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A sta per Apple. Una mela marcia.

Ha visto nasi spaccati per molto meno: cicche di sigarette gettate per terra distrattamente, con ancora cinque tiri rimasti. Si chiama Jack. Il nome se l’è scelto lui. Non capita a tutti di potersi scegliere il nome. Ne ha visti molti provarci, darsi nomi cattivi, o accattivanti, ma sono finzioni e non si attaccano. Jack l’ha scelto da un libro, Il grande libro dei nomi, un buon posto dove cominciare. Un nome comune, ma anche un nome di classe, è per questo che gli piace. Jack ha mille usi, c’è il Jack di cuori e la presa a Jack, il Jackpot, la Union Jack, Jack La Motta, il Jack è il boccino nelle bocce, il cric per le macchine e la sorpresa in una scatola a sorpresa, Jack è il marinaio e il boscaiolo e il popcorn caramellato Crackerjack. Sempre l’infanzia che lo perseguita: l’infanzia che gli hanno negato, per averne negata un’altra. E Jack lo Squartatore – a questa ci ha pensato solo in un secondo momento. Con lui c’è Terry. Camminano fianco a fianco, come hanno camminato mille altre volte, ma prima era sempre lungo corridoi chiusi, mai nello splendore di questo mondo nuovo, senza soffitti. Anche con Terry al suo fianco, Jack è nervoso. Nonostante tutte le promesse di questo sole e di questo cielo azzurro, ha freddo. Terry gli sorride e lui legge euforia in quel sorriso; cerca di sembrare tranquillo e felice. Può darsi che questo sia il momento di Terry, 5


di certo non è il suo. Terry ha faticato quindici anni per arrivare a questo, per arrivare a vedere Jack camminare nel sole. Terry conosceva Jack quando ancora non si chiamava così. Terry conosce il suo vero nome, quello di cui si è liberato. Quello che si è lasciato dietro, come una pelle di serpente, chiuso in un raccoglitore, in uno schedario, in un ufficio rivestito di resina a Solihull. Terry ha conosciuto Jack quando si chiamava semplicemente A, una lettera per nome. Bambino A, nome da tribunale, per distinguerlo da B, l’altro bambino. Amico, complice, istigatore, forse nemesi di Jack; ora morto però, fa lo stesso. Lo hanno trovato impiccato in cella, presunto suicidio. «Ce ne siamo liberati», titolava il Sun e il paese intero aveva gioito. Jack non sentì nulla, solo apatia, quando lo seppe. Rimaneva solo lui adesso a sapere cos’era successo quel giorno e anche lui ne dimentica un pezzo ogni settimana che passa. Ma sentì anche paura, di aver perso la copertura, valutò la possibilità di farsi trasferire nell’ala dei pazzi in carcere, di chiedere asilo ai malati. Jack sente i piedi leggeri nelle scarpe bianchissime, appena scartate, che Terry gli ha dato. Ammortizzano e rimbalzano, lo sollevano da terra. Terry dice che suo figlio le ha uguali, che sono la moda del momento. In realtà è da un po’ che Jack le vede addosso ai nuovi arrivati, ma è contento lo stesso. Il sigillo sulla sua giornata. Nuovo e radioso e arioso, è così che si sente; c’è così tanto spazio intorno. Potrebbe correre in qualsiasi direzione con le sue nuove Nike e non ci sarebbe niente a fermarlo. Sa che potrebbe lasciarsi dietro Terry senza sforzo. Terry potrebbe essere suo padre. Lo guarda: i morbidi ricci color fumo sulle basette grigie, gli occhi gentili, marroni come la sua Ford Sierra. Una volta Jack avrebbe voluto che Terry fosse suo padre, pensava che se lo fosse stato non sarebbe successo niente di tutto questo. Non sarebbe capace di lasciarsi dietro Terry, perché si fermerebbe al suo primo richiamo. Jack non sarebbe capace di deluderlo. «Come ti senti, ragazzo?» chiede Terry. «Come ti sembra il vasto mondo?» 6


