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La stanza del miele Seconda parte

I racconti di guerra

Il partigiano azzurro (2006) Il sentiero dei funghi (2007) Le due ragazze (2007) Il tenente Weinrich (2007) Raggiungevo i compagni a Osacca (2008)

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Il partigiano partigiano azzurro Dedicato con affetto al partigiano

Veloce (Agostino Briozzo)

Ricordo bene quel mattino presto di sessant’anni fa, quel lento trascorrere dell’ora antelucana. È la metà di maggio del ’45. La città è deserta, addormentata. Difficile immaginarli, oggi, quell’ora e quell’anno. Saran state le quattro, o giù di lì, e nel piazzale delle corriere solo buio e freddo, nonostante la primavera inoltrata. Negli anni di guerra c’è più buio e più freddo, v’assicuro. Ed essendo la paura finita da poco, o non finita affatto, quel cupo gelo non aveva ancora abbandonato le città né le campagne... e non aveva abbandonato i cuori, rastrellati anch’essi, né le ferite dei corpi martoriati col loro sangue raggrumato e sporco. Così le poche persone che quel mattino aspettavano sotto un magro lampione erano intirizzite. Con loro c’ero anch’io: sei in tutto, lì, a Barriera Bixio. Il buio, il freddo e noi sei, silenziosi come la città a quell’ora. Avevo sette anni e la guerra era finita da due settimane, non di più. Pacificamente invasi da nuovi stranieri, che avevano risalito la penisola, vivevamo giorni nuovi, mai visti. Anche noi bambini. Anche noi avevamo le nostre piccole avventure. Quanto a me, la mia scuoletta di campagna era stata occupata da soldati brasiliani. Loro erano i primi neri che vedevo, e quella che mi davano era la prima cioccolata che mangiavo. Così da più di dieci giorni godevo di

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vacanze anticipate. Inattese. Basti pensare che solo il 24 aprile, alla sera, in casa mia c’era una mitraglia a ogni finestra. Il mattino dopo la guerra era finita. E forse, non ricordo bene quando... ma poco dopo era finita anche la scuola. Così, libero da obblighi, quella mattina aspettavo un taxi con mia madre. Lei era maestra elementare nella mia stessa scuola, ma solo ora, e solo perché scrivo di quei giorni, trovo singolare non averle mai chiesto, nemmeno da grande, come si fossero svolti scrutini ed esami quell’anno. Ma in guerra, si sa, niente è regolare.

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Ad ogni modo, la lunga fiumana dei partigiani era da poco arrivata in città, e in gran parte ripartita. Ero rimasto impressionato dalla loro parata vittoriosa. Era passata davanti alla scuola, interminabile. Noi bambini, a guardare: col naso schiacciato contro i vetri. Scendevano tutti, uomini e donne, a muso duro, in fila per quattro. A muso duro ma raggianti, col sol dell’avvenire innanzi agli occhi. Per ore e ore erano passati. Non erano soldati, erano eroi rattoppati e fieri. In fila c’erano molte donne coi pantaloni, gli scarponi, il mitra e tutto il resto. La maestra dietro di me disse che le donne era meglio se stavano a casa. Anche mia madre diceva sempre così. Ma quel giorno non disse nulla: pareva stupita, sorpresa che le donne partigiane fossero tante. La colonna infinita occupava tutta la strada, per chilometri e chilometri. Il loro comandante, trent’anni dopo, sarebbe diventato il mio direttore, al giornale, e avrebbe tentato, penso invano, d’insegnarmi a scrivere un articolo di fondo. C’erano stati euforici festeggiamenti in città, ed ora tornavano a casa, disarmati, ognuno quasi per conto suo, a riprendere una vita che non sarebbe stata più la stessa. Ma qualcuno aveva detto che non c’era ancora da stare tranquilli: ancora c’erano bande in montagna che non avevano consegnato le armi e non si erano sciolte. Non erano nemmeno scese in città per la parata. Stavano, si diceva, annidati nei monti lassù, come briganti. E però, a dispetto di questo caos e dei perduranti pericoli, la società civile doveva pur ricominciare a muoversi. Io e mia madre cercavamo di raggiungere mio padre in montagna. Erano molti mesi che non lo vedevo: l’otto settembre si era trasferito per prudenza da sua madre, nella nostra casa di Bardi. Non ne sapevo di più. Se avesse fatto il partigiano anche lui, non lo sapevo. – È via perché c’è la guerra – mi dicevano. E basta.

Sul taxi ci stavano al massimo cinque persone stipate. Sei, se ci fosse stato un bambino da portare sulle ginocchia. Io, bambino, lo ero ancora, e mia madre aveva accettato questa condizione.

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Mi vedo ancora là, sul piazzale, in mezzo a loro. E ancora li guardo, come se avessi gli occhi di allora. E quasi lo sento, quel freddo, tanto la memoria è viva. È così che mi scopro a guardare sospettoso gli altri quattro, intirizziti come mia madre e me. Per me andava meglio, ché ogni tanto mi stringevo a lei. Quel giorno, a quell’ora, pur se a primavera inoltrata il cielo era quasi da neve. Nel piazzale c’eravamo solo noi. Aspettavamo già da mezz’ora. Avevo avuto tutto l’agio di studiarli, uno per uno. Nessuno sembrava conoscere gli altri. Ognuno se ne stava per conto suo. Anche se tutti desideravano rompere il ghiaccio, più di qualche brontolio o frase mozza dalle loro labbra non usciva. Non so se abbiate mai aspettato una corriera al mattino presto in un piazzale deserto. Dopo i primi momenti, si forma come una specie di complicità silenziosa e prudente e ci si parla a cenni, a monosillabi, al chiarore dell’alba. Ci si lamenta delle stesse cose. Un cauto avvicinamento. A questo si aggiungeva la paura non manifestata, ma che colorava ogni parola o espressione, di un viaggio non tranquillo. Forse l’unico tranquillo fra loro, data l’incoscienza in cui mia madre, amorosa, mi teneva, ero io. Nell’interminabile attesa non avevo altro da fare che guardarli tutti lungamente: erano buffi! Il primo che m’incuriosì, e mi fece soggezione, fu un tipo che poi si rivelò un commerciante. Naturalmente ci misi un po’ a capire qualcosa di lui. Nessuno di loro si era presentato agli altri. I loro mestieri dovetti scoprirli da solo. Comunque, Boccacci, il commerciante, faccia assonnata, capelli arruffati ma puliti, comprava e vendeva legna a metratura, accumulata in lunghi serpentoni ai lati di strade sterrate, là dove i camion potevano arrivare. Dai boschi a lì, i tronchi li portavano i muli. Lo strano era questo: Boccacci vestiva abiti costosi, fatto che stupiva nel ‘45, dopo anni duri per tutti. Altra curiosità: era grasso, quasi una palla. Era ancor giovane, ma appena fuori dall’età della guerra. Uno sciarpone giallo di lana gli lambiva i baffi neri e quasi solo gli occhi ne restavano fuori, a testimoniare un carattere bilioso, che allora avrei potuto solo definire prepotente. Abituato a depredare sia i muli da cui comprava, che i camion a cui

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vendeva, non aveva sofferto della guerra: gli anni erano stati duri solo per gli altri, non per lui. Il secondo era un emigrante, appena rientrato dalla vittoriosa America. Lo avevano esentato dalla guerra, anche lui per limiti di età. Arrivato il giorno prima al porto di Genova, aveva guardato con stupore e sufficienza i poveri volti che li attendevano sul molo, rassegnati ed emaciati da due anni di fame e d’armistizio. Qualcuno dalla banchina gridava ogni tanto il suo nome. Lui sentiva chiamare, ma non riconosceva chi lo fosse venuto a prendere. Poi scorse qualcuno che pareva Maurizio. Che dolorosa impressione! Si era ridotto così, Maurizio, in dieci anni di mancanza da New York? Povera Italia. E si sentiva superiore a tutti loro, che stavano sul molo, incapaci, loro, di spiccare il volo, come lui, per andarsi a prendere le cose dove sono. Vestiva in abiti strani, sgargianti, che più tardi avrei detto alla Fred Astaire; ci ballava dentro. La testa imbottita della retorica yankee, era ansioso di spiegare a tutti come stavano le cose oltre oceano. “Sure!” Si chiamava Bertorelli, Michele. Che faceva là? Non lo disse. Ben che vada il cameriere. Gli altri due, che a prima vista parevano non conoscersi fra loro, erano invece marito e moglie. I Taverna. Lei montanara, lui professore di lettere, cittadino; ottocento lire al mese, con lo zucchero che al mercato nero raggiungeva ormai le mille. Mia madre e la signora scambiarono quattro parole. Mi sentivo in soggezione, a disagio. Nessuno mi diceva niente e nemmeno mi guardava. Arrivava, sì o no, questo taxi? In realtà a quel tempo nessuno lo chiamava così: quelle macchine che per tragitti lunghi in assenza di corriera, o per tratti dove questa non c’era, trasportavano persone a pagamento li chiamavano “servizi pubblici”. Comunque si chiamasse, però non arrivava. Ogni tanto due fari parevano spuntare in via Bixio, ma poi l’auto, o camion che fosse, finiva sempre per svoltare prima del piazzale. Bertorelli cominciò a lamentarsi. Se questa era l’educazione e l’organizzazione che ci aveva dato Mussolini, non c’era da meravigliarsi che le cose fossero finite così.

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Boccacci lo accostò. La colpa non era di Mussolini; ci vuol ben altro per educare gli italiani, popolo duro di comprendonio. Era molto che mancava dall’Italia? - Dieci anni. Dalla guerra d’Etiopia. - Ah, capisco. Allora glielo dirò io. Una terra di briganti è diventata questa qua, se lo vuol sapere. Saremo ancora fortunati se in questo viaggio non ci toccherà la sorte toccata a quelli che son passati l’altro giorno dalle parti di Vianino. Svuotate le tasche di tutto quel che avevano, e fortuna che non erano fascisti. Perché altri, in sospetto di star coi neri, sono stati malmenati a sangue. - Oh yeah? A questo punto? Dovranno ben tener presente però... che io sono americano – disse Bertorelli accalorandosi. E stava per aggiungere altro quando un rumore di scarponi chiodati lo consigliò alla prudenza.

Fu a quel punto che il settimo arrivò. Un giovane forte ma patito, si capiva, da lunghe privazioni. Barba di una settimana. Notti all’addiaccio, vestiti asciugati addosso. Abbrutito da diciotto mesi di montagna, non bastava certo una settimana in città, in mezzo a gente abbrutita come lui, a renderlo decente. Sembrava un uomo dei boschi. Per un po’ non disse nulla. Poi parlò. Rudemente. Per informarci. Visto che il numero dei passeggeri era cresciuto, l’autista non sarebbe arrivato con un’automobile, ma con un camion militare. “Di quelli che abbiamo requisito alle Brigate nere”. Un telone sopra la testa e due panchine lungo le sponde, così si poteva aggiungere gente per strada. Evidentemente sapeva che ne avremmo incontrata. I grandi già facevano due più due. Dunque si doveva viaggiare con lui? Che puzzava e aveva la pistola nel tascapane? E quelli che si sarebbero aggiunti sarebbe stati come lui? Magari peggio? Bertorelli disse che era d’accordo con chi ci preparava l’imboscata; si capiva che per lui partigiani erano briganti e forse non per lui solo, tanto è vero che tutti erano preoccupati e nessuno lo avrebbe voluto lì. Questo non era nei patti, ma i partigiani avevano requisito anche quel viaggio. Lo guardarono tutti male. Lo

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guardai male anch’io, anche se il camion mi piaceva di più. Non sarei più stato in spalla. Le donne, che in questi casi han sempre paure aggiuntive, si scambiarono timori sottovoce. Ma con lui nessuno fiatò. Boccacci, che in montagna s’era ben arrangiato a destra e a manca durante la guerra, quando ancora una parvenza di organizzazione consentiva di fare dei patti, ora con questo caos e sfacimento non si sentiva più tranquillo. La situazione in cui s’era mosso agevolmente era mutata. - Peggio dell’otto settembre - pensava. - Adesso che le brigate e i distaccamenti sono sciolti, ogni singolo o piccolo gruppo si muove a casaccio e non ci sono più regole. Ma questi pensieri li tenne per sé. - Pensi di viaggiare in sei e ti ritrovi in venti. E questo è ancora il meno – disse soltanto. - Dio, che avventura! A parlare era stata la signora Taverna, a cui nessuno rispose. Quando il camion arrivò erano le cinque passate. Io non ne potevo più d’aspettare.

