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Cover MONICA BOTTIGLIERI Politics PRODI A ISCHIA Event GLOBAL FILM & MUSIC FEST Fashion CHLOE HOOTON ELENA NEMIRICH Art GIOVANNI DE ANGELIS Story VITTORIA E MICHELANGELO IN LOVE anno 7 - N째30 estate 2011 www.ischiacity.it euro 4,50


- D I R E C T O R

cover monicabottiglieri photo&ad riccardosepevisconti dress lacapresepiù shoes judith jewelry bottiglierigioielli hair peppecirino make up nancytortora

30 Non so se per voyeurismo, inerzia alla lettura o semplice accidente, fatto sta che in parecchi hanno letto il mio precedente editoriale e non pochi fra loro mi hanno detto di averlo apprezzato ed essersi perfino commossi. Cosa scrissi? Parlai della morte di mia madre il giorno che io nacqui e di come, da allora, l’isola d’Ischia divenne il mio rifugio. Scrissi quell’editoriale perché sentivo il bisogno (inconscio, chissà?…) di spiegare in pubblico le ragioni che mi legano all’isola; avevo questa necessità probabilmente perché desideravo “giustificare” la mia nomina ad assessore alla cultura ed al turismo a Casamicciola Terme. Molti, infatti, si sono chiesti perché proprio a me sia toccato questo bel compito, ed io ho risposto: forse hanno scelto me perché sanno che amo Ischia. Adesso, dopo aver raccontato cosa mi lega ad Ischia, desidero approfittare dello spazio riservato all’editoriale per spiegare perché faccio Ischiacity. Ma per farlo, abbiate pazienza, dovrò, anche questa volta, cominciare da una storia accaduta moti anni fa… Come ho già scritto, sono praticamente nato orfano di madre (mio padre morirà, invece, al compimento dei miei 18 anni) e quindi sono stato allevato da un coacervo di zie (le sorelle di mio padre). Queste si dividevano in due gruppi: coloro che stravedevano per me e quelle che non mi perdonavano di essere stato la causa della morte di mia madre (morì partorendomi). Cosicché nell’educarmi si alternavano gesti affettuosissimi, al limite della sdolcinata melensaggine (una di loro mi chiamava “Zuzù blu” (capite?!... Zuzù blu!!!), ad improvvise e sproporzionate sfuriate il cui solo scopo era “riequilibrare” le ingiustizie che la mia nascita aveva prodotto. Mio padre, che per i primi dieci anni della mia vita fu silenziosissimo, perennemente impegnato nel lavoro, sempre vestito a lutto (poi, in seguito, cambierà - e molto! - ma questo lo racconterò in un altro editoriale) e soprattutto distante, incarnò una figura grave e dissenziente che mi osservava crescere da lontano. Tutto ciò, inevitabilmente, produsse in me non poco disagio, ed il disorientamento si riverberò sul rendimento scolastico. All’epoca dei fatti, frequentavo la quarta elementare ed avevo una bellissima maestra - Anita Piccinni Numeroso - molto colta e capace di insegnare. In una classe di 40 allievi ero l’unico a chiamarla “Signora” e non Maestra, dal mio tono di voce s’intuiva che la “S” era maiuscola: stravedevo per lei e la rispettavo davvero molto. La Signora un giorno ci assegnò un tema che svolsi, per la prima volta, con un tale impegno, da vedermi assegnato un 10! Pensate, ebbi un 10 quando di solito non riuscivo mai a raggiungere più di 7! Il sette a quei tempi si dava solo ai ragazzini più incapaci di un mulo! Insomma, presi 10 e ne fui molto fiero, tornai a casa e affrontai mio padre: “Babbo, Babbo, ho preso 10!” Ma egli, invece di congratularsi (come avrebbe fatto qualsiasi altro genitore), mi disse: “Certo, hai preso 10. Ma non è 11!”. Al che, incredulo, risposi: “Babbo, ma 11 non esiste!”, e lui: “Se vuoi, puoi ottenere 11, 10 non basta!”. Tornai a scuola e supplicai la Signora di darmi 11 ma, naturalmente, non ci fu verso, ella replicò che era impossibile. Dopo qualche giorno, mi fu assegnato un nuovo

compito, lo svolsi bene e questa volta ebbi 10+. Un delirio di gioia! Rincasando, riferii a mio padre, ma lui imperterrito ritornò sulla storia dell’ “11”: “Sì, è vero, hai preso 10+, ma non è 11!”. Mortificatissimo, l’indomani, con il volto rigato di lacrime pregai la Signora di sforzarsi un po’ ed “estendere” quel 10 a 11… Ma anche questa volta non volle ascoltare ragioni: “11 non esiste!”. Trascorse dell’altro tempo e, come in una sfida contro l’assurdo, mi superai e presi ad un successivo compito 10 e lode. La storia in famiglia si ripeté identica: mio padre, severo e cinico, sentenziò: 10 e lode non è 11 (bella forza!!!). Allora, il mattino successivo affrontai risolutamente la Signora, mi misi in piedi vicino alla cattedra e (facendomi deridere da tutti i miei compagni) cominciai a ripetere instancabilmente che volevo 11, volevo 11, volevo 11… La Signora mi osservò incredula, si arrabbiò moltissimo della mia incontenibile testardaggine, mi intimò più volte di tornare a sedere dietro il banco, infine prese il mio tema, impugnò una penna rossa e, con un gesto quasi rabbioso, barrò la facciata del componimento con un tratto netto, facendo una doppia X proprio dove era segnato il voto “10 e lode”. A quel punto, credevo che mi avrebbe appioppato uno zero spaccato, invece scrisse sul frontespizio del compito un enorme 11… e lo firmò! Mi diede 11, Mi diede 11! Mi diede 11, 11, 11, 11, 11!!! Ridevo e piangevo, sapevo di avere compiuto un’azione incredibile: avevo avuto un punteggio che non esisteva. Ero andato oltre ciò che riuscivano a prender gli “altri”, i “normali”! Il mio era un voto unico, unico al Mondo! Quando lo mostrai a casa mio padre impazzì: ricordò che mi disse “Chiedimi quello che vuoi, te lo compro!”. Ma quel giorno, dopo un evento tanto eccezionale, sentivo il bisogno di normalità e quindi - poiché era il periodo di Pasqua - invece di chiedergli in dono un jet privato con rifiniture in oro massiccio, optai (e in seguito non me lo sono mai più perdonato) per una ben più sobria tazza da latte di porcellana, sormontata da un grandissimo uovo di cioccolata. Questa è la mia storia dell’11: raggiunsi un voto che non esisteva! A 40 anni da quel mitico episodio, capisco che lo spirito che mi anima nel fare Ischiacity è lo stesso: rincorro un voto che non esiste. Inseguo una forma perfetta, un’armonia, un’eccellenza alla quale nessun altro aspira. Allora era l’11, oggi è il mio magazine. Se Anita Piccinni Numeroso, la Signora che mi insegnò a scrivere, potesse leggere questo racconto, magari sorriderebbe ricordandone la storia e poi si compiacerebbe sfogliando le pagine che, proprio grazie a lei, ho imparato a comporre.

riccardosepevisconti

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>POLITICS 16 Prodi a Ischia

>COVER 47 Monica Bottiglieri

>FASHION 27 Elena Nemirich 60 Chloe Hooton

>ART 40 Giovanni De Angelis 53 Arte Under 18

>PLEASURE 26 Corte degli Aragonesi

>MUSIC 44 Gli eroi di Capossela

>AMARCORD 36 L’arte dell’acchiappanza

>HISTORY 73 Il relitto della Provvidenza

>NATURE 82 Racconti dal mare 84 La Baia della Pelara

>STORY 80 Vittoria e Michelangelo in love

>PEOPLE 90 L’amico di Ischia

>WINE 92 Cantina Colella

FASHION

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POLITICS

EVENT

ART

COVER

Il mio Maestro Delfini Global Fest Premio Ischia di Giornalismo La festa di Sant’Anna

AMARCORD

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>EVENT 12 23 68 70

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- SUMMARY

credits

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editorinchief creativedirector

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riccardosepevisconti executivedirector silviabuchner artdirectorstyle umbertoarcamone graficdesign marcellaregine

elenanemirich monicabottiglieri

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makeupartist nancytortora alessandrascotti hairdresser peppecirino cristiansirabella editore officinaischitana delleartigrafiche s.r.l. via A. De Luca, 52 80077 ischia - italy redazione@ischiacity.it www.ischiacity.it retefissa +39.081.5074161 retemobile 347.6197874 direttoreresponsabile riccardosepevisconti

N°30, anno 2011 registrazione tribunale di napoli, n°5 del 5 febbraio 2005 stampa tipografia tipolito epomeo, via torrione, 40 forio


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- E V E N T

IL MIO MAESTRO Text: Riccardo Sepe Visconti Photo: Ischiacity


Non c’è nulla da fare: o l’idea ce l’hai o non ce l’hai. E se non hai idee, puoi fingere quanto vuoi, ma resterai sempre una persona priva di idee, costretta ad una vita gregaria o, peggio ancora, da imitatore. E’ questa, tra le molte, una delle lezioni che ci ha impartito anche quest’anno - e per fortuna! - Pascal Vicedomini. Il Global Film & Music Fest è un format il cui epicentro è permanentemente scosso dalla potenza eruttiva del vulcano Pascal, forse l’ultimo dei grandi anfitrioni, sicuramente il primo degli “one man show”, un uomo capace di magnetizzare intorno ad un progetto il gotha dello star system. E, se ce ne fosse ancora bisogno, quest’anno Pascal ha davvero dimostrato il suo autentico valore: scioccamente e

immotivatamente deprivato degli aiuti delle pubbliche Amministrazioni, in testa la regione Campania e, via via a seguire, Provincia e Municipalità assortite (con l’eccezione del piccolo comune di Casamicciola Terme), ha ugualmente (anzi, ‘dis-egualmente’, perché quest’anno s’è superato!) messo in piedi un ricchissimo programma di manifestazioni, feste, attività culturali, forum, interviste, la cui diffusione è planetaria, da far invidia ai blasonatissimi festival del cinema di Cannes, Venezia, Berlino e Roma. Pascal ha dimostrato che il connubio professionalità-energia-caparbietà-umiltà (quella vera, e cioè di chi lavora a testa bassa e con i piedi piantati per terra) e, soprattutto, capacità di avere una “visione” che permette di vede-


re appunto (e realizzare) un trionfo dove, invece, tutti gli altri percepiscono solo difficoltà, ostacoli, durezza del lavoro, rischi personali, etc. Ecco, Pascal ci ha lasciati tutti di stucco: la Regione, complice una certa sciatteria delle Amministrazioni locali, ha negato i (dovuti ed opportuni) contributi alla manifestazione? Bene, Pascal si è rimboccato le maniche ed ha lavorato ancor più duramente. Il risultato? Ve lo presento, signori: questa è la lista (approssimata per difetto) delle tantissime celebrità che in pochi giorni si sono accalcate ad Ischia per prendere parte al Global Film & Music Festival 2011. Trudie Styler, Sting, Coco Sumner, Ettore Scola, Melissa Leo, Gerard Butler, Christoph Waltz, Mario


Martone, Paul Haggis, Tom Hooper, Dante Ferretti, Francesca Schiavo, Forest Whitaker, Violante Placido, Lino Capolicchio, Cristiana Capotondi, Carolina Crescentini, Luigi Abete, Karolina Kurkova, Archie Drury, Lucilla Sola, Lina Wertmuller, Michael Radford, Anthony Mackie, Aurelio De Laurentiis, Remo Girone, Victoria Zinny, Nazanin Boniadi, Susanna Smit, Gemma Arterton, Antonio Cupo, Tiago Alves, Eli Roth, Kelly Brook, Eliana Miglio, Gedeon Burkhard, Mimmo Calopresti, Yari Gugliucci, Massimo Ghini, Renato Balestra, Maurizio Totti, Kenny Ortega, Avi Lerner, Paula Wagner, Marc Canton, Alison Owen, Neil Portnow, Sal Da Vinci, Toni Esposito, Raiz, Andrea Mingardi, Pietra Montecorvino, Gino Paoli, Edoardo Bennato, Kid Creole & the Coconuts, Lucio Dalla, Gennaro Cosmo Parlato, Fausto Mesolella, Lucariello, M’Barka Ben Taleb, Enrico Lucherini, Marina Cicogna, Lady Victoria Hervy, Valerio Massimo Manfredi, Andrea Purgatori, Augusto Minzolini, Rula Jebreal, Sebastiano Somma, Maurizio Maddaloni, Cary Joji Fukunaga, Franco Nero, Daniel McVicar.


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- P O L I T I C S

PRODI A ISCHIA Photo: Ischiacity e Archivio Iacono

LE RADICI DI UNA VERA AMICIZIA Text: Franco Iacono Era il novembre del 1960. Arrivai al Collegio Augustinianum della Università Cattolica “forte” di una borsa di studio, che copriva 2/3 della retta mensile. Lì trovai la “calda” accoglienza degli Anziani con tutti i “riti” dei cosiddetti “Ludi”, di cui coloro che frequentavano il quarto anno, pomposamente definiti “divini”, erano i protagonisti, fregiati di cariche autorevoli: pontefice, tribuno, questore, presidente del tribunale. Noi, da povere matricole, eravamo davvero soggiogatI da quella particolarissima accoglienza e da quella ritualità consolidata: in quel clima nacque il mio rapporto con Romano Prodi, con Tiziano Treu,

con Raffaele Cananzi e con altri del quarto anno, che, caso raro davvero, data la differenza di età e di “ruoli”, si è consolidato nel tempo. Un rapporto cementato da reciproca simpatia, ma anche dalla comune educazione ricevuta nel Collegio, di cui ad un imperativo categorico: spendere bene i “talenti” ricevuti, all’insegna di valori irrinunciabili come la difesa dei diritti dei più deboli, per contribuire a “costruire” una società di eguali. La vita ha riservato a molti di quella generazione, forse proprio in virtù di quella educazione, di essere classe dirigente - in tutti i campi - del nostro Paese. Un rapporto, quindi, che nasce e si consolida, a prescindere dal percorso politico che alcuni di noi hanno avuto modo di sperimentare. Certo, è stato anche emozionante incrociare, da Parlamentare Europeo, Romano Prodi, allora Presidente dell’IRI, a Bruxelles in audizione proprio in quella massima Istituzione Comunitaria. Così come

fu anche produttivo incontrarlo da Assessore regionale ai Trasporti, a Villa Campolieto, dove sempre come Presidente dell’IRI, aveva voluto insediare la Scuola di alto management, STOÀ, ponendovi alla Presidenza Tiziano Treu. In quella occasione chiese anche a me di fare qualcosa e fu quella la molla che mi spinse a ripristinare l’antico approdo della “Favorita”, sempre ad Ercolano, per consentire ai ragazzi di raggiungere quei luoghi prestigiosi via mare. Con Tiziano Treu e con Raffele Cananzi ci sono state anche occasioni di “incrocio” nel campo della politica e delle istituzioni, ma quello che più ha retto con questi amici, e con altri, è stato il rapporto umano, la costante, reciproca, presenza nella vita nostra ed in quella delle nostre famiglie. Anche qui qualche notazione: quando ho avuto problemi seri di salute, una delle prime telefonate è stata quella di Romano Prodi che, a guarigione avvenuta, volle venirmi a trovare insieme alla moglie Flavia, nel 2003. In quel tempo era Presidente della Commissione Europea, la più importante carica alla quale un cittadino d’Europa possa aspirare, e si accingeva a tornare in campo in Italia, per conseguire ancora una vittoria, ancorché sofferta, alle elezioni del 2006. Ancora: quando al Senato, Presidente Franco Marini, volli donare le lettere di Pietro Nenni in originale, mi fece la sorpresa, davvero gradita quanto inaspettata, di partecipare, allora era Presidente del Consiglio, alla “cerimonia” molto particolare di quella donazione. Tutti segni, quelli ricordati, di un rapporto umano intenso, che è alla base della scelta di Romano e degli altri amici di venire qui ad Ischia a festeggiare i 50 anni della loro laurea. Devo dire, e questo vale anche per gli altri amici di


ROMANO PRODI O DELL’ETICA PUBBLICA Text: Franco Borgogna

quella generazione, che ogni volta che ci incontriamo sembra che non siamo mai stati lontani, perché il discorso è subito immediato, proprio nel segno di quel patrimonio comune, davvero incancellabile. Le giornate di Ischia sono state intense ed emozionanti. Per me è stato bello “vederli” nella loro intimità e ritrovarsi, come non si fossero mai lasciati. Per me e per la mia famiglia è stata veramente una grande gioia organizzare per loro la festa del “giubileo” con Anna, mia moglie, che ha preparato un gigantesco “50” di …mandorlato. Ho voluto, con il pieno accordo di Romano Prodi, che ci fosse anche una sua pubblica conversazione, perché a me è sempre piaciuto “socializzare” le mie amicizie, che sono segno anche del percorso della mia vita. Quella vissuta nel vicolo prospiciente l’Antica Libreria Mattera è stata una serata davvero particolare: si è volato alto con Romano Prodi che, per tanti, anche dei presenti, rappresenta ancora una speranza in questo tempo davvero oscuro. Di certo so che tra tre anni Romano Prodi, con tanti altri amici di una bella generazione cresciuta agli inizi degli anni Sessanta sui banchi della Cattolica e nel Collegio Augustinianum, sarà ancora qui da noi a festeggiare i 50 anni della mia laurea. Naturalmente, se saremo ancora su questa terra. In un tempo in cui i valori sono andati in “disuso” per far posto al “mercato”, che ha invaso anche i rapporti interpersonali, è proprio bello ed importante, vivere e condividere un sentimento alto come l’amicizia con persone che mai hanno “tradito” o dubitato. Da oltre 50 anni: una vita, ricca e ben vissuta, anche grazie a rapporti di alti valori come quello con Romano Prodi e con le amiche e gli amici della Cattolica e del Collegio Augustinianum.

Quando Franco Iacono mi chiamò a telefono per invitarmi all’incontro con Prodi a Forio, ero purtroppo nell’isola greca di Karpathos. Ma è come se fossi stato presente, con lo spirito. E’ come se avessi seguito il Professore una delle tante volte che è intervenuto nella Chiesa sconsacrata dell’Alma Mater di Bologna, mentre si confrontava con economisti, studiosi, professori delle più prestigiose Università europee e del mondo. E’ come se avessi letto una delle analisi economiche di Nomisma (sua creatura) o un saggio per il Mulino, gloriosa casa editrice bolognese, che Prodi contribuisce ad animare. Certo, qualcuno non ha apprezzato il suo intervento a Forio, di respiro internazionale. Qualcuno dice di essersi annoiato e, addirittura, di meravigliarsi che un uomo così compassato, così poco accattivante, così poco spettacolare, possa essere stato Presidente del Consiglio dal 1996 al 1998 e dal 2006 al 2008. Qualcuno si meraviglia che un uomo così sia stato Presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004 e che oggi sia Presidente del Gruppo di lavoro ONU-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping. Quelli che si meravigliano, probabilmente, sono gli stessi che, nel recente passato, lo hanno apostrofato come “ mortadella”, ignorando i caratteri positivi dell’emilianità; sono quegli stessi che lo hanno bestemmiato per averci traghettato nell’Europa dell’euro, dimenticando che - diversamente - avremmo preceduto le sorti di Grecia e Portogallo. Non ero presente a Forio, ma è come se lo fossi stato. Non l’ho visto pedalare con Paolino Buono, nel giro dell’isola, ma lo incontro normalmente per le strade di Bologna, in sella, vestito da perfetto ciclista e con muscolatura tonica, confuso tra le decine di ciclisti della domenica bolognese. E quando lo incontri, è come se incontrassi Angela Merkel, tranquillamente a passeggio per le stradine di Sant’Angelo o il premier britannico Cameron in fila per il volo low-cost. E’ di quella pasta di politici che fanno della moderazione, del rigore, dell’etica pubblica, il loro vessillo. Il contrario della volgarità, della spettacolarizzazione, della pacchiana commercializzazione della cosa pubblica. Ho poi chiesto ad amici, ho letto quanto c’era da leggere sulla serata prodiana, avendone la conferma che il Professore non aveva tradito, non si è lasciato andare all’emozione di un incontro voluto da un amico della Cattolica, Franco Iacono, in un suggestivo vicoletto di paese. Avrebbe potuto indulgere alla retorica, alla mozione degli affetti, avrebbe potuto

pigiare il tasto sensibile di un Mezzogiorno di fuoco (stretto tra la ‘monnezza’ e la criminalità politicocamorristica). Ha invece tenuto fede al cliché di uomo di Stato, anzi di statista europeo che guarda ai nuovi mondi. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto, di visitare Cina, Egitto, Turchia e ne ho constatato l’ansia di crescita, la velocità di sviluppo che - come ogni velocità - genera una serie di contraddizioni. Conosco gran parte dell’Europa e so, anche grazie alle analisi e alle osservazioni del Professore, che la “sonnacchiosa” Europa ha bisogno di una “ scossa” di vitalità, di una ritrovata energia intellettuale e morale, di un ritrovato senso di solidarietà tra i popoli e i diversi livelli sociali dei cittadini, se vuole marciare al pari dei “nuovi mondi”. Altro che egoismi nazionali, altro che separatismi regionali, altro che chiusure nella propria casta categoriale. Quelli che si meravigliano, forse si meravigliano anche dell’amicizia tra lui e il nostro concittadino Franco Iacono, eppure il Professore viene anch’egli da una famiglia contadina (anche se il suo papà era ingegnere) e numerosa (nove tra fratelli e sorelle). Un uomo dalla vita normale, ma dalle qualità intellettuali e morali eccezionali. Erano i primi anni ‘60 quando Franco Iacono e Romano Prodi si laureavano all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e già nel 1963 Prodi era assistente universitario di Beniamino Andreatta, alla cattedra di Economia politica della Facoltà di Scienze Politiche a Bologna. Ma ha insegnato anche alla Hopkins, università americana a Bologna, ha insegnato anche ad Harward. Tra le tante sue specializzazioni Romano Prodi è esperto di “ Distretti industriali” e saprebbe - ad esempio - creare un distretto turistico-industriale delle isole napoletane. La sua acuta intelligenza analitica ha subito evidenziato come esista un gap tra la bellezza dell’isola d’Ischia, le sue potenzialità (a partire dalla risorsa termale) e i risultati che ne trae. Ad avviso di Romano Prodi, Ischia merita di più, a patto di muoversi con lo stesso rigore etico, con lo stesso amore per il bene comune e con la stessa ansia di solidarietà che egli ha applicato ed applica alla sua condotta politica ed accademica. No, non è stata inutile la presenza di Prodi ad Ischia: è stata una grande lezione di civismo e gli amministratori locali (attuali o futuri) farebbero bene ad ispirarvisi.

