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Uno

La cima delle onde sul punto di frangersi era verde pallido, con una cresta di schiuma bianca, ma appena sotto quel verde erano blu profondo. Giovanni, il marinaio che aveva preso in simpatia sia Zeppi che me, ci disse che era blu atlantico, diverso dal blu mediterraneo, che avevamo già visto nella traversata, e aveva ragione. Il blu dell’Atlantico, a nord, era più scuro, a volte pareva quasi nero, ma più scendevamo a sud, più quel blu si tingeva di verde. Spiegai alla mamma la differenza, mi rispose che il mare per lei era tutto uguale e noi lo facevamo diverso solo perché eravamo emozionati. Zeppi lo era, certo, ma io no. Zeppi aveva dodici anni, io quattro di più, il che mi rendeva diverso da lui, meno bambino. La mamma però ci vedeva uguali, come vedeva uguali le onde. Giovanni disse che tutte le madri sono uguali come lei. Era una nave italiana, la Stromboli, e a poppa sotto il nome diceva genoa, che è dove ci eravamo imbarcati, io mamma e Zeppi, per il viaggio fino in Venezuela. Zio Klaus ci aspettava lì. La mamma lo stava per sposare perché il papà era morto, caduto sul fronte russo nel ’43, ed era troppo giovane per rimanere sola al mondo con due figli maschi. Ce lo spiegò in questi termini quando arrivò la lettera di Zio Klaus con la proposta di matrimonio. 5


Ce la lesse ad alta voce, saltando alcune parti. Zio Klaus le diceva che i due figli adorabili di suo fratello meritavano di avere in casa un uomo che si occupasse di loro adesso che la guerra era perduta e il Führer morto. Fu molto chiaro e concreto su ogni cosa – la guerra, il Führer, i motivi per cui la mamma avrebbe dovuto prendere in seria considerazione l’idea di sposarlo e di crescere i suoi figli lontano dalle rovine della Germania e da tutto ciò che nel nostro paese si era messo per il verso sbagliato. Doveva farlo per Zeppi ed Erich, così scrisse, e per Heinrich, il suo fratello morto seppellito sotto il fango russo, un eroe che meritava di sapere che la sua famiglia sarebbe sopravvissuta anche senza di lui. La mise proprio in questi termini, e la mamma, dopo aver riletto in silenzio la lettera, ci disse che nella Bibbia capitava spesso che una vedova sposasse il fratello del marito morto. La mamma nella Bibbia non è che ci credesse sempre, e stavolta capivo benissimo che si stava sforzando di prendere una decisione. Ci mise quattro giorni, dopodiché scrisse a Zio Klaus a Caracas e nel giro di sei settimane trovammo nella posta i biglietti per la nave a vapore. La mamma vendette alcuni degli oggetti troppo grandi da portarsi dietro, i mobili e le cose che si erano salvate dai bombardamenti, e partimmo. Uscire dalla Germania non fu facile, con gli americani e gli inglesi nei posti di comando. Non potevi mica montare su un treno e andare in Svizzera come prima della guerra. La mamma ci disse che Klaus aveva organizzato tutto per farci superare il confine di nascosto, e lo Zio doveva conoscerne di gente dal lato svizzero visto che ci portarono quasi a destinazione in macchina e valicammo il confine a piedi con una guida, solo noi e le nostre valigie, in piena notte. Da là in poi fu come stare in un altro mondo, nessuno ci diceva più cosa fare né ci chiedeva i documenti, tranne quando il giorno dopo oltrepassammo il confine italiano. A quel punto non eravamo che una donna in vacanza con i figli. Era tutto merito di Klaus, la mamma non faceva che ripetercelo. Per tutto il viaggio dall’Italia allo Stretto di Gibilterra la mamma soffrì il mal di mare, sebbene le onde non fossero tanto grosse. In cabina c’era cattivo odore e così io e Zeppi passammo tanto 6


tempo sul ponte, dove facemmo la conoscenza di Giovanni. Lui ci spiegò dove trovare tutto ciò che ci poteva servire, dov’era il punto di ritrovo alle scialuppe di salvataggio per l’esercitazione in caso di affondamento, dov’era la cambusa, e la mensa per i passeggeri. Eravamo solo in undici, peraltro, perché la Stromboli era in realtà una nave da carico e c’era spazio per un numero ristretto di passeggeri paganti. A bordo c’era solo un’altra signora, che passò un po’ di tempo con la mamma e mi disse che dovevo fare il bravo ragazzo e occuparmi di lei perché soffriva il mal di mare. Disse che anche Zeppi doveva darsi da fare, ma quello come al solito non stava a sentire per cui alla fine fui io a scendere in cabina due volte al giorno a chiedere alla mamma se le serviva niente, e non le serviva mai niente da quanto stava male. Quando attraversammo lo stretto, io e Zeppi eravamo affacciati sul ponte anche se era già buio. Ci aspettavamo uno spettacolo più interessante, erti precipizi di roccia colpiti dalla schiuma del mare a destra e sinistra, uno spazio a malapena sufficiente per il passaggio della nave. Niente di tutto questo. Le Colonne d’Ercole, quelle volevamo vedere, come in un libro di avventure, ma c’era la nebbia e non vedemmo che le luci di Gibilterra sulla destra mentre noi sfilavamo lenti lenti. Zeppi disse che non era convinto, quelle che avevamo passato non erano le Colonne d’Ercole, gli dissi che era il contrario e che doveva smetterla di piagnucolare per la delusione e anzi era meglio se scendeva a dormire. Anch’io ero un po’ deluso, ma la mamma diceva sempre che con Zeppi dovevo dare il buon esempio. Restai sul ponte ancora a lungo, ed entrando nell’Atlantico sentivo il mare sotto di noi farsi più profondo. Le onde lì erano più grandi e più lunghe, perse nella nebbia erano invisibili ma io riuscivo a sentirle, con il corpo e con l’orecchio, che si infrangevano sulla prua per poi scorrere lungo lo scafo nell’oscurità. Erano le onde che ci avrebbero sospinto fino in Venezuela, le onde verdi azzurre dell’atlantico. Andai a poppa a dare l’ultimo addio all’Europa, ma era già scomparsa all’orizzonte. La mamma diceva che non saremmo mai tornati, non avremmo rivisto mai la Vaterland ricostruita, ammesso che arrivasse quel 7


giorno. Diceva che i russi e gli americani se la sarebbero spartita come una torta, tagliata in due proprio nel mezzo, e non sarebbe mai più stata la vera Germania, perciò era meglio partire e ricominciare le nostre vite altrove. Lo zio Klaus era un dottore e un uomo perbene. Sarebbe stato per noi un padre, in una terra dove splendeva sempre il sole e l’aria era piena dei colori dei pappagalli e del profumo delle banane. L’avevo mangiata una volta, una banana, quando ero molto più piccolo di Zeppi, ma non riuscivo a ricordarne il sapore. In Venezuela sarebbe tutto cambiato, sarei diventato un uomo come mio padre, che era morto nella neve. A metà della traversata dell’Atlantico ci fu una tempesta, e alla mamma, che per qualche tempo si era sentita meglio, tornò il mal di mare, e stavolta venne pure a Zeppi. Toccò a me svuotare i loro secchi nel lavandino e sciacquare via il vomito. Una volta diedi anch’io di stomaco, ma per l’odore, non per la nave che sbatacchiava avanti e indietro. Quando la mamma e Zeppi non avevano ormai più niente da cacciar fuori, me ne andai a guardare la tempesta dagli oblò della mensa. Giovanni mi disse di non uscire sul ponte o rischiavo di essere spazzato via, allora me ne restai là al chiuso per tutto il pomeriggio a guardare le onde e ascoltare l’ululato del vento. Gli altri passeggeri avevano tutti il mal di mare e i marinai erano troppo indaffarati, per cui la mensa era tutta per me. Dovevo tenermi forte sulle gambe divaricate e reggermi al corrimano sotto gli oblò. Era una sensazione meravigliosa sentirsi scaraventati di qua e di là, e mi sentivo forte. Prima della sua ultima partenza il papà mi aveva detto che dovevo sempre essere forte, ed era la prima volta che mi sentivo tale. Chissà se poteva vedermi lì in piedi nel mezzo di una tempesta sull’Atlantico, mi domandavo. La mamma diceva che i morti erano in paradiso e ci guardavano dall’alto, e non dovevamo deluderli comportandoci in maniere che loro non approvavano. Mi chiedevo se mio padre approvava il nostro viaggio in Venezuela da suo fratello, e mi chiedevo se anche lì sarei dovuto essere forte, quando avrei avuto un nuovo padre in grado di esser forte per tutti noi. Prima della guerra lo zio Klaus l’avevo incontrato un paio di 8


volte al massimo, poi ci venne a trovare dopo la morte del papà, per farci le condoglianze. Aveva proprio l’aria che ci si aspetta da un dottore, era molto alto e diritto e intelligente, e pure molto bello e prestante, più di suo fratello, che somigliava alla madre più che al padre. Il padre aveva servito la patria nel 1916. Mio zio, il dottore, sembrava un soldato, mio padre invece, lui che era un soldato, sembrava un conduttore di vagone letto anche se non lo era – per lavoro vendeva polizze assicurative. A ogni buon conto, era molto coraggioso. Mi regalò la Croce di Ferro, appuntatagli dal Führer in persona per aver ucciso tanti russi. Li uccise con il suo carro armato, il Führer per quello gli diede una Croce di Ferro e gli sorrise. Mio padre mi disse che era il più grande onore che un tedesco potesse ricevere. Ora la medaglia la portavo nella scatola di cuoio che stava nel mio baule, nascosta bene in fondo là dove un ladro non l’avrebbe trovata. Il papà me la diede la volta in cui mi disse che dovevo essere forte per il bene della famiglia. Un giorno provai come mi stava e mi guardai allo specchio. Non pesava poi molto. Mi sentii in colpa per averla indossata senza averne diritto e la rimisi nella sua scatola. In seguito alla morte di papà, la mamma non la volle mai vedere. Io sapevo che lo Zio Klaus l’avrebbe voluta vedere. Gliel’avrei consegnata, l’avrei guardato mentre apriva la scatola. «Questa l’ha vinta il mio papà» gli avrei detto «e avrebbe voluto che tu la vedessi.» I ponti inferiori vennero sommersi da una grande onda, che sciacquò via sul fianco in scrosci di schiuma. L’onda lava via il passato, pensai, lo spedisce di lato fino al fondo dell’oceano perché tutto per noi possa essere nuovo e migliore. La mamma mi aveva già detto che non sarebbe stato educato fare paragoni tra lo zio Klaus e papà, tanto non serviva a niente. Il mio vecchio padre era morto, il mio nuovo padre sarebbe stata la cosa più vicina possibile, di tutto il mondo, al mio vecchio padre, poiché erano stati fratelli. Per me e Zeppi quello era il modo migliore di non avere un padre, e per mia madre di non avere un marito. Le domandai: «Ma lo ami lo zio Klaus?». Disse che l’aveva sempre rispettato, e ammirato la maniera in cui entrò nel Partito 9