L’autista e il partigiano si conoscevano. E anche bene, a quanto pare. Si davano del tu. Eravamo prigionieri dei partigiani, era evidente. Non ci dissero nemmeno di salire sul camion. Lasciarono lì il mezzo abbandonato e si allontanarono insieme. Fino a una serranda da cui filtrava un po’ di luce, cento metri più in là. Per farsi aprire la presero a calci. Ma non successe nulla. Solo alla voce “partigiani” essa si aprì. Ne uscirono con delle coperte e una bottiglia di grappa. Ancor oggi ho i miei dubbi che le avessero pagate. Alla fine comunque c’imbarcammo per la nostra avventura. Per me certo lo era, ma sembrava che lo fosse anche per i grandi. Le parole di Boccacci avevano lasciato il segno. Non c’era certo una scaletta per salire sul cassone e mia madre mi issò di peso. Poi le due donne ricevettero l’aiuto di Taverna e Bertorelli. Ci sistemammo in fondo, vicino alla cabina. Il partigiano salì per ultimo con due coperte in braccio. – Via! Via di lì! Qui in fondo ci sto io!

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Stese le coperte sul cassone e si coricò per il lungo. Lo spazio che restava era ben poco. Eravamo di nuovo stretti. Si addormentò prima che il camion partisse, perché l’autista ci fece ancora attendere per procurarsi cose, per fare manovre: l’acqua per il radiatore, due taniche di carburante, snervanti tentativi di mettere in moto, a mano, con la manovella. Poi il camion si avviò oscillando, lento e incerto. Finalmente si partiva. L’autista si diresse verso Fornovo, guidato dal lontano denso e nero fumo che si levava dai serbatoi e pozzi di petrolio. Incendiati dai tedeschi in ritirata, i depositi di carburante avrebbero bruciato per molte settimane.

Si tornava dunque a viaggiare. - Sembra un sogno. Anche se occorrono ancora tante precauzioni e visti, e lasciapassare. La montagna è ancora occupata da riottosi che ai loro tuguri... a casa insomma, non vogliono tornare. Dio ne scampi. Le armi, quelli, non le hanno consegnate. Era stato il professore a parlare. Solo “l’americano” raccolse l’invito a conversare. Il partigiano sembrava dormire profondamente. - Sono arrivato due giorni fa. Non capisco. Non sono nostri alleati i partigiani? I nemici son tutti partiti, disarmati. Sono arrivato una settimana fa con la Constitution. Tre settimane di navigazione e in mare tutto tranquillo. E anche da Genova a qui. Sì, i nemici stranieri erano partiti da un po’. Gli altri, i nemici interni, i fascisti, ma il nome era da dire ancora sottovoce, parevano spariti, per nascondersi alle ire di “questi”... e intanto Taverna accennava al dormiente. Erano stati giorni caotici. Me li ricordavo anch’io. Ci s’era alzati la mattina del 25 e ci s’aspettava in collina un grande attacco, ma con sorpresa il nemico era sparito. Mi stavo già preparando per andare forse a scuola e mia madre mi aveva detto che finalmente era “tornata” la pace. Le chiesi cos’era. Io non l’avevo mai conosciuta, mai vista, mai vista “partire”. Mi parevano una stranezza tutto il discorso e i modi improvvisamente cambiati della gente, e un poco anche m’inquietavano. Taverna proseguì: al nord avevano veduto passare la lunga colonna dell’esercito tedesco in rotta per ore e ore, mentre qui da noi,

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i neri avevano trafugato in una notte armi e vestiti. I partigiani, sia rossi che azzurri, erano rimasti padroni del campo e avevano aspettato gli americani della Buffalo. Ma fra azzurri e rossi non c’era mai stato buon sangue e ora le distanze sembravano addirittura crescere. La guerra, Bertorelli doveva credergli, non era del tutto finita. - “Sure?” - Sì, spesso la pace è strana; sembra mettersi in moto lentamente, come una minaccia e non la puoi fermare Non la capivo questa cosa. Capivo solo che Taverna voleva fermare qualcosa e con ci riusciva. Ma anche gli altri da come tacevano non ci riuscivano, secondo me. Parevano inquieti e allarmati, parevano ascoltare tutto e niente. Solo il partigiano era diverso: più che altro pareva stanco, e anche triste... no, triste no, ora che ricordo... svuotato, direi. Nemmeno quell’alone di pericolo, che trapelava da ogni parola e ogni gesto degli altri, pareva farlo rinvenire. Forse perché il pericolo era da mesi il suo pane quotidiano, o forse perché il pericolo era lui. - Da queste parti, in pianura – proseguì Taverna - son quasi tutti Stelle Rosse. Di “badogliani” qui ne abbiamo visti pochi. Solo i montanari e gli intellettuali sono della Julia, non i contadini e operai delle pianure... questo probabilmente torna a casa. Poi, ricordando una cosa, il professore sorrise. - Pensi che ogni tanto qualche badogliano si azzardava a venire in Università a dar esami. Posava il mitra sulla cattedra, fra me e lui, e aspettava le domande. Pensi che clima! Spesso fuori dalla porta un loro compagno di guardia, che sbuffava per la lungaggine dell’esame, metteva dentro la testa e minacciava di passare il professore per le spicce. Per fortuna l’interrogato, spesso un tenente del regio esercito rientrato fortuitamente a casa dopo l’otto settembre, lo tacitava con pazienza. Davano un esame, poi non li vedevamo più. Tanti morivano. Ascoltava, l’americano, e gli sembravano minutaglie e stranezze. - Noi americani (meglio essere americani al giorno d’oggi) avevamo cura prima di tutto degli uomini, right? Pochi morti. Per quello non badavamo a spese. Quando dovevamo conquistare una collina, la mitragliavamo così fitta che non restavano in piedi neanche gli alberi. Solo dopo ci andavamo.

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E gesticolava, con quei suoi larghi abiti little Italy. E in aggiunta, sobbalzava. A ogni buca, sobbalzava.

Un’altra buca. Più grande. Ancora fermi. Di nuovo il radiatore che bolle. Di nuovo il motore spento. Di nuovo le bestemmie del conducente. Questa volta impreca anche little Italy. In italiano. - Bella, bella, olorata Italia. Ecco, adesso si vergogna delle sue origini! E poi cosa vuol dire «olorata»? È una parola che non ho mai sentito. La polvere della strada bianca, ora che siamo fermi, continua la sua corsa e ci raggiunge sotto il telone. Cominciamo a tossire e a scendere. E adesso che c’è? Ci vorrà molto? Il motore s’è fermato da solo. Il partigiano e il conducente confabulano. Cofano alzato. Testa sopra il motore. Fuori la manovella per l’avviamento a mano. Alcuni colpi a vuoto. Un ritmico, inutile raschiare. Uno scrollar di teste. Si danno il cambio a provare. Quelle manovelle, nei motori grossi, sono dure da azionare e danno certi colpi a rovescio da romperti i polsi. E poi silenzio, per riposare le braccia e i polsi. Ma in quel silenzio era come se le cose vibrassero. Ogni tanto era come se si udisse un crick o un crack che veniva da chissà dove. Il silenzio non era silenzio, era attesa. Era come se qualunque cosa potesse accadere. Ad ogni crack la signora Taverna sobbalzava. Erano già le undici. Il sole ora sfolgorava. Bella differenza dalle quattro del mattino. Noi, a due a tre, cercammo un’ombra vicino ai cespugli bianchi dalla polvere. Ci asciugavamo continuamente il sudore. Bertorelli continuava a protestare in quel suo slang, come se venisse da un altro pianeta o da una condizione sovrumana. Attorno continuavano a crepitare certi insetti, ad aleggiare vibrazioni, o ad incupire come raschi o tonfi i colpi maldestri di quei due, accanto al motore. E i suoni noti quasi consolavano, giacché nei rari silenzi l’orecchio tornava a tendersi a possibili e sconosciuti rumori.

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Il rombo che seguì all’arido raschiare ci arrivò come un sollievo. Un fumo ingolfato e nero appestò l’aria per un po’. Vennero aggiunti acqua e carburante con motore in moto. Occorreva ripescare tutti i viaggiatori. Due erano andati in Ceno a orinare dietro i cespugli. Si ripartiva. Sporco di morchia, polvere e sudore, l’aiutante improvvisato si coricò di nuovo, nel camion che s’incamminava. La sua vista era ancora più disgustosa. Udivo bisbigli. Scorgevo sguardi di disapprovazione per quella scelta dei giovani di andare in montagna, cosa che li rendeva in breve degli involti di panni puzzolenti che si lavano e si asciugano addosso. Giorno e notte. E questo loro derubare ogni casa! Non dormì più il giovane. Dopo un po’ si mise anzi a sedere. Pareva inquieto: perché gli altri che si dovevan aggiungere non s’eran fatti vivi? - Meno male che si è messo in moto. Le braccia non le sentivo più. Nessuno gli rispose. Diamine! Questo sforzo non competeva forse a lui solo che era già sporco e povero e soldato? Anzi. C’era un preciso dovere che lui non aveva compiuto bene: aveva sequestrato un camion che non funzionava. E non doveva nemmeno sequestrarlo, son cose che non si fanno. Ma finirà la pacchia anche per loro. E poi non ci aveva detto neanche il suo nome, insomma non si era neanche presentato, ma già, cosa c’era da aspettarsi da chi aveva rubato ogni giorno per due anni. E qui nel camion aveva svillaneggiato tutti prendendolo almeno mezzo per sé solo. Solo il professore fece eccezione e gli parlò: da dove veniva? Da Varsi, veniva, e si chiamava Morbiani. Morbiani Mario di Luigi. Prima Roma, poi la battaglia di Osacca. Aveva seguito il suo capitano. Dov’era lui, il capitano? Morto sul Pelpi. La signora Taverna gli dava di gomito, a suo marito. Cosa stai lì a parlare con quello? Ma fu questione di poco. Perché si sentì un alt e poi uno sparo.

Il camion rimase in moto, ma fermo; l’ordine fu comunque di scendere tutti. - No, tu stai lì, Badoglio! Tu e il bambino.

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Saran stati quattro o cinque. Facce da galera, da fame e da bosco... o da briganti da strada. - Non avere paura - mi disse Mario di Luigi. Perché lo avevano chiamato Badoglio? Era un po’ il suo capo, Badoglio, mi sembrò di capire. Intanto fuori si sentiva: - Documenti. Tessera di appartenenza al fascio. Sentivo vagamente protestare poi gridare. - Questi due li mettiamo al muro. - Voglio parlare con il comando americano. Risate sconce. Fu allora che Badoglio si fece serio. Si alzò e scivolò agile giù dal camion. Sporco com’era. - Un momento. Un momento garibaldini! Son con loro da stamattina e non ho motivo di sospettare che siano stati coi neri. Lasciate stare. Spaventate le donne e i bambini. - I professori son tutti fascisti e questo qui... come ha fatto a diventare ricco durante questi porchi mesi? Lasciamo stare l’americano, ma fra un po’ faremo i conti anche con loro. Dopo esser rimasto un po’ senza parole, Badoglio cambiò tattica. Allontaniamoci un momento, deve aver detto, come se volesse parlare di cose riservate. Da cugini a cugini. Guardavo da uno sbrindello della tela. Vedevo la schiena di Mario, magrissimo, ma più alto di loro e con lui altre cinque schiene che si allontanavano dalla strada. Uno di loro più indietro, più giovane, a capo chino. Pareva non prender parte all’incursione; il suo passo incerto pareva dire «io non c’entro, non capisco più nulla, proprio più nulla di quello che succede».

Parlottano a lungo. Mario offre sigarette, loro alzano la voce. Lo strattonano, lo spingono, lo atterrano, lo minacciano col mitra, un piede sul petto. Gli sputano addosso. Solo il più giovane si oppone debolmente, cerca con una mano di tirare indietro quello del mitra, che a dir la verità ha una faccia da matto. Sono incerti... forse non lo vogliono ammazzare. Lo vedo però consegnare la pistola e un documento, forse il

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lasciapassare. Infine lo lasciano. Richiamano il compagno di guardia ai due “fascisti” e se ne vanno. Mia madre, tornata, mi sorride. Finge di non aver temuto. Ma io lo vedo che è pallida. Mario si dà giù la polvere e ritorna. Possiamo ripartire.