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Nella foto della pag. accanto in basso, da sin.: Ugo Tori, Antonio Liserre, Tiziano Treu, Raffaele Cananzi, Romano Prodi, Mario Romano, Sandro Conzatti,Roberto Pattis e Franco Iacono durante la festa dei 50 anni della laurea in Giurisprudenza a casa Iacono. In questa pag, in alto: Prodi con lo chansonnier Nick Pantalone e, in basso, sulla monorotaia al vigneto di Chignole.


Photo: Ischiacity

Gli ingredienti c’erano tutti per dare vita ad una festa divertente, rilassata, estremamente piacevole: e, infatti, così è stato il secondo appuntamento dell’Ischia Global Film & Music Fest 2011, kermesse dedicata al mondo del cinema e della musica ideata da Pascal Vicedomini, che ha avuto come scenario il Parco Termale del Castiglione a Casamicciola Terme, una struttura consacrata al benessere, creata del barone Berthold Aton von Stohrer alle pendici verdeggianti della collina del Montagnone. Fortemente voluta e propiziata dall’assessore al turismo di Casamicciola, Riccardo Sepe Visconti, la serata ha avuto il patrocinio del Comune ed è stata organizzata dal direttore del Parco Pietro Lauro. La terrazza con le piscine più grandi è stata arredata con freschi gazebo e un grande buffet, accolto sotto la lussureggiante chioma di un albero di Erytrina. Tutti gli ospiti, le stelle del Global Fest e gli invitati ischitani, hanno vissuto il luogo e la festa in maniera informale mescolandosi in un allegro happening. Ricchissimo il parterre di divi e artisti, ai tavoli allestiti intorno alla piscina c’erano: Trudie Styler, moglie della rockstar Sting, con la figlia musicista Coco Sumner, la top model Karolina Kurkova, la pierre ed it girl Lady Victoria Hervy, il premio Oscar Gerard Butler, il regista Mario Martone, candidato all’Oscar 2012 per “Ci credevamo”, il popolarissimo attore Remo Girone con la moglie Victoria Zinny, che è stato premiato dal sindaco Vincenzo D’Ambrosio, la cantante Pietra Montecorvino e Raiz reduci dal successo del film di John Turturro “Passione”, lo scrittore di romanzi storici Valerio Massimo Manfredi, l’attrice iraniana Nazanin Boniadi, Michael Radford il regista de “Il postino”, l’ultimo film di Troisi, il regista e sceneggiatore premio Oscar Paul Haggis, il cantante Kid Creole, i produttori Marc Canton, Avi Lerner, Daniel Ortega, la regista Lina Wertmuller, lo scenografo premio Oscar Dante Ferretti con la moglie Francesca Lo Schiavo, la top model Karolina Kurkova con il marito l’attore austriaco Gedeon Burckard che è stato il protagonista di una delle serie della popolarissima fiction “L’ispettore Rex”, Lady Victoria Hervy. Nel concerto di chiusura, il cantautore napoletano Edoardo Bennato ha eseguito alcuni dei suoi pezzi più famosi e amati.


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- E V E N T

DELFINI GLOBAL FEST Text: redazione Ischiacity | Photo: Ischiacity

La fantastica cornice della baia di Cartaromana con gli scogli di S. Anna e, sullo sfondo, l’incredibile suggestione del Castello Aragonese, alta nel cielo la complicità della luna, ad accogliere gli ospiti dell’Ischia Global Film & Music Festival l’ospitalità attenta ai dettagli e premurosa, dello Strand Hotel Delfini Terme. Questa è stata la location di una delle serate più piacevoli fra le tante che hanno animato la kermesse dedicata al mondo del cinema e della musica ideata da Pascal Vicedomini. La famiglia Buono, i signori Maria e Giovangiuseppe, ed i loro figli Raffaele, Pasquale, Anna e Sabrina - alle spalle un’esperienza pluridecennale come albergatori costruita


Coco Sumner


sulla professionalità e l’amore per il proprio lavoro, e proprietari dell’Hotel Delfini - sono stati perfetti padroni di casa. Molto elegante l’allestimento delle terrazze intorno alla piscina su cui gli invitati si sono intrattenuti, impeccabile il servizio ai tavoli con una presenza discreta ma costante, la serata si è svolta in modo piacevolissimo ed è culminata nel concerto esclusivo di una vera “figlia d’arte”, Coco Sumner: i suoi genitori sono, infatti, Trudie Styler e Sting (Coco ha mantenuto il vero cognome del padre) che ha entusiasmato il foltissimo parterre di artisti e ospiti ischitani. In prima fila, ad applaudirla, proprio Trudie

Styler, presidente di questa edizione del Global Fest, insieme a lei, fra gli altri: i premi Oscar Forest Whitaker, Melissa Leo e Paul Haggis, i registi Ettore Scola e Lina Wertmuller, i cantanti Kid Creole e Andrea Mingardi, la top model Karolina Kurkova, gli attori Mimmo Calopresti, Anthony Mackie, Daniel McVicar, Eli Roth, la bellissime Nazanin Boniadi, Kelly Brook e Cristiana Capotondi, le sensuali Lucilla Sola e Violante Placido.


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- P L E A S U R E

CORTE DEGLI ARAGONESI Text: Silvia Buchner

Scegliere modi e stili diversi di proporre l’ospitalità, di interpretare il gusto delle cose belle, per offrire ambienti e situazioni di piacere, che rimarranno impressi nei ricordi di chi ha soggiornato o anche solo passato una serata alla Corte degli Aragonesi. Questo è il filo rosso che ha guidato la trasformazione di un albergo storico di Ischia in un relais dal lusso discreto e dal gusto indubitabile. Nel centro di Ischia, a fare da sfondo alla piazza più frequentata, Piazzetta S. Girolamo, si aprono le porte della Corte degli Aragonesi: varcandole si entra in un mondo da scoprire. In ogni ambiente, in ogni angolo, in ogni spazio, infatti, Milena Lauro - imprenditrice che segue l’azienda di famiglia Vivai del Sud, leader da 40 anni nel settore dell’arredamento dei più importanti alberghi del mondo - ha riprodotto situazioni differenti fra loro ma che, tutte, fanno sentire l’atmosfera della vacanza. La reception è un salotto candido, che

comunica immediatamente l’idea di essere “arrivati nel posto giusto”, quello in cui il relax è di casa. Legno naturale, ferro battuto, ceramica, vetro danno vita ad arredi e oggetti piacevolissimi, in cui si coglie la grande creatività di chi riesce a valorizzare un tavolo d’antan, come un antico specchio, ricreando un ambiente caldo ed elegante. Il registro cambia passando nella corte interna (che ha ispirato il nome dell’albergo): acqua e luce s’inseguono lungo i percorsi creati con la pietra chiara che circondano isole con avvolgenti divani, dove aspettare il tramonto tra cocktail e centrifughe freschissime. Per chi preferisce angoli più discreti, sono al riparo di freschi tendaggi e invitano ad indugiare fino alla cena, che è possibile trasformare in un intrigante incontro a due sotto il gazebo che accoglie un idromassaggio, allestito in modo da poter mangiare immersi nell’acqua. Ma Corte degli Aragonesi ospita al suo inter-

no soprattutto un ristorante lounge bar, il Coquille, dove ricorre ancora il tema del ‘melting pot’: i tavoli all’aperto hanno una lineare apparecchiatura ispirata al Giappone, mentre nel bar si respira un piacevole contrasto di atmosfera. Se, infatti, il colore non colore più bello, il bianco, domina anche qui, per il resto la sensazione è di entrare in un sofisticato ambiente di ispirazione metropolitana, definito dalle luci e da un allestimento di grande effetto, per gustare un drink in bilico fra un’isola del Mediterraneo, qual è Ischia, e una metropoli europea. Molto etnico, invece, il menù proposto: si spazia dai primi tipicamente italiani ai piatti tipici della delicata cucina indiana al sushi, preparato, però, con pescato nostrano; non manca ogni sorta di insalata e dolci golosissimi, tutti preparati artigianalmente. Ma non è finita, sei suites sono a disposizione di chi alla Corte degli Aragonesi sceglie di passare la notte: si sale al piano superiore e si entra in un ‘mondo’ ancora diverso. Sull’ovattato corridoio aprono appunto sei camere da letto con salottino e ampi bagni, ciascuna personalizzata con la scelta di un delicato colore-guida: grigio, tortora, lilla, beige, azzurro sono i temi conduttori in base ai quali sono state scelte tappezzerie, sia alle pareti che per le poltrone, biancheria, tende, zanzariere. Il risultato è l’esaltazione del riposo e delle coccole che ogni ospite sogna, ma la settima stanza è una vera sorpresa: vi è allestita, 24 ore su 24, una perfetta salle a manger, che ricorda la Provenza o l’Inghilterra con il suo arredamento ispirato al Nord Europa, e apparecchiata di tutto punto, con un’elegante dispensa e i frigoriferi a disposizione. Ogni cliente può accedervi a qualsiasi ora e gustare una ricca colazione e godere, una volta di più del piacere di un’ospitalità ‘pensata’ con il cuore.


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- F A S H I O N

ELENA NEMIRICH


Il servizio è stato realizzato negli ambienti del relais Corte degli Aragonesi

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Abito corto nero Patrizia Pepe; sandalo Shutz; orecchini e anello con brillanti Crivelli, orologio con brillanti Chopard.


Photo & AD: Riccardo Sepe Visconti Model: Elena Nemirich Make Up: Nancy Tortora per Aglaia, Ischia Hair: Cristian Sirabella per Picasso Donna, Ischia Dress: Patrizia Pepe - Carlo Lambitelli, Ischia Jewelry: La Perla Gioielli, Ischia Assistant: Marcella Minicucci, Riccardo Lettera Video: Raffaele Imbò Link: www.ischiacitynetwork.info/video.asp?id=329 Location: Corte Degli Aragonesi, Ischia

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Abito con paillettes blu Patrizia Pepe; sandalo Shutz; girocollo tennis, bracciale, anello pavè e orecchini con brillanti Crivelli.


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Abito a fiori e sandali Patrizia Pepe; orecchini e anello Pour Parler Chantecler, orologio in oro rosa e caucci첫 Hublot.


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Gilet e pants bianco Patrizia Pepe; sandalo Shutz; volpina in onice Chantecler, bracciale, girocollo con immagine sacra, anello con teschio in brillanti, orecchini in onice e brillanti, chevalier in oro rosa: tutto Crivelli, anello a fascia in oro rosa Tuum.


LE STELLE DEL VAGNITIELLO E’ ormai da qualche anno che lo stabilimento balneare e termale ‘O Vagnitiello, diretto da Luciano Luisa e Robetta Schiano, apre piscine e terrazze anche di notte: è, dunque, possibile godere delle calde acque termali sotto il cielo stellato di Casamicciola. ‘O Vagnitiello è un piccolo ma attrezzatissimo

parco termale, incastonato in una delle più belle e tranquille baie della costa isolana: protetto da una spalla rocciosa sulla quale la macchia mediterranea cresce rigogliosa, digrada fino al mare, dove coloro che lo preferiscono possono immergersi nelle sue acque limpide. Ma ‘O Vagnitiello è anche, anzi forse

soprattutto, un gustosissimo ed elegante ristorante, altamente specializzato in piatti a base di pesce freschissimo e crostacei. A pranzo come a cena, si spazierà dai paccheri agli scampi, alla linguina all’astice, alla pasta e fagioli con cozze e a tanti altri piacevoli piatti. Naturalmente assaporare queste pietanze di sera è ancora più piacevole, e alla fine gli ospiti potranno immergersi nelle calde piscine e concludere la serata sorseggiando champagne. E’ questo l’aspetto che non è sfuggito a quel ‘volpone’ di Pascal Vicedomini, il quale per concludere in bellezza il ‘tour de force’ delle sette notti del Global Fest, ha raccolto i suoi più intimi amici - Karolina Kurkova, Lady Victoria Hervy, Archie Drury, Cristoph Waltz, Tom Hooper - e, come a voler suggellare il successo in un personalissimo e privatissimo mini Global Film & Music Fest, ha scelto appunto di divertirsi a cenare sotto le stelle a ‘O Vagnitiello.


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- A M A R C O R D

L’ARTE DELLA ACCHIAPPANZA Text: Peppino Brandi Photo: Archivio Azienda di Cura, Soggiorno e Turismo delle Isole di Ischia e Procida


anche per gli acciacchi, ma per noi che potevamo prendere un bagno nelle calde acque di Cartaromana, dei Bagnitielli, di Citara o di Sant’Angelo e Cava Scura, si trattava di un ritorno ancestrale in quel liquido che ci accompagna nei primi momenti della nostra vita, così caldo e protettivo. E poi vuoi mettere un bagno di mezzanotte a Sorgeto in giocosa compagnia? Era il tempo delle ‘acchiappanze’ estive e dei ‘menali’ invernali. Entrambi recavano il segno della partecipazione. E già, perché la caccia alle svedesi si svolgeva in gruppo, dove ognuno si faceva forte della presenza dell’altro, come in gruppo avveniva anche l’altra attività: quella di saziarsi di mandarini e delle prime saporite clementine. Insomma, bisognava tener dietro agli istinti. La voce degli arrivi si propagava in un attimo: le inglesi presso l’allora albergo Dei Pini, tedesche presso l’albergo La Pineta, e poi olandesi, svedesi e qualche francesina disseminate nelle altre pensioncine. C’era il problema della comunicazione; quelli più arditi tra di noi sapevano spicciare qualche frase menata a memoria: vollen si spazzì mit mi froilain? Ai laic iu verimach, vulevù fer una petit promenade avec muà? Andavamo nei verbi difettivi quando qualcuna di loro rispondeva a tono. Ed allora calavano silenzi solenni. Niente paura: parlavano per noi sguardi complici, qualche sfioramento e, soprattutto, i feromoni, ma anche l’aria di Ischia così carica di iodio - quello sì che era un inconsapevole eccitante. Una passeggiata sulla Riva Destra, dove le prime taverne facevano ‘ammuina’ cantando ‘o marenariello’ con quella specie di ‘ola’ degli avventori che si muove-

Uhmm… Che sapore aveva quel tempo! Eravamo in pieno boom economico, l’ottimismo accompagnava le intraprese commerciali, il rischio calcolato ed affrontato, i rapporti interpersonali carichi di fecondità, l’amicizia pura e semplice, la generosità la raccattavi lungo le strade e poi noi giovani - erano gli anni a cavallo tra il ’50 ed il 60 - sempre a respirare quell’aria di perenne primavera ricca di profumi e di iodio, e quel turgore che ci teneva compagnia con un unico pensiero: attraversare la porta del tempo ed entrare nel giardino delle delizie… E le delizie erano rappresentate dalle svedesi, un termine che inglobava le giovani turiste di ogni nazionalità. La nostra era l’isola della gioventù, come si poteva cantare nella canzone del Principe Totò; le acque termali svolgevano la loro funzione


vano come le onde del mare, era il giusto viatico per un po’ di intimità. Che sospiri tra le fresche frasche della Pagoda e che mugolii di piacere al riparo delle cabine, laggiù al Rancio Fellone accompagnati da Mario Perrone and his “New Orleans” jazz band. I primi bikini indossati da quelle attraenti ‘signorine’ facevano arrossare gli occhi ai giovanissimi. Ed a qualcuno faceva venire anche i calli alle mani… E poi i racconti dove ognuno poteva inventarsi quel che voleva. Gigino l’amatore favoleggiava delle avventure che di anno in anno gli accadevano in terre lontane, (tutte bubbole), in Germania, in Svezia e, perfino, in Egitto… “Gigì come sono le teutoniche, le vichinghe e le piramidi?”, gli chiedevamo e lui di rimando “Tutte meretrici…”. Non avevamo l’ansia da prestazione, ma quella del racconto sì. Ed, infatti, avremmo vissuto di ricordi nell’inverno successivo. Poi gli immancabili coinvolgimenti. Qualche lettera, una telefonata internazionale con lunghe attese presso la postazione telefonica del signor Salvato, una foto nel portafoglio, e, per i più fortunati, un viaggio da quelle parti, poi, la scintilla che era scoccata come avventura si tramutava in legame definitivo. Ho ripercorso i luoghi degli appostamenti: la Pagoda, sotto l’Acquario, la via Regina Elena con i suoi anfratti, il lungomare fino all’hotel Copertino (il carcere mandamentale fino agli inizi degli anni ’70, così detto perché ne era custode il signor Copertino!), la solitaria e buia spiaggia di Terra Zappata e, infine, i meandri del Castello. Mi sono sentito come il Conte Zio della Sonnambula e mi sono ascoltato mentre con la mia voce di finto basso (un bassotto in pratica) accennavo: Vi ravviso o luoghi ameni in cui lieti, in cui sereni sì tranquillo i dì passai della prima gioventù. Cari luoghi io vi trovai Ma quei dì non trovo più…


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GIOVANNI DE ANGELIS Text: Assunta Buono Photo: Enzo Rando


LA MOSTRA La 54° Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia che si aprirà quest’anno, dal 4 giugno al 27 novembre all’Arsenale pone i riflettori, in via del tutto speciale, sull’Italia che festeggia i suoi 150 anni di storia, trasformando l’intero territorio nazionale in un “salone espositivo diffuso”. Per Ischia rappresenta un evento di grande rilevanza in quanto, per la prima volta, l’isola si proietta all’attenzione internazionale non per le proprie risorse paesaggistiche e naturali, ma per le incredibili e raffinate qualità artistiche sbocciate al suo interno. Tra gli artisti partecipanti alla Biennale, infatti, ci sarà uno scultore ischitano cresciuto “a pane e arte”, sin dall’infanzia, in una già nota famiglia d’artisti: Giovanni De Angelis. L’esposizione, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali - tramite la Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte Contemporanee - d’intesa con la Biennale di Venezia, sarà caratterizzata da profonde innovazioni. La Biennale diretta da Vittorio Sgarbi, avrà come “leit motiv” del Padiglione Italia: “L’Arte non è cosa nostra”. Emblematicamente, infatti, in via del tutto eccezionale, all’interno dell’Arsenale di Venezia troverà posto anche il Museo della Mafia, portato per

l’occasione da Salemi, il comune siciliano di cui lo stesso Sgarbi è Sindaco. Un tema così provocatorio, lanciato per questa 54° esposizione d’arte, è stato poi esplicitamente illustrato nel testo che Sgarbi ha divulgato attraverso il MIBAC con il quale afferma con forza:“Perché dovremmo affidarci ai “curatori” o, come si vogliono con civetteria chiamare, “curatori indipendenti”? Perché ci indichino i loro protetti, ci portino nella loro infermeria dove “curano” i loro pazienti e malati? L’arte è diventata come un ospedale, al quale hanno accesso solo i medici e i parenti dei malati. (...)”. E’ stata quindi effettuata una vera e propria mappatura degli artisti italiani, attivi nell’ultimo decennio, grazie al prezioso lavoro svolto da intellettuali di riconosciuto prestigio internazionale, senza che comparissero nel novero i critici d’arte. Operazione, questa, che ha condotto a risultati sorprendenti come affermano gli stessi addetti ai lavori: “Sono state selezionate ben 200 grandi personalità di riconosciuto prestigio internazionale a cui è stato chiesto di indicare un artista che abbia avuto una rilevanza nel primo decennio di questo millennio, dal 2001 al 2011. Una rappresentazione caleidoscopica che non si limita alle scelte dei critici e non segue le tendenze delle gallerie, ma alimenta lo straordinario connubio tra arte, letteratura, filosofia”. Il Comitato degli In-

tellettuali sarà presieduto dal Prof. Emmanuele F.M. Emanuele, personalità di spicco nel panorama culturale italiano. Il Padiglione Italia avrà una struttura eccezionale con un esercito imponente composto da artisti che esporranno presso gli Istituti Italiani di Cultura all’Estero, da 200 artisti che esporranno all’Arsenale di Venezia e da 1000 artisti selezionati per le esposizioni locali. Ogni sede regionale sarà, quindi, Padiglione Italia. In tal modo si consentirà l’esposizione delle opere di circa mille artisti nazionali. Una fitta rete di collaborazione tra i Capoluoghi di Regione, gli Assessorati alla Cultura, i Direttori di Musei e, non ultima, la significativa rappresentanza delle venti Accademie di Belle Arti d’Italia che permetterà non solo la realizzazione di eventi volti alla promozione e alla didattica ma la creazione di un vero e proprio inventario di pittori, scultori, fotografi, ceramisti, designer, video artisti, grafici. Del resto l’esposizione celebrativa del 150° dell’Unità d’Italia, non poteva esimersi dal “documentare lo stato dell’arte contemporanea italiana” ponendo in risalto la diade artista/territorio. La Sede scelta per la Campania della Biennale sarà il Museo Pan di Napoli in via dei Mille, dove esporranno ben 21 artisti provenienti da ogni parte della Regione per una Biennale d’arte assolutamente senza precedenti.


