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Come va il tuo dolore?


Isbn Edizioni via Sirtori, 4 20129 Milano Presidente: Luca Formenton Direzione editoriale: Massimo Coppola Editors: Mario Bonaldi, Alberto Piccinini Redazione: Antonio Benforte, Linda Fava Diritti e redazione: Sara Sedehi Comunicazione: Valentina Ferrara, Giulia Osnaghi Produzione: Lorenzo Vetta Grafica: Alice Beniero © Zulma, 2006 Quest’opera ha beneficiato del Programma per il sostegno alla pubblicazione dell’Institut français. © Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2011 Titolo originale: Comment va la douleur?


Pascal Garnier

Come va il tuo dolore?

Traduzione Carla Zandara

Isbn Edizioni


Anche un pendolo fermo indica l’ora esatta due volte al giorno. Proverbio


Un rumore emerge dal fondo della notte, indefinito, appena percettibile ma sufficiente per interrompergli bruscamente il sonno. Il ronzio del motorino aumenta inesorabilmente fino a diventare, una volta sotto la sua finestra, insostenibile come un trapano su un dente cariato. Poi si allontana e sparisce come era arrivato, lasciando dietro di sé un lungo squarcio nella città addormentata. Lui non ha aperto gli occhi né accennato il minimo movimento, giusto un’increspatura all’angolo della bocca, a esprimere l’irritazione per la comparsa di quell’insetto meccanico. Steso supino, con le mani incrociate sul petto, Simon sembra la statua di una chiesa. Solleva una dopo l’altra le palpebre, pesanti e arrugginite come una vecchia saracinesca. A tastoni, cerca gli occhiali sul comodino, ma la vista dopo averli infilati non migliora di molto. Attraverso le trame della tenda in voile filigranato a motivi ve­getali, un’alba grigia riempie la stanza di un colore uniforme. I mobili e gli oggetti sembrano privi di volume, come se qualcuno avesse tracciato i con7


torni in fretta, direttamente sulle pareti. Copriletto, coperta e lenzuola sono appena scostati. Ha dormito serenamente, un unico sonno. Se quel motore a due tempi non fosse arrivato a rompere l’incantesimo, probabilmente avrebbe continuato a dormire. Il suo orologio da viaggio accanto all’abat-jour segna le sei e undici. Aveva impostato la sveglia per le sette. Ma che importa? Adesso è completamente sveglio. E poi, nelle camere d’albergo il tempo smette di scorrere, ristagna come il letto morto di un fiume. Con un solo sguardo abbraccia tutto il suo universo essenziale: le scarpe, docili ai piedi del letto, ciascuna con un calzino arrotolato dentro, la giacca posata mollemente lo schienale della sedia, il tavolino su cui ha svuotato le tasche, chiavi e documenti dell’auto, portafogli, un taccuino, una penna, una manciata di monete, alcune banconote, un’ampia busta indirizzata a Bernard Ferrand, di cui controlla il contenuto: il numero di conto a Ginevra, una procura per Bernard accompagnata da una piccola nota, «Grazie e buona fortuna», sulla quale esita un attimo prima di accartocciarla e gettarla nel cestino con un’alzata di spalle. Di fianco, una mela e una corda per saltare, chiusa nel suo involucro di plastica multicolore. Sopra, sulla parete tappezzata di carta verde oliva, una riproduzione approssimativa dei Girasoli di Van Gogh. La luce del bagno è rimasta 8