nel 1933 per seguire il Führer nella marcia verso un futuro dorato per i tedeschi. Il papà non aveva fatto altrettanto e sapevo, per aver origliato alcune loro litigate, che secondo la mamma non entrando nel Partito come suo fratello aveva mancato di fronte a se stesso e alla famiglia, ma neanche quello l’aveva convinto. La mamma tuttavia era stata molto orgogliosa quando il papà si era arruolato nella Wehrmacht, e tenne sul caminetto una foto di lui in piedi sulla torretta del suo carro armato, finché quel lato della casa non fu raso al suolo dai bombardieri americani. Mentre ammiravo la tempesta mi dissi che avrei seguito il consiglio della mamma. Lo zio Klaus era stato così gentile da regalarci una nuova vita lontani dalle città rase al suolo e dalla fame, da una Germania divisa in due come una torta. Tutto il nostro mondo era finito per sempre e lo zio Klaus era l’ultimo pezzo del passato, tutto ciò che ne rimaneva, una mano tesa per aiutarci, per tirarci via da quel pozzo oscuro. Era un uomo buono, aveva detto la mamma, che non era costretto a fare ciò che stava facendo, perciò dovevamo essergli grati. E il nostro cognome non sarebbe cambiato, altra cosa buona. Io mi sarei chiamato sempre Erich Linden, e non in un altro modo, con qualche nuovo nome, magari brutto oppure stupido. Lo zio Klaus a ben vedere era la risposta perfetta a ogni problema. Cercavo come potevo di ricordare il sapore delle banane, ma non mi veniva. Anche quello era perduto, ma almeno in quel caso avrei avuto modo, tra neanche una settimana, di tornare ad assaggiarle. Annusammo il Venezuela prima ancora di avvistarlo. Fu Zeppi a chiedere a Giovanni che cosa fosse mai quell’odore forte, muffito, Giovanni rispose che era la terraferma, però non l’avremmo vista fino all’indomani. Zeppi mi disse: «Non ha un ottimo odore. Sa di marcio». Gli dissi che aveva quell’odore solo perché l’oceano ha un odore diversissimo, e una volta a terra ci avrebbe fatto un’altra impressione. «Non mi piace» rispose, frignando come faceva a volte quando le cose non gli andavano a genio, per cui gli dissi: «Ascoltami bene, piccolo idiota, non puoi farci niente quindi meglio che 10


ti ci abitui, e non andare a piangere dalla mamma per l’odore di questo o quello o ti storco un orecchio». Sapeva che facevo sul serio, così sporse il suo labbro inferiore per mostrarmi quant’era triste, neanche avesse sette anni invece di dodici. «Cerca di crescere» gli dissi, al che tirò fuori la lingua, poi si accucciò ridendo, prima che riuscissi ad afferrargli un orecchio. Qualche minuto dopo la mamma salì sul ponte e ci disse: «Cos’è questo odore?». Le dissi che era il Venezuela, non replicò. Il mattino dopo ero sul ponte con le prime luci dell’alba, vedevo la terraferma, coperta da nuvole basse. Era più afoso del giorno prima, e l’odore era ancora più forte. Ci volavano attorno degli uccelli, non dei pappagalli, però, non ancora, ma semplici gabbiani. Sentivo il cuore saltarmi nel petto. La mia nuova patria mi stava davanti, mi aspettava, e da qualche parte, in quella lunga striscia verde, c’era Klaus. La notte prima avevo deciso di smetterla di considerarlo mio zio, e visto che ancora non era sposato con la mamma non potevo chiamarlo papà, perciò sarebbe stato Klaus e basta finché non sistemavamo ogni cosa. Usare il suo nome me lo fece sentire più caro, come fosse un amico, uno che conoscevo da più tempo che quei pochi giorni sparsi negli anni. Magari una volta celebrato il matrimonio avrebbe voluto lui che lo chiamassimo papà. Ma ciò sarebbe parso strano, poco appropriato. Volevo fosse lui a dirmi, fin dall’inizio, di chiamarlo Klaus. Ci avrebbe permesso di partire col piede giusto. Se avesse insistito che lo chiamassi prima zio, poi papà, sarei rimasto… deluso. Zeppi era affianco a me. «L’odore è ancora peggio, adesso» disse arricciando il naso «come un secchio della spazzatura con dentro bucce vecchie di rapa.» «Ti ci abituerai.» «No, invece. Non voglio.» «E allora sarai molto infelice, e la colpa sarà solo tua.» «Non mi importa.» «E taci, bamboccio.» Mi pizzicò il braccio con tutta la forza che aveva. «Non mi chiamare bamboccio!» 11


«E allora ti chiamo femminuccia. Sembri una bambina, lo sai?» Lo sapeva, altroché. Zeppi era il bambino più carino che ho mai visto in vita mia. A volte ero invidioso per quanto era carino. Ha preso dalla mamma, mentre io dal papà. A scuola, per la sua bocca che pareva l’arco di Cupido, per le sue ciglia, e le orecchie che erano piccole conchiglie, Zeppi veniva preso sempre in giro finché non diventava rosso in viso e si metteva quasi a piangere. Per questo lo prendevano in giro, per fargli uscire le lacrime, e quando gli uscivano sembrava ancora di più una bambina, e in qualche modo era ancora più carino. Nei giochi non se la cavava, e a scuola io lo evitavo sempre, ero imbarazzato dalla sua bellezza e dalle maniere delicate. Ma era mio fratello, come Klaus era il fratello di mio padre, perciò dovevo amarlo e occuparmi di lui, soprattutto adesso che ci aspettava una nuova vita. «Taci tu!» mi disse, al che mi voltai dall’altra parte, per fermare il litigio sul nascere. «Guarda» dissi puntando il dito «un pellicano!» «Non è mica un pellicano. È una gru.» Era senz’altro un pellicano, ma non replicai, e l’umore di Zeppi migliorò. «Quando arriviamo?» domandò. «Sono stufo di questa stupida nave.» «Giovanni ha detto che dobbiamo imboccare un fiume per arrivare dove ci aspettano. Ci vorranno dei giorni.» «Ma Caracas è sul mare. L’abbiamo visto sull’atlante. È la capitale.» «Non andiamo a Caracas, andiamo in un altro posto… si chiama Bolívar, mi pare. Il fiume è così grande che possono entrarci navi grandi come la nostra fino a duecento chilometri nell’interno. Ci troveremo in mezzo alla giungla.» «Con le scimmie?» «E i pappagalli, e gli anaconda che ti stritolano a morte e poi ti inghiottiscono tutto intero.» «Glielo impedirò!» «Non le puoi fermare. Si lasciano cadere dagli alberi e ti avvolgono nelle loro spire e ti stritolano finché non ti esplodono le 12


budella e gli occhi ti saltano dalla faccia. Non puoi scappare da un anaconda a meno che non hai qualcuno vicino che ha un fucile e gli può sparare prima che cominci a romperti le costole.» «Allora prenderò un fucile, e anche tu ne devi prendere uno, così possiamo salvarci a vicenda. Dobbiamo stare sempre uniti quando andiamo sotto gli alberi.» Era serio e non risi. «Di quale fiume parlavi?» domandò. «Il Rio delle Amazzoni?» «Idiota che non sei altro. Hai scordato l’atlante? Qual è il fiume più grande del Venezuela?» «Il Rio delle Amazzoni» insistette. «Quello è in Brasile, razza di genio. Quello che dobbiamo prendere noi è l’Orinoco.» «Orinoco» disse. «Orinoco…» Il viso di Zeppi aveva l’aria persa che gli veniva ogni tanto, come se fosse da un’altra parte, era mezzo addormentato. Per questo motivo prima lo prendevo sempre in giro, ma poi la mamma mi ordinò di non farlo. «È un po’ nel mondo dei sogni, tutto qui» mi disse «perciò lascialo in pace. Magari da grande diventerà un gran pensatore.» A quest’ultima cosa ovviamente non credevo per niente. Zeppi un gran pensatore. Tutt’al più sarebbe diventato una stella del cinema come Rodolfo Valentino, ammesso che conservasse la sua bellezza, quanto all’intelligenza, Zeppi non riusciva a cavarsela col più semplice dei cruciverba senza chiedere aiuto. A volte mi chiedevo cosa pensasse la mamma di ciò che sarei diventato io, da grande. Una volta le dissi che avrei comandato un carrarmato come il papà, e lei rispose: «No! Mai più!» Il che fa capire come aveva preso la morte del papà, e spiega pure perché non volesse mai vedere la sua Croce di Ferro. E infine spiega perché quando ci disse che intendeva accettare la proposta di matrimonio dello zio Klaus aggiunse: «Un uomo che cura il prossimo, ecco una cosa di cui andare fieri. Un guaritore, non un distruttore». Sono sicuro che con queste parole non voleva offendere papà, è solo che a guerra finita, con la Germania in rovina, un carrista non sembrava avere grande utilità, per lo meno ai suoi occhi. Un guaritore: l’espressione mi piaceva. Klaus era un guaritore 13


di uomini, e pure di donne, se era in grado di rendere di nuovo felice la mamma, come era stata prima che la guerra cambiasse ogni cosa. Forse in fin dei conti la Croce di Ferro lo zio non voleva vederla. Era difficile prevedere in anticipo cosa piacesse allo zio Klaus. Me lo immaginavo che ci veniva incontro, all’arrivo, in camice bianco, quello che portano i dottori, con uno stetoscopio attorno al collo al posto della Croce di Ferro portata dai distruttori. «Ma i serpenti sanno nuotare?» domandò Zeppi. «Alcuni sì.» «E quelli grandi? Gli anaconda?» «Non lo so.» «Allora dobbiamo stare lontani anche dall’acqua» mi disse, accigliandosi. La Stromboli attraversò un dedalo di canali dove l’Orinoco sfociava nell’Atlantico. Non capivo se la giungla che mi era apparsa davanti fosse parte della terraferma o di un’isola dell’estuario, e nemmeno Giovanni lo sapeva. Disse che il pilota di fiume sapeva la strada. Il pilota era un uomo dalla pelle scura come quella di Giovanni, e portava lo stesso cappello, ma il suo aveva un distintivo più grande sulla fronte perché il lavoro di pilota di fiume è più importante del marinaio. Dopo un’intera mattinata ci lasciammo alle spalle i canali e il fiume si fece più largo, tanto largo che non sembrava più un fiume, e la giungla era come ci era parsa dall’oceano, una linea verde sottile, ma stavolta sui due lati della nave invece che a prua. Dopo un po’ ci venne a noia ma io e Zeppi rimanemmo sul ponte principale perché a quell’ora sui ponti inferiori era troppo caldo, era diverso dal mare aperto. La mamma rimase con noi, e anche il resto dei passeggeri, tutti riuniti su sedie di tela sotto una tenda attrezzata da Giovanni e altri marinai per farci ombra. Pappagalli non ne avevamo ancora visti, dunque forse non amavano volare sull’acqua. Dopo aver superato i canali, non eravamo abbastanza vicini alla giungla per riuscire a vedere qualcosa d’interessante. Ancora 14


mi sembrava di non essere in Venezuela per via dei pappagalli. Appena ne avvistavamo uno, allora il viaggio sarebbe finito. Speravo che il primo fosse uno di quelli rossi e blu, o gialli e blu, col becco nero, come nelle foto sui libri. Già ne volevo uno tutto per me. Avevamo avuto due gatti, poi un cane, ma erano tutti morti con la guerra. Però non uccisi dalle bombe. La mamma disse che qualcuno se li era mangiati. Che cosa meravigliosa da possedere, un pappagallo. L’avrei addestrato a sedersi sulla mia spalla, come il falco di un pirata, gli avrei insegnato a dire cose intelligenti. Quando venne la notte eravamo ancora sul fiume e lungo la riva c’erano luci, non troppe, e molto lontane. Alcuni tra i passeggeri dormirono sul ponte proprio come i marinai. Giovanni ci disse che eravamo fortunati che il fiume fosse così grande, fossimo stati vicini alla riva le zanzare ci avrebbero mangiato vivi. Guardai le stelle sopra di noi per tutta la notte, non dormivo perché il ponte era duro, ma non m’importava. I motori della nave sembravano più rumorosi di quando si era in mare, ma forse solamente perché non riuscivo a addormentarmi e ogni cosa che vedevo – le stelle e gli odori della giungla e il rumore dei motori – era impossibile allontanarla con il sonno. Tutto era molto più reale di quanto era stato prima, e dietro ai suoni e gli odori della notte c’era un’altra cosa, nella mia testa, a tenermi sveglio – domani avremmo rivisto Klaus per la prima volta in tre anni. L’avrei trovato uguale a prima? Avrebbe fumato ancora le sue sigarette dal lungo bocchino giallo in autentico avorio? Il papà l’aveva definita un’affettazione, per la mamma però il bocchino per sigarette era sofisticato, al contrario della pipa che fumava papà. Il bocchino dava a Klaus un’aria giovane e disinvolta, aveva detto la mamma, la pipa invece faceva sembrare il papà un vecchio. Dopo quell’episodio non si erano parlati per due giorni. Il porto di fiume dove attraccammo si chiamava Ciudad Bolívar ed era pieno di gente dalla pelle scura. Gente spagnola e indiani, e quando gli scaricatori sul pontile si avventarono sulla nave strillando per svuotare la stiva noi non capimmo una parola. Guardai Giovanni che dava una mano ad aprire i portelli e vidi i getti d’aria calda che uscivano dalla nave ad ogni stiva che veniva 15