GIOVANNI DE ANGELIS: UN ISCHITANO ALLA BIENNALE D’ARTE di VENEZIA

Maestro De Angelis, l’invito a partecipare ad un evento così importante per l’arte italiana ed internazionale, quale è la Biennale di Venezia, dedicata alla celebrazione del 150° dell’Unità, dove ogni artista è per la prima volta “profeta in patria”, che valore assume per lei ?

Il riconoscimento e la sensazione di appartenere ad un gruppo di artisti considerati dagli addetti ai lavori sprona e conforta per quanto compiuto in quasi settant’anni di attività, un riconoscimento concreto agli incredibili sforzi della propria ricerca creativa. E’ anche l’appagamento del ‘narciso’ che c’è, inevitabilmente, in ogni artista. Fa sentire scherzosamente cosparso di un “frullato” di alloro, un concentrato di celebrazione… Se dovesse giudicare da critico d’arte, dando una definizione del suo “modus agendi” scultoreo, come lo descriverebbe?

Quando qualcuno mi chiede del mio modo di occupare il tempo, un flusso di gioiose energie attraversa tutta la mia persona, felice di poter fare lo scultore. Questa parola è per me colma di seduzione: scolpire, colpire per togliere, formare togliendo, appaga in me una evidente intima aspirazione. Considero le mie opere come una trasfigurazione tra realtà e

pura invenzione formale, con agganci riconducibili allo studio e all’assorbimento della realtà stessa. Inseguo il respiro libero e sciolto dei “vuoti” e dei “pieni”, il loro rincorrersi continuo e fluido ed il loro rapporto: è in questo rapporto che a me sembra di cogliere il germe segreto delle leggi che governano il cosmo. Credo che la “stilizzazione” di un’immagine è il rifugio di chi si ferma ad una soluzione decorativa, che preferisce il godimento visivo di un andamento formale, il quale si origina da una predominante cultura di gusto più attento al piacevole, allo sguardo di superficie, incapace però di penetrare il senso più intimo e autentico delle cose. Anche nel fluttuare di un drappo nel vento può ritrovarsi l’ordine casuale e segreto che governa i nostri gesti. Quali sono le sue fonti di ispirazione, cos’è che dà l’input creativo per la creazione di opere con una personalità intrinseca così sconvolgente?

Le forme che io inseguo sono ispirate dalla suggestione derivata dall’osservare la materia vulcanica attraverso l’erosione degli eventi naturali. In questo senso, le mie forme sono in parte realistiche e in parte scompaiono nella sublimazione formale derivata dall’operare degli eventi naturali, come l’erosione attraverso la salsedine, che scava le parti più morbide di un materiale, il sole, il vento, l’acqua. Le sue figure sembrano fare capolino dalla materia grezza, spesso e volentieri, tanto da lasciare intravedere all’osservatore un senso fortemente ludico di una materia “posseduta”, una materia con una vera e propria “anima”.

E’ la dimensione del gioco tra sogno e realtà, tra presenza e parvenza, tra reale e immaginario definito e indefinito che anima la ricerca di una forma che non lascia trapelare il travaglio della sua esecuzione, ma insegue ostinatamente quel senso dell’ “Eterno”, quel Bello che è specchio del divino. In questo lavoro incredibilmente faticoso e costante di sgrossatura, levigatura, rifinitura cosa le da il senso del “compiuto” di un’opera?

E’ già il suono dello scalpello che batte sul marmo, ancor prima dell’occhio, a avvertirmi che sto per giungere alla forma pulita e secca.


PRODUZIONI ARTISTICHE Una produzione “lunga una vita”, intesa nel senso più vero del termine. Un’arte innata e fervente, sbocciata sin da quando aveva poco più di otto anni nella sua isola, all’epoca ancora ruvida e semplice. Fu proprio lì, mentre era in villeggiatura, che lo scultore svizzero Hermann Haller scoprì le doti di un giovanissimo Giovanni De Angelis, mentre era intento a plasmare la sabbia con quella maestria congenita proveniente dal suo essere figlio e nipote d’arte. Ma dire Giovanni De Angelis, oggi, a distanza di oltre sessant’anni di professionalità, vuol dire parlare di uno scultore ischitano che ha trovato risonanza in campo nazionale ed europeo. Un’artista capace di esprimere uno stile scultoreo classico e moderno al tempo, ma dal sapore tutto “mediterraneo”, dove ogni scelta tecnica non è lasciata al caso. Opere le sue, capaci di trasmettere una linea sobria ed elegante, resa con il sapiente uso dell’evanescenza e della concretezza delle cose e della vita, un connubio ricorrente tra realtà e sogno. Volumi, forme e corpi che irrompono con veemenza dalla materia, tentando di liberarsene con una forza che lo stesso De Angelis ha definito “guizzi di carnalità immersi in un paesaggio di forme oniriche”. Sagome lasciate solo in apparenza incompiute, ma che celano un paziente lavoro volto ad ottenere la perfezione delle linee, la morbidezza e l’equilibrio delle masse con una voluttuosità e una leggerezza che riportano ad un gusto quasi neoclassico. Uno scultore capace di rimettersi in discussione costantemente. Una sfida perenne quella di De Angelis volta ad un perdurato “mutamento” che lo stesso Vittorio Sgarbi, anni fa, in occasione dell’inaugurazione della mostra tenutasi alla Villa Colombaia di Luchino Visconti di Forio nel 2004, ha valutato come: “piacere viscerale che De Angelis manifesta per la materia, scegliendola spesso nobile e impegnandosi a nobilitarla ulteriormente attraverso un lavoro di levigatura che acquisisce un valore rituale. De Angelis alleggerisce le masse, piegandone le superfici fino a renderle elastiche, facendo in modo che si offrano totalmente allo scorrimento della luce, oppure sublimando all’ennesima potenza materiali più inconsueti come la lava vesuviana, simbolo perfetto di vita e di morte nel contesto della storia campana, trasformandola in una sostanza di straordinaria raffinatezza” e continua affermando con assoluta determinazione e franchezza quanto si cela dietro il lavoro artistico dove la “continuità della scultura di “mutamento” di De Angelis si associa a quella di Bernini, Medardo Rosso, Rodin, Boccioni ma è anche un preciso richiamo, sia pure solo istintivo, alla singola lezione di ciascuno di questi maestri”, rifacendosi espressamente ad opere come ad “Uomo nella nuvola” e “Simbiosi” entrambe del 2002 considerate “versioni moderne di nuove metamorfosi ovidiane, teatri di stupefacenti mutamenti in bilico fra carne e marmo. Penso all’influsso di Medardo Rosso in opere ancora della fine degli anni Settanta come “Metamorfosi di un’onda” e “Torso nel vento””. Un artista che racchiude in sé il desiderio irrefrenabile del dominio della materia, attraverso poliedriche figure in movimento, che ha visto il suo esordio nazionale con il concorso del “Fanciullo Artista” nel 1942 partendo dalle sue predilette forme equestri in movimento, come il “Cavallo con figura” posto in mostra alla Galleria Centrale di Arezzo nel 1962, per poi esplodere in tutta la sua carica creativa ormai ben assestata negli anni ’70. Ed è proprio di quegli anni, la breve considerazione del noto poeta ciociaro Libero de Libero che in un carteggio del 31 marzo 1976 con lo stesso De Angelis scrive “Vedo che dalla mostra del ’73 a Milano a questa recentissima sei arrivato al colmo della tua creazione e me ne rallegro assai. Quella vela (sic) che io ammirai appena ci conoscemmo a Forio era un seme prodigioso”. Ma questa semplice considerazione altro non era che il succo concentrato di una vita intensa trascorsa tra mostre internazionali, fitti rapporti con critici d’arte e galleristi e con grandi artisti del nostro secolo tra cui Guttuso, Manzù e non ultimo Eugenio Montale, per il quale scolpì a soli 18 anni un ritratto in pietra d’Ischia. Una lunga e faticosa carriera che oggi vede riconosciuti e celebrati i propri meriti piantati proprio da quel “seme prodigioso” che è l’Arte.


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- M U S I C

GLI EROI DI CAPOSSELA Text: Vania Matarese Photo: Romolo Tavani


“Il ventre maledetto del Grande Leviatano mi racchiudeva in un’oscurità ancestrale. Avevo paura, paura nel sentire che il terribile mostro mi stava portando con sé, nelle profondità dell’abisso, nelle profondità della disperazione. Non potevo far altro che pregare, sperare nella pietà di Dio, quando l’animale, sentendo le mie invocazioni, aprì le grandi fauci e mi concesse la libertà”… Cantando questa fiaba, Vinicio Capossela, ha iniziato il suo racconto musicato sotto le rovine della sagrestia della meravigliosa Cattedrale dell’Assunta, sul Castello Aragonese. Il cielo stellato e l’emblematico panorama hanno fatto compagnia, per qualche ora, nella sera del diciotto giugno, ai pochi invitati a questo particolare concerto, organizzato nell’ambito della rassegna Viaggiatori di Note. L’eccentrico cantautore ha presentato il suo ultimo album “Marinai, profeti e balene”, opera stimolata dall’immenso “oceano di fogli di carta” che ci circonda, la letteratura. In questa sua raccolta troviamo, infatti, riferimenti a “Moby Dick” di Melville, all’eroe di Conrad “Lord Jim”, persino alla Bibbia, passando da Dante e giungendo alla mitologia classica di cui rivisita “l’Aedo”, “il Goliath”, le sirene di Ulisse e il “Nostos”, la nostalgia, quel sentimento che percuoteva l’animo dei marinai in viaggio, un viaggio che prima o poi tutti noi dovremo affrontare, con i suoi dolori, le speranze, i ricordi. Per queste storie di mare, l’odore di salsedine, i flutti delle onde, i suoni dell’oceano sono stati ricostruiti dal canto di Vinicio, dal coro degli Apocrifi e dalla grande varietà di effetti acustici utilizzati dalla sua “ciurma” di accompagnatori, che hanno reso ancor più reale la traversata su un battello fantasma. La dimensione musicale del nostro “Capitano” è fatta di strumenti insoliti tra cui le onde del Martenot, il Theremin, il Santur, le conchiglie, affiancati da numerosi strumenti a fiato, a corde e percussioni. Molti dei suoni sono stati registrati proprio ad Ischia, sullo “scoglio” del Castello, dove “la solitudine d’altezza”, come ha affermato l’artista, lo ha aiutato nella sua ispirazione. Un antico pianoforte a coda, un Seiler degli anni ‘30 per la precisione, issato ad ottanta metri sul livello del mare, e l’aiuto dell’orchestratore Stefano Nanni hanno fatto il resto. La serata è andata avanti con il connubio musicateatro di cui si è servito Capossela per coinvolgere maggiormente gli spettatori, separandosi nettamente dallo stile dei suoi precedenti album come “Da Solo” (2008) o “Ovunque Proteggi” (2006). Egli sceglie ritmi e contenuti intensi e malinconici, come per il blues di “Billy Budd”, canzone dedicata ad un innocente e alla sua incapacità di difendersi dalle ingiustizie degli uomini, ma che ha potuto permettersi, grazie alla “sacrestia senza tetto” della cattedrale, “l’estrema unzione prima dell’impiccagione” o l’apologo spaventoso della “Bianchezza della Balena” (“Sebbene sia associato a quanto di più dolce, Onorevole e sublime/ Niente è più terribile di questo colore/ Una volta separato dal bene/ Una volta ac-

compagnato al terrore”). Frequente è anche il tono scanzonato e divertente, come per la pseudo-filastrocca della sirena “Pryntyl” che canta ‘in sirenese’, pescata da “Scandalo negli abissi” di Louis-Ferdinand Cèline; o la ballata del “Polpo d’amor”, durante la quale lo stesso cantautore si è trasformato in un “ottopode” con tanto di tentacoli ricoperti da pagliette rosse e pronti ad “abbracciare”! Da una prima parte più lirica, fatta di ambienti marini, si arriva ad una seconda “omerica” (e infatti l’album si divide in due dischi, uno “Oceanico”, l’altro “Omerico”), dove personaggi mitologici come Ulisse e Polifemo acquistano una vera e propria personalità. Nel brano “Vinocolo”, il celebre ciclope ci appare ubriaco, dopo essersi fatto ammaliare dal vino offertogli da “Nessuno, un nessuno da niente” (“Quando i compagni mi avrai mangiato, bevilo disse e sarai beato”).

“La madonna delle conchiglie” che benedice i marinai, ispirata alla protettrice dell’isola d’Ischia Santa Restituta, e “Dimmi Tiresia”, canto all’indovino, ricco di domande profetiche, sono canzoni in cui Capossela scruta ogni piccolo frammento della natura umana e lo fa come solo un genio della musica può fare. Con “Sirene” si è conclusa la serata dopo circa un quarto d’ora ininterrotto di applausi e, perché no, anche qualche lacrima. “Le sirene ti parlano di te, quello che eri… tutta la vita davanti, tutta la vita intera e dicono fermati qua”. In ognuno di noi c’è un marinaio coraggioso, che sfida la tempesta, che desidera scoprire se stesso e il suo destino, che non ha paura delle balene, di ciò che è più grande di lui, dei limiti che gli sono stati imposti, nonostante le domande esistenziali, da profeta, che lo assaliranno e i dubbi che continueranno ad emergere da quell’oceano profondo e imperscrutabile che è la vita.


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Pants beige Pinko, canotta Liu Jo, giubbino Toy G; sandali Chie Mihara; anelli a fascia Ursumando, orecchini GiorĂ , orologio Rolex Explorer 1.


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- C O V E R

MONICA BOTTIGLIERI


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Abito bianco Please; sandali Pura Lopez; bracciali, collana GiorĂ .


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Abito chiaro a balze Toy Girl; sandali Albano; gioielli Ziio.

Photo & AD: Riccardo Sepe Visconti Model: Monica Bottiglieri Make Up: Nancy Tortora per Aglaia, Ischia Hair: Peppe Cirino per Parrucchiere Ciro, Ischia Dress: Liu Jo e La Caprese PiÚ, Ischia Jewelry: Bottiglieri Gioielli, Ischia Assistant: Marcella Minicucci, Riccardo Lettera Video: Raffaele Imbò Link: www.ischiacitynetwork.info/video.asp?id=331 Location: Stabilimento termale dismesso Santa Rita, Casamicciola Terme


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Pic_ Abito blu Pinko; sandali Albano; gioielli in argento Maria Cristina Sterling


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- A R T

ARTEUNDER 18 Un passo, due passi, tre passi… No, ancora non ci siamo… Quello che voglio è qui… Lo sento… L’obiettivo è davanti a me e sullo schermo della fotocamera lo posso vedere chiaro, ma manca qualcosa… Quel qualcosa che non mi so spiegare, ma che deve esserci… Faccio un passo indietro... e visualizzo… Ecco… adesso sì… ora va bene… sento che sono in posizione perfetta. Mi godo l’attimo, ancora 2 secondi e poi scatto… Click… Cosa c’è di più esaltante e soddisfacente per un fotografo del momento in cui individua, ferma e scatta la sua fotografia? Sono in pochi a saperlo... ovvero coloro che nella loro attività si dedicano ad una fotografia molto particolare: quella delle emozioni. Ricordate l’Impressionismo? Quel movimento artistico di fine ‘800 secondo il quale gli artisti cercavano di cogliere le “Impressioni”? Esso era nato parallelamente alla prima, rudimentale, macchina fotografica, che aveva rapidamente messo in crisi l’arte pittorica. Con il passare del tempo, il rapporto tra queste due forme espressive è cambiato. Oggi, infatti, grazie allo sviluppo oltremodo esagerato della fotocamera, è quest’ultima che cerca di cogliere l’attimo, riuscendo a “fermare” il tempo ed ad immortalarlo in un’immagine. Lo sviluppo della tecnologia, però, non ha permesso solamente a quest’arte di fare miracoli, ma ha fatto anche sì che chiunque, disponendo di una semplice

fotocamera, potesse cimentarsi e scatenare liberamente la propria fantasia, allargando enormemente quelli che erano i sin troppo rigidi confini di un campo complesso come quello della fotografia. Così, persino a scuola, è possibile partecipare a corsi specifici, volti ad insegnare le basi e le tecniche di questa disciplina. “L’associazione Luca Brandi”, tra le altre, ha fatto sì che questo avvenisse, proponendo, nelle varie scuole isolane, una serie di corsi, tra i quali quello dedicato alla fotografia. Quest’anno, è stato tenuto da Salvatore Basile, accompagnato da Gianni Napoleone, due “maestri” di alto livello che hanno dato modo ai molti ragazzi partecipanti di acquisire competenze indispensabili. Non solo… Al termine del percorso, sono stati esposti i lavori degli aspiranti fotografi, riuniti in una mostra dove ogni “allievo” ha potuto esibire una sua opera. Diluito nello spazio di tre giorni, l’evento ha riscosso una buona risposta di pubblico, grazie anche agli strabilianti risultati che gli apprendisti hanno saputo raggiungere in pochi mesi di lezioni. Parlando con Basile, è stato sorprendentemente piacevole capire come, in realtà, gli insegnamenti teorici siano stati ben pochi, utili, in sostanza, solo per dare l’input tecnico, indispensabile affinché una foto riesca. Per il resto, nella maggior parte degli incontri, il tempo è stato speso per imparare a tirare fuori la fantasia, utilizzarla, canalizzarla, facendo in modo che persino “dall’interno di una stanza vuota venga fuori una bella fotografia”, come ha dichiarato lo stesso docente. Un laboratorio, insomma, dove il “maestro” ha ben poco da insegnare, prefissandosi

come obiettivo, piuttosto, quello di “stimolare”, ovvero far sì che gli allievi riescano a far uscire tutto quello che di creativo hanno dentro. Una realtà dove non esiste più il “professore” e “l’alunno”, sostituiti da un rapporto estremamente più semplice ed informale. Una scelta rivelatasi assolutamente vincente e capace di “avvicinare al mondo della fotografia anche coloro che non hanno mai preso una fotocamera in mano”. Una conferma di ciò, in tal senso, è chiara, anche scorrendo le opere degli allievi, laddove l’unico criterio sul quale è stata fondata la scelta delle foto da esporre, è stata la capacità dell’opera di suscitare emozioni, perché un artista contemporaneo deve avere come obiettivo quello di diventare un “fotografo dell’anima”.

Text: Diego Scordino Foto in testa: Alessia Giusepponi


Leonilda Iacono CADI Perché hai scelto questo titolo?

Quella foglia era l’ultima su di un albero spoglio e mi ha colpito per il fatto che si sarebbe staccata, dopo un minuto… un’ora… un giorno… ed il senso di caduta era più o meno quello che provavo io in quel momento… Era come se fosse una fine ed un inizio… forse attesa… forse è anche attesa. Avevi già programmato di fare questa foto oppure è stata una cosa istintiva?

La foto è stata scattata in un vigneto a Fiaiano ed era una giornata di pioggia. Sono uscita di casa ed ho visto quella foglia che stava per cadere, come se… manco a farlo apposta non solo stesse aspettando a farlo… ma aspettasse me, quindi la foto è stata del tutto “inaspettata”. Non penso avrebbe avuto lo stesso significato se fosse stata programmata. La foglia stava cadendo nel momento dello scatto?

No, ma era l’unica sull’albero, eravamo a fine gennaio e c’era molto vento… Hai avuto paura di poterla perdere da un momento all’altro se non avessi fatto presto?

Sì! Ed è stata questa la cosa che mi ha dato l’impulso di scattare, credo. Mi dicevo, questo è un momento unico… Come ti sei sentita durante lo scatto e poi quando hai visto la foto per la prima volta?

Mentre scattavo mi sembrava di aver bloccato per un attimo il corso della natura, è stata una sensazione strana, nuova… Poi non l’ho vista sul display, ma direttamente sul Pc e lì ero quasi appagata, come se la foglia non mi avesse “tradito”, come se si fosse quasi messa in posa, quindi è stato un momento di serenità. Insomma, la foto racchiude malinconia, ma il sentimento seguito allo scatto era di tutt’altra natura.


Alessandra Massa EVANESCENT Una foto molto particolare, come hai avuto l’idea di realizzarla?

Tutto è partito quando mi hanno chiesto di realizzare gli scatti per la personale, volevo fare qualcosa di sorprendente e insolito… Qualcosa di introspettivo… Mi affascinava l’idea di rappresentare l’intangibile. E, comunque, era un’idea che mi ero proposta di realizzare già da molto... appena ne ho avuto la possibilità mi son data da fare… ci ho messo più sentimento che tecnica e questo è quello che è venuto fuori. E’ un soggetto quindi che hai sviluppato da sola,

slegato da quelli che vi assegnava Salvatore Basile?

Salvatore ci diede un tema, ovvero realizzare un ritratto che non fosse semplicemente tale e io ho fatto una serie di scatti, fra cui questo che poi mi ha portato a ricevere l’invito per fare la mostra. E come l’hai realizzato?

Diciamo soltanto che ho organizzato il “set” e che ci sono pochissime regolazioni, inoltre ci tengo a dire che non c’è alcun uso di photoshop, proprio perché non sopporto le foto estremamente artefatte e computerizzate: forse sarò un po’ retrò ma mi piacciono le cose semplici. A te cosa trasmette questo “ritratto”?

