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CAPITOLO UNO

Il Matt Groening Show In cui crudeli insegnanti delle elementari distruggono autentici capolavori… il punk rock fa incontrare i conigli di Life in Hell con i topi di Maus… Matt Groening diventa il Casanova del Los Angeles Reader… e Deborah Kaplan diventa il Bennet Cerf dei fumetti alternativi.

L’idea dei Simpson non scaturì bell’e pronta dalla mente di un uomo, quasi fosse una spassosa versione di Atena. La sua nascita fu un lungo processo e i genitori sono più di uno (così come i patrigni e le matrigne, i nonni, gli zii ripugnanti e i figli ingrati – mi riferisco a te, Griffin), ma il suo progenitore più prossimo è la striscia di fumetti Life in Hell di Matt Groening, che alla fine del 1980 veniva pubblicata all’interno di varie riviste alternative statunitensi, portando il suo autore al successo e innalzandolo al rango di celebrità. Ma prima dei Simpson, prima di Life in Hell, prima della fama, del denaro e dei conigli angosciati, c’era un ragazzino con una serie televisiva immaginaria, Matt Groening, che registrò anche una sigla musicale. Matt Groening, ideatore, I Simpson (Fresh Air di npr, 2003): [canta] Se senti un applauso forte, sai che Groening è alle porte. Poi per terra vedi una striscia di colore e sai che non è un treno, una cometa o un aereo. Si tratta di Matt Groening, un vero figo… Matt Groening. Matt Groening. Matt Groening. Non un codardo, ma una superpotenza, Matt Groening, il più figo di tutti, il migliore.

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* Poiché il capo famiglia dei Simpson avrebbe chiamato i membri della famiglia animata con i nomi di quelli dei suoi veri familiari (il padre Homer, la madre Marge e le sorelle Lisa e Maggie), sarebbe stato bello per questa storia se Groening fosse cresciuto a Springfield, ma non fu così. Nato il 15 febbraio 1954 e cresciuto a Portland, Groening era il terzo di cinque fratelli e viveva in una casa talmente vicina allo zoo da addormentarsi, da piccolo, con il ruggito dei leoni.1 Giocando nel recinto dell’orso grigio e nelle caverne e nelle vasche abbandonate,2 pare che Groening abbia avuto un’infanzia idilliaca, soprattutto per un bambino con ambizioni creative come lui. Come dichiarato a Playboy nel 1990, il padre era un vignettista, un regista e uno scrittore capace di dimostrare con la sua vita come sia possibile guadagnarsi la pagnotta e avere successo sfruttando le proprie capacità creative. Groening, che nello scantinato di famiglia scriveva storie, disegnava cartoni animati e giocava nei mondi della sua fervida fantasia, andava bene a scuola, ma alla Ainsworth Elementary School si cacciava sempre nei guai perché aveva la testa perennemente altrove. Un classico esempio di annotazione trovata nel diario che iniziò a tenere sin da piccolo è: «Per domani devo scrivere: “Devo ricordarmi di stare zitto in classe” 500 volte». In un’altra si legge: «I boy-scout non sono male se non hai altro di meglio da fare o ti piace far finta di essere nell’esercito e adori salutare la bandiera».3 Matt Groening (The New York Times, 7 ottobre 1990): In quarta elementare lessi il libro di un prigioniero di guerra della Seconda guerra mondiale. Mi dissi: «Sì, è proprio come alle elementari: ci sono le guardie e non si può fare niente». Margaret Groening, madre di Matt (The Seattle Times, 19 agosto 1990): A dire la verità andava bene a scuola: era ben voluto e prendeva dei bei voti… ma non vuole che si sappia in giro. Matt Groening (Los Angeles Times, 29 aprile 1990): Siamo quello che siamo, nonostante la scuola. Penso che la scuola infligga molte sofferenze inutili. Sicuramente per me è stato così. Basti pensare all’idea di punire un bambino

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Thomas J. Meyer, «To Hell and Back», in Northwest Magazine, 25 marzo 1990. Neil Tesser, «20 Questions. Matt Groening», in Playboy, luglio 1990. 3 Joe Morgenstern, «Bart Simpson’s Real Father», in Los Angeles Times Magazine, 29 aprile 1990. 2

