L’età dei processi. Inchieste e condanne tra politica e ideologia nel ‘300 - Atti del Convegno 2007

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ISTITUTO SUPERIORE DI STUDI MEDIEVALI “CECCO D’ASCOLI”

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L’ETÀ DEI PROCESSI. INCHIESTE E CONDANNE TRA POLITICA E IDEOLOGIA NEL ’300

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Atti del convegno di studio svoltosi in occasione della XIX edizione del Premio internazionale Ascoli Piceno

(Ascoli Piceno, Palazzo dei Capitani, 30 novembre-1 dicembre 2007)

a cura di

ANTONIO RIGON e FRANCESCO VERONESE

ISTITUTO STORICO ITALIANO PER IL MEDIO EVO ROMA 2009

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III serie diretta da Antonio Rigon

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Il progetto è stato realizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno

Comune di Ascoli Piceno

Fondazione Cassa di Risparmio Ascoli Piceno

Istituto storico italiano per il medio evo

© Copyright 2009 by Istituto Superiore di Studi Medievali “Cecco d’Ascoli” - Ascoli Piceno Coordinatore scientifico: ISA LORI SANFILIPPO

Redattore capo: ILARIA BONINCONTRO

Redazione: CHIARA DI FRUSCIA, SILVIA GIULIANO, ALESSANDRO PONTECORVI ISBN 978-88-89190-59-3

Stabilimento Tipografico « Pliniana » - V.le F. Nardi, 12 - 06016 Selci-Lama (Perugia) - 2009

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Un appuntamento con la storia e con la cultura nella magica scenografia di una città di pietra qual è Ascoli. Nato da una felice intuizione dell’allora sindaco Gianni Forlini, il Premio Internazionale Ascoli Piceno in questi anni si è affermato come uno dei premi più prestigiosi nel campo della medievistica. In oltre venti anni, studiosi di fama internazionale hanno caratterizzato con i loro studi, le loro ricerche, i loro testi, frutto di lunghi ed appassionati studi, le giornate ascolane con il Medioevo, contribuendo a promuovere sul palcoscenico europeo la nostra città. Illustri e famosi studiosi quali Jacques Le Goff (il primo, ma come ordine di data), Peter Dronke, Horst Fuhrmann, Franco Cardini (tutt’ora socio benemerito dell’Istituto Superiore di Studi Medievali), e poi ancora artisti del calibro di Franco Battiato e Vittorio Gassman, giornalisti quali Antonio Donat Cattin, Franco Cangini e Mario Pendinelli sono alcuni dei nomi che hanno contribuito ad accrescere il Premio e a promuovere la città delle cento torri inserendola, di diritto, nell’ambito della cultura storica sovranazionale. Gli atti che presentiamo sono quelli relativi alla XIX Edizione, il cui Premio connesso è stato attribuito al prof. Paolo Cesaretti per il suo volume “L’impero perduto. Vita di Anna di Bisanzio, una sovrana tra Oriente e Occidente”, un grande affresco del mondo mediterraneo nel XII secolo. Ma la pubblicazione degli atti è anche un ulteriore tassello alla diffusione del grande patrimonio artistico di questa nostra città e del suo territorio. Come scrisse Jean-Paul Sartre dopo aver visitato Ascoli “Una passeggiata per le strade della città vecchia ascolana è come lo sfogliare a caso un volume di storia dell’arte e avere la fortuna di incontrare le illustrazioni più rappresentative e espressive dei vari periodi dell’arte italiana”. Una felicissima sintesi per illustrare quel museo all’aria aperta che è la città tra il Tronto e il Chiaro, con uno dei centri storici più belli d’Italia e


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dove la storia si può ancora leggere sulle pietre, sui palazzi, negli slarghi improvvisi, nelle piazze e piazzette dove la luce gioca con il travertino, la sua pietra simbolo. Sono le radici del nostro futuro. Un passato ed una storia con le quali ci apriamo nel contesto internazionale grazie al Premio Internazionale Ascoli Piceno, oggi una tappa prestigiosa per la medievistica. Quanti avranno il piacere di leggere questi atti, scopriranno che la storia è vita; pulsa nel descrivere, nel raccontare un passato al quale apparteniamo e che gli autorevoli relatori hanno saputo rendere estremamente coinvolgente. Perchè il medioevo non è affatto “buio”, ma è un mondo colorato e con una gran voglia di sognare.

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il Sindaco (Dott. Ing. Piero Celani)


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Il legame con il proprio territorio rappresenta una prerogativa fondamentale per un istituto che, come la Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno, si inserisce operativamente in un tessuto economico e sociale che è quello d’origine. Tale legame consente una conoscenza approfondita dei bisogni, dando la possibilità alla Fondazione stessa di proporre risposte valide e percorribili sul piano della sussidiarietà all’intervento pubblico, realizzate in un dialogo costante con le atre realtà locali. L’intervento a favore della XIX edizione del Premio Internazionale Ascoli Piceno 2007 è la dimostrazione dell’impegno profuso dalla Fondazione nel territorio e per il territorio, operando su due livelli: da un lato, la Fondazione produce reddito e lo utilizza allo scopo di massimizzarne l’utilità sociale, restituendo, cioè, alla comunità locale un beneficio sociale superiore rispetto all’impegno economico, dall’altro interviene in qualità di soggetto del Terzo Settore, inserendosi nella costruttiva dialettica tra pubblico e privato ed attivando forme di collaborazione che siano in grado di dare concretezza alle idee espresse dalla comunità locale. Nel caso del Premio Internazionale Ascoli Piceno 2007 la Fondazione si è impegnata mettendo in campo risorse proprie allo scopo di promuovere il patrimonio storico, artistico e culturale di Ascoli Piceno e del territorio della Marca medievale. Attraverso il Premio si intende inserire la città di Ascoli Piceno nell’ambito dei circuiti culturali nazionali ed internazionali più qualificati, veicolando l’immagine dei nostri luoghi anche al di fuori dei confini locali. Il Premio Internazionale Ascoli Piceno 2007, oltre a contribuire all’arricchimento del patrimonio culturale locale, risponde alle finalità di utilità sociale e promozione dello sviluppo locale che la Fondazione si è data, consapevole che la crescita di un territorio passa anche attraverso la produzione di eventi culturali che superino i confini locali, in grado di essere percepiti dalla comunità come un’opportunità di crescita individuale e collettiva. Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno


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PRIMA GIORNATA


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Introduzione ai lavori


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Autorità, cari colleghi, carissimi ragazzi, gentili signore e signori, quando tre anni fa il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto superiore di studi medievali “Cecco d’Ascoli” affidò alla nuova Giuria/Comitato scientifico, che mi onoro di presiedere, il compito di rilanciare il Premio internazionale Ascoli Piceno e le iniziative ed attività ad esso collegate, primo fra tutti l’annuale convegno storico organizzato in occasione del conferimento del Premio, pensammo che tale rilancio dovesse fondarsi su alcune, precise linee direttive: - ripartire da Ascoli, attingendo alla sua storia e alla sua tradizione per rintracciarvi spunti e temi di ricerca e di riflessione storiografica che permettessero di affrontare problemi più generali di storia medievale, dando spazio, in particolare a tematiche politiche e culturali capaci di diventare segno distintivo degli incontri congressuali ascolani; - lavorare sulla base di una chiara programmazione e di una progettualità che permettesse negli anni di svolgere un lavoro coordinato, non frazionato e occasionale; - coinvolgere le istituzioni pubbliche, i soggetti privati e le forze vive della cultura della città e del territorio, ivi comprese le scuole, in un comune lavoro culturale di approfondimento centrato sul medioevo, quanto mai utile e appropriato per una città segnata dal suo passato medievale come Ascoli; - potenziare il carattere internazionale delle nostre iniziative.

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Su questa base programmatica e su queste linee direttive lanciammo subito il progetto «Ascoli città di Cecco». Riprendendo un’idea già avanzata dalla precedente Giuria/Comitato scientifico, organizzammo nel dicembre 2005 un convegno dedicato a «Cecco d’Ascoli: cultura, scienze e politica nell’Italia del Trecento» e affidammo all’Istituto storico italiano per il Medio Evo, la più antica e prestigiosa istituzione culturale nel campo


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degli studi storico medievistici, la pubblicazione degli Atti. Grazie all’interessamento e alla collaborazione del Presidente dell’Istituto, prof. Massimo Miglio, membro della Giuria/Comitato, che colgo l’occasione per ringraziare, è stata aperta la terza serie della collana di studi storici dell’Istituto superiore di studi medievali di Ascoli, il cui primo volume, contenente appunto gli Atti del convegno su Cecco del 2005, verrà presentato domani pomeriggio. Sempre nell’ambito del progetto “Ascoli città di Cecco” nel 2005 fu indetto un concorso per le scuole; l’“Istituto superiore di studi medievali” organizzò conferenze e nell’ottobre scorso fu presentato ufficialmente il facsimile dell’“Acerba”conservato nel Codice Mediceo-Laurenziano, pluteo 4052, pubblicato dall’Istituto poligrafico dello Stato con introduzione e saggi di Franca Arduini, Giordana Mariani Canova, Ida Giovanna Rao: una manifestazione sponsorizzata dalla ditta Swaroski. E mi piace sottolineare l’idea sottesa a questa sponsorizzazione che mi fu comunicata da Raffaele Rubini: «A noi piacciono le cose belle, voi fate cose belle»: collaboriamo! A dire delle possibilità di incontro fra mondo imprenditoriale e mondo della cultura e di un possibile, auspicabile futuro per il Premio e per le iniziative che ad esso fanno capo. Il convegno del 2006 su «Festa e politica e politica della festa», i cui Atti, ora raccolti andranno presto in stampa e costituiranno il secondo volume della nuova serie, rientrava nelle linee programmatiche e nella prospettiva di trarre ispirazione da Ascoli e dalle sue tradizioni. La città, leader nel campo dei giochi storici, che ha anche un Istituto che da anni se ne occupa, approfondendo tematiche ad essi collegate, era ed è la sede ideale per una aggiornata e innovativa riflessione storica e storiografica sui rapporti tra dimensione ludica, feste d’identità, rituali civici e politica. Il convegno che oggi si inaugura ha anch’esso una radice ascolana. Il processo e la condanna al rogo di Cecco d’Ascoli in Firenze nel 1327 non furono certo un caso isolato, si trattò piuttosto di un evento drammatico collegabile ad altri del ‘300, un secolo che, in ragione del numero, dell’importanza, delle modalità di svolgimento, delle motivazioni che li determinarono può a buon diritto connotarsi come età dei processi. Solenni scomuniche, gravi condanne, pene atroci, implacabili forme di “damnatio memoriae” erano state proprie anche dei secoli precedenti, ma è fra Due e Trecento che la cultura giuridica e chiericale giunge a più definite formalizzazioni e ritualizzazioni procedurali nella prassi processuale a garanzia, almeno nelle intenzioni, dell’oggettività del giudizio. La pratica dell’inquisizione, perfezionata nel corso del Duecento è intimamente col-


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INTRODUZIONE AI LAVORI

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legata a questi sviluppi. L’intimo nesso che nel corso del XIII secolo si era stabilito tra inimicizia politica e marchio di eresia, coniugandosi con le rivendicazioni papali della plenitudo potestatis, finirono col dare carattere fortemente ideologico a inchieste e processi che nel Trecento colpirono grandi casati, ordini religiosi, uomini di chiesa e di dottrina. Senza voler fissare tipologie, mi sembra che in quelle inchieste e in quei processi, salvo le specificità di ognuna, si possano individuare anche caratteri comuni: dalla spettacolarizzazione drammatica ad alto contenuto simbolico di alcuni processi al coinvolgimento papale; dallo sfondo finanziario ed economico di molte inchieste alla già ricordata stretta connessione tra eresia, politica e ideologia. A discutere su questi temi e su altri ad essi connessi saranno studiosi italiani, francesi, tedeschi, che ringrazio di aver accettato l’invito a partecipare al convegno e che, con la loro presenza, testimoniano (come è accaduto del resto anche nel recente passato) l’impronta internazionale delle iniziative legate al Premio e al progetto scientifico che assieme intendiamo promuovere, sostenere e realizzare ad Ascoli. Coloro ai quali vanno ora i doverosi ringraziamenti sono la garanzia che le speranze che ci mossero all’inizio sono ormai diventate certezze. Grazie dunque al Sindaco Celani, all’Assessore Antonini, all’Amministrazione comunale di Ascoli che non ci hanno mai negato il proprio sostegno. Grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli, al suo Presidente Marini Marini, e a chi oggi qui lo rappresenta, per il concreto e sempre più convinto aiuto finanziario e logistico. Grazie alla Camera di Commercio, al Presidente Gibellieri e al suo rappresentante dott. Peroni, alla Provincia di Ascoli, alla ditta Swaroski e al suo rappresentante Raffaele Rubini: una virtuosa sinergia tra enti pubblici e privati non può che portare lontano: e i risultati raggiunti nel breve giro di tre anni stanno a dimostrarlo. Un ringraziamento speciale, infine, va a Luigi Morganti che, in qualità di Presidente, ha impresso all’Istituto superiore di studi medievali di Ascoli Piceno un dinamismo nuovo di cui tutti beneficiamo. Unisco al ringraziamento la dott.ssa Elia Calilli, la dott.ssa Isabella Monti e Alessandro Simoni, collaboratori preziosi e insostituibili. Buon lavoro a tutti. Ascoli Piceno, 30 novembre 2007


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La costruzione ideologico-giuridica di una rete di rapporti ereticali in Lombardia all’inizio del Trecento


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I processi in contumacia politici (e ideologici) contro i Visconti e i loro fautori degli anni Venti e Trenta del XIV secolo rappresentano l’esito evidente di dinamiche che attraversano la Lombardia dalla seconda metà del XIII secolo e si consolidano nei primi decenni del secolo successivo: a partire dalla uccisione dell’inquisitore Pietro da Verona avvenuta nel 1252 nel clima di ricostituzione di una scena politica, dopo la morte dell’imperatore Federico II, fino al progressivo consolidamento del potere dei Visconti in una vasta dominazione regionale1. Tali processi si possono considerare l’estremo approdo giudiziario di episodi “ereticali” che nel progetto di controllo del dissenso di Giovanni XXII trovano eco perdurante, consolidamento documentario e, in modo inevitabile, marcata connotazione politica. La Lombardia diventa un terreno di dinamico scontro per il controllo delle autonomie cittadine: prima, tramite il consolidamento pervasivo dell’officium fidei e, poi, attraverso un attacco del papato per mezzo degli inquisitori. Non essendo possibile fare una sintesi complessiva, intendo ora soffermarmi su talune relazioni di lungo periodo che in una peculiarità di contesto collegano differenti processi inquisitoriali nell’estesa area della provincia di Lombardia in cui i frati Predicatori svolgevano le funzioni di inquisitores haereticae pravitatis e, soprattutto, in un territorio che la Chiesa intende piegare al proprio controllo attraverso l’utilizzo dei processi per eresia: «un’arma usata a fini terroristici, in cui la difesa della fede si trasformava spesso in un pretesto attraverso l’interpretazione estensiva del con-

1 Sulle origini della repressione antiereticale nel contesto lombardo, si vedano K.-V. Selge, Die Ketzerpolitik Friedrichs II., in Probleme um Friedrich II., a cura di J. Fleckenstein, Sigmaringen 1974, pp. 309-343; H.G. Walther, Ziele und Mittel päpstlicher ketzerpolitik in der Lombardei und im Kirchenstaat 1184-1252, in Die Anfänge der Inquisition im Mittelalter. Mit einem Ausblick auf das 20. Jahrhundert und einem Beitrag über religiöse Intoleranz im nichtchristlichen Bereich, a cura di P. Segl, Köln-Weimar-Wien 1993, pp. 103-130.


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cetto di eresia e una presentazione provocatoria dei fatti che venivano collegati con un tale concetto»2. Come tra XII e XIII secolo si crea l’immagine ereticale estremistica di “Milano fovea hereticorum”, così tra la metà del XIII e gli inizi del XIV secolo viene rafforzandosi il ruolo eccezionale della Lombardia nella costruzione di una strategia antiereticale3. L’anomalia lombarda si conferma non solo per la produzione (e conservazione) di testi ad usum inquisitorum, ma anche per la peculiare attenzione retroattivamente tributata dall’inquisitore Bernard Gui: la frequentazione personale della realtà dell’Italia settentrionale e le conoscenze approfondite della normativa giuridica, gli permettono di individuare e presentare una sperimentazione repressiva specificamente lombarda.

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Sfogliando le carte dei due codici processuali contenenti i processi ai Visconti e ai loro fautori conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana inevitabilmente si incontrano nomi noti nel panorama ereticale lombardo e milanese, uomini e/o famiglie più o meno importanti coinvolti in vicende eterodosse di lungo periodo: i da Giussano, il gruppo parentale accusato di aver organizzato l’uccisione dell’inquisitore Pietro da Verona nel 1252; il nucleo di devoti e devote legati a Guglielma (impropriamente e persistentemente detta la Boema) ovvero Maifreda – con più precisione: soror Maifreda da Pirovano – Francesco e Ottorino da Garbagnate, Albertone da Novate, Felicino Carentano, Francesco Malconzati e Andrea Saramita4. A costoro si aggiungono altri eretici che potremmo definire di “chiara fama” nel panorama lombardo, fra i quali spiccano Dolcino ossia frate Dolcino da Novara, Egidio da Cortenuova e Ezzelino da Romano. Proprio per la collocazione in un contesto giudiziario fortemente caratterizzato politicamente, la storiografia ha seguito linee analitiche fuorvianti consolidando retrospettivamente l’interpretazione di talune esperienze religiose: partendo dai sicuri esiti (politici) invece che dalle possibili premesse (religiose).

2 G. Tabacco, Chiesa ed eresia nell’orizzonte giuridico e politico della monarchia papale, «Bollettino della Società di Studi Valdesi», 144 (1978), pp. 9-13: 12. 3 Sulla fuorviante immagine puntigliosamente decostruita, si veda P. Montanari, Milano “fovea haereticorum”: le fonti di un’immagine, in Vite di eretici e storie di frati, a cura di M. Benedetti - G.G. Merlo - A. Piazza, Milano 1998, pp. 33-74; sul ruolo della Lombardia nel progetto di repressione antiereticale, cfr., in generale, M. Benedetti, Inquisitori lombardi del Duecento, Roma 2008. 4 Sui da Giussano, si veda I signori da Giussano, gli eretici e gli inquisitori, a cura di G.G. Merlo, Giussano 2004 (Collana Glux storia 2000); sui personaggi coinvolti nei processi contro Guglielma, cfr. M. Benedetti, Io non sono Dio. Guglielma di Milano e i Figli dello Spirito santo, Milano 20042.


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In generale e a livello teorico, dalla fine del XII secolo i processi inquisitoriali (vescovili) sono anche processi politici. Nel 1199, tra le iniziative che inaugurano il proprio pontificato, Innocenzo III emette la decretale Vergentis in senium che configura l’eresia come crimen lesae maiestatis: equiparando giuridicamente l’eretico al criminale politico si apriva la possibilità di un rovesciamento per cui il crimen politico, ad esempio l’opposizione ghibellina alla supremazia pontificia, sarebbe stato punito in quanto eresia5. È noto che quando nascono gli «inquisitores haereticae pravitatis a sede apostolica deputati» gli eretici erano stati pressoché sconfitti6. Nella seconda metà del XIII secolo l’identificazione dell’eretico come criminale politico viene applicata attraverso il progressivo consolidamento dell’officium fidei. Con Bonifacio VIII, papa giurista, s’accentua la dimensione dell’eresia in quanto disobbedienza, ossia «violazione disgregatrice dell’ordinamento»7, giungendo fino alle esplicite strumentalizzazioni del pontificato di Giovanni XXII. Secondo Lorenzo Paolini «le implicazioni politiche dell’eresia – le connessioni tra eresia e politica c’erano sempre state – ora [con Bonifacio VIII] acquistavano un rilievo evidente»8. L’inquisitore per agire ha bisogno dell’appoggio del potere politico. Sebbene fin dalla Vergentis in senium la repressione antiereticale fosse formalmente accettata dai poteri politici, di fatto ogni volta agiscono intricate negoziazioni, complessi assestamenti nell’equilibrio di forze contrapposte. Tali delicati meccanismi politici ben si colgono, ad esempio, leggendo in maniera attenta i libri racionum ossia i libri contabili degli inquisitori redatti nello svolgimento della loro quotidiana attività repressiva: una fonte finanziaria per lo studio della storia religiosa in un contesto politico. Per una sorta di eterogenesi dei fini, i registri

5 Sulla Vergentis in senium la letteratura è copiosa, si ricordino soprattutto O. Capitani, Legislazione antiereticale e strumento di costruzione politica nelle decisioni normative di Innocenzo III, «Bollettino della Società di Studi Valdesi», 140 (1976), pp. 31-53; O. Hageneder, Il sole e la luna. Papato, impero e regni nella teoria e nella prassi dei secoli XII e XIII, a cura di M.P. Alberzoni, Milano 2000, pp. 131-163. Specificamente sul crimen lesae maiestatis, si veda M. Sbriccoli, Crimen laesae maiestatis. Il problema del reato politico alle soglie della scienza penalistica moderna, Milano 1974. 6 G.G. Merlo, Contro gli eretici. La coercizione all’ortodossia prima dell’Inquisizione, Bologna 1996. 7 G.G. Merlo, Non conformismo religioso e repressione antiereticale, in La crisi del Trecento e il papato avignonese, a cura di D. Quaglioni, Cinisello Balsamo 1994, pp. 447477: 452. 8 L. Paolini, Bonifacio VIII e gli eretici, in Bonifacio VIII, Spoleto 2003, p. 426.


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contabili diventano il grimaldello documentario che scardina stereotipi costruiti dagli inquisitori stessi9. Nel consolidamento ideologico-giuridico della figura e del ruolo dell’eretico, importanza non secondaria assume la costruzione documentaria. Ancor prima che sull’intenzionalità compositiva e sulla strutturazione del registro, bisogna porre attenzione alle ragioni o alla casualità della sopravvivenza di un testo: i documenti sono veri e propri reperti, oggetti manoscritti spesso frammentari che lo scavo storico e il restauro storiografico devono restituire – quanto più, e se, possibile – all’integrità delle origini. Sebbene non sempre contestualizzata in modo adeguato, è nota l’impossibile esistenza di un archivio centrale dell’inquisizione nel medioevo. Ciò genera spesso vicende assai originali dal punto di vista della tradizione archivistica. Specialmente per il Duecento, la documentazione è sparsa, scarsa, incompleta, fissata in fasi redazionali differenti10: in ultima analisi, non solo è dislocata eccentricamente, ma è anche difficilmente omologabile. Una serie di fortuite circostanze storico-conservative ha permesso una inconsueta sopravvivenza di atti giudiziari prodotti tra la fine del XIII e i primi decenni del XIV secolo in Lombardia: contro Armanno Pungilupo (di cui sono andati perduti gli originali, ma una fase redazionale successiva – un singolare esempio di ibridazione tra processo per eresia e, nel contempo, per santità – è stata inserita negli Annales Ferrarenses compilati dall’umanista Pellegrino Prisciano); contro i devoti e le devote di Guglielma (anche in questo caso una commistione tra testimonianze di santità e di eresia confluite nei quaderni delle imbreviature di un notaio, rinvenuti presso la bottega di un droghiere da un monaco erudito secentesco); contro frate Dolcino e i suoi Apostoli (si sono salvati i processi bolognesi del 1299-1308, quelli trentini del 1332-1333, molte testimonianze stratificate e difficilmente disaggregabili, ma di sicura provenienza giudiziaria, contenute nella cosiddetta Practica inquisitionis heretice pravitatis di Bernard Gui, in cui sono sunteggiate anche due importanti lettere del rector degli Apostoli); contro i Visconti (di cui possediamo due codici contenenti deposizioni processuali talvolta scorporate e riorganizzate per articoli

9 Sui libri racionum degli inquisitori lombardi si veda, per ora, Benedetti, Inquisitori lombardi cit., pp. 99-223. 10 Esemplare a tal proposito è il caso della sopravvivenza documentaria relativa agli interrogatori di alcuni membri della famiglia da Giussano mandanti dell’uccisione di frate Pietro da Verona: le diverse copie documentarie mantengono inalterato il contenuto modificando i nomi dei protagonisti. Ne deriva una lettura caleidoscopica del contesto che varia al variare del testimone preso in considerazione; a partire da un unico frammento processuale si aprono interpretazioni plurime (si veda Benedetti, Inquisitori lombardi cit., pp. 8-18).


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accusatori, e molta documentazione eccentrica sui momenti avviativi e conclusivi delle inchieste)11. Questi manoscritti presentano fasi redazionali assai differenti: in realtà, non esiste un processo-tipo attraverso il quale fare confronti sullo stesso piano analitico. Sulla base di una consapevole diversità redazionale si deve cogliere l’identità documentaria, tenendo ben presente che ogni processo inquisitoriale è innanzitutto una operazione di costruzione di senso: a maggior ragione se l’eresia da giudicare e da condannare non è contemplata nei manuali in circolazione e consultazione tra gli inquisitores haereticae pravitatis. In tale prospettiva non stupisce il convergere nei processi contro i Visconti e i loro fautori di molteplici eretici in un’accusa omnicomprensiva e ripiena di stereotipi: esito e senso di quasi un secolo di repressione antiereticale. È importante rilevare che in questi processi non si trova alcuna traccia di buoni cristiani dualisti e di Poveri di Lione o Valdesi, ovvero i protagonisti delle più autonome sperimentazioni religiose medievali che in Lombardia sopravvivevano ancora a quel tempo. Echeggiamenti e ibridazioni di nomi e deposizioni non si esauriscono in ricorrenze nominali interne, ma si riflettono nella composizione dei registri contenenti gli atti processuali. È il caso dell’unico manoscritto milanese superstite contenente i quaderni delle imbreviature del notaio Beltramo Salvagno ossia la parte sopravvissuta delle deposizioni contro i devoti e le devote di domina o, meglio, santa Guglielma (così viene definita negli atti processuali: e mai Guglielma la Boema, come la storiografia insistentemente ribadisce), le testimonianze di alcuni seguaci lombardi di Dolcino (gli Apostoli Christi o Apostoli: e mai gli Apostolici come ovunque si legge) e, infine, cucita alla fine del fascicolo processuale, la sentenza del 1295 contro dominus Stefano Confalonieri, uno dei mandanti dell’omicidio di frate Pietro da Verona ucciso – è opportuno ricordarlo – oltre quarant’anni prima, nel 125212. Se nei processi contro i Visconti sono presenti, tra gli altri, Guglielma e Dolcino, nel codice contenente i processi contro i devo-

11 Per lo status documentario dei casi di Armanno e Guglielma, si veda M. Benedetti, I libri degli inquisitori, in Libri, e altro, a cura di G.G. Merlo, Milano 2006, pp. 15-32: 2630, a cui si aggiunga l’importante notizia di un rinvenimento documentario in M.G. Bascapè, In armariis officii inquisitoris Ferrariensis. Ricerche su un frammento inedito del processo Pungilupo, in Le scritture e le opere degli inquisitori, «Quaderni di storia religiosa», 9 (2002), pp. 31-110. Sulle sopravvivenze e rilevanze documentarie relative all’avventura religiosa di frate Dolcino sto preparando uno specifico studio. Circa i processi ai Visconti, nonostante l’evidente importanza di questo episodio repressivo, non esistono studi che complessivamente ricostruiscano un contesto socio-politico e giudiziario-inquisitoriale. 12 Milano, Biblioteca Ambrosiana (d’ora in poi BA), A. 227 inf.


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ti di Guglielma ci sono deposizioni di compagni o simpatizzanti di frate Dolcino: le rigidità dottrinali strutturanti le eresie presenti nei trattati polemistici si stemperano nelle commistioni presenti all’interno dei processi e, addirittura, nella costituzione dei codici contenenti gli atti processuali.

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Né propinquità compositiva, né ricorrenza nominale, bensì analogia di contesto storico unisce gli strani casi di Armanno Pungilupo e Guglielma di Milano. In essi si delineano le coordinate entro le quali i due esiti estremi di una esperienza religiosa – la santità e l’eresia – si sovrappongno identificandosi. Non è opportuno ora seguire questa traccia problematica, se non per evidenziare che il rapporto santità/inquisizione trova un primo mirabile intreccio nella vicenda del frate Predicatore e inquisitore Pietro da Verona, ucciso dagli “eretici” nel 1252, santificato nel 1253 e, in seguito, noto come san Pietro martire. Il consolidamento della sua santità sembra non procedere secondo le attese se, a partire dagli anni Ottanta, l’inquisitore subitaneamente beatificato dovrà affrontare la concorrenza di santa Guglielma. Circa cinquanta anni dopo la morte di frate Pietro, proprio – e incredibilmente – la “rivalità” tra due santi pare motivare l’attivazione delle inchieste contro i devoti e le devote della donna sepolta nel cimitero dell’abbazia di Chiaravalle: non a caso la prima importante fase processuale si conclude con la condanna di Guglielma e la distruzione dei suoi riferimenti materiali ovvero la cancellazione del suo culto13. Santità ed eresia: due esiti estremi, ma non opposti, anzi commisti, si trovano nelle vicende di Guglielma e di Armanno Pungilupo, entrambi i casi mostrano la volontà Mendicante di controllo della santità e, in prospettiva più allargata, di inquadramento religioso da parte della Chiesa cattolico-romana. Al momento prendo in considerazione solo il primo caso, limitandomi ad evidenziare circa il secondo che il documento processuale superstite è un ibrido di testimonianze organizzate per argumenta sia pro sanctitate sia pro heresi. Diversamente, nelle carte processuali milanesi elementi pro sanctitate e pro heresi emergono nell’ambito delle singole deposizioni. Riguardo alla santità di Guglielma, una testimone del processo milanese ne chiarisce in modo inequivocabile le modalità di costruzione:

«Item dixit dicta Taria quod ipsa fuit pluries in predicatione que fiebat in Clarevale in festivitate dicte sancte Guillelme, in comendationem et devotionem dicte sancte Guillelme, in qua predicatione pluries audivit quod illi qui predica-

13 Su tale contesto, e contrasto, si veda Benedetti, Inquisitori lombardi cit., pp. 300-305.


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bant, proponebant et recitabant plura exempla sanctorum, et postea adaptabant ad ipsam sanctam Guillelmam quod ita poterat dici de illa sancta Guillelma»14.

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Taria racconta di essere stata spesso alla predicazione che veniva fatta a Chiaravalle in occasione della festività di santa Guglielma in sua lode e devozione. Durante questi incontri aveva più volte udito predicare ed esporre esempi di santi che in seguito venivano adattati («et postea adaptabant») alla stessa santa Guglielma, così che potessero essere detti di santa Guglielma («de illa sancta Guillelma»). Non mi pare sia stata finora recepita la rilevanza di queste parole che mostrano un delicato momento germinale: la recita di exempla di santi è funzionale alla costruzione per trasfusione dell’identità di una nuova santa. Nel caso di Guglielma la commistione tra santità ed eresia è persino paradossale nel suo esito documentario: non solo gli atti inquisitoriali contengono deposizioni a testimonianza sia di santità sia di eresia (si ricordi che Guglielma è molto spesso definita sancta Guglielma), ma in più – e coerentemente – da ciò si sono sviluppate due contrapposte tradizioni: agiografica (da parte di chi la credeva santa) e orgiastico-denigratoria (da parte di chi intendeva condannare anche moralmente colei che era già stata condannata giuridicamente)15. L’inquisitore non mostra alcun imbarazzo a distruggere un sogno di santità accarezzato sia dai monaci cisterciensi di Chiaravalle sia da famiglie eminenti nella società milanese: una distruzione a favore della promozione antagonista del culto dell’inquisitore-santo voluto dai frati Predicatori in un contesto di forte promozione dell’Ordine16, una distruzione che contestualmente fa emergere il “sogno spirituale” degli inquisiti cioé una concezione palingenetica della realtà non isolata nel panorama religioso contemporaneo. Si può individuare un momento cronologico focale per comprendere il delicato e «spregiudicato»17 passaggio ideologico tra i processi milanesi del 14

Milano 1300. I processi inquisitoriali contro le devote e i devoti di santa Guglielma, a cura di M. Benedetti, con un saggio di G.G. Merlo, Milano 1999, p. 152. 15 Su tali tradizioni, si vedano, per ora, P. L’Hermite-Leclercq, Historiographie d’une hérésie: les guillelmites de Milan (1300), «Revue Mabillon», 70 (1998), pp. 73-96; B. Newman, The Heretic Saint: Guglielma of Bohemia,Milan and Brunate, «Church History», 74 (2005), pp. 1-38. 16 Non si dimentichi che la concretizzazione monumentale del ricordo del frate-inquisitore-martire-santo è promossa da frate Niccolò di Boccassio: quando era maestro generale, durante il periodo del cardinalato – in cui si rivela protagonista in curia della “normalizzazione” in Lombardia negli anni tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo – e, soprattutto, una volta divenuto Benedetto XI (Benedetti, Inquisitori lombardi cit., pp. 5-8, 279-283). 17 Questo termine compare ben quattro volte («grande spregiudicatezza di mezzi


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1300 e i processi lombardi contro i Visconti del secondo e terzo decennio del XIV secolo: è l’anno 131718. A partire dal mese di gennaio Giovanni XXII prepara la missione dei frati Bertrand de la Tour e Bernard Gui in Lombardia, col preciso scopo di svolgere una politica pacificatrice in tutta l’Italia imperiale19. I due nunzi giungono in primavera in Piemonte e nei mesi successivi svolgono una attività molto intensa a cui seguirà un rapporto che attesta «un sens politique remarquable»20. Nel mese di marzo Matteo Visconti depone il titolo di vicario imperiale21. Un po’ più tardi, Giovanni XXII nomina arcivescovo di Milano Aicardo da Camodeia, ministro

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d’azione», «l’uso spregiudicato dei mezzi d’azione», «il ricorso al processo di eresia altro non è che il mezzo estremo e più spregiudicato di sedare una ribellione», «ricorrere ai mezzi più spregiudicati e diversi per garantire un ordine di carattere esteriore») per descrivere l’atteggiamento e l’azione del papato in una breve – e ricca – riflessione di Giovanni Tabacco che così prende avvio: «Non vi è dubbio che per una compiuta collocazione storica dell’eresia fra XIII e XIV secolo sia necessaria una riflessione sulla dialettica che allora si espresse fra l’esperienza religiosa e l’esperienza giuridica in genere e politica in particolare» (Tabacco, Chiesa ed eresia cit., p. 9). 18 Non a caso, da questa data prende le mosse la contestualizzazione di F. Bock, Studien zum politischen Inquisitionsprozess Johanns XXII, «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 26 (1935-1936), pp. 21-142. 19 Una utile contestualizzazione di questa missione e una discussione relativa a posizioni divergenti nella storiografia tedesca a proposito del ruolo del papato, dell’impero e dei progetti di entrambi, si vedano in G. Tabacco, Un presunto disegno domenicano-angioino per l’unificazione politica dell’Italia, «Rivista storica italiana», 61 (1949), pp. 489-525; sul programma antighibellino di Giovanni XXII, cfr. Id., La casa di Francia nell’azione di papa Giovanni XXII, Roma 1953, pp. 152-169. Su frate Bertrand de la Tour: P. Nold, Bertrand de la Tour. Life and Works, «Archivum Franciscanum Historicum», 94 (2001), pp. 275-323; Id., Bertrand de la Tour. Manuscript List and Sermon Supplement, «Archivum Franciscanum Historicum», 95 (2002), pp. 1-52; Id., Pope John XXII and his Franciscan Cardinal: Bertrand de la Tour and the Apostolic Poverty Controversy, Oxford 2003. Su frate Bernard Gui e, soprattutto, sulla sua produzione: L. Delisle, Notice sur les manuscrits de Bernard Gui, «Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothèque Nationale et autres bibliothèques», 27/2 (1879), pp. 169-455, da integrare con i più recenti A. Thomas, Bernard Gui, frère prêcheur, in Histoire littéraire de la France, 35, Paris 1921, pp. 139-232; T. Kaeppeli, Scriptores Ordinis Praedicatorum Medii Aevi, I, Romae 1970, pp. 205-226; A. Vernet, La diffusion de l’œuvre de Bernard Gui d’après la tradition manuscrite, in Bernard Gui et son monde, Toulouse 1981 (Cahiers de Fanjeaux, 16), pp. 221-242; B. Guenée, Entre l’Église et l’État. Quatre vies de prélats françois à la fin du Moyen Âge, Paris 1987, pp. 49-85. 20 R. André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti, «Mélanges d’archéologie et d’histoire», 29 (1909), pp. 269-327: 305. L’Informatio de statu Lombardie – così una scrittura erudita definisce la relazione – è contenuta in un lungo resoconto dalla straordinaria vivacità descrittiva caratterizzato dal non comune acume politico e diplomatico dei due legati papali (Archivio Segreto Vaticano, Instrumenta miscellanea, 616, ora edito in S. Riezler, Vatikanischen Akten zur deutschen Geschichte in der Zeit Kaiser Ludwigs des Bayern, Innsbruck 1891, rist. anast. Aalen 1973, pp. 22-39, n. 50). 21 F. Cognasso, I Visconti, Varese 1966, p. 127.


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della provincia milanese dei frati Minori22: con tale iniziativa il papa di fatto annulla la “scelta” del capitolo cattedrale in favore del ventisettenne Giovanni Visconti, figlio di Matteo23. Il 28 novembre iniziano i processi contro Matteo Visconti24. Due anni dopo, al cardinale Bertrando del Poggetto viene dato l’incarico di legato in Lombardia con il compito di procedere «contra quoscumque ereticos […] ipsorumque fautores»: un esito evidente della missione dei frati Bertrand de la Tour e Bernard Gui circa la quale si può ragionevolmente parlare di un clima politico in cui i “piani d’azione” si confondono25. Al termine di un lungo impegno come inquisitor haereticae pravitatis, negli stessi anni in cui si conducevano i processi contro i Visconti e i loro fautori, dopo aver svolto una delicata ed importante missione di pace in Lombardia per Giovanni XXII, il frate Predicatore Bernard Gui concepisce un manuale per gli inquisitori26. Come nei processi ai Visconti degli anni 1318-1322, così nella Practica inquisitionis heretice pravitatis scritta tra il 1323 e il 1324 confluiscono procedura inquisitoriale e profili ereticali in due modi diversi – ma complementari – di rinsaldare una ideologia attraverso strumenti giuridici. Nel manuale trecentesco più conosciuto e utilizzato è vano cercare riferimenti sia a Guglielma sia ai Visconti. Questa omissione è assai significativa tenendo presente che l’inquisitore transalpino ben conosceva la realtà lombarda essendovi stato in veste di nunzio papale e avendo dato spazio all’interno del proprio manuale ad un’ampia parte dedicata a specifici provvedimenti inquisitoriali là diretti. Tale atteggiamento mi pare una spia – qualora ancora si abbia bisogno di ulteriori segnali di avvertimento – della consapevole matrice politica dell’intervento dei rappresentanti dell’officium fidei: una matrice politica che non poteva trovare spazio in un manuale per la repressione del dissenso religioso dove, invece, sono catalogati e analizzati buoni cristiani dualisti, Poveri di Lione, beghine e, non ultimi, Dolcino e gli Apostoli. Bernard Gui conosceva personalmente troppo bene il contesto da cui erano scaturiti i processi

22 Su questo arcivescovo, si veda A. Cadili, Governare dall’“esilio”. Appunti su frate Aicardo da Camodeia arcivescovo di Milano (1317-1339), «Nuova Rivista Storica», 87 (2003), pp. 267-323. 23 Cadili, Governare dall’“esilio” cit., p. 288; sul ruolo dell’arcivescovo Giovanni Visconti durante lo scisma di Niccolò V, cfr. Id., I frati Minori dell’antipapa Niccolò V, «Franciscana», 6 (2004), pp. 95-137: 108-110. 24 André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit., p. 275. 25 Cfr. Tabacco, Chiesa ed eresia cit., p. 12. 26 Ora edito in Bernardi Guidonis Practica inquisitionis heretice pravitatis, ed. C. Douais, Paris 1886.


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contro i Visconti per fornire informazioni inutili e inutilizzabili dagli inquisitori ai quali il suo testo era operativamente rivolto con informazioni dottrinali e procedurali27. Torniamo al 1300. Se nei manuali inquisitoriali nessun riferimento è rinvenibile alla dottrina o alla procedura relativa alle inchieste contro i devoti e le devote di Guglielma, la produzione successiva – ma anche la cronachistica dell’Ordine dei frati Predicatori, se cambiamo livello e forma di recezione – li trascura: solo una legenda orgiastica, deformante e pervasiva, circolerà ampiamente fino al XVII secolo, quando i processi fortunosamente ritrovati nella bottega di un droghiere da un monaco certosino forniranno materiale documentario per la compilazione di dissertationes erudite28. Solo da quel momento gli atti giudiziari oscureranno la diffusa e diffamante tradizione orgiastica. Dagli atti processuali si evidenziano due fasi successive di elaborazione del ricordo di Guglielma: la prima è in forma di devozione promossa dai monaci cistercensi verso una santa sepolta e venerata presso la loro abbazia di Chiaravalle; la seconda mostra un’avviativa elaborazione teologica in cui lo Spirito santo si incarna in una donna, attivando un nuovo progetto di salvezza dell’umanità. Tale elaborazione teologica mostra connessioni con lo sviluppo dolciniano dell’esperienza apostolica: come si evince pure dall’illustrazione di Bernard Gui. Non si può non riconoscere l’anomalia della mancata inserzione nei manuali inquisitoriali di una “aberrante” dottrina circa l’incarnazione dello Spirito santo in una donna elaborata a Milano nella seconda metà del XIII secolo. Ma l’“anomalia” diventa comprensibile qualora si faccia attenzione al clima dal quale erano scaturiti i processi del 1300: un clima di “sistematizzazione” in cui le plurime inchieste inquisitoriali in corso (o precedenti e non concluse) mostrano non solo una esplicita volontà di controllo Mendicante della santità laica, ma anche la promozione di santi Mendicanti con un inevitabile intervento – sempre più “spregiudicato” – nella giurisdizione dei poteri politici in Lombardia29. Il processo milanese del 1300 si pone ad una svolta e mostra prospettiche traiettorie evolutive: in un processo per il controllo della santità attraverso l’accusa di eresia (con protagonista Guglielma) si colgono elementi attraverso i quali, utilizzando l’espressione di Giovanni Tabacco, l’accusa di eresia diventa «il

27 Sui processi politici, in generale, cfr. Les procès politiques (14.-17. siècle), a cura di Y.-M. Bercé, Rome 2007. 28 Ad esempio BA, C. 1 inf., Giovanni Pietro Puricelli, De Guillelma Boema vulgo Guilelmina; BA, A. 256 suss., Giovanni Battista Carisio, De Guillelma sive Guilelmina heretica. 29 Benedetti, Inquisitori lombardi cit., pp. 279-283, 287-313.


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mezzo estremo e più spregiudicato di sedare una ribellione» (attraverso la deuteragonista Maifreda e l’attacco ad alcune famiglie milanesi). Alcuni decenni dopo Maifreda – unica donna con posizione di rilievo nei processi viscontei – assume coerentemente un ruolo di spicco in un processo politico echeggiante altri nomi noti. Maifreda era stata la promotrice della svolta pneumatica di una devozione carismatica. Ma non per questo motivo il suo nome – sempre e solo Maifreda: senza cognome, né connotazione religiosa – compare nei processi contro i Visconti e i loro fautori: anche in questo caso, alla stupefacente dottrina non è fatto alcun cenno. La documentazione conservata presso la Biblioteca Apostolica Vaticana – e di nuovo l’approdo non è convenzionale, né scontato – è costituita da un piccolo quaderno cartaceo e da un cospicuo registro pergamenaceo30. Il quaderno è diviso in due fascicoli contenenti testimonianze relative agli articula contro Galeazzo, Marco, Luchino, Stefano, Giovanni e, più lungamente, contro il padre Matteo. Si tratta di una fase redazionale intermedia, in cui i nomi dei testimoni sono sostituiti e simbolizzati in un numero, dove in corrispondenza di un articulum accusatorio vengono raccolti estratti di deposizioni relative al corrispondente capo d’accusa. Da questa breve descrizione appare chiara la difficoltà nell’identificare i testimoni che spesso sono inquisitori, i quali – è chiaro – utilizzano materiale giudiziario ma anche l’archivio dei ricordi personali. Inquisitori, e non solo: uno di loro, frate Barnaba da Vercelli, era stato priore provinciale di Lombardia ossia il coordinatore della politica repressiva dell’officium fidei e, immediatamente dopo i processi viscontei, sarà eletto maestro generale dell’Ordine dei frati Predicatori31. Ben diverso è l’aspetto materiale e compositivo del registro pergamenaceo che, diviso in due libri, raccoglie testimonianze contro i Visconti e i loro fautori in una forma redazionale ordinata e definitiva. Inevitabilmente si pone il problema di contestualizzare, confrontare, integrare i residui documentari appartenenti a fasi redazionali diverse in relazione alla produzione iniziale che dovette essere massiccia e rigorosa. Anche il corpus documentario relativo ai processi ai Visconti non sfugge alla prassi della trasmissione frammentaria ed eccentrica dei constituti processuali ed attende

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Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), mss. Vat. Lat. 3936, 3937. 31 Si veda A. Morisi, Cagnoli, Barnaba (Barnaba da Vercelli), in Dizionario biografico degli italiani, 16, Roma 1973, pp. 327-328; Kaeppeli, Scriptores Ordinis Praedicatorum Medii Aevii cit., I, p. 142, con le integrazioni in T. Kaeppeli - E. Panella, Scriptores Ordinis Praedicatorum Medii Aevii, IV, Romae 1993, p. 40.


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di essere meticolosamente ricomposto32. La maggior parte del materiale giudiziario è conservato presso la Città del Vaticano: presso la Biblioteca Apostolica Vaticana sono allogati i due codici composti in fasi redazionali diverse (Biblioteca Apostolica Vaticana, mss. Vat. Lat. 3936, 3937), presso l’Archivio Segreto Vaticano si possono consultare i documenti che avviano e che chiudono le procedure (Archivio Segreto Vaticano, Instrumenta Miscellanea, 689 B; 711, 714-718). Nonostante ciò, non si può parlare di collocazione conservativa organica e tanto meno di volontà conservativa unitaria. La documentazione frammentaria e sparsa andrà artificialmente ricompattata in un solo corpus al fine di permettere un approccio complessivo e specifico ad una vicenda che ancora attende un approccio monografico. A dire il vero, una sorta di dossier giudiziario visconteo dovette esistere quando, nel 1337, Benedetto XII invitò l’arcivescovo di Milano e gli inquisitori a portare processi e sententiae ad Avignone33. Non fu in quella circostanza che trovarono collocazione stanziale nella biblioteca papale e, assai presumibilmente, furono riportati in Lombardia e elaborati nella forma pervenutaci. In quel momento e in quella biblioteca si trovava posto un altro codice manoscritto contenente inchieste inquisitoriali: si tratta dei processi appameani condotti dal monaco cisterciense Jacques Fournier prima che diventasse Benedetto XII34. Le informazioni contenute nel quaderno e nel registro sono completate da notizie eccentriche che gettano luce anche sulla fase incoativa delle inchieste: sulle parole del delatore, il chierico milanese Bartolomeo Canholati, il quale, alla presenza del legato pontificio Bertrando del Poggetto, fornisce stupefacenti informazioni circa il sortilegio che Matteo avrebbe gettato su Giovanni XXII35. Non mi pare che il nome del delatore compaia nella ricostruzione per capi d’accusa contro Matteo e contro i suoi figli dei codici vaticani. Ciononostante, il suo ruolo è fondamentale per comprendere le

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Un aspetto rilevante dell’uso della documentazione al fine di preparare il terreno pubblicistico per una crociata rivolta contro i ghibellini dell’Italia settentrionale è analizzato in S. Parent, Publication et publicité des procès à l’époque de Jean XXII (1316-1334). L’exemple des seigneurs gibelins italiens et de Louis de Bavière, «Mélanges de l’Ècole française de Rome. Moyen Âge», 119 (2007), pp. 93-134. 33 F. Ughelli, Italia Sacra, IV, Venetiis, apud Sebastianum Coleti, 1719, col. 207. 34 F. Ehrle, Historia Bibliothecae Romanorum Pontificum tum Bonifatianae tum Avenionensis, I, Romae 1890, p. 338, n. 661; sulla anomala tipologia autocelebrativa di questo codice inquisitoriale, cfr. Benedetti, I libri degli inquisitori cit., pp. 30-32. 35 Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi ASV), Instrumenta miscellanea, 689 B; questo fascicolo è stato studiato da André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit., pp. 273-276 (dal quale d’ora in poi si citerà).


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modalità attuative di un’azione giudiziaria (e non solo in questo caso). Ad Avignone, il 9 febbraio 1320 e l’11 settembre dello stesso anno il chierico milanese viene interrogato36. Egli fa il resoconto di fatti accaduti l’anno precedente quando era stato mandato a chiamare da Matteo Visconti per fare un maleficio contro Giovanni XXII. Il racconto di Bartolomeo è circostanziato. In un secondo momento entra in scena anche Galeazzo che, nel ribadire la proposta del padre, svelerebbe addirittura il coinvolgimento di Dante Alighieri al quale era stato chiesto di svolgere il medesimo negotium37. Ad Avignone, il chierico milanese porta la statuetta d’argento su cui avrebbe dovuto compiere il maleficio e mostra le lettere di Galeazzo che, in realtà, non contengono nulla di compromettente38. È sintomatico che – esattamente allo stesso anno – risalga una consultazione richiesta da Giovanni XXII circa la possibilità di considerare eretici coloro i quali vengono accusati di magia o di invocazione del demonio. «Primo de heresi et de heretico. Secundo de suspicione et sortilegio. Tertio de invocazione demonum. Quarto de sacrilegio»39: così inizia un manoscritto in cui sono raccolte le risposte di teologi e canonisti – arricchite da annotazioni integrative e correttive di mano dello stesso Giovanni XXII – che inequivocabilmente mostra un precipuo, personale e tempistico interesse verso un tema di immediata applicazione. Analogamente i processi contro i devoti e le devote di Guglielma del 1300 avevano preso le mosse dalla testimonianza di un frate terziario che aveva fornito elementi fondanti per la strutturazione di un’eresia basata sulla credenza – teologicamente inverosimile – dell’incarnazione dello Spirito santo in una donna. Frater Girardo da Novazzano depone per la prima volta il 18 luglio 1300 davanti all’inquisitore Lanfranco da Bergamo, titolare dell’officium pavese. Il suo interrogatorio è incluso nei quaterni imbri-

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André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit., p. 277. «Scias quod ego feci veniri ad me magistrum Dante Aleguiro de Florentia pro isto eodem negotio pro quo rogo te. Cum Bartholomeus dixit: “Sciatis quod multum placet mihi quod ille faciat ea que petetis”. Cui Bartholomeo dictus Galas dixit: “Scias, Bartholomee, quod pro aliqua re de mundo ego non sustinerem Dante Aleguiro in predictis poneret manum suam vel aliquid faceret, ymmo nec revelarem sibi istud negocium qui daret michi mille florenos auri quia volo quod tu facias, quia de te multum confido» (André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit., pp. 280-281). 38 ASV, Instrumenta miscellanea, 689 B, c. 4v; meramente citate in André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit., p. 281. 39 A. Boureau, Le pape et les sorciers. Une consultation de Jean XXII sur la magie en 1320 (manuscript B.A.V. Borghese 348), Roma 2004, p. 3. Per una contestualizzazione più ampia, si veda Id., Satana eretico. Nascita della demonologia nell’occidente medievale (12801330), Milano 2006 (trad. Paris 2004).


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viaturarum del notaio Beltrame Salvagno ma è decentrato a circa metà del primo quaderno, perdendo così la caratterizzante priorità temporale40. La prima domanda inizia in modo generico – «si ipse scit vel audivit aliqua que essent vel viderentur esse contra fidem catholicam» – ma l’inquisitore si addentra immediatamente nello specifico indagando «specialiter de quadam sancta Guillelma que sepulta est apud monasterium Clarevalis»41. Sancta Guillelma: sia l’inquisitore sia l’inquisito così per lo più definiscono la donna. Si noti: non stupisce che nella parte iniziale delle inchieste gli inquisitori adottino il linguaggio definitorio degli inquisiti (sancta Guillelma), ma tale espressione o, meglio, l’uso dell’aggettivo sancta è inconsueto in un contesto in cui coloro che sono ufficialmente canonizzati sono sempre e solo beati. La stranezza del caso Guglielma investe anche il campo terminologico-definitorio. Se nell’interrogatorio del 18 luglio vengono individuati i punti centrali per la successiva costruzione accusatoria, in quello successivo del 26 luglio – collocato immediatamente di seguito al primo a dimostrazione di una consequenzialità logica – tali punti vengono approfonditi e circostanziati42. Si tenga presente che frater Girardo in quanto relapsus era vincolato alla delazione perpetua: era obbligato a parlare sempre e “apertamente” per salvarsi. Affrontiamo ora i contenuti dei due codici vaticani contenenti i processi in contumacia contro i Visconti43. Nel primo fascicolo del piccolo quaderno cartaceo, verso la fine del paragrafo Contra Galeaçeum, al ventesimo articolo di una serie accusatoria riguardante idolatria, fornicazione, vessazioni al clero, intralcio al lavoro degli inquisitori, leggiamo l’accusa «quod fuit de secta Manfrede heretice et sociorum condemnatorum per inquisitores»44. Dei quattro frammenti di deposizioni estratti e riorganizzati per

40 Sulla doppia costruzione – logica e cronologica – e, quindi, sulle modalità di lettura indotte da tale strutturazione dei registri processuali, cfr. Benedetti, Io non sono Dio cit., pp. 11-15. 41 Milano 1300 cit., p. 92. 42 Ibid., pp. 94-96. 43 Inevitabilmente si pone il problema del carattere “segreto” dei processi e, in particolar modo, riguardo a questa inchiesta l’esigenza di «un effort de publicisation des accusations, des citations, des sentences interlocutoires et définitives qui est évidemment inversament proportionel à la capacité de l’accusateur à vraiment toucher l’adversaire» (J. Chiffoleau, Le crime de majesté, la politique et l’extraordinaire. Note sur les collections erudite de procès de lèse-majesté du XVIIe siècle français et sur leurs exemples médiévaux, in Les procès politiques, pp. 577-662: 646, e anche Id., «Ecclesia de occultis non iudicat?». L’Èglise, le secret, l’occulte du XIIe au XVe siècle, «Micrologus», Il Segreto, 14 (2006), pp. 359-481. 44 BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 11v.


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capi d’accusa, i due centrali riportano quanto l’anonimo testimone riferisce di aver sentito da un tal frate Peçolus converso dell’Ordine degli eremitani di sant’Agostino, hostiarius di soror Maifreda, vale a dire custode del luogo dove la donna viveva, il quale avrebbe visto Galeazzo recarsi spesso a trovarla45. Il verbo utilizzato è audivit: sembrerebbe non trattarsi di testimoni oculari, ma di parole riferite: è la «publica fama et vox» che consolida l’accusa46. L’ultima testimonianza dà addirittura notizia che, a causa di questa frequentazione, Galeazzo fosse crocesignato e inviato dal padre Matteo a piedi e con una cinghia al collo al cospetto dell’inquisitore a chiedere perdono47. Nessun riferimento a una sottomessa preghiera viscontea mostrano i seppur frammentari processi inquisitoriali o la sempre vorace cronachistica milanese. Nel secondo fascicolo intitolato Contra Matheum il capo d’accusa più lungo ed articolato riguarda proprio alcuni devoti di Guglielma: «item Francischum de Garbanhate qui fuit de secta dicte Magfrede propter hoc crucesignatum», «item Andream hereticum combustum, Albertonum de Novate, Otolinum de Garbagnate, Felisinum Carentano, Franceschinum de Malconsatis omnes crucesignatos»48. I nomi corrispondono a inquisiti coinvolti nei processi del 1300 e le condanne sono verificabili. Rispetto alle inchieste precedenti e in modo non troppo sorprendente, Guglielma quasi scompare (non è più il prioritario obiettivo inquisitoriale dopo che nel settembre 1300 erano stati distrutti i suoi resti mortali), ora è Maifreda leader della “setta” e infatti si legge: «secta dicte Magfrede», un’espressione che nasconde sia la connotazione religiosa di una scelta esistenziale (mai è definita soror Maifreda) sia la compartecipazione del compagno di avventura religiosa (Andrea Saramita morto sul rogo nel settembre 1300). Accanto a queste testimonianze precise e concrete, altre contribuiscono a consolidare un’immagine deteriore ed esecrabile di Matteo: aveva impedi-

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Ibid. «Un grand nombre de témoins ne connaissent pas les faits qu’ils affirment que par oui dire» (André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit., p. 294). 47 «Fecit eum ire ad pedes inquisitoris cum corvigia ad collum ut preceretur ei» (BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 11v). 48 BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 23r. Questo lunghissimo articolo è seguito da venti testimonianze in cui spesso si legge il nome di Francesco da Garbagnate, talvolta associato al fratello Ottolinus. Un testimone «deponit qui scit [quod] dominum Matheum promovisse et sibi astrinxisse Francischum et Ottolinum de Garbagnate quorum alterum audivit et vidit crucesignatum et Franciscum de Malcalsatis cuius matris vidit crucesignatam» (ibid., c. 24r). Su questi individui e sul loro ruolo nella vita politico-religiosa milanese mi soffermerò in un prossimo studio.


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to il lavoro degli inquisitori, era parente stretto di Maifreda e – come abbiamo visto – era legato a non pochi adepti della “setta” di Maifreda. Il primo capo d’accusa contro Matteo è relativo all’espulsione da Milano di quattro inquisitori: i frati Pace da Vedano, Giordano da Montecucco, Onesto da Pavia e Barnaba da Vercelli. Si noti che i titolari dell’inchiesta contro i Visconti, in una perfetta sovrapposizione, sono i frati medesimi. Già sappiamo che quest’ultimo diventò maestro generale dell’Ordine, ma anche i primi due fecero carriera diventando rispettivamente vescovi di Trieste e Bobbio49. Nell’articulum «quod impedivit officium inquisitoris», uno di loro rivela che se non fosse stato cacciato da Milano – «quando procedebantur contra Maifredam» – molto di più si sarebbe saputo contra fidem e molte cose in più sarebbero state dette che non furono rivelate a causa del timore nei confronti del signore di Milano50. Un altro testimone ribadisce che – «tempore heresis Manfrede» – gli inquisitori a fatica poterono svolgere l’officium. Il quarto testimone riferisce che Matteo intervenne per liberare un tal Guido Stampherius accusato «de heresi Manfrede vel Guillelme»51. È ragionevole pensare che queste testimonianze facciano riferimento ai processi del 1300. Solo in questa circostanza – e in posizione subordinata – compare il nome di Guglielma. Nei processi ai Visconti è Maifreda la protagonista: il nome da sé evoca un contesto come già era avvenuto in passato, nel 1300, quando aveva primeggiato, quando addirittura la costruzione dei fascicoli processuali aveva posto in evidenza il suo ruolo52. Agli inquisitori interessa la persona precedentemente condannata: l’eretica, non la soror, un personaggio evocativo che porta con sé il carico degli errori del passato da trasferire al presente. Di nuovo, una costruzione per trasfusione: come alla santa di Chiaravalle erano attribuite vitalizzanti virtù di altri santi, così all’eretico sono assegnate colpe di altri eretici. I procedimenti di creazione di santità ed eresia mostrano qui strettissime analogie e un perspicuo work in progress: se nella prima fase dei processi contro i devoti e le devote di Guglielma si manifesta il controllo della santità da parte dei Mendicanti, nella seconda fase colpendo Maifreda, anzi soror Maifreda da Pirovano, si interviene contro alcune istituzioni religiose sfuggenti al controllo della Chiesa milanese e, anche, Romana, e contro alcune famiglie per le quali la

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Cadili, Governare dall’“esilio” cit., p. 293. BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 17v. «Deponit quod Matheus, tunc dominus Mediolani, rogavit pro quodam Guidone Stampherio qui erat acusatus et suspectus de heresi Manfrede vel Guillelme et suis precibus liberavit eum» (BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 17v). 52 Benedetti, Io non sono Dio cit., pp. 12-13.


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donna è eminente riferimento. In tal senso, i processi milanesi del 1300 contengono tutti gli elementi del successivo sviluppo della repressione antiereticale in Lombardia messi in campo contro i Visconti e le famiglie sostenitrici con «grande spregiudicatezza dei mezzi d’azione»53. Chi era l’uomo per il quale sarebbe intervenuto addirittura Matteo Visconti? Guido Stampherius è figura finora ignota alla storiografia, ma non alla vita pubblica milanese. È un giurisperito che, tra l’altro, aveva lungamente collaborato con i vicari dell’arcivescovo tra il 1277 e il 130454. Il 26 agosto 1304 compare in due atti arcivescovili affiancato dal giurisperito Manfredo de Grepa55. Da una testimonianza di una devota di Guglielma, Sibilla Malconzati, risulta che costei era entrata in contatto con soror Maifreda grazie alla propria sorella Maria, moglie di Manfredo de Grepa 56. Il nodo si stringe intorno a personaggi pubblici della Milano di fine Duecento, variamente coinvolti nella vita religiosa. Si noti che Sibilla Malconzati è evocata nei processi viscontei in quanto madre crucesignata di Francesco Malconzati57. In effetti, domina Sibilla viene interrogata più volte nel corso del 1300, ma diversamente da altri devoti l’absolutio che segue la sententia excomunicationis non fornisce indicazioni di ulteriori pene e non permette di esprimersi con certezza circa la condanna alla pena delle due croci evidenziata nei processi viscontei58. Anche i nomi dei giurisperiti Manfredo de Grepa e Guido Stampherius si leggono nei processi del 1300 quando, il 13 agosto, era stato emanato un consilium sapientum per soror Giacoma de Nova, soror umiliata della domus di Biassono59. Con due ruoli diversi, Guido compare sia nel manoscritto inquisitoriale del 1300 («Guido Stampheus») sia nel registro contenente i processi viscontei («Guido Stampherius»): il rappresentante della giustizia civile è indagato dalla giustizia ecclesiastica, il giudice diventa inquisito, mostrando la deflagrante tensione ed estensione dello scontro tra i rappresentanti dei poteri giudiziari. Se nel 1300 egli aveva agito in qualità di giurisperito in un consilium relativo ad una devota di Guglielma e 53 54

Tabacco, Chiesa ed eresia cit., p. 10. Gli atti dell’arcivescovo e della curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII: Ottone Visconti (1262-1295), a cura di M. F. Baroni, introduzione storica di G.G. Merlo, Milano 2000, pp. 336, 339, 340, 341-344, 346; inoltre pp. 76, 236, 335, 336. 55 Atti dell’arcivescovo e della curia arcivescovile di Milano nel XIII sec.: Ruffino da Frisseto (1295-1296), Francesco da Parma (1296-1308), a cura di M. F. Baroni, Milano 2005, pp. 295, 296. 56 Milano 1300 cit., p. 82. 57 Cfr. nota 48. 58 Milano 1300 cit., pp. 82-86, 126-128, 156-158, 166-168, 214, 260, 262. 59 Ibid., p. 202.


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consorella di Maifreda, successivamente verrà accusato «de heresi Maifrede vel Guillelme», provocando la reazione difensiva del dominus Matteo Visconti. I dati in nostro possesso sono troppo scarsi per tentare un affondo interpretativo solido e allargato, ma pare sensato sostenere che il conflitto tra i poteri politici e religiosi aveva coinvolto persino i rappresentanti delle magistrature cittadine. Tornando ai processi contro il signore di Milano, l’ultimo capo accusatorio dei giudici antiviscontei riguarda la parentela di Matteo e Maifreda. «Item quod mater dicti Mathei de cognacione Mayfrede heretice combuste»60: la madre di Matteo sarebbe stata della stirpe di Maifreda. La madre di Matteo è Anastasia da Pirovano, il padre di Maifreda è Morando da Pirovano: non esiste al momento la possibilità di consolidare un legame parentale che potrebbe non essere così stretto come sembrerebbe a prima vista. Ben otto testimoni anonimi corroborano questo articulum. La suggestione di tale legame si imprime nella storiografia: trasmettendo l’immagine che «l’hérésie est pour lui [Matteo] comme une tradition de famille»61 viene colto, e consolidato, il processo di ereticazione che dall’individuo si espande ai parenti e ai conoscenti. Tradizione familiare e trasfusione di colpe: Matteo diventa un eretico a tuttotondo, un eretico totale in cui convergono multiformi accuse, perché i costruttori d’eresia applicano tutti gli stereotipi disponibili. Corrispondente al numero venticinque, la testimonianza di uno dei rappresentanti dell’officium fidei cacciati al tempo di Matteo viene integralmente ripresa e ampliata fornendo una notizia incidentale: il testimone era a Milano quando «Magfreda heretica fuit combusta»62. Non è l’unica deposizione che riferisce della consegna della donna al braccio secolare, di cui solo in questa fonte si ha notizia. È certo che l’esecuzione della condanna non dovette essere né facile, né immediata. A questo punto è opportuno volgere lo sguardo verso colei che fu protagonista dei processi del 1300 nei quali, si sa, le donne non ebbero un ruolo secondario, ma che mantenne una condizione privilegiata anche nei processi viscontei dove, invece, le donne non sono presenti: i processi politici sono per “soli” uomini. Chi era Maifreda o, meglio, chi era soror Maifreda da Pirovano? La donna che nei processi viscontei ha il privilegio di essere identificata – e quindi riconosciuta – per fama solo dal nome e che nei precedenti processi del 1300 è l’imputata principale intorno alla quale si consolida una ricostruzione logica dei quaderni processuali è la principa60 61 62

BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 22r. André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit., p. 282. BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 22v.


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le artefice dell’identificazione Guglielma-Spirito santo e una soror dell’Ordine delle umiliate della casa di Biassono in Milano63. Se al momento non è dimostrabile la parentela con dominus Matteo Visconti, i legami con un cardinale e, per di più, collaboratore dell’officium fidei al tempo di Bonifacio VIII, sono indubitabilmente documentati nel testamento di Conte Casati che include la nipote Maifreda – «soror Mainfreda filia Morandi de Pirovano» – nel lascito testamentario di 10 lire imperiali64. Ordinario della Chiesa milanese, cappellano cardinalizio, arcidiacono della Chiesa milanese e, infine, cardinale, Conte Casati rappresenta un ancoraggio genealogico sicuro e proietta soror Maifreda in una dimensione nuova. Si noti che un frate Mirano da Casate era stato «prelatus et minister» della casa umiliata di Brera in Milano negli anni centrali del XIII secolo65. I rapporti parentali di soror Maifreda sono stretti con uomini al vertice sia della Chiesa cattolico-romana sia del proprio Ordine. Anche i Casati sono coinvolti nei processi viscontei: nel gruppo di inquisiti che il 2 maggio 1322 inviò un procuratore a negoziare l’accordo con gli inquisitori c’è non solo Francesco da Garbagnate, uno dei principali accusati oltre che devoto di Guglielma, ma anche un tal Guglielmo da Casate66. Nella ricostruzione per capi d’accusa delle testimonianze contro Matteo sorprendentemente compare un breve riferimento a Dolcino: come soror Maifreda è solo Maifreda, anche in questo caso frate Dolcino è spogliato della propria identità religiosa – e, di conseguenza, della propria scelta esistenziale – subendo deformanti trasformazioni. Meno estesa e connotante rispetto al ruolo di Maifreda, la sua presenza contribuisce ad ampliare la ragnatela ereticale che avviluppa la Lombardia e i suoi domini, alla quale gli inquisitori devono reagire attraverso un impegno giudiziario (i processi) e ideologico (i manuali). Il legame tra Dolcino e Matteo espresso in queste poche righe condizionerà pesantemente la storiografia passata e presente67, nonostante che – si noti – l’inquisitore Bernard Gui non ne

63 L’accusa successiva contro Matteo sarà di aver avversato questo Ordine e di averne addirittura violentato le sorores (ibid., c. 27v). 64 A. Paravicini Bagliani, I testamenti dei cardinali del Duecento, Roma 1980, p. 218. 65 Mentre frate Bovo da Pirovano, prelatus della domus braidense e vicario del maestro generale, occupò una posizione importante all’interno dell’ordine degli Umiliati (M.P. Alberzoni, «Sub eadem clausura sequestrati». Uomini e donne nelle prime comunità umiliate lombarde, in Uomini e donne in comunità, Verona 1994 (Quaderni di storia religiosa, 1), pp. 69-110: 83, 98-99). 66 Cognasso, I Visconti cit., p. 141. 67 R. Orioli, Venit perfidus heresiarcha. Il movimento apostolico-dolciniano dal 1260 al 1307, Roma 1988, pp. 225-232.


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faccia alcun cenno. All’articulum «item, quod habuit [Matteo] colligacionem cum Dulcino heresiarcha dampnato et combusto, super quo sunt duo articuli, scilicet de Dulcino et aliis de Dulcinistis»68 seguono due frammenti di testimonianze. Echeggiando il dilacerante frangente della crociata del 1307 e la svolta militare con cui Dante aveva connotato l’impegno militante di “fra Dolcino”69, il testimone depone che «Matteo fu nel castello di Martinengo con l’eretico Dolcino e crede si siano parlati»70. Aggiunge di aver saputo per fama che Dolcino raccolse un esercito sul monte per ordine di Matteo71. La «publica vox et fama» che attiva le procedure inquisitoriali si limita qui a tale funzione: di vox e fama indimostrate (perché indimostrabili) che a posteriori piegano la realtà (la crociata) ad esigenze accusatorie (l’istigazione di Matteo alla reazione armata). La seconda testimonianza risale al momento successivo alla crociata e alla cattura di Dolcino, quando l’eretico viene interrogato. Il processo è andato perduto, ma qualcuno presente – assai plausibilmente un inquisitore – ne ricorda un frammento deponendo che «Dolcino era amico e socio di Matteo e crede che ciò che faceva questo eretico lo faceva su richiesta di Matteo»72. Matteo Visconti avrebbe addirittura manovrato i sogni palingenetici dei compagni di Dolcino provocando una crociata! L’eloquente silenzio dell’inquisitore Bernard Gui sui Visconti, in generale, e sui loro rapporti con Dolcino, in particolare, smentisce e fa crollare l’attendibilità del castello accusatorio dei confratelli inquisitori titolari dell’officium fidei milanese. I processi contro Guglielma del 1300 e contro i Visconti degli anni Venti e Trenta del XIV secolo mostrano molteplici analogie e evoluzioni prospettiche. Spicca il coinvolgimento di uomini variamente appartenenti a istituzioni politiche o ecclesiastiche di vertice; la presenza di un delatore, sia esso terziario dell’Ordine degli Umiliati (frater Girardo da Novazzano nel 1300) o chierico (Bartolomeo nel 1320); l’assenza di echi cronachistici. Se nel caso di Guglielma l’accusa «spregiudicata» e «disinvolta» era di incarnare lo Spirito santo, per Matteo l’eresia è collegata al sortilegio; nel 68 69

BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 20v. Per converso, si veda F. Tocco, Quel che non c’è nella Divina Commedia, o Dante e l’eresia, Bologna 1899. 70 «Matheus fuit in castro Martinengi cum Dulcino heretico et credit quod fuit locutus ei» (BAV, ms. Vat. Lat. 3936, c. 20v). 71 «Ex condicto et ordinactione et inductione dicti Mathei predictus hereticus Dulcinus congregavit exercitum super montem» (ibid.). 72 «Ipse Dulcinus erat amicus et socius Mathei predicti et credit quod quicquid faciebat iste hereticus faciebat ad postulacionem dicti Mathei» (ibid.).


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primo caso si portano alle estreme conseguenze giuridico-dottrinali diffuse speranze palingenetiche, nel secondo caso gli interessi – e i timori – di Giovanni XXII circa i malefici. Il culto a santa Guglielma non era stato ostacolato dai detentori né dei poteri politici (Matteo Visconti) né religiosi (Ottone Visconti). In più, l’arcivescovo Ottone addirittura morì nel 1295 nell’abbazia cistercense di Chiaravalle dove i monaci custodivano e veneravano il sepolcro di santa Guglielma. Si noti che nemmeno costui evita l’accusa di eresia rivolta a tutti i membri della propria famiglia: all’articulum accusatorio «item quod habuit [Matteo] plures de progenitoribus suis, agnatos et cognatos, vehementer infamatos et suspectos de heretica pravitate» seguono deposizioni de fama e de infamia contro l’arcivescovo Ottone Visconti del quale si dice che «non poterat nec debebat esse archiepiscopus quia erat filius heretice in heresi defuncte»73. Ma c’è altro, e ancor di più: non solo un arcivescovo ormai defunto può essere coinvolto nell’accusa onnicomprensiva di eresia avvolgente in modo vischioso la propria famiglia, ma addirittura uno dei figli di Matteo diventato arcivescovo, a sua volta, sarà accusato di eresia. Ciononostante, l’arcivescovo Giovanni Visconti compare nel monumento funebre dedicato a san Pietro martire: l’inquisitore la cui morte aveva dato inizio ad una repressione che aveva fatto della Lombardia l’area di messa a punto della legislazione antiereticale. Dopo aver distrutto i riferimenti materiali alla santità di Guglielma, gli inquisitori si concentrano per annullare la credibilità di soror Maifreda e, con lei, i legami con una cospicua parte dell’élite cittadina coinvolta in un culto antagonista sfuggente al controllo dei frati Predicatori inquisitori (come già si era verificato a Ferrara con Ermanno Pungilupo). Negli anni successivi gli inquisiti continuano a ricoprire cariche pubbliche e il carattere della politica ecclesiastica viscontea si fa più contrastativo. Non a caso, numerose accuse attribuite a Giovanni Visconti (espulsione del vicario generale dell’arcivescovo, occupazione di beni) corrispondono ad azioni intraprese alcuni anni prima dal cimiliarca Matteo Visconti. Il papa non poteva accettare la «robusta penetrazione [dei Visconti] nella vita delle istituzioni ecclesiastiche ambrosiane»74. Di più: indifferenti al prima e al dopo, le accuse contro i Visconti colpiscono ogni membro della famiglia – nel presente e nel passato – impegnato istituzionalmente in ruoli politici o ecclesiastici, in uno scontro antagonistico che coinvolge retroattivamente i vertici della Chiesa milanese attraverso l’uso «spregiudicato» dell’accusa di eresia.

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Ibid., c. 21v. A. Cadili, Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, Milano 2007, p. 47.


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Nel 1337, nel quadro della pacificazione con Milano, Benedetto XII invita l’arcivescovo Aicardo e i frati-inquisitori sopravvissuti a portare ad Avignone i processi per una revisione. Nello stesso anno, Giovanni di Balduccio da Pisa inizia a lavorare all’arca marmorea per san Pietro martire scolpendo le figure di Azzone e Giovanni Visconti. Sempre nel 1337 il frate Predicatore Galvano Fiamma commentando il progetto monumentale scrive: «la casa dei Visconti era così avversa all’Ordine [dei frati Predicatori] a causa dei processi fatti contro di loro che nessuno osava avvicinarsi alle loro abitazioni»75. Devono passare ottantacinque anni prima che nel nome dell’inquisitore ucciso dagli “eretici” e santificato nella metà del Duecento si componga la pace cittadina e – finalmente – si senta l’eco cronachistico di vicende di cui fino ad allora nessuno aveva osato parlare.

75 G. Odetto, La cronaca maggiore dell’Ordine domenicano di Galvano Fiamma, «Archivum fratrum Praedicatorum», 10 (1940), p. 343.


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Negli ultimi trent’anni la società occidentale ha conosciuto una vera esplosione di scritti riguardanti l’ordine del Tempio ed in particolar modo le intricate ed oscure vicende del processo che ne determinò la fine1; anche se essi sono in gran parte romanzi fantastorici, sul valore dei quali non è nemmeno il caso di discutere in questa sede, si deve riconoscere loro il merito di aver sensibilmente solleticato l’interesse del grande pubblico sull’argomento. Intrigati dalle sinistre connessioni fra i Templari, l’Arca dell’Alleanza, il Priorato di Sion, il Santo Graal e persino la presunta discendenza di Maria Maddalena, i lettori inizialmente sprovveduti (o forse semplicemente in cerca di un romanzo d’avventura) hanno dimostrato spesso una maturità intellettuale inattesa, riponendo in uno scaffale i libri delle fantomatiche rivelazioni e passando ai saggi storici per sapere concretamente “quanto vi sia di vero”. La maggior richiesta di opere scientifiche sull’argomento ha messo in moto meccanismi di vasto raggio, inducendo gli editori a sollecitare studi in tema da parte degli esponenti del mondo accademico che, almeno sino ad alcuni decenni fa, sembravano disdegnare la storia dei Templari. L’interesse degli storici di mestiere ha generato l’emulazione dei loro allievi, con il risultato che oggi, a ventiquattro anni dalla pubblicazione

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Un ampio repertorio di titoli, utile anche per visualizzare come si è evoluto l’interesse di studiosi e storici dilettanti sul processo contro i Templari, può essere desunto da M. Dessubré, Bibliographie de l’ordre des Templiers (Imprimées et manuscrits), Paris 1928 e H. Neu, Bibliographie des Templer-ordens (1927-1965), Bonn 1965. Utilissime letture generali sulla storia dell’ordine, sempre consigliabili, sono A. Demurger, Vie et mort de l’ordre du Temple, Paris 1985 (traduzione italiana di M. Sozzi, Vita e morte dell’Ordine dei Templari, Milano 1992) e M. C. Barber, The New Knigthood. A History of the Order of the Temple, Cambridge University Press 1994, le bibliografie delle quali si possono aggiornare tramite l’apparato bibliografico fornito in B. Frale, I Templari, Bologna 2004.


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del fondamentale volume di Malcom Barber sui processi2, possiamo vantare sensibili progressi nella conoscenza del grande conflitto di poteri (politici, religiosi ed economici) che interessò l’intera cristianità dal 1307 al 1314, annoverando persino il ritrovamento di alcuni documenti creduti irrimediabilmente persi; fra questi, oltre alla pergamena con l’inchiesta pontificia di Chinon che aiuta a comprendere certi aspetti della posizione papale ma non interessa questa discussione3, vi sono ben due testimonianze delle inchieste che avvennero in territorio italiano: una è relativa al procedimento di Cesena, edito da Francesco Tommasi nel 1996 insieme ad un’accuratissima introduzione che si rivela preziosa mappa per tracciare il sentiero a future ricerche del genere4, mentre l’altra, costituita da un inventario di beni trovato da Renzo Caravita nell’archivio arcivescovile di Ravenna, appartiene al contesto dell’inchiesta presieduta da Rinaldo da Concorezzo. Il Tommasi annuncia che l’inchiesta di Cesena è parte di un più ampio progetto di pubblicazione dei procedimenti avvenuti in territorio italiano, assai auspicabile poiché, oltre alle nuove scoperte, si rende necessario offrire al pubblico degli studiosi una nuova veste scientifica delle edizioni più datate. In attesa di questo lavoro, il presente contributo si propone essenzialmente come sintesi di quanto possediamo per il caso dei processi italiani, come aggiornamento delle ricerche su quanto abbiamo purtroppo perduto, e infine quale discussione delle peculiarità che contraddistinguono le inchieste tenute in Italia rispetto al contesto più ampio dell’intero processo. Il quadro delle presenze templari in Italia

Negli ultimi decenni del secolo XIII l’ordine del Tempio, pur avendo

2 M. C. Barber, The Trial of the Templars, Cambridge 1978, con gli aggiornamenti presentati in Id., The Trial of the Templars revisited, in The Military Orders, II, Welfare and Warfare, a cura di H. Nicholson, Aldershot 1998, pp. 329-342; imprescindibile per comprendere la costruzione de mito esoterico legato ai Templari è P. Partner, The murdered Magicians: the Templars and their Myth, Oxford 1987; utile per una visione complessiva è anche la sintesi di A. M. Bulst-Thiele, Der Prozess gegen den Templerorden, Die geistlichen Ritterorden Europas, a cura di J. Fleckenstein - M. Hellmann, Sigmaringen 1980. Alcune novità storiografiche sono proposte in B. Frale, L’ultima battaglia dei Templari. Dal codice ombra d’obbedienza militare alla costruzione del processo per eresia, Roma 2001. 3 B. Frale, Il Papato e il processo ai Templari. L’inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia, Roma 2003. 4 F. Tommasi, Interrogatorio dei Templari a Cesena, in Acri 1291. La fine della presenza degli ordini militari in Terra Santa e i nuovi orientamenti nel XIV secolo, a cura di F. Tommasi, Perugia 1996, pp. 295-310.


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sofferto di una crisi generale che traeva le sue origini dalla grande sconfitta di Hattin del 1187, era ancora l’ordine religioso-militare più potente dell’intera cristianità, con un patrimonio di beni mobili e immobili disseminato su tutto l’arco del Mediterraneo ed anche oltre: le centinaia di istallazioni militari e commende coprivano un territorio che andava dalla Scozia alla Sicilia e dal Portogallo all’Armenia, comprendendo a nord-est la provincia di Romania5, nei territori dell’impero bizantino, fondata al tempo della IV crociata e sopravvissuta alla riconquista dell’imperatore greco Michele VIII Paleologo. La casa capitana di Parigi era un’immane fortezza, la monumentale Torre del Tempio posta nell’attuale zona del Marais, centro di un vero quartiere che a giudicare dalle immagini superstiti6 comprendeva anche una chiesa con proporzioni simili a quelle di una cattedrale; sede del Tesoriere preposto a tutte le attività finanziarie dell’ordine, la grande commenda parigina raccoglieva anche i Precettori dell’intero orbe templare che almeno una volta l’anno vi si riunivano in occasione della festa dei Santi Apostoli, per tenere il Capitolo generale destinato a trattare gli affari più importanti dell’ordine7. Sebbene interessato alla proliferazione delle case templari in proporzioni minori rispetto ad alcune zone della Francia come la Champagne o la Provenza, letteralmente disseminate di commende8, il territorio corrispondente all’attuale Italia godeva nella geografia dell’ordine di una posizione considerevole: questo sia in virtù dei contatti che i Precettori delle sue province intrattenevano con i poteri laici locali, sia in virtù della posizione strategica che aveva sempre reso la penisola un importante punto di passaggio verso la Terrasanta, obiettivo materiale e ideale del Tempio. 5

La poca bibliografia esistente sugli insediamenti templari in questa zona è fornita in T. Panagos, Su di alcune case templari greche, in Pavalon. Laboratorio di studi templari per le Province meridionali, Atti del primo convegno nazionale, Brindisi-Mesagne 17-18 ottobre 1998, a cura di G. Giordano - C. Guzzo, Mesagne 1999, pp. 97-109. 6 Cfr. le incisioni originali di Marot e Chastillon, entrambe alla Bibliothèque Nationale di Parigi, fornite da Demurger, Vie et mort de l’ordre cit., tavole 22 e 23. 7 Cfr. L. Delisle, Mémoires sur les opérations financières des Templiers, «Mémoires de l’Institut National de France, Académie des Inscription et Belles-Lettres», 33 (1889); A. Demurger, Trésor des templiers, trésor du roi. Mise au point sur les opérations financières des templiers, «Pouvoir et Gestion», 5 (1997), pp. 73-85; L. Di Fazio, Lombardi e Templari nella realtà socio-economia durante il regno di Filippo il Bello, 1285-1314, Milano 1986 ; D.M. Metcalf, The Templars as Bankers and Monetary Transfers between West and east in the 12th Century, in Coinage in the Latin east. The Fourth Oxford Symposium on Coinage and Monetary History, a cura di P.W. Edbury - D.M. Metcalf, Oxford 1980, p. 1-17; J. Piquet, Des banquiers au moyen âge: les templiers, Paris 1939. 8 Chiarissima la rappresentazione grafica a corredo della relativa discussione in Barber, The New Knighthood cit., pp. 255-256.


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I motivi di vanto per i Templari italiani nascevano da ragioni di carattere politico come pure da semplici questioni di prestigio: a parte la probabile origine italiana del Maestro noto come Thomas Bérard (ovvero Tommaso Berardi) della quale comunque si discute, sono da ricordare l’indubbia predilezione per il veneziano Jacopo Barozzi, Precettore di Lombardia, mostrata dal neo-imperatore latino Baldovino I subito dopo la conquista di Costantinopoli nell’aprile 1204, quando si dovette affrontare la delicata questione di ricucire il dialogo diplomatico con Innocenzo III9; la preferenza accordata da san Bernardo alla commenda romana di Santa Maria sull’Aventino, cui l’abate aveva voluto lasciare in dono la propria tonaca come reliquia10; il fatto che il prestigioso ruolo di cubiculario del papa fosse rivestito almeno negli ultimi anni del Duecento da personaggi italiani (Giacomo da Montecucco11, Oliviero da Penne12), oppure, ultima evidenza ma solo in ordine cronologico, la moltiplicazione delle donazioni di beni al Tempio operata da Bonifacio VIII nella zona del suo quartier generale di Anagni, dove si era rifugiato dopo l’attacco dei Colonna, proprio come se la presenza tangibile dei frati guerrieri legati ad un vincolo di fedeltà assoluta al papato lo facesse sentire più sicuro13. Un repertorio delle case templari in Italia realizzato qualche anno fa annovera oltre 150 commende disseminate sul territorio della Repubblica, per 94 delle quali sussisterebbero tuttora vestigia tangibili e archeologicamente rilevanti; sebbene la pubblicazione sia inserita in una collana dal titolo un po’ inquietante di “Biblioteca dei Misteri”, lo sviluppo del censimento sembra effettuato con una certa serietà, anche se in base a pubbli-

9 B. Frale, La Quarta Crociata e il ruolo dei Templari nei progetti di Innocenzo III, in Quarta Crociata. Venezia, Bisanzio, Impero latino, Atti del Convegno organizzato dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti (Venezia, 4-8 maggio 2004), a cura di G. Ortalli - G. Ravegnani - P. Schreiner, Venezia 2006, pp. 447-484; Die Register Innocenz’ III., 2.2: Pontifikatsjahr: Texte, a cura di O. Hageneder - W. Maleczek - A. A. Strnad, Rom-Wien 1979, 7, n. 152-153, pp. 253-263; ibid., 7, n. 147, pp. 234-236; P. de Riant, Exuviae sacrae Constantinopolitanae, fasciculus documentorum minorum ad byzantina lipsana in Occidentem saeculo XIII translata spectantium, vel historia quarti belli sacri imperiisque gallo-greci illustrantium, 2, Genevae 1877, pp. 56-57. 10 F. Tommasi, I Templari e il culto delle reliquie, in I Templari: mito e storia, Atti del Convegno Internazionale di studi (Magione templare di Poggibonsi-Siena, 29-31 maggio 1987), a cura di G. Minnucci - F. Sardi, Sinalunga 1989, pp. 191-210: 199. 11 F. Tommasi, Interrogatorio di Templari a Cesena cit., p. 288, nota 8. 12 Dapprima lasciato agli arresti domiciliari presso la Curia in segno di rispetto verso Clemente V, mentre tutti gli altri confratelli in territorio francese erano stati catturati, fuggì poco tempo dopo; cfr. H. Finke, Papsttum und Untergang des Templerordens, 2, Münster 1907, pp. 58-59; discusso in Frale, Il papato e il processo ai Templari cit., pp. 49-50. 13 Frale, L’ultima battaglia dei Templari cit., pp. 20-22, nota 117.


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cazioni molto datate, tanto da rendere auspicabile che gli autori decidano di ripercorrere lo stesso lavoro riproponendolo con citazioni puntuali degli archivi e delle biblioteche dove si trovano le fonti storiche che testimoniano queste istallazioni templari14. Realizzato in un’ottica più scientifica e destinata al pubblico degli studiosi, il fondamentale volume di Fulvio Bramato mostra “documenti alla mano” l’estensione e l’importanza del patrimonio templare in Italia, seguito negli ultimi anni dai lavori di alcuni giovani studiosi che hanno confermato con gli strumenti della ricerca d’archivio la consistenza della presenza templare in area italiana. Accanto a quelle ormai note15, si segnalano per l’Italia centro-settentrionale le recenti indagini di Elena Bellomo sull’area lombarda16, di Gianluca Cagnin per quella veneta17, di Renzo Caravita per la zona di Ravenna ad arricchire e completare il quadro dallo stesso già presentato nel 1964 con il bel lavoro sull’arcivescovo Rinaldo da Concorrezzo che ha segnato una tappa fondamentale nella comprensione del processo ai Templari; per il settore meridionale d’Italia disponiamo dei rilievi forniti da Francesco Tommasi18 e Cristian Guzzo19, oltre all’attività di un Centro di studi (Pavalon, dal nome

14 B. Capone - L. Imperio - E. Valentini, Guida all’Italia dei templari. Gli insediamenti templari in Italia, seconda edizione ampliata, Roma 1997; sebbene a carattere divulgativo, il volume rappresenta un lavoro da tener comunque presente come mappatura di base degli insediamenti italiani. 15 A. Di Ricaldone, Templari e Gerosolimitani di Malta in Piemonte dal XII al XVIII secolo, San Salvatore Monferrato 1979-1980; F. Bramato, L’ordine dei Templari in Italia dalle origini al pontificato di Innocenzo III, «Nicolaus», 12 (1985), 1, pp. 183-221; Id., L’ordine templare nel Regno di Sicilia nell’età Svevo- Angioina, in I Templari. Mito e storia cit., pp. 107-141; Id., Storia dell’ordine dei Templari in Italia, 1: Le fondazioni, Roma 1991; Templari e Ospitalieri in Italia. La chiesa di San Bevignate a Perugia, a cura di M. Roncetti - P. Scarpellini - F. Tommasi, Milano 1987; A. Luttrell, Two Templar-Hospitaller Preceptories North of Tuscania, «Papers of the British School at Rome», 39 (1971), pp. 90-124. 16 E. Bellomo, Una mansione templare dell’Italia settentrionale: S. Maria del Tempio di Bergamo, «Sacra Militia», 2 (2001), a cura di F. Cardini - F. Tommasi, pp. 179-189. Il contributo, nel quale sono presentati alcuni risultati di una tesi più ampia, risulta apprezzabile sia per le fonti d’archivio che per la ricca bibliografia indicate. 17 G. Cagnin, Inventari e atti amministrativi di case templari nel Veneto: Belvadoro, 1309, «Sacra Militia», 1 (2000), pp. 57-98; Id., Templari e Giovanniti in territorio trevigiano (secoli XII-XIV), Treviso 1992, discusso, come pure il lavoro di L. Tacchella, Gli insediamenti dei Templari a Nice e Grasse, in Liguria, Lombardia e Veneto (sec. XII-XIV), Milano 1999 (Biblioteca dell’Accademia Olubrense, 40), in Bellomo, Una mansione cit., pp. 183, nota 17. 18 F. Tommasi, Fonti epigrafiche dalla domus Templi di Barletta per la cronotassi degli ultimi Maestri provinciali dell’ordine nel Regno di Sicilia, in Militia Sacra. Gli ordini militari tra Europa e Terrasanta, a cura di E. Coli - M. De Marco - F. Tommasi, Perugia 1994, pp. 167-202. 19 C. Guzzo, Templari in Sicilia. La storia e le sue fonti tra Federico II e Roberto d’Angiò, Genova 2003.


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della sala maggiore della domus Templi di Barletta) dedicato alle province del Tempio nel Meridione. Queste opere disegnano la mappa di una presenza importante permettendo di evidenziare alcuni fenomeni: mentre le fondazioni del settore lombardo risalgono a poco tempo dopo il decollo dell’ordine, prova di un radicamento intenso e precoce20 forse dovuto alla vicinanza geografica con la regione francese, nel caso del meridione e della zona di Venezia lo sviluppo sembrerebbe più tardivo, seguente gli eventi della IV crociata e legato in particolare ai rapporti politici e commerciali con l’impero latino sorto dalla conquista di quello greco, nel quale anche l’ordine del Tempio (come già accennato) aveva ricavato una sua provincia comprendente istallazioni situate soprattutto nel Peloponneso e in Tessaglia. Non si deve però dimenticare che nella parte più antica della normativa templare, nota come Statuti Gerarchici, è compresa una provincia templare chiamata Puille21, e che tale denominazione, secondo Tommasi, si deve identificare non solo con la regione storica dell’Apulia ma in senso lato con l’intero meridione d’Italia22. La crisi delle vocazioni e delle donazioni registrata da Alain Demurger per il corso del Duecento23, il fallimento del sogno crociato e la sconfitta di Acri del 1291 con la perdita della Terrasanta possono certamente aver depresso il patrimonio dell’ordine, ma nulla lascia pensare che questo declino abbia interessato particolarmente le regioni italiane; anche ammettendo per assurdo che la metà del patrimonio templare in Italia sia stata perduta, o alienata, resterebbero in ogni caso un centinaio di commende che non si possono ignorare senza dover supporre una vera “devastazione” dell’ordine in questa zona che nessuna risultanza storiografica sembra avallare. Del resto anche il Caravita, nel citato lavoro su Rinaldo da Concorrezzo, già quarant’anni fa disegnava la mappa delle presenze templari nel centro-nord contando una cinquantina di insediamenti solo nel triangolo inquadrato fra Perugia, Torino e Parenzo. Dobbiamo dunque immaginare soprattutto tre grandi aree di radicamento in Italia: quella settentrionale,

20 Significativi in particolare i casi di Milano (1142), Albenga (1143) e Vercelli (1145), tutti appartenenti al periodo del magistero di Robert de Craon, immediato successore del fondatore Hugues de Payns; cfr. Bellomo, Una mansione templare cit., p. 179, nota 2. 21 H. de Curzon, La Règle du Temple, Paris 1886, 87: «Li maistres ne puet metre comandeors es chiés des royaumes, se par chapistre ne les i met, come le Seneschau, le Mareschau, le Comandeor dou royaume de Jherusalem, le Comandour de la cité de Jherusalem, le Comandeour d’Acre, le Drapier, le Comandour de la terre de Triple et d’Antioche, celui de France et d’Engleterre, de Peito, d’Aragon, de Portegal, de Puille, de Hongrie». 22 Tommasi, Fonti epigrafiche cit., p. 181. 23 Demurger, Vie et mort de l’Ordre du Temple cit., pp. 187-231.


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che si estendeva dal confine settentrionale del Patrimonium beati Petri in Tuscia (attuale provincia di Siena) fino all’intera porzione nord della penisola comprendendo l’Emilia Romagna, il Veneto e il Friuli, la Lombardia e buona parte della Liguria; queste terre formavano, a quanto ci è dato di sapere, la provincia di Lombardia nell’accezione storica del termine (da Langobardia maior, per esteso tutta l’Italia del centro-nord come si intendeva in area francese) e sul piano amministrativo la regione faceva capo ai centri principali di Bologna, Milano (forse soprattutto nel secolo XII) e Venezia, dotata di due importanti commende24. Al centro si trovava la provincia della Tuscia, corrispondente alla regione storica omonima (comprendente l’attuale alto Lazio, l’Umbria meridionale e il settore nord dell’odierna provincia di Roma), forse la meno densamente popolata di siti templari ma in ogni caso importante grazie alla vicinanza geografica con la sede della Curia; il meridione d’Italia, ivi compresa la Sicilia, rientrava nella grande provincia del Regnum Siciliae i precettori della quale, specie sotto la dominazione angioina, avevano rivestito ruoli di primo piano nel quadro politico internazionale. L’idea espressa dal Caravita che tutte le commende italiane facessero capo ad una specie di Maestro provinciale con sede a Roma mi pare da correggere: le fonti non trasmettono affatto l’idea che il Tempio considerasse l’area italiana come un’entità unitaria né sul piano geografico né – tantomeno – su quello politico, e vi erano del resto notevoli differenze anche di regime tra le diverse zone: mentre il meridione è organizzato come un regno, con un potere centrale comunque forte sebbene mitigato dai desideri autonomistici della feudalità, la zona del Patrimonium beati Petri è nominalmente soggetta al dominio pontificio eccettuato il solo (e paradossale) caso di Roma, dove un regime oligarchico la governa con il nome di Comune; il nord comprende due repubbliche, cioè Venezia e Genova, mentre gran parte del territorio toscano, emiliano, lombardo-veneto e friulano si trova costellato di comuni ed in vari punti è già interessato dall’affermazione del regime signorile25.

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La principale, Santa Maria del Tempio, è tuttora parzialmente visibile nel sestiere Castello con gli ampliamenti apportati nel secolo XVI dal Sovrano Militare Ordine di Malta dopo la devoluzione dei beni templari ai Giovanniti; l’altra, Santa Maria in Broilo, sorgeva presso la calle dell’Ascensione. Entrambe furono assai attive nella vita politica e commerciale della Repubblica. Cfr. Documenti del commercio veneziano nei secoli XI-XIII, a cura di R. Morozzo della Rocca, 1, Torino 1940, n. 224, pp. 320-321; ibid., 1, n. 158, pp. 155-156, attesta già rapporti commerciali fra Templari e mercanti veneziani nel 1162. 25 Per una panoramica generale sui problemi di queste istituzioni territoriali si vedano: G. Airaldi, Genova e la Liguria nel Medioevo, in G. Airaldi - V. Nada Patrone, Comuni e signorie nell’Italia settentrionale. Il Piemonte e la Liguria, in Storia d’Italia, diretta da G.


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Alcune testimonianze di Templari ascoltati nel 1310 parlano di un «magnus preceptor in Lombardia, Tuscia, Patrimonio beati Petri in Tuscia, Roma, ducatu Spoletano, Campania et Maritima, Marchia et Sardinia» come se la penisola fosse suddivisa in due grandi province principali, il centro-nord, comprendente anche la Sardegna, e il meridione; questa struttura sarebbe stata tale sotto il governo dei dignitari Bianco da Pigazzano di Piacenza, Guillaume de Nove originario della Provenza, Artusio da Pocapaglia, Guglielmo da Canelli piemontese, Uguccione da Vercelli e infine Giacomo da Montecucco, il che permette di risalire indietro nel tempo fino a circa l’anno 128126. All’altezza cronologica del processo, infatti, il Meridione appare governato da un altro dignitario (frate Oddone de Villaret o de Valdric del quale si dirà in seguito) qualificato come magnus preceptor Regni Sicilie. La provincia sembra comunque suddivisa in circoscrizioni minori, almeno stando ad una testimonianza che nomina i frati Guillelmus Carnerii come magnus preceptor del solo «Patrimonium beati Petri in Tuscia e frater Morus magnus preceptor terre Rome usque ad Ceperanium»27; in effetti ciò collima perfettamente con quanto sappiamo della situazione in area francese, dove le grandi province erano ripartite in balivati. Per molti motivi credo sia più prudente parlare di Templari in partibus Italie intendendo con tale termine un settore geografico ampio e piuttosto indefinito così come noi oggi potremmo parlare di “America” per distinguerla dagli altri continenti; questa visione, pur non essendo la più esatta rispetto alla reale geografia politica del Tempio di primo XIV secolo, corrisponde però all’immagine comune nella mente dei personaggi che ci hanno lasciato delle informazioni e pertanto aiuta a non fare errori. Non si deve mai dimenticare che i Templari dei quali possediamo la deposizione potevano non conoscere bene com’era ripartito il territorio del loro ordine sul piano amministrativo, e che lo stesso pontefice o meglio i suoi collaboratori che allestirono il processo secondo l’organigramma templare nelle

Galasso, 5, Torino 1986, pp. 395-513; V. D’Alessandro, L’età della monarchia, in V. D’Alessandro - G. Giarrizzo, La Sicilia dal Vespro all’unità d’Italia, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, 16, Torino 1989, pp. 3-15, e G. Galasso, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494), in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, 15/1, Torino 1992; si vedano anche estensivamente i contributi presenti in Storia di Venezia, 2, L’età del Comune, a cura di G. Cracco - G. Ortalli, Venezia 1995. 26 Cfr. A. Gilmour Bryson, The Trial of the Templars in the Papal State and the Abruzzi, Città del Vaticano 1982 (Studi e Testi, 303), pp. 173, 189 con informazioni circa i vari personaggi citati. 27 Ibid., pp. 202-203.


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varie aree possono aver fatto confusione: un Templare originario di Piacenza cui fu chiesto chi fosse il Precettore dell’Abruzzo, zona compresa secondo il papa nell’inchiesta del Patrimonium beati Petri, rispose di essere convinto che l’Abruzzo appartenesse alla provincia di Puglia, e la stessa convinzione era condivisa da un suo confratello che proveniva dalla diocesi di Chieti28. La casa di Roma non sembra mai aver avuto il ruolo di centro amministrativo e politico nel quadro dell’intera penisola, e forse fu soprattutto il punto di riferimento per la provincia centrosettentrionale visto che i suoi capi vi risiedevano spesso (ma forse non stabilmente)29; i gestori di Santa Maria all’Aventino non potevano nemmeno giovarsi del contatto con la persona del pontefice, visto che sin dai tempi di Innocenzo II la Sede Apostolica fu costretta dai disordini politici che travagliavano Roma a continue peregrinazioni con importanti permanenze a Perugia e Viterbo. Nemmeno per la Francia, che pure sotto Filippo il Bello era già piuttosto avanti nel processo di formazione dello Stato nazionale, le fonti restituiscono tracce evidenti di un’idea unitaria, ma abbiamo piuttosto le provincie di Provenza, Poitou, Aquitania (peraltro giuridicamente soggetta al sovrano inglese), Alvernia, Limousin, Île-de-France e Normandia30: non si deve dimenticare che il Tempio era abituato a pensare se stesso come un organismo sovranazionale, e, in virtù del suo speciale statuto, anche decisamente preternazionale: non a caso gli Statuti Gerarchici già nella fase più antica imponevano di scegliere il Gran Maestro fra i dignitari che parlavano le lingue diffuse nelle maggiori province dell’ordine. Organizzata dunque all’interno di tre principali aree geografiche, la presenza templare in Italia all’epoca del processo sembra presentare allo storico qualche motivo di perplessità. Gli Statuti Gerarchici prevedono che i frati cavalieri precettori di magioni dispongano di 4 animali da cavalcatura e 2 scudieri al proprio servizio per accudirli; i loro diritti e doveri verso i confratelli del couvent, cioè gli abitanti della magione, insieme ai quali tengono periodicamente il capitolo particolare dell’ordine, mostrano in generale che la commenda ospita anche un addetto alle forniture (garnisiones) destinate sia al vestiario che all’armamento dei confratelli e un dispensiere-cuoco incaricato degli approvvigionamenti e del refettorio31; se vi aggiungiamo il frate

28 Ibid., p. 189: «Interrogatus quis erat magnus preceptor in Apprutio, dixit se nescire quia Apprutium ut credit est cum provintia Apulee». 29 Ibid., ad esempio pp. 216-217 30 Cfr. G. Léonard, Introduction au cartulaire manuscrits du Temple (1150-1317), Paris 1930. 31 Curzon, La Règle du Temple cit., 132-135: «Ici comencent les retrais des freres chevliers comandeors des maisons. Les comandeors chevaliers des maisons doivent avoir IIII


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cappellano (e sorvoliamo sulle figure del confratello infermiere e del fabbro pure contemplate dagli Statuti), ricaviamo che una magione condotta da un frate cavaliere doveva ospitare un personale minimo di 5/6 persone da aumentare sicuramente grazie ai membri del couvent. Le commende affidate alla cura di frati sergenti ospitavano almeno il precettore e il suo scudiero, più naturalmente i frati della casa, e il personale addetto alle mansioni di servizio32: persino le grangie più sperdute, governate dai frati contadini, contavano come minimo il custode e il suo sergente33. Anche ragionando per assurdo e poi approssimando per difetto, ovvero supponendo che in Italia vi fossero solo magioni condotte da sergenti, dovremmo comunque aspettarci di trovare nel contesto del processo la notizia di almeno 150-200 frati del Tempio; ma il dato è ovviamente proposto come paradossale, se si pensa a casi quali la commenda di Brindisi,

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bestes et II escuiers chascun, et a II de lor bestes autel prevende come li Maistres, et as autres II bestes come li covent. Et quant li freres dou couvent tienent III bestes, il en puent tenir IIII; et quant les freres dou couvent en tienent II, il en puent tenir III. Et ces comandeors puent doner C besanz au mareschau, et L besanz au sos-drapier; et a I frere dou covent puet doner I besanz, ou une cote ou chemise, ou une guarnache, ou I cuir de dain, ou un bouqueran. Les comandeors chevaliers des maisons puent doner li uns a l’utre jusque a C muis de lor cuisinas, et faire bontés de lor viandes, et puent changier ou doner I de lor somiers a I frere de covent, et li frere dou change doit prendre congié au mareschau, ou metre sa beste en la quarravane. Ne ces comandeors ne doivent faire grans presens, ne grans semonces as gens dou siegle, en leu ou li Maistres ne li Comandeor de la terre soient, se il ne le font par eaus; se n’est a aucun confrere, ou a aucun amis de la maison privéement. Ne ces comandeors ne autres ne puent ataindre nul frere qui soit en lor baillie, par yaus sols, de paroles que il aient eues entre eaus, par quoi eles viegnent en chapistre; car autant sera creus li freres come li comandeor; mais des comandemens que les comandeors font as freres qui sont en lor comandemens, seront creus, et les puent ataindre par eaus sols a prendre quant que l’on i puet prendre sauf abit. Se le comandeor veaut doner une des bestes de sa corde a I frere de covent, il en doit prendre congié a son comandeor, et la beste dou frere del couvent doi estre mise en la quarravane. Mès se le frere dou covent fait change de beste au comandeor par le congié dou mareschau, la beste dou frere doit remaindre au comandeor. Et se li comandeor a aucuns bons polains, il les puet doner as freres de son commandement, ou autres chevaucheures se il les a, et puent doner a lor freres caseliers una beste mulace ou de quei il l’achatent, et puent achater des vilains de lor casaus polains et somiers por norir. Ne ces comandeors ne pueent bastir nule maisons noveles de chaus, ne de mortier, ne de pierres, sans le congié dou Maistre ou dou grant Comandour de la terre. Mès maison decheoites pueent refaire et repareillier». 32 Ibid., 180: «Des freres sergens comandeors des maisons. Les freres sergens comandeors des maisons doivent avoir une beste et autale prevende come le covent; et puet doner a I frere IIII deniers; et puent avoir un de lor sergens por escuier. Et se le Confanonier li baille I escuier quant il li plaira, il le puet prendre». 33Ibid., 181: «Des freres kasaliers. Les freres kasaliers doivent avoir II bestes et I escuier et autel prevende d’orge come li Maistres; et puent doner a I frere IIII deniers; et puent tenir une esventriere as bestes que il chevaucheront».


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porto privilegiato d’imbarco per l’Oriente, o quella per nulla eccezionale di Santa Maria in Carbonara in Viterbo (ben conservata ed oggi sede di un ristorante d’ambientazione medievale), le proporzioni della quale mostrano che fu concepita per ospitare almeno 10-20 persone. Se vi si aggiunge la casa legata alla chiesa di San Bevignate in Perugia, che comunque non doveva essere la più grande in area italiana, appare chiaramente che il calcolo è minimizzato in modo ridicolo. Le fonti storiche confermano le stime derivabili dalla valutazione dei resti archeologici: i frati interrogati nell’inchiesta di Brindisi attestano che alla loro cerimonia d’ingresso nella commenda di Barletta parteciparono 12 frati, e bisogna tener conto del fatto che queste celebrazioni comprendevano in genere solo i Templari di un certo ruolo. Ma anche accettando per valido un numero limite di circa 150 frati, il confronto con i dati oggi disponibili non ha bisogno di commenti: tra le testimonianze pervenute e quelle di cui abbiamo soltanto la notizia, i Templari italiani interrogati ammontano complessivamente a 31. Sappiamo d’aver perduto i testi di alcune deposizioni, come nei casi indicati da Caravita e da Guzzo34, ma è evidente che ciò non basta a giustificare l’abnorme rarità di Templari comparsi al processo. Molti segnali sembrerebbero indicare che in area italiana, per motivi diversi e certo anche grazie alle coraggiose scelte del Concorezzo, la tendenza fu quella di avviare i procedimenti con lentezza e pochissimo zelo, più che altro per ottemperare agli ordini pontifici, fatto che almeno a livello teorico (ma credo anche sul piano pratico) poteva consentire la fuga a buona parte di quanti rischiavano la cattura. Gli eventi del processo fino all’epoca delle inchieste italiane Il 22 novembre 1307 papa Clemente V emanava la bolla Pastoralis preminentie diretta a tutti i sovrani della cristianità, contenente l’ordine di arrestare i Templari dei loro territori e farli mettere sotto custodia in nome della Chiesa; il documento, troppo frettolosamente etichettato come frutto della volontà papale di compiacere Filippo il Bello, ha recentemente rivelato sfumature assai diverse grazie al confronto con alcuni fatti che si erano svolti poche settimane prima. La notizia dell’arresto perpetrato dal re di Francia contro i Templari del regno il 13 ottobre 1307 aveva raggiunto Clemente V il giorno dopo, mentre si trovava nell’entroterra di Poitiers intento ad ultimare una terapia disintossicante; il papa rientrò immediata34 Caravita, Rinaldo da Concorrezzo arcivescovo di Ravenna (1303-1321) al tempo di Dante, Firenze 1964, pp. 131-132; Guzzo, Templari in Sicilia cit., pp. 88-89.


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mente in città e ordinò l’adunata generale del Sacro Collegio per tenere un concistoro in condizioni d’emergenza. La situazione del senato pontificio era delicatissima a causa dei molti conflitti tra il partito filofrancese e quello antifrancese che si trascinavano sin dal tempo di Bonifacio VIII, quando l’attacco dei due cardinali Colonna appoggiati da Filippo il Bello aveva portato la Chiesa di Roma sull’orlo di una crisi epocale. Sfiorato pericolosamente specie nei mesi precedenti l’attentato di Anagni, lo scisma era stato evitato grazie alla cautissima politica del successore di Bonifacio VIII35, il domenicano Benedetto XI (Niccolò Boccasini, 1303-1304)36 che aveva ripristinato i rapporti con la monarchia francese, ma nel conclave eccezionale seguito alla sua morte, che durò per un intero anno poiché le due fazioni non riuscivano a superare le loro acerrime rivalità, vi fu più volte il rischio che fossero eletti due papi. Il nome dell’arcivescovo di Bordeaux Bertrand de Got, nato in territorio politicamente soggetto all’orbita politica di Filippo il Bello (Guascogna) ma in realtà suddito del re d’Inghilterra, esperto della diplomazia della Santa Sede ma estraneo alle due fazioni del Sacro Collegio, finalmente si impose ma solo grazie ad un espediente del cardinal Napoleone Orsini, leader del partito filofrancese, che comunque provocò l’ira e il dissenso dello zio Matteo Rosso Orsini, capo dell’opposizione37. Per assumere i segni distintivi dell’autorità apostolica il nuovo pontefice, che diplomaticamente scelse il nome di Clemente V (1305-1314)38, dovette attendere a lungo, risolvendosi solo quando la

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Sul personaggio e la sua complessa biografia si vedano A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Torino 2003; si veda anche E. Dupré Theseider, Bonifacio VIII, in Enciclopedia dei Papi, 2, Roma 2000, pp. 472-493. Per il conflitto tra la Chiesa di Roma e la corona di Francia, cui la vicenda del processo ai Templari è intimamente legata, si vedano B. Guillemain, Bonifacio VIII e la teocrazia pontificia, in Storia della Chiesa, 11: La crisi del Trecento e il Papato avignonese (1274-1378), a cura di D. Quaglioni, Cinisello Balsamo 1994, pp. 129-74; Id., Il papato sotto la pressione del re di Francia, ibid., pp. 177-232. 36 A. Demurger, Benedetto XI, in Dizionario storico del Papato, diretto da Ph. Levillain, traduzione italiana a cura di F. Saba Sardi, 1, Milano 1996, pp. 161-162; I. Walter, Benedetto XI, in Enciclopedia dei Papi cit., 2, pp. 493-500; B. Frale, Fra l’eredità di Bonifacio VIII e gli inizi del Papato avignonese. Il pontificato Boccasini nel difficile quadro storico del primo Trecento, in Benedetto XI, Atti del Convegno di studi in occasione del 700° anniversario della morte di Niccolò Boccasini (Treviso, 5 luglio 2003), Treviso 2004, pp. 63-77. 37 I conflitti e le discussioni di quel conclave interminabile sono edite in H. Finke, Acta Aragonensia. Quellen zur deutschen, italienischen, französischen, spanischen, zur Kirchenund Kulturgeschichte aus der diplomatischen Kkorrespondenz Jayme II. (1291-1327), 3, Berlin-Leipzig 1908-1922, pp. 134-186; si veda anche la discussione e il confronto con altri dati in Frale, Il Papato e il processo ai Templari cit., pp. 52-62. 38 La biografia più recente in proposito è quella di S. Ménache, Clement V, Cambridge 1998; si vedano anche H. Denton, Pope Clement V’s Early Career as a Royal Clerk, «The


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morte dell’anziano Matteo Rosso, il quale aveva fatto atto di secessione dal Collegio e si era rifiutato di firmare il decreto elettivo, lo mise al riparo dal pericolo di trovarsi dinanzi un antipapa39. Con metà del Sacro Collegio che intendeva appoggiare il piano di Filippo il Bello sulla distruzione del Tempio, e l’altra metà decisa addirittura a dare le proprie dimissioni se il papa non avesse platealmente punito l’arroganza del re, Clemente V si trovava costretto a individuare una soluzione in tempi brevi, perché il meccanismo messo in moto dal sovrano con l’aiuto dell’Inquisitore di Francia aveva fatto scattare immediatamente le torture e gli interrogatori: in tutto il regno si provvedeva a raccogliere testimonianze terribilmente infamanti che la strategia di Guillaume de Nogaret, con plateali comunicazioni alle folle, aveva già reso di pubblico dominio. Il papa aveva inviato a Parigi una legazione formata da due cardinali tra i più fidati e adatti al compito, con l’incarico di interrogare i Templari imprigionati dal re e appurare se le accuse avevano un fondo di verità; ma giunti a destinazione i due porporati furono addirittura impediti anche solo di vedere i prigionieri, e tutto ciò che poterono riferire al rientro in Curia fu che gli avvocati della corona francese avevano giurato che i Templari erano colpevoli. Deciso ad ottenere una deposizione dalla bocca stessa dei prigionieri, Clemente V rimise in viaggio i due legati ma stavolta li dotò in segreto di poteri straordinari: dovevano ordinare al re di rimettere i prigionieri alla custodia della Chiesa, effettuare l’interrogatorio dei Templari solo se fossero riusciti ad eludere le ingerenze del re, e se Filippo il Bello si fosse ancora ostinato ad impedire l’incontro avrebbero dovuto scomunicarlo e lanciare l’interdetto sull’intero regno di Francia40. La minaccia della censura ottenne il suo effetto anche aiutata dall’emissione della bolla Pastoralis praeminentiae, la quale, ordinando la cattura dei Templari in tutta la cristianità (ma sotto la custodia della Chiesa) dava comunque l’impressione che Clemente V non fosse contrario a proseguire il processo; a parte gli innegabili sospetti nutriti dal papa sui Templari dopo cotante rivelazioni, la bolla era stata dettata dalla necessità impellente di tutelare sotto il sigillo giudiziario ecclesiastico il patrimonio dell’ordine, sul quale i vari sovrani, ad emulazione degli espropri compiuti in Francia, avevano cominciato a mettere gli occhi. Un caso rivelatore era quello di Jayme II d’Aragona: seb-

English Historical Review», 83 (1968), pp. 303-314; A. Demurger, Clemente V, in Dizionario storico del Papato cit., 1, pp. 325-327; A. Paravicini Bagliani, Clemente V, in Enciclopedia dei Papi cit., 2, pp. 501-512. 39 Frale, Il Papato e il processo ai Templari cit., pp. 62-69. 40 Frale, L’ultima battaglia dei Templari cit., pp. 108-116.


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bene molto favorevole all’ordine e intenzionato a difenderlo come utilissimo strumento di difesa contro gli attacchi dei saraceni che occupavano il settore meridionale della penisola iberica, quando realizzò la prospettiva di poter incamerare i beni situati nel suo regno si affrettò ad inviare una supplica al papa, che non aveva ancora preso alcuna decisione, per chiedere l’assegnazione dei beni templari a certi istituti di suo interesse semmai il Tempio dovesse essere condannato; e comunque faceva sapere che in nessun caso avrebbe restituito le fortezze litoranee41. Alla fine del dicembre 1307 avvenne un episodio fondamentale che purtroppo non siamo in grado di ricostruire nei dettagli: secondo una fonte, Jacques de Molay e gli altri confratelli prigionieri, ottenuto di poter incontrare i due cardinali in un’inchiesta non controllata da Filippo il Bello, rivelarono di aver confessato solo perché sottoposti a pesanti torture, gli agghiaccianti segni delle quali il Gran Maestro avrebbe anche mostrato pubblicamente. Alain Demurger sospetta che il racconto di questa pietosa udienza in Nôtre-Dame sia frutto di fantasia; a mio giudizio l’autore del testo, con ogni probabilità un templare, enfatizzò i caratteri epici di questo riscatto morale ma sicuramente vi fu un’udienza dinanzi ai cardinali con la ritrattazione di quanto era stato precedentemente confessato: lo dimostra il fatto che, poco dopo il rientro in Curia dei due legati, Clemente V sospese i poteri dell’Inquisizione in Francia accusandola di grave abuso (febbraio 1308), e una parte importante della campagna diffamatoria promossa dagli avvocati regi contro il papa durante tutta la primavera seguente puntava a discolpare il sovrano dall’aver ottenuto le confessioni in forza della tortura42. Nel giugno seguente Filippo il Bello, visto che il papa si ostinava a tener fermo il processo finchè non avesse potuto interrogare i Templari di persona, acconsentì a inviargli fino a Poitiers una minoranza di prigionieri da lui detenuti a Parigi, scelti selezionando le persone di basso rango e persino alcuni ricercati dalla stessa giustizia templare; poco dopo compiuta la metà del viaggio, in corrispondenza del fortilizio regio di Chinon sulla Loira, misteriosamente il Gran Maestro e i membri dello Stato Maggiore furono trattenuti e separati dal convoglio con il pretesto che non versavano in buone condizioni di salute. Clemente V comprese che gli avvocati 41 Finke, Papsttum und Untergang cit., 2, pp. 69-90, e discussi in Frale, Il Papato e il processo ai Templari cit., pp. 86-89. 42 I vari libelli diffamatori prodotti dai giuristi della corona nel periodo in cui il papa aveva messo il processo in stallo sono editi in G. Lizérand, Le Dossier de l’affaire des Templiers, Paris 1923 (nuova edizione 1964), pp. 56-137.