A me dà l’impressione di qualcuno che vuole scappare dalla realtà, dissolvendosi e scomparendo, come le figure di un sogno che svanisce. Di qui la scelta del titolo…

Esatto… E hai ricevuto dei pareri a proposito della tua foto?

E’ stata acquistata da un artista internazionale, Daniele Papuli, che realizza sculture di carta, è in corso una sua mostra sul Castello e ce ne sarà una prossima a Parigi. Il mio scatto è stato un regalo per la moglie. Sinceramente, penso che il silenzio di un intenditore vale più di tante parole di chi non ne capisce. Con silenzio intendo quelle poche parole che ti toccano, che sono rivolte a te, giovane emergente, da un grande artista: quelle sono davvero importanti.


Anna Maria Marna MECCANICHE NERE

Da cosa nasce l’idea della tua foto?

Salvatore ci ha dato un tema da sviluppare, nel periodo di Natale: il ritratto. Allora, avevo molto tempo da dedicare alla musica… e l’ho scelta come soggetto… Penso che sia un qualcosa che mi rappresenti… Com’è stata realizzata?

Beh, è stata l’unica foto in cui ho dovuto “decontestualizzare” l’oggetto. In pratica, ho attaccato un cartoncino nero al pavimento ed uno su una tavola che poi ho poggiato al muro, formando così lo sfondo. E il pedale non batte sulla cassa, come dovreb-

be, ma su un’altra tavola. Cosa significa per te?

Lo stretto rapporto che c’è tra me e lo strumento: la gamba è nuda, in modo che il piede poggi direttamente sul pedale, quindi c’è un contatto diretto. Poi, è in bianco e nero e solo il battente e la pelle sono chiari…


Mariagrazia Ferrandino IL TEATRO GUARDATO

Come mai hai scelto questo titolo? Quella foto è stata scattata per un tema che Salvatore Basile ci ha assegnato: I Giochi. Che poi, però, si è trasformato in tutt’altro. Ho deciso di chiamarla così perché per me rappresenta un po’ la nascita del femminismo e vorrei che trasmettesse un messaggio particolare; ma, comunque, ognuno può interpretare l’immagine come più gli piace. Puoi chiarire meglio il nesso che c’è fra la tua foto e la nascita del femminismo? Vedo la donna come prodotto di un sistema sociale, borghese e capitalista… Lei è come se si svegliasse

da un sogno e si rende conto che tutto quello che ha intorno è falsità, che l’uomo che ha amato adesso è uno sconosciuto e vuole scappare da tutto ciò per andare alla ricerca della possibilità di essere felici. Come l’hai realizzata? Come sfondo ho usato un lenzuolo bianco. Per quanto riguarda i bambolotti, un pomeriggio mi sono ritrovata a rovistare tra i giocattoli di quand’ero piccola. Inizialmente avevo scattato a colori, di solito faccio sempre così e poi mi rendo conto che il bianco e nero rende di più: è come se ci fosse qualcosa di nascosto ma che è lì, e che cerca di uscire fuori. Quali sono state le tue sensazioni al momento dello scatto? Nel momento in cui ho scattato non pensato realmente a cosa stessi immortalando. Quando poi l’ho vista al Pc, ho pensato a cosa rappresentasse quell’immagine per me e le ho dato un aspetto e una forma che potesse farlo capire anche agli altri. Basile ci da questi temi un po’ ‘assurdi’ per spingerci a pensare e ogni volta ci riesce, facendomi scoprire lati di me che non sapevo esistessero.


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Top e cappello Gucci, jeans, borsa e sandali Dolce & Gabbana; collane e orecchini in turchese naturale Idea Coral, orologio Guess Collection.


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- F A S H I O N

CHLOE HOOTON


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Bikini e completo VDP Beach, cappello Gucci; monili in acciaio e argento Bliss.


Photo & AD: Riccardo Sepe Visconti Model: Chloe Hooton Make Up: Nancy Tortora per Aglaia, Ischia Hair: Cristian Sirabella per Picasso Donna, Ischia Dress: La Caprese Pi첫 Donna, Ischia Shoes: La Caprese Pi첫 Donna, Ischia Jewelry: Maja Gioielli, Ischia Assistant: Marcella Regine, Riccardo Lettera Link: www.ischiacitynetwork.info/video.asp?id=327 Location: Casamicciola Terme

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Abito corto Roberto Cavalli, cappello Gucci, sandali Cesare Paciotti, borsa Marina C.; gioielli in ametiste, perle e argento Aeffe Creations.


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Abito in pizzo e sandali Dolce & Gabbana, occhiali Lo sguardo di Gad; collane gioiello Aloise, orecchini perle e diamanti Mambè, bracciale di perle e cameo Biwa.


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CALA DEGLI ARAGONESI Text: redazione Ischiacity | Photo: Enzo Rando, Romolo Tavani

Un salotto sul mare, dove godersi la brezza di primo mattino e ammirare tramonti dolcissimi, avendo a disposizione uno dei porti più sicuri di tutta la Campania. Questa è la realtà di Cala degli Aragonesi, a Casamicciola Terme, il primo porto turistico dell’isola d’Ischia, essendo nato già nel 1993 e progressivamente arrivato, con l’aggiunta dei pontili galleggianti, a 160 posti per imbarcazioni e navi da diporto fino a 40 metri di lunghezza. Il recentissimo dragaggio del porto che ha consentito l’ormeggio anche a natanti di grandi dimensioni e ha migliorato moltissimo la sicurezza insieme alla ristrutturazione profonda della banchina e degli edifici ad essa collegati, ne fanno oggi un approdo all’avanguardia, ma anche molto piacevole da vivere. Viene scelto - ci illustra il direttore Sebastiano Staiano - da una clientela composta per il 50% da Campani, il resto si distribuisce su tutto il mondo; molti diportisti arrivano dal nord Italia “perché da noi la bella stagione è molto più lunga e quindi preferiscono tenere la barca qui e venire fino a Napoli in aereo o con il treno ad alta velocità, la cui istituzione ci ha consentito di rendere il nostro approdo vantaggioso anche per chi giunge da lontano”. Tanto più che l’insenatura di Casamicciola in cui si colloca Cala degli Aragonesi, per la sua posizione unita alla presenza di una lunga diga foranea, rende questo specchio d’acqua molto riparato: soffre, infatti, solo il vento di maestrale, nel caso sia particolarmente forte.

Il 90% dei diportisti contatta il porto direttamente, fermando il posto barca tramite il sito istituzionale o via telefono ( HYPERLINK “http://www.caladegliaragonesi.it” www.caladegliaragonesi.it, 081.980686), ma il 10% dei posti è sempre a disposizione di chi arriva senza prenotazione. Una volta in rada, i quattordici componenti (a pieno regime) del personale forniscono servizi che comprendono l’assistenza per l’ormeggio ed il disormeggio, la guardiania, l’allaccio per la corrente elettrica e l’acqua, il servizio meteo. “Inoltre, siamo in rete con specialisti dell’isola, per esempio meccanici, per dare una buona assistenza tecnica quando è necessario” - spiega ancora Staiano. Ugualmente, attività di ristorazione e commerciali si giovano della presenza del porto turistico: “moltissimi di coloro che ormeggiano da noi sono interessati a conoscere l’isola e ci chiedono spesso informazioni su dove mangiare, divertirsi, fare acquisti o le cure termali”. Notevole è, infatti, l’indotto che si crea attorno ad un porto turistico che sia ben inserito nel circuito dei diportisti: uno studio sistematico ha mostrato che un posto barca attiva un indotto che consente di creare da mezzo ad un posto di lavoro. Insomma, la combinazione fra le bellezze naturali dell’isola, la prolungata stagione calda e la costante attenzione alle infrastrutture di cui Cala degli Aragonesi ha saputo dotarsi, pongono il suo porto turistico, e quindi Casamicciola e Ischia tutta, ai primi posti in Campania, con una serie di vantaggi per il territorio di grande ed evidente rilevanza.


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PREMIO ISCHIA DI GIORNALISMO Text: Anna Ceppaluni | Photo: Romolo Tavani

Tredici milioni di contatti solo in Italia. E’ questo il “rating” certificato dalla Weber, società multinazionale di comunicazione, per la XXXII edizione del premio Ischia di Giornalismo, organizzato da Elio e Benedetto Valentino. Oltre 500 pagine di rassegna stampa sui principali organi di informazione nazionale, una diretta di SKYTg24, un’ora di trasmissione su Rai Uno, con share da record nazionale, e poi Tg1, Tg5, Tg3, Uno Mattina, Pomeriggio 5… insomma chi più ne ha più ne mette. Una rassegna web che conferisce ai fratelli Valentino la palma per l’organizzazione del miglior premio della rete riservato ai blogger, con 120 mila contatti in due mesi. E poi, non ultimo, il parterre internazionale degli invitati: da Kerry Kennedy alla principessa Rim Brajimi e il principe Hussein di Giordania, da David Gilkey, fotoreporter americano alla moglie del giornalista pakistano assassinato recentemente Saleem Shahzad, e poi Elena Milashina, 52 giurati scelti tra i big del giornalismo mondiale. I

numeri del premio Ischia sono impressionanti e consolidano questi brand ormai a livello mondiale. Non a caso, la famiglia Kennedy ha scelto come partner per l’Europa e per il Mediterraneo proprio la fondazione Valentino che - da tre anni - gestisce ormai in proprio questo evento. “Per la prossima edizione - dice Elio Valentino, presidente della Fondazione - coinvolgeremo, oltre alla RFK Foundation, sette giornali europei per un progetto di comunicazione e di Alta Formazione che punterà esclusivamente sui giovani. Ischia - un’isola al centro del Mediterraneo - ha per vocazione il dialogo tra le culture e il premio si dedicherà sempre di più a questa funzione. I sette giornali europei saranno affiancati da una giuria di altri sette giornalisti italiani, rappresentativi delle principali testate nazionali. Ischia può diventare la ‘Giffoni’ del giornalismo e della comunicazione, con centinaia di giovani provenienti dal Mediterraneo e dall’ Europa. Un progetto che ha già incontrato il favore di Coca Cola e di altri


grandi aziende mondiali”. Anche la collaborazione con i Kennedy, che stanno inaugurando a Palazzo Vecchio a Firenze la scuola di formazione per i diritti umani, va in questa direzione. Nel 1966 Robert Kennedy diceva: “Coloro che hanno il coraggio di affrontare il conflitto morale troveranno compagni in ogni angolo del mondo” e il premio Ischia fa parte di questa grande “famiglia” con il suo riconoscimento al “giornalismo dei diritti umani”. Già da tre anni, il vincitore del Premio Ischia Giovani è ospitato alla cerimonia di premiazione del RFK Journalism Award, che si è tenuta il 18 maggio al United States Institute of Peace di Washington, dove ha ricevuto in premio il busto di RFK dello scultore Robert Berks. Il video del Premio Ischia - è bene ricordarlo - viene trasmesso nei programmi di educazione sui diritti umani in tutte le High School degli Stati Uniti d’America. Un grande evento, insomma, che i Valentino hanno saputo trasformare in un “brand” globale, scrollandosi di dosso la fama di evento ”locale”, limitato soltanto all’Italia. “Ma il giornalismo italiano - ricorda Benedetto Valentino - deve avere sempre un ruolo di primo piano. E’ vero che la consacrazione del Premio è avvenuta con la lettera di Wakter Cronkite di tre anni fa, ma siamo sempre il Premio di Indro Montanelli, Giovanni Spadolini, Enzo Biagi. E quest’anno la presenza di Giovanni Maria Vian dell’Osservatore Romano e di Giulio Anselmi, presidente dell’Ansa sono la conferma che l’appeal del Premio è rimasto intatto, e anzi si rinnova e si rafforza. Quando tre anni fa decidemmo di dare un nuovo corso al Premio, la tradizionale apatia tipicamente meridionale ci condanno subito e pochi avrebbero scommesso sul buon esito del nostro progetto. Oggi, possiamo dire che quella sfida, difficile e affascinante, è stata vinta e questo merito ci viene riconosciuto da tutti”. Non solo giornalismo, ma anche comunicazione. La collaborazione con la Ferpi, la più antica associazione che riunisce i comunicatori di azienda, è stata proficua: al premio Ischia hanno ricevuto riconoscimenti la Tod’s e l’ospedale Bambin Gesù di Roma, per le migliori campagne di comunicazione dell’anno. Insomma, un premio imperniato sulla comunicazione globale e un successo “siglato“ anche dai rappresentanti delle istituzioni: con una lettera di auguri e complimenti firmata da Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e un’altra del Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni. Tutto pronto anche la tradizionale visita al Quirinale, dove i vincitori della XXXII edizione saranno ricevuti a ottobre dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il segreto del Premio Ischia di Giornalismo? Ce lo riassume Elio Valentino, patron della Fondazione: ”Dietro le quinte del Premio c’è tantissimo lavoro che giorno dopo giorno, insieme ai collaboratori storici come Salvi Monti e Anna Buono, produciamo con serietà e permettetemi anche con grande modestia, senza clamori e polemiche. E’ questa la nostra ricetta… lavoro, lavoro, lavoro, senza grandi risorse ma con tanto impegno “.


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LA FESTA DI S. ANNA Text: Annamaria Rossi Photo: Enzo Rando, Archivio Associazione La Mandra

In sospeso tra storia e leggenda, la notte di Sant’Anna ad Ischia si vive un evento dal sapore fiabesco: migliaia di persone si assiepano sugli scogli che circondano il ponte che conduce al Castello Aragonese, si affollano su tetti e balconi, cercano qualsiasi spazio sia utile a fare da platea ad uno spettacolo decisamente speciale. Tra mille luci, le zattere sfilano sulle acque della baia: ognuna di esse rappresenta episodi legati alla vita dell’isola e alle tradizioni locali, ma, sempre più spesso, anche situazioni ed ambienti che si richiamano a temi che, liberi da legami con la realtà ischitana, appartengono solo alla fantasia

e creatività di chi li ha ideati. L’origine si perde nei ricordi tramandati dai vecchi: forse è l’evoluzione della processione di barche addobbate con fiori e lampade che in passato veniva svolta verso la cappella della baia di Cartaromana da parte delle donne devote alla Santa protettrice delle partorienti; oppure è la riproposizione di un rito arcaico che si celebrava conservando porzioni di cibo per consumarle in barca di sera, tutti insieme, per fare festa. Il ricordo di falò accesi all’imbrunire, a partire dal Monte Epomeo fino a scendere a Campagnano e dintorni, ha probabilmente contribuito a segnare l’indispensabilità del

fuochi d’artificio, sempre presenti a corollario della festa, che è diventata nel tempo la sintesi di questi ricordi veri o appartenenti al mito. La competizione nasce intorno agli anni ‘30, quando un gruppo di amici pensa di istituire un premio per la barca più bella e quasi subito le barche vengono sostituite da zattere multiformi e di notevole superficie, con decorazioni ed ornamenti sorprendenti. Gli anni della guerra impongono una sospensione, che dura fino al 1952, quando alcuni professionisti ischitani fanno in modo che la festa riprenda con rinnovato vigore e criteri più attuali; infine dal 1998 si trasforma in palio tra i vari comuni dell’Isola. Prima dell’avvento della ‘formula del palio’, le zattere erano, tranne qualche rara eccezione, costruite esclusivamente da gruppi del comune di Ischia. La competizione, quindi, avveniva tra i vari quartieri, a volte addirittura tra singoli insiemi di persone. In linea di massima, hanno fatto la storia della Festa di S. Anna i gruppi della Mandra, di Ischia Ponte, del Porto e delle zone alte (Campagnano e dintorni). Giovanni D’Amico, quartiere Porto, è stato attore in molte edizioni e oggi fa parte del comitato organizzatore: “Il ricordo più vivo risale al 1967, la barca si chiamava “ ‘A Vocca Vecchia” e rappresentava la vecchia bocca del porto, nella zona Pagoda. Il gruppo era composto da Paolo Baiocco, Luciano Bondavalli, da me e dal fabbro Nerino Rotolo, che si era affacciato alla ribalta per competere con i più famosi Nerone e Funiciello. Il nostro impegno e l’entusiasmo profuso furono premiati, infatti vincemmo. E l’anno successivo ci riproponemmo con un’altra barca, “‘A furnace”, che vinse di nuovo. Nella mia memoria è ben presente soprattutto lo spirito con cui ci si avvicinava e si partecipava alla festa. Per noi erano un riferimento i lavori realizzati in precedenza da Nerone (Giovangiuseppe Sorrentino), uno dei pionieri. Le sue soluzioni ingegnose e soprattutto sorprendenti, anche se a volte tecnicamente non proprio perfette, sono state un modello, soprattutto per quell’inconfondibile stile per cui faceva di un difetto o di un imprevisto, un colpo di teatro in grado di stupire e divertire gli spettatori”. Anche l’architetto Giuliana Tosone ha contribuito for-


temente con la realizzazione di molte “zattere” (non ama chiamarle ‘barche’), soprattutto negli anni più recenti. Testaccese d’adozione, ha iniziato fornendo i costumi per i figuranti, essendo anche un’esperta e brava costumista teatrale. Nell’anno successivo è stata chiamata per la realizzazione del primo progetto, cui ne sono seguiti tanti altri, soprattutto per il comune di Barano, insieme a Giovanni Migliaccio, da quando la festa è diventata palio: “Uno dei miei ricordi più gradevoli risale al 1996. Volevo a tutti i costi realizzare una zattera che riproducesse la cupola tonda della chiesa in cima al Castello Aragonese. Fatta la struttura con l’onnipresente collaborazione di Giuseppe Paucech, indispensabile maestro carpentiere e uomo dalle mille risorse, mi mancava l’idea per animare il tutto. Riccardo Pazzaglia (Ndr. Scrittore e storico, noto per la collaborazione televisiva con Renzo Arbore) mi suggerì, forse per celia, di costruire una enorme frittata. E frittata fu. Grandissima, e all’interno della cupola divenne “ La frittata del re”, che vinse il primo premio e due premi accessori. Molto divertente, poi, fu quando a Casamicciola cercavo di reclutare qualcuno in Piazza Marina, ed un turista inglese, che scoprii poi essere un professore universitario, insieme alla moglie, diedero la loro adesione. Li vestii da Nettuno e da sirena e quella sera, sulla barca, si misero a lanciare in aria manciate di pesci con un risultato entusiasmante per la folla”. Salendo nella parte alta dell’isola, raccogliamo le esperienze di Serrara Fontana, che ha partecipato alla gara a fasi alterne. Le prestazioni più entusiasmanti sono le più recenti, nelle edizioni 2009 e 2010, con le barche costruite dai ragazzi di Fontana diretti da Nicola Gioba (artigiano e scultore) e con le coreografie di Gigino Trofa. Ci racconta Nicola: “Il telaio delle zattere è stato montato proprio nel mio cortile, con una grande partecipazione da parte di

tutto il borgo. In special modo, il progetto della barca del 2009, “Il Galeone”, riuscì a convogliare una grande energia che diede i suoi frutti: il lavoro risultò altamente scenografico e riscosse un successone di pubblico e di critica, anche da parte degli addetti ai lavori e degli altri costruttori in competizione. Era opinione concorde che dovesse vincere, ma la giuria

decise diversamente, e ci si dovette accontentare del secondo posto. La delusione fu grande, le energie del gruppo erano state profuse a volontà. Nel 2010, le medesime persone hanno realizzato “Cleopatra”, facendosi onore, ma era ancora cocente la delusione dell’anno precedente”. Il gruppo di Buonopane ha costruito diverse barche,


con la mano di Giuseppe Di Costanzo, la direzione artistica di Raffaele Di Costanzo e, naturalmente, la collaborazione dei buonopanesi. Ed è proprio Giuseppe Di Costanzo a esprimere come sia stato bello partecipare, anche prima del palio: “C’è sempre stata molta complicità, anche con coloro che lavoravano alle altre barche; ci siamo molto divertiti, soprattutto le sere precedenti al 26 luglio, durante l’assemblaggio delle zattere ad Ischia Ponte, quando scendevamo a lavorare portandoci appresso insalatone di campagna e vino abbondante da condividere con tutti. La vittoria ci ha sorriso nell’anno in cui presentammo la barca con la storia della ‘Ndrezzata. Purtroppo anche noi abbiamo assaggiato il sale della delusione nel 1984 con “I mestieri di una volta”, bellissima zattera costruita nei minimi dettagli e che purtroppo ebbe la sfortuna di sfilare per prima. Applausi e standing ovation da parte della folla, ma la giuria non era ancora al completo, e quindi chi arrivò in ritardo diede alla barca un voto a casaccio, di-

sgraziatamente piuttosto basso. Tra lo sconforto di tutti e i fischi del pubblico, arrivammo terzi per soli due voti”. Torniamo infine in riva al mare, alla spiaggia dei Pescatori, la Mandra. E’ stata, da oltre cinquanta anni, la località dove venivano e vengono tuttora realizzate la maggior parte delle barche partecipanti alla Festa di Sant’Anna. Tantissimi sono stati i trofei vinti dai vecchi costruttori, dai “Ragazzi della Mandra” ed in ultimo dall’Associazione Culturale Largo dei Naviganti, ma la peculiarità della zona è che tutti partecipano alla realizzazione di queste opere, dai ragazzini alle persone di una certa età. Giovanni Conte, costruttore a cavallo di due generazioni, fa il suo resoconto: “La Mandra, dalla fine del mese di giugno fino al giorno della sfilata, diventa un cantiere a cielo aperto dove si lavora, si scherza ma soprattutto, alla fine della giornata lavorativa, si mangia allegramente sulle tavole di ‘ponte’ che formano la struttura della zattera, generalmente non inferiore ai 150 mq. Ov-

viamente, chiunque passa per la zona viene invitato e, quindi, potete immaginare la gioia dei turisti che, chiamati alla “mangiata”, tra un pezzo di coniglio ed un bicchiere di vino, si uniscono con il loro accento particolare, al canto di vecchie canzoni napoletane accompagnate dal suono di chitarra. Lo spettacolo maggiore, comunque, resta quello del varo: la zattera posta sull’arenile e ad una certa distanza dal mare, pesa moltissimo. Come sempre, all’inizio, non si muove di un millimetro ma poi, ecco “il miracolo”: tutte le persone degli stabilimenti balneari della zona “metten’ e’ man’ n’facc’ ” e la barca lentamente raggiunge l’acqua, accompagnata dai battimani e da un bagno collettivo. L’altro momento speciale è quello del ritorno, il giorno dopo la sfilata: l’arenile è in frenetica attesa e tutti partecipano, ancor più entusiasti se c’è stata vittoria. Brindisi, spari pirotecnici e soddisfazione creano una ulteriore festa.