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perché ha disegnato pile di fumetti o farli a pezzi e buttarli via. Alcuni erano stupidi e infantili, ma altri erano davvero creativi e mi stupiva il fatto che non venisse fatta alcuna differenza, o una differenza soltanto minima, tra i due. La Lincoln High School (classe 1973) si rivelò meno rigida, ma Groening avvertì ugualmente le limitazioni di una cultura suburbana conservatrice, soprattutto se rapportata ai sentimenti radicali e antiestablishment degli anni sessanta, che fiorivano attorno a lui. Groening era un misto di rigidità e ribellione. Venne eletto presidente del comitato studentesco, ma sotto il vessillo di un ironico gruppo chiamato Teens for Decency (la parodia di un locale gruppo cristiano). Lo slogan della sua campagna era: «Se sei contro la decenza, in favore di che cosa sei?».4 Alle superiori Groening avrebbe scoperto anche la sua eterna passione per la musica alternativa e avrebbe continuato a realizzare i suoi adorati disegni animati. Corre voce che da ragazzino, Matt abbia confessato a una ragazzina di cui si era innamorato la sua ferma intenzione di diventare famoso come disegnatore. Pare che la ragazzina, decisa a condurre una bella vita, l’abbia liquidato con un semplice: «Forse se tu fossi come Garry Trudeau o uno del genere». L’ego di Matt, forte fin da allora, sembra gli abbia suggerito questo commento: «Diventerò ancora più famoso di Garry Trudeau». Per il college, Groening fece domanda solo in due scuole: ad Harvard (che gli rispose di no) e all’Evergreen College. Quest’ultimo era un nuovo college nello Stato di Washington, di stampo progressista e finanziato dallo Stato, dove non c’erano né voti né esami. MATT GROENING (The Seattle Times, 28 settembre 2003): [L’Evergreen] fu condannato nell’Assemblea legislativa dai Repubblicani conservatori per essere il covo di hippy, poeti e rivoluzionari […] La piazza principale era costruita in mattoni rossi e giravano illazioni sul perché dovesse esserci proprio una piazza rossa. Pur essendo progressista, liberale e piacevole da frequentare, la scuola si collocava anche fra i migliori college di materie umanistiche degli Stati Uniti occidentali.5 Il suo finanziamento come scuola statale fu oggetto di dibattito presso l’Assemblea legislativa di Washington, soprattutto in seno ai repubblicani: «Siamo entrati in un dormitorio e c’era puzza di marijuana dapper-

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Paul Andrews, «The Groening of America», in Seattle Times, 19 agosto 1990. «Best Colleges», in U.S. News & World Report, 13 febbraio 2009.

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tutto. C’era anche un gruppetto di persone intente a guardare I Simpson, con tutto quello che può significare» ha dichiarato Gene Goldsmith, esperto in tematiche giovanili e musicali, nel 1995, dopo aver visitato la scuola. «E c’erano anche due ragazze che stavano pomiciando – due lesbiche.»6 Non è dato di sapere quanto effettivamente imperversassero le lesbiche all’Evergreen ai tempi di Groening, ma di sicuro Matt frequentò un college hippy all’apice della cultura hippy. Groening, studente di letteratura e filosofia, decise di diventare uno scrittore. Questa decisione, unita allo studio di Kierkegaard e Nietzsche e alla malinconia di un’uggiosa Olympia, nello Stato di Washington, costituiva la perfetta ricetta per un costante malumore.7 LYNDA BARRY, illustratrice e amica (Los Angeles Times Magazine, 29 aprile 1990): Matt era il classico bravo ragazzo all’interno di un college hippy, ma così straordinariamente a posto da sembrare ancora più hippy di tutti gli altri hippy. Era l’esatto opposto della canzone The Poetry Man; secondo la sua sensibilità, la vita non era un haiku, un breve componimento giapponese. Pur non essendo The Poetry Man, è un ragazzo capace di provare forti sentimenti. Un giorno Mark Levensky, uno degli insegnanti di composizione letteraria di Matt Groening, scrisse alla lavagna una semplice formula per spiegare a Groening quale fosse la struttura di base della trama dei suoi racconti e gli chiese se secondo lui i suoi scritti valessero qualcosa. Groening ha confessato che da allora è sempre stato «ossessionato» da quella domanda.8 I fantasmi dei suoi fiaschi letterari sarebbero ritornati nella stesura dei Simpson – dove il modo di scrivere di Matt è stato ridicolizzato – e avrebbero aleggiato nell’aria come Banquo. Un posto come Evergreen, con le sue elevate pretese liberali, non poteva essere risparmiato dal disdegno di Groening – che si divertì moltissimo a distruggere la scuola non appena assunse le redini del comando del Cooper Point Journal, il giornale dell’Evergreen. Impresse uno stampo sensazionalistico al giornale, lanciandosi in attacchi politici contro il corpo legislativo statale, senza dimenticare qualche frecciata satirica nei confronti degli

6 Citato da Jim Lynch, «2 Schools of Thought Compete at Evergreen», in Sunday Oregonian, 10 giugno 2001. 7 Neil Tesser, «20 Questions. Matt Groening», op. cit. 8 Mark Rahner, «Matt Groening to Give Grads Bart – like Wisdom?», in Seattle Times, 9 giugno 2000.

