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Ipia Paolo Parodi Delfino Colleferro 2 febbraio 2012

GIORNATA della MEMORIA “Le donne e l’Olocausto” Ninna Nanna Non aveva più nome né sorriso. Una piccola vecchia di sei anni vagava tra i morti senza motivo gli occhi mangiati dalle lacrime come sapesse che l'indomani sarebbe diventata fumo, cenere. Io avevo la bocca sfasciata dai calci dei capi. Queste mani mute, piene di freddo, non sono riuscite ad afferrarla a portarla via. Ed era mia figlia.

Francesca Sarah

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Ricordiamo il senso di questa giornata, ricordiamo il percorso fatto e ricordiamo che il termine OLOCAUSTO, viene utilizzato per indicare lo sterminio sistematico di milioni di persone Ebrei, Zingari, Comunisti, Omosessuali, Testimoni di Geova, Bambini, Anziani, Malati, Handicappati e… DONNE. “Qualsiasi sofferenza mia zia - Jager nata Schneelicht, una donna di quarantasei anni, madre di quattro ragazze, una signora di Bolekhov da tutti ritenuta una brava moglie e un ottima massaggiatrice, che molto verosimilmente passava le lunghe serate invernali a lavorare all’uncinetto, nulla è giunto fino a noi dei suoi pensieri – qualsiasi sofferenza dovette affrontare nelle ultime, terribili ore della sua vita, non ebbe nessuno con cui condividerla”. Il 2012 è dedicato alle donne. Un uomo ricorda la sorella morta a 20 anni nel campo di Bolzano: “Maledetta guerra! Ho sempre nel cuore l’immagine di mia sorella, rinchiusa dentro i reticolati!” È fondamentale che la gente sappia cos’è accaduto! Essere donna però era pericoloso durante il regime nazista. Qualsiasi donna poteva essere arrestata ed imprigionata per quasi qualsiasi cosa. Come succede ancora, qualsiasi donna indipendente può essere additata come lesbica. Il pericolo erano le donne, il sesso delle donne, l'indipendenza delle donne. Qualsiasi marito poteva denunciare la propria moglie perchè lesbica, prostituta, o perché non attendeva ai propri doveri di buona tedesca Qualsiasi donna non sposata, qualunque donna che non avesse figli, qualsiasi donna che fosse promiscua o solo lo sembrasse, era sospettata, se non già colpevole. “Se diecimila donne russe che lavorano a scavare una trincea anticarro cadono a terra sfinite, ciò mi importa solo in quanto quella trincea deve essere portata a termine per la Germania”. (Heinrich Himmler: comandante della Polizia e del terzo Reich; Ministro dell’Interno)

Halina Birenbaum, sopravvissuta all’0locausto, poetessa e scrittrice Sono nata a Varsavia, nel Settembre del 1939 stavo per compiere 10 anni e mi avviavo al 3° anno della scuola elementare... Il primo settembre del 1939 scoppiò la guerra... mi accorsi rapidamente che il mondo stava crollando attorno a noi! Le strade si vuotavano, i lastricati si macchiavano di sangue gli edifici spettrali furono abbandonati, vi restavano solo oggetti sparsi ovunque, lettere, foto, piume che svolazzavano ovunque dai cuscini e dalle coperte scaraventate durante le ricerche. I fischi delle locomotive come coltelli fendevano il mio cuore: era lì che si doveva andare, quello era ciò che ci toccava il terribile capolinea, la fine di tutto! Nel luglio del 1942, manifesti murali annunciavano che tutti gli ebrei sarebbero stati deportati per lavorare all'est. Prima il ghetto e poi la deportazione... I tedeschi irrompevano in tutti gli edifici, scovavano meticolosamente anche i nascondigli meglio occultati, perlustravano tutti gli angoli delle cantine e delle soffitte. Indossammo gli abiti e le scarpe migliori salutammo i nostri vicini, ignari che quello era una addio. Mia madre mi guardò amorevolmente e disse: "Tutti dobbiamo morire primo o poi - noi moriremo insieme, non avere paura non sarà terribile." Io avevo superato tutte le paure, persine la morte sembrava cosa da niente, paragonata alla forza del nostro sentimento di umanità. 2


