Arrivati nella biblioteca Catheriniana alle 10:20, ci hanno accolto due signore, le bibliotecarie Silvia Nannipieri e Maria De Vizia, che ci hanno fatto visitare la biblioteca. Per prima, la stanza dove tengono i libri più recenti. Questa stanza è divisa da un corridoio e poi organizzata in scaffali: la prima parte è costituita da giornali “periodici”, riviste settimanali o mensili. Successivamente iniziano i volumi veri e propri, che vanno dai primi del 1800 al 1900; dopo questi 4 scaffali, ce ne sono altri contraddistinti da lettere dalla a alla z, ogni lettera contraddistingue una materia, per esempio aritmetica, filosofia ecc.. Ciascun libro ha un cartellino con scritti dei numeri e delle lettere: questo sistema serve per ricercare e trovare più velocemente un testo. Utilizzando il computer, è possibile fare una ricerca all’interno del patrimonio della biblioteca: si scrive l'autore e si trova la collocazione del libro. Poi siamo entrati in un’altra stanza, con una porta provvista di antifurto: qui si trovano i libri più antichi e importanti. Alcuni libri hanno avuto bisogno nel tempo di vari restauri. Questi libri sono del 1500, del 1600 e del 1700. In uno scaffale a parte, i libri più rovinati sono in attesa di essere restaurati. Anticamente, per tenere legati i fogli di carta, li si cuciva con una corda spessa, poi veniva applicata la copertina (in termine tecnico legatura); il materiale con cui si faceva la copertina era un cartone o una tavola di legno, poi foderata con pelle o cuoio.

“arabeschi” situati in ogni pagina

LA BIBLIOTECA CATHERINIANA

In seguito, Silvia e Maria ci hanno fatto vedere due armadi dove vengono custoditi i manoscritti del 1200. Ci hanno spiegato che molti manoscritti sono stati completati proprio nel convento domenicano, cioè nella biblioteca Catheriniana. Dopo siamo andati in un’altra stanza, la sala di lettura, e qui abbiamo visto molti esemplari di libri antichi. Il primo libro che ci hanno fatto vedere è scritto in latino e parla della bibbia. E’ ricoperto da una copertina in legno, e veniva scritto su carta pecora e all'interno ci sono dei disegni detti anche, in arabo. Il secondo libro che abbiamo potuto osservare, è un libro con lo stesso testo del primo, ma è molto più piccolo (cioè tascabile) scritto su due colonne e scritto su carta pecora. Successivamente ci hanno fatto vedere un altro libro con i caratteri mobili, cioè scritto con un tipo di ”macchina da scrivere” . Questo è scritto sulla carta invece che essere scritto sulla carta pecora e sempre su due colonne. Come quarto libro abbiamo potuto osservare un'altra opera importante scritta in ebraico. In seguito, ci hanno fatto vedere un libro di aritmetica scritto a mano. L'ultimo libro che ci hanno fatto vedere, è di musica ed è scritto sulla pergamena su un pentagramma a quattro righe. Alla fine della visita ci hanno fatto firmare con un pennino imbevuto di inchiostro. Prima di uscire, ci hanno fatto vedere lo scanner di ultima generazione, che usano per pubblicare sul sito della biblioteca alcuni testi antichi. Questa visita è stata molto istruttiva e mi ha particolarmente interessato.