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stereotipi controculturali della scuola.9 Groening aggiunse una pagina di disegni animati al Journal, dove lui e Lynda Barry (famosa per Ernie Pook’s Comeek) potevano proporre i rispettivi lavori. E anche se gli insegnanti erano pronti a pubblicare i suoi disegni, gli studenti più ardentemente liberali della scuola erano indignati. Quando Groening prese in giro il Comune, venne fatta circolare una petizione: «Caro signor Groening: le lotte comunali non hanno nulla di comico!».10 Ma pur divertendosi a infastidire il prossimo con le sue buffonate, Groening riusciva anche a lasciarsi suggestionare dalle sue reazioni. A proposito dei giorni passati alla redazione del giornale, Steve Willis, amico di Groening, ricorda di aver visto Matt con la testa fra le mani, intento a ripetere: «Non volevo che accadesse una cosa del genere».11 Nel 1997, il ventitreenne Groening fresco di laurea partì alla volta di Los Angeles, dove visse con Lynda Weinman, la sua ragazza, dedicandosi alla scrittura e mantenendosi con alcuni lavori senza nessuna prospettiva. L’iniziazione di Matt a LA potrebbe essere definita infernale. Come raccontò più tardi a Playboy, «Life in Hell si è ispirato al mio trasferimento a Los Angeles, nel 1977. Arrivai in città un venerdì notte d’agosto, ci saranno stati quaranta gradi. La macchina mi lasciò a piedi nella corsia di sorpasso della Hollywood Freeway mentre stavo ascoltando un dj ubriaco alle prese con il suo ultimo programma su una stazione rock locale: stava denunciando la pessima gestione della stazione radio. Poi c’è stata una lunga serie di lavori da quattro soldi».12 Fra l’altro, è stato scrittore/autista per un ex direttore, ha scritto slogan per i film dell’orrore e per un’agenzia pubblicitaria, si è occupato dei giardini di un impianto di trattamento dei liquami e ha lavorato in una copisteria.13 Il suo amore per la musica lo portò nel mondo punk, dove venne assunto al Whiskey a Go Go e dove ebbe modo di servire Elvis Costello e il personale del Licorice Pizza, il negozio di dischi appartenente alla catena omonima, dall’altra parte della strada. Oltre a vendere dischi, il Licorice Pizza smerciava anche vari tipi di droga, fra cui fiale di cocaina. Dato che il negozio vendeva i tappi separati dalle fialette, Matt aveva il compito di contarle una a una. E pare si divertisse un mondo a prendersela con calma, contando centinaia e centinaia di fialette, mentre i clienti cocainomani attendevano il proprio turno con impazienza.14

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Thomas Meyer, «To Hell and Back», op. cit. Ibidem. 11 Citato in Paul Andrews, «The Groening of America», op. cit. 12 Neil Tesser, «20 Questions. Matt Groening», op. cit. 13 Ibidem. 14 Jenny Eliscu, «Homer and Me», in Rolling Stone, 28 novembre 2008. 10

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A quell’epoca, Groening stava già disegnando Life in Hell, che poi fotocopiava e mandava agli amici oppure vendeva per due dollari a botta da Licorice Pizza.15 Groening attaccava le istituzioni in quelli che considerava i suoi elementi più ripugnanti e conformisti: scuola, lavoro e amore. In una delle sue famose strisce chiedeva: «Esiste una filosofia chiamata Life in Hell?». Le risposte furono le seguenti: «Hai i giorni contati.» «Ormai è tardi.» «Siamo tutti predestinati.» «Buona giornata.» In origine, Binky the bunny (l’avvocato difensore di Groening) era accondiscendente e incline alle prediche, mentre in seguito Groening lo modificò per renderlo una vittima alle prese con forze più grandi di lui, come i valori sociali reaganiani, il diritto religioso, il mercantilismo, gli insegnanti e i capi. I disegni animati trasudavano depressione, morte e paura, ma erano infarciti anche di divertimento, ironia e introspezione, che emergevano dai commenti delle persone interessate. In una classica striscia si vedeva Binky legato e imbavagliato in una stanza vuota. Attraverso una piccola fessura dell’unica porta si intravedevano due occhi che sbirciavano all’interno, mentre una voce minacciosa sbotta: «Adesso sei pronto ad accettare i valori della famiglia?» MATT GROENING (Portland Oregonian, 25 marzo 1990): Più facevo cose orribili a quel povero coniglio e più la gente lo trovava divertente. «Oggi il termine “inferno” è talmente radicato nel lessico americano che facciamo fatica a ricordare quando era considerato osceno e non pubblicabile, alla stessa stregua di “c…o”» scriveva Paul Andrews sul Seattle Times. I fumetti di Groening hanno ridato significato alla parola «Inferno», prendendo un termine dalla Bibbia e gettandolo in faccia alla Me Decade, ovvero agli anni settanta e al suo vuoto di valori, con le nuove connotazioni controculturali del termine. «Life in Hell apparteneva a tutti i manifestanti dell’ex-campus, a tutti gli idealisti del baby-boom, rappresentava il concetto di quello che era diventata la vita degli adulti negli anni ottanta.»16 Life in Hell fu pubblicato per la prima volta nel 1978 sulla rivista Wet di Leonard Koren, un periodico alternativo e pseudoartistico incentrato sul concetto di gourmet bathing. GARY PANTER, disegnatore, amico di Matt Groening: Fu Leonard Koren a mostrarmi per la prima volta Life in Hell. Era rimasto davvero colpito, come

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Joe Morgenstern, «Bart Simpson’s Real Father», op. cit.. Citato in Paul Andrews, «The Groening of America».