aperta. L’aria intorno tremolava per la velocità del calore fuoriuscito. Quella fu l’ultima volta che vidi Giovanni, anche se mi ero giurato che gli avrei detto addio. La mamma aveva tutto bello e pronto per sbarcare già ore prima dell’attracco, e un marinaio venne a portarci i bagagli giù per la passerella fino al molo, e noi tre fummo costretti a stargli dietro. Fu allora che vidi il mio primo pappagallo. Era appollaiato su una bitta della banchina, la testa inclinata da una parte, e mi guardava dritto in faccia. Le sue piume erano rosse e blu, e le sue ali erano state tagliate corte perché non volasse via, il che significava che era di qualcuno. Presi la decisione che non avrei mai accorciato le ali al mio pappagallo, il giorno in cui ne avessi avuto uno. Le sue ali erano corte e tozze e brutte. Il mio pappagallo mi avrebbe amato a tal punto che non gli sarebbe mai venuta voglia di volare via. Quando mi avvicinai vidi che il pappagallo si era strappato molte piume dal petto, e si vedeva la pelle, tutta pallida e raggrinzita come un pollo ancora da cuocere. Mi fece passare la voglia di accarezzarlo. «Erich, non ti allontanare!» La mamma era ansiosa, teneva stretta la mano di Zeppi e si voltava per vedere se arrivava Klaus, ma lui non c’era ancora. Il sudore mi scorreva sulle costole sotto la camicia, avevo i piedi caldi nei calzini. La faccia e il collo erano zuppi. Volevo lanciarmi dal molo in acqua per scampare al caldo micidiale, ma quando guardai il mare lo trovai sporco e marrone, e dentro ci galleggiava ogni sorta di sporcizia. «Erich, stai qui, restiamo tutti insieme!» Andai da lei e poi aspettammo. Zeppi sedeva sul baule più grosso con un’aria tristissima, i capelli incollati sulla fronte dal sudore. Alcuni degli altri passeggeri si misero a parlare con la mamma, le dissero addio e buona fortuna e così via. Lo dissero anche a me e a Zeppi, e noi rispondemmo addio, poi scomparvero in fondo al molo con gli scaricatori che spingevano i loro bagagli sui carrelli. Rimasti noi tre soli nel molo cessò il frastuono. Un marinaio ci urlò dalla nave che dovevamo andare alla capanna della dogana, lì c’era un po’ d’ombra. Gridò a un altro uomo di venire a 16


caricare i nostri bauli su un carrello per seguire gli altri passeggeri, e così andò e ci ritrovammo presto in una grossa capanna con un lungo bancone dove i passeggeri aprivano i loro bagagli per ricevere l’ispezione. Noi eravamo gli ultimi. Nessuno ci esaminò i bagagli per davvero e un uomo in un’uniforme poco pulita timbrò le carte della mamma con ogni cura e lentezza, soffiando sul timbro ogni volta che doveva stamparlo sulla carta. Ancora nessun segno di Klaus, e la mamma aveva l’aria preoccupata. Passò un’ora. Zeppi cominciò a lamentarsi del caldo e di quanto aveva fame finché non gli dissi di piantarla. Mi stavo arrabbiando pure io – Klaus avrebbe dovuto farsi trovare al molo. Brutto modo di cominciare. Credo che la mamma stesse trattenendo le lacrime proprio come Zeppi. Un venditore di limonate entrò nella dogana e ci facemmo vendere tre bottigliette. Guardò i nostri soldi e fece capire che non gli andavano bene, poi indicò il cambiavalute in fondo alla sala. I doganieri non si erano presi il disturbo di dirci di cambiare i marchi in moneta venezuelana, qualunque fosse. Alla mamma non rimasero che pochi spicci dopo aver pagato le limonate, credo perciò che il venditore ci abbia chiesto più del dovuto. Dal viso l’avrei detto uno spagnolo, i suoi vestiti non venivano lavati da un pezzo e portava un cappello di paglia con un buco in cima. Provò a venderci altra limonata e si mise a strillare tutto arrabbiato quando la mamma disse di no. Cominciò a discutere con lei in spagnolo e io avrei voluto picchiarlo, dargli un calcio sugli stinchi sotto i suoi pantaloncini troppo corti. Portava i sandali invece che scarpe vere. Un tipo del genere non doveva permettersi si essere sgarbato con la mia mamma. Fosse stato qui Klaus non sarebbe successo. Ai miei occhi la sua posizione andava peggiorando, e così anche la mia opinione dei venezuelani. Nessuno disse al venditore di limonate di smetterla di importunare la mamma e andarsene via. Se ne rimasero ai loro posti, quegli uomini in uniforme, a guardare l’accaduto, e magari per loro era pure un divertimento visto che non avevano niente da fare. 17


Ormai era mezzogiorno e faceva molto caldo. Sul lato della capanna c’era una grossa finestra, da cui vidi dei grandi uccelli neri svolazzare avanti e indietro sopra il tetto di un edificio dall’altro lato della strada. Uno di essi scese dal cielo sbattendo le ali come un ombrello rotto. Atterrò goffamente sul tetto in mezzo agli altri, sgambettando poi sulle zampe, puntando il suo orrendo capo di qua e di là. Avessi avuto un fucile gli avrei sparato, sia a quello che agli altri. Il venditore di limonate si era calmato per mezzo minuto, ma poi ricominciò a dire alla mamma di comprare altra limonata, stavolta però con un tono gentile, provava a prendergli il resto del denaro con il sorriso, e anche stavolta non venne nessuno a dirgli di andarsene, allora mi feci sotto e gli diedi una spinta. Lo colsi di sorpresa e cadde addosso al suo piccolo carrello malmesso pieno di bottiglie, che tintinnarono. Allora l’uomo mi strillò addosso, e strillò ai doganieri di intervenire, ma quelli continuarono a godersi lo spettacolo, fumando o ispezionandosi i denti con gli stuzzicadenti, i berretti calcati sulla nuca. Il venditore di limonate si arrabbiò ancora di più e voltatosi verso di me agitò il pugno, e allora anch’io alzai i pugni, come gli eroi del cinematografo, anche se non sapevo dare di boxe. «Erich, no… Fermati. Non voglio avere problemi.» «Ma non se ne va, mamma. È un uomo orribile, e quei signori non ci aiutano.» «Ignoralo e se ne andrà.» «Non è vero, non se ne va!» «Se ne andrà invece. Ignoralo e ci lascerà in pace.» Al che abbassai la guardia perché mi sentivo stupido, e il mio gesto non aveva interrotto lo sproloquio piccato del venditore. Non sapevo che altro fare. Poi vidi Klaus. Era già al centro della sala, arrivava a passi veloci sulle sue gambe lunghe. Lo riconobbi dal bocchino per sigarette. Ma in tutto il resto era totalmente cambiato. Indossava un completo bianco panna di un tessuto morbido dall’aria fresca e comoda e in testa aveva un cappello di paglia a tesa larga giallo come il suo bocchino. Il suo passo era così svelto che il fumo gli tornava sugli occhi, ma non sbatteva le palpebre. Il bocchino saltava in su e in giù e perdeva cenere mentre 18


Klaus gridava qualcosa in spagnolo al venditore di limonate, che al suono della sua voce era sobbalzato e si era voltato da un’altra parte. Klaus gli strillò altre parole e quello cominciò a svignarsela come un cane con la coda tra le gambe, spingendo via con sé il suo patetico carrellino. «Klaus…» disse la mamma, e lo fissò. Adesso era ancora più prossima al pianto, ma per il sollievo di rivederlo. «Sono mortificato, Helga» disse lui «c’è stato un disguido all’ufficio della fabbrica. Ho dovuto firmare delle carte e quegli sciocchi volevano fare la siesta. State bene? Com’è andato il viaggio? Una bella traversata, spero. Ragazzi, siete cresciuti parecchi centimetri dall’ultima volta che vi ho visti.» «Oh, Klaus…» disse la mamma, con la voce sempre più lacrimosa «cominciavamo a preoccuparci…» «È tutta colpa mia. Avrei dovuto prevedere che non avrebbero portato quei documenti in tempo, e oggi più che mai. Qui insistono sempre che tutto venga fatto in triplice copia, anche se poi smarriscono tutto. Ma basta spiegazioni. Avrete fame. Vi ho fatto preparare uno spuntino in albergo per poter stare tranquilli fino a cena. È tutto pronto. Queste cose lasciamole qui per il momento.» «Qui?» La mamma guardò i bauli con aria poco convinta. «Qui staranno bene. Non li lasciamo per molto.» Raggiunse i doganieri e parlò loro, poi tornò da noi. «È tutto sistemato. Terranno d’occhio i bagagli. Seguitemi.» Offrì il braccio alla mamma, che lo prese dopo un secondo di esitazione. «Dovremo trovare cappelli per tutti.» disse Klaus. «Non potete camminare sotto il sole senza un cappello o vi sentirete male.» Lasciammo la capanna dei doganieri per immergerci nella luce e nell’afa del pomeriggio. Io e Zeppi finora avevamo taciuto. Indicai gli uccelli che volavano come ombrelli rotti sul tetto del palazzo di fronte. «Cosa sono quelli?» Klaus alzò gli occhi. «Avvoltoi. Dei brutti diavoli, non è vero? Vi ci abituerete. Chi ha avuto il mal di mare nella traversata?» «Io no» dissi. «Gli altri.» «Camminiamo all’ombra» ci disse, accompagnandoci sull’altro 19


lato della strada. In giro non c’era nessuno, le imposte dei negozi erano chiuse. «Siesta» spiegò Klaus. «Ne avrete sentito parlare. Qui si chiude tutto fino al tardo pomeriggio, fa troppo caldo, bisogna fare così, purtroppo.» «Dov’è che andiamo?» chiese Zeppi. «In albergo, a mangiare un boccone. Ho prenotato delle stanze. Dio, Zeppi, come sei cresciuto. Ti chiamano Zeppi o sei diventato Friedrich?» «Per me fa lo stesso» rispose Zeppi. La domanda sul suo nomignolo da bambino lo imbarazzava, ma io lo sapevo che odiava esser chiamato Friedrich. «Lo sapevi che ti ho soprannominato io Zeppi? Eri appena nato, ero venuto a vedere il piccolo e mi dissero: “Klaus, questo è il piccolo Friedrich», e io: “Cos’ha di tanto piccolo, a me sembra un dirigibile. No, anzi, uno Zeppelin”, e da allora ti cominciarono a chiamare Zeppi. Lo sapevi?» «Sì», rispose, ma sapevo che se l’era scordato. «Invece tu, Erich, portavi in braccio il tuo fratellino ovunque andavi, come fosse un enorme cocomero, e fingevi che fosse uno Zeppelin che volava fra le nuvole. Facevi un suono interessantissimo, un ronzio, e piombavi all’attacco lungo i mobili. Facevi ridere tutti. E pure tu eri ancora piccolino. La tua mamma ti diceva sempre di non farlo cadere.» «Non me lo ricordo.» «Dobbiamo raccontarti tante cose, noialtri» ci disse. «Tutta la storia della famiglia.» Stava guardando la mamma, che se ne accorse e alzò gli occhi verso di lui, poi li distolse – era arrossita, credo, o forse era solo il caldo. «Vedete quel gentiluomo a cavallo?» disse Klaus. Stavamo entrando in una corte, che qui chiamavano plaza, e al centro c’era una statua, un uomo di nobile aspetto che impugnava una spada. Il cavallo su cui era in groppa era tutto muscoli e il suo folto manto sembrava agitato da un vento invisibile. «Simon Bolívar» ci disse Klaus. «Liberò il Venezuela dagli spagnoli ormai più di un secolo fa. Vedrete sue immagini e statue dappertutto, in questo paese.» 20


