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Asmara e le altre. Fonti e rappresentazioni iconiche delle città eritree

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CLAUDIO CERRETI

Tra i fondi documentari che l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente possiede, alcuni rivestono una particolare importanza per lo studio delle strutture insediative nei territori già sotto amministrazione coloniale italiana. Questo è vero soprattutto per le città, grandi e piccole, della «colonia primigenia», nei cui confronti l’attività di gestione e di infrastrutturazione del territorio iniziò prima, durò più a lungo ed ebbe effetti più profondi e meglio inseriti nel contesto locale, al punto che in gran parte questi effetti sopravvivono tuttora, relativamente ben integrati nei processi di territorializzazione successivi al ritiro dell’Italia e poi all’indipendenza dell’Eritrea. Più e meglio della documentazione scritta, almeno per certi versi, le rappresentazioni iconiche sono strumenti di ricerca insostituibili, oggi finalmente riconosciuti a tutti gli effetti come parte dell’attrezzatura metodologica di chi si addentri nello studio dell’evoluzione storica di un territorio: e non occorre scomodare una bibliografia ormai sterminata per ricordare che un’immagine può dire molto – a saperla leggere in maniera appropriata – sulle condizioni di una regione, sulla struttura di un centro abitato, sulle forme specifiche di singoli oggetti, sui caratteri di un paesaggio e via dicendo; e che in realtà, in moltissimi casi, solo un’immagine può fornire certe informazioni, benché l’immagine sia un tipo di fonte molto peculiare, che richiede un «trattamento» differente da quello abituale per altri tipi di documenti. Due sono i fondi principali dell’IsIAO, da questo punto di vista: la raccolta cartografica, che per sua natura ha un carattere esplicitamente «tecnico-scientifico», al di là delle cautele metodologiche che il ricorso alle rappresentazioni cartografiche richiede; e la sterminata raccolta fotografica, che pure offre grandi opportunità di analisi di dettaglio, a loro volta bisognose di particolare attenzione metodologica. A queste due raccolte vanno aggiunti alcuni materiali, ugualmente interessanti, ma certamente meno organici, conservati nell’ambito delle raccolte museali: materiali che con quelli cartografici e fotografici condividono il carattere «visivo» – dipinti, disegni, stampe1.

1. IL FONDO CARTOGRAFICO La raccolta di carte geografiche attualmente in possesso dell’IsIAO ha un’origine certa e rilevante: si tratta della raccolta documentaria a suo tempo appartenuta al Servizio cartografico del Ministero dell’Africa italiana, incaricato di produrre la cartografia ufficiale, cioè di Stato, per i territori non metropolitani, nonché di «validare» le produzioni cartografiche delle amministrazioni coloniali. In entrambi i casi, la funzione «di Stato» va riferita in primo luogo alla produzione destinata a essere resa di pubblico dominio. In seguito alla soppressione del Ministero (1953), la raccolta confluì tra quelle conferite all’allora Istituto Italiano per l’Africa, così come la Biblioteca – che si fondeva con quella dell’ex Istituto coloniale italiano – e il Museo, insieme con altre raccolte dell’ICI2. Il fondo cartografico dell’IsIAO non costituisce dunque una collezione organica, ma una raccolta formata progressivamente e dapprima, per buona parte, occasionalmente legata a singole necessità di servizio. Solo in una fase successiva alla costituzione di un vero e proprio Servizio cartografico, la raccolta di carte si incrementò grazie ad acquisizioni che paiono sistematiche e a scambi con analoghi enti esteri interessati alla produzione cartografica di ambito africano, assumendo così – per certi periodi e per certe regioni africane – un’ampiezza e una coerenza di tutto rilievo. Queste particolari modalità di formazione – e, insieme, la durata relativamente breve di esistenza del Servizio cartografico come ente cartografico di Stato (formalmente, dal 1914 al 1953) – danno in qualche modo ragione della dimensione della raccolta; certamente non esaustivo della produzione cartografica africanistica coloniale, l’insieme ammonta a circa 3.000 carte («titoli»), per un totale approssimativo di 14.000 singoli «pezzi» – comprendendovi minute, bozze, stati di avanzamento e simili delle carte prodotte dal Servizio cartografico. La raccolta venne avviata nell’ambito dell’Ufficio coloniale del Ministero degli affari esteri, istituito nel 1895; ma certamente qualche documento era già stato raccolto e conservato in precedenza a cura di altri uffici. La raccolta con-