Lui non si corica più, è seduto sul cassone, ha gli occhi aperti e guarda nel vuoto. Ora è tutto un parlare, tutti si scatenano contro i partigiani e fanno d’ogni erba un fascio. Lui scende al ponte dei Lamberti. Noi proseguiamo. Uno dice: sembrava meno cattivo degli altri. Gli altri non dicono niente.

Arriviamo. Mio padre, quasi non lo conosco più. Pelle e ossa. Ci aveva scritto, disse. Ci aveva scritto che era malato e che per qualche tempo restava nella casa di montagna con la nonna. Già da due settimane aveva scritto, ma la lettera non era ancora arrivata. Mi racconta che è stato badogliano anche lui e che il mitra per il momento è nascosto nel pozzo. Smontato in tanti pezzi. Ci parla della sua guerra, della battaglia di Osacca, dei buoi prelevati dai partigiani negli ultimi mesi. C’erano anche due ufficiali inglesi con loro, dice, a prendere i buoi. – Mi han rilasciato un certificato in cambio. È scritto in inglese. Me lo mostra. Leggilo, mi dice. - Non lo so leggere, papà. - Neanch’io. Ma ditemi di voi piuttosto. Il vostro viaggio. Gli parliamo del viaggio. Aah, perdiana... il nostro salvatore? Sì, mio padre lo conosceva bene, come no? Un contadino, un boscaiolo... della Tosca. Apparteneva a una brigata poco distante dalla sua. - Ma anche i rossi non erano cattivi. Sai Natalino, il nostro mezzadro - mi dice - era nei rossi. Ma penso che non tornerà più a lavorare per noi. La nostra terra non gli è mai andata bene.

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Non ho più sentito parlare di Mario, il partigiano. O meglio. Solo una volta. Si diceva che fosse morto in Belgio nel ‘55, in una miniera di carbone, che il legname fradicio della galleria avesse ceduto. E si diceva anche una cosa curiosa. Nei mesi precedenti aveva scritto a casa che in galleria il legno della volta era dipinto d’azzurro. Forse, penso io, lo facevano perché laggiù, cinquanta metri sotto, potessero credere di vedere il cielo. ---- o ----

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Il sentiero dei funghi

Nella casa carbonaia, umida fra i castagni alti, Tancredi accese un’altra sigaretta e guardò verso il basso. Dal torrente il sentiero saliva a serpentina, bene allo scoperto salvo piccoli tratti, e nell’intera vallata non c’era anima viva. Ma oggi, dei tedeschi, a lui non importava granché. Aveva altri pensieri in testa: brutte notizie da casa, un’improvvisa malattia del babbo. Il suo caro babbo che era nato da queste parti, a Brè, ma che, finiti i pochi studi, aveva cercato lavoro giù in pianura e là si era sposato. Il suo caro babbo che lui aveva deluso. Ora, della sua malattia, avevano scritto alla sorella che ancora stava qui in montagna, nel paese d’origine. Ed era stata lei, la zia, a informare Tancredi. Ogni tanto il giovane partigiano la vedeva, quando il distaccamento era da quelle parti, perché passava da lei a ripulirsi, e mangiare qualcosa. Così fumava, Tancredi, e pensava a suo padre. Da tempo voleva scrivergli per spiegare ancora una volta la sua scelta della lotta armata. Quella, il vecchio non riusciva proprio capirla. Dopo qualche parola rabbiosa s’era come chiuso in una muta sordità che non si riusciva a penetrare. E ora stava male. E magari non c’era più tempo per le spiegazioni. S’era affacciato così da qualche giorno anche un oscuro senso di colpa, e l’idea ossessiva che fosse stato il dispiacere per il figlio a farlo ammalare. Nel cielo terso passarono dei colombi, uno stormo quasi; li guardò per un po’, finché dietro di lui una bestia pesante, forse un cinghiale, spezzò qualche ramo secco. - Tranquillo Tancredi, tranquillo, – si disse – non è niente; hai i nervi troppo tesi. Ma all’improvviso qualcosa di diverso l’allarmò sul serio.

- Non bisogna prendere di lì! Non è quella la strada per Monastero! – aveva detto Giorgio.

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- Dai, che prima andiamo un po’ su! Magari troviamo anche i funghi. Saliamo, dai!... Solo un paio di miglia! Ho preso su il cannocchiale. Così vediamo se ci sono i partigiani. A rispondergli era stato Gardo, il suo compagno di banco al ginnasio. Avevano sedici anni tutti e due. Di lì a due giorni, in quel settembre inoltrato del ‘44, sarebbe ricominciata la scuola. Non era stata certo un’estate di vacanza quella, la più dura da quando c’era la guerra, anzi la prima estate dura da quelle parti. E quante cose erano accadute! La montagna era diventata teatro di battaglie, d’imboscate, di rastrellamenti. L’anima di tutti n’era devastata e ognuno percepiva le cose in modo profondamente mutato. Anche Giorgio. Per di più si avvicinava un inverno durissimo. Ma non tutti i giorni erano uguali. A volte la guerra sembrava riposare, prima di acquistare nuova virulenza. E allora la gente pareva dimenticare, sia pure per brevi attimi, ogni cosa e usciva fuori allo scoperto con animo quasi leggero. Anche quel giorno era uno di quelli: un sabato, un sabato davvero caldo dopo le piogge dei giorni prima. Una giornata buona per i funghi. Per quello aveva ragione l’amico. Ma lui, Giorgio, non aveva indosso l’abito adatto. I funghi non erano previsti. E poi i suoi non volevano che s’inoltrasse in zona partigiana. Gardo era però una testa dura. - Strano, che non ci sia gente in giro – provò a dire. - Tutti quei funghi e li lasciano andare a male. La gente sta nascosta ormai… Cercava di mettere un po’ di paura anche all’altro. Di quella n’aveva tanta da dargli. Non sarebbe rimasto certo senza. E poi era uscito di casa vestito a modo, in giacca e pantaloni. Andava a salutare don Raffaele a Monastero, prima di rientrare in collegio per il nuovo anno. Cominciava per loro la prima liceo. - Dicono dalle mie parti – replicò Gardo - che questo vostro sentiero lungo il canale sia adatto alle imboscate, così scoperto com’è, così facile da controllare dall’alto. Ma noi due non siamo tedeschi e basta che restiamo bene in vista. A noi i partigiani non ci sparano. Conosceva anche lui la montagna: era di un paese vicino. - Io ho mio cugino su di qui, quello di Sorbolo - disse Giorgio, così... solo per dire qualcosa, e per rassicurarsi. E poi senza pensare: - Ma tu glielo hai detto a tuo padre che venivi con me a Monastero, dal mio prete? Ma Gardo imboccò con decisione il sentiero dei funghi.

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Tancredi si era allarmato inutilmente. Nessun pericolo, era soltanto Furia che veniva a rilevarlo. Ma come al solito quell’imprudente gli era giunto alle spalle senza avvertire. Era uno arrivato in montagna da poco e a Tancredi non piaceva neanche un po’: un mezzo teppista di città, ecco quel che era. - Ehi ragazzo, non te l’han detto che devi fischiare quando arrivi? - E chi se ne frega dei capi... e anche di te! - Ah beh!... te ne freghi poi tu, se io ti sparo. Anzi, se io fossi come te, che spari anche alle ombre, tu a quest’ora... Poi ci fu silenzio. Tancredi aspirava il fumo pensieroso. Doveva proprio scrivere a suo padre. E doveva farlo subito. - Sei arrivato presto a darmi il cambio – aggiunse più conciliante. - Ah sì! Mi ero scordato. M’hanno mandato prima apposta. Vogliono che vai a Pianelleto, e prima di mezzogiorno. - Non se ne parla neanche, stamattina non posso! A Pianelleto ci vado nel pomeriggio. Adesso devo scrivere una lettera, poi vado a Noveglia ad imbucarla. - A Noveglia? Sei matto? Lì ci sono i neri! Ma Tancredi si alzò. - Prendi il mio posto - disse – che io ho da scrivere. E non sparare agli scoiattoli. Anzi, quando scendo, non spararmi alle spalle... non scambiarmi per un nero.

Salivano, i due ragazzi. E ogni tanto Giorgio provava a dir qualcosa. - Ti ricordi Corrado? Corrado Alfieri, che stava con noi in prima, due anni fa? L’ho incontrato l’altro giorno. Era in piena riflessione politica. Diceva che si sentiva chiamato all’impegno, sempre più; che desiderava venire qua in montagna e unirsi ai partigiani. Ma non sapeva come dirlo a suo padre. Giorgio parlava e sogguardava il compagno. Ma quello sembrava che neanche l’ascoltasse. Altra pasta. Va beh! Chi se ne frega? Alzò le spalle. Qualche volta pensieri simili, ma subito cacciati, di unirsi ai patrioti, ne aveva avuti anche lui. La giornata si stava scaldando. Erano ormai vicini alla casa carbonaia. Giorgio conosceva la zona palmo a palmo. Anche le

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insidie. Era stato il terreno dei suoi giochi. Ma poi c’erano stati quei racconti tremendi dell’estate e tutto era cambiato. I sentieri, un tempo familiari, s’erano ammantati di terrore. Gardo la conosceva meno questa vallata. E racconti di qui, degli agguati, degli eccidi, non li aveva assimilati come lui. Forse per questo era allegro, chiassoso. Di certo lo si sentiva da lontano.

- Fermi lì, voi due; dove credete d’andare? Spallato lo sten, Tancredi era uscito come un fantasma improvviso da un cespuglio, apparendo proprio innanzi a loro. Li stava aspettando nascosto già da un po’, con tutto quel baccano che facevano. Cercava di capire chi arrivava. Poi lo seppe: era quell’incosciente di suo cugino. - Ma cristodundio! Giorgio, sei impazzito? Se lo sapesse tua madre che sei qui, le verrebbe un colpo. Tornate subito indietro! - Oh! Ma sei Tancredi! Siamo già in zona partigiana, qui? Poi intervenne anche l’amico. - Perché tornare indietro? Se quassù ci siete solo voi non c’è pericolo. E poi se incontriamo i crucchi gli offriamo un po’ di funghi. - Ecco! Non manca più nessuno. Abbiamo anche lo sbruffone! Tornate indietro subito, cristo! Il pericolo può crearsi all’improvviso, in ogni momento. Poi ombrato si rivolse a Giorgio: - Ma il tuo amico chi è? - Niente, un compagno di classe. Era corrucciato Tancredi. Non gli piaceva il tizio, con la sua sfrontatezza da bulletto. E si rivolse direttamente a lui. - Di dove sei? Non sei di Brè, mi pare. Non ti ho mai visto da queste parti. - Di Brugnola – disse lui, e gli scappava da ridere. Un po’ troppo gli scappava, e troppo a lungo. Si vantava, forse, d’essere di quel posto? Magari, e proprio per questo sorrideva. Ma a Tancredi parve un sorriso stupido. - Va beh! Non importa. Ora vi lascio; ma non salite più. Prendete a destra per il vallone e andate giù, tornate indietro per di lì. Lì c’è coperto. È che non dovete incontrare neanche i partigiani, capito? Non sapete nemmeno la parola d’ordine.

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- E tu diccela, allora! – fece l’amico. Tancredi lo guardò con disprezzo. - Come no? E proprio a te la dico! – sbottò - E tu Giorgio, a casa! Di corsa! Poi accese un’altra sigaretta e riprese a scendere, verso Noveglia, con la sua lettera accorata e decisa più che mai. Ma con un passo quasi disperato.

Furia ripensava invece al cazziatone del comandante. Non dovete abbandonare la posizione, non dovete dimenticare il chivalà, non dovete questo, non dovete quello, non dovete quell’altro. In culo anche al comandante! Lui era appena arrivato, ma era già stufo di ordini, e se ne voleva andare anche di lì. Era nervoso, stufo di non menare mai le mani, stufo che la guerra fosse anche disciplina, stufo di non sparare per giorni e giorni. Perché non bisognava farsi sentire, non bisogna questo e non bisogna quello. Fanculo! Fu allora che una luce lo colpì. Guardò meglio in quella direzione. Due uomini stavano salendo, distanziati. Poi quello davanti sparì alla sua vista. L’altro, l’unico che ora vedeva, era elegante, vestito di scuro. Un signore era, e con la camicia nera. “Che bello”, si disse, “ecco un fascista di meno!”. Si sistemò per la mira, seguì il suo bersaglio con attenzione finché non fu bene in vista, allo scoperto; poi sorrise compiaciuto: era fatta!