Ci percossero con fucili, manganelli e bastoni. Sparavano sulla folla impazzita che veniva sospinta nei carri bestiame. Tutto a un tratto un gruppo di poliziotti circondò mio padre. Gli saltarono a dosso con bastoni da ogni direzione. Cercò di proteggersi con le mani, ma lo atterrarono, colpendolo sulla schiena e così nell'onda umana - per sempre. Questa è l'ultima immagine di mio padre che è rimasta nei miei occhi per tutta la vita e non ho nemmeno una sua foto. Il vento freddo soffiava. Mia madre mi coprì col suo cappotto fra la folla nel piazzale. Mi disse che presto saremmo andati in un bagno ci avrebbero dato dei vestiti, e poi ci saremmo riscaldate e rifocillate in una baracca. Io l'ascoltavo impaziente. Un chiodo nel tacco spezzato e il tacco alto dell'altra scarpa mi stavano uccidendo. Ancora donne venivano prese dal gruppo e condotte nelle camere a gas. All'improvviso mi ritrovai in una piccola baracca piena di vestiti, dove ci fu ordinato di toglierci tutti i vestiti, eccetto le scarpe. E poi finalmente un bagno! Mia madre aveva avuto ragione, non ci avrebbero uccise avremmo vissuto e lavorato. Avevo voglia di abbracciarla. La cercai fra le donne nude. Annegai in un vuoto senza fine, senza uscita e senza senso. "Mamma non c'è più"! Ci sospinsero in un'altra stanza fredda, colpendoci sui nostri corpi nudi e bagnati, urlandoci addosso bestemmie... Passarono molti mesi, i mesi della fame, delle malattie, delle percosse e dei lavori da schiavi, interminabili selezioni senza possibilità di lavarci o di cambiarci i vestiti. Nel mezzo della notte i tedeschi irruppero nella baracca e, colpendoci con i fucili, urlavano e ci lanciarono addosso i cani. Ci trascinarono nella camera a gas. L'impossibilità di lavarsi, di cambiarsi gli abiti - bagnati, sdruciti e macchiati di escrementi, l'ostilità fra le donne nelle camerate, nelle latrine e in prossimità delle pentole della minestra, un carico di lavoro oltre ogni resistenza umana. E soprattutto l'incessante odore di carne umana che bruciava. Io fui costretta a respirarla giorno e notte per circa due anni. La morte continuava ad evitarmi nonostante mi fosse così vicina. Ero riuscita a nascondere la mia malattia e la mia giovane età, motivi per i quali di norma si finiva nelle camere a gas. Io non sapevo più chi fossi e a chi appartenessi. Tutte quelle donne con le quali i tedeschi mi avevano portato qui dal ghetto erano sparite ormai nel cielo con il fumo che fuoriusciva dal crematorio. Le donne con le quali condividevo il tavolaccio venivano sostituite una dopo l'altra. Se riusciremo a tenere in vita i nostri ideali, anche il Giorno della memoria uscirà dai confini della celebrazione per entrare quotidianamente nel nostro patrimonio di vita vissuta con dolore, con speranza e con emozione. Non si può giudicare lo sterminio, è impossibile giudicare l’impossibile, l’importante è non abbandonarsi, questo MAI, all’indifferenza. Siamo tutti miopi, irrimediabilmente presi dietro le nostre vicende personali. Eppure qualcosa può essere salvato, se solo di fronte all’immensità dell’esistenza, qualcuno deciderà di guardarsi indietro, di dare un’ultima occhiata, di cercare tra le rovine del passato per recuperare il possibile, incurante di ciò che è andato perduto. Perché dopo l’Olocausto scomparve tutto il mondo. Non credo sia una questione di tempo, perché noi non dimentichiamo. C’è la memoria e c’è la verità! 3


Il regime nazista, ovunque giungesse, calpestava con i suoi stivali la dignità umana…

Categoria

Numero di vittime Ebrei 5,9 milioni Prigionieri di guerra sovietici 2–3 milioni Polacchi non Ebrei 1,8–2 milioni Rom e Sinti 220.000-500.000 Disabili e Pentecostali 200.000–250.000 Massoni 80.000–200.000 Omosessuali 5.000–15.000 Testimoni di Geova 2.500–5.000 Dissidenti politici 1-1,5 milioni Slavi 1-2,5 milioni Totale 12,25 - 17,37 milioni Il totale di vittime del Nazismo è stimabile tra i dieci e i quattordici milioni di civili, e fino a quattro milioni i prigionieri di guerra. Avete mai pensato a cosa vuol dire essere prelevati dalle proprie case, all’improvviso e senza nessuna colpa, essere privati di tutto e portati via, strappati dai propri cari, dai propri cari, dai propri amori… Ci avete mai pensato??? E cosa accadeva? Cosa poteva mai succedere? “Per quattro giorni e quattro notti ci fu impedito di vedere il cielo aperto. Poiché potevamo fare i nostri bisogni solo dentro il vagone, la situazione divenne insopportabile. Alcuni impazzirono. Accanto a me c’era una donna di mezza età. I suoi capelli imbiancarono nel giro di una notte…” Attenzione! Togliere ogni indumento! Tutti gli oggetti personali, a eccezione di denaro, oggetti preziosi, documenti e certificati, devono essere deposti a terra. Denaro, oggetti preziosi e documenti devono essere depositati all’ingresso. Le scarpe devono essere raccolte, legate a paia e lasciate ove indicato.