MATTIA CRUGNOLA 1 A Anno II – 2013/2014

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LA BIBLIOTECA CATHERINIANA

BACK STAGE DELLA VISITA ALLA BIBLIOTECA

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Uscita didattica a San Piero a Grado: Relazione Quest’anno, insieme alla classe prima, siamo andati a San Piero a Grado, dove ci aspettava la Prof.ssa Garzella. San Piero si trova vicino a Marina di Pisa e non dista molto dalla città; vicino scorre l’Arno. Secoli fa la linea di costa seguiva un profilo diverso dall’attuale e San Piero era uno scalo portuale; da questo deriva “a grado”: da “gradus arnenses”, ovvero banchina del porto di Pisa affacciata sull’Arno. Lo scalo è stato chiamato così perché nel 42-44 d.C. vi arrivò San Pietro che, giunto dalla Siria, restò a Pisa per sei mesi per poi andare a Roma. La fonte più antica sullo sbarco di San Pietro è la predica di Federico Visconti, Arcivescovo di Pisa tra il 1253 e il 1277. I Visconti erano una delle famiglie più ricche e potenti di Pisa; infatti Federico era di nome e di fatto vice conte sul territorio di Pisa. Sotto di lui vennero realizzate opere importanti tra cui l’eliminazione della facciata della Basilica, sostituita con una seconda abside. Questa è la parte più importante e sacra della Basilica perché contiene i resti dell’ parvula ecclesia costruita direttamente da San Pietro. L’altare presente nella chiesetta costruita da San Pietro venne consacrato da Papa Clemente: mentre si accingeva a questa cerimonia, alcune gocce di sangue, rimaste indelebili, caddero sulla pietra.

VISITA ALLA BASILICA DI SAN PIERO

Come ornamento esterno vennero usati dei bacini di ceramica invetriata dal sapore orientale, i quali, sostituiti solo negli anni sessanta, ora sono conservati nel Museo pisano di San Matteo. Parti delle pareti esterne sono composte da materiali eterogeni, anche di epoche diverse. A questo punto entriamo dentro, attraverso l’ingresso laterale. La Basilica (concetto perché risale al periodo paleocristiano, 200 d.C., quando nasce come luogo di amministrazione della giustizia e per il culto) presenta tre navate divise da colonne ed archi, una loggetta del 1400 (attribuibile al Brunelleschi), e un tempietto di stile gotico con al centro la colonna dove, secondo la leggenda, San Pietro officiò la prima messa, oltre a un ciclo di affreschi del pittore lucchese Deodato Orlandi, relativo alla vita di San Pietro. Nella zona ovest della chiesa sono evidenti tracce degli scavi, fatti non a regola d’arte e a più riprese tra il 1900 e il 1960, quando soprattutto si cercavano gli elementi architettonici e non oggetti che potessero fornire datea abbastanza precise. Il culto del Santo è stato ed è sempre molto sentito dalla gente del posto, fin dal tempo di Visconti. San Piero fu il perno della cristianizzazione della Tuscia, ovvero della Toscana. Matilde Maria Giampieri, Classe II Superiore di 1° grado.

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In grazia di Dio di Edoardo Winspeare: la crisi raccontata da quattro donne. Vola nelle prime sequenze del film Spider-Man, e atterra. Oggi, 23 aprile, in uscita nelle sale italiane, c'è The Amazing Spider-Man 2 : Il potere di Electro. Il secondo capitolo del "reboot", il riavvio cinematografico, della saga di Spiderman dopo la trilogia di Raimi. Marc Webb è ancora la guida del nuovo Uomo Ragno. Stavolta Peter Parker/Spiderman (Andrew Garfield) si diverte col suo alter ego supereroistico anche se non ha dimenticato i dolori del giovane Peter, quelle che ci sono nell'essere super anche se la prima fatica viene dall'essere uomo. È in una fase difficile con Gwen Stacy (Emma Stone), la sua amata.