«Come il Führer?» chiese Zeppi. «Una specie» disse Klaus «anche se non si possono fare paragoni. Il progetto del Führer aveva proporzioni molto più grandiose, va da sé. E però qui ammirano tutti Bolívar, perciò è considerato buona creanza che gli stranieri facciano lo stesso. Col tempo ne scoprirete di cose.» «Ho di nuovo sete.» «L’albergo è appena dietro l’angolo.» Si ergeva oltre una fila di palme dai tronchi grassi coperti da quelle che sembravano scaglie di pesce al contrario. In cima si vedevano grappoli di bacche arancioni o insomma di frutti, proprio sotto le fronde. Credo si trattasse di datteri, perché le palme da cocco sono più alti e stretti. Sulla facciata dell’albergo c’era la scritta hotel concordia. Salimmo i gradini ed entrammo in una grande sala con una scrivania di un legno scurissimo. Dal soffitto pendevano grandi ventilatori le cui pale ruotavano lente lente. Non mi pareva che facessero circolare l’aria, ma faceva più fresco che in strada. Klaus ci condusse su per una scala a chiocciola e ci informò che eravamo nel più bell’albergo di Ciudad Bolívar, e qui saremmo rimasti per un paio di giorni, in attesa del battello di fiume. «E dov’è che andiamo?» domandai. «Ancora più lontani dalla costa. Lavoro per la Zamex, la seconda compagnia petrolifera del Venezuela. La sede principale è a Caracas. Solo dopo aver ottenuto il lavoro vi ho mandati a prendere. Un uomo sposato deve avere una posizione solida.» Guardai la mamma per vedere la sua reazione, era la prima volta che si menzionava il matrimonio con Klaus, ma il suo viso non mi disse nulla. Klaus proseguì: «Si è appena liberato un posto in un nuovo campo che stanno costruendo nell’interno. La paga è migliore perché le condizioni sono leggermente più dure. È così che funziona da queste parti. Più ci si allontana dalla costa, più le cose si fanno difficili.» «Ci saranno i serpenti?» chiese Zeppi. «Certamente, e anche gli alligatori. Qui li chiamano caimani.» «E i grossi serpenti che ti stritolano a morte?» «È possibile, sì. Se sei prudente non finirai a far da cena ai 21


serpenti, Zeppi. Non voglio che cominci a preoccuparti per simili cose prima del dovuto. Non ci sono così tanti serpenti perché tu ci debba pensare. E ora fatemi dire che troverete la vostra sistemazione decisamente più piacevole della vostra cabina sulla nave.» La stanza in cui ci ritrovammo era piuttosto grande e aveva un ventilatore sul soffitto. Klaus azionò un interruttore sul muro e le pale si misero a girare. Il soffitto era molto alto. Le alte finestre avevano le persiane, erano chiuse per fermare l’afa perciò la stanza aveva un che di tetro, ma almeno così era più fresco. C’erano due grandi letti con sovraccoperte arancione e giallo squillante. «Abbiamo due stanze comunicanti» ci spiegò Klaus. «Spero che a voi tre non dispiaccia dividere questa stanza per una notte. La mia è oltre quella porta. Domani voi ragazzi avrete la stanza tutta per voi. Helga, ho organizzato ogni cosa. La cerimonia avrà luogo al mattino, prima che salga il caldo. Una chiesetta a pochi minuti di cammino. Sarà una cerimonia semplice. Spero non ti aspetti niente di grandioso. È per risparmiare. Non stai sposando un uomo ricco, purtroppo.» «Sarà tutto all’altezza, Klaus. Ti prego, non preoccuparti. Io e i ragazzi siamo felicissimi di essere qui, non è vero ragazzi?» Io risposi di sì. Zeppi annuì. Il sorriso della mamma tradiva la sua agitazione. Provai a immaginare come potesse sentirsi, a stare lì di fronte a suo cognato sapendo che domani sarebbe diventato suo marito. Anche Klaus pareva un po’ agitato, il suo sorriso aveva qualcosa di stonato. Per un momento nessuno disse niente, la situazione si stava facendo imbarazzante, per cui dissi: «E insomma, questo spuntino?». «Erich» mi sgridò la mamma «non essere maleducato.» «No, no» disse Klaus «Erich ha ragione. Avrete fame, e anch’io. È tutto pronto nell’altra stanza. Entrate pure, è aperto.» La stanza di Klaus era quasi uguale, con il ventilatore al soffitto già in funzione e le persiane chiuse contro il caldo. Al centro c’era un piccolo tavolo che sembrava fuori posto in una camera da letto, e sul tavolo c’era un piatto di panini coperto da uno strano aggeggio di panno e fil di ferro che serviva a tener lontane dal cibo mosche e insetti. C’era una ciotola piena di ghiaccio, da cui spun22


tavano bottiglie di limonata. Zeppi andò dritto verso il tavolino e sollevò il coperchio dei panini. «Zeppi! Aspetta l’ospite» disse la mamma. La sua voce si era quasi spezzata nel dirlo, dunque era ancora in agitazione. «Bando ai convenevoli» disse Klaus. «Niente formalità. Mangiate, vi prego. Erich, porta un’altra sedia, fai il favore.» Ci sedemmo a mangiare. I panini erano ottimi, con carne, insalata e piccoli pezzi di frutta sul bordo dei piatti. La limonata era la stessa che ci aveva venduto l’uomo alla dogana, ma in bottiglie più grandi. La mamma mangiava piano, sforzandosi di non dire e me e a Zeppi di mangiare come persone educate invece che due porci. Klaus mangiò pochissimo. Credo che quando io e Zeppi ci eravamo fiondati sui panini si era reso conto di non aver ordinato cibo a sufficienza, per cui lasciò a noi il grosso del piatto. Lo trovai molto premuroso da parte sua. L’avevo già perdonato per il ritardo al molo. Domandai: «Come mai lavori in un campo petrolifero se sei un dottore?». «Erich» mi ammonì la mamma. «È una buona domanda» rispose Klaus. «Ecco, lavorerò come dottore, non come trivellatore. Capitano sempre degli incidenti dove uomini e macchinari devono convivere.» «Ma tu sei un chirurgo» dissi. La mamma aveva sempre parlato ai vicini del suo cognato chirurgo. Suonava come una vocazione ben più alta del semplice fasciare ferite ed estrarre bambini dalle mamme. «E in determinate occasioni la mia abilità di chirurgo tornerà utile, non ne dubito.» «Ma i chirurghi non lavorano negli ospedali grandi?» «Be’, di regola sì, ma nel mio caso sento di dovermi cimentare in qualcosa di nuovo, magari meno prestigioso, se vuoi. A Berlino molti chirurghi tenevano meno ai pazienti che al proprio conto in banca. È la natura umana, purtroppo, io però vorrei dare il mio contributo all’elevazione della razza umana. In un nuovo paese un uomo tende a desiderare una vita interamente nuova. Col tempo forse proverai anche tu questo sentimento. Ho risposto alla tua domanda?»


«Sì» gli dissi. Proseguì: «Ragazzi, siete stati molto fortunati ad essere qui, e ad essere giovani. La Germania è ormai priva di forze». La mamma disse: «Certe cose meglio dimenticarle…». «No, Helga. Erich ha una mente vivace, molto più di quanto fosse la mia alla sua età, e sono sicuro che un giorno Zeppi non sarà da meno. Tutte le domande cui uno cerca, con sincerità, la risposta, meritano ascolto.» A questo punto si fece serio. «Giù in patria niente sarà più come un tempo. I comunisti prenderanno il potere, questo è certo. Americani e inglesi sono troppo teneri per tenergli dietro, li accontenteranno per debolezza politica. Non voglio aver niente a che fare con un’Europa invasa dall’oriente. Alcuni di questi russi, di questi slavi, sapete, non sono diversi dalle orde di Mongoli della storia antica. Molto meglio tenersi lontani. Ogni cultura fiorita laggiù verrà distrutta. Qui invece abbiamo la libertà di ricominciare. A tempo debito voi ragazzi vedrete che ho ragione.» Sorrise. «E con questo è finita la lezione. Vi siete saziati?» «Io sì» disse Zeppi. «Benissimo. Ora vi consiglio di seguire l’usanza dei locali e sdraiarvi sui letti per un pisolino. Voi ragazzi avrete un letto ciascuno se Helga non ha problemi a usare la mia stanza. Io ho affari che mi aspettano» aggiunse «siesta o non siesta.» «Quando torni?» chiese la mamma. «Stasera sul presto. Riposate, vi prego.» Si alzò per andare. Anche la mamma si alzò. Sembrava presa dal panico. «Ma certo, Klaus» disse «siamo nelle tue mani.» «Allora siete a posto, vi assicuro» rispose con un sorriso. Quando sorrideva pareva ancora più bello. Certe persone hanno facce che ispirano una fiducia istintiva, e Klaus era fra queste. I suoi capelli erano un po’ più lunghi che in patria e gli davano l’aria di un eroe uscito da una leggenda antica, da un luogo lontano dalla civiltà. Aveva tre anni meno del papà, trentasei in tutto, ma sembrava ancora più giovane per via dei suoi capelli biondi disordinati e per l’abbronzatura tropicale e per i denti bianchi, e aveva anche occhi di un azzurro intenso, il tipo di azzurro che fa impazzire le ragazze. 24


Klaus non si era mai sposato, né si era mai posto il problema a quanto sapevo, e immagino si fosse detto che era venuto il momento di fare come fa la gran parte degli uomini, e così facendo salvare i membri sopravvissuti della sua famiglia da un’Europa comunista e mongola. Prese il cappello e se ne andò. Senza di lui la stanza parve improvvisamente vuota. La sera Klaus ci portò a cena in un ristorante che serviva cibo tedesco. Sembrava conoscere molta gente, là dentro, compreso il proprietario, un uomo grasso della Baviera che venne al nostro tavolo per darci il benvenuto in Venezuela. Diede alla mamma e a Klaus un bicchierino ciascuno di una schnapps prelibata, poi Klaus domandò se era possibile aver qualcosa di speciale anche per noi ragazzi, al che il proprietario del ristorante mandò a prendere due bicchierini e una bottiglia di kirschwasser. Sapeva di ciliegie ed era sia dolce che amara. A me piacque, a Zeppi no, e tutti risero per la faccia che fece. Ma non se la prese, come avrebbe fatto in circostanze normali, visto com’era sensibile a tutto, e la cena proseguì fra le risate. C’era una pista da ballo e un complesso, Klaus convinse la mamma ad alzarsi per un ballo. Facevano una bella coppia, a vederli piroettare sulla pista. La mamma ora sembrava molto più rilassata, con Klaus che ci parlava e faceva ridere me e Zeppi con le sue battute, che non erano proprio divertenti ma con lui ci veniva facile ridere. Tornammo in albergo per strade affollate e chiassose, tutto il contrario del pomeriggio, e accarezzammo una scimmietta sulla spalla di un uomo. Portava un piccolo gilet e un cappellino ed era molto simpatica. Saltò perfino sulla testa di Zeppi e si mise a strillare con la sua buffa vocetta da scimmia, aggrappandosi alle orecchie di Zeppi. A Zeppi la cosa non piacque affatto, per cui l’uomo la sollevò di lì e la scimmietta si diede una calmata. Klaus disse all’uomo che Zeppi stava molto simpatico alla scimmietta. I nostri bagagli, intanto, erano stati presi al molo e portati nella 25