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Vittime della persecuzione e dello sterminio nazisti furono sia gli uomini che le donne di etnia ebraica. Tuttavia, le donne - sia ebree che non ebree - furono spesso soggette ad una persecuzione eccezionalmente brutale da parte del regime. L'ideologia nazista prese di mira anche le donne Rom (Zingare), quelle di nazionalità polacca e quelle che avevano difetti fisici o mentali e che vivevano negli istituti. “Alla fine di maggio ero nell’elenco di quelle che dovevano essere deportate... stavano partendo circa 200 pezzi e pezzi ci calcolarono da quel momento, ma noi non lo sapevamo ancora...” (Ondina Peteani) Interi campi, così come speciali aree all’interno di altri campi di concentramento, furono destinati specificatamente alle donne. Nel maggio del 1939, i Nazisti aprirono il più grande campo di concentramento esclusivamente femminile, quello di Ravensbrück, dove più di 100.000 donne vi furono incarcerate tra la sua apertura e il momento in cui le truppe sovietiche lo liberarono, nel 1945. Un campo femminile fu costituito anche ad Auschwitz-Birkenau nel 1942 (conosciuto anche come Auschwitz II), per incarcerare principalmente le donne; tra le prime ad esservi rinchiuse furono proprio prigioniere provenienti da Ravensbrück. Analogamente, una zona femminile venne creata a Bergen-Belsen nel 1944, dove le SS trasferirono migliaia di prigioniere ebree provenienti da Ravensbrück e Auschwitz. Né le donne né i bambini, ebrei come non-ebrei, vennero risparmiati dalle uccisioni di massa condotte dai Nazisti e dai loro collaboratori. L'ideologia nazista sosteneva la necessità di eliminare tutti gli Ebrei, senza differenza di età o di genere. Le SS tedesche, insieme alle autorità di polizia, si occuparono di mettere in pratica quella politica, chiamata in codice "Soluzione Finale", fucilando in massa uomini e donne in centinaia di località dell'Unione Sovietica occupata. Durante le deportazioni, le donne in stato di gravidanza e le madri di bambini piccoli venivano generalmente catalogate come "inabili al lavoro" e venivano perciò trasferite nei campi di sterminio, dove gli addetti alla selezione le inserivano quasi sempre nei gruppi di prigionieri destinati a morire subito alle camere a gas. Donne non appartenenti alla popolazione ebraica erano però altrettanto vulnerabili: i Nazisti condussero infatti operazioni di assassinio di massa di donne Rom anche nel campo di concentramento di Auschwitz; uccisero donne disabili nel corso delle operazioni denominate T-4 ed "Eutanasia"; infine, tra il 1943 e il 1944, in molti villaggi dell'Unione Sovietica, massacrarono donne e uomini considerati appartenenti a unità partigiane. Nei ghetti, così come nei campi di concentramento, i Nazisti selezionavano le donne per inviarle a lavori forzati che spesso ne causavano la morte. Inoltre, i medici e ricercatori nazisti spesso usarono donne ebree e Rom per esperimenti sulla sterilizzazione e per altre pratiche disumane di ricerca, contrarie a qualunque etica. Sia nei campi che nei ghetti, le donne erano particolarmente vulnerabili e soggette spesso sia a pestaggi che a stupri. Le donne ebree in gravidanza cercavano di nascondere il loro stato per non essere costrette ad abortire. Anche le donne deportate dalla Polonia e dall'Unione Sovietica per essere impiegate nei lavori forzati per il Reich, venivano spesso picchiate e violentate, o forzate a prestazioni sessuali in cambio di cibo o altri generi di conforto. La gravidanza fu l'ovvia conseguenza per molte donne polacche, sovietiche e yugoslave inviate ai lavori forzati e costrette a relazioni sessuali con i Tedeschi. Se i cosiddetti "esperti della razza" determinavano che il bambino non potesse essere "germanizzato", le donne venivano generalmente obbligate ad abortire, o mandate a partorire in ospedali improvvisati, dove le condizioni avrebbero garantito la morte dei nascituri. Altre volte, invece, venivano semplicemente rispedite nelle regioni d'origine, senza cibo né assistenza medica. Molte donne furono in grado di salvarsi perché le SS le trasferirono nei reparti destinati al rammendo degli abiti, nelle cucine, nelle lavanderie o nei servizi di pulizia. Le donne ebbero anche un ruolo importante in numerose operazioni della Resistenza. In Polonia, le donne vennero impiegate come corrieri per portare informazioni nei ghetti; molte altre 5


scapparono nei boschi della Polonia orientale e dell'Unione Sovietica, dove si unirono alle unità partigiane.

Sophie Scholl, studentessa all'Università di Monaco di Baviera e membro dell'unità della Resistenza chiamata "Rosa Bianca", venne arrestata e fucilata nel 1943 per aver distribuito volantini contro il Nazismo. Milioni di donne furono perseguitate e uccise durante l’Olocausto.

Tuttavia, alla fine non fu tanto la loro appartenenza al genere femminile a farne dei bersagli, quanto il loro credo politico o religioso, oppure il posto da loro occupato nella gerarchia razzista teorizzata dal Nazismo. Emmi G., cameriera sedicenne a cui era stata diagnosticata la schizofrenia. Emmi venne sterilizzata e mandata al centro d'eutanasia di Mesertiz-Obrawalde dove venne uccisa con un'overdose di tranquillizzanti, il l7 dicembre 1942. Luogo e data incerti.

Ritratto di Ala Gartner, risalente a prima della guerra. Ala venne imprigionata ad Auschwitz, dove fece parte del movimento di resistenza del campo e dove venne impiccata per la parte avuta nel procurare la polvere da sparo con cui fu distrutto il Crematorio 4. Bedzin, Polonia, anni '30.

“I nazisti mi costrinsero ad un’esistenza indegna, disumana! La vera dannazione erano gli uomini delle SS… ci trattavano con odio e disprezzo. Come se fossimo bestie da toccare con le molle e godevano nell’insultarci pesantemente…”

Anna Frank all'età di 11 anni, due anni prima di nascondersi nell'appartamento segreto. Amsterdam, Olanda, 1940. È una delle milioni di vittime innocenti dell’assurdo razzismo di Hitler. “È la vittima più famosa” di Hitler I nazisti assassini riuscirono a privare Anne della vita, ma non della voce. Il terrore nazista la uccise, ma non la mise a tacere. La sua voce ha ancora un peso fra gli esseri umani!