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regi intendevano impedire al papa di interrogare i membri più importanti del Tempio onde evitare che si ripetesse quella protesta d’innocenza avvenuta nel dicembre precedente dinanzi ai suoi legati, con la prevedibile fine del processo; non potendo confrontarsi con il potere regio a causa dell’enorme sproporzione di forze, il papa tenne comunque la sua inchiesta benché fosse stata destituita del valore che avrebbe dovuto avere in quanto privata proprio delle persone che conoscevano meglio le faccende dell’ordine. Il 2 luglio seguente il papa impose ai Templari di chiedere il perdono alla Chiesa per le colpe che avevano comunque ammesso, un cerimoniale d’ingresso che simulava le violenze dei Saraceni sui Templari prigionieri per indurli a rinnegare Cristo e sputare sulla croce, e altri atti di goliardia militare comunque scurrili e indecenti per dei religiosi; imposto l’atto di penitenza, li fece assolvere e reintegrare nella comunione dei sacramenti. Tre giorni dopo, una volta che i Templari erano stati ormai assolti in forza della sua autorità, ripristinava le facoltà dell’Inquisizione con la bolla Subit assidue (5 luglio 1308) che però limitava fortemente i poteri degli inquisitori sostituendoli con i vescovi diocesani e altri delegati, e lasciava loro solo un ruolo marginale nelle future inchieste che si sarebbero dovute svolgere in tutta la cristianità43. Restava il grave problema dello Stato Maggiore templare: il papa aveva assolto gli altri frati giunti al suo cospetto, ma la manovra restava gravemente incompleta perché la valutazione non aveva potuto estendersi proprio sui personaggi più rappresentativi. Tra la fine del luglio e il corso dell’agosto 1308, anche grazie all’espediente di emettere una bolla “di facciata” (prima versione della Faciens misericordiam, redatta alla fine del luglio-inizi di agosto 1308 e pubblicata nel concistoro del successivo 12 agosto) destinata a dar l’impressione che il papa accettasse una possibile condanna dei Templari, Clemente V ottenne che i prigionieri a Chinon fossero interrogati segretamente da tre cardinali plenipotenziari, i quali imposero loro di chiedere il perdono della Chiesa e li assolsero reintegrandoli nella comunione dei sacramenti; alla fine del mese il papa promulgò una seconda versione della Faciens misericordiam la quale appariva in tutto uguale alla prima tranne per il fatto che i membri dello Stato Maggiore, interrogati e assolti per autorità di Clemente V, erano stati reintegrati nella comunione cattolica e riservati all’esclusivo giudizio del romano pontefice, sicché nessun altro avrebbe più 43 Il testo della bolla, i dettami della quale meritano di essere ulteriormente studiati, è edito in Livre de Guillaume le Maire, éd. C. Port, in Mélanges historiques. Choix de documents, 2: Collection de documents inédits sur l’histoire de France, Paris 1877, pp. 418-423; cfr. anche Barber, The Trial of the templars cit., p. 81.


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potuto emettere un verdetto su di loro44; la bolla era diretta a tutti i vescovi della cristianità, ordinava loro di organizzare inchieste sui Templari residenti nelle varie diocesi ed aveva in allegato un foglio nel quale erano descritti gli articoli di accusa sui quali gli imputati dovevano rispondere45. Le fonti mostrano che Clemente V non intendeva affatto dare un verdetto d’innocenza anche perché aveva potuto convincersi che i Templari si erano macchiati di alcune colpe gravi, sebbene incomparabilmente minori rispetto all’eresia loro attribuita dal re di Francia; fra questi in special modo gli atti di oltraggio alla croce, che pur facendo parte di una specie di pantomima costituivano comunque un reato gravissimo per uomini impegnati da voti religiosi. Il papa intendeva epurare il Tempio dalle sue mende, assolverne i frati pretendendo che si sottoponessero ad una congrua penitenza e poi imporre loro di fondersi con i membri dell’altro grande ordine militare, quello degli Ospitalieri, secondo un progetto più volte proposto che aveva però sempre incontrato l’opposizione dei capi templari. Nell’autunno 1308 il papa fu costretto a constatare che la sua vittoria sul re di Francia era stata assai effimera: rispolverando una strategia già iniziata al tempo del conflitto con Bonifacio VIII, la parte regia si preparava al confronto diretto con la Chiesa di Roma, l’autorità della quale intendeva ledere dimostrandone l’indegnità. Il vescovo di Troyes, Guichard, fu arrestato e processato con l’accusa di eresia e stregoneria, poi messo sul rogo per ordine regio sebbene lo stesso Clemente V l’avesse precedentemente scagionato; la manovra completava il piano per destrutturare la Chiesa di Roma: un papa (Bonifacio VIII) era stato accusato di evocare i demoni, un intero ordine religioso (i Templari) di adorare un idolo e compiere sacrilegi, ed ora un vescovo era imputato di stregoneria46.

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Frale, Il Papato e il processo ai Templari cit., pp. 139-179. Si tratta della cedola introclusa descritta nelle varie inchieste (ad esempio K. Schottmüller, Der Untergang des Templerordens, 2, Berlin 1887, pp. 119-124). Da notare che questi articoli di colpa, derivanti dalle accuse con cui Filippo il Bello aveva motivato l’improvvisa cattura, già nel corso del solo anno 1307-1308 crebbero vorticosamente per una sorta di “effetto boomerang” dovuto allo scandalo provocato dalla pubblicizzazione delle accuse: in sintesi, vi furono incluse molte colpe delle quali l’atto d’arresto non parlava, e che entrarono nella diffamazione dei Templari o generalizzando certi peccati individuali ammessi durante le udienze da alcuni frati oppure semplicemente come portato della voce popolare. Un quadro della crescita a spirale del teorema accusatorio contro il Tempio è fornito in Frale, L’ultima battaglia dei Templari cit., pp. 208-237 e 313-323; l’atto d’accusa di Filippo il Bello, conservato in originale presso gli Archives Nationales di Parigi (J 413, n. 22), è edito in Lizérand, Le dossier de l’affaire cit., pp. 16-24. 46 J. Michelet, Dal Vespro allo sterminio dei Templari, traduzione italiana a cura di E. Omodeo Zona, Bari 1941, pp. 106-107; Frale, L’ultima battaglia dei Templari cit., pp. 265-


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Filippo il Bello chiese a Clemente V di riesumare le ossa di Bonifacio VIII per giudicarlo in un processo postumo e poi bruciarne i resti sul rogo, alla maniera degli eretici; agli inizi del 1309 Napoleone Orsini, capo dei cardinali filofrancesi, dava al re la buona notizia d’aver trovato in Italia testimoni autorevolissimi della colpevolezza di Bonifacio VIII e di esser pronto a condurli in Francia per farli deporre nel processo contro la sua memoria. Il papa fu sottoposto a un ricatto: o accettava di sciogliere il Tempio, oppure la Francia avrebbe creato uno scisma separando la sua Chiesa (ecclesia Gallicana) dall’obbedienza di Roma. Nell’agosto 1309 Clemente V, abbandonata la sua lotta per cercare di tutelare i Templari onde procedere alla creazione dell’ordine unico, scriveva a tutti i vescovi della cristianità comunicando loro che rinunciava a riformare la regola templare, e raccomandava di intraprendere le inchieste diocesane, ordinate da un anno e non ancora intraprese perché i vescovi avevano preferito aspettare per capire le vere intenzioni del papa. La storia del processo dopo l’agosto 1309 è solo la storia dei tentativi apostolici per salvare il patrimonio del Tempio dalle ruberie regie, e cercare anche, purtroppo inutilmente, di salvare la vita ai membri dello Stato Maggiore comminando loro gli arresti domiciliari presso la corte pontificia. Il quadro generale delle fonti italiane

Le inchieste italiane che ci sono pervenute appartengono tutte alla fase “remissiva” del processo, quando cioé il papa ha ormai rinunciato a conservare l’ordine del Tempio e ciò che lo interessa è appurare la diffusione delle colpe reali tra i frati e soprattutto chiudere l’intero procedimento cercando di salvare il salvabile. Giuridicamente si tratta di inchieste legittime, cioè svolte da autorità aventi poteri derivanti da delega apostolica, come lo erano tutte quelle avvenute dopo l’emissione della Faciens misericordiam: in effetti non vi furono inchieste nel 1307 se non in territorio francese, quelle aperte dal re con l’avallo dell’Inquisizione che però risultano illegittime poiché i Templari, in virtù del privilegio Omne datum optimum sancito da Innocenzo II nel 1139, erano esenti persino dall’autorità

293. Per i processi a Guichard di Troyes e a papa Bonifacio VIII: A. Rigault, Le procès de Guichard, évêque de Troyes (1308-1313), Paris 1886 (Mémoires et documents publiées par la Société de l‘École des Charte, 1); T. Schmidt, Der Bonifaz-Prozess. Verfahren der Papstanklage in der Zeit Bonifaz VIII. und Clemens V., Köln 1989; J. Coste, Boniface VIII en procès. Articles d’accusation et dépositions des témoins (1303-1311), Rome 1995.


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dei cardinali e dal Patriarca di Gerusalemme, restando soggetti alla sola persona del papa. Ritengo inutile soffermarmi sui dettagli di queste inchieste poiché il lettore potrà trovare riferimenti utili nelle varie edizioni, unitamente all’opera imprescindibile realizzata da Fulvio Bramato proprio sulle inquisizioni italiane47; sarà più opportuno, anche per motivi di spazio, sviluppare un discorso generale sul caso italiano dedicando particolare attenzione ad alcune situazioni che sicuramente meritano ulteriori indagini. In tutto ci sono pervenute le testimonianze di 6 inchieste avvenute sul suolo d’Italia: Brindisi (2 persone)48, Abruzzo e Patrimonio di San Pietro (7),49 Cesena (2),50 Firenze e Lucca (6)51, Ravenna (7)52; abbiamo poi notizia indiretta di altri 3 procedimenti: quello di Messina (dove non si trovò nessun Templare ma furono interrogati 32 testimoni esterni)53 e quello di Lucera o Santa Maria (sempre in Sicilia secondo il Raynouard54, 6 frati), oltre al caso della Marca di Ancona55 nel quale comparve un solo imputato. Questi ultimi ci sono noti grazie al lavoro del Raynouard, che come spiega esaurientemente Tommasi ebbe il privilegio di poter consultare contemporaneamente i documenti conservati dalla corona di Francia e quelli dell’archivio apostolico quando esso fu deportato a Parigi; la segnatura usata dallo studioso per il procedimento siciliano (Cod. 146, plut. 35), sconosciuta ai sistemi di classificazione usati dagli archivisti pontifici, è stata “decrittata” grazie all’aiuto di alcuni colleghi veterani di quell’immenso labirinto che è l’Archivio Segreto Vaticano, grazie ai quali sono potuta risa-

47 Avrebbe senso semmai riproporre le informazioni provenienti dalle varie inchieste nel loro contesto geopolitico originale ridiscutendole alla luce di quanto gli studi più recenti hanno rivelato; l’operazione in certi casi sembra promettere risultati decisamente interessanti, ma supera in maniera inaccettabile i limiti imposti ad un contributo. 48 Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi ASV), A.A. Arm., 230; ed. Schottmüller, Der Untergang des Templerordens cit., 2, pp. 108-139. 49 ASV, A.A. Arm., D 207 e l’edizione già citata di Anne Gilmour Bryson. 50 Parigi, Bibliothèque Nationale (d’ora in poi PBN), ms. lat., 4246; ed. F. Tommasi, Interrogatorio di Templari a Cesena cit., pp. 265-300. 51 Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Ottob. Lat., 4011, edito da T. Bini, Dei Tempieri e del loro processo in Toscana, «Atti della Reale Accademia Lucchese», 13 (1845), pp. 400-506; J. Loiseleur, La doctrine secrète des templiers, Paris 1872, pp. 172-212. 52 R. Caravita, Rinaldo da Concorrezzo cit., pp. 97-166. 53 M. Raynouard, Monuments historiques relatifs à la condemnation des Chevaliers du Temple, Paris 1813, p. 284. 54 Ibid., pp. 280-284. L’attribuzione è erronea se la magione si deve identificare con Lucera in Puglia, anticamente nota anche come Santa Maria; cfr. Guzzo, Templari in Sicilia, pp. 90-91, nota 41. 55 Raynouard, Monuments historiques cit., p. 273.


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lire alla collocazione originale ed attuale (ASV, Armadio XXXV, n. 146), anche se purtroppo solo per constatare che il pezzo manca56. Resta pur sempre la speranza che il fascicolo membranaceo di 40 carte, descritto negli inventari antichi57, sia finito fuori posto magari perché rilegato al ritorno da Parigi entro un registro estraneo; se così è, speriamo che la bravura e la fortuna di un ricercatore ci permettano di rivederlo: le numerose, diverse segnature che contraddistinguono i vari volumi, corrispondenti ognuna ad un periodo di archiviazione curata con criteri diversi, compresa la rinominazione che dettero ai pezzi gli archivisti napoleonici, non facilitano certo le ricerche. Dell’inchiesta svolta a Messina e di quella della Marca di Ancona non vi è traccia. In un foglio del Registro avignonese 274 è contenuta poi la testimonianza di un procedimento avvenuto a Roma e altri nel centro Italia, del quale però non è possibile sapere nemmeno il numero degli imputati: oltre al grave deterioramento che ha purtroppo reso quasi illeggibile il testo, sembra trattarsi di una brevissima sintesi58. Le inchieste delle quali ci è pervenuta almeno la notizia, complessivamente dieci se vi comprendiamo anche il caso (dubbio) di Roma, corrispondono al quadro completo dei procedimenti avvenuti in area italiana o dobbiamo ipotizzare la presenza di numerose altre inchieste, come la geografia delle istallazioni suggerirebbe, delle quali non ci è giunta alcuna traccia? Esiste un metodo grazie al quale possiamo dare a questa domanda una risposta che, con la cautela già raccomandata, presenta una certa affidabilità: le inchieste furono realizzate in ottemperanza agli ordini espressi da Clemente V con la serie delle bolle intitolate Faciens misericordiam, con le quali il papa, facendo seguito a quanto già dichiarato nella precedente Subit assidue del 5 luglio diretta all’Inquisitore di Francia, delegava i suoi poteri esclusivi di giurisdizione sul Tempio ai vari vescovi dell’orbe cristiano dando loro mandato di organizzare le inchieste e gli interrogatori dei Templari residenti nel territorio della loro diocesi. Il sistema di registrazione della Curia Romana al tempo di Clemente V era perfettamente efficiente, e possiamo considerarlo esatto anche perché la registrazione aveva rilevanza economica: per ogni lettera che veniva scritta e spedita doveva essere pagato il redattore come pure il corriere, dunque è da escludere che si scrivessero e registrassero documenti i quali non venivano poi inviati. Poiché il registro conserva nota dei vesco-

56 Raynouard, Monuments historiques cit., p. 316. Ringrazio vivamente i dottori Giovanni Castaldo, Francesca Di Giovanni e Giuseppina Roselli. 57 ASV, Sala Indici, Indice 133 II (redatto da Pietro De Pretis), p. 165. 58 ASV, Registro avignonese 274, f. 542: «Relatio de inquisitionibus circa processum contra Templarios in dioecesi Arelatensi, Romanae et Provincia Patrimonii et Neapoli et in aliis locis».


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vi cui fu recapitata la bolla, abbiamo la possibilità di visualizzare quali inchieste furono ordinate da Clemente V in Italia. L’esemplare-guida, diretto a quattro vescovi di importanti centri della Francia e quattro professionisti del diritto che sarebbero poi stati i direttori della grande inchiesta episcopale svoltasi a Parigi nel 1309-1311, fu usato per compilare in eundem modum, cioè in forma identica, l’analogo testo da spedire a tutti gli altri; per il caso dei territori italiani il papa ordinò una commissione composta dagli arcivescovi di Pisa e Ravenna e dai due vescovi di Firenze e Cremona, i quali avrebbero dovuto indagare sugli uomini e sui beni del Tempio nella provincia di Lombardia, fino al confine di quella chiamata Tuscia; il territorio loro affidato comprendeva anche Genova, e le diocesi di Aquileia, Grado, Zara e Spalato, i presuli delle quali diocesi ne ricevettero una copia59. Per l’isola della Sicilia la commissione era diretta dai due arcivescovi di Messina e Monreale, unitamente al vescovo di Sora (se l’interpretazione è corretta) ed altri religiosi; l’area doveva estendersi fino a comprendere la diocesi di Palermo60. Anche la Sardegna doveva avere una commissione autonoma, diretta dall’arcivescovo di Arborea e che si estendeva nelle diocesi di Porto Torres (Turritane diocesis)61 e Cagliari62. La marca di Ancona fu commessa ai vescovi di Iesi e di Fano, mentre all’arcivescovo di Pisa e al vescovo di Pistoia toccò occuparsi delle commende che si trovavano ad partes Tuscie extra Pisanam diocesim, cioè nella Toscana meridionale fino alle soglie del Lazio63. La parte settentrionale del Lazio fino a Roma, con il Patrimonium beati Petri in Tuscia, il ducato di Spoleto, l’Abruzzo, la Campagna e Marittima (attuale Lazio del sud) toccarono alla supervisione del vescovo di Sutri64, mentre gli arcivescovi di Napoli e Brindisi con il vescovo di Avellino formarono la commissione che doveva indagare sui Templari dell’area, inquadrata come Regnum Siciliae, che comprendeva le diocesi di Trani, Sorrento, Capua, Cosenza, Reggio Calabria, Napoli, Bari, 59 Regestum Clementis papae V ex Vaticanis archetypis, editio, cura et studio monachorum ordinis sancti Benedicti, 2, Romae 1885, n. 3403, pp. 287-288. 60 Ibid., n. 3407. Per l’episcopo Soran. l’unica attribuzione possibile è la sede di Sora, nell’attuale Lazio, in base a Hierarchia Catholica Medii Aevi, I, Series ab anno 1198 usque ad annum 1431 perducta, ed. C. Eubel, Monasterii 1913, p. 458, sebbene la sede di Sora, in provincia di Frosinone, appaia decisamente decentrata rispetto al fulcro dell’inchiesta. Non è da escludere che il presule si trovasse in Sicilia e fosse stato scelto per motivi diversi, oggi non più chiaramente comprensibili, come poteva esserlo il collega Raymond, abate di un monastero nella diocesi di Tolosa e nominato nella stessa commissione. 61 Hierarchia catholica cit., 1, pp. 503-504. 62 Regestum Clementis papae V cit., 2, n. 3413, p. 289. 63 Ibid., rispettivamente nn. 3416 e 3417, p. 290. 64 Cfr. Gilmour Bryson, The Trial of the Templars cit., p. 65-85.


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Acerenza (poi unita alla diocesi di Matera)65, Brindisi, Salerno, Benevento, Conza, Santa Severina, Taranto, Siponto, Otranto, Rossano ed Amalfi66. Per l’area italiana furono quindi ordinate sette commissioni d’inchiesta: Lombardia (tutto il nord), isola della Sicilia, Sardegna, Regno di Sicilia, ad partes Tusciae (Toscana meridionale e alto Lazio), Marca di Ancona e infine Patrimonio di S. Pietro. Questo fu quanto il papa ordinò; cosa diversa, credo, rispetto alla realtà degli atti effettivamente prodotti. Dalle istruzioni pontificie pare che ciascun vescovo avrebbe dovuto curare le indagini, i censimenti dei beni e poi un primo interrogatorio parziale dei Templari custoditi nelle commende della sua diocesi; i dati avrebbero poi dovuto essere convogliati in un atto unico, globale, corrispondente al risultato del lavoro di ciascuna commissione. Il sistema appare comprensibile ed anche funzionale considerando le inchieste nell’ottica del concilio di Vienne, che Clemente V aveva programmato e comunicato agli stessi vescovi contemporaneamente all’ordine di tenere le udienze: il papa e i Padri conciliari avrebbero dovuto esaminare tutti i risultati dell’intero processo e i lavori dell’istruttoria sarebbero stati molto più rapidi disponendo dei resoconti delle varie commissioni, anziché dover analizzare inchiesta dopo inchiesta. Alla luce di tutto questo, ciò che noi oggi possediamo si può riassumere come segue: Commissione di Sardegna: perduta, nessuna notizia Commissione di Sicilia: perduta, notizia dal Raynouard Commissione del Regno di Sicilia: inchiesta di Brindisi, conservato in originale presso l’Archivio Segreto Vaticano (ed. Schottmüller); inchiesta di Napoli, perduta, notizia in Raynouard Commissione ad partes Tuscie: perduta, nessuna notizia Commissione del Patrimonium e centro-Italia: originale presso l’Archivio Segreto Vaticano (ed. Gilmour-Bryson) Commissione della Marca di Ancona: perduta, notizia in Raynouard Commissione della Lombardia: inchieste di Cesena, Piacenza, Firenze e Lucca; originali presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, l’Archivio della Curia arcivescovile di Ravenna, l’Archivio Segreto Vaticano (ed. rispettivamente Tommasi, Caravita, Bini-Loiseleur) Il raffronto con il quadro degli insediamenti templari prima fornito evidenzia che abbiamo perduto la quasi totalità delle notizie relative ai frati presumibilmente esistenti in territorio italiano; e forse questo accadde anche perché molti di loro non furono mai processati. 65 66

Hierarchia catholica cit., 1, p. 70. Regestum Clementis papae V cit., 2, n. 3420, pp. 290-291.


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Il caso del processo svolto nel Patrimonium Sancti Petri si rivela di grande interesse sia perchè ci è giunto in un atto ufficiale e definitivo consegnato presso la Curia Romana così come ordinava la Faciens misericordiam, sia per le dinamiche giudiziarie che da esso si possono ricostruire. I Commissari usarono un faticoso sistema “itinerante” dettato da motivi oggi non chiari, con un singolare frazionamento delle varie fasi il quale sembra obbedire più a ragioni pratiche che non ad una ferrea logica giudiziaria. La prima tappa del procedimento ebbe luogo a Roma: il delegato Giacomo vescovo di Sutri affiancato dal notaio apostolico mastro Pandolfo Savelli inaugurarono l’apertura presso il convento dei Santi Bonifacio ed Alessio, poi la citazione si tenne nella precettoria templare di Santa Maria all’Aventino che era completamente vuota: infatti nessuno templare comparve dinanzi ai Commissari, i quali, dopo aver assolto all’obbligo di aspettare fino al tramonto, due mesi dopo (12 novembre 1309) dichiararono gli imputati contumaci67. A fine dicembre i Commissari si spostarono nella città di Viterbo68 dove nelle prigioni dell’inquisitore cittadino erano ospitati cinque Templari e il giorno 20 aprirono il procedimento presso il palazzo vescovile facendo poi appendere l’editto di comparizione alle porte delle cattedrali di Viterbo e Tuscania, oltre che delle commende templari del territorio interessato da quel procedimento, ovvero Santa Maria in Carbonara a Viterbo, San Benedetto di Burleo presso Montefiascone, Santa Maria di Castell’Araldo a nord di Tuscania, San Savino ancora presso Tuscania, San Matteo a Tarquinia, San Giulio a Civitavecchia, Santa Maria in Capite presso Bagnoregio, San Marco vicino Orvieto e infine Santa Maria a Valentano, senza contare altri palatii eorum disseminati dentro Viterbo, Tuscania e le rispettive diocesi, nonché nei castra di Tarquinia e Vetralla69. Il 25 febbraio 1310 tennero l’istruttoria nel Ducato di Spoleto e precisamente nella sala grande del monastero benedettino di San Pietro in Assisi, fase che durò fino al 7 marzo con uno spostamento a Gubbio70; il 3 aprile erano scesi nella città dell’Aquila e avevano dato inizio al loro lavoro nel monastero di Santa Maria di Colle Maio spostandosi poi il giorno 16 a Penne, dove il 28 aprile seguente poterono interrogare il frate sergente 67 68 69 70

Il testo è in Gilmour Bryson, The Trial of the Templars cit., pp. 28-32, 65-85, 159-163. Ibid., pp. 57-58, 86-99, 163-227. Ibid., pp. 89-90, con accurata bibliografia su questi insediamenti. Ibid., pp. 100-114.


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Cecco di Nicola Ragoni da Lanciano71. L’11 maggio ascoltarono a Chieti il frate sergente Andrea Arimanni da Monte Oderisio nella diocesi di Chieti, chiudendo tre giorni dopo il procedimento relativo alla zona dell’Aprutium per spostarsi a Roma, dov’erano già il 24: qui non poterono far altro che chiudere l’inchiesta, visto che non un solo un templare si era trovato. Giunti in Viterbo, cominciarono l’interrogatorio il giorno 28 maggio. Il raccolto fu maggiore ma comunque poco soddisfacente; dei cinque Templari prigionieri tre erano frati sergenti (Pietro Valentini, Gerardo da Piacenza e Vivolo da San Giustino originario dell’alta Umbria), uno cappellano (Guillaume de Verdun)72, mentre di quell’Enrico da Bagnoregio citato nella fase preparatoria sei mesi prima non possiamo conoscere nemmeno il rango perchè al momento dell’interrogatorio non era più fisicamente presente per comparirvi73. A Viterbo i Commissari rimasero fino al 19 giugno, e poi il 3 luglio erano già in Albano per l’inchiesta che riguardava le zone di Campagna e Marittima; anche qui come a Roma non trovarono nemmeno un Templare e fino al 21 di luglio ascoltarono testimoni esterni, cioè religiosi del luogo sulla buona fede dei quali facevano affidamento per raccogliere informazioni: a detta di Pietro vescovo di Segni in tutta quell’area non c’erano Templari e nemmeno persone che li aiutassero a nascondersi74. In Palombara Sabina il 27 luglio poterono ascoltare di nuovo un frate del Tempio, il sergente napoletano Gualtiero di Giovanni, il quale confermò che nella geografia politica templare la circoscrizione dell’Abruzzo apparteneva alla provincia di Apulea ma non fornì altre informazioni di particolare rilievo75. Il giorno 29 luglio 1310 nel castello di Palombara Sabina si chiudeva finalmente l’inchiesta della Commissione pontificia in Roma, Patrimonio di San Pietro in Tuscia, ducato di Spoleto, Abruzzo, Campania e Marittima: considerando la lentezza e la poca comodità nei trasporti dell’epoca, era stata una specie di tour de force durato ben otto mesi durante il quali i due Commissari pontifici avevano fatto la spola senza riposo fra Lazio, 71 72 73

Ibid., pp. 130-144. Ibid., p. 91. Di Enrico da Bagnoregio non c’è traccia e la cosa più probabile è supporre che sia morto in prigione. 74 Ibid., p. 242: «Qui dominus episcopus respondit ipsis dominis inquisitoribus quod in civitate et diocesi Signina et etiam in tota Campania et Maritima nullum fratrem vel singularem personam vel fautores, receptatores et defensores fratrum dicti ordinis scit degere vel esse». 75 Ibid., pp. 248-261: 250.


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Umbria e Abruzzo, il tutto per interrogare un totale di soli sette Templari. Eppure, stando a ciò che risulta dai documenti conservati, vi fu anche chi raccolse un “bottino” ben più gramo. L’inchiesta in Regno Sicilie

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Spunti significativi per ricerche ulteriori si trovano negli atti dell’inchiesta di Brindisi, che a giudicare dalla forma del documento, integro dal protocollo all’escatocollo fino ai signa tabellionatus, sembra esserci giunta completa. Come l’altro rotolo anche questo documento fu realizzato con grande cura, registrando tutte le fasi del procedimento, dalle bolle di Clemente V che ne ordinavano l’istruzione, agli articoli della cedola introclusa con i punti sui quali doveva vertere l’interrogatorio, le litterae excusatoriae con cui l’arcivescovo di Napoli glissò elegantemente l’onere per via del fatto che doveva ordinare e consacrare il vescovo di Monopoli: una mole di ventidue fogli membranacei cuciti insieme, una pletora di atti preparatori e documenti vari destinati a contenere un “patrimonio” formato dalle deposizioni di soli due imputati rappresentanti l’attività inquisitoria di una Commissione, attiva per metà della penisola, che presumibilmente ne avrebbe dovuti interrogare un centinaio. Abbiamo la certezza che gli atti rispecchiavano la commissione del Regnum Sicilie, e non la sola inchiesta parziale di Brindisi, perché i Commissari delegati dal papa vi compaiono tutti insieme in collaborazione: non è pensabile che questi personaggi abbiano compiuto un “pellegrinaggio” attraverso l’intero meridione alla maniera dei due che avevano svolto l’inchiesta precedente perchè le distanze sono eccessive (Campania, Basilicata, Molise, Puglia, Calabria), e comunque il testo avrebbe serbato memoria anche delle inchieste dove non si era trovato nemmeno un Templare, così come era accaduto nel caso di Roma. I due interrogati, del resto, appartenevano entrambi alla magione di Barletta, la quale, secondo quanto essi stessi dicono, ospitava sicuramente più di 12 Templari; così come appare ora la documentazione fa sospettare che si organizzò una sola udienza ad hoc in Brindisi perchè era solo lì che c’erano Templari prigionieri. E in un procedimento destinato in primo luogo contro il magnus preceptor Regni Sicilie frate Oddone de Villaret e tutti i suoi confratelli di mezza penisola, si raccapezzarono alla fine soltanto le confessioni di due sergenti, cioè il precettore della magione di S. Giorgio in Brindisi e un altro che custodiva quella minore di Castrovillari. I tempi dell’inchiesta, che negli atti sono dichiarati puntualmente, sembrano spiegare l’arcano. La Faciens misericordiam dovette giungere a destina-


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zione nell’avanzato autunno 130876, e ancora il 13 dicembre (o forse addirittura nell’aprile 1309, come crede Schottmüller) non si era messo in moto nulla: quel giorno l’arcivescovo di Napoli faceva redigere e spedire la sua lettera giustificativa, che probabilmente creò qualche complicazione giudiziaria ritardando un poco i lavori. La commissione si riunì finalmente il 15 maggio 1310, ma solo per dare pubblica lettura delle bolle papali e citare i Templari a comparire in giudizio nell’udienza fissata per il successivo 22 maggio: non si presentò né il precettore del Regno né altri suoi confratelli, determinando di conseguenza che i commissari procedessero a giudicarli in contumacia. Si procedette alla lettura di altri documenti, compresi gli articoli d’accusa, onde poi rinviare l’interrogatorio vero e proprio che non si tenne fino alla data del 4 giugno successivo. Dopo quasi due anni dall’emissione della bolla che ordinava il lavoro delle Commissioni, e dato lo scalpore sollevato dal processo in Francia sin dall’autunno 1307 con la sua portata raccapricciante di falsità e violenze, è lecito supporre che in Italia furono processati solo coloro che per motivi diversi avevano deciso di non abbandonare le proprie magioni? Sebbene posti sotto sequestro in nome della Chiesa, i beni delle commende templari furono affidati a degli amministratori i quali, secondo gli ordini pontifici, dovevano trarne il necessario per mantenere i templari che ad esse appartenevano77. Non a caso i milites, membri dell’aristocrazia militare che avrebbero potuto facilmente trovare asilo nei castelli dei loro congiunti78,

76 Sappiamo da alcuni ambasciatori del sovrano aragonese Jayme II che nell’estate del 1308 la Curia fu letteralmente assediata dagli agenti di Filippo il Bello, i quali incalzavano il pontefice con l’appoggio dei cardinali filofrancesi sia per accelerare il processo ai Templari sia per ottenere che Bonifacio VIII fosse dichiarato illegittimo ed eretico. Vi furono moltissime consultazioni private e concistori pubblici, gli atti dei quali paiono a volte persino privi di valore effettivo e realizzati più che altro per motivi diplomatici; la Cancelleria dovette produrre centinaia e centinaia di lettere, che hanno costretto i Benedettini autori del registro di Clemente V a riservare un’intera sezione del volume II proprio alla questione templare (Regestum Clementis papae V cit., 2, pp. 281-397). Molte sono datate 12 agosto 1308, ma si tratta di un dato surrettizio: in quel giorno si tenne un importantissimo concistoro pubblico, che servì da semplice riferimento. 77 Cfr. ad esempio Guzzo, Templari in Sicilia cit., p. 90. 78 A. Barbero, L’aristocrazia nella società francese del medioevo. Analisi delle fonti letterarie (secoli XI-XIII), Bologna 1987; Id., Motivazioni religiose e motivazioni utilitaristiche nel reclutamento degli ordini monastico-cavallereschi, in “Militia Christi” e Crociata nei secoli XI-XIII, Atti della XI Settimana Internazionale di studio del Centro di studi medioevali (Mendola, 28 agosto-1 settembre 1989), Milano 1992, pp. 717-727; A. Demurger, L’aristocrazia laica e gli ordini militari in Francia nel Duecento: l’esempio della bassa Borgogna, in Militia Sacra cit., pp. 55-84; Id., Chevaliers du Christ. Les ordres religieux-militaires au Moyen Âge (XIe-XVIe siècle), Paris 2002, pp. 159-180.


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paiono quasi assenti nelle inchieste italiane a differenza dei servientes, persone di umili origini, per le quali il reddito della commenda templare rappresentava forse l’unica fonte di sostentamento. L’idea pare avvalorata dall’identificazione operata da Tommasi sulla persona del Precettore per il Regnum Sicilie, frate Oddone de Villaret, grazie alle fonti epigrafiche provenienti dalla commenda di Barletta; membro di una potente enclave nobiliare cui appartennero in quegli anni ben due Gran Maestri degli Ospitalieri, i frati Guglielmo e Folco de Villaret (rispettivamente a capo dell’ordine nel 1296-1305 e 1305-1319), il Precettore latita durante l’inchiesta di Brindisi, diretta in primo luogo contro la sua persona, per ricomparire in quella di Cipro, dove evidentemente aveva trovato rifugio, e testimoniare a completa difesa del suo ordine79. Questo caso lascia intuire che il dignitario preferì raggiungere il quartier generale d’Oriente per unirsi ai membri dello Stato Maggiore che non si erano recati in Francia agli inizi del 1307, e dunque non erano finiti nelle mani di Filippo il Bello; le risultanze del procedimento cipriota, tutte a favore dell’innocenza templare, sembrano avvalorare la sua scelta. Il caso brindisino è senz’altro un’ottima pista da seguire ulteriormente per cercare di comprendere aspetti del lungo processo che ancora ci sfuggono. I Templari imprigionati furono trattati dalla monarchia con clemenza e un certo riguardo, sia per i forti legami politici intercorsi nei decenni precedenti tra il Gran Maestro Guillaume de Beaujeu e la Casa d’Angiò, sia per gli ottimi rapporti economici che ancora congiungevano le case dell’ordine agli interessi di re Roberto80. Dobbiamo immaginare che la lentezza del procedimento istruito dalla Commissione ecclesiastica fosse ulteriormente aiutata dalla scarsa energia del braccio secolare? A giudicare dalle fonti note non vi sono che due ipotesi: o si deve presumere un radicale spopolamento delle case templari in area italiana alla vigilia del processo, oppure l’idea di una fuga massiva nella clandestinità tollerata dalle autorità locali deve essere presa in cosiderazione. Ancora tracce di Rinaldo da Concorezzo?

Un caso interessante è dato dalla documentazione un tempo custodita nell’archivio della Curia Arcivescovile di Ravenna, della quale ho trovato l’indice nell’Archivio Segreto Vaticano all’interno di un repertorio antico; il 79 80

Tommasi, Fonti epigrafiche cit., pp. 182-184, note 124 e 132. Guzzo, Templari in Sicilia cit., pp. 67-87.


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volume si propone come inventario dei due registri oggi collocati nell’Armadio XXXII, numeri 14 e 15, contenenti la trascrizione spesso imitativa di privilegi apostolici, diplomi regi ed imperiali, atti notarili e molto altro materiale della Curia ravennate; furono redatti con un certo scrupolo di autenticità nel 1594, durante una campagna di censimento degli iura Ecclesiae nella provincia della Romandiola; purtroppo la mole dei documenti contenuti (oltre 2000 pagine manoscritte) in rapporto ai tempi necessariamente ridotti di redazione del contributo non ha permesso lo spoglio sistematico, l’unico che possa permettere di trovare i documenti sui Templari (sempre ammesso che vi siano); spero che il Caravita e il Tommasi, nelle loro ricerche presso l’Archivio della Curia arcivescovile di Ravenna, possano prima o poi trovare gli originali. L’indice riveste comunque una sua importanza perché raffigura lo “spaccato” di una Curia vescovile interessata dal processo e mostra come si andò stratificando la documentazione nelle sue varie fasi. In corrispondenza del fascicolo segnato come HH81 avremmo dovuto trovare: 1 Clementis quinti litterae archiepiscopo Ravennatensi et suffraganeis et aliis exemptis in eadem Provincia ut incorruerant contra Templarios. Datum Pictavis, secundo kalendas augusti anno tertio 2 eiusdem Clementis litterae Ravennatensi archiepiscopo et Florentino episcopo super inquisitione peragenda contra Templarios. Datum ut supra 3 articoli super inquisitione facienda contra singulares personas ordinis militiae Templi 4 eiusdem Clementis litterae universis prelatis contra Templarios quos in eorum dioecesibus tamque suspectos de heresi ab omnibus citari mandans eosque ubique locorum capi. Datum Tolosae, tertio kalendas ianuarii anno quarto 5 eiusdem Clementis bulla ad perpetuam rei memoriam contra Templarios pro confiscatione suorum bonorum omnium ut scilicet sub pena excommunicationis unusquisque eorum bona revelet. Datum Pictavis, secundo kalendas augusti anno tertio 6 Raynaldi archiepiscopi Ravennatensis litterae seu processus cum insertione litterarum Clementis quinti papae contra Templarios. Datum Bononiae, 22 maii anno 1309. Est enim insinuatio processus domini pape contra singulares personas non revelantes bona Templariorum ut supra 81 ASV, Sala Indici, Indice 17, ff. 15v-16r, e Indice 16, ff. 72r-73r (numerazione moderna).


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7 Raynaldi archiepiscopi Ravennatensis litterae ad episcopos exemptos et non exemptos in Provincia Ravennatensi constitutos super litteris domini pape Clementis de inquisitione peragenda contra Templarios et alios ut supra. Datum Bononiae die 13 septembris1309 8 Clementis quinti litterae ad Patriarcam Gradensem super facto Templariorum ut scilicet processus et sententiae in formam litterarum ad eum transmissarum publice in ecclesiis dum missarum solemnia celebrant. Datum secundo Idus augusti anno tertio 9 eiusdem litterae ad archiepiscopum Spalatensem super eodem. Datum ut supra 10 Arnaldus archiepiscopus ad Placentinum Ferrariensem, Ariminensem, et Feretranum episcopos exemptos super inquisitione per eos peragenda contra Templarios anno 1311 quos monet ut intersint in provinciale concilio peragendo Ravennae 11 eiusdem legati ad eosdem episcopos exemptos, ut accedat ad concilium provinciale in causa Templariorum Contra Templarios inventarium quorundem bonorum et locorum quae habebant in Italia82

Naturalmente la parte più interessante di questo fondo dell’archivio arcivescovile era costituita dai documenti interni, poiché il resto dei pezzi annoverati nell’elenco (varie bolle desunte dal tipo della Faciens misericordiam e la cedola introclusa con gli articoli di colpa sui quali condurre l’interrogatorio) sono noti grazie ad altre inchieste; il documento più significativo, come evidenzia Tommasi, era l’atto del concilio provinciale di Ravenna del 1311 che avrebbe potuto rivelarci ulteriori dettagli sulle scelte politiche e la statura morale dell’arcivescovo83; purtroppo di esso non vi sono attualmente notizie. Conclusioni

Nel quadro complessivo del processo, il caso italiano si presenta particolare in primo luogo per l’estrema rarità delle deposizioni tramandate in rapporto alla presenza presumibile di frati residenti nell’area; in secondo 82

Con tutta probabilità si trattava dei documenti trovati e pubblicati da R. Caravita, Nuovi documenti sull’ordine del Tempio dall’Archivio Arcivescovile di Ravenna, «Sacra Militia», 3 (2002), pp. 224-278. 83 Tommasi, Interrogatorio di Templari a Cesena cit., pp. 274-285.


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luogo per l’atteggiamento “garantista” dell’arcivescovo ravennate e la conseguente presenza di testimonianze a tutto favore dell’ordine. Una situazione a ben vedere simile a quanto accadde in Castiglia e a Cipro, dove vi furono anche membri laici dell’aristocrazia locale che intervennero per proclamare la difesa dell’ordine e persino il loro carceriere testimoniò di aver assistito ad un miracolo eucaristico avvenuto fra le mani del cappellano durante la messa; la differenza, semmai, si trova nel fatto che i Templari di Ravenna e di Cipro non subirono violenze, mentre quelli spagnoli purtroppo furono duramente torturati84. In generale possiamo classificare il caso italiano fra quelli di aree diverse dal regno di Francia, relativamente condizionate dall’influenza della più potente monarchia europea, con l’eccezione di Ravenna e della Repubblica di Venezia: in quest’ultimo caso, com’è noto, il doge e il Maggior Consiglio decisero di ignorare gli ordini del papa e non vi fu mai un processo contro il Tempio. Sul piano dei contenuti le deposizioni maggiormente diffamatorie si trovano nell’inchiesta edita dal Bini, che presenta punte di gravità estrema, comprendenti la stregoneria e l’evocazione dei demoni: nell’intero quadro del processo situazioni di quella gravità si trovano descritte solo nelle udienze della Francia meridionale, a Carcassonne e nella zona della Linguadoca, dove era attivo in quegli anni il famoso inquisitore Bernardo Guy. I dati delle inchieste avvenute nell’area soggetta alla sua giurisdizione presentano tratti molto peculiari, addirittura con descrizioni di orge o sabba di streghe: in generale, possiamo dire che afferiscono la dimensione del magico e dell’irrazionale, e in ciò trascendono completamente le accuse lanciate dallo stesso re di Francia. Sappiamo che l’Inquisitore generale per il regno di Francia Guillaume de Paris aveva scritto ai suoi subordinati di Tolosa e Carcassonne raccomandandosi di “preparare” accuratamente le inchieste sui Templari della loro regione; anche analizzando i metodi usati dal Tribunale e descritti nel trattato di Bernardo Guy, appare assai probabile che gli inquisitori, e per compiacere il superiore e perchè abituati a intravvedere determinati tipi di colpa, finirono per deformare pesantemente le confessioni anche con l’uso della tortura facendo assumere ad esse un profilo estraneo rispetto alle tendenze generali85.

84 Schottmüller, Der Untergang des Templerordens cit., 2, pp. 140-400; A. Mercati, Interrogatorio dei Templari a Barcellona (1311), «Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Spaniens», 6 (1937), pp. 240-251. 85 Cfr. B. Frale, L’interrogatorio dei Templari nella provincia di Bernardo Gui: un’ipotesi per il frammento nel Registro Avignonese 305, in Dall’Archivio Segreto Vaticano. Miscellanea di Testi, saggi e inventari, «Collectanea Archivii Vaticani», 61 (2006), 1, pp. 199-272;


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Il caso toscano richiama alla mente questi eccessi, anche se nel centro Italia l’Inquisizione non aveva conosciuto un’esperienza di proliferazione ereticale paragonabile a quella del meridione francese, tale cioè da indurre gli esecutori dell’inchiesta a “spingere” le confessioni puntando in direzione della stregoneria. Credo che le differenze dipendano soprattutto dalla personalità dei singoli autori degli interrogatori: pur essendo affidate ai vescovi diocesani, con un ruolo solo marginale riservato ai membri dell’Inquisizione, in ottemperanza ai dettami della Subit assidue, non va dimenticato che molti membri della gerarchia ecclesiastica secolare nutrivano astio nei confronti dei Templari o per la loro tanto decantata arroganza, o, più concretamente, per i privilegi e le ricchezze dell’ordine. Le disposizioni di Clemente V non ordinavano certo di perseguitare gli imputati, bensì di scoprire la verità con cura, e ai presuli era lasciata la facoltà di gestire le inchieste in modo autonomo, ricorrendo, ma solo se necessario, all’ausilio del braccio secolare. A giudicare dalla scarsità di Templari per i quali ci è giunta notizia di una comparizione al processo, possiamo concludere che in area italiana i vescovi inquirenti si mostrarono obbedienti al mandato del papa ma per nulla ansiosi di affrettare le inchieste; e il braccio secolare fu generalmente pigro.

Ead., Du catharisme à la sorcellerie: les inquisiteurs du Midi dans le procès des Templiers, in Les ordres religieux militaires dans le Midi (XIIe-XIVe siècle), «Cahiers de Fanjeaux», 41 (2006), pp. 169-186.


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Il y a, me semble-t-il, deux approches possibles pour interpréter le sens du célèbre procès des templiers. L’une consiste à se demander si les accusés étaient ou non coupables et, le cas échéant, de quoi ils étaient coupables1. Avaient-ils vraiment commis les crimes contre la foi dont ils furent accusés d’abord par le roi de France Philippe le Bel et bientôt, à sa suite, par les inquisiteurs du pape Clément V mandatés pour enquêter contre eux dans tout l’Occident? L’ordre du Temple était-il hérétique? Ses membres s’étaient-ils seulement rendus coupables d’un certain nombre d’irrégularités, d’infractions au droit canonique bien insuffisantes en elles-mêmes pour justifier la qualification terrible d’hérésie, mais qui purent être grossies, mal interprétées, déformées, enfin utilisées comme prétexte par le roi de France pour déclencher les poursuites? Dans ce cas, quelles étaient exactement ces infractions? Étaient-elles vraiment bénignes, ordinaires? Étaient-elles communes dans d’autres ordres religieux, ou bien spécifiques à l’ordre du Temple, ce qui pourrait expliquer son destin singulier? L’autre approche, qui sera ici privilégiée en fin de compte, n’a guère été tentée. Elle consiste à s’interroger d’abord sur l’attitude et les motivations de l’instigateur du procès, le roi de France Philippe le Bel. Pourquoi le roi Capétien et ses principaux conseillers (en particulier les célèbres légistes Guillaume de Nogaret et Guillaume de Plaisians) décidèrent-ils, à l’encontre des règles de droit et à l’insu du pape, de faire arrêter et poursuivre selon une procédure d’exception tous les membres de l’ordre du Temple?

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1 Cette approche a toujours été dominante dans les travaux historiographiques autour de l’affaire. Elle prévaut notamment dans les recherches récentes de Barbara Frale (voir en particulier L’ultima battaglia dei Templari. Dal codice ombra d’obbedienza militare alla costruzione del processo per eresia, Roma 2001). Cf. aussi, par exemple, J. Riley-Smith, Were the Templars Guilty?, in The Medieval Crusade, ed. S. J. Ridyard, Woodbridge 2004, pp. 107-124.


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Pourquoi cette brutalité dans les méthodes employées, pourquoi ces pressions et ces manipulations – qui firent de l’affaire du Temple, pour la postérité, le procès politique le plus trouble de la fin du Moyen Âge? Pourquoi cet extraordinaire acharnement du roi et de son entourage, pendant plus de six ans, à faire reconnaître l’hérésie des “perfides templiers” par les accusés eux-mêmes, par les juges ecclésiastiques, par le pape, par le Concile général et par tous les habitants du royaume du France? Selon que l’on adopte l’un ou l’autre de ces deux types de questionnement, l’attention ne se concentre pas sur la même catégorie de source. Dans le premier cas, les centaines de procès-verbaux d’aveux et autres dépositions recueillis par les juges auprès des templiers constituent le principal matériau considéré. En volume, ce type de texte représente d’ailleurs, et de loin, le plus gros de la documentation conservée au sujet de l’affaire2. Les historiens recoupent entre elles ces dépositions, s’efforcent d’évaluer finement la fiabilité de leurs contenus (tâche à vrai dire bien difficile puisque la torture, ou au moins la menace de la torture, jouèrent toujours un rôle fondamental dans la production des aveux). Et l’on tente de trouver dans les autres documents laissés par près de deux siècles d’histoire de l’ordre des témoignages, des indices qui pourraient infirmer ou confirmer la réalité de telle ou telle pratique déviante révélée devant les inquisiteurs. L’autre approche, en revanche, place au premier plan l’analyse des textes produits au nom du roi de France pour lancer, justifier et faire progresser la procédure. Ces documents – articles d’accusation, lettres au pape, mandements aux enquêteurs, convocations aux États généraux réunis pour traiter de l’affaire, etc. – ont été dans une large mesure négligés. Leur valeur juridique a été mal comprise ou totalement ignorée. On les a aussi jugés trop idéologiques, trop empreints de l’exaltation mystique et de la

2 Les principales éditions de source sont les suivantes: P. Dupuy, Traittez concernant l’histoire de France, sçavoir la condamnation des Templiers avec quelques actes, l’histoire du schisme, les papes tenans le siege en Avignon et quelques procez criminels, Paris 1654; L. Ménard, Histoire civile, littéraire et ecclésiastique de la ville de Nismes, Paris 1750; F.-J.-M. Raynouard, Monumens historiques relatifs à la condamnation des chevaliers du Temple, Paris 1813, réimp. Nîmes 1999; J. Michelet, Le procès des Templiers, Paris 1841-1851, rééd. Paris 1987; K. Schottmüller, Der Untergang des Templer-Ordens, Berlin 1887; H. Prutz, Entwicklung und Untergang des Templerherrenordens, mit Benutzung bisher ungedruckter Materialien, Berlin 1888; H. Finke, Papsttum und Untergang des Templerordens, Münster 1907; É. Baluze, Vitae paparum Avinionensium, éd. G. Mollat, 3, Paris 1921; G. Lizérand, Le dossier de l’affaire des Templiers, Paris 1923; A. Gilmour-Bryson, The Trial of the Templars in the Papal State and the Abruzzi, Cité du Vatican 1982; R. Sève - A.-M. ChagnySève, Le Procès des Templiers d’Auvergne (1309-1311), Paris 1987.


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mauvaise foi des conseillers royaux pour être dignes d’intérêt. Pour peu qu’on les prenne au sérieux et que l’on examine leur logique propre, ces textes livrent pourtant des clefs de compréhension pour mieux saisir le sens général de l’étrange affaire du Temple. Je ne donnerai ici qu’une esquisse de l’interprétation d’ensemble qui peut, à leur lecture, être proposée (cette interprétation sera plus longuement exposée dans un livre à paraître prochainement)3. Il faut d’abord retracer à grands traits la chronologie du procès (de septembre 1307 à décembre 1314) et présenter rapidement les accusations4.

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1. Un bref rappel des faits, de l’arrestation aux derniers bûchers

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Il y a un peu plus de sept cent ans, par un mandement daté du 14 septembre 1307, Philippe IV le Bel ordonnait à ses représentants à travers tout le royaume de France, les baillis et sénéchaux, et à des commissaires spécialement nommés de commencer des préparatifs secrets en vue de l’arrestation des Templiers. Mise à exécution le 13 octobre suivant, cette décision avait pour seule justification légale une “mauvaise renommée”, une mala fama qui, depuis quelque temps, attribuait aux frères de l’ordre du Temple des crimes contre la foi. Cette rumeur, cependant, ne fut guère colportée que par le roi de France lui-même et par son entourage, et ce dans un cadre très précis, celui de négociations difficiles avec le nouveau pape Clément V. C’est lors de la première rencontre entre Philippe le Bel et ce dernier, à la fin de l’année 1305 à Lyon, que la mala fama des templiers fut évoquée pour la première fois (le Temple avait certes antérieurement été l’objet de quelques médisances, semble-t-il, mais sans doute guère plus que d’autres ordres, et ces on-dits n’avaient pas jusque là été jugés dignes d’attention en haut lieu).

3 Ce livre devrait paraître en 2011 aux éditions Fayard sous le titre Une hérésie d’État. Philippe le Bel et le procès des « perfides templiers ». J’ai proposé de premières synthèses partielles dans J. Théry, Contre-enquête sur un procès, «L’histoire», 323 (2007), pp. 40-47, et dans Id., Procès du Temple, in Dictionnaire européen des ordres religieux militaires, Paris, à paraître en 2010. 4 La synthèse de référence sur l’histoire du procès, sur laquelle je me fonderai ici, sans faire de renvois systématiques, pour la présentation des faits, est celle de M. Barber, The Trial of the Templars, première ed. Cambridge 1978, nouvelle éd. revue Cambridge 2004. Voir aussi, entre autres, les pages consacrées au procès par H. Nicholson, The Knights Templar. A New History, Phoenix Mill 2001, et par A. Demurger, Les templiers. Une chevalerie chrétienne au Moyen Âge, Paris 2005.


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En dénonçant auprès de Clément V les mauvais bruits qui, prétendument, couraient au sujet de cet ordre directement placé sous la juridiction pontificale (car bénéficiant de l’exemption), l’entourage du roi capétien avait à l’évidence pour objectif de faire peser sur le pape un surcroît de pression dans d’âpres discussions dont l’enjeu était tout autre: il s’agissait de s’accorder sur le règlement du conflit qui avait violemment opposé Philippe le Bel et le pape Boniface VIII quelques années plus tôt5. En 1302-1303, au plus fort d’une querelle autour des prérogatives pontificales à l’intérieur du royaume de France, le roi avait osé faire déclarer le pape hérétique et appeler à la réunion d’un concile voué à le juger et à le déposer. Au moment où Boniface VIII s’apprêtait, en réponse, à excommunier le Capétien, il avait été surpris dans sa résidence d’Anagni et brièvement arrêté par une troupe d’hommes d’armes que dirigeait un des plus proches conseillers de Philippe le Bel, le légiste Guillaume de Nogaret. Boniface était mort peu après et son successeur Benoît XI, dont le pontificat dura moins d’un an (d’octobre 1303 à juillet 1304), avait seulement consenti à lever les sanctions canoniques contre le roi. De Clément V, Philippe le Bel exigeait désormais non seulement qu’il levât les anathèmes pesant sur les auteurs de “l’attentat d’Anagni” (notamment sur Guillaume de Nogaret), mais aussi qu’il ouvrît un procès posthume destiné à prouver l’hérésie de Boniface VIII. Le corps de ce dernier serait alors exhumé et brûlé (conformément au châtiment prévu pour les hérétiques morts impénitents). Ainsi l’action du roi de France contre ce pape serait-elle pleinement reconnue par le Siège apostolique lui-même comme une entreprise salutaire de préservation de la foi catholique. En 1306-1307, alors que Clément V résistait fermement devant ces prétentions exorbitantes, les accusations de l’entourage royal contre les templiers se firent de plus en plus insistantes. Suite à une nouvelle session de négociations avec le roi tenue à Poitiers au printemps 1307, la mala fama s’amplifia dans des proportions telles que le pape, à la demande des dirigeants du Temple eux-mêmes, envisagea d’ouvrir une enquête afin de couper court aux calomnies. Avertis de cette intention par Clément V luimême dans une lettre du 24 août 1307, le roi et ses conseillers décidèrent

5 Sur ce conflit, voir, entre autres, P. Digard, Philippe le Bel et le Saint-Siège de 1285 à 1304, Paris 1936; J. Coste, Boniface VIII en procès. Articles d’accusation et dépositions des témoins (1303-1311), Rome 1995; A. Paravicini-Bagliani, Bonifacio VIII, Turin 2003; A. Barbero, Bonifacio VIII e la casa di Francia, in Bonifacio VIII. Atti del XXXIX Convegno storico internazionale (Todi 13-16 ottobre 2002), Spolète 2003, pp. 273-327; et le beau livre récemment publié par W. C. Jordan, Unceasing Strife, Unending Fear. Jacques de Thérines and the Freedom of the Church in the Age of the Last Capetians, Princeton 2005.


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de prendre de vitesse la procédure pontificale. Une fois déclenchée, celleci leur aurait ôté toute maîtrise de l’affaire. Le 13 octobre, donc, avec une excellente coordination et à la surprise totale des intéressés, les agents du roi arrêtèrent tous les templiers présents dans le royaume. Parmi eux figuraient les principaux dirigeants de l’ordre, dont le grand maître Jacques de Molay. Ces dignitaires étaient récemment arrivés de Chypre, où le Temple s’était replié depuis la perte de la Terre sainte, pour répondre à une convocation du pape – lequel résidait alors en France. Avec cette arrestation, Philippe le Bel portait aux prérogatives pontificales une atteinte sans précédent, qu’il était bien difficile de justifier. Pour en faire admettre la nécessité, il lui fallait obtenir au plus vite des aveux, qui constitueraient des preuves irréfutables de la réalité et de l’énormité des crimes commis par les templiers. Ainsi le roi de France fit-il immédiatement recourir aux mauvais traitements et à la torture contre les accusés. Au bout de quelques jours d’interrogatoires, la plupart des dignitaires de l’ordre reconnurent une partie des faits qui leur étaient imputés. Une telle rapidité contrastait fortement avec le rythme ordinairement très lent des enquêtes criminelles contre les ecclésiastiques6. Mais dans le cas présent, chose tout à fait exceptionnelle et même inouïe, la juridiction d’Église agissait, de fait sinon de droit, sous le contrôle direct du roi (grâce à la complaisance de l’inquisiteur de France Guillaume de Paris, tout dévoué aux intérêts royaux). Dès que Jacques de Molay eut avoué que les cérémonies de réception dans l’ordre comportaient un rituel de reniement du Christ (le 24 octobre 1307), on lui fit réitérer publiquement sa confession en compagnie d’autres dirigeants. On lui extorqua une déclaration officielle (immédiatement expédiée par les soins du roi de France aux principaux souverains de la Chrétienté), ainsi que des lettres adressées à tous les templiers dans lesquelles il leur ordonnait d’avouer. Avant la fin de l’au6 Les enquêtes criminelles de la papauté contre les prélats accusés d’excessus souvent dits enormes furent très fréquentes à partir du pontificat d’Innocent III. J’ai commencé l’étude de ce phénomène dans trois articles: J. Théry, Fama: l’opinion publique comme preuve judiciaire. Aperçu sur la révolution médiévale de l’inquisitoire (XIIe-XIVe siècles), in La preuve en justice de l’Antiquité à nos jours, dir. B. Lemesle, Rennes 2003, pp. 119-147; Id., Justice inquisitoire et construction de la souveraineté: le modèle ecclésial (XIIe-XIVe siècle). Normes, pratiques, diffusion, dans Annuaire de l’École des hautes études en sciences sociales. Comptes rendus des cours et conférences 2004-2005, Paris 2006, pp. 593-594; Id., Faide nobiliaire et justice inquisitoire de la papauté à Sienne au temps des Neuf: les recollectiones d’une enquête de Benoît XII contre l’évêque Donosdeo de’ Malavolti (ASV, Collectoriae 61A et 404A), in Als die Welt in die Akten kam. Prozeßschriftgut im europäischen Mittelalter, édd. S. Lepsius - T. Wetzstein, Francfort 2008, pp. 275-345 [disponible en ligne: http://halshs.archives-ouvertes.fr].


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tomne 1308, presque tout les prisonniers dont les dépositions nous sont parvenues (138 interrogés à Paris, 94 en Province) avaient confessé au moins partiellement leur culpabilité. Pris de court et scandalisé, Clément V tenta de reprendre l’affaire en main. Face aux deux cardinaux qu’il envoya à Paris en décembre 1307, certains templiers, dont Jacques de Molay, revinrent sur leurs aveux. Comme Philippe le Bel se refusait, en pratique, à remettre les prisonniers à la garde de l’Église, le pape se décida à suspendre de leur office les inquisiteurs du royaume, sous couvert desquels le roi avait agi (ce qui lui avait permis de prétendre être l'instrument de l’Église et même du pontife suprême). Ainsi la procédure était-elle bloquée. Philippe le Bel réagit par une série de pressions de plus en plus lourdes et directes sur la personne même du pontife. À la fin du mois de mai 1308, le roi se rendit à Poitiers, où résidait la Curie. De dures négociations s’y poursuivirent pendant plus de deux mois, sous la menace de l’armée royale. Pour faire bonne mesure, les exigences d’un procès contre Boniface VIII furent renouvelées. Finalement, Clément V renonça à défendre le Temple dès lors que lui fut laissée la possibilité de préserver ce qui constituait pour lui l’essentiel, c’est-à-dire la suprématie juridictionnelle du Siège apostolique (ne fût-elle que de façade). Philippe le Bel consentit en effet à ce que les futures procédures soient placés sous l’autorité nominale directe de la papauté. En échange, dans une série de bulles émises entre le 5 juillet et le 12 août 1308, Clément V reconnut la réalité des crimes déjà avoués par les accusés et lança deux enquêtes. L’une, contre les membres de l’ordre, était confiée localement à l’examen de commissions diocésaines et de conciles provinciaux (sur lesquels le roi, en France, pourrait exercer son contrôle). L’autre, contre l’ordre lui-même, était réservée à des commissions pontificales (celle de France, la plus importante, serait installée à Paris et composée à la convenance du roi). Un concile général destiné à statuer sur le résultat des procédures était prévu en 1310 à Vienne, dans la vallée du Rhône (en terre d’Empire, mais à proximité du royaume de France). Il dut être repoussé d’un an, suite aux difficultés des inquisiteurs à obtenir des résultats probants, et se tint finalement à partir d’octobre 1311. Les prélats venus de toute la Chrétienté jugèrent très insuffisantes les preuves recueillies (seuls les Français, qui dépendaient du roi, furent d’un avis contraire). À nouveau placé sous la pression des conseillers de Philippe le Bel et de l’armée royale, Clément V fut toutefois contraint de supprimer l’ordre par une mesure purement administrative, mais il le fit sans assortir cette décision d’aucune condamnation. Le sort des templiers fut laissé au jugement des conciles provin-


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ciaux – sauf celui des hauts dignitaires, que le pape, après une longue attente, abandonna à la décision d’une assemblée ecclésiastique parisienne placée sous l’influence du roi. Le 14 mars 1314, cette assemblée condamna à la prison perpétuelle les quatre dirigeants de l’ordre amenés devant elle. Deux d’entre eux, Jacques de Molay et le commandeur de Normandie Geoffroy de Charnay, clamèrent alors leur innocence. Le soir même, sans attendre la décision de l’assemblée, Philippe le Bel les fit mourir au bûcher comme relaps.

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2. Les accusations: offenses au corps du Christ, sodomie et idôlatrie

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Les accusations qui avaient été avancées dans le mandement d’arrestation du 14 septembre 1307 portaient sur cinq points. 1) Tout templier, pour être admis dans l’ordre, devait se prêter à un rituel secret au cours de la cérémonie de réception, qui lui imposait, affirmait-on, de renier le Christ à trois reprises en offensant son corps, à chaque fois, par un crachat sur un crucifix. Ce fut là, par la suite, le point d’accusation le plus important. 2) Lors de cette même cérémonie, les nouveaux templiers recevaient de l’officiant, outre le traditionnel baiser sur la bouche (signe d’échange des souffles, habituel lors des rituels d’allégeance), un baiser “au bas de l’épine dorsale” (euphémisme pour désigner le baiser sur l’anus, signe de pacte avec les forces du mal et d’entrée en secte démoniaque). 3) Le templier nouvellement reçu était également informé qu’il devait accepter de pratiquer la sodomie avec d’autres frères, selon une règle spéciale qui aurait été spécifiée dans les statuts secrets de l’ordre. Ainsi les accouplements contre-nature étaient-ils fréquents entre membres de l’ordre. 4) Les templiers vénéraient une idole. 5) Enfin, leurs prêtres célébraient la messe sans consacrer l’hostie. Ainsi leur était imputée, notons-le, une autre manière d’attenter au corps du Christ – non plus sous la forme du crucifix, mais sous celle, sacramentelle, de l’eucharistie. La bulle Faciens misericordiam, par laquelle Clément V ouvrit des procédures pontificales contre l’ordre et ses membres en août 1308, était accompagnée de deux listes de 88 et 127 accusations. Dressées par les conseillers de Philippe le Bel, ces listes déclinaient les cinq griefs de départ en spécifiant un grand nombre de détails scandaleux. Elles n’ajoutaient guère que les accusations d’enrichissement illicite (point qui demeura très marginal), d’incroyance à tous les sacrements et d’absolution lors des chapi-


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tres des péchés des membres de l’ordre par des dignitaires non revêtus de la prêtrise. Seul ce dernier grief reposait sur quelques faits vérifiables. Mais il n’y avait là qu’une mauvaise interprétation du droit canonique (une confusion entre l’absolution des manquements à la règle de l’ordre et celle des péchés), peu répandue, et qui ne constituait en rien un crime contre la foi. Pour l’essentiel, les accusations reprenaient donc de vieux stéréotypes sur les hérétiques, qui avaient été relayés, notamment, par une célèbre bulle de Grégoire IX, Vox in rama, émise en 1233. En 1302 et 1303, Guillaume de Nogaret et Guillaume de Plaisians avaient déjà fait usage des accusations de sodomie et d’incroyance en l’eucharistie contre Boniface VIII. Le procès posthume de ce dernier, que les mêmes conseillers royaux parvinrent à faire ouvrir en 1310, vit d’ailleurs l’apparition des griefs d’idolâtrie et d’adhésion à une secte hérétique, sans doute par un effet de contamination entre les deux affaires. Tout au long des quatre années de procès, les templiers livrèrent des confessions qui confirmaient les accusations de manière plus ou moins exhaustive et circonstanciée, selon la capacité de résistance de chacun et la dureté des mauvais traitements infligés (auxquels plusieurs dizaines d’accusés succombèrent). L’aveu du reniement du Christ lors de l’entrée en religion constituait manifestement l’objectif minimal pour les interrogateurs. C’est le point d’accusation qui fut le plus souvent confessé. Pour que cessent leurs tourments, les accusés pouvaient être d’autant plus tentés de reconnaître l’existence d’un tel rituel qu’il leur demeurait possible, ce faisant, de protester de leur bonne foi personnelle. Ils invoquaient alors la très forte contrainte exercée sur eux lors de leur réception et affirmaient avoir renié “par la bouche, mais non de cœur”. Les dépositions faites par les templiers devant leurs juges, souvent longues et parfois riches en détails frappants, suscitent la fascination des historiens depuis des siècles. Il est pourtant illusoire de prétendre y trier le vrai et le faux, puisqu’elles furent obtenues par ou sous la menace de la torture, auprès d’accusés dont la volonté était écrasée par une machine judiciaire implacable. Les tentatives récemment menées pour déceler dans les pratiques réelles de l’ordre des traces d’irrégularité ou de rites équivoques qui pourraient avoir favorisé les accusations royales ne me paraissent guère convaincantes. À mon sens, elles révèlent surtout à quel point demeure dérangeante l’idée que l’affaire ait pu être totalement dénuée de fondement réel. Au vrai, tout laisse penser que les templiers étaient innocents. Aucun élément de preuve susceptible de corroborer le contenu de leurs confessions n’a jamais été découvert par les historiens. Aucun aveu, pour autant


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qu’on sache, ne fut jamais obtenu sans contrainte. Hors de France, les nombreuses procédures menées contre les membres de l’ordre connurent un échec général: on n’obtint aucune confession – à quelques exceptions près, dans les rares cas, précisément, où la torture fut employée. Ce contraste entre les résultats obtenus dans le royaume capétien et les issues peu probantes ailleurs s’explique parfaitement par le fait que les autres souverains de la Chrétienté ne partageaient pas les motivations de Philippe le Bel. Ils réagirent d’ailleurs avec scepticisme aux lettres que le roi de France leur envoya pour les exhorter à agir chez eux. Le seul qui adopta rapidement une attitude défavorable aux templiers, le roi d’Aragon Jacques II, ne porta aucun intérêt à la répression de leurs prétendus crimes contre la foi. Pour lui, il y avait là simplement une occasion de prendre le contrôle de leurs biens et de leurs forteresses, qui étaient nombreux et de grande importance stratégique dans son royaume7. Par tous les moyens, y compris les moins légaux et les plus brutaux, Philippe le Bel et ses conseillers empêchèrent les templiers de se défendre. Lorsqu’ils comparurent devant la commission apostolique, en novembre 1309, les hauts dignitaires de l’ordre trouvèrent parmi l’assistance les légistes Nogaret et Plaisians, qui ne se gênèrent pas pour les menacer afin qu’ils renoncent à plaider leur cause. Au début de l’année 1310, un mouvement de résistance se fit jour parmi les accusés, qui furent bientôt près de 600 à vouloir défendre l’ordre devant la commission. Leur représentants Renaud de Provins et Pierre de Bologne avancèrent que Philippe le Bel, lorsqu’il avait décidé d’accuser le Temple, avait été abusé. Alors qu’ils commençaient même à mettre en doute la bonne foi du roi, des mesures radicales furent prises pour rétablir la situation. Le 12 mai 1310, l’archevêque de Sens Philippe de Marigny – le frère d’un des principaux conseillers royaux, Enguerran de Marigny – fit brûler 54 templiers qui s’étaient déclarés défenseurs de l’ordre devant la commission apostolique, au prétexte que cette démarche, après leurs confessions individuelles devant les commissions diocésaines, avait fait d’eux des relaps. Dès lors, les autres défenseurs se désistèrent en masse. Et la commission apostolique n’eut plus qu’à poursuivre ses auditions, toutes défavorables à l’ordre désormais, avant d’en envoyer les procès-verbaux à Clément V en juin 1311. Le refus des Pères du Concile de Vienne (malgré tous les efforts déployés par le pape) de considérer les templiers coupables au vu du résul-

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Cf. A. Forey, The Fall of the Templars in the Crown of Aragon, Aldershot 2001.


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tat des procédures plaide aussi pour leur innocence. Le concile exigea d’ailleurs qu’une défense du Temple soit organisée. Clément V, qui savait que le roi ne le tolèrerait pas, n’en voulut à aucun prix. C’est pour éviter une telle éventualité qu’il renonça à une issue judiciaire en optant pour une suppression de l’ordre sans jugement. Le pape avait même fait jeter en prison un groupe de neuf templiers qui s’étaient présentés inopinément devant le concile avec l’intention de défendre leur ordre8.

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3. La persécution des templiers, le corps mystique du royaume et la “pontificalisation” de la royauté française

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De nombreuses raisons ont été avancées pour expliquer le procès fait au Temple. Les historiens ont écarté depuis longtemps la vieille hypothèse, que rien ne permet de corroborer, selon laquelle le principal objectif de Philippe le Bel aurait été de s’approprier les grandes richesses de l’ordre. Il est vrai, en revanche, que les importantes activités bancaires des templiers leur valaient une certaine impopularité. En outre, l’image du Temple s’était dégradée depuis la perte des dernières positions chrétiennes de Terre sainte en 1291. L’ordre apparaissait désormais inefficace, mal adapté aux exigences d’une reconquête. Peu avant le procès, un vieux projet de fusion avec l’ordre de l’Hôpital (déjà évoqué au concile de Lyon II en 1274) avait resurgi. Philippe le Bel espérait trouver là l’occasion d’attacher à la famille capétienne la direction d’un ordre international unique. Les entreprises contre les Infidèles menées par cette nouvelle chevalerie auraient ainsi permis d’affirmer aux yeux de toute la Chrétienté la mission spéciale impartie à la monarchie française pour la défense de la foi. Or Jacques de Molay, avec une certaine maladresse semble-t-il, s’était opposé aux projets d’intégration du Temple dans un nouvel ordre9. Tous ces éléments demeurent cependant bien insuffisants pour expliquer l’initiative inouïe prise par le roi de France et ses conseillers en septembre 1307 et l’extrême acharnement dont ils firent preuve, ensuite, contre les templiers. Les clefs de compréhension ne peuvent être trouvées qu’en considérant dans son ensemble le conflit politico-religieux ouvert, à partir de 1301, entre Philippe le Bel et le Siège apostolique. Ce conflit prit la forme

8 Sur le déroulement du concile de Vienne, le livre de J. Leclerc, Vienne. Histoire des conciles œcuméniques, 8, Paris 1964, est particulièrement éclairant. 9 Voir en particulier A. Demurger, Jacques de Molay: le crépuscule des templiers, Paris 2002.


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d’une série de trois procès et culmina, précisément, avec la persécution des templiers. Le premier procès fut intenté par le roi de France à l’évêque de Pamiers Bernard Saisset, grand défenseur de la supériorité juridictionnelle de la papauté et protégé personnel de Boniface VIII. Des accusations de haute trahison et d’hérésie, manifestement montées de toutes pièces (assurément, en tout cas, pour les secondes), fournirent un prétexte au Capétien pour bafouer ouvertement les privilèges pontificaux en arrêtant ce prélat méridional10. La violente réaction de Boniface lui valut, comme on l’a vu, d’être à son tour accusé d’hérésie, puis de subir “l’attentat d’Anagni”, enfin d’être l’objet d’une tentative de procès posthume difficilement enrayée par Clément V11. À bien y regarder, ces trois affaires des années 1301-1314 peuvent paraître n’en former qu’une seule. Entre elles, les similitudes sont très fortes: même construction, à chaque fois, d’une “mauvaise renommée” pour permettre l’ouverture des enquêtes royales, mêmes allégations de l’“énormité”12 des crimes et de l’urgence à intervenir pour justifier des violations grossières de la juridiction pontificale… et, surtout, mêmes efforts exaltés des conseillers royaux Nogaret et Plaisians pour affirmer la fonction de garant suprême de la foi en France tenue, au-dessus du pape, par Philippe le Bel. Au cours de l’affaire Saisset, d’abord, Nogaret avait détourné au profit du roi capétien les principaux arguments théologico-juridiques élaborés par les papes du XIIIe siècle pour fonder leur revendication de “plénitude de puissance”, c’est-à-dire de souveraineté absolue. Ces arguments tenaient aux impératifs de la lutte contre l’hérésie. “Vicaire du Christ”13 (c’est-à-dire son représentant sur terre), le pape poursuivait en effet la mission du Fils de Dieu en préservant la pureté de la foi, qui était la condition du salut com-

10 Sur l’affaire Saisset, voir en particulier J.-M. Vidal, Bernard Saisset (1232-1311), Toulouse 1926; J. H. Denton, Bernard Saisset and the Franco-Papal Rift of December 1301, paru dans la «Revue d’histoire ecclésiastique», 102/2 (2007), pp. 399-427; J. Théry, Allo scoppio del conflitto tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII: l’affare Saisset (1301). Primi spunti per una rilettura, in I poteri universali e la fondazione dello Studium Urbis. Il pontefice Bonifacio VIII dalla Unam sanctam allo schiaffo di Anagni, a cura di G. Minnucci, Rome 2008, pp. 21-68 [disponible en ligne: http://halshs.archives-ouvertes.fr/]. 11Voir les références bibliographiques citées en note 5. 12 Au sujet de la notion d’enormitas, issue du droit canonique et utilisée par les juridictions séculières dès le XIIIe siècle, je me permets de renvoyer à J. Théry, Enormia. Éléments pour une histoire de la catégorie de ‘crime énorme’ au second Moyen Âge, dans Annuaire de l’École des hautes études en sciences sociales. Comptes rendus des cours et conférences 20052006, Paris 2007, pp. 535-537 [disponible en ligne: http://halshs.archives-ouvertes.fr/]. 13 Voir à ce sujet, bien sûr, l’étude classique de M. Maccarrone, Vicarius Christi. Storia del titolo papale, Rome 1952.


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mun de l’humanité14. D’où sa supériorité sur tous les pouvoirs terrestres. La prétendue hérésie de Bernard Saisset avait été l’occasion pour Nogaret d’affirmer le droit du Capétien à se substituer au pape, si nécessaire, dans cette fonction christique15. Ce processus de “pontificalisation” du roi de France16 passa à un stade ultérieur quelques mois plus tard lorsque Plaisians et Nogaret, en accusant Boniface VIII lui-même d’être hérétique, déclarèrent la charge de vicaire du Christ vacante par défaillance de son titulaire. Ils purent ainsi faire endosser à Philippe le Bel le rôle de sauveur de l’Église en le poussant à prendre l’initiative d’un appel au concile universel pour juger Boniface. Dans ses articles d’accusation, Nogaret n’hésita pas à présenter le roi comme un “ange de Dieu”, chargé au nom du Ciel de châtier les déviances dans la foi de celui qui aurait dû en être l’ultime garant17. Enfin, la “découverte” par Philippe le Bel d’une “hérésie des Templiers” censée menacer toute la Chrétienté permit d’imposer concrètement au nouveau pape l’ascendant du roi. Dans les textes rédigés à cette occasion par l’entourage royal, qui sont truffés de références bibliques, l’exaltation de la fonction sacrée dévolue au Capétien est à son comble. Sa relation directe avec Dieu, sans l’intermédiaire du pape, est affirmée en permanence. Dans la déclaration de culpabilité que Jacques de Molay fut contraint de souscrire le 25 octobre 1307, par exemple, les conseillers royaux lui firent affirmer que «l’Auteur de la lumière, auquel rien n’est caché », c’està-dire Dieu, venait de révéler les crimes du Temple «par la médiation du ministère du prince très-chrétien le seigneur Philippe»18. Le Capétien,

14 La bibliographie sur la théocratie en général et la plenitudo potestatis en particulier est immense. On se contentera ici, certes arbitrairement, de citer le bel article de W. Ullmann, The Significance of Innocent III’s Decretal Vergentis, in Études de droit canonique dédiées à Gabriel Le Bras, 3, Paris 1965, pp. 729-741. 15 Démonstration dans Théry, Allo scoppio del conflitto cit., en particulier aux pp. 51-60. 16 Voir à ce sujet J. Théry, Philippe le Bel, pape en son royaume, dans Dieu et la politique: le défi laïque, «L’histoire», 289 (2004), pp. 14-17. 17 Coste, Boniface VIII en procès cit., pp. 111-122: «[…] vobis excellentissimo principi, domino Philippo, Dei gratia Francorum regi, supplico, ut, sicut angelus Domini prophete Balaam, antiquitus qui ad maledicendum populo Domini procedebat, occurrit gladio evaginato in via, sic dicto pestifero, qui longe pejor est dicto Balaam, vos qui unctus estis ad executionem justitie, et ideo sicut angelus Dei, minister potestatis et officii vestri, gladio evaginato occurrere velitis, ne possit malum populi perficere quod intendit». 18 Finke, Papsttum und Untergang cit., 2, pp. 307-309: «[…] adjiciens insuper verbis lamentabilibus et corde contricto, ut ibidem astantibus videbatur, quod predicta facinora, que propter pene temporalis timorem, et ne destrueretur ordo predictus, in quo casu amitterent honores mundanos, status et divitias quos habebant, hactenus noluerant revelare,


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dans une lettre par laquelle il convoquait les prélats de France aux États généraux de 1308, exposait à ces derniers les crimes imputés aux templiers en se déclarant lui-même (et sans faire aucune allusion au pape) «promoteur de cette affaire du Christ, comme il revient à notre majesté»19. Devant Clément V et en présence du roi, lors d’un consistoire tenu à Poitiers le 29 mai 1308, Plaisians n’hésita pas à affirmer que le Capétien était «vicaire temporel du Christ dans son royaume» : «ministre de Dieu», Philippe le Bel se trouvait personnellement «tenu de Lui rendre compte de la défense de l’Église»20. Dans un autre discours, le même légiste alla jusqu’à prétendre que le Christ non seulement avait choisi de faire élire Clément V comme pape parce qu’il était issu du royaume de France (c’était un Gascon), mais avait aussi décidé de le faire résider en France avec la Curie dans le but de le “réunir” au roi capétien, de telle sorte que l’un et l’autre «combattent pour Dieu en unissant leurs pouvoirs» contre les Templiers21… Cette volonté d’union forcée s’exprima aussi, au même moment, avec l’exigence formulée par Philippe le Bel de voir la papauté abandonner Rome pour s’installer définitivement dans son royaume. Il y avait là en quelque sorte une étreinte mor-

mediante christianissimi principis domini Philippi, Dei gracia Francorum regis illustris, ministerio, lucis Actor, cui nihil est occultum, in lucem deduxit». 19 G. Picot, Documents inédits relatifs aux États généraux et assemblées réunis sous le règne de Philippe le Bel, Paris 1901, p. 488: «[…] vobis nichilominus intimantes nos prosecuturos et promoturos negocium Christi predictum, prout ad Christi desideratum obsequium ac ad nostram regiam majestatem dignoscitur pertinere». Cf. aussi, dans la même lettre, ce passage, où le roi s’affirme «en charge de l’intérêt de Dieu dans cette affaire»: «[…] caritatem vestram in Domino excitantes et nichilominus sub fidelitatis vinculo quo Deo nobisque tenemini, qui gerimus ejus negocium in hac parte, vobis injungentes […]» (ibid., pp. 487-488). 20 Lizerand, Le dossier de l’affaire des Templiers cit., p. 126: «Rex catholicus, rex Francorum, non ut accusator, sed ut Dei minister, pugil fidei catholice, leges divine zelator, ad deffensionem ecclesie juxta traditiones patrum sanctorum, de qua tenetur Deo reddere rationem». Cf. aussi le compte-rendu de ce discours fait par un témoin aragonais et publié par Finke, Papsttum und Untergang cit., 2, p. 142: «Et postquam de hiis locutus est, idem dominus Guillelmus seriose prosecutus est qualiter victoria illa de qua predixit fuit jocunda et mirabilis in progressu propter tria, videlicet propter Dei providentiam eligentem ministrum, propter Dei clementiam providentem magistrum et propter Dei sapientiam ordinantem processum. Dei providentia elegit ad hoc negocium ministrum scilicet regem Francie, qui in regno suo est Dei vicarius in temporalibus, et certo nullus ad hoc magis idoneus inveniri potuisset; nam ipse est princeps devotissimus et christianissimus, potentissimus et ditissimus». 21 Lizerand, Le dossier de l’affaire des Templiers cit., p. 116: «Christus videtur miraculose egisse ut vos de regno Francie a Domino electo […] assumpserit vosque in regno predicto presencialiter cum curia vestra in regno predicto adessetis cum rege et ipsum vobis et duos sibi corde et corporali presencia conjunxerit ut utriusque virtus simul unita constanter debellaret pro ipso».


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telle, par laquelle s’achevait un transfert à la monarchie française du modèle de souveraineté mystique propre à la théocratie pontificale22. Reste une question: pourquoi la répression d’une menace hérétique, nécessaire à la transfiguration du roi de France en pontife, s’abattit-elle sur le Temple et pas un autre ordre ou sur tout autre groupe susceptible d’être accusé de former une secte? Outre les faiblesses de l’ordre évoquées plus haut, il y eut sans doute un autre facteur, peut-être déterminant, lié à l’atmosphère eschatologique des premières années du XIVe siècle et, plus précisément, aux penchants mystiques très prononcés de Nogaret et de Plaisians. Dans la littérature prophétique de l’époque, en particulier dans les textes, très en vogue, du cistercien calabrais Joachim de Flore, il était dit que l’Antéchrist annoncé dans l’Apocalypse de Jean, lors de sa venue, s’installerait dans le Temple de Jérusalem – dont l’ordre des templiers tirait son nom. Et dans certains passages de la Bible, par ailleurs, la destruction du Temple est le préalable à une nouvelle alliance entre Dieu et le peuple élu23. Or la grande affaire de Nogaret et des légistes, dans les grands procès de 1301-1314, fut bien de fonder une nouvelle alliance mystique entre Dieu et son nouveau vicaire en France, le roi capétien… L’hypothèse d’un sens eschatologique sous-jacent dans la démarche des conseillers royaux contre le Temple demeure toutefois à confirmer. On se contentera de noter, à ce stade des recherches, que la lettre de convocation des prélats au États généraux de 1308 affirmait que la «damnable secte des templiers» avait «la substance de l’Antéchrist»24. L’insistance quasi obsessionnelle, dans les accusations royales, sur les offenses faites au corps du Christ par les templiers allait de pair avec la constitution du royaume de France comme corps mystique dont la tête était le roi. Ce n’est certainement pas un hasard si le mandement d’arrestation du 14 septembre 1307, œuvre de Nogaret, fut émis précisément le jour de la fête de l’Exaltation de la Sainte-Croix: avec les accusations qu’il avançait, ce mandement inaugurait justement un parallèle entre le corps souffrant du Christ et le corps menacé du royaume. Dans l’affaire Saisset déjà, Nogaret avait proclamé que l’évêque prétendument hérétique était «un membre putride» que le roi avait le devoir de «retrancher de son royaume, pour qu’il ne corrompe pas les autres parties du corps»25. Le

22 23 24

Voir à ce sujet Théry, Philippe le Bel, pape en son royaume cit. Cf., notamment, Jer 7, 26-28 et Ez 10, 18 à 11, 23. Picot, Documents inédits cit., p. 487: «[…] secta dampnabilis quin pocius ex se ipsa dampnata, vulpium collegium colore religionis opertum, Antechristi tenens substanciam […]». 25 Texte cité et commenté dans Théry, Allo scoppio del conflitto cit., p. 56.


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reniement du Christ par les templiers, leurs crachats rituels sur le crucifix et les autres injures qu’ils étaient censés lui faire étaient autant de sacrilèges commis contre le royaume lui-même. L’idée que la société chrétienne formait un corps mystique dont le Christ et son représentant sur terre, le pape, formaient le “chef” (ou “tête”), habilité à commander à tous les “membres”, était assez récente. Boniface VIII et les théologiens de son entourage l’avaient lancée autour de 1300 pour justifier les ambitions absolutistes de la papauté26. Dans les procès de 1301-1314, les conseillers royaux captèrent donc cette thématique au profit du Capétien. Celui-ci se voulait désormais le chef suprême d’une église particulière, l’Église gallicane. Il n’est pas surprenant, dans ces conditions, que l’affaire des templiers ait été l’occasion de réunir les premiers vrais États généraux du royaume, à Tours au début du mois de mai 1308 – et ce pour les informer de l’hérésie découverte, leur faire approuver l’action salutaire du roi et leur faire élire des représentants qui viendraient soutenir devant le pape l’exigence royale d’une condamnation rapide des “coupables”. Déjà en 1302 et 1303, on avait réuni ce type d’assemblée, les toutes premières de l’histoire de France, pour soutenir les accusations royales contre Boniface VIII. Mais au printemps 1308, l’opération prit des dimensions sans précédent. Outre la noblesse et le clergé, toutes les agglomérations accueillant «foires ou marchés» durent se faire représenter. Plus qu’une opération de propagande, ce fut là un moment d’intense célébration constitutive du royaume comme corps. Un corps à défendre, sous l’autorité absolue du roi, contre l’ennemi hérétique. Comme on sait, un long processus de sacralisation du pouvoir des Capétiens, d’élaboration d’une véritable “religion royale”, suivit son cours en France à partir de la première moitié du XIIe siècle (au temps de Suger, le conseiller de Louis VI et Louis VII) et connut des moments forts, en particulier, lors des règnes de Philippe Auguste et de saint Louis27. Sous Philippe le Bel, le phénomène prit une dimension nouvelle à la faveur,

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Voir en particulier l’étude classique d’H. de Lubac, Corpus mysticum. L’eucharistie et l’Eglise au Moyen Âge, Aubier 19492. 27 Voir à ce sujet, entre autres, G. Duby, Le dimanche de Bouvines, Paris 1973; C. Beaune, Naissance de la nation France, Paris 1985; J. Le Goff, Saint Louis, Paris 1996; C. Mercuri, Corona di Cristo, corona di re. La monarchia francese e la corona di spine nel Medioevo, Rome 2004.


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notamment, de l’affaire du Temple28. Pour résumer, la lutte contre les offenses faites au corps du Christ par les templiers, mission christique par excellence, fit du roi la tête d’un royaume de France désormais conçu comme un corps mystique. Le procès du Temple, en définitive, paracheva l’œuvre de pontificalisation du Capétien – et donc de construction d’une toutepuissance royale – qui avait été engagée quelques années plus tôt avec l’affaire Saisset, puis la mise en accusation de Boniface VIII. La perte des templiers devait faire de Philippe le Bel et de ses successeurs, en quelque sorte, des papes en leur royaume. Ainsi l’affaire du Temple fut-elle un moment important pour la construction de l’absolutisme royal français, dans ce processus des derniers siècles du Moyen Âge que Colette Beaune a nommé la «naissance de la nation France»29.

28 Cf., entre autres, J. R. Strayer, France: the Holy Land, the Chosen People, and the Most Christian King, in Action and Conviction in Early Modern Europe, ed. T.K. Rabb J.E. Seigel, Princeton 1969, pp. 3-16 (repris dans Id., Medieval Statecraft and the Perspectives of History, Princeton 1971, pp. 300-314); J. Le Goff, Histoire de la France. La longue durée de l’État, Paris 1989, notamment aux pp. 141-146; J. Krynen, ‘Rex christianissimus’: a Medieval Theme at the Roots of French Absolutism, «History and Anthropology», 4 (1989), pp. 79-96; Id., L’Empire du roi. Idées et croyances politiques en France, XIIIe-XVe siècle, Paris 1993; E. A. R. Brown, Kings Like Semi-Gods : The Case of Louis X of France, «Majestas», 1 (1993), pp. 5-37. 29 Beaune, Naissance de la nation France cit.


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1. Questioni preliminari per l’emeneutica della letteratura processualistica

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Il diritto processuale, come ambito specifico e definito, costituisce forse la più vera e cospicua creazione originale, per quanto si alimenti di testi romanistici, della riflessione medievale, come rimarcato con energia da Nörr e poi da Caravale1, per limitare i riferimenti a sintesi recenti e autorevoli. La distinzione tra un diritto e la sua tutela, quale articolazione fondamentale che struttura l’ambito del giuridico e, in modo complementare, un disegno unitario per la tutela dei diritti, sono intuizioni sviluppate a opera della scienza giuridica a partire dal XII secolo in avanti, come creazione che vive nell’ambito delle teorie e delle dottrine ma che si orienta alla pratica. La storiografia, basandosi su un presupposto, risalente a von Savigny2

1 K. W. Nörr, Die Literatur zum gemeinen Zivilprozess, in Handbuch der Quellen und Literatur der neueren europäischen Privatrechtsgeschichte, 1, München 1973, pp. 383-97: 383: «Dem gelehrten Recht des Mittelalters verdanken wir […] die Prozessrechtswissenschaft als selbständigen Zweig der Jurisprudenz». M. Caravale, Ordinamenti giuridici dell’Europa medievale, Bologna 1994, p. 319: «i glossatori civilisti si sentirono gli eredi diretti dei giuristi romani […]. Ma dai giuristi romani si distinsero, sin dall’inizio, per un aspetto decisivo della loro opera esegetica: mentre quelli legavano in maniera inscindibile la precisazione dei contenuti dei singoli diritti con le forme della difesa giudiziaria degli stessi, i glossatori individuavano categorie giuridiche e precisavano discipline proponendole come ovunque e sempre valide […]. Con loro, dunque, ha inizio la separazione tra aspetti sostanziali e aspetti processualistici che nel diritto romano era sconosciuta […]. Le norme giustinianee presentavano un’accurata disciplina del sistema processuale; e a questa i glossatori non potevano non volgere la propria attenzione. Lo fecero usando la stessa impostazione metodologica seguita per individuare il contenuto della disciplina sostanziale dei vari istituti, cioè formulando uno schema generale di procedura giudiziaria e proponendolo come recepibile da ogni tipo di corte». 2 Come ha segnalato E. Cortese, Il rinascimento giuridico medievale, Roma 19962, p. 147, senza formulare riferimenti precisi; del resto sono molti i luoghi della Geschichte des römischen Rechts im Mittelalter, dove questa distinzione fondamentale è attiva.


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e poi attivo nella sistemazione di Salvioli3, non ha dato troppo peso a questo aspetto teorico, preferendo riferire la materia processuale, e anche la letteratura relativa, alla pratica del diritto, concepita come intrinsecamente separata dalla scienza giuridica4. Cortese ha rivisto in profondità questo pensiero della separazione tra scienza e prassi5. Però ha continuato a presupporlo, anche in senso diacronico, scorgendovi il portato necessario della genesi di una riflessione teorica sul diritto con la scuola di Bologna, che avrebbe così spezzato la solidarietà di un ceto di giuristi dediti allo stesso tempo alla teoria e alla pratica6. Ha proposto di valorizzare in sede di ricerca storiografica la letteratura processualistica, proprio come luogo ove si poneva l’impegno a superare questa divisione strutturale7. Qualora invece si tenga conto della dimensione sapienziale del processo, non appare opportuno distinguere fra teoria e prassi, o fra teoria che si muove sul piano del dibattito dottrinale e teoria che è sistematizzazione della prassi. Si tratta piuttosto di comprendere la dimensione specifica della letteratura processualistica a partire magari da una prospettiva par-

3

G. Salvioli, Storia della procedura civile e criminale, 1-2, in Storia del diritto italiano pubblico sotto la direzione di Pasquale Del Giudice, 3, Milano 1925-1927, tuttora l’unica visione d’insieme e non sintetica della storia del diritto processuale nel medio evo e nell’età moderna. 4 «La produzione di diritto processuale […] più di ogni altra evoca vecchi quesiti sui rapporti tra scienza e prassi, tra vita di scuola e vita di tribunali»; così E. Cortese, Scienza di giudici e scienza di professori tra XII e XIII secolo, in Legge, giudici, giuristi. Atti del Convegno tenuto a Cagliari nei giorni 18-21 maggio 1981, Milano 1982, pp. 93-147: 100, che in nota rimanda a J. Fried, Die Entstehung des Juristenstandes im 12. Jahrhunderts. Zur sozialen Stellung und politischen Bedeutung gelehrter Juristen in Bologna und Modena, KölnWien 1974. Recentemente Sbriccoli ne ha puntualizzato il senso, per indurre ad apprezzare la tipicità della fonte giudiziaria come diversa dalla fonte giuridica, in particolare dalla fonte dottrinale (M. Sbriccoli, Fonti giudiziarie e fonti giuridiche. Riflessioni sulla fase attuale degli studi di storia del crimine e della giustizia criminale, «Studi storici», 29 (1988), pp. 491-501). 5 Cortese, Il rinascimento cit., p. 148, dove formula l’invito a «impostare il problema ancora oscuro dei rapporti tra scienza e prassi in chiave di dialettica tra due forze entrambe vivaci e originali, anziché nei termini fuorvianti d’una sorta di impresa colonizzatrice svolta da un’élite di professori su masse d’operai più o meno sprovveduti». 6 Cortese, Scienza di giudici cit., p. 113: «L’improvvisa comparsa di Salatiele in questo genere di scritti, è bene precisare, non è davvero un episodio stravagante. Al contrario, esso completa coerentemente il quadro di un grosso fenomeno che si può dir caratterizzi il mondo dei giuristi duecenteschi. Ossia il convergere di doctores, di giudici, di avvocati e anche di notai quasi in un tentativo di ripristinare la vecchia coesione preirneriana del ceto dei giuristi spaccato proprio dalla prima scuola bolognese». 7 Cortese, Il rinascimento cit., pp. 77-78, 110.


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zialmente diversa, suggerita ancora da Cortese, quando sottolinea l’«omologia disegnata dalla comune proiezione forense»8 come elemento comune a interi gruppi di testi; quindi un orientamento alla situazione in cui il diritto vive nel concreto della risoluzione di conflitti, che però non rimuove la dimensione speculativa. 2. Per una valutazione dello Speculum iuris di Guillaume Durand

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Con lo Speculum iuris di Guillaume Durand, si ha, nell’ultimo quarto del XIII secolo, la prima opera complessiva e coerentemente sistematica dove tutti i temi attinenti al processo, non solo quelli strettamente procedurali, vengono affrontati e collocati in una visione d’insieme. La letteratura, non molto copiosa a dire il vero, che ha di recente preso in esame questo monumentale testo, ne ha posto in forte rilievo il carattere compilativo, quasi si trattasse soltanto di una antologia di scritti precedenti in materia9, fino a parlare addirittura di opera di seconda mano10; fra l’altro la si è voluta valutare come una compilazione spesso ingenua o forse frettolosa, talvolta disattenta ad armonizzare i testi ricopiati11. La storiografia attuale ha ritenuto, in tali interpretazioni complessive, di proseguire la comprensione che i medievali stessi potevano avere dello Speculum iuris, con il riprendere da presso le indicazioni formulate dal primo interprete autorevole, Giovanni d’Andrea, che nelle sue additiones segnalerebbe non senza un certo compiacimento i luoghi da dove Guillaume Durand ha tratto i suoi testi12. 8 9

Cortese, Scienza di giudici cit., p. 102. E. Cortese, Il diritto nella storia medievale, 2, Roma 1995, p. 379: «Era uno specchio, tra l’altro, in cui parecchi trattatelli civilistici si riflettevano tanto bene da apparir riprodotti tali e quali, cosa che talvolta potè far pensare malignamente a plagi; ma l’impresa risultò utilissima». 10 K. W. Nörr, A propos du Speculum iudiciale de Guillaume Durand, in Guillaume Durand évêque de Mende (v. 1230 - 1296). Actes de la Table Ronde du CNRS, Mende 24-27 mai 1990, Paris 1992, pp. 63-71: 66: «Le Speculum iudiciale est en large mesure une oeuvre de seconde main, une compilation puisant dans les écrits antérieurs». 11 Nörr, A propos du Speculum Iudiciale cit., p. 67: «Durand s’est donné peu de mal pour accorder entre eux les extraits qu’il a fait recopier. Il en résulte non seulement des répétitions qui remplissent plusieurs colonnes, mais aussi des contradictions non resolues […] les renvois, que Durand aime tant et dont il fatigue le lecteur, sont sans utilité, car un simple renvoi ne résout pas la contradiction, et il ne l’explique pas». 12 Ibid., p. 66: «Dans ses additions […] Jean d’Andrea accuse plusieurs fois Durand d’un larcin. L’exemple le plus connu était le traité De summaria cognitione de Jean Fazeolus, que Durand a incorporé dans le Speculum, retouché d’une telle manière qu’on a inévitable-


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Questi giudizi, che risalgono agli albori della storiografia moderna13, vanno senza dubbio rivisti, proprio a partire da una diversa comprensione delle indicazioni fornite da Giovanni d’Andrea. Nella primissima delle sue additiones dichiara quali saranno gli scopi che si propone nel glossare lo Speculum iuris14; i primi tre riguardano la segnalazione puntuale e estesa di autori e testi da cui Guillaume Durand ha tratto i materiali che riutilizza, senza indicarne la fonte o indicandola in modo incompleto. Si veda ad esempio il luogo ove avverte il lettore di uno degli inserti più consistenti e significativi, quello del trattatello De summaria cognitione di Giovanni Fazioli15. Giovanni d’Andrea dichiara di indicare questa inserzione al fine di fare una «commendatio» dell’opera di Guillaume Durand, in specie della sua «notabilis utilitas» nel mettere a disposizione in modo utile e efficace testi che altrimenti sarebbero andati perduti o comunque risulterebbero difficilmente accessibili e utilizzabili. I casi sono due: o il maestro bolognese sta facendo sfoggio retorico di ironia, oppure ritiene davvero che la sua segnalazione possa permettere di apprezzare debitamente un aspetto importante dello Speculum indicando con precisione da dove ha tratto i diversi apporti, eventualmente anche con lo scopo di dimostrare la propria conoscenza ampia e dettagliata della letteratura in materia processualistica. La seconda ipotesi appare di gran lunga più plausibile. Pertanto bisogna

ment l’impression que Durand lui-même en est l’auteur. Il lui arrive d’employer des méthodes plus subtiles. Par example, de recopier un paragraphe entier, en ne citant l’auteur du texte modèle qu’à la fin d’une phrase, en donnant ainsi l’impression que seule cette phrase est un emprunt». 13 F. C. von Savigny, Storia del diritto romano nel medio evo, ed. E. Bollati, 2, Torino 1857, p. 536: «E dei libri si è veramente giovato anche troppo, e per questa parte il Durante si deve spesso rimproverare di plagio, non essendosi egli limitato a riportare nella sua opera le altrui opinioni, ma brani interi di altri autori». L’osservazione è basata sull’additio di Giovanni d’Andrea cit. infra. 14 Guilielmi Durantis Speculum iuris, Additio ad v. Praesens opus in Prooemium (le citazioni sono tratte dall’ed. Basileae, apud Ambrosium et Aurelium Frobenios fratres, 1574, tra le migliori stampe, cui più spesso viene fatto riferimento, per accuratezza del testo dell’opera del Durand e delle addizioni; cfr. gli scritti di V. Colli cit. a n. 37), p. 2: «Primo enim quotas omnes bibliorum et morales mihi notas, quas autor omisit, dare curabo. Secundo cum ponit dicta doctorum, saltem qui scripsere volumina, et omittit ubi scripserint, id saepe supplebo. Tertio illa quae scripsit, autore et loco suppressis, saepe unde sumpserit, narrabo». 15 Additio ad v. Postremo, I, 1, De officio omnium iudicum, § 8, p. 149: «Vt impleam, quod circa commendationem huius operis et autoris meditatam per me imitationem ipsius in principio proemij hoc obtuli me dicturum, est sciendum quod § iste usque ad finem totius fuit additio post primam publicationem, non tamen multum uulgatam […]. Hunc ergo tractatum, quem composuit Ioannes de Fazolis Pisanus legum doctor post dictam publicationem habuit auctor et hic inseruit […]. Est autem notabilis utilitas huius operis in multorum collatione sparsorum quae fuissent utplurimum ignorata».


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concludere che quando Giovanni d’Andrea si impegna a ricostruire le fonti dello Speculum iuris e a darne segnalazione, non implica alcun giudizio negativo quanto ai modi di procedere dello Speculator. Appare opportuno partire da questo apprezzamento per chiarire che Guillaume Durand non aveva intenti plagiari, che sarebbe a ogni modo anacronistico attribuire a un autore del XIII secolo, nell’operare ampie inserzioni tratte da altre opere che affrontavano gli stessi temi. Si proponeva piuttosto di recuperare e diffondere le considerazioni che riteneva più rilevanti e significative rispetto a diverse materie, mantenendone una veste fedele all’originale, senza appropriarsi di testi non suoi, rielaborandoli e fondendoli in un’opera che potesse stare sotto la sua paternità16. Ma l’operazione fondamentale compiuta da Guillaume Durand sta nell’avere dato sistematicità alla materia processualistica, anche inserendo i testi che riprendeva e affiancava alle sue considerazioni personali entro uno schema complessivo e coerente che già ai contemporanei apparve assolutamente originale17. Questo schema è infatti il frutto maggiore della creatività di Guillaume Durand; è anche un fattore della affermazione della sua opera. In sede ermeneutica, sarà sempre il primo elemento di cui tenere conto. Le note di Giovanni d’Andrea appena citate hanno costituito il riferimento principale18 anche per le considerazioni sulle modalità e le circostanze di composizione dello Speculum iuris. Falletti, in parte riprendendo osservazioni risalenti a von Savigny19, von Schulte e Tardif20 ma soprattut-

16 In questa direzione, pur non sganciandosi da una concezione della paternità letteraria estranea alla cultura del Trecento, sembra indicare anche la valutazione formulata da F. Calasso, Medio evo del diritto, 1, Milano 1954, p.115: «Ebbe il merito di scegliere il meglio della letteratura monografica dei glossatori e di tramandarcelo, commettendo dei furti, come osservarono senza riguardi Cino da Pistoia e Giovanni d’Andrea, ma salvandolo anche, come quest’ultimo critico volle riconoscere, dal pericolo di andare disperso». 17 L. Falletti, Guillaume Durand, in Dictionnaire de Droit Canonique, 5, Paris 1950, coll. 1014-1075: 1035: «Jean d’André emploie aussi à cet égard un comparatif: ordinatius et ce progrès est revendiqué par l’auteur même (cfr. Proemium, n. 29)». 18 Come ha affermato esplicitamente von Schulte: «Aus dem Werke selbst und den Angaben von Johannes Andreä wissen wir, dass er dasselbe zweimal bearbeitet hat» (J. F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur der Canonischen Rechts, 2, Stuttgart 1877, p. 148). 19 Von Savigny, Storia del diritto romano cit., p. 536: «Il Durante la pubblicò due volte: la prima quando era suddiacono e cappellano alla corte del papa, cioè non nell’anno 1271, come dicono, nel qual anno si ha per certo che attendeva a scrivere il secondo libro, ma, non potendosi ammettere ch’egli recasse a compimento un’opera così estesa in parecchi anni, nel 1272, il qual anno occorre in un passo dell’opera stessa. La seconda dopo l’anno 1286, menzionandovisi questa volta la sua prima luogotenenza in Romagna come un fatto già avvenuto». 20 Rifacendosi cioè al modello proposto da von Schulte, Die Geschichte cit., p. 149:


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to basandosi su una considerazione dell’evidenza interna, ha ipotizzato due versioni pubblicate che differiscono solo per l’estensione, non per l’impianto generale, risalenti la prima a un periodo compreso tra l’autunno del 1271 e il febbraio del 1276, la seconda tra il 1289 e il 129121. Bertram ha ritenuto di potere rivedere completamente questo schema consolidato, che a suo avviso si fonderebbe su un fraintendimento appun-

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«Die erste Ausgabe machte er als Subdiaconus et capellanus papae; er arbeitete daran bis 1271 sicher, wahrscheinlich noch 1272. vor dem 11. Juli 1276 muss die erste Ausgabe vollendet gewesen sein; denn an diesem Tage ist der Kard. Fieschi, dem es dedizirt wurde, zum Papste gewählt worden […]. Die zweite Ausgabe fällt nicht nach 1287. Denn in diesem Jahre ist seine Bestätigung und Consecration zum Bischof von Mende erfolgt. Es ist aber gar nicht denkbar, dass er sich in einem nachher bearbeiteten Buche noch blos subdiaconus et papae capellanus bezeichnet haben soll». Le posizioni di von Schulte, in particolare quanto alla datazione al 1271-72 della prima versione pubblicata dello Speculum iuris, vennero ribadite da A. Tardif, Histoire des sources du droit canonique, Paris 1887, p. 308. 21 Falletti, Guillaume Durand cit., coll. 1029-1032: «Il résulte des fragments déjà cités que la composition du Speculum appartient à divers temps. À partir semble-t-il de 1260 au plus tôt. En l’un d’eux, l’auteur se donne trente quatre ans, précision dont la portée d’ailleurs limitée à ce passage dépend de la date adoptée pour sa naissance […]. Une donnée essentielle est fournie par la dédicace au cardinal Ottoboni, nécessairement écrite avant son court pontificat de 1276, de sorte que tous les passages afférents à des faits postérieurs sont des compléments d’une oeuvre déjà parue. En ce sens à deux reprises au moins Jean d’André fait état d’une prima publicatio qui ne contenait pas certains développements inserés plus tard. Ainsi en est il du titre De legato que le Speculator aurait ‘fait et publié d’abord’, sous le nom de Speculum legatorum qui parait encore au texte. Il en est de même de la rubrique De summaria cognitione addition au titre De officio omnium judicum, où il s’approprie le traité d’un autre, composé ‘peu après la première publication’ (§ 8). De celleci la date n’est pas indiqueé, mais on lui assigne volontiers celle de 1271-72, occasionelle dans l’ouvrage (II, De instrumentorum editione, 2, n. 4; IV, De emptionibus et venditionibus, 1, n. 18). Savigny, cependant, tient pour probable qu’elle n’eut lieu que quelques années plus tard (V, 1829, p. 513). Quant à la seconde édition, Schulte la veut antérieure à 1287, année où l’auteur prit le titre d’évêque de Mende qu’il ne s’y donne point; d’autres, Sarti, Savigny, Seckel, la placent au contraire après 1287 ou 1286; Van Hove autour de 1287 […]. La parution indépendante d’un Speculum legatorum est enfin verifiée en quelques manuscrits, dont Sarti vit l’un au Vatican; un autre est signalé à la Bibliothèque de Laon […]. Cette chronologie pourrait être plus ferme si nous connaissons le texte de la prima publicatio du Speculum […]. a) La date antérieure à février 1276, en est au moins postérieure au 28 octobre 1271, jour de la mort d’Hostiensis, dont la mémoire est célébrée avec celle du pape Innocent IV dans les termes mêmes du droit au firmament duquel ces deux astres ont paru novissime (Speculum, Proemium, n. 16) […]. c) Après sa parution entre 1271 et 1276, le Speculum s’est incorporé certains éléments, tels que le Speculum legatorum et le De summaria cognitione. Il a fait l’objet aussi d’additions, dont Jean d’André parait relever certaines (par example Speculum, II, n. 27, n. 31; IV, n. 7). Les plus récentes peuvent aider à déterminer la date de sa seconde ou de sa dernière édition du vivant de l’auteur […]. Nous placerions donc la seconde publication du Speculum entre 1289 et 1291. Ces extensions d’un ouvrage n’en changeaient point l’identité, et ainsi le Speculum n’a-t-il fait l’objet que d’une dédicace, à sa première parution».


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to delle indicazioni fornite da Giovanni d’Andrea. Lo Speculum avrebbe conosciuto invece solo una pubblicazione, alquanto risalente, e questa versione si sarebbe arricchita di alcune inserzioni successive22. Senza discutere nel merito le considerazioni di Bertram, va comunque evidenziato che, mancando una sufficiente evidenza interna o esterna, il tentativo di accertare il numero delle redazioni o di individuare diversi e successivi stati del testo si trova costretto pur sempre a sfociare in congetture. È necessario accontentarsi di potere affermare che lo Speculum iuris ha iniziato a prendere la prima forma compiuta fra l’inizio del 1272 e l’inizio del 1276 per terminare forse prima dell’ultimo periodo di attività dell’autore in Italia, molto intenso e concluso con la morte improvvisa (quindi non oltre i primissimi anni ’90). Va considerata invece una acquisizione ulteriormente consolidata dalle analisi di Bertram, che il carattere di “work in progress” non ne fa un’opera aperta come poteva essere una collana di quaestiones23, bensì un’opera che ha assunto subito uno schema coerente e

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M. Bertram, Le commentaire de Guillaume Durand sur les constitutions du deuxième concile de Lyon, in Guillaume Durand évêque de Mende cit., pp. 95-104: 103-4: «Jean d’Andrea a été probablement à l’origine d’une incompréhension d’érudit en mentionnant la prima publicatio operis qu’il fait certes suivre d’additiones mais absolument pas d’une véritable secunda publicatio. Cf. Additiones ad Speculum, ed. Bâle 1574, col 2a: Quarto, quae post primam publicationem addidit, declarabo; col. 7b: additionibus quas post publicationem operis fecit auctor… illud signum (sc. addo) affigam. Diplovatatius le comprenait encore correctement dans son Liber de claris iurisconsultis, ed. Schulz, Kantorowicz, Rabotti, Studia Gratiana, X, Bologna, 1968, p. 175: Et adverte, quod Speculator post primam publicationem operis fecit additiones ad Speculum: vide Iovanem Andree in additione Speculatoris in proemio in fine in ultima additione circa medium – Une deuxième édition proprement dite ne fait son apparition dans l’histoire littéraire qu’avec M. Sarti, M. Fattorini, De claris achigymnasii Bononiensis professoribus, ed. Albicini, Malagola, Bologna, 1888-1896, I, p. 470 et 477: Post multos annos secundis curis ornatum et magnopere auctum rursum hoc opus in lucem emisit; ce ne serait arrivé que pendant ses années à Mende (1291-1295), ubi satis ocii natus est perficiendis suis scriptis. L’autorité de F. C. von Savigny a ensuite fait loi, avec son livre Geschichte des römischen rechts im Mittelalters, V/2, Heidelberg 1850, p. 583-585, pour opposer à Sarti, mais en faisant preuve d’autant d’imagination que ce dernier, ‘l’époque tranquille où il vécut à Rome après son vicariat (1287-1291)’ comme époque de rédaction. Il devient évident que tout ceci repose seulement sur un malentendu dès qu’il cite la remarque de Jean d’Andrea donnée plus haut, de la façon suivante: ‘Jean d’Andrea dit à la fin de sa dédicace qu’il aurait marqué d’une lettre spéciale les additions faites à la deuxième édition’. Comme on l’a déjà dit, Jean d’Andrea ne parle pas ici ni ailleurs d’une seconde édition mais seulement d’additiones. – Tous les auteurs ultérieurs ont ensuite puisé chez Savigny». 23 Come invece sembra suggerire Cortese. Cfr. Cortese, Scienza di giudici cit., p. 125: «L’utilizzazione di materiali tolti da più autori è nella tecnica delle summae questionum da cui lo Speculum deriva, e non può quindi scandalizzare in sé: si può tutt’al più discutere sulla misura del fenomeno. Nemmeno l’obiettivo di riflettere tutto il diritto entro la cornice del giudizio è nuovo, nuovo può dirsi tutt’al più il taglio ambizioso per l’ampiezza».


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si è accresciuta col tempo, per lo più (come negli a quanto pare unici due casi in cui è possibile accertarlo, sulla base dell’evidenza interna) per inserzioni successive di larghe porzioni di testi altrui che corrispondono a temi specifici.

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Alcune elaborazioni recenti in tema di giustizia penale hanno dimostrato di non essere molto disposte ad assumere lo Speculum iuris come momento teorico dei procedimenti tipici del mondo comunale e signorile italiano24. È stata così ribadita, implicitamente, in anni recentissimi la prospettiva che fu di Ercole, quando volle contestualizzare il pensiero di Guillaume Durand del tutto entro gli assetti istituzionali della monarchia francese25. Non sono mancate invece indicazioni in senso contrario, cominciando con le prospettive di Calasso, per cui lo Speculum iuris va considerato come uno dei frutti più notevoli della scienza bolognese26. In seguito è stato possibile sottolineare l’omogeneità con i contesti italiani dell’ambiente, in specie culturale, dove Guillaume Durand era nato e si era formato27; soprattutto, è stata ampiamente evidenziata l’importanza cruciale della formazione bolognese28 e la sensibilità per la dottrina processualistica e per i diritti

24 Per privilegiare piuttosto, in questo ruolo, Alberto Gandino. Così M. Sbriccoli, ‘Vidi communiter observari’. L’emersione di un ordine penale pubblico nelle città italiane del secolo XIII, «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», 27 (1998), pp. 231-68: 232: «Tra le fonti dottrinali assumo principalmente il Tractatus de maleficiis di Alberto da Gandino, scritto come è noto mentre Alberto era giudice a Perugia tra il 1286 e il 1287, e poi rivisto, corretto e completato a Siena (1299) e di nuovo a Perugia». Così anche M. Vallerani, che trova in Gandino la sintesi del paradigma dottrinale (cfr. M. Vallerani, La giustizia pubblica medievale, Bologna 2005, partic. capp. 1, “Procedura e giustizia nelle città italiane del basso medio evo” e 2, “Come pensano le procedure: i fatti e il processo”). Per la valutazione di Alberto Gandino nella storiografia più recente cfr. D. Quaglioni, Alberto Gandino e le origini della trattatistica penale, «Materiali per la storia della cultura giuridica», 29 (1999), pp. 49-63. 25 F. Ercole, L’origine francese della formola bartoliana ‘civitas superiorem non recognoscens est sibi princeps’, pubblicato in prima edizione in «Archivio storico italiano», 73 (1915), p. 241-294, poi in forma definitiva nella silloge Da Bartolo all’Althusio. Saggi sulla storia del pensiero pubblicistico del Rinascimento italiano, Firenze 1932, pp. 157-98. Tale contestualizzazione è assunta per scontata da M. Boulet-Sautel, Le ‘Princeps’ de Guillaume Durand, in Etudes d’histoire du droit canonique dédiées à Gabriel Le Bras, 2, Paris 1965, pp. 803-13: 804. 26 F. Calasso, I glossatori e la teoria della sovranità. Studio di diritto comune pubblico, Milano 19573, p. 115: «Sta di fatto che quest’opera è strettamente legata alla scuola di Bologna, della quale raccoglie, né solamente nel campo processualistico, i migliori frutti». 27 J. Verger, Les juristes languedociens et l’Italie au XIIIe siècle, in Guillaume Durand évêque de Mende cit., pp. 47-57. 28 Falletti, Guillaume Durand cit., col. 1017.


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particolari italiani29. In particolare Vasina ha posto in rilievo come sia per il luogo, la scuola canonistica bolognese, in cui si era formato30, sia per le attività di amministrazione e governo svolte in Romagna31, Guillaume Durand si trovasse perfettamente inserito nelle reti di relazioni politiche che innervavano il mondo comunale e signorile italiano nella seconda metà del Duecento. Le esperienze vissute nella prassi dell’amministrazione della giustizia entro questo mondo, dove ha agito in modo non superficiale né episodico32, non hanno certo mancato di segnare anche la sua riflessione. In base a queste considerazioni, sarà opportuno considerare lo Speculum iuris nel legame privilegiato con la politica e l’amministrazione della giustizia nel mondo comunale e signorile italiano.