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me del resto. Ho l’impressione che all’epoca Matt lavorasse in una copisteria perché realizzava dei mini-fumetti molto ben fatti, con tante pagine, cambi di colore, pieghevoli e via dicendo. I suoi disegni erano molto ambiziosi ma anche estremamente semplici e di splendida fattura. Possedeva lo straordinario dono della chiarezza, fondamentale per comunicare visivamente con i fumetti. È un grande scrittore e conosce a fondo la psicologia umana, per questo sa essere così efficace con tutti gli strumenti che utilizza. Matt ci ha sempre tenuto a precisare che il disegno deve essere divertente fin dall’inizio. Se il disegno è divertente, sei già a metà dell’opera. Devi trovare un modo per attirare i lettori verso i tuoi fumetti. Ammetteva di essere circondato da ottimi disegnatori, a scuola, e di non avere nessuna intenzione di entrare in competizione con loro. Per questo aveva puntato sulla semplicità. Ma la semplicità nei fumetti è un’arma estremamente potente. Se pensiamo ad alcuni fumetti come Dick Tracy o Krazy Kat, che potremmo definire fra i migliori mai realizzati, ci accorgiamo che ci vuole qualche minuto per sintonizzarsi sul loro vocabolario. I fumetti moderni sono molto, molto più semplici. A scuola, gli animali che Matt disegnava per i suoi amici erano del tutto irriconoscibili, eccetto i conigli. A Groening piaceva molto l’idea che la cultura pop avesse una particolare predilezione per i conigli: «Peter Rabbit, Bugs Bunny, Rabbit Redux – quello della Serie del Coniglio di John Updike – Crusader Rabbit» ha raccontato a Playboy. JAMES VOWELL, capo-redattore, Los Angeles Reader: Sono stato il fondatore del Los Angeles Reader nel 1978. Poco dopo la nostra prima uscita, saranno passate una o due settimane, mi chiamò Matt. Penso fosse il mese di novembre del 1978. Stava cercando qualche lavoro redazionale a L.A. Ci mettemmo subito a parlare. JANE LEVINE, ex direttrice, Los Angeles Reader: Matt si presentò con i suoi bizzarri fumetti, con i conigli con un’orecchia sola, e li mostrò a James. Io ero la direttrice, ero quella che teneva i cordoni della borsa. James era il redattore. Quando Matt se ne va, James esce dal suo ufficio e mi dice: «Un giorno quel tipo diventerà famoso». Do un’occhiata a quei dannati conigli e ribatto: «Se lo dici tu, James». Da quel giorno imparai che James aveva ragione su un sacco di persone, non solo su Matt. JAMES VOWELL: La sua prima storia venne pubblicata più o meno il 9 o il 10 febbraio 1979. Era una storia molto interessante, parlava di come la

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gente lasciasse le proprie impronte sul Sunset Boulevard e di come le verniciasse in seguito; ha coperto l’intera scena. Nei mesi successivi continuò ad avere incarichi poco impegnativi, poi la direttrice assunse Matt come responsabile della distribuzione. Nei giornali distribuiti gratuitamente devi trovare i posti giusti in cui collocarli, devi stipulare accordi con i commercianti. Lui girava per L.A. e spesso si occupava anche delle consegne. Era un dipendente a tempo pieno, e continuava a scrivere. Circa sei mesi più tardi, convinsi Jane che sarebbe stato perfetto come mio vice redattore. E così per due o tre anni è stato il mio vice redattore al Los Angeles Reader. Il Reader, che era ancora più piccolo (e più alternativo) del suo principale concorrente, il Los Angeles Weekly, assicurò a Groening uno stipendio, uno spazio su cui scrivere ma soprattutto il suo ingresso ufficiale nel mondo artistico e musicale underground. GARY PANTER: Era il momento del punk rock e c’erano spettacoli ovunque. Io, Matt e tutti gli altri partecipavamo a questi spettacoli. Molte delle band che suonavano allora divennero famose, si respirava un’atmosfera estremamente creativa. Il punk rock a L.A. era legato a gente uscita dalle scuole d’arte, personaggi che proponevano cose artistiche ma anche pubblicazioni, abbigliamento e musica. Noi ne eravamo parte integrante. E l’idea di poter mettere questi elementi nel Los Angeles Reader per poi vederli diffondere per le strade qualche settimana più tardi ci sembrò il giusto riconoscimento, capace di avere un forte impatto sul panorama circostante. A me e Matt interessava molto immergerci in qualche modo in questo tipo di cultura. È interessante vedere se il singolo individuo può avere un effetto sulla cultura. Matt si appassionò alla scena punk che stava fiorendo a Los Angeles. Si occupava della recensione di band del tutto sconosciute per il Reader, e una settimana dopo aver pubblicato l’articolo, andava a controllare nei negozi di dischi e si rendeva conto che non ne avevano venduta neppure una copia. «Si vede che come critico rock non valevo un granché» ha rivelato Matt alla npr. JANE LEVINE: Oh, cielo [Los Angeles Reader] era fantastico. Era un settimanale alternativo, come se il Village Voice avesse partorito una sua creatura. Era una piccola testata ma proponeva sempre un giornalismo letterario di altissimo livello, con l’uso di termini difficili, come hipness e alternativeness. Nel 1978 il calendario del Los Angeles Times era in pratica una stupefacente sezione di arte e intrattenimento, ma la linea di demarcazione fra visione