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C'è chi lo vede come uno "Spiderman Young Adult" e forse lo è, ma il premere l'acceleratore sull'amore tra i due giovani è lo specchio delle inquietudini di Spiderman, della sua difficolta di gestire la sua vita di ragazzao chiuso nel mondo della sua stanzetta con quella di superuomo che il mondo lo deve salvare per davvero. E deve lottare contro il tempo, sia quello con cui deve combattere per non farsi scoprire ancora in costume da zia May, oppure quello per salvare la sua amata. Eh sì dunque un film sul Tempo The Amazing Spider-Man 2, che, come dichiarato dal regista e dalla Stone, è l'unico supereroe che un supereroe non può sconfiggere. Con un finale importante, The Amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro ha il difetto di essere troppo lungo, stiracchiarsi troppo su alcune sequenze ibride tra commedie e azione, ma la ragnatela del divertimento, del ricordo d'infanzia legato a cotanta icona, e dell'adrenalina eroica attaccheranno sicuramente gli spettatori. Di Luca Marra | 23.04.2014 16:35 CEST

LE NOSTRE RECENSIONI

Aveva promesso al padre della ragazza, morente, che non la avrebbe più coinvolta ma mantenere ciò è difficile, soprattutto ora che la bellissima studentessa genio universitario ha scelto l'Inghilterra per proseguire la carriera. A ciò si aggiunge la torre del Male della Oscorp, dagli esperimenti deviati fatti lì dentro usciranno i cattivi Electro (Jamie Foxx) e Harry Osborn (Dan DeHaan), miglior amico di Spiderman, che sarà il nuovo Green Goblin. The Amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro salta agli occhi subito per la prevedibile sbornia visiva: la bellissima sequenza iniziale con i punti macchina attaccati al corpo di Spiderman e al rosso e al blu più acceso del nuovo costume. Blu come il bel villain Electro che ha occupato 150 artisti. Blu come il cielo di New York, dove il film è stato interamente girato. C'è vivacità nel nuovo Spiderman e nei suoi, decisamente troppi, 142 minuti. Parliamo della matrice fumettistica che giova a questo nuovo capitolo. Un sequel intelligente perché, come richiesto dalla nuova impostazione Marvel, serializza, come un fumetto, il supereroe e dunque aggiunge nuovo al primo capitolo. Dal fumetto, in particolare da Ultimate Spiderman, l'uomo ragno prende non solo il disegno della tuta, degli occhi nello specifico, ma l'aria divertita, la giustapposizione delle sequenze in un montaggio magniloquente e più di tutto lo sviluppo dell'amore tra Peter e Gwen.

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(2^ parte)

UN MANIFESTO PER LA SCUOLA CATTOLICA 30 parole programmatiche per il 2014 di Francesco Macrì Presidente nazionale

10. Una scuola con un curricolo personalizzato Nella definizione del curricolo si giocano molti fattori che sono di natura culturale, professionale, formativa, educativa, religiosa. La sua progettazione non può essere lasciata alla improvvisazione e neanche al singolo insegnante. Deve essere una meditata operazione “collegiale” con la quale espressamente vengono definiti contenuti, metodi, tempistiche, obiettivi, competenze, modalità di valutazione e certificazione. Le nuove “Indicazioni nazionali per il curricolo” sono uno strumento utile ed orientativo, ma non assoluto. L’autonomia di ogni scuola può e deve arricchirle e perfezionarle calibrandole sulle specifiche necessità dei propri giovani, delle proprie famiglie, del proprio contesto socio-economico, del proprio progetto educativo.