«Non so.» Si sente sempre bambino vicino a Terry. Può lasciar cadere ogni barriera e spavalderia. «È grande.» Si rende conto che «vasto mondo» non è solo una frase fatta. Le strade sono larghe, le case alte, l’orizzonte inaspettatamente ampio. Anche i negozi agli angoli delle vie sono spaziosi. Empori di lattine e videocassette, sigarette e birra. Gli alberi sono più verdi visti da vicino, i muri più rossi, le finestre più trasparenti. Vuole dirlo a Terry, tutto questo, e di più. Vuole dirgli che meraviglia che sono i cassonetti con le ruote, che ogni casa dovrebbe avere un nome come quella laggiù, che i cavi del telefono sembrano bandiere a festa. Vuole stringergli le mani in ringraziamento e abbracciarlo euforico e vuole che Terry lo stringa forte per soffocare la paura. Invece dice: «È grande.» Passano di fianco a un cassone, di quelli per il trasporto di detriti. È dipinto di un giallo abbagliante, come un girasole. Jack ricorda che i cassoni erano sempre pieni di mattoni e di merda, ma questo è vuoto, a parte una poltrona marrone. Forse erano solo i cassoni di Stonelee a essere pieni di merda; le mosche che svolazzano intorno alla poltrona però devono credere che ce ne sia in arrivo. È stato Terry a proporre di fare a piedi le ultime vie di case a schiera che portano a quella dove vivrà Jack. L’autista aspetta fuori, in una Camry blu-biro con l’adesivo dei taxi. Le lettere sulla targa formano pax. Jack pensa che sia di buon auspicio, è una cosa che dicevano da bambini. Prima «dell’incidente», come lo definiva lo psicologo. Pax voleva dire che finiva lì, che il passato era passato, tregua e amnistia, un nuovo inizio. La Camry è la terza macchina su cui sono saliti Jack e Terry oggi, per confondere le tracce, anche se nessuno li seguiva. La stampa lo sa che è stato rilasciato; anche i giornali più liberal chiedevano che gli fosse assegnato un tutore. Il Sun ha scritto: «Diteci dove va che ci pensiamo noi». Terry insiste che è solo sensazionalismo, che la maggior parte della gente pensa che or7


mai la pena l’ha scontata. Terry gli ricorda che non hanno sue foto recenti, solo quelle da bambino. E che è un caso speciale, che il suo nome non compare sui registri di polizia, è irrintracciabile. Neanche lui, Jack, fino a un’ora fa sapeva dove sarebbe finito. «In una città» Terry non aveva detto di più. «Tutte facce nuove, con tutti gli studenti che ci sono, non ti riconoscerà nessuno. Neanche penserebbero di cercarti.» Terry aveva spiegato che esistevano soluzioni migliori di questa, ambienti più controllati in cui Jack potesse muoversi. Ma avevano scelto invece l’anonimato, e la velocità. Se Jack fosse rimasto in prigione per il tempo necessario per pianificare e preparare tutto al dettaglio, c’era il rischio che cambiassero idea, o che cambiasse il ministro dell’Interno. Avrebbe potuto rimanere dentro per altri dieci anni. La macchina è ferma davanti al numero dieci, una casa di mattoni marroni chiari. Le due valigie nel bagagliaio contengono una vita prefabbricata. La vita di Jack Burridge. Jack Burridge è appena uscito di prigione, solo l’ultima di una serie di brevi pene, tutte per furti di macchine. Suo zio Terry gli ha trovato una casa e un lavoro. Jack Burridge non c’entra con tutte quelle storie sui giornali. Jack Burridge si sente come un bruco con una seconda vita davanti a sé, una fase che non sapeva, non osava neanche sperare esistesse. L’autista è un poliziotto, squadra protezione speciale. È un professionista; se Jack lo disgusta, non lo fa vedere. Espressione granitica, annuisce a Terry, che accompagna Jack alla porta appoggiandogli la mano aperta sulla schiena. Jack sente che gli cederebbero le ginocchia se non fosse per la forza di cui lo riempiono quelle dita. Terry è il garante della sua libertà vigilata, il suo unico amico, e ora anche suo zio. Perché non Dio, a questo punto? Una volta, da bambino, anche se ora non se lo ricorda neanche, Jack lo aveva pensato. Di certo la mano di Terry è la mano della redenzione, la mano che si è tesa per salvare il bambino che stava annegando, la mano che bussa tre volte a una porta dipinta di un vistoso verde mela. 8