Stavano ancora discutendo, i due. Giorgio lo pregava. Inutilmente. L’amico alzava le spalle, voleva salire ancora. Lo precedeva. Prima di alcuni passi, poi sempre di più. Aveva anche tirato fuori il cannocchiale. Un po’ guardava su, un po’ seguiva la discesa di Tancredi, che lo aveva offeso. - Stronzo anche lui! – pensava Gardo – Stronzo! Anche se è cugino di Giorgio. Spero che a Noveglia lo becchino i fascisti. E continuava a salire. Saliva sempre più. Saliva e guardava col cannocchiale il filo dei monti. E si divertiva a riflettere la luce del sole contro gli alberi. Mandava i suoi lampi attraverso il fogliame.

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- Torniamo dai! – lo scongiurava Giorgio da lontano - hai sentito Tancredi, no? È pericoloso! - Ma fregatene, dai! Da qui col cannocchiale si vede tutto. Guarda, c’è anche una ca... Lo interruppe una scarica che aveva crepitato secca nella valle. Improvvisa. Seguita da un silenzio assoluto. - Cristo, cominciano! – gridò Gardo. E si buttò da un lato. Giorgio non gli rispose neanche. L’amico si girò, ma non lo vide. Sorrise. Se l’era fatta sotto, il fifone, era evidente. A quest’ora di sicuro stava correndo giù a perdifiato, senza preoccuparsi di lui. Bell’amico, che era! Embè! Chi se ne frega! Sarebbe sceso da solo. Però avrebbe tagliato per il vallone, questa volta. Più sicuro. E magari sarebbe tornato subito a Brugnola addirittura, lasciandolo perdere Giorgio, quel cacasotto. Fece altri due passi in su, ancor più dentro il fosco. Poi girò verso destra e si buttò nella discesa.

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Due ragazze.

Il barone Von Klar si chiedeva spesso come mai fosse finito lì, in quell’opima e verde pianura, così lontana dalla sua Baviera, così diversa. A questa guerra non lo aveva richiamato la Patria: non era un ufficiale di carriera e ormai l’età canonica per esser richiamato era passata da un po’. Eppure aveva lasciato i figli adorati e la bella moglie, valente pianista e figlia di una delle più illustri famiglie di Monaco, ed era venuto qui a combattere. Il perché non lo sapeva. Sapeva solo che dopo quattro anni di implacabile e fredda follia adesso era lì, a fissare impotente una pioggia finissima che da una settimana annoiava il bel giardino autunnale, e a riflettere sulla sciagurata conduzione di una guerra irreversibilmente perduta. Questo! Sì... questo, rimproverava a se stesso: di aver creduto nel Führer. Ecco! Forse era partito perché aveva creduto in lui. Era un uomo mite Von Klar, ma non con se stesso. E questo sciocco slancio ora non se lo poteva perdonare. A questo pensava, con la tazzina in mano, la siluette elegante, ancora giovanile, in piedi davanti alla finestra. Era mattino presto. E lui aveva appena terminato la prima colazione e la lettura di alcuni dispacci che erano arrivati la sera prima a palazzo Pallavicino. Ricordava bene il giorno in cui aveva requisito ai proprietari questo gioiello dell’architettura padana. Si era ripromesso come sempre di averne il massimo rispetto. Rispetto non dei padroni, delle cui idee politiche non sapeva nulla, ma di tutta l’arte e la bellezza che il palazzo conteneva. Aveva sempre avuto cura in quei mesi di non sprofondare sgarbatamente nelle poltrone, di non urtare con armi o altro i preziosi mobili, di non abbattere gli alberi più belli per accendere i caminetti rosa. Per questo aveva così disprezzo per il tenente Schwert. Sin dal primo momento che lo aveva incontrato lo aveva trovato bello e cattivo. E non aveva sbagliato giudizio. Non c’era arazzo, vaso,

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mobile che si fosse salvato dai suoi insulti. Talvolta si sorprendeva a immaginare un qualsiasi Schwert, un qualsiasi nemico invasore ottuso insediato nel suo castello bavarese. Lo stava facendo anche ora: lo immaginava mentre faceva scempio della sua biblioteca o imponeva, insolente, il fango dei suoi stivali ai velluti preziosi o squarciava con la baionetta i dipinti degli antenati. Lo immaginava intento a disegnare con l’acuminata punta di un temperino strategie di battaglia sul suo tavolo Luigi XIV. E stava ancora continuando ad immaginarlo in queste accurate devastazioni, quando i suoi lugubri pensieri furono malamente interrotti. Qualcuno aveva bussato alla porta con alcuni colpi secchi. Anche se deprecava quell’inutile ed eccessiva energia però non sobbalzò; si girò lentamente, e lentamente andò a posare sul vassoio la tazzina del terzo caffè di quel mattino. Poi si sedette. Solo dopo ordinò al subalterno di entrare... chiunque fosse. Purtroppo era Schwert, e ne provò fastidio. La pioggia non cessava da giorni e giorni, e il grande fiume si gonfiava sempre più. Il palazzo era stato scelto anche per quello: era vicino ad una testa di ponte. Nei pensieri di Von Klar quel lungo ponte altro non era che la lugubre via della non lontana ritirata ignominiosa. Sempre che i bombardamenti degli Alleati lo avessero risparmiato sino a quel giorno. Già lo vedeva percorso dalla lunga fila stanca dell’esercito in rotta o prigioniero, che camminava per inerzia, senza più capi, senza bandiera, senza più armi né disperate illusioni. Questi pensieri sembravano, al contrario, non entrare per nulla nelle giornate di Schwert, che entrò ancora una volta energico, ben riposato, e batté i tacchi con forza, come se fosse il primo giorno di guerra. Il barone lo invitò ad accomodarsi e gli indicò con gesto stanco l’altra poltrona di cuoio pregiato; ma dovette notare con fastidio che nel sedersi aveva, con il fodero della Luger, graffiato vistosamente il sontuoso bracciolo di destra. Schwert gli sorrise allegro: del graffio non se n’era nemmeno accorto. Prese invece subito a lagnarsi viziosamente del tempo; e poi da molti giorni non si andava in città in un buon ristorante e poi a divertirsi, magari con qualche donnina. Pensò alla moglie lontana, Von Klar, e non gli ricambiò il sorriso.

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La sera precedente era stata improduttiva per Vera. L’impiego sperato non era riuscita ad ottenerlo. Il commercio del vecchio Braibanti, che lei frequentava per sopravvivere, per sbarcare il lunario assieme a Bianca, non era più nemmeno sufficiente a mantenere i vecchi operai dopo i bombardamenti dell’estate. Era stato lui stesso a dirglielo con sincera mestizia proprio ieri sera. Lei però si era concessa ugualmente a lui, anche se non serviva più a niente. Provava rabbia anche per questo e si levò dal letto indispettita. Bianca le aveva già preparato la colazione, dando fondo agli ultimi acquisti. Nemmeno sapeva, Bianca, come Vera si procurasse le cose. Soprattutto non sapeva che frequentasse anche i tedeschi. E che quel buon caffè, che ancora stamattina lei beveva, veniva da loro, dai tedeschi, dal furiere amico di Vera, che lei, Bianca, mai avrebbe voluto conoscere. Bianca era una patriota. Esile e fragile non poteva concedersi un impegno più concreto di quello espresso con le sue idee focose, nelle sue dispute violente, animate da una passione che la lasciava ogni volta stremata. Aveva sempre rifiutato gli inviti a cena in cui Vera tentava di coinvolgerla. Almeno avrebbe fatto un pasto decente ogni tanto, le diceva. Vera non capiva quella cocciutaggine così priva di buon senso. Diventava anche furiosa ogni tanto, quando l’amica non si rendeva conto che lei si sacrificava per entrambe. Cosa credeva... che lo facesse volentieri tutto questo? Ma lei amava sinceramente la sua amica Bianca... con una sua forza fattiva e popolana, e si era assunta la silenziosa tutela di lei, il compito di proteggerla, almeno fino alla fine della guerra, se pure questa... una fine potesse ancora averla. No, questa guerra non sarebbe finita, mai e mai... solo le scorte alimentari finivano e su Braibanti non si poteva più contare. Restavano solo i tedeschi. Bianca doveva arrendersi all’evidenza che Vera andava a letto anche con loro. Così le confessò ogni cosa. - Non c’è più nulla da mangiare, Bianca, sii realista almeno una volta, dio santo! Non ti dico di andarci a letto anche tu, ma almeno... almeno, vieni almeno a mangiare. Renditi conto almeno che, se fosse per te, saresti già morta di fame. Renditi conto da dove viene la roba che hai avuto sino adesso. E non credere che io mi diverta ad andare a

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letto con chi capita. E non ti dico questo perché sono tedeschi... perché io di politica non me ne occupo e per me son tutti uguali. Bianca restò esangue. Ma l’amica non aveva ancora finito. - Stasera Ludwig non può uscire se non in compagnia del suo maresciallo e mi ha chiesto di portare un’amica. Perciò ti prego, guarda nella dispensa e dimmi cosa intendi fare.

I tavoli era quasi tutti occupati quando entrarono il colonnello Von Klar e il suo ufficiale. E, peggio, era occupato il tavolo principale da quattro posti, vicino all’orchestra, che ogni volta era stato il loro. Ma non ci fu bisogno di chiedere; in pochi minuti venne liberato, come sempre. Piacevano queste cose a Schwert, lo facevano sentire vincitore. Gli piaceva aver lasciato fuori l’autista nella notte ad aspettarli finché a loro piacesse. Von Klar ne era certo: erano queste piccole prepotenze ancora concessegli ad impedire a Schwert di vedere che la guerra era perduta. Nel microcosmo padano vinceva ancora lui: sui dissidenti, sui partigiani, sulla popolazione inerme. Conservava alto il tono della voce: il mondo era ancora ai suoi piedi. Raramente, ma talvolta sì, von Klar lo aveva richiamato ad uno stile più sobrio. Inutilmente. Acconsentiva perciò a fatica, e sempre più raramente, a uscire con lui. Ma ancora una volta aveva lo aveva fatto: la noia indubbiamente prendeva anche lui e così le gioie della biblioteca di villa Pallavicino avevano ceduto di nuovo il passo a un perdurante bisogno di vita sociale, sia pur falsata com’era dal servilismo mesto e timoroso che sempre accompagnava la sua comparsa, ovunque andasse. Ma questa volta dovette riconoscere che qualcosa era mutato. Sotto la scorza della solita obbedienza s’indovinava un’attesa: le notizie dal sud giungevano a tutti, e la società civile non poteva non pensare che fra pochi mesi la situazione si sarebbe capovolta. Il servizio e la deferenza nei loro confronti non erano più i soliti. Questo fece imbestialire Schwert. Si rivolse con furia al cameriere, un attempato e modesto ometto dalla testa pelata e lucida... La sua voce si udì in tutto il locale. Molti visi si volsero, numerose teste si alzarono. Nel tavolo vicino a loro una ragazza si fece dura in viso. Era bionda ed esangue, come una Walkiria triste e passionale. Era una delle

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ragazze che stavano coi due sottufficiali tedeschi. Gli stessi che erano scattati in piedi poco prima all’ingresso del comandante Von Klar. Schwert le aveva già notate: la bruna gli piaceva molto, una bellezza italica, un tantino sfrontata. L’altra era più gelida, sostenuta... la stessa che ora si era voltata con espressione dura alla sua voce. I loro sguardi s’incrociarono. - Forse alla signorina dispiace che io dia la sveglia a un suo connazionale? – le disse con malgarbo. Certo, le spiaceva. Non c’era alcun motivo d’inveire, il cameriere non aveva mancato nei suoi confronti. La sua era un’arroganza gratuita da truppa d’occupazione. Questo pensava Bianca e glielo disse in faccia. Von Klar notò che Schwert era diventato livido e intervenne prima che la situazione degenerasse.