UN MANIFESTO PER LA SCUOLA CATTOLICA

La progettazione del curricolo non è una elencazione “neutra”, “asettica” di contenuti; definisce la qualità, l’identità, la modernità, l’efficacia di una scuola. E’ uno snodo di grande delicatezza e rilevanza. Presuppone grande professionalità e sensibilità educativa e culturale. Il curricolo include il concetto di progressione, di svolgimento lineare, di armonizzazione delle parti, di monitoraggio dei percorsi effettuati, di visione e di tenuta dell’insieme. Non è una semplice astrazione mentale fuori dal tempo e dallo spazio perché necessariamente si misura con le specificità e concretezza della classe, dei singoli studenti, degli insegnanti, dei quali deve tener conto e dei quali farsi carico perché nessuno rimanga irrimediabilmente indietro. Si deve saper muovere tra due fuochi: gli standard minimi stabiliti dagli ordinamenti da raggiungere e il successo formativo di tutti. Nella scuola tradizionale il termine di confronto per un docente era la “classe”, il gruppo e, per conseguenza, il suo insegnamento adottava criteri di uniformità, “medianità” che si adattassero un pò a tutti gli studenti, da quelli più bravi a quelli meno. Chi non riusciva a tenere il passo era abbandonato a se stesso, era bocciato. Mettere al centro dell’azione didattica la persona ribalta questo modello “selettivo” e ne assume un altro che punta, attraverso azioni individualizzate, al successo formativo di ciascuno, alla promozione delle sue specifiche capacità. Si tratta di un’importante rivoluzione della didattica, che si potrebbe definire “copernicana”, che a sua volta rimanda ad una più complessa visione antropologica e ad una più ricca funzione della scuola, intesa non come riproduttrice delle differenze di partenza, ma come ascensore sociale e umano di tutti verso obiettivi di maggiore equità e giustizia.

11. Una scuola “per” lo studente e “con” lo studente

Le attività di una scuola, da quelle curricolari a quelle extracurricolari, non sono una successione caotica di eventi. Devono avere un ordine, una progressione, una coerenza, una organicità, una finalità. Una precisa e puntuale intenzionalità formativa deve sottenderle e dirigerle verso gli obiettivi educativi generali, definiti e voluti nel progetto educativo di istituto. Uno studente al termine di un anno scolastico o di un ciclo di studi deve avere acquisito un bagaglio di conoscenze, competenze, abilità, capacità, idonee e corrispondenti al ciclo percorso. Deve aver maturato un giusto ed equilibrato profilo della sua personalità nell’integralità delle sue componenti che non si riducono soltanto a quelle razionali e professionali. Il sapere, il saper fare, il saper essere, il saper stare insieme, il sapere relazionarsi devono trovare una sintesi e una composizione, che riproponendosi dinamicamente verso equilibri di volta in volta di livello superiore, promuova il soggetto ad essere sempre più se stesso, più conforme al suo “dover essere”, più capace di orientarsi nella vita, più preparato a svolgere il suo ruolo di cittadino consapevole, responsabile e solidale. Le attività finalizzate a questi obiettivi avranno una maggiore e più sicura efficacia se verranno non fatte discendere dall’alto per imposizione, ma costruite dal basso con il coinvolgimento dei diretti interessati che sono gli studenti. 12. Una scuola con standard di qualità Una scuola cattolica non di qualità non ha ragione di esserci. Solo se è di qualità persegue e realizza il suo progetto educativo e quindi ha una sua interna legittimazione. La qualità non la realizza una persona sola; devono concorrere indistintamente tutti, ognuno con il suo ruolo, la sua funzione, la sua professionalità; é un’operazione convergente e collegiale. La qualità non si compie una volta per sempre; ogni giorno è una sfida la cui soluzione va o no nella direzione della qualità. La qualità è la misura della bontà di una scuola cattolica, come la mediocrità è la sua negazione perché è solo la qualità che “assolve” e realizza pienamente il diritto di istruzione ed educazione di uno studente e risponde alle aspettative delle famiglie.

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La qualità si riferisce a tutti gli ambiti che definiscono una scuola, quindi a quelli pedagogici, didattici, metodologici, culturali, formativi, religiosi, disciplinari, curricolari, amministrativi, gestionali, economici, relazionali. E’ nella sua interezza e globalità di significato che la scuola cattolica deve assumere il termine qualità; non può impoverirlo limitandolo e depotenziandolo ai soli aspetti amministrativi, organizzativi, gestionali, didattici. La storia secolare della scuola cattolica è una documentata e luminosa testimonianza degli alti standard raggiunti. Questa tradizione non deve essere interrotta. Anzi, le difficoltà in cui versa attualmente devono essere un incentivo per moltiplicare le energie e fare della qualità e della eccellenza il suo target abituale e quotidiano. 13. Una scuola che si autovaluta e si fa valutare