accesa. Sulla porta, un cartello informa la clientela sul comportamento da adottare in caso d’incendio, sui prezzi delle stanze, sugli orari dei pasti, eccetera. È lui o il letto che scricchiola quando tira via le lenzuola? Si massaggia la nuca. Ancora la cervicale bloccata… Le ginocchia somigliano a due pomelli della ringhiera delle scale. I polpacci sono secchi e pelosi come le chele di un granchio, le unghie dei piedi indurite, colore avorio antico, simili agli artigli di un vecchio cane. Sbadiglia, si mette dritto, scosta un angolo della tenda. Stessa luce livida, sia dentro che fuori. Il cielo è basso, si appende in filamenti lanuginosi ai fianchi delle montagne che circondano Vals-les-Bains, Ucel, Saint-Juliendu-Serre. Più in là, solo supposizioni. Tra i rigagnoli di pioggia che scorrono sul vetro si distingue vagamente il Volane che trascina le sue acque fangose dietro il chiosco della sorgente Béatrix. «Era troppo bello, non poteva durare. Alla radio danno pioggia per il resto della settimana.» «Sei tu che sei voluta venire in una stazione termale. Non ci rimane che andare al cinema.» L’ha sentito la sera prima, nel ristorante dell’hotel, veniva dal tavolo vicino al suo. Una coppia di pensionati. Lei dondolava la testa consultando il menù, lui si nascondeva dietro le pagine del Dauphiné. In prima pagina si parlava della morte di un celebre produttore. 9


Ritratto tra due starlette truccatissime, sorrideva mettendo in mostra tutti i suoi denti finti. Aveva mangiato di buon gusto la vichyssoise e i filetti di sogliola. La mela se l’era portata in stanza, per dopo. Il dopo era arrivato. L’addenta. Un po’ farinosa. Deluso, la posa e si dirige in bagno. Simon non è mai riuscito a regolare correttamente il miscelatore della doccia. Acqua gelata o bollente, a scelta. Il suo corpo fatica a rispondere agli ordini del cervello, forse perché si sente già abbandonato. Il bicchiere per lo spazzolino gli sfugge di mano e finisce in frantumi sulle mattonelle, poi urta il gomito, poi il ginocchio, infine si taglia calcando troppo il rasoio. Lo specchio riflette ormai solo i contorni di un volto in ombra, in cerca di anonimato. Sparisce in una nuvola di dopobarba. Si cambia la biancheria intima per rispetto verso coloro che presto si occuperanno delle sue spoglie. Una volta vestito, si muove di qualche passo dalla finestra al letto, dal letto alla finestra. Poi apre la confezione variopinta della corda, raffigurante una bambina con un vestito rosa che saltella in un prato verde coperto di margheritine. L’ha acquistata la sera precedente nel negozio di souvenir accanto all’hotel, un momento prima della chiusura. La commessa aveva sorriso per l’insolito acquisto del suo ultimo cliente. La corda è bianca con dei ciuffi rossi. 10


Ne testa la resistenza strattonandola con una serie di colpetti decisi. made in china, diffidare. Poi dispone la sedia sotto il lampadario, un bouquet di tulipani stilizzati in vetro opaco, e ci sale sopra, annodando con cura un’estremità della corda al gancio della sospensione e l’altra intorno al collo. Non trema. Non sa bene come mettere le mani. Le incrocia dietro la schiena e aspetta, seguendo con uno sguardo stanco la traiettoria casuale delle goccioline di pioggia che rigano il vetro della finestra.


Avendo dormito troppo a lungo accanto al corpo gelato della madre o forse a causa dell’umidità perenne, Bernard si sente acciaccato, distrutto, ha il naso che cola e un cerchio alla testa. Cosa gli prende a questi vecchi che gli rifilano tutto il lavoro pesante, neanche fosse un mulo? Per fortuna Fiona e Violette sono rimaste di sotto. Alla fine c’è sempre da sfacchinare. L’ascensore lascia Bernard al quarto piano. Le porte si aprono accompagnate dal suono di un campanellino. Il corridoio è deserto. Il tappeto mordorè ad arabeschi, che si perde in una prospettiva infinita, soffoca i suoi passi. 401, 402, 403… Starnutisce e si soffia il naso, cercando di fare meno rumore possibile. 404, 405, 406. È in anticipo di qualche secondo. Il signor Marechall ama la puntualità. Rimane in attesa. L’acqua sgocciola dal suo k-way e finisce sulle scarpe. Le otto in punto. Gira lentamente il pomello della porta, che si apre senza emettere il minimo cigolio. Come previsto, il signor Marechall è lì, in piedi sulla sedia, rivolto alla finestra, con le 13