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29 Nörr, Die Literaur cit., p. 394: «Soweit Duranti die italienischen Prozessualisten ausschreibt, kann das italienische Territorialrecht Berücksichtigung finden». 30 A. Vasina, Guillaume Durand Recteur de Romagne, in Guillaume Durand évêque de Mende cit., pp. 33-45: 35: «Les matrices culturelles de ces tensions et relations, les lieux privilégiés de ces rapports, en une société intégrée à plusieurs niveaux, sont à rechercher surtout dans les écoles juridiques de Bologne, en particulier dans celle du droit canonique. Durand fut vite inséré dans la trame de ces rapports, sans que nous sachions si cela est dû surtout à son origine familiale ou à son attitude personnelle. Son impact personnel et son insertion dans ce réseau de relations deviennent explicites au plus tard au cours des années 60». 31 Ibid., p. 37: «l’acclimatation de Durand au monde de la Romagne se fit graduellement, à travers des rapports de fonction de plus en plus concrets et spécifiques […]. Les représentants du pape rencontraient les plus grandes difficultés pour apaiser des populations réagissant de façon particulièrement vive à cause leurs revendications croissantes d’autonomie en un moment où elles devaient passer du statut de communes urbaines à un régime seigneurial et monocratique. La paix était indispensable pour stabiliser l’ordre nouveau de la souveraineté pontificale». 32 Ibid., p. 38: «en août 1280, dans la ville d’Imola, il figure encore comme auditor papal, délégué du cardinal-légat Latino Malabranca pour écouter les parties en cause dans la controverse entre la commune de Rimini et l’archevêque de Ravenne Boniface Fieschi, pour l’encaissement des péages au chateau de Savignano, dans le pays de Rimini mais sous la juridiction de l’Eglise de Ravenne». Riprende un documento edito in Id., I Romagnoli fra autonomie cittadine e accentramento papale nell’età di Dante, Firenze 1965, pp. 366-8. Id., Guillaume Durand Recteur cit., p. 41: «la convocation à Imola, le 13 février 1283, d’un parlement provincial voulu par le recteur Jean d’Epe pour mobiliser les sujets de Romagne, mais inspiré et contrôlé par Durand pour ce qui était des constitutions […] qui établissaient une discrimination entre les sujets revenus à l’obéissance au souverain et ceux qui étaient demeurés rebelles, en reduisant la possibilité, pour ces derniers, de faire appel au tribunal papal, afin de simplifier la procédure judiciaire, furent établies avant d’avoir été soumises à l’approvation pontificale. Ceci souleva la désapprobation de Martin IV, en une lettre qui annulait les constitutions, non seulement pour un motif de forme, mais aussi à cause de leur excessive rigueur». Rinvia a L. Colini Baldeschi, Le ‘constitutiones Romandiolae’ di Giovanni d’Appia, «Nuovi studi medievali», 2 (1925-26), pp. 221-51, e a Vasina, I Romagnoli cit., pp. 151-3.


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Le considerazioni appena avanzate coinvolgono anche la questione del ruolo della prassi nello Speculum iuris33. In merito alle attività di Guillaume Durand nell’amministrazione della giustizia abbiamo ampie testimonianze documentali34 e numerosi riferimenti nel testo stesso, riconducibili a due tipologie fondamentali. L’utilizzo per i formulari (modelli esemplari di atti processuali e di documenti) di fattispecie concrete; e il riferimento a cause, che lo hanno visto coinvolto o di cui ha avuto conoscenza diretta. Non si può certo parlare di uno schiacciamento della teoria sulla prassi; l’elaborazione dottrinale del procedimento non cede tendenzialmente mai a considerazioni basate sulla pratica dell’amministrazione della giustizia. Si compiace però sovente di fare riferimento a situazioni che appartengono all’esperienza dell’autore, per manifestare una sorta di proiezione ai momenti applicativi35.

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Il successo che arride allo Speculum iuris ha proporzioni stupefacenti. Prima dell’opera di Guillaume Durand, lungo un secolo abbondante si affolla una quantità notevole di per sé, ancor più notevole se confrontata con la produzione relativa ad altri grandi settori della cultura giuridica, di scritti processualistici, nessuno dei quali riesce però a guadagnare largo credito e a imporsi con funzione modellizzante; nemmeno l’ordo iudiciarius elaborato da Tancredi, che conosce la circolazione relativamente più ampia e che cercava senza dubbio di riorganizzare la materia secondo una intima coerenza36. Dopo la pubblicazione e la prima diffusione dello Speculum

33 Questione su cui l’orientamento di von Schulte ha pesato molto. Cfr. Id., Die Literatur cit., p. 149: «Als Motiv der Abfassung führt er an, das materielle canonische Recht sei von einer Reihe von Schriftstellern bis auf Innozenz IV. so gründlich behandelt, dass man nur auf sie zu verweisen brauche […] anders aber stehe es trotz der Schriftsteller, die er aufzählt, un die praktische Seite, nämlich die Darstellung des Prozesses und das Formularwesen». 34 Di cui la ricostruzione complessiva dovuta a Falletti che ha ancora importanza imprescindibile, come ha segnalato da Vasina, Guillaume Durand Recteur cit., p. 34: «Falletti […] a tracé le profil le plus complet qui représente pour moi un point de passage obligé. Il a recueilli aussi les témoignages sur la vie et l’oeuvre du Speculator, surtout dans les sources françaises et papales, et il ne laisse guère place à des découvertes nouvelles, en particulier en ce qui concerne la documentation». Vasina, nel contributo citato e in I Romagnoli, con in appendice l’ed. di due documenti che testimoniano l’attività di Guillaume Durand, ha comunque integrato sensibilmente questa ricostruzione. 35 In questo senso una osservazione di Vasina, Guillaume Durand Recteur cit., p. 44: «ne se montra pas sensible à la nécessité d’adapter le système doctrinal réalisé dans son grand ouvrage à la lecture de la pratique quotidienne que comportait son expérience de gouvernement». 36 Nörr, A propos du Speculum Iudiciale cit., p. 65: «Nous avons jusqu’à présent constaté cette diversité d’écrits presque infinie et par ailleurs le fait qu’aucun Ordo, pas même


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iuris questa alluvione cessa all’improvviso. Abbondano invece i manoscritti37 dello Speculum, cui faranno seguito numerosissime stampe. Da subito viene citato come testo autorevole38. Va inoltre constatato come le, peraltro scarsissime, ulteriori elaborazioni in materia processualistica si presenteranno come aggiunte, se non addirittura come semplici glosse, allo Speculum iuris39. Quale che possa essere il giudizio sull’originalità, persino sul valore intrinseco dell’opera di Guillaume Durand come elaborazione dottrinale40, il carattere autorevole di cui si trova da subito investito non può essere oggetto di discussione, ed è proprio questo aspetto a farne il punto di riferimento ineludibile per la ricostruzione della cultura giuridica europea del tardo medio evo e della prima modernità in materia di processo41, che non può non sfociare in una valutazione molto alta del livello di complessità cui doveva essere giunta la prassi stessa dell’amministrazione della giustizia42.

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celui de Tancrède, n’a obtenu un crédit canonique et n’a été reconnu comme Ordo ordinarius. Le temps et l’occasion devaient permettre à un juriste de dominer une telle situation et de clarifier le champ scientifique du droit processuel. Durand entreprit cette tâche, et par là mit fin à la période classique de la procédure romano-canonique». 37 Manca un censimento completo e attendibile, ma pare che per contarli siano necessarie tre cifre. V. Colli, L'apografo dello Speculum iudiciale di Guillaume Durand, «Ius Commune», 23 (1996), pp. 271-280; Id., Lo Speculum iudiciale di Guillaume Durand: codice d’autore ed edizione universitaria, in Juristische Buchproduktion im Mittelalter, hrsg. V. Colli, Frankfurt am M. 2002, pp. 517-566. 38 Falletti, Guillaume Durand cit., col. 1014: «Le Speculum a bientôt acquis une telle notoriété que les références juridiques le citent sans nom d’auteur: quod notatur in Speculo (par ex. au Stylus curiae parlementi v. 1330, VII, 1, éd. Aubert, p. 52). Ou bien, à cet auteur même on ne donne que le seul nom de Speculator (ainsi fait Jean Favre v. 1340, par ex. sur Instit. Justin., Lyon, 1593, p. 412)». 39 Nörr, Die Literatur cit., p. 395: «Die nach Duranti erscheinenden Prozeßschriften stehen zu ihm großenteils in starker Abhängigkeit – bezeichenenderweise kleiden Johannes Andreae und Baldus ihre prozessualen Erörterungen in die Form von additiones zum Speculum – einer Abhängigkeit, die bis zur Epitomierung des Speculum führen kann». 40 Nella valutazione di Falletti (Guillaume Durand cit., col. 1043: «Un ouvrage tel que le Speculum ne pouvait se concevoir qu’en une phase avancée et déjà moins créatrice de la doctrine romano-canonique […] L’aliment de chaque rubrique lui préexistait et, quand il fait défaut, l’auteur reste court») la scarsa originalità diviene un segnale della maturità della scienza processualistica dell’epoca e del carattere paradigmatico dell’opera di Guillaume Durand. 41 Nörr, Die Literatur cit., p. 394: «Die Blütezeit des gelehrten Prozeßrechts findet in dem Speculum iudiciale des Guilelmus Duranti ihren Abschluß. Das Speculum gehört zu den Hauptwerken der europäischen Rechtskultur – weniger, weil sein Verfasser ein origineller und geistreicher Kopf, sondern weil ein erschöpfender Kompilator war. Mit gutem praktischem Blick wird alles, was man bisher zum Prozeß gelehrt hatte, gesammelt und verarbeitet. Das Speculum wird so zur Autorität, die stagnierend wirkt». 42 Cortese, Scienza di giudici cit., p. 125: «L’opera fu certo di buona scienza […]. La


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Le considerazioni che precedono dovrebbero valere anche come giustificazione di una prospettiva particolare, che ispira questa ricerca; dove non ci si pone, come (troppo) spesso è avvenuto in passato, l’intento di sceverare, entro il mare magnum che è lo Speculum iuris, quali testi, quali idee possano essere effettivamente assunti come fonte per il pensiero di Guillaume Durand e quali invece vadano considerati come prestiti. Al contrario, ritiene che tutta quella grande opera nella sua interezza, indipendentemente dalla provenienza delle componenti, vada assunta come un testo coerente perché rappresentativo in primissimo luogo dell’orientamento dell’autore e, secondariamente (ma si tratta di un aspetto per certi versi non meno rilevante) come manifestazione della cultura diffusa e condivisa in tutto un ambiente.

3. La politicità dell’officium iudicis

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3.1. Gli orientamenti politici di Guillaume Durand e la funzione del giudice

Va avanzata, in via preliminare, una cautela. Non ci si sofferma qui sul significato politico, vasto e multiforme, di “iudicare”, per riprendere così specularmente le analisi e le ricostruzioni formulate da Costa43. Queste hanno chiarito come i verbi che esprimono la funzione di amministrare la giustizia non significano una attività tecnica perchè applicativa delle norme nelle situazioni concrete; ma alludono al contesto fondamentale della subordinazione politica. L’affermazione per cui il giudizio è politico in quanto, nella cultura dell’età di mezzo, il rapporto politico ossia il legame diseguale tra il potere e i subordinati si esplicita largamente e primariamente nel contesto del giudizio, ha avuto una rilevanza notevole nell’ispirare questa ricerca, in quanto concepire l’amministrazione della giustizia come il primo terreno di effettualità del potere ha costituito una premessa neces-

sua composizione stessa è un forte indizio del livello culturale elevato cui era giunto il mondo della pratica giuridica, capace di assorbire libri di tal fatta». 43 P. Costa, Iurisdictio. Semantica del potere politico nella pubblicistica medievale (11001433), Milano 1969, p. 109: «L’immagine di iudicare non è affatto semanticamente isomorfa alla nostra, che restringe il giudicare alla attività tecnico-giuridica del magistrato, ma investe più rapporti politici fondamentali, diversi quanto a contenuto ma tutti riconducibili ad uno schema essenziale: P è più potente di S. ‘Iudicare- iudicari’ è la cellula germinale del linguaggio del potere. Di esso riflette simbolicamente due requisiti: la diseguaglianza del rapporto, il legame funzionale fra i due soggetti di esso».


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saria per ulteriori sondaggi testuali. Ora si tratta però di provare a circostanziare le modalità con cui viene concepita la politicità del giudizio. A Marguerite Boulet-Sautel si deve l’acquisizione, cui peraltro non si può dire abbiano fatto seguito studi significativi, dello Speculum iuris quale fonte rilevante per la storia del pensiero politico, al di là delle specificità che lo situano nella letteratura processualistica44; il concetto politico attorno a cui si organizza tutta la riflessione di Durand sarebbe quello di princeps45, allusivo di un potere che si caratterizza per non riconoscere superiore46. Così anche Paradisi, in una rapida osservazione sul significato della formula «rex Franciae in regno suo princeps est»47. La questione del significato di questa formula, in particolare (ma certo non solo; importanti i riferimenti ad altri autori francesi e al contesto del Regno meridionale) nella pagina di Guillaume Durand, fu oggetto di un intenso dibattito storiografico assurto ben presto a momento esemplare nella storiografia novecentesca del pensiero giuridico e politico, cui in questa sede si può solo fare rinvio48. Potrebbe essere il caso però, come già accennato, di ripartire proprio dalle considerazioni di Calasso quanto al radicamento bolognese di questa posizione politica sviluppata da Guillaume Durand49. Quindi, presumibilmente, vedervi contenuto un riferimento ai regimi comunali italiani e

44 Boulet-Sautel, Le ‘Princeps’ cit., p.805: «Le Speculum judiciale […] est primordialement un traité de procédure civile et canonique et ne concerne donc pas directement l’analyse du pouvoir. Mais l’ampleur inaccoutumée de cette encyclopédie judiciaire… donne au lecteur une assez complète information sur la pensée politique de son auteur, bien que celle-ci ne soit pas présentée en forme et que le lecteur doive en glaner les traits épars». 45 Ibid.: «Dans cet ordre public qui se devine, une notion domine les autres et les hiérarchise par rapport à elle, c’est la notion de princeps». 46 Ibid., p. 807. 47 B. Paradisi, Il pensiero politico dei giuristi medievali, in Storia delle idee politiche economiche sociali, dir. L. Firpo, 2/2, Torino 1984, p. 258: «Per quanto concerne la Francia […] Giovanni di Blanosco (Jean de Blanot), che non esercitò l’insegnamento ma ricoprì cariche pubbliche nel suo Paese, affermò senza ambagi e per la prima volta in quella forma, che ‘rex Franciae in regno suo princeps est’. ‘Princeps’ aveva il senso di ‘imperator’ e così lo assunse da Jean de Blanot Guglielmo Durante». 48 Al testo già cit. di F. Ercole rispose F. Calasso, Origini italiane della formola ‘Rex in regno suo est imperator’, «Rivista di storia del diritto italiano», 3 (1930), pp. 213-259; Ercole ribadì le sue posizioni con Sulle origini francesi e le vicende in Italia della formola ‘Rex superiorem non recognoscens est princeps in regno suo’, «Archivio storico italiano», s. 7, 16 (1931), pp. 197-238 e la rielaborazione del saggio già cit. 49 Calasso, I glossatori e la teoria della sovranità cit., n. 31: «La formula in un passo di Guglielmo Durante: raffronto testuale con quello di Jean de Blanot. Considerazioni sulla personalità del giurista provenzale», pp. 113-116.


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comunque, nell’insieme, al processo di legittimazione che poteva investire tutti i centri effettivi e locali di potere, che dovevano tanto della loro affermazione proprio alla capacità di agire e incidere nella società tramite l’amministrazione della giustizia. A procedere in questa direzione stimola la tendenza complessiva evidenziata e riassunta, a livello di storia delle istituzioni, da Caravale50, per cui la territorialità di tanti e diversi ordinamenti che tra XII e XIII secolo si dimostrano capaci di affermare la propria efficacia, passa attraverso l’assunzione della tutela dei diritti in sede di amministrazione della giustizia come prima e fondamentale funzione. Il che vale a dire, i modelli di processo elaborati in sede di riflessione dottrinale possono orientare le diverse prassi con tanta pervasività proprio perchè non essendo legati a un ordinamento particolare risultano fruibili in contesti diversi, comunque sempre nella prospettiva generale del legame tra autorità politica e tutela giudiziaria dei diritti. Va tratta una conseguenza, non esplicitata da Caravale: i modelli teorici che avranno maggiori possibilità di successo, di affermazione, che più potranno diffondersi e meglio verranno accolti, saranno quelli che più esalterannno tale funzione politica, proprio in questi aspetti di esclusività territoriale. Queste note storiografiche valgono a introdurre una visione di fondo che informa lo Speculum iuris: la funzione del giudicare è politica, perché il giudice, nel compiere questa funzione, è la manifestazione del potere politico. Se si incontra qualche difficoltà a collocare in luoghi specifici del testo e quindi a fare emergere la funzione e la dimensione politica del giudice, ciò avviene perché attraversa tutta la grande opera di Guillaume Durand, come un sottotesto. Va inoltre pensato come uno tra i fattori principali dell’affermazione rapida quanto vischiosa di questa opera.

50 Caravale, Ordinamenti giuridici cit., p. 322: «Quello che risulta superato è l’ordinamento popolare di origine germanica: al suo posto stanno sempre più nettamente emergendo ordinamenti radicati nel territorio – signorie fondiarie, signorie territoriali, Comuni – all’interno dei quali la funzione della tutela della giustizia, della difesa del diritto, veniva assunta come compito precipuo, come responsabilità specifica, da un’autorità espressamente preposta all’esercizio di detto compito, e non era lasciata all’iniziativa dei privati. La proposta processuale elaborata dalla dottrina era – come dicevamo – diretta non ad un ordinamento particolare, ma in generale a tutti quelli che l’avessero riconosciuta utile: spettava alla vita concreta del diritto maturare le condizioni che ne consentissero l’accoglimento». Cfr., per considerazioni analitiche e relative a situazioni particolari dello stesso autore, Id., Giustizia regia nel secolo XII in Inghilterra e in Sicilia, ora in Id., La monarchia meridionale. Istituzioni e dottrina giuridica dai Normanni ai Borboni, Ariano Irpino-Roma-Bari 1998, pp. 25-69.


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Questa lettura è alternativa a un suggerimento di Ascheri; che proprio nell’affermarsi di un modello comune e condivisibile (se non effettivamente condiviso nella concreta diffusione di linee guida per le procedure) di procedimento a opera della dottrina e applicato da giudici dotti localizza la differenziazione essenziale tra politica e diritto, come quella tra legislativo e giudiziario51. Ascheri non suggerisce certo di pensare a una forma incoativa di “divisione dei poteri”, quanto piuttosto a una differenziazione di tipo funzionale all’interno dell’esercizio dei poteri pubblici e della relativa comprensione elaborata sul piano teorico. Qualora però si veda nella tutela dei diritti l’espressione fondamentale del potere, verrà necessariamente meno anche la possibilità di istituire questa differenziazione. 3.2. La legittimazione politica della funzione di giudicare

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L’elemento più notevole e originale nello Speculum iuris, come si è detto, è dato senza dubbio dalla struttura. La grande opera panoramica sul processo si apre proprio parlando del giudice; prende avvio dalla legittimazione del potere di giudicare, con particolare attenzione alla posizione del giudice delegato, fino a una visione di insieme delle funzioni del giudice. Questa disposizione è almeno in parte una novità; riprende infatti lo schema di Tancredi52, che però assume come primo e fondamentale ambito di interesse le «personae, quae debent consistere in iudicium»53. L’attenzione cioè verteva sul giudice come prima tra le tre «personae» coinvolte nel giudizio. Invece, nell’opera di Guillaume Durand il giudice è oggetto di considerazione preliminarmente e separatamente rispetto alle parti, esaminate nella secunda particula della pars prima. Da questa osservazione appare chiaro che la funzione di giudicare e la sua legittimazione sono le questioni fondanti per la scienza processualistica come viene reimpostata da Guillaume Durand, sono i temi cui devono fare riferimento tutte le altre materie che ne costituiscono quindi una sorta di specificazione. Il giudice, nel significato pieno di una categoria concettuale e non di una semplice definizione funzionale, è il giudice ordinario. Perché solo al 51 52

M. Ascheri, I diritti del medioevo italiano, Roma 2000, pp. 333, 341. Cfr. l’ed. F. C. Bergmann, Pillii, Tancredi, Gratiae libri de iudiciorum ordine, Gottingae 1842, pp. 89-134. L’ordo di Tancredi, rivolto particolarmente ai tribunali ecclesiastici, venne completato nel 1216, poi rimaneggiato nella seconda metà degli anni ’30 del XIII secolo da Bartolomeo da Brescia. 53 Bergmann, Pillii, Tancredi cit., p. 90.


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giudice ordinario compete la iurisdictio54 in virtù di un diritto che inerisce alla sua persona, costituendone una determinazione essenziale. Data questa comprensione ontica della sua funzione e dei poteri connessi, discendono alcune differenze specifiche rispetto al giudice delegato, che la manifestano con evidenza. Il giudice ordinario, anche dopo essere stato ricusato in seguito a un sospetto fondato, non si trova mai del tutto esautorato da competenze rispetto a una causa: certo si richiede l’assenso di chi l’ha ricusato, ma può egli stesso scegliere chi sia a giudicare in causa e chi gli subentra lo fa in quanto suo delegato55. Mentre il giudice ordinario ha la qualità intrinseca di giudice, il giudice delegato no, quindi se viene ricusato non è giudice, per lo meno «non habet iurisdictionem»56. La iurisdictio delegata non gode, a differenza della iurisdictio ordinaria, di una definizione generale e complessiva ma si precisa di caso in caso nei suoi contenuti, secondo la necessità di essere efficace57. Se non può essere definita è in quanto non sussiste di per sé, ma solo come derivazione dalla iurisdictio ordinaria. Si manifesta qui chiaramente la differenza tra giudice delegato e giudice ordinario come differenza intrinseca tra una funzione e un modo di essere, una qualità. Il diritto a esercitare il potere di giudicare deriva al giudice ordinario immediatamente dalla volontà del princeps58, del soggetto (anche collettivo, cioè la comunità nel suo insieme) cui può essere riferita l’autorità politica. 54 Guilielmi Durantis Speculum iuris, I, I, De officio ordinarii, § 2, p. 99 a: «Constituit autem ordinarium princeps […]. Item uniuersitas […]. Item ex praemissis patet potestates et rectores, qui in Italia eliguntur, habere iurisdictionem ordinariam». 55 Ibid., I, I, De recusatione, § 1, p. 159 a: «Ordinarius recusatus probata causa suspicionis potest de recusatoris assensu committere personae neutri parti suspectae causam: seu cogere partes ad eligendum arbitros, quibus ipse vices suas commitat ac deleget: et hi tamquam delegati eius uice de principali causa cognoscant». 56 Ibid.: «delegatus recusatus nullam habet iurisdictionem». 57 Ibid., I, I, De iudice delegato, § 5, p. 12 a: «ad eius officium spectat omne id, sine quo eius iurisdictio expediri non potest et quod potest per generalem clausulam comprehendi». 58 Il significato del termine concetto “princeps” nello Speculum iuris è al centro dello studio citato di Boulet-Sautel, Le ‘Princeps’ de Guillaume Durand cit., p. 805: «A scruter la pensée du Speculator, le princeps n’est qu’un pur concept juridique, construit, bien entendu, à l’aide des textes du Digeste et du Code qui se rapportent à l’imperator, mais aussi sur les réalités vivantes au XIIIe siècle, du pape et de l’empereur, les textes antiques recevant la résonnance qui s’acccorde avec la réalité politique du XIIIe siècle. Le princeps a cessé d’être un homme, a même cessé d’être une institution concrète pour devenir une catégorie juridique, qui a valeur de genre». Non sembra che queste osservazioni siano condivisibili. I testi autorevoli romano-giustinianei forniscono a Guillaume Durand non un modello solo (quello del dominato) ma diversi modelli (anche quello dell’“universitas”) di autorità politica; e comunque egli se ne serve per inquadrare e legittimare gli assetti di potere quali si presentano nella realtà politica.


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In questa concezione dell’autorità politica si manifesta con notevole pregnanza l’attenzione all’effettività da parte di Guillaume Durand. Non si mostra interessato a costruire una categoria giuridica di sovranità, per quanto faccia uso di elementi che, in altri testi di altri autori59, vanno a comporre questo tipo di teoriche. Al contrario, la sua sensibilità si concentra su chi nel concreto delle vicende politiche detiene e esercita il potere e l’autorità; purchè naturalmente questi processi di potere non si esauriscano nella concretezza dell’effettività ma conoscano una forma di validazione. Proprio perché si fonda sul potere politico, il potere di giudicare ha una legittimazione sicura e una estensione che tendenzialmente non conosce limiti. Può essere assunto quale chiave interpretativa per comprendere e strutturare la teoria del processo, perché il processo è la manifestazione, sul piano delle modalità per l’amministrazione della giustizia, dell’autorità politica60. Questa argomentazione contiene senza dubbio una valutazione positiva dei processi di potere propri degli ordinamenti comunali, nella loro capacità di imporsi, entro comunque un quadro di legittimità, attraverso l’amministrazione della giustizia. Nel concreto, il giudice ordinario è legittimato a esercitare la funzione di giudicare su tutti i contenziosi che richiedano o motivino il suo intervento, senza conoscere limiti intrinseci o estrinseci di qualificazioni, di specializzazioni61, perché l’originarietà del suo potere si esprime necessariamente come universalità relativa a uno spazio politico, vale a dire una comunità e un territorio62. Va tenuto presente che nelle funzioni del giudice, che ne definiscono l’essenza, rientra anche il dare esecuzione a quanto è stato stabilito mediante il giudizio63. Si può vedere qui un’altra espressione della politicità della funzione del giudice, che non si esaurisce nel profferire un giudi-

59 60

Il riferimento è a quanto accennato sopra, p. 95. Falletti, Guillaume Durand cit., col. 1064: «C’est surtout grâce à la notion du princeps que la doctrine retrouve un ordre public qui conditionne, dans une mésure qu’elle s’efforce de préciser, les vouloirs privés». Vasina, Guillaume Durand Recteur cit., p. 44: «il se montra rigueureusement fidèle à la théorie et à la pratique du pouvoir temporel et de l’absolutisme papal, auxquelles, dans son savoir juridique et rhétorique d’ampleur encyclopédique, il avait su élever dans le Speculum iudiciale un monument de droit procédural». 61 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., I, I, De officio ordinarii, § 3, p. 99 a: «officium ordinarij et cuiuslibet iudicis est latissimum». 62 Ibid., § 1, p. 98 a: «Ordinarius est qui iure suo uel principis beneficio uniuersaliter iurisdictionem exercere potest […]. Item ordinarius est cui causarum uniuersitas est commissa». 63 Ibid., II, III, De executione sententiae, § 5, p. 822 a: «uictor habet duo auxilia, scilicet iudicis officium et actionem iudicati. Si uero uult executionem petere, petat hoc iudicis officio […] nec debet tunc iudex iudicis partes assumere, sed solum executoris».


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zio ma prosegue, intervenendo nel concreto dei rapporti sociali per garantire l’efficacia del giudizio stesso.

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La politicità dell’esercizio del potere di giudicare emerge bene da alcune osservazioni, puntuali, che valgono nella pagina di Guillaume Durand come proposta di regole molto specifiche. L’avvio di un procedimento criminale, in specie l’accusa, può avvenire solo davanti al giudice ordinario o al delegato dal princeps (ma a quest’ultimo solo in casi eccezionali)64. I poteri esecutivi, in senso molto ampio, compresa ad es. la missio in possessionem, competono solo al giudice ordinario o al delegato del princeps; nonostante opinioni contrarie che Durand segnala ma non stima degne di essere prese in considerazione e confutate, perché prive di fondamento, data la sua particolare comprensione della figura del giudice delegato e dei poteri che gli competono65. La polemica è con Sinibaldo Fieschi, forse non nominato per la riverenza che si doveva a papa Innocenzo IV, che aveva sostenuto come tale potere competesse a qualsiasi giudice delegato66, facendo prevalere l’interesse della parte a una esecuzione rapida e efficace sulla necessità di garantire che la funzione del giudice esprimesse sempre e direttamente il potere politico. I poteri del giudice delegato sono sempre pensati come derivanti da quelli del giudice ordinario, tra cui rientra, anzi è costitutivo, proprio quello di delega67. Uno dei non molti punti sui quali segnala fermamente il suo dissenso rispetto al maestro, Enrico da Susa68, investe il potere di subdelegare. A

64 Ibid., III, I, De accusatione, § 4, p. 11 b: «dicendum est nobis, coram quibus sit criminalis accusatio facienda: et quidem coram iudicibus ordinariis. huiusmodi enim causae non delegantur nisi a principe, nisi in casibus». 65 Ibid., II, III, De executione sententiae, § 2, p. 815 a: «nota extra de verborum significatione dilecto [X V, 40, 28] quod etiam missionem in possessionem ex primo decreto et etiam ex secundo tam in personali quam in reali actione potest facere solum delegatus a principe […]. Alij dicunt quod delegatus ab ordinario potest decernere et pronunciare de mittendo in possessionem». 66 Ad c. Dilecto, De verborum significatione, ed. Apparatus decretalium domini Innocentii, Venetiis [8 ottobre] 1491, zz 6: «facit iudex delegatum non tantum principis […] sed cuiuslibet alterius delegatus». 67 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., I, 1, De iudice delegato, § 2, p. 9 ab: «Quis possit constituere, et quid etiam constituere potest princeps… Item delegatus a principe […] et generaliter quicumque ordinariam iurisdictionem habet, ipsum constituere potest […]. Nam de iurisdictione ordinaria est iudicem dandi licentia». 68 Probabilmente ha presente affermazioni di Enrico da Susa come questa: «authorita-


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giudizio di Durand, solo chi è delegato direttamente dal princeps può a sua volta delegare a un altro gli iurisdictionalia, ossia gli elementi essenziali del procedimento; né il delegato dal giudice ordinario né il delegato del delegato del princeps hanno questo potere; perché in tale caso evidentemente l’origine politica della funzione di giudicare si è sbiadita69. Pertanto il delegato che subdelega perde del tutto le sue funzioni; salvo che sia stato delegato dal princeps70. 3.3. La funzione di giudicare come espressione del potere politico

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Il peso che assume la contumacia, come oltraggio al potere giurisdizionale, si impone all’attenzione delle teorie del processo elaborate nel corso del XIII secolo, che le conferiscono la capacità di attivare l’azione del giudice, come fa notare Vallerani71. Prima di tutto va osservato che nella possibilità di reagire punitivamente alla contumacia sta una delle differenze fondamentali tra il giudice e l’ar-

te delegata exequuntur quod mandatur», Henrici de Segusio Summa aurea, Venetiis 1574, col. 285 (De officio et potestate iudicis delegati, Quae delegari possunt). 69 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., I, 1, De iudice delegato, § 2, p. 9 b - 10 a: «Sed nunquid subdelegatus delegati a principe, cui tota causa subdelegata est, uel etiam delegatus ab alio quam a principe, qui non est ad uniuersitatem causarum delegatus, potest citationem, uel quemuis alium certum articulum committere? Et uidetur quod sic […] ut eodem titulo [scil. De potestate iudicis delegati] ex litteris [X I, 29, 29] ubi etiam notat dominus meus Hostiensis quod talis executor a talibus deputatus habet coercitionem contra omnes opponentes sibi et iniuriantes […]. Mihi videtur, salua tanti uiri debita reuerentia, quod nullus subdelegatus nec etiam delegatus a delegato uel ordinario, et breuiter nullus delegatus ab alio quam a principe possit citationem uel litis contestationem uel testium receptionem uel sententiae prolationem committere […] quia talia sunt iurisdictionis seu iurisdictionalia». 70 Ibid., II, III, De executione sententiae, § 2, p. 815 a: «Quid si delegatus simpliciter seu totaliter commisit uices suas? Sic ipse non potest exequi cum sibi nil retinuerit extra de officio delegati uenerabilis [X I, 29, 37] ordinarius autem non uult exequi […]. Hoc etiam certum est, quod delegatus a principe potest suam sententiam per se uel per ordinarium, si maluerit, exequi intra annum». 71 Vallerani, La giustizia pubblica cit., p. 23: «il giudizio si impone a tutti, presenti o assenti, intenzionati a raggiungere un accordo o meno. La citazione e la mancata risposta, la contumacia, assumono così un valore giuridico fortissimo e decisorio, perché l’assenza del reo, citato legittimamente, non impedisce il giudizio ma lo determina a suo sfavore, costituendo anzi un reato nuovo: lo ‘spregio’ verso l’autorità pubblica. La differenza con l’arbitrato, in cui l’arbitro non può emettere il lodo se una delle due parti è assente o contraria, salta agli occhi e spiega in buona parte la rapida espansione della giustizia pubblica».


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bitro72, cioè tra l’amministrazione della giustizia come frutto di un accordo tra le parti o diversamente come manifestazione di un potere superiore alle parti. In questa sede non interessa la contumacia per gli effetti che produce e che tendono ad assimilarla a una ammissione di colpevolezza; interessa invece come non determini conseguenze negative per il contumace solo in conseguenza di tali aspetti. Il giudice infatti è giustificato, anzi è tenuto, a punire la contumacia in quanto tale, per una sorta di lesione che contiene alla sua funzione. Ne derivano quindi la condanna al bando73 e addirittura una sentenza, per quanto interlocutoria74 (cioè non definitiva, perchè non tiene conto di quanto emerge nel corso del procedimento, pur essendo relativa alla causa che si dibatte) che concede all’attore ciò cui affermava di avere diritto. Tale sentenza non si motiva in una valutazione positiva delle richieste dell’attore, ma solo quale misura punitiva nei confronti del contumace: infatti dovrebbe venire pronunciata anche qualora il giudice sia convinto che le richieste dell’attore non abbiano fondamento. Tutte queste conseguenze non avrebbero assolutamente alcun senso se la funzione del giudice fosse quella di giudicare moderando una controversia tra privati. Manifestano invece la funzione politica del giudice, il suo essere espressione del potere, che punisce massimamente proprio chi non lo riconosce. Colpisce la diffidenza espressa verso l’istituto consuetudinario del consilium sapientis, data la diffusione e la pregnanza che questo aveva nell’amministrazione della giustizia da parte dei poteri comunali e signorili75; tanto

72 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., I, 1, De arbitro et arbitratore, § 4, p. 107 b: «arbiter non potest contumacem punire». 73 Ibid., III, I, De accusatione, 1, p. 6 a: «Si autem accusatus non comparuerit, procedetur ad bannum». 74 Ibid., II, I, De primo decreto, 2; 459 a-b: «reo peremptorie citato et contumace existente, quia non uult uenire nec satisdare […] iudex eum debet declarare et reputare per suam interlocutoriam contumacem […] deinde actore petente se mitti in possessionem rei petitae, propter contumaciam rei […]. Quid si constat iudici illum [scil. actorem] nullam causam agendi habere? Dic, nihilominus missionem procedere in odium latitantis». 75 Non è questa la sede per fare nemmeno cenno a un tema, come questo, tanto sviscerato e dibattuto dalla storiografia. Particolarmente rilevanti per la prospettiva qui adottata, M. Ascheri, I consilia dei giuristi come acta giudiziari, in La diplomatica dei documenti giudiziari (dai placiti agli acta - secc. XII-XV), X Congresso Internazionale, Bologna 12-15 settembre 2001, a cura di G. Nicolaj, Roma-Città del Vaticano 2004, pp. 309-328. Cfr. inoltre Praxis der Gerichtsbarkeit in europäischen Städten des Spätmittelalters, hrsg. F.J. Arlinghaus - I. Baumgärtner - V. Colli - S. Lepsius - Th. Wetzstein, Frankfurt a.M. 2006, pp. 492 ss.


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che, all’epoca della composizione dello Speculum iuris, diversi statuti comunali erano intervenuti a prevederlo e a disciplinarlo, disponendone in molti casi il carattere vincolante per il giudice, in particolare qualora fosse stato egli stesso a richiederlo. Anche nel caso in cui il giudice non possa fare affidamento sull’assistenza di un assessor, dotato di preparazione culturale specifica e di esperienza in materia, Guillaume Durand ritiene pur sempre preferibile che valuti direttamente gli atti cercando la verità, piuttosto che coinvolgere le parti nella scelta dei sapientes. In quest’ultimo modo infatti verrebbe meno alla sua funzione essenziale76. Così analogamente nel caso in cui il giudice si avveda che il consilium richiesto e ottenuto è contra ius; se l’ha richiesto egli stesso, può ignorarlo senza che ciò sollevi alcuna difficoltà. Se è stato richiesto col consenso delle parti, le teorie allora correnti ritenevano che dovesse comunque attenervisi. Durand segnala una netta presa di distanza, affermando la sua opinione contraria77. Al di là di una ricognizione, senza dubbio preziosa, degli autori e dei testi, come pure dei contesti istituzionali, cui Guillaume Durand fa riferimento78, si tratta ancora di chiarire le ragioni di una presa di posizione tanto precisa quanto originale, perché in controtendenza rispetto a orientamenti dottrinali cui lo Speculator di solito aderisce pienamente. Potrebbe essere il caso di fissare l’attenzione su un aspetto che il consilium sapientis, in particolare quello richiesto dal giudice, tendeva ad assumere nella prassi. Era lo strumento più rilevante per coinvolgere attivamente, fino ad attribuire loro in sostanza la funzione di giudicare, i giuristi della città nell’amministrazione della giustizia, in specie criminale, altri-

76 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., II, II, De requisitione consilii, § 1, p. 762 b: «Si uero non sit aliquis assessor in causa, cum quo iudex deliberare ualeat, tunc secundum consuetudinem Italiae generalem eligantur concorditer a partibus sapientes, qui examinent acta iudicij ut secundum eorum dictum iudex pronunciet. Quam consuetudinem reprobo […]. Melius est igitur quod iudex ipse scrutetur diligenter acta negocij ad rerum ueritatem». 77 Ibid., p. 765 a: «Quid si iudex uidet consilium esse contra ius? Dic quod si ipse consiliarios elegit, spreto consilio pronunciet secundum ius: alioquin facit litem suam […]. Si autem de partium consensu electi fuerint, tunc dicunt quidam quod debet iudex iuxta eorum consilium pronunciare […]. Contra credo». I “quidam” cui allude l’autore, ossia le fonti di queste e altre considerazioni in materia di consilium sapientis di Guillaume Durand sono stati individuati e esaminati da M. Ascheri, Le fonti e la flessibilità del diritto comune: il paradosso del consilium sapientis, in Legal Consulting in the Civil Law Tradition, edd. M. Ascheri - I. Baumgärtner - J. Kirshner, Berkeley 1999, pp. 11-53: 22-24 e in partic. 41-47. 78 Ricognizione già effettuata appunto da Ascheri, Le fonti e la flessibilità cit. cui si fa senz’altro rinvio.


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menti deputata a professionisti (il podestà con i suoi assessores) esterni. In questo modo gli esperti locali di diritto potevano fare valere un peso politico di cui certo godevano, sia come ceto professionale (spesse volte organizzato in una corporazione) sia perché esponenti di consorterie e gruppi di potere; interferendo con l’esercizio del potere da parte delle autorità e istituzioni comunali. Inoltre, il consilium richiesto dalle parti o dal giudice con il concorso delle parti tende evidentemente a svuotare la funzione di giudicare del suo significato politico, come espressione cioè di un rapporto di subordinazione, per andare invece verso una forma che ha molto del giudizio arbitrale, dove rileva un accordo tra le parti. Sono certo queste le ragioni per cui Guillaume Durand afferma recisamente che il consilium può al massimo affiancarsi alla competenza del giudice, non può mai sostituirvisi, perché ne svuoterebbe la funzione essenziale.

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Il ruolo pubblicistico delle funzioni del giudice emerge anche da un altro aspetto, almeno in parte accessorio rispetto allo svolgersi della procedura ma non certo trascurabile di per sè. È importante osservare come la presenza del giudice sia essenziale per la pubblicazione del documento, inerisca cioè alla sostanza del carattere pubblico che gli compete. Nel contesto, la cui importanza per i rapporti sociali e per la cultura stessa di quell’epoca è superfluo rimarcare, in cui ha luogo la certificazione dell’auctoritas di un documento, emerge la funzione pubblica che svolge il giudice come tale, anche indipendentemente dalla funzione specifica di giudicare79.

Il tema della composizione delle liti era, è chiaro, particolarmente significativo rispetto alla comprensione del ruolo “politico” del giudice e alle sue possibilità di esplicitarsi. Nello Speculum iuris non manca l’apprezzamento di spazi di accordo tra le parti, come elemento che può legittimare la funzione di giudicare rispetto a una causa specifica. Per esempio, il consenso delle parti a discutere la causa avanti un determinato giudice (alla cui giurisdizione nessuno dei due sarebbe altrimenti soggetto) risulta sufficiente a conferirgli il potere di giudicare in materia. Ovviamente, se il consenso avviene su una persona in quanto ricopre, in quel momento, una particolare funzione, quando cesserà di essere investita di tale funzione cesserà anche la cognizione di causa; se invece avviene su una persona in quanto tale, la funzione giudicante rispetto a quella causa specifica permane anche quando vengono meno i poteri giu79 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., II, II, De instrumentorum editione, § 4, p. 641 a: «iudicis praesentia et auctoritas est de substantia formae publicationis».


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risdizionali di cui era altrimenti investito. Va sottolineato che la decisione delle parti deve infatti necessariamente convergere su qualcuno che sia giudice ordinario, che abbia cioè la funzione di giudicare perché gli deriva da una autorità politica. Quindi emerge una dimensione politica non trascurabile anche nel caso in cui potrebbe sembrare, a una prima lettura, che prevalgano le ragioni dell’accordo tra le parti. Questo accordo pertanto ha solo l’efficacia di individuare chi debba giudicare rispetto a un determinato contenzioso; non può mai e in alcun modo conferire il potere di giudicare, non è sufficiente a fare di qualcuno un giudice; qualifica essenziale che può derivare solo dal potere politico. La pagina di Guillaume Durand sottolinea come questa forma di rendere giustizia determini il sorgere di svariati problemi. Prima di tutto relativamente all’appello, che potrà essere rivolto alla giurisdizione superiore a quella pattuita; poi alla possibilità di esigere che il giudice si pronunci sulla causa; un terzo interrogativo molto pressante investe l’esecuzione della sentenza: in particolare si tratta di individuare l’istanza cui possa essere demandata (se chi ha giudicato in causa, oppure l’ordinario che lo ha delegato); il diritto che sarà tenuto a applicare80. Si può rilevare un certo compiacimento nel soffermarsi su tali difficoltà, certo per indicare la relativa

80

Ibid., II, I, De competentis iudicis aditione, § 1, pp. 390-398 passim: «nonus, ratione conuentionis […]. Decimus, si partes consentiant coram non suo iudice litigari […]. Consentire autem uidetur qui sciens se non esse subiectum alicuius iurisdictioni in eum consentit […]. Quid si duo pisani consentiunt in potestatem lucanum qui alias ratione sui officij habet ordinariam iurisdictionem: demum finito suo officio causa illorum non est finita: queritur an futurus potestas poterit illam finire. Dic quod aut consenserunt in eum ratione potestarie: et tunc poterit […]. Aut ratione personae sue: et tunc ipse idem finire poterit […]. Si uero ratione sui, nullam habebat iurisdictionem; tunc finita potestaria, finitur accessorium, scilicet, illius causae cognitio […] sed quid in delegato: nunquid reuocata iurisdictione sua per delegantem reuocetur per consequens iurisdictio acquisita in aliquo causa ex partium consensu? Videtur quod sic; quia principali sublato tollitur et accessorium sed contra quia sic esset in potestate delegantis talem iurisdictionem finire […] an a sententia non sui iudicis concorditer electi poterit appellari? Videtur quod non ut [C.] ij q. vi a iudicibus [c. 33]. Sed dic contra ff de appellationibus ex consensu [D. 49, 1, 23] et dic super hoc in prae c. a iudicibus. Sed qualem iurisdictionem habetis in quem partes consentiunt? Dic quod ordinariam ex quo a predictis legibus permittitur talis consensu ff de uerborum significatione l. obuenire [D. 50, 16, 130] […] sed ad quem appellabitur ab eo? Dic quod ad superiorem eius qui ex consensu cognoscit et non ad ordinarium. Gradatim enim est appellandum […]. Sed an is quem partes consentiunt cogetur pronunciare? Et uidetur quod sic C de aduocatis diuersorum iudiciorum sancimus [C. 2, 7, 6] […] argumentum contra quia iurisdictionem habet ex partium consensu sicut et arbiter unde non uidetur cogendus nisi consentiat et ad instar arbitri […] sed hoc uerum est ut iurisdictionem consequatur non ut cogatur. Sed quis exequetur sententiam eius? Responde ipse si est; alias ordinarius: alioquin superior uel delegans ff de re iudicata a diuo [D. 41, 1, 15] in principio».


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inefficacia che caratterizza questa forma di esercizio della giurisdizione e pertanto contengono un giudizio negativo e una indicazione netta per quanto implicita che sconsiglia di ricorrervi. Gli spazi di accordo tra le parti sono sempre molto ridotti una volta che il procedimento abbia avuto inizio, in tale caso infatti anche un eventuale compromesso non estingue il potere del giudice di giudicare in materia81. 3.4. L’estensione sulla comunità politica della funzione di giudicare

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Appare costante il legame tra la territorialità e la funzione di giudicare; questa inerisce infatti, per sua stessa natura, a un territorio e soprattutto alla comunità che vive su di esso. Questo legame infatti è tendenzialmente di natura personale. In certi casi invece prevale l’obbligazione, rispetto alla situazione personale di chi è coinvolto nel giudizio. Così per quanto riguarda le obbligazioni che derivano da contratto, e per il crimine; ma anche per obbligazioni che derivano da diritti reali, e certo per le obbligazioni di natura feudale. Nel caso del crimine, proprio l’esigenza di tutelare la giustizia rispetto a un dato territorio fa sì che il giudice possa esercitare le sue funzioni al fine di accertare se o dove un crimine sia stato commesso, anche nel caso in cui questo accertamento renda necessario agire nei confronti di un soggetto che per lo statuto personale non rientra nella sua giurisdizione, se necessario anche attraverso una procedura inquisitoria82. Durand nutre, come si è detto, molte riserve sulla iurisdictio delegata e sui suoi contenuti; forse proprio perché in essa vede sbiadirsi il collega-

81 I, I, De arbitro et arbitratore, 5; p. 110 b: «licet causa coram ordinario iudice uel delegato pendente simpliciter compromittatur, non ob hoc expirat iurisdictio iudicis». 82 Ibid., p. 390: «Quinto, ratione contractus conuenitur quis coram non suo iudice, scilicet coram eo, sub quo contraxit uel ubi promisit […]. Sexto, ratione criminis in aliena iurisdictione commissi […] ubi delinquens inuenitur, ibi retineatur… necesse est tamen, quod ille iudex habeat iurisdictionem […]. Sed pone: aliquis conuenitur super aliquo crimine coram non suo iudice: ille negat se deliquisse in iurisdictione illius: quaeritur utrum ille poterit cognoscere an in territorio eius deliquerit? Respondeo sic argumentum ff de iudiciis si quis ex aliena [D. 5, 1, 5] ff ad municipales de iure [D. 50, 1, 37] […]. Quid si conuenitur super aliquo maleficio coram non suo iudice in aliqua prouincia, in qua dicitur deliquisse; ipse uero negat se commisisse: nunquid iudex ille cognoscere poterit, an deliquerit? Et uidetur quod sic ut in praedicta authentica qua in prouincia sed ibi loquitur quando iam de crimine constat […] argumentum contra C ubi senatores uel clarissimi [C. 3, 24] l. j ubi dicitur deprehensus in crimine et ita negari non potest: sed primum uerius […]. Septimus, ratione rei seu possessionis in alterius iurisdictione constitutae […]. Octauus ratione feudi, cuius questio sub domino feudi agitatur […]».


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mento tra potere politico e potere di giudicare. La delega che investe il potere di giudicare su ogni e qualsiasi causa (all’interno di un territorio specifico) avvicina però il giudice delegato al giudice ordinario donde gli derivano i poteri e le funzioni. In questo modo riesce a conservare forte il legame tra la territorialità e il potere politico relativo, da un lato, e la funzione di giudicare, dall’altro; anche qualora questa sia oggetto di delega. Può quindi essere compresa pienamente come una emanazione della iurisdictio ordinaria, forse meglio una sua specificazione volta a renderla funzionalmente efficace in casi in cui chi ne è direttamente investito non possa agire. Del tutto diverso è il caso della delega relativa a una causa in particolare; i poteri di questo giudice delegato si avvicinano a quelli dell’arbitro, perché per esercitarsi richiedono un qualche concorso delle parti, come rivela ad esempio la considerazione che il delegato non può subdelegare se le parti non consentono entrambe83. Questa situazione che fa interagire la manifestazione dell’autorità politica e l’accordo tra le parti, se non nel legittimare la funzione di giudicare certo nel garantirne, almeno in parte, l’efficacia, non incontra affatto l’apprezzamento positivo di Guillaume Durand che in simili ambiguità scorgeva forse una via per inserire forme di controllo delle parti (eventualmente dei centri di potere di cui erano espressione) entro la iurisdictio come articolazione e manifestazione del potere pubblico. La territorialità come elemento fondamentale della funzione di giudicare si coglie anche in alcune indicazioni relative a questioni specifiche. Se un giudice cita qualcuno che risiede al di fuori del territorio su cui si esercita la sua giurisdizione, la citazione va rivolta al giudice competente; sta poi a questi provvedere a notificarla e a renderla efficace84. Allo stesso

83 Ibid., I, I, De iudice delegato, § 2, p. 9 b-10 a: «aut est delegatus ad vniuersitatem causarum alicuius ciuitatis uel castri, uel prouinciae, aut ad unam causam tantum […]. In casibus autem, ubi potest delegatus committere, committit etiam partibus inuitis, ut uidetur, cum potestas committendi sit ei a iure concessa […]. Vel dic, quod utraque parte contradicente, non potest quia eis debet prouidere, potius quam grauare […]. Altera uero tantum contradicente, potest ff de arbi non ex omnibu […]. Quid si in delegatione dicatur, Delego tibi causam talem, et do tibi potestatem alium ante litem contestatam substituendi, si tibi necesse fuerit: nunquid iste delegatus poterit alij ante litem contestatam delegare?». 84 Ibid., III, I, De accusatione, § 6, p. 15 a: «citans mittet literas suas iudici, seu rectori eius loci, in quo deget accusatus, ut per illum citato innotescat se accusatum et citatum, bonaque eius ob hoc annotata fore». Ibid., II, I, De competentis iudicis aditione, § 1, p. 394: «Sed quomodo iudex Biterensis citabit narbonensem ciuem […] respondeo, debet mittere literas iudici narbonensi ubi reus degit ut faciat illum coram se uenire […]. Alij tamen dicunt quod potest illum extra suam iurisdictionem citare ex quo ipse est iudex siue ratione rei siue ratione contractus […]».


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modo, la confessione ha valore solo se resa al proprio giudice85. Così anche la sentenza è valida solo se resa dal proprio giudice86. Una delle cause principali per impugnare e annullare l’inquisitio è che questa si sia svolta al di fuori dell’ambito di competenza, in specie territoriale, del giudice87.

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L’unico vero (ma particolarmente significativo per estensione e intensità) limite a questo nesso fra territorio, potere e funzione di giudicare sta nella giurisdizione spirituale, che può coprire diverse e ampie materie: cause matrimoniali, questioni dal contenuto religioso evidente (le cause di fede, che si estendono dall’eresia, alla simonia, alla rottura di un giuramento o della pace, a materie come la fornicazione, la rapina, l’usura; ma anche cause legate alla penitenza e al giuspatronato); per sottrarle alla competenza territoriale (politica) del giudice secolare. Non manca peraltro la segnalazione di alcuni casi speculari, in cui cioè è il chierico a venire sottratto al suo giudice (ecclesiastico) competente88. Emerge qui, evidentemente, un principio di notevole portata. L’essere umano non è soggetto ad alcune manifestazioni dell’autorità sulla comunità politica di cui è membro, solo in quanto è membro della comunità spirituale. Vale a dire, l’appartenenza alla Chiesa prevale su qualsiasi legame politico, negli ambiti più rilevanti per la vita religiosa. Abbondano del resto, nelle pagine di Durand, i riferimenti al papa come «iudex ordinarius omnium». Alcune questioni particolari, che esibiscono una derivazione dalla prassi, risultano interessanti89 per chiarire un interrogativo: fino a che 85

Ibid., II, II, De confessionibus, § 2, p. 605 a: «non ualet confessio si fiat coram non suo iudice». 86 Ibid., II, III, De sententia, § 3, p. 780 a: «ferenda est sententia a suo iudice». 87 Ibid., III, I, De inquisitione, § 1, p. 27 b: «Item opponitur quod uolens inquirere, non est talis, qui ex sua iurisdictione possit inquirere». 88 Ibid., II, I, De competentis iudicis aditione, § 1, p. 390: «haec regula fallit in casibus multis, in quibus quis sortitur forum non suum et facit suum. Primo in causis matrimonialibus que licet inter laicos agitentur: tamen per ecclesiasticum iudicem sunt tractandae […]. Secundo in causis ecclesiasticis: […] haeresis […] simoniae […] fractae pacis vel periurij […]. Ex quo enim iuramentum interuenit, causa ad forum ecclesiae spectat […] fornicationis […] rapine […]. Vsure […]. In quibusdam tamen casibus iudex secularis cognoscit de personis et rebus ecclesiasticis, scilicet cum clericus per laicum coram illo conuenitur […]. Vel si ab ecclesia inuitetur […]. Tertio, ubi agitur ad poenitentiam ex quacunque causa uel in modum denunciationis […]. Quarto in iure patronatus […]». 89 Ibid., pp. 390-398: «pone: quidam lucanus perpetuo a ciuitate lucana bannitus quendam florentinum in districtu lucano spoliauit: nunc spoliatus inuenit spoliatorem in ciuitate pisana: quaeritur utrum eum possit accusare? Et uidetur quod sic: quia criminosus potest ubi inuenitur conueniri C ubi de criminibus agi oportet [C. 3, 15] l. j. cum enim non pos-


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punto una situazione personale molto particolare dell’accusato o del convenuto può essere sufficiente a sottrarlo alla giurisdizione del giudice competente. Un tale è stato bandito da Lucca con bando perpetuo; nel contado di Lucca ha derubato un fiorentino, che qualche tempo dopo lo ritrova a Pisa; può quest’ultimo formalizzare l’accusa davanti al giudice pisano? La risposta è positiva in base alla considerazione che il criminale può essere accusato nel luogo ove viene trovato e che altrimenti, nel caso specifico, la condizione di bandito si risolverebbe sempre in un vantaggio. Ma una soluzione negativa sembra imporsi, perché mancano elementi che sottopongano il criminale al potere del giudice pisano, in quanto a Pisa non risiede nè vi possiede beni. Un cittadino senese vuole citare in giudizio a Siena per una causa civile un cittadino fiorentino, espulso da Firenze per motivi politici. Può farlo, secondo una logica che trova fondazione sicura nella fonte autorevole, ma non può farlo secondo altri criteri: perché il potenziale citato è stato espulso dalla sua città, non è fuggito, non è un vagabondo senza domicilio che quindi può essere citato ovunque. In queste situazioni, solo se non vi è la possibilità che tornino nella loro città, possono essere chiamati in giudizio a Pisa o a Siena. Se i beni dei soggetti da accusare sono stati pubblicati, viene citato il fisco che li ha incamerati. Lo Speculum iuris si dimostra molto diffidente verso soluzioni che svuotino di significato la categoria del giudice competente (per territorio),

sit Lucam uenire uidetur exilium passus: et sic Pisis poterit conueniri argumentum ff de eo quod certo loco [D. 12, 4] l. j […] alioquin bannum sibi datum ad poenam, esset ei ad premium: quod esse non debet ff de negotiorum gestione siue hereditaria [D. 3, 5, 23] […] quia si eum ponimus relegatum, uidetur Pisis ubi moram trahit habere domicilium necessarium ff ad municipalem filii libertorum § relegatus [D. 50, 1, 22, 2] […] argumentum contra quod non habet Pisis domicilium nec maiorem partem rerum suarum nec ibi deliquit, quibus casibus regulariter quis forum sortitur C libro x de decurionibus [C. 10, 31] generaliter […] super hoc dic ut in quaestione sequenti. Quid si aliquis senensis uult conuenire ciuiliter Senis aliquem florentinum propter guerram de Florentia expulsum: nunquid potest non obstante fori prescriptione, cum ibi moretur? Videtur quod sic argumentum ff de his qui sui uel alieni iuris sunt [D. 1, 6] l ij […] Argumentum contra: cum sit in fuga ff de servis exportandis si Titius [D. 18, 1, 9] responde infra in fine imo uidetur quod solum apud florentiam conueniet illum argumentum C ubi de hereditate agatur [C. 3, 20] l. j. Non enim uidetur uagabundus et sine domicilio […]. Solutio. Dicunt quidam quod si sit spes quod cito redibit, non conuenietur Florentiae sed Senis: alias secus argumentum ff de iudiciis si longius [D. 5, 1, 18]. Alij dicunt quod si bona florentini publicata sunt, non poterit alicubi conueniri: sed fiscus seu commune florentinus si habet bona conuenietur ff de capitis diminutione l. pertinet [D. 4, 5, 1] et l. tutelas [D. 4, 5, 6]. Sed si ille retinet bona, uel partem eorum, potest Florentiae conueniri».


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persino nei casi in cui il nesso tra l’accusato o il convenuto e la comunità politica si sia fortemente indebolito (in seguito al bando o all’espulsione). Questo anche a scapito dell’efficacia della repressione, dell’amministrazione della giustizia. Che dimostra così di non essere un valore in sé, da perseguire a qualsiasi costo, ma di essere un valore in quanto manifestazione del potere politico. 3.5. I valori nel modello ideale di giudice

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Dalle eccezioni che si possono opporre al giudice per ricusarlo si deduce, per via negativa, una caratterizzazione complessiva del giudice, come figura ideale90. Si può provare a sistematizzare questa descrizione, che peraltro si presenta in modo alluvionale nella pagina di Guillaume Durand; proprio perché non si tratta di una definizione, ma dell’elenco di alcune caratteristiche tutte fondamentali e necessarie per quanto non sufficienti. Si vede allora che il giudice deve essere un uomo (cioè non una donna; a meno però che per diritto ereditario non le competano funzioni giurisdizionali91) adulto, con una variabilità di questa accezione a seconda della natura e entità delle cause; un fedele cristiano battezzato (quindi non scomunicato, né ebreo, né eretico, né pagano); libero; mai infamato né riconosciuto spergiuro; non sottoposto a una condanna, nemmeno circondato da sospetti quanto alla sua onorabilità; dotato di una preparazione culturale specifica e di una esperienza sufficiente; che non accumula altre funzioni o cariche; nel pieno possesso delle sua facoltà fisiche (non sordo o muto) e

90 Ibid., I, I, De iudice delegato, § 8, p. 23 a-26 b: «quod excommunicatus […] quod est seruus […] quod est periurus uel alias infamis […] quod est minor xx annorum nisi maior decem et octo annis datus fuerit de consensu partium […] nam ordinarius non potest esse nisi xxv annis attigerit […] quod non est constitutus in aliqua dignitate […] quod est condemnatus […] quod ex pluribus iudicibus maior et dignior est suspectus […] quod est surdus, mutus, impubes, et perpetuo furiosus et a dignitate propter turpitudinem motus […] quod est mulier unde nec iudex nec arbiter esse potest […] nisi habeat iurisdictionem ratione seu iure successionis […] quod est iudaeus uel hereticus uel non credens uel nondum baptizatus sed schismaticus uel paganus […] quod est illitteratus uel imperitus […] quod est odio, fauore, gratia, prece, precio uel metu uel promissione uel iussu alicuius potentis deprauatus […] quod non habet Deum prae oculis, nec procedit secundum consuetum usum causarum et quod apud eum est acceptio personarum nec uia regia procedit […] quod non est in eo iustitia: unde nec iudex uocari meretur». 91 Anche questa notazione rivela la natura essenzialmente politica del giudicare, che, in virtù di un potere pubblico di cui sia investito, può competere a un soggetto che altrimenti ne dovrebbe essere escluso per ragioni intrinseche.


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mentali (non impubere, non folle, non dedito a turpitudines che ne minino la dignitas o la funzionalità, l’efficacia delle decisioni); non deve essere condizionato da fattori esterni, sia di portata generale sia in particolare rispetto alla causa in questione (si intendono fattori quali le disposizioni favorevoli o sfavorevoli verso una delle parti, oppure il desiderio di lucro). Difficile sottrarsi alla lettura focauliana che Franco Cordero avanza (anche) di questo brano come “definizione biopolitica del giudice”, pensando in effetti all’Ordinamento giudiziario italiano92, nell’incipit di Criminalia93. Però tale lettura può essere fuorviante. Non pare necessario introdurre questa idea del giudice in una prospettiva biopolitica, dal momento che appare efficacemente in grado di spiegarla il riferimento all’ambito della teologia politica, a una valutazione cioè della dimensione religiosa come assolutamente costitutiva per l’esercizio della funzione di giudicare, come rivelano le notazioni in cui culmina questa descrizione ideale del giudice. Nel realizzare in pratica la funzione di giudicare, non si lascia condizionare da considerazioni personali; si conforma a usi consolidati; soprattutto «habet Deum prae oculis», si fa cioè sempre guidare dalla luce della fede come principio fondamentale e ha sempre presente che il ripristino della giustizia, mediante il giudizio, si inscrive nel volere divino. La giustizia umana fa così riferimento ineliminabile alla giustizia di Dio. Infatti vi è una caratteristica del giudice che compendia tutte le altre, che tutte può surrogare, con cui ovviamente si conclude l’esposizione alluvionale: che la iustitia gli inerisca come qualità intrinseca. Altrimenti, non è un giudice, indipendentemente da qualsiasi altra qualificazione. La funzione di giudicare, espressione del potere politico, manifesta una esigenza di giustizia che è trascendente perché orientata alla divinità. 3.6. La funzione di giudicare come esercizio di un potere discrezionale94 Il giudice ordinario competente è tenuto a procedere a inquisire solo se viene raggiunto da un sentito dire consolidato. Questa persuasione diffusa si qualifica perché deve provenire da soggetti attendibili, che godano di una posizione e di un ruolo sociale sicuri e su cui non possa gravare

92 93 94

Art. 8, R. d. 12/1941. F. Cordero, Criminalia. Nascita dei sistemi penali, Roma-Bari 1985, p. 3. Su temi molto prossimi cfr. L. Mayali, Entre idéal de justice et faiblesse humaine: le juge prévaricateur en droit savant, in Justice et justiciables (Mélanges Henri Vidal), Montpellier 1994, pp. 91-103.


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alcun sospetto che siano mossi da malevolenza verso le persone oggetto della cattiva fama; perché, inoltre, deve ripetersi e confermarsi nel tempo. Questo è il modello normale che induce ad attivare le procedure inquisitorie. Non è però tassativamente l’unico. Infatti «propter scandalum tollendum» o «periculum vitandum» il giudice può procedere in assenza di questi stimoli esterni a una inquisitio ordinaria. Si tratta chiaramente di una categoria molto ampia e la cui determinazione nelle varie situazioni di specie è lasciata al giudice stesso, alle sue valutazioni soggettive. Inoltre, questa fattispecie dai contorni imprecisati permette di istituire una inquisizione che segue le procedure sommarie senza rispettare una serie di formalità95. Così anche la presenza di voci che insistentemente giungono all’orecchio del giudice e non possono essere ignorate senza che ne risulti una diffusa considerazione negativa quanto all’efficacia dell’amministrazione della giustizia, è più che sufficiente ad attivare una inquisizione generale96.

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Vi è uno spazio amplissimo all’iniziativa del giudice nel caso del crimine notorio. Si tratta di una categoria edificata dalla dottrina processualistica97 che Durand recepisce come una figura del tutto particolare: dove proprio in considerazione della evidenza, non si rendono necessari una serie di elementi procedurali, che altrimenti sono irrinunciabili: la fase che attiva il giudizio, le prove e le testimonianze, la presentazione di libelli. Il giudice procede subito alla citazione dell’imputato e se questi risulta contumace può condannarlo e la sentenza è valida. Il problema chiaramente

95 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., III, I, De inquisitione, § 2, p. 31 a: «tunc superior ad inquisitionem procedit, cum clamor ualidus ad eum peruenit a personis honestis et non suspectis, uel maleuolis, quod subditus delinquit: et non sufficit semel peruenisse, sed saepius […]. Vtrum autem propter scandalum alicuius tollendum, uel etiam propter periculum uitandum, puta in haeresi, possit sine infamia in inquisitione procedi, nota secundum Papam, extra de simonia licet Heli [X V, 3, 31] […]. Licet autem non debeat regulariter ad inquisitionem ordinariam procedi, nisi infamia praecedente […] licet nulla infamia praecesserit, bene potest gradatim et summarie inquirere sine iudiciali strepitu». 96 Ibid, § 3, p. 35 b: «si proceditur in inquisitione ex officio nullo eam prosequente uel promouente, seu impetrante, puta quia ordinarius frequentibus clamoribus excitatus, quos nequit ulterius sine scandalo dissimulare, uult descendere ad inquirendum de excessibus subditi». 97 Sul tema il riferimento fondamentale è sempre C. Ghisalberti, La teoria del notorio nel diritto comune, in Annali di storia del diritto, 1, Roma 1957, pp. 403-451. Che la teorica del crimine notorio venisse elaborata, dai canonisti in particolare, con riferimento alla cacciata dei progenitori dal Paradiso terrestre, come suggerisce K. Pennington, a partire cioè da una esegesi della legge divina rivelata, costituisce per lo storico un ulteriore elemento di complicazione piuttosto che una chiave di accesso. Cfr. a ogni modo K. Pennington, Innocent Until Proven Guilty: The Origins of a Legal Maxim, in A Ennio Cortese, Roma 2005, pp. 59-73, partic. pp. 64-5.


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risiedeva tutto nel definire in modo tassativo, dati gli effetti che attivava, la nozione di notorietà. La soluzione che Durand sembra considerare più accreditata e riconduce a Tancredi e Vincenzo Ispano, coincide con una effettualità evidente al giudice in modo diretto e immediato, oppure grazie alla mediazione di due o più testimoni oculari affidabili. Durand apprezza l’esistenza di una prassi diversa: in quanto la nozione di notorietà del crimine autorizza il giudice a una inquisizione generale e senza osservanza di formalità, che porta alla identificazione di alcuni sospetti, cui a questo punto incombe l’onere di discolparsi. Segnala un’altra prassi in situazione non lontana, quella della flagranza, dove il giudice si sente autorizzato a procedere a eseguire la condanna senza sentire l’imputato. Non è chiara la valutazione di Durand rispetto a queste prassi. Non va considerata come una valutazione negativa; la considera piuttosto come una dilatazione eccessiva di premesse del tutto accettabili, che risiedono nell’essenza latissima della funzione del giudice; che però non può estendersi fino a fare venire meno il diritto di difendersi98.

98 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., III, I, De notoriis criminibus, § 1, p. 44 a-45 b: «In notoriis non est necessaria accusatio, uel denunciatio, uel inquisitio, uel exceptio, nec testes etiam, uel alie probationes […]. Nec debet in eis libellus recipi, nec causae cognitio adhiberi […] nota quod, imputato citato, qui habet legitimas causas inficiandi, si non ueniat, nam procedetur contra eum ad inquisitionem etiam super circunstantiis non notoriis […]. Item procedet ad poenam contumacis sicut sibi [iudici] iustum videbitur […] Quid si auditis excusationibus iudex super eis non recipit probationes oblatas, sed condemnatur reus tanquam de notorio et ob hoc appellat? Dicunt Papa et dominus meus, quod tenet sententia etiam si post talem appellationem lata sit, dummodo coram iudice appellationis de notorio fiat fides […]. Sed qualiter sciet iudex crimen alicuius notorium forte si id negatur? Responde secundum Tancredum et Vincentium per facti euidentiam, si est illius loci habitator, quod uerum est, si fuit in conspectu eius pro tribunali sedentis. Vel si ei iudex fiat per duos uel plures testes notorium fore, nam et duo probant fama extra de testibus tam literis [X II, 20, 33] […]. Hoc autem communiter obseruatur ubique, quod cum maleficium notorium committitur, statim iudex inquirit in genere, non contra certam personam: et facta inquisitione uocat nominatos in inquisitione, quos intellexerit culpabiles, uel suspectos, ut dicant ueritatem et se, si possint, defendant […] et in hac inquisitione non seruatur solennitas illa, quae traditur extra de accusationibus qualiter et quando [X V, 1, 24] ij. Item maleficio flagranti, quod sic notorie commissum est, procedit haec inquisitio illius maleficij. Scilicet quis commiserit, nullo uocato, si non certum sit, quis fecerit, siue sit certum de aliquibus, et incertum de aliquibus, ei tamen, contra quem procedit, legitima defensio reseruatur […] Hodie autem ualde officium iudicum in hac inquisitione exuberat. Ipsi namque adeo defensiones arctant, ut uere dici possit, quod eorum officium latissime patet, ut ff de iurisdictione omnium iudicum [D. 2, 1] l. j. nonnunquam enim hominem inauditum et indefensum statim suspendunt». Sul tema del diritto a difendersi come elemento cruciale nella genesi delle procedure medievali, cfr. K. Pennington, Il diritto dell’accusato. L’origine medievale della procedura legale, in La parola all’accusato, a cura di J.-C. Maire Vigueur - A. Paravicini Bagliani, Palermo 1991, pp. 33-41: 34 e ss.


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Al giudice compete una funzione di supplenza dove si può esplicare la sua assoluta discrezionalità. Nel caso in cui manchino riferimenti normativi per la causa in questione, persino riferimenti validi solo tra le parti (come nel caso del contratto), il giudice procede secondo il giudizio personale ispirato da criteri di bontà e equità, dalla sua pietà e dai suoi sentimenti religiosi (complesso cui dovrebbe alludere il termine religio)99. Anche nella discrezionalità del giudice, osservata in una delle sue espressioni più consistenti, si manifesta quindi la dimensione religiosa del giudizio, come realizzazione o restaurazione, nella prassi dei rapporti sociali, di un principio superiore di giustizia. Principio che si esplicita appunto in valori che possono essere attinti e conosciuti mediante la religiosità personale del giudice.

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Persino nella recezione dell’accusa, un atto che dovrebbe fra tutti tendere a un semplice automatismo, al giudice viene data la funzione di approfondire e valutare la persona dell’accusatore nel suo complesso, oltre che controllare le ragioni specifiche che avanza. Questo perché su chi formula l’accusa grava una presunzione negativa. In mancanza di questa valutazione, l’accusa non ha seguito100. Così anche la libertà assoluta del giudice di interrogare, anche dopo che la litis contestatio ha stabilito i termini precisi della causa, anche al di fuori di questi limiti101. Per il giudice che ha emesso la sentenza, anche l’intangibilità della res iudicata ha un significato per lo meno relativo, anzi può non averne affatto (secondo l’opinione dell’Ostiense, cui Durand sembra volere aderire)102. 99 Guilielmi Durantis Speculum iuris cit., I, I, De officio omnium iudicum, § 1, p. 140 a: «ubi deficit lex et contractus, iudex facit quod sibi de bono et aequo uidetur». Ibid., I, 3, De teste, § 6, p. 319 a: «quod a lege omittitur, a iudicis religione suppletur». 100 Ibid., II, I, De praeparatoriis iudiciorum, p. 354 a: «Circa iudicem etiam distingue. Nam aut agitur criminaliter aut ciuiliter. Si criminaliter: tunc iudex debet examinare personam accusatoris, scilicet cuius aestimationis uel opinionis sit et qua intentione, qua fide, qua temeritate, qua uita, qua conscientia, quoue merito: si pro Deo aut pro uana gloria aut pro inimicitia uel odio aut pro cupiditate accusat […]. Nam acccusatio praesumitur fieri malo zelo». 101 Ibid., II, I, De interrogationibus, § 1, p. 543 a: «generaliter potest iudex semper interrogare ante litis contestationem et post et ubicunque ipsum aequitas mouet, etiam postquam fuerit in causa conclusum». 102 Ibid., II, I, De exceptionibus et replicationibus, § 4, p. 529 b: «Sed nunquid iudex interlocutoriam pro me contra te latam a qua non appellasti, potest post decem dies reuocare? Non uidetur: quia iam transiuit in rem iudicatam extra de electione cum dilectus [X I, 6, 32] in fine. Dic contra, quia licet transiuerit in rem iudicatam quo ad te, ut non possis post decendium appellare, non tamen quo ad iudicem quin possit eam reuocare ff de re iudicata quod iussit [D. 41, 1, 14] […]. Dominus meus dicit quod semper potest reuocare donec desierit esse iudex».


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4. Politicità del giudice e modelli procedurali

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Da quanto considerato sopra, dovrebbe essere emersa l’impossibilità (anche per l’unitarietà e la coerenza che lo caratterizzano, a prescindere dal ricorso a molteplici fonti) di valutare lo Speculum iuris come una rappresentazione dell’esistente schiacciata dal peso dell’effettività, o come una costruzione teorica costretta quasi suo malgrado a prendere in considerazione la prassi. Ne va invece apprezzata l’essenza di elaborazione teorica che proprio nella sua complessità si dimostra capace di vagliare il significato dell’effettività e, con i modi e gli strumenti che le sono propri, di procedere nelle direzioni orientate dalle esigenze di rendere incisivo il potere politico nel concreto dei conflitti che attraversano la società. La complessa coerenza dello Speculum iuris manifesta l’originalità del suo autore principalmente nel modo in cui il contesto dell’amministrazione della giustizia nelle città italiane, tanto prossima alle ragioni della politica, viene assunto sul piano della teoria: come centralità del giudice e controllo che questi esercita su tutto il procedimento. Le conclusioni di questa lettura dello Speculum iuris verranno ribadite nel confronto con alcune considerazioni avanzate da Sbriccoli. Sbriccoli ha assunto come punto di partenza per la ricostruzione del processo penale nell’Italia comunale, una revisione dello schema che legge la storia della procedura medievale come la contrapposizione tra due modelli, l’accusatorio e l’inquisitorio103. Suggerisce di sostituire a questo modello interpretativo una valutazione di come nella prassi della giustizia criminale emerga la pubblicizzazione del processo; che va comunque a scapito dell’impianto accusatorio radicato nella tradizione e nel riferimento alle fonti autorevoli romano giustinianee, dove il ruolo del giudice appariva depotenziato rispetto all’iniziativa e in qualche modo al controllo esercitato dalle parti sul procedimento104. L’attore pubblico105 si trova legittimato dall’idea che determinati comportamenti ledano, oltre alla vittima, anche la comunità nel suo insieme106. Inoltre, il giudice è orientato a gestire il procedimento 103 104

Sbriccoli, ‘Vidi communiter observari’ cit., pp. 233-5. Ibid., p. 241: «Quando dico penale ad azione privata, intendo riferirmi ovviamente al processo che chiamiamo accusatorio […]. Il fatto poi di essere, strutturalmente, lo stesso processo che si praticava per le liti civili ha contribuito a tenere in ombra la funzione giustizia (penale) propria della governance cittadina». 105 Ibid., p. 233: «L’azione penale ed il processo che ne consegue vedono l’apparizione di un attore ulteriore rispetto ai due tradizionali […] il quale assume una parte che apparirà sempre più rilevante». 106 Ibid., p. 244: «L’escogitazione teorica, o se si vuole la via tecnica, o la base logica, per


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in modo che si concluda con l’imposizione di una pena piuttosto che con un accordo tra le parti107. Sbriccoli accentua con particolare enfasi come il tema cruciale stesse nel sottrarre i processi all’iniziativa e al controllo dei privati, aprendo così l’ambito dell’amministrazione della giustizia (penale in particolare) all’azione efficace dei poteri pubblici108. Qui è forse il vero elemento centrale delle sue indicazioni, che ha fornito a questa ricerca una prospettiva da cui affrontare la lettura dello Speculum iuris. Nel confronto con l’opera di Guillaume Durand sono però emerse anche delle perplessità rispetto ad altre indicazioni di Sbriccoli, dei punti su cui appare opportuno, con grande rispetto per un saggio comunque tanto fecondo di idee, segnalare una distanza. Un primo dubbio riguarda la profondità e i modi della revisione storiografica. Va tenuto presente come l’impostazione consolidatasi a partire da Salvioli109 abbia costruito il modello accusatorio e quello inquisitorio basandosi sulla titolarità dell’azione come criterio discriminante. Quindi continuare a porre l’accento sulla titolarità dell’azione, per quanto intesa in una chiave diversa da quella trasmessa dalla storiografia, significa non uscire dalla distinzione di fondo tra accusa e inquisizione come elementi che qualificano il procedimento. Cosa più rilevante, induce a concepire le procedure inquisitorie come il luogo dove meglio si può dispiegare la valenza politica del processo, mediante appunto la titolarità pubblica dell’azione. Di queste funzionalità politiche sarebbe invece privo il procedimento che assume l’azione privata (l’accusa) come la forma “normale” con cui prendere avvio e che rinchiuderebbe il giudice in una terzietà che ne determina la passività, analoga a quella di un arbitro. Inoltre, Sbriccoli vede la riflessione teorica come tendenzialmente

cui si arriva alla piena legittimazione del nuovo dovere per il giudice (‘est officium iudicis’, ‘iudex ex officio suo’), sta nella scissione dell’interesse ad agire in due distinti versanti: uno che resta nella sfera della vittima, l’altro che si installa nella sfera del commune civitatis». 107 Ibid., pp. 235-6: «[l’attore pubblico] deve individuare un profilo di danno che lo legittimi, ma muovere anche verso una forma rituale che gli consenta di chiudere il processo con la pena, cosa che non si adatta al formato della transazione». 108 Ibid., pp. 242-3: «Il procedimento accusatorio classico, infatti, lasciato alla sola determinazione dell’offeso, senza possibilità per il potere pubblico di sollecitare efficacemente l’azione privata o di agire in sua sostituzione, era capace di creare inconvenienti che andavano ben al di là dell’interesse che le nascenti signorie ‘tiranniche’ potevano avere per un processo penale indubbiamente più governabile e penetrante […]. Che il nodo fosse nella titolarità dell’azione […] è dimostrato dal fatto che per conseguire un effetto di pubblicizzazione del penale non si aziona la leva del diritto sostanziale ma si sceglie la via del processo». 109 Cfr. nota 3.


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avulsa dalle esigenze che emergono nell’effettualità politica; perché è indotta dalla matrice romanistica, che non poteva non assumere quale riferimento autorevole, a elaborare un modello di processo che ruota attorno all’iniziativa dei privati. A questi schemi teorici si contrappone un modello la cui gestazione è opera della prassi giudiziale, dove l’interesse ad agire compete sia ai privati sia alla comunità politica, permettendo ai poteri pubblici di fare valere interessi ed esigenze110. La lettura dello Speculum iuris che si è ritenuto di potere avanzare si distanzia dalla prospettiva di Sbriccoli su questi due aspetti in particolare. In primo luogo, vorrebbe spostare l’attenzione, nella ricerca dell’elemento cruciale ove trova espressione la “politicità” del processo, dalla qualificazione dell’azione (dall’iniziativa cioè del procedimento) al controllo sul procedimento stesso. Il punto non è chi assuma l’iniziativa, cioè dove risieda la titolarità dell’azione. Il punto è che, chiunque assuma l’iniziativa, il procedimento va posto costantemente sotto il controllo del giudice in quanto espressione del potere politico. Qui sta la possibilità di giungere a una vera revisione dello schema che legge la storia della procedura, in particolare della sua dimensione teorica, nella contrapposizione (o nella complementarietà) tra modello accusatorio e modello inquisitorio. In secondo luogo, si vorrebbe qui sottolineare come la teoria del processo, quando giunge a definitiva maturazione nello Speculum iuris, sia fondazionalmente interessata a elaborare la funzione di giudicare come manifestazione del potere politico. Non vi sono dubbi quanto ai processi effettuali per cui il ruolo del giudice si impone nella prassi dell’amministrazione della giustizia, processi ormai lumeggiati da diversi studi111 e che a ogni modo esulano dall’ambito di queste considerazioni. Qui preme evidenziare che la stessa dinamica si situa anche al centro, con funzione ordinante, della maggiore e più influente elaborazione teorica. 110

Sbriccoli, ‘Vidi communiter observari’ cit., pp. 246-7: «commistione di pratiche riconducibili all’accusatio ed all’inquisitio nell’attività ex officio delle magistrature penali […]. Accusatio ed inquisitio non sono infatti due maniere alternative di impostare il processo, tali da connotare separatamente due forme processuali opposte […] ma sembrano corrispondere a stati del procedimento o a sue fasi […]. In dottrina, Guido da Suzzara, Guglielmo Durante, Martino da Fano, Alberto da Gandino o Dino del Mugello insistono, come era giusto ed inevitabile, a considerare l’accusatio come la forma regolare per impiantare un normale processo (penale) […] è nell’effettività delle pratiche […] che si fa strada in concreto il processo ‘misto’. La pratica vuol dire il giudice, che vuol dire l’autorità politica». 111 Cfr. Vallerani, La giustizia pubblica cit.; A. Zorzi, Giustizia e società a Firenze in età comunale: spunti per una prima riflessione, «Ricerche storiche», 18/3 (1988), pp. 449-495; Id., Politica e giustizia a Firenze al tempo degli ordinamenti antimagnatizi, in Ordinamenti di giustizia fiorentini. Studi in occasione del VII centenario, a cura di V. Arrighi, Firenze 1995, pp. 105-147.


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Als am 7. August 1316 nach einer Vakanz von mehr als zwei Jahren Johannes XXII. zum Papst gewählt wurde, war er ein Greis von etwa 70 Jahren, aber im Gegensatz zu seinem stets kränkelnden und von einem Steinleiden hart geplagten Vorgänger Clemens V. erfreute sich der neue Papst einer ausgezeichneten Gesundheit und einer bereits von seinen Zeitgenossen bestaunten Arbeitskraft. Wer in ihm seines Alters wegen nur einen Papst des Übergangs sehen wollte, der hatte sich gründlich getäuscht, der Papst sollte noch volle 18 Jahre regieren. Als er das bischöfliche Palais in Avignon zum päpstlichen Sitz erklärte, begann in der kleinen Stadt eine rege Bautätigkeit, die unter seinen beiden Nachfolgern in der Errichtung des noch heute eindrucksvollen Papstpalastes1 gipfelte. Auch für Finanzierung2

* Den Text des Vortrags in Ascoli Piceno vom 30. November 2007 lege ich hier in deutscher Sprache vor, ergänzt um die nötigsten Nachweise und mit dem Zusatz jener wenigen Stellen, die ich beim Vortrag aus Zeitgründen übergangen hatte. 1 Zum Papstpalast in Avignon mit der älteren Literatur jetzt knapp und auf Zeremonialfragen konzentriert vor allem B. Schimmelpfennig, Ad maiorem pape gloriam. Oder: Wozu dienten die Räume des Papstpalastes in Avignon?, (11994), sowie Id., Der Palast als Stadtersatz. Funktionale und zeremonielle Bedeutung der Papstpaläste in Avignon und im Vatikan, in Zeremoniell und Raum. 4. Symposium der Residenzen-Kommission der Akademie der Wissenschaften in Göttingen. Veranstaltet gemeinsam mit dem Deutschen Historischen Institut Paris und dem Historischen Institut der Universität Potsdam, Potsdam 25. bis 27. September 1994, hrsg. W. Paravicini, Sigmaringen 1997 (Residenzenforschung, 6), pp. 239-256, beide jetzt in Id., Papsttum und Heilige. Kirchenrecht und Zeremoniell. Ausgewählte Aufsätze, hrsg. G. Kreuzer - S. Weiß, Neuried 2005, pp. 292-320, bzw. 321-340. 2 Dazu etwa B. Guillemain, La cour pontificale d’Avignon (1309-1376). Étude d’une société, Paris 1962 (Bibliothèque des Écoles Françaises d’Athènes et de Rome, 201), pp. 130-134 und passim; vgl. auch J. F. Weakland, Administrative and Fiscal Centralization under Pope John XXII, 1316-1334, «The Catholic Historical Review», 54 (1968), pp. 39-45, 285-310.


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und Versorgung3, für Geschäftsgang und Organisation4 der Kurie hat Johannes XXII. Entscheidendes geleistet. Auf einem anderen Gebiet hat der Papst den Versuch von endgültigen Problemlösungen gemacht. Er wollte den Streit der Theologen um die jeweils richtige Theologie durch päpstliche höchste Entscheidungen beenden. Hier führte er eine Tendenz fort, die sich schon seit längerem in der scholastischen Universität durchgesetzt hatte. Seit den Verfahren gegen Peter Abaelard und Gilbert de la Porrée im 12. Jh. hatten sich die Gelehrten daran gewöhnt, daß über Glaubensfragen in letzter Instanz nicht mehr die Bischöfe entschieden, sondern der römische Papst5. Im 14. Jahrhundert mehrten sich die Stimmen, die forderten, wenn ein Streit um bestimmte Formulierungen an der päpstlichen Kurie anhängig sei, dürfe kein anderer, kein Bischof oder kein Universitätstheologe mehr seine Meinung publizieren; jedermann habe vielmehr die Weisung des römischen Papstes zu erwarten. Dies blieb zunächst nur die Auffassung von wenigen Theologen und Juristen, denen andere mit Verve widersprachen. In keinem Pontifikat des Mittelalters sind so viele Verfahren gegen theologische Irrlehren angestrengt und durchgeführt worden wie unter der Regierung Johannes XXII. Zwar wurde es im Spätmittelalter zum “Berufsrisiko” eines Theologen6, sich einen Ketzereivorwurf zuzuziehen, unter Johannes XXII. aber war das das Schicksal auch heute noch bedeutender Theologen ebenso wie auch von Männern des zweiten Gliedes, die heute nur noch den Spezialisten bekannt sind. Zunächst sei die Reihe von

3 Dazu jetzt eingehend S. Weiß, Die Versorgung des päpstlichen Hofes in Avignon mit Lebensmitteln Titelzusatz: (1316-1378). Studien zur Sozial- und Wirtschaftsgeschichte eines mittelalterlichen Hofes, Berlin 2002. 4 Die reiche Literatur zum Geschäftsgang der einzelnen kurialen Ämter und Behörden ist hier nicht aufzulisten, eine frühe Zusammenfassung lieferte W. von Hofmann, Forschungen zur Geschichte der kurialen Behörden vom Schisma bis zur Reformation, 1-2, Rom 1914 (Bibliothek des kgl. Preußischen Historischen Instituts, 12-13); für die avignonesische Zeit vgl. etwa den Sammelband: Le fonctionnement administratif de la papauté d’Avignon. Aux origines de l'état moderne, Actes de la Table ronde organisée par l’École française de Rome, Avignon 1988, Rom 1990 (Collection de l'Ecole Française de Rome, 138). 5 Dazu J. Miethke, Papst, Ortsbischof und Universität in den Pariser Theologenprozessen des 13. Jahrhunderts, in Die Auseinandersetzungen an der Pariser Universität im XIII. Jahrhundert, hrsg. A. Zimmermann, Berlin-New York 1976 (Miscellanea mediaevalia, 10), pp. 52-94, wieder abgedruckt in Id., Studieren an mittelalterlichen Universitäten. Chancen und Risiken, Gesammelte Aufsätze, Leiden-Boston 2004 (Education and Society in the Middle Ages and Renaissance, 19), pp. 313-359. 6 So prägnant H. Boockmann, Johannes Falkenberg, der Deutsche Orden und die polnische Politik, Göttingen 1975 (Veröff. des Max-Planck-Instituts für Geschichte, 45), p. 154.


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Urteilssentenzen zitiert, die in die maßgebende Sammlung der katholischen Fundamentaltheologen Aufnahme gefunden haben7: Johannes de Polliaco (1321)8; Marsilius von Padua und Johannes Jandun (1321)9; Meister Eckhart (1329)10. Hinzu kommen noch die Verfahren gegen die Apokalypsenpostille des Petrus Johannis Olivi (1327); der Prozess gegen Wilhelm von Ockham (1324-1328); das Verfahren gegen Thomas Waleys11 (1333 ff.); das Verfahren gegen Durandus von Sancto Porciano12; in gewissem Sinn hinzu zu rechnen ist noch der Eingriff des Papstes in den Armutstreit des Franziskanerordens, wobei Irrtumslisten gegen die “Fraticellen” (1318)13 und das päpstliche Verbot bestimmter Aussagen über die Armut Christi (1323)14 anfielen. Als gewissermaßen “negatives” Beispiel mit umgekehrten Vorzeichen läßt sich noch die Aufhebung der Verurteilung einiger Verdammungssätze gegen Lehren des Thomas von Aquin durch den Bischof von Paris (1325)15 hier anfügen, die auf der unteren diözesanen Ebene wohl doch auf kurialen Wink hin ein bischöfliches Pariser Verfahren sozusagen umkehrte. Daß die Inquisition, die päpstliche

7 Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, quod primum edidit Heinrich Denzinger, hrsg. A. Schönmetzer, S.J., Barcelona-Freiburg i.B.Rom-New York 196332 (u.ö.); mit der gleichen Numerierung der §§ in Kompendium der Glaubensbekenntnisse und kirchlichen Lehrentscheidungen / Enchiridion symbolorum et definitionum, quae de rebus fidei et morum a conciliis oecumenicis et summis pontificibus emanarunt, hrsg. H. Denzinger, verb., erw., ins Dt. uebertr. u. bearb. von P. Huenermann, Freiburg-Rom 199938 (u.ö.) (künftig zitiert als: DS-DH). 8 DS-DH, §§ 921-924. 9 DS-DH, §§ 941-946. 10 DS-DH, §§ 950-980. 11 Zu seinem Prozeß vgl. vor allem T. Kaeppeli, Le procès contre Thomas Waleys O.P. Étude et documents, Rom 1936 (Institutum historicum fratrum Praedicatorum Romae ad Sanctae Sabinae, dissertationes historicae, 6); sowie etwa M. Dykmans, À propos de Jean XXII et Benoît XII. La libération de Thomas Waleys, «Archivum historiae pontificiae», 7 (1969), pp. 115-130. 12 Dazu nur J. Miethke, Das Votum De paupertate Christi et apostolorum des Durandus von Sancto Porciano. Eine dominikanische Position im Streit um die franziskanische Armut (1322/1323), in Vera lex historiae. Festschrift für Dietrich Kurze zu seinem 65. Geb., hrsg. S. Jenks - J. Sarnowsky - M.-L. Laudage, Köln-Wien-Weimar 1993, pp. 149-196: 161-163. 13 DS-DH, §§ 910-916. 14 DS-DH, §§ 930-931. 15 Chartularium Universitatis Parisiensis (=CUP), éd. H. Denifle - A. Châtelain, 2, Paris 1891, p. 280 s. (Nr. 838); dazu vgl. A. Maier, Der Widerruf der Articuli Parisienses (1277) im Jahr 1325, «Archivum Fratrum Praedicatorum» (=AFP), 38 (1968), pp. 13-19, jetzt in Ead., Ausgehendes Mittelalter. Gesammelte Aufsätze zur Geistesgeschichte des 14. Jahrhunderts, hrsg. von A. Paravicini Bagliani, Rom 1977 (Storia e letteratura, 138), pp. 601-608.


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und die bischöfliche sich solcher Verfahrenslust besonders gerne hingab, braucht in einem Kolloquium in Ascoli Piceno nicht eigens erinnert zu werden, wo das Istituto Superiore di Storia Medievale den Namen eines Cecco d’Ascoli trägt, der 1327 in Bologna als Ketzer verbrannt wurde16. So viel jedenfalls ist damit deutlich, unter Johannes XXII. war es gefährlicher geworden, ungewöhnliche theologische Thesen zu formulieren. Wenn ein Hörer oder Gegner diese Äußerungen als “ketzerisch” identifizierte, so lag ein Verfahren nahe. Es bildete sich damals ein festes Verfahren heraus, das das generell geltende sogenannte römisch-kanonische Prozeßrecht auf diese spezifischen Untersuchungen fast routinemäßig zuspitzte17. Solche Verfahren freilich mochten auch dazu verführen, Ketzereivorwürfe zu erheben, die ja noch überprüft wurden. Gefährlich konnte das allemal werden, wie ja noch Jan Hus, Hieronymus von Prag oder dann Giordano Bruno erfahren mußten, die den Feuertod starben. Von einem Theologenprozeß dorthin war es kein großer Schritt. Das Verfahren gegen den deutschen Dominikanertheologen Eckhart kann dies heute noch bezeugen. Eckhart18, geboren um 1260, gestorben vor dem 30. April 1328,

16 Zu diesem Prozeß zuletzt M. G. Del Fuoco, Il processo a Cecco d’Ascoli. Appunti intorno al cancelliere di Carlo di Calabria, in Cecco d’Ascoli: Cultura, scienza e politica nell’Italia del Trecento, Atti del convegno (Ascoli Piceno, 2-3 dicembre 2005), a cura di A. Rigon, Roma 2007, pp. 217-237. 17 Vgl. zusammenfassend J. Miethke, Gelehrte Ketzerei und kirchliche Disziplinierung. Die Verfahren gegen theologische Irrlehren im Zeitalter der scholastischen Wissenschaft, in Recht und Verfassung im Übergang vom Mittelalter zur Neuzeit, 2. Teil, hrsg. von H. Boockmann (†) - L. Grenzmann - B. Moeller - M. Staehelin, Göttingen 2001 (Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen, Philologisch-historische Klasse, 3. Folge, 239), pp. 9-45 (wieder abgedruckt in Id., Studieren an mittelalterlichen Universitäten cit., pp. 361-405; in italienischer Übersetzung durch R. Lambertini, “Eresia dotta” e disciplinamento ecclesiastico: I processi contro gli ”errori” teologici nell’epoca della Scolastica, «Pensiero politico medievale», 1 (2003), pp. 61-96); U. Köpf, Die Ausübung kirchlicher Lehrgewalt im 13. und frühen 14. Jahrhundert, in Gewwalt und ihre Legitimation im Mittelalter, Symposium des Philosophischen Seminars der Universität Hannover, 26.28. Februar 2002, hrsg. G. Mensching, Würzburg 2003 (Contradictio. Studien zur Philosophie und ihrer Geschichte, 1), pp. 138-155. 18 Zum Lebenslauf ausführlich J. Koch, Kritische Studien zum Leben Meister Eckharts, «AFP», 29 (1959), pp. 5-51, und 30 (1960), pp. 5-52, hier zitiert nach Id., Kleine Schriften, 1, Rom 1973 (Storia e Letteratura, 127), pp. 247-347; K. Ruh, Meister Eckhart. Theologe, Prediger, Mystiker, München 1985; Id., Die Geschichte der abendländischen Mystik, 3: Die Mystik des deutschen Predigerordens und ihre Grundlegung durch die Hochscholastik, München 1996. Zusammenfassend etwa R Imbach, Eckhart (Meister E.), in Lexikon des Mittelalters, 3, München-Zürich 1986, coll. 1547-1550; jetzt auch sehr ausführlich und eingehend mit zahlreichen Nachweisen im Internet die von Loris Sturlese zusammengestellten


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stammt aus einer niederadligen Familie Thüringens19. Schon in jungen Jahren wurde er Dominikaner. Im Ordensverband erhielt er seine Bildung und machte er seine Karriere. Er hatte in Köln noch bei Albertus Magnus studiert20 und wurde danach – Deutschland hatte damals noch lange Zeit keine Höheren Schulen – an die Universität Paris entsandt wo er zu Ostern 1294 als “Sententiar” (d.h. in seinem letzten Studienabschnitt) eine Predigt gehalten hat21. Unmittelbar danach wurde er nach Deutschland zurückbeordert, diente zunächst als Prior seines Heimatklosters in Erfurt, bevor er zu einer theologischen Promotion wiederum nach Paris geschickt wurde. Etwa 40 Jahre alt graduiert, hatte er noch ein Jahr als magister regens in Paris Vorlesungen zu halten. Unmittelbar danach wurde er zum Provinzial der neuformierten Provinz Saxonia gewählt. Der damit deutlich gewordene dauernde Wechsel zwischen Ordensadministration und Universitätslehre setzte sich für ihn auch in Zukunft fort. 1310 wurde Eckhart zusätzlich zum Provinzial der Theutonia gewählt. Doch wurde diese Wahl vom Generalmagister des Ordens nicht, wie es erforderlich gewesen wäre, bestätigt. Vielmehr schickte dieser ihn für ein zweites Magisterium erneut nach Paris. Dafür wurde er auch von seinem Leitungsamt in der Saxonica entbunden22. Kaum kann dabei Mißtrauen im Spiel gewesen sein, denn die Lehre an der Universität Paris war damals

Seiten zu Eckhart <www.eckhart.de/index.htm? leben.htm> (30.10.2007). Fundamental sind die von L. Sturlese zusammengestellten Acta Echardiana. Eine kritische Liste von Regesten mit den Nachrichten über Meister Eckhart, in Meister Eckhart. Die lateinischen Werke, hrsg. von A. Zimmermann - L. Sturlese, 5, Lieferung 5-10, Stuttgart 2000 und 2006 (künftig abgekürzt LW 5); dazu die Rezension von J. Miethke in «Cristianesimo nella storia», 23 (2002), pp. 527-530, sowie in «Church History and Religious Culture», 87 (2007), pp. 377-382. 19 Skeptisch blieb Koch, Kritische Studien cit., bes. pp. 248-251. Dagegen stehen die lokalhistorischen Belege von E. Albrecht, Zur Herkunft Meister Eckharts, «Amtsblatt der Evangelisch-Lutherischen Kirche in Thüringen», 31 (1978), pp. 28-34; vgl. auch Sturlese, Acta Echardiana, nr. 1 (LW 5, p. 155). 20 Acta Echardiana, nr. 2 (LW 5, p. 155 ss.). Dort wird hingewiesen u.a. auf L. Hödl, Meister Eckharts theologische Kritik des reinen Glaubensbewußtseins, in Freiheit und Gelassenheit. Meister Eckhart heute, hrsg. U. Kern, München-Mainz 1980, pp. 37-38; R. Wielockx, Autour du procès de Thomas d'Aquin, in Thomas von Aquin, Werk und Wirkung im Licht neuerer Forschungen, hg. A. Zimmermann, Berlin 1988 (Miscellanea Mediaevalia, 19), pp. 413-438. 21 LW 5, pp. 136-148. 22 Acta capitulorum generalium ordinis Praedicatorum, 2, ed. B. M. Reichert, Rom 1899 (Monumenta ordinis fratrum Praedicatorum historica, 4), p. 48: «Absolvimus priorem provincialem Theutonie, quia mittimus eum Parisius ad recipiendum magisterium in sacra theologia».


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noch ein strahlender Ehrenpunkt des Ordens23. Ab 1313 wirkte Eckhart dann in Straßburg als Vikar des Ordensgenerals, bis er (um) 1323 an das Ordensstudium in Köln versetzt wurde, dessen Leitung er übernahm24. Dabei geriet Eckhart immer tiefer in ordensinterne Auseinandersetzungen. Der auch in anderen Ordensverbänden übliche Streit zwischen regeltreuen Reformern und reformunwilligen Ordensbrüdern blieb auch den Dominikanern nicht erspart, zumal dieser Konflikt von päpstlicher Gehorsamsforderung überlagert wurde25. 1325 jedenfalls setzte Papst Johannes XXII. in einem Schreiben an den Ordensgeneral zwei “Visitatoren” für Deutschland ein, von denen dann allein Bruder Nikolaus von Straßburg in Deutschland tätig wurde. Im papstlichen Auftrag sollte Nikolaus in der Theutonia «gemäß den Ordensstatuten und dem Gewohnheitsrecht des Ordens bestrafen und reformieren an Haupt und Gliedern, was der Strafe und Reform bedarf»26. Dabei griff Bruder Nikolaus offensichtlich hart durch. So wurde 1326 (wohl auf Nikolaus’ Veranlassung) der Provinzial Heinrich von Grüningen seines Amtes enthoben27 und durch den Pönitentiar des Papstes (und früheren Kölner Prior) Heinrich de Cigno ersetzt28, ein Beleg für eine zunächst enge kurial-kölnische Verschränkung.

23 Dazu Ruh, Meister Eckhart cit., p. 30; vgl. H. G. Walther, Ordensstudium und theologische Profilbildung. Die studia generalia in Erfurt und Paris an der Wende vom 13. zum 14. Jahrhunderts, in Meister Eckhart in Erfurt, hrsg. A. Speer, Berlin 2005 (Miscellanea mediaevalia, 32), pp. 75-94. 24 Neben diesem Generalstudium und seinem Lehrpersonal hatte offenbar der Konvent auch einen eigenen lector, der für die theologische Bildung und die Erziehung in den Artes der Kölner Brüder zuständig war. Diese Funktion übte anscheinend 1324 Nikolaus von Strassburg aus. 25 Die durch päpstliches Eingreifen zumindest tangierte Situation hat eindrücklich beschrieben E. Hillenbrand, Kurie und Generalkapitel des Prerdigerordens unter Johannes XXII. (1316-1334), in Adel und Kirche. Gerd Tellenbach zum 65. Geburtstag dargebracht von Freunden und Schülern, hrsg. J. Fleckenstein - K. Schmid, Freiburg-Basel-Wien 1968, pp. 499-515. 26 Das Mandat erstmals gedruckt bei H. Denifle, Der Plagiator Nicolaus von Strassburg, «Archiv für Literatur- und Kirchengeschichte des Mittealters», 4 (1888; Reprint Graz 1956), pp. 312-329, hier 314-316, jetzt in LW 5, pp. 190-192 (Acta Echardiana, n. 44), Zitat p. 315, bzw. 191, 43 ss.: «corrigere et reformare tam in capite quam in membris, que correctione et reformatione indigere noveritis». Zu Nikolaus zusammenfassend E. Hillenbrand - K. Ruh, Nikolaus von Strassburg OP. Dominikaner, Lesemeister und Prediger, in Verfasserlexikon, 2: Die deutsche Literatur des Mittelalters, hrsg. K. Ruh (u.a.), 6, BerlinNew York 1987, coll. 1153-1162. 27 Acta capitulorum generalium cit., 2, p. 166: «Absolvimus priorem provincialem Theutonie». 28 Dazu vor allem Hillenbrand, Kurie und Generalkapitel cit. Bezeichnend genug wird


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Auch in Köln, seiner eigenen früheren Wirkungsstätte wurde Nikolaus tätig29. Hier führte er eine Untersuchung gegen Meister Eckhart durch, vielleicht weil gegen diesen Vorwürfte erhoben worden waren, vielleicht auch, um einer bevorstehenden Prüfung durch einen bischöflichen Inquisitor zuvorzukommen30. Wir wissen es nicht. Die ordensinterne Untersuchung endete jedenfalls für Eckhart mit einem Freispruch. Doch wurde gegen Eckhart im Auftrag des Kölner Erzbischofs ein (bischöfliches) Inquisitionsverfahren angestrengt31. Offenbar ist es durch eine Denunziation angeregt worden. Wir kennen die Namen der beiden Denunzianten: Hermann de Summo und Wilhelm von Nidecke. Sie sind später32 als widerwärtige Wichtigtuer, bösartige Verleumder und insgesamt unliebsame Zeitgenossen charakterisiert worden, die gegen die Ordensdisziplin mehrfach verstoßen hätten, sodaß einer von ihnen von Nikolaus von Straßburg hart gemaßregelt werden mußte33. Offenbar haben die beiden schon in Köln gegen Eckhart lange Irrtumslisten aus Eckharts

1331 Papst Johannes XXII. auch Heinrich de Cigno unmittelbar absetzen (da er sich allzu eng an Ludwig den Bayern angeschlossen hatte) und durch einen Franzosen, der den deutschen Querelen eo ipso ferner stand, ersetzen: vgl. ibid. 29 Ruh, Meister Eckhart cit., p. 168. 30 Was wir heute den Eckhart-Prozess nennen, war für Zeitgenossen und für Eckhart selbst eine Kette von unterschiedlichen Untersuchungsgängen vor verschiedenen Richtern. Loris Sturlese hat in LW 5, Stuttgart 2000, die Nachrichten darüber bequem in Regestenform zusammengestellt. Darauf werde ich mich in Zukunft vor allem stützen. In seinem Liber Benedictus (“Buch der göttlichen Tröstunge”) hat sich Eckhart am Ende über “grob sinnliche Menschen” beklagt, die seine Schriften nicht verstehen wollten. 31 Eine penible, manchmal nach meinem Eindruck übergenaue Untersuchung des Prozessverfahrens durch W. Trusen, Der Prozess gegen Meister Eckhart. Vorgeschichte, Verlauf und Folgen, Paderborn-München 1998 (Rechts- und Staatswissenschaftliche Veröffentlichungen der Görres-Gesellschaft, N.F., 54). Vgl. auch Id., Zum Prozess gegen Meister Eckhart, in Eckardus Theutonicus, homo doctus et sanctus. Nachweise und Berichte zum Prozess gegen Meister Eckhard, hrsg. von H. Stirnimann in Zusammenarbeit mit R. Imbach, Freiburg 1992 (Dokimion, 11), pp. 7-30 (vgl. auch die anderen allgemeiner gehaltenen Beiträge dieses Buches); Id., Meister Eckhart vor seinen Richtern und Zensoren. Eine Kritik falsch gedeuteter Redesituationen, sowie J. Miethke, Der Prozeß gegen Meister Eckhart im Rahmen der spätmittelalterlichen Lehrzuchtverfahren gegen Dominikanertheologen, beides in Meister Eckhart. Lebensstationen - Redesituationen, hrsg. von K. Jacobi, Berlin 1998 (Quellen und Forschungen zur Geschichte des Dominikanerordens, NF 7), pp. 335-352 und 353-375. 32 LW 5, pp. 552-556 (Acta Echardiana, nr. 56, aus Vatikanischen Archiv). 33 Der Brief davor warnt, beide könnten sich in der Lombardei mit Ludwig dem Bayern verbünden (ibid., p. 556, 139-141). Am 14. März 1327 war der deutsche Herrscher von Trient aus nach Oberitalien aufgebrochen. Insofern ist die von Sturlese vermutete Datierung des Schreibens (1327 nach Pfingsten [Mai 31]) plausibel, dürfte aber genauer wohl in die Mitte des Jahres, wenn nicht in die zweite Jahreshälfte zu setzen sein.


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Schriften und Predigten mit einer Anklage beim erzbischöflichen Gericht wegen Ketzerei eingereicht34. Über 100 verschiedene Aussagen und Formulierungen Eckharts haben sie damals zusammengetragen . Wir besitzen noch Reste dieser Listen, weil sich eine erste Antwort Eckharts35 in einer zeitnahen Abschrift36 erhalten hat, die mit folgenden Worten beginnt:

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Am 26. September, dem Tag, der für die Verantwortung festgesetzt ist, die über die Artikel zu geben ist, die aus den Büchern und Aussagen des Theologiemagisters Eckhart und aus den Predigten, die ihm zugeschrieben werden und die dem Anschein nach einigen Leuten als irrig, und, was schlimmer ist, wie sie erklären, als ketzereiverdächtig vorkommen, antworte ich, Bruder Eckhart, wie folgt […]37.

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Wie Loris Sturlese gezeigt hat, handelt es sich bei diesem umfänglichen Text (anders als es Historiker zuvor geglaubt hatten38) nicht um offizielle Gerichtsakten, sondern um eine private Aufzeichnung Eckharts, sie stammt demnach gewissermaßen aus seiner Zelle und sollte im Kölner Prozessverfahren eine mündliche “Einlassung” des Angeklagten vor Gericht vorbereiten und stützen39. Ein Doktor der Theologie und – sicherlich nicht zufällig – der Kustos des Kölner Franziskanerklosters waren von der erzbishöflichen Kurie zu Richtern ernannt, denn die Franziskaner standen in Köln wie überall in scharfer Konkurrenz zu den Dominikanern40. Der Minoriten-Kustos aber

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Rekonstruktionsversuch aufgrund der Antwort Eckharts (wie unten Anm. 35) in LW 5, pp. 197-240 (Acta Echardiana, nrr. 46 ss.). 35 Ms. Soest, Stadtarchiv und Wissenschaftliche Stadtbibliothek, Codex Nr. 33., ff. 4558. (schwarz-weisses) Facsimile mit spaltenparalleller genauer Transskription in LW 5.5-8 (pp. 404-509). Die maßgebliche Ausgabe jetzt ed. L. Sturlese, LW 5.5-8, pp. 275-354 (Acta Echardiana, nr 48). 36 Eine eingehende Beschreibung der Handschrift: B. Michael, Die mittelalterlichen Handschriften der Wissenschaftlichen Stadtbibliothek Soest, Wiesbaden 1990, pp. 208-218; vgl. auch Sturlese in LW 5, pp. 357-360. 37 «Anno domini MCCCXXVI sexto kalendas octobris die statuta ad respondendum articulis extractis ex libris et dictis magistri Ekardi et de sermonibus qui ascribuntur eidem et videntur erronei quibusdam et, quod peius est, haeresim sapere, sicut dicunt, ego frater Ekardus […] respondeo». 38 Darunter Autoritäten wie Gabriel Théry, Josef Koch oder Winfried Trusen. 39 Bzw. um zwei verschiedene derartigen Einlassungen bei zwei verschiedenen Gerichtsterminen, die in dem Stück nur mechanisch aneinander gefügt sind. Wahrscheinlich sind diese Einlassungen mündlich dem Gericht vorgetragen worden. 40 Deren Identität wird in diesem Schriftstück überliefert LW 5, p. 275, 11-12: der aus Friesland stammende Renherus Friso, doctor theologiae, und der erst neuerlich zum Kustos


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wurde wenig später durch den Lektor am Kölner Franziskanerkloster Albert von Mailand ersetzt, da offenbar die komplizierten theologischen Fragen, über die debattiert wurde, wissenschaftliche Schulung voraussetzten, die der Kustos wohl nicht aufbringen konnte. Freilich ist uns auch unbekannt, wie weit der Lektor seinerseits allen Subtilitäten der Diskussion zu folgen in der Lage war. Über seine Person oder seine Studien läßt sich keine Auskunft finden41. Eckhart geht zunächst auf den generellen Ketzereivorwurf seiner Gegner ein. Dabei bestreitet er vehement die Zuständigkeit seiner Kölner Richter: Aufgrund der päpstlichen Exemtionsprivilegien des Dominikanerordens sei er von der ortsbischöflichen Gerichtsbarkeit befreit. Er brauche sich vor einem erzbischöflichen Gericht nicht zu verantworten. Auch einer bischöflichen Inquisition unterstehe er nicht, da er niemals der Ketzerei verdächtig gewesen, ihrer auch nicht öffentlich beschuldigt worden sei. Das bezeuge sein gesamtes Leben und Wirken und seine wissenschaftliche Theologie (doctrina), das werde auch bestätigt von sämtlichen Brüdern seines Ordens und könne von seinen Laienzuhörern beiderlei Geschlechts bezeugt werden. Anscheinend hatte Eckhart damals keine Klarheit über den Charakter seines Verfahrens42, er wandte sich daher gegen beide möglichen Varianten, eine Untersuchung durch ein Sondergericht der ordentlichen erzbischöflichen Gerichtsbarkeit, und gegen eine erzbischöfliche Ketzerinquisition. Ein derartiges Gerichtsverfahren, so meinte er offenbar, könne gegen ihn nur eröffnet werden aufgrund einer Anklage bzw. durch eine Denunziation, oder wenn dem Gericht durch fama, d.h. durch seinen allgemein bekannten Leumund der Verdacht oder die Tatsache einer Ketzerei bekannt geworden sei. Solcher fama freilich entziehe ihn, wie er erklärt, sein bisher untadeliger Ruf und das gute Zeugnis der Öffentlichkeit43.

des Kölner Franziskanerklosters gewordene Petrus de Estate (“Sommer”). Über beide ist sonst nichts Näheres bekannt, vgl. Trusen, Der Prozess gegen Meister Eckhart cit., p. 74 ss. 41 Auch nicht in dem von Maarten van der Heijden and Bert Roest bereitgestellten Internetportal Franciscan Authors, 13th-18th Century. A Catalogue in Progress, <http://users.bart.nl/~roestb/franciscan/> (29.10.2007). 42 Trusen, Der Prozess gegen Meister Eckhart cit., dagegen hat einen ganz spezifischen Verfahrenszug identifiziert. Das mag richtig sein, ist aber Eckhart und seinen juristischen Beratern damals offensichtlich nicht sofort deutlich geworden. 43 Dies Argument freilich dürfte auf einer Täuschung beruhen, die ihrerseits das Selbstbewußtsein Eckharts verdeutlichen kann. Denn ein noch so tadelloser Leumund konnte eine Inquisition wegen Ketzerei nicht verhindern (vgl. unten Anm. 45 die Meinung Innozenz’ IV. und des Speculator Guillelmus Duranti, hier in Anm. 44). Hier zeigt sich bei


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Rein rechtlich ist diese Berufung auf seinen guten Leumund ein mehr als zweifelhaftes Argument, wovon uns ein Blick in das am weitesten verbreitete Handbuch des Prozeßrechts des Spätmittelalters, das Speculum iuris des Guillelmus Duranti des Älteren überzeugen kann44. Hier hält der Speculator fest, daß normalerweise bei einem Inquisitionsverfahren (als Verfahrenstyp der Untersuchung, nicht als Ketzereinachspürung!) die fama, d.h. der öffentliche Ruf an die Stelle eines Anklägers im normalen Strafprozeß tritt. Insofern werde eine Inquisition über die öffentlich bekannten Schandtaten durchgeführt, nicht über die verborgenen Frevel. Deswegen müsse ein Richter oder Oberer dann eine Inquisition veranstalten, wenn ihm durch die fama, genauer durch einen clamor validus, d.h. ein glaubwürdiges Gerücht, das durch ehrbare, nicht bösartige oder verdächtige Personen verbreitet wird, an seine Ohren der Vorwurf eines Verbrechens eines ihm Untergebenen bekannt wird. Dabei genüge es keineswegs, wenn das nur einmal geschehe, vielmehr müsse das mehrmals vorkommen, sodaß die Wiederholung den Oberen nicht ruhig lassen kann. Daneben aber, sagt der Speculator, und das ist gegen Eckharts Argumentation einzuwenden, könne auch eine Inquisition durchgeführt werden, sofern ein öffentliches Ärgernis zu beheben sei: dann könne auch ohne öffentlich infamia eine Inquisition eröffnet werden.

Eckhart ein Bewußtsein eines nicht unmittelbar in der Ketzerverfolgung engagierten Dominikaners, das nicht sehr weit entfernt von Laienvorstellungen ist, die sich gegen die (Ketzer-)Inquisition auch sonst empört gewehrt haben. 44 Dazu vgl. das allgemein am meisten verbreitete Prozeßrechtshandbuch des 13. Jhs., das Speculum iudiciale des Guillelmus Duranti, hier zitiert nach dem Druck, pars 1-4, Basel 1574 (Reprint in zwei Bdn., Aalen 1975), hier liber 3, particula 1, De inquisitione, §1 a. E. (im Druck 1499, p. 351a; Basel 1574 [Repr. 1975], 2, p. 30a, Rdnr. 33): «Postremo nota quod inquisitio differt ab aliis iudiciis, quia in ea fama habetur loco accusatoris […], in aliis autem regulariter nullus sine accusatore damnatur […]. Item inquisitio fit de manifestis per famam […], non de occultis […]. Alia vero iudicia instituuntur super occultis dummodo probari possint […]». Vgl. auch ebendort §2, Quando ad inquisitionem sit procedendum (Basel 1574 [Repr. 1975], Bd. 2, S. 31a; Rdnr. 4-6; vgl. auch den Druck 1499, p. 351b-352a): «Scias ergo quod tunc superior ad inquisitionem procedet, cum clamor validus ad eum pervenit a personis honestis et non suspectis vel malevolis, quod subditus delinquit: et non sufficit semel pervenisse, sed saepius, ita amplius a prelato sine scandalo tolerari non possit […]. Utrum autem propter scandalum alicuius tollendum vel etiam propter periculum vitandum, puta in haeresi, possit sine infamia in inquisitione procedi, nota secundum papam [d.i. Innozenz IV., Lectura ad Extra, Licet Heli, De simonia (X 5.3.31, s.v. clamosa, im Druck Frankfurt/Main 1570, Repr. Frankfurt a. Main 1968, ff. 500vb-.501va, hier 501ra, Rdnr. 1)] […]. Licet autem non debeat regulariter ad inquisitionem ordinariam procedi nisi infamia praecedente […], tamen cum episcopus vel archiepiscopus visitat, licet nulla infamia precesserit, bene potest gradatim et summarie inquirere sine iudiciali strepitu de vita et moribus clericorum, ut eos corrigat […]».


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Eckhart stellt schließlich fest, nachdem er sich gegen die Vorwürfe allgemein gewehrt hat: Wenn gleichwohl etwas in meinen Äußerungen oder Schriften falsch sein sollte, was ich selber nicht sehe, so bin ich jederzeit bereit einem besseren Sinn zu folgen […]. ‘Denn kleine Geister ertragen nicht große Gegenstände und eben bei dem Versuch, etwas über ihre Kräfte hinaus zu wagen, scheitern sie’ (wie Hieronymus an Heliodor schreibt). Ich kann nämlich irren, ein Ketzer kann ich nicht sein, denn das erste betrifft den Verstand, das zweite jedoch den Willen45.

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Dieses Argument stellt darauf ab, daß zum Ketzer nicht bereits ein Irrtum macht, sondern allein, daß der Ketzer seinen Irrtum hartnäckig verteidigt. Mit kräftigen Seitenhieben gegen seine Gegner, die ihn vor Gericht gebracht hatten, beharrt er auf seiner Rechtgläubigkeit, die er durch den Nachweis seiner mangelnden Hartnäckigkeit im Irrtum belegt. Im weiteren Verlauf der Schrift und des Verfahrens hat Eckhart sich dann entgegen seiner klaren Rechtsbehauptung, daß das Kölner Gericht unzuständig sei, aber doch dazu herbeigelassen, auf über 100 Vorwürfe detailliert zu antworten. Geduldig versuchte er, die dortigen Formulierungen zu erläutern und zu verteidigen. Bei einigen räumt er ein mögliches Mißverständnis von Hörern ein, andere Aussagen hält er für unangreifbar und belegt das mit Zitaten aus Autoritäten, wieder andere Sätze habe er so niemals ausgesprochen – die allgemeine Möglichkeit, daß mündliche Aussagen von mancherlei Hörern mißverstanden werden können, unterstreicht er mit Nachdruck. Am Ende seiner Äußerung betont er entschieden:

Schließlich ist anzumerken: Obgleich damit bei jedem einzelnen dieser Artikel die Unbildung und Verständnisunfähigkeit jener deutlich wird, die mir als Verbrechen ankreiden wollen, was ich gepredigt, gelehrt und geschrieben habe, so erhellt doch auch aus diesen meinen Ausführungen die Wahrheit meiner Aussagen. [Meine Gegner] irren darin, daß sie alles, was sie nicht verstehen, für einen Irrtum halten und jeden Irrtum für eine Ketzerei, während doch allein ein hartnäckiges Bestehen auf einem Irrtum eine Ketzerei und einen Ketzer ausmacht46.