«Buondì» dice Terry con esuberanza forzata alla donna che apre la porta. «Questo è mio nipote, Jack. Jack, questa è la signora Whalley.» Lo pronuncia chiuso, come wall. «Kelly» si presenta lei, stringendo la mano di Jack con la sua, che è troppo sottile rispetto alla rotondità del resto. Forse eredità di una giovinezza più magra. Non che sia vecchia, nella trentina, il trucco confonde un po’, comunque tra i due e i cinque. Gli occhi, azzurri, sono ombrettati di una tinta più chiara così che l’azzurro sembra verde. Si posano inconsciamente sul pacco di Jack, mentre li fa entrare in casa. «Scusate il disordine» dice, anche se non ce n’è. «Ho i turni di notte questa settimana, mi sono appena svegliata.» Il salotto è piccolo ma decoroso: pareti rosa, pavimento di legno lucidato, foto incorniciate di genitori e vacanze e una grande stampa di una celebre coppia di sconosciuti che si bacia a Parigi. «Un tè, Jack?» chiede Kelly. Jack esita. «Grazie» risponde Terry per tutti e due. Kelly si dà da fare nella cucina collegata mentre Jack e Terry prendono le valigie in macchina. Il taxista-poliziotto se ne va. Ce ne sono altri due che osservano dalla finestra di in un albergo dall’altra parte della strada. È dove passerà la notte anche Terry. Non si sa mai. Anche se Jack ha con sé un allarme, il meglio che c’è sul mercato, nascosto in un cercapersone connesso con Terry in qualsiasi momento. E se Terry non prende la chiamata, il segnale trasmette direttamente alla squadra protezione. Non è mai fuori portata. Kelly non sa nulla di tutto questo, sa solo che ha un nuovo inquilino. Probabilmente pensa che sembra più giovane dei ventidue anni che le hanno detto, anche se in realtà sono già due in meno della sua vera età. È pallido e un po’ flaccido e Kelly ha ragione a pensare che c’è una sorta di soggezione e innocenza nel modo che ha di guardarsi intorno. Sposta la sua uniforme dallo schienale del divano per far se9


dere Terry. È una divisa ospedaliera blu e pratica, non di quelle bianche e corte che indossano le spogliarelliste e le infermiere nei sogni dei ragazzini. Jack dice «Grazie» prendendo la tazza di tè. Non c’è traccia del forte accento che aveva da piccolo. Gli anni passati cercando di ambientarsi a Brentwood e poi a Feltham hanno cancellato ogni difetto di pronuncia. Lo si direbbe del South East, più che di qualsiasi altro posto. Jack Burridge è di Luton. Il tè è troppo dolce, a Jack dà l’idea di spreco e se lo assapora per bene. «In che ospedale lavora?» chiede Terry. La risposta di Kelly scivola sulle orecchie di Jack, che però la sta guardando in faccia: rotonda, gentile, ostinata, premurosa. Lei gli chiede qualcosa, sul tempo o sul viaggio. Le parole non acquistano subito significato nella sua mente che ancora turbina di sensazioni nuove. Kelly coglie l’incertezza e reindirizza la domanda a Terry. Un gatto si intrufola agilmente attraverso la porta a spinta della cucina ed entra solenne nella stanza, mentre loro tre portano avanti questa conversazione binaria. È un soriano grigio ardesia. Stringe gli occhi e sceglie Jack, strusciandosi sulla sua gamba prima di piazzarglisi in grembo in cerca di carezze. Al tatto le ossa sono fragili come quelle di un pollo, ma il pelo è caldo e morbido e le fusa sono di piacere. «Lo sapevo che eri un bravo ragazzo, Jack.» La sua nuova padrona di casa ammicca. «Marble sa giudicare le persone a prima vista. Non è vero, Marble?» Si alza e gli arruffa il pelo sulla schiena e Jack sente il profumo dei suoi capelli. Pubblicità di shampoo alle erbe per capelli forti Alberto Balsam. «Marble, questo è Jack. Il nostro nuovo inquilino.» Parla al gatto come se fosse un bambino, ma non un bebè: uno che già comincia a essere di compagnia. La conversazione continua leggera, anche se per Jack leggera 10