nostra stanza. Ci toccò aspettare in camera di Klaus che la mamma si cambiasse, poi Klaus ci lasciò per scendere al bar mentre noi infilavamo il pigiama. Entrammo nell’altra stanza, la mamma era già a letto ma sveglia. Ci domandò: «Vi piace lo zio Klaus, non è vero?». Rispondemmo entrambi di sì, allora ci domandò: «Vi piace abbastanza da viverci insieme d’ora in poi finché non sarete grandi abbastanza da mettere su due famiglie tutte vostre?». Rispondemmo sì anche stavolta e la mamma parve molto sollevata. «E tu, mamma» le domandai «la pensi come noi?» Ci pensò su, seriamente, poi rispose: «Vostro padre era un uomo perbene, e Klaus non sta cercando in alcun modo di sostituirlo, questo lo capite. La vita a volte è dura e le cose non vanno come si era sperato, e quando ciò accade bisogna fare cose diverse da quelle che si erano progettate. Il che non è per forza negativo. Io credo che, be’, sì, credo che possiamo esser felici, insieme». «Anch’io lo credo» annunciò Zeppi, e la mamma ci abbracciò, dopodiché ci infilammo nel letto. La mamma si addormentò quasi all’istante. A me toccò aspettare che si addormentasse Zeppi prima di poterlo spingere dal suo lato del letto. Lui adora accoccolartisi addosso se lo lasci fare. Rimasi lì sdraiato ad ascoltare la musica che saliva dalla strada, una musica bella, allegra e spensierata. Non riuscivo a dormire perché erano successe tante cose quel giorno. Mi chiedevo cosa sarebbe stato della mia vita. Magari sarei diventato un dottore come Klaus, anche se odiavo la vista del sangue. Lui poteva insegnarmi tante cose. Sarebbe stato bello fare il dottore. Tutti rispettano i dottori. Passò molto tempo prima che sentissi Klaus rientrare nella sua stanza. Nel buio andò a sbattere contro qualcosa, poi vidi una striscia di luce sotto la porta interna. Si mise a canticchiare una canzone ma non riconobbi quale fosse. Quando si spense la luce sotto la porta, finalmente presi sonno.

26


Due

La chiesa era vicina, come aveva detto Klaus. La mamma ci fece indossare i nostri migliori vestiti, che erano troppo pesanti con quel caldo, ma lei insistette, senza dar retta a Zeppi che piagnucolava. Klaus disse che saremmo andati a comprare vestiti più adatti subito dopo la cerimonia, per cui fummo costretti a camminare fino alla chiesa e ritorno grondando sudore, con i calzini che facevano squish, squish nelle scarpe e i colli segati in due da colletti e cravatte. Fu tremendo, e per tutto il tempo speso in piedi nella chiesa pensai a ruscelli di montagna e a gelati deliziosi mentre la voce monotona del prete tirava avanti senza tregua, e faceva l’eco nella chiesa vuota, rendendo ancora più difficile capire le parole, che in più erano in spagnolo. Io non ci capii un’acca, ma la mamma diede tutte le risposte giuste, incoraggiata da Klaus. Non c’era nessuno a testimone delle nozze tranne me e Zeppi e ovviamente Dio, che vedeva tutto da lassù, o almeno così ci dicono di credere. Io non ho mai creduto per niente in Dio, anche quando la mamma ogni tanto ci portava in chiesa. Credo che neanche lei abbia mai creduto sul serio, ma a volte faceva finta perché è considerato cosa opportuna credere come fanno tutti. Non sarebbe buffo se si scoprisse che a Dio non ci crede nessuno ma tutti fingono perché pensano che gli altri ci credono? 27


Messi al dito gli anelli, sopportata un altro po’ la voce monotona del prete, uscimmo dalla chiesa. Certo, per lo meno in chiesa faceva fresco. «Bene bene» disse Klaus «come spendiamo il resto della mattinata?» «Io ho caldo» disse Zeppi, che ricominciava a piagnucolare come sempre. «Ah, giusto, vi ho promesso vestiti nuovi. Sembrate un paio di maialini arrosto, ragazzi. Helga, possono togliersi giacche e cravatte, vero?» Un’ora più tardi o giù di lì, io e Zeppi indossavamo comodi pantaloni corti e camicie senza maniche, tutto in bianco e in stoffe leggerissime. Avevamo cappelli di paglia a tesa larga e sandali ai piedi. Le nostre braccia e gambe erano bianche bianche, quasi come i vestiti. Klaus disse che al momento sembravamo due banane sbucciate, la mamma scoppiò a ridere. Entrammo in un altro negozio e Klaus comprò alcune cose per la mamma. Poi portammo i nostri vecchi vestiti in albergo dentro una busta di carta, e a quel punto era quasi ora della siesta. Mangiammo in un piccolo caffè vicino all’albergo e bevemmo tanta limonata, poi tornammo nelle nostre stanze, ma stavolta la mamma andò in stanza con Klaus. Quando Zeppi si rese conto che non era più con noi andò alla porta che divideva le due stanze e girò la manopola, ma era chiusa a chiave. Cominciò a prenderla a pugni e a urlare: «Mamma! Mamma!». Klaus aprì la porta e Zeppi gli sfrecciò accanto. Io volevo vedere se la mamma era nel letto di Klaus, com’era suo pieno diritto, ovviamente, e andai dietro a Zeppi facendo finta di inseguirlo. Klaus non cercò di fermarmi. La mamma era seduta davanti alla finestra chiusa, ancora vestita di tutto punto, fatto strano, mi dissi, visto che la mamma era molto bella e ora che era sposata con Klaus sembrava una perdita di tempo non infilarsi a letto insieme. Forse volevano aspettare che io e Zeppi ci appisolassimo. Zeppi corse da lei e le gettò le braccia al collo. «Dov’eri andata?» gli disse, che era la domanda più stupida del mondo. «Sono qui» rispose lei. «Adesso questa è la mia stanza, ed è 28


anche la stanza di Klaus. Siamo sposati, questo lo capisci, vero, Zeppi? Ciò significa che tu ed Erich avrete l’altra stanza tutta per voi finché non partiamo. Potete avere un letto per ciascuno, non trovi che sia più comodo?» «No!» disse Zeppi, per fare il monello. «Voglio che torni da noi…» «Su, Zeppi» disse Klaus «non vuoi che Helga sia felice? Gli adulti sono felici quando stanno insieme come marito e moglie, vedi, ed è quello che è successo stamattina. Eri lì con noi, hai visto e sentito tutto. Un uomo e sua moglie hanno una vita loro, così come hanno una vita con i loro figli. Lo capirai meglio quando sarai più grandicello. Erich, tu lo capisci, vero?» «Certo.» «Allora forse puoi spiegare certe cose a Zeppi.» «No» disse la mamma. «Glielo spiegherò io. Klaus, Erich, vi prego lasciateci soli un attimo.» Io e Klaus tornammo nell’altra stanza. Klaus ficcò una sigaretta nel bocchino giallo e l’accese. Dalla porta si sentiva la voce della mamma. Klaus sbuffò il fumo e disse: «Zeppi dimostra meno degli anni che ha». «È sempre stato così. Gli serve tempo per abituarsi alle situazioni, tutto qui.» «Lo spero. Passeremo qui un’altra notte, poi domani si parte per il nuovo sito di trivellazione della Zamex. Helga adesso sarà più occupata. Zeppi deve crescere. Non è cosa giusta che un ragazzino della sua età abbia un tale bisogno della madre, non sei d’accordo?» «Ci parlo io.» «Sai, Erich, io e te andremo d’accordo, già si vede. Siamo due pragmatici, e i pragmatici sono quelli che affrontano meglio la vita. Le circostanze cambiano, ogni giorno, perciò anche noi dobbiamo cambiare.» Dalla porta rientrò Zeppi, senza degnarci di uno sguardo, e Klaus tornò in camera sua senza aggiungere una parola. Tempo dopo, quando il sole entrò a lastre di luce dalle persiane come lingotti squagliati e Zeppi ancora dormiva, io non avevo smesso di 29


tendere l’orecchio verso la stanza di Klaus in cerca di segni di attività fisica, ma senza risultato. Alla fine mi addormentai anch’io. La sera tornammo nello stesso ristorante tedesco e il proprietario ci fece portare altra schnapps e kirschwasser. Dissi a Klaus che ormai ero abbastanza grande per bere e mi fece provare della schnapps. Zeppi disse che anche lui ne voleva un po’, ma la mamma disse che era troppo piccolo, al che Zeppi mise il broncio per punirla. Ma fu ignorato e si fece venire il cattivo umore. Disse che voleva tornare in albergo, solo per dare fastidio a tutti. Klaus e la mamma si alzarono per ballare, così se lo levavano di torno, e io dissi a Zeppi di piantarla di fare il bamboccio. Mentre gli facevo la predica si rifiutò di guardarmi in faccia, e non aprì più bocca, nemmeno quando Klaus e la mamma tornarono al tavolo. Noi tre fingemmo che Zeppi non fosse presente, per cercare di trasformare il suo viso d’angioletto nel ritratto del malcontento. Riuscii a trangugiare di nascosto un altro bicchiere di schnapps e la situazione cominciò a sembrarmi ben più divertente di quanto non fosse. Zeppi stava facendo il guastafeste, tutto qui, e nemmeno ci riusciva. Quasi mi dispiaceva per lui. Prendere le parti di Klaus e della mamma contro di lui mi fece sentire molto adulto, anche se nessuno stava dicendo niente di esplicito. Il complesso suonava molto forte, mi stavano facendo venire il mal di testa. Dopo un po’ ce ne andammo da lì e ci avviammo a piedi verso l’albergo. Zeppi ritrovò la parola e si mise a chiedere dove fosse andato l’uomo con la scimmietta. Sapeva che era una domanda stupida, e visto che nessuno si prese il disturbo di rispondergli, chiuse la bocca e non disse più niente fino all’arrivo in camera. Klaus ci disse: «Ragazzi, io e vostra madre abbiamo una cosa importante da darvi. Per favore sedetevi un attimo e ascoltate bene. Zeppi, sei pronto ad ascoltare quanto ho da dire?». «Sì» rispose. «Come prima cosa, ho una sorpresa per voi. C’è stato un cambiamento di programma. Domattina, quando partiamo per il sito della 30


Zamex, non andremo via fiume. Provate a indovinare come ci andremo. È molto lontano da qui, perciò non rispondete “a piedi”.» «Andiamo in camion» dissi io. Klaus scosse il capo. «Niente strade.» «In nave?» disse Zeppi, facendomi venire voglia di dargli un ceffone sulla nuca. «Ha già detto che non andiamo via fiume.» «Intendo una nave che va sull’oceano!» replicò Zeppi. «Non sarà una nave, di nessun tipo» disse Klaus per dirimere la questione. Ci pensai su. «Mulo? Cavallo?» «Prova ancora.» «In aereo!» gridò Zeppi. «Ci andiamo in aereo!» «Risposta azzeccata» disse Klaus. «Helga mi ha detto che non avete mai volato in vita vostra, per cui sarà un giorno speciale. Voleremo fino allo Stato dell’Amazzonia, che è la parte più a sud del paese, ci metteremo quasi l’intera giornata.» Zeppi si rianimò tutto e si mise a saltare sulla sedia, aveva scordato in un lampo i suoi malumori. «Bene» disse Klaus «l’idea dunque vi piace. Bene, e ora c’è un’altra cosa…» «Zeppi» comandò la mamma «siediti! Fai silenzio e ascolta.» Tornò alla sedia. Klaus si schiarì la gola. «Vi potrà sembrare una cosa strana, ragazzi, ma da ora in poi non vi chiamerete più Linden. Da oggi il nome della nostra famiglia sarà Brandt. Sarete Erich e Friedrich Brandt». «Non voglio chiamarmi Friedrich!» disse Zeppi. «E allora sarai Zeppi Brandt» disse Klaus. «Il fatto è che da quando sono arrivato in Venezuela mi faccio chiamare Klaus Brandt. È importante che ve lo ricordiate. Ogni volta che vi chiedono il vostro nome, o il mio, o quello della mamma, la risposta è Brandt, sono stato chiaro?» «Ma perché?» domandai. «Il tuo nome è Linden, come quello del papà. Sei suo fratello, come fai a chiamarti Brandt, adesso?» «Perché così ho scelto di fare.» «Dovresti spiegarglielo» disse la mamma. 31