mani dietro la schiena, come un bambino in castigo. Sa che Bernard è entrato, ma non trasale. Ci vuole fegato. A parte un lieve ondeggiamento della tenda, è tutto immobile. Sembra di essere in una fotografia. Dalla strada giungono frammenti di conversazione, una risata acuta, il rumore di una portiera che sbatte e di un’auto messa in moto. A quel punto Bernard decide di agire. Due passi. Chiude gli occhi e dà un calcio alla sedia, sottraendola ai piedi del signor Marechall. Nemmeno un grido, solo il tonfo della sedia che urta il pavimento e il sibilo dello spostamento d’aria. Bernard si ricorda di un burattino di legno di quand’era piccolo, le cui braccia e gambe si muovevano tirando una cordicella. Prima di sbirciare aspetta fino a sentire solo un cigolio continuo, ma sempre più lento. Una delle scarpe di Simon è caduta, un mocassino di buona qualità ma deformato dai duroni. Non osa alzare lo sguardo. Raccoglie i contanti dal tavolino, poi le chiavi, i documenti dell’auto e la busta, come da accordi. Ha fame, addenta la mela già iniziata. Non è molto buona. Al giorno d’oggi è raro trovare delle mele buone. Starnutisce di nuovo. Sembra che voglia piovere per tutta la settimana. Esce chiudendosi la porta alle spalle. È inutile dire addio a un morto. L’ascensore in fondo al corridoio è occupato. Bernard prende le scale.


Si erano conosciuti qualche giorno prima, su una panchina del parco che costeggia il Volane, proprio di fronte al casinò. Era un sabato, verso le undici del mattino. Un piccolo sole temerario, privo d’immaginazione ma pieno di buone intenzioni, donava al pae­saggio l’aspetto di un quadro naïf. Gli alberi erano verdi, i fiori rosa, gialli e rossi, il cielo blu e l’ombra color malva. I viali brulicavano di gente per via dei matrimoni che si succedevano ai piedi della grande scalinata in pietra, il punto ideale per radunare le famiglie davanti all’obiettivo della macchina fotografica. Era un quadretto che faceva pensare al paradiso, popolato solo di gente ben vestita e profumata, tirata a lucido come ninnoli, che si abbracciava e piangeva di gioia. «Stringetevi… Ancora un po’… La signora con il cappello blu, faccia un passo indietro… Grazie, perfetto! Adesso soltanto gli sposi, tra le rose.» Da vero professionista, il fotografo non si faceva scrupolo di massacrare le aiuole e tiranneggiare i mo15


delli per far sì che quello fosse senza dubbio il più bel giorno della loro vita. «Metta un ginocchio per terra, signore, ecco, come il principe azzurro… Sorridete, sorridete!... Lo prenda per mano… Perfetto!» I novelli sposi avevano il viso contratto in una smor­ fia che tradiva il bisogno impellente di andare in bagno, oppure quel subdolo dolore che affligge chi indossa delle scarpe nuove. L’abito dello sposo pareva confezionato su compensato, mentre i chilometri di tulle che avvolgevano la sua promessa sposa sarebbero potuti uscire da una macchina per lo zucchero filato. Aggrappate allo strascico della sposa come piattole, le damigelle d’onore si torcevano le caviglie sulle loro prime scarpette col tacco. Le madri si asciugavano gli occhi, i padri gonfiavano il petto, i ragazzini giocavano a rincorrersi sollevando vortici di polvere. Gruppi di villeggianti, riconoscibili dai bussolotti rivestiti di vimini che portavano appesi al collo, si mescolavano alle famiglie e si intrufolavano nelle foto, condividendo con atteggiamento di sufficienza i riti primitivi dei locali. «È una scena che scalda il cuore.» «Dice?» «Sì, tutta questa gente felice, è bello, no?» «Come può sapere se sono felici?» 16