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serva, infatti, carte sensibilmente anteriori (anni 1860), che è difficile supporre fossero ancora in circolazione e soprattutto ancora utili agli scopi ministeriali quando, alla fine del secolo, venne formato l’Ufficio coloniale. D’altra parte, il Ministero degli esteri aveva avuto competenza sulla produzione cartografica coloniale fin dal 1882, cioè dalla data dell’acquisizione di Assab da parte dello Stato. L’Ufficio coloniale si trasformò nel 1902 in Direzione centrale (poi «generale») per gli affari coloniali; quest’ultima diede quindi luogo, nel 1912 (dopo l’occupazione della Libia), alla costituzione del Ministero delle colonie, portando con sé anche la componente cartografica, che nel 1914 venne organizzata in Ufficio cartografico, con funzioni di ente cartografico di Stato per i territori coloniali, dipendente dalla Direzione centrale degli affari politici. Nel 1920 l’Ufficio diventò Servizio cartografico, passando a dipendere dall’Ufficio studi e propaganda; nel 1937, infine, fu il Ministero a cambiare nome, divenendo «dell’Africa italiana», mentre il Servizio cartografico rimaneva tale fino alla soppressione del Ministero (ma, in pratica, cessando l’attività già nel 1946). Dal 1914 al 1946, dunque, il Servizio cartografico conobbe una reale continuità di azione e di organizzazione; durante questo trentennio abbondante poté procedere alla pubblicazione di un consistente numero di carte geografiche, pressoché tutte definibili come carte «derivate», cioè non rilevate topograficamente sul terreno, ma redatte sulla base di documentazione varia – a cominciare dalla cartografia rilevata, che era di competenza di strutture militari metropolitane e coloniali. L’aspetto più organico della raccolta è costituito, così, dalle carte a stampa realizzate nell’ambito del Servizio stesso – e degli uffici suoi predecessori; carte che, da quanto è stato possibile verificare, sono integralmente rappresentate nella collezione. Non sono invece presenti nella loro interezza le produzioni cartografiche realizzate in colonia da uffici vari, civili e militari; gran parte di quella produzione, del resto, non era destinata alla pubblicazione, ma solo a uso interno e spesso riservato delle amministrazioni coloniali, e non andava quindi sottoposta alla verifica del Servizio cartografico. Già queste ultime considerazioni possono inquadrare l’effettiva rilevanza del fondo cartografico, per quanto riguarda la documentazione delle attività svolte in colonia in ambito urbanistico e infrastrutturale. Gli uffici preposti in colonia a quelle attività, infatti, non avevano l’obbligo di consegnare al Servizio cartografico copia delle loro elaborazioni cartografiche; di conseguenza, una gran parte di quelle elaborazioni manca alla collezione del Servizio cartografico perché non