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Dietro le grate del finestrino del carro bestiame, rinforzate con doppio filo spinato, vedo i volti pallidi; donne stanche per le notti insonni, spettinate atterrite. E sento come il vagone sembri ribollire, continui colpi contro le pareti e grida ad invocare – acqua, aria!- bocche spalancate cercano l’aria come se affogassero!” “Nel vagone dove mi trovavo erano stipate più di 100 persone... è impossibile descrivere le condizioni tragiche di quelle carrozze chiuse e soffocate. Era come un’enorme cloaca. Cercavano tutti di farsi largo per posizionarsi nei pressi di qualche spiraglio da dove filtrava un po’ d’aria. Giacevano tutti in terra. Individuai una fenditura tra le assi del vagone, e ci infilai il naso per respirare. Il fetore era insopportabile. La gente defecava in ogni angolo del vagone... la situazione peggiorava sempre più. Imploravamo i ferrovieri di darci qualche sorso d’acqua. Promettevamo grandi ricompense. Mentre bevevo una donna, il cui figlio era svenuto, mi aggredì. Continuai a bere. Non riuscivo a staccare le labbra dalla tazza. La donna mi morse la mano con tutta la forza che aveva, voleva che le lasciassi un po’ d’acqua. Non feci caso al dolore. Avrei sopportato qualsiasi cosa per un altro sorso d’acqua ma lasciai qualche goccia, e vidi il bambino bere. Le condizioni peggioravano. Erano appena le sette del mattino, ma il sole aveva già surriscaldato la vettura. Gli uomini si tolsero le camicie e rimasero a petto nudo. Anche alcune donne si tolsero i vestiti, lasciando indosso solo indumenti intimi. Giacevamo stremati., ansimanti, scossi come da brividi di febbre, le teste ciondolanti nel disperato tentativo di respirare un alito d’aria. Alcuni erano in preda alla più totale disperazione e non si mossero più”. “ Sì, la disinfestazione contro i pidocchi…Quelle che avevano i pidocchi furono rasate. È uno dei miei peggiori ricordi: l’umiliazione di tutte quelle donne nude,demoralizzate, quelle centinaia di detenute obbligate a restare in piedi per ore, completamente nude; quelle donne che si vergognavano, che non sapevano dove guardare. Un inizio terribile…Passò un medico e ci esaminò. Poi recuperammo i vestiti e uscimmo…dalla finestra, sì dalla finestra. Lei urla, emettendo grida brevi, isteriche; solo quando uno stivale chiodato la calpesta, si fa silenziosa. Quattro prigionieri sollevano il cadavere rigonfio di una donna gigantesca. Il peso considerevole li fa sudare. Imprecano e rifilano calci ai bambini che ostacolano il loro cammino... “Tremila donne nude. L’autocarro si fermò e si iniziò a scaricare questa massa umana come si scarica la ghiaia sulle strade... coloro che furono buttate giù per ultime cercarono di districarsi da quella montagna di corpi, si rialzarono...cercarono di scendere...tremavano e rabbrividivano per il freddo spaventoso, si trascinavano lentamente verso il bunker, lo spogliatoio, dentro il quale vi era una scala che scendeva come in una cantina. Il resto delle donne fu portato da uomini del kommando, che salivano sul mucchio e sollevavano le donne svenute, queste vittime lasciate senza aiuto... molte donne non erano più in grado di camminare con le proprie gambe e venivano quindi sorrette per le braccia e portate giù in basso. Loro sapevano che il bunker era l’ultima tappa, quella che portava alla morte, tuttavia erano piene di gratitudine, con uno sguardo implorante e un movimento della testa tremante, esprimevano il loro ringraziamento, mentre con la mano facevano capire che riusciva loro difficile parlare.” Ilonka, l’unica ad essere sopravvissuta alle camere a gas: “ Papà cominciò molto lentamente a togliersi la cravatta, la giacca, posandola con cura come a casa; poi la camicia ed ecco il suo petto villoso, la sua nera pelliccia che avevo visto d’estate quando facevamo il bagno. Mamma, invece, per prima cosa si tolse il cappello. Si sistemò la pettinatura. Era ancora sempre profumata, oh, com’era bella... poi non guardai mentre papà abbassò lentamente anche le mutande...questo non volevo vederlo. Preferii cominciare a spogliarmi, ma gli volsi le spalle e così fece anche mamma. E poi tenni entrambe le mani davanti alla mia passerina...che nessuno aveva ancora visto. Nessuno, neppure mamma...!” 7


“Dopo l’appello, mentre si formavano le colonne per il lavoro, il comandante vide due donne del Block penitenziario le quali ne sostenevano una terza che non si reggeva più in piedi. Ordinò di lasciarla stare. Quest’ultima, esausta, cadde per terra. Il comandante la prese per la nuca, come un gatto, e la gettò in una specie di piccolo stagno che si trovava vicino alla porta del campo. La disgraziata urtò contro le pietre ferendosi, quindi gridò tentando di aggrapparsi al bordo dello stagno. Con un calcio, il comandante la rispedì in acqua facendola annegare. Poi si volto e scrutò le detenute per vedere dalla loro espressione cosa potessero pensare.” Poche persone hanno visto e possono raccontare questo episodio... eppure è vero. Un giorno, mentre tutti avevano cominciato a lavorare normalmente all’arrivo di un convoglio, uno degli uomini incaricati di togliere i corpi dalla camera a gas, sentì un rumore strano. Non era così raro sentire rumori insoliti; spesso l’organismo delle vittime continuava a liberare gas. Questa volta però sosteneva che il rumore fosse diverso. Ci fermammo per ascoltare, ma nessuno sentì niente e pensammo che avesse avuto un’allucinazione. Qualche minuto più tardi ripetè che questa volta era certo di aver udito un rantolo. Facendo attenzione , anche noi riuscimmo a percepire il rumore, una sorta di vagito. All’inizio i gemiti erano intervallati, poi aumentarono fino a divenire un pianto continuo che tutti identificammo con un pianto di un neonato. L’uomo che se n’era accorto per primo, si mise alla ricerca del punto da dove proveniva il rumore e scavalcando i corpi trovò una bambina di due mesi ancora attaccata al seno della madre, che piangeva perchè non sentiva più arrivare il latte. L’uomo prese il bebè e lo portò fuori dalla camera a gas. Sapevamo che era impossibile tenerlo con noi e soprattutto nasconderlo o farlo accettare ai tedeschi. Infatti, quando la guardia lo vide, non sembrò dispiaciuto di dover uccidere un neonato. Sparò un colpo e la bambina che era miracolosamente sopravvissuta al gas, morì. Nessuno poteva sopravvivere. Tutti dovevano morire, noi compresi: non si trattava che di una questione di tempo” “Ravensbruck... fu, per anni, una vita inumana. Sotto la frusta degli aguzzini, e di femmine perverse, migliaia di donne abbatterono tronchi d’albero nella foresta, costruirono strade, scavarono sabbia, scaricarono mattoni; lì come in tanti altri campi, ma lì più che altrove, in quel campo fatto tutto per loro, meticolosamente organizzato per spremerne ogni residua energia di lavoro; fino a che, esauste, malate, ridotte a larve esangui, erano avviate al forno crematorio. Di notte, un bagliore rossastro aleggiava attorno al tozzo camino; di giorno si levava una nuvola nera che poi si spandeva sul campo. Erano donne ebree, ma anche “politiche” di ogni paese; e non mancavano quelle arrestate a casaccio e qualcuno di infimo livello morale, che poi si prestava ai più degradanti servigi”. Dopo la liberazione, una parte del campo di Ravensbruck, adibito a deposito dalle truppe di occupazione, cominciò a cadere in rovina. Ma si salvarono i bunker, la prigione, il forno crematorio, il muro di cinta; e furono trasformati in un museo. Ai piedi del muro, sulla lunga fossa comune, sono stati trapiantati cespi di rose...si conserva ancora intatto, e fosco tra due alti muri, il “corridoio delle fucilazioni”, dove le infelici erano finite con un colpo alla nuca. Su una lapide vicino all’ingresso sono incise le parole “sono le madri e le sorelle di tutti noi. Voi oggi non potreste studiare e giocare in libertà, e forse non sareste neppure nati, se queste donne, con i loro corpi teneri e fragili, non vi avessero protetti, voi e il vostro avvenire, come uno scudo di acciaio”.