UN MANIFESTO PER LA SCUOLA CATTOLICA

Tra gli strumenti che servono a migliorare la qualità c’è anche la modalità di autovalutazione e di valutazione. L’attività dei dirigenti, dei docenti e non docenti, come della scuola nel suo insieme, deve essere sottoposta ad una continua verifica, animata non da volontà sanzionatoria, ma dal desiderio di sostenere e rafforzare quanto di buono già fatto e perfezionare quanto ancora perfetto non è. L’autovalutazione e la valutazione devono essere assunti come un modo permanente di operare, come una occasione di accrescimento della propria professionalità, come un mezzo per avanzare verso la qualità e non invece come un atto burocratico, amministrativo, fiscale da subire. L’autovalutazione e la valutazione, se ben condotte, sprigionano un virtuoso dinamismo dentro la scuola ed una maggiore consapevolezza, motivazione ed entusiasmo tra tutti coloro che la costituiscono. La scuola in quanto istituzione pubblica che opera in un ambito estremamente delicato, come quello dell’educazione dei giovani, deve sentire l’urgenza di sottoporsi a verifica, di dare ragione del proprio operato superando ogni forma di sufficienza ed autoreferenzialità. Si tratta di attuare, a garanzia dei suoi utenti e del mandato pubblico assegnatole dalla società, un aspetto del suo codice deontologico in quanto sistema di professionisti e di educatori. Valutarsi e sottoporsi a valutazione è una regola dalla quale ormai nessuna scuola può e deve sfuggire, in modo particolare se si qualifica “cattolica” e in quanto tale si assume pubblicamente il gravoso impegno di essere coerente con i grandi valori umani ed evangelici ai quali si ispira la sua azione. 14. Una scuola con un suo modello organizzativo Pur essendo la scuola una “comunità” di soggetti con pari dignità nessuno (Dirigenti, Docenti, Amministrativi, Genitori, Allievi) viene appiattito ed omologato in maniera anonima e confusa. C’è una distinzione ed una gerarchia di ruoli, funzioni, compiti, responsabilità. Definirli, precisarli, armonizzarli, creando, cioè, un “modello organizzativo”, significa evitare interferenze, confusioni, sovrapposizioni, inadempienze, conflittualità. E’ la complessità della scuola che esige un modello organizzativo. Non è un inutile adempimento burocratico.