non lo è per niente. Terry annuisce e sorride a ogni cosa che Jack dice. Ha scelto lui Manchester, ha trovato la casa e Kelly; e a dispetto di ogni scetticismo, lui è sicuro che il ragazzo, il suo ragazzo, farà bene. Il fatto che Jack piaccia così inequivocabilmente alla signora Whalley, che a sua volta piace a lui, non fa che confermargli che è giusto che gli piacciano entrambi. Anche Terry può aver bisogno di ripetersi che è ok che gli piaccia Jack. Kelly li accompagna orgogliosa e contenta per un giro della casa. Spiega come far funzionare la lavatrice e la lavapiatti e le altre bianche meraviglie della cucina. Jack è colpito dalla sua stanza. Terry l’aveva sminuita apposta, quando gliel’aveva descritta, così che ne rimanesse ben impressionato. È una mansarda, piccola, con il tetto spiovente, ma sistemata di recente. Il guardaroba e la scrivania sono freschi di assemblaggio e la chiave esagonale sul davanzale lo conferma. La stanza riverbera di nuovo e di pulito. L’unica eccezione è la piccola tv un po’ malconcia appoggiata sull’angolo della scrivania per guardarla a letto. «Per qualche ragione, non prende itv» dice Kelly «ma tanto ci sono solo stupidaggini su quel canale. Cerca di tenere il volume basso quando faccio i turni di notte. In questa casa le regole generali sono solo buon senso e cortesia. E vedo che li hai entrambi, sono sicura che non ci saranno problemi.» Dopo un’altra tazza di tè, Kelly annuncia che ha promesso di cenare con un’amica prima di andare al lavoro. La luce del giorno si è già attenuata dietro le tende di pizzo. Riscende le scale con indosso l’uniforme e un cardigan nero altrettanto funzionale. Chiede a Terry se vuole fermarsi lì la notte e quando lui declina l’invito gli fa promettere di tornare presto. Dà le ultime istruzioni quando è già sulla porta. «C’è una chiave nel vaso sul tavolo della cucina, ma è quella di riserva che di solito lascio al vicino, dovrò farne fare un’altra copia. Non sarò di ritorno prima di domani mattina, quindi mettiti comodo, è casa tua adesso. Ci sono un sacco di video se non c’è 11


niente in tv e qualsiasi tipo di fast food alla fine della strada. Li avrete visti venendo qui. Se volete solo un panino guardate pure in frigo. È un po’ vuoto però, mi spiace. Be’, ci vediamo domani, Jack. Arrivederci, Terry, a presto.» E la porta sbatte su una casa immobile. «Non sta zitta un attimo, eh?» «È simpatica, Terry. Grazie.» «Non è niente, su.» Terry deve aver visto la lacrima nell’occhio di Jack. Ma un battito di palpebre la fa scomparire. Probabilmente Terry vorrebbe non averla vista, vorrebbe non aver detto nulla. Ma non importa, e ha visto ben di peggio.