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Fritzie Weiss Fritzshall Data di nascita: 1929, Klucarky, Cecoslovacchia Fritze racconta come si svolgeva il processo di selezione ad Auschwitz [Intervista: 1990] Dovevamo mostrare di avere ancora la forza sufficiente o per lavorare o per sopravvivere un altro giorno. Mi ricordo di alcune donne che ... ecco ... i capelli stavano ricrescendo e si vedeva che cominciavano ad avere del grigio: allora loro andavano a prendere un pezzetto di carbone da una delle stufe delle baracche e lo usavano per colorare i capelli, per sembrare un po' più giovani. Voglio dire, uno cominciava ad avere i capelli bianchi all'età di ... forse ... diciotto o diciannove anni, in quelle condizioni di vita. Poi, noi dovevamo ... dovevamo correre davanti a chiunque stesse facendo la selezione per dimostrare che potevamo sopravvivere un altro giorno. Se uno aveva una cicatrice, o un foruncolo, se uno non correva abbastanza veloce, se uno non sembrava giusto per qualsiasi motivo che sembrasse valido alla persona che faceva la selezione ... insomma ... quello stava lì con un bastone, [e ti mandava] a destra o a sinistra, mentre tu correvi; e uno non sapeva mai se era nella fila buona o in quella cattiva: una fila era destinata alle camere a gas, l'altra invece sarebbe tornata al campo e alle baracche per vivere ancora almeno un altro giorno. Il padre di Fritzie emigrò negli Stati Uniti, ma quando fu finalmente in grado di far trasferire anche la sua famiglia, la guerra era cominciata e la madre di Fritzie era troppo impaurita dai continui attacchi contro le navi transatlantiche per voler partire. Fritzie, sua madre e suo fratello finirono così con l'essere deportati ad Auschwitz, dove sia la madre che il fratello morirono. Fritzie sopravvisse fingendosi più vecchia della sua età e quindi in grado di lavorare. Durante una marcia della morte da Auschwitz, Fritzie riuscì a scappare nei boschi, dove venne infine liberata.

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Dorotka (Dora) Goldstein Roth Data di nascita: 1932, Varsavia, Polonia Dora descrive le ritorsioni che dovettero subire quando alcune donne riuscirono a fuggire da Stutthof [Intervista: 1989]

Sì, noi venimmo punite a Stutthof. Ero ancora con mia madre e mia sorella e fummo punite perché tre donne erano scappate dal campo. Sapete, quando ero a Auschwitz, più avanti, e vidi i fili, i fili elettrici, fu come rivivere quel momento. Non capisco come avessero fatto a scappare. Davvero, non lo so, perché...i... i reticolati elettrici non erano sempre attivati, ma quando loro [i Tedeschi] vedevano qualcuno che vi si avvicinava o che cercava di toccarli, allora li accendevano e quelli morivano. Insomma, come quelle tre donne avessero evitato il recinto elettrico, non lo so proprio. Ma ce l'avevano fatta e loro non riuscirono a ritrovarle. E così noi venimmo punite, costrette per dodici ore nude al freddo...E in più...come punizione ulteriore, loro presero quattro o cinque donne, non ricordo esattamente quante, e di fronte a tutte, a tutte quelle che con noi erano in fila, ...insomma...loro le violentarono in un modo che non ho mai più visto o sentito, non al cinema né alla televisione e di sicuro si può dire che la nostra televisione è abbastanza terribile, con ogni genere di storie. Vidi quelle donne violentate dagli uomini... con dei bastoni....allora mia madre, che era vicino a me, mi mise la mano sugli occhi [così] che quella non fosse la prima volta in vita mia che vedevo un rapporto sessuale. Non avevo mai visto un rapporto sessuale prima di allora. Quando i Tedeschi invasero la Polonia, nel 1939, Dora e la sua famiglia fuggirono a Vilnius, in Lituania. Più tardi, quando la città fu a sua volta occupata dalle forze germaniche, il padre di Dora rimase ucciso e il resto della famiglia venne confinato nel ghetto della città. Dora, sua sorella e sua madre furono deportate nel campo di Kaiserwald, in Lettonia, e successivamente nel campo di concentramento di Stutthof, vicino a Danzica. Sia la madre che la sorella perirono a Stutthof, mentre Dora, nonostante fosse stata ferita subito prima della liberazione, riuscì a sopravvivere.