45 LW 5, p. 277 (§ 80) [cf. das Facsimile, p. 404 s.]: «Si quid tamen in praemissis aut in aliis dictis meis aut scriptis falsum esset, quod ego non video, semper paratus sum sensui cedere meliori. “Grandes enim materias ingenia parva non sustinent et in ipso conatu ultra vires ausa succumbunt”, ut ait Hieronymus ad Heliodorum [ep. 60, c. 1, Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum 54, p. 548.3]. Errare enim possum, haereticus esse non possum. Nam primum ad intellectum pertinet, secundum ad voluntatem». 46 LW 5, p. 353,1-8: «Postremo notandum quod, licet in quolibet articulorum, quos ego praedicavi, docui et scripsi, appareat ruditas et brevitas intellectus illorum qui talia vitiare contendunt, appareat etiam ex declarationibus praemissis veritas dictorum a me et


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Der Theologe wendet sich damit vor allem gegen die Denunzianten, aber auch gegen seine Richter, denen er ein totales Unverständnis und ein fehlendes Bemühen um ein Verstehen seiner eigenen Anstrengungen bescheinigt. Der in Paris gebildete gelehrte Theologe beweist ein deutliches Bewußtsein seiner intellektuellen Überlegenheit. Wir wissen im einzelnen wenig über den genauen Verlauf des weiteren Kölner Verfahrens. Nur die wichtigsten Stationen sind bekannt. Das Verhandlungsklima in Köln scheint jedenfalls für Eckhart nicht günstig gewesen zu sein. Dreieinhalb Monate nach seiner “Einlassung”47 hat sein Beschützer Nikolaus von Strassburg selber unter offenbar dramatischen Umständen vom Kölner Gericht an den Papst appelliert. Wir erfahren aus dem Text, der dabei aufgesetzt worden ist, daß Nikolaus von den nämlichen Richtern, die die Untersuchung gegen Eckhart führten, offensichtlich seinerseits der “Begünstigung” des der Ketzerei verdächtigten Eckhart beschuldigt und vor ihr Gericht geladen worden war. Diese Appellation des Visitators geschah unter dramatischen Umständen. Zunächst trat Nikolaus im Versammlungssaal des Domkapitels vor die beiden Richter und vor den erzbischöflichen Offizial (also den mit der ständigen Vertretung des Erzbischofs in allen ordentlichen Verfahren des bischöflichen Gerichtsbarkeit beauftragten Richter der Erzdiözese48) und legte förmlich Appellation ein gegen seine Vorladung vor das erzbischöfliche Gericht. Er appellierte von dem Erzbischof an den Papst, und zwar hauptsächlich wegen Unzuständigkeit des Gerichts. Das Notariatsinstrument seiner Appellation ist noch heute im Vatikanischen Archiv erhalten, weil anscheinend die Kölner Richter die geforderten Apostelbriefe, die sie nach dem kanonischen Prozeßrecht dem Appellanten auf seinen Weg zum übergeordneten päpstlichen Gericht hätten mitgeben müssen, entgegen ihrer Zusage schließlich doch nicht ausstellen wollten. Ganz im Gegenteil, die beiden Richter (vom Offizial ist keine Rede mehr, auch nicht vom Erzbischof49) haben Nicolaus noch für denselben Tag vor

scriptorum. In hoc tamen primo errant quod omne, quod non intelligunt, errorem putant et iterum omnem errorem haeresim, cum solum pertinax adhaesio erroris haeresim faciat et haereticum, sicut dicunt iura et doctores». 47 LW 5, p. 535-537 (Acta Echardiana, nr. 50). Zum Verfahrensrecht einer Appellation (mit einigen spekulativen Vermutungen) Trusen, Der Prozeß gegen Meister Eckhart cit., pp. 109-112, 131-133. 48 Zusammenfassend W. Trusen, Offizialat, in Handwörterbuch zur deutschen Rechtsgeschichte, 3, Berlin 1984, pp. 1214-1218, bes. 1216. 49 Dies unterscheidet meine Auffassung von der Trusens, der meint, die Vervielfachung der Appellationen des Nikolaus vom 14. und 15. Februar entspreche einer


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ihr Gericht geladen, um das Verfahren fortzuführen und haben diesen Prozeß offenbar durch ein Urteil abgeschlossen, in dem sie Nikolaus wegen “Behinderung der Inquisition” (und damit wegen Ketzerbegünstigung) verurteilten50. Dagegen legte Nikolaus jedoch am folgenden Tag wiederum förmlich zwei gleichlautende Appellationen von jedem der beiden Richter einzeln an den Papst ein51. Damit war das Kölner Urteil wegen Ketzerbegünstigung52 storniert, der Prozeß gegen Nikolaus den Kölnern zunächst entzogen und nach Avignon als dem übergeordneten Gericht weitergereicht. Dort ist die Untersuchung gegen Nikolaus von Straßburg jedoch offensichtlich versandet, eine Entscheidung wurde in seinem Fall anscheinend niemals gefällt53. Für das Kölner Verfahren gegen Eckhart hatte dieses Zwischenspiel eine bedeutsame Folge. Hier wurde Eckhart und seinen Beratern demonstriert, wie man das Rechtsmittel der Appellation im kanonischen Prozeß wirkungsvoll anwenden konnte. Statt dem gerichtlichen Einwand einer sogenannten exceptio gegen die (unzuständigen) Richter war eine appellatio von ihnen an das päpstliche Gericht der bessere Weg, der zwar den Angeklagten zwang, sich auf die weite Reise nach Avignon zu begeben, der

damals bereits “veralteten” Vorschrift des Prozeßrechts, nach der eine Appellation mehrfach eingelegt werden mußte. Trusen übergeht damit aber die ausdrückliche Mitteilung in den beiden Appellationen am zweiten Tag, LW 5, p. 544-547, (Acta Echardiana, nr. 53), hier 546,49-59 sowie die spätere Aussage des Papstes (wie Anm. 50). 50 LW 5, p. 605 s. (Acta Echardiana, nr. 67): «Significavit nobis Nicolaus de Argentina […], quod olim eo existente vicario dicti ordinis in provincia Teutonie ex commissione nostra specialiter deputato contigit quod idem Nicolaus quendam fratrem [scil. Wilhelm von Nidecke] […] carceri mancipavit quodque dilectus filius magister Raynerus canonicus Coloniensis et quondam Albertus de Mediolano ordinis fratrum minorum lector in loco dictorum fratrum minorum Coloniensium […] asserente eundem Nicolaum propter incarcerationem dicti fratris fuisse impeditorem inquisitionis eorum et contra ipsum occasione huiusmodi procedentes sententialiter pronuntiarunt prefatum Nicolaum fuisse impeditorem inquisitionis predicte et per consequens in penam canonis latam contra impeditores huiusmodi incidisse et aliis penis puniri posse propterea et debere». 51 LW 5, pp. 538-541/544 (Acta Echardiana, nrr. 51-52). Beide Instrumente sind von demselben Notar (Hermann von Breymt) aufgesetzt und vor in der Mehrzahl gleichen Zeugen aufgenommen. Nikolaus muß also mit einem ganzen Zug von Begleitern zuerst zum Domherrn Magister Rainer und dann zu Albert von Mailand gezogen sein. 52 Von diesem Urteil ist in der Apellation selbst nicht die Rede, weil diese bei der Behauptung der Unzuständigkeit des Gerichts verharrt und das Urteil wegen der zuvor ergangenen ersten Appellation wohl auch für ungültig und unrechtmäßig hält. Der Bericht im späteren Brief des Papstes (wie in Anm. 49) ist aber m. E. nicht anders zu verstehen. 53 Vgl. den Bericht in der Narratio des Papstbriefes in der vorigen Anm., der noch nach 7 Jahren keine kuriale Entscheidung kennt.


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aber dem Kölner Verfahren effizient den Rechtsboden entzog54. In Avignon winkte dem Angeklagten dann eine juristische Beratung durch die kurienerfahrene Ordensleitung. So mochte die Aussicht auf den Wechsel des Schauplatzes trotz aller Reisemühsal, die damit verbunden war, durchaus attraktiv sein. 10 Tage nach der Appellation des Nikolaus von Strassburg (am 24. Januar 1327) erschien Eckhart persönlich, zusammen mit einer auserlesenen Zeugenschar von Freunden und Feinden der Kölner Dominikaner sowie in Begleitung von hochrangigen Vertretern der anderen Bettelordensklöster Kölns vor dem erzbischöflichen Gericht und ließ von seinem Sekretär Konrad von Halberstadt55 feierlich seine eigene Appellation an den Papst verlesen56. Auch hier werden die Apostelbriefe von den Richtern gefordert, auch hier werden sie von den Richtern formularmäßig versprochen, auch hier werden sie schließlich nach einigen Tagen dem Appellanten verweigert57, der sie aber gemäß dem damals geltenden Prozeßrecht beim höheren Gericht durch das vorsorglich aufgenommene Notariatsinstrument der Appellation ersetzen durfte. Damit war auch Eckharts Prozeß nach Avignon verlagert. Einige Tage, genauer gesagt drei Wochen nach seiner Appellation hat Eckhart in Köln öffentlich (am 13. Februar 1327) einen Akt der prozessualen Vorsicht und der pastoralen Fürsorge vollzogen58. Im Anschluß eine eigene Predigt in 54 Eingehend zur Appellation im Verfahren Trusen, DerProzess gegen Meister Eckhart cit., pp. 100-108, der freilich m. E. seine Argumente überspitzt, da er stets ganz eindeutige Rechtsvorstellungen, und das bei allen Parteien des Prozesses gleichermaßen, voraussetzt. Dabei weiß doch das Sprichwort noch heute, daß man “vor Gericht und auf hoher See allein in Gottes Hand” ist. 55 Es ist nicht deutlich, ob es sich um den älteren oder jüngeren Namensträger handelt. Zur Unterscheidung beider zuletzt R. Leng - K. von Halberstadt O. P., Chronographia interminata (1277 - 1355/59), Wiesbaden 1996 (Wissensliteratur im Mittelalter, 23), pp. 3-14. 56 Vgl. die Zeugenliste in LW 5, pp. 544-547 (Acta Echardiana, nr. 53, vom 24. Januar 1324), hier 546,75-547,83. Es ist freilich nicht deutlich, welche der genannten (hochrangigen) Zeugen als Freunde und welche als Gegner der Dominikaner erschienen sind. Unter den vom Notar erwähnten Zeugen ist (neben dem Denunzianten Hermann de Summo) besonders hervorzuheben Sybert von Beek, der Provinzialprior der Karmeliterprovinz Theutonia, der in Begleitung mehrerer gelehrter Kölner Karmeliter erschien, sowie auch der lector principalis des Augustinereremitenklosters in Köln - wir wissen jedoch nicht, ob sie aus Sympathie zu Eckhart erschienen waren. Die beiden Franziskaner, unter ihnen ebenfalls der lector des Kölner Klosters, dürften wohl zu den “gegnerischen” Zeugen gehört haben. 57 In diesem Fall ausdrücklich: LW 5, pp. 550 ss. (Acta Echardiana, nr. 55). 58 LW 5, pp. 547-549 (Acta Echardiana, nr. 54), auch dies ein Notariatsinstrument eines wiederum anderen Notars, das heute im Vatikanischen Archiv liegt. Diese Überlieferung schließt es m. E. aus, daß dieser Schritt abseits des Prozesses geplant und durchge-


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der ihm vertrauten Dominikanerkirche59 ließ er wiederum Konrad von Halberstadt eine lateinische Erklärung verlesen, die er sodann selbst seiner Gemeinde Absatz für Absatz ins Deutsche übersetzte und erläuterte. Hier legte Eckhart öffentlichen Protest60 ein: Er rief Gott zum Zeugen an, daß er stets jeden Glaubensirrtum verabscheut habe; auch widersprächen Irrtümer seinem theologischen Doktorgrad und seinem Ordensstand bei den Dominikanern. Wenn also in seinen Schriften oder Reden irgendein Irrtum oder eine zweifelhafte Formulierung gefunden werde, so widerrufe er sie bereits jetzt, zumal er, wie ihm berichtet wurde, in drei einzelnen Punkten mißverstanden worden sei. Er verkündete also einen Eventualwiderruf als Rechtsverwahrung, der ihn von dem subjektiven Makel der Ketzerei (der Hartnäckigkeit) freisprechen sollte. Gewiß war das im Blick auf Avignon geschehen61. Der Schritt zeigt Eckhart aber auch in pastoraler Verantwortung, wie er seiner Gemeinde seine sicherlich eilige Abreise erläuterte. Denn Eckhart mußte alsbald samt den Prozeßunterlagen nach Avignon ziehen, wo die Kurie die Appellation tatsächlich nicht abgewiesen hat. Das Verfahren wurde also an der Rhône fortgesetzt. Zugleich war aber der Charakter des Prozesses verändert. Hatten die Kölner Richter eine (bischöfliche) Ketzer-Inquisition durchgeführt, die dem Angeklagten strukturell wenig Chancen auf eine wirksame Verteidigung ließ, so winkte in Avignon ein kuriales Zensurverfahren, in welchem ein Angeklagter Chancen zur Erklärung seiner Aussagen erhalten mochte. Leider kennen wir nicht die einzelnen Schritte der Parteien, nicht die Namen der beteiligten Sachverständigen, Ankläger, Verteidiger und Richter, ja wir wissen nur wenig über die Entscheidungsstufen auf dem Wege zu einem Urteil.

führt wurde: «[…] Ekardus […] ascendebat sedem, super qua in ecclesia fratrum dicti ordinis sermo predicari solet, et ibidem predicavit sermonem populo. Et ipso sermone finito […] vocavit ad se fratrem Conradum de Halverstat dicti ordinis, mandavit illi ut cartam, quam in manu sua portabat, infrascriptam nomine suo, et pro ipso magistro distincte ad intellectum legeret coram populo ibidem presente. Et quam primum idem frater unum articulum sive punctum de contentis in ipsa carta legerat, predictus magister illum in materna lingua populo intellective de verbo ad verbum exposuit […]». 59 Zur Frage der Predigten Eckharts allgemein (und gegen die weitverbreitete Vorstellung, Eckhart habe vor allem vor Dominikanerinnen in Frauenkonventen gepredigt) jetzt überzeugend L. Sturlese, Meister Eckhart e la cura Monialium, in Ad ingenii acuitionem. Studies in Honour of Alfonso Maierù, ed. S. Caroti - R. Imbach - Z. Kaluza - G. Stabile L. Sturlese, Louvain-la-Neuve 2006 (Texts et Études du Moyen Âge, 38), pp. 463-481. 60 Dazu zusammenfassend (mit Lit.) H.-J. Becker, Protest, in Handwörterbuch zur deutschen Rechtsgeschichte (HRG), 3, Berlin 1984, pp. 2042-2044. 61 So mit Recht energisch Trusen, Der Prozess gegen Meister Eckhart cit., p. 104 s.


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Wir erfahren aber, daß an der Kurie gemäß dem dort üblichen Verfahren zunächst eine Theologenkommission eingesetzt wurde, die die “Irrtümer” Eckharts zusammenstellen und bewerten sollte. Die überlangen Kölner Listen62 bildeten dabei naturgemäß das Fundament. Deren mehr als 100 Artikeln wurden jedoch auf 28 Vorwürfe reduziert. In einem Dokument der Gutachter sind diese 28 Artikel zusammen mit der Einschätzung der Kommission verzeichnet. Dazu sind in knappen Worten Erläuterungen Eckharts notiert, wonach dann die Kommission ihrerseits ihre eigenen Antworten auf diese Erläuterungen niederschrieb63. Zum Beispiel heißt es einmal:

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Der 6. Artikel: {(1) Satz Eckharts:} Alle Kreaturen sind ein reines Nichts. Ich sage nicht, daß sie ein Geringes oder noch ein Etwas sind, sie sind das reine Nichts.{(2) Zensur der Kommission:} Diesen Artikel halten wir, so wie die Worte lauten, für ketzerisch. Denn das leugnet, daß Gott der Schöpfer der Dinge ihnen Sein gibt; leugnet auch daß die Schöpfung ins Sein bringt […]. {(3) Erläuterung Eckharts:} Diesen Artikel erläutert der Meister und sagt, es sei wahr, daß Geschöpfe an und für sich nichts sind, weil “alles ist durch ihn gemacht und ohne ihn ist nichts gemacht” (Ioh., 1.4). Alles hängt derart von Gott ab, daß, wenn Er es nicht pünktlich erhielte, alles ins Nichts fiele. {(4) Gegenzensur der Kommission:} Das schließt aber Irrtum nicht aus. Wenngleich nämlich die Geschöpfe von Gottals ihrem Schöpfer abhängen, sind sie doch in sich selbst etwas und förmlich für sich durch die Schöpfertat [...]64

62 LW 5, pp. 601-605 (Acta Echardiana, nr. 66) vom 15. April 1329. Hier (p. 601 s., 27) schreibt der Papst an den Erzbischof von Köln im Rückblick auf den gesamten Prozeß gegen Eckhart: «Tam per inquisitionem per te auctoritate ordinaria habitam nobisque per te transmissam [!], quam per indaginem postmodum de mandato nostro in Romana curia renovatam ac etiam confessionem quondam Ekardi doctoris, ut fertur sacre pagine ac professoris ordinis fratrum Predicatorum comperimus evidenter,eum predicasse, scripsisse et dogmatizasse nonnullos articulos contra catholicam veritatem […]». 63 Übersichtlich gedruckt zuletzt in: LW 5, pp. 568-590 (Acta Echardiana, nr. 59). 64 LW 5, p. 574, 6-24: «[1] Sextus articulus sic habet: Omnes creaturae sunt unum purum nihil. Et non dico quod sint quid modicum vel aliquid, sed quod sunt purum nihil. [2] Hunc articulum prout verba sonant haereticum reputamus, quia hoc negat deum creatorem rerum dantem esse eis, negat creationem terminari ad esse contra illud Sap. 1: Creavit omnia, ut essent, negat in creaturis esse, operari, et creaturam rationalem mereri et demereri et beatificari et damnari. [3] Praedictum tamen articulum verificat magister et dicit verum esse quod creaturae in se ipsis et secundum se ipsa sunt nihil, quia omnia per ipsum facta sunt et sine ipso factum est nihil. Et omnia sic dependent a deo, quod si ea ad punctum non manuteneret, in nihil deciderent. [4] Haec non excludunt errorem. Quamvis enim creaturae dependeant a deo creante, sunt tamen aliquid in se ipsis et secundem se ipsas formaliter per actionem creantis […]». Zur Sache vgl. neuerlich etwa C. Büchner, Gottes Kreatur - ein reines Nichts? Einheit Gottes als Ermöglichung von Geschöpflichkeit und Personalität im Werke Meister Eckharts, Innsbruck-Wien 2005 (Innsbrucker Theologische Studien, 71).


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Diese vierfach gestaffelten Notizen, die (1) die Aussagen Eckharts, (2) die Zensuren der Kommission, (3) Gegenerläuterungen Eckharts und (4) Bewertungen dieser Erläuterungen durch die Kommission festhalten, sind für ein heutiges Verständnis der zeitgenössischen Diskussion um Eckharts Theologie hochinteressant, zeigen aber, daß die Kommission sich derart hartnäckig auf die 28 von ihr aufgelisteten “Irrtümer” eingeschossen hatte, daß sie Einwände oder Erläuterungen Eckharts nicht an einem einzigen Punkt gelten ließ. Überall beharrte sie starr auf ihrer Einschätzung gefährlichen, ja ketzerischen Irrtums. Offenbar ließ sich der Papst in diesen Monaten auch von dem für theologische Fragen zuständigen Kardinal Jacques Fournier (der 1334 als Benedikt XII. sein Nachfolger werden sollte) ein Obergutachten65 anfertigen, das aber leider verlorengegangen ist. Aus den fragmentarischen Zitaten, die später der Basler Augustinereremit und Theologe Johannes Hiltalingen (†1392 als Bischof von Lombez in Südfrankreich westlich von Toulouse) in seinem Sentenzenkommentar und in einem besonderen Traktat aufgenommen hat66 ergibt sich jedoch, daß auch Fournier wenig Verständnis für die spekulative Mystik Eckharts aufbrachte67 und ebensowenig wie die Theologenkommission Eckharts Formulierungen nicht als rechtgläubig anerkennen wollte. Sicherlich hat Fournier nach dem bloßen Wortlaut der Satzformulierung geurteilt, die Schriften und Predigten Eckharts jedoch nicht vor sich gehabt, als er seine Urteile fällte. Er nutzte damit die zeitübliche Methode, die nicht große hermeneutische Anstrengungen bei der Identifikation von Irrtümern unternahm68. Sein Votum kam daher Eckhart

65 Diese Funktion erfüllten Fourniers Stellungnahmen auch in einigen anderen Verfahren, zu denen er auf Wunsch des Papstes Stellung nehmen mußte, vgl. J. Koch, Der Kardinal Jacques Fournier (Benedikt XII.) als Gutachter in theologischen Prozessen, in Festschrift Kard. Frings, Köln 1960, pp. 441-452, jetzt in Id., Kleine Schriften cit., 2, pp. 367386. Dazu auch A. Maier, Zwei Prooemien Benedikts XII., «Archivum Historiae Pontificiae», 7 (1969), pp. 131-161, jetzt in Ead., Ausgehendes Mittelalter cit., 3, pp. 447479, hier vor allem 458 s.; auch J. Ballweg, Konziliare oder päpstliche Ordensreform. Benedikt XII. und Reformdiskussion im frühen 14. Jahrhundert, Tübingen 2001 (Spätmittelalter und Reformation, 17; zugleich Phil. Diss. Heidelberg 1997), pp. 185-203. 66 Zuerst machte Josef Koch auf diese Auszüge aufmerksam. Jetzt vgl. K. H. Witte, Die Rezeption der Lehre Meister Eckharts durch Johannes Hiltalingen von Basel, Untersuchungen und Textausgabe, «Recherches de théologie ancienne et médiévales», 71 (2004), pp. 305371; jetzt auch (nach eigener Benutzung der Handschrift) bequem erreichbar in: LW 5, pp. 560-567 (Acta Echardiana, nr. 58). 67 Ein ähnliches absolutes Unverständnis zeigen auch die gleichzeitig in Avignon weilenden Franziskanertheologen Michael von Cesena und Wilhelm von Ockham, vgl. dazu unten Anm. 70 n. 71. 68 Koch, Kleine Schriften cit., 2, pp. 381-385; J. Miethke, Johannes XXII. und der


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nicht zu Hilfe. Den Papst hat diese negative Stellungnahme des Kardinals ohne Frage beeindruckt und in seiner Ablehnung Eckharts versteift. Später hat ein Ohrenzeuge des avignonesischen Eckhartprozesses, kein geringerer als Wilhelm Ockham (der selbst, wegen ketzerischer Theologie angeklagt, in Avignon weilte69) über das Verfahren berichtet, offensichtlich mit sehr geringer Sympathie:

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Wegen dieser und vieler ähnlicher Ketzereien wurde Eckhart zuerst beim Kölner Erzbischof angeklagt bzw. denunziert; und später einem Untersuchungsprozeß durch Johannes’ XXII. unterworfen, wobei auch von dem nur sogenannten Benedikt XII. eine Untersuchung angestrengt wurde, der damals an der Kurie weilte und sich als Kardinal gerierte. Weil die besagten Auffassungen Eckharts der Prüfung Johannes’ XXII. <selbst> zugeführt wurden und weil weder irgendein Papst darüber entschieden hat, wenngleich Johannes XXII. einigen Magistern und anderen <Kurialen> den Auftrag gab, sie zu prüfen und zu erklären, was sie darüber dächten, folgt, daß […] kein Franzikanerbruder auch nur eine der im Glaubensprozeß gegen Eckhart strittigen Sätze, sei es nun im positiven oder negativen Sinn, für wahr erklären oder sich zu eigen machen darf70.

Ockham hat aber, als er diese Sätze niederschrieb, offensichtlich von der schließlich erfolgten päpstlichen Verurteilung Eckharts nichts gewußt. Was er über das Verfahren mitteilt, ist ein systematischer Überblick, kein chronologischer Bericht, geschweige denn eine Gerichtsreportage, die uns genauere Einzelheiten bekanntmachte. Ockham interessiert sich vor allem

Armutstreit, in Angelo Clareno Francescano. Atti del XXXIV Convegno internazionale Assisi 2006, Spoleto 2007 (Atti dei Convegni della Società internazionale di studi francescani e del Centro interuniversitario di studi francescani. Nuova serie, 17), pp. 263-313: 273 ss. 69 Dazu J. Koch, Neue Aktenstücke zu dem gegen Wilhelm Ockham in Avignon geführten Prozeß, «Recherches de théologie ancienne et médiévales», 7 (1935), pp. 353-380; 8 (1936), pp. 79-93, 168-197, jetzt in Id., Kleine Schriften cit., 2, pp. 275-365; J. Miethke, Ockhams Weg zur Sozialphilosophie, Berlin 1969 (zugleich Phil. Diss. FU Berlin 1968), pp. 46-74; V. Leppin, Wilhelm von Ockham. Gelehrter, Streiter, Bettelmönch, Darmstadt 2003, pp. 123-182. 70 Guillelmi de Ockham Contra Benedictum, IV.4 (von ca. 1337/1338), in Eiusd. Opera politica, ed. H. Seton Offler, 3, Manchester 1956, p. 251 s. [abgedruckt in LW 5, pp. 590 f. (Acta Echardiana, nr. 60/1)]: «[…] Pro praedictis autem haeresibus et aliis consimilibus multis fuit praedictus Aycardus primo accusatus vel denunciatus archiepiscopo Coloniensi, super quibus deducta fuit postea quaestio ad examen Ioannis XXII, quae etiam agitata fuit ipso vocato Benedicto XII in curia existente et se pro cardinali gerente. Cum ergo praedictae quaestiones seu opiniones praefati Aycardi deductae fuerint ad examen Ioannis XXII, nec aliquis papa ipsas determinaverit [lies: determinavit], licet Ioannes XXII mandaverit magistris et aliis, ut eas examinarent et dicerent quid super his sentirent, sequitur quod nullus frater Minor super toto negotio fidei saepedicti Aycardi debet alterutram partem determinare vel approbare».


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dafür und empört sich darüber, wie der letztzitierte Satz deutlich macht, daß nach der Meinung des Papstes Benedikt XII. niemand über Glaubenssätze urteilen oder an der Universität determinieren solle, über die an der Kurie eine Untersuchung im Gange sei. In Ockhams Bericht über Eckhart ist von einer gerichtlichen Prüfung (examinatio) die Rede, an der sich der Papst selbst und der Kardinal Jacques Fournier beteiligt hätten, dann von einer Theologenkommission, die ein Gutachten zu erstellen hatte. An anderer Stelle hat Ockham später noch hinzugefügt, daß der Papst offenbar die Frage mit seinen Kardinälen diskutierte, d.h. im Konsistorium zur Sprache brachte71. Nirgendwo zeigt Ockham Verständnis für seinen Leidensgenossen72, zeigt gewiß auch eine typisch franziskanische antidominikanische Voreingenommenheit und wirft Johannes XXII. und Fournier / Benedikt XII. vor, sie hätten ihre selbstverständliche Pflicht zu einer Verurteilung von Eckharts absurditates nicht erfüllt. Von Eckhart Ergehen hören wir nichts. Er stand damals in seinem siebenten Lebensjahrzehnt. Von seiner Gesundheit, die nach der Fußreise von Köln nach Avignon angestrengt, ja prekär sein mochte, erfahren wir ebenso wenig wie von seinen Erfolgen und Niederlagen an der Kurie. Wir wissen nicht einmal, wie lange sich Eckhart in Avignon aufhielt. Wir wissen nur, daß er vor dem 30. April 1328 gestorben sein muß, denn unter diesem Datum schreibt der Papst dem Kölner Erzbischof, dieser brauche sich nicht zu beunruhigen. Der Prozeß gegen den verstorbenen (!) Eckhart gehe ordnungsgemäß weiter und werde wohl bald seinen Abschluß finden73. Wahrscheinlich ist, daß Eckhart in Avignon gestorben ist; vor Beendigung seines Verfahrens konnte er kaum die Erlaubnis zur

71

Guilielmi de Ockham III Dialogus, 2.2 [1338/1348], cap. 8 (im Druck bei Jean Trechsel, Lyon 1494, f. 251rb), abgedruckt in LW 5, pp. 592 (Acta Echardiana, nr. 60/2, hier heißt es zum Avignoneser Verfahren: «[…] Qui [scil. Aycardus] postea veniens in Avinionem assignatis sibi auditoribus se praedicta docuisse et praedicasse non negavit. Pro quibus non fuit damnatus nec assertiones suae praescriptae et aliae statim damnatae fuerunt, sed cardinalibus traditae fuerunt, ut deliberarent, an inter haereses essent computandae. Praeceptum etiam fuit quibusdam magistris in theologia, ut supra haec communem deliberationem haberent. Et ita notorium est, quod omnes assertiones praefatae et plures aliae consimiles Aycardi praedicti in curia agitate fuerunt […]». (Das Zensurverfahren ist hier offensichtlich nach den eigenen Erfahrungen Ockhams schematisch, aber wohl ganz exakt beschrieben.) 72 Leppin, Wilhelm von Ockham cit., pp. 165-172. 73 LW 5, p. 593 s. (Acta Echardiana, nr. 62): «[Hen]rico archiepiscopo Co[loniensi]. Anxiari te, frater, non oportet ratione negocii quondam Ay[cardi] de ordine predicatorum, nam super illo [pertinen]ter proceditur et etiam dante domino celeriter […] ad decisionem debitam procedetur». (Die Buchstaben in eckigen Klammern sind von den Hrsg. ergänzt).


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Heimreise erlangt haben, zumal der Papst offensichtlich an seinem Prozeß Interesse nahm. Es dauerte jedoch noch fast ein weiteres Jahr (bis zum 27. März 1329), bis Johannes XXII. sein Urteil verkündete (In agro dominico74). Die 28 uns schon aus der Kommissionsliste bekannten Artikel wurden hier ohne Wenn und Aber verurteilt. Anders jedoch als die Theologenkommission, die sämtliche Artikel als “ketzerisch” eingestuft hatte, haben sich die Redaktoren des Urteils und der Papst die Mühe gemacht, genauer zwischen den ersten 15 Sätzen75, denen die beiden letzten angegliedert wurden, und den restlichen 11 Artikeln zu unterscheiden. Die 17 erstgenannten sind vom Makel der Ketzerei betroffen, die 11 anderen können zwar «mit vielen Erläuterungen und gedachten Ergänzungen zu einem katholischen Sinn gebracht werden, klingen jedoch allzu schlimm und sind sehr gewagt und der Ketzerei verdächtig». Darum «verurteilt und verwirft» der Papst die 17 plus 11 Artikel allesamt «und desgleichen die Bücher und Schriften Eckharts, die diese Artikel enthalten». Niemand dürfe künftig die 17 verurteilten Sätze verteidigen. Wer sich diese 17 ketzerischen Sätze zu eigen mache, gegen den werde man wie gegen einen Ketzer verfahren, wer die übrigen 11 vertrete, gegen den solle wie gegen der Ketzerei Verdächtige verfahren werden. Der Papst fügt hinzu, Eckhard habe am Ende seines Lebens ein rechtgläubiges Glaubensbekenntnis abgelegt und alle 26 Sätze, die er als die seinigen anerkannt habe, insofern widerrufen, als sie bei den Gläubigen einen ketzerischen oder irrtümlichen Sinn, der dem wahren Gauben zuwider sei, hervorrufen könnten. Eckhart habe sich und alle seine Schriften der Entscheidung des Apostolischen Stuhls unterworfen. Doch das enthebt ihn rechtlich, wie der Papst gewiß wußte, nur persönlich dem Urteil als Ketzer. Hätte er den endgültigen Spruch noch erlebt, so hätte er ohne Zweifel in Köln sämtlichen verurteilten Sätzen öffentlich abschwören müssen. Der Papst sorgte dafür, daß seine Urteilssentenz dem Kölner Erzbischof eigens zugestellt wurde mit dem Auftrag, sie in der Kölner Diözese bekannt zu machen76. Damit sollten Schülern und Freunden des 74 75

LW 5, pp. 596-599 (Acta Echardiana, nr. 65), auch bei DS-DH §§950-980. Der Papst erklärt (pp. 599,97-600,103): «Et demum, quia tam per relationem doctorum ipsorum quam per examinationem nostram invenimus primos quindecim memoratos articulos et duos etiam ultimos tam ex suorum sono verborum quam ex suarum connexione sententiarum errorem seu labem heresis continere, alios vere undecim […] reperimus nimis male sonare et multum esse temerarios de heresique suspectos, licet cum multis expositionibus et suppletionibus sensum catholicum formare valeant vel habere». 76 LW 5, pp. 601-605 (Acta Echardiana, nr. 66), hier 602,13-18: «Quocirca fraternitati tue per apostolica scripta mandamus, quatenus tenorem predictum postquam eum dili-


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verstorbenen Theologen Zügel angelegt werden, auch sollten die Hörer seiner Predigten vor Irrtum geschützt werden. Wir dürfen davon ausgehen, daß der Erzbischof diesen Auftrag ausgeführt hat und daß in Köln die Verurteilung Eckharts bekannt wurde. Eine Überlieferung des Urteilstextes ist auch im Archiv des Mainzer Erzbischofs aufgefunden worden77. Sonst aber konnte die Konstitution – außer in der vatikanischen Überlieferung – bisher nicht nachgewiesen werden. Die Franziskanerdissidenten um Michael von Cesena und Wilhelm von Ockham in Pisa und in München, die doch an den Ketzerverfahren des Johannes XXII. gegen Theologen prinzipiell interessiert sein mußten, wußten auch noch nach 10 und 20 Jahren nichts von der Bulle In agro dominico, geschweige denn, daß sie ihren genauen Wortlaut oder Inhalt gekannt hätten. Wir dürfen das sicherlich verallgemeinern. Es ist höchst ungewiß, ob die Zensur des Papstes, wie er es anscheinend hoffte, in das damalige öffentliche Bewußtsein gedrungen ist. Und wenn sie bekannt wurde, so bleibt fraglich, ob ihre Wirkung den Absichten ihrer Urheber entsprach. Loris Sturlese hat im Köln des 14. Jahrhunderts eine ganze Gruppe von Schülern, Freunden und Anhängern Eckharts ausgemacht, “Eckhartisten” wie er sie nennt, die an ihrem Meister und seinen Lehren festhielten, ja den Meister auch nach der Verurteilung durch Papst und Kurie noch ausdrücklich einen “Heiligen” nannten, obwohl sie die Verurteilung nur zu genau kannten78. Das war jedoch allem Anschein nach nicht private Verbohrtheit. Die nachhaltige Wirkung des deutschen Dominikaners Eckhart bis heute beweist, daß hier das päpstliche Urteil ins Leere ging. Heinrich Seuse hat wohl bald nach dem päpstlichen Verdikt auf einem Kapitel der Dominikaner79 Eckhart mit glühendem Eifer verteidigt. Der

genter inspexeris per te vel per alium seu alios in tua civitate, diocesi et provincia publices et facias solempniter publicari, ut per publicationem huiusmodi simplicium corda, qui faciliter seducuntur, et maxime illi quibus idem Ekardus, dum vixit, predictos articulos predicavit, erroribus contentis in eis minime imbuantur». 77 LW 5, p. 596 (Ms. M): vgl. R. Lerner, New Evidence for the Condemnation of Meister Eckhart, «Speculum», 72 (1997), pp. 347-366: 363-366. 78 Jetzt L. Sturlese, Homo divinus. Philosophische Projekte in Deutschland zwischen Meister Eckhart und Heinrich Seuse, Stuttgart 2007, pp. 119-135; zuvor: Id., Die Kölner Eckartisten. Das studium generale der deutschen Dominikaner und die Verurteilung der Thesen Meister Eckharts, in Die Kölner Universität im Mittelalter, Berlin-New York 1988 (Miscellanea mediaevalia, 20), pp. 192-211. 79 In seiner autobiographischen Vita heißt es dazu (c. XXIII): «Ze einer zit fuor er abwert in Niderland ze einem capitel. Da waz im vorhin liden bereit wan es fuoren ihre e e zwen fúrneme wider in dar die vil unmussig waren, wie sú in swarlich betruptin. Er ward mit zitrendem herzen hin fúr geriht Gestellet, und wurden vil sachen uf in geleit, dero was


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Orden versuchte, durch harte disziplinäre Maßnahmen ihn davon abzubingen, eine eigene Verteidigungsschrift (“Das Buch der Wahrheit”) weiter zu verbreiten, doch ist die Schrift heute noch in überaus zahlreichen Handschriften überliefert. Sie fand also trotz dem Verbotsversuch eine weite Verbreitung80. Ob durch die Theologenprozesse überhaupt das Ziel erreichbar war, die christliche Glaubenswahrheit zu schützen und rein zu bewahren, darf bezweifelt werden, auch wenn die Verwerfung von Irrtümern zu den ältesten Mitteln der Selbstdefinition religiöser Verbände gehört. Mußte diese ängstliche Umhegung überlieferter Wahrheit in gelehrter Spekulation nicht das Wesen lebendiger Tradition verfehlen? Wie kann die unveränderte Wiedergabe immer gleicher Sätze eine derartige lebendige Tradition bilden? Gewiß gilt es, bei neuen Entwicklungen auch Entscheidungen zu treffen, was der gemeinsame Wille der Gruppe, in diesem Falle also der Kirche für die Zukunft sein soll, und was nicht. Schon Augustin hat das gesehen, als er bei seiner Polemik gegen die Donatisten festhielt, daß man nach langen Debatten auf einem Plenarkonzil durchaus eine andere Erkenntnis vertreten dürfe, als sie ein Cyprian vor Zeiten in bestimmten Punkten vertreten hatte. Die Wahrheit, so meint Augustin, wird durch Diskussionen gefestigt:

Denn wie anders [als durch synodale Diskussion] konnte diese von so dichtem Nebel des Streites umhüllte Angelegenheit zur leuchtenden Klarheit und zur Bestätigung durch ein Plenarkonzil geführt werden als dadurch, daß sie zunächst für längere Zeit in verschiedenen Gegenden des Erdkreises in zahlreichen hier und dort geführten Diskussionen und Konferenzen von Bischöfen erörtert wurde und dann erst feststand? Wenn über längere Zeit Dunkles gesucht wird und dies wegen der Schwierigkeit, die Lösung zu finden, in der brüderlichen Diskussion verschiedene Meinungen hervorbringt, bis man zur Wahrheit und Klarheit gelangt, dann bewirkt dieser gesunde Zustand von Frieden dies, daß das Band der Einheit bestehen bleibt, damit in keinem abgetrennten Teil eine unheilbare Wunde des Irrtums zurückbleibt81.

einú: si sprachen, er macheti bücher, an den stuondi falshú lere, mit der alles lant wurdi verunreinet mit kezerlichem unflat»: Heinrich Seuse, Deutsche Schriften, hrsg. K. Bihlmeyer, Stuttgart 1907, p. 68, zitiert auch bei Das Buch der Wahrheit von Heinrich Seuse. Mittelhochdeutsch / Deutsch, hrsg. L. Sturlese - R. Blumrich, Hamburg 1993 (Philosophische Bibliothek, 458), p. XVII, Anm. 24. 80 Vgl. Sturlese, Homo divinus cit., p. 128. Der Versuch von Trusen, Der Prozess gegen Meister Eckhart cit., p. 154, diesen Text vor den Tod Eckharts (und damit vor das päpstliche Häresie-Urteil) zu datieren, erscheint mir allzu gezwungen. Klärend ist die Einleitung Sturleses zur Edition: Das Buch der Wahrheit cit., besonders p. XV-XXI. 81 Augustini De baptismo - Über die Taufe, Zweisprachige Ausgabe, in Augustini


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Die Voraussetzung einer klaren Entscheidung wäre demnach eine breite öffentliche Debatte, die alle wesentlichen Gesichtspunkte erörtert, nicht ein Aktenverfahren hinter verschlossenen Türen, das wohl Experten heranzieht, aber letztendlich den Amtsträger verantwortlich entscheiden läßt. Ob ein derartiges Gerichtsverfahren über Aussagen, prout verba sonant oder, wie es in der päpstlichen Verurteilung geheißen hatte, ex suorum sono verborum eine hinreichende Basis für die Erkenntnis solcher schließlichen Wahrheit in Einheit sein kann, diese Frage hat sich das gesamte Mittelalter und gewiß Johannes XXII. nicht vorgelegt.

Opera - Werke, eingeleitet, kommentiert und hrsg. von H.-J. Sieben, 28, PaderbornMünchen (usw.) 2006, 2.4.5 (pp. 110-112): «Quomodo enim potuit ista res tantis altercationum nebulis involuta ad plenarii concilii luculentam inlustrationem confirmationemque perduci, nisi primo diutius per orbis terrarum regiones multis hinc adque hinc disputacionibus et conlacionibus episcoporum pertractata constaret? Hoc autem facit sanitas pacis, ut, cum diutius obscuriora quaeruntur et propter inveniendi difficultatem diversas pariunt in fraterna discrepatione sententias, donec ad verum liquidum perveniatur, vinculum permaneat unitatis, ne in parte praecisa remaneat insanabile vulnus erroris».


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Entre le début du XIIIe siècle et les premières décennies du XIVe siècle, à un moment où naît ce que Mario Sbriccoli appelait le «pénal hégémonique»1, la procédure connaît en Occident des transformations essentielles: le développement du mode inquisitoire, de la procédure sommaire, de l’extraordinaire, ou encore la prise en compte plus systématique de la contumace, en liaison le plus souvent avec de nouvelles qualifications juridiques2. C’est aussi au cours de ces décennies que l’accusation de rébellion – qui existe bel et bien dans les textes du XIIIe siècle mais de façon avant tout polémique – est saisie procéduralement et que le rapprochement de la rébellion et du crime de lèse-majesté, opéré à l’occasion du conflit entre Henri VII et Robert d’Anjou, devient à la fois plus systématique et plus efficace. Les procédures de l’époque de Jean XXII contre un grand nom-

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1 M. Sbriccoli, Giustizia negoziata, giustizia egemonica. Riflessioni su una nuova fase degli studi di storia della giustizia criminale, in Criminalità e giustizia in Germania e in Italia. Pratiche giudiziarie e linguaggi giuridici tra tardo medioevo ed età moderna, a cura di M. Bellabarba - G. Schwerhoff - A. Zorzi, Bologna 2001, pp. 345-364; Id., Justice négociée, Justice hégémonique: l’émergence du pénal public dans les villes italiennes des XIIIe et XIVe siècles, in Pratiques sociales et politiques judiciaires dans les villes de l’Occident à la fin du Moyen Âge, édd. J. Chiffoleau - C. Gauvard - A. Zorzi Roma 2007, pp. 389-421; Id., Vidi comuniter observari: l’emersione di un ordine penale pubblico nelle città italiane del secolo XIII, «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», 27 (1998), pp. 231-268. 2 Sur ces questions voir les travaux importants de J. Chiffoleau, Sur la pratique et la conjoncture de l’aveu judiciaire en France du XIIIe au XVe siècle, in L’aveu. Antiquité, Moyen Âge, Roma 1986, pp. 89-117; Id., Dire l’indicible. Remarques sur la catégorie du nefandum du XIIe au XVe siècle, «Annales ESC», 2 (mars-avril 1990), pp. 289-324; Id., Sur le crime de Majesté médiéval, in Genèse de l’État moderne en Méditerranée, Roma 1993, pp. 183-213; Id., Ecclesia de occultis non iudicat? L’Église, le secret, l’occulte du XIIe au XVe siècle, «Micrologus», 14 (2006), pp. 359-481; Id., Le crime de majesté, la politique et l’extraordinaire. Note sur les collections érudites de procès de lèse-majesté du XVIIe siècle français et sur leurs exemples médiévaux, in Les procès politiques (XIVe-XVIIe siècle), éd. Y.-M. Bercé, Roma 2007, pp. 577-662. Cfr. aussi J. Théry, Fama: l’opinion publique comme preuve judi-


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bre de seigneurs d’Italie du Nord ou des terres de l’Église sont emblématiques de ces évolutions et constituent un observatoire privilégié des transformations juridiques et judiciaires qui sont alors à l’œuvre3. Si l’étude des manifestations hérétiques en Italie a retenu depuis longtemps l’attention des historiens4, il est en revanche intéressant de constater à quel point, dans l’historiographie, ces procès pour rébellion et hérésie lancés par la papauté contre les détenteurs du pouvoir politique n’ont pas eu jusqu’à présent la place qu’ils méritent. Ils ont surtout servi à poser les jalons d’une histoire strictement politique et événementielle des relations entre la papauté et ses «rebelles», sans tenir compte de leur dimension proprement juridique et judiciaire5. Si la portée politique de ces procédures ne fait aucun doute6 et si elle doit s’accompagner d’une étude des luttes armées

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ciaire. Aperçu sur la révolution médiévale de l’inquisitoire (XIIe-XIVe) siècle, in La preuve en justice, de l’Antiquité à nos jours, éd. B. Lemesle, Rennes 2003, pp. 119-147; Id., Les Albigeois et la procédure inquisitoire: le procès pontifical contre Bernard de Castanet, évêque d’Albi et inquisiteur (1307-1308), «Hérésis», 33 (2001), pp. 7-48; ou encore la récente synthèse de M. Vallerani, La giustizia pubblica medievale, Bologna 2005. 3 Ces réflexions s’inscrivent dans le cadre plus général d’une thèse de doctorat d’Histoire du Moyen Âge en voie d’achèvement, préparé à l’Université Lumière-Lyon 2 sous la direction de Jacques Chiffoleau (EHESS) et intitulé: «Le gibelinisme en procès. Gibelinisme, rébellion et hérésie en Italie du Nord et du Centre à l’époque de la papauté d’Avignon (1ère moitié du XIVe siècle)». Il s’appuie principalement sur l’étude de la documentation judiciaire produite par le gouvernement central de l’Église et nous éditons à cette occasion un certain nombre de ces pièces de procédure, inédites ou partiellement éditées. Sur chacun des aspects évoqués dans le cadre de cet article, des analyses approfondies seront présentées dans notre thèse. 4 Je renvoie ici à une longue tradition d’analyse du phénomène hérétique par des historiens italiens: par exemple G.G. Merlo, Eretici ed eresie medievali, Bologna 1989; Id., Contro gli eretici, Bologna 1996; Id., Inquisitori e Inquisizione del Medioevo, Bologna 2008; G. Volpe, Movimenti religiosi e sette ereticali, Firenze 1922; E. Dupré Theseider, Gli eretici nel mondo comunale italiano, in Id., Mondo cittadino e movimenti ereticali nel Medio Evo, Bologna 1978, pp. 233-261; G. Zanella, Itinerari ereticali: patari e catari tra Rimini e Verona, Roma 1986; Mariano d’Alatri, Eretici e inquisitori in Italia. Studi e documenti. 1, Il Duecento, 2, Il Tre e il Quattrocento, Roma 1987; O. Capitani, Eresie nel medioevo o medioevo ereticale?, in Eretici ed eresie medievali nella storiografia contemporanea, a cura di G.G. Merlo, Torre Pellice 1994, pp. 5-15; Id., L’eresia in Italia tra Volpe e Duprè. Alcune riflessioni, in La storiografia di Eugenio Dupré Theseider, a cura di A. Vasina, Roma 2002, pp. 249-264. 5 Même des travaux récents qui évoquent ces procès comme ceux de l’historienne de l’art Sharon Dale sur la famille des Visconti et ses relations avec la papauté évacuent cette dimension: voir par exemple S. Dale, The Avignon Papacy and the Creation of the Visconti Myth, in La vie culturelle, intellectuelle et scientifique à la cour des papes d’Avignon, éd. J. Hamesse, Turnhout 2006, pp. 333-366; Ead., Contra damnationis filios. The Visconty in fourteenth-century papal diplomacy, «Journal of Medieval History», 33/1 (2007), pp. 1-32. 6 Ce constat, qui n’a d’ailleurs pas échappé aux historiens de la fin du XIXe ou du début du XXe siècle, n’épuise en rien l’analyse: H.-C. Lea consacre un chapitre de son


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de la papauté contre ses ennemis7, il y a encore beaucoup à comprendre sur l’inscription du droit – surtout du droit pénal, du droit procédural – dans le champ politique, ou si l’on préfère, sur les usages du «procès politique»8, qui impliquent notamment, dans ces années là, l’instrumentalisation de l’accusation d’hérésie. À une époque où les cités de l’Italie centro-septentrionale et la papauté poursuivent et accentuent leur «révolution documentaire»9, ces luttes contre les rebelles ont laissé des témoignages archivistiques abondants et variés – mais non homogènes. Dans le cadre de cette réflexion, qui s’appuie sur la documentation produite par le gouvernement central de l’Église, plusieurs dossiers permettent d’envisager ce mouvement de rébellion dans toute sa diversité et dans toute sa complexité: un premier dossier concerne Milan et la Lombardie, où la famille des Visconti connaît une très forte expansion depuis la fin du XIIIe siècle10. C’est sur cette famille que les documents sont les plus nombreux, principalement rassemblés dans deux manuscrits conservés à la Biblioteca Apostolica Vaticana (désormais BAV): le Vat. lat. 3936, qui était certainement un document de travail, ne contient qu’une sélection de témoignages qui répondent à des articles d’accusation précis11. Dans un souci de classement, ces dépositions ont été

Histoire de l’Inquisition au Moyen Âge, Paris 2000, à «l’hérésie politique utilisée par l’Église»; Robert André-Michel, le seul historien français à s’être véritablement intéressé à ces procédures, en parle aussi comme des «procès du pouvoir temporel contre les seigneuries italiennes»: R. André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti, in Avignon, les fresques du palais des papes, Paris 1926, pp.149-206: 183. 7 Sur ces croisades italiennes, on ne peut que renvoyer aux travaux de N. Housley, The Italian Crusades. The Papal-Angevin Alliance and the Crusades against Christian Lay Powers, 1254-1343, Oxford 1982; Id., The Avignon papacy and the Crusades, 1305-1378, Oxford 1986. 8 Une tendance récente de l’historiographie française cherche cependant à mieux comprendre ces procès politiques, comme le montre le récent ouvrage Les procès politiques cit. Le présent colloque d’Ascoli Piceno en témoigne aussi. Depuis plusieurs années Jacques Chiffoleau anime à Paris, à l’École des hautes études en sciences sociales (EHESS), un séminaire de recherche où ces aspects sont très largement abordés et discutés. 9 P. Cammarosano, Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte, Roma 1991; J.-C. Maire Vigueur, Révolution documentaire et révolution scripturaire: le cas de l’Italie médiévale, «Bibliothèque de l’École des Chartes», 153 (1995), pp. 177-185. 10 Pour un cadre général, voir L’Età dei Visconti e degli Sforza, 1277-1535, a cura di A. Gamberini - F. Somaini, Milano 2001; ainsi que Storia di Milano, 4, L’età comunale, 11521310, et 5, La signoria viscontea, 1310-1392, Milano 1955. 11 Nous n’avons en effet pas conservé l’intégralité des témoignages recueillis dans ce procès. Pour une réflexion sur le statut de ce type de document, je renvoie à un exemple de recollectiones étudiées par J. Théry, Faide nobiliaire et justice inquisitoire de la papauté à Sienne au temps des Neuf: les recollectiones d’une enquête de Benoît XII contre l’évêque


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regroupées en fonction des membres de la famille Visconti qu’elles concernent (contra Galeazum12, contra Marchum13, contra Luchinum14, contra Stefanum15, contra Johannem16, contra Matheum17). Le manuscrit Vat. lat. 3937, divisé en deux livres (liber primus et liber secundus), regroupe près de 150 documents, transcrits à partir des originaux à l’époque du procès: lettres et citations à comparaître, divers actes de procédure, sentences de condamnation des membres de la famille et de leurs complices18. Les autres dossiers concernent les États de l’Église, pôle important de résistance à la souveraineté pontificale, dans lesquels les poursuites judiciaires contre les rebelles ont été également multiples19. Pour la Romagne, l’Ombrie, les Marches, zones où le processus de seigneurialisation a généralement été précoce, de nombreux fragments de procédures – parfois de simples épaves – sont parvenus jusqu’à nous: à Ferrare, dominée par les marquis

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Donosdeo de’ Malavolti (ASV, Collectoriae, 61A et 404A), in Als die Welt in die Akten kam. Prozeßschriftgut im europäischen Mittelalter, hrsg. S. Lepsius - T. Wetzstein, Frankfurt am Main 2008, pp. 275-345: 328. 12 BAV, Vat. Lat. 3936, ff. 1r-12r. 13 Ibid., ff. 12v-14r. 14 Ibid., ff. 14r-14v. 15 Ibid., ff. 14v-15v. 16 Ibid., f. 15v. 17 Ibid., ff. 17r-29r. 18 L’édition intégrale de ces actes sera insérée dans notre thèse. Depuis les travaux généraux de F. Bock, ces procédures n’ont guère été réexaminées et la plupart des travaux qui ont suivi se sont appuyés à peu près uniquement sur le travail de l’historien allemand: F. Bock, Studien zum politischen Inquisitionsprozess Johanns XXII., «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 26 (1935-1936), pp. 21-142; 27 (1936-1937), pp. 109-134; Id., Processi di Giovanni XXII contro i Ghibellini italiani, «Archivio della Società Romana di Storia Patria», 63 (1940), pp. 129-143; on peut aussi citer les articles déjà anciens de L. Frati, La contesa fra Matteo Visconti e papa Giovanni XXII secondo i documenti dell’Archivio vaticano, «Archivio storico Lombardo», série 2, 15 (1888), pp. 241-258; H. Otto, Zur italienischen Politik Johannes XXII., «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Biblioteken», 14 (1911), pp. 140-265; G. Biscaro, Le relazioni dei Visconti di Milano con la Chiesa, «Archivio storico Lombardo», sér. 5, 46 (1919), pp. 84-229; et plus récemment L. Besozzi, I processi canonici contro i fautori dei Visconti negli anni 1322-1324, «Archivio storico lombardo», 103 (1977), pp. 295-302; Id., Famiglie di Cannobio nella contesa tra i Visconti e Giovanni XXII, «Verbanus», 2 (1980), pp. 89-103; Id., I processi canonici contro Galeazzo Visconti, «Archivio storico lombardo», 107 (1981), pp. 235-245; Id., I processi canonici del 1321-1322 contro i Novaresi aderenti ai Visconti di Milano, «Novarien», 13 (1983), pp. 172-188. 19 Voir les travaux classiques de D. Waley sur les terres de l’Église: D. Waley, The Papal State in the Thirteenth Century, Londres 1961, et Id., Lo stato papale dal periodo feudale a Martino V, in Comuni e signorie dell’Italia nord-orientale e centrale: Lazio, Umbria e Marche, Torino 1987, pp. 231-320.


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Rinaldo et Obizzo d’Este depuis le début des années 1310, plusieurs manuscrits de l’Archivio Segreto Vaticano (désormais ASV) éclairent les inquisitiones successives menées dans les années 1320 par les juges pontificaux contre les marquis, les habitants de la ville ou leurs complices à l’extérieur20. Dans les Marches, haut-lieu de la résistance anti-pontificale, la rébellion gagne de nombreuses cités, au premier rang desquelles figurent Osimo et Recanati, donnant lieu au lancement d’un procès pour hérésie et idôlatrie contre des habitants de cette dernière cité21. Pour l’Ombrie enfin, les études classiques de Luigi Fumi ou la récente édition par Stefano

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20 F. Bock, Der Este-prozess von 1321, «Archivum Fratrum Praedicatorum», 7 (1937), pp. 41-111: il propose une édition partielle du manuscrit conservé à l’Archivio Segreto Vaticano sous la cote Collectoriae, 406 et composé de 62 folios. Mais d’autres pièces de procédure nous paraissent également avoir un intérêt et ont attiré notre attention, comme le manuscrit ASV, Instrumenta Miscellanea, 750: il ne subsiste malheureusement qu’un unique cahier de huit folios liés par un fil dans l’angle supérieur gauche. Le manuscrit porte la mention suivante: «Titulus inquisitionis formate per infrascriptum dominum fratrem Gauffredum vicarium infrascripti domini electi Paduani ex commissione et mandato infrascripto venerabilis patris domini episcopi Bononiensis apostolice sedis nuntii super processibus factis per dominum papam contra Ferrarienses cuius inquisitionis tenor talis est»; ce document est à recouper avec un manuscrit conservé à la Biblioteca Apostolica Vaticana, sous la cote BAV, Ottoboni Latini, 2520, aux folios 220r-236v et qui porte la mention suivante: «Inquisitio per fratrem Guifredum vicarium domini Ildebrandini episcopis Paduani ex commissione domini episcopi Bononiensis apostolice sedis nuntii seu legati contra Raynaldum et Obizonem qui se marchiones Estenses appellant». Enfin, signalons le manuscrit ASV, Instrumenta Miscellanea, 765: il est composé de quatre parchemins et nous pouvons lire au dos la description suivante: «Denunciatio et publicatio facta per dominum episcopum Bononien. contra eos qui se gesserunt in civitate Ferrarie pro potestate, capitaneo, stipendiariis et officialibus necnon contra cives et habitatores dicte civitatis». 21 Le manuscrit le plus riche de ce point de vue est conservé à l’ASV sous la cote A.A., Arm. C, 1003: il conserve le témoignage de la procédure engagée contre les idolâtres et les hérétiques de Recanati. Pour compléter, il est intéressant de le confronter à la lecture du manuscrit ASV, Collectoriae, 405: il s’agit en fait d’un livre contenant les amendes qui furent infligées aux communes et habitants des Marches considérés comme rebelles, selon une tarification bien précise en fonction de la nature du délit. Sur ces procédures ou plus largement sur la résistance anti-pontificale dans la région voir les travaux déjà anciens de L. Colini-Baldeschi, Ghibellinismo ed Eresie marchigiane nella prima metà del secolo XIV, «Rivista delle Biblioteche e degli Archivi», 10 (1901), pp. 17-33; Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi secondo un rotolo vaticano del 1320, «Collectanea Franciscana», 33 (1963), pp. 82-105; plus récemment, F. Pirani, Medioevo marchigiano e identità storica. Una verifica attraverso la recente storiografia, «Quaderni medievali», 42 (1996), pp. 73-103, ainsi que sa contribution au présent ouvrage. Pour un panorama sur la situation politique, on peut renvoyer à G. Franceschini, La situazione politica delle Marche alla venuta del card. Egidio Albornoz, «Studia Picena», 27 (1959), pp. 20-55, et M. Natalucci, Lotte di parte e manifestazioni ereticali nella Marca agli inizi del secolo XIV, «Studia Picena», 24 (1956), pp. 125144. Voir aussi les diverses contributions dans Cecco d’Ascoli: cultura, scienza e politica nell’Italia del Trecento, Roma 2007.


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Brufani du procès contre un autre de ces rebelles, Muzio di Francesco d’Assise, apportent un éclairage supplémentaire sur certaines de ces affaires22. On peut regretter de ne pas avoir conservé les procédures engagées contre Federico da Montefeltro, «le plus fier marquis gibelin», alors même qu’il a largement contribué à fédérer l’opposition à la papauté dans les terres de l’Église et qu’il est constamment cité dans les sources pontificales de cette période23. Cet inventaire esquissé à larges traits, sans prétendre à l’exhaustivité, témoigne de la multiplicité et de la simultanéité de procédures qui touchent une rébellion en apparence multiforme: que ce soit contre les Visconti, les Este, les Montefeltro, les seigneurs turbulents des Marches, de Romagne ou d’Ombrie, la machine judiciaire pontificale est présente sur tous les fronts à la fois. Il ne faut enfin jamais perdre de vue les liens qu’elles entretiennent avec d’autres controverses et polémiques contemporaines, comme les débats autour de la vision béatifique24, l’opposition des Spirituels25 ou celle de Louis de Bavière26 qui ont elles aussi entraîné de nombreuses poursuites et la production d’une documentation judiciaire importante.

22 L. Fumi, Eretici e ribelli nell’Umbria dal 1320 al 1330 studiati su documenti inediti dell’Archivio segreto Vaticano, «Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria», 3 (1897), pp. 257-285, 429-489; 4 (1898), pp. 221-301, 437-486; 5 (1899), pp. 1-46, 205425: une synthèse de ces articles est publiée dans L. Fumi, Eretici e ribelli nell’Umbria. Studio storico di un decennio (1320-1330), Città di Castello 1916; Id., I registri del ducato di Spoleto della serie Introitus et Exitus della Camera apostolica presso l’Archivio segreto vaticano; excerpta e documenti per la storia civile, politica ed economica della provincia del ducato di Spoleto, Perugia 1908; S. Brufani, Eresia di un ribelle al tempo di Giovanni XXII: il caso di Muzio di Francesco d’Assisi, Spoleto 1991. 23 L’expression est de G. Franceschini, I Montefeltro nei primi due secoli della loro storia (1150-1350), San Sepolcro 1963, p. 171; Id., I Montefeltro, Milano 1970; Id., Del conte Speranza da Montefeltro e della sua discendenza, «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», 103 (1998), ser. 7, 6 (1951), pp. 61-77; Id., Le relazioni tra i principi e la Chiesa nello Stato d’Urbino nei secoli XIV e XV, «Studia Picena», 1960, pp. 136-158. 24 Sur cette question voir la synthèse de C. Trottmann, La vision béatifique: des disputes scolastiques à sa définition par Benoît XII, Roma 1995. 25 A. Tabarroni, Paupertas Cristi et apostolorum. L’ideale francescano in discussione (1322-1324), Roma 1990; voir les travaux de S. Piron, par exemple Censures et condamnation de Pierre de Jean Olivi: enquête dans les marges du Vatican, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Âge», 118/2 (2006), pp. 313-373. 26 Parmi les travaux récents autour de Louis de Bavière, citons M. Berg, Der Italienzug Ludwigs des Bayern. Das Itinerar der Jahre 1327-1330, «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 67 (1987), pp. 142-197; J. Miethke, Der Kampf Ludwigs des Bayern mit Papst und avignonesischer Kurie in seiner Bedeutung für die deutsche Geschichte, in Kaiser Ludwig der Bayer, Konflikte, Weichenstellung und Wahrnemung seiner Herrschaft, hrsg. H. Nehlsen - H.G. Hermann, Paderborn 2002, pp. 39-74; The World of Marsilius of Padua, ed. G. Moreno-Riano, Turnhout 2006.


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Les actes de ces procès permettent de mieux saisir les rapports de force qui se tissent entre la papauté nouvellement installée à Avignon et les puissances séculières de l’Italie du Nord et du Centre, en pleines transformations politiques elles aussi. Si l’on peut effectivement situer le paroxysme de ces tensions sous le pontificat de Jean XXII, dans les années 1320, il est indispensable de les inscrire dans la chronologie plus large des rapports entre Église et États en cette fin du XIIIe et au début du XIVe siècle. Dans le contexte d’«épidémie de procès» (J. Michelet) qui caractérise ces décennies, les liens – au niveau politique comme au niveau judiciaire – avec d’autres procédures du temps de Clément V s’imposent, comme la mise en cause posthume de Boniface VIII27, l’affaire des Templiers28 ou encore les procédures contre des prélats du royaume de France, par exemple l’évêque de Pamiers Bernard Saisset29, l’évêque d’Albi, Bernard de Castanet30,

27 T. Schmidt, Der Bonifaz-Prozess: Verfahren der Papstanklage in der Zeit Bonifaz’ VIII. und Clemens’ V., Cologne-Vienne 1989; J. Coste, Boniface VIII en procès. Articles d’accusation et déposition des témoins (1303-1311), Roma 1995; B. Guillemain, Le procès à la mémoire de Boniface VIII, in Faire mémoire: souvenir et commémoration au Moyen Âge, édd. C. Carozzi - H. Carozzi-Taviani, Aix-en-Provence 1999, pp. 103-117; A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, l’affresco di Giotto e i processi contro i nemici della Chiesa. Postilla al giubileo del 1300, «Mélanges de L’École française de Rome. Moyen Âge», 112 (2000), pp. 459485; Id., Boniface VIII, un pape hérétique?, Paris 2003; Id., Bonifacio VIII, la loggia di giustizia al Laterano e i processi generali di scomunica, «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 59/2 (2005), pp. 377-428. 28 La bibliographie est très importante sur cette question: du côté italien, cfr. B. Frale, L’ultima battaglia dei templari, Roma 2001, et Ead., Il papato e il processo ai Templari. L’inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia, Roma 2003. En France les travaux actuels de J. Théry offrent de nouvelles clés de compréhension de ces procédures: voir l’article consacré à cette question dans ce volume; pour une synthèse, voir également l’article Procès des Templiers, in Dictionnaire européen des ordres religieux militaires, édd. N. Bériou - Ph. Josserand, Paris 2009. 29 J. Théry, Allo scoppio del conflitto tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII: l’affaire Saisset (1301). Primi spunti per una rilettura, in I poteri universali e la fondazione dello Studium Urbis. Bonifacio VIII dalla ‘Unam sanctam’ allo ‘schiaffo’ di Anagni, a cura di G. Minnucci, Roma 2008, pp. 21-68. 30 En attendant la publication de la thèse de doctorat de J. Théry, Fama, Enormia: l’enquête sur les crimes de l’évêque d’Albi Bernard de Castanet (1307-1308). Gouvernement et contestation au temps de la théocratie pontificale et de l’hérésie des bons hommes, thèse de l’université Lumière Lyon 2, sous la direction de J. Chiffoleau, 2003, je renvoie à deux de ses articles: Id., Les Albigeois et la procédure inquisitoire cit., et Id., Une politique de la terreur: l’évêque d’Albi Bernard de Castanet (v. 1240-1317) et l’Inquisition, in Les inquisiteurs. Portraits de défenseurs de la foi en Languedoc (XIIIe-XIVe s.), éd. L. Albaret, Toulouse 2001, pp. 71-87.


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l’évêque de Troyes Guichard31 ou l’évêque de Cahors Hugues Géraud32, pour ne citer que les affaires les plus retentissantes. Tous ces casus éclairent, à leur manière, les progrès et les évolutions du droit pénal mais également l’affirmation et la construction des pouvoirs souverains dans ces premières décennies du XIVe siècle33. Au cours de ces années la question impériale, vieille thématique de l’histoire italienne et plus largement européenne depuis la querelle des Investitures, se déploie selon des modalités nouvelles. Dans cette perspective, le conflit qui oppose dans les années 1310-1313, au cours du pontificat de Clément V, Henri VII à Robert d’Anjou34 – lequel est très fortement soutenu par la papauté – constitue, nous en sommes convaincus, la matrice des procédures de l’époque de Jean XXII pour deux raisons fondamentales: tout d’abord parce que c’est à cette occasion que la rébellion est devenue une qualification juridique à part entière avec les constitutions pisanes de 1313 Ad Reprimenda et Quis sit rebellis35. Ensuite parce que ce

31 Cfr. A. Provost, L’imagination au pouvoir. Recherches sur le procès de Guichard, évêque de Troyes (1308-1314), thèse dactylographiée de l’Université de Paris IV-Sorbonne, 2000; Id., Déposer, c’est faire croire? A propos du discours des témoins dans le procès de Guichard, évêque de Troyes (1308-1314), in La preuve en justice, de l’Antiquité à nos jours, éd. B. Lemesle, Rennes 2003, pp. 95-118; et Id., La procédure, la norme et l’institution: le cas de Guichard, évêque de Troyes (1308-1314), in Les procès politiques cit., pp. 83-103. 32 E. Albe, Autour de Jean XXII: Hugues Géraud, évêque de Cahors. L’affaire des poisons et des envoûtements en 1317, «Bulletin trimestriel de la Société des études littéraires, scientifiques et artistiques du Lot», 29 (1904), pp. 5-206. 33 La notion de souveraineté tient une place centrale dans les procès de l’époque de Jean XXII; il faut la réinscrire dans l’étude des différents aspects de la construction de la plénitude de puissance et de la théocratie pontificale, envisagée dans la longue durée, depuis Innocent III au moins. 34 Voir par exemple K. Pennington, Henry VII and Robert of Naples, in Das Publikum politischer Theorie im 14. Jahrhundert, hrsg. J. Miethke, Münich 1992, pp. 81-92; Id., The Prince and the Law, 1200-1600. Sovereignty and Rights in the Western Legal Tradition, Los Angeles 1993. Sur Henri VII, voir encore l’article de J.-M. Moeglin, Henri VII et l’honneur de la majesté impériale. Les redditions de Crémone et de Brescia (1311), in Penser le pouvoir au Moyen Âge. Études offertes à Françoise Autrand, édd. D. Boutet - J. Verger, Paris 2000, pp. 211-245. 35 Pour l’édition de ces constitutions voir Monumenta Germaniae Historica, Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, éd. J. Schwalm, 4, Hanovre-Leipzig 19091911 (désormais Schwalm, Constitutiones), pp. 965-967. Voir aussi Chiffoleau, Le crime de majesté, la politique et l’extraordinaire cit.; Id., L’inquisition franciscaine en Provence et dans l’ancien Royaume d’Arles (vers 1260-vers 1330), dans Frati minori e inquisizione, Spoleto 2006, pp. 153-284: 261-264; M. Sbriccoli, Crimen laesae maiestatis. Il problema del reato politico alla soglie della scienza penalistica moderna, Milano 1974, pp. 146-147; Pennington, The Prince and the Law cit., pp. 165-201; D. Quaglioni, ‘Fidelitas habet duas habenas’. Il fondamento dell’obbligazione politica nelle glosse di Bartolo alle costituzioni pisane di Enrico VII, in Origini dello Stato. Processi di formazione statale in Italia fra


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conflit a donné lieu à la production dans chacun des deux camps d’une littérature polémique et juridique très importante. La venue d’Henri VII en Italie est en effet un événement considérable, non seulement sur le plan politique, militaire et polémique – songeons aux discours et sermons de Barthélémy de Capoue, logothète du roi de Sicile36, ou encore au De Monarchia de Dante – mais aussi parce qu’on voit apparaître à cette occasion le procès comme un élément constitutif de la vie et du jeu politiques, ouvrant ainsi un nouvel espace de la lutte politique37. La question impériale est encore bien vivante à cette époque, d’autant plus que la plupart de ces seigneurs italiens, à l’image de Matteo Visconti, revendiquent le titre de vicaire impérial malgré la mort d’Henri VII. À un moment où la situation commençait en effet à devenir délicate, l’empereur avait décidé de nommer un certain nombre de vicaires en Italie du Nord. Matteo Visconti reçoit cette charge à Brescia le 13 juillet 1311, pour Milan et son district, contre la somme de cinquante mille florins et d’autres représentants gibelins l’obtiennent également: Rinaldo Passerino Bonacolsi à Mantoue, Filippo da SavoiaAcaia à Verceil et Novare, Giberto da Correggio à Reggio. Au mois de mars de la même année, il l’avait déjà octroyé à Cangrande della Scala pour Vérone et à Riccardo da Camino pour Trévise38. Le 20 septembre 1313, Matteo devient ainsi dominus et rector generalis de Milan et de son contado, inaugurant une longue phase de domination qui s’étend jusqu’au début du XVe siècle. À peine Jean XXII entame-t-il son pontificat qu’il se trouve donc confronté à la lourde question des rapports entre l’Église et l’Empire et réaffirme la primauté du pouvoir pontifical en cas de vacance de l’Empire, une primauté que son prédécesseur, Clément V, avait déjà revendiquée peu de temps avant sa mort39. En tant que chef suprême de l’Empire

medioevo ed età moderna, a cura di G. Chittolini - A. Molho - P. Schiera, Bologna 1994, pp. 381-396; Id., Rebellare idem est quam resistere. Obéissance et résistance dans les gloses de Bartole: la constitution ‘Quoniam nuper’ d’Henri VII (1355), in Le Droit de résistance. XIIeXXe siècle, éd. J.-C. Zancarini - C. Biet - M. Crampe-Casnabet - A. Fontana - Y.C. Zarka, Paris 1999, pp. 35-46. 36 Chiffoleau, Le crime de majesté, la politique et l’extraordinaire cit.; J.-P. Boyer, Parler du roi et pour le roi. Deux sermons de Barthélemy de Capoue, logothète du royaume de Sicile, «Revue de sciences philosophiques et théologiques», 79 (1995), pp. 193-248; Id., Une théologie du droit. Les sermons juridiques du roi Robert de Naples et de Barthélemy de Capoue, in Saint-Denis et la royauté. Études offertes à Bernard Guenée, édd. F. Autrand - C. Gauvard J.-M. Moeglin, Paris 1999, pp. 647-659. 37 Chiffoleau, Le crime de majesté, la politique et l’extraordinaire cit. Sur la descente d’Henri VII en Italie, cfr. Moeglin, Henri VII et l’honneur cit., pp. 211-245. 38 F. Cognasso, I Visconti, Milano 1966, pp. 115-116. 39 Cfr. Pastoralis cura du 14 mars 1314. Sur cette bulle, voir par exemple M. Delle


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il lui revient le droit d’élire un vicaire impérial40, ce qu’il fait en nommant Robert d’Anjou vicaire général le 16 juillet 131741. Parmi les textes théoriques essentiels pour la compréhension du différend qui oppose Jean XXII aux vicaires de l’empereur défunt figure la constitution Si fratrum, intégrée au Corpus iuris canonici42, que les actes du procès contre les Visconti reprennent presque mot pour mot. Le souverain pontife y affirme avec force le fait qu’il revient à lui seul de prendre en charge l’Empire lorsque celui-ci est vacant43 et que tous ceux qui possèdent encore des charges ou des offices liés à l’Empire doivent y renoncer sous peine de diverses sentences ecclésiastiques44. Officiellement, Matteo Visconti se décharge du titre et de la fonction de vicaire impérial en 1317, un acte qu’il rappelle dans une lettre au légat du 23 septembre 132045. Pourtant, le pape ne semble pas être convaincu de sa bonne foi et l’une des nombreuses sentences d’excommunication aborde ce thème de l’usurpation du titre de vicaire par le seigneur milanais46. Le pape

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Piane, Intorno ad una bolla papale: la “Pastoralis cura” di Clemente V, «Rivista di storia del diritto italiano», 31 (1958), pp. 23-56; et bien sûr Pennington, The Prince and the Law cit. 40 Le chroniqueur des Annales Mediolanenses évoque ce problème de la vacance de l’Empire et mentionne la légation envoyée par le pape auprès de Matteo afin de signifier à ce dernier que l’Empire revenait exclusivement au souverain pontife: «Eodem anno [1317] Episcopus Astensis et Episcopus Cumanus missi sunt legati ad Mattheum, qui dicerent quod vacante Imperio gubernatio Imperii ad nullum alium quam ad Romanum Pontificem pertinebat. Unde ad solum Papam pertinebat rectores instituere, reos punire», dans L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, 16, Mediolani 1730, coll. 696-697. 41 Schwalm, Constitutiones cit., lettre du 16 juillet 1317, n. 443, p. 367. 42 E. Friedberg, Corpus iuris canonici, 2, Graz, 1959, coll. 1211-1212; Monumenta iuris canonici, ed. J. Tarrant, series B: Corpus collectionum, vol. 6: Extravagantes Iohannis XXII, Città del Vaticano 1983, pp. 156-162. Bulla Iohannis XXII. Papae super vicariatu imperii, in M.G.H., Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, 5, éd. J. Schwalm, Hannoverae-Lipsiae 1909-1913, p. 340, n. 401. 43 Schwalm, Constitutiones cit.: «quod vacante imperio, sicut et nunc per obitum quondam Henrici Romanorum imperatoris vacasse dignoscitur, cum in illo ad secularem iudicem nequeat haberi recursus, ad summum pontificem, cui in persona beati petri terreni simul et celestis imperii iura Deus ipse commisit, imperii predicta iurisdictio, regimen et dispositio devolvuntur […]», p. 340. 44 Ibid.: «Alioquin in omnes et singulos patriarchas, prelates etiam superiores et inferiores et ceteros denominationem predictam, ut premissum est, retinentes, assumentes seu resumentes ac illius pretextu exercentes quecumque officia, potestates seu iurisdictiones et in recipientes eos ut vicarios vel officiales imperii aut commissarios eorum […] nisi infra duorum mensium spatium a die date presentium numerandum penitus resipuerint vel se licentia sedis apostolice super hoc ostenderint communitos, excommunicationis in personas et in terras et loca ipsorum […] interdicti sententias de fratrum nostrorum consilio publice promulgamus, contra eos nichilominus spiritualiter et temporaliter gravius processuri […]», p. 341. 45 Lettre que mentionne Cognasso, I Visconti cit., p. 133. 46 BAV, Vat. Lat., 3937, ff. 10r-14r.


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ne voit en lui qu’un usurpateur qui, bien qu’il ait officiellement renoncé à son titre, n’en conserve pas moins le pouvoir effectif, bafouant ouvertement les procédures en cours et se moquant clairement du Saint-Siège47. Les premières années du Trecento sont donc marquées par des souverains pontifes à la personnalité remarquable, à l’image de Boniface VIII ou de Jean XXII, qui revendiquent tous la “plénitude de puissance” (plenitudo potestatis) et qui se heurtent – et c’est là l’essentiel – aux revendications concurrentes d’autres souverainetés naissantes: toutes ces procédures en sont la preuve manifeste.

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«Le gouvernement par l’enquête»48

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Une fois la papauté installée en Avignon, l’Italie devient, pour reprendre les mots de Jean Favier, non plus un simple environnement, mais bien un champ d’intervention49, un terrain d’enquête, l’éloignement constituant un paramètre important qu’il ne faut jamais perdre de vue. La pratique de l’enquête, on le sait, se développe massivement en Occident entre le XIIe et le XIVe siècle, dans les cours souveraines laïques comme ecclésiastiques: administratives et politiques50 ou purement judiciaires51, elles jouent un 47 Ibid., f. 10r: «[…] licet nomen vicariatus hujusmodi suppresisset tamen ipsius vicariatus offitium tacite retinens illius excercicium, potestatem et usum in contemptum ipsorum processuum exercere presumebat […]». 48 J’emprunte cette expression à Théry, Faide nobiliaire et justice inquisitoire cit., p. 328. 49 J. Favier, Les papes d’Avignon, Paris 2006, p. 8. 50 C’est un thème auquel les historiens sont de plus en plus sensibles. Cfr. L’enquête au Moyen Âge, éd. C. Gauvard, Roma 2008. Sur la pratique des enquêtes administratives, voir les recherches déjà anciennes de J. Glénisson, Les enquêtes administratives en Europe occidentale aux XIIIe et XIVe siècles, in Histoire comparée de l’administration (IVe-XVIIIe s.), édd. W. Paravicini - K. F. Werner, Zurich-Munich 1980, pp. 17-25; J-P Boyer, Construire l’État en Provence. Les enquêtes administratives (mi XIIIe-mi XIVe s.), in L’espace provençal sous l’administration de la 1ère maison d’Anjou-Naples, Lyon 1994, pp. 1-26. Sur les enquêtes pontificales, Visites générales des commanderies de l’ordre des Hospitaliers dépendantes du Grand prieuré de Saint-Gilles (1338), éd. B. Beaucage, Aix en Provence 1982; L’enquête pontificale de 1373 sur l’ordre des Hospitaliers de Saint-Jean-de-Jérusalem, éd. J. Glénisson - A.-M. Legras, 1, L’enquête dans le prieuré de France, Paris 1987; L’enquête générale conduite en Provence au nom du roi Robert d’Anjou par l’archiprêtre de Bénévent Leopardo da Foligno, édd. G. Butaud - Ph. Jansen - M. Bouiron - A. Venturini, 1, Paris 2008; M. Zerner, Le Cadastre, le Pouvoir et la Terre. Le Comtat Venaissin pontifical au début du XVe siècle, Rome 1993. Pour l’Italie, F. Pirani, L’inchiesta legatizia del 1341 sulle condizioni politiche nella Marca, «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», 103 (1998), pp. 199-218. 51 Par exemple J. Shatzmiller, Justice et injustice au début du XIVe siècle. L’enquête sur l’archevêque d’Aix et sa renonciation en 1318, Roma 1999; L. de Carbonnières, La procédu-


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rôle important et témoignent de l’évolution des moyens et méthodes de gouvernement mais aussi des pratiques judiciaires. L’Italie des premières décennies du XIVe siècle offre un bon aperçu de cette diversité52. Dès le début de son pontificat, en janvier 1317, Jean XXII envoie deux éminents émissaires en Lombardie: Bertrand de la Tour, ministre des mineurs d’Aquitaine, et l’inquisiteur Bernard Gui, qui s’était déjà illustré dans la poursuite des dissidents dans le Midi de la France. Cette mission diplomatique, présentée comme une “ambassade de paix”, doit aussi préparer l’envoi d’un légat pontifical dans la région – Bertrand du Poujet – et établir un rapport sur la situation politique réelle. Le document est conservé à l’Archivio Segreto Vaticano sous la dénomination Informatio de statu Lombardiae53. Les lettres éditées par Sigmund Riezler à partir de ce manuscrit permettent de suivre le cheminement de la délégation durant les cinq mois de sa mission54. Les émissaires sillonent de nombreuses villes et en rencontrent les groupes dirigeants: Verceil, Novare, Asti, Mantoue, Côme, Bergame, Brescia, Vérone, Crémone et Milan. C’est évidemment cette dernière qui constitue la principale étape des envoyés pontificaux. Ils y arrivent le 26 avril 1317, accueillis en grande pompe, et sont reçus dans la cathédrale par Matteo Visconti et un grand nombre d’autres personnes. Le but est très clair: faire accepter la trêve, mais aussi faire en sorte que Matteo répare toutes les spoliations dont il s’est rendu coupable à l’égard des principales villes de Lombardie et de ses adversaires. Cette informatio, au-delà de sa dimension diplomatique, constitue en réalité une véritable

re devant la chambre criminelle du Parlement de Paris au XIVe siècle, Paris 2004; Quête de soi, quête de vérité du Moyen Âge à l’époque moderne, édd. L. Faggion - L. Verdon, Aix-enProvence 2007. Sur les enquêtes judiciaires lancées par la papauté contre les membres du clergé au XIIIe et début du XIVe siècle, je renvoie aux travaux novateurs de J. Théry précédemment cités. Michel Foucault aussi a insisté sur ce nouveau rôle de l’enquête: «C’est au milieu du Moyen Âge que l’enquête est apparue comme forme de recherche de la vérité à l’intérieur de l’ordre judiciaire. C’est pour savoir exactement qui fait quoi, dans quelles conditions et à quel moment que l’Occident a élaboré les techniques complexes d’enquête qui ont pu, ensuite, être utilisées dans l’ordre scientifique et dans l’ordre de la réflexion philosophique», extrait de La vérité et les formes juridiques, in Id., Dits et écrits (19541988), 2, Paris 1994, p. 541. 52 Nous n’en présentons qu’un bref aperçu dans le cadre de cet article et des développements ultérieurs seront réalisés dans notre thèse. 53 ASV, Instrumenta Miscellanea, 616. 54 S. Riezler, Vatikanische Akten zur deutsche Geschichte in der Zeit Kaiser Ludwigs des Baiers, München 1891, pp. 22-39. On trouve des éléments d’analyse dans G. Tabacco, La Casa di Francia nell’azione politica di papa Giovanni XXII, Roma 1953. Cfr. aussi A. Ratti, Le condizioni politico-religiose dell’Italia superiore nella relazione inedita di B. Della Torre e B. Gui legati apostolici, «Rendiconti del R. Ist. Lomb. di Scienze e Lettere», serie 2, 35 (1902).


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enquête en fama et a selon nous en grande partie permis de construire, d’élaborer la fama – ou plutôt la mauvaise fama – des Visconti, susceptible d’autoriser ensuite le lancement d’une procédure contre eux. Dans la procédure inquisitoire, la fama permettant au juge de s’auto-saisir d’un crime55, l’élaboration d’une mauvaise renommée de ces seigneurs est une étape essentielle dans la mise en route du processus judiciaire et préfigure les procès du début des années 1320. C’est sans aucun doute à cette occasion que les divers agents pontificaux ont pu commencer à établir de façon précise des listes nominales de partisans des Visconti dans les différents lieux visités. À l’issue de leur ambassade, en août 1317, les émissaires remettent leurs conclusions en un rapport qui décrit la Lombardie comme une région dominée par des tyrans – au premier rang desquels figure Matteo Visconti, qualifié même d’architirannus dans une lettre de 132256 –, où règne le désordre, le chaos et qui porte en son sein les germes de la rébellion. Ainsi, la mission diplomatique conduite par les deux envoyés et l’enquête politique et administrative qui est réalisée à cette occasion a très certainement permis une méticuleuse préparation de l’instance et un premier repérage des soutiens de ces seigneurs. Cela expliquerait peut-être l’ampleur des citations à comparaître effectuées entre 1322 et 1324 et compilées dans le liber secundus du manuscrit Vat. Lat. 3937: les inquisiteurs n’ont pas effectué dans ce cas précis des interrogatoires généraux à grande échelle, comme ce fut le cas dans le Languedoc du XIIIe siècle par exemple57, mais ils ont établi de façon ciblée des citations à comparaître très précises de plusieurs centaines de personnes, ce qui supposait justement en amont un travail préparatoire important. Pour compléter les conclusions du rapport de 1317, Jean XXII diligente d’autres enquêtes complémentaires afin de vérifier la fama d’un certain nombre de faits qui lui sont parvenus: le Vat. Lat. 3937 mentionne l’enquête confiée à Bérenger Frédol, cardinal évêque de Tusculum (Frascati), chargé de vérifier la véracité des exactions et des persécutions commises par Matteo Visconti contre les clercs: 55 56

Je renvoie à Théry, Fama, Enormia cit. ASV, A.A, Arm. C, 540. Il s’agit d’une lettre adressée au pape par l’archevêque de Milan et d’autres évêques ou dignitaires ecclésiastiques de Lombardie. 57 L. Albaret, Le témoignage dans les procès d’Inquisition en France méridionale au e XIII siècle: l’exemple du manuscrit 609 de Toulouse, in Quête de soi, quête de vérité cit., pp. 27-41. Il s’intéresse à la grande enquête générale menée par les enquêteurs pontificaux dans les années 1245-1247 dans le diocèse de Toulouse et qui rassemble près de 5500 témoignages. Voir aussi la récente synthèse de J.-L. Biget, Hérésie et inquisition dans le midi de la France, Paris 2007.


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C’est pourquoi, ne voulant pas prêter avec trop de facilité une oreille crédule à ce qui avait été exposé devant nous et devant nos frères à propos de ces sacrilèges et offenses, nous avons confié à notre vénérable frère Bérenger, évêque de Tusculum, la mission de s’informer pleinement par des témoins dignes de foi pour savoir si le dit Matteo souffrait d’infamie sur les aspects évoqués précédemment, afin qu’il nous rapporte par la suite tout ce qu’il trouverait à ce sujet. Celui-ci, s’informant attentivement par plusieurs témoins dignes de foi dont, on le sait, il a reçu les témoignages sur ce point, a trouvé le dit Matteo lourdement coupable de ces sacrilèges, offenses et excès, comme nous l’avons appris par le rapport de cet évêque, fidèlement fait devant nous en présence de nos frères58.

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Sur le plan juridique, la portée de ce type d’enquête est donc fondamentale car elle permet à Jean XXII d’établir, comme le précise d’ailleurs le texte quelques lignes plus loin, l’«évidence notoire du fait»59 et ainsi d’affirmer que s’étant renseigné «per sufficientem informationem»60 auprès de témoins dignes de foi il est désormais temps de déclencher l’instance. Il n’est donc pas étonnant qu’une grande partie des constats faits à l’occasion de ces enquêtes et ambassades préliminaires soient repris dans la longue lettre de Jean XXII du 16 décembre 1321 adressée à l’archevêque de Milan et aux inquisiteurs, qui ouvre véritablement le procès et par laquelle débute le manuscrit Vat. Lat. 393761. Car ce qui est en jeu ici, de façon peut-être plus spécifique, c’est bien dans une large mesure la question de l’identification précise de ces opposants à la papauté62. Les archives de cette période, dans le cadre de la lutte contre les rebelles en particulier, montrent à quel point l’institution pontificale et inquisitoriale a «gouverné par les listes», pour reprendre une

58 BAV, Vat. Lat., 3937, f. 8v: «Nos itaque hiis que super hujusmodi sacrilegiis et offensis coram nobis et fratribus nostris fuere proposita nolentes aures credulas faciliter adhibere venerabili fratri nostro Berengario episcopo Tusculano commisimus oraculo vive vocis, ut videlicet an idem Matheus super premissis laboraret infamia per fidedignos testes se plenius informaret quemcumque super hiis inveniret nobis postmodum relaturus; qui de premissis per plures fidedignos testes quos super hiis recepisse dignoscitur diligentius se informans reperit eundem Matheum super hujusmodi sacrilegiis, offensis et excessibus prout ex ipsius episcopi relatione in fratrum nostrorum presentia fideliter nobis facta percepimus graviter infamatum [...]». 59 Ibid., f. 8v, «noctoria facti evidentia». 60 Ibid., f. 2v. 61 Ibid., ff. 1r-5v: il s’agit d’une littera commissionis adressée à l’archevêque de Milan et aux inquisiteurs afin qu’ils entament les procédures contre les Visconti et leurs complices. 62 Pour une approche d’ensemble sur l’évolution de la notion d’identification et d’identité dans nos sociétés occidentales, je me contente ici de mentionner L’identification. Genèse d’un travail d’État, éd. G. Noiriel, Paris 2007, et en particulier son introduction, pp. 3-26.


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expression de Giuliano Milani63, et fait un usage «analytique et activiste» des documents64: les sources judiciaires consultées dressent la liste souvent très précise de milliers de rebelles – réels ou soupçonnés – de nombreuses cités et castra d’Italie du nord et du centre, avec leur patronyme et parfois leur statut social, leur métier65, suivant en cela des pratiques bien attestées dans le monde communal à la même époque, où des magistratures spécialisées sont chargées de la poursuite des dissidents et de la gestion des biens confisqués à cette occasion66. C’est avant tout au cours de leurs nombreuses inquisitiones et des interrogatoires des témoins que les inquisiteurs pontificaux ont pu compléter leurs données et affiner leur recherche des rebelles. À Ferrare, nous l’avons rappelé, les inquisiteurs mènent plusieurs enquêtes judiciaires dirigées contre les marquis d’Este et les habitants dans la cité mais aussi contre leurs soutiens hors de celle-ci, afin de mettre à jour les alliances, les réseaux et autres ligues; c’est par exemple dans ce cadre qu’ils interrogent aux mois de mars et avril 1321 des citoyens de Padoue pour savoir, entre autres choses, si leur commune entretient des relations politiques ou commerciales avec Ferrare, en secret ou publiquement: la transcription de vingt-sept témoignages de laïcs et d’ecclésiastiques nous est parvenue, dont celui d’Albertino Mussato67, figure majeure du paysage politique padouan, con63

G. Milani, Il governo delle liste nel comune di Bologna. Premesse e genesi di un libro di proscrizione duecentesco, «Rivista Storica Italiana», 108 (1996), pp. 149-229. 64 L’expression est de J.B. Given, Les inquisiteurs du Languedoc médiéval: les éléments sociétaux favorables et contraignants, in Inquisition et pouvoir, éd. G. Audisio, Aix-enProvence 2004, pp. 57-70: 61. 65 Cette pratique est attestée pour tous les terrains sur lesquels nous travaillons; pour les Marches, le Collectoriae, 405, en est un des meilleurs exemples. Dans le cadre des procédures contre Ferrare, le manuscrit ASV, Instrumenta Miscellanea, 765 fournit le nom de 240 rebelles de la cité. 66 Des travaux récents ont bien analysé ce phénomène: G. Milani, L’esclusione dal comune. Conflitti e bandi politici a Bologna e in altre città italiane tra XII e XIV secolo, Roma 2003; M. Campanelli, Quel che la filologia può dire alla storia: vicende di manoscritti e testi antighibellini nella Firenze del Trecento, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo», 105 (2003), pp. 87-247, ainsi que M.A. Pincelli, Le liste dei ghibellini banditi e confinati da Firenze nel 1268-69. Premessa all’edizione critica, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo», 107 (2005), pp. 283-482; F. Ricciardelli, The Politics of Exclusion in Early Renaissance Florence, Turnhout 2007. Du côté français, je renvoie aux travaux de J.-L. Gaulin sur les registres de bannis pour dettes: Le bannissement pour dettes à Bologne au XIIIe siècle: une nouvelle source pour l’histoire de l’endettement, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Âge», 109/2 (1997), pp. 479-499, ainsi qu’à l’article de D. Méhu, Structure et utilisation des registres de bannis pour dettes à Bologne au XIIIe siècle, ibid., pp. 545-567. 67 BAV, Ottoboni Latini, 2520, f. 234v.


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voqué par les inquisiteurs pour donner son avis sur le sujet68. De la même manière et pour prendre un autre cas, en 1324 à Spolète, autre cité où la rébellion est importante, les juges, s’appuyant sur le cadastre de la ville, identifient les rebelles quartier par quartier et dressent une liste de plusieurs centaines de noms69. Les habitants de ces mêmes quartiers sont ensuite méthodiquement interrogés afin d’avoir une idée très précise des biens possédés par ces ennemis de l’Église (maison, jardins, terrains, animaux, etc.)70. Dans les Marches enfin, à côté des inquisitiones conduites par les juges pontificaux dans le cadre de la lutte contre les rebelles et les gibelins71, d’autres grandes enquêtes, de nature un peu différente, ont été réalisées et participent de cette tentative de reconquête politique des terres pontificales. La première est celle menée au cœur des années 1320 dans le cadre du procès pour la canonisation de Nicola da Tolentino; un procès qui, selon André Vauchez, représente un moment important dans la volonté pontificale de contrôler à nouveau la région. Le travail des enquêteurs et les nombreux témoignages qu’ils ont recueillis à cette occasion en 132572 donnent un bon aperçu des tensions politiques et sociales, des oppositions entre guelfes et gibelins au sein de la société marchésane. Quelques années plus

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La portée de ces témoignages sera analysée en détail dans notre thèse. ASV, Introitus et Exitus, 61: la liste des rebelles et bannis se trouve aux ff. 1v-6r et comporte 637 noms. 70 Ibid., ff. 6v-109r: ils interrogent par exemple un certain Conte Jacobicti, qui habite le quartier Saint-Jean: «Conte Jacobicti testis juratus dicere veritatem interrogatus de bonis Thomassoni Curtisoni et Palicti et Andreacii suorum filiorum que et qualia sint et in quibus et ubi consistant, dixit quod habent domos in civitate Spoleti superius confinatas et habent terras in villa Busani et in villa Collicilli sive Cambriani, sed nescit de lateribus. Interrogatus de aliis bonis mobilibus stabilibus vel se moventibus seu etiam de nominibus debitorum, dixit se nichil scire», f. 11r. Cette question des confiscations reste trop peu étudiée alors que les documents comptables issus de l’administration pontificales des terres de l’Église apportent des renseignements très utiles. Pour Spolète, voir les analyses de Ch. Reydellet-Güttinger, L’administration pontificale dans le duché de Spolète (1305-1352), Firenze 1975. 71 ASV, A.A., Arm. C, 1003; ASV, Collectoriae, 405. 72 Les actes du procès sont édités par N. Occhioni, Il processo per la canonizzazione di San Nicola da Tolentino, Roma 1984. Dans la préface de l’ouvrage, André Vauchez rappelle l’intérêt de ce document pour l’histoire des Marches des années 1320. Il évoque également ce procès dans son ouvrage classique La sainteté en Occident aux derniers siècles du Moyen Âge, Roma 1981; San Nicola, Tolentino, le Marche. Contributi e ricerche sul processo (a. 1325) per la canonizzazione di San Nicola da Tolentino, Tolentino 1987, et notamment la contributions de P. L. Falaschi, Società e ed istituzioni nella Marca attraverso il processo di canonizzazione di S. Nicola da Tolentino (1325), pp. 97-126. Signalons aussi la récente parution de l’ouvrage de D. Lett, Un procès de canonisation au Moyen Âge. Essai d’histoire sociale, Paris 2008.


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tard enfin, en juin 1341, sous Benoît XII, une grande enquête est menée par le légat pontifical Jean Dalpérier pour faire un état des lieux précis de la situation de la région et en établir une sorte de “cartographie” politique73. Les exemples brièvement rappelés ici montrent l’intérêt qu’il y a à analyser dans le détail les modalités de ces enquêtes politiques et judiciaires. Elles témoignent non seulement d’une volonté politique très nette de la part de la papauté mais aussi de sa capacité – juridique et administrative74 – à en conduire simultanément un nombre important.

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«Le gibelinisme est-il une hérésie?» (F. Cognasso)75

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Tous les progrès du droit pénal du XIIIe siècle sont mobilisés au cours des luttes politico-religieuses du début du Trecento. Le rapprochement entre rébellion et lèse majesté opérés par les constitutions pisanes de 1313 entraîne aussi, avec la “contamination” de toutes les autres accusations par la qualification de lèse-majesté et d’hérésie, un élargissement très net du champ procédural de l’inquisitio76. Les liens qui unissent la rébellion et l’hérésie sont désormais de plus en plus systématiques, la rébellion devenant la qualification juridique et procédurale de la moindre atteinte à la toute-puissance: cette atteinte à la majesté divine, juridiquement fondamentale dès lors qu’elle justifie et appelle une procédure spécifique, est convoquée dès les premières lignes du procès contre les rebelles et hérétiques de Recanati77. Depuis Innocent III et la célèbre décrétale Vergentis in senium (1199), l’hérésie est en effet assimilée au crime de majesté, et est même devenue, comme l’a montré Jacques Chiffoleau, «le crimen majesta-

73 Pirani, L’inchiesta legatizia cit. La transcription qu’il en a faite ainsi qu’une analyse sont disponibles sur internet sur http://www.retimedievali.it/. 74 Voir Aux origines de l’État moderne: le fonctionnement administratif de la papauté d’Avignon. Actes de la table ronde d’Avignon (23-24 janvier 1988), Roma 1990. 75 Cognasso, I Visconti cit., pp. 124-140. 76 Y. Thomas, ‘Arracher la vérité’. La Majesté et l’Inquisition (Ier-IVe siècles ap. J.C.), in Le juge et le jugement dans les traditions juridiques européennes, éd. R. Jacob, Paris 1996, pp. 15-41. Il parle des crimes de lèse-majesté et d’hérésie comme des «crimes-pilotes» (p. 15) dans la mesure où leur poursuite va précisément contaminer d’autres domaines. 77 ASV, A.A., Arm. C, 1003: «[…] in eo et super quod fama publica precedente et denuntiante clamore non a malivolis sed ab illis qui videntur fidei zelatores non semel sed pluries ad ipsius domini inquisitoris pervenit auditum predictos et quemlibet predictorum per hereticam pravitatem commisisse quedam contra divinam majestatem et fidei catholice veritatem ipsiusque articulos et contra id quod sancta Romana ecclesia tenet, docet, predicat et observat, secundum quod in infrascriptis articulis et capitulis continetur».


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tis par excellence»78. À partir de 1313, nous l’avons rappelé, la rébellion et l’hérésie sont toutes deux assimilées à de la lèse-majesté, ce qui en a permis le rapprochement. Ceci explique que la plupart des opposants à la souveraineté pontificale, quelle que soit leur origine géographique – y compris hors des États de l’Église, comme les Visconti par exemple – sont dès lors de plus en plus systématiquement qualifiés à la fois de rebellis sancte matris ecclesie et d’hereticus manifestus. Il apparaît clairement que les procès de Jean XXII, à l’image d’autres procédures d’envergure de ces mêmes années, sont très riches sur le plan des qualifications et des accusations: leur étude détaillée – ainsi que celle, tout aussi intéressante, de la rhétorique propre à ces accusations – s’impose si l’on veut mieux saisir la façon dont la papauté les utilise pour justifier la condamnation des rebelles comme hérétiques. La “juridicisation” accrue de l’accusation de rébellion depuis le début du XIVe siècle passe justement en grande partie par son association avec de nombreux crimes majeurs et crimes «énormes» (enormia)79. Dans ces multiples procédures, tout l’éventail des crimes et des excessus est ainsi convoqué. Leur évocation et surtout leur accumulation tend vers un unique but: prouver que ces seigneurs gibelins sont des hérétiques manifestes (heretici manifesti) qui constituent un danger pour l’unité de la foi catholique, révéler aux yeux de tous l’énormité de leurs crimes et justifier une intervention armée, une croisade. Parmi les dizaines d’articles d’accusation conservés dans les divers manuscrits étudiés, il est possible d’isoler différentes strates d’accusation que nous pouvons ici regrouper pour la commodité de la démonstration en quelques grandes “familles”80: 1. Tous ces procès ont d’abord pour dénominateur commun de mettre en avant les innombrables violences que semblent avoir subies des membres du clergé, en particulier ceux qui n’apportent pas leur soutien à ces seigneurs gibelins: spoliations d’églises, de biens de membres du clergé, incarcérations, torture voire assassinats de clercs, réguliers comme sécu-

78 Chiffoleau, Sur le crime de lèse-majesté médiévale cit., p. 197. Voir aussi Sbriccoli, Crimen lesae maiestatis cit. 79 Théry, Fama, Enormia cit.; Id., Enormia. Éléments pour une histoire de la catégorie de «crime énorme» au second Moyen-Âge, dans Annuaire. Comptes-rendus des cours et conférences 2005-2006, Paris 2007, pp. 535-537; un article du même auteur sur cette notion doit paraître dans un prochain numéro des «Quaderni Storici»; voir aussi Chiffoleau, Le crime de majesté cit., p. 611 et suivantes. 80 Pour une analyse précise et exhaustive de cette profusion de qualifications et des stratégies d’accusation je me permets à nouveau de renvoyer à des développements ultérieurs dans ma thèse de doctorat.


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liers, expulsions de prélats, imposition de tailles etc. Beaucoup d’actes procéduraux utilisent une rhétorique catastrophiste et dénoncent l’état alarmant du clergé dans l’Italie centro-septentrionnale. Ces accusations sont à inscrire sans doute dans la dénonciation plus large d’une forme d’anticléricalisme dont les manifestions apparaissent dans la documentation à partir de la réforme grégorienne et qui n’est pas propre à l’Italie81. Dans la Provence de la première moitié du XIIIe siècle, par exemple, un anticléricalisme de plus en plus virulent se fait ressentir et se traduit déjà par le pillage d’églises, l’agression de clercs ou le bannissement de certains prélats82. Les actes du procès contre les Visconti insistent particulièrement sur ces aspects83. Une des premières facettes de cette persécution physique des ecclésiastiques est l’expulsion: certains membres du haut clergé, à l’image de l’évêque de Plaisance et de son entourage, sont tout simplement chassés de leur ville84. Beaucoup de clercs auraient également été contraints de partir, dont un certain nombre de frères prêcheurs et mineurs85. Un témoin relate le cas intéressant de frère Franciscus Ferracanus, un mineur, qui s’appliquait à prêcher à ceux qui trahissaient le pape qu’ils étaient dans l’erreur; Galeazzo Visconti l’aurait alors menacé de le précipiter de sa chaire s’il s’obstinait et l’aurait obligé à quitter Plaisance86. Les autres frères de Galeazzo semblent aussi participer à cette politique d’expulsion: Marco87 chasse manu armata les chanoines de l’église principale de Tortona tandis que Luchino expulse de ses terres l’évêque de Pavie88. Les arrestations 81 Pour une réflexion récente autour de cette problématique, dans le cadre de la France du Midi principalement, voir L’anticléricalisme en France méridionale (milieu XIIedébut XIVe s.), «Cahiers de Fanjeaux», 38 (2003). Pour la situation en Italie du Nord et du Centre dans la première moitié du XIIIe siècle, cfr. L. Baietto, Il papa e le città. Papato e comuni in Italia centro-settentrionale durante la prima metà del secolo XIII, Spoleto 2007. 82 C’est ce que montre J. Chiffoleau dans Les gibelins du royaume d’Arles. Notes sur les réalités impériales en Provence dans les deux premiers tiers du XIIIe siècle, in Papauté, monachisme et théories politiques, 2, Les Églises locales, édd. P. Guichard - M.-T. Lorcin - J.-M. Poisson - M. Rubellin, Lyon 1994, pp. 669-695; cfr. également S. Balossino, Forme di potere nei comuni della bassa valle del Rodano (secoli XII-metà XIII). L’esempio di Arles e Avignone, thèse dactylographiée, Università di Firenze/École des hautes études en sciences sociales, 2007, à paraître. 83 On en trouve bien entendu d’autres exemples dans les autres procédures contre Recanati ou les Este par exemple. 84 Ceci qui fait l’objet du 3ème article d’accusation dans le Contra Galeazeum; BAV, Vat. Lat., 3936, ff. 3r-3v: «Quod expulit episcopum Placentinum de Placentia et alios prelatos». 85 Ibid., f. 8r, article 11, 5ème témoin. 86 Ibid., f. 8v. 87 Ibid., ff. 12v-13r: «Quod plures religiosos expulit violenter de terris quas occupat et clericos». 88 Nous ne savons pas précisément à quand remontent les faits évoqués ici. Je donne


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sommaires, souvent suivies de détentions qui le sont tout autant et dont la durée peut aller de quelques jours à plusieurs mois, auraient aussi été nombreuses. Les dépositions dressent un tableau sombre de ces prisons où le recours à la torture semble fréquent. C’est ce qui arrive à l’évêque de Verceil, Ubertus, capturé après le siège de la ville89. À propos de l’incarcération des religieux de Verceil, une lettre de Jean XXII précise qu’ils sont retenus «attachés de façon impie dans la crasse du cachot»90. Un certain nombre d’ecclésiastiques semblent ne pas avoir survécu à leur détention. Un témoin affirme avoir vu le cadavre du moine Bosius de Zabulis, transporté hors de la prison où il avait été retenu91. Certains clercs que Stefano Visconti a incarcérés à Verceil sont également morts en prison92. À Milan, les frères Umiliati réfractaires à la collecte que veut imposer Matteo auraient été arrêtés et cruellement torturés (durissime tormentari): figureraient parmi eux Petrus de Lamerla, prélat de la maison de Sainte-Agathe, Petrus de Vigelono, frère de l’ordre, Albertinus de Cantarellis, retenu dix jour près du chevalet de torture (juxta eculeum), frère Oliverius enfin, de la maison Saint-Jean d’Alessandria, qui après avoir été violemment soumis à la question dans le palais communal est laissé à moitié mort (semivivus relictus) à Pavie93. Enfin, plusieurs religieux auraient tout simplement été assassinés, ce que relate le 18ème article d’accusation du Contra Galeazeum94.

donc le nom des deux évêques possibles: le premier serait Isnardus Taconius, un dominicain élu à Pavie le 5 août 1311 par Clément V. Il conserve cet évêché jusqu’en 1319. Son successeur est Johannes de Beccaria, élu le 16 novembre 1320, et ce jusqu’en 1323. Voir les notices de K. Eubel, Hierarchia catholica Medii Aevi, Monasterii 1913, p. 389; F. Ughelli, Italia Sacra, 1, Venetiis 1717, col. 1101. 89 Le nom n’est pas cité dans les manuscrits. Mais on retrouve facilement sa trace dans Ughelli, Italia Sacra cit., qui fait d’ailleurs référence aux attaques de Matteo: «[…] Anno vero 1320 cum inter Joannem XXII Pontificem, ac Mattaheum Vicecomitem Mediolani Dominum exarsisset contentio, sequereturque Ubertus Pontificias partes, Matthaeus valido exercitu, captaque arce, venit Ubertus in potestatem victoris, diuque mulctatus carcere, indeque postea exiens, pristini propositi tenax, Raymundo Cardonio Cathalano Pontificii exercitus impigro insubria Duci adhaesit, Joannique Pontifici imperanti magno usu fuit», 4, Venetiis 1719, col. 801; BAV, Vat. Lat., 3936, f. 27v: «Item quod episcopum Vercellensem obsedit et cepit et in carcere detinuit». 90 BAV, Vat. Lat., 3937, f. 3r: «[…] quos facit impie detineri squaloribus carceris compeditos». 91 BAV, Vat. Lat., 3936, f. 10v: «Deponit quod vidit domnum Bosium de Zabulis monachum monasterii de Fontanaviva ordinis cisterciensis extrahi mortuum de carcere […]». 92 Ibid., ce que confirme à la fois un article d’accusation du contra Stephanum, f. 14v, et un autre du contra Matheum, f. 28r. 93 BAV, Vat. Lat., 3937, ff. 8r-v. 94 BAV, Vat. Lat., 3936, ff. 10v-11v: «Quod fecit occidi sacerdotes».


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Certaines exécutions auraient pu donner lieu à des mises en scènes spécifiques: un témoin mentionne le sort de trois religieux dont l’exécution a été pratiquée au grand jour. Galeazzo fait exécuter un chanoine, Otto de Maltonsis, que le témoin certifie avoir vu pendu à un gibet. Un sort semblable est réservé à frère Bertholinus, moine à Sainte-Sixte, d’abord traîné dans la ville avant d’être pendu. Enfin, Francischinus de Vicedominis est décapité sur la place de l’église Saint-Nicolas95. A Recanati, c’est un mannequin de paille à l’effigie de l’évêque de la cité qui aurait été brûlé96.

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2. Dans le même temps, les procédures accordent une grande place aux accusations qui relèvent de l’atteinte au sacré et peuvent prendre la forme du sacrilège ou du blasphème97, dans les actes comme dans les paroles. Une grande partie des accusations mobilisées ici s’éloignent à l’évidence du simple constat, les inquisiteurs déployant une rhétorique qui véhicule de nombreux lieux communs de ce type d’affaires. Dans le procès contre les Este, le septième article d’accusation est caractéristique de cette accumulation rhétorique et dénonce avec force l’irruption du profane au cœur de l’espace sacré, fustigeant à la fois l’infâmie de ceux qui pénètrent dans les églises et les activités auxquelles ils s’adonnent: les églises, les maisons de l’évêché et les autres lieux pieux de Ferrare paraissent envahis par la lie de la société, les meurtriers et marginaux de toutes sortes (homines sceleratos, maleficos et assassinos), les femmes de mauvaise vie, les courtisanes et autres prostituées (mulieres malas et meretrices), mais aussi par des animaux domestiques (animalia bruta)98. Autant d’hommes, de femmes ou d’animaux qui portent en eux la souillure et le péché99. La cathédrale sem95 Ibid., f. 11r . 96 ASV, A.A., Arm. C, 1003. 97 Sur cette question, les travaux se sont multipliés ces dernières années: voir par exem-

ple C. Casagrande - S. Vecchio, I peccati della lingua: disciplina ed etica della parola nella cultura medievale, Roma 1987 [trad. Les péchés de la langue, Paris 1991]; C. LeveleuxTeixeira, La Parole interdite. Le blasphème dans la France médiévale (XIIIe-XVIe siècles): du péché au crime, Paris 2001; A. Martignoni, Langue blasphématoire et geste iconoclaste. Blasphèmes et pouvoirs dans la Terre Ferme vénitienne à la fin du Moyen Âge, «Studi Veneziani», 49 (2005), pp. 79-112; J. Hoareau-Dodinau, Dieu et le roi: la répression du blasphème et de l’injure au roi à la fin du Moyen Âge, Limoges 2000. 98 ASV, Collectoriae, 406, article 7, f. 3r: «Si vituperaverunt et confuderunt ecclesias Dei deputatas et consecratas ad cultum divinum tenendo aut teneri faciendo in eis seu in domibus earum homines sceleratos, maleficos et assasinos ac mulieres malas et meretrices et equos et animalia bruta et in ecclesia majori contra sententiam excommunicationis latam faciendo fieri forum de rebus venalibus et teneri ibi lignamina comunis Ferrarie et jocari in ea etiam juxta altaria ad tassilos et azardum sicut esset spelunca latronum». 99 Sur ce “catalogue” des personnes “infâmes”, cfr. G. Todeschini, Visibilmente crude-


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ble être régulièrement transformée en champ de foire, où l’on s’adonne au commerce, véritable forum de rebus venalibus. Les inquisiteurs dénoncent enfin la pratique des jeux dans le chœur de la cathédrale où des habitants de la cité se seraient livrés à l’un des jeux de hasard les plus populaires au Moyen Âge, le jeu de dés, jeu profane par excellence qui connaît alors un grand essor100. De son côté, Muzio d’Assise est accusé d’avoir volé des objets sacrés: il est explicitement qualifié de sacrilegus et est décrit comme ayant les mains souillées (pollutis manibus) par l’acte qu’il a commis, le vol de nombreux objets liés au culte divin et du trésor que la papauté conserve dans la basilique:

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Le dit Muzio, portant ses mains sacrilèges jusque sur les objets sacrés, sur les reliques vénérées des saints, mais aussi sur les calices, les croix, les encensoirs, les candélabres, les images, sur les vases d’or et d’argent, […] les dalmatiques et sur les autres vêtements et parures dévolues au culte divin, […] séduit par une funeste cupidité […] les destina à des usages profanes101.

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Si le blasphème, comme le rappelle Corinne Leveleux-Teixeira, «a épuisé de nos jours une grande partie de sa vertu mobilisatrice et de sa charge émotionnelle», il constitue au Moyen Âge un péché et un crimen majeur102. Carla Casagrande et Silvana Vecchio en retiennent deux définitions, l’une formulée par saint Augustin et qui consiste à «affirmer des choses fausses au sujet de Dieu», à l’exact opposé de la louange, l’autre établie par Aymon d’Auxerre, beaucoup plus souple, qui associe le blasphème à l’offense verbale faite à Dieu103. Cette dimension est bien présente dans ces procès, même si le mot blasphemia n’apparaît pas explicitement. Plusieurs articles d’accusation y font référence: l’article 6 du procès contre les Este accuse les marquis de dire que Dieu n’a rien à faire sur terre et que le Ciel seul lui suffit104. li. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna, Bologna 2007. 100 Cfr. L. Zdekauer, Il gioco d’azzardo nel Medioevo italiano, con un saggio introduttivo di G. Ortalli, Firenze 1993. 101 Brufani, Eresia di un ribelle cit., p. 138: «Item prefatus Mutius extendens sacrilegas manus suas ad res sacras, venerandas sanctorum reliquias necnon et calices, cruces, turibula, candelabra, ymagines et nonnulla aurea et argentea vasa, pluvialia etiam planetas, dalmaticas et alia pretiosa indumenta et ornamenta sacra divino cultui deputata, de thesauro Ecclesie romane, scelerata impietate subtraxit de loco sancti Francisci de Assisio et demum, illa funesta cupiditate seductus, vendidit, distraxit et de illis, amotos nequiter diversos magni valoris lapides pretiosos, prophanis usibus applicavit». 102 Leveleux-Texiera, La parole interdite cit., p. 9. 103 Casagrande - Vecchio, Les péchés de la langue cit., p.174. 104 ASV, Collectoriae, 406, art. 6, ff. 2v-3r: «Si dixerunt quod Deus nichil habebat face-


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D’après les témoins, les marquis d’Este ne croiraient d’ailleurs ni au paradis ni à l’enfer, ni même à une quelconque vie dans l’au-delà. Le 8ème témoin rajoute que Rinaldo et Obizzo ne placent leur espérance et leur foi (spes et fides) que dans la satisfaction des plaisirs matériels105. On retrouve ces accusations dans le troisième article du Contra Matheum: Matteo est lui aussi accusé de ne pas croire au paradis et à l’enfer, mais surtout de nier la résurrection des corps après la mort et de ne pas croire en la providence divine. Deux témoignages reviennent sur ces faits: le premier rapporte qu’il l’a entendu dire que lorsque l’homme meurt, son âme va là où elle doit aller et que son corps ne ressuscite pas au jour du Jugement106. Un autre témoin ajoute que d’après Matteo, «il ne reste rien du corps après la mort»107. De son côté Aiolectus Crucianus, à Recanati, se considère comme meilleur homme que le Christ108. Ces faits et paroles, en portant atteinte à de nombreux fondements du christianisme, signalent «immédiatement l’appartenance diabolique du locuteur»109 et constituent alors un topos de ce type de grands procès où l’ennemi est diabolisé – Boniface VIII en avait déjà été accusé quelques années auparavant110.