Anche se Bianca aveva infine accettato d’uscire, non era stato senza condizioni. Aveva preteso da Vera, e con forza, che a tavola i due sottufficiali avrebbero evitato ogni accenno alla guerra. Ed era stata muta durante tutto il tragitto dalla loro camera al ristorante. Loro le avevano attese sulla porta, le avevano scortate al tavolo prenotato in buon anticipo, le avevano cortesemente aiutate a prender posto. Erano vicino all’orchestra. Bianca dovette ricredersi; i due erano davvero gentili. Notò in loro solo un tratto di disappunto: era stato quando erano entrati gli ufficiali. Le pareva addirittura d’aver sentito una mezza bestemmia uscire dalla bocca del furiere, mentre scattava in piedi e s’impietriva nel saluto. Il colonnello aveva risposto con un cenno del capo. Per fortuna, pensava il furiere, avevano quasi finito di cenare quando i due erano entrati. Perché da questo momento non si sentiva più tranquillo. Propose agli altri di terminare rapidamente e di finire la serata in un altro locale. Ma Bianca s’era infuriata con Schwert prima che fosse possibile evitare ogni interferenza. Il colonnello pregò dapprima l’ufficiale di calmarsi. Lo fece sottovoce, a denti stretti, ma infine non poté evitare di comportarsi secondo il suo rango: così si alzò, si appressò alle ragazze, si scusò e le invitò al suo tavolo. I sottufficiali naturalmente erano esclusi da questa cortesia: una regola non scritta lo esigeva. A loro disse solo: -

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Spero che abbiate comunque terminato di cenare. Fatevi ancora portare vino e bevete alla nostra vittoria. Offro io. Bianca stava per rifiutare con alterigia, ma Vera le strinse un braccio sino farle male. Il furiere e il maresciallo si erano alzati. Ringraziarono il colonnello, dissero che per loro era tempo di rientrare, e salutarono militarmente. La serata per loro era finita male.

Nemmeno al tavolo degli ufficiali le cose erano tranquille: l’ira di Schwert era ancor viva e gli bruciava il petto. L’originaria attrazione per Vera era svanita; ora tutte le sue irose attenzioni erano rivolte a Bianca. La foga sessuale restava, ma aveva cambiato natura: ora voleva una vittima, voleva una donna da percuotere mentre la possedeva. Il bisogno si era trasformato in un’urgenza. Dimenticò la situazione e ogni prudenza. Dimenticò che c’era il colonnello e che il sesso doveva essere rimandato. Si rivolse freddamente a Bianca. - Io spero che un viso così angelico, quasi nordico direi, non nasconda simpatie per la parte sbagliata del suo paese. Ma Bianca non era meno gelida di lui. - Vi considero degli oppressori, molto semplicemente. E lo siete. Non si riesce più a vivere con il vostro fiato sul collo. Ma per fortuna sembra che i giorni dell’Asse siano contati. Von Klar rimase impassibile. Sapeva però che il furore del tenente sarebbe esondato. - Mi dia le sue generalità – le disse. – E anche lei – disse a Vera. - Via... via, non esageri – lo corresse invano il colonnello. Sperava di placare gli animi, ma non ci riuscì. Bianca già s’era alzata e gli aveva buttato in faccia i suoi documenti. Vera tremava come una foglia. E tutto si svolse in un attimo. Lo schiaffo pesante di Schwert si abbatté sul viso di Bianca, che si accasciò piangendo sul tavolo. Solo a quel punto Vera si riscosse. Il tenente non le garbava neanche un po’, ma occorreva recuperare. Così tirò fuori le sue armi. - Sei proprio una sciocca – gridò seccata a Bianca. – E lei tenente la scusi, è ancora ferita per la morte del fratello in Russia. Anche lei

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colonnello la scusi. Perché non ce ne andiamo in un altro locale? Ormai qui questa sciocchina ha dato abbastanza spettacolo. Ma Von Klar scosse il capo: no, lui non sarebbe andato. - Mi scuso anch’io, ma debbo rifiutare. Andate voi due. Lei tenente dormirà in città, immagino. Io accompagno la signorina Bianca a casa e poi rientro al Comando. Vera stava appiccicata al tenente. Gli serrava il braccio e accarezzava la stoffa del bavero. I suoi occhi dolci lo invitavano: volevano andare soli da qualche parte?

Non andarono a ballare o in un altro ristorante. Lei conosceva un albergo dove avrebbero passato la notte, se lui voleva. L’aria era umida, ma non pioveva. Passarono fra le macerie di un quartiere bombardato da poco. Non c’era quasi nessuno per la strada. La strada stessa era un cumulo di detriti non ancora rimossi. Era stato ricavato solo un sentiero in mezzo ad essi, nel centro della via: a questo si riduceva una delle vie più grandi e prestigiose della città. Le venne più volte la voglia di piangere. Che stava facendo ora Bianca, così fragile? Quei maledetti la dovevano pagare. Poteva passar sopra alla politica, alle ingiurie private, alle offese che potevano fare a lei, ma la sua Bianca non la dovevano toccare. Si appoggiò ancor più al tenente, ma in cuor suo l’avrebbe fucilato se solo avesse potuto.

Non era la prima volta che il portiere di notte la vedeva. Né era la prima volta che un tedesco dormiva lì con una ragazza. Di solito quelle coppie uscivano al mattino presto, e separate. Almeno questo! chiedevano le ragazze. - Portaci in camera del vino – disse il tedesco. - E anche qualcosa da metter sotto i denti – aggiunse Vera qualcuno mi ha impedito di cenare questa sera. Bevvero un vino scadente e tagliarono pane e formaggio. C’erano anche alcune salsicce, ma erano piccole e dure e nere e non le guardarono nemmeno. Finirono il formaggio, poi bevvero ancora. Infine lei posò con calma il vassoio sul comodino, con le posate e le salsicce, il vino e i bicchieri. Poi cominciò a spogliarlo. Lui la lasciò fare. Col vino la rabbia gli era già passata.

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Poi si spogliò anche lei. Lo accarezzò sul petto, lo fece mettere bocconi e lo massaggiò sulla schiena. Fu allora che l’occhio le andò al coltello sul vassoio e, improvvisa, sentì una gran pena per la sua gente.

Il colonnello prima di dormire baciò la foto della moglie e dei suoi due bambini, Hilde e Gerard. Lo faceva tutte le sere. Non li aveva mai traditi, mai. Anche questa volta si era comportato da gentiluomo. Aveva consolato Bianca, avevano cenato, le aveva parlato della Baviera, le aveva detto che la sconfitta della Germania era certa e che presto tutto sarebbe finito. Forse prima di Natale. Poi l’aveva accompagnata a casa. Lei aveva indicato all’autista la via da seguire per uscire dalla città. Loro l’avevano seguita ed erano tornati lenti al grande fiume. Il colonnello voleva che guidasse adagio e senza scosse. Quando entrarono nel viale del palazzo i fari dell’auto illuminarono le magnolie lavate dalla pioggia. Il colonnello osservò che le loro foglie quella notte erano lucenti come non le aveva viste mai. Prima di addormentarsi ebbe ancora un pensiero disgustato per lo sciocco Schwert. Solo la guerra tollera simili individui, si disse, le parti peggiori dell’uomo in guerra trovano cittadinanza e normalità e vengon fuori a frotte. Ma se gli eventi lo avessero risparmiato, allora avrebbe dovuto affrontare la pace e sarebbe stata un’altra storia.

La cantina era umida e buia. Bianca rabbrividiva. Non per la sua sorte, che forse aveva più volte desiderato, ma per Vera: col suo carattere impulsivo e fragile l’aveva trascinata in una guerra che non era la sua, in un’avventura che l’aveva portata a morire. Chi l’avrebbe immaginato? Nessuno, eppure per la sua sciocca impulsività gli eventi erano precipitati quella notte. Solo un giorno prima erano affamate e libere: lei politicizzata e sulle nuvole, Vera il suo contrario, disimpegnata e pratica. Poi per amore Vera aveva ucciso. Solo per amore di lei? Bianca sperava di no,

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sperava che ad armare la sua mano fosse stato anche il desiderio di uccidere l’oppressore. Nel pieno della notte se l’era vista piombare in camera scarmigliata e paonazza: - Gli ho tagliato la gola a quel bastardo! Svegliati, scappiamo. Del portiere non mi fido, mi conosce, di sicuro a quest’ora avrà già trovato il tedesco morto. Dai, vestiti! In stazione domattina presto una corriera per la montagna dovrà pur passare. Intanto dormiremo nella sala d’aspetto. Forse abbiamo qualche ora di vantaggio. Questo tempo non lo avevano avuto. Due ore dopo erano state catturate. Vera aveva confessato il suo gesto, quasi con fierezza... era colpevole, ma solo lei, Bianca no, Bianca dovevano lasciarla andare, Bianca non c’entrava. Bianca era solo una sciocchina che non riusciva a tacere. Una stupida, ecco cos’era! Ma non era servito a nulla. Le avrebbero fucilate il mattino dopo, tutte e due. Parlarono tutta la notte di come la vita si era divertita a capovolgere ogni cosa.

Al mattino dopo la guarnigione si risvegliava pigramente, mentre loro percorrevano il lungo corridoio verso l’uscita. Alcune porte sul corridoio erano aperte. Dentro gli uffici c’erano anche delle camicie nere. Uno si lamentò che toccasse sempre a lui fare il caffè. Parlavano di turni, di comandanti fetenti, di stagione del cavolo. Davanti al muro si presero per mano. - Ciao Vera. - Ciao Bianca. Lo sguardo di Bianca cadde sulle mani di Vera. Quelle mani forti avevano ucciso un tedesco. Era piena d’ammirazione. Lei non sarebbe stata capace di tanto. I loro corpi caddero uno sull’altro. Vera aveva ancora indosso il vestito buono indossato per cenare al ristorante. - Una puttana di lusso - disse una camicia nera, e sputò in una pozzanghera. Stette lì ad osservare il suo sputo, i cerchi concentrici nell’acqua e, senza motivo, rise. - Se stasera non piove, a puttane ci vado anch’io – disse. E accese la prima sigaretta del mattino.

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Il tenente Weinrich

Quando il capitano Nikolaj Nikolaevič varcò la piccola porta del palco di famiglia il sipario si era già levato e il direttore d’orchestra già stringeva la mano al violino solista. Era dunque in ritardo, il giovane ufficiale, e la madre lo avrebbe rimproverato. Non c’erano scuse per questa caduta di stile: lui aveva cenato per tempo assieme alla madre e alla sorella, ma poi non era andato subito con loro; aveva detto che le avrebbe raggiunte poco dopo e invece s’era attardato in biblioteca con una wodka e alcuni spartiti, e s’era perso con accordi al pianoforte. Al suo ingresso nel palco la madre s’era voltata appena. Niente più di un cenno del capo. Non era quello il momento di distrarsi: era di scena infatti lì, davanti a loro, al Bolscioi di Mosca, il grande Jozef Choiwa, il migliore violino che la Polonia avesse conosciuto. Anche Nikolaj lo amava, la madre lo sapeva bene; ma si perdeva quel ragazzo, che divideva le sue passioni fra la musica e l’arte militare. Inoltre lei non apprezzava per nulla quel vezzo di arrivare a spettacolo iniziato, tipica dei giovani ufficiali snob. Per non aggiungere, ma questo era un altro discorso, che lo vedeva così poco adatto alla guerra, il suo figliolo! Ma per fortuna la guerra non c’era e Nikolaj era di stanza proprio a Mosca in quel marzo del ‘38, sì che spesso aveva occasione di rientrare a casa per la cena. E mai capitava che dopo aver pranzato non suonasse per loro qualche aria di Chopin. A teatro poi, lui non mancava mai d’andare, soprattutto se, come quella sera, v’eran artisti di così alta fama. In quel concerto Choiwa superò se stesso. Le sue sonate erano però pervase, ancor più del consueto, da una grande e struggente

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malinconia. Qualcuno nel foyer disse che da molti mesi in Polonia v’era un’atmosfera plumbea di tristezza, come se la patria fosse sul serio minacciata. Dio non volesse, ma si temeva con non celata angoscia un’invasione tedesca, per l’autunno o la prossima primavera. E quella sera era il 16 marzo. Alla fine Nikolaj applaudì con insolito vigore: l’esecuzione era stata perfetta e l’anima di quell’artista amato gli era parsa superiore ad ogni cosa. Affascinava e inquietava quel volto indifferente che non sorrideva mai, come se non fosse di questo mondo. Come se il suo cuore ebreo fosse di pietra. E anche il suo corpo pareva di pietra, se l’archetto non percorreva le corde. Ma quando le prime note celestiali si diffondevano nel teatro, il suo corpo mutava e prendeva a fondersi con l’improvvisa protesi, assumendo configurazioni irriconoscibili. Il tronco, che prima era rigido, si scioglieva, e la postura si faceva morbida sotto la carezza di un’armonia che la dissolveva e la scomponeva, per ricomporla, infine, in un’immagine prima impensabile. Quella sera a Mosca Chojwa aveva inscenato ancora una volta la sua mitica metamorfosi e a Nikolaj era apparso trasfigurato. Era la prima volta che poteva guardarlo così da vicino e non volle perdere di vista nemmeno per attimo la maschera celestiale del violinista. Sì che quel viso, che gli pareva stare al di là dell’umano, andò imprimendosi nella sua mente a fuoco, mano a mano che i minuti passavano. In special modo era attratto da una curiosa cicatrice profonda, una scottatura, che aveva la forma di una V rovesciata o se vogliamo di una Λ greca e tagliava entrambe le sopracciglia nel loro mezzo e s’impennava poi a formare a metà della fronte una decisa guglia di campanile. I biografi avevano rivelato che se l’era procurata da piccolo, cadendo nel focolare su un treppiede ardente che aveva quella forma, appunto, acuminata. Tale profondo segno tuttavia non impediva che il viso di Chojwa esprimesse un’imperturbabilità celestiale e Nikolaj era certo che il primo violino conservasse la sua sublime indifferenza anche verso quella ferita, che nel corso dell’esecuzione addirittura era scomparsa agli occhi suoi, velata dall’estasi che sortiva da quella perfezione.