gli fu mai indirizzata, e andrà ricercata in altri fondi. Si è tuttavia verificato alquanto di frequente il caso di invii, «per conoscenza» o forse su esplicita richiesta del Servizio cartografico, anche di materiali cartografici attinenti alla pianificazione urbanistica in colonia o a progetti relativi a realizzazioni infrastrutturali. Si tratta, nel complesso, di una quantità non insignificante di documenti, nonostante la probabilissima incompletezza e parzialità della raccolta. Per la sola Eritrea, i documenti cartografici direttamente riferibili alle strutture insediative sono circa 180. I centri abitati documentati sono Keren, Agordat, Massawa, Asmara, Nefasit, Tessenei, Dekemhare (Decameré), Segeneiti, Mendefera (Adi Ugri), Adi Keyh (Adi Caieh), Senafé e Assab. Comprensibilmente, le città che raccolgono le quantità più consistenti di questo materiale sono Asmara (circa 70 documenti) e Massawa (circa 40), seguite a distanza da Keren e Assab (una quindicina ciascuna). I documenti consistono generalmente in planimetrie d’insieme dei piani regolatori, e poi nella documentazione grafica delle varianti ai piani stessi. In qualche caso (Assab soprattutto, e Massawa), parte delle elaborazioni riguarda settori specifici delle città (in quei casi, i porti). Va anche aggiunto, ad ogni buon conto, che per quasi tutte queste città la raccolta cartografica conserva, in altre sue sezioni, anche carte topografiche in scala abbastanza grande (1: 25.000 – nel caso della sola Assab anche scale maggiori) da consentire una lettura delle piante «urbane» prima degli interventi delle amministrazioni coloniali. Si tratta delle carte topografiche rilevate dalle truppe coloniali o dall’Istituto geografico militare nei primi anni dell’occupazione italiana dell’Eritrea (quindi, generalmente, tra 1885 e 1895), e si prestano a un confronto di massima con la cartografia urbanistica successiva. Gli interventi urbanistici, a loro volta, risalgono (per una prima, intensa fase) al primo quindicennio del Novecento, per riprendere poi, nella maggior parte dei casi, dopo il 1925. Altre carte topografiche posteriori, a loro volta, aggiornano la situazione topografica (non quella progettata, ma quella effettivamente rilevata sul terreno) negli anni successivi agli interventi urbanistici. In definitiva, la successione dei documenti cartografici in qualche misura utili nello studio delle città eritree copre il cinquantennio tra la seconda metà degli anni 1880 e la fine degli anni 1930. Il confronto, in particolare, tra la situazione quo ante e quella prevista in fase di stesura dei piani regolatori consente di affermare che non esistessero (con la sola eccezione di Massawa) insediamenti di tipo urbano prima dell’intervento

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Adi-Caièh. Schizzo della pianta dell’abitato, ca. 1:10.000, 1909 (a firma del maggiore Gianni; problematica la datazione del documento, giacché sembra constare di aggiunte manoscritte in inchiostro rosso su una base a stampa; a questa base a stampa sembrano riferirsi la data e la firma, mentre nulla è indicato riguardo alle aggiunte manoscritte). Malgrado l’elegante soluzione bicroma, dove il rosso − che apparentemente aggiorna la situazione relativa ai manufatti − appare piuttosto abbondante, è impossibile non notare quanto poco esteso fosse il centro di Adi-Caieh (Adi Keyh) e, soprattutto, quanto pochi e sparsi fossero gli edifici in muratura, a fronte delle tre vaste e compatte aree di abitazioni tradizionali (indicate con pallini circolari). Oggi il centro ha una popolazione di circa 13.000 abitanti