3. Dans ce foisonnement d’accusations, la dénonciation des rapports que ces divers seigneurs gibelins entretiennent avec l’occulte tient donc logiquement une place significative. Les ultimes années du XIIIe et le début du XIVe siècles ont vu se diffuser très largement en Occident une véritable «culture nécromantique et alchimique»111. La majeure partie des

re in terra nec in civitate Ferrarie ac districtu et quod Deus satis habebat facere in celo et quod ipsi dominabantur et dominarentur in civitate predicta nec curant de Deo et quod celum erat Dei et terra erat hominum nec Deus intromittebat se de factis hominum nec de mundo isto». 105 Ibid., f. 38r: «Interrogatus si credit vel scit quod predicti Raynaldus et Opizo credant quod sit alia vita sanctorum in celis et resurrectio mortuorum et paradisus et infernus et quod Deus habeat providentiam de factis hominum in mundo isto, respondit quod de predictis nichil credunt et quod tota spes et fides eorum est in comedendo et bibendo in divitiis et equis et in delectationibus carnalibus et honoribus vite presentis et credit quod habeant tantum de fide catholica quantum animalia bruta». 106 BAV, Vat. Lat., 3936, f. 19r: «Deponit quod audivit ab ipso Matheo quod quando homo moritur anima ejus vadit quo ire debet et nunquam resurgit corpus ejus ad judicium. Et de fama super hoc». 107 Ibid.: «[…] et quod nichil remanebat de homine post hanc vitam». 108 ASV, A.A., Arm. C, 1003: «[…] quia sum melior homo quod fuerit Christus […]». 109 Casagrande - Vecchio, Les péchés de la langue cit., p.174. 110 Cfr. Guillemain, Le procès à la mémoire de Boniface VIII cit., p.104. 111 A. Boureau, Satan hérétique: l’institution judiciaire de la démonologie sous Jean XXII, «Médiévales», 44 (2003), p. 28; Id., Satan hérétique. Histoire de la démonologie


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grands casus de l’époque porte la trace de cette «épidémie démoniaque»112 qui semble affecter ces décennies et participe très largement à l’élaboration d’une «mythologie de l’occulte»113 – il y a d’ailleurs certainement un lien à faire entre ces accusations et «l’obsession du complot» qui traverse la plupart des grandes affaires du temps114. Ces relations avec les démons sont fréquemment évoquées sous Jean XXII. Dans le procès contre les hérétiques de Recanati, elles font l’objet des deux premiers articles d’accusation115. Dans le procès contre Muzio, ces pratiques sont dénoncées dans l’article 9 de la première et de la troisième séries d’articles d’accusation et dans l’article 5 de la deuxième série, in invocationibus demonum. Muzio est en effet accusé de posséder un anneau qui renferme quatre démons et dont la vocation est avant tout protectrice, ce qui est attesté par plusieurs témoins, dont le 64ème, qui dit l’avoir entendu en parler116. Matteo Visconti paraît également posséder ses démons attitrés – comme Boniface VIII – qu’il invoque généralement dans les périodes de difficulté ou lorsqu’il veut obtenir des conseils117. Plusieurs témoins racontent qu’il avait pris l’habitude de se rendre près d’une fontaine appelée Orisius, mais aussi dans un ermitage milanais118. Le 38ème témoin dit d’ailleurs avoir été présent lors d’une de ses séances d’invocation119. Matteo aurait eu deux démons, l’un à

(1280-1330), Paris 2004; Id., Le pape et les sorciers. Une consultation de Jean XXII sur la magie en 1320, Roma 2004; J.-P. Boudet, Entre science et nigromance: astrologie, divination et magie dans l’Occident médiéval (XIIe-XVe siècle), Paris 2006. 112 J. Chiffoleau, Sur la pratique et la conjoncture de l’aveu judiciaire en France du XIIIe au début du XVe siècle, in L’aveu, Antiquité et Moyen Âge, Roma 1986, pp. 341-380. 113 Ibid., p. 367. 114 Boureau, Satan hérétique. Histoire de la démonologie cit., p. 111. Je renvoie de manière plus générale au chapitre 3, Le pacte généralisé, pp. 93-123. 115 Les hérétiques de Recanati auraient adoré des idoles de bois auprès desquelles ils prenaient régulièrement conseil et auxquelles ils attribuaient leurs victoires: ASV, A.A., Arm. C, 1003. 116 Brufani, dans Eresia di un ribelle cit., consacre quelques pages à ces pratiques occultes, pp. 95-100. Voir par exemple la déposition du 64ème témoin, Cellus Admanniti, p. 185: «Interrogatus quomodo scit, dixit quia audivit Mutium dicentem: “Ego habeo talem anulum in digito in quo est quidam lapis, quod neque Deus, neque sancti eius nec aliquis homo de mundo possent me offendere, quin ego non prescirem”». 117 BAV, Vat. Lat., 3936, 4ème article d’accusation du contra Matheum, f. 20r: «Item quod invocat et invocari facit demones et querit ab eis responsa et concilia de agendis». 118 Ibid., 30ème témoin: «Deponit verum esse et notorium ac esse famam publicam de contentis in articulo scilicet de invocatione demonum quam facit ad quemdam fontem vocatum Orisium et consulit super agendis»; et 36ème témoin: «Dicit se audivisse sepe quod dictus Matheus invocat demones tam ad dictum fontem quam in heremitario sancti Caloceri Mediolani cum heremita illius loci». 119 Ibid.: «Deponit quod ipse semel fuit presens quando dictus Matheus accedens ad


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la fontaine Orisius, et l’autre dans un trou (in uno foramine). Galeazzo, quant à lui, aurait non seulement consulté des idoles, mais honorerait également des statuettes120 et aurait eu pour maître un certain Leonardo de Salexeto (ou Saliceto), qualifié de physicus, qui lui a appris à adorer les idoles et pratiquer des fumigations121. Avide de parfaire ses connaissances en matière d’arts divinatoires, il recevrait à Plaisance tous ceux qui sont compétents dans ce domaine et nombre de ses proches possèderaient chez eux des écrits ou des traités concernant l’invocation des démons122. Ces accusations prennent toute leur ampleur lorsqu’on les replace dans le contexte d’un autre procès intenté en 1319 contre Matteo pour ses tentatives d’envoûtement contre le pape, et dont le principal témoin est le clerc milanais Bartholameo Canholati – cité une fois dans les dépositions123. Cet épisode est particulièrement révélateur de la multiplication des affaires d’envoûtement dans les premières décennies du XIVe siècle124.

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4. Reste enfin à évoquer, pour achever ce rapide panorama, la question de l’extension de l’accusation d’hérésie aux personnes suspectées ou ouvertement accusées d’entretenir des relations avec des hérétiques ou des schi-

fontem repellebat omnes circumstantes et remanebat ad fontem solus, de quo ceteri murmurantes dicebant quod demones invocabat». 120 Ces accusations sont regroupées dans le 22ème article d’accusation du Contra Galeazeum, ibid., f. 12r. On en trouve également le témoignage dans l’article précédent, fol. 12r: «Deponit publicum et notorium esse quod Galeazeus cum quodam qui dicitur Albricus et quodam alio qui dicitur magister Leonardus physicus et cum quadam muliere que moratur in contrata de templo de Placentia frequenter exercet malas artes et invocat demones et ponit corpus Christi in sartagine cum aqua calda ut dyabolus eum teneat». 121 Ibid., déposition du 34ème témoin. 122 Ibid., déposition du 7ème témoin: «Deponit quod vidit quod Galeazeus receptabat et recipiebat omnes advenientes ad civitatem Placentie quos sciebat nigromanticos vel qui libenter se intromittebant de sculpturis et ymaginibus quibus mediantibus demones invocabant et vidit multas scripturas apud familiares dicti Galeazei que locuntur de invocationibus demonum»; déposition du 12ème témoin: «Deponit quod audivit quod tenebat secum unum nigromanticum quem vidit in curia sua cum quo consulebatur Galeazeus». 123 Contentons-nous ici de renvoyer aux articles anciens de André-Michel, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit.; G. Biscaro, Dante Alighieri e i sortilegi di Matteo e Galeazzo Visconti contro papa Giovanni XXII, «Archivio Storico Lombardo», 13 (1920), pp. 446-481. Le manuscrit du témoignage de Bartolomeo Canholati est conservé aux Archives vaticanes, dans la série des Instrumenta Miscellanea, an. 689A et B. On trouve une transcription du témoignage par K. Eubel, Von Zaubereinnwesen Anfangs des 14. Jahrhunderts, «Historiches Jahrbuch», 18 (1897), pp. 609-625, ainsi que par G. Biscaro, Dante a Ravenna, «Bullettino dell’Istituto storico Italiano per il medio evo», 41 (1921), pp. 117-133. 124 R. André-Michel en donne plusieurs exemples, Le procès de Matteo et de Galeazzo Visconti cit., pp.166-168.


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smatiques: des relations qui se définissent en fonction du degré de proximité et qui, comme par capillarité, vont de l’aide manifeste à la simple fréquentation. La suspicion d’hérésie atteint ainsi tous ceux que les actes qualifient de fautores, receptatores, valitores, adjutores, consiliarios, adherentes, sequaces etc., sur le modèle qui a servi, dès le XIIIe siècle, à étendre l’accusation d’hérésie125. C’est sous l’une ou l’autre de ces appellations que des centaines de personnes ont ainsi été suspectées, citées à comparaître et parfois condamnées. De nombreux petits seigneurs et “tyrans” sont devenus de cette façon des fautores de seigneurs plus puissants. En 1328, par exemple, plusieurs d’entre eux sont condamnés par les inquisiteurs pour leurs relations avec les marquis d’Este: c’est le cas du comte Bernardino de Cunio de Bagnacavallo (Romagne), poursuivi parce qu’il fréquenterait régulièrement les marquis – depuis longtemps condamnnés comme heretici manifesti –, partagerait des repas en leur compagnie et s’associerait même à eux dans le cadre d’une alliance qui aurait été de nature politique126, ou encore des tyrans de Ravenne et de Forlì, accusés des mêmes méfaits127. Dans le même temps, les inquisiteurs cherchent à prouver les liens de ces rebelles avec d’autres hérétiques. Pour Matteo Visconti, ces liens sont tout d’abord familiaux et les juges soulignent très clairement le poids de l’hérédité128, rappelant que plusieurs membres de la famille ont été condamnés pour hérésie129: la lettre liminaire du manuscrit Vat. Lat. 3937 insiste sur ce funeste héritage reçu par Matteo, «infecté par le poison mortel de l’hérésie qui lui a été transmis par ses ancêtres»130. Le 39ème témoin rapporte de fama que la grand-mère de Matteo a été brûlée pro heresi131 et un autre ajoute qu’il a entendu que son arrière grand-mère elle-même, une certaine Berta Spinassaria, a été jetée à la fosse commune pour la même raison132. Ce

125 C. Douais, Saint Raymond de Peñafort et les hérétiques. Directoire à l’usage des inquisiteurs aragonais, 1242, «Le Moyen Âge», 12 (1899), pp. 305-325: 315-316; A. Boureau, Droit naturel et abstraction judiciaire. Hypothèses sur la nature du droit médiéval, «Annales. Histoire, Sciences sociales», 6 (novembre-décembre 2002), pp. 1463-1488: 1481-1483. 126 ASV, Instrumenta Miscellanea, 1034. Acte daté du 29 février 1328. 127 ASV, Instrumenta Miscellanea, 1063. Cet acte, dans sa forme et son contenu, est très proche de celui cité à la note précédente. 128 L’hérédité entre Moyen Âge et Époque Moderne. Perspectives historiques, dir. C. de Miramon - M. van der Lugt, Firenze 2008 (Micrologus Library). 129 BAV, Vat. Lat., 3936, f. 21v: «Item quod habuit plures de progenitoribus suis agnatos et cognatos vehementer infamatos et suspectos de heretica pravitate». 130 BAV, Vat. Lat., 3937, f. 4r: «[...] quod dictus Matheus per transducta in eum a progenitoribus suis pestifera tosica heretice pravitatis infectus [...]». 131 BAV, Vat. Lat., 3936, f. 22r: «Deponit de fama quod avia dicti Mathei pro heresi fuit combusta». 132 Ibid.


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rappel de la généalogie infamante de Matteo s’accompagne de l’accusation de continuer à fréquenter des hérétiques – dans son entourage proche par exemple133 – et en ce sens Marina Benedetti a parfaitement raison d’évoquer la façon dont les juges inscrivent les accusés dans un «réseau de rapports hérétiques», en prenant le cas de Guglielma134. Guglielma n’est pas la seule évoquée dans cette “construction idéologico-juridique” et d’autres hérétiques célèbres des décennies précédentes apparaissent dans les dépositions. Matteo aurait entretenu des relations avec Fra Dolcino135: vivant selon le modèle apostolique, dans un dénuement semblable à celui des premiers disciples du Christ, il se retire au début du XIVe siècle dans les montagnes du Piémont. Beaucoup de personnes le rejoignent dans sa retraite, dans une commune attente eschatologique et par un glissement progressif, son «engagement religieux se transforme en résistance militaire»136. La croisade lancée par Clément V en 1306-1307, on le sait bien, a raison de Dolcino et de ses partisans et il périt sur le bûcher en 1307. Un témoin affirme que Matteo se serait rendu à Martinengo avec Dolcino et qu’il l’aurait aidé à rassembler une armée dans les montagnes. Le 25ème témoin parle de Dolcino comme un amicus et socius de Matteo et va même plus loin en disant que ses actes avaient été dictés par Matteo137. Les Visconti sont aussi associés à une autre “gloire” de l’hérésie, Ezzelino da Romano: celui-ci avait pris la tête des gibelins sous Frédéric II, entraînant le lancement d’une croisade par Alexandre IV. Essayant de s’emparer de Milan, il est battu à Cassano en 1259 et meurt de ses blessures peu de temps après. C’est en 1318, lors de la célèbre entrevue de Soncino, où les principaux chefs gibelins, Matteo Visconti, Passerino Bonacolsi de Mantoue et 133 Plusieurs témoins donnent les noms d’hérétiques ou anciens hérétiques qui gravitent autour de Matteo, tels Franciscus de Garbagnate et Scotus de Sancto Geminiano, souvent évoqués dans le Vat. lat., 3937. 134 Sur ce mouvement, cfr. M. Benedetti, Io non sono Dio. Guglielma di Milano e i figli dello Spirito Santo, Milano 1998; Milano 1300: i processi inquisitoriali contro le devote e i devoti di Santa Guglielma, a cura di M. Benedetti, Milano 1999. Voir aussi sa contribution au présent volume. 135 On sait peu de choses sur sa vie. Cfr. G. Biscaro, Inquisitori ed eretici lombardi (1292-1318), «Miscellanea di storia italiana», serie 3, 19 (1922), pp. 447-557; F. Cognasso, La crociata contro Fra Dolcino, in Storia di Novara, Novara 1971, pp. 293-304; R. Ordano, Dolcino, «Bollettino storico vercellese», 1 (1972), pp. 21-36; L. Paolini - R. Orioli, L’eresia a Bologna fra XIII e XIV secolo, Roma 1975. Voir la notice de G. G. Merlo dans Dictionnaire Encyclopédique du Moyen Âge, 1, pp. 472-473; Id., Eretici ed eresie medievali cit., pp. 119128; R. Orioli, Fra Dolcino: nascita, vita e morte di un’eresia medievale, Novara 1987; L. Paolini, L’eresia a Bologna fra XIII e XIV secolo, I: L’eresia dolciniana, Roma 1975. 136 Merlo, Eretici ed eresie medievali cit., p. 119. 137 BAV, Vat. Lat., 3936, f. 20v, dépositions du 2ème du 25ème témoins.


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Cangrande della Scala, se réunissent et font de Cangrande le capitaine de la ligue gibeline138, que la mémoire d’Ezzelino aurait été ravivée, Matteo ayant fait célébrer des offices sur la tombe du célèbre seigneur hérétique139. Les trois témoignages relatifs à cet article d’accusation vont tous dans le même sens et confirment le fait qu’il aurait fait ouvrir son tombeau, placer de nombreuses bougies et chanter un office solennel, allant jusqu’à s’agenouiller devant sa dépouille140. Le dernier témoin rapporte même qu’il a tout simplement voulu le faire canoniser141! Il est encore accusé d’avoir conclu des accords avec d’autres infidèles et des non chrétiens142, comme l’empereur des Grecs, auquel il aurait envoyé des ambassadeurs pour sceller une alliance, ce que mentionnent la plupart des témoins143. Enfin, il aurait fait

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138 Au cours de cette entrevue est réaffirmée l’indéfectible résistance aux guelfes et partisans du pape. L’épisode est relaté par B. Corio, Storia di Milano, a cura di A. Morisi Guerra, 1-2, Torino 1978, pp. 654-655. Il rapporte le discours de Passarino de Mantoue, particulièrement représentatif de la lutte qui se joue entre les deux camps: «[…] Con cio sia dunque che guelphi, nostri perpetui inimici, siano per il papa, è necessario che noi tutti con vinculo da amore, capituli e conventione si congiungiamo, e che la possanza nostra si venga a fortificarsi per inseperabile unione, e in questo modo si resolverà la superbia de guelphi, la quale già non puocho è declinata, quantunque anchora loro con la vana speranza dil facinoroso pontifice cerchano de relevar le corne». 139 BAV, Vat. Lat., 3936, f. 25r: «Item quod quando fuit Suncini in concilio cum domine Cane de Lascala [sic] fecit idem Matheus fieri officium divinum super tumulo Aycelini de Romano rebelli ecclesie et excommunicati sicut officium unius sancti et fecit offerri multas candelas per familiares suos». 140 La scène est par exemple décrite en détail par le 25ème témoin, ibid., f. 25r: «Dicit quod audivit ab uno quem nominat qui presens fuit quod modo sunt tres anni et plus quod dicto Matheo in Suncino fecit aperiri monumentum Aycelini de Romano coram domino Cane de la Scala et multis aliis et inveniens quod corpus dicti Aycelini habebat aliquam integritatem dixit dictus Matheus coram omnibus presentibus: “Hoc non potest esse nisi propter nimiam sanctitatem istius corporis Aycelini”, et genu flexit dictus Matheus coram ipso corpore et fecit cantari officia divina solempnia et fecit fieri luminaria […]». 141 Ibid., f. 25r: «Deponit quod dictus Matheus fecit poni magna luminaria circa tumbam Aycelini et cantari per clericos et quod dictus Matheus volebat facere canonizari ipsum Aycelinum tanquam sanctum et hoc fuit modo sunt anni III vel IVor et hec omnia dicit ipse testis se audivisse a pluribus specialiter a quodam hospite suo quem nominat qui dicebat se fuisse presentem ad ista omnia et dicit hoc fuisse publicum in terra illa in qua hec audivit propter multos qui de ipsa terra qui fuerant presentes». 142 Ibid., f. 24v: «Item quod idem Matheus fecit confederationem et colligationem cum infidelibus et cismaticis in prejudicium ecclesie». 143 L’empereur des Grecs est à cette époque Andronic II Paléologue. En réalité, Matteo ne semble pas avoir eu de rapports directs avec Byzance. L’ouvrage de référence sur le règne d’Andronic II n’en fait aucune mention: A. E. Laiou, Constantinople and the Latins. The Foreign Policy of Andronicus II, 1282-1328, Cambridge 1972. De plus, d’après le Prosopographisches Lexikon der Palaiologenzeit, Wien 1976-1996, Matteo n’est mentionné par aucune source grecque.


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appel au roi de Grenade et à celui de Tunisie144 (reges Sarracenorum) afin de leur demander l’aide financière nécessaire pour vaincre le pape et soumettre ainsi l’Église et les rois145. La mobilisation de cette grande variété d’accusations par les juges pontificaux, qu’elles soient avérées ou purement rhétoriques et discursives, et par laquelle s’opère le glissement de l’accusation de rébellion vers celle d’hérésie, pose la question des conditions de production, de sélection des témoignages – la majorité d’entre eux sont à charge – et celle du statut des témoins sollicités146. La comparaison avec d’autres affaires de ces décennies permet de mieux saisir la façon dont certaines de ces qualifications apparaissent et se développent jusqu’à devenir des éléments incontournables, des topoi de tout “procès politique”. Espace judiciaire, espace politique: les procédures et leurs enjeux

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La mise en série nécessaire des procédures du temps de Jean XXII prouve à quel point les enjeux juridiques, religieux, financiers, militaires, diplomatiques, politiques ou encore idéologiques sont intimement liés dans ces grandes affaires. Ces nombreux enjeux vont bien au-delà de la simple question des rapports entre la papauté et l’empire, mais n’ont jusqu’à présent pas suffisamment retenu l’attention des historiens qui ont porté un regard sur ces sources. Ce sont quelques-uns de ces aspects que j’aimerais ici évoquer pour terminer. La documentation produite par la papauté invite en premier lieu à réfléchir au problème de la sanction, spirituelle, pénale, financière, et surtout à celui de son application – ou de sa non application –, ce qui revient à se poser la question suivante: ces nouveaux moyens judiciaires employés par la papauté avignonnaise contribuent-t-ils à instaurer un véritable lien d’obéissance en Italie? Dès les années 1310, le pape intensifie en effet la poursuite judiciaire et la condamnation des actes de rébellion au moyen d’amendes et de confiscations dont l’efficacité réelle semble être rétrospec144

BAV, Vat. Lat., 3936, f. 24v: «Deponit de fama quod fecit confederationem cum imperatore Gregorum et cum rege Tunicii Sarraceno». Le roi de Tunisie est alors l’Hafside Abû Yahyâ Abû Bakr II al-Mustawakkil (1318-1346), et celui de Grenade est Ismâ’îl Ier (1313-1325). 145 Ibid., déposition du 25ème témoin. 146 Une attention toute particulière sera accordée ultérieurement à cet aspect. Pour une étude juridique et technique du témoignage, cfr. Y. Mausen, Veritatis adiutor. La procédure du témoignage dans le droit savant et la pratique française (XIIe-XIVe s.), Milano 2006.


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tivement très faible. L’exploitation des registres comptables de la papauté147, pour les Marches notamment, fournit beaucoup d’éléments intéressants sur ce qu’on pourrait appeler la “comptabilité de la rébellion”: ils éclairent aussi la façon dont les représentants du pape dans les provinces pontificales tentent de faire payer ceux qui, sans être forcément des heretici manifesti, sont devenus des complices de ces rebelles et hérétiques ou qui ont accompli des actes assimilés à de la rébellion: le 15 mars 1322, par exemple, le trésorier des Marches reçoit des mains de frère Silvero, bénédictin de Monte Fano, la somme de 78 florins d’or au nom de l’ensemble du clergé du territoire de Fabriano pour ne pas avoir respecté l’interdit qui touche alors la ville148. Ailleurs, c’est par exemple un certain Benvenuto Ventoli di Montefollio qui est condamné à payer deux florins pour avoir porté de la farine ad castrum Camaioris, alors rebelle à l’Église149. Les sanctions de cette nature se sont donc multipliées. À côté des sanctions, c’est aussi, de manière plus large, la question du coût du fonctionnement de l’appareil judiciaire150 qui est posée et sur lequel ces registres permettent d’apporter quelques réponses: la rétribution des inquisiteurs, l’organisation concrète des procès, les frais divers et variés engagés dans cette lutte contre les hérétiques, les différentes méthodes pour collecter des fonds qui permettent de financer ces poursuites très coûteuses, etc.151. 147

Les pratiques comptables de la papauté avignonnaise ont donné lieu à la publication d’ouvrages et d’articles récents; parmi ceux-ci: F. Piola Caselli, L’evoluzione della contabilità camerale nel periodo avignonese, in Aux origines de l’État moderne. Le fonctionnement administratif de la papauté d’Avignon, Roma 1990, pp. 411-437; S. Weiß, Die Versorgung des päpstlichen Hofes in Avignon mit Lebensmitteln (1316-1378). Studien zur Sozial- und Wirtschaftsgeschichte eines mittelalterlichen Hofes, Berlin 2002; Id., Rechnungswesen und Buchhaltung des Avignoneser Papsttum (1316-1378): eine Quellenkunde, Hanovre 2003; E. Anheim - V. Theis, La comptabilité des dépenses de la papauté au XIVe siècle. Structure documentaire et usage de l’écrit, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Âge», 118 (2006), pp. 165-168; V. Theis, La réforme comptable de la Chambre apostolique et ses acteurs au début du XIVe siècle, ibid., pp. 169-182; E. Anheim, La normalisation des procédures d’enregistrement comptables sous Jean XXII et Benoît XII (1316-1342). Une approche philologique, ibid., pp. 183-201; A. Jamme, Du journal de caisse au monument comptable. Les fonctions changeantes de l’enregistrement dans le Patrimoine de Saint-Pierre (fin XIIIe-XIVes.), ibid., pp. 247-268. 148 ASV, Introitus et Exitus, 46, f. 50v. 149 Ibid., f. 68r. Nous pourrions multiplier les exemples de cette nature. Nous renvoyons à notre thèse pour des développements plus approfondis sur cette documentation. 150 Sur cette question et à titre de comparaison, on peut renvoyer à L. Albaret - I. Lanoix-Christen, Le prix de l’hérésie. Essai de synthèse sur le financement de l’Inquisition dans le Midi de la France (XIIIe-XIVe siècle), «Hérésis», 40 (2004), pp. 41-67. 151 Sur cet aspect voir pour le moment P. Gasnault, La perception dans le royaume de


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En consultant ces sources annexes, nous avons pu également constater que Jean XXII a assuré une publicité très large à ces procès, dans le cadre d’une publication des sentences de condamnation, associée le plus souvent à une prédication de la croisade152. Les divers fonds des archives vaticanes conservent plusieurs centaines de lettres qui témoignent de ce souci de diffuser le plus largement possible ces sentences contre les rebelles de toutes sortes. On trouve dans les archives à la fois des lettres qui prescrivent cette publication et des instrumenta publicationis qui l’attestent en retour: par exemple pour le seul diocèse d’Uzès, non loin d’Avignon153, nous avons pu identifier quinze attestations de diffusion des sentences de condamnation contre les fils de Matteo Visconti et Louis de Bavière aux mois de novembre et décembre 1324 en des endroits parfois très reculés de ce diocèse. Cette publication-publicité, cette “publicisation” a lieu classiquement dans les lieux privilégiés du déploiement de la parole officielle: les édifices religieux (cathédrales, églises, couvents), les places de marché ou encore les espaces emblématiques du pouvoir urbain italien, comme le palais communal. Parmi les acteurs de la diffusion, les ordres mendiants tiennent logiquement une place de choix et sont très largement sollicités, mais les clercs séculiers jouent aussi un rôle important pour relayer ces publications. Le cas de la publication des sentences contre Castruccio Castracani degli Antelminelli de Lucques est particulièrement éclairant et illustre cet investissement des espaces du pouvoir urbain, laïcs comme ecclésiastiques: à Gubbio, par exemple, en Ombrie, trois publications successives ont lieu, destinées certainement à trois publics différents: la première, le 25 août 1325, est assurée dans l’ensemble épiscopal (in episcopatu); la deuxième, le 26 août, dans l’église S. Francesco, et la troisième, le 27 août, dans la grande salle (aula) du palais communal. Certains de ces instrumenta publicationis sont précieux pour comprendre le déroulement de ces publications qui ont pu conduire à la réalisation de mises en scène plus ou moins élaborées, à la production de sermons et de cérémonies spécifiques. Autrement dit, ces documents décrivent très concrètement l’imbrication de deux tempoFrance du subside sollicité par Jean XXII contra haereticos et rebelles partium Italiae, «Mélanges d’archéologie et d’histoire», 69 (1957), pp. 273-319. 152 Nous reprenons ici en quelques lignes des analyses développées dans deux de nos articles auxquels nous nous permettons de renvoyer: L’impact de la justice pontificale dans le diocèse d’Uzès au temps de Jean XXII, in Les justices d’Église dans le Midi (XIe-XVe s.), «Cahiers de Fanjeaux», 42 (2007), pp. 287-316; et Publication et publicité des procès à l’époque de Jean XXII (1316-1334). L’exemple des seigneurs gibelins italiens et de Louis de Bavière, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen Âge», 119/1 (2007), pp. 93-134. 153 Mais ces publications sont aussi attestées dans des lieux très éloignés d’Avignon.


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ralités: d’un côté une temporalité que l’on peut qualifier de “politico-judiciaire”, et de l’autre une temporalité liturgique. Cette diffusion nous semble d’autant plus intéressante que nous n’avons pas rencontré, à la même époque, une telle systématisation dans le cadre de procédures judiciaires. Comme si le procès, dont l’issue concrète n’est alors guère assurée en raison des contumaces répétées de la plupart de ces rebelles, avait pour principale finalité de rendre publiques les accusations du pape, de les diffuser, et ne servait qu’à créer non pas un espace de simple propagande, mais bien un certain espace public du jugement154. Dans cet espace judiciaire et politique la diffusion des sentences qui touchent les rebelles italiens est étroitement liée à la question de la croisade, dont la nature éminemment politique ne fait ici aucun doute155. Dans la plupart des cas, ces prédications de croisade ont donné lieu à une récupération et une transposition des thèmes véhiculés lors des appels à la croisade en Terre sainte156. Les actes judiciaires étudiés témoignent également de la capacité de résistance, sur le plan du droit lui-même, dont ces rebelles font preuve, contestant en permanence la légitimité et la régularité même des procédures engagées contre eux. La plupart des seigneurs poursuivis, au nord comme au centre, entourés de très bons juristes, ont produit par l’intermédiaire de leurs procuratores de nombreuses exceptions afin de bloquer le travail des inquisiteurs, d’en limiter la portée et de saper les fondements de l’action judiciaire pontificale, remettant en cause la compétence des juges157, le déroulement technique du procès et bien entendu la validité des témoignages produits158. L’étude fine de la nature des arguments juridiques mobilisés à cette occasion par ces rebelles (leurs nombreuses excep-

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En France, la lecture par les médiévistes des travaux de Jürgen Habermas, notamment Strukturwandel der Öffentlichkeit. Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen Gesellschaft, Berlin 1962, a relancé la réflexion autour de la question de l’émergence d’un espace public au Moyen Âge. Cfr. aussi Chiffoleau, Le crime de majesté cit. 155 Housley, The Italian Crusades cit.; Id., The Avignon papacy and the Crusades cit. 156 Sur cette pratique, voir l’exemple de la croisade des Albigeois: N. Bériou, La prédication de croisade de Philippe le Chancelier et d’Eudes de Châteauroux en 1226, «Cahiers de Fanjeaux», 32 (1996), pp. 85-109. Sur cette question du negotium fidei, pour reprendre la terminologie d’Innocent III dans ces bulles de croisade, cfr. U. Brunn, Des contestataires aux « Cathares ». Discours de réforme et propagande antihérétique dans les pays du Rhin et de la Meuse avant l’Inquisition, Paris 2006, pp. 458-461. 157 B. Bernabé, Naissance d’une éthique judiciaire à travers la théorie de la récusation des juges (XIIIe-XIVe s.), in Les justices d’Église dans le Midi, «Cahiers de Fanjeaux», 42 (2007), pp. 344-372. 158 B. Schnapper, Testes inhabiles: les témoins reprochables dans l’ancien droit pénal, «Revue d’histoire du droit», 33 (1965), pp. 575-616; Y. Mausen, Veritatis adiutor cit.


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tiones) mais aussi les réponses faites en retour (responsiones) montre à quel point ils rentrent complètement dans la logique du procès, dans le jeu de la procédure et participent ainsi à la construction de cet espace politique et public spécifique.

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Nous sommes conduit à nous interroger, pour conclure, sur l’efficacité réelle de ces procédures. Les nombreuses sentences prononcées contre tous ces seigneurs et rebelles ont eu peu d’effets immédiats puisque la plupart d’entre eux sont demeurés résolument contumaces et ont continué, durant toutes ces années, à défier la papauté. Cette question de l’application des sentences et de leur efficacité s’intègre au problème bien plus vaste, et aujourd’hui souvent évoqués par les historiens du Moyen Age, de la résolution des conflits. Toutes ces procédures éclairent la transformation des liens de pouvoir, la nature du lien politique en ce début de Trecento, mais aussi les usages politiques de la justice et le rôle de la politique pénale dans le gouvernement pontifical.

Quelques réflexions sur ces aspects sont développées dans S. Parent, Des procédures illégitimes? Polémiques et contestations juridiques autour des procès contre les rebelles italiens sous Jean XXII, dans Valeurs et justice, édd. B. Lemesle - M. Nassiet, Rennes, à paraître.


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Il pontificato di Giovanni XXII (1316-1334) segnò una radicalizzazione dei conflitti politici in tutta l’Italia. Strumento privilegiato per contrastare gli avversari e i ribelli all’autorità papale fu la celebrazione di processi nei quali imputazioni di tipo politico e accuse di eresia si collocano all’interno di un medesimo orizzonte culturale. In questo contesto, i processi per eresia che si svolsero nella Marca di Ancona a carico dei più tenaci ribelli al governo dello Stato pontificio (Federico di Montefeltro, i Gozzolini di Osimo e i loro sostenitori di Recanati) ebbero un peculiare rilievo e un significato che non può essere assimilato tout court a quello dei ben noti processi rivolti dal pastore di Cahors contro i nemici politici più in vista sullo scacchiere italiano (i Visconti e gli Este). Nelle pagine che seguono si cercherà pertanto di indagare la costruzione di senso dei processi marchigiani e di osservare i modi di utilizzo dello strumento giudiziario inquisitoriale all’interno delle strategie messe in atto dai pontefici avignonesi nell’amministrazione dello Stato della Chiesa. Ciò non coincide evidentemente con una valutazione dell’efficacia dei processi sul piano strettamente giudiziario, che fu assai scarsa, ma mira ad indicare come peculiare prospettiva d’indagine quella di considerare i processi inquisitoriali non soltanto all’interno di un quadro storico generale e della politica italiana di Giovanni XXII, tematica oggetto delle ampie indagini di Giovanni Tabacco dagli anni Cinquanta in poi1, quanto più nello specifico dello Stato della Chiesa, così da porre in evidenza i modi e gli strumenti impiegati dal sovrano-pontefice per arginare le forze politicamente ostili.

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Cito soltanto due titoli, specificamente incentrati sull’argomento: G. Tabacco, La Casa di Francia nell’azione politica di papa Giovanni XXII, Roma 1953 (Studi storici, fasc. 1-4); Id., Programmi di politica italiana in età avignonese, in Aspetti culturali della società italiana nel periodo del papato avignonese. Convegni del centro di studi sulla spiritualità medievale, XIX (15-18 ottobre 1978), Todi 1981, pp. 49-75.


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Assumendo tale prospettiva di osservazione anche i più rilevanti nodi interpretativi si manifestano sotto una diversa luce. Un esempio per tutti: se nel caso degli Este e dei Visconti il processo per eresia può essere considerato funzionale all’accusa del crimen lesae majestatis contro il capo della Chiesa universale2, quale necessità vi era di dimostrare la devianza dalla fede dei ribelli marchigiani dello Stato della Chiesa, che ipso facto incorrevano nella stessa categoria criminale in quanto rifiutavano l’obbedienza al papa considerato come sovrano territoriale? Nel corso del Novecento non è mancato l’interesse della storiografia verso le fonti dei processi politici marchigiani. Fino agli anni Sessanta, l’obiettivo primario degli studi era quello di appurare la veridicità dei capi d’accusa rivolti agli imputati di eresia: Friedrich Bock, il primo degli studiosi ad indagare le fonti vaticane su questo tema3, intendeva «dimostrare che il conflitto fra il papa di Avignone e i signori delle Marche fu determinato da moventi politici e non religiosi»4; al contrario, Mariano d’Alatri, che pubblicò negli anni Sessanta in forma di ampi regesti gli atti della fase istruttoria del processo contro i Recanatesi accusati di eresia5, concludeva il suo studio negando il valore politico del processo e riconducendolo interamente ad una iniziativa per la salvaguardia della fede6. Negli stessi anni, altri studiosi, sottraendosi alla querelle sull’utilizzo propagandistico dei processi e valorizzando le fonti locali, hanno approfondito l’analisi del

2 Sulle implicazioni giuridiche del reato e sull’identificazione del reato politico come «reato contro il principe piuttosto che contro lo Stato, in un sistema però in cui il primo vale come metafora del secondo», cfr. M. Sbriccoli, Crimen laesae maiestatis. Il problema del reato politico alle soglie della scienza penalistica moderna, Milano 1974 (la citazione è a p. 175). 3 F. Bock, I Processi di Giovanni XXII contro i ghibellini delle Marche, «Bullettino dell’Istituto Storico italiano per il Medioevo e Archivio Muratoriano», 57 (1941), pp. 1970; per lo studioso tedesco, l’indagine sui processi marchigiani si era precisato all’interno di un più ampio interesse sulla politica inquisitoriale di Giovanni XXII maturato precedentemente: cfr. Id., Studien zum politischen Inquisitionprozess Iohannes XIII, «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Biblioteken», 26 (1235-36), pp. 21-142, 27 (1937), pp. 109-134; Id., Der Este-Prozess von 1321, «Archivum Fratrum Predicatorum», 7 (1937), pp. 41-112. 4 Bock, I Processi di Giovanni XXII cit., p. 43, concludendo che «la deviazione nel campo religioso fu opera diretta del papa onde poter combattere con maggior successo i nemici ghibellini» (ibid.). 5 Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi secondo un rotolo vaticano del 1320, «Collectanea franciscana», 33 (1963), pp. 82-105. 6 Ibid., p. 93: l’a., dopo aver affermato la verità delle pratiche eretico-idolatriche dei recanatesi, conclude che «l’inquisitore non fabbricò un processo religioso per motivi politici. Come uomo incaricato di tutelare la purezza della fede, ben lungi dall’esorbitare dall’ambito delle sue competenze, adempì coraggiosamente un obbligo che comportava gravi rischi per lui e per l’ordine religioso di cui era membro».


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vario intreccio di motivi politici e religiosi nella Marca durante gli anni di pontificato di Giovanni XXII, saldando le loro indagini a quelle sull’eresia dei fraticelli7. Dopo decenni di scarso interesse per la tematica in esame, Adriano Gattucci, indagando il caso di Federico di Montefeltro, ha riportato l’attenzione sul rapporto sussistente fra ribellione ed eresia e sulle strategie d’intervento adottate dal papa per debellare i ribelli8. L’avvio dei processi: la giustizia rettorale

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Nella Marca, il pontificato di Giovanni XXII avviò un nuovo corso politico all’interno dell’amministrazione provinciale: Amelio di Lautrec, nominato rettore dal papa in spiritualibus et in temporalibus nell’agosto 13179, provvide, pochi mesi più tardi, ad emanare severe Costituzioni generali, promulgate il 14 dicembre nel Parlamento generale di Montolmo10. Tali provvedimenti normativi avevano come obiettivo di arginare e reprimere gli atti di insubordinazione e di ribellione all’interno della provincia, minacciando il ricorso alle consuete sanzioni spirituali quali la

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M. Natalucci, Lotte di parte e manifestazioni ereticali nella Marca agli inizi del secolo XIV, «Studia Picena», 24 (1956), pp. 125-144; G. Franceschini, La situazione politica della Marca alla venuta del card. Egidio d’Albornoz, «Studia Picena», 27 (1959), pp. 20-56. Per una indagine su una realtà locale, quella di Fabriano, cfr. R. Sassi, La partecipazione di Fabriano alle guerre della Marca nel decennio 1320-1330, «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», s. 4, 7 (1930), pp. 57-129. 8 A. Gattucci, Giovanni XXII e il ghibellinismo italiano: il processo per eresia e idolatria, e l’assassinio di Federico da Montefeltro (†1322), in Studi storici in onore di Raffaele Molinelli, Urbino 1998, pp. 143-79. 9 Amelio di Lautrec, cappellano del papa, vescovo di Castres, rettore della Marca di Ancona, della Massa Trabaria, della Terra di S. Agata, della città e dell’antico comitato di Urbino per un decennio (dal 1317 al 1327), fu il maggiore assertore ed esecutore della politica repressiva di Giovanni XXII nella Marca. Era succeduto a Vitale Brost, arcidiacono di Camerino e fiduciario di Clemente V, dopo un anno di vacanza della carica rettorale (cfr. P.L. Falaschi, Società ed istituzioni nella Marca attraverso il processo di canonizzazione di S. Nicola da Tolentino (1325), in San Nicola, Tolentino, le Marche. Contributi e ricerche sul Processo (a. 1325) per la canonizzazione di San Nicola da Tolentino, Tolentino 1987, pp. 97126: 107-109). 10 A. Theiner, Codex diplomaticus dominii temporalis Sanctae Sedis, Roma 1862, 1, doc. 640, pp. 473-477: il testo consta di due diverse disposizioni normative: la prima risalente al 14 dicembre 1317 e promulgata a Montolmo, la seconda (contenente una littera esecutoria di Giovanni XXII inviata da Avignone il 7 dicembre 1317) approvata a Macerata il 3 giugno 1318. Sul ruolo politico e istituzionale dei Parlamenti provinciali nello Stato della Chiesa, cfr. D. Cecchi, Il Parlamento e la Congregazione provinciale della Marca d’Ancona, Milano 1965.


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scomunica dei ribelli e l’interdetto ecclesiastico dei territori in cui le ribellioni si erano prodotte. Il testo allude a nonnulli potentes, protagonisti di episodi di violenza, e mossi nel loro agire non soltanto dal disprezzo verso lo ius Ecclesiae, ma anche verso la consuetudo terrarum, e cioè, possiamo chiaramente intendere, per gli ordinamenti comunali11. Il provvedimento legislativo del rettore dunque, pur assumendo una risoluta posizione nei confronti dei ribelli, non introduce sostanziali elementi di novità, dal momento che l’accostamento fra libertas Ecclesiae ed autonomie comunali nello Stato papale si fondava su una tradizione politica assai consolidata. La Costituzione rettorale rappresentava una decisa risposta ai disordini verificatisi nello stesso periodo in varie città marchigiane. In particolare, come risulta da due sentenze pronunciate dal giudice generale dei maleficia Giacomo di Norcia fra l’agosto e il settembre 131612, la ribellione si andava diffondendo soprattutto nelle aree centrali della provincia: infatti i nemici della Chiesa avevano occupato militarmente la terra di Montecchio (Treja), e nel territorio di Macerata, ove risiedeva il rettore, erano state perpetrate violenze e compiute devastazioni. Le sentenze ricorrono ai consolidati strumenti di condanna, quali il bando degli ufficiali dalle città ribelli e il comminare ingenti pene pecuniarie, strumenti che dimostrano tutti i limiti della loro efficacia in una fase in cui il ribellismo appare già saldamente strutturato in una maglia di solidarietà fra centri urbani e forze signorili ostili al papato. Tali strumenti, su cui si era retto da quasi un secolo il precario equilibrio dello Stato ecclesiastico, dovettero dunque sembrare poco efficaci a Giovanni XXII, il quale decise di attuare prontamente una opposizione radicale nei confronti dei ribelli. Così, nel dicembre 1317, usando toni poco concilianti, comunicava al rettore della Marca la volontà di debellare coloro che vengono definiti execentes saevam tyrannidem, invitandolo a mettere in atto tutte le risorse, sia temporali che spirituali, idonee a perseguire i nemici politici13. 11 Theiner, Codex diplomaticus cit., p. 474, col. 1: «in obproprium sancte romane ecclesie et in derogationum iuris ipsius, et consuetudinem terrarum et habitatorem ipsarum, nec non aliorum scandalum et periculum animarum». 12 L. Colini-Baldeschi, Ghibellinismo ed eresie marchigiane nella prima metà del secolo XIV, «Rivista delle biblioteche e degli archivi», vol. 12, fasc. 2-3-4 (1901), pp. 5-19 dell’estratto: sono editi i testi di due sentenze di condanna pronunciate dal rettore Vitale Brost rispettivamente il 10 settembre (doc. 2) e il 31 agosto (doc. 3) 1316. 13 Theiner, Codex diplomaticus cit., p. 475, col. 2: «nolentes tante temeritatis audaciam sub patiencia tolerare»; si tratta del testo della littera esecutoria del papa inviata da Avignone il 7 dicembre 1317 e acclusa alle Costituzioni rettorali di Amelio di Lautrec di cui si è detto sopra. Interessante rilevare la tradizione del testo delle Costituzioni rettorali e della lettera papale: queste – come si legge nella premessa – vennero tratte dal Liber Constitutionum


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Non si dispone di fonti relative alla fase istruttoria dei processi rettorali contro i tyranni et invasores delle terre marchigiane, processi che dovettero essere celebrati in tempi rapidi fra la primavera e l’estate del 1318, come risulta dalle condanne emesse da Amelio di Lautrec nei confronti dei ribelli. Gli elenchi di tali condanne14, privi del testo delle sentenze, oltre a suggerire la larga diffusione della ribellione, forniscono alcune indicazioni su interessanti elementi procedurali: si sa infatti che alcuni processi vennero svolti per inquisitionem, come accade ad esempio nel caso del procedimento a carico delle autorità comunali di Urbino, ree di aver fornito aiuto al conte Federico di Montefeltro; altri per denuntiationem, ed è il caso di Giacomo e Bernardo Percevalli e dei loro alleati di Recanati, denunciati da Filippuccio di Montegranaro, procuratore di Filippo di S. Giusto, danneggiato per il furto delle offerte perpetrate dagli accusati ai danni della chiesa di S. Maria di Loreto, amministrata dall’accusatore15; altri ancora ex officio Curiae, come è testimoniato per i fratelli Gozzolini di Osimo, contro i quali il tribunale rettorale decise di intraprendere un processo per omicidio. Tutte le condanne prevedevano pene pecuniarie, l’importo delle quali variava da cifre più modeste (ad esempio, le mille marche d’argento richieste ai signori di Brunforte per non aver partecipato all’esercito pontificio o le duemila inflitte alle autorità comunali recanatesi per aver derubato i pellegrini teutonici lungo la strada del mare che conduceva a Loreto) fino alle somme più ragguardevoli, quali le 15mila marche comminate ai Gozzolini e le 20mila a Federico da Montefeltro. L’imposizione di multe giudiziarie si inseriva nella tradizionale politica di composizione perseguita dalla curia rettorale per tutto il XIII secolo e tesa a colmare con gli introiti derivanti dall’amministrazione della giustizia le costanti necessità finanziarie16.

Curiae generalis (oggi perduto) in quanto considerate utili per suffragare da un punto di vista giuridico i processi in corso contro i recanatesi e gli Osimani («Quoniam in premissis processibus et sententiis fit mentio de Constitutionibus Curie generali Anconitane Marchie […] ideo ad manifestam evidentiam eorumdem infrascripte sunt Constitutiones […] hic inserte ad corroborationem precedentium processuum factorum contra Recanatenses et Auximanos»). Sulla formazione del Liber Constitutionum, cfr. le ipotesi formulate da P. Colliva, Il Cardinale Albornoz, lo Stato della Chiesa. Le “Costitutiones Aegidianae” (13531357), Bologna 1977 (Studia Albornotiana, 32), pp. 337-51. 14 Theiner, Codex diplomaticus cit., doc. 646, pp. 488-89. 15 Relativamente a questo processo si dispone del testo della sentenza, pronunciata da giudice generale dei maleficia Giacomo di Norcia il 20 ottobre 1315 ed edito in J. A. Vogel, De ecclesiis Recanatensi et Lauretana earumque episcopis commentarius historicus, Recineti 1859, pp. 68-76 (doc. 38). 16 Sul rapporto tra amministrazione della giustizia ed entrate finanziarie fra XIII e XIV secolo, cfr. D. Waley, The Papal State in the Thirteenth Century, London 1961, pp. 252-75;


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Per quanto riguarda il processo dei Guzzolini, possediamo, grazie alle fonti locali, anche il testo della sentenza del rettore pronunciata il 23 ottobre 131817. Nel formulare la sua decisione di condanna, Amelio, oltre ad esecrare nella premessa l’insatiabilis tyrampnice dominandi libido degli imputati, elenca i delitti commessi, fra cui l’occupazione armata delle città di Osimo e di Recanati e delle terre di Offagna, Montecassiano e Appignano, immediatae subiectae alla Chiesa, e riporta l’elenco dei reati commessi dai condannati, in realtà assai convenzionali, sulla notorietà dei quali insiste particolarmente il testo. Al termine della sentenza, che commina sia una pena in denaro che la censura ecclesiastica alle città, si precisa che gli imputati sono rei del crimen lesae majestatis e perciò privati di ogni diritto e carica loro conferiti. Molto simile doveva essere stato il tono della sentenza rettorale pronunciata da Amelio di Lautrec nei confronti di Federico e dei suoi fratelli Guido e Speranza, conti di Montefeltro: una lettera loro rivolta dal papa nell’agosto 1319 per richiamarli all’obbedienza entro il termine di un mese rimarca la notorietà dei loro crimini, l’occupazione violenta della città per saevam tyrampnidem, la strage dei fedeli e gli esecrabili misfatti da loro compiuti, fra cui l’incarcerazione dello stesso rettore18. In tutti gli atti ora citati ricorre insistitamente il termine di “tiranno”: ciò consente di rilevare come agli occhi del regime pontificio gli oppositori violenti appaiano sotto le vesti di signori cittadini, i quali agivano sempre attraverso un potere imposto de facto, spesso, proprio come era avvenuto a Osimo19, dopo l’occupazione armata della città.

Tiranni, ribelli, ghibellini

E’ nei primi decenni del Trecento che in molte città e terre della Marca emerge, all’interno delle istituzioni comunali, in tempi e modi non troppo dissimili fra loro, l’egemonia di personaggi e di gruppi parentali che mira-

per una verifica sulle fonti relative al soggiorno della curia rettorale a Montolmo alla fine del Duecento, cfr. anche T. Boespflug Montecchi, Montolmo e la curia rettorale negli ultimi decenni del sec. XIII, «Studi Maceratesi», 25 (1989), pp. 101-16. 17 Il testo, conservato in copia autentica fra le carte dell’Archivio storico comunale di Osimo, è edito in I documenti dei Pontefici e dei Rettori della Marca nell’Archivio Storico comunale di Osimo (1199-1395), a cura di L. Egidi, Osimo 2001, pp. 57-63 (doc. 27). 18 G. Franceschini, Documenti e regesti per servire alla storia dello Stato d’Urbino e dei Conti di Montefeltro (1202-1375), Urbino 1982, pp. 113- 19 (doc. 104). 19 Per un profilo delle vicende politico-militari riguardanti la presa del potere ad Osimo di Lippaccio e Andrea Gozzolini, si deve ricorrere allo studio erudito di G. Cecconi,


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no ad instaurare un dominio di tipo signorile20. Se nella maggior parte dei casi la documentazione superstite lascia in ombra il processo di affermazione signorile e l’esautorazione delle istituzioni comunali, si profila di contro in modo assai netto il rapido coalizzarsi delle forze signorili nella comune ostilità al potere papale21. Tali forze si dotarono ben presto, nel periodo immediatamente successivo al trasferimento della sede del papato ad Avignone, di un organismo di coordinamento regionale: dapprima la “Lega delle Comunanze” e poi, con intese ancora più vaste, la “Lega degli Amici della Marca”22, la cui carica di capitano venne affidata, a partire dal gennaio 1315, durante una riunione dei consiglieri della Lega ad un parlamento tenuto a Cingoli, al conte Federico di Montefeltro, ormai indiscusso leader politico e militare nella regione. Si consolida così una solidarietà fra famiglie signorili destinata a mantenersi salda negli anni successivi e ad avere come punti di riferimento i Montefeltro, i Gozzolini di Osimo, i Percivalli e gli Alemanni di Recanati23, i Chiavelli di Fabriano, i Simonetti

I due fratelli Lippaccio ed Andrea Guzzolini da Osimo, Osimo 1873 (con utile appendice documentaria): la prima occupazione in armi della città avvenne nel 1316, all’indomani della quale i Gozzolini cacciarono i rappresentanti papali e imprigionarono il vescovo Giovanni, fatti che si apprendono dai testi delle sentenze successive del 1318 sopra citate. 20 Sulla diffusione del termine ‘tiranno’ nel lessico politico trecentesco, cfr. D. Quaglioni, Politica e diritto nel Trecento italiano. Il De tyranno di Bartolo da Sassoferrato (1314-1357), con l’edizione critica dei trattati De Guelphis et Gebellinis, De regimine civitatis e De tyranno, Olschki, Firenze 1983, pp. 64-71; per una verifica nella documentazione marchigiana, F. Pirani, L’inchiesta legatizia del 1341 sulle condizioni politiche della Marca, in Istituzioni e società nelle Marche (secc. XIV-XV), Ancona 2000, «Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», 103 (1998), pp. 199-228 e P. L. Falaschi, Intorno al vicariato apostolico “in temporalibus”, ibid., pp. 157-197. 21 Per un profilo sintetico dell’affermazione delle dominazioni signorili nel Trecento marchigiano, cfr. J. C. Maire Vigueur, Comuni e signorie in Umbria, Marche e Lazio, Torino 1988, pp. 175-226 e più recentemente V. Villani, Origine e sviluppo delle autonomie comunali marchigiane, in Istituzioni e statuti comunali nella Marca d’Ancona. Dalle origini alla maturità (secoli XI-XIV), I. Il quadro generale, a cura di V. Villani, Ancona 2005, pp. 41-216: 187-216. 22 Sui principali avvenimenti militari di questo periodo e sul ruolo della Lega degli Amici della Marca, cfr. V. Villani, Comuni e signorie nel medioevo marchigiano. I signori di Buscareto, Ancona 1992, pp. 121-169. 23 Fra i ribelli marchigiani i Recanatesi costituiscono una categoria peculiare: mentre tutti gli altri si possono definire de facto signori cittadini, impadronitisi quasi sempre del potere attraverso un’azione armata, le fonti non chiariscono il ruolo assunto dalle famiglie recanatesi ribelli all’interno della loro città. Si può ipotizzare verosimilmente che esse costituirono un’alleanza in funzione di sostegno delle forze ostili al papato nella regione e soprattutto dei fratelli Gozzolini di Osimo, con i quali agiscono costantemente in stretta connessione. Recanati inoltre diede ospitalità a fuoriusciti ghibellini anconetani, come ad esempio a Tarabotto de’ Tarabotti, funzionario di orientamento politico antipapale investi-


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di Jesi, i Mainetti di Cingoli, i Brunforte e molti altri gruppi parentali minori. Tale solidarietà costituiva senza dubbio un elemento di novità rispetto ai tempi precedenti, segnati dalla fluidità e perfino dalla labilità delle alleanze nei frequenti scontri per l’egemonia fra papato e impero. Per la prima volta il papato si trovava nella Marca a dover sostenere gli urti di un fronte compatto, sostenuto a sua volta da una vasta rete di alleanze ostili al papato, facente capo in Italia centrale ai Tarlati di Arezzo, a Castruccio degli Intelminelli signore di Lucca, Pisa e Pistoia, ad importanti città umbre, prima fra le quali Spoleto24. Può dunque essere ritenuta ancora valida la lettura complessiva di questo periodo data da Gino Franceschini alla metà del secolo scorso, che ravvisava nell’attivismo politico-militare della coalizione antipapale «il criterio più idoneo ad una valida comprensione e interpretazione» dei fenomeni storici marchigiani del primo Trecento25. Del resto, tale interpretazione è stata accolta anche negli studi più recenti: Virginio Villani ha infatti posto l’accento sulla stabilizzazione delle forze in campo nella comune avversione e lotta al potere papale, dotate di un carattere di «chiara eversione politica»26, mentre Pier Luigi Falaschi ha rimarcato come in quegli anni «si consumò il più grosso e deciso tentativo di abbattimento del dominio temporale della Chiesa sulla regione»27. Nel segno di tale tradizione storiografica, resta tuttavia ancora da chiarire con quale accezione il fronte ostile al potere papale possa dirsi animato da spirito di “ghibellinismo”. Se si assume come dato di partenza la nota definizione etimologica offerta alla metà del secolo da Bartolo da Sassoferrato nel suo celebre Tractatus eponimo, secondo cui possono dirsi ghibellini coloro che confidano «in fortitudine temporale, scilicet militum et armorum»28, è fin troppo evidente come essa possa riflettere l’uso spregiudicato della violenza da parte della coalizione marchigiana ostile al papato. Se poi si volesse indagare in modo più circostanziato quale fosse il

to di particolari uffici da parte di Ludovico il Bavaro a Spalato (Natalucci, Lotte di parte cit., p. 95): non si può escludere dunque che i Recanatesi accusati, difficilmente identificabili nelle fonti, fossero in parte esponenti di famiglie cittadine (Percevalli, Alemanni) e in parte fuoriusciti di altre città marchigiane. 24 Per un quadro geo-politico della situazione in Italia in questi anni, cfr. D. Quaglioni, Papato avignonese e problemi politici, in La crisi del Trecento e il papato avignonese (12741378), a cura di D. Quaglioni, Milano 1994 (Storia della Chiesa, 11), pp. 311-63. 25 Franceschini, La situazione politica cit., p. 20: l’a. fonda tale ipotesi sul maggior grado di intraprendenza politica accordato alla fazione ghibellina. 26 V. Villani, Comuni e signorie cit., p. 53. 27 Falaschi, Società ed istituzioni cit., p. 109. 28 Quaglioni, Politica e diritto cit., pp. 132-33.


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grado di consapevolezza del sistema nei ceti egemoni delle città della Marca, risulterebbe proficua la lettura di alcune delle deposizione rese nel 1341 ad un’indagine conoscitiva sulla situazione politica regionale istruita dal rettore della Marca Jean Delpérier. In una di esse, ad esempio, i signori di Camerino, Gentile e Giovanni da Varano, dopo aver chiarito l’interpretatio per ethymologiam dei termini, del resto poco originale in quanto assai diffusa nella trattatistica coeva, secondo cui i guelfi corrisponderebbero alla pars Ecclesie, mentre i ghibellini a quella dell’Impero, affermano che la causa di tutte le violenze nella provincia risiedeva nella protervia dei ghibellini, animati unicamente dal desiderio di nuocere alla Chiesa, mentre, a loro parere, i guelfi erano mossi dall’intento di rafforzarne la fedeltà29. In questi termini credo dunque che si possa accettare la proposta della storiografia marchigiana di definire complessivamente “ghibellino” l’intero primo trentennio di storia politica della Marca del XIV secolo30. E’ proprio a cominciare dal terzo decennio del Trecento che emerge nelle fonti locali il diffondersi dei termini guelfo e ghibellino, evidente perfino nella toponomastica, come dimostra ad esempio l’evoluzione del nome di Morro Panicale, un centro fortificato del contado jesino, in Castel Gibellino31. Tuttavia occorre osservare che il saldarsi degli interessi regionali della lega ghibellina con la causa imperiale si precisò soltanto dopo la discesa in Italia di Ludovico il Bavaro e le sue pur effimere speranze di restaurazione del potere imperiale anche nella Marca. Se si volesse tentare di fissare una periodizzazione del ribellismo marchigiano del primo Trecento, si potrebbe affermare in modo un po’ schematico che fino al 1325 esso si definì esclusivamente per l’uso privilegiato della violenza come mezzo per abbattere il potere papale e conseguire progetti di egemonia locale da parte dei signori; solo negli anni 1326-28 tali fattori si associano ad una patto di fedeltà all’imperatore. Nel novembre 1326, ad esempio, in una lettera inviata a Mercennario di Monteverde, capitano della lega ghibellina in quegli anni, l’imperatore definiva quest’ultimo con l’appellativo di propugnaculum imperii32, invitandolo a non trattare con i nemici. Qualche anno dopo, si assiste ad un concreto tentativo di governo dei rappresentanti dell’impera-

29 Per l’edizione del testo in forma ipertestuale cfr. F. Pirani, Informatio status Marchie Anconitane. Una inchiesta politica del 1341 nelle terre dello Stato della Chiesa, «Reti Medievali - Rivista», 5.2 (2004) (www.retimedievali.it). 30 Ad esempio, V. Villani, Comuni e signorie cit., p. 49, dà il titolo di “trentennio ghibellino (1300-1330)” all’intero periodo indicato. 31 Ibid., p. 52. 32 Ibid., p. 102-3; sul ruolo di Mercennario di Monteverde in questa fase degli scontri, cfr. quanto si dirà più oltre nel testo.


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tore sulla regione, come dimostra l’indizione di parlamenti tenuti fra 1328 e 1329 in diverse città alla presenza di un rappresentante del potere imperiale nella Marca, Giovanni di Chiarmonte, conte di Mohac, direttamente nominato da Ludovico il Bavaro33. Eretici, idolatri, demonolatri

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Incapace di arginare l’urto della coalizione ghibellina e indisponibile ad ogni forma di rapporto negoziale, agli inizi degli anni Venti del Trecento, il papato avignonese decise di giocare la carta decisiva del processo ereticale a carico dei capi della fazione avversaria. Tale scelta ben si inserisce nel processo di «frequente mutamento degli orientamenti operatativi» che Augusto Vasina ha indicato come elemento distintivo del papato avignonese, «nella ricerca spesso affannosa di strumenti idonei a controllare il rinnovarsi ed aggravarsi delle situazioni di emergenza»34. E’ a partire dal 1319 che Giovanni XXII lanciò ai ribelli un’offensiva senza precedenti sul piano delle sanzioni spirituali: nell’agosto di quell’anno infatti promulgò una nuova costituzione con cui intendeva tutelare gli ufficiali dello Stato ecclesiastico, prevedendo la colpa dell’infamia e comminando punizioni spirituali contro chi avesse osato attentare alla loro persona35. Nel mese successivo il papa decideva inoltre di destinare parte delle rendite per la Terrasanta alla lotta contro i ribelli marchigiani36. L’utilizzo non sempre trasparente delle entrate fiscali, i dissidi attestati nella documentazione coeva fra le cariche al vertice dell’amministrazione provinciale, i casi di malversazione indussero probabilmente il papa a considerare il ricorso all’apparato inquisitoriale come una risorsa per il controllo dello Stato. Forte di queste premesse, all’inizio dell’anno 1320 vennero avviati i processi per eresia a carico dei ribelli recanatesi e dei fratelli Gozzolini. L’inizio dei processi è approntato ad un profondo rigore procedurale37:

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Ibid., pp. 103-5. A. Vasina, Il papato avignonese e il governo dello Stato della Chiesa, in Aux origines de l’État moderne. Le fonctionnement administratif de la papauté d’Avignon, Rome 1990 (Collection de l’Ecole Française de Rome, 138), pp. 135-50: 139. 35 La Costituzione Dierum crescente malitia, compresa fra le Extravagantes, è citata da Falaschi, Società e istituzioni cit., p. 111. 36 La lettera è elencata fra quelle inviate dal papa ad partes Marchiae Anconitanae nel registro camerale edito in appendice a Bock, I processi di Giovanni XXII cit., p. 55. 37 Sulla ricostruzione delle fasi inquisitoriali si rimanda a Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., pp. 85-87.


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l’inquisitore designato, il francescano Lorenzo da Mondaino, dichiarando di agire sulla base della pubblica fama, invita il 27 febbraio gli ordinari diocesani a partecipare all’escussione del testimoni. Sia il vescovo di Recanati Filippo che il vicario del presule osimano, Pietro di Gubbio, decidono però di delegare i loro poteri al frate minore, evitando immediatamente di esporsi in una vicenda giudiziaria forse troppo rischiosa per i vertici della chiesa locale. L’inquisitore ingiunge quindi agli accusati di recarsi a Camerino per discolparsi delle accuse rivolte il 20 marzo, giorno fissato per l’udienza, garantendo loro un salvacondotto. Questi ultimi non si presentarono e vennero prontamente condannati in contumacia38. I capi d’accusa, che sono noti attraverso gli atti della fase istruttoria dei processi contro i Recanatesi conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano39, erano fissati in nove punti, in realtà assai poco originali ed esemplati sulle più comuni imputazioni attestate in tanti dei processi ereticali coevi. Si contestava infatti agli imputati: di aver confezionato due idoli, uno in forma di prelato e un altro di guerriero armato, e di costringere il popolo ad adorarli; di gravi intemperanze verbali e di affermazioni inaccettabili sulla mortalità dell’anima; infine di essere animati da un profondo spirito antiecclesiastico che condusse i ribelli a bruciare l’effigie del vescovo, ad uccidere membri del clero e ad invocare la potenza del demonio contro la Chiesa romana40. I testimoni convocati ed escussi nel convento dei minori di Macerata il 24 marzo – quattordici in tutto, un numero davvero esiguo se paragonato a quello dei testimoni dei processi per eresia celebrati negli stessi anni a carico degli Este e dei Visconti – non fecero altro che accreditare le accuse, a volte colorendole di sapidi aneddoti. A detta di magister Giovanni Tornambene, ad esempio, l’accusato Aioletto avrebbe costretto un frate predicatore di San Severino a baciare un anello in cui era scolpita la figura di un’aquila (ingenua idolatria o consapevole allusione alla potestà imperiale?), sicuro che ciò avrebbe potuto fornirgli un aiuto più valido di quello dato da Dio41.

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Sul valore della contumacia come lesione della funzione giudicante dell’autorità e non tanto come semplice ammissione di colpevolezza, cfr. il saggio di Mario Conetti in questo volume. 39 L’edizione non integrale degli atti data da Mariano d’Alatri, riportando in parte nell’apparato delle note al testo ampi stralci di deposizioni e ricostruendo in appendice in modo tematico la materia attraverso regesti riordinati cronologicamente, lascia ancora aperte alcune questioni interpretative sullo svolgimento dei processi. 40 Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., pp. 86-89. 41 Ibid., p. 88, n. 35. Le accuse rivolte dai testimoni, in gran parte chierici, agli accusati rappresentano una vasto repertorio di topoi ereticali ed antiecclesiastici: fra questi ultimi


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I Recanatesi non mancarono di organizzare rapidamente la loro difesa processuale, affidata ad un magister spoletino, Pietro, il quale, all’inizio di aprile, cercò di giustificare l’assenza dei suoi patrocinati all’udienza di Camerino, adducendo come motivo la scarsa sicurezza del luogo fissato42. La contestazione del procuratore tuttavia non venne accolta da frate Lorenzo, intento a concludere in modo perentorio e più rapido possibile i processi, se così si può interpretare la volontà espressa ai suoi notai il 26 aprile di raccogliere tutti gli atti e trasmetterli ad Avignone43. Tanta fretta poteva destare però qualche sospetto: è a questo punto che si colloca l’eclatante episodio della rimozione di fra Lorenzo dal suo ufficio da parte del ministro provinciale dell’Ordine: l’episodio, che non è possibile datare con precisione, ci è noto dalla reazione irritata del papa, il quale alla fine di agosto, subito dopo averne appreso la notizia, biasimava in una lettera l’intervento del provinciale, reintegrando prontamente il frate di Mondaino nella sua funzione inquisitoriale44. L’ingerenza del ministro, che lascia incontestabilmente emergere motivi di frizione fra la gerarchia dei minori e il papato, è stata interpretata dagli studiosi in diversi modi: la più suggestiva ipotesi è sicuramente quella di Bock, secondo cui la rimozione rappresenterebbe un gesto di diniego da parte dei vertici dei Minori della provincia picena ad un uso tanto spregiudicato dello strumento inquisitoriale; Mariano d’Alatri ipotizza invece una reazione indotta dalle minacce degli imputati; nella lettura di Franceschini, infine, la provenienza territoriale dell’inquisitore da Mondaino, centro soggetto ai Malatesta, storici nemici di Federico di Montefeltro, contro cui si stava celebrando uno dei processi, avrebbe dato luogo ad un conflitto d’interessi45. Nell’immediato i processi inquisitoriali registrarono una breve battuta

si segnala il convincimento degli accusati che tutti i mali del mondo provenissero dalla gerarchia ecclesiastica e dal papa, con il corollario che uccidere un ecclesiastico non potesse costituire peccato: proprio a dimostrazione di ciò era stata bruciata pubblicamente l’effigie del vescovo. Si noti la consonanza di queste accuse con quelle mosse da Guglielmo di Nogaret del processo post mortem contro Bonifacio VIII, su cui cfr. A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Torino 2003, pp. 324-38. 42 Ibid., p. 101 (doc. 27). Analoga difesa è posta in atto dai Gozzolini, come emerge attraverso una lettera del 24 agosto 1319 riportata da Cecconi, I due fratelli cit., pp. 63-64 (doc. 5). 43 Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., p. 103, doc. 32. 44 Ibid., p. 91, e Gattucci, Giovanni XXII cit., pp. 157-58. 45 Le posizioni storiografiche citate sono confrontate criticamente in Gattucci, Giovanni XXII cit., p. 158; per i rispettivi riferimenti: Bock, I processi di Giovanni XXII cit., p. 39; Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., p. 91; G. Franceschini, I Montefeltro, Milano 1970, p. 208.


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d’arresto. Mentre questi erano ancora in corso, furono emanate dal papa varie sentenze civili contro i ribelli marchigiani: particolarmente aspra quella pronunciata il 1° ottobre contro i Guzzolini46, che ricalca e amplifica il tono della sentenza espressa dal rettore della Marca due anni prima: nell’elenco degli excessus nefarii et atroces di cui i tiranni si erano resi colpevoli, tuttavia, non emerge mai l’accusa di eresia. Si può dunque dedurre che la strategia politica adottata dal pontefice per abbattere i propri nemici non intendeva concentrare tutte le energie sul terreno inquisitoriale, bensì tentava di utilizzare senza riserve ogni risorsa autoritativa, sia civile che spirituale, di cui la monarchia papale poteva disporre. Così alla fine di quel tormentato 1320, Recanati fu privata della sede episcopale, trasferita a Macerata, centro di residenza dei rettori cui mancava soltanto il titolo di civitas per divenire il vero e proprio capoluogo amministrativo della provincia della Marca di Ancona47. Nel corso del 1321, come risulta da testimonianze indirette, dovettero concludersi i processi di fra Lorenzo: la sentenza contro i Guzzolini fu emanata il 16 gennaio48, mentre quelle per Federico di Montefeltro e i Recanatesi probabilmente qualche tempo più tardi, come risulta da un atto del 21 ottobre che definisce Federico hereticus manifestus et hydolatra49; una lettera inviata il 25 ottobre dal papa al comune di Foligno attesta che il conte di Montefeltro era già stato consegnato al braccio secolare e i suoi beni confiscati50. L’iter processuale poteva dirsi pertanto concluso. 46 I documenti dei pontefici cit., pp. 64-70 (doc. 28): il testo insiste sulle conseguenze giuridiche della condanna per i condannati, sottoposti alla perpetua infamia. 47 La bolla del 18 novembre 1320 di erezione della diocesi di Macerata e di privazione della sede episcopale di Recanati è edita in Vogel, De ecclesiis Recanatensi et Lauretana cit., pp. 83-89 (doc. 40); sulle conseguenze del trasferimento della sede episcopale a Macerata per quest’ultima città, cfr. Ph. Jansen, Démographie et société dans les Marches à la fin du moyen âge. Macerata aux XIVe et XVe siècles, Rome 2001 (Collection de l’École française de Rome, 279), pp. 74-78. 48 Lo si apprende dalla revisione del processo, di cui si parlerà più avanti nel testo: P. Jocco, Il caso giudiziario di un inquisitore inquisito: fr. Lorenzo d’Ancona (OFM), «Picenum Seraphicum», 22-23 (2003-2004), pp. 11-65: 12. 49 Il testo delle sentenze è perduto: sappiamo con certezza soltanto che esse vennero approvate con la bolla Sponsi celestis dell’8 dicembre, come rilevano Gattucci, Giovanni XXII cit., p. 159 e Bock, I processi di Giovanni XXII cit., p. 41. 50 Franceschini, Documenti e regesti cit., doc. 112, pp. 128-30: «inquisitor […] reperta super eisdem criminibus veritate dictum Fredericum de prudentim tam prelatorum ac religiosorum quam aliorum peritorum consilio declaravit et declarando decrevit et pronuntiavit dictis criminibus irretitum ipsumque tamquam hereticum et ydolatram condempnavit et esse velut talem excommunicationis vinculo innodatum mandans cum eum ab omnibus artius evitari et tamquam hereticum curie seculari relinquens animadversione debita puniendum omnia ipsius bona eiusdem Ecclesie Romane Curie salvis aliorum iuribus confiscavit diversis aliis penis eidem inflictis», cit. anche in Gattucci, Giovanni XXII cit., p. 159.


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Dall’indizione della crociata all’eliminazione dell’avversario

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È a questo punto che la strategia papale pone in atto una tappa complementare alla celebrazione dei processi e non meno decisiva per il successo politico: quella della pubblicazione degli atti e soprattutto della loro divulgazione non solo su scala locale, ma fino ai più remoti confini della cristianità occidentale. Consapevole del fatto che l’attività militare dei ribelli, che continuava senza sosta, non poteva essere debellata soltanto con la pronuncia di sentenze, peraltro di difficile esecuzione, il papa decise di ricorrere allo strumento più incisivo fino ad allora impiegato dalla teocrazia papale per abbattere le resistenze dei nemici del papato: l’indizione della crociata. Pertanto, l’8 dicembre 1321, con la bolla Exurgat Deus51, Giovanni XXII bandiva la guerra santa contro gli eretici condannati (Federico di Montefeltro, i Guzzolini, i Recanatesi) e le città di Urbino, Osimo, Recanati e Spoleto, concedendo le indulgenze previste per la crux transmarina sia a chi avesse militato sotto il vessillo della Chiesa sia a chi avesse sostenuto finanziariamente l’operazione. Il papa ordinava quindi di predicare la crociata non soltanto in Italia, da Aquileia alla Sicilia, ma anche nella regione compresa fra la Mosella e il Reno, da Colonia a Brema, da Magonza a Magdeburgo, Treviri e Salisburgo52. Giovanni Villani attesta a tale proposito che la crociata fu predicata «in Toscana e in più parti d’Italia, perdonando colpa e pena chi andasse o mandasse in servigio di santa chiesa. Più crociati v’andarono di Firenze e di Siena e di più altre cittadi»53. Un anno più tardi, nel dicembre 1322, il papa trasmetteva con la bolla Sponsi celestis al patriarca di Aquileia e a tutti i vescovi delle terre dello Stato della Chiesa le sentenze di eresia emesse da frate Lorenzo da Mondaino, accordando nuovamente a coloro che in quell’anno avevano offerto sostegno nell’attività militare contro i ribelli il perdono dai peccati concesso ai pellegrini in Terrasanta54. Lo scontro si era infatti allargato a tutta l’Italia centrale, investendo in

51 Il testo della bolla è edito in Cecconi, I due fratelli cit., pp. 71-77 (doc. 8): in esso vengono elencati tutti i crimini commessi dai Gozzolini: l’occupazione di Offagna, l’imprigionamento del vescovo di Osimo, l’ostacolo posto all’attività del rettore, che invano aveva scagliato la scomunica e l’interdetto, l’appartenenza ad una confraternita intitolata alla Beata Vergine che sub illius colores era tesa ad ordire in realtà trame contro la Chiesa, il processo per eresia e la sentenza di Lorenzo da Mondaino, la consegna al braccio secolare e la confisca dei beni, la demolizione dell’edificio in cui era conservato l’idolo. 52 Gattucci, Giovanni XXII cit., pp. 164-65. 53 G. Villani, Nuova Cronica, ed. critica a cura di G. Porta, Parma 1991, lib. X, 161. 54 Franceschini, Documenti e regesti cit., pp. 121-23 (doc. 110).


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Toscana e Romagna le forze filopapali capitanate dalle città di Firenze e Ravenna, contro i principali esponenti del ghibellinismo: Castruccio degli Intelminelli, Guido Tarlati, Federico di Montefeltro, i Gozzolini. In questa fase anche i vescovi di Fano, Giacomo, e di Cagli, Pietro, vennero accusati di eresia per aver fornito aiuto ai ribelli e quindi imprigionati55. Il papa dichiarava dunque una guerra senza esclusione di colpi al ghibellinismo, non senza il rischio di estendere i confini dello scontro anziché circoscriverli. Se si considera tale scelta politica alla luce delle diverse strategie di consolidamento dell’autorità pontificia nello Stato della Chiesa durante il Trecento, si osserva che la linea di condotta adottata da Jacques Duèse fu senza dubbio la più risoluta e autoritaria del secolo. Se si volesse poi misurare l’efficacia di tale scelta nel processo di costruzione dello Stato, si potrebbe facilmente notare come, di fronte al ricorso e alla messa in atto di tutte le risorse autoritative, civili e spirituali, da parte del papa, i risultati furono tutto sommato modesti, soprattutto se confrontati con quelli raggiunti nei decenni successivi attraverso una condotta politica di segno opposto, tesa cioè ad evitare lo scontro frontale e a costruire forme accettabili di convivenza con i signori cittadini56. E’ lecito dunque chiedersi se durante il pontificato di Giovanni XXII il ribellismo sia stato capace di imperversare nella Marca non grazie ad una forza di coesione endemica o se sia stato in un certo senso corroborato proprio dall’ostilità papale e dal rifiuto di ogni mediazione da parte delle autorità dello Stato della Chiesa. Se dunque l’esito dei processi inquisitoriali non produsse una svolta significativa nella lotta contro i tiranni marchigiani, fu la morte cruenta di Federico di Montefeltro a sortire nell’immediato tale effetto. Gattucci ha dimostrato in modo convincente come l’azione pontificia, esperiti ormai tutti i restanti mezzi, avesse fatto ricorso ad una extrema ratio: l’eliminazione fisica dell’avversario57. In una lettera dell’ottobre 1325, su cui lo studioso ha riportato l’attenzione, Giovanni XXII assolveva il sacerdote proven-

55 Le notizie su questo processo per eresia sono scarse: da una lettera papale dell’agosto 1326 in cui affida gli atti a frate Giovanni di Ancona, sappiamo che fu frate Lorenzo da Mondaino ad aver istruito il processo (Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., p. 105, doc. 34), mentre due lettere papali del gennaio 1322 attestano che i due presuli erano stati rimossi dai loro uffici e imprigionati in attesa di giudizio in quanto accusati di aver aiutato Federico di Montefeltro e i suoi seguaci (Franceschini, Documenti e regesti cit., pp. 134-36, docc. 120-121). 56 Questo atteggiamento, com’è noto, sarà particolarmente evidente verso la metà secolo attraverso l’attività legatizia dell’Albornoz e poco più tardi attraverso l’adozione dell’istituto del vicariato in temporalibus: cfr. Falaschi, Intorno al vicariato cit. 57 Gattucci, Giovanni XXII cit., pp. 166-69.


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zale Guglielmo Fulcosio, suo fiduciario, dai numerosi crimini commessi nella Marca, fra i quali è esplicitamente annoverato l’invito proditorio da questi rivolto al conte urbinate per indurlo ad uscire dal suo palazzo e farlo cadere facile preda della vendetta del popolo, sobillato ed eccitato ad arte58. Ad ordire la trama avevano preso parte anche i Malatesta e il vescovo di Rimini, Francesco Silvestri, cui il papa inviò una lettera gratulatoria nell’ottobre 1322, qualche mese dopo l’eccidio di Urbino, perpetrato nell’aprile dello stesso anno59. Nel ricorso al tirannicidio si può dunque leggere l’ultima tappa del progetto papale teso ad estirpare i ribelli marchigiani senza esclusione di colpi. Tale politica ebbe come conseguenza quella di approfondire il solco fra le forze favorevoli e quelle ostili all’autorità pontificia: mai come durante il pontificato di Giovanni XXII gli schieramenti, fino ad allora abbastanza fluidi, furono definiti in modo tanto netto e stabile.

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Divulgare le condanne di eresia, diffondere modelli di santità

Negli anni 1324-25 la cristallizzazione degli schieramenti sembra raggiungere l’acme. Dopo la momentanea débacle seguita all’uccisione del conte di Montefeltro60, le forze ghibelline si rinsaldarono nuovamente grazie all’adesione di nuove forze al sistema di alleanze: la terra di Fabriano e la città di Fermo. Nella città appenninica, de facto posta sotto l’autorità di Alberghetto Chiavelli, avevano trovato rifugio i Gozzolini e alcuni degli

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73.

La lettera, contenuta nei Registra Avenionensia, è edita ibid., Appendice 1, pp. 169-

59 Ibid., pp. 167-68. La personalità di Francesco Silvestri, proveniente dalle file dell’aristo-

crazia guelfa di Cingoli, ebbe un ruolo di primo piano in tutta la vicenda inquisitoriale: a lui era stato affidato nell’aprile del 1320, in qualità di vescovo di Senigallia, il compito di recare ad Avignone il rotolo con gli atti processuali di frate Lorenzo da Mondaino contro i recanatesi (Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., p. 91) ed è di fronte a lui, in qualità di legato pontificio e vescovo di Firenze, che nel dicembre 1328 si presentarono i superstiti recanatesi già condannati di eresia per abiurare ai propri errori contro la fede ed ottenere l’assoluzione, promettendo di tenersi lontani dalle trame del Gozzolini (ibid., p. 104). All’inizio dell’anno seguente Giovanni XXII volle congratularsi anche con le istituzioni cittadine di Urbino per aver espulso Nolfo, figlio di Federico di Montefeltro, che aveva messo in atto un tentativo di ribellione della città (Franceschini, Documenti e regesti cit., pp. 139-40, doc. 128). 60 Nel maggio 1322 le città di Osimo e di Recanati, prive della guida di Federico, tornarono per alcuni mesi all’obbedienza della Chiesa, come attesta anche Giovanni Villani: in particolare Amelio di Lautrec «dicendo che in Racanata s’adoravano l’idoli, la città senza misericordia fece ardere tutta e apresso i muri diroccare infino a’ fondamenti; e ciò fu a’ dì XV di maggio MCCCXXII, la quale fu tenuta grande crudeltà, overo fu sentenzia d’Iddio per gli loro peccati» (G. Villani, Nuova Cronica cit., lib. X, 143).


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idolatri recanatesi condannati, ai quali era stato accordato pieno sostegno sia dal comune che da membri dell’alto clero61; la città di Fermo, controllata da Mercennario di Monteverde, aveva occupato nello stesso periodo numerosi centri minori del Piceno immediate subiecti all’autorità papale62. Così Giovanni XXII tornò all’offensiva e, dopo aver esortato nell’aprile 1323 le città filopapali della Marca alla lotta contro i fermani e i fabrianesi, definiti nemici della Chiesa63, fece ricorso all’ormai consueto strumento processuale: nell’aprile 1324 le sentenze erano già state pronunciate e con la bolla Urget nos il papa ne ordinava la pubblicazione64. Il testo della bolla

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61 Sull’instaurazione della signoria dei Chiavelli a Fabriano e sul costante atteggiamento antipapale della famiglia, cfr. V. Villani, Il protagonismo ghibellino e il ruolo dei Chiavelli a Fabriano e a Rocca Contrada fra XIII e XIV secolo, in Il Trecento a Fabriano. Ambiente, società, istituzioni, a cura di G. Castagnari, Fabriano 2002, pp. 167-231, e lo studio, seppur datato, ricco di fonti archivistiche di Sassi, La partecipazione di Fabriano cit.. Secondo Giovanni Villani fu sotto la spinta di Lippaccio Gozzolini, «ribello de la Chiesa», e grazie al sostegno dei fermani, che Fabriano passò dalla parte antipapale (G. Villani, Nuova Cronica cit., lib. X, 162), in realtà la terra era stata colpita già dal marzo 1320 dall’interdetto papale a causa del sostegno offerto ai ribelli (Sassi, La partecipazione di Fabriano cit., doc. 1). Fra l’ottobre 1323 e il febbraio 1324 i Gozzolini sono documentati a Fabriano (ibid., p. 68), mentre una riformanza comunale del 17 novembre 1323 attesta inoltre la presenza a Fabriano dei recanatesi Aioletto, Bernardo e Zanolo, già condannato per eresia, cui è concesso un sostegno finanziario di 30 lire (ibid., doc. 8). 62 Sull’ascesa di Mercennario di Monteverde, cfr. V. Licitra, Mercennario di Monteverde e le signorie marchigiane, in Miscellanea di studi marchigiani in onore di Febo Allevi, a cura di G. Paci, Agugliano 1987 (Pubblicazioni della Facoltà di Lettere e Filosofia, 36, “Studi”, 3), pp. 181-217 e L. Tomei, La piazza del popolo tra romanità, medioevo e rinascimento, in Fermo. La città tra medioevo e rinascimento, Cinisello Balsamo 1989, pp. 91144: 110-14. I Monteverde erano strettamente legati, per la comune ascendenza, ai signori di Mogliano, di Falerone e di Brunforte; Mercennario iniziò nel 1318 la sua intensa attività militare all’interno della lega ghibellina della Marca, impegnato insieme al fratello Baccalario; in stretto collegamento con i Simonetti di Jesi compì varie cavalcate in una vasta area fra l’Esino e il Chienti: nel 1318 assalì Macerata, sede della curia rettorale, occupò e saccheggiò vari centri minori; negli anni Venti, proseguì l’attività militare, in contatto con i Chiavelli fabrianesi e i Gozzolini osimani, strinse anche significativi legami con i Tarlati di Arezzo, acquistando una posizione di rilevo nella compagine ghibellina marchigiana (cfr. anche V. Villani, Signori e comuni cit. pp. 70-73, 102-103, 114-117, 127-130). 63 La lettera, contenuta nei Registri Vaticani, venne inviata dal papa ad una trentina di città e terre della Marca, come attesta il regesto in U. Paoli, La documentazione dell’Archivio Segreto Vaticano sul Trecento fabrianese, in Il Trecento a Fabriano cit., pp. 87-152: 107 (doc. 8). 64 Il testo della bolla Urget nos, datata 12 aprile 1324, è pubblicato integralmente ibid., pp. 133-45 (Appendice 2). Interessante notare la tradizione del testo: uno degli atti registrati, conservato negli Armaria dell’Archivio Segreto Vaticano, è cucito ad altre pergamene contenenti i processi di Giovanni XXII contro Ludovico il Bavaro, i figli di Matteo Visconti, gli ambasciatori del Bavaro in Lombardia, Guido Tarlati di Arezzo (cfr. l’introduzione critica all’edizione del testo, p. 133).


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ripercorre tutte le tappe dei processi fino ad allora celebrati, dedicando largo spazio agli antefatti: dalle condanne di Amelio di Lautrec contro i ribelli osimani, recanatesi e i conti di Montefeltro al processo per eresia di Lorenzo da Mondaino; dall’interdetto scagliato contro le città di Osimo, Recanati, Spoleto e Urbino all’indizione della crociata: è a questo punto che le istituzioni comunali di Fermo e Fabriano si macchiarono della colpa di aver fornito l’appoggio agli eretici e ribelli, proprio mentre gli Osimani facevano imprigionare il vescovo Berardo e la Lega, riorganizzatasi sotto l’egida di Speranza di Montefeltro, fratello del defunto Federico, aveva posto sotto assedio Macerata. Nella riscossa ghibellina i Fermani avevano occupato Montefiore e altri centri castrensi del contado ascolano, mentre i Fabrianesi avevano posto il loro presidio a Serra San Quirico, spettante pleno iure alla Chiesa. Per emendare queste gravi colpe e ritornare all’obbedienza pontificia il papa concedeva alle città di Fermo e di Fabriano il termine perentorio di due mesi. L’aspetto più significativo su cui insiste la bolla papale è sicuramente quello della fama. Nella premessa del testo si afferma che la notitia della ribellione dei Gozzolini, dei Recanatesi, nominativamente elencati, di Federico, condam dampnate memorie, e del fratello Speranza da Montefeltro, fra loro strettamente e perversamente legati65, aveva travalicato i confini della Marca di Ancona per diffondersi anche in remotioribus partibus della cristianità. La preoccupazione di una diffusione più ampia possibile delle sentenze di condanna sembra dunque costituire l’elemento predominante in questa fase: lo testimonia la pubblica lettura dei processi contro il Bavaro, i Visconti, le città di Fermo e di Fabriano, Guido Tarlati vescovo di Arezzo, ordinata dal papa e resa esecutiva dai rettori del Ducato di Spoleto e della Marca di Ancona66. A questo proposito l’attento spoglio delle fonti dell’Archivio Segreto Vaticano fatto da Ugo Paoli consente di 65

Per esprimere il legame fra i tre gruppi elencati viene impiegata l’espressione scritturale «facies quidem habentes diversas, sed caudas ad invicem colligatas» (cfr. Giudici 15, 4) usata da Gregorio IX nella condanna agli eretici catari, patari etc. pronunciata nel 1231 con l’Edictum “Excommunicamus”. È interessante notare come la stessa espressione venne impiegata in un senso completamente diverso nella deposizione resa dai rappresentanti della Curia rettorale nel 1341 ad un’indagine conoscitiva sulla situazione politica regionale istruita dal rettore della Marca Jean Delpérier: essi sostengono, infatti, senza far ricorso alle categorie di guelfi e ghibellini, che tutti i signori marchigiani, nonostante mostrassero «facies diversas, caudas habebant ad invicem colligatas» (Pirani, Informatio status Marchie Anconitane cit., XXXIII testis nell’edizione ipertestuale). 66 Paoli, La documentazione dell’Archivio Segreto Vaticano cit., p. 110, doc. 20: il papa ordina al rettore del Ducato di Spoleto di pubblicare i processi contro i Fermani e i Fabrianesi.


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rilevare l’ampia diffusione delle pubbliche letture dei processi eseguite nell’agosto 1324 entro i confini dello Stato della Chiesa: da Macerata, ove è il rettore in persona a curare la pubblicazione dei processi nel palazzo comunale e nella chiesa di S. Giovanni, a Tolentino, Camerino, Foligno, Montefalco, Bevagna, Nocera, Gualdo, Bettona, Sant’Elpidio, Jesi, Ascoli, Gubbio, Trevi, Sassoferrato, Spello, Montefiascone, Assisi, Corinaldo, Lugnano, Canino, Orvieto, Porchiano, Bolsena, Sutri, Civita Castellana, Gallese, Proceno, Viterbo67. Ma alla fine di agosto dello stesso anno anche il vescovo di Civitate, nella Capitanata, dichiara di aver ricevuto le lettere di Giovanni XXII con i processi di scomunica contro Ludovico il Bavaro e le città di Fermo e Fabriano da pubblicarsi nelle chiese del regno di Sicilia citra farum68. I processi venivano letti nelle chiese cattedrali dalle autorità religiose, oppure nelle piazze o davanti i pubblici palazzi da quelle civili. Ad Ascoli, ad esempio, le lettere papali non poterono essere lette nella solennità della liturgia festiva perché la città era stata colpita dall’interdetto e fu incaricato un frate predicatore a darne pubblica lettura nella chiesa cattedrale; contemporaneamente altri processi venivano pubblicati anche nei conventi dei Minori e degli Agostiniani69. Nell’ampia e capillare diffusione dei processi nei luoghi deputati alla fruizione della parola si può dunque ravvisare, sulla scorta delle recenti indagini di Sylvain Parent70, la volontà del

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Ibid., pp. 110-20 (docc. 22-54). Ibid., p. 110 (doc. 55); il regesto successivo attesta la pubblica lettura dei processi fatta nella cattedrale di Larino il 7 ottobre 1324. 69 Ibid., p. 115 (doc. 35). La città di Ascoli aveva militato in quegli anni nel partito filopapale, una scelta di campo dettata principalmente da ragioni geo-politiche: sia lo storico antagonismo con Fermo, tradizionalmente ghibellina, sia gli interessi di buon vicinato con il regno angioino di Napoli costituivano ottime ragioni per garantire la fedeltà al papato. Tuttavia, nonostante Giovanni XXII nel 1323 avesse riconosciuto alla città il diritto sul porto concesso molto tempo prima dall’imperatore Federico II, all’inizio dell’anno seguente scagliò l’interdetto su di essa per gli eccessi commessi dalle milizie ascolane nell’assalto di Fermo: cfr. A. De Santis, Ascoli nel Trecento, I (1300-1350), Rimini 1984. 70 Oltre al saggio contenuto in questo volume, cfr. S. Parent, Publication et publicité des procès à l’époque de Jean XXII (1316-1334): l’exemple des seigneurs gibelins italiens et de Louis de Bavière, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen-Âge», 119/1 (2007), pp. 93-134, ove si chiede se, considerata la scarsa efficacia giuridica dei processi in esame, non sia proprio la ‘pubblicizzazione’ la principale finalità perseguita (in questo caso con successo) dal papato. Per una verifica della diffusione della pubblica lettura dei processi in un’area territoriale ben definita, cfr. Id., L’impact de la justice pontificale dans la diocèse d’Uzes au temps de Jean XXII: la pubblication des procès contre les fils de Matteo Visconti et Louis de Bavière, in Les justices d’Église dans le Midi (XIè-XVè siècle), «Cahiers de Fanjeaux. Collection d’Histoire religieuse du Languedoc au Moyen Âge», 42 (2007), p. 287-316.


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papato di mettere in atto nuove forme di comunicazione politica, sperimentate attraverso la fusione di elementi tipici della tradizione politicogiudiziaria con altri di natura liturgica. Entro tale cornice culturale, i confini fra processo politico e propaganda religiosa si fanno assai labili, come dimostra anche, ad esempio, il tono di una lettera rivolta dal papa al doge di Venezia nel giugno 132471. Nel testo della missiva Giovanni XXII vietava ai veneziani di fornire aiuto finanziario (pecuniaria mutua) ai Fabrianesi e ai Fermani ribelli, rei di aver nominato come capo militare Speranza di Montefeltro, già condannato per eresia; al contempo mostrava la preoccupazione spirituale che essi potessero essere sedotti dalla proverbiale astuzia degli eretici (callidis et subdolis precibus), così da perdere la benevolenza papale. A Venezia, del resto, aveva trovato rifugio Carlo (Percevalli?), uno dei condannati recanatesi, dal momento che nello stesso anno il papa ingiungeva all’inquisitore minorita Bonagiunta da Padova di chiedere al doge l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti72. Negli stessi giorni, con la bolla Velut pecus morbidum, Gioavnni XXII ordinava a due nuovi inquisitori, i minori Giovanni d’Ancona e Servadeo da Penna S. Giovanni, di perseguire i fautori degli eretici già condannati dal defunto Lorenzo da Mondaino e di infliggere loro le pene spettanti per l’aiuto a fornito ai ribelli73. Il 1325 è l’anno di un altro grande processo che a prima vista può sembrare irrelato alla dimensione politica, ma che in realtà ne risulta profondamente implicato: si tratta del processo per la canonizzazione di Nicola da Tolentino, frate agostiniano defunto qualche anno prima, un processo che, secondo quanto ha suggerito André Vauchez, rappresentò «un momento importante nel processo di controllo e di riconquista spirituale delle Marche da parte della Chiesa» prima della “riconquista” albornoziana74. È

71 Franceschini, Documenti e regesti cit., pp.141-42 (doc. 132). 72 Natalucci, Lotte di parte cit., p. 136. 73 Il testo della bolla è edito in Vogel, De ecclesiis Recanatensi et Lauretana cit., 1, pp. 89-

90 (doc. 41); Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., pp. 103-4 (doc. 33); Franceschini, Documenti e regesti cit., pp.143-45 (doc. 135). Per alcune notizie biografiche sugli inquisitori citati, cfr. Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., p. 82: sia Giovanni di Ancona che Lorenzo da Mondaino vennero designati alla carica episcopale al termine della loro attività di inquisitori, a Senigallia nel 1328 il primo e a Ragusa nel 1322 il secondo, un anno prima della sua morte. La documentazione fabrianese attesta che nei primi mesi del 1324 furono scomunicati cinque ecclesiastici della città definiti complices atque sequaces hereticorum et ydolatrarum de Auximo et Recanato, citati a comparire dinanzi al rettore Amelio di Lautrec e all’inquisitore frate Giovanni di Ancona (Sassi, La partecipazione di Fabriano cit., doc. 10). 74 A. Vauchez, Il processo di canonizzazione di San Nicola da Tolentino quale fonte storica (Marche 1325), in San Nicola, Tolentino cit., pp. 45-54: 49.


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sufficiente osservare l’organizzazione del processo e i personaggi in esso coinvolti perché emerga una sua possibile chiave di lettura politica. Il processo di canonizzazione fu infatti istruito fin nei dettagli dal rettore della Marca, lo stesso Amelio di Lautrec che tanta parte aveva avuto nella lotta contro i tiranni ghibellini75 e si aprì alla presenza di Tano dei Baligani di Jesi, nella sua funzione militare di capitaneus fidelium Sancte Romane Ecclesie in provincia Marchie76. Fra i commissari designati ad esaminare la santità del frate troviamo Filippo, il vescovo di Recanati che dopo aver subito oltraggio dai suoi concittadini condannati come eretici, era stato nominato come primo presule di Macerata. Inoltre, il processo si svolse, durante l’estate del 1325, nei principali centri del guelfismo marchigiano: Tolentino, Camerino, San Ginesio, Cingoli. Se poi si prendono in esame i numerosi personaggi chiamati a deporre, 365 in tutto, si è di fronte ad una vera e propria parata dei più importanti esponenti dell’aristocrazia locale e dei funzionari fedeli all’alleanza fra papato e Angioini. Fra i primi troviamo i Da Varano di Camerino, gli Accorrimboni di Tolentino, i Cima di Cingoli, i Molucci di Macerata; fra i funzionari, invece, spicca la presenza del giurista Andrea d’Accursio, la cui carriera si era svolta prima in seno alle istituzioni comunali fiorentine e poi presso Roberto d’Angiò, dunque nei centri nevralgici del guelfismo italiano77. Non è un caso che proprio a molti di questi personaggi il papa avesse inviato appena un anno prima, nel febbraio 1324, un encomio per aver aderito alla lega costituita da Amelio di Lautrec per debellare gli Osimani, i Fermani e i Fabrianesi ribelli78. Pertanto, il processo di canonizzazione di san Nicola può essere interpretato come l’opposta faccia della medaglia rispetto a quella dei processi inquisitoriali, dal momento che i rapporti di antitesi non potevano essere più evi-

75 Sul ruolo di Amelio di Lautrec nell’istruzione del processo, cfr. Falaschi, Società e istituzioni cit., pp. 109-13. 76 Il processo per la canonizzazione di San Nicola da Tolentino, ed. critica a cura di N. Occhioni, Roma 1984, pp. 2-3: il processo fu avviato nel palazzo comunale di Macerata, residenza del rettore, sotto l’egida dello stesso e alla presenza di Tano dei Baligani di Jesi. Quest’ultimo, fiduciario del governo pontificio, fu investito nel 1320 da Giovanni XXII del governo di Jesi e di Senigallia e nominato capitano delle milizie ecclesiastiche; riuscì in breve tempo sia a conquistare un potere personale di tipo signorile nella città di Jesi che a concentrarvi il coordinamento dell’azione dei guelfi marchigiani (V. Villani, Comuni e signorie cit., pp. 56-60). 77 Per un profilo di questi personaggi, cfr. Falaschi, Società e istituzioni cit., pp. 119-22. 78 Paoli, La documentazione dell’Archivio Segreto Vaticano cit., p. 109 (doc. 16): l’encomio è rivolto, fra gli altri, a Malatestino di Pandolfo Malatesta, Pagnone Cima di Cingoli, Tano dei Baligani di Jesi e Accorrimbona da Tolentino.


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denti: da un lato santità cristiana vs perversione demoniaca, dall’altro fedeltà vs ribellione alla Chiesa79. Il tono di alcune deposizioni al processo di canonizzazione di san Nicola, in particolare, autorizza a considerare le due iniziative, pur di natura giuridica diversa, come concorrenti ad un medesimo fine. In una di esse Filippuccia, una monaca del monastero cistercense di S. Lucia a San Ginesio posseduta dal demonio, sarebbe stata vittima di inquietanti visioni nelle quali le sarebbero apparsi, oltre ad un numero infinito di topi e molti altri animali ripugnanti, addirittura Rinaldo di Brunforte80 e Giovanni di Venimbene di Ascoli81, storici leader del ghibellinismo, che a gran voce avrebbero invocato il demonio a venire loro in soccorso con un esercito di mille cavalieri armati82. Qui come nei processi agli eretici recanatesi, accusati di rivolgere al demonio le loro invocazioni per chiedere

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79 A questo proposito Falaschi, Società e istituzioni cit., p. 122 parla di «clima politico oltranzista in cui, fra l’altro si presume totale coincidenza fra scelta guelfa e scelta religiosa cristiana, fra scelte politiche del Papa e scelte ecclesiali, la demonizzazione non in senso figurato, ma in senso letterale, dell’avversario politico o del semplice non allineato». 80 Si tratta molto probabilmente di Rinaldo II di Brunforte (e non del padre Rinaldo I, capostipite della famiglia), il quale aveva ricoperto un ruolo di primo piano attorno al 1316-18 nella Lega degli Amici della Marca affianco ai fratelli osimani Guzzolini. I Brunforte, legati per ascendenza diretta ai signori da Mogliano, avevano creato una fragile signoria su alcuni centri castrensi nell’area appenninica compresi fra Sarnano, presso cui era il castello di Brunforte, e Amandola, ove dal 1315 al 1317 Mercennario di Monteverde, cugino di Rinaldo II, è documentato come podestà. La morte di Rinaldo II dovette avvenire attorno al 1320, data a partire dalla quale è documentata l’attività politica dei figli Napoleone e Federico (cfr. D. Pacini, I signori da Mogliano (secoli XIII-XIV), «Studi maceratesi», 23 (1987), pp. 291-383: 332-36). 81 Giovanni di Venimbene degli Abbamonti di Ascoli ebbe un ruolo di primo piano sulla scena politica cittadina fra la fine del Duecento e il 1321, anno della sua morte: nel 1306 svolse il ruolo di capo della fazione aristocratica cacciata dalla città in un atto di pacificazione, si impadronì quindi in armi di Ascoli nel 1318, stabilendovi un dominio di tipo personale per tre anni (cfr. G. Pinto, Ascoli e il suo territorio, in Istituzioni e statuti comunali nella Marca d’Ancona. Dalle origini alla maturità (secoli XI-XIV), II, 2: Le realtà territoriali, a cura di V. Villani, Ancona 2007, pp. 301-40: 333-34). 82 La visione non è riferita dalla protagonista ma da due diverse testimoni, una consorella, Francescuccia, figlia di magister Poeta, e Marthalonucia, moglie del nobile Vannuccio Appilliaterra di Tolentino, rispettivamente in Il processo per la canonizzazione cit., XXI testis, pp. 138-41: 140 e CXXII testis, pp. 322-26: 324; l’episodio è citato anche da Vauchez, Il processo di canonizzazione cit., p. 50 e commentato da Falaschi, Società e istituzioni cit., pp. 122-23, secondo cui «si può essere certi che questa sorta di canonizzazione alla rovescia non era stata realizzata né dalla stessa, né dai testimoni che danno la sensazione di credere alla realtà degli assalti diabolici e alla identificazione dei diavoli. Evidentemente in una certa tradizione popolare, alimentata da miti guelfi, la demonizzazione di Rinaldo era un fatto compiuto».


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aiuto prima delle battaglie83, identico appare il meccanismo di demonizzazione dell’avversario politico; un meccanismo che in quest’ultimo caso si nutre anche della damnatio memoriae, dal momento che i personaggi citati erano entrambi scomparsi da qualche anno84. A conferma delle profonde implicazioni fra promozione della santità e persecuzione dei nemici politici del papato accusati di eresia può essere citata l’inquisitio svolta a latere del processo contro i recanatesi da frate Lorenzo da Mondaino nel gennaio 1321, anno della morte di Giovanni di Venimbene di Ascoli e della sua signoria sulla città picena. Tale inchiesta aveva come obiettivo quello di dimostrare la colpevolezza di Muzio, figlio di Giovanni, che in qualità di podestà di Recanati avrebbe aderito al partito dei ribelli e fornito loro aiuto finanziario85. Anche in questo caso, si intese dare massima diffusione al procedimento in corso: un tubator avrebbe letto in lingua volgare a Macerata le lettere di citazione a comparire affinché il loro contenuto fosse chiaramente udito e compreso, mentre nel vicino centro castrense di Montolmo le lettere sarebbero state declamate dinanzi alla chiesa dopo aver congregato il popolo86.

83 Bock, I processi di Giovanni XXII cit., p. 37: secondo il sesto capo d’accusa rivolto ai ribelli recanatesi, Aioletto, nel febbraio 1319, mentre stava partendo per portare aiuti militari a Lippaccio Gozzolini, sarebbe stato salutato dalla moglie alla finestra con il segno della Croce, cosa che lo avrebbe fatto tornare sui suoi passi per minacciarla dicendo «quod semper in recessu suo recommendaret eum diabolo, qui dedit sibi victoriam, et non Christo crucifisso, qui non potuit iuvare se ipsum, non tantum quod possit iuvare me». 84 Gli statuti del popolo e della città di Ascoli del 1377, di ispirazione popolare, perpetuano la damnatio memoriae nei suoi confronti nel celebre passo del prologo in cui si afferma che il testo legislativo fu approvato «quella sera over nocte in ne la quale fo facta la novità in ne la ciptà d’Asculi» per insofferenza «de li tirandi et de li crudeli che segnoregiabano la ciptà», alludendo in realtà a due esperienze signorili lontane nel tempo, quella di Giovanni Venimbene (1318-1321) e quella di Galeotto Malatesta (1355): cfr. a proposito l’attenta disamina del passo proposta da G. Ortalli, Lo statuto tra funzione normativa e valore politico, in Gli statuti delle città: l’esempio di Ascoli nel secolo XIV, a cura di E. Menestò, Spoleto 1999, pp. 11-36: 13-15. 85 Archivio Segreto Vaticano, Instr. Misc., 736: si tratta di quattro pergamene cucite fra di loro contenenti atti di citazione a comparire all’inquisizione svolta da frate Lorenzo rivolti a Muzio e ai 28 membri del consiglio comunale di Recanati. Il 1° febbraio 1321 gli imputati sono invitati a presentarsi presso il convento dei frati minori di Macerata entro il termine inderogabile di 15 giorni: il frate inquisitore ammoniva inoltre i personaggi citati a comparire che non avrebbero potuto accampare come pretesto della loro mancata presentazione la frivola causa che il rettore Amelio aveva già emesso una sentenza contro la città di Recanati. Il 15 febbraio, constatata l’assenza degli uomini convocati, frate Lorenzo procede alla scomunica per contumacia e alla pronuncia dell’interdetto a danno della città. 86 Ibid.: le lettere, di cui è riportato il contenuto, vennero lette a Macerata il 1° febbraio e a Montolmo (l’odierna Corridonia) il 6 febbraio.


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La fase più accesa delle lotte militari, coincidente con la presenza dell’imperatore Ludovico il Bavaro in Italia87, segna un abbandono della strategia dei processi attuata dal papa negli anni precedenti. Dopo la fine dell’avventura italiana del Bavaro e la conseguente disgregazione della coalizione ghibellina, si apre nella Marca una nuova stagione politica, segnata da un ritorno a quella strategia di riabilitazione e reintegro dei ribelli. La città di Recanati fu la prima a ritornare all’obbedienza papale, fatto avvenuto nel dicembre 1328, grazie agli accordi stipulati separatamente fra i rappresentanti del comune e i Commissari apostolici designati dal papa, cioè il vescovo di Firenze Francesco Silvestri e il tesoriere provinciale e vicerettore Vitale Brost, e fra questi ultimi e gli eretici condannati88. L’atto contiene il testo dell’anatema che gli eretici dovettero pronunciare inginocchiati dinanzi ai due Commissari, in cui riconoscevano le colpe contenute nella sentenza di Lorenzo da Mondaino, fra cui quella di aver costruito un idolo e di averne fatto oggetto di adorazione, di aver bruciato pubblicamente l’effigie di paglia del vescovo, di essersi raccomandati al demonio prima delle battaglie; promettevano inoltre di recarsi ad limina Apostolorum entro tre anni, di rispettare i digiuni e le orazioni e di non allontanarsi mai dal terziere di Castel Nuovo di Recanati. Tuttavia, il ritorno dei ribelli recanatesi all’obbedienza alla Chiesa non dovette destabilizzare troppo le forze ghibelline, che continuarono ad animare ancora per qualche tempo una fase di forte instabilità politico-militare. Soltanto qualche anno più tardi Giovanni XXII, dopo aver affidato a

87 Sui convulsi avvenimenti degli anni 1325-29 si rimanda alla ricostruzione di V. Villani,

Comuni e signori cit., pp. 96-119: fra gli alterni successi dei due schieramenti si possono ricordare, ad esempio, la presa di Roccacontrada da parte delle truppe ghibelline capitanate da Lippaccio Guzzolini, la sconfitta dei Fabrianesi ad opera di Tano dei Baligani di Jesi nel 1327 e l’uccisione di quest’ultimo e la cacciata dei guefi da Jesi l’anno successivo, avvenimenti fedelmente registrati da Giovanni Villani (G. Villani, Nuova cronica, cit., lib. 10, 57, 121, 337). Un momento qualificante di tale stagione del ghibellinismo è rappresentato dai parlamenti dei suoi capi tenuti a Jesi, Fabriano e Osimo alla presenza del rappresentante del potere imperiale nella Marca, Giovanni di Chiarmonte, conte di Mohac, direttamente nominato da Ludovico il Bavaro: gli atti del parlamento tenutosi nell’episcopato di Osimo il 17 e 18 giugno 1329 sono editi in C. Acquacotta, Lapidi e documenti delle memorie di Matelica, Ancona 1839, pp. 219-224 (doc. 117): Giovanni di Chiarmonte appare con il titolo, tanto magniloquente quanto assolutamente privo di alcun fondamento istituzionale, di Sanctae Romanae Ecclesiae marescalcus et Anconitanae Marchiae marchio et generalis rector. 88 Il testo dei due atti, datati entrambi 1 dicembre 1328, è edito in Vogel, De ecclesiis Recanatensi et Lauretana cit., pp. 93-101 (doc. 43) e pp. 101-108 (doc. 44).


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Bertrando del Poggetto l’esame della richiesta di perdono a lui rivolta dalle città ribelli, concedeva nell’agosto 1333 a Fermo la solenne assoluzione, consentendo ai Guzzolini di rientrare nella città di Osimo, ove Lippaccio ricoprì la carica militare di governatore del cassero89. Anche nei confronti di Mercennario di Monteverde, Giovanni XXII si dimostrò disponibile ad una negoziazione, evidente nella disponibilità ad accordare a lui e a sua moglie l’assoluzione planaria in articulo mortis; l’anno successivo, all’atto solenne di pacificazione fra la Chiesa e i ribelli, Mercenario sottoscrisse un patto in cui, rinnegando il suo passato, si impegnava ad intervenire militarmente con fanti e cavalieri a fianco della Chiesa, su richiesta del rettore o di altri ufficiali della curia provinciale90. Nel settembre dell’anno successivo si assiste ad un episodio eclatante: il pontefice accoglieva l’istanza dei figli di Federico di Montefeltro, Nolfo e Galasso, di revisione del processo per eresia a carico del conte urbinate91. I due discendenti facevano leva sul fatto che l’accusato non aveva potuto discolparsi in quanto sarebbe stato troppo rischioso per lui recarsi a Mondaino, nel contado riminese controllato dai Malatesta, tradizionali nemici dei Montefeltro, ove era stato convocato dall’inquisitore. Evidentemente i tempi erano mutati e, ormai trascorsa la bufera della minaccia e della rivolta ghibellina, il papa, a cui restava ormai poco da vivere, poteva guardare da una diversa prospettiva l’intera vicenda, ricorrendo alla tradizionale strategia di indulgenza nei confronti dei ribelli sconfitti. La fase di revisione dei processi inquisitoriali giunse a maturazione durante i primi anni del pontificato di Benedetto XII. Nel suo primo anno di pontificato, il papa inviò dapprima una lettera ai vescovi di Arezzo, Cortona e Fermo, ordinando di indagare sulla regolarità del processo di

89 Già nel settembre 1331 Giovanni XXII aveva esortato le istituzioni cittadine di Fermo, Osimo, Urbino, Fabriano, Matelica, Sant’Elpidio, Castelfidardo, Offagna, Serra dei Conti, Serra San Quirico, Barbara ad un ritorno alla piena obbedienza della Chiesa, ma soltanto nell’agosto 1333 a Fermo, grazie all’attività del legato apostolico Pietro, vescovo ostiense, le comunità sopraelencate, dopo aver giurato di aver aderito al Bavaro soltanto per costrizione e aver riconosciuto Giovanni XXII come unico legittimo pontefice, venivano reintegrate nella Chiesa; in cambio dell’assoluzione i comuni versavano complessivamente al tesoriere della Marca 25 mila fiorini d’oro: Paoli, Documentazione dell’archivio Segreto Vaticano cit., pp. 123-25 (docc. 69-73); cfr. anche Cecconi, I due fratelli cit., pp. 48-50. 90 Licitra, Mercennario di Monteverde cit., pp. 197-202 (il testo della lettera assolutoria di Giovanni XXII del 30 giugno 1332 è edito integralmente alle pp. 197-198). 91 Il testo della lettera del papa al rettore della Marca Bernardo de Piano nel quale accoglie la richiesta di Galasso e Nolfo, definiti dilecti filii, di revisione del processo svolto da Lorenzo da Mondaino, è edito da Franceschini, Documenti e regesti cit., pp. 158-59 (doc. 151); cfr. anche Gattucci, Giovanni XXII cit., p. 157.


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Lorenzo da Mondaino92, quindi decise di affidare ad un nuovo inquisitore, frate Lorenzo di Ancona, l’esame del valore giudiziale dei processi celebrati a carico dei Guzzolini93. Neanche in questo caso possediamo gli atti della fase istruttoria del processo, ma abbiamo soltanto un riferimento indiretto alla sentenza, giunta a maturazione in tempi piuttosto brevi, che si espresse in modo pienamente assolutorio94. Ma il pronunciamento dell’inquisitore minorita dovette tuttavia destare forti sospetti presso la corte avignonese: di fronte ad una riabilitazione così piena ed eclatante Benedetto XII volle indagare più a fondo e istruì quindi un procedimento giudiziario questa volta a carico di Lorenzo d’Ancona, che da inquisitore passò al ruolo di inquisito: il ritrovamento nella Bibliothèque Nationale de France dei frammenti processuali riguardanti l’accusatio e la defensio a carico del francescano, editi da Paolo Jocco, ha permesso di ricostruire negli aspetti giuridici l’intera vicenda95. Una vicenda che si colora di giallo, in quanto il papa, dopo aver richiesto nel maggio del 1337 l’invio ad Avignone tutti gli atti dei processi di fra Lorenzo da Mondaino, convocò frate Lorenzo di Ancona in Concistoro per giustificare il proprio operato nel processo in cui era imputato; quest’ultimo, molto probabilmente consapevole della debolezza della propria difesa, scappò da Avignone prima che fosse pronunciata la sentenza e fece perdere le sue tracce: invano il papa nel maggio 1338 emetteva un ordine di cattura a suo carico96. È molto probabile che il caso di fra Lorenzo da Ancona si collochi su un piano tutto interno al conflittuale rapporto fra papato e inquisizione francescana97 e non investa se non indirettamente i rapporti fra il capo della monarchia pontificia e i ribelli politici. Se infatti il frate minore fu giudicato per abuso di

92 Il 4 luglio 1335 Benedetto XII rinnova l’ordine di revisione dei processi già dato dal suo predecessore: il testo già edito da Franceschini, Documenti e regesti cit., pp. 162-64 (doc. 157) è stato nuovamente edito ed emendato da Gattucci, Giovanni XXII cit., pp. 17479 (Appendice 2). 93 Sulla revisione dei processi ai Guzzolini, oltre Mariano d’Alatri, Gli idolatri recanatesi cit., pp. 84-85, e Jocco, Il caso giudiziario cit., pp. 14-26. 94 Jocco, Il caso giudiziario cit., pp. 18-20: la sentenza di frate Lorenzo da Ancona fu emessa il 9 ottobre 1335. L’a. ipotizza in modo del tutto plausibile che nel processo di revisione avessero potuto avere parte attiva gli stessi Gozzolini, dati i benefici economici che il reintegro dei beni confiscati avrebbe comportato. 95 Per tutta la vicenda e le sue implicazioni giuridiche, ibid., pp. 14-42. 96 Ibid., pp. 20-24. 97 Evidente anche nella scelta del pontefice nel luglio 1336 di affidare la causa di revisione del processo a carico di Federico di Montefeltro agli ordinari diocesani di Arezzo, Cortona e Fermo, anziché alla gerarchia inquisitoriale.


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ufficio, non per questo i Guzzolini furono oggetto del furor antiereticale che si era abbattuto su di loro quindici anni prima. Nel corso del 1338, infatti, Lippaccio appare sulla scena politica marchigiana sotto una nuova veste politica, quella di fiduciario della Chiesa, e pronuncia due lodi arbitrali come paciere dapprima fra i Chiavelli e il comune a Fabriano, poi fra quest’ultimo e gli abitanti di Roccacontrada98. La politica persecutoria nei confronti dei ribelli politici inaugurata di Giovanni XXII poteva dirsi ormai conclusa, mentre di lì a poco la serie di legazioni inviate dai suoi successori nella Marca avrebbe gettato le basi per un maggior radicamento delle strutture amministrative di governo in questa provincia dello stato papale99.

98 99

Cecconi, I due fratelli cit., pp. 54-55. Sul valore politico delle legazioni apostoliche durante il pontificato di Benedetto XII, cfr. Vasina, Il papato avignonese cit., pp. 142-45, che sottolinea il rafforzamento dell’autorità pontifica attraverso un contatto assiduo fra gli apparati amministrativi dello Stato della Chiesa e i sudditi.


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Il pontificato di Clemente VI si aprì, nel 1342, su una serie di fallimenti bancari, quelli della compagnia dei Bonaccorsi e di una serie di medie compagnie fiorentine, cui seguirono presto quelli dei Peruzzi e degli Acciaioli (1343)1, tutte variamente interessate ad affari con Santa Romana Chiesa. Il 9 ottobre del 1343 il papa avviò una prima azione contro gli Acciaioli per rientrare dei suoi crediti2 e nel maggio dell’anno seguente procedette nei confronti dei Bonaccorsi, incaricandone Pietro Vitali, primicerio di Lucca, nunzio apostolico e delegato in Tuscia3. Pochi mesi dopo, nell’estate 1344, lo stesso Vitali, insieme questa volta a Francesco dei Marzi, minorita senese e cappellano papale, si insediò nel monastero camaldolese di San Vigilio in Siena e aprì un’inchiesta da condurre con riservatezza, «simpliciter, de plano et sine strepitu et figura iudicii»4 nei

1 Y. Renouard, Les relations des Papes d’Avignon et des Compagnies commerciales et bancaires de 1316 à 1378, Paris 1941 (Bibliothèque des Écoles française d’Athènes et de Rome, 151), p. 197. 2 Il 9 ottobre 1343 venne dato mandato ai priori, al consiglio e al comune di Firenze e a Pietro, vescovo della Sabina, perché costringessero i mercanti della società degli Acciaioli a pagare i debiti verso la Camera Apostolica: cfr. Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi ASV), Registra Vaticana (d’ora in poi RV) 137, c. 116v e Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France, a cura di E. Deprez - G. Mollat, Paris 1960-1961, n. 298. Seguono tra febbraio e marzo 1344 altre richieste di restituzione indirizzate agli Acciaioli, accusati di aver raccolto denari per conto della Chiesa ed averli trattenuti, in RV 137, nn. 689, 759. 3 7 maggio 1344: «Petrus Vitalis mandatur ut mercatores societatis Bonacursorum compellant ad dandum sibi 5000 unciarum auri in quibus tenebantur ratione depositi bonae memoriae Arnaldi archiepiscopi Beneventani»: Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France cit., n. 497; RV 137, n. 1063, c. 256. 4 Gli atti del processo sono conservati nell’Archivio Segreto Vaticano ma esso ha lasciato tracce anche nella documentazione senese. I riferimenti saranno dati di volta in volta in nota. I verbali degli interrogatori, ai quali si farà largamente riferimento con la sola indicazione della carta, sono tutti in ASV, Registra Avenionensia 76.