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convenzionale e giornalismo alternativo non era certo indistinta come appare oggi. Scriveva del punk rock a Chinatown, e non era un argomento affrontato da molti. E poi parlava della città intesa come un posto in cui vivere, non come una semplice industria. James Vowell raccolse attorno a sé questo straordinario gruppo di scrittori e illustratori fra cui Matt, ma anche Gary Panter, Steve Erikson, il folle Richard Meltzer, Richard Gehr: davvero scrittori con una marcia in più. Conosciuto come «padre dei fumetti punk», Gary Panter divenne un personaggio influente nel movimento dei fumetti new-wave, con i suoi disegni pubblicati sul New Yorker, Time e Rolling Stone. Fu sua la progettazione del set di Pee-wee’s Playhouse, per il quale si è aggiudicato tre Emmy Award. Le sue opere, accanto a quelle di Kacj Kirby e Will Eisner, sono state esposte alla mostra «Masters of American Comics». Steve Erickson sarebbe diventato un autore surrealista di grande successo. I suoi romanzi, fra i quali Rubicon Beach, gli valsero l’acclamazione del National Endowment for the Arts come pure la Guggenheim Fellowship. Richard Meltzer è un importante critico rock e autore di quindici libri, fra cui una collezione di suoi scritti: A Whore Just Like the Rest. Gehr fu redattore e giornalista per lo Spin; ha scritto inoltre per il New York Times, Rolling Stone e Village Voice. Ha pubblicato anche The Phish Book, in collaborazione con la jam band. JANE LEVINE: È stato un periodo di grande divertimento, a L.A. La fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta. Punk rock. X. La band X. Senza dimenticare tutte quelle storie romanzate su quelli del nostro gruppetto, sempre pronti a fare qualcosa di nuovo e a uscire insieme. In pratica lavoravamo mille ore alla settimana e quando non lavoravamo ce ne andavamo in giro. Avevamo un ufficio microscopico. Il responsabile della distribuzione e il direttore stavano nello stesso ufficio. Gli ripetevo spesso che mi sembrava di aver trovato un altro membro della mia famiglia. Un altro fratello. Parlare fra di noi era una cosa del tutto naturale. Jane Levine e Groening iniziarono una relazione destinata a durare parecchi anni. Jane lasciò il Reader nel 1983 ma continuò a collaborare con periodici alternativi fino al 2004, quando decise di dimettersi da direttrice del Chicago Reader. «Ho pensato di abbandonare i giornali alternativi quando le cose andavano bene. Adesso sarebbe difficilissimo» afferma. JANE LEVINE: Mi faceva diventare matta, aveva questa capacità di fomentare il dissenso. Considerava il mondo con maligna leggerezza. E io ero

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molto scrupolosa. Ero il capo cattivo delle strisce Work in Hell. E lui era il tipo che non consegnava il lavoro dopo la scadenza, ma più o meno nove secondi prima che dovesse andare in stampa. JAMES VOWELL: [Matt era] un grande. Un lavoratore indefesso. Gli davi qualsiasi cosa da fare e lui la faceva. Gli chiedevi di scrivere una certa storia nel giro di qualche ora o magari una giornata e lui si precipitava a intervistare tutti per preparare il pezzo. Molto attento. Molto scrupoloso. E poi era divertentissimo averlo attorno – ti giravi e ti sparava una battuta. Se c’è una cosa che ho imparato da Matt è stato raccontare le barzellette. Un giorno mi spiegò addirittura che cos’era una barzelletta: una barzelletta è quello che l’altro non si aspetta. Al martedì sera andavamo a Hollywood, dove c’era lo studio del fotocompositore, e gli portavamo le bozze. Spesso ci veniva fame e allora finivamo a cena, e intanto correggevamo le bozze. Matt cercava continuamente di convincermi a inserire Life in Hell come fumetto settimanale nelle pagine del giornale. Si divertiva a disegnare con la biro le strisce sui tovaglioli di carta, e ogni tanto gli dicevo: «Matt, perché quel mento non lo fai un po’ più piccolo?». Stavo cercando di pubblicare i suoi fumetti ma vi garantisco che non aveva bisogno di me per farlo. Nell’aprile 1980 pubblicammo sul giornale la prima edizione settimanale di Life in Hell. GARY PANTER: I primi fumetti di Matt erano incentrati sul linguaggio. Era quello il tema principale dei suoi primi mini-fumetti, e credo sia poi passato anche in Life in Hell. Ha realizzato un’intera serie di Life in Hell dal titolo «Forbidden Words». Prima di conoscerlo mi sembrava un tizio estremamente critico e coriaceo, perché si limitava a riportare tutti i termini di cui si faceva un uso eccessivo nella cultura dell’epoca impedendo che venissero riutilizzati [fra gli altri: «ambiente», «menate», «negro»]. I fumetti di Groening erano famosi al Reader, ma la striscia decollò veramente quando Matt iniziò a uscire con Deborah Kaplan, responsabile delle vendite pubblicitarie del giornale e sua futura moglie (successivamente anche ex moglie). MATT GROENING (Los Angeles Times Magazine, 29 aprile 1990): Tutti quelli che conosco affermano: «Anch’io avrei sfondato se avessi avuto una Deborah». E hanno perfettamente ragione.