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italiano. Nei casi in cui è possibile, grazie alle carte topografiche successive, verificare l’effettiva realizzazione delle previsioni dei piani, si riscontra peraltro una solo generale corrispondenza tra progetto e realizzazione. L’esame, a sua volta, dei documenti di piano illumina piuttosto chiaramente le concezioni urbanistiche dei tecnici chiamati a predisporre i piani regolatori, nonché certe tendenze generali – come quella che mirava a ben separare i «quartieri indigeni» dai quartieri «europei» – compiutamente elaborate e radicate fin dal primo avvio delle operazioni urbanistiche in colonia. Ma su questi aspetti esiste ormai una bibliografia relativamente ampia cui fare ricorso3. 2. IL FONDO FOTOGRAFICO Anche la vasta raccolta di materiali fotografici attualmente posseduta dall’IsIAO ha un’origine composita e non sistematica per almeno gran parte della sua consistenza: consistenza assai rilevante, dato che si tratta nell’insieme di oltre 100.000 stampe e di circa 20.000 lastre, diapositive e negative. Il nucleo più antico fu probabilmente quello accumulato presso il Ministero degli esteri, sia pure in maniera più o meno casuale e addirittura, talvolta, a dispetto delle stesse intenzioni dei funzionari ministeriali, ben poco interessati a conservare i documenti fotografici che occasionalmente pervenivano agli uffici, e tanto meno a raccoglierne intenzionalmente. Questo nucleo risalirebbe alla fine del decennio 1880 – negli stessi anni in cui, come si è accennato, si andava formando una raccolta cartografica, e per le stesse ragioni. L’iniziale raccolta degli Esteri venne poi progressivamente incrementata, sia per donazioni successive, sia a seguito di esplicite operazioni di produzione o reperimento di documenti fotografici, quando le competenze coloniali passarono al Ministero delle colonie. Qui le fotografie vennero conservate nell’ambito del Museo coloniale, che dal Ministero delle colonie/dell’Africa italiana dipendeva; infine, nel secondo dopoguerra (dopo la soppressione del MAI nel 1953, e il conferimento dei suoi materiali scientifici all’Istituto Italiano per l’Africa nel 1956), la raccolta ministeriale si fuse con quella che autonomamente e fin dalla sua fondazione (1906) l’Istituto coloniale italiano – progenitore dell’IIA – aveva progressivamente riunito. Risulta oggi quasi impossibile individuare, nell’insieme della raccolta, le componenti originarie: quali documenti, cioè, pervennero dalle collezioni museali del Ministero, e quali dall’Istituto coloniale. Si può solo accennare al fatto

che, mentre l’Istituto fin quasi dalla sua fondazione sollecitò in qualche misura una produzione fotografica coloniale, il Ministero (e quindi il Museo) fino agli anni Trenta non avrebbe fatto altro che limitarsi a conservare quanto gli perveniva casualmente o gli veniva di volta in volta affidato, spesso per atti di donazione o per lasciti. Le diverse modalità di formazione delle due raccolte originarie appariranno, in realtà, meno distanti se si considera che anche l’ICI fu a sua volta destinatario di donazioni, come il Museo ministeriale. Quello che però va sottolineato è che l’Istituto evidenziò una più precoce e più chiara consapevolezza dell’interesse e dell’importanza della documentazione fotografica, tanto da sollecitarne presso i suoi soci e simpatizzanti la produzione e quindi la donazione in copia all’Istituto. L’intenzione dell’ICI appare, del resto, perfettamente in linea con le tendenze del momento, quando la fotografia cominciava a prendere – ad esempio anche nelle pubblicazioni a larga diffusione – un ruolo sempre più esteso e determinante. Solo per citare un paio di esempi di rilievo, sono questi gli anni (dal 1905) in cui «The National Geographic Magazine» decide di fare della fotografia, anche e soprattutto esotica, uno dei suoi pilastri; come sono gli stessi anni in cui in Italia il Touring club italiano adotta la medesima strategia comunicativa, pubblicando nella sua rivista e nei suoi volumi divulgativi un numero crescente di fotografie, intese sempre più nettamente come elementi del discorso, dell’argomentazione, e non più solo come corredi gradevoli o come illustrazioni dei testi scritti. Ad un atteggiamento simile pervenne infine anche il Ministero, ma solamente nel corso degli anni Trenta, quando si rese evidente l’efficacia del discorso fotografico − e, in genere, delle immagini − nelle pratiche di creazione e gestione del consenso. In quel periodo (specialmente dopo la ridenominazione del Ministero in Ministero dell’Africa italiana), la raccolta del Museo coloniale prese dunque a incrementarsi in maniera massiccia, grazie soprattutto al versamento obbligatorio che dei materiali fotografici furono tenuti a fare sia l’Istituto Luce, sia il Servizio fotocinematografico militare, sia le amministrazioni in colonia; ma grazie anche a una crescente attenzione nei confronti delle produzioni private, che pure nello stesso periodo si prese a raccogliere. Quali siano stati, nel dettaglio, i momenti e le occasioni in cui le collezioni ministeriali (come quelle dell’ICI) ricevettero i più consistenti apporti, non è tuttavia dato sapere con certezza, nel silenzio della documentazione archivistica finora rinvenuta in argomento. Nell’insieme delle fotografie conservate − considerando gli oltre 60 album riferiti alla regione eritrea, le raccolte