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confronti degli eredi di soci della compagnia senese dei Bonsignori, che aveva dichiarato fallimento trentacinque anni prima. Oggetto del contendere era perciò, questa volta, un credito ben più antico degli altri rivendicati dalla Camera apostolica. L’inchiesta, a detta della bolla papale di delega, originava da 80.000 fiorini che la Camera avrebbe consegnato alla compagnia durante il breve pontificato di papa Niccolò IV (1288-1292), parte a titolo di deposito e parte ad altro titolo non specificato5. Un anno dopo gli eredi dei soci vennero condannati a pagare. Il processo non è ignoto agli storici e tra coloro che se ne sono occupati sono da ricordare almeno Gino Arias e Eduard Jordan nei primi decenni del Novecento6, poi Mario Chiaudano e Yves Renouard negli anni Trenta e Quaranta7, infine Edward English negli Ottanta8, Giuliano Catoni, Vivien Jonckheere e Paolo Nardi tra gli anni Novanta e i primi del nuovo millennio9. Su questo episodio conosciuto, ma non per questo pienamente valutato, vale tuttavia la pena di soffermare l’attenzione in un convegno dedicato ai grandi processi del Trecento. 5 6

Si legge: «sub nomine depositi vel alias tradita fuit vel etiam assignata», c. 487. E. Jordan, La faillite des Bonsignori, in Mélanges Paul Fabre. Etudes d’Histore du Moyen Age, Genèves 1972, rèimpression de l’édition de Paris 1902, pp. 416-435 e Id., De mercatoribus Camerae apostolicae saeculo XIII, Rennes 1909; G. Arias, La compagnia bancaria dei Bonsignori, in Studi e documenti di storia del diritto, Firenze 1902, pp.1-72. Degli stessi si possono vedere utilmente anche: E. Jordan, Les origines de la domination angevine en Italie, Paris 1909; Id., Le Saint Siège et les banquiers italiens, in Compte rendu du III Congres Scientifique International des Catholiques, Bruxelles 1895, pp. 292-347; G. Arias, I banchieri italiani e la Santa Sede nel XII secolo: linee della storia esterna, in Id., Studi e documenti di storia del diritto, Firenze 1902, pp. 75-113; Id., Le società di commercio medioevali in rapporto con la Chiesa, «Archivio della Società Romana di Storia Patria», 29 (1906), pp. 351-377. 7 M. Chiaudano, Le compagnie bancarie senesi del Duecento e Id., Note e documenti sulla compagnia dei Bonsignori, ambedue in Id., Studi e documenti per la storia del diritto commerciale italiano nel secolo XIII, Torino 1930, pp.1-52 (in particolare alle pp. 19-22) e pp. 114-142; Id., I Rothschild del Duecento. La Gran Tavola di Orlando Bonsignori, «Bullettino Senese di Storia Patria», n.s., 6 (1935), pp. 103-142; Renouard, Les relations des Papes cit. 8 E. D. English, Enterprise and Liability in Senese Banking, 1230-1350, Cambridge (Massachussetts) 1988 e Id., Five Magnates Families of Siena. 1240-1350, Centre of Medieval Studies, University of Toronto, Ph.d. master Thesis 1981 (tesi inedita ma consultabile presso la Biblioteca dell’Archivio di Stato di Siena). Non mi è stato purtroppo possibile reperire l’altra tesi inedita dello stesso autore: Id., Registra Avenionensia LXXVI: The Bonsignori of Siena in the Thirteenth and Fourteenth Centuries, Licenziate thesis, Pontifical Institute of Mediaeval Studies, 1975. 9 G. Catoni, voci Bonsignori, Bonsignori Niccolò, Bonsignori Orlando, in Dizionario Biografico degli Italiani, 12, Roma 1970, risp. pp. 400-402, 410-412, 412; V. Jonckheere, La Gran Tavola dei Bonsignori de Sienne: recherces sur ses opérations en nos régions et réflexions


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Vediamo prima di tutto, brevemente, il contesto locale. Com’è noto, la parabola delle compagnie senesi di mercatura e banca era stata segnata, nei primi anni del XIV secolo, dal rientro in patria di gran parte degli affari e dei molti denari di quanti, soci di imprese guidate in prevalenza da esponenti del ceto magnatizio, avevano raccolto e prestato denaro in giro per l’Europa, impegnandosi nel credito ai privati e in importanti operazioni finanziarie con la Curia pontificia e con vari sovrani europei, nei circuiti finanziari e mercantili di Italia, Champagne, Inghilterra, Linguadoca, Fiandre e Germania occidentale. Dopo essere state al primo posto nelle preferenze della Camera apostolica fino al 1270, le compagnie senesi si erano trovate da quella data a condividere sempre più con piacentini, fiorentini, lucchesi e pistoiesi gli spazi economici offerti dalle attività della Chiesa e dalla lucrosa riscossione delle decime10. Nel giro del paio di anni successivi, tra il 1272 e il 1273, la società dei figli di Bonsignore, che aveva le sue più importanti succursali a Roma, Genova, Parigi, Londra, Marsiglia e nella Champagne, aveva anche perduto la guida audace di Orlando, già rimasto solo alla testa della compagnia dopo la morte del fratello Bonifazio. Nel 1289 essa aveva subito una sorta di rifondazione, era stata ricapitalizzata e aveva visto un cambiamento importante dell’assetto societario: vicino a sei membri della famiglia – cinque figli di Orlando e un figlio di Bonifazio – vi erano entrati diciassette associati esterni, quattordici dei quali avevano apportato nuovo capitale, per un totale di 40.850 lire11. La società aveva preso il nome di Gran Tavola. La stagione della sua crisi si era aperta con clamore nel 1298, e in tre anni la situazione era precipitata. Il 20 dicembre 1301 alcune tra le più importanti banche fiorentine – Cerchi, Mozzi, Acciaioli e Bardi – avevano chiesto e ottenuto il sequestro dei beni dei soci della Gran Tavola12. Anche

sur sa faillite, mémoire présenté pour l’obtention du grade de Licéncié en Histoire (MoyenAge), directeur M.J.J. Heirwegh, Université Libre de Bruxelles, Faculté de Philosophie et Lettres, Section Histoire, anné acadèmique 1996-1997; P. Nardi, I vescovi di Siena e la curia pontificia dall’ascesa della parte guelfa allo scoppio dello scisma d’occidente (1267-1378), in Chiesa e vita religiosa a Siena dalle origini al grande giubileo, Atti del Convegno di studi (Siena 25-27 ottobre 2000), Siena 2002, pp. 153-177. 10 Si vedano i dati raccolti ed elaborati da Jordan, De mercatoribus Camerae apostolicae cit., pp. 9-45 e il “tableau” pubblicato da Renouard, Les relations des Papes cit., p. 570. Da essi si evince con chiarezza l’avvicendarsi delle compagnie utilizzate come mercatores camere apostolicae tra il pontificato di Urbano IV (1261-1264) e quello di Clemente V (1305-1314). 11 S. Tizio, Historiae senenses, 1/2, parte 1, a cura di G. Tommasi Stussi, Roma 1995, pp. 163-164. 12 Archivio di Stato di Siena (d’ora in poi ASS), Consiglio Generale (d’ora in poi CG) 60, c. 106.


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la Chiesa si era mossa. Tre testimoni al processo del 1344 (Mino di Guido dei Tolomei, Cecco Ghini e Conte Iacobi13), avrebbero riferito una vecchia storia di ipoteche: il cardinale Riccardo Petroni – una famiglia senese appartenente al ceto di governo di orientamento guelfo che chiamiamo novesco14 –, vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, in una data collocabile con verosimiglianza tra il 1298 e il 1305, avrebbe scritto a Siena, raccomandando a chi era impegnato in suo nome in acquisti di terre per fondare e dotare una certosa, di guardarsi bene da comprare alcunché dai soci della Gran Tavola perché i loro beni erano tutti obbligati alla Chiesa romana15. Conte Iacobi, in particolare, raccontò che la Curia aveva fatto trapelare che, se anche per il momento non insisteva per riavere il suo, fossero pur certi che quando si fosse messa in moto avrebbe voluto recuperarlo interamente16. Il racconto è confermato da fonti coeve agli eventi, perché nel 1307 il papa e il re di Francia avevano lanciato l’offensiva per rientrare delle somme. Nel luglio Filippo il Bello aveva denunciato al comune di Siena la malafede della Gran Tavola in merito ad un debito, a suo dire provato, e, non avendo ricevuto soddisfazione, in agosto aveva esercitato rappresaglia contro gli altri senesi in Francia: Squarcialupi, Malavolti, Tolomei e Forte-

13 Ibid., cc. 503-505v (interrogatori del 14 luglio) e 496-503 (interrogati del 13 luglio). 14 I Nove furono una longeva signoria senese (1287-1355) di orientamento guelfo e

fisionomia popolare, dominata da un ceto medio-alto di impronta mercantile composto, a termini di statuto, da mercanti «de la mezza gente» con l’esclusione dal collegio di governo (anche se non da altre importanti magistrature) di gran parte delle famiglie di grandi affaristi appartenenti al ceto magnatizio che pure erano state, in buona misura, protagoniste del passaggio dal ghibellinismo al guelfismo e, certo, interessate alle sue implicazioni economiche. Il governo dei Nove si autodefinì «de’ mercanti della città di Siena o vero de la meza gente» o «della gente media». Punto di riferimento per tutti gli studi sui Nove è W. M. Bowsky, Le finanze del comune di Siena. 1287-1355, trad. it., Firenze 1976 e Id., Un comune italiano nel medioevo. Siena sotto il regime dei Nove, 1287-1355, trad. it., Bologna 1986 (in particolare alla p. 306). 15 Un profilo del cardinale Petroni è in Nardi, I vescovi di Siena cit., p. 161. Il cardinale acquistò terre nel senese dal 1297 al 1305 come risulta dalla tabella in P.G. Morelli, I Petroni di Siena, una famiglia e il suo patrimonio nel ‘300, tesi di Laurea discussa alla Facoltà di Lettere dell’Università di Siena, a.a. 1982-1983, relatore prof. Giuliano Catoni, p. 82. 16 «Tunc audivit dici quod quondam dominus Ricciardus Cardinalis senensis qui tunc faciebat hedificari multa monasteria in civitate et diocesi senensi mandavit per suas licteras inhibendo suis procuratoribus et factoribus quod nullo modo auderent emere de possessionibus vel locis dictorum sotiorum pro hedificatione dictorum monasteriorum cum omnia ipsorum sotiorum bona essent obligata ipsi ecclesie pro magnis pecuniarum quantitatibus et qua re ecclesia ipsa super hoc modo dormies (sic) sed cum excitabit se recuperare velet iura sua ab ipsis sotiis», c. 504v.


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guerri ne avevano pagato, in nome della Gran Tavola, più di un terzo del dovuto, allungando la lista dei suoi creditori17. Nell’agosto dello stesso anno papa Clemente V aveva chiesto il sequestro dei beni e crediti dei Bonsignori in Inghilterra e il loro deposito, insieme a quelli della compagnia dei Ricciardi di Lucca, presso probi viri, incaricando propri inviati di ingiungere loro, sotto minaccia di sanzione ecclesiastica, di consegnare direttamente alla Camera apostolica le decime non corrisposte (cioè quelle di Anglia, Spagna, Scozia, Gallia e altre terre) insieme ai libri, le lettere e gli strumenti di obbligazione, che avrebbero dovuto essere ricercati da alcuni delegati18. Il tracollo delle compagnie coinvolte era avvenuto poco prima di questa data, si legge infatti che esse «nunc sunt collapse»19. Nel settembre 1307 i soci Bonsignori erano stati banditi da Siena, confermando Niccolò di Bonifazio, che era sempre stato di chiara fedeltà ghibellina, nel ruolo di uno dei più accesi sostenitori dell’Imperatore Enrico VII di Lussemburgo20. Dal febbraio 1309 la liquidazione della compagnia era stata affidata in maniera definitiva alla Mercanzia di Siena. Il 1309 è considerato data di apertura ufficiale della procedura fallimentare21.

17 Il 5 luglio 1307 Filippo il Bello aveva scritto al comune di Siena lamentandosi di dover

avere 54.000 lire tornesi dai Bonsignori. Il consiglio generale aveva risposto con la nomina di una commissione. Il 28 agosto 1307 il re di Francia aveva esercitato rappresaglia facendo arrestare una serie di mercanti senesi, che avevano pagato 19320 tornesi. Tutto ciò risulta dai verbali della seduta del consiglio generale senese del 30 settembre. Il consiglio elesse propri commissari, poi rimpiazzati nel settembre 1308. Cronaca senese attribuita a Agnolo di Tura del Grasso detta la Cronaca Maggiore, in Cronache senesi, a cura di A. Lisini - F. Iacometti, in RIS2, 15, parte 6, Bologna 1931-1939, p. 298 e Chiaudano, I Rothschild cit., pp. 123-124. La lettera è edita da M. Ch.V. Langlois, Notices et documents relatifs à l’histoire de France au temps de Philippe le Bel, «Revue historiques», 60 (1896), pp. 307-328: 317. 18 «Mandatur, inquirant contra mercatores de societatibus Ricciardorum de Luca et Bonsignorum de Senis et nonnullos alios de his, quae debent ecclesiae Romanae, eosque compellant ad solvendum»: Regestum Clementis Papae V ex vaticanis archetypis Santissimi domini nostri Leonis XIII Pontificis maximi iussu et munificentia nunc primum editum cura et studio Monachorum Ordinis S. Benedicti, 1, Romae 1885, 2, 3, 4, Romae 1886, Tables des registres de Clément V publiés par les Bénédictins, établies par Y. Lanhers - C. Vogel, sous la direction de R. Fantier - M.G. Mollat, 2, Paris 1957, n. 2296, p. 179. L’offensiva era partita contemporaneamente anche nei confronti dei Ricciardi di Lucca (per i quali vedi anche i nn. 2294-2295). 19 «Olim mercatores de societatibus Ricciardorum de Luca et Bonsignorum de Senis et nonnulli alii, dum adhuc societates eorum, que nunc sunt collapse, in sui status integritate manerent», ibid. 20 Catoni, Bonsignori Niccolò cit., pp. 410-411. 21 L’apertura della procedura fallimentare si ebbe il 1 febbraio1309, quando il consiglio generale incaricò la Mercanzia di confiscare e vendere le proprietà dei Bonsignori per pagare i debiti con il re e indennizzare i mercanti senesi vittime di rappresaglie (CG 74, c.


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Gli eventi che portarono alla liquidazione dell’ultimo, ma quanto potente e tenace!, creditore della Gran Tavola, possono essere ripercorsi attraverso la documentazione senese e quella pontificia, in particolare attraverso le carte dell’inchiesta del 1344 che previde l’escussione di una trentina di testimoni e una lunga perquisizione nel convento senese di San Domenico, alla ricerca, coronata da successo, dell’archivio della società, che vi aveva trovato sede legale almeno dal 128922. In ballo c’era la bella somma di 80.000 fiorini: il doppio, per fare qualche esempio, di quanto versava ogni anno il re di Sicilia alla Sede pontificia, dieci volte quanto il re d’Aragona, venti volte quanto il re d’Inghilterra versò fino al 133323. Con essa nel 1344 si sarebbero potute comprare 80.000 moggia di grano, quanto più o meno occorreva per sfamare per un intero anno 160.000 persone24, l’intera città di Milano. Con 80.000 fiorini esatti il 10 luglio 1348 il papa comprò dalla regina Giovanna la città di Avignone con le sue pertinenze25. Il debito contestato al processo risale alla fase d’attività della società ricapitalizzata nel 1289. Dagli incartamenti del processo e da antiche lettere delle quali fu fatta copia durante l’istruttoria26 ne risulta qualche traccia dall’autunno del 1291 e segnali più chiari, pur fra molte contestazioni, dal 9 maggio 1292.

70). La liquidazione dei debiti connessi al fallimento si trascinò per decenni: Bowsky, Un comune italiano cit., pp. 341-355; English, Enterprise and liability cit., pp. 55-100; R. Mucciarelli, I Tolomei, banchieri di Siena. La parabola di un casato nel XIII e XIV secolo, Siena 1995, pp. 285-297. La normativa sui fallimenti, con le risoluzioni del 1312 e del 1319, fu poi accolta negli Statuti di Siena del 1337-1339. 22 «Hoc preterea anno in Senensi urbe et apud convenctum fratrum predicatorum quedam magna societas mercatorum senensium, que societas Bonsignorum nome accepit, collatis pecuniis inita est»: così una fonte tarda ma che pare attendibile, Tizio, Historiae senenses cit., 1/2, parte 1, pp. 163-164. La notizia della costituzione della società, completata dai nomi del notaio (ser Mino), dei soci e dall’entità dei capitali, è riportata tra le notizie relative all’agosto e quelle del novembre 1289. 23 Questi dati in Renouard, Les relations des Papes cit., pp. 24-25. 24 Assumo a titolo indicativo la stima che il consumo individuale annuo di grano fosse di mezzo moggio, secondo l’ipotesi di E. Fiumi, Fioritura e decadenza dell’ economia fiorentina, Firenze 1977. 25 Giovanna, regina di Sicilia, domina civitatis Avenionensis, con il consenso del marito, vendette a papa Clemente VI, rilasciando quietanza per sé e per gli eredi, «nostram civitatem Avenionensem cum toto territorio et confinibus» con la giurisdizione, «pro pretio octuaginta millium florenorum de Florentia, boni et legitimi ponderis»: G. Mollat, Les papes d’Avignon (1305-1378), 2a ediz rivista, Paris 1964, p. 91 che riprende da J. B. Christophe, Historie de la papauté pendant le XIVe siècle avec des notes et des pièces justificatives, 2, Paris 1853, docc. 4-5, pp. 467-471. 26 Le copie delle lettere vennero introdotte da questa frase: «Tenores quarumdam licte-


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Vediamo due di queste importanti lettere. Nella prima alcuni rappresentanti della Gran Tavola agenti presso la corte pontificia, tra i quali personalmente Niccolò figlio di Bonifazio Bonsignori, avevano scritto ai «principales et capita[n]e[i]» in Siena – tra i quali suo cugino messer Fazio figlio di Orlando Bonsignori e Bonaventura Bernardini – per registrare i conti27. Era il 12 settembre 1291 e San Giovanni d’Acri era caduta da appena tre mesi, segnando la fine del Regno Latino di Gerusalemme. E’ in quest’occasione che incontriamo il primo riconoscimento di un debito dei soci nei confronti della Sede apostolica, relativo alla decima d’Inghilterra, riscossa ma non ancora interamente versata28. Una parte almeno di questo primo debito non è, però, quello contestato ai Bonsignori nel nostro processo perché risale agli anni precedenti il pontificato di Nicola IV29.

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rarum trasmissarum per sotios et factores sotietatis Bonsignorum in Curia romana tunc temporis commorantes sotiis dicte sotietatis Senis commorantes in effectu videlicet [...]», c. 524. 27 Il mittente è «messer Niccolo e compagni di corte»: si tratta del figlio di Bonifazio Bonsignori (Nicolaus eques). Fazio è uno dei figli di Orlando Bonsignori (Fatius eques), Bonaventura (Bernardini) è uno dei soci esterni alla famiglia. 28 Tuttavia la lettera in questione si apre con questa esplicita frase: «noi non dovemo dare ala Chiesa di Roma veruno denaio per terra Santia». Infatti, si legge, dal pontificato di Martino IV (1281-1285) i soci avevano prestato alla Curia «per i fatti del Regno», cioè in difesa della Terrasanta, 8.000 fiorini, cui doveva aggiungersi un secondo prestito di 9.000 fiorini per finanziare altre spese varie nella provincia della Chiesa, ed avevano dunque un credito di 17.000 fiorini per queste voci. (Una parte degli 8000 fiorini era stata prestata dai Bonsignori in Roma a papa Martino IV, e dunque tra 1281 e 1285, e una parte – 62.000 tornesi grossi – in Acri dove alcuni soci della compagnia si trovavano prima della caduta e durante l’assedio. Martino IV aveva preso denaro in prestito anche da altre compagnie, come si legge in R. Davidsohn, Storia di Firenze, trad. it di E. Dupré-Theseider, 4/2, Firenze 1965, p. 574). A debito i Bonsignori portavano invece 76.440 fiorini derivati dalla decima d’Inghilterra, dalla quale avevano incassato 192.440 fiorini e versato nelle casse della Curia solo circa due terzi, 116.030 fiorini. Fatti i conti, detraendo dai 76.440 fiorini di debito i 17.000 fiorini di credito, essi riconoscevano un debito nei confronti della Curia pontificia di 59.430 fiorini. 29 Un altro debito, di 40.000 lire tornesi, contratto verso la Chiesa romana per decime da versare entro il prossimo 24 giugno (festa di S. Giovanni), emerse dagli incartamenti del processo, dalle copie di due lettere del 28 febbraio e 3 marzo del 1292 (1291) (c. 519). Il rapporto tra fiorini e marchi (1 marco sterlino = 5,66 fiorini) è da me ricavato attraverso questo calcolo. I Bonsignori avevano prestato per i fatti del regno una somma non specificata in Roma a Martino IV e 62.000 tornesi grossi in Acri, per un totale di 8000 fiorini; avevano anticipato 9000 fiorini per l’acquisto di Pareta e altre spese nella provincia della Chiesa. Pertanto per queste due voci dovevano avere dalla Chiesa 17.000 fiorini. Avevano poi riscosso 34000 marchi sterlini di decime d’Inghilterra e ne avevano già versati 20.500. Scontando i 17.000 fiorini di cui sopra dovevano ora dare alla Chiesa 10.500 marchi sterlini. Questi dati ci consentono di calcolare il cambio tra fiorini e marchi sterlini. Infatti i 17.000 fiorini corrispondono ai 3000 marchi sterlini che fanno la differenza tra i 13500 che devono dare per la sola Inghilterra e i 10.500 del totale del loro debito verso la Chiesa.


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È fatto noto come la Chiesa romana largamente avesse utilizzato, come mezzo di pressione e di gratificazione, la cessione ai vari sovrani europei di parte della decima, e ciò era certamente avvenuto negli anni d’attività in Curia del cardinale Benedetto Caetani, poi asceso al soglio pontificio come Bonifacio VIII30, che era stato uno dei grandi protagonisti anche della vicenda della quale trattiamo. Così, quei limpidi riconoscimenti di debito del settembre 1291 si erano complicati, appena otto mesi dopo, per i conti molto meno chiari del versamento delle riscossioni di Francia e Scozia. Da una seconda lettera allegata in copia all’istruttoria del nostro processo risulta che il 9 maggio 129231, in vacanza di papa, i compagni in Curia avevano relazionato a Fazio e ai soci senesi su una riunione che si era tenuta tre giorni prima: tra i presenti, accanto ai rappresentanti della Gran Tavola e a quelli delle compagnie dei Ricciardi di Lucca, di Mozzi, Frescobaldi e Pulci di Firenze, anche i cardinali che si occupavano delle decime. I senesi avevano riferito di un forte disaccordo generale («grandissimi dibacti») con il camarlengo pontificio che «mecte adosso molte cose che non vi debbono essere» e di una difficoltà di tutti a chiarire le posizioni finanziarie perché «né noi né li altri none li potemo chiarire chome ne bisognerebbe». La Camera apostolica aveva rivendicato un credito verso la Gran Tavola per la decima di Francia non ancora versata, e Niccolò Bonsignori aveva spiegato ai soci senesi di non aver in mano, per contestarne i conti, le quietanze del primo anno e mezzo di decime (dunque dal gennaio 1291) che rivendicava però di aver regolarmente versato nelle casse del re di Francia32. Altre fonti ci dicono che quel versamento era stato ordinato proprio dal Caetani33, che aveva raggiunto il culmine della sua carriera di cardinale con la legazione francese del 1290-91, durante la quale, tra le altre cose, aveva cercato sostegni per la crociata progettata da Nicola IV34. I soci

30 A. Barbero, Bonifacio VIII e la casa di Francia, in Bonifacio VIII, Atti del XXXIX Convegno storico internazionale, Spoleto 2003, pp. 273-327: 279. 31 C. 524v. 32 «che nella Camera sia assai carte sopra noi et speçialmente dela decima del primo et meçço anno che fu pagata a rex di Francia […] non avemo veruna quietanza né li nostri di Francia non cell’ànno ancho mandate», ibid. 33 Nell’anno della caduta di Acri, il 1291, il cardinale Caetani aveva concesso al re di Francia di attingere per tre anni alla decima pagata dal clero francese per sostenere lo sforzo bellico: Barbero, Bonifacio VIII cit., pp. 278-279. Una alternativa, meno probabile, è che si tratti del versamento del 1280 dato che dal 1280 al 1283 Gregorio IX, prima, e Martino IV, dopo, incaricarono il re di Francia di spese correnti per la difesa provvisoria della terra Santa in attesa della crociata: Jordan, La faillite des Bonsignori cit., p. 430 nota. 34 P. Herde, Benedetto Caetani canonico, notaio pontificio e cardinale, in Bonifacio VIII cit., pp. 89-115: 108.


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della Gran Tavola in terra francese non le avevano mandate, quelle quietanze, né a Roma né a Siena, forse perché erano ancora chiusi nelle prigioni di Filippo il Bello, dove erano finiti nel maggio del 129135; o forse perché, fino a quel momento, c’era sempre stato accordo nell’attribuire alle scritture di banco, anche da sole, una efficacia probatoria sufficiente a rendere superfluo l’atto di quietanza36. Alla mancanza di quell’atto, invece, si erano attaccati i cardinali. Oltre alla decima di Francia, la Camera aveva addebitato alla Gran Tavola anche 2822 marchi sterlini (=15.972 fiorini) per la decima di Scozia, e nemmeno del relativo versamento, che pure reclamava di aver regolarmente fatto, la società aveva in mano le quietanze né i compagni avevano ottenuto la restituzione delle obbligazioni più vecchie per l’annullamento. Non solo: abbiamo mostrato ai cardinali, dicevano, «chome questo fue errore» ma «non ci danno fede se altro non vegono». I due gruppi non si erano intesi nemmeno sul cambio delle monete, sul quale «s’à molti dibacti da noi alloro». I cardinali non avevano creduto né a loro né alla scarna documentazione che avevano prodotto e avevano chiesto altre prove, che non c’erano. Infine, «molto corrucciati», con la consulenza del camarlengo e di due mercanti, avevano messo per scritto la loro ipotesi di saldo che tutte le compagnie – tranne i Frescobaldi – avevano contestato, arrivando quasi a dimezzarlo37. Vediamo l’esame in contraddittorio dei dati: il debito dei Ricciardi, di 17600 marchi (=99.616 fiorini) secondo i cardinali, avrebbe dovuto scendere a 15200 marchi (= 86032 fiorini) secondo la compagnia;

35 Per i provvedimenti di reazione che più volte spinse le autorità inglesi, francesi e catalane contro i prestatori “lombardi” con il pretesto della loro voracità usuraria: R-H. Bautier, I lombardi e i problemi del credito nel regno di Francia nei secoli XII e XIV, ora in L’uomo del banco dei pegni. “Lombardi” e mercato del denaro nell’Europa medievale, a cura di R. Bordone, Torino 1997, pp. 31-35 (ed. orig. Les Lombards et les problèmes du crèdit en France aux XIIIe et au XIVe siècles, in Rapporti culturali ed economici tra Italia e Francia nel secoli dal XIV al XVI, Roma 1979, p. 7-33) e Q. Senigaglia, Le compagnie bancarie senesi nei secoli XIII-XIV, Torino 1908, p. 15. Il 28 maggio 1291 Nicola IV chiese la liberazione dei mercanti italiani della Camera imprigionati da Filippo il Bello «et specialiter illos de societatibus filiorum Bonsignoris de Senis», e il 1° ottobre 1291 e 15 marzo 1292 insistette per la loro liberazione: Les Registres de Nicolas IV, a cura di E. Langlois, 1, Paris 1905, nn. 7326, 7384, 7393. 36 Così Arias, La compagnia bancaria dei Bonsignori cit., p. 18. 37 Il debito dei Frescobaldi era di 3000 marchi (= 16.980 fiorini) sia secondo i conti della Camera che secondo quelli della compagnia. La somma di 413.809 fiorini richiesta dai cardinali si trasformava nei 269.416 fiorini riconosciuti dalle compagnie.


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il debito dei Mozzi di 27000 marchi (=152.820 fiorini) poi sceso a 21.000 (118.860 fiorini) secondo i cardinali, avrebbe dovuto scendere a soli 10.000 marchi (= 56.600 fiorini) secondo la compagnia, che specificava che il camarlengo non aveva scontato loro la decima di Francia del primo anno e mezzo, tutta regolarmente versata al re; il debito dei Pulci, di 8200 marchi (=46.412 fiorini) secondo i cardinali, avrebbe dovuto scendere a 6600 marchi (= 37.356 fiorini) secondo la compagnia; il debito dei Bonsignori, 17.300 marchi (= 97.918 fiorini) secondo i cardinali, avrebbe dovuto scendere ai 12800 marchi (= 72.448 fiorini) secondo la compagnia. È sbalorditivo notare che, al tempo di Clemente VI, solo con i 144.393 fiorini che costituiscono la differenza tra il debito riconosciuto dalle compagnie toscane nel 1292 nei confronti della Chiesa e quello invece preteso dalla Camera apostolica, si sarebbe ancora potuto comprare grano per sfamare per un anno 288.786 persone, cioè un po’ più della popolazione di Milano e Venezia insieme. Tutto questo dà la misura delle consistenti masse monetarie che si erano mosse nell’Europa, passando e sostando nelle mani dei nostri banchieri. È probabile che i dissensi interni che accompagnarono – se pure non ne furono una delle cause – la crisi della Gran Tavola si fossero manifestati già in questa fase38. Il 12 settembre 1292, dopo laboriose trattative, la società era stata nuovamente rifondata, ma non ricapitalizzata, dissenzienti alcuni soci della famiglia Bonsignori, sulla base di regole nuove per quanto atteneva la direzione39: da quel momento, e per tre anni, le decisioni sarebbero state prese a maggioranza e non sarebbero state ammesse modifiche nei capitali apportati. E’ assai probabile che all’origine del conflitto ci fosse proprio la sproporzione che si era determinata tra gli interessi e i capitali molto diversi che i soci avevano nella compagnia a fronte di un potere decisionale espresso, invece, per testa. Il 21 giugno 1295, nella situazione di generale incertezza in cui le minacce di guerra avevano gettato la finanza internazionale40, la Gran Tavola aveva riconosciuto di essere obbligata «magnis debitis» nei confronti della Chiesa

38 39 40

Chiaudano, I Rothschild cit., p. 115, parla di disaccordi interni già nel 1273. ASS, Diplomatico Archivio Generale, 12 settembre 1292, citato ivi, p. 116 nota. Per una descrizione dei pericoli che derivavano dalla notizia della guerra tra Edoardo I e Filippo il Bello: Lettere dei Ricciardi di Lucca ai loro compagni in Inghilterra (1295-1303), a cura di A. Castellani, Roma 2005, I, p. 6; II, p. 16.


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romana e chiesto ed ottenuto dal nuovo pontefice Bonifacio VIII la dilazione di un triennio nei pagamenti41. È probabile che, per concordare con i cardinali tale scadenza, i soci avessero mostrato loro il proprio portafoglio, con le previsioni ragionevoli di riscossione delle decime e di rimborso dei crediti. Tuttavia, nei tre anni di dilazione, le discordie interne, manifestatesi soprattutto tra i soci membri della famiglia e gli altri soci ad essa estranei, non dovevano essersi appianate. A questa fase appartiene un tentativo di mediazione messo in atto direttamente da Bonifacio VIII, in una data seguente il gennaio 1295 e precedente l’agosto 129842. Ce ne danno notizia, nel 1344, i verbali degli interrogatori di frate Ambrogio da Colle e di frate Iacomo da Montececerone, due tra i più anziani domenicani ascoltati43, che raccontarono, uno per essere stato presente, l’altro per averlo sentito dire, che il papa in persona aveva cercato di metter termine agli scontri interni alla società, per fare in modo che essa continuasse a garantire alla Camera apostolica i molti servizi (multa comoda) erogati fin quando era pacificata e per salvaguardare gli interessi dei prelati che, avendo depositato denaro in gran quantità presso il loro banco44, volevano che ci fossero le condizioni per ritirarlo. Si era trattato, come vedremo, di una somma superiore a 200.000 fiorini, probabilmente di molto superiore45. Bonifacio aveva convocato i soci a Castel della Pieve e li aveva invitati ad appianare i contrasti. Ma le discordie non erano state risolte nemmeno dall’autorevole intervento. Da alcune lettere trovate durante la perquisizione emerse che, in un momento non precisato, papa Bonifacio aveva proibito ai soci e fattori della Gran Tavola di allontanarsi dalla Curia, facendoli anche arrestare46.

41 Niccolò di Bonifacio Bonsignori, «magnis debitis fore dinosceris obligatus», chiese a Bonifacio VIII una dilazione nei pagamenti, ottenendola per un triennio, dalla festa di S. Giovanni fino al 1298: Les registres de Boniface VIII, Recueil des bulles de ce pape publiées ou analysées par G. Digard - M. Faucon - A. Thomas - R. Fantier, Paris 1884-1939, n. 293 (21 giugno 1295). 42 Ad esso già alludeva il ricorso del 1298. 43 Il primo era entrato nel convento intorno al 1294, il secondo intorno al 1288. 44 Su questo, oltre a frate Ambrogio da Colle e frate Iacomo da Montececerone, testimoniò frate Enea (Tolomei): cc. 488v-490v (interrogatori dell’8 luglio), 490v-492 (interrogatori del 9 luglio), 492-495v (interrogatori del 10 luglio). 45 Nell’aprile 1295 si hanno notizie del ritiro di tutte le somme depositate (deposuit) presso la società dei Bonsignori da parte di “magister Johannes de Pedemonte canonicus Theanensis, in romana Curia procurator” che nominò per questo suoi procuratori con l’incarico di trattare con i soci Bonsignori la ragione finale: ASS, Diplomatico Bigazzi, aprile 1295, trascritto da English, Five Magnates Families cit., pp. 281-283. Jonckheere, La Gran Tavola cit., p. 47 nota opportunamente che si trattava certo di un creditore ma che non era la Camera apostolica. 46 C. 508


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Soprattutto non si era risolta la crisi di liquidità che di lì a qualche anno avrebbe portato al fallimento della compagnia47. Verosimilmente in questa fase qualcosa, nel piano di rientro delle somme, le era sfuggito di mano48. Così, proprio mentre Bonifacio VIII trattava con Filippo il Bello il finanziamento dei suoi progetti militari49, i Bonsignori non erano riusciti a mantenere il loro ruolo nello scacchiere internazionale. Roma li aveva fatti fuori. E infatti, nel 1298, alla scadenza del termine della dilazione concessa dal papa, l’improvviso ritiro di depositi da parte di clienti appartenenti alla Curia romana – probabilmente gli stessi prelati che dal 1295 aveva iniziato a scalpitare per riavere i loro molti denari – aveva confermato la drammaticità della crisi e l’eccessivo ricorso della Gran Tavola ai depositi, cosa che l’aveva portata a muovere troppo denaro non suo senza copertura adeguata, cadendo in balia delle volontà e delle scelte dei depositanti. Il 9 agosto 1298 la richiesta avanzata dai soci estranei alla famiglia al comune di Siena di inviare al papa un’ambasceria per bloccare il ritiro dei depositi da parte dei clienti romani, evitando che i creditori «qui sunt in Curia quod in petendo non gravent socios», fa pensare che il processo di prelievo dei capitali che portò al fallimento della Gran Tavola fosse partito proprio da Roma e dalla Curia50. Le società in nome collettivo funzionano finché c’è la fiducia e in questo frangente sembra proprio che fosse stata questa a venir meno. I soci estranei alla famiglia avevano chiesto in quell’occasione al comune di Siena, in deroga alle norme vigenti nella città51, di poter rispondere alle richieste di rimborso dei depositi secondo un principio di responsabilità limitata, anziché illimitata. Ne avevano ottenuto un secco rifiuto: evidentemente si trattava, all’epoca, di una richiesta che non era concepibile e

47 La crisi di liquidità è testimoniata anche dalla scarsa fiducia della società dei Ricciardi nella loro promessa di restituire certi denari in Inghilterra e Irlanda, di fronte ad un palese ritardo nei pagamenti. Si tratta di una lettera del 5 dicembre 1297: F. Melis, Documenti per la storia economica dei secoli XIII-XVI, Firenze 1972 (Istituto Internazionale di Storia Economica “F. Datini”. Pubblicazioni - Serie 1: Documenti, 1), pp. 138-139. 48 Jonckheere, La Gran Tavola cit., p. 42 49 Barbero, Bonifacio VIII cit., pp. 297-301. 50 Il documento è in CG 54, cc. 45-48, edito da Chiaudano, Studi e documenti cit., pp. 136-142; Id., I Rothschild cit., pp. 135-136, alla p. 136. 51 Gli statuti senesi ribadivano che i creditori potevano rifarsi innanzi tutto sul patrimonio della società, in subordine su quello particolare dei soci, cfr. A. Arcangeli, Gli istituti del diritto commerciale nel costituto senese del 1310 , «Rivista di diritto commerciale», 4 (1906), pp. 243-371: 350 (ora in Arcangeli, Scritti del diritto commerciale ed agrario, I, Padova 1935, pp. 161-244).


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che venne, infatti, rigettata. In quell’occasione i soci avevano dichiarato che in ogni caso la compagnia, dal giorno in cui si erano manifestati i dissensi tra i soci, aveva già soddisfatto a domande di rimborso di depositi e pagato interessi per 200.000 fiorini e che in giro per il mondo vantava crediti tali da assolvere interamente i rimanenti debiti. Essi avevano anche chiesto l’aiuto pubblico contro chi propagasse il panico ad arte e avevano spiegato che, quando tutti i creditori «una hora et uno tempore confugerent», una società non era in grado di far fronte («nulla est sotietas in mundo quod non falletur si omnes eorum creditores concurrentur») non per problemi di ricchezza («deficetur in rispondendo non ratione impotentie») ma di liquidità momentanea dal momento che non aveva modo, a sua volta, di «recuperare una hora» i propri crediti sparsi «in diversis partibus mundi», cosa, del resto, che era nota ai clienti («dicta sotietas non abscondebat quod ab hominibus recipiebat sed aliis hominibus mutuabat et sic facit omnis sotietas»). Dopo il fallimento del 1309, la Mercanzia si era preoccupata di salvaguardare i patrimoni dei soci riconoscendone una parte come dotali di mogli e nuore dei soci52, e di quest’antico episodio, come di cosa nota, avrebbe testimoniato al processo del 1344 messer Mino di Cino Cinughi, rettore dell’ospedale di Santa Maria della Scala, rispondendo al giudice che gli chiedeva se, a suo avviso, gli eredi dessero garanzie di solvibilità. Messer Mino se ne intendeva, per vari motivi e interessi. Si trattava di una personalità di primo piano nella vita politica di quegli anni, era figlio di un banchiere di una certa importanza, era cognato di un socio della Gran Tavola, Meo di Orlando Malavolti, del quale aveva sposato la sorella Meuccia, aveva occupato numerosi incarichi di governo fino a quando il ruolo di rettore, ricoperto dal 1340, lo aveva messo ulteriormente al centro della rete cittadina di affari e interessi che faceva capo all’ospedale53. E

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Già nel 1302 si era stabilito che «debeant esse salve» le doti delle mogli di tre soci Bonsignori, cioè Signorino, Meo e Mino (CG 61, cc. 98v, 103, citato da English, Enterprise and liability cit., p. 67). Successivamente, nel 1310 la cosa venne denunciata da certi creditori che si lamentarono di non potersi rifare sui beni dei soci che «data et adsignata fuerunt uxoribus et nuribus dictorum sotiorum pro dotibus eorum per consules Mercantie predicte» (CG 77, c. 95-96v.). Nominando anche le nuore dei soci, il documento, pur parlando solo di doti, si riferisce probabilmente anche alle donationes propter nuptias che gli sposi offrivano alle spose e che creavano un diritto di credito delle donne sui beni dei mariti. Sul sistema dotale senese E. Brizio, La dote nella normativa statutaria e nella pratica testamentaria senese, «Bullettino Senese di Storia Patria», 111 (2004), p. 9-39: 21. 53 Mino Cinughi era stato dei Nove nel 1323 e prima ancora, a partire proprio da quel 1310 in cui venne presentato il ricorso relativo alle doti delle donne dei falliti, più volte


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dunque era molto attendibile quando spiegò che «ipsa bona defensita fuerunt pro dotibus mulierum dictorum sociorum»54. Erano passati gli anni e la Chiesa non aveva ottenuto soddisfazione e nemmeno messo le mani sull’agognato archivio della Gran Tavola, difeso strenuamente dal comune di Siena insieme alla documentazione pubblica che attestava lo stato patrimoniale dei soci – che per legge rispondevano dei debiti societari, come si ricorderà, in modo illimitato – e dei loro eredi. Così, nel febbraio 1312, in concomitanza con l’arrivo in Italia dell’imperatore Enrico VII diretto verso la sua turbolenta incoronazione, Clemente V aveva di nuovo attaccato personalmente Niccolò Bonsignori, reclamando – senza esito – dal comune di Cambrai la rendita vitalizia annua di 800 lire tornesi che già da due anni egli riceveva in cambio di un non meglio quantificato prestito che gli aveva erogato55. Nel 1313 a Niccolò venne annunciata la scomunica papale56. Era poi toccato a Giovanni XXII, appena salito al soglio pontificio, riaffermare il 23 novembre 1316 gli impegni della Gran Tavola e sostenere ancora i diritti della Santa Sede contro i fiamminghi57.

Esecutore di Gabella e Provveditore di Biccherna (traggo le informazioni da L. Banchi, I Rettori dello Spedale di Santa Maria della Scala di Siena, Bologna 1877, e dal database su Gli uomini di governo al tempo dei Nove, di prossima pubblicazione a cura di S. Raveggi e A. Zombardo). Cino Cinughi, suo padre, era stato anch’egli Provveditore di Biccherna, aveva prestato a Auxerre e di lì a qualche anno si sarebbe pentito di illeciti guadagni usurari: RH. Bautier, Un usurier siennois à Auxerre au debut du XIVe siècle, «Annales de Bourgogne», 19 (1952), p. 282-285. Una petizione di Cino di Ugo e compagni riguardante il fallimento Bonsignori è in Bowsky, Un comune italiano cit., p. 347. Meo di messer Orlando, fratello di Meuccia, era tra quelli che nel 1298 avevano chiesto al comune la dilazione del termine fissato per i rimborsi (Chiaudano, I Rothschild cit., pp. 122-123). Per un quadro d’insieme dell’ospedale senese G. Piccinni, L’ospedale e il mondo del denaro: le copertine dipinte come specchio dell’impresa, in Arte e assistenza a Siena. Le copertine dipinte dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, a cura di G. Piccinni - C. Zarrilli, Pisa 2003, pp. 17-27. 54 «Dixit tamen quod dudum, cum per quosdam creditores forent molestata, ratione debiti in quo dicti sotii tenebatur multis et diversis personis, ipsa bona defensita fuerunt, pro dotibus mulierum dictorum sociorum». La testimonianza fornita da Mino (c. 496 v.) concorda quasi alla lettera con un verbale del consiglio del 7 dicembre 1310 (CG 77, cc. 9596v, citato da Bowsky, Un comune italiano cit., pp. 347-348). 55 La bolla di Clemente V al vescovo di Cambrai del 27 febbraio 1312 è in Regestum Clementis Papae V cit., 1, n. 7700, t. 7, pp. 26-28. Cfr. inoltre Renouard, Les relations des Papes cit., pp. 94-98, Ch. Samaran - G. Mollat, La fiscalité pontificale en France au XIVe siècle (periode d’Avignon et grand schisme d’occident), Paris 1968, ristampa dell’ed. Paris 1905, pp. 156-157. Il figlio di Niccolò, Giacomo, era canonico di Cambrai. 56 15 gennaio 1313, mandato perché fosse annunciata la scomunica di Niccolò Bonsignori: Regestum Clementis Papae V cit., 1, n. 9510. 57 Samaran - Mollat, La fiscalité pontificale cit., e Lettres communes analiysées d’après les registres dits d’Avignon et du Vatican par G. Mollat, n. 5469, citati da English, Enterprise and liability cit., p. 102.


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La crisi dei Bonsignori non aveva rappresentato un evento solitario. Se alcune compagnie senesi, come quelle intestate alle famiglie Piccolomini (scomparsa dalla scena internazionale dalla fine del Duecento) e Salimbeni (già sciolta nel 1293), avevano evitato la bancarotta riconvertendo precocemente l’attività in una dimensione locale58, altre, come quelle di Forteguerri, Malavolti, Gallerani, Tolomei, erano state contagiate nei primi decenni del Trecento dal fallimento della Gran Tavola. Il potente processo di de-internazionalizzazione della banca senese era stato accompagnato da una trasformazione importante nell’assetto economico della città e dall’alternarsi di tentativi di ripresa e nuovi fallimenti societari, fino al 1338, quando una nuova crisi bancaria si era manifestata in Siena in coincidenza con l’avvio della guerra dei Cent’anni59, e al 1339, quando Benedetto XII aveva dato per l’ultima volta e per breve tempo ad una compagnia senese, quella dei Nicolucci, il potere di riscuotere fondi apostolici in Italia, Ungheria, Polonia e Romania60. Intanto, come già accennato, nella prima metà del Trecento avevano chiuso l’attività anche varie compagnie di altre città toscane: Franzesi, Ammannati, Frescobaldi, Pulci e Rimbertini, Chiarenti, Mozzi, Cerchi, Scali, infine, in una coincidenza con la data della nostra inchiesta che è difficile ritenere accidentale, Bonaccorsi, Acciaioli, e Peruzzi61. Poco più tardi sarebbe stato il turno dei Bardi. Lo scenario sul quale si muovono i nostri attori è quello di una fase frenetica di riconversione, diversificazione degli investimenti, tesaurizzazione, normazione.

58 Per i Piccolomini R. Mucciarelli, Piccolomini a Siena. Ritratti possibili, Pisa 2005 e Ead., I Piccolomini di Siena. Nobili e gentiluomini in una città comunale alla fine del Medioevo, tesi di dottorato in ‘Storia Urbana e Rurale’, IX (1993-1996), Perugia. Per i Salimbeni A. Carniani, I Salimbeni. Quasi una signoria, Siena 1995, pp. 37 e 149. Per un recente quadro d’insieme Fedeltà ghibellina affari guelfi. Saggi e riletture intorno alla storia di Siena fra Due e Trecento, a cura di G. Piccinni, Pisa 2008 (in particolare R. Mucciarelli, Il traghettamento dei mercatores: dal fronte imperiale alla pars ecclesiae, pp. 63-104). La documentazione del 1316-1317 è ripercorsa da English, Enterprise and liability cit., p. 90 (che cita CG 87, cc. 200v, 204; 88, cc. 76-79v, 88-90v e Statuti 26, c. 119). 59 G. Piccinni, Il sistema senese del credito nella fase di smobilitazione dei suoi banchi internazionali. Politiche comunali, spesa pubblica, propaganda contro l’usura (1332-1340), in Fedeltà ghibellina affari guelfi cit., pp. 209-289. 60 L’incarico papale era stato rapidamente revocato ai Nicolucci nel 1342 da Clemente VI di fronte alla loro palese difficoltà ad assicurare il trasferimento regolare ad Avignone di somme importanti provenienti dall’Europa centrale e mediterranea. ASV, RV 136, n. 195 citato da Renouard, Les relations des Papes cit., pp. 198-199. 61 Renouard, Les relations des Papes cit., p. 197


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Torniamo adesso all’attività dei nostri due giudici, «pro tribunali sedentes» nel 1344 nel monastero di S. Vigilio in Siena, l’esperto Vitali, che si specializzava nel recupero dei crediti della Chiesa romana, e Francesco dei Marzi, appartenente ad una famiglia senese novesca e interessata dalla restituzione del debito in quanto alcuni suoi membri erano eredi importanti di soci della Gran Tavola62. Come si ricorderà, i due dovevano condurre l’inchiesta «sine strepitu» con lo scopo principale di trovare le scritture attestanti il debito e accertare la solvibilità degli eredi. Essi svolsero gli interrogatori su otto articoli che così riassumo: 1- Ricorda qualcosa del pontificato di Nicola IV? 2- Sa o ha sentito dire che i soci a quel tempo avessero ricevuto in deposito denaro in nome della Chiesa romana e della Camera apostolica? 3- Ne conosce o ha sentito dire la consistenza? 4- Sa o ha sentito dire quando sarebbe avvenuto il deposito? 5- Sa o ha sentito dire dove sono «libri, instrumenta vel scripture» della società? 6- Conosce eredi dei soci? 7- Sa o ha sentito dire se essi hanno beni mobili o immobili e dove sono posti e chi li tiene? 8- Infine, di tutto ciò è o no pubblica fama? L’audizione dei trenta testi si svolse lungo dieci giorni e sei sedute63. In una prima fase, dall’8 al 10 luglio, furono ascoltati nove religiosi: sette frati domenicani (cioè per primi il priore frate Silvestro da Siena, e i due noti teologi Gerardo domini Luti da Siena e frate Enea [Tolomei] da Siena64, poi i frati Cristoforo Tolomei e Gerino di Guccio Montanini, che, insieme a frate Enea, si confessarono protagonisti dell’occultamento dell’archivio della Gran Tavola, e i due frati anziani, frate Ambrogio da Colle e Iacopo da Montececerone); il canonico Guido di Buondelmonte che aveva risieduto in Curia al tempo di Bonifacio VIII; il priore della certosa di Maggiano fondata dal cardinale Petroni, Francesco di Tura Montanini, figlio e nipote di soci della Gran Tavola65.

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Cioè Tofo del fu Pietro di Buonaventura Marzi, Giovanni di Buonaventura, Riccardo di Buonaventura. 63 Dall’8 al 17 luglio, l’audizione si svolse nei giorni 8-9-10-13-15-17. 64 Frate Enea Tolomei fu lettore a Firenze, confessore dei domenicani a Pisa, professore di arti e teologia allo Studio di Siena, inquisitore generale per la Toscana. Famoso per dottrina, scrisse De paupertate Christi. Petrarca gli dedicò un’epistola in esametri (I, 3). Morì nel 1348 a Siena. 65 Si tratta di Francesco di Tura Montanini, almeno al 29 settembre 1341 superiore della certosa di Maggiano fondata dal cardinale Riccardo Petroni (ASS, Diplomatico


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Tra il 13 e il 14 luglio fu il turno di tredici laici: il rettore dell’ospedale di Santa Maria della Scala, Mino di Cino Cinughi, membro, come abbiamo visto, di un’importante famiglia di mercanti noveschi; il giurisperito messer Nicola di Conte66; due mercanti che avevano operato per lungo tempo all’estero (Neri di Bruno, che era stato in passato, e sarebbe stato di nuovo dopo qualche mese, membro del collegio di governo67, e messer Gualtieri di messer Geri); due altri membri del ceto di governo, Berignone Chiavelli e Cecco Ghini; altri variamente interessati, messer Nicola di messer Bandino, messer Angelo Granelli dei Tolomei, Mino di Guido dei Tolomei, Naddino di Guccio, Poppo di Naldo, Cecco di messer Goro, Marsilio Scotti, alcuni dei quali dichiararono di aver frequentato la Curia romana. Il 15 luglio vennero interrogati ancora tre laici (Simone di ser Iacopo, Angelo di Federico, Conte Iacobi) e cinque, poco loquaci, minoriti (i frati Naldo Iacobi, Giovanni di San Giorgio, Iacopo di Tosa, Iacopo dei Marzi, Manno Guiduccini68). Infine il 17 luglio i delegati cercarono di raccogliere notizie da messer Bindo di Bindo di Falcone, protonotario del papa69, che era stato familiare del cardinale Riccardo e che allora viveva nella certosa di Pontignano, a pochi chilometri da Siena, dove si recarono per ragionare con lui a lungo, ma senza verbalizzare il colloquio. Come si vede, i domenicani costituiscono il gruppo più definito e cospicuo di testimoni, indice che una serie di legami con il mondo della finanza si affiancava, probabilmente, a quelli consolidati con il comune di Siena del quale il convento di San Domenico conservava anche l’archivio. Pontignano, 18 giugno 1345, dove è anche il documento del 29 settembre 1341). Egli dimostrò di sapere molte cose sui tentativi di accordi separati tra alcuni soci Bonsignori e il papa (vedi più avanti). 66 Messer Nicola di Conte, giurisperito di Siena, dichiarò di aver frequentato la Curia romana di Avignone e di aver lì sentito dire che il debito era stato rivendicato in nome di papa Clemente V. 67 Neri di Bruno di Siena fu un banchiere novesco. Al processo dichiarò di essere stato attivo a Nîmes e in altre località transalpine oltre che nella Curia romana di Avignone. Notizie sulla sua attività di campsor e politica tra il 1331 e il 1344 (anno in cui fece parte della signoria dei Nove) si trovano in Bowsky, Un comune italiano cit. e Id., Le finanze cit., oltre che nel database su Gli uomini di governo al tempo dei Nove, di prossima pubblicazione a cura di S. Raveggi e A. Zombardo. 68 Unico loquace fu frate Naldo Iacobi da Siena dei frati minori che dichiarò di aver sentito dire che i soci Bonsignori erano stati debitori della Chiesa romana per molto denaro avuto nella Curia romana, a Roma, a Siena e in varie parti della Tuscia. 69 C. 506. Si tratta di Bindo di Bindo di Falcone, notaio apostolico, fondatore della certosa di Pontignano con una donazione inter vivos il 3 settembre 1343 (ASS, Diplomatico Certosa Pontignano).


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Dal 1316 fino al 1344 non trovo altra traccia, nella documentazione pontificia, di una rivendicazione del credito verso i Bonsignori70. Al processo veniamo a conoscenza, però, che non erano mancati, negli anni, tentativi di accordi personali messi in atto da singoli soci. In particolare, in una data imprecisata, i Montanini avevano sondato se fosse possibile concordare separatamente il proprio debito pro quota con la Chiesa romana. Secondo quanto depose al processo frate Francesco di Tura Montanini, priore della certosa di Maggiano ed erede di soci della Gran Tavola, c’erano state buone basi per tale accordo separato, come aveva sentito raccontare da un non meglio identificato ma informato ser Pietro Alberti da Siena71. Suo cugino, il frate domenicano Gerino di Guccio Montanini, confermò72: ricordò, infatti, un indaffararsi del padre Guccio e dello zio Montanino presso il cardinale Giangaetano Orsini perché intercedesse per ottenere dal papa la remissione della quota di debito che toccava loro in nome del nonno Geri73. Ricordò anche, frate Gerino, di aver scritto di suo pugno alcune lettere al legato e al priore gerosolimitano in Pisa, sempre in vista della grazia della remissione nella quale, verosimilmente, si era individuato l’unico modo legale per tentare di aggirare il principio giuridico della responsabilità illimitata dei soci. La grazia non era arrivata, non era stata riconosciuta come strumento finanziario. Nonostante il vecchio Geri, nel suo testamento, avesse disposto il pagamento integrale dei debiti in ragione della sua quota attestata dai libri della società74 e, dunque, avesse riconosciuto di essere debitore, i registri di amministrazione della Gran Tavola erano stati fatti sparire proprio con il concorso di alcuni suoi eredi, e forse non a caso se si considera che i Montanini risulteranno, a conti fatti, particolarmente colpiti dalla vicenda della restituzione del debito75.

70 71

Renouard, Les relations des Papes cit., p. 576 Un ser Pietro notaio – forse questo stesso ser Pietro Alberti di Siena nominato da Francesco Montanini come informato dei fatti perché consigliere di suo nonno Geri Montanini – in un momento non precisato, aveva poi rogato il testamento di Geri, per il quale vedi più avanti. 72 Frate Gerino fu chiamato in causa da una testimonianza del domenicano Cristoforo Tolomei, e disse di aver sentito parlare del consistente debito del nonno da un notaio senese di nome ser Pasquale, incontrato ai Bagni di Petriolo, dove infatti i Bonsignori avevano importanti proprietà, come si evince da D. Boisseuil, Le thermalisme en Toscane à la fin du Moyen Âge. Les bains siennois de la fin du XIIIe siècle au dédut du XVIe siècle, Roma 2002, pp. 24-25, 409-413. 73 L’incontro potrebbe essere avvenuto nel 1333, quando l’Orsini fu a Siena come arbitro tra Salimbeni e Tolomei, come narra la Cronaca senese attribuita a Agnolo cit., p. 510. 74 Questo almeno si sostiene nel testamento di Guido del 26 luglio 1344, ASS, Diplomatico Archivio generale, cit. da Chiaudano, I Rothschild cit., p. 126. 75 Nei primi posti dell’elenco dei beni dei quali la Chiesa, a processo concluso,


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Domande centrali degli interrogatori appaiono quelle che concernono l’esistenza del debito, la sua natura e consistenza: nel ‘sentito dire’ dei testi essa variava da 60.000 a 100.000 fiorini76, solo Marsilio Scotti sostenne che la Chiesa romana aveva più debiti con la Gran Tavola di quanto quest’ultima a sua volta le dovesse, ma questa considerazione non sembrò interessare molto i nostri delegati. Il dato più interessante è che nessuno dei testimoni individuava l’origine del debito in decime levate al tempo di papa Niccolò IV e non versate alla Camera, mentre alcuni di essi ritenevano, invece, che esso originasse da consistenti depositi fatti personalmente da prelati della Curia in un momento successivo, cioè al tempo di papa Bonifacio VIII. In particolare l’anziano domenicano frate Ambrogio da Colle, che aveva frequentato la Curia romana al tempo di Bonifacio, riferì di un meccanismo finanziario di tutto interesse. Narrò che i nuovi prelati creati dal papa, evidentemente in difficoltà a far fronte agli oneri connessi alla loro nomina, per farsi anticipare le somme necessarie si rivolgevano ai Bonsignori che, registrandole come fossero un deposito effettuato in conto alla camera apostolica, ne divenivano automaticamente debitori, senza un reale trasferimento di fondi. I prelati erano obbligati verso i Bonsignori, i Bonsignori verso la Camera. L’operazione non è del tutto limpida, trattandosi di un movimento di denaro inesistente: infatti è abbastanza chiaro che quello che viene chiamato deposito dei prelati e diviene deposito della Camera presso la Gran Tavola, era in realtà una anticipazione di denaro a nome dei primi, a fronte di una obbligazione. Poco prima dell’apertura dell’inchiesta, nel marzo e aprile 1344, il comune di Siena si era di nuovo rifiutato di consegnare alla camera i documenti della società in un sacco sigillato77. Adesso, dalle deposizioni dei testimoni, i delegati ottenevano almeno lunghi elenchi di nomi degli eredi dei soci e più scarni elenchi di beni immobili, e risultati, questi sì davvero interessanti, sulla fine dell’archivio della Gran Tavola.

avrebbe chiesto il sequestro, ci sarebbe stato proprio il palazzo di proprietà di due membri della famiglia, Geri e Giovanni di Tura. Il 10 luglio 1344 (cc. 492-493) dominus Guido di Buondelmonte rispose alle domande dei giudici raccontando, tra le altre cose, che gli eredi di Geri Montanini avevano «multas possessiones et magnas et domos videlicet infra civitatem senensem iuxta ecclesiam Sancti Petri Scalarum domos et palatia nobilissima, item et alias possessiones opulentissimas in comitatu senensi loco dicto la Montagna» del valore, si diceva, di 100.000 lire senesi. 76 Deposizioni di frate Gerino di Guccio Montanini (cc. 494-495) e di Cecco di Ghino il quale dichiarò di esser stato informato da “quampluribus et diversis personis etiam mercatoribus ratiocinantibus de gestis dicte sotietatis” (c. 501rv). 77 Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France, publiées ou analysées d’après les registres du Vatican par E. Deprez - J. Glenisson - M.G.


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Molti testimoni, a partire dalla deposizione del priore domenicano frate Salvestro78, raccontarono, infatti, che l’ingente documentazione prodotta dalla compagnia stava marcendo, insieme a quella della società dei Tolomei, nelle cantine del convento di S. Domenico, dove la prima era stata portata intorno al 1304, nel pieno della crisi, da un oblato dell’ospedale, frate Pepo Tolomei – come depose al processo suo fratello, il dotto domenicano frate Enea79 – mentre un altro Tolomei, frate Cristoforo, raccontò ai giudici di essere stato lui a riporre in luogo sicuro lettere apostoliche e altra documentazione della Gran Tavola su richiesta del nipote di un socio esterno della società, frate Gerino di Guccio Montanini, anch’egli domenicano e interrogato due giorni dopo. Tolomei e Montanini, dunque, furono protagonisti di questo ingente trasferimento di carte. La documentazione potrebbe essere stata depositata presso i domenicani per essere a disposizione della Mercanzia che curò i fallimenti (e non a caso nelle cantine umide risultava conservata anche la documentazione dei Tolomei), ma il fatto che, in locali ben asciutti del convento, si conservasse benissimo da decenni gran parte dell’archivio del comune la dice lunga sul ruolo che i domenicani potrebbero aver avuto nell’occultare, successivamente, la documentazione più compromettente, dal momento che è da escludere che essi avessero sottovalutato l’importanza dell’attività della Gran Tavola, il cui fondaco si trovava poco lontano dal convento e alla quale, come si ricorderà, avevano anche prestato nel 1289 la sede legale80. Insomma, a

Mollat, Paris, 1925-1961, n. 2321 e Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressants les pays autres que la France cit., n. 425. Di nuovo il 5 aprile 1345, Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 1611. 78 «Interrogatus respondidit quod libri et scripture dicte sotietatis et sotiorum in magna quantitate erant et sunt in loco predicto fratrum predicatorum de Senis in quidam camera dicti loci qui sunt per magna parte distructi et corrosi. Interrogatus quomodo scit quod dicti libri et scripture sint dicte sotietatis et sotiorum dixit respondens quod sic in prima fatie et per totum dictorum librorum et per scripturas ipsorum apparet manifeste quod sunt dicte sotietatis et sic publice dicebatur et ferebatur in dicto loco et conventu. Interrogatus si sunt infra tecas vel extra respondidit et dixit quod infra tecas et extra consistunt etiam super terram», c. 489. 79 Frate Enea, descrivendo lo stato di degrado della documentazione, informò i giudici che essa era stata portata là più di quaranta anni prima da suo fratello Pepo («iam sunt anni XL et ultra quod dicti libri fuerunt illuc apportati per Pepum fratrem carnalem dicti fratris Enee», c. 490), il quale da altra documentazione risulta essere stato nel 1291 oblato dell’ospedale (ASS., Ms. B.41, c. 242v). 80 «Hoc preterea anno in Senensi urbe et apud convenctum fratrum predicatorum quedam magna societas mercatorum senensium, que societas Bonsignorum nome accepit, collatis pecuniis inita est»: Tizio, Historiae senenses cit., 1/2, parte 1, pp. 163-164. La notizia della costituzione, completata dai nomi dei soci e l’entità dei capitali, è riportata tra l’agosto e il novembre 1289.


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Siena la scomparsa degli archivi dei banchi sembra connessa molto più con la gestione dei fallimenti che con la malasorte. Così, acquisita la consapevolezza che dalle deposizioni non potevano ottenere molto di più, il 20 luglio i delegati si recarono in ispezione ufficiale – la fonte parla di «perquisitione»81 –, garantita dalla presenza di tre testimoni e di un notaio, nei sotterranei del convento di S. Domenico82 dove, in mezzo all’acqua nonostante si fosse in piena estate, trovarono «unam grossam salmatam et dimidiam» di registri contabili e corrispondenza d’affari dei Bonsignori, insieme ad almeno una parte di quella dei Tolomei83. L’archivio era in gran parte imputridito, una parte della documentazione stava in grandi casse e scrigni e teche rotte, con le serrature scassinate, e da essi il materiale era fuoruscito, molto era poggiato direttamente sul suolo umido, talvolta anche sotto le casse. Le ispezioni, nel corso delle quali il materiale fu ripetutamente rivoltato («post multam revolutionem»), richiesero molti giorni di lavoro «quasi continue», fino al 18 agosto. In trentasei facciate il notaio copiò i saldi di una serie di “ragioni” relative alla decime e, per esteso, una serie di lettere sullo stesso tema che abbiamo già in parte utilizzato. L’attenzione dei giudici – dei quali le scarne registrazioni del verbale non riescono a celare l’entusiasmo – fu attratta da «multos libros et quaternos in cartis de papiru» con le entrate riscosse in Inghilterra e Scozia, dove erano scritti, riassunse il notaio, molti denari in marchi sterlini d’argento ricevuti in nome della Chiesa e da versare alla Camera, e libri e scritture in carta di papiro con le entrate d’Inghilterra, Lombardia, Tuscia, Romagna. Di questa serie furono fatti estratti84. Trovarono, inoltre, molte lettere sigillate inviate dai soci in Curia ai «principales et capitaneos» della società in Siena e lettere bollate di Bonifacio VIII, che furono asportate dai delegati, sebbene solo due di esse fossero trascritte integralmente85. 81 C. 508v. Il verbale della perquisizione e della trascrizione della documentazione è alle cc. 507-524v. 82 «Descenderunt et accesserunt ad locum ipsum fratrum predicatorum […] pervenerunt ad quamdam criptam posita in parte infer […] dicti loci iuxta portam et ingressum orti loci ipsius», c. 507 83 La documentazione dei Tolomei rinvenuta nel 1344 nelle cantine di San Domenico era in una sola cassa. Il 9 aprile del 1302, in occasione dell’incarico dato dal consiglio generale alla Mercanzia di nominare una commissione ad hoc, Federico di Rinaldo Tolomei aveva cercato di arginare la possibilità che i libri di amministrazione della compagnia Tolomei fossero sequestrati (CG 61, cc. 80-83v, cit. da English, Enterprise and liability cit., p. 66). 84 Cc. 107v-108. 85 Cc. 519, 524, con una inversione della legatura.


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Perseverando nella ricerca86 i giudici trovarono sotto tutte le altre una cassa piena di libri e tra questi «quondam librum de cartis pecudinis» di «corio nigro clavato mediocri voluminis» in cui era scritto tutto ciò che i soci avevano incassato a nome della Chiesa, come appariva scritto nella prima pagina. Anche questo libro fu portato via87. «Non contenti, volentes ad ulteriora procedere super perquisitione», i giudici tornarono nei sotterranei con la determinazione di recuperare altri libri mastri («ut si possent invenire libros illos maiores et principales») che erano nominati negli altri e, dopo aver di nuovo rivoltato la massa della documentazione, il 19 di agosto trovarono il prezioso libro peloso, un registro con una coperta di cuoio peloso in gran parte rovinata e prossima a disfarsi. Anche questo fu portato via88. Di molti documenti venne fatta una trascrizione89. Dal verbale della perquisizione possiamo dunque ricostruire che l’archivio della Gran Tavola era composto, tra le altre cose, da: «multos libros sive quaternos in cartis de papiru in quibus continebatur recepta et reddita in pecuniis per dictos sotios vel eorum factores in Anglia et Scotia […]; alios qui etiam continebant inter ceteras receptas factas per dictos sotios et eorum factores in dictis partibus Anglie et Scotie […] ; alios libros et scripturas tam in cartis de papiru quam etiam pec[udinis] continentes multas pecuniarum quantitates per dictorum sotios […] factores fuisse et esse receptas tam in partibus Anglie et […] predictis quam in Lombardia, Tuscia, Romandiola, Frigu[…]; multas licteras missas per sotios et eorum factores [commorantes in curia] romana ad principales et capitaneos dicte sotiet[atis] […] civitate Senarum sigillo dicte sotietatis sigillatas […] ; et alie lictere continebant qualiter [Bo]nifatius papa VIII […] etiam bullatam dicti pape [...]; librum de cartis pecudinis cum […] et corio nigro clavato mediocri voluminis in quo aliud erat descriptum nisi solum omnia illa que dicti sotii receperant per ecclesia romana in pecunia[…]; librum de cartis bambacinis sive de papiru cum coperta de carta sive corio piloso exterius […] de quo libro alii superius libri reperti et inventi in locis pluribus faciunt mentione […]; quiquidem liber continebat in se folia sive cartas numero centum XLI sicut per numerum singola carta

«perseverantes quasi continue usque ad XIIIa diem mensis augusti», c. 507v-508. Il libro mastro era spesso detto libro nero proprio perché rivestito di cuoio nero, F. Melis, L’azienda nel Medioevo, con introduzione di M. Del Treppo, a cura di M. Spallanzani, Firenze 1991, p. 35. 88 C. 508v. 89 Si vedano le cc. 508v-516v per i libri e cc. 517, 519rv per le lettere. 86 87


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signata erat, incipiendo a secondo folio segnato pro prima carta, in cuius prime carte sive folii principio et summitate in prima pagina scriptum erar sic videlicet: In nomine domini Amen. In questo libro éne scripto tucto ciò che n’è apo la compagnia de la muneta dela decima et di quello che atiene a la terra sancta recevuti in diversi parti et tucto quello che avemo pagato et prestato per la decta cagione, chom’apare partitamente innançi». Gli estratti e la trascrizione della documentazione raccolta durante l’istruttoria, fatta in certi casi «de verbo ad verbum», sono stati parzialmente e malamente editi, e poco studiati. Essi sono invece importanti sia in sé, sia anche perché l’atto della perquisizione, con l’esame dei primi registri, più ancora degli interrogatori, ci fa capire che i delegati erano interessati a cercare proprio le prove di decime esatte e non versate: ce lo mostra la scelta della documentazione da copiare o produrre in originale e il fatto che, una volta trovato l’agognato libro peloso, la perquisizione stessa fu considerata immediatamente conclusa. La Chiesa, finalmente, aveva messo le mani sulle carte che aveva chiesto dal 1307, e poteva usare i conti delle decime a conferma di un credito che non sappiamo se, all’origine, ritenesse derivato davvero e del tutto da esse. L’ostinazione dei giudici aveva avuto successo e avrebbe spinto Pietro Vitali, nel 1346, a ripetere l’esperienza andando a cercare nei conventi dei frati minori e delle clarisse di Pistoia i libri e le carte della compagnia degli Ammannati per ricavarne le prove anche del loro debito90. La seconda fase della vicenda ha meno interesse per noi. Nonostante la bolla di delega esplicitamente escludesse la prospettiva di un giudizio, dopo una serie di ulteriori tentativi di transazione ai quali non risposero né alcuno degli eredi né il comune di Siena91, nel 1345 tre giudici delegati dalla sede apostolica – tra i quali sedette ancora Pietro Vitali – si insediarono a Firenze e convocarono gli eredi dei soci92. La linea di difesa di questi ultimi fu di evitare esplicitamente di riconoscersi come eredi e si fondò sulla nomina di un

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Renouard, Les relations des Papes cit., p. 576 Il 30 settembre 1344, Clemente VI chiese al comune di Siena di collaborare con Pietro Vitali e Francesco de’ Marzi «quibus commisit ut mercatores societatis de Bonsegnoribus de Senis pecunias sine mora solvant quas Sanctae Sedi debent» (RV 138, n. 312, c. 96rv e Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 1138). Il 7 aprile 1345 il papa ripeteva le istruzioni ai delegati minacciando sanzioni («scribit de pecunia a societate de Bonsegnoribus de Senis tempore Nicolai papae IV recepta», ASV, RV 138, c. 246v-247, Collectoriae 383, c. 283 e Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 1620). 92 La citazione dei soci a Firenze, dove prese sede il tribunale, è in ASV, Collectoriae 431, cc.1-96.


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procuratore con mandato di rappresentarli ognuno personalmente93. Il procuratore inutilmente sollevò l’eccezione di incompetenza del tribunale – e come dargli torto – e chiese copia di tutti i rescritti dai quali esso riteneva di avere giurisdizione contro i suoi rappresentati, la delega di ogni giudice e l’incarico ricevuto dalla Sede apostolica, oltre ad un tempo congruo per consultare i propri esperti (sapientes suos) e i propri assistiti. La sentenza, scontata, data il 4 luglio 1345, fu di condanna in contumacia. Tra i colpiti, numerosi risultano gli appartenenti al ceto di governo senese94. In seguito alla sentenza, il comune di Siena, al quale, tra settembre e novembre 1345, era stato ripetutamente chiesto di agevolare la Chiesa nella presa di possesso dei beni dei soci della Gran Tavola, inviò scritture, ma apparvero in Curia palesemente false (simulatis et fictis), poi nel novembre si rifiutò di produrre copia dei registri pubblici attestanti lo stato patrimoniale dei condannati95, ignorò nel febbraio 1346 una nuova richiesta dei registri contabili della società96, infine, dopo che la città era stata colpita dall’inter-

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93 «Salvo semper dicto et espresso quod predicti procuratores vel aliquis eorum, per aliquem actum vel confessionem vel responsionem que facerent ipsi vel aliquis eorum non possint predictos constituentes vel aliquem eorum facere heredes» (ASV, Miscellanea Camerale 1382 e Arias, La compagnia bancaria cit., p. 12, dove si trovano le procure degli eredi dei soci). Il 25 giugno 1345 ser Niccolò di ser Viviano fece opposizione di fronte ai giudici delegati: il testo è trascritto da Jordan, La faillite des Bonsignori cit., p. 434. L’elenco dei soci da citare era già nella documentazione del processo, alla c. 517v. 94 Bowsky, Un comune italiano cit., p. 348. 95 27 settembre1345: «mandatur ut moneant omnes clericos et laicos ad revelandum bona, litteras vel instrumenta quae spectant ad mercatores de Bonsegnoribus et alis societates de Senis, Pistorio et Florentia seu ad Cameram Apostolicam sub excomunicatione poena» (Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 1996). Il 26 ottobre 1345 sappiamo che il comune, richiesto dai giudici di lasciare la Chiesa prendere possesso dei beni dei soci, aveva inviato scritture e atti «simulatis et fictis». Il 18 novembre venne lanciato l’interdetto sulla città e la scomunica dei membri del consiglio e del capitolo di Siena in Duomo: Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 2321 e Cronaca senese attribuita a Agnolo cit., p. 547. Arias, La compagnia bancaria cit., p. 14, pubblicò l’atto con l’elenco dei beni dei quali si chiedeva possesso: 4 case (una di Conticino di messer Niccola Bonsignori nel popolo di S. Giovanni; una di Riccardo del fu Bonaventura e fratelli nel popolo di S. Andrea; una nel popolo di S. Pellegrino; una dei Marzi nel popolo di S. Andrea); il palazzo di Geri del fu Montanino e Giovanni di Tura Montanini; una casa dei Rinuccini posta nella strada per Quercegrossa con altre case e vigne; 4 poderi di Ciampolo Bonsignori a S. Fabiano e Sebastiano presso Quercegrossa e lungo lo Staggia. 96 17 febbraio 1346: «mandatur ut tradant instrumenta societatis de Bonsignoribus, de Senis, contingentia et inclusa in uno sacco sigillato sigillo episcopi carnotiensis, Petro Vitalis»; 27 settembre 1346: «mandatur ut moneat omnes clericos et laicos ad revelandum bona, litteras vel instrumenta quae spectant ad mercatores de Bonsegnoribus et alias societates de Senis, Pistorio et Florentia seu ad Cameram Apostolicam sub excomunicationis poena» (Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., nn. 1996 e 2321).


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detto e le autorità cittadine scomunicate97, il 3 dicembre 1346 inviò ambasciatori al papa per spiegare candidamente che non aveva ritenuto di produrre copia della documentazione solo perché essa era troppo ampia e per dichiarare la città sempre e comunque disponibile a mostrarla a richiesta, ricordando nel contempo che una costitutio di Bonifacio VIII proibiva di usare l’arma dell’interdetto al fine del recupero crediti («ne propter aliud debitum pecuniarium civitas vel alia communitas ecclesiastico subiciatur interdicto»)98. Interdetto che, peraltro, i francescani senesi si erano rifiutati di applicare con la scusa che la loro chiesa si trovava fuori delle mura99, otte-

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97 14 febbraio 1346: «mandatur ut compellat omnes de civitate senensi ad observandum interdictum quod inibi fuit positum» (Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 2316); 28 ottobre 1346: «Petro Vitalis mandatur ut procedat contra mercatores societatis Bonsenhorum de Senis debitores erga Cameram Apostolicam», Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France cit., n. 1254. 98 Il 3 dicembre 1346 il comune dette istruzioni agli ambasciatori presso Clemente VI (il canonico Giacomo di Guglielmo e il domenicano Pietro di Sozzo di Ricco), incaricati di esporre la linea dei senesi in merito alla vicenda Bonsignori. Essi chiesero che fosse ritirato l’interdetto per non aver mostrato i libri con le possessioni, dato che gli eredi dei soci negavano di esser tenuti a pagare, «multas defensiones et rationes allegantes», che i delegati papali dicevano che «in archiviis sive Camera Communis Senarum erat magna quantitas librorum et scripturarum, in quibus continebantur omnia predia et possessiones omnium civium Senarum» e volevano entrarne in possesso e avevano intimato di «exhybere dictos libros» entro 15 giorni, farne copia e metterla a loro disposizione. Gli ambasciatori contestarono che il comune non era tenuto a far trascrivere e copiare la documentazione ma solo a mostrarla; che comunque essa era in tale quantità che era impossibile copiarla se non con troppo tempo; che quindi il comune non era contumace: edito in appendice a Chiaudano, I Rothschild cit., pp. 140-142. Il 7 marzo 1347 il consiglio generale cercò di nuovo il modo per liberare la città dall’interdetto nominando una commissione segreta (CG 140, cc. 7-8 e di nuovo alle cc. 21-22 e 30-32). 99 5 gennaio 1346: «Episcopo Senensi mandatur ut faciat observari interdictum cui commune et officialis civitatis Senensis fuerunt suppositi qui renuerunt obtemperari Petro Vitalis et Guillelmo Truelli, nunciis S.A., non obstante quod fratres O.M. istud interdictum centemnent», Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France cit., n. 867. I francescani senesi rivendicavano che la loro chiesa si trovava fuori delle mura («quod eorum ecclesia non in civitate sed suburbiis ipsius civitatis consistit»), ma la motivazione venne ritenuta frivola (RV 139, n. 759, cc. 179v-180). Vedi anche C. Eubel, Bullarium franciscanum, 6, Roma 1906, p. 172, n. 345. Il 14 febbraio un bolla è indirizzata a Pietro Vitali e Francesco de Marzi: «mandatur ut compellat omnes de civitate senensi ad observandum interdictum quod in ibi fuit positum», Clément VI (13421352). Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 2316. Del 28 ottobre è il mandato di comparizione per i francescani: «mandatur ut citet ad comparendum in Curia romana fratres Minorum qui denegant observare interdictum prolatum contra civitatem Senensem ratione pecuniari debitarum Camerae Apostolicae a societate Bonsenhoribus», Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à


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nendone a loro volta un ordine di comparizione nella Curia romana100. Anche il maggiore ospedale cittadino appare coinvolto nell’affare. Non solo il suo rettore, come si è detto, fu un testimone importante al processo del 1344, ma nella documentazione contabile ospedaliera restano tracce di una «inposta fu fatta per l'andata che si fecie a chorte di papa per adoparare che lo interdetto si levasse via», che era stata «fatta a’ conpagni della chompagnia de’ Buonsignori o a chi tiene o avesse de loro beni»101. Soprattutto l’ospedale aprì nello stesso periodo un impegnativo registro di conti correnti con il quale si offriva sempre più come un rifugio ordinato, robusto, riservato e sicuro, e quanto bastava remunerativo, per una parte consistente della ricchezza senese prodotta nella fase dell’ascesa, scudo nell’attesa di tempi migliori in cui la si potesse impegnare di nuovo102. Nel 1351 l’ospedale figurò tra i fideiussori che anticipano le somme dovute dagli eredi condannati a pagare. Gli esempi di quanto, in questa fase di riconversione economica e conflitti di potere all’interno della città, le operazioni finanziarie potessero rivelarsi rischiose, anche sul piano politico, e quanto fosse comunque interesse di tutti individuare un luogo sicuro per proteggere il denaro e i titoli di credito, possono essere molti, ma mi piace proporne uno che mostra tutto ciò in modo particolarmente esplicito: si pensi a quanto era accaduto nel 1336 quando i Tolomei, che nel 1317 avevano contratto un debito con il banco di Branca Accarigi, si erano trovati in balia dei loro nemici Salimbeni che avevano acquistato da quel banco i 15 titoli di credito relativi ed erano dunque in grado di chiederne il rimborso in ogni momento. Non a caso il passaggio dei titoli di credito dalle mani dei Salimbeni a quelle del vescovo, quale arbitro e garante, aveva fatto parte degli accordi per la pacificazione che nel 1337, dopo decenni di scontri sanguinosi, fu stretta tra i due casati103. la France cit., n. 2961. Nello stesso giorno (n. 1254) «mandatur ut procedat contra mercatores societatis Bonsenhorum de Senis debitores erga cameram apostolicam». 100 1346 28 ottobre: «Eidem [Petro Vitalis] mandatur ut citet ad comparendum in Curia Romana gardianum et alios gerentes officia in conventu O.F.M. Senensi qui renuunt observare interdictum cui subjicitur civits Senensis», Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France cit., n. 1256. 101 L’ospedale pagò tra l’11 e il 26 agosto 1346 per complessivi 20 fiorini, appunto come attuale proprietario di beni che erano stati di due soci della Gran Tavola nel 1298: Pagno Giliotti e Matteo Albizi, il cui fratello Manfredi Albizi era oblato dell’ospedale (Documentazione dell’11-26 agosto 1346: ASS, Ospedale 514, c. 150v; vedi anche Ospedale 64). 102 ASS, Ospedale 173. 103 G. Cecchini, La pacificazione tra Tolomei e Salimbeni, Siena 1942 (Quaderni dell’Accademia Chigiana, 2), pp. 81-83 e Mucciarelli, I Tolomei, banchieri cit., p. 266.


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La Gran Tavola non fu la sola compagnia toscana a resistere nel braccio di ferro con la Sede pontificia, né solo la città di Siena protesse i suoi banchieri e i loro eredi. Nei grandi tracolli bancari che colpivano le banche tra il 1341 e il 1346, nella violenta crisi di fiducia che travolgeva Peruzzi e Bardi, che non poterono resistere alle ondate di richieste di rimborso, trascinando verso il basso altre imprese, medie e piccole104, una cesura profonda segnò la storia dell’alta finanza. Quando, in questo clima allarmato, nel 1343 Clemente VI aveva iniziato a cercare di riscuotere i propri crediti in Toscana105, indirizzando la sua iniziativa anche verso gli Acciaioli e i Bonaccorsi106, e poi vanamente ripetendo le stesse richieste di documentazione107, Bardi, Peruzzi e Bonaccorsi avevano rifiutato, come i

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104 Un simile crollo della fiducia, secondo il Villani, avrebbe contribuito negli anni Quaranta al fallimento delle compagnie di Bardi, Acciaioli e Peruzzi per l’improvviso ritiro, da parte di importanti clienti, dei depositi presso le filiali del Mezzogiorno, avvenuto al sospetto di una svolta filoghibellina di Firenze. Si tratta della rottura dei rapporti con Napoli a vantaggio di quelli con Ludovico il Bavaro: Davidshon, Storia di Firenze cit., 6, p. 802; A. Sapori, Una parentesi ghibellina nella politica guelfa di Firenze, «Rivista delle Biblioteche e degli Archivi», n. s., 2 (1924), pp. 237-242; C.M. Cipolla, Il fiorino e il quattrino. La politica monetaria a Firenze nel Trecento, Bologna 1982, p. 14. Esprime dubbi M. Luzzati, Giovanni Villani e la compagnia dei Buonaccorsi, Roma 1971, pp. 46-7. E.S. Hunt, The medieval supercompanies. A study of the Peruzzi Company of Florence, Cambridge 1994, titola due paragrafi The critical years, 1335-1340, e The collapse, 1340-1343. 105 5 agosto 1343, Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France cit., n. 239-243; Clément VI, 1342-1352, Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 323; English, Enterprise and liability, p. 102. 106 Gli Acciaioli, a dire della Camera, dovevano 4745 fiorini raccolti in varie parti del mondo e indebitamente trattenuti, i Bonaccorsi 5000 oncie d’oro e argento. Il 13 febbraio 1344 Clemente VI ne chiedeva la restituzione agli Acciaioli; il 7 maggio rivendicava presso i Bonaccorsi un deposito che essi avevano ricevuto in Napoli dal vescovo di Benevento (RV 137, nn. 689, 759, 1063; Arias, La compagnia bancaria cit., pp. 6-7; Renouard, Les relations des Papes cit. pp. 515-519). Per l’improvvisa cessazione dell’attività dei Bonaccorsi nel 1342, Luzzati, Giovanni Villani cit., pp. 46-71, alle pp. 48, 57. 107 15 agosto 1345: mandato a Pietro Vitali di esigere dai Chiarenti di Pistoia denari «in quibus tenebantur ex causa depositi Ruffini de Fichie, juris civilis professoris, quondam archidiaconi Remensis, cujus bona mobilia reservata fuerunt Camerae Apostolicae», RV 139, n. 289, c. 78v e Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France cit., n. 755. 27 settembre 1345, Pietro Vitali e Gugliemo Truelli «mandatur ut moneant omnes clericos et laicos ad revelandum bona, litteras vel instrumenta quae spectant ad merctaores de Bonsegnoribus et alis societates de Senis, Pistorio et Florentia seu ad Cameram Apostolicam sub excomunicatione poena» (RV 139, c. 112v-113, n.444 e Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., n. 1996). 17 febbraio 1346: mandato a Raimbando de Montebrione, rettore del ducato di Spoleto, e Berengario Blasini tesoriere «ut tradant instrumenta societatis de Bonsegnoribus, de Senis, contingentia et inclusa in uno sacco sigillato sigillo episcopi carnotiensis, Petro


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Bonsignori, di rimborsare i depositi108. Dopo un altro processo il papa aveva pattuito con gli Acciaioli il pagamento di 1000 fiorini l’anno fino ad estinzione109, ma neanche loro avevano pagato. I fiorentini erano stati colpiti dall’interdetto, con il solo risultato che, per rappresaglia contro il papa, avevano liberato un Acciaioli arrestato, mutilato i messi dell’inquisitore e fatto «alia multa orrenda et temeraria»110. Gli eredi dei soci della Gran Tavola, invece, alla fine capitolarono alla forza della Chiesa. Dopo anni di trattative, e con l’intervento finale del comune di Siena, essi trovarono un accordo sul debito, ormai vecchio di quasi 60 anni, concorrendo alla restituzione della somma di 16.000 fiorini111 in rate annuali pagate a messer Andrea da Todi, electo di Rimini e collettore del papa in Toscana112. Intanto, il 23 aprile 1348, messer Niccolò

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Vitalis, primicerio Lucanae, et Guillelmo Truelli, canonico Autissiodorensis ecclesiarum» (RV 139, cc. 208rv, n. 943 e Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales se rapportant à la France cit., nn. 1996, 2321). 108 RV 137, n. 1063. 109 RV 138, cc. 69rv. 110 Gli Acciaioli vennero scomunicati per non aver pagato e Pietro d’Aquila, inquisitore in Toscana, fu incaricato di eseguire la sentenza. Egli chiese aiuto del braccio secolare e sottopose Firenze all’interdetto, ma i fiorentini per rappresaglia liberarono un Acciaioli già arrestato, mutilarono i messi dell’inquisitore, liberano i sospetti di eresia. «Infrascriptis mandatur ut se informent super quibusdam excessibus per potestatem, capitaneum, rectores et judices Florentinae civitatis qui violarunt interdictum positum pro non solutione debitorum a mercatoribus Acciaolorum Petro, episcopo Sabininesi» (RV, 139 n. 444, cc. 112v-113; n. 1129, c. 257, e Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France cit., n. 965). 111 I dati e le fonti in ASS, Concistoro 2, c. 72rv, cit. da Bowsky, Un comune italiano cit., p. 348; CG 140 c. 30v-32v; CG 145, cc. 15, 30; Catoni, Bonsignori cit.; English, Five Magnates Families p. 122; Chiaudano, I Rothschild cit., p. 126. Il 20 novembre 1348 Andrea da Todi, nunzio e collettore in Toscana, scriveva al Camerario: «Item vadens Senas pro compositione firmanda cum sociis, descendentibus seu bonorum possessoribus vel detentoribus societatis de Bonsignoribus, post longas concertationes et advocatorum disputationes ad concordiam ventum est hoc modo videlicet quod socii et descendentes seu bonorum possessores sufficientes et idonei qui poterant idonee cavere et sufficientes fideiussores prestar, primo se obligarent pro hiis summis et quantitatibus quos ièpsos et quemlibet eorum pro sua rata contingeret, de summa XVIM florenorum auri annis singulis persolvenda infra VIII annos proxime secuturos incidendo prima paga in kalendis januarii proximis in civitate pisana mihi vel alteri a camera apostolica mandatum habenti fienda et deinceps omni anno in dictis Kalendis usque ad intergam solutionem dictorum XVIM florenorum […]», edito integralmente in Renouard, Les relations des Papes cit., pp. 632-635. 112 Messer Andrea da Todi era collettore e ufficiale in Toscana per la Chiesa di Roma. Il 1 maggio 1349 Clemente VI emise la seguente bolla: «Andreae de Tuderto facultas absolvendi ab excomunicationis sententia promulgata auctoritate apostolica contra mercatores et socios societatis de Bonsegnoribus senensis eorumque bona tenentes occasione pecuniarum camerae apostolicae debitarum per Franciscum, episcopum Laquedonenesem, quoandam


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Novello del fu Filippo di messer Niccolò Bonsignori, che era stato in gioventù dedito al gioco d’azzardo, aveva fatto testamento in fin di vita disponendo legati sostanziosi per la sua anima e di essere seppellito presso il convento francescano di San Processo sul Monte Amiata113; poco dopo, il 4 giugno, Guglielmino di Lando (Orlando) Bonsignori, disponendo di essere seppellito presso gli Umiliati di Siena, aveva lasciato una serie di legati in denaro e un legato universale dei beni immobili all’ospedale di Santa Maria della Scala114. C’erano volute due e anche tre generazioni, quante ne attraversò la soluzione della crisi dei Bonsignori dal 1292 al 1350, per prendere atto della fine definitiva di un ciclo economico e assorbirne le conseguenze.

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Per concludere. Sul chiudersi del XIII secolo, al tempo di Bonifacio VIII – che appare un vero protagonista del processo del 1344 – il complesso delle norme che regolavano il credito aveva continuato a definirsi a scala territoriale, mentre l’alta finanza italiana era già divenuta una potenza nuova «non legata esclusivamente a uno stato o a un territorio, distesa con la sua vasta, intricatissima rete su buona parte d’Europa», «una potenza di cui è difficile valutare l’efficacia politica nell’ampio teatro europeo, ma che dal processo degli avvenimenti contemporanei possiamo ritenere fatta più per servire che per comandare, più capace di sorreggere e di secondare con la sua forza, che di imporre una propria politica finanziaria»115. In questo

Petrum Vitalis et Guillelmum Truelli, et ab interdicto cui subjacet civitas Senensis, dum tamen cives Senenses et bona dictorum mercatorum tenenetes concordaverint cum ipso nuncio» (Clément VI, 1342-1352. Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France cit., n. 1989); Cronaca senese attribuita a Agnolo cit., p. 551. I dati relativi alle quietanze dei pagamenti fatti dagli eredi dei soci della Gran Tavola dal 1351 sono riassunti in sequenza fino al 1353 da Catoni, Bonsignori cit. Le somme versate nel 1351 dagli eredi della compagnia Bonsignori e da loro fideiussori (tra i quali l’ospedale) in ASS, ms. B 81, n. 10, pp. 453-456, trascritto da English, Five Magnates Families cit., in appendice, pp. 429432. Sulla fine del 1350 Andrea ricevette anche l’incarico di incamerare i beni del vescovo senese Donusdeo, defunto, esercitando lo ius spolii del quale si avvalevano da tempo i papi avignonesi nei confronti dei beni di chierici e prelati, e ciò lo tenne ancora a Siena (Nardi, I vescovi di Siena cit., p. 167). In questi anni è testimoniata la presenza di Andrea da Todi anche nella documentazione ospedaliera (ASS, Ospedale 173, c. 128v, 14v, 15, 159). 113 ASS, Diplomatico S. Francesco, 23 aprile 1348, trascritto da English, Five Magnates Families cit., in appendice. 114 ASS, Particolari famiglie senesi, 4 giugno 1348, trascritto da English, Five Magnates Families cit., in appendice. Guglielmo di Orlando Bonsignori era proprietario di strutture importanti nella stazione termale di Petriolo tra 1302 e 1303, cfr. Boisseuil, Le thermalisme en Toscane cit., pp. 409-413. 115 G. Falco, La Santa Romana Repubblica. Profilo storico del Medio Evo, MilanoNapoli 1965 (1a ed. 1942), p. 345.


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quadro di cambiamenti la sede apostolica aveva cercato per decenni di scalzare le coperture politiche cittadine delle quali avevano continuato a godere i Bonsignori, chiesto pezze d’appoggio ai suoi crediti, e informazioni sulla solvibilità dei soci ed eredi dei falliti che poteva avere solo a livello locale e che proprio a livello locale potevano esserle negate. Gli eredi dei soci della Gran Tavola, per parte loro, erano caduti in balia di un tribunale che rappresentava gli interessi di una sola parte. Sul piano specifico la crescita di complessità e internazionalità delle compagnie era stata accompagnata da quella dell’inadeguatezza sempre più evidente degli strumenti normativi, messa in luce nell’episodio senese da una serie di fatti: il dettato degli statuti senesi (in base ai quali i creditori potevano rifarsi prima di tutto sul patrimonio della società, in subordine su quello particolare dei soci, che erano responsabili in modo illimitato e non proporzionale i capitali messi in società); il ricorso – rigettato dal comune – dei soci esterni alla famiglia proprio per chiedere limiti alla responsabilità dei singoli; l’impossibilità di procedere a transazioni separate che era derivato da tale contesto normativo; le difficoltà a definire e l’efficacia probatoria della documentazione aziendale. Ciò fece esplodere il sistema. Ma sarebbe stato proprio dalla consapevolezza delle contraddizioni e dalle inadeguatezze degli strumenti e delle norme che sarebbe scaturito il processo evolutivo del sistema creditizio stesso. Come si è appena detto, l’evoluzione degli strumenti e delle norme del credito, messi alla prova dalla stagione dei fallimenti, si dovette confrontare – tra le altre cose – con le difficoltà a definire e valutare l’efficacia probatoria della documentazione aziendale. Vediamo ad esempio come la Curia romana non producesse mai la propria documentazione sul debito della Gran Tavola, che pure probabilmente esisteva, limitandosi a enunciare la richiesta secca di 80.000 fiorini, presentata talvolta nella veste di un deposito non rimborsato e talaltra come una decima esatta e non versata, e nemmeno si rese più disponibile per un esame in contraddittorio dei dati, dopo quella antica riunione con i cardinali116. Creditori, debitori e curatori fallimentari si trovarono, nel corso del ‘300, di fronte la medesima domanda martellante: quale valore attribuire alle prove fornite dai registri contabili delle società, pur tenuti con scrupolosa esattezza, quale alle quietanze, quale alla corrispondenza attraverso la quale venivano registrate dalla sede centrale le partite riscosse e pagate nelle sedi periferiche? Seppure la fama (il ‘sentito dire’) bastasse per avviare un procedimen-

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SEDE PONTIFICIA CONTRO BONSIGNORI DA SIENA

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to, tutti sapevano che per condannare ci volevano altre prove, e forse tutti comprendevano che tante più ce ne volevano per reclamare somme che potevano sfamare una metropoli per un anno. Nel 1310 il comune di Siena aveva elencato come documenti che un soggetto era autorizzato a produrre in copia a propria difesa, senza apparente gerarchia di valore, carte, lettere, chirografi, libri e scritture attestanti debiti o crediti verso terzi, in particolare contratti a Roma117, invitando a convogliare nell’archivio delle compagnie la documentazione che fosse in mano di privati o eredi (lettere, carte pubbliche o private, chirografi, libri)118. Nel 1312, in occasione del fallimento dei Tolomei, aveva dettato la regola che qualsiasi annotazione nei libri di una compagnia e qualsiasi lettera di cambio poteva essere prodotta come prova dal creditore, mentre il debitore poteva difendersi solo producendo un contratto di annullamento o una quietanza di pagamento119. Nel caso specifico le quietanze dei versamenti delle decime – fatte direttamente alla Camera apostolica o, per suo conto, ai sovrani europei – rappresentavano, come si ricorderà, proprio ciò che l’archivio della Gran Tavola non poteva fornire, e il papa-creditore sapeva perciò che cercando nella documentazione finanziaria della società non poteva che trovare prove a proprio favore. Dunque la Gran Tavola non aveva avuto altra via di salvezza che nascondere la documentazione, con la complicità di chi, in città, e forse non erano pochi, avesse voluto aiutarla. E questo sia che avesse ragione, sia che avesse torto. Lo studio del processo senese sembra dunque testimoniare che è nelle grandi crisi due-trecentesche, nella gestione giudiziaria e politica dei fallimenti, nell’inadeguatezza delle norme a garanzia delle parti, più che nel caso o nell’incuria, che vanno cercati i motivi della scomparsa dei libri di amministrazione delle grandi compagnie bancarie del XIII e primo XIV secolo120. Il processo contro i Bonsignori, che si giostrò tra una normativa

117 Il Costituto del comune di Siena volgarizzato nel MCCCIX-MCCCX, ediz. critica a cura di M. Salem El Sheik, Siena 2002, D. 5, r. 130. 118 Il Costituto del comune di Siena cit., D. 5, r. 131. 119 Il 26-27 aprile 1312, il consiglio, chiamato a deliberare sulla richiesta di moratoria nella soddisfazione dei propri creditori, avanzata da soci Tolomei, concedette loro quattro mesi di tempo, trascorsi i quali il Podestà avrebbe potuto perseguirli a richiesta di ogni creditore che presentasse domanda valida: la questione è trattata da Mucciarelli, I Tolomei cit., pp. 290-291; il verbale della riunione è in CG 80, cc. 119-124. Si veda anche, per il 1318, CG 91, c. 37v. 120 Su questo vedi ora G. Piccinni, Libri di contabilità privata e di memorie in Siena: considerazioni in merito all’esistenza, alla conservazione e alla scomparsa (XIII-XV secolo), «Bullettino senese di storia patria», 115 (2008), pp. 164-198.


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locale e due potenze – la Chiesa e la Finanza – che agivano a scala internazionale, tenutosi mentre intorno tremava tutto il potente mondo bancario toscano e internazionale ma riferito ad una vicenda vecchia di oltre mezzo secolo, sembra aver rappresentato un modo per “fare giurisprudenza” in campo creditizio, in vista della nuova fase di liquidazione e ristrutturazione bancaria che si stava aprendo, e proietta perciò questo caso verso un terreno di validità generale, facendone una finestra spalancata sull’Europa e sull’evoluzione del mondo del credito nel corso del Trecento. Esso mostra, in conclusione, quanto sia stato difficile attingere la prova perfetta in campo finanziario121, e quante crisi siano dovute passare perché si potesse apprendere dagli errori, perché si formasse un armamentario giuridico adeguato ad attività creditizie a scala internazionale. E conferma che utilizzare in campo economico le fonti giudiziarie significa integrare in modo mirabile le fonti aziendali, perché i testimoni riescono a spiegare meccanismi e contesti in un modo che nessuno statuto e nessun libro contabile riescono a fare122.

121 Arias, La compagnia bancaria cit., p. 12 122 Si vedano le considerazioni di metodo in

F. Franceschi, Oltre il “Tumulto”. I lavoratori fiorentini dell’Arte della Lana fra Tre e Quattrocento, Firenze 1993.


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Le inchieste dei re d’Aragona e di Castiglia sulla validità dell’elezione di Urbano VI nei primi anni del Grande Scisma. Alcune piste di ricerca*


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In diverse inchieste i re d'Aragona e di Castiglia, negli anni dal 1379 in poi, cercarono con grande dispendio di energia (furono interrogati 150 uomini, tra cui tanti personaggi di alto rango) di far luce sulla validità dell’elezione di Urbano VI, avvenuta l’8-9 aprile 1378, ma accompagnata – come si sa – da gravi disordini che diedero la giustificazione per la scissione fra il collegio cardinalizio e il pontefice nonché per l’elevazione, da parte dei cardinali ribelli, nel settembre successivo, di un altro papa, Clemente VII. Non è questa la sede per rievocare i singoli fatti all’origine del Grande Scisma d’Occidente, che sono stati ricostruiti da diversi autori1 (senza che si sia giunti ad una risposta univoca sulla questione della legittimità dei due candidati) e ai quali sono stati dedicati, nel 2006, una giornata di studi a Parigi2 e, nel 2008, un convegno ad Avignone3. L’obiettivo del presente saggio è invece di individuare alcune nuove piste

* Ringrazio Monika Kruse per l’aiuto offertomi per la traduzione del testo in italiano e Martin Bertram per la sua pazienza nel discutere con me alcuni punti del mio saggio. 1 Anticipando altre note bibliografiche a riguardo del turbolento conclave dell’aprile 1378 e del ruolo infausto tenuto dai romani, si rinvia qui a N. Valois, La France et le Grand Schisme d’Occident, 1, Paris 1896, pp. 8 ss.; O. Prerovský, L’elezione di Urbano VI e l’insorgere dello Scisma d’occidente, Roma 1960 (Miscellanea della Società Romana di Storia Patria, 20), pp. 35 ss.; Genèse et débuts du Grand Schisme d’Occident, Paris 1980 (Colloques internationaux du Centre national de la recherche scientifique, 586). 2 Der Ausbruch des Großen Abendländischen Schismas im Jahre 1378 - Neue Forschungen, giornata organizzata a Parigi il 17 novembre 2006 dall’Istituto Storico Germanico di Parigi in collaborazione con l’Istituto Storico Germanico di Roma (di questa giornata di studio non è prevista una pubblicazione). 3 Avignon, Rome, la Papauté et le Schisme. Langages politiques, impacts institutionnels, adaptations sociales, Avignone, 13-15 novembre 2008, organizzato dall’Università d’Avignone, dall’Ècole française de Rome, dal CNRS e dall’Università di Lione II.


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di ricerca e cercare di chiarire l’intenzione e la natura degli interrogatori, allora effettuati, nel contesto politico-giuridico del tempo. Mi porrò anche alcune domande che riguarderanno gli strumenti – e il loro uso – a disposizione dei chierici e laici (e soprattutto dei re) per poter affrontare questa emergenza così particolare ed inaudita: in che modo stabilire la legittimità di un papa e deporlo – se pensiamo al noto principio «prima sedes a nemine iudicetur»4. L’arco cronologico del nostro saggio si concentra sugli anni nei quali si cercava di risolvere la suddetta situazione tramite indagini volute dai monarchi, vale a dire principalmente dal 1378 al 1381 (con alcune iniziative fino al 1386). Non possono essere approfondite qui invece le altre vie per una soluzione dello Scisma (cioè la via facti, la via concilii etc.). Data la complessità della materia, il mio contributo non pretende di arrivare già a conclusioni definitive che richiederebbero una ricerca più estesa. Lo storico Michael Seidlmayer, al quale vanno riconosciuti enormi meriti per lo studio delle fonti sugli avvenimenti del 13785, nel 1940 chiamò l’inchiesta che il re di Castiglia fece svolgere nel 1380-81 a Medina del Campo – che sarà al centro della nostra analisi – «uno spettacolo che la storia non ha più visto»6. Ed infatti, nella storia pur lunga degli scismi all’interno della Chiesa cattolica scaturiti da una doppia elezione papale, non si

4 Per queste difficoltà vedi, tra la vasta bibliografia, M. Wilks, The Problem of Sovereignty in the Later Middle Age: The Papal Monarchy with Augustinus Triumphus and the Publicists, Cambridge 1964 (Cambridge Studies in Medieval Life and Thought, n.s., 9); B. Tierney, Origins of Papae Infallibility 1150-1350. A Study on the Concepts of Infallibility, Souvereignty and Tradition in the Middle Ages, Leiden 1972; A. A. Stickler, Papal Infallibility - a Thirteenth-Century Invention? Reflections on a Recent Book, «Catholic Historical Review», 60 (1974), pp. 427-441; T. M. Izbicki, Infallibility and the Erring Pope: Guido Terreni and Johannes de Turrecremata, in Law, Church, and Society: Essays in Honor of Stephan Kuttner, cur. K. Pennington - R. Somerville, Philadelphia 1977, pp. 97-105; D. Girgensohn, Über die Protokolle des Pisaner Konzils von 1409, «Annuarium historiae Conciliorum», 18 (1986), pp. 103-127: 121 ss. L’idea della plenitudo potestatis incondizionata si scontrava con l’idea corporatistica del collegio cardinalizio (che però non era condivisa universalmente): cfr. B. Tierney, Foundations of the Conciliar Theory: The Contribution of the Medieval Canonists from Gratian to the Great Schism, Cambridge 19972 (Studies in the History of Christian Traditions, 81) nonché, da ultimo, W. Brandmüller, Die kanonistischen Hintergründe der Wahl von Fondi, «Annuarium historiae Conciliorum», 39 (2007 [ma in realtà 2009]), pp. 125-130. 5 Per un ritratto della personalità e la carriera dello studioso, morto nel 1961, si rinvia a P. Herde, Michael Seidlmayer (1902-1961) und der Neubeginn der Würzburger Mediävistik nach 1945, «Würzburger Diözesan-Geschichtsblätter», 69 (2007), pp. 205-260. 6 M. Seidlmayer, Die Anfänge des großen abendländischen Schisma. Studien zur Kirchenpolitik insbesondere der spanischen Staaten und zu den geistigen Kämpfen der Zeit, Münster-Westfalen 1940 (Spanische Forschungen der Görresgesellschaft, 2. Reihe, 5), p. 26 («ein Schauspiel, wie es die Geschichte nicht zum zweitenmal kennt»).


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conoscono altri esempi di indagini paragonabili. L’ultimo scisma prima del 1378 risale al 1328, quando – con ragioni e sviluppi del tutto diversi di quello del 1378 – fu eletto il frate francescano Pietro da Corbara su iniziativa di Ludovico il Bavaro, in lotta con papa Giovanni XXII, residente ad Avignone. L’avventura dell’antipapa fu breve (fino il 1330) ed egli non trovò appoggio al di fuori dei territori controllati dall’imperatore7. Tornando indietro ai tempi della lotta per le investiture, negli anni fra il 1073 ed il 1179, cioè in poco più di un secolo, si susseguirono ben quattro scismi con una durata complessiva di 57 anni. Ma il carattere di questi scismi era del tutto differente da quello del 1378. Allora si trattava di un conflitto principalmente fra il papa e l’imperatore. Il papa rifiutato da quest’ultimo trovava di solito rifugio in Francia. Nel 1378, invece, il conflitto si era creato fra il papa e il collegio dei cardinali, che solo in un secondo tempo avrebbero cercato agganci ed appoggi nelle monarchie europee8. Mentre in passato si tentava di cercare la decisione sulla legittimità ed eventualmente la soluzione tramite un sinodo spesso controllato e manipolato dall’imperatore, negli anni dopo il 1378 il concilio fu un’opzione tra le tante e solo dopo varie vicissitudini e decenni di spaccatura fra le due obbedienze avversarie si arrivò all’accordo che portò al concilio di Costanza e quindi alla fine di questo periodo turbolento. 7 Vedi A. De Vincentiis, Niccolò V (antipapa), in Enciclopedia dei papi, 2, Roma 2000, pp.

522-524 e F. Godthardt, Marsilius von Padua und der Romzug Ludwigs des Bayern. Zum Verhältnis von politischer Theorie und politischem Handeln im späten Mittelalter, Dissertation zur Erlangung der Würde des Doktors der Philosophie des Departments Geschichtswissenschaft der Universität Hamburg, Hamburg 2007 (dattiloscritto). Godthardt descrive le particolarità delle azioni del futuro imperatore contro Giovanni XXII che fu deposto sulla base dell’accusa di eresia e del crimen laesae maiestatis (e di tre leggi imperiali proclamate appositamente), che impedivano al pontefice residente ad Avignone persino di difendersi (cosa che Giovanni XXII comunque non avrebbe mai accettato di fare). 8 Cfr. R.-H. Bautier, Aspects politiques du Grand Schisme, in Genèse et débuts cit., pp. 457-481: 458. Per le deposizioni di papi e gli scismi nei secoli precedenti vedi, tra la vasta bibliografia, H. Zimmermann, Papstabsetzungen des Mittelalters, Graz-Wien-Köln 1968, e A. Keller, Machtpolitik im Mittelalter - Das Schisma von 1130 und Lothar III. Fakten und Forschungsaspekte, Hamburg 2003 (Studien zur Geschichtsforschung des Mittelalters, 19). Per i modi di deporre un monarca laico vedi V. Domeier, Die Päpste als Richter über die deutschen Könige von der Mitte des 11. bis zum Ausgang des 13. Jahrhunderts, Aalen 1969; E. Peters, The Shadow King. Rex inutilis in Medieval Law and Literature, 751-1327, New Haven-London 1970; F. Kempf, Die Absetzung Friedrichs II. im Lichte der Kanonistik, in Probleme um Friedrich II., cur. J. Fleckenstein, Sigmaringen 1974 (Vorträge und Forschungen, 16), pp. 344-360; A. Krah, Absetzungsverfahren als Spiegelbild von Königsmacht. Untersuchungen zum Kräfteverhältnis zwischen Königtum und Adel im Karolingerreich und seinen Nachfolgestaaten, Aalen 1987; E. Schubert, Königsabsetzung im deutschen Mittelalter. Eine Studie zum Werden der Reichsverfassung, Göttingen 2005.


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Se in seguito affronteremo le inchieste spagnole riguardanti le vicende del 1378, siamo comunque consapevoli di una serie di difficoltà: la più grave è costituita dal desolante stato editoriale delle sue fonti (vedi capitolo 4). In più le nostre osservazioni in realtà richiederebbero ancora un’analisi approfondita da parte di uno storico del diritto. Si può fare un utile confronto con la trattazione magistrale dedicata da Tilmann Schmidt al processo contro la memoria di Bonifacio VIII († 1303)9, svoltosi fra il 1303-10 e il 1312 ed edito in modo eccellente da padre Jean Coste10. Non meno interessante è il confronto con altri processi politici del Trecento – in prima linea il processo contro i Templari – dei quali si è scritto molto negli ultimi anni e che si trovano al centro di alcuni contributi nei presenti atti11. I re iberici e i loro collaboratori si muovevano abilmente nel sistema del diritto canonico, che, a partire da Huguccio († 1220) – nonostante le numerose contestazioni – prevedeva, in determinati casi (eresia o crimine notorio del papa), la possibilità di processare il papa12. Ma è tuttavia chiaro – come ha dimostrato lo stesso Schmidt – che né durante gli attacchi a Bonifacio VIII a cavallo fra XIII e XIV secolo, né ai tempi del Grande Scisma, esistevano quelle norme processuali necessarie per un processo vero e proprio al papa13.

2. La natura e la giustificazione delle inchieste iberiche 2.1. Terminologia e modelli procedurali Gli sforzi dei due regni iberici di fare chiarezza sulle due elezioni del 1378 hanno trovato una grande attenzione da parte degli storici, che hanno utilizzato i relativi verbali ed atti come fonte inesauribile per illustrare i fatti e le discussioni interminabili legate al superamento dello Scisma. Con meno impegno si è cercato di chiarire la vera natura di queste inchieste

9 T. Schmidt, Der Bonifaz-Prozess: Verfahren der Papstanklage in der Zeit Bonifaz’ VIII. und Clemens’ V., Köln-Wien 1989 (Forschungen zur kirchlichen Rechtsgeschichte und zum Kirchenrecht, 19). 10 J. Coste, Boniface VIII en procès. Articles d’accusation et dépositions des témoins (1303-1311). Édition critique, introductions et notes, Roma 1995 (Pubblicazioni della Fondazione Camillo Caetani. Studi e documenti d’archivio, 5). 11 Vedi infra nota 91. 12 Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., pp. 3 ss. 13 Ibid., p. 436 («Für einen Papstprozeß fehlten die nötigen prozeßrechtlichen Normen. Über die Formulierung von dogmatischen Rechtssätzen zum Anklageverfahren gegen den Papst war das Prozeßrecht weder um die Wende zum 13. zum 14. Jahrhundert noch einige Jahrzehnte später zur Zeit des Großen Schismas hinausgekommen»).


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descritte non raramente come “processi” sia dai contemporanei14 che dagli studiosi d’oggi15. Anche se è ovvio che il significato della parola processus spazia da “processione”, “processo” (nel senso legale ma anche usato per una successione di fatti) fino a “procedura”16. Naturalmente siamo qui più interessati alla valenza giuridica del termine che richiedeva – come vedremo subito – determinate caratteristiche17. In più è da considerare l’ampio uso per motivi politici e propagandistici che si fece del termine processus. Persino i manifesti, con i quali i cardinali avversari di Urbano VI, il 2 e il 9 agosto 1378, dichiararono la sua deposizione, venivano considerati e divulgati – analogamente alle sentenze di scomunica (chiamati pure processus)18 – come “processi” con l’intento palese di dare un maggior valore alla loro azione ostentatamente giuridica19.

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14 Persino nella Declaratio regis Castellae pro Clemente VII (vedi infra p. 295) si parla di processus: Vitae Paparum Avenionensium, edd. S. Baluze - G. Mollat, 4, Paris 1914-1927, p. 255 (Salamanca, 1381 mag. 19). Il protocollo dell’inchiesta di Medina del Campo, nell’inventario della «bibliothèque portative» di Benedetto XIII (vedi infra p. 299), è registrato con le parole Processus Castelle in duobus voluminibus de albo: M.-H. Jullien de Pommerol - J. Monfrin, La Bibliothèque pontificale à Avignon et à Peñíscola pendant le Grand Schisme d’Occident et sa dispersion. Inventaire et concordances, I, Rome 1991 (Collection de l’École française de Rome, 141), p. 247 (Bup 558). 15 Seidlmayer, Die Anfänge cit., passim (per esempio, pp. 26, 41s., 52, 200) parla di processo come lo fanno, fra gli altri, anche J. Zunzunegui, La legación en España del cardenal Pedro de Luna (1379-1390), in Xenia Piana = Miscellanea Historiae Pontificiae, 7, Roma 1943, pp. 83-137: 112 («el proceso de Medina del Campo») e W. Brandmüller, Zur Frage nach der Gültigkeit der Wahl Urbans VI. Quellen und Quellenkritik, «Annuarium historiae Conciliorum», 6 (1974), pp. 78-120 (rist. Id., Papst und Konzil im Großen Schisma (13781431), Paderborn 1990, pp. 3-41), qui p. 10 («Prozeß von Medina del Campo»). 16 Per la parola processus e i suoi significati, cfr. J. F. Niermeyer, Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Leiden 1976, p. 855 e Id., Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Édition remaniée par J. W. J. Burgers, Leiden 2002, p. 1114. 17 Vedi in generale H. Coing, Zum juristischen Prozeßbegriff, in Historische Prozesse, cur. K.-G. Faber - C. Meier, München 1978 (Beiträge zur Historik, 2), pp. 365-373. 18 C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, editio nova, VI, Paris 18831887 (rist. anast. Graz 1954), p. 517. 19 Per il manifesto del 2 agosto vedi infra nota 138 e per quello del 9 agosto Valois, La France cit., 1, p. 77. Per le loro denominazioni vedi la deposizione del viterbese Antonio, vescovo di Fermo, in Parigi, Bibliothèque Nationale (d’ora in poi BN), lat. 11745, f. 48v (Avignone, mag. 1380) («Quando cardinales faciebant processus contra dictum Barensem et eum faciebant citari»); la deposizione di Thomas Petra ibid., f. 97r (Roma, estate 1380) («Item vidi quasdam litteras confectas Anagnie sigillatas sigillis omnium tunc cardinalium et etiam Gebenensis, per quas inter alia narrabatur processus electionis domini nostri») nonché la deposizione del vescovo di Léon, Fernandus Gudiel, ibid., f. 215r («Et post hoc nona die mensis augusti publicarunt cardinales unum processum contra dictum electum, cuius copiam ipse vidit, in quo denunciabant eum non esse papam propter plures rationes in dicto processu contentas»). Si premette, per quanto concerne le citazioni in questo sag-


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Un’altra parola ricorrente nel nostro saggio è informatio. Viene usata nel nostro contesto specialmente nel significato, valido ancora oggi, di “informazione”20; inoltre ribadisce spesso l’insieme del materiale informativo raccolto. In questo contesto il termine informatio può diventare persino un sinonimo di deposizione («deposiciones seu informaciones»21). La parola informatio, da Du Cange, viene associata con l’atto stesso del raccogliere informazioni, ossia l’”indagine” o “ricerca”, e quindi con l’inquisitio22. Ed infatti sono tanti i riferimenti a sequenze di parole come «informatione facta/habita/recepta» etc.23 E tali informationes nel significato più tecnico-amministrativo erano procedure frequenti e uno strumento di governo assai diffuso, ma non sono ancora state studiate in modo sistematico24. Giorgia Alessi, a proposito della situazione in Francia nel XII secolo, fa riferimento ad una procedura con valore giuridico: «Una forma assai meno ritualizzata di indagine d’ufficio fu costituita dall’apprisa o informatio, assunzione unilaterale, d’ufficio, di informazioni utili per un giudizio»25. Come esempio casuale, ci si può riferire alle informationes di Henri di Poitiers, vescovo di Troyes (1353-1370), per accertare l’autenticità della Sindone di Lirey (ossia di Torino, dal suo attuale luogo di conservazione) con l’interrogatorio di testimoni («informatione super hoc facta») nonché

gio, che esse – dato lo stato spesso insufficiente della critica testuale degli scritti citati, tramandati di solito in più copie le cui dipendenze e validità non sono sempre chiare (vedi infra pp. 296 ss.) – seguono, per quanto possibile, la versione offerta in Parigi, BN, lat. 11745, che costituisce una copia autenticata su pergamena degli interrogatori voluti dal re di Castiglia. Non si terrà conto delle differenze puramente ortografiche. La punteggiatura è unificata secondo le regole moderne. 20 Per il significato di informatio, tra l’altro, come “novità” o “rapporto” cfr. Niermeyer, Mediae Latinitatis Lexicon cit. (1976), p. 533 e (2002), p. 698. Così appare in una citazione in Valois, La France cit., 1, p. 99, nota 2 («Necnon habuimus certas informationes et litteras [...]»). 21 Così vengono introdotti gli interrogatori dei testi raccolti nel grande verbale di Medina del Campo: cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 241. 22 Du Cange, Glossarium cit., IV, p. 356. 23 Da una semplice ricerca su internet, risultano riferimenti particolarmente interessanti in La Faculté de décret de l’Université de Paris au XVe siècle, edd. M. Fournier - L. Dorez, Paris 1895-1942 (consultabile sotto http://membres.lycos.fr/chartulaire/fdupnume.htm). 24 Non vi sono studi appositi sull’informatio con questo significato. Senza esito, infatti, rimane la ricerca del termine informatio (o simili) nei grandi dizionari. Cfr., per esempio, Novissimo digesto italiano, rist. Torino 1979; Handwörterbuch zur deutschen Rechtsgeschichte, Berlin 1964; Dictionary of the Middle Ages, New York 1982 ss.; Lexikon des Mittelalters, München-Zürich 1977 ss. 25 G. Alessi, Il processo penale. Profilo storico, Roma-Bari 2001 (Biblioteca universale Laterza, 540), p. 58.


