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1. Omaggio di Giorgio Napolitano agli uomini dellʼAutonomìa Siciliana

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto alla seduta solenne dell'Assemblea Regionale Siciliana che il 14 giugno 2007 ha celebrato il sessantesimo anniversario dello Statuto Regionale. In quell'occasione ha voluto rendere omaggio ai protagonisti della «stagione politica di altissimo livello ideale, culturale e istituzionale» culminata nella conquista dell'Autonomìa. Queste le parole del Capo dello Stato: «L'ancoraggio all'esperienza storica ed alla realtà siciliana indusse uomini e gruppi di diversa provenienza politico-ideologica ad incontrarsi sul terreno della battaglia per l'Autonomìa regionale, anche al di là delle posizioni dei rispettivi partiti o movimenti di pensiero nazionali. E così, accanto a Gaspare Ambrosini, a Salvatore Aldisio, a Giuseppe Alessi e a non pochi altri, per la Democrazia Cristiana, fecero la loro parte Enrico La Loggia, assertore della funzione “riparazionistica” dello Statuto siciliano, Giovanni Selvaggi, e, nella sinistra, Girolamo Li Causi, Luigi Castiglione e Pompeo Colajanni».

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

2. Il «talento giuridico» del costituzionalista Gaspare Ambrosini

Napolitano aveva sottolineato come «il talento giuridico di Gaspare Ambrosini» e la «sua vicinanza al magistero politico di Luigi Sturzo» avevano portato all'elaborazione di un modello di “Stato regionale” in perfetto equilibrio tra unità nazionale e autonomìa locale. Grazie alla capacità di mediazione tra queste due esi-

Gaspare Ambrosini

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genze, il modello regionale disegnato dal costituzionalista Ambrosini (Favara, 24 ottobre 1886 – Roma, 17 agosto 1985) aveva assunto un significato storico ed istituzionale di grande portata. Superando lo scenario isolano, infatti, si impose come struttura amministrativa esemplare anche per l'intero Stato italiano.

3. La lezione di Luigi Sturzo

Luigi Sturzo

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Don Luigi Sturzo (Caltagirone, 26 novembre 1871 – Roma, 8 agosto 1959) può essere considerato almeno idealmente uno dei fondatori dell'Autonomìa Siciliana, anche se non è stato mai coinvolto in alcuna responsabilità di Governo. In difesa di un «pluralismo organico» articolato su famiglie, comuni ed associazioni, Sturzo si batteva contro l'onnivoro centralismo statale. Deciso a fare della Sicilia un modello di amministrazione decentrata per le altre regioni italiane, faceva appello all'impegno indispensabile di una borghesìa avveduta ed intraprendente. Quando la neonata Autonomìa Siciliana muoveva i suoi primi passi, preoccupato che potesse impigliarsi nelle maglie della burocrazìa romana, si impegnò ancora di più per il rilancio dell'agricoltura e dell'industria e per la promozione di un vasto piano di lavori pubblici. Solo così l'esercito di giovani disoccupati avrebbe avuto degli sbocchi lavorativi e si sarebbe favorita la nascita delle infrastrutture locali. Erano i tempi in cui arrivavano anche in Sicilia i fondi del Piano Marshall stanziati dal programma E.R.P. (European Ricovery Program) per la ricostruzione del dopoguerra e bisognava investirli al meglio. Sturzo era convinto della necessità di coinvolgere lo Stato


nella soluzione dei problemi dell'economìa isolana, ma sempre salvaguardando l'iniziativa privata. Illuminante, in tal senso, è la sua linea di intervento nella vicenda del petrolio siciliano scoperto nell'isola e gestito dall'ENI. Era stato quello, secondo Sturzo, il modello di un proficuo rapporto interattivo tra Stato e Regione a fronte dei problemi strutturali della realtà locale. La politica sturziana lottava, come egli stesso scriveva sulle colonne del Giornale d'Italia del 14 gennaio 1959, contro le tre «bestie enormi nemiche della democrazia: lo statalismo, la partitocrazia, l'abuso del denaro pubblico» e «contro il socialismo ateo e materialistico che ovunque guadagnava terreno» (A. Martorana, La vita e le opere di Luigi Sturzo, in Nuovi Quaderni del Meridione, 1972, nn. 39-40, p. 486).

4. Il primo Presidente della Regione: Giuseppe Alessi

Giuseppe Alessi (San Cataldo, 29 ottobre 1905), primo Presidente della Regione Siciliana, fu un fedelissimo di Don Sturzo e condivise i punti cardine del suo pensiero: autonomìa e lotta contro lo statalismo. Dal carteggio tra Sturzo e Alessi, riportato da Vittorio De Marco nella sua opera su Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (Torino, S.E.I., 1996, pp. 300 e sgg.), è evidente come il politico originario di San Cataldo si sìa uniformato, nella sua linea politica, alla lezione di Don Sturzo. Rileva Pasquale Hamel che egli, come Aldisio, Scelba o Milazzo, «era convinto della capacità di autogoverno delle popolazioni e, quindi, anche su questo punto focale combatteva la propria battaglia contro i fanfaniani e contro il loro disegno accentratore» (P. Hamel,