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L’assenza di un modello organizzativo pregiudica non solo l’efficacia e l’efficienza, ma frena o riduce l’acquisizione dei risultati ed espone tutti, in particolare il Gestore e coloro che svolgono funzioni direttive, a possibili gravi responsabilità civili e penali. Un corretto modello organizzativo è una cautela e salvaguardia per tutti, ma anche un modo per ottimizzare le risorse ed incrementare le attività. Nella definizione di un modello organizzativo c’è tuttavia un pericolo che va opportunamente prevenuto, ed è quello di disegnarlo ed abitarlo in maniera troppo rigida, fiscale, dove i compiti e le funzioni di ciascuno si irrigidiscono talmente che impediscono ogni contatto, ogni comunicazione, ogni collaborazione dimenticando che una scuola é un integrato e dinamico organismo “vivente”, che non può sopravvivere qualora fosse compartimentato, settorializzato, vivisezionato. L’unitarietà del sistema deve prevalere sulla distinzione delle parti e queste si devono connettere e realizzare nella piena armonia del tutto. 15. Una scuola digitale Le nuove tecnologie digitali sono un potente strumento di innovazione. Gli ambiti nei quali possono essere applicate sono moltissimi in ragione della loro flessibilità e pervasività, Riguardano l’insegnamento e l’apprendimento, la ricerca, l’acquisizione, la rielaborazione e disseminazione dei contenuti, i servizi amministrativi e gestionali, i rapporti con le istituzioni e con le famiglie. Si tratta di una dotazione di cui una scuola moderna non può fare a meno perché ottimizza i processi e i risultati, riduce fortemente i costi, inserisce la singola scuola nel circuito più vasto dell’intero apparato del sistema scolastico, dilata il suo orizzonte su quello del mondo, rimodella il ruolo e il profilo professionale del docente, stimola lo studente ad acquisire una maggiore autonomia ed iniziativa di autoformazione. Non sono certo la “panacea” dei problemi di una scuola, ma hanno un enorme potenziale positivo che può essere colto, tuttavia, a condizione che venga predisposto e formato adeguatamente il personale che le deve utilizzare. La sola loro presenza “esibita” non è sufficiente a definire e qualificare una scuola come “scuola digitale”. Sta nella professionalità di questo personale saper valorizzare al massimo le loro potenzialità positive evitando anche superficiali e pericolose letture che li trasformino per un verso da “strumenti” a “fini” , per l’altro ad inerti “mezzi” semplicemente più moderni a sostegno del proprio lavoro. I cosiddetti “nativi digitali” si trovano a dover vivere all’interno di una rivoluzione che non é solo tecnologica, ma culturale. La irruenza e pervasività di queste nuove tecnologie modifica gli ambienti, i metodi, i processi di acquisizione delle conoscenze; crea nuovi linguaggi, nuovi codici, nuove sintassi grammaticali di comunicazione e nuovi approcci alla realtà; contrae la distanza e la diversità tra le persone, le culture; accelera le modalità d’ideazione, creazione, diffusione, fruizione, archiviazione delle informazioni; velocizza i ritmi di cambiamento delle mentalità, dei gusti, dei valori e degli stili di vita; amplifica l’orizzonte dell’esperienza individuale; dematerializza i supporti della conoscenza; creano a distanza relazioni virtuali interpersonali; contrae l’esperienza diretta della realtà “oggettiva” a vantaggio di quella “virtuale”, mediata, “irreale”;

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17. Una scuola con una “vision” internazionale marginalizza la funzione, il ruolo, la significatività della famiglia, dei valori familiari e delle tradizioni locali; ibrida le culture, i linguaggi, i modelli valoriali di riferimento; affievolisce le radici culturali e identitarie; accresce la difficoltà di comunicazione tra le generazioni (un vero paradosso rispetto alla natura di questi nuovi strumenti per se stessi comunicativi); crea nuove povertà (digital divide) tra chi ha o non ha competenze nel loro uso ed utilizzo. Sono alcuni degli aspetti di questa rivoluzione culturale. La domanda é: come si pone la scuola cattolica di fronte a questi temi? Può immaginare che l’approccio a queste nuove tecnologie digitali possa essere ricondotto soltanto a piccole conoscenze ed applicazioni operative di natura didattica ed organizzativa? Non é invece l’intero suo progetto educativo che deve essere “tarato” su questi nuovi interrogativi e bisogni dei suoi studenti, come pure la formazione dei suoi dirigenti e docenti?