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Carta di Assab per V. S., 1:4.000, disegno manoscritto e acquarellato, senza data né altre indicazioni. Sull’autore di questo elegante disegno (presumibilmente un militare con una buona pratica di disegno topografico) non sembra possibile ipotizzare nulla. La carta risale almeno al 1882, dato che riporta con evidenza il monumento a Giuseppe Giulietti, innalzato in quell’anno; ma non è probabilmente neppure molto posteriore a quella stessa data. In ogni caso, si tratta di una delle prime rappresentazioni dell’abitato di Buia dopo la sua acquisizione da parte dello Stato italiano. La base era generalmente nota, in Italia, con il nome di Assab, benché il villaggio dancalo di Assab – come la carta mostra – sia più a nord e, inadatto alla funzione portuale, sia stato trascurato dai primi interventi «urbanistici» italiani. Questi, del resto, per un lungo periodo furono assai modesti


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organiche e il fondo miscellaneo − alcune decine di migliaia riguardano l’Eritrea. Le più antiche, fra quelle datate o databili, risalgono al decennio 1880, facendosi relativamente numerose a partire dalla seconda metà del decennio stesso; le più recenti alla seconda metà del decennio 1940. Nel complesso, un numero molto elevato rappresenta città o parti di città, con una relativa prevalenza per i centri maggiori: Massawa, Asmara e Keren. Numerose sono le fotografie panoramiche, non di rado prese dall’alto di rilievi o addirittura dall’aereo − e queste si rivelano particolarmente preziose, almeno in molti casi, nel testimoniare la «forma urbana» assunta dai centri abitati o lo stato delle infrastrutture viarie. Più numerose ancora, tuttavia, sono le riprese di singoli edifici o in cui occasionalmente rientrano singoli edifici o parti di città, assolutamente preziose per documentare i dettagli costruttivi o decorativi di molti fabbricati. In alcune parti della raccolta, facilmente individuabili grazie all’ordinamento cui essa è stata recentemente informata, sono poi riunite fotografie intenzionalmente riferite a documentare l’esecuzione di opere pubbliche, alquanto spesso di ambito urbano (edifici di governo, scuole, mercati e via dicendo). Va infine sottolineato, per quanto possa sembrare ovvio, che molte immagini si riferiscono a insediamenti «indigeni» e a loro dettagli, o a costruzioni tradizionali all’interno di insediamenti profondamente ristrutturati dall’intervento urbanistico italiano; la raccolta delle fotografie di soggetto urbano-insediativo, quindi, documenta non solo le realizzazioni architettoniche e urbanistiche moderne di stampo coloniale, ma anche la persistenza dell’edilizia tradizionale, per quanto il più sovente questa appaia, nei «discorsi per immagini» che in qualche misura è possibile ancora ricostruire, alquanto marginalizzata (come del resto risultava, anche nei fatti, sotto il profilo geo-topografico) e considerata dai fotografi piuttosto con un’attitudine folcloristica che documentaria. Il limite forse più consistente dell’insieme della raccolta è che in un gran numero di casi le didascalie delle immagini sono ab origine mancanti oppure solo molto approssimative, il che chiaramente rende problematica l’identificazione dei soggetti delle fotografie stesse. Altrettanto grave e frequente è l’assenza di una datazione precisa delle riprese fotografiche. Malgrado queste difficoltà, è evidente che un esame dettagliato delle fotografie conservate può rivelare una quantità di informazioni non altrimenti reperibili in una qualsiasi forma.