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Fronte del Don, 16 marzo 1942

Cara Madre, la vita qui prosegue, immobile e tediosa. Naturalmente questo ha i suoi vantaggi: non corro, infatti, nessun pericolo. Si va e viene abbastanza liberamente ora sul Don. Oggi pomeriggio ho fatto un’incursione col mio fido Ivan verso gli avamposti, ma sarebbe meglio dire le retrovie, della sesta armata tedesca. Credimi, è una terra di nessuno in questo periodo di tregua. Nonostante sia la metà di marzo oggi faceva un freddo insolito e abbiamo avuto problemi con la camionetta. Ivan non mi ha risparmiato un lungo ragionamento sui motori freddi che non ho capito. Poi mi ha chiesto se con questa tregua non ci potessero mandare un po’ in licenza. Magari, cara madre, potessi tornare qualche giorno a Mosca e riabbracciare te e la mia piccola Tonia! Ti confesso che mi mancate molto tutte due, e anche il pianoforte. Ma non è il momento di malinconie! Per questo sono stato duro con Ivan: niente licenze! Quello che conta ora è salvare la madre Russia. Anche se la guerra sembra perduta, anzi proprio per quello, dobbiamo moltiplicare gli sforzi. Tutto si deciderà qui sul Volga, lo so, quando, finito l’inverno, la grande Germania si risveglierà. Per ora ci stiamo solo organizzando. E devo riconoscere che questa tregua è davvero preziosa per noi. A me è affidato il compito di osservare le attività del nemico. Il compito non è difficile visto che ci si può muovere liberamente. In particolare qui, fra il Don e il Volga ci sono dei corridoi che sembrano terra di nessuno... e appunto ti dicevo di oggi e della mia ricognizione con Ivan. Abbiamo percorso una strada drittissima, brulla e grigia, piatta, ghiacciata... sporca. La camionetta avanzava senza scosse e io mi sono quasi addormentato. Solo a un certo punto si è fermata con lungo stridio di freni. - Un incrocio. Che strada prendo? Siamo usciti a pulire le tavolette sporche di fango e una segnava: Veronoska, 12 miglia. - Per di qui – gli ho ordinato senza esitare.

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A Veronovka, madre, c’è un contingente della sesta armata tedesca. Si stanno certo preparando per il grande attacco di primavera e non si curano di noi. Ci considerano stremati e non si sbagliano. Comunque. Abbiamo proceduto indisturbati fino al villaggio. Abbandonata poi la camionetta dietro un rilievo a non più di cento verste dalle prime case e favoriti dalla nebbia, abbiamo proceduto a piedi. Credo che avremmo potuto entrare nelle vie e nessuno avrebbe badato a noi. Non c’erano che pochi meccanici in giro occupati a riparare mezzi. Militari pochissimi, ma quei pochi ti assicuro che erano eleganti e bene equipaggiati: nessun segno di stanchezza o crisi. E però basta! Non ti voglio amareggiare. Perché davvero, se Dio è giusto, tutto deve tornare come prima. Tutto: la nostra Russia, la nostra casa, i nostri concerti. Non ti nascondo madre che oggi, correndo il 16 marzo, non ho potuto fare a meno di pensare che esattamente quattro anni fa eravamo insieme al Bolscioi ad ascoltare il grande Chojwa. Ricordi anche tu? Sono certo di sì. Come dimenticare certi fatti memorabili che nemmeno un conflitto immane come questo riesce ad oscurare? Ti abbraccio con tutto l’affetto del mondo, tuo Nikolaj

Il detenuto vide il sergente Bauer percorrere ancora una volta il suo pezzo di reticolato. Il sentiero, che altro non era se non le peste dei guardiani sulla neve, era ghiacciato e sporco. Era un bel ragazzo, Bauer, e camminava circospetto, attento a non sporcarsi gli stivali. Si annoiava, era evidente: sempre indietro e avanti, avanti e indietro a guardar per terra, o a guardar lontano, per non vedere quegli ignobili ebrei, dentro il recinto. Era un soldato tedesco diverso dagli altri e Spielberg, uno degli “ignobili ebrei”, n’era incuriosito. Quel guardiano gli appariva ogni volta diverso, e lasciava trasparire una personalità complessa, un atteggiamento talvolta superficiale, talaltra pensoso. Appariva ai suoi occhi come un giovane bellimbusto, forse di buoni studi, come potevano far pensare alcune espressioni del viso, eppure vanesio, attento a camminare nei punti buoni del sentiero e ad evitare pozzanghere, come se quella fosse per lui l’incombenza più impegnativa della guerra. Non pareva certo un eroe, sembrava

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piuttosto un imboscato di buona famiglia hitleriana. Il prigioniero aveva l’impressione che il soldato tedesco fosse anche ambizioso, ma che oltre a quel suo ruolo di guardiano non avesse saputo andare. Essere aguzzino oltretutto era un compito che non gli si confaceva. In fondo era mite, sebbene con lui, e solo con lui, avesse avuto uno scontro personale. Un giorno, infatti, era entrato nel recinto e gli aveva fracassato il violino. Era da allora che Spielberg aveva cominciato a pensare di scrivere una storia che lo avesse protagonista, ma anche l’umiliasse, lo mostrasse sciocco, spaventato, codardo.

Quella volta a Bauer erano saltati i nervi. Erano troppi giorni che quel rompiscatole di Spielberg non la smetteva con quella sua lagna di violino, e allora si era giurato che, se avesse continuato, al prossimo giro sarebbe entrato nel recinto e glielo avrebbe fracassato in testa. Da metà novembre, quando era arrivato, non aveva fatto che suonare. E questo, a Bauer, gli faceva venire un’irritazione tale che gli avrebbe sparato in fronte; ma da novembre, quando i forni erano stati demoliti e le esecuzioni sospese, c’era meno durezza coi prigionieri. Ordini precisi. Józef Spielberg, un ebreo polacco di Cracovia, aveva avuto la fortuna – si fa per dire - di essere arrestato e condotto a Buna solo dopo che i forni erano stati distrutti. Aveva evitato il peggio e, vista ormai la confusione generale, aveva potuto anche conservare alcune cose personali. Ma da quel giorno, a causa di Bauer, non aveva più la sua musica: archetto e violino erano perduti. Quest’ultimo glielo aveva calpestato e mandato in frantumi. L’archetto, spezzato. Gli aveva lasciato solo gli spartiti: leggesse la musica in silenzio. Ma Józef non lesse la sua musica; si mise ad appuntare sugli spazi bianchi cose che Bauer mai avrebbe immaginato. In realtà scriveva di lui. Scriveva fitto, fitto, qualcosa, una specie di racconto. L’aveva buttata giù lentamente, quella storia, in condizioni ambientali impossibili; dalla sua panchina di prigioniero vedeva il mondo attraverso un reticolato. E poi non era uno scrittore lui; qui nel lager ora scriveva solo per sopravvivere, perché le ore passassero. Prima, seduto davanti alla baracca numero 15, suonava. Suonava il più possibile. Per il resto guardava. Dapprima il suo sguardo si era

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limitato a percorrere l’interno del recinto. Poi aveva messo a fuoco i fili metallici imperlati di gelo e di brina. Solo dopo alcune settimane la sua stentata speranza aveva attraversato le maglie per vedere cosa c’era di là: la campagna stecchita, i suoi guardiani. I guardiani di Auschwitz. Uno in particolare: lui, Bauer. Ora era dicembre e le cose si stavano mettendo al peggio per la Germania; anche nel campo fra i prigionieri si era sparsa la voce che i russi erano arrivati sulle sponde della Vistola. C’era stata subito una smobilitazione profonda nel lager tedesco e questo aveva fatto capire anche ai prigionieri che stava succedendo qualcosa di grosso. Pochi guardiani erano restati nel campo e la vita dei prigionieri aveva subìto drastiche costrizioni. Cambiate le abitudini, privati delle ore all’aperto, del cibo, di ogni cosa. Ogni oggetto distrutto, ogni testimonianza bruciata. Ma il personale tedesco era ormai allo stremo e anche la crudeltà cominciava a scarseggiare. Józef Spielberg poté nascondere il suo racconto. Fu così risparmiata dalla distruzione la storia del tenente Weinrich.

Era uno di quei giorni d’estate, questo del ’42, in cui i sottufficiali tedeschi del reparto fureria distaccato a Veronovka, se ne stavano fiacchi, accaldati e pensavano più o meno: “Che noia la guerra!”. Lo pensava il cuoco nella pausa meridiana mentre i soldati alla mensa sfaccendavano attorno ai lavandini, lo pensava il maggiore medico Ratsin che più di qualche enterite da mesi non curava; infine lo pensava anche Weinrich. Bivaccavano tutti nell’ampia stanza ristoro ed era una bella giornata. Il cielo era limpido e dei russi neppure il sentore; forse erano tornati a casa... forse il fronte addirittura non c’era già più. Questo pensavano lì a Veronovka: che i russi erano stremati. Quanto al maresciallo Weinrich si può dire che addirittura n’era certo; lui non lo pensava, questo, lo sapeva di preciso. Non lo aveva forse sentito ripetere infinite volte quando era di stanza al Comando generale d’Armata? Infatti, non era sempre stato qui in fureria, lui; giusto qualche settimana prima si trovava ancora presso il Comando. E se aveva chiesto un trasferimento temporaneo in questo squallido posto, non

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era perché non vi stesse comodo al Comando, ma perché questo ancora non gli bastava: ancora ricopriva, e da troppo tempo, una mansione banale, svalutata, che gli stava sempre più stretta. E così aveva deciso: voleva ad ogni costo diventare ufficiale.