Più tardi si siedono in un kebab a godersi il confortevole odore di grasso e spezie. Salsa piccante che brucia in lattine di Apple Tango, troppo unte, quasi, per tenerle in mano. Jack è la prima volta che mangia un kebab. C’era un tipo in prigione che diceva che il kebab gli mancava più che la sua famiglia. La confezione di polistirolo gli ricorda qualcosa. La osserva, le pozze formate dai succhi della carne già cominciano a coagularsi in grumi cerosi. McDonald’s, ecco cos’era, i panini li facevano in queste scatole. McDonald’s era uno dei piccoli lussi dell’infanzia, un altro buon presagio. Jack crede nei presagi. Nella ripetitività della prigione la mente si affina, si adatta a riconoscere motivi ripetuti e differenze. Un chicco nero nel riso soffiato a colazione può portare a una brutta giornata, sette fiammiferi rimasti una buona. Le società primitive davano molta importanza a queste cose. La prigione è primitiva. Insieme, studiano i risultati delle partite. Terry lo interroga sui giocatori e le squadre. Jack Burridge tiene al Luton Town, ovviamente: «Luton siamo noi, gli Hatters, gli Hatters, una manica di matti!». Le probabilità di trovare un altro Hatter quassù sono remote, ma deve comunque poter dimostrare di conoscere la sua 12


squadra. In realtà, Jack non ha mai seguito il calcio, ma ne sa parlare. Ha avuto come compagni di cella diversi ultrà: un Celtic Casual, un Headhunter del Chelsea e un invasato del Notts County, Trevor, che si era preso cinque mesi per aver messo incinta la sua ragazza tredicenne. Quando Terry se ne va, Jack si mette a esplorare la casa, aprendo cassetti e porte. Soppesa le pentole, tocca i cibi dentro al frigo, legge le etichette come fossero libri. Si spara il getto d’aria dell’asciugatrice in faccia. Stringe tra le dita dei piedi scalzi i lunghi fili del tappeto logoro del corridoio tra il salotto e la porta d’ingresso. Poi, quando a furia di annusare e palpare pensa di essersi conquistato una certa intimità con quella nuova casa, buia e strana, si raggomitola in posizione fetale sotto il piumone nella sua mansarda. E nonostante tutto sia estraneo intorno a lui, Jack si sente al sicuro, perché sa di essere la pupilla dell’occhio di suo zio, il suo preferito, quello che riceverà la mela d’oro.

È sotto gli occhi attenti di Terry che si svolgeranno gli eventi delle prossime due settimane. Un periodo di orientamento per Jack. Una chance di ambientarsi prima di iniziare il lavoro. Solo due settimane, per cercare di perdere quello smarrimento nel suo sguardo su questo mondo. Andranno a vedere parchi, ristoranti, pub, un museo, un aeroporto. Jack aprirà un conto in banca e a ogni modulo che compila il suo nome diventa più reale. Un sabato mattina si piazzerà in mezzo alla folla di un mercato, tremando di paura all’inizio, immobile mentre facce sconosciute gli sfilano davanti. Faranno una gita nella brughiera, dove il silenzio è assoluto, non un rumore oltre a quello dei loro passi sulle felci. Ci andranno con la macchina di Terry, che fino a quel momento Jack ha visto solo da lontano. Non ha mai toccato il vinile dei sedili con le dita. Né ascoltato la radio dall’unica cassa funzionante. Rideranno, un giorno in città, quando un rottweiler si schianta contro il finestrino di un furgone 13


avventandosi sul gatto all’interno. Compreranno una copia del Big Issue, il mensile che vendono gli ex detenuti, da un tipo che dice che era pronto a mollare, prima che comparisse Terry. E Jack dirà che sa esattamente quello che vuol dire. Ognuno dei quindici giorni, Terry passerà a prendere Jack alle 7.30 in punto, l’ora a cui tra poco lo passeranno a prendere per andare al lavoro, e gli mostrerà un’altra angolatura diversa sulla vita. E ogni notte Jack chiuderà gli occhi e non crederà che tutto questo sta succedendo a lui. In ogni momento, con o senza Terry, ripasserà la sua storia. Imparerà la leggenda. Si concentrerà su quello che deve fare, sarà un po’ meno pesce fuor d’acqua, un po’ più l’uomo che un bambino diverso sarebbe potuto diventare.


Boy A