3. LE RACCOLTE D’ARTE La storia delle raccolte, a carattere artistico, di dipinti, stampe e disegni, è molto più semplice di quella delle raccolte cartografica e fotografica: tutto il materiale di natura artistica attualmente posseduto dall’IsIAO proviene, infatti, dal più volte ricordato Museo coloniale4. Questo venne istituito nel 1923 e inaugurato e aperto al pubblico nella sede del Ministero degli esteri, dove era ospitato anche l’Istituto coloniale italiano; nel 1929 al Museo romano venne unita la raccolta museale già di proprietà della sezione napoletana della Società africana d’Italia. Il nucleo originario del Museo coloniale consisteva nel materiale, prevalentemente merceologico, riunito ed esposto in occasione della Mostra marinara allestita a Genova nel 1914; per qualche tempo, anche il nuovo Museo coloniale ebbe, quindi, una caratterizzazione apertamente merceologica e dunque soprattutto didattica e propagandistica. Solo dopo la proclamazione dell’impero, al Museo (cui era stata assegnata nel 1933 una nuova sede: quella attuale dell’IsIAO, al margine settentrionale della Villa Borghese) vennero affidati più estesi compiti e insieme la nuova denominazione di «Museo dell’Africa italiana». In quanto tale, tuttavia, l’istituzione non ebbe vita particolarmente florida, rimanendo a lungo e a più riprese chiuso per riorganizzazioni interne delle raccolte, quindi per le vicende belliche e postbelliche, fino alla riapertura al pubblico nel 1947. Anche il Museo, come le altre strutture a contenuto culturale di oggetto coloniale, venne poi affidato all’Istituto Italiano per l’Africa, dopo lo scioglimento del Ministero dell’Africa italiana. Assunto il nome di Museo africano, fu regolarmente visitabile e visitato fino al 1972, anno della definitiva chiusura. Lo smantellamento conclusivo delle esposizioni del Museo fu peraltro realizzato solo verso la metà degli anni Ottanta. Diversamente da quanto si è verificato per le altre raccolte, per quelle artistiche ed etnografiche del Museo si sono conservati alcuni inventari, aggiornati in tempi successivi, che consentono in qualche misura una valutazione dell’accrescimento delle collezioni; ma, come per le altre raccolte, la documentazione non permette anche di ricostruire nel dettaglio e con l’auspicata precisione una vera e propria storia delle acquisizioni. Nel corso della sua esistenza, il Museo coloniale ebbe modo di ricevere piuttosto spesso donazioni di opere, sia da parte dei rispettivi autori sia da parte di collezionisti; ma, soprattutto, poté realizzare acquisti, anche se non molto

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cospicui, generalmente in occasione dell’allestimento di mostre d’arte o di esposizioni coloniali in cui fossero presenti anche sezioni figurative, come era spesso il caso. Si andò così incrementando una specifica sezione artistica, inizialmente del tutto trascurata nelle collezioni museali. Il periodo di maggiore attività, da questo punto di vista, fu quello tra la ridenominazione in Museo dell’Africa italiana e la guerra: quando, evidentemente, si tentò di dotare il Museo di un patrimonio che fosse all’altezza del nuovo ruolo − sebbene anche in questa fase le risorse effettivamente messe a disposizione non si rivelassero affatto adeguate. Una ripresa degli acquisti e delle donazioni si ebbe, nel dopoguerra, fino alla metà degli anni Sessanta. Un’importante fonte di acquisizioni fu poi, secondo ogni verosimiglianza, costituita dalle opere cedute da artisti di cui il Museo ospitò mostre temporanee: almeno a partire dal 1924, infatti, il Museo coloniale ebbe modo di allestire con una certa frequenza esposizioni di argomento coloniale, almeno in parte originate da veri e propri programmi di promozione, avviati su iniziativa ministeriale, della conoscenza e della rappresentazione artistica delle colonie. A fronte delle acquisizioni, è poi possibile registrare e in qualche misura documentare anche un consistente numero di dispersioni e perdite, più o meno occasionali, che hanno alquanto depauperato le raccolte artistiche di soggetto africano oggi dell’IsIAO. Malgrado queste dispersioni, il patrimonio artistico residuo è importante per consistenza e piuttosto rilevante per qualità. Vi si annoverano dipinti, sculture, incisioni, disegni, bozzetti di un gran numero di autori, alcuni dei quali noti e stimati per l’insieme della loro produzione, altri dediti esclusivamente o quasi alla rappresentazione di soggetti coloniali − e, spesso, noti praticamente solo per i materiali conservati presso l’IsIAO.