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IL RELITTO DELLA “PROVVIDENZA” Text: Bruno Iacono Photo: Archivio Ischiacity, Archivio Idrografico Militare

“Vedi com’è bello qui? Com’è tutto tranquillo? Oggi questo è un posto dove vengono i turisti, tanti tedeschi, ma per noi vecchi, i tedeschi sono un’altra cosa…” E’ un pomeriggio d’estate del 1995, sono con mia Zia Agnese, sul belvedere dei Maronti che ha visto dalla mia adolescenza in poi tante passeggiate notturne e diurne, tra sole che picchia e un tappeto di stelle. Il vento di maestrale ci accarezza il volto e ci racconta che è buon tempo. Zia Agnese è assorta in questo panorama che ormai non la meraviglia più, conosce bene quella vista, la spiaggia, la baia, la sottile linea che lega Sant’Angelo alla madre Isola. “Questa strada non c’era, prima ai Maronti si scendeva dal “Pennino” (il pendio, la vecchia via Giorgio Corafà), e solo a piedi. Poi hanno fatto la strada e sono arrivati i turisti tedeschi, ma io i tedeschi me li ricordo dalla guerra…” I miei “Vecchi” della guerra non parlano volentieri, sono ricordi da cancellare. Eppure, questo specialissimo panorama ha acceso una lampadina nella testa di Zia Agnese: si siede sulla panchina del belvedere, sospira e non parla per qualche istante, poi comincia, come se dovesse liberarsi di quel ricordo. “Tu fai il subacqueo, ma lo sai che lì sotto c’è una nave? Una nave enorme…” Guardo le sue rughe con aria stupita, cerco di interpretare i segni del suo volto e non c’è alcuna traccia

di un sorriso, di uno scherzo sfuggito alla sua serietà. “Come una nave? Di che parli?” E allora lei me ne parla, deve farlo… “Avevo 15 anni più o meno, quindi attorno al 1940. Era fine estate, ed eravamo sulla via del Pennino, io e le mie compagne, era di mattina e salivamo dalla spiaggia dove avevamo fatto un bagno, faceva caldo e la strada in salita ci sembrava lunghissima e pesante. Guardavamo verso su, verso Testaccio, tua nonna ci aspettava perché non era contenta che andassimo in giro da sole. All’improvviso sentii un boato fortissimo, non capivo da dove venisse e mi buttai a terra”. La guerra così funzionava, boato, terrore… “Mi accorsi che la mia amica davanti aveva fatto la stessa cosa, e aveva le mani sulla testa aspettando nuovi rumori assordanti, ma nulla… Lentamente e con il terrore nello stomaco alzai la testa e mi girai verso il mare.

E fu allora che la vidi, era enorme, lì fuori la punta di Sant’Angelo: Il Vapore continuava a navigare, ma un’enorme colonna di fumo nero si alzava dal centro, come se fosse stata colpita al cuore… Io e le mie amiche rimanemmo immobili, paralizzate, a guardare lì, verso il mare. Non so quanto tempo restammo così, ma poi, ad un certo punto, vedemmo tante barche di pescatori partire dal porticciolo di Sant’Angelo e remare più che potevano verso il Vapore. Andavano ad aiutare quella povera gente. Ciò che non capii fu cosa fosse realmente successo, non avevamo sentito il rumore degli aerei (che conoscevamo bene), niente…. Mi sembrò che la nave continuasse a venire verso terra, ma era sempre più lenta. Io e le mie amiche ci guardammo e scappammo verso casa, avevamo paura. E’ lì sotto che sta, e da lì non si muove…” Zia Agnese aveva un ricordo netto, limpido di quelle immagini, di quel “Vapore” enorme alla deriva. Mentre ascoltavo quel racconto mi sembrò di sentire voci lontane di 55 anni che tornavano. “Dai, andiamo a casa”. Presi gentilmente Zia Agnese per un braccio e l’accompagnai nella mia auto. Era ora di tornare via da quel ricordo…. Il racconto di Zia Agnese mi incuriosì, sapevo con certezza che non poteva essere frutto della sua fantasia, ma mi chiedevo come mai non avessi sentito parlare di questa drammatica storia. Poi mi ricordai che, come dice spesso mio Padre, “di cose di guerra non si parla…”


E’ una nuova mattina del 2002, studio con attenzione “LA” carta nautica, la mitica n° 129 dell’Ufficio Idrografico della Marina, quella “delle Isole di Ischia e Procida”. Guardo Sant’Angelo, meta di incredibili immersioni che negli anni mi hanno “forgiato” come subacqueo. E’ un posto speciale. Appoggio l’indice sulla carta, proprio sulla punta di Sant’Angelo, su quell’area della batimetrica che le antiche generazioni di pescatori locali chiamano “Il Padre”. Poi il mio dito comincia a scivolare verso “fuori”, in direzione sud, finché si ferma su uno strano simbolo, una sorta di croce uncinata stampata sulla carta. Lo conosco bene, indica la presenza di un relitto. Sposto l’indice accompagnato dal pollice verso sinistra, sulla scala al margine della carta. Mi serve per comprendere la distanza cartografica che ho tracciato, è circa un miglio marino (1860 mt circa). Un relitto… circa un miglio da punta Sant’Angelo… direzione sud. All’improvviso quel ricordo, quello stesso ricordo che 7 anni prima sul belvedere dei Maronti, vecchio di altri 55 anni, era apparso sul volto di Zia Agnese, che intanto ci aveva lasciati per una vita più serena, riappariva lì, tra il mio indice e il mio pollice, a conferma che dovevo saperne di più. Per la risposta dovevo attendere ancora, fino a quando, durante una conferenza dedicata alla sofisticata tecnica del multibeam, una sorta di sonar che consente di ricostruire il fondo marino in 3D, osservo sulla batimetrica dei 500 mt della zona di S. Angelo, una strana formazione, troppo regolare rispetto alle linee talvolta curve e comunemente irregolari che caratterizzano il fondo marino. Interrompo il geologo Giovanni De Alteriis che sta facendo la sua relazione: “E questo cos’è?”. I miei colleghi mi guardano straniti, ma non il relatore che sorride, un po’ meravigliato per il fatto che ho colto un particolare quasi insignificante nell’enormità della carta. “Già, è una

cosa strana, qui lo strumento ci ha fornito una risposta anomala, ma può succedere…” Io lo guardo, sto per qualche istante in silenzio, e poi parlo: “Quello è il relitto di Zia Agnese”. Giovanni mi conferma che le mie deduzioni possono essere più che attendibili e aggiunge: “Sarebbe bello darci un’occhiata, ma siamo attorno ai 500 mt…!”. Qualunque subacqueo sa bene che tale profondità è, ad oggi, fuori da ogni possibilità di esplorazione in immersione, a meno che non si possa utilizzare un batiscafo o un R.O.V. (Remotely Operated Vehicle), una sorta di robot dotato di telecamere e filoguidato dalla superficie. Intanto, cerco più informazioni possibile su quella che potrebbe essere la nave che giace davanti al largo di S. Angelo. Da Piero Faggioli, storico navale ed esperto di ricerca sui relitti, ottengo le poche notizie che si hanno su una serie di navi affondate nel Golfo di Napoli. Questi sono i risultati: “Emma” e “Ile de Breat” colate a picco non lontano da Capri, non possono essere loro. La “Sant’Antonio” è abbastanza piccola e il punto di affondamento non corrisponde. Ma la “Provvidenza” sì, la dimensione (8459 tonnellate di stazza lorda), la data (22 settembre 1940, Zia Agnese era del ‘25 e aveva circa 15 anni all’epoca dei fatti) e soprattutto gli allineamenti dell’affondamento, ovvero 3,5 miglia nautiche in direzione 150° da Punta Imperatore, coincidono. Prendo la carta nautica e le squadrette da carteggio e tiro l’allineamento. E’ lei, non ho dubbi, anche se ci sono piccole variazioni tra il punto della carta nautica in cui è collocato il relitto, l’allineamento dell’affondamento e il punto dell’anomalia indicato dai geologi. Ma tutto ciò ha una risposta, come vedremo. Cerco, maggiori informazioni sulla “Provvidenza”. Com’è consueto nel mondo della navigazione, le navi hanno una vita lunga, durante la quale cambiano spesso proprietario e nome. La nostra fu costruita

nel 1913 in Inghilterra: era lunga ben 143,3 metri e larga 17,7; divenne italiana nel 1932 prendendo il nome appunto di Provvidenza: la sua esistenza terminò il 22 settembre 1940 quando, in navigazione da Napoli a Cagliari, alle ore 9.40, a 3,5 miglia per 150° da Punta Imperatore fu silurata dal sommergibile inglese Truant. Affondò verso le 10,25. I 45 minuti di ‘agonia’ della nave spiegano le anomalie fra il punto in cui fu colpita, e quello in cui il suo relitto è segnalato sulla carta. L’allineamento fornito, infatti, registra il punto in cui la nave è stata silurata, non quello in cui è colata a picco. Può in 45 minuti una nave di circa 150 metri di lunghezza e in navigazione continuare a muoversi di abbrivio per circa 0,8 miglia nautiche, ovvero circa un chilometro e mezzo? Certamente sì, e 0,8 miglia nautiche sono la differenza tra il punto segnato sulla carta nautica ufficiale e il punto di siluramento. Potrebbe non corrispondere la rotta, la nave era in navigazione da Napoli a Cagliari, ma il Comandante avrebbe potuto decidere, una volta colpito, di variare la rotta puntando verso l’isola d’Ischia nel tentativo di avvicinarsi a terra il più possibile, per aumentare le possibilità di salvezza. Non si può escludere, anzi, che la Provvidenza abbia cominciato il suo affondamento ad una distanza minore dalla costa, ma una volta giunta sul fondo, le caratteristiche del fondale, che in quel punto è particolarmente ripido, avrebbero potuto favorire un ulteriore scivolamento verso il largo, cioè a sud. Non a caso, il segnale anomalo ricostruito con la tecnica del 3d risulta proprio alla base di questo declivio subacqueo molto scosceso. L’Ufficio Idrografico della Marina mi dà la conferma definitiva: il relitto fu individuato per la prima volta da una nave idrografica nel lontano 1953, ed identificato grazie alla testimonianza di gente del posto.


Una calda e silenziosa mattina di fine settembre, pochi pescatori a riparare le reti e a calafatare le barche tirate a secco, contadini dediti alla vendemmia nei vigneti a ridosso della spiaggia dei Maronti e la sagoma di un grande piroscafo che attraversa la baia da levante a ponente. Viene da Napoli da dove è partito alle ore 6:30 e si dirige verso Cagliari, rotta 238°. E’ in “zavorra”, ovvero è carico di merci ed equipaggio, nessun passeggero. Si chiama “Provvidenza”. Ed è “la” nave Provvidenza e non “il“ Provvidenza, perché solo le navi militari potevano fregiarsi dell’articolo al maschile. Sono passati poco più di tre mesi dalla dichiarazione di guerra (10 giugno 1940), da quel delirante “vincere e vinceremo” che aveva convogliato l’Italia e gli italiani in una devastante avventura di distruzione, morte e povertà, come lo è ogni conflitto. L’imbarcazione attraversa la baia allontanandosi dalla costa, il fumaiolo rilascia il vapore azzurrognolo nell’aria circostante. Il “Regina Elena”, motonave pilota requisita per esigenze militari, la precede occupandosi della sua sicurezza. Per questo monta un “pezzo da 76/40”. Il mare è calmo, la mattina limpida e l’aria frizzantina di settembre rende tranquilla la navigazione, ma a bordo c’è tensione, siamo in guerra. Il Comandante Salvatore Cacace di Gaeta ha deciso di navigare sotto costa fin quando ha potuto, probabilmente per evitare i pattugliatori inglesi, anche se consapevole che un piroscafo di quelle dimensioni non può passare inosservato. Ma ormai è venuto il momento di variare di poco la rotta, puntando verso sud-ovest e allontanandosi dalla costa sud dell’Isola. Sono le ore 9:40. Stesso istante, poco a largo di punta Imperatore, non più di 3 o 4 miglia marine verso nord-ovest, un sommergibile inglese Truant classe HMS è appostato in attesa delle sue prede. Periscopio su. Nave con vessilli diversi dai propri. E’ nemica. Siluro nel tubo di lancio. Fuoco. Un fragore assordante lacera la pace della baia, una profonda ferita al cuore attraverso la murata destra, la Provvidenza comincia a sbandare e si “apprua”, mentre gli uomini dell’equipaggio muovono le scialuppe in mare. Alcuni di loro terrorizzati si lanciano fuoribordo, sperando in un futuro migliore di quello ormai inevitabile della loro nave. Il Regina Elena, la nave pilota, appena avvertito lo scoppio vira di bordo di 360° portandosi il più possibile in prossimità della Provvidenza, accosta e comincia a recuperare uomini dalle scialuppe e dall’acqua. A supportare il recupero arrivano veloci le barche dei pescatori sant’angiolesi, la regola del mare lo stabilisce. Il Comandante è l’ultimo a mettere piede sulle scialuppe. Si gira attorno, è in piedi, guarda immobile la sua nave ferita. Sono le ore 10:20, si odono due forti boati, le caldaie esplodono squarciando lo scafo che in pochi istanti si inabissa, e torna il silenzio… Il Primo Ufficiale, Raimondo Maglione di Torre del Greco distoglie lo sguardo del Comandante: un’occhiata rapida, è ora di “contarsi”: 32 su 33 rispondono all’appello dei diretti superiori. 12 uomini sono feriti, per fortuna tutte lesioni di piccola entità. Ma uno manca all’appello. Manca un cameriere di 39 anni, ancora troppo pochi per morire. Si chiama Umberto Paganelli, è nato a Pistoia ma è andato a vivere con la famiglia a Genova, è da lì che si parte per lavorare in mare, ma l’ultimo sole che ha visto è quello sopra la torre di Sant’Angelo…

Per questo tentativo di ricostruzione del naufragio della Provvidenza, devo ringraziare Giovanni De Alteriis, Stefano Ruia, Piero Faggioli, l’amico carissimo Com.te Menna, i Capitani di Fregata Lusiani e Ferrero dell’Ufficio Idrografico della Marina di Genova. Tutti mi hanno fornito importanti informazioni e le immagini. Il mio ricordo affettuoso va soprattutto a Zia Agnese e alla sua Storia di Mare.

Bruno Iacono, Diving Officer presso il Gruppo di Ricerca di Ischia del Laboratorio di Ecologia Funzionale ed Evolutiva della Stazione Zoologica A. Dohrn, è fondatore e presidente dell’Associazione Nemo che lavora nell’isola d’Ischia per diffondere la cultura del mare. In particolare, Nemo organizza corsi di biologia marina e corsi e escursioni di snorkeling e immersione subacquea con ARA (bombole), con rilascio di brevetti internazionali di tutti i livelli, compreso quello di Istruttore. La sede estiva è a Sant’Angelo d’Ischia, presso la “Nuova Associazione Amici di Sant’Angelo”. Cell: 366.1270197 – email: info@nemoischia.it – website: www.nemoischia.it


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Ad Ischia, dove Vittoria Colonna abitò per quasi trent’anni, il legame tra la Poetessa e il Maestro viene vissuto ancora oggi in maniera molto forte, fino a concretizzarsi in immagini poetiche poco documentabili dal punto di vista storico, ma affascinanti sotto il profilo turistico, mi riferisco alla leggenda che vuole Michelangelo e Vittoria amanti sull’isola. Tra le tradizioni liriche che maggiormente hanno fanno presa sull’animo del turista, di certo è da mettere al primo posto quella che ha per ‘ambientazione’ il magico specchio d’acqua di Cartaroma, compreso tra il Castello Aragonese, dove la Poetessa aveva la residenza, e la ‘Torre di Michelangelo’, dove – secondo alcuni scrittori di ‘cose ischitane’ – il Maestro fiorentino avrebbe preso dimora per stare accanto alla sua ‘amata’ Colonna. Su questo filone, la fantasia popolare si è spinta oltre, arrivando a parlare di un tunnel sottomarino, attraverso il quale Michelangelo avrebbe potuto raggiungere agevolmente Vittoria, non visto da sguardi indiscreti, dalla Torre all’interno del Maniero. E non pochi nel passato, nel dare corpo ai sentimenti popolari, hanno cercato di riscoprire il ‘tunnel dell’amore’, di una passione riservata e sconvolgente, di un legame che arrivava a coinvolgere nel più profondo dell’animo i due massimi Geni del Rinascimento italiano. Al di là della verificabilità storica del mito legato al territorio, resta il fatto che la coscienza collettiva della comunità isolana non ha mai messo in dubbio l’esistenza di un ‘vincolo’ che tenesse legati – tramite la eccezionale e familiare presenza della Castellana Vittoria – il Maestro e l’isola ‘che a Tifeo si stende’. Anche se la fama di entrambi e la reciproca stima avevano preceduto la loro personale conoscenza, molto probabilmente Vittoria Colonna incontrò per la prima volta Michelangelo intorno al 1535 a Roma: subito nacque tra le due anime elette un rapporto intenso, fondato sulla comunanza di me-

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VITTORIA E MICHELANGELO IN LOVE Text: Giovanni Di Meglio


desimi interessi culturali (il destino dell’Uomo nella Storia) e spirituali (la riforma della Chiesa Cattolica), ma alimentato giorno per giorno da un sentimento nobile e sincero, che il Condivi, discepolo dell’Artista e suo primo biografo, non esitò a classificare come “amore” , chiaramente inteso in senso platonico. Sebbene Michelangelo fosse di gran lunga più anziano, provò sempre rispetto e infinita devozione per Vittoria, della quale si dichiarò figlio e discepolo e che elevò a sua musa ispiratrice, accettando – lui spirito ribelle per natura e per convinzione artistica – che ella potesse esercitare un’influenza indiscutibile anche sulla sua opera. Non deve sorprendere, quindi, che la Castellana d’Ischia sia stata l’ispiratrice della “Samaritana al pozzo”, del “Cristo deposto dalla Croce”, del “Cristo in Croce” e che figuri tra i personaggi del grandioso “Giudizio Universale”. Pare addirittura che il Maestro si rivolgesse spesso a lei per chiedere consigli morali e teologici sulla composizione dell’incomparabile affresco della Cappella Sistina. Anche per questo, il critico d’arte Roberto Longhi sostenne che Michelangelo avesse inteso

ringraziare la sua personale musa, dando alla Madonna che siede alla destra del Cristo Giudicante, le sembianze della vedova di Ferrante d’Avalos! Sia che s’incontrassero per le conversazioni quasi giornaliere nel giardino della chiesa di San Silvestro al Quirinale, presenti a volte altri artisti e uomini di cultura, e sia attraverso la corrispondenza epistolare, essi presero atto della fine delle certezze dettate dal Rinascimento e posero le basi per la edificazione di una controffensiva riformista, che tenesse conto dell’assoluta miseria umana e del mistero della grazia divina, l’unica capace di redimere il mondo intero. In questo comune percepire la crisi di un’epoca, essi si avvicinarono, con la mente e con lo spirito assetati di verità, ma anche con ragionevole prudenza, alle nuove interpretazioni del Vangelo sostenute dal Valdes e dal frate Bernardino Ochino, i quali si erano elevati ad alfieri della necessità della riforma della Chiesa, travagliata da decenni di scandali e di ruberie. Grazie al fatto che venivano riconosciuti personaggi di altissimo livello e incontrastati protagonisti della società contemporanea, Vittoria e Michelangelo, negli anni di assidua e proficua frequentazione, ebbero la forza di imprimere una svolta decisiva al loro modo personale di pensare e di agire, ricercando, lei nella poesia e lui nell’arte figurativa, uno straordinario strumento di sopravvivenza all’angoscia che li divorava in profondità. Il risultato della rivoluzione comportamentale fu eccezionale. Vittoria riuscì ad imprimere alla complessa materia poetica, ancora formalmente ‘petrarchista’, freschezza di

ispirazione e scioltezza compositiva, connotandola di valori spirituali e religiosi, quasi del tutto assenti nella prima parte del ’Canzoniere’, fino al punto che la figura del marito, morto in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Pavia, definito più volte nei sonetti ‘mio bel Sol’, fu sostituita negli ultimi tempi con un nuovo imperituro Sole, rappresentato dal Cristo Redentore. Michelangelo, a sua volta, abbandonò la casacca, fin troppo stretta anche se ben remunerata, di servitore delle ambizioni celebrative dei potenti di turno, per approdare verso una dimensione nuova dell’esperienza creativa, non più sottoposta al gusto e ai capricci del mecenate, ma rispecchiante l’esigenza di riportare sul prodotto artistico il dramma dell’Umanità combattuta tra il ‘Bene’ e il ‘Male’, in profonda crisi di identità, perché ormai priva di quei riferimenti culturali che erano stati imperanti prima del disastroso ‘Sacco di Roma’. Nonostante Michelangelo avesse indirizzato a Vittoria soltanto quattro o cinque sonetti, in particolare tra il 1542 e il 1547, tuttavia essi sono sufficienti per fornirci l’esatta percezione dell’affettuosa stima che l’Artista nutriva per la vedova di Ferrante. Tale predisposizione d’animo venne chiaramente percepita dal pittore portoghese Francisco de Hollanda, autore di uno straordinario libro intitolato “Colloqui con Michelangelo”, una specie di diario artistico distribuito in quattro giornate, in cui vengono analizzati molti aspetti di quel rapporto improntato a indubbia dolcezza e tensione spirituale. Sempre all’artista portoghese si deve la notizia del sincero rammarico di Michelangelo di essere giunto troppo tardi al capezzale dell’amica, così da non averle potuto baciare la fronte e le guance, oltre che la mano, quando la vide sul letto di morte.