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DEBORAH GROENING, ex moglie di Matt Groening: Sono entrata al Reader nel 1981, come rappresentante. Mentre giravo per la città, mi rendevo conto che i fumetti di Matt erano uno dei principali strumenti di vendita. Mi avevano assegnato la zona di Melrose, che a quei tempi era il classico quartiere di tendenza, tutto moda e musica. Spulciavo negli archivi per scovare le proposte più giuste [inclusa] una scritta da Matt, una storia da copertina intitolata «Hipness and Stupidity». Quando l’ho conosciuto, [Matt] viveva a Valentino Place, nel condominio appartenuto a Mary Pickford, vicino ai Paramount Studios, in una zona davvero squallida di Hollywood. [Il quartiere di Matt era malfamato, al punto che Deborah evitava di andarci alla sera.]17 Sì, insomma, andava a caccia di monetine su quella sua orribile moquette arancione. Aveva in tasca assegni da dieci o quindici dollari magari vecchi di tre anni, ricevuti da qualche giornale. Insieme formavamo una squadra eccezionale. Vedete, io apprezzavo molto il lato artistico ed estetico, ma avevo anche una naturale propensione per gli affari: diciamo che per una decina d’anni abbiamo vissuto un periodo strepitoso. JAMES VOWELL: Il bello di Life in Hell era che i lettori si sentivano davvero coinvolti. La gente non sa che cosa significa Life in Hell, intendo dire il titolo. Il termine «Hell» sta per la. La vita a la era davvero un inferno. Per questo la gente si sentiva partecipe. ART SPIEGELMAN, illustratore vincitore di un Premio Pulitzer, Maus: Life in Hell non è mai stato conformista ma neppure underground, cosa alquanto insolita a quei tempi. C’era roba del tutto non pubblicabile, oltre le righe, e poi c’era Cathy. Non si era ancora creata una zona ben definita, che non fosse né l’uno né l’altro, ma che avesse una propria voce e una propria personalità, e che fosse anche interessante. Sono sempre rimasto colpito da quanto fosse in gamba, come scrittore; non credo fosse davvero necessario esserlo per Raw [la rivista di Spiegelman], perché in fin dei conti non era poi tanto visivo. GARY PANTER: Andava in giro in macchina, con la sua Volkswagen Squareback o quello che era, con le copie impilate del Reader. E continuavano a scassinargliela, pensando che ci fosse qualcosa di valore. Lui si stendeva a terra [nel suo appartamento] e dalle tasche gli cadevano le monetine. Così ogni volta che andavo a trovarlo pensavo che avesse un sacco di soldi per-

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Neil Tesser, «20 Questions. Matt Groening», op. cit.

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ché c’erano sempre tante monete per terra. Dandomi un’occhiata intorno, mi rendevo conto però che passava la maggior parte del tempo disteso sul letto a leggere un po’ di tutto. Ah, scriveva anche romanzi – era uno dei progetti a cui lavorava. A entrambi piaceva molto Frank Zappa. Penso che l’idea che ha avuto Frank Zappa di dare degli elenchi di roba da leggere ai giovani – se dai a un ragazzo l’elenco giusto possono accadere grandi cose – sia confluita nell’opera di Matt. [Life in Hell, con il suo humour nero, ha fornito ai lettori qualcosa di filosofico su cui rimuginare.] DEBORAH GROENING: Jane Levine era la mia mentore. Eravamo tutti giovani e belli, consapevoli in qualche modo di essere al centro della scena di Los Angeles degli anni ottanta. Così per esempio Jeff Spurrier, che si occupava della rubrica degli spettacoli e Ann Summa, la sua ragazza, fotografa per il Reader – partecipavamo tutti agli stessi eventi. C’era anche Raymond Pettibon, un artista punk, e quando faceva uno spettacolo, la gente andava a vederlo. C’era Steve Samniock, uno degli organizzatori più in voga, con quella che chiamava «Steve’s House of Fine Art». Ora mi rendo conto che era una specie di Rinascimento, un panorama in piena fioritura a L.A., rispetto a una più sofisticata New York. I giovani professionisti rampanti – che come tutti sappiamo avevano un’ottima istruzione, un ottimo stipendio e via dicendo – si rivolgevano a noi e si fidavano del nostro Reader. Era anche un modo per reagire nei confronti degli hippy, per questo eravamo tanto cinici. Le strisce di Matt illustravano alla perfezione il concetto: «Siamo saggi. Non siamo fessi. Siamo convinti che il mondo non possa cambiare tanto facilmente». Volevamo entrare a far parte dell’establishment per poter cambiare le cose. Le cose stavano così, e poi c’era ovviamente il punk estremo, la musica new wave e tutto il resto. Lo stesso accadeva nel mondo della moda e della ristorazione. Fra i miei clienti c’erano gli Eyeworks, i Vertigo, gli Industrial Revolution, Grow-Design, con i loro meravigliosi negozi a Melrose. Melrose era il posto giusto. JANE LEVINE: Lavoravano tutti sodo. E Matt era sempre in prima linea, insieme a noi. Volete sapere se Matt lavorava più di James o magari più di altre dieci persone? No. Ma ci dava dentro. Avete presente quando vi ho raccontato che arrivava con il suo pezzo nove secondi prima di andare in stampa? Non lo faceva per tirarsela, era davvero molto impegnato. RANDY MICHAEL SIGNOR, direttore, Los Angeles Reader (The Seattle Times, 19 agosto 1990): Matt non aveva una grande reputazione in quanto a