UN MANIFESTO PER LA SCUOLA CATTOLICA

16. Una scuola innovativa e laboratoriale Una scuola che voglia svolgere bene il suo lavoro non può fare assolutamente a meno dell’innovazione, della ricerca, della sperimentazione. Cambia la società, deve cambiare la scuola che è l’istituzione per eccellenza preposta a predisporre i giovani a sapersi inserire in essa. Queste tre modalità operative devono costituire una pratica continua, abituale, “normale” del singolo docente e dell’intero collegio dei docenti, appunto perché senza soste è il cambiamento della società. Sono la misura della vitalità di una scuola, della sua “imprenditività laboratoriale”. Per una scuola con insegnanti demotivati o incapaci di fare innovazione, ricerca, sperimentazione diventa ineluttabile che rimanga nelle retrovie della modernità e sia costretta a cedere il passo ad altre che la sopravanzano. Anche tra le scuole, benché biasimata da tutti, la concorrenza è una dinamica inevitabile perché é la qualità la forza attrattiva dei genitori, ovviamente attenti e premurosi a scegliere il meglio per i loro figli. L’innovazione, la ricerca, la sperimentazione, praticata dagli insegnanti, oltre a produrre standard di qualità nei servizi resi dalla scuola ha, per riflesso, per imitazione, una formidabile ricaduta nei comportamenti ed atteggiamenti culturali degli studenti stessi che cercano di replicare il metodo visto ed osservato nei loro educatori. Un abitus mentale che, se acquisito, si rileverà non di poco conto nella loro vita di adulti allorché saranno sottoposti dalle circostanze di un mondo del lavoro fortemente mutevole e competitivo a dimostrare di avere capacità di immaginazione, creatività, iniziativa e di saper lavorare insieme ad altri.

Il mondo ormai si è fatto un piccolo villaggio. I confini nazionali, etnici, religiosi, culturali, linguistici vengono in ogni momento oltrepassati. Ad accentuare questi fenomeni ci sono le migrazioni di massa, la mondializzazione dei mercati e della manodopera e soprattutto le vecchie e nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il locale e il globale si incontrano e intersecano continuamente. La scuola non può considerarsi immune da questi fenomeni, né può subirli passivamente. Anzi, per la funzione educativa che svolge, deve coglierli come un’occasione propizia per potenziare lo studio delle lingue, per educare al dialogo, alla tolleranza e alla interculturalità, per dilatare le menti oltre i confini nazionali, per promuovere una cittadinanza alla mondialità. Una scuola che voglia essere moderna, oggi, non può che avere un “respiro” internazionale. Pratiche come vacanze-studio e gite turistiche all’estero, scambi di scolaresche e di insegnanti di altre nazionalità, come pure metodi didattici che dilatano lo studio della letteratura, della storia, della geografia, dell’arte, della religione oltre a quelle nazionali devono diventare una prassi ricercata ed abituale. 18. Una scuola in gemellaggio con altre scuole Una forma particolare per fare rete con altre scuole è quella del gemellaggio. E’ utile per fare scambi di pratiche educative e didattiche, di scolaresche, di docenti con particolari professionalità. Ne possono ricavare grandi vantaggi tutti, ma soprattutto le scuole piccole o dislocate geograficamente lontano dai grandi centri urbani artistici e turistici. Il gemellaggio è una sorta di mutuo aiuto che moltiplica le opportunità di chi lo pratica. Le reti scolastiche delle Congregazioni, come pure quelle regionali, nazionali, internazionali della Fidae sono un enorme facilitatore per la costituzione “in sicurezza” di questi gemellaggi. Gemellarsi significa allargare lo spettro delle opportunità, muoversi su orizzonti più vasti del proprio, consolidare le proprie competenze, acquisire maggiore sicurezza e slancio di fronte alle sfide di ogni giorno, accompagnarsi con chi ha un passo più sicuro e veloce, superare il rischio dell’autoreferenzialità. (continua nel prossimo numero)

Se nel confronto con altri sistemi scolastici europei la scuola italiana ne esce generalmente male una delle principali cause è la sua scarsa capacità e volontà di innovazione, la sua attitudine a replicare il passato, la sua paura ad uscire verso nuove esperienze e pratiche educative

Anno II – 2013/2014

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L’ECO DAL SANTA CATERINA

Aprile 2014

USCITA DIDATTICA ALLA CATTEDRALE DI PISA

Il giorno 20 marzo, giovedì, siamo partiti da scuola intorno alle 9:20 e abbiamo raggiunto la nostra destinazione, cioè il Duomo. Alle 9:30 siamo entrati nella Cattedrale, e ne abbiamo potuto ammirare l’interno. Un sacerdote ci ha spiegato che il Duomo è la casa dei pisani. Usciti dopo la cerimonia presieduta dall’ Arcivescovo, abbiamo avuto come accompagnatrice e guida la prof.ssa Gabriella Garzella. che ci ha spiegato il passato della cattedrale, e ci ha fornito molte informazioni interessanti.