Note 1 I dati e le informazioni che seguono nel testo sono ricavati per l’essenziale dai cataloghi rispettivamente approntati per la descrizione di questi materiali: per la raccolta cartografica, C. CERRETI, La raccolta cartografica dell’Istituto Italo-Africano. Presentazione del fondo e guida alla consultazione, Roma, IIA, 1987; per la raccolta fotografica, S. PALMA, L’Africa nella collezione fotografica dell’IsIAO. Il fondo Eritrea-Etiopia, Roma, IsIAO, 2005; per gli altri materiali, soprattutto Dipinti, sculture e grafica delle collezioni del Museo africano. Catalogo generale, a cura di M. MARGOZZI, Roma, IsIAO, 2005. A questi si rimanda, dunque, e ai rispettivi corredi bibliografici, per eventuali approfondimenti. 2 Le trasformazioni vissute nel tempo dal ramo «africano» dell’attuale IsIAO sono state ripercorse in più occasioni: qui si segnala la raccolta di saggi di C. GHEZZI, Colonie, coloniali. Storie di donne, uomini e istituti fra Italia e Africa, Roma, IsIAO, 2003. Qui e nel seguito, si farà riferimento all’ICI con la denominazione originaria, senza tenere conto del fatto che, nel 1928, venne ribattezzato «Istituto coloniale fascista» e nel 1936 «Istituto fascista dell’Africa italiana», per riprendere nel 19451946 la primitiva denominazione. 3 Un esame molto più dettagliato e tecnicamente appropriato è infatti contenuto nei lavori, di studiosi di storia dell’architettura e dell’urbanistica, che si sono moltiplicati soprattutto a partire dalla mostra Architettura italiana d’oltremare 1870-1940, allestita a Bologna nel 1993 a cura di G. GRESLERI – P.G. MASSARETTI – S. ZAGNONI, ai quali si deve anche la realizzazione dell’omonimo catalogo (Venezia, Marsilio, 1993). 4 Sul Museo si rimanda in primo luogo ad A. CARDELLI ANTINORI, Il Museo africano. Ipotesi per un museo storico-coloniale, in Viaggio in Africa. Dipinti e sculture delle collezioni del Museo africano, a cura di M. MARGOZZI, Sambuceto

(CH), Litografia Brandolini, 2001 (catalogo dell’esposizione), pp. 1821; questa seconda edizione del catalogo venne approntata in occasione del riallestimento all’Aquila (Castello Cinquecentesco, 19.XII.200117.II.2002) della mostra tenuta a Roma nel 1999 (il cui catalogo porta lo stesso titolo). Precedente e di intento più sistematico è l’intervento di E. CASTELLI, Dal collezionismo etnografico al museo di propaganda. La parabola del museo coloniale in Italia, in L’Africa in vetrina. Storie di musei e di esposizioni coloniali in Italia, a cura di N. LABANCA, Treviso, Pagus Edizioni, 1992, pp. 107-121; più in generale, l’intero volume curato da Labanca raccoglie dati e notizie rilevanti sul collezionismo di ambito coloniale.

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