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disciplina. Dovevano lasciargli sempre dei messaggi sulla segreteria telefonica, urlando: «Ci sei? Sveglia! Chiamami!». DEBORAH GROENING: Un giorno Matt scrisse una striscia dal titolo «Isn’t It about Time You Quit Your Lousy Job»? Credo fosse il 1984 o forse il 1983. E io ero entusiasta. Vedete, mi rendevo conto che desideravo da sempre mettermi in proprio e che finalmente ce l’avrei potuta fare, perché avevo molta più fiducia in me stessa e perché avevo capito di essere la miglior venditrice! Sono diventata direttore delle vendite e ho permesso al Reader di sopravvivere. Poi decisi di diventare un agente artistico. E Matt sarebbe stato uno dei miei primi artisti. Matt si affidò completamente a Deborah per tutte le questioni lavorative e confessò a Playboy che se non fosse stato per lei, non ce l’avrebbe mai fatta a diventare famoso. Insieme pubblicarono il libro Love is Hell per il Natale 1984. Furono vendute 20 000 copie. JAMES VOWELL: Deborah Kaplan fu un elemento trascinante fondamentale per gli esordi di Matt, innanzitutto perché i due erano sposati e volevano che le cose funzionassero, e poi perché lei era più orientata verso il mondo degli affari. Va però detto che Life in Hell era già a buon punto quando [si sono conosciuti]. JANE LEVINE: Ho l’impressione che Deborah non abbia avuto i riconoscimenti che si sarebbe meritata per il successo di Matt. Voglio dire, il talento di Matt è innegabile. Esistono forse altre persone dotate di un talento simile? Non lo so. Ma è stata Deborah a convincere altri giornali a pubblicare Life in Hell ed è stata ancora e sempre lei a iniziare la produzione di calendari, biglietti d’auguri e roba del genere. Non so che ruolo abbia avuto nella sua scalata al Tracey Ullman. Ma sono convinta che sia stata lei a spingerlo verso il successo. Ovviamente non ha dovuto spingerlo a essere creativo. Quello lo era già di suo. Ma sono convinta che senza Deborah non avrebbe mai ottenuto questo straordinario successo popolare. DEBORAH GROENING: Per prima cosa iniziai a organizzare il lavoro di Matt e a vendere le sue strisce, poi decidemmo di fondare una piccola società, la Acme Features Syndicate (un chiaro riferimento alla Warner Bros, dove tutti i disegni animati riportano il marchio Acme). Fu uno sballo. Io mi occupavo di tutta la parte commerciale mentre Matt si limitava a fare l’artista con la voglia di sfondare. Fu un periodo molto

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romantico per tutti noi del Reader e devo ammettere che è stato davvero stupefacente. Procedevamo in questo modo: concludevano un affare ogni volta che riuscivano a entrare in un nuovo giornale [vendendo le strisce di Matt]. Andai persino alla convention dell’Association of Alternative Newsweeklies per realizzare un pacchetto pubblicitario. Lanciai una linea di prodotti [c’erano tazze, calendari, biglietti d’auguri, t-shirt e libri Life in Hell], ma questi giornali gli davano soltanto quindici dollari a settimana, per la sua striscia, così negoziai degli annunci pubblicitari gratuiti [per gli oggetti in vendita]. Usavo poi quegli annunci per cercare di fare breccia nel pubblico che tanto lo amava. Riuscii ad attirare quel pubblico in tutti i giornali, ottenendo annunci su un quarto di pagina che altrimenti non mi sarei mai potuta permettere. Alla fine lasciai il Reader e rimasi disoccupata per un po’, mandando avanti la mia attività dalla cucina di casa. Ogni volta che strappavo una vendita a un nuovo giornale, negoziavo la pubblicità, dando inizio a un utile loop di feedback. Maggiore era il numero dei giornali interessati alle strisce, e meglio procedevano i nostri affari per posta. A un certo punto pensai: perché non passare alla vendita al dettaglio? A quei tempi c’erano posti come Soap Plant and Oz – in pratica i precursori di Urban Outfitters e Anthropologie. Dato che iniziavano a spuntare molti concept store, pensai potesse essere una buona idea far distribuire i nostri prodotti nei negozi. George DiCaprio, il padre di Leonardo DiCaprio, era un disegnatore, ma anche e soprattutto un promotore di illustratori underground e divenne il nostro distributore. Poi realizzai un calendario, era quello del 1986. Tutti questi eventi [da Oz, Book Soup, Eyeworks] assomigliavano tecnicamente alla firma dei libri ma di fatto erano semplici happening. [Nelle polaroid di questi eventi si nota un giovane Matt Groening bello ed elegante – un artista più alternativo rispetto all’Uomo dei Fumetti – prima che iniziasse a coltivare il suo look con tanto di pancia, camicia hawaiana e baggy pants.] Matt era uno straordinario talento creativo e ho dovuto per forza, non dico «sfruttarlo», ma farlo diventare famoso. JAMES VOWELL: Aiutai Matt a pubblicare alcuni dei suoi libri Life in Hell. Credo di avergli dato una mano per la pubblicazione dei primi tre, quattro o forse addirittura cinque libri. DEBORAH GROENING: Stavamo andando forte. Quell’anno Playboy intitolò il libro «Coffee Table Book of the Month». Cominciavamo ad avere una buona stampa. Fu a quel punto che si fece avanti la Pantheon Books. Avevano trovato un articolo che parlava di Love is Hell sul Saturday Review ed erano rimasti colpiti.