«Si vede.» «Bisogna diffidare di tutto ciò che è ostentato. Di solito è robaccia. E lei, è felice?» «Dipende… Sì, credo.» «È sposato?» «No.» «Cosa le è successo alla mano?» «Un incidente sul lavoro. Con una pressa meccanica. Ho perso due dita.» «Brutta storia.» «Fa un po’ male, ma… sono solo il mignolo e l’anulare, non li usavo mai. E poi è la sinistra, e io sono destro.» «Allora è tutto a posto! Ha perso giusto un po’ di peso.» «È colpa mia. Avevo bevuto. Ero senza protezione. Ma il mio padrone è simpatico, mi riprende a lavorare, per un altro posto con uno stipendio un po’ più basso, ma è pur sempre un lavoro. È una fortuna!» «Capisco, una fortuna sfacciata! Mi presento: Simon Marechall.» «Bernard Ferrand. È qui per curarsi?» «Scherza? Mi ci vede in mezzo a questi vecchi scrofolosi? Ma li guardi, con quei ridicoli cappelli da pescatore, il bussolotto al collo, i pantaloncini larghi e le ginocchia storte. Hanno le gambe arcuate, come 17


quelle dei mobili vecchi stile Luigi xv… Che rottami! Dovrebbero mettergli un lenzuolo sopra. No, sono di passaggio. E lei?» «Ehm… Di passaggio anch’io. In convalescenza. Mia madre sta a Vals. Non ci vediamo spesso, quindi ne approfitto.» «Quindi è vero che le persone ci abitano, qui… Pensavo ci fossero solo figuranti. Lei quindi conosce la zona?» «Non tanto. Vivo a Bron, vicino a Lione. Non sono di qui. Ci vengo ogni tanto per far visita a mia madre.» «Ci sono cose interessanti da fare?» «C’è il casinò, le passeggiate, il castello di Cros, le colate basaltiche e poi Jean Ferrat.» «Jean Ferrat?» «Sì, è di Antraigues. Capita di vederlo al mercato, la domenica mattina.» «Ma è incredibile!» «Le piace Jean Ferrat?» «Certo. A lei?» «Mah…» «Questo genere di cantanti non è proprio della sua generazione.» «Non è questo. A forza di sentire mia madre che canta le sue canzoni, è come se fosse diventato un amico di famiglia, insomma. Ci si fa l’abitudine.» 18


Simon era scoppiato a ridere tirando fuori dalla tasca un fazzoletto per pulire gli occhiali da sole. Aveva gli occhi grigi, di un grigio acciaio, duri e freddi. «Lei mi sta molto simpatico, ragazzo. Quanti anni ha?» «Ne faccio ventidue il mese prossimo.» «Le va di pranzare insieme?» «Non posso, devo rientrare da mia madre. Sono in ritardo, devo prendere il pane.» «Peccato. E stasera?» «Ehm… sì.» «Conosce un buon ristorante?» «Chez Mireille. Non ci sono mai stato ma pare sia buono, un po’ caro però…» «Non si preoccupi, sono io che la invito. Stasera, sette e trenta. Mi passi a prendere al Grand Hôtel de Lyon. Simon Marechall, camera 406.» «Bene allora, grazie.» La mano di Simon era gelata, secca e nervosa. Pur essendo tra i due quello leggermente più basso, con indosso gli occhiali scuri faceva sentire Bernard come se la notte lo stesse scrutando dall’alto. L’uno si diresse verso la zona degli alberghi, l’altro in direzione della città vecchia.

Come va il tuo dolore?  

Un estratto dal libro di Pascal Garnier

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