Le cose per Weinrich, fino a quel giorno, erano andate all’incirca in questo modo: all’inizio della guerra era stato ben felice di diventare attendente del generale... perché, se non altro, non avrebbe dovuto combattere. Mangiava bene, vestiva ancor meglio e aveva stanza nel protetto cuore del Comando, che era sempre l’ultimo ad essere attaccato. E quasi tutto aveva funzionato finora secondo i suoi piani: fino all’estate del ‘42 era riuscito a non combattere, a restare imboscato. Il Comando, infatti, aveva sempre seguito l’esercito vittorioso, ma solo a distanza di sicurezza. E Weinrich con lui, in retroguardia, sempre con i piedi su un solido terreno. Ebbene, questo non gli bastava più. Pauroso, ambizioso, elegante, adesso mirava a salir di grado, ma sempre lì, di stanza al Comando, beninteso! Diamine! Era o non era un Weinrich? Suo padre non fabbricava forse i cannoni per la grande Germania? Non conosceva forse il Führer, e molto bene? E allora si rispondeva che... sì, suo padre conosceva bene il Führer, dunque quel poco che aveva non bastava, non era abbastanza dignitoso per lui. Non gli bastava di aver già usato il suo buon nome per arrivare lì al Comando; non era disposto a riconoscere che, oltre al suo nome, altro non aveva. Quel che vedeva era che, in tutto questo tempo, la sola promozione ottenuta era stata dal grado di sergente a quello di maresciallo, e niente più. Per avere un salto di qualità ormai gli era chiaro che ci voleva un’azione brillante per mettersi in luce e diventare sottotenente. Brillante... ma non rischiosa, naturalmente. E dopo, con la sua promozione, i soldati avrebbero dovuto chiamarlo signor tenente, specie vedendolo così curato ed elegante. Ora su un semplice maresciallo tutta quell’eleganza – dobbiamo dirlo? – era più ridicola che altro. Questo lo riconosceva anche lui. Era un bel ragazzo, con due occhi fatui, ed arroganti insieme. Portava immancabilmente stivali di cuoio, di cuoio grasso, senza scalfitture, sempre ben lustri, e calzoni da cavallerizzo con toppe di

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pelle scamosciata. Parlava anche con quel tono che secondo lui doveva avere un ufficiale. Insomma, era con questa boria che si aggirava fra i commilitoni, come un essere lievemente superiore, con tutto quel superfluo ostentato e fuori luogo lì... perché pareva che la guerra non lo toccasse, che risparmiasse solo lui. Nel corso della veloce avanzata dell’esercito tedesco in territorio russo il Comando si era spostato di frequente, ma dal novembre del ‘41 si era fermato e aveva preso sede stabile in un palazzo signorile che il generale aveva requisito sin dall’occupazione della zona. La sua era però una funzione umile, da segretario e scritturale, un addetto ai dispacci insomma, mansione che lui considerava non dignitosa per uno col suo nome. Qualcuno poi si spingeva addirittura troppo oltre, lo prendeva addirittura in giro quando si dava arie superiori al suo ruolo. Qualcuno era così impudente che osava prendere in giro un amico del Führer! Insomma aveva un grado troppo basso, e doveva fare qualcosa. Per diventare ufficiale avrebbe avuto bisogno però di un evento che lo mettesse in luce, un evento, un’opportunità che fino ad allora non gli era ancora capitata. Ma un giorno la sua occasione doveva pur arrivare! E allora avrebbe chiesto al generale il permesso di sgranchirsi un po’ le braccia. Gli sembrava persino di vedere che, dopo la sua impresa eroica, una serie di promozioni facili lo avrebbero accompagnato sino alla fine, per altro vicina, della guerra vittoriosa. Vedeva il resto della sua vita come diviso in scene: promozione, nuovo incarico, soddisfazioni, nuova promozione; una serie di atti di passaggio ininterrotti, di stanza in stanza, con stucchi sempre più dorati. Questo soltanto sarebbe stato in tono col blasone della famiglia. Allora la vita sarebbe diventata di nuovo bella e giusta e una serie di promozioni ne sarebbe stato il logico coronamento. E però quell’occasione, fin che restava lì presso il Comando, non sarebbe mai arrivata. Le avventure più pericolose che potevano occorrergli lì erano le passeggiate al Presidio per portare o ritirare dispacci. Ogni tanto purtroppo gli toccava di farlo, anche d’inverno, e magari gli capitava pure di sporcarsi gli stivali: una cosa scocciante! Un giorno gliene capitò una anche peggio: era venuto a prendere i dispacci della giornata e aveva una gran fretta di andarsene da quel posto disadorno. Ritornava perciò verso la sua sede col solito passo elegante che aveva assunto sin da quando aveva la protezione del

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generale. Gli stivali erano lucenti, il berretto ben calzato e in tono col vestito. Pareva proprio che lui non fosse in guerra e nemmeno sapesse o prendesse in considerazione quel che accadeva a tanti suoi camerati. La preoccupazione più grossa che aveva era di non sporcarsi. Badava con cura a dove posava i piedi. Sebbene il terreno a febbraio fosse tutto ghiacciato temeva sempre di sporcarsi o di inciampare. Ma quel giorno gli successe. Inciampò, e uno spuntone di qualcosa gli graffiò lo stivale, e per poco non cadde. Bestemmiò inviperito. Ma come? Dentro il recinto del Comando accadevano queste cose? Si disse che avrebbe fatto subito rapporto a... ma a dir la verità non gli sovvenne nemmeno a chi dir questa cosa. Tornò indietro, voleva vedere di cosa si trattasse... giusto per riferirne semmai, e vide... che dal ghiaccio emergeva un osso appuntito e, poco distante da questo, un lembo di divisa. Era un russo. Morto. Sepolto nel ghiaccio terroso e crespo. Una cosa disgustosa! Di russi morti, da vicino non ne aveva mai visti. Passò il resto della giornata di malumore: doveva riconoscere che il servizio d’ordine della sesta Armata qui non aveva funzionato. Era inaudito! Era la prima volta, almeno che lui sapesse. E l’aveva scoperto lui! Aveva scoperto, e quasi era fiero, che alla macchina bellica tedesca, perfetta in tutti i settori, lui era riuscito a trovare delle mancanze. Ma non fu, quello, l’unico segnale di malfunzionamento della giornata. Lui, che non usciva quasi mai da palazzo, quel giorno ebbe difficoltà a rientrare, a ritrovare la strada, che scoperse ingombra di ostacoli: bunker, casupole, tende e veicoli in sosta. Si rese conto che nelle strade non c’erano cartelli segnalatori. Bestemmiò più d’una volta. Il palazzo pure lo vedeva, da lontano, ma quel labirinto disordinato non gli permetteva di raggiungerlo.

A Veronovka infine c’era arrivato per caso. Da quell’avamposto avevano chiesto al Comando uno scritturale da inserire in una divisione in riposo provvisorio. Era, quella, una divisione che aveva combattuto duramente; se pur si stava adesso riposando e curando le ferite, aveva attraversato giornate durissime e

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i soldati ne serbavano le tracce nei visi e negli animi. Era un corpo duro e concreto, quello. Weinrich non vi si trovava certo a suo agio; dislocato lontano dal Comando, si trovava per di più a vivere in alloggi modesti. Era diverso da ogni altro commilitone presente lì: lui mai aveva sparato un colpo o rischiato di prendersene uno in corpo. - Guardate chi ci hanno mandato. Levati quella pecora di dosso. Era stato quello il commento più benevolo. Si levò la pelliccia. Accettò la divisa di tutti. Addirittura gli diedero una tuta non stirata. Ma quando vide la camerata restò addirittura sbigottito: nude brande anche se pulite... e doveva dormire lì! Poiché voleva la promozione, dovette rassegnarsi lentamente al quel degrado e quasi finì per credere che ci poteva essere di peggio. Sì, perché le notizie che progressivamente arrivavano dal fronte erano sempre meno tranquille. E almeno, anche lì, come al Comando, pericoli non ce n’erano. Si arrese; si lasciò crescere la barba e cominciò a vivere come gli altri. Ma purtroppo questi sacrifici non erano ancora serviti a nulla. L’occasione sperata per diventare ufficiale sembrava non capitare mai, nemmeno qui a Veronovka. E girava deluso per il campo. Il capitano Feldmann lo notò e lo tenne d’occhio. Aveva chiesto informazioni su di lui. E aveva avuto così occasione di appurare che quel codardo aveva un certo grado d’istruzione e una notevole ricchezza di famiglia. Pensò allora al suo futuro, agli anni del dopoguerra ormai imminente e decise tenerlo accanto a sé. Bevvero e fumarono insieme, oziarono fin che le cose rimasero tranquille. Ma non lo rimasero per molto. Non che i russi, che sembravano essersi d’improvviso risvegliati, avessero preso a bombardare proprio lì a Veronovka, ma gli obici dei mortai e delle bombe cadevano abbastanza vicino e allora il suolo tremava tutto e dal soffitto cadeva ogni volta qualche calcinaccio. Cominciò ad avere paura. La guerra cominciava a riguardarlo. Mai gli era stata così vicina. Ebbe cura di non farsene accorgere, naturalmente, però di colpo desiderò ritornare al Comando. Tanto più che, dopo il riposo, la Divisione, una volta curati i suoi acciacchi, sarebbe ritornata operativa, e magari al fronte, ormai vicino, sotto i colpi diretti dei

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mortai e dell’artiglieria. Inoltre da alcuni giorni si sentiva dire di una progettata incursione verso ovest incontro ai russi, e questo era uno degli avamposti più occidentali della zona. Questa divisione sarebbe stata una delle prime a partecipare all’operazione e lui non aveva nessuna voglia di fare l’eroe. Doveva trovare la maniera per concludere la sua permanenza in fureria, del resto lo sapevano tutti che lui era lì in momentanea supplenza. Solo c’era il cruccio che lui era ancora un semplice maresciallo e tutto questo - tute, brande, freddo e disagi di ogni genere - non era servito a nulla. Se fosse tornato ora, l’avrebbe fatto con la coda tra gambe.

Decise di restare ancora un po’; in fondo da qualche giorno di notizie allarmanti non se ne erano sentite più. Una notte però mentre giocavano a carte nella stanza del capitano una sentinella mise dentro la testa: - Fuori sta succedendo qualcosa, signor capitano! Indossato il mantello, Feldmann uscì. Weinrich lo seguì come un’ombra. La notte era scura; la bocca di un lupo lo sarebbe stata di meno. Non si vedeva nulla, assolutamente nulla. - Storie - disse Feldmann, e si volse per rientrare. Fu allora che Weinrich vide qualcosa all’orizzonte: - Là, signor capitano! Questi guardò verso il punto indicato e vide un barbaglio rossastro; inoltre assieme ad esso cominciò a udirsi un ronzio, un rumore via, via più profondo, più forte. Un aereo stava atterrando... era russo? Era tedesco? Si avvicinò sempre più, forse toccò terra... sì, chiaramente aveva toccato terra, e infine si era fermato, a poche centinaia di metri da loro e aveva spento le luci. Dopo di che tutto fu silenzio e la notte si fece più buia di prima. Weinrich e il capitano rientrarono. Se l’aereo fosse stato russo la cosa sarebbe stata di uno sprezzo inaudito. Feldmann decise che occorreva andare a vedere... e Weinrich intravide in questo l’occasione attesa. - Vado io, signor capitano. - Tuuu? - Sì, io... potrebbe essere un aereo nemico e quest’impudenza, da parte loro, quest’assenza di precauzione... di paura, potrebbe esser un

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elemento preoccupante; vorrebbe semplicemente dire che non hanno più paura di noi, che ci considerano accerchiati e senza rifornimenti, che ci tengono in conto di nulla. Ma sarebbe anche un modo per sorprenderli. Chiaramente loro non sanno che il Führer sta inviando a Stalingrado nuove potenti e fresche Armate. - Nuove Armate, eh? Beh! Vedremo domattina. - Domattina? Non è meglio andare di notte? - Domattina decideremo. Di notti ce ne saranno altre.

Porca miseria! Si trattava proprio di un aereo russo. Alla luce dell’alba lo si vedeva benissimo. Sembrava morto, disabitato; intorno a lui nessun movimento. Il capitano passò dall’incredulità al furore; decise di farlo saltare, subito. Occorrevano dei volontari... Weinrich si era già proposto, ma non sapeva nulla di esplosivi. Gli doveva associare un buon artificiere: avrebbe fatto tutto l’altro. Fu deciso che si sarebbe agito la notte seguente. Weinrich non era preoccupato; era sicuro che l’aereo fosse deserto, che il pilota si fosse dato alla fuga. Ma la prudenza consigliava comunque di avvicinarsi strisciando e a terra c’era neve sporca. Così vicino alla terra, lui non c’era stato mai. Il mitra lo impacciava, il viso era pieno di neve e graffiato dagli spuntoni di ghiaccio che emergevano improvvisi. L’impresa si rivelava più sgradita del previsto, l’avanzamento era lentissimo e lui non vedeva nulla. Nell’oscurità totale chiamò sottovoce il compagno. Nessuno gli rispose. Fu preso dal panico. Tornare? Sì, sarebbe tornato, e subito: a questo punto, dell’impresa che lo distinguesse non gli importava più nulla. E nulla gli importava più del grado di ufficiale. Si volse e fece per tornare. Ma qualcosa lo fermò, perché l’inferno decise di scatenarsi proprio allora. C’era stato un razzo nel cielo e una mitraglia russa aveva cominciato a sparare. Si disse che lo avevano scoperto e morì di paura. Specialmente ora che anche dalle postazioni tedesche partivano in risposta colpi di mortaio verso l’aereo. In pochi attimi sopra di lui, che stava appiattito

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contro il terreno come una foglia affossata nella terra dal passaggio di mille scarponi, il cielo diventò di fuoco. Il sangue gli pulsava furioso nella testa. La cosa durò pochi minuti: un tempo interminabile! Poi tutto tornò silenzio. Attese mezz’ora immobile, infine con precauzione cominciò ad arretrare, sempre strisciando. Indietreggiò finché incontrò un ostacolo: l’artificiere giaceva morto sulla neve e lui l’aveva toccato!