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RACCONTI DAL MARE Text: Lucia Elena Vuoso Photo: Archivio Delphis

Il mare racconta storie. Le ha sempre raccontate, attraverso marinai impavidi, relitti sommersi, inestimabili tesori, attraverso bellissime sirene e perfidi pirati. Oggi le racconta attraverso le voci di Angelo Miragliuolo, Carlotta Vivaldi e Sara Osenda, rispettivamente comandante ricercatore, biologa ricercatrice e assistente ricercatrice a bordo del velierolaboratorio Jean Gab, nell’ambito del progetto Ischia Dolphin Project. Storie di delfini e capodogli, di emozioni e di scoperte, storie di uomini un po’ animali e di animali molto umani, ambientate nello specchio d’acqua tra le isole di Ischia, Procida e Vivara. I delfini possono essere di diverse specie, col rostro o senza. Il delfino comune mediterraneo – Flipper per intenderci – è quello più a rischio d’estinzione. Il globicefalo, quello di cui si ha un minor numero di avvistamenti nell’area, non ha il rostro ed è chiamato dai pescatori del posto ‘ ‘u monc’ – il monaco – per il colore del suo manto. Infatti, è tutto bruno e sul

torace ha una macchia bianca a forma di ancora. Quando viene fuori dall’acqua e si mostra di pancia, assomiglia moltissimo ad un frate, col cappuccio in testa e il colletto bianco. Un’altra specie di delfino, di cui sono stati avvistati molti esemplari è il grampo. Sono creature molto socievoli, quindi gli esemplari amano entrare in contatto fra di loro e lo fanno con morsi e sfregamenti; non si fanno del male ma, essendo la loro pelle, di colore grigio-bruno, molto sensibile lungo tutto il corpo presentano i segni di morsi e graffi che restano per sempre e non è raro che da anziani divengano tutti bianchi. I tursiopi, invece, sono i più curiosi ed intraprendenti: lunghi circa quattro metri, hanno il becco e i maschi giovani spesso si allontanano dal branco per esplorare coste ed insenature e non di rado sono stati avvistati nel porto di Napoli. Infine, il delfino più comune nel Mediterraneo, la stenella striata, sottile e lunga circa due metri. Sono molto


furbe e hanno escogitato un trucco per mangiare a sazietà e senza fatica: fanno visita, anche due o tre volte in una notte, alle ‘totanare’, avendo capito che le luci calate da queste sul fondale servono ad attirare totani, calamari e polpi di cui vanno ghiotte, e saccheggiano letteralmente il pescato. Altro trucco che i delfini usano per catturare il pesce è seguire i capodogli. Quando questi grossi animali emergono dal fondale per respirare, i delfini, a decine, gli si scagliano addosso per cercare di mangiare tutti i piccoli polipi che viaggiano sotto l’animale. Spesso il capodoglio è anche infastidito dall’attacco dei delfini che per cibarsi lo graffiano, anche in punti sensibili come gli occhi, e cerca di allontanarli sbattendo violentemente la coda nell’acqua. Il capodoglio, così grande e così possente, che a prima vista può anche spaventare, sa essere non solo molto dolce ma anche agilissimo nei movimenti e delicato coi piccoli. I capodogli, come gli esseri

umani, hanno una vita media di circa 70 anni e la loro è una società matriarcale. Nonne, zie, mamme e cuccioli vivono insieme fino a quando il “piccolo” non raggiunge la lunghezza di 11 metri. A questo punto, tutti i giovani maschi vengono raggruppati insieme ed allontanati. Le mamme hanno un cucciolo ogni 5 anni circa ed i piccoli appena nati non sanno nuotare bene. La madre, però, è attentissima, e se avverte anche il minimo pericolo per il figlio, emerge nel giro di pochi attimi e nuota a mezzo metro da lui. Molto buffo è assistere all’allattamento poiché il cucciolo non ha grande capacità di apnea e, quindi, si tuffa sotto la mamma, succhia velocemente il latte e riemerge trafelato dal lato opposto, prende fiato e torna ad immergersi, fino a quando non è sazio. Spesso il capodoglio viene confuso con la balenottera, si pensa infatti che il primo sia più grande. Non è così: la balenottera, infatti, coi suoi 23 metri è l’animale più grande del pianeta, il capodoglio, invece,

è lungo al massimo 15 metri. Spesso si è indotti in errore poiché la balenottera non emerge completamente in superficie e ci si rende conto della sua maestosità solo se passa accanto all’imbarcazione, mentre il capodoglio per respirare si mostra completamente, con la sua grande testa, fuori dall’acqua. Delfini, capodogli e balenottere sono gli unici esseri viventi al mondo che non hanno una tana dove rifugiarsi. Quando dormono si mettono a pelo d’acqua in modo da poter respirare e si lasciano trasportare dalla corrente. Hanno gli occhi aperti, ma chiudono le orecchie. Queste specie, infatti, comunicano con gli ultrasuoni: emettono dei ‘click’ e grazie al segnale di ritorno riescono a vedere precisamente cosa hanno di fronte. A secondo del numero di dettagli che vogliono conoscere di un oggetto emettono click di diverse entità, e la loro percezione è sorprendente: riescono a vedere attraverso il piombo, riescono a capire di quali e quanti materiali è fatto un ostacolo e ne hanno conoscenza a 360 gradi. Uno degli episodi più belli che si ricordano a bordo del Jean Gab è l’incontro tra la cagnolina-mascotte Zora (ora sostituita da Berta) e il giovane globicefalo Pan. Pan era ancora protetto da Cagliostro, il ‘pilota’ maschio adulto. I delfini, infatti, non hanno un capobranco, ma un pilota che gestisce solo la difesa, poiché il maschio non può comandare sulla femmina. Spesso i piloti, quando avvistano un’imbarcazione, iniziano a saltare davanti alla prua per attirare l’attenzione su se stessi e distoglierla dal branco e dai piccoli, che scompaiono in fretta nei fondali marini. Un giorno in cui Cagliostro, conoscendo l’imbarcazione e fidandosi dell’equipaggio, era più rilassato, il piccolo Pan sfuggì al suo controllo. Si avvicinò all’imbarcazione saltando e Zora iniziò ad abbaiare come se le attenzioni del delfino fossero dirette a lei. Cominciò un inseguimento: il delfino dall’acqua e la cagnetta dalla barca, fino alla poppa. Finito lo spazio per correre Zora si tuffò sul gommone di scorta e si sporse in acqua, nello stesso momento Pan mise la testa fuori dall’acqua. I due animali si guardarono negli occhi per circa un minuto alla distanza di un pochi centimetri l’uno dall’altra. La storia che si raccontarono ci è ancora sconosciuta, come ci sono sconosciute ancora tante informazioni, tante curiosità e tante avventure sui più grandi abitanti del mare. Tutte le specie di cui abbiamo raccontato possono essere avvistate durante le escursioni giornaliere in barca a vela organizzate dall’associazione Delphis. Le visite comprendono presentazioni di esperti e ricercatori sulle attività dell’associazione, sui cetacei e sul loro ambiente naturale, pranzo, vino e bevande, drink al tramonto ed entrata gratuita al Museo dei Cetacei di Villa Arbusto a Lacco Ameno. Per informazioni e prenotazioni, o in caso di avvistamenti di cetacei: 3492927722 e/o 3495749927.


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LA BAIA DELLA PELARA Text: Silvia Buchner Photo: Romolo Tavani

Basta imboccare la stradina giusta, a pochi passi dalla brulicante piazzetta di Panza, per entrare in un’altra dimensione. Si lascia l’asfalto per la terra battuta, poi per il frusciante tappeto di foglie del bosco, infine per le scabre rocce che sono la meta finale della passeggiata. Dimenticate le villette con i loro giardini sgargianti di petunie - lo scivolo di plastica - il barbecue portatile, per un paesaggio di ‘parracine’ ombreggiate da alberi antichi come olivi e fichi, piccoli frutteti che prosperano protetti dal vento dentro i valloni, ampi terrazzamenti popolati da canne, felci, erbe spontanee. Fino ad un tempo più o meno recente lì c’erano vigneti: il vigneto che ad Ischia arrivava dappertutto, sulle colline più alte, lungo le pareti più impervie, nelle conche più nascoste… Ma oggi i costi elevati, la fatica che comporta, i mutamenti sociali e culturali hanno fatto perdere interesse per il mondo della campagna, e così i terrazzi abbandonati rimangono a testimonianza della civiltà contadina che ha impregnato profondamente l’isola per secoli e secoli. E, a dispetto di tutto, continua a impregnare l’anima di una parte dei suoi abitanti. Ci sono, infatti, sempre più ischitani che si voltano a guardare indietro, al mondo che era dei loro genitori e nonni, e scopre che a quel mondo sentono ancora di appartenere, che vogliono ancora camminare sui sentieri polverosi calcinati dal sole, arrampicarsi a cercare panorami diversi dal consueto, andare al mare in baie


Pro Loco Panza Luigi D’Abundo alla cui caparbietà si deve gran parte del lavoro svolto, poi Nicola Migliaccio, Alessandro Impagliazzo, Mario e Vincenzo D’Abundo, Giovanni Castaldi, Francisco Polito, Mario Guarracino, Aniello Iacono, Leonardo Foglia, Franco Polito, Vittorio Barnaba, Adolfo Iacono, Costantino Polito (alcuni di loro appaiono nella foto accanto) sono coloro i quali hanno collaborato al ripristino del sentiero della Pelara. Chi volesse dare un aiuto all’associazione, può farlo tesserandosi o con un contributo volontario alle iniziative che promuove. La pro loco Panza gestisce da quattro anni un ufficio informazioni e organizza eventi fra i quali è molto interessante “Andar per cantine” (16-20 settembre 2011), giunto alla IV edizione e che propone un itinerario attraverso le più belle cantine dell’isola durante la vendemmia. sperdute, godersi il profumo del bosco. Fra questi c’è sicuramente il gruppo della Proloco Panza che ha lavorato duramente per mesi, ogni domenica mattina, per riconquistare un itinerario nella natura ischitana, che altrimenti sarebbe stato irrimediabilmente inghiottito dai rovi, precludendo la possibilità di raggiungere luoghi davvero notevoli. Li abbiamo incontrati all’opera con zappa, ‘marrazzo’, falciaerba, e soprattutto la forza delle loro braccia, mentre realizzavano la parte finale del percorso, quella più spettacolare che conduce alla baia della Pelara. E’ necessario camminare per circa tre quarti d’ora dal centro abitato per arrivare fin qui: si prende la via che conduce alla spiaggia di Sorgeto, ma dopo poche centinaia di metri

si devia a destra, seguendo le frecce e si procede ancora brevemente, fino a un bivio appena accennato. La stradina che scende ripida, sempre a destra, conduce appunto alla nostra destinazione. Il percorso è piacevolmente fresco finché si cammina attraverso la folta macchia di querce, lecci, corbezzoli ed eriche, ma il tratto più bello è l’ultimo, quando si esce alla luce del sole e si corre rapidamente verso il mare. In questo tratto il suolo è sdrucciolevole e in forte pendenza e, per quanto il lavoro dei volontari comprenda anche la realizzazione di gradini in legno e di un corrimano (tutto grazie a contributi volontari dei componenti delle Pro Loco e ai materiali ricevuti in regalo da aziende della zona), è necessario indossare


scarpe adatte, possibilmente da trekking e, in ogni caso, essere molto prudenti. Si cammina nel letto di uno dei tanti canaloni che percorrono il versante sudoccidentale e meridionale dell’isola d’Ischia: quello della Pelara si tuffa a mare e custodisce un paesaggio che si è conservato miracolosamente intatto. La piccolissima valle è coperta da una vegetazione estremamente variegata che prospera fra queste pietre aspre. Assunta Calise, la guida escursionistica che come di consueto ci ha accompagnato, ha contato alla fine oltre 35 piante diverse, e

sicuramente alcune ci sono sfuggite. Quindi, venite a scoprire la Pelara in primavera - al massimo entro l’inizio di giugno - perché dopo il sole cocente brucerà tutto. Basta pochissimo terreno, addirittura una roccia più tenera e subito le tenaci radici penetrano e attecchiscono: una pioggia, un po’ di caldo e si crea un tappeto multicolore in cui si alternano piante più evidenti come elicrisi, diverse specie di ginestre, garofanini rosa, gli ombrelli bianchi delle carote selvatiche, le sfere violette dell’aglio rotondo, i cespugli argentei dell’assenzio, il cisto rosso con i suoi fiori


fucsia, che prospera nelle zone dove sono stati appiccati incendi, perché il fuoco favorisce la propagazione dei semi, ad altre minuscole e che proprio per questo sorprendono per la loro vitalità. In particolare, alla Pelara abbiamo visto lo “statice inarimensis gus”, piantina dai piccoli fiori azzurri riconosciuta e battezzata dedicandola appunto a Ischia dal botanico di corte dei Borbone, Giovanni Gussone alla metà dell’Ottocento e il “sedum litoreum gus” una minuscola pianta succulenta che vive direttamente sulla pietra. Entrambe sono caratteristiche dell’ambiente ischitano e sono assai rare altrove. E ancora, lo spazzaforno i cui rami robusti si usavano per farne delle corde ma anche, inzuppati di acqua zuccherata, si appendevano alle tende per scacciare le mosche, le violacciocche, le deliziose campanelle del convolvolo. Al fondo della baia, il mare si incontra con la terra, sbatte sugli scogli e sulle rocce scure che creano ai lati due quinte imponenti, prima di immergersi in acqua. Siamo nel regno dei gabbiani, che volteggiano senza fatica alcuna, scegliendo per il loro riposo i picchi più alti e inarrivabili. La conformazione geografica di questo versante dell’isola, che si presenta appunto solcato da decine di canaloni, tracciati nella tenera roccia che caratterizza la zona dall’incessante scorrere dell’acqua piovana, offre una serie di promontori e rientranze, che talvolta divengono vere baie, che meritano di essere scoperte tutte. In particolare, stando nella baia della Pelara, se si alza lo sguardo alla propria sinistra, verso oriente, si incontra il fianco di una ripida collina che termina in una punta, oltre la quale ci sarà un’altra bellissima baia, sempre racchiusa fra due promontori. Ebbene, essa si chiama monte di Panza, ed è stata già oggetto di riqualificazione, sempre da parte della Proloco. Tornando, quindi, sui propri passi, e ripercorrendo a ritroso la valle della Pelara, si giunge nuovamente al bivio: da qui, vale, quindi, la pena di proseguire attraverso il viottolo sterrato (sempre seguendo le chiare indicazioni). Un paio di curve definite da bellissime ‘parracine’, una breve salita ed ecco la sorpresa: appare davanti a noi, placido, bellissimo, al termine della lingua di sabbia che lo unisce alla terra, il promontorio di S. Angelo. Tutto intorno, mare azzurrissimo. Siamo sul dorso del monte di Panza: percorretelo fino alla fine, attraversa piccolissimi fazzoletti coltivati, definito da bassi muretti sorretti anche da piante di agave e dominio incontrastato, anch’esso, della rigogliosa quanto fragile fioritura primaverile. Questo luogo, infatti, è molto aperto, esposto al vento caldo del Sud, al sole, quindi già all’inizio dell’estate tutto appare bruciato dal caldo implacabile. In realtà, la vegetazione più bella e delicata, in parte uguale a quella incontrata alla Pelara, ha già compiuto il suo ciclo vitale e il prossimo anno la ritroveremo ancora qui. Anche se questo luogo è frequentemente attaccato dagli incendi: tanto più quindi, attività come quella della Proloco Panza che ha ripulito i sentieri, li ha recuperati all’abbandono, ha fatto di questo luogo un bellissimo itinerario naturalistico è meritevole di ogni apprezzamento. Camminando sul dorso della collina fino alla punta, che chiamano Capo Negro, vengono quasi le vertigini. Lo sguardo spazia libero: di fronte il mare aperto e, in basso, le due baie separate dal monte di Panza. A destra, verso ovest, la Pelara dove eravamo poco prima, a sinistra, verso est, la spiaggia di Sorgeto, chiusa da punta Chiarito. Lo sguardo non può fare a meno di cercare la piccola spiaggia fatta di sassi, bagnati da un mare caldissimo che ha reso famosa questa zona e che sarà la destinazione di un prossimo itinerario.


CAVA PELARA: COME SI E’ FORMATA? Ci sono voluti circa 200mila anni perché l’isola d’Ischia si formasse, grazie a complesse attività vulcaniche e tettoniche (cioè di costituzione della terra): le zone più antiche, per esempio le cupole del Castello Aragonese e di S. Angelo e il monte Vezzi, risalgono appunto a quel periodo. Le zone dell’escursione, invece, cioè il monte di Panza e la Cava Pelara, sono nate intorno a 28.000 anni fa, quindi sono geologicamente molto giovani (a quell’epoca sulla terra si era già da tempo evoluto l’ “homo sapiens”, il genere cui apparteniamo tutti noi, anche se a Ischia non è documentata la sua presenza già allora), quando le eruzioni successive di tre bocche vulcaniche hanno creato le due colline che fiancheggiano la cava Pelara. Ponendosi con lo sguardo verso il mare, la collina a sinistra si chiama capo Negro o monte di Panza, quella a destra capo Pilaro, in mezzo appunto c’è la cava Pelara. Le peculiarità che caratterizzano questa zona l’hanno fatta catalogare come un geosito, cioè un luogo che va preservato perché vi sono ‘architetture naturali’ che testimoniano processi geologici che hanno portato alla creazione dell’isola. Vediamo quali sono. Appare evidente che le alte rocce che chiudono verso il mare le due colline sono costituite da una pietra molto più consistente di quella che forma, invece, le alture circostanti. Nel corso dei millenni, il lavorio incessante compiuto dal mare ha fatto sì che le rocce più esterne venissero meno e franassero (formando le scogliere naturali che si vedono ai piedi delle alte pareti laviche), mettendo allo scoperto e consentendo agli studiosi di osservare con chiarezza il fenomeno geologico che ha generato il luogo. Tecnicamente, le rocce che costituiscono la base delle due colline si chiamano duomi lavici, per la loro forma sviluppata verso l’alto e più o meno conica, che ricorda le coperture delle chiese. Essa può essere dovuta a più ragioni: sicuramente ha influito la consistenza della lava, più viscosa, densa e che quindi non è scivolata via, inoltre è possibile che al momento dell’eruzione fosse racchiusa da altre rocce, che ne hanno impedito il libero scorrimento e l’hanno ‘costretta’ a incanalarsi verso l’alto, dando vita

a queste imponenti fomazioni. Il fenomeno dei duomi lavici è presente anche a monte Vico e lungo la costa meridionale dell’isola, da punta della Pisciazza a S. Pancrazio. Al di sopra dei duomi lavici si sono sovrapposti i materiali generati dalle eruzioni di una terza bocca, quella della cava della Pelara, e che formano le due colline. Questa volta, però, il materiale emesso era di consistenze differenti dalla lava dei duomi. Gli strati di roccia che compongono il monte di Panza e il capo Pilaro, infatti, espongono ampie sezioni e si può osservare facilmente la loro formazione: si alternano strati di lava più consistenti, di tipo ‘scoriaceo’, cioè formata da brandelli di materiale incandescente emessi da eruzioni esplosive e che una volta ricaduti, si sono saldati fra di loro, a strati costituiti prevalentemente da pietre pomici, cioè quelle rocce leggerissime perché forate, che si generano quando ci sono eruzioni vulcaniche con abbondante emissione di gas ad altissima temperatura e pressione. (Testo realizzato con la consulenza scientifica del geologo Antonino Italiano)

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L’AMICO DI ISCHIA Text: Annamaria Rossi | Photo: Archivio Cavallaro