Le punizioni... “Ci legarono una dopo l’altra su un cavalletto di legno e ci picchiarono nelle natiche nude…” Siccome persistevano, le punizioni divennero più dure… poi furono impiccate”. Essere prigioniere vuole dire dover esporre in pubblico, a sguardi aguzzini, corpi abituati dal costume di cinquanta anni fa ad un pudore rigoroso; vedere quelli di altre, magari anziane e restarne turbate, subire la violenza per poter sopravvivere, non potersi più riconoscere nella propria immagine fisica. Vuol dire vivere con bambini destinati a sparire, con compagne che arrivano incinte in lager e si affannano per nutrire un figlio che verrà ucciso appena nato. Va sottolineato che, a quel tempo, una donna teneva più di oggi alla propria riservatezza fisica, alla cura del proprio corpo, perfino alla ricerca estetica di armonia nel vestiario e non esibiva senza traumi la propria nudità. E per tutte le donne ugualmente vittime, la disinfestazione (che avveniva, il più delle volte, con uno straccio imbevuto di petrolio) era uno degli eventi più umilianti; tutte nude in fila tremanti 10


diventavano bersagli di sguardi sprezzanti, risate sfrenate, gara di sputi tra i soldati sui capezzoli, e, non di rado, oggetto di scherni con dei bastoni che frugavano i loro corpi. A tutto ciò si aggiungeva il rischio di essere messe da parte per una macchia sulla pelle, per un foruncolo, per l'età più visibile senza gli abiti, cose che all'arrivo, o durante le successive selezioni, comprese quelle del famigerato dott. Mengele, erano sfuggite agli sguardi affrettati. Tutti possiamo immaginare la Donna, che ha appena subito sul suo corpo la violenza di mani estranee, a cui, con rasoi poco affilati, sono state depilate le parti intime, a cui è stato impresso un marchio sul braccio sinistro, che ha provato l'orrore del freddo metallico della macchinetta tosatrice sulla cute, ha visto le ciocche della sua capigliatura cadere morbidamente ai suoi piedi. Per la donna non c'è tregua, perché il flusso mestruale si ripropone e non esiste materiale per difendersi. Chi è fortunata trova in terra uno straccio, se è costretta a lavare le mutande, deve indossarle bagnate. Proprio l'apparato genitale femminile attraeva l'interesse dei criminali nazisti che si spacciavano per scienziati. Da giovani prigioniere (anche diciottenni) e donne maritate si prelevavano campioni di tessuto dell'utero per essere in grado di giungere a diagnosi tempestive di eventuali tumori, con raggi X si sterilizzavano le ovaie, si praticava l'isterectomia, si iniettava nell'utero un liquido, a detta dei medici sterilizzante, pratiche queste che dovevano servire a sterilizzare le razze inferiori. La sperimentazione disponeva di un numero inesorabile di "cavie" ebree, costrette a sottoporsi a dolorosi interventi chirurgici, prive di anestesia, o con anestesia insufficiente. C'erano interi nuclei familiari: madri e figlie, sorelle, anche donne arrestate senza motivo; c'erano ebree, operaie, insegnanti, poche borghesi, molte casalinghe. Erano per la maggioranza donne robuste, ben sfruttabili per lavorare. A Birkenau, negli anni '42-'43, le donne incinte venivano ammazzate, mentre, in seguito, potevano partorire e continuare a lavorare: il bimbo veniva soppresso con iniezioni di fenolo o soffocato in una tinozza d'acqua e quindi bruciato in una stufa. Più di una volta le SS mettevano i bambini dentro dei sacchi per lanciarli in aria e colpirli con bastoni o per tirare al bersaglio con le pistole. Chi partoriva segretamente era costretta a soffocare o avvelenare il proprio figlio. A questo punto risulta evidente quanto possano essere differenti le terrificanti esperienze di uomini e donne. Ad esempio, un'anziana deportata ebrea è tormentata da musiche e suoni che aveva udito nel lager e che improvvisamente le rimbombano nelle orecchie, come se ancora oggi si trovasse rinchiusa ad Auschwitz. Di altre sappiamo che trascorrono periodi più o meno lunghi in ospedali e luoghi di soggiorno climatico, per forme di tubercolosi, gravi disturbi cardiaci, forme acute di insufficienze respiratorie e affette da arteriosclerosi precoce che degenera in stati depressivi e di rifiuto della vita. E per alcune donne non è mai cessata la sofferenza indicibile di essere state violentate; quindi doppiamente annullate, nella dignità e nella libertà. Nell’ambulatorio del dottor Horts Schumann, nel Blocco 30 dell’ospedale femminile, giacevano povere donne ebree greche, che lui osservava dalla sua stanzetta attraverso una finestrella piombata che lo schermava dai raggi, volgendo impassibile i suoi freddi sguardi sulle donne urlanti a cui venivano bruciate le ovaie… Ad Auschwitz c’era l’ospedale delle prigioniere, praticamente un obitorio affollato di cadaveri viventi. Le disgraziate erano sistemate a coppie su uno stesso letto e i medici delle SS le usavano come cavie per i loro esperimenti o per testare nuovi farmaci dagli effetti secondari ancora sconosciuti. Nel campo di Ravensbruck si compivano esperimenti cosiddetti “scientifici” sulle internate. Era impossibile sottrarvisi e il più delle volte la conseguenza era la morte. Il dottor Fischer venne incaricato di sperimentare su tessuti muscolari, ossa e nervi. Le operazioni consistevano nell’incidere le gambe delle prigioniere e nel rimuovere chirurgicamente ossa, muscoli e pezzi di nervi. Ogni vittima poteva subire questi interventi anche fino a sei volte. Moltissime donne morirono, altre rimasero storpie; tutte furono operate senza sterilizzare gli strumenti e senza lavare le parti da operare. 11