“PIETRA SU PIETRA” – LA CATTEDRALE

Ci ha riferito che il duomo quest’ anno compie 950 anni e che la cattedrale è stata fondata nel 1064. La cattedrale è amata dai pisani e rappresenta la comunità civile pisana. La nostra guida, in seguito, ci ha raccontato che esiste un ente che si occupa della manutenzione del duomo e dei restauri e si chiama ”Opera del Duomo di Pisa”. La fondazione è nata quando è iniziata la costruzione della cattedrale. La prof.ssa Garzella ci ha fatto notare l’enorme estensione del duomo e abbiamo potuto osservare che la chiesa si divide all’interno in cinque navate, una centrale e quattro laterali, è tagliata a tre quarti da un transetto e in fondo si trova un’enorme abside. Questo monumento ci spiega tutta la ricchezza di Pisa e quanto era forte la città, quando era repubblica marinara. Anticamente Pisa era molto più vicino di ora al mare e la linea di costa era all’altezza di San Piero a Grado e San Rossore; l‘Arno scorreva come oggi in mezzo alla città ed accanto scorreva l’Auser. Quando Pisa era una potente repubblica marinara, il mar Mediterraneo e il mar Tirreno erano infestati da pirati saraceni, cioè dagli arabi musulmani che si erano stabiliti sulle coste dell’Africa e anche sulla costa spagnola; essi assaltavano le navi che solcavano i mari, e assalivano villaggi e città sulla costa. I Musulmani risalivano i fiumi con navi sottili e veloci, in modo da scappare più velocemente dopo l’assalto e assaltavano abitati e monasteri sui fiumi: questo rendeva difficile i traffici e i commerci.

La cattedrale nasce nel 1064: già alcune di queste imprese erano state compiute e una (l’impresa di Palermo) è ricordata su una epigrafe murata sulla facciata anteriore della chiesa, a sinistra della porta maggiore. E’ una grande superficie di marmo sulla quale sono scolpiti dei versi, che vanno letti con un ritmo particolare, in metrica. Questa epigrafe rientra in una produzione poetica che è molto importante per Pisa: possiamo definirla come una sorta di poesia epica, perché racconta imprese davvero eroiche, e come tali sentite dal popolo pisano. Sono tre, tutte precedenti l’anno 1064: la prima a Reggio Calabria nel 1005, la seconda in Sardegna nell’ 1116, e la terza a Bona, una città nell’Africa settentrionale, nel 1034. Sulla facciata della cattedrale ci sono altre iscrizioni in latino, che era la scrittura di quell’epoca. La professoressa Garzella ci ha spiegato che qui è murato un sarcofago importante, quello di Buscheto, l’architetto (o uno degli architetti) della cattedrale. Sul timpano che sovrasta il sepolcro è inciso un breve testo in latino, un epitaffio, che ricorda con accenti epici l’impresa compiuta da Buscheto nel dirigere il cantiere della cattedrale. Verso mezzogiorno, alla conclusione della visita, abbiamo salutato e ringraziato la professoressa Garzella e siamo ritornati a scuola. Questa visita mi è piaciuta molto perché ho imparato molte cose sulla città in cui vivo da 1 anno e mezzo. Mattia Crugnola 1 a

Pisa, a quel tempo, riuscì ad allestire una flotta che sconfisse duramente i saraceni, colpendone anche i porti di partenza. Pisa era ammirata da molte città, perché aveva reso i traffici e i commerci più sicuri e agevoli nel bacino del Mediterraneo. Ogni assalto a questi pirati fruttava, tra l’altro, grossi bottini.

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Numero 7 aprile