Franco Cavallaro, Capo Ufficio Stampa del Centro Europeo per il Turismo, Cultura e Spettacolo, è tra i più noti manager della comunicazione e la sua attività spazia con grande successo dall’ambito istituzionale a quello dell’arte, da quello culturale a quello dello spettacolo. Una carriera che dura da 32 anni, nel corso della quale ha curato importantissimi eventi, nazionali ed internazionali. Tanti, anzi tantissimi i grandi personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura e delle istituzioni che hanno partecipato agli eventi curati da Cavallaro: da Patty Pravo, Raoul Bova, Claudia Cardinale, Giancarlo Giannini, Gina Lollobrigida, Eros Ramazzotti, Lina Sastri, Pippo Baudo a Monica Vitti, Giorgio Albertazzi, Milly Carlucci, Paolo Mosca, Ornella Vanoni, Luciano De Cre-

scenzo, Luisa Corna, Bruno Vespa, Manuela Arcuri, Giorgio Panariello, Maria Giovanna Elmi… Una delle iniziative più recenti di cui Franco Cavallaro è stato promotore è il Premio Ischia Friends, giunto alla terza edizione, e dedicato alle personalità che sostengono il nome e l’immagine dell’isola nel mondo. Perché quest’anno ha dedicato il Premio “Ischia Friends 2011” a Giovanni Paolo II? Ho dedicato questo premio a Karol Wojtyla per sottolineare il grande amore che il Papa aveva per quest’isola, dove ha tenuto una visita pastorale il 5 maggio 2002, e nello stesso tempo ho voluto rendere omaggio a un grande uomo, un vero “gigante della fede”. La prima volta che ho avuto l’onore di

conoscerlo è stato nel 1984, nel corso di un’udienza. La sua figura rigorosa e il suo pensiero sono un segno di speranza non solo per i cattolici. Un grande Pontefice che ha cambiato la storia del mondo. Il suo messaggio evangelico ha lasciato un segno indelebile nei cuori di tutti. Viene ad Ischia da vari anni e cura anche la comunicazione per l’isola. Come mai ha eletto Ischia a meta per le sue vacanze? Amo Ischia per i suoi colori, i suoi profumi, il suo mare. In particolare, amo il calore della sua gente. Qui ho fatto molte amicizie con le quali sono in contatto tutto l’anno, per esempio Luciano Bazzoli, Michele Iacono, Ermando Mennella, Marco Bottiglieri, Giosi Ferrandino e don Carlo Candido. La bellezza


dei suoi scenari mi accompagna in tutti i momenti della mia attività professionale, mettendomi sempre di buon umore. Devo confessare, perdonatemi, di avere una predilezione per Sant’Angelo che considero un vero angolo di paradiso. Comunque, essendo campano, amo tutta la Campania che ritengo sia veramente una terra benedetta da Dio e non perdo e non perderò occasione, grazie al mio lavoro, di continuare a promuoverla. Quali sono gli eventi di cui ha curato la comunicazione che ricorda con maggior affetto? Premetto che sono affezionato a tutti gli eventi da me curati. Ad alcuni sono particolarmente legato. Ad esempio la “Giornata d’Europa” che si svolge ogni

anno a Roma, in Campidoglio, nel corso della quale viene assegnato il “Premio Pesonalità Europea”, a personalità che si sono distinte in vari settori; lo spettacolo televisivo “Napoli prima e dopo” su RAIUNO; le mostre “Papi in Posa - dal Rinascimento a Giovanni Paolo II” a Roma, a Palazzo Braschi, “I Tesori della Fede – Capolavori di Arte Sacra del Patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno”, “Habemus Papam – Le Elezioni Pontificie da San Pietro a Benedetto XVI”, sempre a Roma, all’Appartamento Pontificio di Rappresentanza nel Palazzo Apostolico Lateranense; e ancora la mostra “Un Papa in Cammino- Viaggio attraverso i 25 anni di Pontificato di Sua Santità Giovanni Paolo II” a Roma, a Castel Sant’Angelo, e la mostra “ La Felicità di un Ritorno – Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato, un impegno costante per restituire l’Arte rubata all’umanità. Recuperare per tramandare”. Considerando i miei 32 anni di attività, potrei citarne molte altre, ma mi fermo qui. Quali sono stati recentemente gli eventi più significativi da lei curati? Di recente a Roma, ho curato la comunicazione di due grandi mostre: a Castel Sant’Angelo “Arte forza dell’unità– Unità forza dell’arte”, Gesta ed Opere dei grandi Salvatori dell’Arte, raccontati in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia; contemporaneamente ai Musei Capitolini, in Campidoglio, e a Varsavia, a Palazzo Reale, “All’Altare di Dio”, dedicata a Giovanni Paolo II, in occasione della sua Beatificazione. Quale ritiene sia il segreto del suo successo professionale? Non credo che esista un segreto. Secondo me occorrono una serie di fattori importanti, che contribui-

scono alla buona riuscita di un’attività professionale: impegno, cura, passione, entusiasmo, ottimismo e, soprattutto, un atteggiamento sempre positivo nell’affrontare il lavoro. In particolare do molta importanza ai buoni rapporti tra me ed i miei collaboratori, ai quali sono legato da affetto ed amicizia. Ad esempio per il Premio Ischia Friends mi avvalgo di due care amiche, che ritengo i miei angeli custodi: Luisanna Tuti e Maria Giovanna Elmi.

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Nella foto in basso, Franco Cavallaro in udienza da papa Giovanni Paolo II e fotografato con alcune delle tantissime personalità del mondo dello spettacolo con cui ha collaborato. Accanto, da sin.: con Anna Falchi, Caterina Balivo, Oreste Lionello; in questa pag.: sopra con Pippo Baudo; sotto da sin.: con Luisa Corna, Valeria Marini, Gina Lollobrigida, Maria Rosaria Omaggio.


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CANTINA COLELLA Text: Lucia Elena Vuoso Photo: Enzo Rando

Ci sono luoghi nell’isola d’Ischia dove periodicamente si ripetono delle magie. I maghi sono eccezionali alchimisti che riescono a trasformare semplici prodotti naturali in una bevanda che, da secoli, rilassa il corpo, inebria la mente e rallegra lo spirito. Le cantine, antichissime, attorniate da una folta vegetazione sono teatro del dolce incantesimo, i contadini, che si tramandano segreti di generazione in generazione, i saggi stregoni, l’uva, bianca o rossa, sapientemente coltivata è l’ingrediente fondamentale della prodigiosa pozione. E proprio uno di questi maghi, il signor Vittorio Colella, ha aperto le porte del suo antro incantato per mostrarci l’antica arte del mestiere dell’agricoltore e il teatro dove svolge quest’attività. Un profumo di erba aromatica ci accompagna lungo il sentiero alberato e fresco che dobbiamo attraversare prima di arrivare alla cantina, le viti, con le loro grandi foglie pendono dall’alto e ci fanno ombra, qualche tralcio arricciato di zucca si insinua fino al

bordo del viottolo dando, con l’arancio dei fiori, una nota di colore tra il verde della vegetazione e il grigio del terreno. D’un tratto, di fronte a noi fa capolino, prepotente, il mare di Forio e la chiesa del Soccorso, il Torrione, il cielo limpido, le case, i giardini. A circondarci il vigneto Colella, circa un ettaro di terreno a Panza dove il signor Vittorio, vigile urbano, coltiva uva, olive, pomodori, alberi da frutta e verdure di ogni tipo. E poi, mentre camminiamo, ecco che si sente il tipico odore: siamo davanti all’ingresso della cantina. Un ballatoio con un grosso tavolo dove, spiega il signor Vittorio, “dopo aver vendemmiato, con amici e parenti, si fa una grande tavolata coi prodotti della terra e si mangia allegramente, tutti insieme”; pesanti e massicce porte di legno, alle quali sono legati mazzetti di cipolle e pomodorini del ‘piennulo’ fanno da ingresso all’ampio locale. Circa cento metri quadrati sapientemente divisi in due ambienti compongono la maestosa cantina, an-

tica di oltre tre secoli e acquistata dalla famiglia Colella tre generazioni fa. Il tetto a volta, realizzato con pietre tenute insieme tra di loro solo tramite la maestria della disposizione, presenta due grandi finestre in alto e quattro piccole fessure per ogni parete: sono le ‘ventarole’, un antico sistema di ventilazione che permette all’aria di circolare creando l’ambiente ottimale, fresco e asciutto, per dar vita al processo di fermentazione del mosto. La ventarola principale, del volume di circa mezzo metro quadrato, posta sul lato destro della grande scala che conduce alla cantina, attira la nostra attenzione con un soffio di vento fresco, un sibilo che sembra voler comunicare. Ma è tutta la cantina a parlare: accanto alle botti in alluminio di ultima generazione, più consone dal punto di vista igienico-sanitario, fanno bella mostra di sé due grandi botti, capaci di contenere fino a 3500 litri: sono vecchie di 150 anni e inevitabilmente hanno ricevuto dei restauri, realizzati con il cemento.


Anche se sono oramai in disuso potrebbero ancora conservare il vino, che acquisterebbe un sapore leggermente più frizzantino al primo travaso. Ma la parte più caratteristica di tutta la struttura sono i due palmenti, scavati direttamente nella roccia, posti uno sull’altro nei quali, ancora come tradizione vuole, si pigia l’uva coi piedi. Il palmento superiore, grande due metri quadrati è collegato a quello piccolo, grande esattamente la metà, tramite un piccolo canale davanti al quale è posta una griglia, che permette di trattenere nel primo quadrato i residui degli acini e i raspi dopo la pigiatura: i contadini versano l’uva

appena raccolta nel palmento grande e il succo della prima spremitura passa nel palmento piccolo. Da qui viene raccolto, oggi con le pompe, anticamente con una pompa manuale o direttamente con piccoli tini, che venivano riempiti e svuotati nelle botti centinaia di volte. Accanto alle botti tutta una serie di strumenti che erano utilizzati dal contadino per controllare la buona riuscita del vino: qualche bicchiere per assaggiarlo, una cannula che si fissava all’apertura della botte per permettere il travaso, il termometro per misurare la temperatura del mosto, la botticella di forma ovale che serviva a trasportarlo fuori dalla tenuta per essere venduto, il tripuzio, una sorta di martello dalla testa piatta che serviva a battere il ferro delle botti per farlo aderire perfettamente alle doghe di legno. Quando le botti erano vuote, infatti, le assi da cui erano formate tendevano a restringersi e quindi, prima di essere riempite nuovamente, andavano lavate in acqua di mare o con acqua bollente per far sì che il legno si dilatasse nuovamente. I turisti e i bimbi fanno a gara per poter prendere parte alla vendemmia fatta alla maniera antica e il signor Colella è ben lieto di accogliere tutti a partecipare e, ogni settembre, apre le porte della tenuta alla manifestazione della Pro Loco Panza “Andar per Cantine”, per far conoscere un pezzo di storia e di tradizione a ischitani e ospiti. La produzione del vino, però, ha alle spalle un processo lungo un anno: si comincia a dicembre con la potatura delle viti e la legatura dei tralci, ad aprile c’è la prima irrorazione con la ‘zurfata’ (solfato di rame che si spruzza con una pompa sulle foglie per impedire la proliferazione di funghi) e successivamente la ‘potarella’, una potatura leggera per rifinire le viti e, fino a quando non arriva il periodo di raccolta, sono necessarie altre irrigazioni con lo zolfo, nel caso si verifichino piogge abbondanti che

lo lavano via. L’uva che si raccoglie è mista, di tipo Biancolella, Forastera, Trebbiano, Coglionara, Guarnaccia, Nero d’Avola e Alicante e dà vita ad ottimi vini da tavola, sia bianchi che rossi. Accanto alle viti ci sono numerosi ulivi, dai quali il signor Vittorio riesce a ricavare circa 400 litri di olio. E quanto ancora ci sarebbe da raccontare: i fichi secchi, i pomodori pendolini, le olive in salamoia con acqua di mare, ma è tardi, il sole è alto nel cielo, i cani reclamano da mangiare, la campagna, invece, vuole riposare.


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- F O O D

IL SAPORE D’ISCHIA Text: Rossella Guarracino e Anna Fiorentino Photo: Rossella Guarracino

“Un orto-giardino” ancora capace di meravigliare quanti scelgono di visitarlo. Così Gianni Mura, giornalista autore della prefazione al libro di Rossana Foglia “Ischia. La cucina di territorio”, Malvarosa Edizioni, definisce l’isola. Un territorio che si caratterizza per forti contrasti, a cominciare da quello che vede al centro della sua tradizione culinaria non il pesce, come ci si aspetterebbe, ma i prodotti tipici della campagna. I piatti tradizionali di Ischia infatti, incredibilmente, non sanno di mare ma di terra. La pietanza tipica per eccellenza è il famoso coniglio: un coniglio speciale, allevato in fosse scavate sottoterra e nutrito con erba e carote, che prende il suo sapore dagli aromi tipici dell’isola (la piperna e la maggiorana) e dalla casseruola di rame nella quale deve essere “obbligatoriamente” cucinato. Altrettanto gustose sono le zuppe a base di legumi e verdure che sanno mettere in risalto la ricchezza dei campi a ridosso del monte Epomeo e la perfezione


che certe preparazioni semplici di una volta riescono ad esprimere. Il pesce fa capolino nei menù di tutti i giorni meno di quanto si possa immaginare. Tuttavia, si destreggia tra una zuppa al pomodoro e una frittura di paranza e si fa apprezzare per la sua fragranza e il suo aroma. Il libro di Rossana Foglia ripercorre, attraverso oltre 70 ricette, la tradizione culinaria più autentica dell’isola, descrivendola in tutta la sua originale genialità ed essenzialità. L’autrice, grazie ai racconti e alle esperienze di amici e parenti condivise in tante chiacchierate fatte davanti a un buon bicchiere di vino, ha realizzato un vero e proprio percorso gastronomico aperto e schietto, come del resto è lei e, in generale, la gente di Ischia. Attraverso le numerose fotografie si è voluto ricostruire emozioni e sapori incastonandoli negli stessi luoghi che, da sempre, ne vedono la realizzazione. Emblematico il “colurcio di pane e pomodoro”, che ci tuffa nelle tradizioni che da tempo immemorabile appartengo-

Scarola Turciuta

no a questa terra e che, ancora vive, trasmettono pienamente l’origine contadina di molti piatti che tuttora gli ischitani amano portare sulle loro tavole. Le immagini, volutamente, non sono state create solo per comunicare gusti, colori, consistenze ma anche per presentare, ciascuna, uno scorcio, un elemento, un riferimento al territorio: dalle caratteristiche pietre di tufo, ai legni delle botti, all’azzurro del mare, agli interni delle case, alle stoviglie tipiche, che ancora fanno parte del corredo di molte famiglie. In tal modo, si è voluto comunicare il mondo che sta dietro una cucina antica di secoli, calata in un paesaggio che mantiene quella sua straordinaria verità, che si riesce a scoprire andando oltre le apparenze del già visto o dell’immagine standardizzata che, a volte, l’isola offre di sé. Alcune ricette si fregiano della straordinaria rilettura proposta dal nuovo astro della cucina internazionale, lo chef Nino Di Costanzo (ideatore del

1 scarola riccia 100 g di pomodorini 3 filetti di alici sott’olio 1 spicchio d’aglio 1 peperoncino olio evo sale

ristorante gourmet Il Mosaico, all’interno dell’Hotel Terme Manzi a Casamicciola), insignito di due stelle Michelin. Le sue reinterpretazioni, come tutti i suoi piatti del resto, sono frutto di una tecnica sofisticata ma anche di riflessione, come nel caso della “pasta e patate”, nella quale adopera ben 22 tipi di pasta scelti con cura e cucinati con attenzione estrema, la stessa che pone nel creare la scacchiera che caratterizza il “riso e piselli” o l’elegante composizione della “caponata”. Un “genius loci” - come lo definisce Mura - attento e sensibile, coraggioso nelle sue proposte culinarie e capace di ricordare a memoria le ricette, le dosi degli ingredienti e i procedimenti. Lo chef Di Costanzo, con la sua partecipazione, completa un percorso di ascesi del gusto che comincia con i piatti più caratteristici, per approdare alle sue straordinarie creazioni.

• PRIVATE LA SCAROLA DELLE FOGLIE ESTERNE PIÙ VERDI E LAVATELA SENZA SFOGLIARLA. • DILATATELA UN POCHINO CON LE MANI IN MODO DA POTERLA INSAPORIRE PARTENDO DAL CENTRO. • SFREGATE LE FOGLIE ENERGICAMENTE CON LO SPICCHIO D’AGLIO E CON IL PEPERONCINO, POI, FARCITELA CON I POMODORINI E I FILETTI DI ALICI. SALATELA E IRRORATELA GENEROSAMENTE CON L’OLIO. • A QUESTO PUNTO TORCETE IL CESPO DI SCAROLA CON LE MANI PER FAR SÌ CHE LA FARCITURA INTERNA SI DISTRIBUISCA BENE TRA LE FOGLIE. • TAGLIATELA A STRISCIOLINE E SERVITELA ACCOMPAGNANDOLA CON PEZZETTI DI FORMAGGIO E PANE CASERECCIO.

Colurcio di pane e pomodoro 4 cozzetti di pane 200 g di pomodorini 1 spicchio d’aglio peperoncino basilico olio evo sale • AIUTANDOVI CON UN COLTELLO A PUNTA SCAVATE I COZZETTI RICAVANDO UN CONO DI MOLLICA. • LAVATE I POMODORINI E DIVIDETELI A METÀ. CON UNA LEGGERA PRESSIONE DEI POLPASTRELLI, SCHIACCIATELI ALL’INTERNO DEI COZZETTI DI PANE IN MODO CHE TUTTO IL LORO SUCCO POSSA PENETRARE NEL PANE. FATE LA STESSA OPERAZIONE ANCHE CON LA MOLLICA. • INSAPORITE CON LO SPICCHIO D’AGLIO E IL PEPERONCINO A FETTINE, ABBONDANTE BASILICO, UN PIZZICO DI SALE E UN GENEROSISSIMO FILO D’OLIO. • RICHIUDETE I COZZETTI CON IL CONO DI MOLLICA; DECORATE CON QUALCHE PEZZETTO DI POMODORO E QUALCHE FOGLIOLINA DI BASILICO E SERVITE.

Peperoni imbottiti 4 peperoni 2 melanzane 200 g di mollica di pane 30 g di pangrattato 20 g di capperi 40 g di olive nere 1 spicchio d’aglio prezzemolo olio evo sale, pepe • LAVATE I PEPERONI E ARROSTITELI INTERI APPOGGIANDOLI DIRETTAMENTE SUL FORNELLO. SPELLATELI, APRITELI E PRIVATELI DEL PICCIOLO E DEI SEMI. • METTETE UN FILO D’OLIO IN UNA PADELLA E ROSOLATEVI UNO SPICCHIO D’AGLIO. UNITE LE MELANZANE TAGLIATE A DADINI E FATELE APPASSIRE; POI SOLLEVATELE E TENETELE DA PARTE. • NELLO STESSO TEGAME METTETE LA MOLLICA DI PANE AMMORBIDITA IN ACQUA E FATELA DORARE. AGGIUNGETE I CAPPERI, LE OLIVE TAGLIATE A PEZZETTI, UN POCHINO DI PANGRATTATO E LE MELANZANE. FATE INSAPORIRE TUTTO INSIEME, AGGIUSTATE DI SALE, PEPATE E PROFUMATE CON IL PREZZEMOLO TRITATO. • CON IL COMPOSTO PREPARATO FARCITE I PEPERONI. RIMETTETELI IN PADELLA AGGIUNGENDO UN FILO D’OLIO E FATELI APPASSIRE A FUOCO LENTO. SPRUZZATE CON POCO SALE E SERVITE SUBITO.


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CALDO FRESCO RISPARMIANDO Text: redazione Ischiacity

Risparmiare e contribuire a salvaguardare l’ambiente. Sono queste le ragioni che spingono a cercare alternative ai tradizionali sistemi di riscaldamento e condizionamento, sempre più costosi e in ogni caso inquinanti. Fare la scelta giusta, però, fra fotovoltaico, pannelli solari, pompa di calore non è immediato e, poiché riconvertire il proprio impianto ha dei costi, bisogna rivolgersi sempre a degli esperti. Infatti, la decisione di passare alle energie rinnovabili è vincente solo se l’impianto è adeguato alle reali esigenze di chi dovrà usarlo: è necessario, allora, ricorrere a tecnici che abbiano come priorità quella di studiare i bisogni e solo dopo proporre la soluzione. Questa è la filosofia che costantemente guida Enertechgroup www. enertechgroup.it, azienda specializzata nel settore dell’impiantistica per la climatizzazione e particolarmente nei sistemi basati su energie alternative, che opera nell’isola d’Ischia ma anche nel centro e nord Italia, in regioni che sono molto più avanti della nostra in questi ambiti. Abbiamo incontrato il direttore commerciale di Enertechgroup, Gaetano Mazzella, per capire perché quando non si può usare il fotovoltaico (per esempio per mancanza di spazio per i pannelli o per carente esposizione solare), è comunque vantaggioso pensare di adottare il sistema a pompa di calore per riscaldare e raffrescare (infatti il medesimo impianto consente le due funzioni) al posto di una tradizionale caldaia, per es. a gas. Questo, come altri tipi di impianti a energie rinnovabili o che comunque non producono inquinamento per l’ambiente nel luogo di installazione, fruisce di incentivi statali che vedremo subito; ciò, unito al fatto che a parità di energia consumata una pompa di calore produce una maggiore quantità di energia termica sfruttabile, genera un interessante risparmio. Come per il fotovoltaico, il risparmio conseguito consente di accendere, se necessario, un mutuo che finanzi l’installazione: quando il mutuo sarà estinto, nel nostro esempio questo obiettivo si raggiunge in tre anni circa, il risparmio diverrà un guadagno effettivo per chi ha scelto la pompa di calore. Il primo incentivo di cui si giova è lo sgravio fiscale sull’IRPEF del 55% al momento dell’acquisto. Ciò che, tuttavia, rende di solito restii ad installare una pompa di calore è il fatto che essa è alimentata con corrente elettrica e necessita di un aumento della potenza sopra i 3,3 kwh che è quella usualmente presente nelle nostre case. Oggi, però, è possibile installare un secondo contatore che registra esclusivamente i consumi necessari ad alimentare la pompa di calore, senza obbligare ad un aumento di potenza e quindi senza far scattare scaglioni di prezzo dell’energia superiori. Ma c’è di più: a parità di energia consumata la pompa di calore ha un rendimento maggiore di una caldaia a gas: infatti, a fronte di 1 kwh elettrico consumato ne produce 3 circa di energia termica, cioè di energia spendibile per riscaldare/raffrescare: ciò consente di mantenere invariata la qualità della climatizzazione con una spesa energetica inferiore. Ulteriori vantaggi sono costituiti dalla possibilità di modulare l’uso dell’impianto nei diversi settori della casa, di deumidificare in modo ottimale, cui si aggiungono l’assenza di fumi, i bassi costi di gestione, la pericolosità nulla dell’impianto. La combinazione di tanti elementi, quindi, rende questo sistema di climatizzazione un’alternativa valida a quelli tradizionali, e per molteplici ragioni.