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«tam theologis quam jurisperitis maturo consilio»26. L’informatio poteva, infine, costituire anche il primo passo per arrivare ad un processo27. L’informatio, nel significato di raccogliere notizie, costituisce un elemento importante di ogni inchiesta informale o amministrativo-giuridica. Come sottolinea Alain Boureau, nella sua introduzione ad un volume appena uscito dedicato all’«enquête au moyen âge»28, anche la parola “inchiesta” (enquête) (che è da distinguere dalla semplice informatio), pur venendo dal termine latino inquisitio, non si riduce ad un solo significato, ma può essere applicata – oltre che ad un ambito penale – ad un campo più ampio, includendo, per esempio, inchieste di natura amministrativofiscale, ma anche le visite pastorali, i processi di canonizzazione o i catasti29. Infatti, anche nei regni iberici esisteva una lunga tradizione di inchieste (pesquisa) in affari penali (furto, rapina, omicidio, aggressione, tradi-

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26 Sappiamo di questa indagine però solo dal racconto del suo successore Pierre d’Arcis (vescovo di Troyes dal 1377 al 1395): A. Friedlander, On the Provenance of the Holy Shroud of Lirey-Turin: A Minor Suggestion, «The Journal of Ecclesiastical History», 57 (2006), pp. 457-477: 461s. (citazioni a p. 462). 27 Cfr. J. Chiffoleau, Avouer l’inavouable. L’aveu et la procédure inquisitoire, in L’aveu, histoire, sociologie, philosophie, sous la direction de R. Dulong, Paris 2001, pp. 57-97: 87. Anche J. Coste, Le deposizioni al processo di Bonifacio VIII. Studio di un caso, in La parola all’accusato, cur. J.-C. Maire Vigueur - A. Paravicini Bagliani, Palermo 1991 (Prisma, 139), pp. 157-169: 159, caratterizza alcune «deposizioni fatte a ruota libera, senza menzione dell’autorità di chi le riceve né di notai e senza interrogazioni su articoli», nel contesto dei tentativi di procedere contro la memoria di Bonifacio VIII, come «tipiche di una informatio, stadio anteriore all’inquisitio». 28 A. Boureau, Introduction, in Id., L’enquête au moyen âge, Études réunies par Cl. Gauvard, Rome 2008 (Collection de l’École française de Rome, 399), pp. 1-10 (ringrazio Bertrand Grandsagne dell’École française de Rome per avermi concesso la possibilità di prendere visione del volume prima della sua pubblicazione). Vedi, per questo tema, già Th. Bühler-Reimann, Enquête - Inquesta - Inquisitio, «Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung», 61 (1975), pp. 53-62; St. Esders - Th. Scharff, Die Untersuchung der Untersuchung. Methodische Überlegungen zum Studium rechtlicher Befragungs- und Weisungspraktiken in Mittelalter und früher Neuzeit, in Eid und Wahrheitssuche. Studien zu rechtlichen Befragungspraktiken in Mittelalter und früher Neuzeit, cur. St. Esders - Th. Scharff, Frankfurt-M. 1999 (Gesellschaft, Kultur und Schrift. Mediävistische Beiträge, 7), pp. 11-47. 29 Dal XII-XIII secolo in poi, la parola enquête, ricorrente nei documenti, non ebbe più un solo significato: essa poté indicare tanto l’antica inchiesta fondata sul giuramento di gruppo, quanto la più “moderna” indagine basata sull’audizione di singole testimonianze addotte dalle parti: Alessi, Il processo penale cit., p. 59. Vedi per il vasto spettro di tematiche, per esempio, i contributi di Yann Potin, Olivier Canteaut, Laure Verdon e Olivier Mattéoni in L’enquête au moyen âge cit. Vedi anche, per le sue radici nel diritto penale dell’alto medioevo (in particolare nei regni carolingi), Alessi, Il processo penale cit., pp. 23 ss., in particolare 25 («L’inchiesta costruì lentamente una forma generale del conoscere, una modalità tipica della stessa cultura medievale»).


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mento etc.), conflitti terrieri o accertamenti fiscali in cui i re tramite i loro pesquisidores fecero raccogliere testimonianze giurate di gruppo30. Tutte queste forme sono comunque unite dall’importanza che in esse rivestivano gli interrogatori dei testimoni. Per il nostro contesto è decisiva «la dimension souveraine de l’enquête, productrice d’une légitimité éminente»31, per la quale nei diversi regni furono creati appositi organi, come stati generali, corti dei conti, parlamenti o tribunali d’inquisizione. L’inchiesta divenne parte della “justice royale”: «Le souverain se réserve l’exclusivité de la recherche du vrai»32. Per quanto concerne le sue origini, si possono distinguere due tipi di tecniche, una di tipo fiscale carolingio – alla quale si possono aggiungere i placiti carolingi33 – e l’altra derivata dal diritto canonico34. E qui ritorniamo all’argomento del presente saggio. È noto – ed è anche tema principale del presente volume – che lo Stato nascente scoprì presto le possibilità, fruibili per il suo potere, collegate allo strumento delle indagini amministrativo-giuridiche, che ebbero nei “processi politici”35,

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30 Cfr. J. Cerdá Ruiz-Funes, En torno a la pesquisa y procedimento inquisitivo, «Anuario de historia del derecho español», 32 (1962), pp. 483-517 e Alessi, Il processo penale cit., pp. 29 s. (per la pesquisa nella Spagna di tradizione visigota, a partire dal IX secolo), 53 ss. 31 Boureau, Introduction cit., p. 4. 32 Ibid., p. 6. 33 Si può fare l’esempio del placito detto del Risano in Istria, in cui nell’anno 804 furono interrogati, riguardo ai soprusi del dux locale, ben 170 uomini da due messi dell’imperatore Carlo: cfr. C. Manaresi, I placiti del Regnum Italiae, 1, Roma 1955 (Fonti per la storia d’Italia, 92), doc. 17; ricordato in A. Padoa Schioppa, Conclusioni, in L’enquête au moyen âge cit., pp. 459-465: 465. 34 B. Lemesle, L’enquête contre les épreuves. Les enquêtes dans la région angevine (XIIedébut du XIIIe siècle), in L’enquête au moyen âge cit., pp. 41-73: 66. 35 Vedi Les procès politiques (XIVe - XVIIe siècles), Ètudes réunies par Y.-M. Bercé, Rome 2007 (Collection de l’École Française de Rome, 375). La definizione in Id., Introduction, ibid., pp. 1-9: 1, è: «le langage historien puisse aqualifier de politique un procès qui devant un tribunale quel qu’il soit met en cause clairement et directement des droits de l’État, ou, pour le dire de façon moins juridique, des intérêts du pouvoir». J. Chiffoleau, Le crime de majesté, la politique et l’extraordinaire. Note sur les collections érudites de procès de lèse majesté du XVIIe siècle et leurs exemples médiévaux, ibid., pp. 577-662: 620 ss., offre una lista di famosi processi politici dell’area francese. Favorisce una definizione non tanto comune F. Battenberg, Herrschaft und Verfahren. Politische Prozesse im mittelalterlichen Römisch-Deutschen Reich, Darmstadt 1995, p. 7, per il quale un processo politico è «dasjenige forensische Verfahren [...], das Konflikte um die Grundlegung, die Stabilisierung, die Ausweitung oder Verteidigung von Herrschaft lösen sollte», una definizione rivolta contro la vigente idea del “processo politico” come strumentalizzazione del diritto per la diffamazione dell’avversario politico. Per Battenberg queste ultime categorie sono anacronismi se rivolte contro i processi del medioevo, dove – secondo lui – le sfere del potere (politico) e del privato (non-politico) non erano ancora divise: ibid., p. 10. Cfr. anche H.-J. Becker, Politische Prozesse, in Handwörterbuch zur deutschen Rechtsgeschichte, 3, Berlin 1984, coll. 1796 ss.


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usati spesso contro i nemici interni36, una variante particolarmente efficace che richiedeva però modalità e circostanze particolari. Come vedremo ancora più da vicino, furono la fama e la notorietà37 dei reati ad essere spesso alla base di tali procedimenti aggravati. Ed infatti, la notorietas delle azioni scandalose dei romani legate all’elezione burrascosa di Urbano VI provocò l’intervento dei regni iberici. L’osservazione – riferita ai processi politici in generale – che «il processo politico, quasi per antonomasia, non cerca una verità, ma parte da una verità»38, si può anche applicare agli atti di Medina del Campo, perché essi, pur dando spazio – come analizzeremo più in là – a voci in favore di Urbano VI, vengono infine interpretati in favore del suo avversario, Clemente VII. Concludendo questa breve rassegna dei termini ricorrenti nell’ambito delle inchieste spagnole, possiamo constatare la grande importanza che già allora veniva attribuita – almeno per qualche anno – alla via informationis per risolvere il problema dello Scisma. L’informatio divenne la strategia principale del momento. Come vedremo subito, tutti si compiacevano di fare inchieste e ricerche; nella trattatistica sul Grande Scisma, la parola informatio indica persino un genere letterario. Infatti sono tanti gli scritti che portano questa parola nei loro titoli39.

36 M. Vallerani, Modelli di verità. Le prove nei processi inquisitori, in L’enquête au moyen âge cit., pp. 123-142: 134 s. 37 Vedi per il concetto della notorietà infra nota 72. 38 Vallerani, Modelli di verità cit., p. 134. 39 Per fare qualche esempio basta aprire la tabula del Rovira sui contenuti dei volumi che oggi formano la serie dei Libri de Scismate dell’Archivio Segreto Vaticano: M. Seidlmayer, Die spanischen “Libri de Schismate” des Vatikanischen Archivs, in Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Spaniens, cur. J. Vincke, Münster 1940 (Spanische Forschungen der Görresgesellschaft, 1. Reihe, 8), pp. 199-262: 205 («Quedam informacio portata per dom. A. ep. Çamorensem postea Conchensem ad probandum electionem Bartholomei et sequencia facta per metum»; si tratta delle Responsiones dominorum ad interogaciones Italicorum conservate in Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano [d’ora in poi: ASV], Arm. LIV, vol. 14, ff. 113r-116v); 216 («Informaciones fiende domino infanti fratri Petro de Aragonia», ed. Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 326-338); 213 («Informacio tradita regi Castelle per Faventinum super electione Bartholomei», vedi infra nota 109); 214 («Informacio facto per fr. Alfonsem heremitam olim ep. Gienensem super materia electionis Bartholomei», ed. A. Jönsson, Alfonso of Jaén. His life and works. With critical editions of the Epistola Solitarii, the Informaciones and the Epistola Serui Christi, Lund 1989 [Studia Graeca et Latina Lundensia, 1], pp. 185-203); 218 («Copia informacionis date per intrusum dom. Antonio de Monte Catino leg. doct. per eum transmisso ad novum electum in regem Romanorum»: ASV, Arm. LIV, vol. 25, ff. 246r-248v (1401 mar. 25), ed. Deutsche Reichstagsakten unter König Ruprecht. Erste Abt. 1400-1401, 4, cur. J. Weizsäcker, München 1882, n. 5, pp. 22-25). Per altri esempi si rinvia ibid., pp. 207, 218, 227, 230 s., 237. Scritti molto particolari sono l’informatio brevis dell’inquisitore Niccolò Eimeric (scritta nel 1379-1380) – cfr. J. De Puig - J. Perarnau, La “informatio brevis et metrica” de


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Come approfondiremo più avanti, il re di Castiglia avviò delle ricerche sulle due elezioni del 1378, facendosi consigliare da una commissione appositamente nominata (l’istituire una commissione era un’altra pratica governativa molto diffusa)40. Le iniziative spagnole, però, non erano affatto le uniche inchieste intraprese in seguito alla confusione causata dall’abbandono di Urbano VI da parte dei cardinali. Di altre indagini su questi avvenimenti sappiamo però molto meno. Valois ricorda il caso dell’“enquête” del re di Portogallo, Fernando, a Roma, dove furono sentiti dei testimoni che avrebbero confermato la posizione dei cardinali41. Infatti, l’esempio portoghese, del quale non si sono però conservati gli atti e che è conosciuto solo nelle sue linee generali grazie ad una prolusione del vescovo di Lisbona, Martino de Silves, del 14 luglio 138042, mostra non poche analogie con le inchieste intraprese dai vicini spagnoli. Anche qui gli interrogatori dei testimoni, dai quali si estraevano articuli, furono valutati da una commissione e dai consiglieri del re. Dopo aver raccolto il materiale («habita autem ista informacione fidedigna»)43, si procedette – come più tardi nel caso castigliano – alla declaratio finale in favore di Clemente VII, avvenuta ad Évora, nell’autunno 1379, nell’ambito di una celebrazione liturgica44. Il vescovo di Lisbona conclude la narrazione di questi passi procedurali (chiamati solo una volta processus45 nel senso di una successione di fatti) con un’elogio delle buone intenzioni del suo sovrano:

Nicolau Eimeric sobre el Cisma, in Jornades sobre el Cisma d’Occident a Catalunya, les Illes i el país Valencià, Barcelona-Peníscola, 19-21 d’abril de 1979. Ponèncias i comunicacions, Primera Part, Barcelona 1986, pp. 205-223 – nonché l’Informatio seriosa scritta per/da Benedetto XIII – vedi B. von Langen-Monheim, Un mémoire justificatif du pape Benoît XIII, l’Informatio seriosa. Étude de ses reformulations, de 1399 aux actes du concile de Perpignan (1408), Canet 2008 (Études roussillonnaises, 23), pp. 150-219. In più si può rinviare a elaborati di tipo simile, spesso scritti da autori di formazione giuridica, che si chiamano depositiones, allegaciones, casus etc. (vedi, per alcuni esempi, di nuovo Seidlmayer, Die spanischen “Libri de Schismate” cit., passim). 40 Anche i papi affidarono a membri scelti del collegio cardinalizio la soluzione di questioni giuridiche: cfr. R. Lützelschwab, Flectat cardinales ad velle suum? Clemens VI. und sein Kardinalskolleg. Ein Beitrag zur kurialen Politik in der Mitte des 14. Jahrhunderts, München 2007 (Pariser Historische Studien, 80), p. 22. 41 Cfr. Valois, La France cit., 1, pp. 229-231; Id., Discours prononcé le 14 juillet 1380, en présence de Charles V, par Martin, évêque de Lisbonne, ambassadeur du roi de Portugal, «Bibliothèque de l’École des chartes», 52 (1891), pp. 485-516, nonché – basandosi molto sugli studi di Valois – J. C. Baptista, Portugal e o Cisma do Ocidente, «Lusitânia Sacra», 1 (1956), pp. 65-203. 42 Edita in Valois, Discours prononcé cit., pp. 499 ss. 43 Ibid., p. 509. 44 Ibid., p. 511. 45 Ibid., p. 499 («Primo intendo premittere et justificare processum, sub quo dominus meus rex Portugalie fuit declaratus et habuit pro vero papa dominum Clementem septimum»).


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«Iste declaratio [...] fuit facta per regem nostrum non zelo alicuius parcialitatis, non intencione alicuius private utilitatis, set fervore devocionis, fidei, justicie et veritatis, volens providere consciencie sue et suorum, et pacificare Ecclesiam sanctam Dei et subjectos suos a peccato ydolatrie preservare, veros ministros Ecclesie defendere et honorare»46.

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Il modello “iberico” dovette persino servire ad un “congresso europeo” dove i principali monarchi della Cristianità si sarebbero accordati per fare «une enquête relative aux événements de Rome» da affidare a «hommes pieux, après quoi l’Europe, éclairée, unie dans une même foi, acclamerait d’une seule voix le pontife». Infine però, la maggioranza del consiglio reale portoghese non approvò la proposta perché ritenuta non realizzabile e piuttosto compito dell’imperatore; quindi l’effimero «projet de congrès européen», con la dichiarazione di Évora per Clemente VII, fu definitivamente abbandonato47. Anche i reggenti in Inghilterra – re Riccardo II era ancora minorenne – si appoggiarono su testimonianze pervenute loro da Roma che li convinsero invece della legittimità di Urbano VI48. Persino il conte delle Fiandre ricevette i processus – ecco di nuovo l’ambiguità del termine49! – che tuttavia mirarono a trascinarlo verso le posizioni dei cardinali in rottura con Urbano VI. Scopo era infatti di trovare «veritatem negotii eiusdem conclavis»50. Destò invece l’indignazione dei sostenitori del papa di Roma il fatto che il re di Francia non avesse accettato le informationes sugli avvenimenti legati al conclave dell’aprile 1378. Infatti, il 25 novembre 1380, a Medina 46 47

Ibid., p. 511. Ibid., p. 505; Valois, La France cit., 1, pp. 229-231; Baptista, Portugal e o Cisma cit., pp. 77 s. 48 Per attirare Pedro IV di Aragona dalla parte del papa di Roma, il giovane Riccardo, nel settembre 1379, gli parlò in una lettera di testimoni convincenti sulle vicende romane: M. Harvey, Solutions to the Schism. A Study of Some English Attitudes 1378 to 1409, Sankt Ottilien 1983 (Kirchengeschichtliche Quellen und Studien, 12), p. 28. 49 Infatti, qui si potrebbe trattare dei manifesti-processi dei cardinali indicati supra, nota 19. 50 Cfr. la deposizione di Roger Foucault (Rogerius Fulcaudi), decano di St. EmilionGuascogna, in ASV, Arm. LIV, vol. 16, ff. 143r-144v, qui 144r (Avignone, giu.-ago. 1386): «Item ego loquens destinatus ab expresso per sacrum collegium dictorum dominorum meorum cardinalium ad comitem Flandrie et deinde ad regem et reginam Anglie cum declaratione et processibus factis notificando veritatem negotii eiusdem conclavis. Dominus comes leto animo, ut apparebat, processus in Gaudano [i. e. Gouda nell’Olanda] acceptavit de manu mea». La fonte vaticana citata («probably the original in his own hand»: Harvey, Solutions to the Schism cit., p. 13, nota 25) è da collazionare con ibid., ff. 194r-196r («a poor copy») e ibid., vol. 46, ff. 188r-196r; vedi il riassunto e piccoli estratti in Harvey, Solutions to the Schism cit., pp. 12 ss., 19.


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del Campo, Francesco d’Urbino, vescovo di Faenza ed emissario di Urbano VI, lamentò che un messaggero del papa di Roma con tali documenti fosse stato addirittura catturato: «Nunquam enim in Francia pro Urbano fuerunt informationes recepte. Imo cum ad istum finem illuc destinaretur quidam valentissimus doctor et miles, advocatus antiquus Romane curie, nomine dominus Jacobus de Sena natione Provincialis, fuit per partem adversam captus et detentus, necdum sue libertati plene restitutus, quanquam de directo mitteretur ad presentiam domini regis Francie»51.

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E tuttavia l’importanza del concetto dell’informatio rimase valida anche in Francia, come risulta dal resoconto dell’inviato castigliano Ruy Bernal (Rodericus Bernardi), del 4 dicembre dello stesso anno, sul suo incontro con il re di Francia (Carlo V)52, che a sua volta affermò di essersi deciso per Clemente VII in quanto informatus de veritate:

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«Et ipse rex Francie respondit, quod ipse informatus erat de veritate, sicut poterat fieri per homines in humanis, et quod ipse non poterat differre declaracionem, quia ageret contra conscienciam, quia nullus modus probacionis posset inveniri in ista materia, nisi quod sciatur veritas a parte interiori conclavis et alius modus a parte exteriori. Nam dicebat ipse, quod impossibile esset alium modum probacionis invenire. A parte utriusque exterioris notorie est, ut ipse dicebat, impressio Romanorum. Clamor populi dicentis: ‘Romanum volumus vel Italicum, alias omnes moriantur’, invasio conclavis et disrupcio et fuga cardinalium ad diversa loca extra Urbem et in Urbe. Item a parte interiori conclavis scire mentes cardinalium, qua intencione elegerunt et quia omnes sub iuramento asserunt se elegisse metu mortis alias non facturi, videbatur sibi, quod ista erat sufficiens probacio. Sed quod rogabat regem Castelle, quod se informaret de veritate plenius quam posset. Nam iuravit ad sancta Dei evangelia et reliquias conservatas in capella, que erat in illo palacio, quod nulla affeccione ducebatur in isto facto, sed solum

51 Parigi, BN, lat. 11745, f. 8v, edd. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, p. 603. Per Jacobus de Sena, che nelle fonti compare anche con il nome Jacobus de Seva-de Senis-de Ceva-de Cenis-de Scevis, si rinvia a Valois, La France cit., 1, pp. 124-126; N. Del Re, Il maresciallo di Santa Romana Chiesa custode del conclave, Roma 1962, p. 80, e D. Williman - K. Corsano, The Interdict of Florence (31 March 1376): new documents, «Rivista di storia della Chiesa in Italia», 56 (2002), pp. 427-481: 431 s. (con l’attribuzione – probabilmente da rifiutare – di origini piemontesi anziché provenzali per questo Jacobus de Seva-Jacques de Sève). 52 Come accadde nei regni di Spagna, anche i re di Francia di solito non presero decisioni importanti di natura politica se non dopo aver consultato i loro consiglieri. Vedi F. Fossier, Rapports Église-État. Le Grand Schisme vu par les historiens du XIVe au XVIIe siècle, in État et Église dans la genèse de l’État moderne, edd. J.-Ph. Genet - B. Vincent, Madrid 1986 (Bibliothèque de la Casa de Velázquez, 1), pp. 23-30: 27.


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quod sciebat, quod eleccio primi electi erat impressiva et secunda erat facta de voluntate libera cardinalium et canonice celebrata. Et ideo adherebat isti Clementi ut vero pape sequens vestigia predecessorum suorum, qui semper steterunt pro servicio Dei et ecclesie catholice honore eciam sub magnis periculis»53.

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Nelle ultime righe traspare naturalmente anche l’alta concezione della monarchia francese (vedi il capitolo 2.2.). Come qui si vede bene, l’interesse comune di tutte le iniziative era comunque di chiarire se vi era stata o meno l’impressio, cioè una pressione illecita sulla decisione dei cardinali di eleggere proprio Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, come papa Urbano VI. L’elezione dell’8-9 aprile 1378, infatti, era stata accompagnata da disordini dei romani intorno al conclave, che avevano richiesto ad alta voce un papa romano o almeno italiano. Bisognava stabilire se o fino a quale punto queste ingerenze avessero condizionato i cardinali a tal punto che essi – come affermarono nei loro atti di distacco da Urbano nel luglio ed agosto 1378 – dovettero procedere contro voglia all’elezione del Prignano per salvare la propria vita e quella dei loro familiares. Persino i “privati” – specialmente prelati e chierici direttamente interessati alle vicende romane – potevano ordinare delle inchieste54. A volte, ma solo successivamente, si ricorse alle università come autorità in grado di fornire una risposta alle questioni delicate55. Per esempio, un’assemblea

53 Parigi, BN, lat. 11745, f. 20r, ed. Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 240. Per il ruolo di Carlo V, spesso accusato di esser stato il fautore principale dell’opposizione dei cardinali e dell’elezione di Clemente VII, vedi adesso – con una convincente riabilitazione del sovrano basata su un’attenta analisi delle fonti da cui emergono le sue relazioni personali negli intrecci politici europei dell’epoca – St. Weiß, Onkel und Neffe. Die Beziehungen zwischen Deutschland und Frankreich unter Kaiser Karl IV. und König Karl V. und der Ausbruch des Großen Abendländischen Schismas, in Regnum et Imperium. Die französisch-deutschen Beziehungen im 14. und 15. Jahrhundert, cur. St. Weiß, München 2008 (Pariser Historische Studien, 86), pp. 101-164 e Id., Prag - Paris - Rom: Der Ausbruch des Großen Abendländischen Schismas im Kontext der deutsch-französisch-päpstlichen Beziehungen, in Zentrum und Netzwerk. Kirchliche Kommunikation und Raumstrukturen im Mittelalter, cur. G. Drossbach - H.-J. Schmidt, Berlin-New York 2008 (Scrinium Friburgense, 22) pp. 183-246. 54 Vedi, per esempio, Harvey, Solutions to the Schism cit., p. 24 («Master John Codeford, a doctor of both laws and Archdeacon of Salisbury [...] had been sent by nine bishops and a majority of clergy to Rome with the processus that Foucault had brought and Codeford had there discovered that the facts were true, returning with the names of informants, including that of Stratton»). 55 Cfr. C. Du Boulay, Historia Universitatis Parisiensis, IV, Paris 1665-1673 (rist. anast. Frankfurt-Main 1966); H. Denifle, Chartularium universitatis Parisiensis, III, Parisiis 1894; Valois, La France cit., 1, pp. 120 ss.; Harvey, Solutions to the Schism cit., pp. 77 ss. (nel 1399, Riccardo II volle un rapporto sullo scisma dall’università di Oxford). Vedi, in generale, R. N. Swanson, Universities, Academics and the Great Schism, Cambridge 1979.


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del clero delle Fiandre, convocata dal proprio conte (Louis de Male), richiese un’informatio all’università di Bologna56. Per quanto concerne le iniziative partite dalle due principali monarchie iberiche, sono da distinguere ben cinque inchieste separate, non sempre omogenee, con finalità e impostazioni diverse. Per il contesto storico si tenga presente la complessa storia della penisola e i suoi quattro regni (Aragona, Castiglia, Portogallo e Navarra), scossi da diversi conflitti di potere e difficoltà dinastiche57.

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1) La prima inchiesta, del marzo 1379, fu intrapresa a Roma da Alfonso (Fernández) Pecha (1327-1389), l’ex-vescovo di Jaën e consigliere di Brigida di Svezia58, nonché dal presunto inviato del re di Aragona, Mathaeus Clementis, doctor in legibus et consiliarius et auditor della curia reale aragonese, tutti e due sostenitori di Urbano VI come anche i loro cinque testimoni59.

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Vedi Valois, La France cit., 1, p. 258. Cfr. L. Vones, Geschichte der Iberischen Halbinsel im Mittelalter (711-1480). Reiche - Kronen - Regionen, Sigmaringen 1993. Per rassegne bibliografiche sulla storia dei regni iberici si rinvia agli ampi testi (disponibili anche su internet) di N. Jaspert, Die deutschsprachige Mittelalterforschung und Katalonien: Geschichte, Schwerpunkte, Erträge, «Zeitschrift für Katalanistik», 17 (2004), pp. 155-226 (http://www.romanistik.unifreiburg.de/pusch/zfk/17/11_Jaspert_Mittelalter.pdf) e J. Díaz Ibáñez, El pontificado y los reinos peninsulares durante la Edad Media. Balance historiográfico, «En la España Medieval», 24 (2001), pp. 465-536 (http://www.ucm.es/BUCM/revistas/ghi/02143038/articulos/ELEM0101110465A.PDF). 58 Per Alfonso Pecha si rinvia a F. Bliemetzrieder, Un’altra edizione rifatta del trattato di Alfonso Pecha, vescovo resignato di Iaën, sullo scisma (1387-88), con notizie sulla vita di Pietro Bohier, benedettino, vescovo di Orvieto, «Rivista Storica Benedettina», 4 (1909), pp. 74-100; E. Colledge, Epistola solitarii ad reges: Alphonse of Pecha as Organizer of Brigittine and Urbanist Propaganda, «Mediaeval Studies», 18 (1956), pp. 19-49 e J. D. Crisanto López, Alonso Fernández Pecha o de Vadaterra, obispo de Jaén en España, confesor de Santa Brígida y fundador de los jerónimos, Murcia 1965 (non ho potuto consultare questo libro); Jönsson, Alfonso of Jaén cit. 59 Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 75, 208 ss. Per la persona di Mathaeus Clementis ibid., p. 75 («dieser unechte Gesandte König Peters») e F. Bliemetzrieder, Ein Bericht des Matthäus Clementis an Urban VI. (ca. 1381) über seine Arbeiten zu dessen Gunsten in Aragonien, «Studien und Mitteilungen aus dem Benediktiner- und dem CistercienserOrden», 29 (1908), pp. 580-587 (per un rapporto scritto da Mathaeus Clementis a Urbano VI, ca. 1381) e H. Finke, Drei spanische Publizisten aus der Zeit des großen Schismas. Matthäus Clementis, Nikolaus Eymerich, der hl. Vicente Ferrer, in Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Spaniens, Münster 1928 (Spanische Forschungen der Görresgesellschaft, 1. Reihe, 1), pp. 174-195, nonché Swanson, Universities cit., p. 31.


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2) La seconda inchiesta, con 13 testimoni interrogati (tutti iberici, con una sola eccezione – cioè fra’ Angelo, vescovo di Pesaro, emissario di Clemente VII in Spagna), si svolse tra maggio e settembre 1379 a Barcellona per volontà dello stesso Pedro IV il Cerimonioso, re di Aragona († 1387)60. Il fatto che tutti i testimoni si pronunciarono in favore di Clemente VII dovette influire negativamente sulla reputazione di Urbano VI presso il re, che – pur mantenendo la sua neutralità – fino ad allora aveva dimostrato un atteggiamento più favorevole verso il papa di Roma che verso quello di Avignone61.

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3) La terza inchiesta fu intrapresa a Roma nel novembre 1379, quando il domenicano e cardinale di Urbano VI Misquinus62 e Petrus de Yspania, magister in theologia, da identificare con fra’ Pedro di Guadalajara, fratello di Alfonso Pecha63, intervistarono 21 testimoni fedeli al papa di Roma64. Si tratta di un’iniziativa da parte del frate castigliano senza un preciso mandato ufficiale. 4) La quarta inchiesta fu quella già menzionata, cioè del re di Castiglia, Juan I di Trastamara (1379-1390)65, che fece raccogliere ben 100 testimonianze ad Avignone, Roma e infine a Medina del Campo fra il maggio-giugno 1380 ed il febbraio 1381. Le testimonianze legate a questa iniziativa furono raccolte in un manoscritto parigino che presenteremo più avanti (capitolo 4)66. 5) Infine, nei mesi di giugno, luglio ed agosto 1386, 40 testimoni, fra i quali spiccano 10 cardinali, furono intervistati ad Avignone da inviati ara60 Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 81; i testimoni sono elencati alle pp. 210 s. 61 Ibid., p. 82. 62 Per il cardinale (dal 1378) Nicolaus Misquinus, dell’ordine dei domenicani,

inquisitore in regno Sicilie, morto nel 1389, vedi K. Eubel, Hierarchia catholica medii aevi, sive Summorum pontificum, S.R.E. cardinalium, ecclesiarum antistitum series ab anno 1198 usque ad annum 1431 perducta, 1, Monasterii 19132, p. 23. 63 Vedi Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 213-215 e infra nota 151. 64 Ibid., pp. 211 ss.; G.-G. Meersseman, Études sur l’ordre des frères Prêchers au début du Grand Schisme, «Archivum Fratrum Praedicatorum», 26 (1956), pp. 192-248: 197 ss. 65 Per il suo regno vedi L. Suárez Fernández, Juan I de Trastámara 1379-1390, Palencia 1994. 66 Parigi, BN, lat. 11745, f. 20v ss., cfr. – anticipando quanto seguirà più dettagliatamente infra pp. 273 ss. – Valois, La France cit., 2, pp. 202 s. e Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 39 ss. Rodericus Bernardi scrisse un lungo rapporto sulla sua missione: Parigi, BN, lat. 11745, f. 17v-20v, ed. Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 231-241; un terzo inviato, Alvarus Melendi, doctor in legibus, morì durante la missione a Roma: ibid., p. 40.


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gonesi di cui non conosciamo i nomi. L’orientamento dei testimoni fu di nuovo favorevole a Clemente VII67.

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Non è questo il luogo per approfondire tutte e cinque le inchieste, per le cui caratteristiche si può rinviare alla ricostruzione ancora insuperata offerta da Michael Seidlmayer, ma ci soffermeremo qui piuttosto sulle due ultime, che ebbero anche una maggiore rilevanza politica e per le quali si sono conservati più documenti. Nel caso del “processo” di Medina del Campo, fu il re, Juan I, a dare il via alle audizioni. Riportiamo per esteso il testo che introduce il suo protocollo ufficiale, conservato a Parigi, che non solo cita le sue ragioni, ma rievoca anche brevemente i passi precedenti all’apertura dei lavori.

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«In Christi nomine, amen. Incipit prima pars processus facti et habiti coram serenissimo ac preillustrissimo principe domino Johanne Dei gratia Castellae et Legionis rege ac de ipsius mandato in villa Metine del Campo Salamantinensis diocesis de et super exorto nuper scismate in ecclesia Dei circa electiones duas, unam videlicet de reverendo patre domino Bartholomeo tunc archiepiscopo Barensi, secundam de reverendissimo patre et domino domino Roberto tunc cardinale Gebennensi, in summum pontificem per sacrum collegium reverendissimorum patrum dominorum sancte Romane Ecclesie cardinalium celebratas, prosequentibus electionem primam reverendo patre Francisco de Urbino, Faventino episcopo, et venerabili viro Francisco de Siclenis de Papia, legum famoso professore, ambaxiatoribus ejusdem primi electi, quem sanctissimum dominum Urbanum papam sextum nominabant, secundam vero electionem prosequente reverendissimo in Christo patre et domino domino Petro de Luna S. Marie in Cosmedin sancte Romane Ecclesie diacono cardinali asserente se legatum dicti secundi electi, quem sanctissimum dominum Clementem papam septimum nominabat, necnon ex parte sacri collegii dominorum cardinalium ad informandum dictum regem Castellae de utraque electione transmissis. Et est sciendum ante omnia quod clare memorie dominus Enricus rex Castelle et Legionis pater et genitor dicti domini regis Johannis audito olim de electione prima scilicet Bartholomei, et subsequenter de cardinalium divisione seu subtractione ab illo, necnon declaratione facta per eos Anagnie, quod ille primus non erat papa, demum vero de electione alia per eosdem cardinales Fundis celebrata de persona secundi, scilicet Roberti, anxius et perplexus idem rex Enricus ex hujusmodi diversitate gestorum, ac dubius, quid in hoc casu ancipiti eum sequi aut facere oporteret, propter multa que occurrebant, et quia magni doctores circa hujusmodi negotium diversimode sentiebant, voluit esse indifferens in hac parte, ut etiam liberius inquirens de re gesta ad agnitionem veritatis hujus negotii, cui intendebat, si faveret divina pietas, perveniret. Sed eo, sicut Domino placuit, in sinceritate catholice fidei de medio sublator memoratus dominus Johannes ejus filius legiti67

Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 115 s.; per i testimoni, ibid., pp. 221 ss.


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mus atque heres et successor in regno pariter et in voto, dum apud civitatem Burgensem solempnes ac generales curias pro sua felici coronatione teneret, ibique fecisset introduci istud negotium in presentia archiepiscoporum et episcoporum ac nobilium et militarium et quamplurium in sacra pagina magistrorum doctorumque juris canonici et civilis ac aliorum multorum etiam literatorum regni sui, demum consideratis diversis tractatibus et scripturis que occasione hujusmodi jam hinc inde emanarant, singulisque in disceptationem deductis, quia tandem occurrebant dubia in mentibus singulorum eo, quod factum variari videbatur, hinc inde et casus certus seu indubitabilis nequibat tunc in materia reperiri, deliberavit idem rex saniori suorum ductus consilio indifferentiam dicti sui genitoris ac ceptum perquirende veritatis negotium complecti, ne, quod absit, de negligentia prosecutionis tam pie tamque meritorie cause contingeret eum apud supremum judicem argui ac propter indiscussionem ipsius rei errorem forsan incurrere circa id, quod eligere ac sequi in isto casu deberet. Quapropter rex ipse, antequam ad ulteriora procederet, ambassiatores nuntiosque suos solempnes in Romam ac Avinionem ad utrumque electorum direxit quatenus ab eis casus instructionesque suarum electionum requirerent, et ut eorum quilibet nuntios suos sufficienter instructos ad regem prefatum pro conscientie illius informatione dignaretur transmittere cum modestia decentique instantia supplicarent, et similiter ab aliis personis illarum partium de re gesta notitiam habentibus, cum adhuc recens foret ipsius rei memoria, informationes seu depositiones reciperent sibi fideliter reportandas. Que omnia et singula iidem nuntii regii illuc se in apparatu debito conferentes opere compleverunt. Et subsequenter prefati domini electi ad summum, ut premissum est, pontificium dictos supra et infra designatos nuntios seu legatos ad memoratum dominum Johannem Castellae et Legionis regem miserunt. Qui ad presentiam ipsius sigillatim et prout commode valuerunt pervenientes in primis arengas, ac propositiones suas publicas et solempnes super causa adventus sui apud Metinam, Salamantinensis diocesis, eidem domino regi fecerunt seu etiam presentarunt in forma sequenti»68.

In sintesi, il re considerava il cosiddetto processus in sua presenza una propria iniziativa che aveva il compito di informarlo sulle circostanze delle due elezioni controverse («ad informandum dictum regem Castellae de utraque electione»). Il proposito fu quello di staccarsi dalla linea politica seguita dal padre Enrico II di Trastamara (1333-1379) che «voluit esse indifferens»69. Fra le opzioni che i sovrani iberici, almeno in linea teorica, potevano scegliere per uscire dal disorientamento generale dopo lo scoppio dello Scisma, difficilmente vi era quella di guidare un processo forma68 Parigi, BN, lat. 11745, f. 1r, ed. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, pp. 802 s. Segue il sermone del cardinale Pedro de Luna analizzato infra a pp. 271 ss. 69 Per la politica di Enrico II vedi anche J. Fernández Conde - A. Oliver, El Cisma de occidente y los reinos penisolares, in Historia de la Iglesia en España, dirigida por R. García Villoslada, 2/2: La iglesia en la España de los siglos VIII al XIV, Madrid 1982, pp. 463-495: 465 ss.


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le contro uno o entrambi i candidati al trono di S. Pietro, un’operazione formalmente non consentita a sovrani laici e nemmeno – nonostante le note “trasgressioni” in questo campo – all’imperatore70. Nonostante l’uso della parola nella fonte autorevole appena citata, ribadisco che non si può tuttavia parlare di un vero “processo” neppure nel caso dell’inchiesta di Medina del Campo, e che quest’ultima invece fa pienamente parte dei tentativi di trovare una soluzione per lo Scisma tramite un’indagine, cioè tramite la via informationis. Da ciò la mia insistenza sull’attribuzione di termini come “inchiesta”, “indagine” o “informatio” per le procedure iberiche, e in particolare per le azioni di Medina del Campo. Tilmann Schmidt evidenzia come elementi di un processo rivolto contro un papa – con riferimento al processo contro la memoria di Bonifacio VIII, che fu però presieduto dal papa regnante in persona, cioè Clemente V – il rispetto delle azioni formali di un processo e la costituzione formale di una corte giudiziaria. Imprescindibile era anche l’ordine di comparizione71. In caso di notorietà72 dei fatti imputati ad un pontefice, era possibile una procedura più breve e più semplice che non necessitava di una accusa e di prove di fatto. I testimoni di notorietà (“Notorietätszeugen”) non erano tenuti a pronunciarsi come testimoni dei fatti incriminati in sé, ma

70

Come osservò già F. Kober, Die Deposition und Degradation nach den Grundsätzen des canonischen Rechts historisch-dogmatisch dargestellt, Tübingen 1867, pp. 563 ss. Per il coinvolgimento degli imperatori nella convocazione di sinodi che processarono papi (in primo luogo è da menzionare il sinodo di Sutri del 1046), vedi Zimmermann, Papstabsetzungen des Mittelalters cit., passim; F.-J. Schmale, Die “Absetzung” Gregors VI. in Sutri und die Synodale Tradition, «Annuarium historiae Conciliorum», 11 (1979), pp. 55-103; H. Wolter, Die Synoden im Reichsgebiet und in Reichsitalien von 916 bis 1056, PaderbornMünchen-Wien-Zürich 1988 (Konziliengeschichte: Reihe A, Darstellungen) (per Sutri: pp. 379-374). Cfr. in generale la bibliografia fondamentale citata supra nelle note 4 e 8. 71 Vedi Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., p. 10. 72 Per quanto concerne il concetto di notorietà, è immensa ormai la bibliografia. Cfr. C. Ghisalberti, La teoria del notorio nel diritto commune, «Annali di storia del diritto», 1 (1958), pp. 403-451; J. Chiffoleau, Ecclesia de occultis non iudicat. L’Église, le secret et l’occulte du XIIe au XVe siècle, in Il segreto nel Medioevo, «Micrologus. Nature, Sciences and Medieval Societies», 13 (2005), pp. 359-481: 425 ss.; Vallerani, Modelli di verità cit., pp. 125 ss.; J. Théry, Fama: l’opinion publique comme preuve judiciaire. Aperçu sur la révolution médiévale de l’inquisitoire (XIIe-XIVe siècle), in La preuve en justice de l’Antiquité à nos jours, cur. B. Lemesle, Rennes 2003, pp. 119-147; M. Schmoeckel, “Excessus notorius examinatione non indigent.” Die Entstehung der Lehre der Notorietät, in Panta rei. Studi dedicati a Manlio Bellomo, cur. O. Condorelli, 5, Roma 2004, pp. 113-163; Th. Wetzstein, Heilige vor Gericht: Das Kanonizationsverfahren im europäischen Spätmittelalter, KölnWeimar-Wien 2004 (Forschungen zur kirchlichen Rechtsgeschichte und zum Kirchenrecht, 28), pp. 59 s. Anche se i termini notorium e manifestum sono da distinguere, essi, negli atti iberici, si trovano spesso gemellati e come sinonimi (notorium et manifestum).


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dovevano attestare che erano conosciuti generalmente nel loro ambiente. Come modelli di procedimento penale erano disponibili in sostanza: a) la procedura accusatoria; b) l’inquisitio (in questo caso il giudice reagiva ex officio non appena aveva notizia del sospetto di un reato); c) l’esame dell’elezione stessa73. Le inchieste castigliane del 1380-1381 utilizzarono elementi di tutte e tre le procedure, orientandosi in particolar modo verso l’ultima opzione, cioè l’esame elettorale, dato che – come vedremo – non si fermarono in prima linea sulla persona dell’uno o d’altro candidato, ma piuttosto sulle anomalie dell’atto elettorale dell’8 aprile 1378. L’indagine di Medina del Campo seguì formalmente, per quanto concerne la sua parte centrale, le procedure usuali dell’accertamento dei fatti (“Tatsachenfeststellung”) tramite l’interrogatorio di testimoni (cui sarà dedicato il capitolo 3.3.), e quindi le direttive del processo romano canonico, al quale si attribuiva l’autorità incondizionata di poter risolvere qualsiasi problema giuridico74 e di conseguenza anche la questione dello scisma. Le inchieste iberiche si inseriscono quindi nella generale tendenza di applicare le forme processuali praticate presso la Curia Romana in più ambiti possibili. Visto che a Medina del Campo il re rinunciò a pronunciare una vera sentenza (vedi capitolo 3.5.), vien da pensare ad un confronto, per esempio, con i processi informativi per l’esame dei candidati vescovi che cominciarono ad essere istituiti in Curia proprio durante il XIV secolo75. Nonostante alcune differenze, un altro possibile modello formale per le inchieste castigliane si potrebbe individuare in un confronto con il procedimento del processo di canonizzazione praticato alla Curia. Tale tipo di processo coinvolgeva con le sue audizioni le autorità locali (in partibus) e perciò poteva essere assai noto ai contemporanei76. Seguendo le indicazioni di Thomas Wetzstein sul processo di canonizzazione si può notare che

73 Per le possibili forme di un processo contro un papa cfr. Schmidt, Der BonifazProzess cit., pp. 10 s. Per un confronto generale si rinvia a L. Kéry, Inquisitio - denunciatio - exceptio. Möglichkeiten der Verfahrenseinleitung im Dekretalenrecht, «Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung», 87 (2001), pp. 226-268. 74 Vedi L. Fowler-Magerl, Ordines iudiciarii and libelli de ordine iudiciorum (from the Middle of the Twelfth to the End of the Fifteenth Century), Turnhout 1994 (Typologie des sources du moyen âge occidental, 63), p. 100. 75 Vedi M. Faggioli, La disciplina di nomina dei vescovi prima e dopo il Concilio di Trento, «Società e storia», 92 (2001), pp. 221-256 e Wetzstein, Heilige cit., in particolare pp. 122-132 (con la bibliografia precedente). 76 Per i particolari del processo di canonizzazione si rinvia a A. Vauchez, La Sainteté en Occident aux derniers siècles du Moyen Âge d’après les procès de canonisation et les documents hagiographiques, Rome 19882 (trad. ital.: La santità nel Medio Evo, Bologna 19992) e Wetzstein, Heilige cit.


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anche a Medina del Campo mancò la litis contestatio, ossia la risposta del convenuto, altrimenti indispensabile per un processo vero e proprio77. Il processo di canonizzazione richiedeva la presentatio rescripti ossia la commissio ai commissari, ossia ai giudici delegati, per avviare la procedura78. Inoltre, in esso, l’interrogatorium e l’audizione dei testi rivestivano una grande importanza e ci si basava su domande di controllo derivate dalla prassi del processo contenzioso79. I criteri appena descritti avvicinano le inchieste iberiche al processo politico medioevale in generale. Caratteristico del processo politico nel medioevo è che punta alla fama pubblica e alla notorietà generale80 attribuite ad un crimine o reato, reale o presunto tale, che – dalle novità giuridiche per il processo inquisitorio introdotte da Innocenzo III (vedi la decretale Vergentis e il canone 8 del IV concilio Lateranense Qualiter et quando)81 e dalla nuova legislazione contro gli eretici, accusati ormai del crimen lesae maiestatis82 – davano la possibilità di aprire procedimenti senza una formale accusa, secondo un dettame di Bernardo di Pavia: «Ubi crimen est notorium, non indiget accusatione»83. E, infatti, la formale accusa manca anche nelle inchieste iberiche. Fra gli strumenti utilizzati dai papi contro alti prelati incriminati per la fama dei loro misfatti, spiccano i vasti interrogatori di testimoni in partibus84, un elemento caratterizzante 77 78 79 80

Ibid., p. 405. Ibid., p. 405, con nota 171. Ibid., pp. 425 s., 436 ss. Anche in occasione dell’assemblea parigina dei Notabili, nel giugno 1303, in tutti gli articoli d’accusa, la publica fama (sui misfatti attribuiti a Bonifacio VIII) rivestì un ruolo centrale. I suoi crimini furono provati in sei modi (per evidentiam facti, per famam, per presumptionem, per iuramenti delationem, per testes et per instrumenta). Per la prova di fama erano necessari due testimoni, persino contro il papa, in casi di eresia. Guglielmo di Plaisians non nascose che si erano serviti anche del sentito dire: Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., p. 73. 81 R. Knox, Accusing Higher Up, «Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung», 77 (1991), pp. 1-31; per le conseguenze per i processi all’interno del clero vedi M. Hirte, Papst Innozenz III., das IV. Lateranum und die Strafverfahren gegen Kleriker, Tübingen 2005 (Rothenburger Gespräche zur Strafrechtsgeschichte, 5), nonché J. Théry, Faide nobiliaire et justice inquisitoire de la papauté à Sienne au temps des Neuf: les recollectiones d’une enquête de Benoît XII contre l’évêque Donosdeo de’ Malavolti (ASV, Collectoriae 61A et 404A), in Als die Welt in die Akten kam. Prozeßschriftgut im europäischen Mittelalter, cur. S. Lepsius - Th. Wetzstein, Frankfurt-Main 2008 (Rechtsprechung. Materialien und Studien, 27), pp. 275-345. 82 Vedi qui solo Chiffoleau, Le crime de majesté cit. (con ulteriore bibliografia). 83 Citazione secondo Chiffoleau, Le crime de majesté, p. 632, nota 160. Per i retroscena generali si rinvia a Chiffoleau, Ecclesia de occultis non iudicat cit., pp. 406 ss. 84 Vedi Théry, Faide nobiliaire cit., in particolare pp. 277 s. Il publicum ex fama era da provare in sede giudiziaria: vedi Théry, Fama: l’opinion publique cit., p. 143.


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l’azione dei re iberici dopo il 1378. Futuri studi potranno ancora approfondire quanti elementi delle inchieste spagnole siano stati di modello in altri contesti politici-giuridici, come – per fare un ultimo esempio – nei processi intentati dai Concili del Quattrocento contro i papi scismatici85.

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2.2. I re garanti per la salute delle anime dei propri sudditi Quello che ci si chiede subito è con quale mandato i re iberici si sentissero autorizzati ad avviare inchieste proprie in un campo, cioè quello ecclesiastico, che – a prima vista – non sembrerebbe spettare alle loro competenze. I re si sentivano invece giustificati per via della loro posizione di guardiani del bene comune86 e difensori – è sottinteso – della Chiesa87. E questa responsabilità per la salute delle anime dei sudditi («pro salvatione sue anime et animarum etiam omnium regnicolarum suorum»)88 era particolarmente evidente in tempi di scisma, quando bisognava decidersi per il candidato papa legittimo. In questo contesto è interessante la discussione all’interno del consiglio reale portoghese sull’opportunità o meno dell’ingerenza del re di Portogallo, Fernando, nella questione della legittimità dell’elezione di Urbano VI: «Et recordor, quod primum dubium in Consilio fuit, utrum rex de necessitate salutis tenebatur apponere manum super isto facto et dare opem et operam ad pacificandum tantum scandalum et subvenire fidei et Ecclesie sancte Dey, vel utrum, ex quo causa erat inter clericos et personas ecclesiasticas, sufficiebat sibi stare et non apponere manum alicui adjutricem et dimittere Deo, cujus causa agebatur, qui tanto periculo subveniret. Et istud dubium fuit satis prolixe disputatum et similiter

85 Mi limito a rinviare all’esempio del Concilio di Pisa (1409): vedi J. Vincke, Acta concilii Pisani, «Römische Quartalschrift», 46 (1941), pp. 81-331 (p. 86 «Processus in causa unionis ecclesie fidei et scismatis contra duos de papatu contendentes») e Girgensohn, Über die Protokolle des Pisaner Konzils cit., passim. Per il concilio di Costanza vedi W. Brandmüller, Das Konzil von Konstanz, 2 voll., Paderborn-München-Wien-Zürich 19911997 (Konziliengeschichte: Reihe A, Darstellungen), qui I, pp. 281-311 (per il processo contro Giovanni XXIII); II, pp. 259-276 (per il processo contro Benedetto XIII). 86 Con tale argomento Pedro IV giustificò persino la sua decisione di trattenere le entrate ecclesiastiche richieste da un inviato di Urbano VI («dignaremur ob sedis apostolice reverenciam et propter rei publice bonum super hoc de oportuno remedio providere»): Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 346 (Barcelona, 1379 feb. 3). 87 Già Guglielmo di Nogaret – nelle sue azioni contro Bonifacio VIII – si riferì al compito provvidenziale dei re capetingi come difensori della Chiesa e della fede: Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., p. 70. Simile era la posizione di re Fernando di Portogallo nel 1379-80: cfr. Valois, Discours prononcé cit., p. 489. 88 Parigi, BN, lat. 11745, f. 21r. Per il contesto della citazione si rinvia a p. 277.


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fuit conclusum, quod rex peccabat mortaliter et tenebatur, nisi apponeret manum ad pacificandum Ecclesiam suam sanctam. Raciones que fuerunt concludentes erant, in effectu, quod quilibet princeps catholicus de necessitate salutis tenebatur defendere ab omni errore et ab omni persecucione fidem et catholicam legem Christi. Secunda racio fuit, quod quilibet catholicus princeps tenebatur de necessitate salutis defendere Ecclesiam sanctam Dei, et maxime in periculo scismatis constitutam. Tercio racio fuit, quod quilibet princeps catholicus de necessitate salutis tenebatur defendere et honorare dominum verum papam et dominos cardinales et ceteros Ecclesie ministros: catholici principes non solum contra facientes sed ista negligentes peccabant mortaliter et obligabantur ad infernum»89.

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Tali concetti, infine, fanno parte dell’idea monarchica del Trecento in generale90. I sovrani iberici certamente non si sentivano inferiori al re di Francia. Dovuto è, in questo contesto, il rinvio al famoso processo contro i Templari, svoltosi nei primi anni del XIV secolo, su volontà di Filippo IV il Bello91 e alle idee guida del dibattito sui complessi rapporti fra Chiesa e Stato nel medioevo vigenti anche nella penisola iberica92, dove si era svi89 Valois, Discours prononcé cit., pp. 503 s. Per il contesto vedi infra pp. 258s. 90 Vedi per l’idea monarchica in Aragona T. N. Bisson, The Medieval Crown of Aragon:

A Short History, Oxford 1986, in particolare pp. 87-103 e F. Santi, La teologia politica catalana della fine del secolo XIV, in Conciliarismo, stati nazionali, inizi dell’Umanesimo. Atti del XXV Convegno storico internazionale, Todi, 9-12 ottobre 1988, Spoleto 1990 (Atti dei convegni dell’Accademia Tudertina e del Centro di studi sulla spiritualità medievale, n. s., 2), pp. 181-211, e – per la Castiglia – J. M. Monsalvo Antón, Historia de los poderes medievales, del Derecho a la Antropología (el ejemplo castellano: monarquía, concejos y señoríos en los siglos XII-XV), in Historia a Debate. Medieval, Congreso de Santiago, 7-11 julio, 1993, cur. C. Barros, Santiago de Compostela 1995, pp. 81-149 nonché, in generale, E. H. Kantorowicz, The King’s Two Bodies. A Study in Mediaeval Political Theology, Princeton 1957 (qui è utilizzata la traduzione tedesca: Die zwei Körper des Königs. Eine Studie zur politischen Theologie des Mittelalters, trad. W. Theimer, Stuttgart 1992); La royauté sacrée dans le monde chrétien, Colloque de Royaumont, mars 1989, cur. A. Boureau - C. S. Ingerflom, Paris 1992; K. Pennington, The Prince and the Law, 1200-1600. Sovereignty and Rights in the Western Legal Tradition, Berkeley 1993 e J. Krynen, L’empire du roi. Idées et croyances politiques en France, XIIIe - XVe siècle, Paris 1993 (Bibliothèque de l’Histoire). 91 Si vedano anche le considerazioni proposte nel contributo di Julien Théry in questi Atti. Per il ruolo del papa e lo svolgersi del processo vedi anche quanto scrive Barbara Frale, sempre nel presente volume. 92 Si rinvia in particolare anche a J. Vincke, Staat und Kirche in Katalonien und Aragon während des Mittelalters, 1. Teil, Münster 1931 (Spanische Forschungen der Görresgesellschaft, 2. Reihe, 1), per il periodo anteriore agli anni che trattiamo qui; P. Linehan, The Spanish Church and the Papacy in the Thirteenth Century, Cambridge 1971 e al volume État et Église dans la genèse de l’État moderne cit., di cui si cita qui almeno J. Coleman, The interrelationship between Church and State during the conciliar period: theory and practice, pp. 41-54; E. Sarasa Sánchez, Las relaciones Iglesia-Estado en Aragón durante la Baja Edad Media, pp. 165-174. Per la Castiglia si rinvia a J. M. Nieto Soria, Las realidades cotidianas de las relaciones Monarquía-Episcopado, en Castilla, siglos XIII-XIV, in État et Église cit., pp. 217-225;


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luppata un’idea monarchica sui generis assai diffidente nei confronti di una ostentata giustificazione ecclesiastica (e papale) e più propensa all’autolegittimizzazione, riscontrabile anche in diversi atti di autoincoronazione93. L’influsso dei re sulle loro chiese nazionali era tradizionalmente molto forte. Aspetti ricorrenti della politica reale verso le chiese sono il controllo sulla Chiesa del proprio paese, il protezionismo paternalistico e l’interventismo dei re negli affari ecclesiastici che portarono anche a tante forme di simbiosi istituzionale e personale. È noto il ruolo importante dei consiglieri dei re, spesso appartenenti al clero, se non persino confessori e cappellani reali, nella gestione politica, giuridica e teologica della situazione così drammatica che si era creata nel 137894. Nel caso delle inchieste di Medina del Campo, la situazione politica e giuridica fu particolare, in quanto, per le due parti dei papi rivali chiamati in causa, si trattò di una occasione per convincere il giovane re, Juan I, salito al trono il 24 agosto 1379 dopo la morte di suo padre Enrico II, di abbandonare la politica paterna della indifferencia, cioè di neutralità, verso i due pontefici. Era quindi opportuno per i due papi concorrenti sostenere, come atto gradito, l’iniziativa del monarca per far chiarezza sulla vicenda e – di conseguenza – la sua disponibilità di schierarsi finalmente con una o l’altra parte. In questo contesto è illuminante l’analisi dell’abilissimo discorso pronunciato dal cardinale Pedro de Luna († 1423), legato del

Id., Iglesia y génesis del estado moderno en Castilla (1369-1480), Madrid 1993; Id. (a cura di), Orígenes de la monarquía hispánica: propaganda y legitimación (ca. 1400-1520), Madrid 1999, in particolare pp. 32ss. («La imagen teológica»); Id., Enrique III de Castilla y la promoción eclesiástica del clero: las iniciativas políticas y las súplicas beneficiales (1390-1406), «Archivum Historiae Pontificiae», 33 (1995), pp. 41-89 (per il periodo immediatamente successivo agli anni trattati). Per una prospettiva rivolta al periodo prossimo al nostro si rinvia a P. Fernández Albadalejo, Iglesia y configuración del poder en la monarquía católica (siglos XVXVII). Algunas consideraciones, in État et Église cit., pp. 209-216. 93 Cfr. B. Palacios Martín, La coronación de los Reyes de Aragón. 1204-1410, Valencia 1975; P. Linehan, Frontier Kingship: Castile, 1250-1350, in La royauté sacrée cit., pp. 71-79 (riassume anche il vivo dibattito intorno alla – non sempre particolarmente enfatizzata – natura sacrale del re di Castiglia, sorto, negli anni Ottanta, fra T. Ruiz e J. M. Nieto Soria). Per un confronto con la monarchia francese, si veda, tra la bibliografia vastissima, qui solo M. Bloch, Les rois thaumaturges: étude sur le caractère surnaturel attribué à la puissance royale, particulièrement en France et en Angleterre, Paris [1924] 1961 e J. Le Goff, Aspects religieux et sacrés de la monarchie française du Xe au XIIIe siècle, in La royauté sacrée cit., pp. 19-37. Vedi in generale J.-Ph. Genet, Légitimation religieuse et pouvoir dans l’Europe médiévale latine: l’État moderne et les masques de la monarchie sacrée, in Id., Rome et l’État moderne européen, Roma 2007 (Collection de l’École française de Rome, 377), pp. 381-418. 94 Per il ruolo dei consiglieri vedi il caso portoghese supra pp. 258s., 269s. e, in più, infra pp. 291ss.


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papa avignonese Clemente VII (al quale sarebbe successo, nel 1394, col nome di Benedetto XIII), davanti al re e al consiglio reale, il 23 novembre 1380. Questa allocuzione in volgare (e tradotta solo in seguito in latino95) – già criticata per il suo «contenido puramente literario y de mal gusto» dallo Zunzunegui96 – ha come principale scopo di indurre il re «ad huius dolorosi scismatis compassionem»97 (e quindi di conquistarlo al papa avignonese), sviluppando alcuni concetti fondamentali per l’interventismo reale. Limitandoci agli elementi più significativi, possiamo caratterizzare il lungo discorso, pieno di esemplificazioni storiche (tra le quali spiccano alcuni lusinghieri riferimenti iberici98), come un appello alla virtus del re – gradita ai sudditi e riconosciuta universalmente99 – e al dovere di salvaguardare l’unità della Chiesa. È compito dei re, in quanto garanti della

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95 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 1r-4r (versione ufficiale in latino). La versione in castigliano si trova in ASV, Arm. LIV, vol. 37, ff. 135r-144v. Citiamo dalla traduzione latina che è anche la versione ufficiale aggiunta nel protocollo del processo di Medina del Campo. Sono da distinguere da questo testo le responsiones dello stesso cardinale al re di Castiglia, edite – sulla base del manoscritto Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi: BAV), Vat. lat. 7110, ff. 1r-11v – in M. Seidlmayer, Peter de Luna (Benedikt XIII.) und die Entstehung des Großen Abendländischen Schismas, in Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Spaniens, cur. H. Finke, Münster 1933 (Spanische Forschungen der Görresgesellschaft, 1. Reihe, 4), pp. 206-247: 232-247. Ne fanno confusione, con riferimento a Parigi, BN, lat. 3291, ff. 105r-107r, De Puig - Perarnau, La “informatio brevis et metrica” cit., p. 210 nota 7. 96 Vedi Zunzunegui, La legación en España cit., p. 112 nota 119. Per le qualità dei sermones nell’ambito della curia avignonese vedi adesso Lützelschwab, Flectat cardinales cit., pp. 42 ss., che attesta i deficit specialmente dei cardinali di formazione giuridica – ai quali appartenne anche il cardinale Luna: ibid., p. 43 («Vorbildliches Predigen scheint jedoch gerade für die Juristenkardinäle ein unerreichbares Ziel gewesen zu sein»). 97 Parigi, BN, lat. 11745, f. 3v. Dopo i lunghi preliminari, a proposito delle due domande sui fatti del conclave dell’aprile 1378 e sulla posizione dei cardinali («Secundo intendebam exponere electionis impressionem. Tertio inferre iniuriosam sacri collegii offensionem»), il cardinale riporta le ragioni dei clementisti essenziali e – diversamente da quanto farà il suo avversario, il vescovo di Faenza –, per la mancanza di tempo, rinuncia ad entrare nei particolari. Era invece prevedibile l’appello finale all’adesione a Clemente VII in un quarto tema («Quarto concludere seu declarare catholicam decisionem»). 98 Il cardinale ricorda che Seneca (m. 65) era nato a Cordoba e che papa Damaso era yspanus origine (ibid., f. 4r). Ugualmente non è un caso che Luna citi un aneddoto di Valerio Massimo sulla magnanimità di Scipione Africano verso il cartaginese Indibilis (m. 205 a. C.), oriundo ex nobilibus gentis celtiberie: ibid., f. 1v. Premeditata (siamo in un paese confinante con l’Islam) sembra anche la menzione dell’iniquus monaco Sergio, «perfidi Machometi socius adiutorque in ordinatione sue false legis» (ibid., f. 2r), ricorrente nell’opera di Raimondo Lullo e oggetto di un un recente studio di B. Roggema, The Legend of Sergius Bahira. Eastern Christian Apologetics and Apocalyptic in Response to Islam, Leiden 2008 (The History of Christian-Muslim Relations. Texts and Studies, 9). 99 Parigi, BN, lat. 11745, f. 1v.


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3. I metodi delle inchieste

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iustitia, punire chi diffonde falsità («qui falsitatem iniuste sustinent, debent omnino puniri graviter et corrigi per dominos seu principes, qui iustitiam appetunt conservare»)100. Naturalmente i sudditi sono obbligati a seguire la decisione del re pro o contro un candidato101. Il dotto cardinale presenta una serie di citazioni dalle Sacre Scritture, dai dottori della Chiesa (Ambrogio, Agostino), da filosofi (Aristotele, Cassiodoro, Boezio, dal compilatore Johannes Gallenus102), da autori classici (Cicerone, Seneca, Valerio Massimo), da cronisti medievali (Martino Polono e Tolomeo da Lucca) e dal diritto canonico (Graziano, Decretali). Il porporato attesta al re il merito che egli «puritatis et honestatis moribus temporatus, sacrorum canonum precepta custodit, ex quibus veritati fidei resistentes ad ipsam tenendam merito reducuntur»103. Il cardinale conclude con l’appello al re di vendicare le offese arrecate alla Madre Chiesa; la gratitudine divina gli sarà garantita104.

3.1. L’avvio dell’inchiesta e la sua procedura formale Fra le inchieste iberiche, spiccano quelle che sono state promosse dai re. Il caso meglio documentato è quello di Medina del Campo, dove il re dette personalmente l’avvio alle indagini. L’inizio fu fatto con la già citata propositio del cardinale de Luna, del 23 novembre 1380105. Essa fu tenuta davanti al re e al consiglio «ac nonnullis prelatis multisque baronibus et nobilibus ac populo»106 (non è affatto casuale la ricorrente indicazione del vasto pubblico che seguì i riti collettivi delle procedure!)107. Ad esso, due 100 101 102

Ibid., f. 2v. Ibid., f. 3r. Per la persona del minorita inglese Johannes Guallensis († dopo il 1285) e la sua opera Compendiloquium de vitis illustrium philosophorum, citato dal de Luna, cfr. R. Rauner, Johannes Gallensis, in Lexikon des Mittelalters, 5, München-Zürich 1990-91, col. 577, nonché J. Swanson, John of Wales. A Study of the Works and Ideas of a ThirteenthCentury Friar, Cambridge 1989 (Cambridge Studies in Medieval Life and Thought, Fourth Series, 10), pp. 167 ss. 103 Parigi, BN, lat. 11745, f. 1v. Il concetto viene ripetuto a f. 2r: «[...] princeps sive rex pure honesteque vivens libenter obsequitur ordinationibus ecclesie Dei eiusque sacra precepta custodit, quibus veritati fidei resistentes ad ipsius obedientiam merito reducuntur». 104 Ibid., f. 4r («Considerans iniuriis sancte matri ecclesie et cunctis fidelibus christianis illatis, quas ad vos pertinet vendicare»). 105 Vedi supra pp. 271 ss. 106 Parigi, BN, lat. 11745, f. 1r. 107 Il concetto del “pubblico” (“Öffentlichkeit”), molto presente negli atti di Medina del Campo, è stato l’argomento del convegno Politische Öffentlichkeit im Spätmittelalter,


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giorni dopo, seguì la replica da parte dell’inviato di Urbano VI, Francesco di Urbino, vescovo di Faenza108, che raccolse i suoi argomenti in 17 veritates109. La struttura di questo documento è del tutto diversa se confrontata con quella della propositio del cardinale aragonese. Il vescovo è molto più concreto nelle sue affermazioni rispetto al cardinale Luna: egli, infatti, sottolinea la collaborazione di Urbano VI alle informationes rilevate a Roma dai messi castigliani, ma rifiuta proposte di un concilio di matrice avignonese (mentre apre verso un concilium generale vero e proprio). Il prelato si attiene più alla ricostruzione dei fatti che alle elucubrazioni dotte. Abbondano le citazioni da fonti giuridiche e trattati, nonché da autorità di chiara formazione giuridica (Innocenzo IV, Bernardus Compostellanus, Giovanni d’Andrea, Giovanni di Legnano, Decretali). A queste prolusioni seguirono le presentazioni dei grandi documenti chiave con i quali le due parti definivano le loro posizioni, cioè il casus primi electi (ossia Factum Urbani) e il casus secundi electi110. Il 4 dicembre 1380, Rodericus Bernardi continuò con il resoconto delle sue indagini intraprese a Roma e ad Avignone per raccogliere i racconti di testimoni oculari degli eventi intorno all’elezione di Urbano VI. Ciò avvenne di nuovo davanti al re, al vescovo di Sigüenza, presidente della commissione («episcopi Seguntini presidentis in huiusmodi factis de mandato regio»)111, e «pluribus aliis prelatis et doctoribus ac militibus nobilibusque»112. Seguono i nomi delle persone di cui Rodericus Bernardi aveva raccolto le deposizioni113. Vale la pena di gettare uno sguardo sui riti consecutivi con i quali si dette il via alle indagini114.

organizzato nell’ottobre 2008 dal “Konstanzer Arbeitskreis für Geschichte” sull’Isola Reichenau nel lago di Costanza. Per il nostro contesto sono particolarmente interessanti gli interventi di Christoph Meyer (Die Öffentlichkeit von Recht und Gericht) e di Birgit Studt (Geplante Öffentlichkeit: Propaganda). Vedi i riassunti su http://hsozkult.geschichte.huberlin.de/tagungsberichte/id=2425. 108 Per Francesco Uguccione di Urbino († 1412) e la sua carriera ecclesiastica (in seguito egli divenne arcivescovo di Benevento e di Bordeaux, nonché, nel 1405, cardinale) vedi Eubel, Hierarchia cit., p. 26 (per il cardinalato), 133 (Benevento), 151 (Bordeaux), 246 (Faenza). 109 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 4r-9v. Il testo è edito solo in parte in E. Martène - U. Durand, Thesaurus novus anecdotorum, 2, Paris 1717, coll. 1083-1094. 110 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 9v-15v (presentatio casus primi electi) e 16r-17v (casus secundi electi). Vedi per i particolari infra pp. 279 ss. (capitolo 3.2.). 111 Per il vescovo di Sigüenza Juan (Garcia Manrique) vedi Eubel, Hierarchia cit., p. 444 e Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 42. 112 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 17v-20v, ed. Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 231-241. 113 Per i nomi dei testimoni cfr. Parigi, BN, lat. 11745, f. 20v, cfr. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, p. 804. 114 Per il rinnovato interesse alla ritualità nel settore giuridico – un altro campo, per


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Il protocollo descrive dettagliatamente che il giorno di S. Nicola, il 6 dicembre 1380, il re, nel suo palazzo, in un ambiente addobbato per la celebrazione liturgica («loco ornato et disposito ad celebrandum missam»), fece dire la messa al vescovo di Avila, Alfonso115, con al fianco destro il cardinale Pedro de Luna come legato del papa di Avignone e, al fianco sinistro, il cardinale “di Spagna” (hispanus) Gutierre Gómez (Guterrius Gomecii) come legato del papa di Roma. Erano inoltre presenti gli arcivescovi di Toledo e Siviglia, entrambi di nome Pedro116, nonché i vescovi di Sigüenza, Calahorra e di Jaën, Juan, Gundissalvus (de Mena Vargas)117 e Juan (Roderici)118, nonché prelati, nobili, dottori e altra gente. Il decano di Burgos, Fernandus Alfonsi, decretorum doctor, tenne un sermo sul tema «Ostende nobis, quem elegeris ex hiis duobus» (Act. 1, 24). Dopo il “Padre nostro” (oratio dominica), il re si avvicinò all’altare, si inginocchiò e ricevette l’eucaristia dalle mani del vescovo celebrante. In seguito il sovrano fece convocare i due cardinali con il loro rispettivo seguito: il cardinale de Luna con il vescovo di Pesaro, fra’ Angelo119, il vescovo Pedro (Calvillo) di Tarazona120, il ministro generale francescano Angelo, magister in sacra pagina, e Fernandus Petri, decano di Tarazona; il cardinale Gutierre Gómez con Francesco, vescovo di Faenza, fra’ Menendus, francescano e magister in sacra pagina, nonché il legum doctor Francesco de Sicleriis di Pavia. Si noti l’ostentato equilibrio nella scelta dei rappresentancui le nostre fonti possono offrire indicazioni preziose – si rinvia, per esempio, a E. Cohen, The Crossroads of Justice: Law and Culture in Medieval France, Leiden-New York 1993 (Brill’s Studies in Intellectual History, 36); Im Spannungsfeld von Recht und Ritual. Soziale Kommunikation in Mittelalter und Früher Neuzeit, cur. H. Duchhardt - G. Melville, Köln 1997 (Norm und Struktur, 7), qui in particolare W. Sellert, Gewohnheit, Formalismus und Rechtsritual im Verhältnis zur Steuerung sozialen Verhaltens durch gesatztes Recht, ibid., pp. 29-47, nonché A. Zorzi, Rituali di violenza, cerimoniali penali, rappresentazioni della giustizia nelle città italiane centro-settentrionali (secoli XIII-XV), in Le forme della propaganda politica nel Due e nel Trecento, cur. P. Cammarosano, Roma 1994 (Collection de l’École Française de Rome, 201), pp. 395-425 e Les rites de la justice. Gestes et rituels judiciaires au Moyen Âge, sous la direction de C. Gauvard - R. Jacob, Paris 1999 (Cahiers du Léopard d’Or, 9). 115 Eubel, Hierarchia cit., p. 67. 116 Per il potente arcivescovo di Toledo Pedro Tenorio († 1399) vedi L. Suárez Fernández, Don Pedro Tenorio, arzobispo de Toledo, in Estudios dedicados a Menéndez Pidal, IV, Madrid 1953, pp. 601-627; Nieto Soria, Iglesia y génesis cit., pp. 134 ss. e M. Fois, La critica dell’arcivescovo di Toledo, Pedro Tenorio, al trattato del cardenal Pierre Flandrin sull’inizio dello Scisma d’Occidente, «Hispania Sacra», 33 (1981), pp. 563-592. 117 Eubel, Hierarchia cit., p. 156. 118 Ibid., p. 263. 119 Ibid., p. 395. 120 Ibid., p. 486.


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ti delle due parti, che però risulta piuttosto sbilanciato se si è al corrente del fatto che il cardinale Gutierre Gómez non si dimostrò per niente un fedele difensore di Urbano VI, ma – dopo essersi tenuto in disparte durante tutta l’inchiesta a Medina del Campo – lo abbandonò apertamente appena gli fu possibile per farsi riconsegnare il capello cardinalizio da Clemente VII121. Tutti questi dignitari si radunarono davanti all’eucaristia in ginocchio e il re fece loro giurare un testo sulla loro sincerità, scritto in volgare e tradotto dal notaio in latino e letto pubblicamente. La nomina dei “commissari” si svolse in questo modo: il sovrano fece chiamare ed avvicinare i prelati scelti per questo compito, cioè gli arcivescovi di Toledo e Siviglia, i vescovi di Sigüenza, Calahorra, di Jaën ed inoltre fra’ Alfonso, vescovo di Astorga, nonché Pedro (Fernandez de Frias), vescovo eletto di Osma122, il decretorum doctor Fernandus Alfonsi, decano di Burgos, il bachallarius in decretis Didacus Fernandi, thesaurarius del capitolo della cattedrale di Toledo, il frate francescano e magister in sacra pagina Fernandus de Sanles, Fernandus Sancii di Cordoba, canonico di Siviglia e magister in sacra pagina, nonché Rodericus Bernardi, Didacus de Currali, tutti e due auditores dell’audientia del re, e fra’ Joannes Alfonsi di Toledo (minister provincialis fratrum Minorum provincie Castelle), gli in decretis doctores Johannes Sancii e Alvarus Martini e lo in legibus doctor Petrus Fernandi, il confessore del re e frate francescano Fernandus de Illiescas123, Johannes Alfonsi de Palacios licentiatus in decretis, il frate agostiniano Lupus del convento di Toledo, ed infine Petrus de Abiago, in legibus licentiatus e priore del monastero dei girolamini nella diocesi di Palencia. Prestarono il giuramento anche Fernandus Martini, arcidiacono de Niebla a Siviglia, in legibus licentiatus, e il bachallarius Pedro Fernández de Pinna, arcidiacono di Carrión (Petrus Fernandi archidiaconus de Carrione in ecclesia Palentina), che funsero da notai. Il re fece leggere ad alta voce dal notaio Fernandus Martini, alla presenza di tutti, il testo in volgare di un giuramento per i suddetti commissari. La risposta generale fu «Amen»124. Con questo giuramento, riportato nel protocollo in traduzione latina, si richiedeva un atteggiamento equo verso i due candidati («postpositis omni timo-

121 Per Gutierre Gómez († 1391) si veda J. Fernández Conde, Gutierre de Toledo, obispo de Oviedo (1377-1389). Reforma eclesiástica en la Asturias bajomedieval, Oviedo 1978, pp. 50-53. 122 Eubel, Hierarchia cit., p. 383. Più tardi, egli divenne cardinale (1394-1420). 123 A. López, Fray Fernando de Illescas, confesor de los reyes de Castilla, Juan I y Enrique III, «Archivo Iberoamericano», 30 (1928), pp. 241-252. 124 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 20v-21r, per il contenuto cfr. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, p. 804 s.


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re, omni affectione, omni verecundia et omni temporali dampno seu lucro ac omni alio quocumque respectu preterquam veritatis et iustitie»). I commissari erano chiamati a valutare attentamente «huiusmodi et quascumque alias informationes super huiusmodi negotio», con il massimo segreto, per svelare, poi, unicamente davanti al re, la verità sui fatti e su quello che avrebbe dovuto fare il sovrano per salvare la propria anima e quella dei suoi sudditi («ad sciendum scilicet veritatem et id, quid intelligitis regem debere tenere pro salvatione sue anime et animarum etiam omnium regnicolarum suorum»)125. Si noti che già le Siete Partidas avevano stabilito che i pesquisidores dovevano giurare di condurre la pesquisa lealmente, senza lasciarsi fuorviare dall’amore, dall’odio, dalla paura, dalle promesse o dal veleno nonché di rinunciare a testimoni indegni, sospetti o nemici dell’accusato126. Dopo questo giuramento, i due cardinali, in ginocchio, presero in mano la patena con l’eucaristia. Infine il re e tutti gli altri si alzarono e ritornarono alle loro sedie, dopo che avevano toccato la patena con l’eucaristia («in qua erat corpus Christi positum»). Dopo la messa, anche il vescovo di Avila celebrante, Alfonso, su richiesta dei due notai aderì al giuramento dei commissari127. Il 10 dicembre re Juan dispose, «sedens in stratu regio infra cameram suam», che i suddetti sette arcivescovi e vescovi nonché gli altri 13 commissari (fra cui sei membri degli ordini mendicanti)128 scegliessero e interrogassero, «super casibus primi et secundi electorum in papam», dei testimoni idonei che avessero cognizione dei fatti per sentito dire, per conoscenza diretta o per supposizione («tamquam de huiusmodi negotio sive per auditum sive per scientiam seu credulitatem aut presumptionem notitia habentes»). Essi dovevano far giurare a questi testimoni un giuramento in vulgari yspanico passato dal re al notaio Petrus Fernandi. I commissari si dovevano orientare per i loro interrogatori esclusivamente agli articoli dei

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Parigi, BN, lat. 11745, f. 21r-v (al margine si legge da una mano moderna: Instrumentum commissariorum). 126 Seguo qui Alessi, Il processo penale cit., p. 57; cfr. in generale A. Miras, Die Entwicklung des spanischen Zivilprozeßrechts. Von den Anfängen bis zur Gegenwart, Tübingen 1994 (Veröffentlichungen zum Verfahrensrecht, 12), pp. 54 ss. e M. Madero, Langages et images du procès dans l’Espagne médiévale, in Les rites de la justice cit., pp. 73-97: 75 ss., 82 s. 127 Parigi, BN, lat. 11745, f. 21v. 128 Fra questi 13 commissari figurano quattro nuovi membri: il frate domenicano Nicolaus, priore di Valladolid (Valisoletanus), era subentrato a Fernandus Alfonsi, Johannes Alfonsi, doctor in utroque iure, a Fernando Sancii, il francescano Johannes Vitalis, al suo confratello Fernandus de Saules e Pedro di Guadalajara (per il personaggio vedi supra p. 263) al suo confratello girolamino Pedro de Abiago.


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due casus sopracitati. Le deposizioni erano da scrivere «per manus fidelium personarum» e da redigere da parte del suddetto notaio o del suo collega Fernandus Martini, affinché il re – con il suo consiglio – si potesse pronunciare per il bene suo e dei suoi sudditi («ad finem, ut ipse rex cum suo consilio et aliis de quibus iudicaret expediens super illis videret, ordinaret et demum declararet, quid in huiusmodi negotio forte agendum, sequendum et tenendum pro salute anime sue et omnium regnicolarum suorum»)129. Durante il giuramento, riportato in traduzione latina, i testimoni appoggiavano le mani su un vangelo ed una croce. Si intimò loro di rispondere correttamente sui fatti e di essere obiettivi, non guidati da «prece seu precio nec amore seu timore, odio publico vel privato». Inoltre dovevano specificare la provenienza delle loro conoscenze: «Item quod dicetis veritatem eo modo, quo scitis. Et quid scitis de visu, deponetis de visu, et, quid de auditu, de auditu. Et quid scitis de certo, deponetis de certo et, quid creditis de credulitate, dicetis de credulitate»130. Effettivamente era importante cercare di arrivare alle cause scientie131. Il sovrano mise a disposizione dei commissari uno spazioso e decoroso alloggio attiguo alla residenza reale («hospicium quasi contiguum sue regie habitationi unica carreria seu strada solum intermedia»). Le numerose camere e diversoria di questo palazzo si prestarono bene per gli interrogatori. Per facilitare il lavoro dei commissari, il re fece portare ogni giorno le vettovaglie opportune, e a volte persino «confectiones seu fructus in collationibus». L’inchiesta continuò persino nei giorni festivi, dal sorgere del sole fino al tramonto e, alla luce di torce, fino a notte fonda. Cominciò il lavoro di trasformazione e suddivisione dei due casus in capitula seu articulos e della creazione degli interrogatoria e di additiones extra textum casuum (vedi capitolo 3.2.)132. Il 28 dicembre, i commissari (chiamati anche deputati) iniziarono a ricevere il giuramento dai 35 testimoni convocati a Medina del Campo e ad esaminarli. Il primo teste era il francescano Ferrarius de Vergos, magister in sacra pagina, lector dell’università aragonese di Lérida133. Quando i deputati si accorsero che prendeva troppo tempo esaminare testimone dopo testimone, si decisero di proseguire gli interrogatori divisi in tre gruppi, operanti in stanze separate. Un gruppo era formato dal129 130 131 132 133

Parigi, BN, lat. 11745, f. 21v. Ibid., ff. 21v-22r. Cfr. Wetzstein, Heilige cit., p. 45. Vedi infra p. 281. Parigi, BN, lat. 11745, f. 22r; per la sua deposizione ff. 100v-101r. Vedi per il personaggio – che riuscì a dichiararsi in «two discussions» una volta per Clemente VII e un’altra volta contro di lui – Swanson, Universities cit., p. 32.


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l’arcivescovo di Toledo e dal vescovo di Avila nonché dal ministro provinciale domenicano e magister in sacra pagina fra’ Apparicius (come nuovo membro) e dall’agostiniano fra’ Lupus; il secondo dall’arcivescovo di Siviglia e dal vescovo di Sigüenza nonché da Alvarus Martini, da Johannes Alfonsi de Palaciis, Didacus Fernandi, Rodericus Bernardi e fra’ Petrus de Guadalfaiara (Guadalajara); al terzo ed ultimo gruppo appartenevano i vescovi di Calahorra, Jaën e Osma nonché l’utriusque iuris doctor Johannes Alfonsi, fra’ Johannes Alfonsi di Toledo, fra’ Fernandus de Ylliescas e fra’ Johannes Vitalis134. Come notai e scrittori ad copiandum casus et scribendum depositiones testium erano stati chiamati Luppus Mecii, familiaris dell’arcivescovo di Toledo, Gundisalvus Luppi, familiaris del vescovo di Sigüenza, Matheus Sancii, familiaris del vescovo di Avila, nonché Alfonsus Roderici, notarius del re, ai quali il vescovo di Sigüenza, Juan, in quanto capo della commissione, fece prestare giuramento. Tutto si svolgeva nella massima segretezza, e ogni notte gli atti delle deposizioni venivano posti in una cassa (in quadam caxa) con due chiusure dai notai Pedro Fernandi e Fernando Martini135. Gli interrogatori si protrassero fino al maggio 1381. 3.2. Gli interrogatori ed i questionari I protagonisti delle inchieste furono i commissari dei re: di accusatori nel senso stretto della parola non si può parlare. Anche qui si può ricordare il processo contro la memoria di Bonifacio VIII, dove si rinunciò ad una formale accusa136. Gli emissari erano di solito muniti di una solida preparazione giuridica, come si evince dai loro titoli accademici. I metodi applicati negli interrogatori variavano da una inchiesta all’altra. Concentriamoci di nuovo sull’esempio di Medina del Campo, dove furono adoperati due lunghissimi cataloghi di domande, fondati su due documenti chiave per le due parti concorrenti, cioè il Factum di Urbano VI, una lunga deposizione confutante le posizioni dei cardinali137, e il Casus dei 134

Parigi, BN, lat. 11745, f. 22r. Si noti che i tre gruppi non erano composti dallo stesso numero di deputati (4, 8, 7) e che, rispetto alla seduta del 10 dicembre, mancarono allora il frate domenicano Nicolaus e il giurista Pedro Fernandi. 135 Ibid., ff. 22r-v. 136 Cfr. Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., p. 156 («Von Anklägern im technischen Sinn kann im Bonifazprozeß nicht gesprochen werden. Zur Vermeidung von Anklägerstrafen, die bei abgewiesener Häresieklage gegen einen Papst besonders einschneidend hätten ausfallen müssen, [...] haben die Franzosen keinen Akkusationsprozeß gefordert, sondern verstanden sich in erster Linie als Anzeigende»). 137 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 10r-15v, ed. O. Raynaldus, Annales ecclesiastici ab anno 1198 ubi desinit cardinalis Baronius […] Accedunt in hac editione notae [...] auctore Joanne


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cardinali clementisti, cioè il manifesto dei cardinali del 2 agosto 1378 (con l’incipit «Cum propter falsam assercionem»)138, che furono divisi in articoli:

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«Qui quidem deputati per dominum regem post hec congregati in dicto hospicio, primo concordarunt de dividendo et distinguendo utrumque casus per capitula seu articulos eosque diviserunt ac distinxerunt; secundo iuxta divisionem seu distinctionem ipsam concordarunt pro maiori declaratione aliquas additiones extra textum casuum facere et fecerunt aliquas etiam per partes datas recipere et receperunt. Et eas suis debitis et opportunis seu expedientibus locis inter articulos ipsorum casuum ac in fine eorum collocaverunt. Tertio interrogatoria super capitulis seu articulis utriusque casus divisim et particulariter cum suis additionibus formarunt, fecerunt et ordinarunt, quorum omnium tenores et forme infra ponentur seriatim et distincte»139.

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La creazione di articuli e interrogatoria ricorda alcuni usi del processo civile in cui le parti si esprimevano solitamente per iscritto, salvo al momento della contestatio litis, cioè quando il tribunale chiedeva alle parti di confermare verbalmente le loro posizioni prima di procedere alla ricerca e all’esame delle prove. Questa fase cominciava con la presentazione di titoli giuridici ed atti notarili e proseguiva con la consegna delle positiones o intentiones contenenti le tesi sostenute dalle due parti contendenti sulle quali essi si dovevano pronunciare140. Il manoscritto parigino descrive minuziosamente la procedura. Nel caso del Factum Urbani, il re fece aprire la litteram bullatam dall’emissario di Urbano VI, cioè dal vescovo di Faenza. Segue la descrizione precisa della bolla plumbea annessa al documento e dell’atto stesso, consistente in due fascicoli di pergamena («unus sisternus et unus quaternus pergameni»), che il prelato, su richiesta del re, firmò di mano sua all’inizio e alla fine. Dopodiché l’emissario dette i quaderni ai notai Pedro Fernandi e Fernando Martini141.

Dominico Mansi, 7, Lucae 1747-1756, all’anno 1378, pp. 348-360; traduzione in inglese in W. Ullmann, The Origins of the Great Schism, London 1948, pp. 11-25. 138 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 16r-17v (1378 ago. 2), edd. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 4, pp. 172-184 e – seguendo un originale conservato ad Avignone, Archives de Vaucluse, Célestins, 64 – M. Dykmans, La troisième élection du pape Urbain VI, «Archivum historiae Pontificiae», 15 (1977), pp. 217-264: 227-239; traduzione in inglese in Ullmann, The Origins cit., pp. 69-75 (con la data, sbagliata, del 9 agosto). 139 Parigi, BN, lat. 11745, f. 22r. 140 Vedi J.-C. Maire Vigueur, Giudici e testimoni a confronto, in La parola all’accusato, cur. J.-C. Maire Vigueur - A. Paravicini Bagliani, Palermo 1991 (Prisma, 139), pp. 105-123: 110, 112, 116. Per le tecniche dell’interrogatorio (basato sugli articuli ed interrogatoria) nel diritto processuale cfr. Wetzstein, Heilige cit., pp. 44 ss. 141 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 9v-10r, ed. – con qualche lacuna – Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 44.


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Per poter elaborare uno schema per gli interrogatori derivato dal Factum Urbani, questo testo, in prima battuta, fu trascritto in modo tale da creare capitoli anche di poche righe e sempre di un solo contenuto tematico. Così si ebbero 104 articuli, ai quali si aggiunsero 35 additiones già predisposte come frasi interrogatorie142. Visto che i 104 articuli erano invece costituiti da frasi dichiarative, essi dovevano, in un secondo tempo, essere cambiati in frasi interrogatorie143. La stessa operazione di trasformazione del testo dichiarativo in frasi interrogatorie toccò al Casus dei cardinali. In un primo momento esso fu diviso in 89 articoli con 11 aggiunte144. Infine, da questi 89 articoli si ricavarono 107 domande (articuli seu interrogatoria)145. Queste lunghe liste di domande, di cui ancora non esistono edizioni integrali (una lacuna che rende assai difficile orientarsi)146, furono sottoposte ai testimoni, che spesso descrivevano l’aspetto del quaderno nel quale i notai trascrivevano le loro deposizioni. A mo’ di esempio riportiamo quanto Johannes Remigii de Guzman, arcidiacono di Alcor, nella sottoscri-

142 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 22v-28v, da confrontare con la versione in ASV, Arm. LIV, vol. 15, ff. 94r-109r. 143 Desta stupore che questa operazione si sia fermata a 73 interrogatoria (correspondenti ai primi 73 articuli) e alle 18 addictiones della prima disposizione. Per quanto concerne gli articoli e le aggiunte mancanti, il manoscritto parigino rinvia alla versione originale («Ceteri articuli usque ad numerum centum quatuor ac nonnulle additiones, per quos et quas fuerunt infrascripti testes examinati, recipiuntur ex fine dicti casus primi electi per articulos ut supra divisi»): Parigi, BN, lat. 11745, f. 28v-31v, qui 31v. Non è chiara la ragione di questo parziale raddoppio del testo in questione che, pur incompleto, fu ricopiato persino nel protocollo ufficiale degli atti di Medina del Campo. Cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 45. 144 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 31v-33r («Casus secundi electi divisus per articulos»). Vedi Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 45. 145 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 33r-35v («Hii sunt articuli seu interrogatoria, super quibus interrogandi et examinandi sunt testes in casu secundi electi»). Non è qui il luogo per chiarire possibili manipolazioni del testo degli interrogatori rispetto al loro modello (cioè la lettera dei cardinali del 2 agosto 1378, citata supra nota 19). 146 Vedi, per qualche esemplificazione, Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 46. Di prossima pubblicazione nella rivista «Francia» è il contributo di Patrick Zutshi presentato al seminario di Parigi (vedi supra nota 2) dal titolo The papal penitentiary on the eve of the Great Schism. La ricostruzione dello studioso viene aiutata dal fatto che l’articolo 101 del Casus primi electi riguarda l’atteggiamento del cardinale penitenziere maggiore, Jean de Cros, durante il suo soggiorno ad Anagni: «Prefatus olim cardinalis Lemovicensis existens summus penitentiarius in Anagnia cum aliis tunc cardinalibus nonnullas litteras ad officium penitentiarie spectantes suo sigillo auctentico sigilatas ad diversas mundi partes directas scripsisset ponendo sub data Anagnie pontificatus sanctissimi in Christo patris et domini nostri domini Urbani divina providentia pape VI anno primo»: Parigi, BN, lat. 11745, f. 28r. Si possono quindi seguire sistematicamente le risposte dei 35 testimoni sentiti a Medina del Campo su questo argomento.


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zione della sua testimonianza annota a proposito del quaderno sul quale aveva scritto: «Ego Johannes Remigii de Guzman archidiaconus del Alcor in ecclesia Palentina fateor et cognosco me deposuisse et dixisse omnia suprascripta in istis novem foliis suprascriptis cum suis cancellaturis et emendaturis per manum archidiaconi de Carrion et Fernandi Martini licentiati. Et in testimonium horum scripsi hic nomen meum et remanent in istis predictis foliis due plane sine aliqua scriptura. Johannes Remigii»147.

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Sappiamo quindi che il teste ebbe un quaderno di undici fogli, dei quali due rimasero vuoti. Egli intervenne sul testo con cancellature e i notai, Pedro Fernández de Pinna e Fernandus Martini, con emendamenti. Suppongo che non fossero modifiche riguardanti il contenuto del testo, ma piuttosto correzioni relative alla forma esterna e al latino148.

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In mancanza di una edizione completa di tutto il materiale raccolto a Medina del Campo, è prematura in questa sede un’analisi approfondita dei contenuti degli interrogatori, dei quali in alcuni casi si sono conservate ben tre versioni (quella sul factum Urbani, sul casus secundi electi e, in 13 casi, in forma di deposizioni scritte a parte). Per dare un esempio (valido non solo per la costruzione degli argomenti, ma anche per i complessi intrecci riscontrabili a volte dietro la scelta dei testimoni, sulla quale comunque torneremo), ci soffermiamo sulle deposizioni di due testimoni, e cioè di due frati del monastero di San Bartolomé di Lupiana (a Guadalajara), del giovane ordine dei frati eremiti chiamati girolamini149. La loro presenza fra i testimoni sicuramente è collegata all’importante figura di Alfonso Pecha, che dopo il recesso dal vescovado di Jaën (dove era stato vescovo dal 1359 al 1368) e dopo i suoi impegni (da confessore) e i viaggi al fianco di santa Brigida, si era stabilito a Roma gua147 148

Ibid., f. 131v (Medina del Campo, 1381). Qui si potrebbe aprire una riflessione sull’importanza della traduzione delle deposizioni dal volgare in latino, per la quale rinvio infra p. 302 e nota 258. 149 Per l’ordine in questione vedi Studia Hieronymiana. 6º Centenário de la Orden de S. Jerónimo, Madrid 1973; J. M. Revuelta Somalo, Los Jerónimos. Una orden religiosa nacida en Guadalajara, 1: La fundación, 1373-1414, Guadalajara 1982 (questi due studi non mi sono stati accessibili); J. R. L. Highfield, The Jeronimites in Spain, the patrons and success, 1373-1516, «Journal of the Ecclesiastical History», 34 (1983), pp. 513-533; Nieto Soria, Iglesia y génesis cit., pp. 397 ss. (La implantación jerónima in Castiglia sotto la dinastia Trastámara).


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dagnandosi l’ammirazione di numerosi connazionali (fra i quali il cardinale de Luna, con il quale aveva era una certa confidenza, come riportano proprio i due testimoni)150. Nonostante suo fratello Pedro Fernández Pecha, chiamato Petrus de Guadalfaiara (Guadalajara), considerato il “secondo fondatore” del suddetto ordine, passasse in seguito alla parte clementista151, Alfonso rimase un fedele sostenitore di Urbano VI, che dette un rifugio almeno provvisorio a Genova ad alcuni membri dell’ordine perseguitati in patria152. Il conflitto nascente traspare anche nelle deposizioni fatte nell’inverno 1380 a Medina del Campo da fra’ Pedro di Guadalajara e dal suo socius153, fra’ Michele dello stesso ordine. L’inizio della nostra breve rassegna è rappresentato dalla deposizione in forma scritta di fra’ Pedro154. Egli sostiene – come anche fra’ Michele – di aver abitato presso l’ex-vescovo Alfonso. La premura del prelato per l’incolumità di suo fratello Pedro aveva impedito a quest’ultimo, nella veste di testimone, di assistere a tutti gli eventi a S. Pietro. Il frate riferisce quindi soprattutto molte informazioni di cui era venuto a conoscenza da altre persone, in particolare si basa sui racconti del vescovo, che a sua volta si era appoggiato sulle confidenze, per esempio, del cardinale Pedro di Luna o di un certo fra’ Velascus, inviato dal vescovo a S. Pietro. Il fatto di potersi riferire al cardinale spagnolo, per via del suo prestigio, era per lui particolarmente importante. Per dare più enfasi alle sue parole il frate esclama: «Ista supradicta dixit cardinalis de Aragonia ipsa nocte statim, cum venit, dicto domino Alfonso episcopo et dictus dominus Alfonsus michi; et fuerunt publica et notoria Rome»155. A gennaio o febbraio 1381, il nostro Pedro – qui chiamato frater Petrus Cordubensis (sic!) conventus sancti Bartholomei de Lupiana – deve rispondere alle domande sul casus di Urbano VI156. Si noti l’attenzione – fino alla ripetizione delle parole – posta a non contraddirsi rispetto alla deposizione scritta. Alla fine si trova la confessione che «credit, quod Urbanus habeat ius in papatu. De electione Clementis dixit, quod nichil scit, quia, postquam recessit de Roma, nescit quomodo iverunt

150 151

Per Alfonso Pecha vedi la bibliografia supra nota 58. Vedi per Pedro Fernández Pecha, oltre a supra nota 63, anche Colledge, Epistola solitarii cit., p. 26 e Highfield, The Jeronimites cit., p. 518. Da Parigi, BN, lat. 11745, ff. 21v, 22r, risulta che fra’ Pedro, il 10 dicembre 1380, fu nominato da re Juan fra i commissari degli interrogatori a Medina del Campo. 152 Colledge, Epistola solitarii cit., p. 27. 153 Questo status risulta da Parigi, BN, lat. 11745, f. 127v. 154 Ibid., ff. 99r-100v. 155 Ibid., f. 100r. 156 Ibid., ff. 149v-151r.


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negotia»157. La deposizione sul casus dei cardinali è assai lunga e dettagliata158. Viene dato ampio spazio alla descrizione della farsa della intronizzazione finta del cardinale Tebaldeschi159. Pur ammettendo i fatti incresciosi avvenuti dopo l’elezione, per il testimone essa era comunque avvenuta prima, su ispirazione dello Spirito Santo160. La prima deposizione di fra’ Michael, del suddetto monastero a Lupiana, è in forma scritta161, e non apporta tante novità rispetto a quella del suo confratello. Le risposte sul casus del primus electus sono attente a non allontanarsi troppo dalla versione offerta nella deposizione scritta162. I ripetuti riferimenti ad un Urbano VI mal visto dai romani163 corrispondono ad una strategia argomentativa degli “urbanisti” per non farlo apparire un candidato prestabilito dei romani. Fra’ Michele, nella deposizione sul secundus casus164, riporta un dettaglio autobiografico: a proposito del timore avuto dai cardinali radunati in conclave, egli stesso si ricorda di aver provato paura di morire nelle guerre alle quali aveva partecipato come soldato prima della sua conversione alla vita religiosa165. Tuttavia la sua presa di posizione per Urbano VI era netta e forse anche dettata – come si constata anche per fra’ Pedro – dalla paura di perdere i privilegi per il giovane ordine appena concessi da Gregorio XI ed emanati da Urbano VI. In questa situazione sembrava più opportuno appoggiare il primo papa eletto anche se vi era qualche dubbio166. 157 Ibid., f. 151r. 158 Ibid., ff. 219v-222r, da confrontare con ASV, Arm. LIV, vol. 20, f. 113v-118r. 159 Parigi, BN, lat. 11745, f. 221r. 160 Ibid., f. 220v: «Interrogatus super .lvii. [capitulo] audivit, quod cardinales elegerant

intus in conclavi cum concordia vel per viam sancti Spiritus archiepiscopum Barensem pro eo, quod dicebant, habenti in curia pro bono homine et bonorum morum et bone vite, et sciebat ritus et cerimonias curie plus quam alius. Interrogatus, quomodo hoc scit, dixit, quod pro eo, quod ita dixerat cardinalis de Aragonia domino Alfonso olim episcopo Giennensi, qui episcopus dixit illud dicto testi. Et etiam dixit tunc dictus episcopus, quod sciebat et erat certus de quatuor cardinalibus, qui dederant isti archiepiscopo Barensi amore Dei solum voces, videlicet de Luna, Sancti Petri, Vivariensis, et de alio non recordatur. Et audivit et credit, quod ista electio fuit facta hora sexta, modicum plus vel minus». 161 Ibid., ff. 104v-105r. 162 Ibid., ff. 127r-128r (Medina del Campo, 1381 gen.-feb.). 163 Vedi per esempio ibid., f. 127v: «Interrogatus super .lix. [articulo] dixit se audivisse, quod illi de parentella cardinalis s. Petri, quando audiverunt, quod cardinalis non erat papa, sed archiepiscopus Barensis, querebant istum archiepiscopum Barensem et, si invenissent, occidissent ipsum». 164 Ibid., ff. 204r-204v e ASV, Arm. LIV, vol. 20, ff. 45r-46v. 165 Parigi, BN, lat. 11745, f. 204v: «Interrogatus, si fuisset ipse illo tempore in conclavi, an timuisset, dixit, quod ipse fuit in pluribus guerris, antequam intrasset ordinem, sed secundum illa et modos et vociferationes, quas vidit tenere Romanos, ipse timuisset». 166 Ibid., f. 204v: «Interrogatus super ultimo capitulo de publica voce et fama etc. dixit,


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Ma per quanto a Medina del Campo si cercasse di dimostrare obiettività, resta il fatto che le deposizioni in favore di Urbano VI rimasero minoritarie, davanti alla massiccia preponderanza di testimoni pro Clemente VII. A proposito dell’inchiesta aragonese dell’estate 1386, bisogna dire che le testimonianze mostrano l’influsso della mano ordinatrice del vescovo di Pamplona, Martín de Zalba, nonché una tendenza pro-clementista167. Tuttavia non si può negare alle inchieste iberiche un minimo di sincerità e serietà che si evince anche dal fatto che non si cedeva a strategie di diffamazione praticate in altri grandi processi politici trecenteschi168. Questi strumenti sono stati studiati negli ultimi anni in particolar modo da Jacques Chiffoleau e Julien Théry, che hanno esaminato le accuse del nefandum, delle pratiche sessuali “abominevoli” (contra naturam), della stregoneria, della magia o dell’invocazione del Diavolo, sollevate prontamente contro i Templari, i vescovi e persino contro un papa (Bonifacio VIII)169. Nelle inchieste iberiche sugli avvenimenti del 1378, nulla – o quasi – si trova di tutto ciò. Sorge la domanda del perché di tanta discrezione. La risposta rinvia nuovamente al contesto politico delle inchieste: si evitava di eccedere nelle accuse, visto che non era opportuno danneggiare l’immagine del papato. In più non avrebbe giovato alla reputazione dei cardinali francesi se si fosse scoperto che il Prignano era già quel personaggio negativo e in odore di eresia al momento della sua elezione (per quanto forzata); ammettere un tale stato di cose avrebbe significato discreditare i cardinali accusati – subito dopo l’8 aprile 1378 – di collaborazione con un eretico già dichiarato. Invece era più opportuno dare la colpa per lo scoppio dello scisma ai soli romani e al pessimo carattere del Prignano, che aveva negato ogni possibilità ad una “sanatoria” della sua elezione dubbiosa e che si era trasformato, da uomo stimato, ritenuto docile e mite, in un ut supra dixerat in articulo ultimo de publica voce et fama etc. et prout continetur in alio capitulo alterius casus. Interrogatus, si habuit gratiam ab aliquo istorum electorum, dixit, quod pro se non, sed alique gratie, que fuerant facte per papam Gregorium pro suo monasterio, fuerant bullate sub bulla primi electi. Interrogatus, quem istorum electorum vellet esse papam, dixit, quod vellet eum, qui ius haberet. Interrogatus, quem vellet ius habere, dixit, quod nesciret determinare sed per ea, que vidit et ea, que conscientia sibi dictat, papa Urbanus sit verus papa. Interrogatus, si fuit rogatus vel inductus per aliquem, quod diceret seu deponeret aliquid super istis casibus, dixit quod non. Ego predictus frater Michael recognosco me deposuisse supradicta». 167 Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 116, 221-228. Ma manca un’analisi più particolareggiata. 168 Per questa categoria di processi vedi anche i riferimenti bibliografici raccolti supra nota 35. 169 Cfr., tra l’altro, Chiffoleau, Avouer l’inavouable cit. e Théry, Fama: l’opinion publique cit.


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altezzoso e vanitoso, che non perdeva occasione per offendere ed irritare i cardinali. Appare notevole la quasi totale rinuncia, da parte dei re, di stigmatizzare Urbano VI come eretico. L’eresia – diversamente dai tempi di Bonifacio VIII170 – non fu un argomento specifico delle inchieste qui esaminate. Sono pochi i testimoni che ne parlano in questi termini. I cardinali interrogati ad Avignone, come Bertrand Lagier (Atgerius)171 e Jean de Cros, nelle loro deposizioni, definiscono Urbano VI un «apostaticus et antichristus»172 o un «intrusus et apostaticus»173. Solo il castellano di Castel Sant’Angelo, Pierre Rostaing (Petrus Rostagni), rivolgendosi al re di Castiglia, nel maggio 1380, evoca la lotta contro l’anticristo come dovere di un monarca cristiano in difesa dei suoi sudditi («Igitur, serenissime princeps, nunc accipite arma lucis ad destructionem huius mistici antichristi per patefactionem veritatis fidei populis magestati vestre a Deo comissis»)174. 3.3. La scelta dei testimoni Come prescritto anche dall’ordo iudiciarius, tutti i testimoni175 delle

170 Per l’identificazione di Bonifacio VIII come anticristo, Nerone e pseudopropheta cfr. Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., p. 115. 171 Cfr. F. Bliemetzrieder, Die zwei Minoriten Prinz Petrus von Aragonien und Kardinal Beltrand Atgerius zu Beginn des abenländischen Schismas, «Archivum Franciscanum Historicum», 2 (1909), pp. 441-446. 172 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 36r-36v, qui 36v (Avignone, mag. 1380). 173 Ibid., ff. 36v-37r, qui 37r (Avignone, mag. 1380). 174 Ibid., ff. 64v-66v, qui f. 66v; ASV, Arm. LIV, vol. 20, f. 4r-10v, qui 10r (questo brano conclusivo manca nella trascrizione di L. Gayet, Le Grand Schisme d’Occident d’après les documents contemporains déposés aux archives secrètes du Vatican, 1: Pièces, Paris-FlorenceBerlin 1889, pp. 157-161). 175 J. Ph. Lévy, La hiérarchie des preuves dans le droit savant du Moyen-âge depuis la Renaissance du Droit Romain jusqu’à la fin du XIVe siècle, Paris 1939 (Annales de l’Université de Lyon); La preuve, 2: Moyen Âge et temps modernes, Bruxelles 1965 (Recueils de la Société Jean Bodin, 17); B. Schnapper, Testes inhabiles. Les témoins reprochables dans l’ancien droit pénal, «Tijdschrift voor Rechtsgeschiedenis», 33 (1965), pp. 575-611, rist. in Id., Voies nouvelles en histoire du droit, Paris 1991, pp. 145-175; F. Liotta, II testimone nel Decreto di Graziano, in Proceedings of the Fourth International Congress of Medieval Canon Law, Toronto, 21-25 August 1972, cur. St. Kuttner, Città del Vaticano 1976 (Monumenta Juris Canonici, Series C: Subsidia, 5), pp. 121-158. Per le fonti si rinvia a L. Fowler-Magerl, Ordo iudiciorum vel ordo iudiciarius, Frankfurt-Main 1984 (Ius Commune. Sonderheft, 19), pp. 219-240; D. L. Smail, Témoins et témoignages dans les causes civiles à Marseille du XIIIe au XVe siècle, in Pratiques sociales et politiques judiciaires dans les villes d’Occident à la fin du Moyen Âge, Études réunies par J. Chiffoleau - Cl.


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inchieste iberiche deposero sotto giuramento176, il che serviva a prevenire le obiezioni della parte avversa177. Infatti, una delle strategie di rifiuto di un testimone più utilizzata era quella di dubitare del suo stato emotivo, che poteva essere condizionato da odio o da amicizia178. Non sempre è chiaro con quali criteri furono scelti i testimoni. Ma si può supporre l’esistenza di almeno cinque importanti ragioni.

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1. I testimoni, alla fine delle loro deposizioni, di solito venivano interrogati esplicitamente sulla questione di chi fosse il papa da loro riconosciuto legittimo. Risulta così che la maggior parte seguiva il papa avignonese179, un dato che fa pensare ad una selezione preventiva per non mettere a rischio l’esito dell’inchiesta, che dovette concludersi con un voto in favore di Clemente VII. 2. Ciononostante fu assicurata la maggiore obiettività possibile dei testimoni180. 3. È evidente che per facilitare la comunicazione e per motivi pratici (vedi punto 5), i commissari preferivano compatrioti o altri testimoni dell’area mediterranea (maggiormente rappresentata alla Curia). 4. L’alto numero degli interrogati per l’enquête di Medina – spesso con deposizioni simili – si spiega anche con la necessità giuridica di fornire, quanto più possibile, testimonianze analoghe per non violare la regola vox unius vox nullius181.

Gauvard - A. Zorzi, Rome 2007 (Collection de l’École française de Rome, 385), pp. 423437. Cfr. inoltre S. Lepsius, Von Zweifeln zur Überzeugung. Der Zeugenbeweis im gelehrten Recht ausgehend von der Abhandlung des Bartolus von Sassoferrato, Frankfurt 2003 (Studien zur europäischen Rechtsgeschichte, 160) e Id., Der Richter und die Zeugen. Eine Untersuchung anhand des Tractatus testimoniorum des Bartolus von Sassoferrato, Frankfurt 2003 (Studien zur europäischen Rechtsgeschichte, 158). Per il giuramento dei testimoni vedi Wetzstein, Heilige cit., pp. 42 ss. (con ulteriore bibliografia) e in generale – in particolare per il giuramento politico – P. Prodi, Il sacramento del potere. Il giuramento politico nella storia costituzionale dell’Occidente, Bologna 1992 (Annali dell’Istituto storico italo-germanico. Monografia, 15). 176 Per la formula del giuramento richiesto ai testimoni a Medina del Campo vedi supra pp. 271 ss. 177 Smail, Témoins et témoignages cit., pp. 424, 434 ss. 178 Ibid., p. 435. 179 Valois, La France cit., 1, pp. 6 s. 180 Anche l’avversario di Bonifacio VIII, Guglielmo di Plaisians, nel 1303, sostenne di non agire per inimicitia o odium, ma propter zelum fidei: Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., pp. 73 s. 181 Secondo Schmidt (ibid., p. 245), era persino un obiettivo legittimo e necessario da parte del fornitore dei testimoni trovare testimonianze concordanti, in quanto per la prova era necessaria la corrispondenza di più deposizioni credibili.


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5. L’analisi prosopografica delle persone interrogate (per quanto parziale si presenti ancora allo stadio attuale della ricerca) evidenzia anche la presenza di alcuni testimoni scelti a caso, per via della difficoltà di trovare a Medina del Campo, chi realmente aveva assistito di persona agli eventi dell’aprile 1378. Incontriamo persone di alto rango informatissime come i cardinali, ma anche chi non era neppure stato a Roma il giorno dell’elezione o non sembra essere stato un attento osservatore. Inoltre, vi erano profonde differenze in base al luogo dove si svolgevano le indagini: nella Roma urbanista, nell’Avignone clementista o presso la corte itinerante del re di Castiglia a Medina etc.182.

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Riguardo al punto 2, risulta interessante esaminare più da vicino alcune dichiarazioni di obiettività fornite dai testimoni. Nel maggio 1380, Tommaso de Ammanatis, il nuovo arcivescovo clementista di Napoli – nel 1378 era ancora vescovo di Limassol a Cipro (morì cardinale per volontà di Clemente VII nel 1396)183 –, fece una lunga ma significante premessa: «Ante omnia tamen premitto, quod italicus sum in Italia ex patre et matre italicis natus et pro modulo proprio dilexi et diligo honorem Italie ut quicumque alter italicus et hactenus affectabam et affectavi diebus meis, inde papam italicum dum tamen iuste et debite assumeretur. Item premitto, quod a decem annis citra habui noticiam et amicitiam singularem cum domino Bartholomeo prius archiepiscopo Acherontino et postea archiepiscopo Barensi adeo, quod super omnes prelatos ecclesie italicos eum reverebar et diligebam. Et si fuisset verus papa, affectio vel causa potuisset me trahere, quin cum eo remansissem. Sed teste Deo cum in mente mea recensui ea, que sequitur, mihi nota et audivi relationem dominorum cardinalium, semper fuit mihi visum et videtur in veritate eum esse intrusum et apostaticum. Unum etiam dico, quod mores ipsius alii mihi videbantur ante suam intrusionem quam post, nescio si illos antea celavit vel ex post mutavit, nam antea putabam ipsum idoneum etiam ad papatum, ex post autem non putavi nec puto eum sufficenter esset ad canonicatum»184.

Il testimone sottolineò quindi che era italiano e che era stato inizialmente addirittura amico dell’arcivescovo di Bari185. E persino il nemico 182 Per i nomi vedi Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 208-223. 183 Cfr. Eubel, Hierarchia cit., pp. 28, 360, 367. 184 Per questa deposizione di Tommaso de Ammanatis si rinvia a Parigi, BN, lat. 11745,

ff. 43v-46r, qui 44v (Avignone, mag. 1380). Del medesimo prelato è conservata anche una seconda testimonianza, del 1386, nella quale si ritrova l’affermazione di gioia provata in un primo momento per l’elezione di Bartolomeo Prignano a papa: ASV, Arm. LIV, vol. 19, ff. 113r-126r, qui 121r-v (Avignone, giu.-ago. 1386), ed. Gayet, Le Grand Schisme cit., I, pp. 64-92: 80. 185 Nel 1308 si reperirono testimoni imparziali, pronti a deporre contro Bonifacio


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dichiarato di Urbano VI, Pierre de Cros, camerarius pape, fratello del cardinale di Limoges (cardinalis Lemovicensis), Jean de Cros, dichiarò «quod ante intronizationem suam diligebat dominum Bartholomeum inter omnes Italicos et predilexisset ipsum esse papam quam quemcumque alium Italicum, si scivisset ipsum canonice fuisse electum»186. Il già citato castellano Pierre Rostaing, originario del Delfinato, si autoproclamò quasi italiano per rendere ancora più credibile la sua deposizione:

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«[...] Licet a tempore modico citra fuerit de dominio Galicorum, quia de Dalfinatu Ebredunensis diocesis et loci de S. Crispino dominus fui tamen, et sum, italicus educatione et affectione et carnali coniuncione, nam ad Italie partes puer deductus, ibidem per XXXVI annos in illis partibus in magnis et diversis natalibus officiis actavi. Demum in illis partibus uxorem nobilem transduxi, ex qua filios plurimos procreavi; domos, agros, territoria magna, partim donata, partim adquisita, pro filiorum hereditate paterno more congregavi, et ibidem in civitate Assisii in ecclesia almi confessoris Francisci meam et meorum elegeram corporis sepulturam».

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Anche alcuni spagnoli del seguito del cardinale Albornoz († 1367), di cui il Rostaing era stato servitore, potrebbero confermare che per lui valse la dichiarazione «italicus fui et sum et esse intendo»187. Nonostante le loro posizioni in favore di Clemente VII, si dichiararono amici del Prignano sia Enecus (Énnec de Vallterra), vescovo di Segorve («cum ante suam promocionem esset inter eum et hunc testem tanta amicicia, quod non poterat plus esse inter duos fratres»)188, che l’inquisitore catalano, il frate domenicano Nicolaus Eymerici (Nicolau Eimeric, «idem deponens erat multum familiaris et amicus Barensi archiepiscopo»)189.