Giuseppe Alessi

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Da Nazione a Regione, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1984, p. 70). Grande difensore dell'autonomìa siciliana, Alessi dichiarò che «l'Autonomia regionale è un fatto dei nostri tempi; infatti, di fronte al predomìnio delle nuove realtà istituzionali (stati di vasta entità che assumono il governo dell'economìa) è necessaria la tutela dell'individuo; essa però non può più realizzarsi come nella Francia dellʼ89, contrapponendo allo Stato i diritti dell'individuo; oggi ciò non è più possibile, per cui tale tutela può concretarsi contrapponendo allo Stato delle realtà politiche, le autonomìe regionali, che possono meglio bilanciarne il peso politico» (ivi, p. 70). Per mettere in moto un meccanismo di sviluppo capace di favorire il decollo economico della Sicilia, Alessi si impegnò per predisporre un piano quinquennale, strumento di crescita basato sulle esigenze della realtà isolana. La sua attenzione fu rivolta soprattutto alle esigenze di Sicindustria, per tutelare l'imprenditorìa locale dalle mire egemoniche di Confindustria. Franco Restivo

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5. Il settennio felice: Franco Restivo

Franco Restivo (Palermo, 25 maggio 1911 – Francavilla di Sicilia, 1976) venuto alla ribalta della Democrazia Cristiana nel corso del convegno di Acireale del 1944, fu un'altra figura di spicco nel dibattito sull'Autonomìa. Proprio in quel convegno, con il quale la Democrazia Cristiana avviava la sua riorganizzazione, fu il relatore ufficiale sulla questione dell'autonomìa regionale. Dopo aver focalizzato il problema attraverso il suo percorso storico, Restivo attaccò con forza


il centralismo statale. Le regioni – continuava – sono le «membrature naturali dell'Italia» e quindi le strutture amministrative in grado di garantire la libertà della nazione. Il periodo in cui Franco Restivo governò l'isola è noto come «il settennio felice della Regione Siciliana». Nino Muccioli, nel tratteggiare un profilo di questo illustre politico, gli riconosce innegabili «doti di equilibrio» e di coerenza nel dare applicazione alle norme attuative dell'Autonomìa speciale. «Sembra lontano quel tempo; fu con scarsi mezzi ma con molto entusiasmo che l'istituto dell'Autonomìa raggiunse alti livelli di credibilità» (N. Muccioli, Personaggi di Sicilia. Profili storici, Palermo, Ila Palma, 1997, p. 254).

6. Le battaglie di Salvatore Aldisio (Gela, 29 dicembre 1890 – Roma, 27 luglio 1964), il “Siciliano”

Giuseppe Alessi affermò che «la realizzazione del sogno siciliano dell'Autonomìa regionale si deve a Salvatore Aldisio; la Sicilia sembra ignorarlo o dimenticarlo. […] Spesso si parla di questo o quell'altro padre dell'autonomìa; il padre fu uno solo: Salvatore Aldisio». Nell'agosto del 1944 Aldisio era stato nominato Alto Commissario per la Sicilia. In questo ruolo s'impegnò per orientare i lavori della Consulta verso l'elaborazione e la stesura dello Statuto Speciale che, ancora oggi, continua ad imporsi come modello di equilibrata e avanzata regolamentazione dell'Autonomìa Regionale. Salvatore Aldisio prese posizione contro la decisione di sopprimere l'Alta Corte per la Regione Siciliana. L'istituto, assimilabile ad una Corte Costituzionale, doveva esaminare le leggi emanate dall'Assemblea Regionale e le leggi

Salvatore Aldisio

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ed i regolamenti emanati dallo Stato rispetto all'Ente Regione per giudicarne la costituzionalità. Si decise di sopprimerlo quando in campo nazionale entrò in attività la Corte Costituzionale. Aldisio lottò fino all'ultimo con tutte le sue forze per evitare la soppressione dell'istituto siciliano, che considerava una preziosa conquista di civiltà e di democrazia. Appena qualche giorno prima che venisse soppressa l'Alta Corte, il 19 dicembre 1957, Salvatore Aldisio tenne un memorabile discorso alla Camera dei Deputati a favore del mantenimento in vita di quell'organo di controllo costituzionale, l'unico che avrebbe potuto difendere la Sicilia dalle insidie del centralismo statale. Pur ricoprendo incarichi di altissimo livello istituzionale, Salvatore Aldisio rimase sempre un paladino della sicilianità e non perse mai occasione di battersi per il riscatto della sua terra, soprattutto per l'elevazione delle condizioni di vita delle classi disagiate. Per questo, negli ambienti romani, era chiamato “il Siciliano”. Sono ancora le parole di Giuseppe Alessi a tracciare un profilo indimenticabile dell'uomo politico gelese: «Aldisio rimase ancorato all'Isola, al suo spirito, alla sua terra. [...] Egli riteneva che la Sicilia, così com'era, dovesse trovare posto a Roma, dove, infatti, egli restò sempre un isolano con la parsimonia e la dignità, le rivolte e gli isolamenti, l'intransigenza e le sconfitte, insomma con le illusioni e le delusioni che sono proprie della storia della nostra gente». Al culmine della sua esperienza politica, mentre in Italia il fanfanismo dominava la scena, fu proposta la candidatura di Aldisio alla Presidenza del Consiglio, ma Arnaldo Forlani la boicottò. Aldisio si spense il 27 luglio 1964, ma ai suoi funerali la rappresentanza del partito democristiano era sparuta. A sfilare dietro il feretro, però, migliaia di contadini giunti da ogni angolo dell'isola attestavano al “Siciliano”, campione di tante battaglie per la redenzione della nostra terra, un estremo tributo di riconoscenza.