«Bene.» Klaus cominciò a camminare in circolo per la stanza. «Come sapete, abbiamo perso la guerra. Quando una nazione perde in battaglia contro altre nazioni, perde tutto ciò che ha. Non solo i propri eserciti e gli armamenti, non solo i suoi aerei e i suoi sottomarini. Una nazione sconfitta perde la propria libertà. I nostri nemici controllano ogni aspetto della vita della Germania, e una delle prime cose che hanno fatto è stata dare la colpa della guerra ai tedeschi, e intendo alcuni tedeschi in particolare.» «Ma la guerra è finita da più di un anno» dissi io. «Insistono ad accusare tedeschi innocenti» proseguì, come se non avessi aperto bocca. «Non termineranno finché non avranno del sangue – il nostro sangue – a espiazione dei loro peccati. Non c’è niente di più debole, di più inerme, di una nazione reduce da una sconfitta. Possono farci quello che vogliono e noi non abbiamo alcun modo per rispondere.» «I nomi» la mamma gli ricordò. Klaus smise di camminare in circolo e prese fiato. «La verità è che a quanto mi dicono alcuni tedeschi fedeli alla patria che vivono qui in Venezuela, il mio nome è sulla lista degli accusati. È stato uno choc venirlo a sapere, ve ne rendete conto da soli. Ragazzi, non ho nessuna intenzione di arrendermi al nemico. Nella mia posizione non fareste lo stesso?» Zeppi fece sì con la testa, la bocca mezza aperta, e dalla mia gola salì un piccolo asciuttissimo«Sì…». Avevo i capogiri. Come osavano accusare mio zio, il mio nuovo padre, di aver fatto qualcosa di male! «Va da sé» proseguì Klaus «che non ci sono dubbi su chi sia la mente dietro tutto questo. Al mondo c’è solo un gruppo che ha potere e determinazione, e una padronanza assoluta dei mezzi che plasmano l’opinione pubblica, e l’abilità e la volontà di diffondere menzogne e disinformazione in tale scala. Erich, a chi mi riferisco?» «Agli ebrei…» esalai. «Risposta azzeccata. Andranno in cerca di uno scapolo di nome Linden, non di un uomo sposato di nome Brandt. Vedete quanto siete importanti per me? La mia famiglia sarà il mio travestimento. Mi aiuterete, ragazzi?» 32


«Sì!» riposi, e anche Zeppi lo disse. Di punto in bianco Klaus era soffuso di una luce molto più eroica. Non solo aveva le fattezze di un eroe, ma lo era, era un uomo innocente accusato di crimini non commessi, come il Conte di Montecristo. Gli ebrei stavano cercando di ucciderlo, di farlo sembrare malvagio, ma lui era più furbo di loro e usava il cervello e il coraggio come ci si aspetta da un vero eroe. E anche io, e la mamma, e Zeppi, dovevamo aiutarlo! Sulle prime fui così orgoglioso, e poi provai un po’ di vergogna perché Klaus era molto più un eroe di quanto non fosse stato mio padre. Un eroe morto è meno interessante di un eroe che deve ancora superare le difficoltà e le ingiustizie sul suo cammino, soprattutto se l’eroe è proprio qui davanti a te, sulle sue gambe, così affascinante, così determinato, così bisognoso del tuo aiuto. «Grazie» disse Klaus, sorridendo a mostrare i denti bianchi. «Insieme noi Linden… chiedo scusa, noi Brandt, ci dimostreremo più furbi dei nostri nemici. Non sono alla nostra altezza, per quanti giornali e governi possano controllare. La guerra sarà pure finita, ma la battaglia non è ancora perduta, né mai lo sarà fintanto che la gente come me conserva la libertà, sotto falsi nomi, in posti remoti dove gli ebrei non osano seguirci. Non fate errori, ragazzi, l’Amazzonia non è un luogo per deboli. Helga mi ha concesso l’onore di diventare mia moglie, ben sapendo cosa ci aspettava, e ora voi mi avete fatto la stessa promessa. In questo momento sono l’uomo più orgoglioso in tutto il Venezuela. Ragazzi, Helga, mi sento davvero invincibile!» Io e Zeppi ci fiondammo e gli gettammo le braccia attorno alla vita, singhiozzando. Non l’avevo mai visto così agitato. Era una cosa stranissima e davvero commovente, e Klaus ci era molto grato, me ne rendevo conto da come accarezzava con affetto i capelli biondi di Zeppi. La mamma aveva le lacrime agli occhi e una o due lacrime provarono a uscire anche dai miei. Eravamo uniti contro gli ebrei, tutti e quattro come un sol uomo, e avremmo vinto. Fu un momento meraviglioso. Per tutto il viaggio dalla Germania al Venezuela non mi ero mai immaginato niente di simile, avevo solo pensato che magari Klaus sarebbe stato accettabile come nuovo papà, o magari invece no, e ora mi accorgevo che con i miei pensieri e il 33


mio scetticismo avevo avuto torto. Ora potevamo diventare eroi al servizio di Klaus, aiutarlo a vincere la lotta contro le avversità. E come non bastasse, avremmo preso l’aereo! Quella notte quando andai a dormire feci una cosa strana – indossai la Croce di Ferro del papà. Non volevo che nessuno la vedesse appuntata sulla mia camicia, non so perché, allora presi un fiocco da una scatola che Klaus aveva comprato per la mamma. La scatola conteneva un bel vestito bianco, e il fiocco era verde, così ne usai un poco per infilarlo nella spilla della croce, e me la legai al collo. L’onorificenza del papà mi penzolava sulla pancia e il fiocco verde era invisibile, nascosto sotto il colletto, bastava che tenessi abbottonata la camicia fino al secondo bottone dall’alto. Credo che il mio desiderio fosse portare la croce come segno di rispetto per il papà, ora che la mamma era sposata a un altro uomo. Sono certo che il papà non se la sarebbe presa per il matrimonio con Klaus, che in fin dei conti era suo fratello, e in ciò era preferibile a ogni altro uomo. Ma in ogni caso volevo conservare una parte del papà con me, la sola cosa che rimaneva di lui, sulla mia pelle, perché il suo spirito fosse consolato. Era una cosa tra me e il mio papà. L’aeroporto non era molto grande, solo alcuni edifici e una manica a vento. C’era solo un aeroplano, il nostro. Lungo la fusoliera alcune grandi lettere in color arancione dicevano zamex. Era un nome stupendo per una cosa normale come una compagnia petrolifera. Quante parole infatti contengono sia la Z che la X? Sembrava il nome di un dio indio. Zamex, signore della giungla e delle montagne. Un dio simile poteva chiedere sacrifici umani, cuori ancora pulsanti strappati dai toraci e alzati verso il sole. Zamex, il dio selvaggio. «Siamo i soli passeggeri» disse Klaus mentre ci arrampicavamo a bordo. Lungo le pareti c’erano scatole e casse con su stampate parole spagnole. «Materiale da trivellazione» ci spiegò Klaus mentre ci facevamo piccoli per infilarci nello stretto corridoio centrale. I nostri bagagli erano entrati con noi per la porticina e un ad34


detto dell’aeroporto si mise ad assicurarli con reti e tele. Era un bimotore con carrello retrattile, l’interno sapeva di petrolio e metallo sporco e sudore. La mamma teneva sotto il naso un fazzoletto imbevuto di profumo, Zeppi disse: «Che fetore!» «I sedili sono davanti» disse Klaus. Trasportava una valigia nera dall’aria robusta, di quelle che si aprono in cima come vongole, una borsa da dottore. «Niente di lussuoso, purtroppo» ci disse, e aveva ragione. I sedili erano strapuntini di metallo fissati ai muri, con una cintura di sicurezza che attraversava il sedile da destra a sinistra e nemmeno un cuscino per farli più comodi. Mi sedetti al mio posto, era simile ai sedili di ferro dei trattori. «Accidenti» disse la mamma. «Non ha proprio un bell’aspetto. Quanto ci vorrà per arrivare, Klaus?» «Sei o sette ore, a seconda del vento. Ma ci passerà in fretta. Ne ho visti di passeggeri addormentarsi in voli più brevi di questo solo per la noia del volo.» «Non mi voglio addormentare, io» disse Zeppi «e comunque non sarà mica noioso.» «Questo è lo spirito giusto» lo incoraggiò Klaus. «Scegli un sedile e vedi di allacciare bene la cintura. Ci saranno un po’ di scossoni, ve lo posso assicurare. Helga, perché non ti siedi qui vicino a me, così i ragazzi possono stare dall’altro lato. Su un aereo merci dev’essere tutto bilanciato il più possibile.» «E allora dovrebbe esserci un adulto e un bambino su ogni lato» dissi io «altrimenti non abbiamo equilibrio.» «No, è quasi perfetto» disse Klaus sistemandosi accanto alla mamma. «Intendo solo che non dobbiamo sederci tutti da un lato.» Sistemò la sua borsa nera sotto il sedile, dove con le gambe riuscì a spingerla indietro e incunearla contro il muro. Zeppi infilò la testa fra le tendine che ci separavano dalla cabina di pilotaggio. C’era un passaggio ma non una porta, solo tendine, per lo più sporche e decorate a fantasie di pagliacci ridanciani, non proprio ciò che ci si aspetterebbe da un aereo. Magari le aveva fatte la moglie del pilota. «Zeppi» avvertì Klaus «non andare lì. Non dobbiamo interferire con i piloti. E adesso allacciatevi tutti le cinture.» 35


Sentivo le voci dalla cabina di pilotaggio. La testa del pilota o del copilota sbucò tra le tendine e ci domandò qualcosa in spagnolo. Klaus rispose e l’uomo passò in mezzo a noi fino al fondo dell’aereo e sbatté lo sportello, che fece un gran rumore, poi risalì il corridoio e scomparve oltre le tendine. Parlottarono ancora, poi il motore sull’ala destra si mise a tossire e a far fracasso e poi un grosso scoppio che mi fece male alle orecchie, seguito dal motore sull’ala sinistra, che fu ancora più rumoroso perché io e Zeppi eravamo seduti su quel lato. Zeppi si mise le mani sulle orecchie, come anch’io volevo fare ma evitai perché l’aveva fatto lui. La mamma pure aveva le mani sulle orecchie, e rideva, ma io non sentivo niente. Klaus le sorrideva. Il suono dei motori si fece sempre più forte e gli scossoni ai sedili erano così forti che pareva di tremare. E ci mettemmo in moto. Era solo una pista di terra, per cui l’aereo sballottava mentre rullavamo in fondo alla pista. Con la porta di carico dell’aereo chiusa faceva più caldo di prima e mi veniva un po’ da rimettere. Klaus mi stava dicendo qualcosa, forse perfino urlava, ma non capivo una parola e mi limitai ad annuire. Probabilmente mi stava dicendo che una volta in volo sarebbero diminuiti sia il rumore che il caldo; per lo meno era ciò che speravo di sentirgli dire. L’aereo all’improvviso fece un mezzo giro e capii che avevamo raggiunto la fine della pista. Ci fermammo un istante, poi i motori fecero un rumore ancora più forte e cominciammo a correre più veloci di prima. L’aereo si portò in assetto orizzontale mentre il ruotino di coda si alzava, e qualche attimo più tardi si sollevarono anche le ruote sotto le ali, e il grosso della vibrazione che mi attraversava tutto scomparve. Guardai fuori dalla piccola finestra circolare che avevo a fianco ma non fui in grado di vedere niente tranne la terra che spariva da sotto di noi. Sentii lo stomaco infossarsi nella pancia, una sensazione breve e stranissima, poi l’aereo si inclinò sulla sinistra e cominciò la lenta ascesa. Vidi le ruote e i montanti richiudersi nella gondola dei motori per farci guadagnare in aerodinamica; poi i flap, che si estendevano per tutta la lunghezza delle ali, si ripiegarono in qualche modo dentro le ali stesse, direi lungo linee di pressione pneumatica. 36