VIII, fra i mercanti italiani nella Francia meridionale; il cardinale Napoleone Orsini cercò testimoni in Italia e si trasferì per questo scopo persino a Roma: cfr. Schmidt, Der BonifazProzess cit., p. 232. 186 Per la deposizione di Pierre de Cros vedi Parigi, BN, lat. 11745, ff. 63r-64v (Avignone, mag. 1380). Per il personaggio, vedi, da ultimo, D. Williman, Schism within the Curia. The twin papal elections of 1378, «Journal of Ecclesiastical History», 59 (2008), pp. 29-47. 187 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 64v-66v, qui 64v, e ASV, Arm. LIV, vol. 14, ff. 35r-37v (Avignone, mag. 1380), ed. – con qualche variante – in Gayet, Le Grand Schisme cit., I, pp. 155-161: 155. 188 La deposizione di Eneco è pubblicata in J. Perarnau, Nous fons de la Biblioteca Vaticana sobre el Cisma d’Occident i Catalunya (amb excepció de l’època de Benet XIII), in Jornades sobre el Cisma d’Occident cit., Primera Part, pp. 145-203: 184-190 (189). Per la persona, vedi Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 66, 82, 210, 324. 189 La deposizione di Nicolaus Eymerici (qui ASV, Arm. LIV, vol. 19, f. 54v) è trascritta in Gayet, Le Grand Schisme cit., I, pp. 118-134, qui 127. Per la persona vedi Cl. Heimann, Nicolaus Eymerich (vor 1320 - 1399) - praedictor veridicus, inquisitor intrepidus,


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I commissari dei re iberici, quindi, cercarono per quanto possibile testimoni credibili, e furono particolarmente contenti degli italiani sostenitori di Clemente VII, la cui affidabilità poteva essere ritenuta ancora più valida visto che parteggiavano per un papa di cui non erano connazionali. Ma, nonostante tutti gli sforzi per garantire la massima obiettività, è ovvio che tante deposizioni contengono imprecisioni e falsità che compromettono la loro veridicità e il loro valore storico. Non pochi testimoni subivano persino delle pressioni190.

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A proposito del punto 3, i 150 testimoni (fra cui solo una donna, Caterina di Svezia, la figlia di santa Brigida) che si trovano nel materiale spagnolo sono da attribuire alle seguenti nazioni: Italiani: 60; Iberici: 45; Francesi: ca. 40; Tedeschi: 5; Inglesi: 2; Ungheresi: 1191. Queste cifre – per quanto siano casuali – danno comunque un interessante spaccato sulla composizione internazionale della Curia a Roma nel 1378, un anno dopo che Gregorio XI l’aveva riportata a Roma. Sarà compito di future ricerche fornire una prosopografia dei testimoni chiamati in causa. Solo in base ad una analisi approfondita sarà possibile ricostruire eventuali legami e dipendenze (anche nei contenuti delle loro deposizioni) riscontrabili fra di loro (vedi capitolo 5), come abbiamo già dimostrato con l’esempio dei due frati girolamini nel paragrafo precedente. Come ulteriore esempio, citiamo la deposizione del cantore di Palencia Franciscus Fernandi, che, alla domanda con chi fosse stato quando aveva osservato l’entrata dei cardinali in conclave, fece i nomi dell’allora vescovo di Léon192, di Marcus Ferdinandi193 e di due familiares del detto vescovo (Alfonsus Martini di Palencia ed Alfonsus Roderici de Villasirga)194. Riguardo al punto 5, per quanto concerne gli interrogatori a Roma nel 1380-1381, è importante sapere che l’inviato castigliano Bernardus Roderici aveva chiesto a Urbano VI stesso di poterli svolgere a Roma, e il papa – parte direttamente interessata – non aveva esitato a fargli conoscere testimoni appositamente scelti da lui o dai suoi collaboratori («Ad secundum,

doctor egregius. Leben und Werk eines Inquisitors, Münster 2001 (Spanische Forschungen der Görresgesellschaft, Zweite Reihe, 37). 190 Come sostiene Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 40. 191 Queste cifre sono fornite ibid., p. 207. 192 Per il vescovo Fernandus (Gudiel) cfr. Eubel, Hierarchia cit., p. 300, nota 16. Si vedano le sue deposizioni in Parigi, BN, lat. 11745, ff. 108v, 143r-144r, 214r-216v. 193 Egli fu l’abbas de la Vanza di Palencia. Si veda la sua deposizione ibid., ff. 225r-227r. 194 Cfr. ibid., ff. 223r-225r: 223v.


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quod placebat sibi, quod informaremur de veritate gestorum, et mandavit, quod socio meo et michi traderentur nomina aliquorum testium diversarum nacionum et provinciarum, a quibus possemus nos informare»)195. Rodericus Bernardi ha lasciato un prezioso rapporto sulla sua missione a Roma, dove ebbe contatti anche con i giuristi Giovanni da Legnano e Baldo degli Ubaldi196. Il castigliano non esitò a minacciare di ripartire nel caso in cui non gli si prestasse aiuto («Verumptamen si primus electus et ipse nolebant, quod reciperemus informationem gestorum hic in Urbe, ubi fuerat electio celebrata, quod sequenti die recederemus cum galea»)197. In queste condizioni, non è da stupirsi che gran parte dei 28 testimoni sentiti a Roma risultino fedeli seguaci di Urbano VI; tuttavia non mancano neppure «deposiciones secrete recepte» dagli ambasciatori castigliani che hanno una tendenza pro Clemente VII198.

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3.4. Il ruolo dei commissari e dei consiglieri del re a Medina del Campo Abbiamo già espresso i nostri dubbi se le inchieste intraprese dal re di Castiglia nel 1380-81 possano considerarsi dei veri processi. Certo, furono sentiti rappresentanti delle due parti, che rilasciarono responsiones199, ma le indagini portarono non ad un vero processo con una sentenza finale, ma solo a conclusiones200 e ad un consilium201 forniti dai commissari del re nel 1381. Guardando la composizione della commissione dei 26 consiglieri 195

Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 235. Gli inviati castigliani avevano ottenuto il permesso per le indagini («licenciam, ut possemus nos informare libere apud urbem Romanam et regiones suas de veritate gestorum»): ibid. 196 Vedi il suo rapporto citato supra nota 66. 197 Ibid., f. 19v, ed. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, p. 769 e Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 237. 198 Ibid., p. 219. Per i nomi vedi ibid., p. 218. 199 Si vedano Parigi, BN, lat. 11745, ff. 253v-258r («Responsiones publice facte coram rege eiusque toto consilio per cardinalem yspanum, episcopum Faventinum et Franciscum ad casum secundi electi», 1381 mar. 4) e ff. 258v-265r («Responsiones publice facte coram rege eiusque toto consilio per dominum cardinalem de Luna et episcopum Pensauriensem et Bonifacium de Amanatis doctores ad casum primi electi»), ed., in parte, in Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 284-289. 200 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 275r-276r (1381 apr. 24). 201 Per i consilia sapientum vedi, fra l’altro, G. Rossi, Consilium sapientis iudiciale. Studî e ricerche per la storia del processo romano-canonico, I: Secoli XII-XIII, Milano 1958 (Seminario giuridico della Università di Bologna, 18); M. Chiantini, Il consilium sapientis nel processo del sec. XIII. San Gimignano 1246-1312, Monteriggioni-Siena 1997 (Documenti di storia, 15) e i diversi contributi in Legal Consulting in the Civil Law Tradition, Studies in Comparative Legal History, edd. M. Ascheri - I. Baumgärtner - J. Kirshner, Berkeley 1999.


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chiamati per le conclusiones finali, notiamo che ai 12 personaggi che facevano già parte della cerchia dei commissarii202, si aggiunsero allora 14 nuovi «viri religiosi et litterati et magni consilii»203: i vescovi di Astorga, Zamora e Plasencia, Alfonsus (de Toro)204, Alvarus205, Petrus206, nonché due ministri provinciali francescani, cioè fra’ Didacus della provincia di Santiago di Compostella e fra’ Fernandus de Pedrosa della provincia di Castiglia, il canonico di Siviglia e magister in sacra pagina Fernandus, Johannes Sancii, arcidiacono di Toro (Tauren.), Martinus Garsie, cantore presso la cattedrale di Salamanca, Arnaldus Bernaldi, doctor in decretis, Bertrandus Bertrandi e Rodericus Alvari, questi ultimi due in legibus doctores, Fernandus Martini de Petrafita, licentiatus in legibus, nonché i bachallarii in decretis Johannes Sancii e Antonius Sancii207. Siamo complessivamente dinanzi a sei vescovi, tre ministri provinciali castigliani dei due più grandi ordini mendicanti, cioè dei domenicani (1) e dei francescani (2), 14 giuristi (fra civilisti e canonisti – gli ultimi erano però in maggioranza; con diversi titoli di studio, da bachallarii in decretis a dottori) e tre altri frati francescani ed agostiniani. Grazie al loro intervento siamo in possesso degli estratti delle diverse testimonianze, raccolte ad Avignone, Roma e Medina del Campo, su una serie di punti («Extractiones quedam habite a dictis testium per illos de consilio regio»). Ai margini si trovano annotati giudizi sull’affidabilità dei testimoni secondo una scala di voti previsti dall’ordo iudiciarius: De scientia, De audito certo, Fama et vox publica, De fama et credulitate, De audito incerto208. Nelle loro conclusioni, i membri della commissione, radunati nel convento dei frati francescani a Medina del Campo, valutarono l’affidabilità e la veridicità delle testimonianze convergendo sempre di più sulle posizioni clementiste209. Sorprendentemente appare fra i consiglieri, che dettero il 202

Cioè i vescovi di Sigüenza, Calahorra e Avila, il priore provinciale dei domenicani della provincia di Castiglia fra’ Nicolaus (probabilmente identico con il frate domenicano Nicolaus, priore di Valladolid, vedi supra nota 128), l’auditor Rodericus Bernardi, i giuristi Johannes Alfonsi e Alvarus Martini, Petrus Fernandi, Didacus Fernandi, fra’ Fernandus, confessore del re, fra’ Johannes Vitalis e fra’ Lupus. 203 Il consejo real, in realtà, era una istituzione nuova, ufficializzata dallo stesso re Juan I solo nel 1385: v. Nieto Soria, Iglesia y génesis cit., pp. 134 ss., e S. de Dios, El Consejo Real de Castilla (1385-1522), Madrid 1982. 204 Eubel, Hierarchia cit., p. 114. 205 Ibid., p. 538. 206 Ibid., p. 402. 207 Parigi, BN, lat. 11745, f. 275r. 208 Ibid., ff. 269v-275r; cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 48 s. 209 Parigi, BN, lat. 11745, ff. 275r-276r, cfr. – più dettagliatamente – Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 55-58.


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proprio voto su alcuni punti, un nome nuovo, Martinus episcopus Pampilonensis, cioè Martín de Zalba, vescovo di Pamplona, sul quale torneremo210. Alla fine i consiglieri dettero al re un consilium, raccomandandogli di aderire a Clemente VII, dato che l’elezione di Urbano VI era frutto di minacce di morte rivolte ai cardinali:

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«Illi de consilio vestro infrascripti visis omnibus probationibus et informationibus de mandato vestro receptis ratione divisionis et discordie, que est in ecclesia Dei, finaliter concordamus, quod satis probatur electionem primi electi fuisse factam per vim et impressionem notoriam factam cardinales per Romanos talem, que sufficiebat ad incutiendum metum mortis ipsis cardinalibus et quibusvis fortibus et constantibus pensatis omnibus circumstantiis, que debent premeditari in tali casu. Et vos, domine, et omnes fideles non debetis habere in papam primum electum, qui se intitulat Urbanum, et debetis obedire et habere in papam secundum electum, qui vocatur Clemens, qui fuit electus canonice»211.

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Possiamo quindi concludere che anche a Medina del Campo siamo di fronte al lavoro di una commissione, dei commissarii del re di Castiglia – caratterizzati come «viri religiosi et litterati et magni consilii»212 –, paragonabile, in fin dei conti, a una commissione parlamentare odierna, con tanto di consultazioni, audizione di testimoni e pareri di esperti. 3.5. Il verdetto del re Anche per le inchieste spagnole vale ciò che Margaret Harvey ha annotato per la situazione inglese, cioè che si deve esplorare «first of all what the English knew of the facts of the election of Urban and then what they made of the facts»213. Conosciamo bene gli obiettivi di queste inchieste per merito dei famosi studi di Valois e Seidlmayer. Esse erano causate dalla circostanza che i re di Aragona e di Castiglia si erano dichiarati neutrali e “indifferenti” verso entrambi i pretendenti al soglio pontificio e avevano bisogno di una base legittimizzante per la loro politica d’attesa, che seppero sfruttare anche per motivi personali, dato che lo stato di vacanza del seggio pontificio autoprogrammato dette ai sovrani la possibilità di eliminare per alcuni anni l’influsso della Curia sulla nomina di vescovi, dignitari e altri beneficiari eccle210 211 212 213

Ibid., pp. 57, 59. Parigi, BN, lat. 11745, f. 276r, cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 62. Parigi, BN, lat. 11745, f. 275r. Harvey, Solutions to the Schism cit., p. 5.


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siastici214. L’obiettività di questa commissione è stata già messa in discussione215, visto che parallelamente al suo lavoro fu preparato l’avvicinamento fra la Castiglia e la Francia che si concluse con la rinnovata alleanza fra i due regni, pattuita il 22 aprile. Il verdetto reale, con l’adesione a Clemente VII, pronunciato solo poche settimane più tardi, il 19 maggio, sigillò l’accordo politico216. Per l’atteggiamento di attesa e di neutralità che ne risultò nei primi anni dello scisma si usa la parola indiferentia. Il re di Aragona, Pedro IV, dichiarò ancora nell’anno 1386 – poco prima della sua morte e dell’ascesa al trono di suo figlio, Juan, che portò il suo paese all’obbedienza di Clemente VII – che «neutri obedit neque in regno suo obediri permictit». Con ciò poteva esercitare il controllo assoluto sulle entrate pontifice raccolte dai collettori messe sotto sequestro e sulla consegna dei benefici ecclesiastici217. Nonostante il peso politico gravante sulle nostre inchieste, non vi è dubbio che esse rispecchino la volontà sincera dei sovrani iberici di arrivare alla verità sugli avvenimenti romani del 1378. Le loro indagini fanno parte del processo di decision making politico che ebbe conseguenze non solo per la penisola iberica, ma per tutta la rete di rapporti politici in cui erano integrati i re di Castiglia e di Aragona. La mancanza di una sentenza formale non fu così eccezionale, se ci ricordiamo che persino il processo contro la memoria di Bonifacio VIII, pluricitato, ne restò senza218. Atto finale delle indagini di Medina nel 1381 fu la dichiarazione formale, emanata il 19 maggio, del re di Castiglia, Juan I, e, di conseguenza, di tutto il suo paese in favore di Clemente VII. Il sovrano aspettò per questo atto finale di arrivare a Salamanca, la famosa 214 Cfr. J. Vincke, Der König von Aragón und die Camera Apostolica in den Anfängen des Grossen Schismas, in Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Spaniens, Münster 1938 (Spanische Forschungen der Görresgesellschaft, I. Reihe, 7), pp. 84-106, e Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 25 ss., 70 (per un’assemblea a Barcellona alla quale il re di Aragona sottopose la domanda di cosa si dovesse fare dei benefici e prelature vacanti), 82 ss. 215 Cfr. ibid., pp. 55 ss. e Zunzunegui, La legación en España cit., p. 112. 216 Cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 58 e Zunzunegui, La legación en España cit., p. 112. 217 Il titolo di questo intervento è «Quedam verba ambaxiatorum regis Aragon. circa materiam indifferencie»: ASV, Arm. LIV, vol. 19, ff. 5r-7v (del 1386?); un estratto è pubblicato in Valois, La France cit., 1, p. 213 nota 4, cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 115 s. Per la preoccupazione di non far uscire dal proprio paese le entrate ecclesiastiche vedi, per esempio, ibid., p. 70 e Vincke, Der König von Aragón cit., passim. 218 Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., p. 10 («Hinsichtlich des Bonifazprozesses stellt sich schließlich die Frage, ob es überhaupt ein Prozeß war, denn bis zu einem Urteil ist er nie gelangt, auch nicht, als das Ziel der Absetzung nach dem Tod des Papstes ersetzt wurde durch das der damnatio memoriae»).


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città universitaria («ubi studium viget generale»)219. La cerimonia si svolse nella cattedrale, nell’ambito di una messa solenne, davanti al cardinale de Luna e a tutti i prelati, studiosi e nobili della corte del re:

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«Post premissa vero prefato domino regi Castelle exhibita, presentata et declarata omnibusque peractis ut supra per ordinem est expressum, scriptum et designatum, demum idem dominus rex consilium predictum pro debito fidei, veritatis et iustitie ac securitate sue conscientie libenter amplectens volensque agnitam veritatem huiusmodi suis regnicolis universisque Christi fidelibus notam esse, ad civitatem Salamantinam, ubi studium viget generale, cum tota sua curia et sequella se contulit. Et tandem die dominica que intitulabatur XIX. mensis madii anni a nativitate Domini millesimi trecentesimi octuagesimi primi convenientibus ibidem ad ecclesiam cathedralem mane quasi hora prime et prefato domino rege cum prelatis, nobilibus et litteratis ac notabilibus viris regnorum suorum, qui pro huiusmodi negotii ac rei geste perscrutanda et inquirenda veritate de mandato suo fuerunt evocati, presente quoque ibidem reverendissimo in Christo patre et domino domino Petro de Luna Sancte Marie in Cosmedin diacono cardinali apostolice sedis legato et nonnullis aliis prelatis ac litteratis viris diversarum nationum et partium grandique alia cleri et populi multitudine, qui propter hoc advenerant, celebratisque missarum solempniis, idem serenissimus ac christianissimus princeps et dominus rex abiecto primo electo vocato Bartholomeo de Priniano olim archiepiscopo Barensi in apostolica sede intruso pro sanctissimo in Christo patre et domino domino Clemente papa septimo canonice electo veroque Ihesu Christi vicario se declarans»220.

Seguì la solenne Declaratio regis Castellae pro Clemente VII dello stesso giorno221, con la quale si chiude anche il protocollo ufficiale dell’inchiesta di Medina del Campo: «[...] solempnitate receptis, apertis et publicatis, disputationibusque et collationibus alternatim inter partes predictas in dicti nostri consilii presentia continuatis diebus super punctis ambiguis et toto processu tam in facto quam in jure secutis, prout hec et alia in processu per nos et consilium nostrum habito latius continentur, et tandem omnibus et singulis dictum negotium tangentibus per memoratos prelatos et religiosos et clericos seculares, in theologia magistros, juris utriusque doctores et alios venerabiles et authenticos ac magne auctoritatis viros, totiusque consistorii nostri judicium cum magna maturitate ac summa deliberatione discussis, omnium concordi et unanimi judicio, declaratum extitit et conclusum»222.

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Parigi, BN, lat. 11745, f. 276r. Ibid., f. 276r, edd. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, p. 808. Parigi, BN, lat. 11745, ff. 276v-277v, ed. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 4, pp. 250-256. 222 Parigi, BN, lat. 11745, f. 277r, edd. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 4, p. 255.


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Per quanto concerne invece l’inchiesta aragonese del 1386, re Pedro IV d’Aragona non potè più trarne le sue conclusioni, in quanto morì il 5 gennaio 1387223. Il nuovo re d’Aragona, Juan, già da anni fedele sostenitore di Clemente VII, non esitò ad affermare – in seguito a notevoli concessioni di natura politica e finanziaria – anche pubblicamente la sua adesione al papa di Avignone con una dichiarazione solenne il 24 febbraio 1387224. Diversamente dal caso di Medina del Campo, le testimonianze raccolte ebbero quindi solo poca importanza per questo passo politico premeditato da tanto tempo.

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Concludo questa parte dedicata al carattere giuridico delle inchieste spagnole del periodo successivo al 1378 rimaste spesso ad un livello di semplici informationes. Inoltre, esse non si trasformarono in processi veri e propri e mostrano non pochi segni di insicurezza. Le incongruenze riscontrate si spiegano sicuramente con le cautele politiche messe in atto per evitare di esporsi troppo, tuttavia esse rispecchiano anche la già ricordata mancanza di strumenti processuali provati e riconosciuti universalmente in una questione così delicata come la contestazione della legittimità di un papa appena eletto. 4. Conservazione e diffusione degli atti delle inchieste

Le testimonianze raccolte durante le indagini iberiche ebbero una diffusione e dei riscontri assai particolari, la cui portata necessita ancora di studi più approfonditi. Diversamente da quanto accaduto nel caso degli atti del processo contro Bonifacio VIII, rimasti nascosti per tanti secoli225, nel caso dei dossiers delle inchieste castigliane del 1380-81 è noto che essi

223 Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 117. Cfr. per le intenzioni tutt’altro che opportunistiche di Pedro IV nella vicenda dello Scisma, condizionate comunque dal noto intreccio politico-diplomatico delle grandi monarchie intorno agli interessi aragonesi sulla Sicilia, A. Ivars, La indiferencia de Pedro IV de Aragón en el Gran Cisma de Occidente (1378-1382), «Archivo Ibero-Americano», 15 (1928), pp. 21-97, 161-186 e H. Bresc, La maison d’Aragon et le Schisme: implications de politique internationale, in Jornades sobre el Cisma d’Occident a Catalunya, les Illes i el País Valencià, Barcelona-Peníscola, 19-21 d’abril de 1979: ponències i comunicacions, 1, Barcelona 1988, pp. 37-54 (con ulteriore bibliografia). 224 Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 4, pp. 302-304, cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 115-117 e Fernández Conde - Oliver, El Cisma de occidente cit., p. 482. 225 Per la tradizione del processo contro la memoria di Bonifacio VIII, che si era svolto in gran segreto davanti al papa, cfr. Schmidt, Der Bonifaz-Prozess cit., p. 435. Nel 1378, quindi, non ci si poteva basare sulle esperienze del 1311, cadute pressoché in oblio: ibid. («Folge dieses Kenntnisstandes war es, daß die im Umfeld des Bonifazprozesses entwickel-


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furono utilizzati come strumento propagandistico per la causa di Clemente VII. Con essi si volle persino convincere re Pedro IV d’Aragona ad abbandonare l’“indifferenza” e a passare – come il re di Castiglia – all’obbedienza del papa avignonese. A tale scopo gli furono trasmesse copie ed estratti dei materiali raccolti dagli inviati castigliani226. Le grandi biblioteche europee conservano numerose copie di singole deposizioni provenienti dalle inchieste iberiche; tuttavia manca ancora un censimento completo, un compito che si presenta molto difficile anche per il fatto che queste testimonianze si trovano in volumi miscellanei, spesso mischiate ad altri trattati giuridici e teologici legati alla lotta delle due obbedienze. Il materiale originale dell’inchiesta castigliana però è conservato per la maggior parte in due posti, cioè nel codice lat. 11745 della Biblioteca Nazionale di Parigi (dove è confluito, dopo varie tappe, nel Seicento227) e nel fondo dei Libri de Schismate presso l’Archivio Segreto Vaticano. Il preziosissimo manoscritto parigino comprende ben 279 folia pergamenacei di grande formato (27 x 39 cm) e rappresenta il protocollo ufficiale dell’enquête di Medina del Campo, scritto con grande cura dai due notai228 sopra citati. In un secondo volume – che si è creduto di poter identificare con il ms. lat. 1469 della Bibliothèque Nationale229, ma in realtà mancante230 – erano

ten Gedanken zum Verfahren der Papstanklage und der Papstabsetzung drei Menschenalter später im Großen abendländischen Schisma keine Aufnahme fanden»). Solo con la pubblicazione degli atti del processo da parte di Dupuy nel 1655 – P. Dupuy, Histoire du differend d’entre le pape Boniface VIII et Philippe le Bel roy de France, Paris 1655 (rist. Tucson 1963) – essi divennero più noti. Dal 1995 si dispone dell’edizione critica di Coste, Boniface VIII en procès cit. 226 Vedi Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 107, 109. 227 Per i passaggi di proprietà del manoscritto da Peñíscola al Collège de Foix a Montpellier, alla biblioteca di Saint-Germain-des-Prés e infine alla Biblioteca Nazionale di Parigi, vedi Valois, La France cit., 2, p. 202 nota 3 e De Puig - Perarnau, La “informatio brevis et metrica” cit., pp. 208 s. 228 Per i contenuti e la struttura di questi atti cfr. Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, pp. 800-809; Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 41 ss. e De Puig - Perarnau, La “informatio brevis et metrica” cit., pp. 207-217. 229 Vedi Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, p. 809, seguito da L. Delisle, Le Cabinet des manuscrits de la Bibliothèque Imperiale, 1, Paris 1858-1881, p. 507 nota 4. Parigi, BN, lat. 1469 è un volume di 254 folia. Per i suoi contenuti vedi l’analisi in Baluze - Mollat, Vitae Paparum cit., 2, pp. 809-812 e Bibliothèque Nationale. Catalogue général des manuscrits latins, 2 (nn. 1439-2692), publié sous la direction de Ph. Lauer, Paris 1940, pp. 20-22. Sorprendono tuttavia le tante corrispondenze di questi elenchi con la descrizione, per quanto generica, offerta da Henri de Sponde (vedi infra nota 231). 230 Come sostengono Jullien de Pommerol - Monfrin, La Bibliothèque pontificale cit., 1, p. 247 a proposito di una nota nell’inventario della «bibliothèque portative» di Benedetto XIII (Bup 558 «Processus Castelle in duobus voluminibus de albo»): «Le procès-verbal de l’assemblée de Medina del Campo. Un seul des deux volumes est conservé aujourd’hui à la


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raccolti – come sappiamo da una descrizione di Henri de Sponde (15681643) – diversi trattati e persino lettere di Caterina da Siena231. I due codici erano appartenuti a Benedetto XIII232. Non risolta (e neppure affrontata nella storiografia) rimane la questione per quale motivo e in quale contesto il re di Castiglia (se veramente fu lui il committente del prezioso protocollo delle inchieste, cosa che, fino ad oggi, non è stata mai messa in dubbio) abbia ceduto i due manoscritti al pontefice di origine aragonese. Si potrà formulare anche un’altra ipotesi, vale a dire che i codici erano destinati – forse in forma di prestito per i suddetti obiettivi politici – alla corte di Aragona (o un altro intermediario), che però non li aveva restituiti, passandoli invece successivamente a Benedetto XIII. La collezione dei Libri de Schismate (ASV, Arm. LIV, vol. 14-48) consiste in ben 35 volumi che contengono, a prescindere delle inchieste spagnole, una vasta serie di trattati e di altri materiali concernenti lo scisma e le vie per il suo superamento. Essa fu creata dal sostenitore del papa avignonese Benedetto XIII, Martín de Zalba († 1403), vescovo di Pamplona (dal 1377) e poi cardinale (dal 1400)233, e purtroppo – come ha illustrato

Bibliothèque nationale (contrairement à ce que dit L. Delisle, le lat. 1469 n’est pas la seconde partie de cet ouvrage mais un recueil de traités sur le schisme). Henri de Sponde (Annualium Baronii continuatio, ann. 1381, n. III, Paris, 2, 1641, p. 21) a consultè les deux volumes. Mais Baluze en 1693 ne parle que d’un seul (E. Baluze, Vitae paparum, Paris, 1, 1693, col. 1281)». 231 Henri de Sponde, Annalium ecclesiasticorum [...] Cæsaris Baronii continuatio, I, Ticini 1675, p. 648: «Et cum epistolis a cardinalibus ad principes tam pro Urbani electione quam contra eam scriptis. Itemque solemnibus disputationibus tam verbo quam scripto factis inter missos ad eumdem regem ab utraque parte legatos, videlicet Petrum cardinalem de Luna diaconum S. Mariae in Cosmedin et fr. Angelum episcopum Pisauriensem a Clemente, Gutterium cardinalem hispanum presbyterum tituli s. Crucis in Jerusalem et Franciscum episcopum Faventinum ab Urbano aliosque doctores utrimque additos. Necnon tractatu Joannis de Liniano utriusque iuris doctoris Bononiensis pro Urbano atque eiusdem confutatione per abbatem s. Vedasti doctorem Parisiensem; sententia item Baldi celeberrimi jurisconsulti Perusini pro eodem Urbano valde prolixa (alia tamen omnino ab ea quae extat ex commentariis Codicis) data Romae anno millesimo trecentesimo octogesimo, penultimo August. indictione 3, aliisque nonnullis eidem regi utrimque oblatis; ac denique epistolis privatis tam Catharinae Senensis quam aliorum de his consultorum». 232 Vedi Jullien de Pommerol - Monfrin, La Bibliothèque pontificale cit., I, p. 247. 233 Per la sua persona vedi Fernández Conde - Oliver, El Cisma de occidente cit., pp. 469 ss. e la bibliografia indicata in El Cisma d’Occident a Catalunya, les Illes i el País Valencià. Repertori Bibliogràfic, a cura dell’Institut d’Estudis Catalans, Barcelona 1979, p. 126; H. Millet, Le cardinal Martin de Zalba († 1403) face aux prophéties du Grand Schisme d’Occident, «Mélanges de l’Ecole française de Rome», 98 (1986), pp. 265-293; J. Goñi Gaztambide, Historia de los obispos de Pamplona, II: Siglos XIV-XV, Pamplona 1979, pp. 266-382; von Langen-Monheim, Un mémoire cit., pp. 88 s., 90 ss.


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bene Seidlmayer – fu riordinata e rilegata in modo del tutto confuso nel Seicento234. È probabile – come si è ipotizzato recentemente – che la divisione del materiale raccolto da Martín de Zalba fra la biblioteca da viaggio («bibliothèque portative») di papa Benedetto XIII, che soggiornò a Peñíscola, e gli archivi papali sia avvenuta molto presto235. Il valore di questa collezione è immenso. Essa contiene testi originali e copie i cui rapporti intrinsechi e reciproci sono ancora tutti da chiarire. Qui sono raccolte anche copie delle testimonianze inserite nel manoscritto parigino che attendono ancora il confronto con il protocollo ufficiale236. Solo a Roma sono tramandati gli interrogatori degli ambasciatori del re di Aragona raccolti a Roma e a Barcellona. Nel passato, il materiale riunito dai re di Aragona e di Castiglia fu utilizzato principalmente come fonte per la ricostruzione dei fatti del 1378237. Ma si deve constatare un uso non propriamente omogeneo, per via del fatto che non si dispone di una edizione completa e critica. Fortunatamente alcuni autori ci forniscono trascrizioni, ma in linea generale esse – se si prescin-

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Seidlmayer, Die spanischen cit., in particolare pp. 199, 202. Jullien de Pommerol - Monfrin, La Bibliothèque pontificale cit., 1, p. 68, annotano. a proposito della «bibliothèque portative» di Benedetto XIII: «Tout un chapitre, ajouté à la fin du catalogue, est consacré à ce drame du schisme, avec des traités favorables à Benoît XIII, oeuvres de son confesseur saint Vincent Ferrier, des cardinaux Léonard de Giffone, Pierre Corsini, et du pape lui-même. Il est probable, cependant, que la plus grande partie des textes sur le schisme a été conservée non pas dans la bibliothèque même mais avec les archives [...]. En 1403, à la mort du cardinal de Pampelune, Martin de Zalba, le pape avait gardé par devers lui les 24 volumes de documents trouvéz chez le défunt». Il bibliotecario pontificio Francesco Rovira (per la sua persona vedi ibid., 1, p. 420 nota 270), redasse un inventario per Benedetto XIII (edito da Seidlmayer, Die spanischen cit., pp. 199-262), «non pas du contenu de tous ces volumes, mais des textes intéressant la question pendante de la légitimité de Benoît XIII, véritable fil d’Ariane permettant de se retrouver dans cet ensemble touffu et complexe. Mais ce sont des cahiers, des liasses plus que des livres, et c’est sans doute pour cela que ni les uns ni les autres n’apparaissent dans les inventaires de la bibliothèque». Vedi anche von Langen-Monheim, Un mémoire cit., pp. 43 s. Per ulteriori informazioni sui libri e materiali riguardanti il Grande Scisma riscontrabili negli inventari della biblioteca pontificia ad Avignone e Peñíscola, si rinvia a Jullien de Pommerol - Monfrin, La Bibliothèque pontificale cit., 1, pp. 245 (Bup nn. 549, 550), 293 (Bup nn. K 385-390), 420 (Pb n. 270); 2, p. 694 (Pc n. 474). 236 A titolo di esempio si potrebbero confrontare le due versioni della deposizione di Giovanni de Paparonibus, canonico di S. Pietro (Roma, luglio 1380). Sembra che la versione in ASV, Arm. LIV, vol. 14, ff. 13v-14r (ed. Gayet, Le Grand Schisme cit., 1, pp. 14 s.), per via dei suoi numerosi errori ortografici, sia successiva a quella in Parigi, BN, lat. 11745, ff. 67v-68r. 237 Questo atteggiamento prevale in Gayet, Le Grand Schisme cit.; Valois, La France cit.; Ullmann, The Origins cit. e Prerovský, L’elezione di Urbano VI cit.


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de da quelle di Seidlmayer – non tengono conto di eventuali testi paralleli e si basano di solito solo sul filone documentario parigino o romano. Le trascrizioni di Baluze, che non conosce il materiale vaticano, e di Seidlmayer sono dettate dal loro interesse storiografico e spesso sono solo parziali e tralasciano alcune parti meno interessanti ai loro occhi. Seidlmayer era dispiaciuto che il gran numero delle testimonianze gli impedisse di fornire la trascrizione integrale delle stesse238. Per quanto concerne la collezione Libri de Schismate239, sono da menzionare innanzitutto le trascrizioni di Odoricus Raynaldus (Odorico Rinaldi, 1595-1671), continuatore dell’opera del Baronio240, di Louis Gayet241, Kamil Krofta242, Ludwig von Pastor243, Michael Seidlmayer, Gilles-Gérard Meersseman244, Leslie McFarlane245, Ludovico Saggi246, Walter Brandmüller247, Marc Dykmans248, Josep Perarnau249, Anna Maria Voci Roth250 e Arne Jönsson251 (citazioni più brevi o rinvii si trovano natu-

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Cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., p. 48 nota 88. Per avere informazioni su chi ha lavorato su questo fondo è utile anche un controllo della Bibliografia dell’Archivio Vaticano, giunta adesso al nono volume, Città del Vaticano 1962 ss. 240 Cfr. Raynaldus, Annales ecclesiastici cit., 7, passim. 241 Gayet, Le Grand Schisme cit., passim. 242 K. Krofta, Acta Urbani VI et Bonifatii IX Pontificum Romanorum, Pragae 1903 (Monumenta Vaticana res gestas Bohemicas illustrantia, 5), doc. 1. 243 L. von Pastor, Ungedruckte Akten zur Geschichte der Päpste vornehmlich im XV., XVI. und XVII. Jahrhundert, 1, Freiburg i. B. 1904, pp. 10 ss. 244 Meersseman, Études sur l’ordre cit., pp. 235-248. 245 L. McFarlane, An English account of the election of Urban VI, 1378, «Bulletin of the Institute of Historical Research», 26 (1953), pp. 75-85. 246 L. Saggi, Bartolomeo Peyroni O.Carm., vescovo di Elne e la sua testimonianza circa il conclave del 1378, «Archivum Historiae Pontificiae», 4 (1966), pp. 59-77. 247 Brandmüller, Zur Frage nach der Gültigkeit cit., passim. 248 M. Dykmans, Du conclave d’Urbain VI au Grand Schisme. Sur Pierre Corsini et Bindo Fesulani, écrivains florentins, «Archivum Historiae Pontificiae», 13 (1975), pp. 207230; Id., La troisième élection cit. 249 J. Perarnau, La declaración del beguino gallego fray Alfonso de Mellid sobre los orígenes del Cisma Occidente, «Anthologica Annua», 26-27 (1979-1980), pp. 619-633; Id., Nous fons de la Biblioteca Vaticana cit.; De Puig - Perarnau, La “informatio brevis et metrica” cit. 250 A.M. Voci Roth, Nord o Sud? Note per la storia del medioevale Palatium Apostolicum apud Sanctum Petrum e delle sue cappelle, Città del Vaticano 1992 (Capellae apostolicae Sixtinaeque collectanea acta monumenta, 2); Ead., Alle origini del Grande Scisma d’Occidente: Coluccio Salutati difende l’elezione di Urbano VI, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 99/2 (1994), pp. 279-339; Ead., Giovanna I d’Angiò e l’inizio del Grande Scisma d’Occidente. La doppia elezione del 1378 e la proposta conciliare, «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 75 (1995), pp. 178-255. 251 Jönsson, Alfonso of Jaén cit., pp. 181-203.


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ralmente in parecchi autori). Mentre le trascrizioni di Gayet sono state considerate filologicamente insufficienti, le edizioni moderne sono in generale attendibili. Il problema maggiore per una edizione critica è costituito dalla difficoltà di trovare il testo più affidabile di una deposizione. Spesso non si può fare a meno di riportare entrambe (o più) le versioni. Difficili da decifrare sono le notizie marginali di Martín de Zalba o di altri personaggi coinvolti nella compilazione dei Libri de Schismate. Accanto ai materiali vaticani e parigini, anche l’Archivio de la Corona de Aragón a Barcellona (nonostante i primi, ma non esaurienti, studi di Ivars252 e Seidlmayer253) nonché altre biblioteche – come la Biblioteca Vaticana254 – attendono di essere controllati per la presenza di materiali supplementari. É stata giustamente ipotizzata l’esistenza di una raccolta personale di Benedetto XIII sullo scisma simile a quella di Martín de Zalba, ora dispersa in più sedi255.

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5. Il valore documentario delle inchieste iberiche

Gli inconvenienti descritti256, tuttavia, non diminuiscono il valore documentario di questi testi se si osservano le premesse metodologiche elaborate dalla recente storiografia attenta all’uso dei testi degli interrogatori257. In 252 253 254

Ivars, La indiferencia de Pedro IV de Aragón cit. Cfr. Seidlmayer, Die Anfänge cit., pp. 347 ss. Vedi, per esempio, BAV, Vat. lat. 3934 (cfr. J. Grohe, Beiträge zur Geschichte des Abendländischen Schismas auf der Iberischen Halbinsel, «Annuarium historiae Conciliorum», 21 (1989), pp. 439-447, qui 443); Vat. lat. 4924, Vat. lat. 4927; Vat. lat. 5608 (descritto in N. Del Re, Il “Consilium pro Urbano VI” di Bartolomeo da Saliceto (Vat. lat. 5608), in Collectanea Vaticana in honorem Anselmi M. Card. Albareda a Bibliotheca Apostolica edita, Città del Vaticano 1962 (Studi e testi, 219), pp. 213-263, qui 223 ss., 229; cfr. anche Valois, Discours prononcé cit., pp. 486, nota 1, 499-516); Vat. lat. 5626, ff. 117r ss. (Voci Roth, Nord o Sud? cit., p. 69 nota 81: del XVI secolo); Vat. lat. 7110 (Seidlmayer, Peter de Luna (Benedikt XIII.) cit., pp. 232-247) etc. Cfr. J. Perarnau i Espelt, Alguns volums manuscrits de la Biblioteca Vaticana relatius a Benet XIII, in Jornades sobre el Cisma d’Occident a Catalunya cit., 2, pp. 479-530. 255 Jullien de Pommerol - Monfrin, La Bibliothèque pontificale cit., I, p. XII nota 14 (Benedetto XIII ha certamente «réuni sur le schisme une collection comparable à celle de Martin de Zalba: elle a été dispersée mais il en reste, dans l’Armarium 54 de l’Archivio Vaticano, dans le fonds Barberini de la Biblioteca Apostolica Vaticana et à la Bibliothèque nationale, des parties importantes»). 256 Innanzitutto è sempre da chiarire la posizione pro e contro uno dei due candidati che condizionò senz’altro le loro affermazioni: cfr. Brandmüller, Zur Frage nach der Gültigkeit cit., pp. 10-12. 257 Cfr. Esders - Scharff, Die Untersuchung der Untersuchung cit., passim; W. Schulze, Ego-Dokumente: Annäherung an den Menschen in der Geschichte, in Von Aufbruch und


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particolare è da considerare il ruolo dei notai nella formulazione e traduzione dei testi258 che, nel caso delle inchieste iberiche, si presenta meno incisivo, dato che la grande maggioranza degli ascoltati era costituita da chierici in grado di controllare il processo della traduzione dalla lingua volgare in latino. Le trasformazioni delle frasi in prima persona in frasi che usano la terza persona erano prassi comune ed è comprovato anche negli interrogatori qui trattati259. Il materiale spagnolo, per via della sua vastità, promette delle nuove prospettive importanti, per cui vale anche la pena impegnare tecniche elettroniche e creare una bancadati, con nuove possibilità di penetrare in questa mole di informazioni. Rinvio alla bancadati online di Hugues Labarthe, finalizzata a studiare i legami personali e istituzionali del clero della Guascogna, diviso fra le due obbedienze concorrenti260. A volte si può mettere a confronto qualche deposizione in cui i testimoni si conoscevano fra di loro, specialmente se venivano dallo stesso ambiente socio-professionale o se erano compatrioti261. Infatti, il metodo prosopografico – applicato, per esempio, sul personale della Curia o sui romani e sugli stranieri coinvolti negli eventi – promette ottimi risultati. L’approccio positivistico di tanti autori interessati solamente alla ricostruzione dei fatti intorno alle due elezioni papali del 1378 ha celato la ricchezza di dati che il materiale

Utopie. Perspektiven einer neuen Gesellschaftsgeschichte des Mittelalters. Für und mit Ferdinand Seibt aus Anlaß seines 65. Geburtstages, cur. B. Lundt - H. Reimöller, KölnWeimar-Wien 1992, pp. 427-451; Id., Zur Ergiebigkeit von Zeugenbefragungen und Verhören, in Id. (a cura di), Ego-Dokumente. Annäherung an den Menschen in der Geschichte, Berlin 1996, pp. 7-40; A. Esch, Mittelalterliche Zeugenverhöre als historische Quelle. Innenansichten von Zeiterfahrung und sozialem Leben, ibid., pp. 43-56; Id., Gli interrogatori di testi come fonte storica. Senso del tempo e vita sociale esplorati dall’interno, «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo», 105 (2003), pp. 249-265 (scaricabile sotto http://www.isime.it/redazione08/e_ed_elettroniche.shtml). Importante è anche il volume Als die Welt cit., in particolare Th. Wetzstein, Prozeßschriftgut im Mittelalter - einführende Überlegungen, ibid., pp. 1-27. 258 Cfr., tra l’altro, Maire Vigueur, Giudici e testimoni cit., in particolare p. 116 e L. Provero, Dai testimoni al documento: la società rurale di fronte alle inchieste giudiziarie (Italia del nord, secoli XII-XIII), in L’enquête au moyen âge cit., pp. 75-88. 259 Cfr. una nota marginale che dice: «Totum ponatur in tertia persona per modum sicut, si ista essent scripta, dum deponebat, per notarium ambaxiatorum» (dalla deposizione di Johannes de Meranesio in ASV, Arm. LIV, vol. 19, ff. 11r-12v, qui 11r, Avignone, estate 1386). 260 Consultabile sul sito www.obediences.net. Qui sono trattati temi come Le clergé de Gascogne au sein des curies adverses (1371-1430) e L’unité de l’Eglise: entre responsabilité des gouvernants et défiance des sujets. 261 Vedi l’esempio offerto supra pp. 282 ss. Per la deposizione di William Andrew e di altri due inglesi cfr. Harvey, Solutions to the Schism cit., pp. 12 ss., 17 ss.


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offre anche per altri campi. Si pensi al mondo della Curia (con i suoi aspetti liturgico-cerimoniali, gli uffici262, le carriere, le usanze nel campo dei benefici ecclesiastici distribuiti con l’aiuto di rotuli, l’importanza dei titoli accademici e la formazione universitaria etc.), alla storia sociale, alla storia della mentalità263 (qui si può accennare anche alla “ritualità” vigente a Roma, da cui spiccano i famigerati “saccheggi di interregno”264) etc., per non parlare delle notizie minori che si possono evincere per la topografia romana e laziale nonché per gli aspetti militari (l’approvigionamento di Castel Sant’Angelo, i movimenti delle compagnie di ventura al servizio dei cardinali265 etc.). Il mio interesse per la topografia di Roma (il palazzo papale, sede del conclave dell’aprile 1378266, gli alloggi dei cardinali sparsi in diversi quartieri della città, i ponti, le mura, i “rioni” – in particolare il Borgo e Trastevere267 –, i percorsi delle strade, le abitazioni dei cardinali e di qualche curiale o romano etc.) nonché per le istituzioni comunali romane, per le clientele politiche vigenti nella città268 e per i personaggi romani

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Per quanto riguarda, per esempio, la ricostruzione del comportamento della Penitenzieria Apostolica agli inizi dello Scisma si può rinviare al contributo di Patrick Zutshi citato supra nota 146. 263 Le deposizioni sono piene di riferimenti a pregiudizi e stereotipi su alcune categorie legate alla Curia e alla città di Roma (i “romani”, i “francesi”, gli “stranieri” etc.). Vedi, a proposito, un mio articolo indicato infra nota 270. 264 Vedi a proposito il recente volume di J. Rollo-Koster, Looting the empty see: the Great Western Schism revisited (1378), «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 59 (2005), pp. 429-474 e la sua recensione in A. Modigliani - A. Rehberg, “Saccheggi rituali” nell’ambito curiale-romano: una chimera degli antropologi?, «RR. Roma nel rinascimento», 25 (2008), pp. 25-36. Vedi prossimamente A. Rehberg, Sacrum enim opinantur, quicquid inde rapina auferunt. Alcune osservazioni intorno ai “saccheggi rituali” di interregno a Roma (1378-1534), in Pompa sacra. Lusso e cultura materiale alla corte papale nel Basso Medioevo (1420-1527), Atti della giornata di studi (Roma, 15 febbraio 2007), cur. Th. Ertl (in corso di stampa). 265 Cfr. A. Jamme, Renverser le pape. Droits, complots et conceptions politiques aux origines du Grand Schisme d’Occident, in Coups d’État à la fin du Moyen Âge? Aux fondements du pouvoir politique en Europe occidentale, edd. F. Foronda - J.-P. Genet - J. M. Nieto Soria, Madrid 2005 (Collection de la Casa de Velazquez, 91), pp. 433-482: 457 s., 470-472. 266 Cfr. Voci Roth, Nord o Sud? cit. 267 Per le possibilità offerte da queste fonti per approfondire il ruolo di Trastevere, importante quartiere di Roma, nelle vicende dell’aprile 1378, vedi la conferenza Il rione Trastevere e i suoi abitanti nelle testimonianze raccolte sugli inizi dello Scisma del 1378, tenuta a Roma il 13 marzo 2008, al convegno di studi Trastevere. Un’Analisi di lungo periodo (di prossima pubblicazione). 268 Vedi A. Rehberg, Kirche und Macht im römischen Trecento. Die Colonna und ihre Klientel auf dem kurialen Pfründenmarkt (1278-1378), Tübingen 1999 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts, 88), pp. 389 ss. e Id., Gli scribasenato e le riformanze perdute di Roma (fine XIII-XIV secolo), in Scritti per Isa. Raccolta di studi offerti a Isa Lori


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citati269 può trovare in questo materiale una messe di informazioni. Osservando le sue caratteristiche e integrandolo possibilmente con fonti supplementari, esso può contribuire anche alla ricostruzione di un quadro interessante relativo alla convivenza e alle tensioni fra la Curia e la città di Roma in quel fatidico anno 1378270.

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Le indagini iberiche sull’inizio dello scisma del 1378 rappresentano, per via delle loro specificità, senz’altro una categoria particolare nel vasto panorama di inchieste e processi nel tardo medioevo presenti in questi atti di convegno, che vedono radunati esempi eccellenti fra processi politici, processi contro gli eretici e persino processi per questioni finanziarie. Questa raccolta offrirà un’eccellente e stimolante opportunità per ulteriori confronti tipologici che contribuiranno – come si spera – ad approfondire i non pochi aspetti, specialmente giuridici, del materiale spagnolo ancora da chiarire.

Sanfilippo, a cura di A. Mazzon (Nuovi Studi Storici, 76), Roma 2008, pp. 795-823: 817 ss., 823s. 269 Cfr. A. Rehberg, Antonio Malavolta, un dimenticato tribuno sulle orme di Cola di Rienzo, e gli inizi del Grande Scisma d’Occidente (1378), «Strenna dei Romanisti» (2009), pp. 567-585 e – con un’appendice documentaria – Id., Un tribuno emulo di Cola di Rienzo: Antonio Malavolta, in Cola di Rienzo. Dalla storia al mito, cur. G. Scalessa, Roma 2009, pp. 29-41. 270 Vedi il mio contributo I cittadini di Roma e l’elezione dell’8 aprile 1378: speranze e delusioni, presentato al Colloquio internazionale di Avignone, citato supra nota 3.


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In queste pagine non intendo riproporre le tormentate vicende personali e processuali dell’“eretico” ascolano Domenico Savi, più noto con l’appellativo di Meco del Sacco «perché si copriva di sacco per più dimostrare di aver rinunziato al mondo»1, ma mi riprometto di motivare la nascita del suo movimento religioso e di ricercare le cause dei tre processi celebrati a suo carico dal tribunale inquisitoriale della Marca. Come è noto, i due problemi sono tutt’ora al vaglio della critica storica, pur dopo ricerche secolari. Contenute in undici pergamene che vanno dal 1334 al 13462, le poche notizie biografiche di Domenico Savi si riferiscono esclusivamente alle sue disavventure giudiziarie e lasciano nell’oscurità le date di nascita e di morte, i componenti e lo status familiare3, la formazione culturale4, la condizione 1 F.A.A. Pluquet, Dizionario delle eresie, degli errori e degli scismi ..., tradotto da T.A. Contin, 4, Venezia 1767, p. 209. 2 Conservate nell’Archivio di Stato di Ascoli Piceno – d’ora in poi ASAP – (Fondo Sgariglia, pergg. 1-9; Archivio Storico Comunale di Ascoli – d’ora in poi ASCA –, Fondo Segreto Anzianale, pergg. R. III. 1 e 2), furono rintracciate e pubblicate dallo storico agostiniano padre Luigi Pastori nel 1796 (L. Pastori, Dissertazione istorico-critica sul Monte Polesio, ora detto Monte dell’Ascensione e sul fondatore della Chiesa esistente nella vetta di essa, in Antichità picene, 27, Fermo 1796, pp. 36-57). 3 Secondo il Marcucci (F.A. Marcucci, Saggio delle cose Ascolane dalla fondazione di Ascoli nel Piceno, sino al corrente secolo XVIII e precisamente dell’anno 1766 dell’era volgare cristiana, Teramo 1766, p. 272), Savi «ebbe moglie di nome Clarella pur di vilissima nascita come il ribaldo, e più figli». 4 Il suo livello culturale doveva essere elevato, perché – come si legge nell’elenco delle accuse rivoltegli dall’inquisitore frate Pietro di Penna San Giovanni (ASAP, Fondo Sgariglia, perg. F. V. 9), Savi «cum sit Laicus fecit libros plures hereses continentes, de quibus aliqui sunt combusti». Per Marcucci (Saggio delle cose Ascolane cit., p. 272), «fu dotato di arguto ingegno e di calda fantasia, e studiò lingua Latina e Franzese, Filosofia, e Sacra Scrittura. Compose tre libri, uno in Franzese sopra i Salmi, e due in volgar nostro cioè intorno al Vangelo ed all’Apocalisse pieni di falsità e errori».


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professionale, il ruolo all’interno del sistema socio-politico cittadino di questo protagonista della vita politico-religiosa ascolana della prima metà del Trecento. Peraltro, gli stessi documenti non ci offrono il pur minimo aggancio per cogliere i presupposti dottrinali delle sue istituzioni. Né, sotto questo profilo, ci aiutano i processi a suo carico, perché assoluzioni o condanne non indicano mai il motivo che sta alla loro base. D’altra parte, le fonti narrative, tutte piuttosto tardive5, non godono in generale di grande reputazione per la labilità dei contenuti, il cumulo degli errori, non solo veniali6, l’unilateralità dei giudizi7, lo scarso senso critico degli autori. Il primo ad apportare un concreto e fondamentale progresso scientifico negli studi sul Savi nell’ultimo scorcio del Settecento fu l’agostiniano Luigi Pastori8, il quale rinvenne e pubblicò le undici pergamene appena menzionate che servirono a superare le valutazioni negative à l’emporte-pièce degli storici precedenti e ad avviare il processo rivalutativo della sua memoria, portato avanti negli ultimi tempi da Antonio De Santis9, Sara Benedini10, Mariano d’Alatri11. Non volendo ripetere il déjà-dit, con il presente intervento mi prefiggo soprattutto di dare una giusta angolatura al “caso Savi”, prospettando soluzioni plausibili a tre quesiti, che sono poi i perni attorno a cui ruota l’intera vicenda umana di Domenico Savi e del suo movimento: 1. per quale motivo si formò ad Ascoli un gruppo consistente di penitenti nel terzo decennio del sec. XIV?

5 Le più antiche notizie sul Savi si trovano nelle Historiae Asculanae Libri IV. Accessit Historiae Sacrae Liber singularis di S. Andreantonelli, Patavii 1673, p. 289. 6 L’Andreantonelli (ibid., p. 289), il Marcucci (Saggio delle cose Ascolane cit., p. 274) e tanti altri autori riferiscono che il Savi «fu in publica piazza bruciato». La notizia – come dimostrò per primo il Pastori (Dissertazione istorico- critica cit., p. 29) – è completamente falsa, perché l’“eretico” ascolano non fu mai consegnato al braccio secolare per essere arso vivo. 7 A lungo il Savi è stato considerato «un ipocrita e un furfante» (cfr. P. Capponi, Memorie storiche della Chiesa ascolana, Ascoli Piceno 1899, p. 95); quasi tutti gli scrittori contemporanei, invece, lo considerano un martire (cfr. G. Buratti, Meco del Sacco, i Sacconi e gli eretici marchigiani del XIV secolo, «La Rivista Dolciniana», 16 (1999), ora in Eretici dimenticati dal medioevo alla modernità, a cura di C. Mornese - G. Buratti, Roma 2004). 8 Sull’agostiniano padre Luigi Pastori (1735-1816), storico e archivista vissuto negli ultimi decenni della sua vita ad Ascoli, cfr. ASAP, Archivio comunale di Ascoli Piceno, anno 1905, busta 10. 9 A. De Santis, Meco del Sacco. Inquisizione e processi per eresia (Ascoli-Avignone 13201346), Ascoli Piceno 1980. 10 S. Benedini, Un processo ascolano tra sospetti d’eresia e abusi inquisitoriali, «Picenum Seraphicum», 19 (2000), pp. 171-207. 11 Mariano d’Alatri, Un processo dell’inverno 1346-1347 contro gli Inquisitori delle Marche, «Archivum Franciscanum Historicum», 71 (1978), pp. 305-338.


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2. come si giustifica l’atteggiamento ostile dei frati minori del convento di San Francesco e del clero della pieve di Santa Maria inter vineas nei confronti del Savi e delle sue iniziative? 3. perché, al contrario, i frati eremitani di Sant’Agostino gli assicurarono un appoggio costante e incondizionato a tutti i livelli? Per rispondere al primo quesito è necessario considerare preliminarmente la situazione politica ascolana al momento della comparsa del Savi e del suo movimento. Anche se non è facile sbrogliare l’intrico degli avvenimenti per la frammentarietà delle fonti, è certo che il primo Trecento fu uno dei periodi più violenti e carichi di tensione della storia ascolana per il riacutizzarsi delle lotte di potere fra i milites, vale a dire i nobiles inurbati e appartenenti per lo più al mondo feudale, e i populares, vale a dire i membri delle arti in generale e dei mercanti in particolare12. Nel 1318-19, il capopartito dei magnati, misere Joan(n)e de Veninbene, conquistò con un’azione violenta il dominio assoluto della città, dando il via ad un’azione così repressiva e prevaricatoria nei confronti dei popolari da divenire addirittura proverbiale. Giovanni XXII13, Cecco d’Ascoli14, gli statuti ascolani del 137715 ricordano con esecrazione il governo di Giovanni di Venimbene, «qui tribus annis esculanis fuit cum crudelitate vel crudelitate maxima dominatus; postea expulsus, deinde fuit mortuus extra terram»16. Maggiori dettagli su questo tiranno “crudelissimo”17 si leggono nella Vita di Sant’Emidio dell’Appiani, il quale attinse forse a una fonte antica a noi sconosciuta: Un’oppressione miserabile [...] subirono gli Ascolani nel 1318 o pur 1319 sotto Giovanni Vennimbene della Famiglia Dalmonte, Primario nella Città e capo dei Gibellini (sic), che fatti forti dell’assistenza de’ Gibellini della Provincia, in-

12 Su questa fase della storia ascolana e sul contrasto tra i nobiles e i populares cfr. G. Gagliardi, La pinacoteca di Ascoli Piceno, Ascoli Piceno 1988, pp. 7-8. 13 Cfr. Archivio Segreto Vaticano, Registrum Vaticanum 113, c. 278; A. De Santis, Ascoli nel Trecento, 1, Ascoli Piceno 1984, pp. 308-309. 14 Si veda la n. 16. 15 Statuti di Ascoli Piceno, a cura di G. Breschi - U. Vignuzzi, Acquaviva Picena 1999, l.2, rubr. 7 e 76; l.3, rubr. 81. 16 Il passo, tratto dal commento latino dell’Acerba, è riportato da G. Castelli, La vita e le opere di Cecco d’Ascoli, Bologna 1892, p. 73. 17 L’aggettivo si trova negli Statuti di Ascoli Piceno cit., lib. 2, rubr. 76. Giovanni Vennimbene – la notizia mi sembra inedita – compare fra i testimoni nel contratto del 12 novembre 1301 con cui i fratelli Giacomo e Nicoluccio vendono al comune di Ascoli la rocca di Montecalvo al prezzo di otto mila libre di volterrani (ASAP, Archivio storico comunale di Ascoli, Quinternone, c. 46v).


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trodotto con segretezza dentro le mura da’ Cittadini del lor partito, predominolla barbaramente per un triennio; nel finir del quale lasciò la vita con violenza chi a 18 tanti Guelfi della Città l’aveva tolta con ingiustizia .

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Fu Giovanni XXII a porre fine alla signoria di Giovanni di Venimbene nel più vasto programma di rilancio e di rafforzamento della parte guelfa nell’Italia centrale e di ricondurre alla fidelitas la città di Ascoli tradizionalmente ribelle all’autorità pontificia. Infatti, nel 1322 – anno che segnò la fine del dominio tirannico di Giovanni di Veninbene –, il capitano generale delle milizie ecclesiastiche Pandolfo I Malatesta chiese il pagamento di duemilasettecento fiorini d’oro per lo stipendio dei soldati che erano stati impegnati in operazioni di guerra a Monte Fano, Montechiaro, Monte San Giusto, Montegranaro e Ascoli19. Secondo il modo di comportarsi di quei tempi, durante e dopo il dispotico governo di Giovanni di Venimbene, le parti soccombenti subirono la confisca dei beni, la proscrizione, l’abbattimento delle case e delle torri, le carceri e, non di rado, anche la pena capitale. In questo travagliato contesto di una città «ab insano numquam requieta tumultu», in cui una «gens fera nil ullo tempore pacis habet»20, comparvero all’improvviso Domenico Savi e il suo movimento del tutto laicale, il quale coinvolse un numero straordinario di uomini e donne. Le fonti narrative parlano addirittura di diecimila adepti21. Anche se la cautela è d’obbligo per il silenzio delle fonti coeve e la totale mancanza di notizie sul propositum di vita religiosa del Savi e dei suoi seguaci, può ritenersi probabile l’interconnessione del loro movimento con le lacerazioni prodotte dalle lotte civili nel tessuto sociale ascolano del secondo-terzo decennio del Trecento. A prescindere dalla sincronia dei due fenomeni, molti indizi rendono plausibile la simbiosi proposta: il sostegno, mai venuto meno, dell’ordinario diocesano Rinaldo IV, che fu vescovo di Ascoli dal 1317 al 1344, al Savi e al suo movimento; le processioni attraverso i quartieri e i sestieri cittadini i quali – come emerge chiaramente dallo Statuto di Ascoli del 1377 – costituivano le strutture portanti della vita politica, amministrativa, militare e 18 19

P.A. Appiani, Vita di S. Emidio, Roma 1704, p. 127. A. Falcioni, Malatesta (de Malatestis), Pandolfo, in Dizionario biografico degli Italiani, 68, Roma 2007, p. 86. 20 P. Massimi, Hecatelegium, Parma 1691, lib. 2, 4, v. 8; 9, vv. 7-8. 21 Marcucci, Saggio delle cose Ascolane cit., p. 274 («numerosi fino a dieci mila iniqui partitanti»). Di recente, il Fabiani ha ridotto il numero dei seguaci a duemila ... di sua iniziativa! (Il Giubileo dei “flagellanti”, «Il Nuovo Piceno», 17 marzo 1950).


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sociale del comune; la grande massa di proseliti, inspiegabile se riferita a motivi esclusivamente religiosi, ma accettabile se rapportata al desiderio collettivo di risolvere un problema angoscioso per l’intera comunità. Come emerge tra l’altro anche dall’Acerba di Cecco d’Ascoli, allora la «terra hesculana» aveva urgente bisogno di porre fine ai «tristi giorni di guerra» e di restituire la pace sociale a quelle «gienti acerbe», logorate dai continui e sanguinosi conflitti delle fazioni22. Nella Cronaca della città di Genova, Iacopo da Varazze (1228/1229-1298) ricorda che, ai suoi tempi, «molte ostilità e molti conflitti a Genova e in altre città in tutta Italia furono ricomposti e pacificati» proprio da movimenti popolari spontanei come quello del Savi. Suscita qualche perplessità la posizione di alcuni studiosi, i quali hanno visto nel Savi e nei suoi seguaci dei flagellanti23. La connessione appare poco verosimile, perché fin dalla metà del sec. XIII è documentata l’esistenza ad Ascoli di una compagnia di flagellanti: la «Congregazione della disciplina e delle lodi24 di Dio onnipotente e della Beata Maria Vergine», detta volgarmente Confraternita della Scopa, i cui membri avevano fondato nel cuore della città un ospedale per accogliere gli emarginati, i pellegrini, i sofferenti, annettendovi pure un oratorio per manifestazioni liturgiche e spirituali25. Per conseguenza, se avessero dato vita ad un movimento di flagellanti, il Savi ed i suoi seguaci si sarebbero posti su un piano concorrenziale con una confraternita affine, la quale per altro proprio nel secondo e terzo decennio del secolo XIV vide incrementare fortemente il numero degli adepti, il prestigio e il patrimonio grazie alla benevolenza dei pontefici e degli ordinari diocesani26.

22 Cecco d’Ascoli (Francesco Stabili), L’Acerba (Acerba etas), a cura di M. Albertazzi, Lavis 2002, 2, 16, vv. 2, 7-8. 23 Per un esempio, il Marcucci (Saggio delle cose Ascolane cit., p. 272), il quale sostiene che il Savi con «la moglie Clarella, i suoi Figli, si flagellava pubblicamente, ed esortava altri ad imitarlo». 24 Il vol. 19 del sec. XV (c. 64) dell’Archivio notarile di Ascoli (ASAP) contiene questa antica lauda ascolana inedita: Iesu dim che teco fa compagnia Iesu chi porta el nome tuo con rivirenza Iesu po ire securo per ogni campagnia Iesu non tema de recevere violenza Iesu che tua misericordia e’ tanto magna Iesu che in ogni loco e’ la tua providenza Iesu dim che per gratia a chi il tuo nome porta Iesu ti prego che tu si sempre sua scorta 25 Cfr. L. Ciotti, L’attività caritativo-assistenziale. L’ospedale, in Devozione laica e assistenza sociale ad Ascoli tra Medioevo ed età moderna: la confraternita di S. Maria della Carità, Ascoli Piceno 1990, pp. 33-58. 26 Ibid.


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In conclusione, la genesi e il successo del movimento del Savi dovrebbero collegarsi alla difficile situazione politica e sociale ascolana del secondo-terzo decennio del secolo XIV, ai contrasti di parte e al desiderio di pace di uomini stanchi delle lotte fratricide, delle violenze private, dei lutti familiari. L’opposizione dei minori conventuali di Ascoli

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Domenico Savi fu tre volte processato ad Ascoli e tre volte condannato in prima istanza come sospetto di eresia, ma in appello venne sempre prosciolto previa assoluzione pontificia. Nel ricorso contro la condanna irrogatagli dall’inquisitore hereticae pravitatis in Marchia Anconitana, il francescano fra Giovanni da Monteleone, Domenico Savi dichiarò senza mezzi termini che la causa principale dei suoi mali «fuerunt Guardianus et Fratres loci Ordinis Minorum Esculanensium odio et invidia moti pro eo quod [suum] hospitale et [sua] Ecclesia erant magis quam ipsorum locus per fideles Christi et Matris eius frequentata»27. Secondo il Savi, dunque, gli interventi inquisitoriali a suo carico non furono originati da idee o comportamenti ereticali, ma solo dal livore dei minori conventuali di Ascoli, i quali non tolleravano il fatto che i fedeli disertassero la loro chiesa per frequentare i centri propulsivi e funzionali del suo movimento: l’oratorio annesso all’ospedale ascolano di porta Tufilla e la cappella con un romitorio eretta sul monte Polesio per una comunità di Pinzocheri e di Pinzochere, che intendevano ritirarsi dal mondo e vivere nella solitudine più aspra per dedicarsi alla meditazione e alla preghiera28. Si trattava, perciò, di contrasti fondati su motivi di concorrenza, di ruoli e di interessi temporali (offerte dei fedeli, legati testamentari, celebrazioni di messe in suffragio, ecc.). E questo avveniva proprio quando i minori del convento di San Francesco avevano bisogno di rilevanti somme di denaro per portare a compimento la costruzione del loro tempio nel centro della città29. Le accuse di heretica pravitas rivolte a Domenico Savi vanno, dunque, inserite fra quelle azioni inquisitoriali, intese

27 28

ASAP, Fondo Sgariglia, perg. F. v. 3, 28 maggio 1338. M. Sensi, Dagli eremiti benedettini al movimento fraticelliano ad Ascoli, in Gli ordini mendicanti del Piceno, a cura di G. Gagliardi, Ascoli Piceno 2005, pp. 87-111. 29 Sui problemi finanziari connessi alla costruzione della chiesa ascolana di San Francesco, cfr. G. Micozzi, La chiesa di San Francesco di Ascoli Piceno, in Gli ordini mendicanti cit., pp. 177-247.


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«a reprimere non tanto l’eresia in senso strettamente teologico, quanto una serie di atti che, pur avendo un rapporto stretto, ma spesso estrinseco con l’eresia, non sono solamente e precisamente “eresia”; anche l’eretico è considerato tale più in rapporto alla sua attività esterna, che in rapporto alla sua coscienza individuale»30. Anzi il “caso Savi” presenta tutti gli stigmi per assurgere a paradigma di questa tipologia di processi, la quale esagera situazioni e comportamenti per pervenire ad una sentenza già fissata in partenza: nel caso specifico lo scioglimento del movimento saviano e l’eliminazione delle sue istituzioni. Chiamati a valutare sul piano teorico e pratico il modello di vita religiosa proposto da Domenico Savi ai suoi seguaci, i giudici non si preoccuparono tanto di accertare l’ortodossia o l’eterodossia delle idee dell’imputato, quanto piuttosto di smantellare le sue istituzioni (l’oratorio-ospedale di Ascoli e l’eremo di monte Polesio) con l’intento di ricomporre le forti tensioni prodottesi all’interno della Chiesa ascolana per le invadenti iniziative del Savi, ma anche, con un ricorso spregiudicato allo strumento inquisitoriale, di ribadire la posizione di preminenza dei frati minori nella sfera religiosa cittadina, decisamente ridimensionata dalla forte attrattiva delle idee e delle azioni del “concorrente”. In particolare, allorché aveva trasformato la sua casa che sorgeva nei pressi di Porta Tufilla in un ospedale con annesso oratorio pubblico, Domenico Savi aveva violato una prescrizione di Gregorio IX del 1239, confermata da Alessandro IV sedici anno dopo, la quale vietava a chiunque l’erezione di nuove chiese e la fondazione di nuovi conventi, monasteri o ospedali all’interno della cinta muraria di Ascoli allo scopo di creare un’area di isolamento e di vantaggio ai seguaci di san Francesco31. Non sorprendono, perciò, le dure reazioni dei frati minori di fronte alle iniziative del Savi, né le pressioni esercitate sui loro confratelli inquisitori32 per provocare l’abbattimento delle due strutture. Il comportamento dei francescani diventa più comprensibile se si tiene conto del forte risentimento provocato in loro dalla decisione di Giovanni XXII che, nel 1317, aveva concesso agli eremitani di Sant’Agostino la licenza di edificare la loro chiesa nel cuore di Ascoli, ignorando e di fatto annullando il privilegio dei due papi anagnini. Nel valutare la decisa reazione dei minori nei confronti del Savi e delle sue istituzioni occorre tenere conto della loro comprensibile amarezza per 30 31 32

M. Niccoli, Inquisizione, in Enciclopedia Italiana, 19, Roma 1933, p. 336. R. Giorgi, Le clarisse in Ascoli, Fermo 1968, p. 22. Com’è noto, con la bolla Cum super inquisitione dell’8 giugno 1254, Innocenzo IV rese esecutiva una nuova organizzazione dell’Officium fidei. La Marca Anconitana, che formava una delle otto province inquisitoriali della penisola, fu affidata ai francescani.


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la decisione di Giovanni XXII a favore degli eremitani di Sant’Agostino, la quale abrogava la speciale statuizione a loro vantaggio emanata da Gregorio IX e Alessandro IV33. Forse coglie nel segno il Catalini, quando afferma che «la presunta eresia di Meco, forse, non fu che un pretesto di cattivo genere per far sì che la battaglia ardesse più aspra e feroce fra l’ordine agostiniano e quello francescano, in Ascoli. Presi in mezzo a questa lotta, Meco e i suoi Pinzoccheri andarono sballottati e pesti. Tutte le volte che i francescani non potettero raggiungere [...] gli agostiniani sfogarono il loro livore contro il Savi e contro i suoi accoliti»34. Anche se gli articoli accusatori formulati a suo carico si ritrovano esemplati nei vari ordines inquisitoriali (ad esempio in quelli di Bernardo Gui)35, Domenico Savi finì davanti all’inquisitore adversus hereticam pravitatem quasi sicuramente per motivi di carattere disciplinare, avendo fondato un ospedale con oratorio ed istituito un ordo eremiticus in un terreno di sua proprietà senza aver chiesto ed ottenuto lo speciale permesso dalla sede apostolica come prescritto dalla cost. XXIII del concilio di Lione II. Nonostante la fondatezza di questa accusa e la pena inflittagli in primo grado, Domenico Savi evitò le specifiche conseguenze della condanna. Perché? Prima di rispondere a questa domanda conviene terminare l’esame del secondo quesito, individuando la causa della ferma opposizione pure da parte del clero di Santa Maria inter vineas al Savi e all’oratorio annesso all’ospedale di porta Tufilla. È indubbio che furono interessi temporali a muovere il pievano, i presbiteri e i chierici dell’antica pieve urbana. Fino al 1258, vale a dire fino all’insediamento dei francescani in un’area posta nel suo territorio, la parrocchia di Santa Maria inter vineas era una delle più ricche della diocesi. Ridimensionata dall’arrivo dei minori, l’affluenza dei fedeli e le loro offerte avevano subito un’ulteriore decurtazione in seguito alla trasformazione in ospedale con annesso oratorio della casa del Savi, la quale distava solo po-

33 Giorgi, Le clarisse in Ascoli cit., p. 26; L. Pastori, Altari, benefici, terreni della Chiesa e del Convento dei PP. Agostiniani di Ascoli, manoscritto conservato presso la Biblioteca civica di Ascoli Piceno, Pastori, n. 42. 34 B.L. Catalini, Il monte dell’Ascensione nella tradizione e nella storia, Fermo 1927, p. 33. 35 I capi d’accusa contro il Savi sono così enucleati da D.S. Bernini (Storia di tutte le eresie, compendiate e cresciute da G. Lamisi, 2, Venezia 1760, p. 255): «Dei filium esse: miracula non commodata, sed suapte virtute operari: luxuriei nullum prorsus inesse crimen: Christianorum Infantes, quamvis sine lustrali ablutione decederent, in Parentum Fide salvari: licitum esse, non Viris modo, sed etiam Foeminis, vel nudatis, sibique detractis vestibus, se flagris propalam coedere: has autem publicas verberationes pro noxarum expiatione pluris valere, quam sacram Homologesim».


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che decine di metri dalla pieve. Contro questa lesiva intrusione, il pievano, i presbiteri ed i chierici di Santa Maria inter vineas ricorsero a mezzi sbrigativi: il 10 aprile 1340 assoldarono alcuni uomini, i quali misero a soqquadro l’ospedale e, nell’oratorio, demolirono l’altare, saccheggiarono il tabernacolo, gettarono per terra e calpestarono le ostie consacrate. Se per i crimina commessi nell’oratorio l’ordinario diocesano irrogò pene spirituali e temporali ai responsabili del sacrilegio, per il saccheggio del complesso ospedaliero si istruì un procedimento penale per danneggiamento davanti la curia maceratese, che si concluse con la condanna del clero di Santa Maria inter vineas36. I difensori del Savi: il vescovo Rinaldo IV e gli agostiniani

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In una breve nota conservata nell’Archivio Sgariglia, padre Luigi Pastori afferma che, «iterum inquisitus et male multatus» dagli inquisitori francescani della Marca di Ancona, Domenico Savi non scontò mai le pene inflittegli per l’appoggio incondizionato di Rinaldo IV37. Di questo appoggio siamo poco informati per la scarsezza dei documenti. Tuttavia nelle undici pergamene più volte menzionate esistono molti indizi della benevolenza del presule nei confronti del Savi e del suo movimento (benedizione della prima pietra della cappella del monte Polesio, indulgenza concessa ai visitatori, ecc.). Forse si deve alla condiscendenza di Rinaldo IV se, nonostante la violazione di precisi decreti conciliari relativi all’istituzione di nuove famiglie religiose, il Savi evitò sempre pene spirituali e corporali: il concilio di Vienne del 1311-12 aveva, infatti, disposto che nei processi e nelle condanne ereticali vescovi ed inquisitori dovevano avere un atteggiamento convergente. Intorno al terzo decennio del sec. XIV, pressato dagli eventi, il Savi si mise sotto la protezione degli agostiniani, ai quali lo avvicinava un comune risentimento nei confronti dei francescani. Nel 1255, gli eremitani di Sant’Agostino erano stati costretti ad interrompere la costruzione della loro chiesa all’interno della città per un perentorio veto di Alessandro IV, sollecitato dai frati minori di Ascoli38.

36 Per una dettagliata analisi delle cause e delle varie fasi di questo processo, cfr. Benedini, Un processo ascolano cit. 37 La nota, datata 18 maggio 1804, si conserva nell’ASAP, Fondo Sgariglia, cassetta XXXIV. 38 Giorgi, Le clarisse in Ascoli cit., pp. 25-26.


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La situazione mutò nel 1317: sollecitato dal priore generale dell’ordine, il marchigiano Alessandro Fassitelli, Giovanni XXII rimosse il veto del suo predecessore, autorizzando gli agostiniani di Ascoli a costruire finalmente la loro chiesa entro la città. È lecito supporre che proprio allora avvenne l’incontro Savi-eremitani39. È noto che, fra i delitti connessi all’eresia, venivano inclusi anche i casi di violazione di una disposizione conciliare, in quanto attestavano un atteggiamento di resistenza e di disobbedienza alla potestà di magistero della Chiesa. Perciò, allorché fu accusato di aver dato vita ad un movimento che non professava alcuna regola approvata, il Savi sanò la situazione adottando una disposizione della cost. 23 del concilio di Lione II, vale a dire pose la sua istituzione sotto l’ordine “approvato” degli agostiniani. Quasi a sigillo di questo patto, gli agostiniani incominciarono ad officiare l’oratorio dell’ospedale. Anzi, il 18 marzo 1334, il Savi informò ufficialmente il vescovo Rinaldo di aver conferito il patronato del complesso ospedaliero e della chiesa del monte Polesio a padre Pietro, priore degli eremitani ascolani, e ai suoi confratelli, i quali lo stesso giorno comunicarono al presule del diritto acquisito. In conclusione, più che entro i confini estremamente incerti dei movimenti ereticali del secolo XIV, il “caso Salvi” va inquadrato in quella concorrenza ed in quegli intrighi messi in atto dai frati mendicanti per impedire ad altri ordini di fondare un convento in una località, dove loro erano già entrati. L’azione politica, religiosa e sociale dello stesso Savi e delle sue istituzioni soffrì non tanto per il sistema di vita religiosa proposto e che pure poteva alimentare diffidenze e sospetti, quanto perché si trovò a recitare il ruolo del vaso di terracotta fra quelli ferrei dei francescani e degli agostiniani. Se le conseguenze non furono tragiche dipese dal fatto che i secondi lo difesero sempre a tutti i livelli da Ascoli ad Avignone.

39 Ibid. Su Alessandro Fassitelli cfr. C. Casagrande, Fassitelli, Alessandro (Alessandro da Sant’Elpidio), in Dizionario biografico degli Italiani, 45, Roma 1995, pp. 289-291.


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Dans son Histoire de France, Michelet déjà l’avait remarqué: «Les premières années du XIVe siècle ne sont qu’un long procès, il y eut comme une épidémie de crime ...»1. Entre 1280 et 1350, autant que les sources narratives et les actes de la pratique nous le donnent à voir, il y eut bien, en effet, – et pas seulement en France ou en Italie mais dans une bonne part de la Chrétienté latine2 – une “ère des procès”, qui toucha les juridictions séculières comme les juridictions ecclésiastiques et qui laissa une trace pro-

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Jules Michelet, Histoire de France, Livre V, chapitre II, dans Œuvres complète, V, éd. P. Viallaneix, Paris 1975, p. 135, déjà cité dans J. Chiffoleau, Pratique et conjoncture de l’aveu judiciaire en France et en Italie du XIIIe au XVe siècle, dans L’Aveu. Antiquité et Moyen Age. Actes de la Table-Ronde de Rome (mars 1984), Rome 1986 (Collection de l’École Française de Rome, 88), pp. 362-364, où j’avais commencé à évoquer cette “épidémie” de procès à la fin du Moyen Âge. N’oublions pas que Michelet, dès 1841, a été le premier à donner une édition du principal procès des Templiers: Procès des templiers, publié par M. Michelet, I, Paris 1841 et II, Paris 1851 (Collection de documents inédits sur l’Histoire de France, Première série, histoire politique). 2 Pour l’Angleterre, au milieu d’une bibliographique assez abondante, il faut citer au moins les éditions de sources de T. F. Tout - H. Johnstone, State Trials of the Reign of Edward I, 1289-1293, London 1906 et d’A. Beardwood, Records of the Trial of Walter Langton, bishop of Coventry and Lichfield (1307-1312), London 1969 (Camden Fourth Series, 6), ainsi que les études de T. F. T. Plucknett, State Trials under Richard II, «Transactions of the Royal Historical Society», ser. V, 2 (1952), pp. 159-171, de M. H. Keen, Treason Trials under the Law of Arms, ibid., 12 (1962), pp. 85-103, d’A. Beardwood, The Trial of Walter Langton, Bishop of Lichfield, 1307-1312, «Transactions of the American Philosophical Society», 54/3 (1964), pp. 1-45, de J. G. Bellamy, The Law of Treason in England in the Later Middle Ages, Cambridge 1970 et de P. Brand, Edward I and the Judges: the “State Trials” of 1289-93, in P. Coss - S. Lloyd. Thirteenth Century England, 1, Woodbridge 1985, pp. 31-40. Pour les Allemands, il faut ajouter à la vieille dissertation sur le haut Moyen Âge de H. Mitteis, Politische Prozesse des Früheren Mittelalters in Deutschland und Frankreich, Heidelberg 1926, l’étude beaucoup plus récente de F. Battenberg, Herrschaft und Verfahren. Politische Prozesse im mittelalterlichen Römisch-deutschen Reich, Darmstadt 1995, qui porte sur la période 1235-1470.


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fonde dans l’historiographie. Le souvenir des procédures qui accablèrent alors Francesco Stabili (en 1324 et 1327), Domenico Savi (entre 1334 et 1344) ou Francesco d’Appignano (entre 1328 et 1341) n’est donc peut-être pas pour rien, aujourd’hui encore, dans l’organisation à Ascoli Piceno – dont ils étaient tous les trois originaires – d’une rencontre scientifique consacrée à cette question3. Mais au delà de ces souvenirs chers aux habitants d’Ascoli, il est aussi important et utile qu’un colloque ait pu, dans cette même ville, évoquer la multiplication des “grands procès” pendant les premières décennies du Trecento, où la religion et la politique se mêlaient toujours à l’exercice de la justice et où l’on se demandait parfois si l’“épidémie des procédures” qui semblait se développer dans les hautes sphères du pouvoir ne répondait pas aussi à “une épidémie de crimes” (mais alors, de quels crimes s’agissait-il? Il est évident que l’étude des formes procédurales ne peut être ici séparée de celle des qualifications). En lui-même, ce fait massif de la multiplication des “grands procès”, s’il a été bien repéré dans des sources du XIVe siècle de plus en plus abondantes, n’a jamais assez retenu l’attention des savants. Bien sûr, depuis longtemps, les historiens s’intéressent à ces affaires judiciaires majeures lorsqu’elles atteignent l’un de leurs personnages favoris (un grand théologien, un prélat important, un homme politique, un ordre religieux), en fonction de leurs orientations de recherche particulières (l’histoire politique, l’histoire du droit, l’histoire religieuse, l’histoire intellectuelle, voire même l’histoire économique et sociale, comme le montre, dans les actes de ce colloque, la communication de G. Piccinni) et parce que, en général, elles ont laissé des traces archivistiques assez riches. Mais cet intérêt particulier pour telle ou telle cause a rarement donné aux historiens l’occasion de mettre en série ces mêmes affaires, de les étudier ensemble, d’une manière comparée, de repérer leurs similitudes et leurs différences et par conséquent de contribuer à dégager leur sens historique profond. La signification de

3 Sur ces trois procès, outre l’intervention ici même de G. Gagliardi sur Meco del Sacco, cfr. en dernier lieu M.G. Del Fuoco, Il processo a Cecco d’Ascoli, Appunti intorno al cancelliere di Carlo di Calabria, in Cecco d’Ascoli: Cultura, scienza e politica nell’Italia del Trecento. Atti del convegno (Ascoli Piceno, 2-3 dicembre 2005), a cura di Antonio Rigon, Roma 2007, pp. 217-237; A. de Santis, Meco del Sacco, inquisizione e processi per eresia (Ascoli-Avignone 1320-1346), Ascoli Piceno 19822; E. L. Wittneben - R. Lambertini, Un teologo francescano alle strette. Osservazioni sul testimone manoscritto del processo a Francesco d’Ascoli, «Picenum Seraphicum», 18 (1999), pp. 97-122 et 19 (2000), pp. 135-149. Ces procès me touchent particulièrement puisqu’ils ont tous quels liens forts avec la ville dont je viens aussi, Avignon, et avec l’histoire des formes judiciaires du pouvoir pontifical qui prennent tant d’importance sur les bords du Rhône pendant ces années-là.


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cette “ère des procès”, au début du XIVe siècle, est donc restée un peu obscure, même si l’on pressent, grâce aux progrès récents des recherches sur la justice à la fin du Moyen Âge, qu’elle n’est pas sans lien avec ce que M. Sbriccoli a appelé «l’avènement du pénal hégémonique», c’est-à-dire avec le développement beaucoup plus large – qui ne touche donc pas seulement aux «grandes affaires» – d’une justice agissant désormais parce que «l’intérêt public exige que les crimes ne restent pas impunis»4. Malgré des contextes et des enjeux très variés, des formes et des issues multiples – auxquels les historiens restent forcement très attentifs – il n’est pas certain en effet que toutes ces procédures puissent être comprises seulement pour elles-mêmes, par l’étude de leur contexte propre ou de leurs enjeux spécifiques. Il n’est pas certain qu’elles puissent être complètement éclairées “de l’intérieur”, sans être rapportées aussi (aussi, mais pas seulement, cela va de soi) aux affaires judiciaires qui leur sont proches, voisines, au curieux ensemble dont elles paraissent faire partie, à la série où, d’une certaine manière, elles prennent place. Si chacune d’entre elles semble en effet un peu exceptionnelle (et si toutes ont sans doute – je vais y revenir – quelque liens avec l’exception), aucune, me semble-t-il, ne peut être vraiment saisie sans être rapprochée, comparée, associée à celles qui la précèdent ou qui la suivent, en oubliant l’ensemble ou la série dont elle fait partie. Même pour le formidable procès des Templiers, à tous égards exceptionnel, qu’il est difficile de comprendre sans examiner un certain nombre d’affaires qui lui sont connexes5. Les organisateurs de ces journées d’étu-

4 Cfr. ses articles, désormais classiques: Vidi comuniter observari. L’emersione di un ordine penale pubblico nelle città italiane del secolo XIII, «Quaderni Fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno», 27 (1998), pp. 231-268 et Giustizia negoziata, giustizia egemonica. Riflessioni su una nuova fase di studi della storia della giustizia criminale, in Criminalità e giustizia in Germania e in Italia. Pratiche giudiziarie e linguaggi giuridici tra tardo Medioevo ed età moderna, a cura di M. Bellabarba - G. Schwerhoff - A. Zorzi, Bologna 2001, pp. 345-364, dont on trouvera une version revue dans Justice négociée, justice hégémonique: l’émergence du pénal public dans les villes italiennes des XIIIe et XIVe siècles, traduct. J. Théry, dans Pratiques sociales et politiques judiciaires dans les villes d’Occident à la fin du Moyen Âge, édd. J. Chiffoleau - Cl. Gauvard - A. Zorzi. Actes du colloque d’Avignon (29 novembre-1er décembre 2001), Rome 2007, pp. 389-421. 5 Comme nous le rappelle ici-même J. Théry. Du même, et sur le même thème, cfr. aussi Allo scoppio del conflitto tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII: l’affare Saisset (1301). Primi spunti per una rilettura, dans I poteri universali e la fondazione dello Studium Urbis. Il pontefice Bonifacio VIII dalla Unam sanctam allo schiaffo di Anagni, éd. G. Minnucci, Roma 2008 (Archivio per la storia del diritto medioevale e moderno, 1), pp. 21-68 et l’article Procès des templiers, dans le Dictionnaire européen des ordres religieux militaires, dir. N. Bériou - Ph. Josserand, Paris 2009, sous presse.


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des, eux, l’ont en revanche bien compris, en choisissant de donner comme titre à leur colloque: L’età dei processi. Il faut les en remercier chaleureusement, ainsi que l’Istituto Superiore di Studi Medievali «Cecco d’Ascoli» et la ville d’Ascoli Piceno. Non seulement parce qu’ils permettent aujourd’hui, avec le soutien de l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, la publication des actes de cette stimulante rencontre mais aussi et d’abord parce qu’ils ont su en prendre l’initiative. Grâce à leur accueil, a été rendue possible une nouvelle approche de cette étrange et parfois inquiétante épidémie, à laquelle notre actualité – où la justice et la politique se croisent si souvent – nous rend peut-être aussi davantage attentifs.

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Mais y a-t-il eu vraiment “épidémie”? Ne sommes nous pas tributaires de la “révolution documentaire” qui voit, dans les mêmes décennies, se multiplier les écrits pragmatiques, les actes de la pratique, et donc les traces concrètes des procédures? D’un autre côté, le procès n’est-il pas, depuis l’Antiquité, au cœur des luttes et des enjeux politiques ou idéologiques6? Sans remonter au procès de Socrate ou à celui de Jésus, à Catilina ou aux Actes des Martyrs, il est difficile, quand on est médiéviste, d’oublier les grands rituels judiciaires du haut Moyen Âge, aux temps de Tassilon, de Louis le Pieux, du divorce de Lothaire7. Il est difficile de passer sous silence les grands plaids féodaux des XIe et XIIe siècles ou les combats de la réforme grégorienne. Et si les sources exemplaires ou hagiographiques du règne de saint Louis n’évoquent l’exercice concret de la justice par le roi que d’une façon finalement assez limitée (à Vincennes sous son chêne, ou contre le sire de Coucy8), si les sources narratives italiennes – souvent guelfes – ne rendent compte que des effets terribles et manifestement tyranniques de la justice de Frédéric II ou d’Ezzelino da Romano9, il n’en reste pas moins que, bien avant la fin du XIIIe et le début du XIVe siècle,

6 Au milieu d’une bibliographie pléthorique, voir, par exemple, Processi e politica nel mondo antico, a cura di M. Sordi, Milano 1996 (Pubblicazioni della Università Cattolica del Sacro Cuore. Scienze storiche, 62 - Contributi dell’Istituto di storia antica, 22). 7 Voyez, entre autres, le beau livre récent de M. de Jong, The Penitential State; Authority and Atonement in the Age of Louis the Pious, 814-840, Cambridge 2009. 8 Cfr. D. Barthélémy, L’affaire Enguerrand de Coucy (1259), dans Affaires, scandales et grandes causes, de Socrate à Pinochet, sous la dir. de L. Boltanski - E. Claverie - N. Offenstadt - S. Van Damme, Paris 2007, pp. 59-77 et J. Chiffoleau, Saint Louis, Frédéric II et les constructions institutionnelles du XIIIe siècle, «Médiévales», 34 (automne 1997) (Autour du Saint Louis de Jacques Le Goff), pp. 11-22. 9 Je pense notamment aux terribles livres 6 à 8 de la Vita et morte di Ezzelino da Romano, Cronaca di Rolandino da Padova, ed. F. Fiorese, Milano 2005, pp. 272-375.


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des procédures ont eu lieu, des causes ont été plaidées, des sentences ont été rendues qui participaient déjà pleinement aux luttes politiques du moment et qui nous obligent à nous demander si nous ne sommes pas un peu victimes d’un “effet de sources”, d’une illusion documentaire, le développement et la meilleure conservation des actes de la pratique nous portant alors à exagérer le rôle des procédures du début du Trecento. On sait bien toutefois que ces nouvelles pratiques documentaires sont presque toujours liées aux transformations politiques et institutionnelles, et qu’elles ont produit à partir du début du XIVe siècle – cela ne fait aucun doute – une masse énorme et nouvelle d’informations sur l’exercice de la justice et sur le déroulement des “grands procès” qui témoignent du rôle essentiel de cet exercice dans les modes de gouvernement (et que des éditions remarquables, depuis des années, nous rendent plus accessibles10). Si, mises à part les chroniques, nous gardons fort peu de traces des poursuites du temps de Louis IX, de Frédéric II ou de Charles d’Anjou, alors que des éléments de procédure beaucoup plus importants ont été conservés à la Chambre Apostolique, au Trésor des Chartes français ou dans les Archives anglaises pour les premières décennies du XIVe siècle, c’est bien sans doute qu’une attention nouvelle était alors portée à ces causes, soit qu’elles recèlent des preuves jugées utiles pour l’avenir, soit qu’elles constituent des modèles, soit surtout qu’elles paraissent désormais au cœur des pratiques du pouvoir. Comme l’a fort bien montré G. Milani dans ses travaux sur le bannissement, si dans les dernières décennies du XIIIe siècle, à Bologne, se développe un «gouvernement par les listes» et si de nombreux

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Pour ne prendre que quelques exemples récents, mêlant les affaires politiques aux procédures inquisitoriales classiques: S. Brufani, Eresia di un rebelle al tempo du Giovanni XXII: il caso di Muzio di Francesco d’Assisi, con l’edizione del processo inquistoriale, prefazione di Ovidio Capitani, Spoleto 19912; Boniface VIII en procès; articles d’accusation et dépositions des témoins (1303-1311), édition critique, introductions et notes par J. Coste, Roma 1995 (Fondazione Camillo Caetani - École française de Rome); A. Friedlander, Processus Bernardi Delitiosi: The Trial of Fr. Bernard Delicieux, 3 September-8 September 1319, «Transactions of the American Philosophical Society», 86/1 (1996); Milano 1300. I processi inquisitoriali contro le devote e i devoti di Guglielma, a cura di M. Benedetti, Milano 1999; Il Processo Avogari (Treviso, 1314-1315), a cura di G. Cagnin, con un saggio introduttivo di D. Quaglioni, Roma 1999 (Fonti per la storia della terraferma veneta, 14); J. Shatzmiller, Justice et injustice au début du XIVe siècle. L’enquête sur l’archevêque d’Aix et sa renonciation en 1318, en coll. avec F. Chartrain, Rome 1999 (Sources et documents d’histoire du Moyen Âge, 2), en attendant les éditions annoncées des procès de Guichard de Troyes, d’Hugues Géraud et de Robert d’Anjou. J. Théry, Fama, enormia. L’enquête pontificale sur les crimes de l’évêque d’Albi Bernard de Castanet (1307-1308), à paraître en 2010 dans la collection des Mémoires et documents de l’École des chartes.


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procès surgissent a posteriori pour contester l’appartenance de telle ou telle famille aux listes de la parte adverse et permettre des réintégrations dans le corps social et politique, le bando lui-même des fuoriusciti se décrète encore sans procès, par une pure et souvent violente décision politique (qui est d’ailleurs à l’œuvre aussi, très souvent mais dans des formes différentes, chez Frédéric II, Ezzelino da Romano ou Charles d’Anjou)11. Le procès participe alors évidemment des luttes de partis, construit et entretient des rapports de force, mais il ne semble pas être encore au cœur de la politique. S’il apparaît parfois déjà comme un moyen de gouvernement en pesant sur des officiers indélicats ou infidèles12, il n’est pas encore au centre de l’action politique, il ne fait souvent que la conclure, la parfaire, par un rituel, un sentence, une peine terrorisante: le procès de Jean de Manduel et de ses compagnons à Marseille, en 1263-1264, par exemple, dont l’instruction dura plus de 200 jours, n’est que l’avant-dernier acte de la prise en main forcée de la ville par Charles d’Anjou. Quatre ans plus tard, celui, beaucoup plus expéditif, de Conradin à Naples, après les batailles de Benevento et de Tagliacozzo, n’est évidemment aussi que le dernier acte de la guerre à outrance que se livraient depuis des années le Capétien et les derniers Staufen13. Les choses changent peut-être dans les années 1280, comme le montre le cas des procès – parfois très rapides mais qui ont laissé, pour certains, un fort souvenir – de trois personnages qui furent proches du prince: en

11 G. Milani, Il governo delle liste nel comune di Bologna. Premesse e genesi di un libro di proscrizione duecentesco, «Rivista Storica Italiana», 108 (1996), pp. 149-229, et surtout, Idem, L’esclusione dal comune. Conflitti e bandi politici a Bologna e in altre città italiane tra XII e XIV secolo, Roma 2003 (Nuovi studi storici, 63). 12 Pour en rester aux territoires angevins, voyez par exemple ce qu’en disent J. Dunbabin, Charles I of Anjou. Power, Kingship and State-Making in Thirteenth-Century Europe, London-New York 1998, notamment pp. 60-70. Cfr. L. Catalioto, Terre, baroni e città in Sicilia nell’età di Carlo I d’Angiò, Messina 1995, notamment pp. 41-62, 67-84. Cfr. aussi, J.-M. Martin, Les revenus de justice de la première maison d’Anjou dans le Royaume de Sicile, dans La justice temporelle dans les territoires angevins aux XIIIe et au XIVe siècles. Théories et pratiques, sous la direction de J.P. Boyer - A. Mailloux - L. Verdon, Rome 2005 [Coll. de l’École française de Rome, 354]), pp. 143-158: 153-157. Sur les procès concernant les fonctionnaires des premiers Angevins, cfr. S. Morelli, Ad extirpanda vitia: normativa regia e sistemi di controllo sul funzionariato nella prima età angioina, «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen-Âge», 109 (1997), pp. 463-475: 467-468. 13 V.-L. Bourrilly, Essai sur l’histoire politique de la commune de Marseille des origines à la victoire de Charles d’Anjou (1264), Aix 1925, pp. 70-73, 90-101. Je reprendrai ailleurs l’analyse de cette affaire, où fut invoqué le crimen maiestatis. A. Nitschke, Der Prozeß gegen Konradin, «Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung», 42 (1956), pp. 25-54.


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France, celui de Pierre de la Brosse, grand chambellan de Philippe le Hardi (1278), en Angleterre, celui de Adam de Stratton, chancelier de l’Echiquier d’Edouard Ier (1289) et en Italie, celui d’Adenolfo, comte d’Acerra, qui avait fini par servir les Angevins, mais qui était soupçonné de sympathies gibelines avant d’être accusé de sodomie (entre 1282 et 1293)14. Il ne fait pas de doute que commencent alors des séries de grandes affaires dont, à partir du début du XIVe siècle, les archives pontificales, royales, princières et parfois communales – comme à Trévise avec le procès Avogari, en 1314-131515 – gardent plus souvent la trace. A cet égard, il faut remarquer que si c’est seulement depuis la fin du XIXe siècle qu’un certain nombre de grands procès lancés par la papauté, et souvent conservés dans la série des Collectorie de l’Archivio vaticano, ont pu être connus et étudiés, notamment ces dernières années (je pense aux procès des prélats Hugues Géraud, Robert de Mauvoisin, Bernard de Castanet, Donosdeo de’ Malavolti, sans parler de Muzio di Francesco d’Assise, de certains actes complétant les procédures contre les Templiers ou des dossiers sur les actions lancées par Jean XXII contre les Gibelins italiens16), si

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Sur l’affaire Pierre de la Broce (1278), qui a fait l’objet d’un séminaire à l’EHESS en juin 2009, voir F. Collard, Recherches sur le crime de poison au Moyen Âge, «Journal des savants», janvier-juin 1992, pp. 99-114: 105 et pp. 109-110; X. Hélary, Pierre de La Broce, seigneur féodal, et le service militaire sous Philippe III. L’ost de Sauveterre (1276), ibid., juillet-décembre 2006, pp. 275-305; M.-Bouhaïk-Gironès, Qu’est-ce qu’un texte de théâtre médiéval? Reflexions autour du jeu de Pierre de la Broce (XIIIe siècle), dans Performance, Drama and Spectacle in the Medieval City (Mélanges A. Hindley), édd. C. Emerson - M. Langtin - A. Tudor, Louvain 2009, à paraître. Sur Adam de cfr. Tout - Johnstone, State Trials of the Reign of Edward I cit. pp. XXX-XXXI, et 85-91 et Brand, Edward I and the Judges cit. L’affaire du comte d’Acerra (entre 1282 et 1293), qui vient d’être étudiée par Jean Dunbabin, Treason, sodomy, and the fate of Adenolfo IV, count of Acerra, «Journal of Medieval History», 34 (2008), pp. 417-432, a fait aussi l’objet, en 2008, d’une nouvelle analyse par X. Hélary et A. Provost lors de mon séminaire parisien consacré aux grands procès politiques de la fin du Moyen Âge. 15 Il Processo Avogari cit. 16 En attendant l’édition complète du procès de Hugues Géraud, par J. Théry et E. Daflon, cfr. E. Albe, Autour de Jean XXII: Hugues Géraud, évêque de Cahors. L’affaire des poisons et des envoûtements en 1317, «Bulletin trimestriel de la Société des études littéraires, scientifiques et artistiques du Lot», 29 (1904), pp. 5-206; sur Robert de Mauvoisin, Shatzmiller, Justice et injustice cit.; sur Bernard de Castenet, J. Théry, Fama, enormia cit.; sur Donosdeo dei Malavolti, cfr. encore J. Théry, Faide nobiliaire et justice inquisitoire de la papauté à Sienne au temps des Neuf: les recollectiones d’une enquête de Benoît XII contre l’évêque Donosdeo de’ Malavolti (ASV, Collectoriae 61A et 404A), dans Als die Welt in die Akten kam. Prozeßschriftgut im europäischen Mittelalter, édd. S. Lepsius - Th. Wetzstein, Frankfurt 2008 (Rechtsprechung, 27), pp. 275-345; sur Muzio d’Assise, Brufani, Eresia di un rebelle cit.; sur le procès des templiers, voir le texte publié récemment par B. Frale, The


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c’est seulement l’érudition allemande, anglaise ou française du dernier siècle qui a permis de connaître les dossiers épais du procès lancé par Henri VII contre Robert de Naples17, d’avoir accès aux traces des condamnations pour trahison émanant de la couronne anglaise18 ou bien aux actes de l’enquête contre Guichard, l’évêque de Troyes19, l’idée que ces procès formaient de véritables séries n’est pas récente. En France et en Angleterre au moins, l’historiographie moderne des XVIIe et XVIIIe siècles l’avait déjà soutenue et elle n’avait pas hésité à intégrer ces “grandes causes” dans le récit canonique du développement de l’État princier en recopiant ou en publiant les actes les plus significatifs20. Si l’on doit lire d’une manière évidemment critique ces travaux anciens, ils confirment toutefois que nos lointains prédécesseurs avaient été sensibles, comme nous, à la succession des grands procès au début du XIVe siècle, et ils contribuent à nous convaincre que cette età dei processi mérite encore, en elle-même, toute notre attention.

Chinon chart Papal absolution to the last Templar, Master Jacques de Molay, «Journal of Medieval History», 30 (2004), pp. 109-134, qui était connu par une copie; sur les procès contre les gibelins italiens, cfr. ici même la communication de S. Parent et surtout sa thèse en cours sur Le gibelinisme en procès. Gibelinisme, rébellion et hérésie en Italie du Nord et du Centre à l’époque de la papauté d’Avignon (1ère moitié du XIVe siècle) à Université Lumière - Lyon 2 qui comporte l’édition des principaux actes du procès. 17 Cfr. l’énorme dossier réunit par J. Schwalm dans les Constitutiones et acta publica imperatorum et regum des MGH, Legum sectio IV, IV/1 et 2, Hannover-Leipzig 1906-1911, et V, ibid. 1909-1914. Sur ce procès, qui a fait l’objet d’une étude particulière lors de mon séminaire, cfr. aussi le livre de K. Pennington, The Prince and the Law (1200-1600), Sovereignty and rights in the Western legal Tradition, Berkeley-Los Angeles-Oxford 1993, pp. 165-201. 18 Tout - Johnstone, State Trials of the Reign of Edward I cit. 19 A. Rigault, Le procès de Guichard, évêque de Troyes (1308-1313), Paris 1896 (Mémoires et documents publiés par la Société de l’École des Chartes, 1) et surtout A. Provost, Domus Diaboli. Un évêque en procès au temps de Philippe le Bel, Paris 2010, à paraître. 20 Sur les copies ou les éditions modernes des grands procès politiques médiévaux, voir, pour l’Angleterre, les éditions successives de A Complete Collection of State Trials and Proceedings for High Treason and other Crimes and Misdemeanors from the earliest Period to the year 1783, with notes and other illustrations compiled by T. B. Howell, etc. in twenty volumes: I, 1163-1600, London 1816 (la première édition, en 4 volumes, est de 1719, lui succèdent au moins 5 éditions progressivement augmentées jusqu’à 11 volumes, en 1730, 1735, 1766, 1775 et 1781). Pour la France cfr. l’analyse que j’ai proposée dans Le crime de majesté, la politique et l’extraordinaire; note sur les collections érudites de procès de lèse majesté du XVIIe siècle et leurs exemples médiévaux, dans Les procès politiques (XIVe-XVIIe siècles). Actes du colloque de Rome (20-22 janvier 2003), sous la direction de Y.-M. Bercé, Rome 2007 (Collection de l’École française de Rome, 375), pp. 577-662.


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S’oppose pourtant à cet examen global l’impression d’une très grande diversité, voire d’une certaine confusion des causes et des actions judiciaires, des crimes ou des délits poursuivis, des contextes et des enjeux. L’épidémie de procédures ne fait aucun doute, mais ces procédures ellesmêmes semblent si variées qu’elles défient l’analyse. Quelles différences, par exemple, entre les grandes campagnes des inquisiteurs languedociens partant à la recherche des derniers “bons hommes” (celles de Jean Galand, de Nicolas d’Abbeville, de Geoffroy d’Ablis dans les années 1283-1309), ou l’activité du Saint Office à Bologne (entre 1291 et 1310), voire même l’action tenace de Jacques Fournier à Pamiers (entre 1318 et 1325)21 et les procès lancés par Jean XXII contre les rebelles et hérétiques gibelins, lombards ou marchesans, qui sont étudiés ici par S. Parent et F. Pirani! Ces actions judiciaires systématiques de la papauté dans les années 1320, si elles ont en commun avec le grand procès lancé dix ans plus tôt par Henri VII contre Robert d’Anjou et contre certaines villes guelfes de menacer seulement des adversaires contumaces (c’est-àdire, en fait, de n’avoir guère d’efficacité concrète et immédiate), n’ont pas grand chose à voir avec les procédures diligentées au même moment par les rois de France et d’Angleterre contre des ennemis politiques qu’ils tiennent dans leurs mains et que leurs sentences peuvent directement atteindre (même quand il s’agit de clercs: voyez le cas de Bernard Saisset, l’évêque de Pamiers, et de Walter Langton, l’évêque de Lichfield22). Philippe le Bel, toutefois, avait montré le chemin – et su comprendre l’efficacité spécifique, j’y reviendrai – d’un procès à distance, hors de la présence de l’accusé, en lançant à partir de 1303 une extraordinaire machine judiciaire contre Boniface VIII. Les officiers du roi n’eurent peut-être le pape sous leur coupe que quelques heures, à Anagni, mais la menace de le juger et

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Et dont les sources reflètent d’abord l’activité quotidienne des inquisiteurs, quasi banale, en contraste avec la pratique des «grands procès» concentrés sur quelques jours ou quelques semaines. On ne peut ici que rappeler quelques éditions majeures de sources: Le registre d’inquisition de Jacques Fournier (1318-1325), ed. J. Duvernoy, Toulouse 1965, 3 voll.; Acta S. Officii Bononie ab anno 1291 usque ad annum 1310, a cura di L. Paolini e R. Orioli, Roma 1982, 3 voll. (Fonti per la Storia d’Italia, 106); A. Palès-Gobillard, L’inquisiteur Geoffroy d’Ablis et les cathares du comté de Foix (1308-1309), Paris 1984; Le Livre des sentences de l’inquisiteur Bernard Gui, 1308-1323, éd., trad. et ann. par A. PalèsGobillard, Paris 2002, 2 voll. (Sources d’histoire médiévale publiées par l’I.R.H.T., 30). 22 Sur Saisset, voir J.-M. Vidal, Bernard Saisset (1232-1311), Toulouse - Paris 1926 et surtout l’article déjà cité de Théry, Allo scoppio del conflitto tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII cit.; sur Langton: Beardwood, The Trial of Walter Langton cit.


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l’avancée de la procédure pendant la fin du pontificat de Boniface et même après sa mort, fut une arme politique redoutable (qui pesa d’ailleurs sans doute, comme le montre J. Théry, sur l’issue du procès des templiers et sur d’autres “grandes affaires” de la même époque). Quel contraste pourtant entre d’une part l’arrestation au petit matin, le 13 octobre 1307, de tous les templiers de France suivi de leur jugement et de la fin de l’ordre et d’autre part l’impossibilité où furent en revanche Henri VII et Jean XXII de faire venir en personne, devant les juges qu’ils avaient désignés, les centaines de témoins et d’accusés, guelfes ou gibelins, qu’ils avaient solennellement cités à comparaître! De la même façon, on voit bien la parenté qui peut exister aussi entre certains procès imposés par la papauté à des prélats accusés d’excès ou de crimes, comme Robert de Mauvoisin ou Hugues Géraud, et ceux qui s’abattent sur certains serviteurs du roi de France, comme Raoul de Presle ou Enguerrand de Marigny ou sur des proches du roi d’Angleterre comme Hugh Despenser23. Mais la longueur et les voies parfois sinueuses des procédures ecclésiastiques, qui passent par toutes sortes de phases et de négociations – on le voit ici pour l’affaire de la dette des banquiers de Sienne à l’égard du pape, étudiée par G. Piccinni, mais J. Théry l’a bien analysé aussi pour le cas de l’évêque la même ville, Donosdeo de’ Malavolti, et pour celui de l’évêque d’Albi, Bernard de Castanet24 – contrastent en général avec le caractère plus expéditif des tribunaux séculiers ou les spécificités que leur imposent la monarchie féodale (comme le montre, en France, l’exemple du procès devant les pairs de Robert d’Artois25). Les “grandes affaires” abondent dans les archives du début du XIVe siècle mais il paraît souvent difficile, et parfois périlleux, de les rapprocher. Au motif que le recours au procès est à chaque fois la solution choisie, il est a priori très difficile, par exemple – et il pourrait même sembler à certains hors de propos – de rapprocher le cas des habitants de Trévise cherchant, en 1314, à démontrer par un procès la tyrannie ancienne des Tempesta et à renforcer leur régime politique et celui des Polonais, vingt-cinq plus tard, tentant,

23 D. Westerhof, Deconstructing identities on the scaffold: the execution of Hugh Despenser the Younger, 1326, «Journal of Medieval History», 33 (2007), pp. 87-106. 24 Théry, Faide nobiliaire et justice inquisitoire cit. et Idem, Fama, enormia cit. 25 D. L. Sample, The Case of Robert of Artois (1309-1337), Ann Arbor 1996 (Dissertation, The City University of New York) a donné une édition des principaux actes du procès. La maladie n’a pas permis une publication, qui devrait voir le jour grâce à E. L. Brown et A. Provost.


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avec leur roi, de faire condamner les chevaliers teutoniques devant le tribunal du pape pour mieux assurer leur frontière26… Enfin, si l’on voit bien, dans le cas de Pierre de Jean Olivi et des Spirituels, qu’une censure peut déboucher sur une criminalisation de ceux que l’on accuse de suivre l’enseignement censuré, il est clair que les condamnations et les peines corporelles qui sont infligées dans ce cas doivent moins à une fidélité aux idées condamnées qu’au refus d’obéissance que cette position manifeste, beaucoup plus fondamental quand on sait l’importance de la défense de la plenitudo potestatis par les papes d’Avignon. Mais ces censures elles-mêmes sont le plus souvent prononcées à la suite d’un procès, comme le rappelle ici J. Mietkhe pour Eckhart, c’està-dire à la suite de procédures spécifiques, où les consilia et les commissions spéciales jouent un rôle important et où la “forme procès”, pour parler vite, emprunte l’essentiel aux règles générales qui s’appliquent à toutes les “grandes affaires” du moment. La période avignonnaise en donne de multiples exemples27. Comme le montre ici aussi A. Rehberg, ce sont d’ailleurs encore des enquêtes, une procédure juridique empruntant des traits essentiels au procès civil et criminel, qui préparent la décision des rois d’Aragon et de Castille lorsqu’il leur faut choisir entre les deux prétendants au trône pontifical après le schisme de 1378.

26 Les enjeux politiques du procès de Trévise ont été bien mis en valeur par D. Quaglioni, Il processo Avogari e la dottrina medievale della tirannide, in Il Processo Avogari cit. Le cas du procès intenté par le roi de Pologne contre les chevaliers teutoniques devant le pape a été présenté à mon séminaire par S. Gouguenheim en 2007 et a fait l’objet d’un article: S. Gouguenheim, Le procès pontifical de 1339 contre l’Ordre Teutonique, «Revue historique», 647 (2008/3), pp. 567-603. 27 Sur le problème des procès-censures, cfr. J. Miethke, Eresia dotta e disciplinamento ecclesiastico. I processi contro gli errori teologici nell’epoca della scolastica, «Pensiero medievale», 1 (2003), pp. 61-96. Sur Olivi, voir le résumé commode fourni par D. Burr, L’histoire de Pierre Olivi, franciscain persécuté, Paris-Fribourg 1997 et les travaux publiés dans la revue en ligne http://oliviana.revues.org/. Au milieu d’une bibliograhie pléthorique sur les censures avignonnaises, et sans être du tout exhaustif, cfr. Th. Kaeppeli O.P., Le procès de Thomas Walleys, O.P., Études et documents, Roma 1936; A. Pelzer, Les cinquante et un articles de Guillaume Occam censurés en Avignon en 1326, «Revue d’histoire ecclésiastique», 18 (1922), pp. 240-270; J. Koch, Neue Aktenstücke zu dem gegen Wilhelm Ockham in Avignon gefhrten Prozess, «Recherches de Théologie ancienne et médiévale», VII (1935), pp. 353-380 et VIII (1936), pp. 79-93 et 168-197; C. K. Brampton, Personalities at the Process against Ockham at Avignon, 1324-26, «Franciscan Studies», 24 (1966), pp. 4-25; F.E. Kelley, Ockham: Avignon, Before and After, in From Ockham to Wyclif, édd. A. Hudson - M. Wilks (Studies in Church History: Subsidia 5 [Oxford, 1987], pp. 1-18). Sur le procès Eckhart, cfr. l’article essentiel de J. Mietkhe, Der Prozess gegen Meister Eckhart im Rahmen der spätmittelalterlichen Lehrzuchtverfahren gegen Dominikanertheologen, in Meister


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N’est-ce pas d’ailleurs le fait que toutes ces affaires, si variées en apparence, prennent justement la forme d’un procès, d’une procédure, avec une instruction, des témoignages, des exceptions et des débats, une délibération, une sentence et qu’ils s’inscrivent résolument dans la sphère judiciaire qui les rapprochent en premier lieu? Ces conflits et ces combats, qui vont de la poursuite des hérétiques à celle des ennemis politiques, de la lutte contre les “excès” des prélats à celle contre les hommes de finances, des censures intellectuelles aux choix de soutenir tel ou tel pape après la double élection de 1378, ont en effet ceci en commun qu’ils passent tous, au moins à un certain moment, par le rituel ou les formes du procès. Bien sûr, la guerre, la croisade, la diplomatie, les rapports de force purement politiques ont souvent le dernier mot, on l’a vu avec Philippe le Bel. Les officiers de Jean XXII n’hésitent pas à se débarrasser du “tyran” Frédéric de Montefeltro en le faisant sortir de son palais et tuer par une émeute populaire28. F. Pirani a raison de souligner que les successeurs de Jean XXII, notamment à l’époque d’Albornoz, choisissent aussi des moyens politiques radicalement différents de ceux du vieux pape pour tenter de contrôler l’Italie centro-settentrionale. Et J. Mietkhe remarque dans plusieurs de ses travaux la portée limitée de cette multiplication des censures et des procès contre les théologiens du XIVe siècle, dans le contexte de crise institutionnelle et religieuse profonde où ces conflits intellectuels prennent naissance et se développent. Il reste que la “forme procès” est alors sans cesse mobilisée, qu’elle est au cœur des pratiques politiques et religieuses. Qu’il s’agisse, par exemple, de faire un saint ou de condamner un hérétique, c’est toujours un procès qui en décide29. Et dans les deux

Eckhart, Lebensstationen - Redesituationen, hrsg. von Klaus Jacobi, Berlin 1998 (Quellen und Forschungen zur Geschichte des Dominikanerordens, NF, 7), p. 353-375. Sur la censure de Nicolas d’Autrecourt, entre 1340 et 1346, cfr. en dernier lieu Nicolas d’Autrécourt, Correspondance. Articles condamnés, introduction, traduction et notes de C. Grellard, Paris 2001 («Sic et Non»), et, du même C. Grellard, Croire et savoir. Les principes de la connaissance selon Nicolas d’Autrécourt, Paris 2005 (Études de philosophie médiévale). Sur les méthodes de consultation à la Curie précédant le jugement ou la décision pontificale, cfr L. Duval Arnould, Les conseils remis à Jean XXII sur le problème de la pauvreté du Christ et des Apôtres (Ms. Vat. Lat. 3740), dans Miscellanea Bibliothecae Apostolicae Vaticanae, III, Città del Vaticano 1989 (Studi e testi, 333), pp. 121-201. 28 A. Gattucci, Giovanni XXII e il ghibellinismo italiano: il processo per eresia e idolatria, e l’assassinio di Federico da Montefeltro (†1322), in Studi storici in onore di Raffaele Molinelli, Urbino 1998, pp. 143-179, cité par F. Pirani. 29 Sur l’essor des grands procès de canonisation à cette époque, on consultera évidemment la thèse d’A. Vauchez, La sainteté en Occident aux derniers siècles du Moyen Âge, Rome 19882, notamment les tableaux des pp. 82-83 et 294-300, qui mettent en évidence à


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cas – surtout dans le cas extrême où le saint se révèle être aussi un hérétique –, comment ne pas en chercher aussitôt les raisons contradictoires et les effets politiques? A cet égard, la très longue affaire Armanno Pungilupo, entre 1269 et 1301, est fort instructive. Elle se rapproche évidemment de celle des dévots et des dévotes de Guglielma et de la sœur Maifreda da Pirovano dont M. Benedetti, qui en connaît toutes les arcanes, nous rappelle ici les enjeux en décryptant la construction idéologico-juridique d’un véritable réseau de rapports hérétiques dans la Lombardie des Visconti30. Mais comment ne pas voir aussi qu’au temps de Philippe le Bel, de Boniface VIII ou de Jean XXII, procès de canonisation et procès “politiques” (contre un pape, contre des franciscains contestataires ou contre des rebelles hérétiques) marchent un peu du même pas? Il est difficile de comprendre la canonisation de saint Louis hors du “grand différend” entre le pape et le roi de France31. Et comment ne pas établir quelques liens entre la canonisation de Louis d’Anjou et la condamnation au feu de quatre franciscains spirituels, à Marseille, en 1317-1318, qui furent quasi concomitantes? Comment, dans les Marches, ne pas voir les liens existants entre la canonisation de saint Nicolas de Tolentino et les procédures contre les rebelles gibelins (ne serait-ce qu’en comparant l’origine géographique de ceux qui sont appelés à attester la fama sanctitatis de Nicolas et des gibelins cités à comparaître)32? D’une certaine façon, dans les deux cas, le

la fois le rôle des promoteurs et des postulateurs laïcs des procès et le nombre de ceux-ci à partir du 1er tiers du XIIIe siècle. Du point de vue juridique et procédural cfr. la thèse importante de Th. Wetzstein, Heilige vor Gericht. Das Kanonisationsverfahren im europäischen Spätmittelalter, Köln-Weimar-Wien 2004 (Forschungen zur kirchlichen Rechtsgeschichte