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7. Lʼultimo della «triade» dei Padri dellʼAutonomìa: Giuseppe La Loggia

Giuseppe La Loggia (Agrigento, 2 maggio 1911 – Palermo, 1994), anche se non prese parte ai lavori avviati dalla Consulta per la redazione del testo dello Statuto, s'impegnò nella messa in pratica dei suoi principi. L'impegno del politico agrigentino si concentrò, a proposito del confronto dialettico fra Regione e Stato, nel sostenere la causa di un autonomismo unitario. Inoltre sostenne il perseguimento di un obiettivo riparazionista, visto come giusto risarcimento dello stato per ripagare i danni provocati all'isola a partire dall'unificazione. Giuseppe La Loggia si era formato alla politica sotto la guida del padre Enrico, insigne giurista di idee socialiste. Era stato lui, alla scissione del Partito, a stilare lo Statuto del nuovo Partito Socialista Riformista insieme a Leonida Bissolati e Giacomo Matteotti. Sempre Enrico, dopo essersi tenuto in disparte nel corso del ventennio, aveva pubblicato nel 1944 un libretto dal titolo Ricostruire in cui teorizzava il “riparazionismo”, che sarebbe diventato il manifesto degli autonomisti unitari. Anche Luigi Sturzo, di cui sarebbe diventato amico, avrebbe inciso profondamente sulla formazione di Giuseppe La Loggia. Insieme a Giuseppe Alessi e a Franco Restivo, Giuseppe La Loggia è stato protagonista della difficile fase di avvìo dell'esperienza autonomista nell'isola. Indro Montanelli, osservatore attento delle vicende siciliane del tempo, ha definito Alessi, Restivo e La Loggia la «triade». In quel periodo prese forma il nuovo assetto istituzionale-amministrativo della Sicilia, orientato all'avvìo di una politica economica di ricostruzione e di sviluppo. Rileva in proposito Francesco Renda: «Mai nella storia siciliana vi è stato un periodo in cui i problemi dell'economìa e del suo sviluppo abbiano avuto tanto peso nel dibattito politico e culturale isolano quanto negli anni dell'autonomìa.

Giuseppe La Loggia

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E mai, come in quegli stessi anni, il tema della collocazione della Sicilia in rapporto allo sviluppo nazionale è stato così ampiamente e consapevolmente trattato». L'elemento distintivo della nuova classe dirigente isolana, venuta fuori nel clima travagliato del dopoguerra, fu proprio «quella speciale e sorprendente consapevolezza: che era dall'economìa che bisognava muovere, oltre che dall'innovazione giuridico-istituzionale; ed era sul terreno dell'economìa che in modo particolare occorreva cimentarsi, se realmente si voleva un rifiorire politico e morale della Sicilia» (F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Palermo, Sellerio, 1987, vol. III, p. 319). Dopo avere a lungo ricoperto delicati incarichi assessoriali dal 1947 (primo Governo Alessi) al 1955 (Governo Restivo) La Loggia fu eletto alla Presidenza della Regione il 22 luglio 1956. La sua attività politica fu orientata alle battaglie per la Riforma Agraria e per l'industrializzazione, culminate nel raggiungimento degli obiettivi prefissati. Al contempo, però, i metodi clientelari di applicazione delle politiche economiche e di sviluppo del Presidente La Loggia, espressione massima del fanfanismo nell'isola, furono oggetto di durissimi attacchi. Fu proprio la frattura interna alla Democrazia Cristiana fra fanfanisti e antifanfanisti a fare cadere il primo Governo La Loggia. Il 31 ottobre 1957, infatti, a causa dei colpi dei franchi tiratori, non fu approvata la Legge di Bilancio per l'anno in corso ed il Governo entrò in crisi. Il 26 novembre 1957 La Loggia fu il successore di sè stesso alla Presidenza della Regione, guidando un Governo monocolore democristiano. Tuttavia cadde di nuovo in sede di votazione del Bilancio regionale, pur avendo ottenuto l'approvazione dei singoli articoli della relativa legge. Con l'uscita di scena dell'ultimo della «triade» dei fondatori dell'Autonomìa, come commentava Montanelli, nell'Assemblea Regionale Siciliana «c'era il vuoto, e poi il vuoto e quindi gli altri ottantasette deputati» (citazione riportata in R. Menighetti, F. Nicastro, Storia della Sicilia autonoma. 1947-1996, Caltanissetta-Roma, 1999, p. 71).

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Gli uomini dell'autonomia  

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