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LIBERTY 125 Text: Piaggio center

Liberty 125 Piaggio è il nuovo modo di muoversi in modo facile nel traffico, di spostarsi con rapidità e senza stress. Liberty è, infatti, lo scooter leggero a ruota alta più maneggevole, compatto e pratico: è inimitabile nello stile ed affidabile nella meccanica per offrire il massimo delle prestazioni, rinnovato nel look per uno stile inconfondibile, ricercato ed in continua evoluzione. Il nuovo faro sul manubrio ed uno scudo altamente protettivo arricchiscono il frontale, nuovi inserti cromati valorizzano elementi come le frecce con copertura trasparente, lo sportello porta oggetti e le protezioni degli steli della forcella. Per garantire la massima facilità di utilizzo, Liberty è già dotato di portapacchi posteriore e pedane estraibili, offre grande capacità di trasporto di oggetti grazie alla pratica pedana piatta, al vano sottosella che

può accogliere un casco demijet e ad un ulteriore spazio ricavato nel retro scudo. La sella è ribassata e allungata per garantire maggiore comfort al passeggero che può ora contare su nuove, robuste ed ergonomiche pedane estraibili. La motorizzazione 125 cc a 4 tempi, guidabile con la sola patente auto, offre il perfetto accordo tra prestazioni, facilità d’uso ed economia di esercizio. E’ possibile accessoriare il Liberty con parabrezza, kit bauletto goffrato, kit bauletto verniciato in tinta con il veicolo, allarme elettronico, antifurto meccanico, telo copriveicolo, telo coprigambe, sella ribassata.


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Photo: Marco Albanelli

ISCHIA FRIENDS 2011 Ischia Friends è stato creato per premiare quanti con il loro lavoro danno visibilità all’isola d’Ischia e ne portano nel mondo il nome e l’immagine. Promosso e organizzato da Franco Cavallaro, con la collaborazione di Marco Bottiglieri e giunto alla sua terza edizione, il premio quest’anno è stato dedicato a una delle figure più grandi del Novecento, il pontefice, beatificato pochi mesi fa, Giovanni Paolo II, che compì a Ischia una toccante visita pastorale il 5 maggio 2002, quando era già molto malato e sofferente. Il galà, tenutosi all’hotel Regina Palace, ha visto la partecipazione fra i premiati di don Antonio Sciortino, direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, e dei giornalisti e rappresentanti dei media Arnoldo Mosca Mondadori, Roberta Longo, Angelica Sepe, Francesco Certo, Alfonso Samengo che hanno ricevuto una statua raffigurante il pontefice realizzata da Marco Ferrigno, in esclusiva per Ischia Friends.

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WORKSHOP DI ARCHITETTURA: PRIMO PREMIO PER MARIACLAUDIA DI COSTANZO Text: Marcella Minicucci L’architetto Mariaclaudia Di Costanzo, componente dello staff dell’ufficio tecnico del comune di Ischia, ha ottenuto il primo posto in un workshop, cioè una settimana di lavoro in cui architetti e designer di tutto il mondo si sono riuniti in gruppi per ideare insieme una serie di progetti. L’iniziativa, promossa dall’ADI (Ass. Design Italiani), è stata dedicata ad un tema importante e delicato, la fruizione dell’acqua pubblica. Il primo posto (ex aequo con un altro gruppo) è stato assegnato al gruppo di cui fa parte appunto la giovane professionista ischitana, che ha presentato un progetto per un modulo di 20x10m da inserire in un parco pubblico, dove l’elemento essenziale per la vita viene proposto in più forme, in bottiglia, nebulizzata, in vasche dove i fruitori del parco possono immergere i piedi… La commissione ha apprezzato l’articolazione e la complessità della proposta, alla quale sono già interessate alcune cittadine umbre.


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Cocktail caprese al global

Ha aperto la settimana dedicata alle stars internazionali dell’Ischia Global Film & Music Fest 2011 il cocktail che si è tenuto presso la boutique La Caprese Più a Lacco Ameno, fra gli sponsor della kermesse. Elegantissime la top model Karolina Kurkova, in abito fasciante fucsia, in compagnia del marito Archie Drury, e la pierre e it girl Lady Victoria Hervy, in abito da sera color pesca. Hanno gustato il cocktail anche il popolare attore Remo Girone con la moglie Victoria Zinny, il regista Mario Martone, che sarà candidato all’Oscar 2012 con il film “Noi credevamo”, il musicista Kid Creole e la coconut Eva, l’attore Eli Roth, i premi Oscar Melissa Leo e Christof Waltz, il regista anch’egli premio Oscar, Paul Haggis.

04 Nadia Tagliatatela:

dall’informatica… alla cucina Text: Annamaria Rossi

Reinventarsi seguendo le proprie passioni ed inclinazioni si può. Ne è l’esempio Nadia Taglialatela, giovane ischitana trasferitasi a Roma, che è passata dall’informatica alla… cucina. All’inizio, in un semplice blog, erano documentate le ricette da lei sperimentate. Oggi Nadia è una food-blogger con tutte le carte in regola. Il suo “www.vitadaprecisina.com” è un compendio di racconti: storie di vita, cibo, vino, tradizioni, novità e contaminazioni. Molto ben scritto, visto che la scrittura è fra le sue passioni, ben illustrato e con un gran numero di contatti e commenti, fa il resoconto di come interpretare e vivere la gastronomia attraverso le sue esperienze di cuoca e di sommellier. Ci sono sempre nuove ricette, sperimentali o classiche, tutte interessanti e realizzabili, nate dall’impegno di una persona che oggi si occupa a tutto tondo di catering, organizza eventi, tiene corsi di cucina, lavora come testimonial di prodotti e di attrezzature relative al suo campo d’azione. E’ una persona piena di entusiasmo, di rigore verso certi temi (da qui la scelta dell’appellativo “precisina”) e, contemporaneamente, di estro, fantasia e creatività, diremmo anche arte, perché in fondo anche cucinare è un’arte preziosa, che deve inventare prima e mettere ordine poi.


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I TRUCCHI DI MISS UNIVERSO

L’hotel Villa Sorriso Therme & Resort a Forio ha ospitato una settimana dedicata al fascino ed alla bellezza. E’ stato, infatti, la sede della finale italiana del concorso di Miss Universe Italy 2011. Nelle foto, il backstage dello shooting fotografico che si è tenuto in vista della serata conclusiva del 30 giugno al piazzale del Soccorso, in cui è stata eletta la Miss che il prossimo12 settembre rappresenterà la bellezza italiana alla finale assoluta, che si terrà a San Paolo del Brasile: si chiama Elisa Torrini, ha 22 anni, ed è romana. Intense le giornate delle 41 ragazze, seguite passo dopo passo da uno staff di parrucchieri e dalle truccatrici del centro estetico ischitano Aglaia coordinate da Nancy Tortora, e soprattutto dagli organizzatori dell’evento che hanno coordinato i tantissimi impegni. La manifestazione è stata realizzata dalla Vam Produzioni grazie ad un accordo con il detentore del marchio “Miss Universe” e al comune di Forio, con un consorzio di albergatori ed il supporto di numerosi sponsor.


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La mia vendetta e’è l’amore Text: Marcella Minicucci

Gilda Cortese è una venticinquenne semplice e determinata, che studia economia presso l’università di Napoli Parthenope. Da sempre la lettura è fra le sue passioni. il libro che maggiormente l’ha segnata è “Piccole donne” di Louise May Alcott, ma oggi l’entusiasmano autrici di romanzi rosa come Sophie Kinsella e Sveva Casati Modigliani e di romanzi storici come Philippa Gregory. Gilda sin da piccina amava la scrittura, appuntava cose semplici, come poesie e pagine di diario, in seguito è passata ai racconti brevi fino ad arrivare alla stesura del suo primo libro “La mia vendetta è l’amore”: “Ogni autore che ho letto credo mi abbia lasciato qualcosa e in qualche modo ha ispirato il mio libro, ma posso affermare che questo è un mio prodotto”. I protagonisti sono due giovani innamorati, Giorgia e Sandro. Entrambi ischitani e studenti della facoltà di Giurisprudenza. La vicenda narra di come l’amore vinca sempre su tutto, anche quando il dolore e la rabbia sembrano i soli compagni di disavventura, tutto pare andare a rotoli e il paradiso di Ischia, dove la storia è ambientata, per quanto incantevole sia, diventa una selva infernale dalla quale uscire. Il libro è stato pubblicato dalla Graus Editore che rappresenta una realtà editoriale giovane e dinamica, con una spiccata propensione alla qualità dei prodotti letterari. Uno degli obiettivi di questa casa editrice è la scoperta di talenti esordienti come la scrittrice ischitana, così da contribuire alla valorizzazione della letteratura nel territorio campano e meridionale

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Non dimentichiamolo: omaggio teatrale a Massimo Troisi Text: Vania Matarese

Una tranquilla atmosfera, accompagnata dal ticchettio di una macchina da scrivere e dalla luce soffusa di una lampada da tavolo, improvvisamente viene interrotta da una voce maschile, stanca e affannata, “Niente da fare, non si trova!”. “Non si trova!” esclama anche un altro giovane. Lo hanno cercato ovunque, ma nulla. Dove sarà? Si è perso? Ma, soprattutto, chi è questa figura misteriosa? È il cinque giugno 1994, ci troviamo in un luogo indefinito, una terra di mezzo, un limbo… Dopo pochi minuti la confusione iniziale si placa, alcuni elementi appaiono più chiari e i tasselli di una storia quasi surreale cominciano ad unirsi. Sette ‘anime’ sono sulla scena, più un singolare giudice impegnato nella stesura di un verbale, ma manca una persona, un noto comico partenopeo che ha perso la vita proprio il pomeriggio del giorno precedente. Lo stanno aspettando, il legame tra loro è forte anche se apparentemente inspiegabile, o addirittura impossibile come afferma il burocrate… Ma cos’è che li accomuna così tanto? L’unico modo per scoprirlo è analizzare ogni singolo momento della sua esistenza, del suo operato, partendo dagli esordi sino a giungere al suo ultimo, drammatico lavoro. Con questa originale trama il regista e scrittore dello spettacolo, Eduardo Cocciardo, ha voluto raccontare, con gli allievi di recitazione dell’ “Accademia dei Ragazzi” (Salvatore Di Massa, Salvio Di Massa, Giusi Iacono, Luciano Iacono, Mariaflora Ielasi, Mariapia Pezzella, Elisabetta Pisano, Annarita Pitone, Lucio Scherillo), la vita di uno dei più grandi artisti italiani, Massimo Troisi, a 17 anni dalla sua morte. La rappresentazione di “Vita di Massimo Troisi” si è tenuta nella suggestiva location della Colombaia (Forio d’Ischia) la sera del due luglio. I ragazzi della compagnia hanno apprezzato particolarmente il lavoro del loro maestro, che ha voluto trasmettere la sua grande passione e ammirazione per questa personalità, diventata, nel 2005, il soggetto di un suo libro intitolato “L’Applauso Interrotto”. “Non dimenticatemi” sono state le parole dell’attore al termine delle riprese de “Il Postino”, la sera prima della sua scomparsa, e “Vita di Massimo Troisi” ha ascoltato la sua richiesta … il suo ricordo non morirà mai.


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Photo: Ischiacity

CASAMICCIOLA TERME: LA SICUREZZA STRADALE AL PRIMO POSTO

Il 25 giugno l’associazione politico-culturale Generazione 360 ha organizzato un incontro dedicato alla sicurezza stradale ma anche alla sostenibilità del territorio e alla legalità, elementi da cui ormai non si può prescindere quando si affronta il problema traffico, ma tanto più importanti in una località a totale vocazione turistica come l’isola d’Ischia. Con il contributo di esperti di diritto, psicologia e delle Forze dell’ordine, si è anche parlato dei possibili modi per disincentivare l’uso dell’automobile e, quindi, di potenziamento dei mezzi pubblici e di un sistema di mobilità collettiva. Ha partecipato il comandante della stazione dei Carabinieri di Casamicciola Terme, Arcangelo Di Meglio.

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Yari Gugliucci: il mio eroe Billy Sacramento

Yari Gugliucci, l’attore salernitano prima di teatro, poi di cinema e televisione, sceneggiatore, oggi anche scrittore, ha scelto proprio l’isola d’Ischia di cui è l’ambasciatore dell’immagine e della cordialità, per la presentazione del suo libro “Billy Sacramento”. Un racconto dedicato agli adolescenti, a coloro che vivono di continue incertezze legate ad un futuro sempre più precario, e che scelgono una serie di scorciatoie, dalla droga al sesso (considerato come analgesico), per cercare di colmare i propri vuoti. Billy racchiude in sé più di un personaggio, non rappresenta il passato, ma non è ancora futuro, è un naufrago sull’orlo del baratro, un giovane insoddisfatto che scappa dalla sua terra di origine, per cercare di realizzare i suoi obiettivi e le sue aspirazioni negli States, scoprendo alla fine che il sogno americano, da molti vagheggiato, non è come sembra. Lì per un errore banale, per una semplice birra consumata con gli amici nel posto sbagliato, diventi un criminale, rischi di perdere tutto e di ritrovarti a spasso, senza più un lavoro, né punti di riferimento, solo, tra milioni e milioni di persone. Nel finale della presentazione è stato offerto allo scrittore un cocktail a lui intitolato, creato pensando alla sua simpatia da Marco Bottiglieri, organizzatore dell’evento, in collaborazione con i barmen dell’Ecstasy Club, dove si è svolta la serata.


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Text: Marcella Minicucci Photo: Ischiacity

D’AMBRA VINI: DEGUSTAZIONE SOTTO LE STELLE AI FRASSITELLI

Nel 1956, vide la luce la prima bottiglia di Biancolella prodotta da Casa D’Ambra, che ha avuto come padrino uno dei più grandi registi italiani, Luchino Visconti. Amico di famiglia dei D’Ambra, il regista suggerì la realizzazione dell’etichetta per il celebre vino e lo fece conoscere nel mondo del cinema, dando un contributo decisivo al suo successo. Nel 1984, con la terza generazione rappresentata dall’enologo Andrea D’Ambra, entra nella D’Ambra Vini l’innovazione tecnologica, con lo scopo di preservare ed esaltare le caratteristiche dei vitigni. In principio, fu applicata proprio all’uva coltivata ai Frassitelli, credendo fortemente nelle potenzialità del terroir rappresentato dalle terrazze che scendono a picco dall’Epomeo. Oggi, i vigneti dei Frassitelli sono divisi in due distinti cru, e sono un simbolo della possibilità di ridare vita alla secolare identità e sapienza contadina dell’isola d’Ischia. Una degustazione di inizio estate, ambientata nel suggestivo vigneto dei Frassitelli ha visto vini Biancolella, Frassitelli, Forastera ed Euposia abbinati a piatti tradizionali e più creativi, all’insegna dell’eccellenza del vino ischitano.

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FORIO Torri in festa, torri in luce

Nel ciclo delle manifestazioni di “Forio Torri in Festa. Torri in luce”, la serata Rotary del 24 giugno è stata dedicata all’esposizione, all’interno dello spettacolare Torrione, di parte della collezione di antiche mappe dell’Isola appartenenti all’avvocato Benedetto Migliaccio. Appassionato cultore di antichità locali e innamorato della sua terra, Migliaccio ha affidato all’enologo Andrea D’Ambra la sua bellissima tenuta, in località Eschia a Serrara Fontana, per farne un vigneto modello. Durante la serata, l’avvocato Migliaccio ha presentato, con l’entusiasmo che lo distingue, una “Storia dell’isola d’Ischia”, attraverso la proiezione di numerosissime immagini antiche, quadri, stampe, cartoline. Dopo la relazione, degustazione di vini D’Ambra per tutti gli ospiti presenti.


12 13 FOTOGRAFI DI TALENTO AL LUCIGNOLO

Il Lucignolo Dolce Vita ha organizzato una serie di eventi dedicati ai giovani artisti emergenti ischitani. Il 17 e il 24 giugno i protagonisti sono stati i fotografi Alessandro Demycost e Valentina Lucilla Di Genio, che hanno mostrato i loro migliori scatti durante l’After-itivo. I lavori sono stati proiettati per l’intera serata sul maxi schermo del locale: ogni visitatore ha potuto apprezzare gli scatti, opera di due personalità molto differenti, in un contesto piacevole con buona musica e perfetta compagnia.

Cala degli Aragonesi: Magnum Rendez-Vous

Al porto turistico di Cala degli Aragonesi a Casamicciola Terme, nel primo week-end di giugno, è andato in scena il “Magnum Marine Rendez-Vous”. Il celebre, esclusivo marchio americano, che firma i più spettacolari scafi da diporto che coniugano grande lusso a prestazioni mozzafiato, ha esposto alcune delle sue creazioni nel porto turistico della cittadina termale in una tre giorni dedicata a magnifici motoscafi collocati in una piacevolissima location. Era presente Giancarlo Cangiano, pilota campione dei bolidi della categoria Powerboat P1.


14 CONVEGNO

NAZIONALE ANCI A ISCHIA Il 17 e 18 giugno il comune di Ischia, con il sindaco Giosi Ferrandino che ha fortemente voluto la candidatura di Ischia per ospitare questo importante appuntamento, ha ospitato i lavori del convegno nazionale dell’ANCI (Associazione Nazionali Comuni Italiani), convocato con i suoi massimi rappresentanti per discutere e confrontarsi sulle ricadute che avrà sulle finanze locali la legge del federalismo fiscale municipale, ormai in attuazione.

15 CASAMICCIOLA:

IL BLUES PARTENOPEO DEI BLUE STUFF Un pubblico decisamente numeroso ha accolto con calore il concerto del gruppo partenopeo Blue Stuff che si è tenuto a Casamicciola Terme il 29 luglio, organizzato direttamente dall’assessorato al Turismo del Comune, guidato da Riccardo Sepe Visconti. Nati artisticamente proprio a Ischia, dove hanno suonato nei locali della Riva Destra negli anni ’80, Mario Insenga, Lino Muoio, Sandro Vernacchia e Francesco Miele, sono tornati, portando il loro blues travolgente, reso più gustoso dai testi in napoletano, sempre arguti e divertenti. L’esecuzione di “Fuje Pascalì” e “L’acqua è poca”, due dei successi più famosi dei Blue Stuff - che vantano nel loro albo d’oro collaborazioni con Edoardo Bennato e Daniele Sepe e la partecipazione a trasmissioni televisive di Renzo Arbore - è stata accompagnata dalle allegre coreografie interpretate dai ballerini della scuola di hip hop di Paolo Massa, Body Ballet Dance.


16 T CHIC

PRESENTA I SIGARI DAVIDOFF La bella terrazza sul mare del ristorante Zi’ Nannina a Mare, a Ischia, ha ospitato, il 22 luglio, una degustazione di piatti abbinati a sigari Davidoff, organizzata dalla tabaccheria T Chic di Valentino Federico e dall’Ischia Cigar Club. Dall’aperitivo al dolce, i piatti sono stati abbinati al Biancolella e al passito di Casa D’Ambra e a differenti sigari, mentre gli ospiti hanno potuto seguire un seminario dedicato alla celebre azienda produttrice di sigari e alla sua storia.

17 Concerto

per i 150 anni dell’Unita’à d’Italia Nell’ambito della rassegna “Villa Arbusto: un’isola nel Mediterraneo tra musica e teatro”, organizzata da Franco Iacono in collaborazione con il comune di Lacco Ameno, il 5 agosto piazza S. Restituta si è riempita delle più celebri melodie di autori operistici italiani. Il direttore Susanna Pescetti con l’orchestra nazionale Ucraina di Dnepropetrovsk hanno presentato, infatti, un concerto di arie di Rossini, Verdi, Bellini, Mascagni, Leocavallo per festeggiare il 150enario dell’unità d’Italia.

18 MARIA

‘E GIULIETT’: BUON MANGIARE ED ELEGANZA Una stagione di grandi successi per il gusto, in particolare per gli amanti del pesce freschissimo che non vogliono rinunciare a sbirciare lo ‘struscio’ della bella gente che in questi giorni d’estate frequenta Casamicciola Terme. Eccola, la formula vincente di “Maria ‘e Giuliett’ ”, la graziosissima terrazza-ristorante che Lucio D’Orta ha inaugurato quest’anno lungo il corso Luigi Manzi. Grazie alla collaborazione dei soci, nonché collaboratori Michele Barbieri e Javier Ynfante, rispettivamente maitre e chef attento ed espertissimo nella lavorazione di piatti a base di pesce. Il ristorante “Maria ‘e Giuliett’ ” accompagnerà le calde serate ischitane di chi cerca la buona cucina e lo farà con classe ed eleganza, perché il servizio ai tavoli si avvantaggia del garbo e della silenziosa efficienza di Manuel.


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GENTE DI MARE Photo: Oliver Cervera | Retouching: Marcella Regine



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