“La maggior parte delle persone rispondeva. Però ce n'erano alcune che non ricordavano tutto. Gli anziani, per esempio. Mi ricordo ancora la fine che fecero fare a uno di loro. Si trattava di una vecchia, avrà avuto un'ottantina d'anni, ma era ancora una donnona, alta e robusta. Bene, non so perché, in ogni modo, la presero e le rasarono i capelli. Fu una scena terribile. Ma non è tutto, perché poi la costrinsero a star ferma mentre le versavano dell'acqua gelida addosso. E mi ricordo che in quel periodo faceva già molto freddo. Morì nel giro di tre giorni.” Nel 1943 Himmler prese la fulminante decisione di far allestire dei bordelli nei più grandi campi di concentramento. Quello di Buchenwald fu chiamato ipocritamente Sonderbau “Edificio speciale”. Le donne destinate al bordello furono reclutate nel lager femminile di Ravensbruck, dove si sceglievano le prigioniere più giovani e quelle ancora sufficientemente presentabili, nei limiti del possibile. A parte la lotta per non morire, le donne, le più belle, le più giovani, rischiavano di essere selezionate per i bordelli. Ma vogliamo anche ricordare o meglio, precisare che: Quando si parla dei nazisti si intende soprattutto gli uomini, ma moltissime tedesche erano complici del regime! C’erano donne che avevano contribuito a strappare i bambini alle famiglie… e altre, come la moglie del comandante di Buchenwald ILSE KOCH, che avevano approvato gli orrori e le atrocità perpetrate nei lager sui prigionieri! E quante cosiddette “camerate”, fanatiche delle associazioni femminili naziste, avevano appoggiato ufficialmente l’eutanasia nei confronti dei disabili fisici e mentali! “C’era da vergognarsi di far parte del genere femminile. Che esseri mostruosi. Alcune di quelle belve SS erano perfino belle, sa? Quel tipo di donna incensata dai nazisti: alta, bionda, occhi azzurri, caratteristiche nordiche. E si curavano. Erano sempre in ordine: le uniformi pulite, ben stirate, gli stivali tirati a lucido... ma esseri umani duri come l’acciaio. Privi di sentimento, cattivi e malvagi. Delle vere carogne” Molte sono le testimonianze che sottolineano come molto spesso le aguzzine fossero assai più crudeli e intransigenti degli uomini; a volte i prigionieri e le prigioniere tentavano di guadagnarsi qualche piccolo favore (un pezzo di pane, una coperta) facendo leva sui sentimenti di queste, ricevendo in cambio soltanto odio e crudeltà. “Una settimana dopo il mio arrivo mi capitò una pena durissima. Fu per qualcosa che chiamavano ’infrazione della disciplina’ . Cosa aveva fatto? Non l’ho mai saputo, ma credo che il mio delitto fu che una mattina avevo aiutato una prigioniera anziana e malridotta a salire sul buco della latrina. In che cosa consisteva la punizione? Mi condannarono a 30 frustate sulle reni nude assestate con nerbi di bue da due donne SS che ad ogni colpo esclamavano ‘ E uno, tieni! E due, tieni!’. Dopo forse il decimo colpo cominciai a sanguinare una bestia al macello. Sentivo il sangue scorrere giù per i fianchi come fosse acqua corrente. Alla fine una delle due iene disse con un cinismo senza pari ‘Ora se hai ancora voglia di commettere lo stesso errore, sei libera di farlo, ma sai cosa ti aspetta:” A volte le aguzzine sceglievano tra le prigioniere coloro che erano più belle e sane e le costringevano a prostituirsi nelle “baracche a luci rosse”, bordelli presenti all’interno dei campi riservati ai militari e ad alcuni internati che avevano per qualche motivo collaborato con le SS. Le prigioniere provenivano dalla Germania nord-occidentale, in particolare dal campo di Ravensbrück, campo femminile gestito quasi esclusivamente da donne. 12


Ecco che le aguzzine non solo non aiutavano le proprie vittime, ma si rivalevano su di loro assai crudelmente e molto spesso facevano di esse delle vere e proprie schiave del sesso. Le donne venivano fatte scegliere dalle kapò in base alla bellezza, all’età e alla salute e dopo un’accurata visita medica venivano “messe a disposizione” di SS, soldati o detenuti politici. In particolare, molte di esse si scagliavano ancor più ferocemente sulle donne, quasi per esaltare il proprio ruolo di potere, per marcare in modo esasperante il fatto che esistessero secondo la concezione nazista individui di categorie diverse, in questo caso donne di serie A, che potevano permettersi di decidere sulla sorte altrui, e donne di serie B, destinate a soccombere per decisione di individui che si ritenevano superiori. La durezza di queste donne stava dunque nel colpire le vittime non tanto fisicamente quanto emotivamente, attraverso l’umiliazione, un’arma potentissima che non lascia segni fisici evidenti ma rimane indelebile e permanente poiché logora e consuma l’animo dell’individuo. Nella mia testa erano sempre gli uomini quelli che esercitavano violenza. Invece nel Lager femminile di Birkenau, dove erano rinchiuse sessantamila donne, c'erano tutte le gerarchie femminili. Per me è stato terribile vedere che le efferatezze più straordinarie venivano compiute da donne su altre donne. Erano forse peggio degli uomini Le kapò erano prese tra le assassine delle carceri, tra quelle che avevano fatto le cose più atroci, in modo che potessero tranquillamente bastonare a morte una prigioniera che non obbedisse ciecamente agli ordini. Al di sopra delle kapò c'erano le SS donne, che avevano stivaloni con un puntale di ferro, ufficialmente per non consumare la suola, ma in realtà per sferrare calci più violenti. Quando tornavamo dal lavoro, vedevamo ai lati della strada principale del campo donne prigioniere scheletrite che dovevano tenere alto un masso, per ore. Questa era tra le punizioni più consuete. E se il masso cadeva, allora raddoppiava il tempo. Venivamo trattate con una violenza infinita. Ho preso tanti schiaffi e pugni senza sapere neanche perché. Passavi e ti tiravano un ceffone da voltarti la faccia. E poi, d'un tratto, queste sorveglianti tedesche si trasformavano davanti ai maschi SS in femmine che sbattevano gli occhi, sorridenti.