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* ART SPIEGELMAN: In quel periodo io e Françoise frequentavamo Matt e sua moglie Deborah. Sempre in quel periodo firmai per un libro con la Pantheon, che era poi Maus, anche se sembrava andare per le lunghe. All’epoca Matt aveva già fatto uscire alcuni libri Life in Hell, che aveva pubblicato da solo, e si stava chiedendo se fosse una buona idea lavorare con una casa editrice. Diciamo che era piuttosto scettico al riguardo. Gli dissi: «Secondo me sono stati fantastici. Mentre tutte le altre case editrici americane sembravano avere rifiutato Maus, la Pantheon, pur scartandolo ufficialmente, l’ha di fatto recuperato, per una seconda presentazione all’art director. E tutte le persone di quell’ufficio sembrano meravigliose». Era la classica questione: «Ehi, ma hai visto»? In quel momento non avevano nessun motivo per prenderlo al volo, se non gli fosse piaciuto davvero. Matt non era un nome familiare. DEBORAH GROENING: Nel frattempo stava accadendo di tutto, da tutte le parti. Nel 1986 Matt riuscì finalmente a entrare al Village Voice, che per lui fu un notevole traguardo. Intanto approdammo a un numero sempre crescente di giornali: alla fine erano circa 200 (adesso sono più di 250), che avevano da 50 a 500 000 lettori. Praticamente avevamo milioni di fan. E poi avevamo tante reti di rappresentanza, e trattavamo per mantenere i diritti accessori sul merchandising. Avevamo negozi di oggetti da regalo, negozi di chincaglieria e anche negozi di fumetti. Fu davvero fantastico quando ricevetti la telefonata dalla Pantheon. Poi gli chiesero di realizzare un disegno a computer, un poster per la Apple Computer: è stato davvero elettrizzante. Le operazioni compiute per fare in modo di mantenere i diritti di merchandising su Life in Hell furono una mossa pratica e astuta, ma, cosa ancora più importante, furono una decisione che avrebbe spinto Groening a fare altrettanto una volta arrivati I Simpson. DEBORAH GROENING: Iniziammo a ricevere richieste per la licenza su altri articoli, come i calendari e così via. Poi realizzammo una linea di biglietti d’auguri per la Paper & Graphics, una delle principali aziende grafiche di quei tempi, e questo determinò una grande diversificazione. Combinando la creatività di Groening con lo spirito imprenditoriale di Deborah Kaplan, la coppia riuscì a dare vita a un’attività a domicilio legata a Life in Hell. Si trasferirono a Venice Beach e lì ebbe fine la ricerca delle

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monete cadute dalle tasche di Matt. Deborah e Matt si sposarono nel 1987 e cedettero la gestione della loro attività alla Pantheon (che fa parte della Random House) nel 1989, quando Deborah rimase incinta del loro primo figlio. La loro unione durò fino al 1999, quando Deborah chiese il divorzio, per sopraggiunte incompatibilità. La custodia dei due figli, Homer e Abe, venne affidata a lei. Deborah è diventata una stimata terapeuta e ha usato i notevoli mezzi finanziari a sua disposizione per creare una fondazione per le famiglie in difficoltà. JAMES VOWELL: Mi sono occupato del primo business plan per le operazioni editoriali di Matt, probabilmente nel 1987 o 1988. Dovrei averne ancora una copia a casa. Lui cercava semplicemente di ricavare un po’ di soldi allargando il suo giro d’affari. Nell’ultima pagina del business plan è riportato: «Può darsi che non se ne farà niente perché Matt sta discutendo con alcuni esponenti della Fox Television per realizzare alcuni disegni animati per il Tracey Ullman Show».

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John Ortved - I Simpson  

La vera storia della famiglia più famosa del mondo. Un libro di ISBN Edizioni, Milano, collana saggistica.

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