Dopo un minuto o giù di lì i motori diminuirono di potenza e tornammo in assetto orizzontale. Fuori dal finestrino vedevo tre cose: il cielo azzurro e le nuvole bianche e la giungla verde. Zeppi si contorceva sul suo sedile per provare a guardare di fuori, ma era più lontano di me dal finestrino e allora si mise a sganciare la cintura. Klaus gli gridò di piantarla e questa volta riuscii a sentire le sue parole, per cui adesso c’era meno rumore. Zeppi o non ci sentiva o fingeva di non sentirci, visto che continuò a trafficare con la cintura, allora mi sporsi verso di lui e gli diedi uno schiaffo sulle mani. «Piantala!» gli urlai, e lui mi restituì lo schiaffo, al che gliene diedi uno ancora più forte al che lui provò a colpirmi al petto, ma fui io a colpirlo. La sua carne mi parve sorprendentemente tenera e le mie nocche sentirono le ossa. Zeppi lanciò un grido e la mamma cominciò ad agitare un dito verso di noi e a dirci di fare i bravi. Zeppi a quel punto piangeva, e riuscì a piazzarmi un bel pugno sulla spalla prima di stringersi nelle braccia in cerca di conforto. Non mi fece male. I suoi pugni non mi facevano niente, era così tenero, come una bambina. Gli serviva proprio un bel periodo alla macchia per crescere e per smettere di comportarsi come uno stupido bamboccio. Perché così era irritante, e la mamma gliele passava tutte, troppe, almeno secondo me. Era un bene che ormai ci fosse Klaus a stabilire le regole. Klaus avrebbe costretto Zeppi a comportarsi come un ragazzino della sua età. Lo stesso uomo di prima sbucò tra le tendine e ci fece un sorriso, questa volta aveva in mano dei cuscini. Ce ne diede uno per uno, poi sparì. Il mio cuscino era unto e sapeva di olio per capelli, gli altri pure avevano un aspetto orribile. La mamma fece una smorfia e posò il suo sul pavimento. Klaus le disse: «Ci metterai poco ad apprezzarne l’utilità, credimi». La mamma si limitò a scuotere il capo. Sapevo che non avrebbe mai permesso a un oggetto così lurido di toccarle la pelle o i vestiti per più di qualche secondo. Il papà diceva sempre che era pulita come uno spillo e una casalinga eccezionale. Tutto era sempre lindo e immacolato a casa nostra, anche dopo che i bombardamenti ci abbatterono un muro. Zeppi sporse la mano. «Lo voglio io!» La mamma lo raccolse 37


e glielo lanciò e lui se lo mise sotto il sedere, e sistemò il proprio cuscino dietro la schiena. Io misi il mio dietro la testa e poggiai il peso all’indietro, sentendo la vibrazione della fusoliera sulla nuca. Per qualche motivo aveva un suo potere rilassante, mi immaginai una mano, una strana mano tremante, che penetrava nel mio cranio per tener fermo il cervello. Al solo pensiero mi venne sonno. L’aria nella cabina era un po’ più fresca, adesso, e il rombo monotono dei motori era quasi rilassante. Indicai la borsa nera sotto il sedile di Klaus. «Tieni lì le tue attrezzature!» Dovetti urlare per farmi capire. «Sì!» «Bisturi e aghi e tutto il resto?» Annuì, non gli andava di conversare a squarciagola. Attraversammo l’aria per lunghe ore. Appena superata Ciudad Bolívar ci fu un paesaggio punteggiato di colline, che però a un certo punto divenne più o meno piatto. Ogni volta che guardavo dal finestrino vedevo la stessa cosa: una terra verde con qua e là un filo d’argento che la attraversava, con le ombre delle nuvole che tagliavano la giungla come l’ombra delle balene la superficie del mare. Per quanto tempo lasciassi passare tra un’occhiata e l’altra dal finestrino, nulla cambiava mai. I miei occhi cominciarono a chiudersi a ripetizione e sonnecchiai, come gli altri. Non c’era niente da dire, e i motori erano troppo rumorosi. Eravamo intrappolati in un lungo pezzo di latta che volava su un mare di verde che sembrava estendersi su tutti i lati all’infinito. Dopo un sonnellino più lungo del solito aprii gli occhi e vidi la mamma e Klaus che dormivano sui sedili, con la schiena dritta, come il re e la regina di una favola che avevo letto anni prima, che dormivano fianco a fianco sui loro troni gemelli, vittime di un incantesimo che li fece dormire per secoli nel loro silenzioso castello. Cercai di ricordare se il re e la regina avessero due figli maschi o uno solo. Il principe o i principi c’entravano qualcosa con l’incantesimo. Ero piccolo quando l’avevo letta, o forse me l’aveva letta la mamma. Zeppi forse non era nemmeno nato. Mi voltai a guardarlo. Con quel bel viso sembrava un principino. Si accorse che lo guardavo e si voltò a guardarmi. Gli feci 38


l’occhiolino e lui provò a fare lo stesso, ma strizzare l’occhio e fischiare sono due cose che non gli sono mai riuscite. Quando prova a fischiare, dalle labbra gli esce solo aria silenziosa, e quando strizza l’occhio, ne strizza due insieme, così pare abbia un tic. Dal mio sorriso si accorse che era andata così anche stavolta, si era reso ridicolo, allora cacciò fuori la lingua per mostrarmi che non gli importava. Sbadigliai per fargli capire che era noioso, poi guardai da un’altra parte. Era difficile pensare che Zeppi potesse diventare grande. A vent’anni ancora si sarebbe ancora comportato come un bamboccio viziato e reso ridicolo agli occhi di tutti, ma è probabile che anche allora si sarebbe fatto perdonare perché sarebbe stato molto bello. Le donne di certo l’avrebbero perdonato. Con loro quello stronzetto avrebbe avuto più successo di me. Non era giusto che a lui fosse andata la bellezza e a me l’intelligenza. Ma è anche vero che dopo un po’ la bellezza diminuisce mentre si può restare intelligenti per tutta la vita. Zeppi mi stava dicendo qualcosa. Mi sporsi e avvicinò le labbra al mio orecchio. «Non mi piace questo volo.» «È divertente» risposi, al che scosse il capo. «Troppo rumore, e non c’è niente da fare.» «E allora dormi» dissi io. «Non ci riesco. Odio questo aereo. Voglio scendere.» «Sai dov’è la porta. Addio.» «Zitto.» «Zitto tu e piantala di lamentarti. Non mi avevi detto che volevi fare il pilota?» «Non più. È brutto.» «Non posso farci niente, e comunque a me piace, per cui tieni per te le lamentele.» «Ti odio» mi disse. «Sai quanto m’importa.» Zeppi cercò di capire se la mamma ci ascoltava, ma siccome dormiva lui mi iniziò a dire «Faccia di merda, faccia di merda, faccia di merda, faccia di merda…». Volevo dargli un ceffone, ma si sarebbe messo a urlare sve39


gliando la mamma. Non potevo far altro che dirgli: «Un giorno quando sarai grande ti pentirai di avermelo detto. Prima o poi succederà, bamboccio, probabilmente fra cinquant’anni». «Faccia di merda.» «Altrettanto a te, mammoletta. Adesso smettila di scocciare o ti tiro le orecchie.» «Non hai il coraggio, la mamma ti metterebbe in castigo.» Aveva ragione perciò lo ignorai. Perché capisse cosa pensavo di lui richiusi gli occhi. Con le palpebre serrate, non avendo niente da guardare, il frastuono pareva più forte. Mi misi a immaginare la nostra corsa nel cielo inseguiti da ebrei volanti, enormi e cupi nei loro mantelli e cappelli neri, come nubi temporalesche, seguiti dalla scia delle proprie lunghe barbe e basette. Gonfiavano le guance pelose e cercavano di soffiarci via dal cielo con grandi sbuffi di alito velenoso, che spostava e sconquassava il nostro piccolo aereo, ma noi resistevamo e proseguivamo il volo, determinati a sconfiggere in velocità gli ebrei volanti con i nostri motori a tutta forza, mozzando di netto le loro dita, sporte nel tentativo disperato di toccarci, con i nostri propulsori vorticosi, facendo volar via i loro stupidi cappelli neri nella nostra scia, noi sempre un po’ più avanti di loro, li facevamo impazzire con il nostro piccolo aeroplano d’argento e loro digrignavano i denti che erano rossi per il sangue dei neonati cristiani, le loro labbra nere di bugie su Klaus. Poi l’ebreo più grande di tutti si avventò alle nostre spalle e aprì la bocca finché non sembrò un tunnel verde scurissimo in mezzo al cielo e sperava di inghiottirci in un boccone, allora io saltai in piedi allarmato e provai a dargli un ceffone per mandarlo via. La cintura di sicurezza mi tirò la pancia mentre mi sporgevo avanti, ricascai indietro contro il sedile e con la nuca andai a sbattere contro il metallo. Dov’era finito il mio cuscino? Dov’era la luce del sole che per tutto il tempo aveva riempito il finestrino accanto a me? I motori erano sotto sforzo, la fusoliera sussultava. La mamma mi stava guardando, bianca in volto. Klaus le teneva la mano. Mi voltai a guardare Zeppi appena in tempo per vedere uno spruzzo di vomito uscire dalla sua bocca aperta e schizzargli le ginocchia. Scoppiò a piangere, o forse già piangeva da un pezzo. 40


L’aereo puntò in basso, poi alzò il muso, poi sbalzò a sinistra e a destra. Era molto peggio della tempesta sull’oceano. Vidi la pioggia dirotta sul vetro del finestrino. Nella cabina era buio, poi di colpo si accese per un lampo. Il vomito di Zeppi mi riempiva le narici del suo puzzo, e per un momento ebbi voglia di vomitare anch’io, ma riuscii a trattenermi. Il mio cuscino era sul pavimento ma fu spinto via appena l’aeroplano scartò di lato per un rombo di tuono che era la cosa più forte che avessi mai udito in vita mia. Ora il cuscino era per aria, appeso lì come un grasso tappeto magico, poi salì fino al soffitto e si appiattì contro l’arco di metallo, poi cadde verso la coda dell’aereo, seguito da uno dei cuscini di Zeppi. Qualcosa mi riempiva il petto, una sensazione che avevo imparato con i bombardamenti. Gli ebrei volanti ci avevano raggiunti, e ora picchiavano sul nostro aereo con le loro mani gigantesche cercando di colpirci e farci cadere, premendo le loro barbe aggrovigliate contro i finestrini e piombandoci nel buio. Zeppi vomitò ancora, stavolta su di me, però non lo picchiai. Ero troppo spaventato per prendermela. La mamma pure era spaventata, lo capivo dalla sua espressione, Klaus invece no. Stava lì seduto, teneva a sé la mamma come poteva, erano separati dalle cinture di sicurezza, e la sua faccia mostrava preoccupazione ma senza panico. Si accorse che lo guardavo e mi fece un sorriso per rassicurarmi, un breve sorriso da uomo a uomo che mi fece sentire meglio. Un boato paurosamente forte scosse l’aereo, come avesse preso in pieno un muro di mattoni in pieno cielo, e l’interno fu illuminato per un secondo da una luce fortissima, come il flash di una macchina fotografica, e sapevo cosa voleva dire, eravamo stati colpiti da un fulmine. I lunghi capelli della mamma volavano in tutte le direzioni. Perfino i capelli di Klaus si erano alzati sullo scalpo come limatura di ferro su un magnete, e anche quelli di Zeppi, e i miei. Sentii dei brividi sulla pelle, dalla testa ai piedi, ma non era spiacevole. Zeppi fece come un guaito di terrore nel provare i miei stessi brividi, sembrava un cagnetto terrorizzato. Poi vedemmo una palla di luce tra le tendine con la fantasia di pagliacci, come se il pagliaccio più vicino avesse eseguito un trucco e soffiato una bolla di sapone dal suo ghigno. La palla rimase 41