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CONCLUSIONE Quando si pensa a catastrofi de enormi proporzioni, la decimazione di intere popolazioni, il milione e mezzo di Armeni massacrati dai Turchi nel 1916, i cinque, forse 7 milioni di Ucraini lasciati morire di fame da Stalin tra il 1932 e il 1933, i sei milioni di Ebrei sterminati nell’ Olocausto, i 2 milioni di Cambogiani trucidati dal regime Pol Pot negli anni ‘70 e via dicendo, si intende, naturalmente, pensare subito agli individui, alle famiglie cancellate, ai bambini che non nasceranno più ; e poi agli oggetti familiari, le case, i ricordi, le fotografie, che non avranno più significato con l annientamento di quella gente. Ma esiste anche un altro tipo di perdita: i pensieri mai più formulati, le scoperte non più raggiunte, le opere d ‘ arte non più create. I problemi trascritti su un taccuino sopravvissuto a coloro che ve li appuntarono, mai più risolvibili. “Le orecchie che ascoltano hanno il compito di apprendere una lezione che non svanisca come fumo” Non ci stancheremo mai di parlarne!! Uno storico è chi analizza la Storia, ma anche chi narra storie autentiche. La Storia non si ripete, diceva Voltaire, ma gli esseri umani sì! I potenti usufruiscono dell’incapacità di pensiero autonomo di molti cittadini Per quanto intelligenti, essi sono deboli e distruttivi e si lasciano trascinare fino a perdere di vista i loro ideali. Non dobbiamo smettere di sperare nella capacità umana di apprendere e quindi non dobbiamo smettere di raccontare queste vicende; soprattutto non dobbiamo DIMENTICARE MAI!!! “Chi nega Auschwitz è quello che è pronto a rifarlo” Primo Levi I cancelli del campo furono aperti. Non riuscii a provare nessuna gioia per la libertà. Sembravo una vecchia rinsecchita. Tutta la sofferenza e la nostalgia di tutti quegli anni mi assalirono allora con una forza immane. Ma sono sopravvissuta e testimonierò per sempre questo terribile passato perché non sia mai dimenticato e non si ripeta mai più. “Nella speranza che un giorno, quando sarai grande ti ricorderai questa storia che mi accompagna e che accompagnerà anche te. Quando una storia viene raccontata non può essere dimenticata, diventa qualcos’altro, in ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare.” Dal film “La chiave di Sara”

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SOLDATO SEI QUI di Umberta Ortelli

Una volta

Sei arrivato tardi

ero bella Kapò"

soldato.

Una pallida luna

Il mio corpo

ha abbracciato

è già

il mio ultimo

misera carcassa

sguardo.

Mi hanno

Soldato sono qui

incolonnata

chinati, ascoltami

ignuda.

ricoprimi

" Kapò, non toccarmi

con questa lurida

non spingermi,

terra,

so dove vado.

è la melma

L'odore della morte

che affamata

è nelle mie ossa,

ho divorato.

le vedi Kapò?

Tremo,

Eppur non tremano,

ricoprimi

Il numero

sentirò calore.

sul braccio,

Non guardarmi

si è raggrinzito,

così,

Guardami Kapò,

non voglio pietà.

mi ricorderai,

Ora non soffro

ti perseguiterà

più.

il mio viso

Nulla ha più

di scheletro,

un

i miei seni vuoti,

limite.

il ventre sfondato. 15


Indubbiamente la vita delle donne oggigiorno è molto diversa da quella immutabile delle loro antenate e non solo nell’Occidente sviluppato: le donne stanno facendo passi avanti anche in Sudamerica ed in Estremo Oriente e cercano di mantenere le loro conquiste nei difficili periodi che vivono la Russia e l’Europa orientale. Invece in zone come il Medio Oriente, l’Africa ed il subcontinente indiano la loro condizione è ancora difficile e la parità un sogno, in certi paesi come l’Afghanistan e l’Iran i loro diritti erano maggiormente tutelati nei decenni passati. La violenza sulle donne è uno scandalo per i diritti umani. In molte società questo problema si scontra con la mancanza di interesse, il silenzio e l'apatia dei governi. Sia in tempo di pace che in tempo di guerra, le donne subiscono atrocità semplicemente per il fatto di essere donne. A milioni vengono picchiate, aggredite, stuprate, mutilate, assassinate, in qualche modo private del diritto all'esistenza stessa. Secondo il diritto internazionale dei diritti umani, tutti i governi hanno la responsabilità di prevenire, indagare e punire gli atti di violenza sulle donne in qualsiasi luogo si verifichino: tra le mura domestiche, sul posto di lavoro, nella comunità o nella società, durante i conflitti armati.

Il 25 novembre 2011 si è celebrata la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Ogni donna è diversa, ogni donna ha il battito del cuore differente, ogni donna ha un prezioso lato nascosto e misterioso, ogni donna è affascinante a suo modo, ma c’è una cosa che esigono allo stesso modo, il rispetto! (Ejay Ivan Lac) La donna è donna e tale deve rimanere in tutti i sensi. Deve essere RISPETTATA E AMATA, deve essere TOCCATA CON DOLCEZZA e non violentata o abusata, deve essere BACIATA e ABBRACCIATA e non schiaffeggiata o calciata, deve essere INCORAGGIATA, LODATA, APPREZZATA, e non umiliata e disprezzata, deve essere ACCETTATA e non discriminata, deve essere DONNA e TRATTATA CON DIGNITA’, come l’uomo. A noi donne che spesso veniamo ignorate, discriminate, offese, maltrattate, violentate, usate, abusate, calpestate, violate fisicamente e interiormente, lacerate, squarciate, cancellate, fino a perdere ogni traccia della nostra femminilità, del nostro essere, della nostra dignità, fino ad essere uccise.

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Bibliografia Dieter Schlesak “Il farmacista di Auschwitz” Mark Kurzem “Il bambino senza nome” Graffare-Tristan “I Bibelforscher e il nazismo” Helga Schneider “La baracca dei tristi piaceri” Shlomo Venezia “Sonderkommando” 1 Auschwitz” Daniel Mendelsohn “Gli scomparsi” Sitografia www. donne e l’olocausto.it google immagini 1 Sonderkommando: l’unità speciale dei crematori, prigionieri ebrei impiegati nei campi e condannati a morte; il kommando veniva liquidato ogni tre mesi.

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Le donne e l'olocausto