sospesa nell’aria senza muoversi per alcuni secondi, poi si mosse lentamente verso il fondo dell’aereo. Passò tra noi in silenzio, illuminandoci in volto con una splendida luce azzurra. La mascella di Zeppi gli penzolava tanto che era quasi comico, ma non aveva paura della palla, era troppo bella. E poi, semplicemente, scomparve. Aspettai che ne apparisse un’altra, ma ci fu solo quella. Avrà avuto a che fare con il fulmine, un frammento di elettricità che si era aperta un varco nella fusoliera e poi era rimasta sospesa a mezz’aria come una bolla fino a che non era esplosa. Il pilota e il copilota urlavano. Fino ad allora erano rimasti silenziosi nella lotta contro la tempesta, come veri professionisti, ma ora li potevamo sentire, più forti del tuono e dei motori. Fu allora che mi accorsi che uno dei motori si era fermato, quello sull’ala destra. Guardai Klaus per capire se se n’era accorto pure lui, e il suo sguardo mi fece capire che dare la notizia ai piloti sarebbe stato inutile. Zeppi già sembrava abbastanza terrorizzato, e dalle palpebre serrate della mamma capivo che stava pregando il Dio in cui credeva e non credeva di salvarci. Questa situazione durò per dieci minuti, credo, poi si fermò l’altro motore, e stavolta il rombo della tempesta non riuscì a nascondere il fatto che i motori erano spenti. E ovviamente ora riuscivamo a sentire le nostre voci. «Klaus…» disse la mamma «cosa è successo?» «È una cosa temporanea» la rassicurò. Era bravissimo a mentire, e per un attimo il viso della mamma si rilassò, poi però tornò ad avere ansia quando vide che brutta cera aveva Zeppi. «Zeppi? Zeppi! Non c’è niente di cui preoccuparci, fra un momento sistemeranno tutto…» Zeppi la guardò fisso, poi guardò me. Voleva sentirselo dire anche da me, perciò lo accontentai: «Se non riaccendono i motori, voleremo con la corrente». Le mie parole lo fecero sentire meglio. Sapeva cosa volevo dire, perché in patria andavamo sempre a guardare il circolo degli alianti vicino casa, e lì portavano in cielo i loro veicoli dalle lunghe ali e poi planavano per ore. Lui non ne sapeva abbastanza di aerei e ignorava che un aereo di metallo può volare con le correnti 42


per un tempo molto breve, e a seconda dell’altitudine. Volevo con tutto me stesso sentire il suono dei motori che si accendevano, e ogni secondo passato in silenzio, ad ascoltare nient’altro che la tempesta, durava in eterno. C’era un silenzio rispetto a quando i motori funzionavano, che potevamo sentire il pilota e il copilota, che nemmeno urlavano più e parlottavano in frasi brevi. Sentivo la tensione nelle loro voci mentre le tentavano tutte per far ripartire i motori, ma niente pareva funzionare. A questo punto dovevano essere due o tre minuti che andavamo con i venti. Quanto era lontano il suolo? Lo stesso uomo che ci aveva portato i cuscini apparve tra le tendine con i pagliacci, stavolta senza sorriderci. Disse qualcosa a Klaus, poi tornò in cabina di pilotaggio. Klaus disse: «Stiamo per atterrare» come fosse una cosa normalissima. «Ma dove?» disse la mamma. «Siamo arrivati?» «Sotto di noi c’è un fiume abbastanza largo da poter tentare un atterraggio senza carrello.» «Un fiume…? Ma Klaus…» «Non possiamo atterrare fra gli alberi, un atterraggio sull’acqua è la cosa più sicura. C’è pochissimo rischio. Ragazzi, appena siamo a terra e ci fermiamo, slacciate le cinture e correte alla porta sul retro. Non esitate un secondo. Potremmo non avere molto tempo prima che affondi l’aereo, mi sono spiegato?» Io e Zeppi annuimmo ottusamente. Proseguì: «Sapete nuotare, vero?». Annuimmo di nuovo. «Bene» disse «allora non dovrebbero esserci problemi. Io ed Helga vi staremo dietro. Nuotate verso la riva senza guardarvi indietro.» L’aereo si inclinò su un’ala, poi si raddrizzò. Sentii un suono stridente, erano i flap che uscivano dalle ali. Ora eravamo molto vicini al suolo. Dal finestrino vedevo la giungla illuminata dai lampi, ma non il fiume, che doveva essere proprio sotto di noi. Le cime degli alberi più alti sembravano quasi vive mentre battevano al vento. Il pilota gridò qualcosa e Klaus disse: «Ci siamo! Tenete la testa fra le gambe e le braccia sulla testa! Adesso!» Chinandomi 43


in avanti con le mani sulla testa, sentii Zeppi accanto a me che mugolava. Certo non mi fece sentire meglio. Non accadde nulla per diversi secondi, e volevo alzare la testa per guardare ancora dal finestrino, ma non volevo che Klaus mi sorprendesse. Poi ci fu un tonfo terribile sotto i miei piedi e fui sbalzato verso la cabina di pilotaggio. Il corpo di Zeppi mi piombò addosso e lo sentì strillare, poi fummo spinti dall’altra parte e fu il mio corpo a sbattere contro di lui, ma con meno forza di prima. Se non avessimo portato le cinture di sicurezza saremmo stati sbattuti da una parte all’altra come bambole. Un altro tonfo, meno violento, e piombammo in avanti. L’aereo aveva toccato l’acqua per la seconda volta e non riprese quota. Rallentammo rapidamente, levai le braccia dalla testa. Klaus ci stava dicendo di sganciare le cinture e io non avevo bisogno di farmelo ripetere. Quando mi alzai vidi Zeppi seduto al suo posto, le mani in mano, mentre Klaus e la mamma si occupavano delle proprie cinture. «Aiutalo!» disse Klaus, e io liberai Zeppi dalla sua. I piloti erano ancora in cabina, tacevano, pensai che stessero facendo quello che fanno i piloti dopo un atterraggio sull’acqua. «Vai allo sportello!» gridò Klaus, allora io afferrai Zeppi per un braccio e cominciai a trascinarlo verso il retro. Parte del carico si era liberato da tele e reti e lo stretto corridoio fra le casse non c’era più, ma riuscimmo lo stesso a scavalcare la massa di roba sparpagliata senza grossi problemi. Arrivai allo sportello e tirai la leva verso il basso, poi premetti. Si aprì abbastanza facilmente. Vidi l’acqua, tanta acqua tutta rigata di gocce di pioggia, e oltre l’acqua vidi gli alberi. Non erano troppo lontani, non ci toccava nuotare molto. L’acqua già bagnava l’uscita. «Uscite!» gridò Klaus. Stava scavalcando il carico con la mamma, aveva in una mano la borsa da dottore. «Non ti fermare!» Tenni fermo Zeppi, che tremava per la paura, e mi lanciai fuori. L’acqua era calda, come un bagno nella vasca. Mi immersi fino alla testa e lasciai andare Zeppi, poi tornai in superficie e lo trovai ancora dietro di me, i capelli sugli occhi, la bocca aperta, affannata, in cerca d’aria. «Di là!» gli dissi, e cominciammo a nuotare. Eravamo sempre stati bravi nuotatori, anche se Zeppi al minimo 44


accenno di stanchezza si fermava. Feci in modo di non superarlo, in caso si trovasse in difficoltà, ma non andò nel panico né si mise ad agitare le braccia come temevo. Era come un cagnolino che sapeva una sola cosa – doveva raggiungere le riva, ed è lì che i suoi occhi erano puntati e che le gambe scalciavano per arrivare. Mi guardai indietro una sola volta. La cima dell’aereo non si era ancora immersa, e vidi due teste nell’acqua fra noi e l’aereo, Klaus e la mamma ce l’avevano fatta. Klaus teneva la sua borsa nera sopra la testa e nuotava con una sola mano. Non vedevo nessun altro, ma i piloti avevano una porticina nella cabina di pilotaggio per cui magari erano usciti verso l’altra riva. Mentre guardavo, il tetto dell’aereo scivolò nell’acqua, seguito dalla coda. Ripresi a nuotare. Zeppi a quel punto mi precedeva di un poco, e lo raggiunsi per fargli capire che non era solo, ma nemmeno mi guardò. Aveva smesso di nuotare come si deve, ora procedeva a cagnolino. Lo sentivo inspirare ed espirare troppo in fretta, stava andando nel panico. «Rallenta!» gridai. «Ci siamo quasi!» Ma lui non si fermava. Le sue mani colpivano l’acqua come i remi di legno di una barca a remi di quelle che si prendono alla spiaggia, e ormai non respirava, ansimava. Ancora pochi secondi e avrebbe cominciato ad affogare. Smisi di nuotare e mi preparai a reggerlo, e come feci così i miei piedi toccarono il fondo del fiume. Zeppi continuò a nuotare a cagnolino e raggiunse la riva prima di me. Lo vidi arrivare a riva sulle mani e le ginocchia, senza voltarsi indietro. Mi trascinai dove non era profondo, lo vidi collassare su un fianco, con il torace che si gonfiava e sgonfiava. Controllai che la Croce di Ferro fosse ancora al collo, poi mi voltai a guardare il fiume. Klaus e la mamma a fatica stavano raggiungendo la riva, nessun segno invece dei due uomini. Entro breve ci ritrovammo tutti e quattro sulla riva fangosa a guardare l’acqua. Il cielo continuava a coprirci di pioggia, le nuvole erano così nere che era cupo come fosse già sera, eccetto quando cadevano i fulmini. Zeppi si abbracciava da solo e tremava. «Dove sono?» chiese la mamma. «Ce l’hanno fatta a uscire?» «Potrebbero essere andati sull’altra riva» disse Klaus. «La loro porta era su quel lato dell’aereo, credo.» 45


«Ma dall’altro lato è molto più distante. Forse volevano farci atterrare da questa parte. Perché allora nuotare dall’altra?» Klaus scosse il capo. «Chi lo sa cosa è successo. Stando lì davanti hanno subito l’impatto molto più di noi.» La mamma si spostò i capelli fradici dal viso. «Cosa vuoi dire?» «È possibile che si siano rotti l’osso del collo, ma non ho modo di saperlo. È possibile che la porta sia rimasta incastrata e siano affogati dentro l’aereo, oppure che usciti siano stati trascinati dalla corrente, non lo posso sapere.» Io dissi: «Non può essere stata la corrente, è troppo debole». Klaus non rispose. Aprì la sua borsa da dottore e cominciò a controllarne il contenuto. Gli domandai: «Tutto in ordine?». «Certamente. Non ci è entrata una goccia d’acqua, ogni cosa è al suo posto. Vostro nonno mi regalò questa borsa il giorno della mia laurea. Era molto costosa, il meglio in circolazione. Ma vale la spesa.» La mamma andò da Zeppi e si inginocchiò. Gli mise al collo le braccia e sporse la testa verso di lui, poi entrambi si misero a singhiozzare. Non era tanto per i due piloti, credo, piuttosto una reazione tardiva a ciò che era successo. Io tremavo tutto, non per il freddo ma per aver sfiorato la morte. Klaus mi posò un braccio sulla spalla. «Siamo fortunati» disse, e aveva ragione.

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Torsten Krol - Gli Uomini Delfino  

1946. L’aereo che trasporta Helga, i suoi due figli Erich e Zeppi, e il medico Klaus, nuovo marito della donna, si schianta in una zona ine...

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