E venne l’alba del primo novembre. Weinrich era già sveglio da ore. Quella notte di fuoco nei pressi dell’aereo, il contatto con l’artificiere morto, gli avevano tolto il sonno: da quella notte viveva in uno stato di allarme continuo. Ogni rumore lo faceva sobbalzare, anche se erano seguiti giorni tranquilli. Inutile era dirgli che il fatto dell’aereo era rimasto un evento isolato. Non ci sarebbero stati altri attacchi, gli aveva promesso Feldmann. Inoltre era giunta la notizia, addirittura insperata, che la sesta Armata doveva trasferirsi in Italia: anche questa buona notizia, anzi ottima notizia, che aveva messo euforia a tutti, non era bastata a farlo dormire. Così quella mattina, quando il telefono squillò, tutti dormivano meno lui. Rispose al secondo squillo. - Qui, fureria! - Il capitano Feldmann, subito! - Sta dormendo, chiama più tardi. È ancora notte. - Sveglialo imbecille, è già mattina... e poi se lo vuoi sapere i russi hanno iniziato l’attacco. Sì, qui a Miluchin, a meno di mezz’ora dal vostro culo!

La camionetta guidata dal caporale correva sobbalzando. Miluchin distava appena trenta chilometri dalla fureria e i russi stavano avanzando. Feldmann e Weinrich stavano andando là. E però era strano: erano quasi arrivati e tutto era silenzio. Evidentemente l’allarme era venuto da un marconista ubriaco.

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La nebbia grigia si dissolveva lentamente. Tutto era pace. Solo a tratti pareva che qualcosa stonasse, un ronzio, che poi presto cessava. Weinrich si stava chiedendo cosa fosse. Ma l’aria fu squarciata prima che riuscisse a rispondersi. Prima ci fu uno schianto immane, isolato, poi, a seguire, la violenza inaudita dei boati divenne continua. Il suolo cominciò ad eruttare montagne di terra, il cielo a coprirsi di fumo acre e irrespirabile. Il grande attacco era forse cominciato? - Proprio ora che stavamo per andare in Italia – urlò mentre la carretta tornava furiosamente alla base. Si teneva attaccato per non essere sbalzato via. Ma una volta l’occhio si posò distintamente sul terreno e rabbrividì: sul terreno ghiacciato parevano esserci orme di cingoli freschi. Forse i carri avevano sfondato ancor prima a nord, sulle ali, e li stavano precedendo alla base. Ma era difficile esserne certi perché dopo quell’attacco tutto tornò silenzio.

Miluchin si trovava al centro del fronte occidentale. Non sapevano nulla del Nord, i collegamenti erano interrotti. I tedeschi avevano curato le ali dello schieramento, oppure no? La risposta arrivò la notte seguente, nel modo più antico del mondo. Un’ombra scura era comparsa davanti alla sentinella. Al chivalà essa non rispose. Barcollò e cadde addosso al piantone. Questi vide che il sopraggiunto era tedesco ed era ferito. - Il capitano Feldmann – aveva farfugliato prima di svenire. – Là... i russi... arrivano.

- Ci siamo! - si disse Weinrich. Anche Feldmann ascoltava: c’era tutto un vibrare e tremare leggero, appena percettibile, di quelli che fanno tremolare la fiamma delle candele nelle tende. Un brontolio e un mormorio continui come di marosi cupi, sordi, lontani o un temporale in arrivo. E insieme a loro sulla linea d’orizzonte andava crescendo una gialla muraglia di fuoco, ondeggiando e divampando.

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- Arrivano – disse a bassa voce, - arrivano. Ma non aveva ancora finito di dirlo che... vvvrrruuuummm, e tutto sembrò volare in aria. Weinrich fu scaraventato in alto, la terra sussultò in conati spaventosi. Fiamme, rumore e odore si fusero in un acre inferno. Se anche Weinrich fosse stato sordo, i rumori gli sarebbero entrati dal costato, dalla schiena, dal ventre. La fine era cominciata. Ed era orribile!

Nelle ultime settimane prima dell’arrivo dei russi anche Bauer ogni tanto guardava Józef con occhi nuovi; ricordava quando stupidamente gli aveva frantumato il violino, per via di quella lagna triste e continua, ma da come lui aveva preso la cosa, con quiete, indifferenza quasi e... poiché adesso che lo vedeva sempre scrivere e solo scrivere, insomma... era incuriosito. Sì perché anche lui scriveva un tempo. Quando fosse terminato tutto forse avrebbe scritto anche di questo campo e magari di Spielberg. Di Spielberg, sempre nello stesso posto, sempre sulla stessa panca di legno. - Dovresti vederlo – aveva raccontato Bauer al camerata Gerlach. – Dovresti vederlo: tutto rannicchiato con le ossa che spuntano dalla coperta. Sta sempre sulla panchina fuori dallo stalag al freddo e guarda... guarda e scrive. A volte ho l’impressione che guardi me. Prima non scriveva, suonava sempre. Una volta m’ha fatto venire una rabbia tale con la sua tiritera che gli ho fracassato il violino sotto i piedi. - È una delle persone più magre che ci siano qui dentro – aveva aggiunto. – Ma non sembra patito, denutrito. Lui è così e basta... magro. Questo mi fa infuriare ancora di più. Il camerata lo ascoltava annoiato. - E poi, ascolta, un giorno gli ho parlato: come ti chiami, gli ho detto, wie heiss du... il tuo nome! 2732, mi ha detto. No, il tuo nome, avevi un nome prima. Mi dà un nome tedesco, Spielberg, mi dice. - Spiel, eh - gli dico io – ti divertivi a dare spettacolo con quel tuo violino, vero? Ma qui niente spiel, niente spettacolo, spettacolo kaputt. Da un lato avrebbe potuto ignorarlo, percuoterlo, perfino ucciderlo. Ma suo malgrado sembrava invece cercarlo e subirne il

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fascino. Continuava a interessarsi a lui, e se poteva gli si avvicinava, gli parlava, e le sue parole pareva che lo facessero sentire meglio. Il camerata Gerlach non capiva. Bauer si spiegò meglio. - Mi incuriosisce, ho come bisogno di andar là a parlare. L’altro giorno per esempio, vado là con una scusa e gli faccio: “Hai bisogno di altra carta, eh Spiel!” E lui mi guarda, ti assicuro Franz, come se lo avessi disturbato. Ma in modo sereno, è il suo modo di guardare, lo sai no?, da ebreo fottuto. - Il violino - mi dice – ridammi il mio violino. Anche se non c’è più... tu sei tedesco, puoi tutto. E mi schernisce così, senza i segni della paura. Avevo fin voglia di chiedergli se sapeva che i russi ormai sono vicini, e che presto sarà libero o anche solo cosa stava scrivendo così intento. Un bisogno di rassicurarlo, ma lui sembra rassicurare me, lo sciagurato. Eppure loro stanno per tornare a casa, liberi e noi chissà. Mi ha raccontato che la sua famiglia è benestante e tutti in casa sua suonano strumenti a un buon livello, e qualcuno fa concerti. In realtà Jozef non aveva mai raccontato nulla di tutto questo a Bauer. Il tedesco inventava tutto. E cominciò a scrivere anche lui. Di Spielberg. - Sai, mi ha detto che dopo i primi tempi, dopo l’episodio appunto del violino, io sono diventato buono con lui e che dopo la guerra ci vedremo. La sua casa è a Varsavia e loro sono lontani parenti di... Si stava inventando tutto, Bauer, e dalle sue labbra prima, ma sulla carta poi, uscì un racconto di pura fantasia sul prigioniero. Lo immaginava prima della guerra elegante, impegnato in concerti nei maggiori teatri del mondo. Immaginava che anche molti dei suoi compatrioti dovevano averlo ascoltato a Berlino e i francesi a Parigi e i russi a Mosca, gli stessi russi che ora stavano arrivando. Immaginò che una sera a Mosca un ufficiale russo lo avesse applaudito, che fosse un suo ammiratore e che ora sarebbe venuto a salvarlo. Lui che aveva disprezzato Spielberg e tenuto in nessun conto come aveva fatto con ogni altra larva umana del campo ora riusciva a immaginare come fosse prima delle atroci sevizie subite. Lo immaginò coi capelli, con abiti civili, con il portamento eretto. Immaginò un ufficiale russo che applaudiva, i mesi che seguirono, lo scoppio della guerra. Diede al russo il nome provvisorio di Nikolaj e

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lo seguì con la fantasia a Srjednje, a Miluchin, a Stalingrado. E riuscì a “vederlo” sul suo blindato diretto alla Vistola.

La notte era ancora alta quando, terminato il suo racconto, Bauer uscì nello stretto corridoio che separava i due recinti. Si udivano sempre più vicini i colpi dell’artiglieria. Vide che davanti alla baracca di Jozef c’era seduta un’ombra scura: era lui. Lo chiamò. Lui venne. - Cosa sono questi spari? - I russi - rispose Bauer - dall’altra parte del fiume; fra due settimane tutto sarà finito. - Tutto finito? Poi l’ombra di un sorriso: - E tu? Bauer guardò fisso in viso il prigioniero che senza paura gli aveva dato del tu; da alcuni giorni non c’era più nulla da mangiare e la cicatrice che gli solcava le sopracciglia si era stirata sulle ossa della fronte, scurita, era diventato un sinistro emblema della tragedia. - Domani andrò al fronte, al macello, incontro ai russi. Non ci vedremo più. Tu, invece... fra qualche giorno tu sarai libero. Non disse nulla, Jozef, guardò Bauer e vide in lui i primi germi di umanità.

I pochi guardiani tedeschi rimasti nel lager di Buna dopo l’offensiva della Vistola erano i più anziani, inadatti al fronte. Ma dopo il pesante bombardamento russo anche loro se ne andarono dal campo. Fuggirono, lasciando i cancelli aperti. Nel lager di Buna restavano ora solo duecento prigionieri, per lo più malati; non più guardiani, non più cibo. Sarebbero potuti uscire dai cancelli non più guardati a questo punto, ma non lo fecero: restarono lì, stremati... restarono lì a seppellire i morti. Sicché quando i russi arrivarono lo spettacolo fu tragico e singolare assieme. I prigionieri erano ridotti a larve che si aggiravano inebetite e mute; non alzavano nemmeno la testa per guardare i loro salvatori. I russi entrarono alla spicciolata a due, a tre, e in ordine sparso si diramarono nei camminamenti del campo. Il capitano Nikolaj Nikolajevic avanzava nel corridoio centrale. Ciò che i suoi occhi vedevano era mostruoso.

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Un cronista di guerra, un certo Escher, ebreo tedesco rifugiato in Russia dal ’35, e ora al seguito dell’esercito russo, lo vide camminare fino alle baracche, ed entrare in una di esse. Lo vide guardare muto gli uomini, per lo più a letto, immobili, malati o stremati. Pochi erano in piedi ad accudirli, e furono gli unici che si girarono al suono dei suoi passi. Uno solo non si volse e continuò a strizzare una lercia pezzuola e applicarla su una fronte febbricitante. Nikolaj lo chiamò. - Non avete più medicine? – gli chiese forte, prima in russo poi in uno stentato polacco. L’interrogato infine si girò, lentamente: un’orribile cicatrice a V rovesciata gli traversava entrambi i sopraccigli.

Escher non li perse più di vista quei due, erano troppo singolari. E nei giorni che seguirono li vide camminare lungamente insieme, fuori dei reticolati di quello che era stato il campo di Jozef. Nikolaj non si stancava di passeggiare con lui, e rifocillarlo, e ammirarlo, o interrogarlo, sui segreti del pentagramma, con deferenza, con discrezione, per non disturbare troppo il grande violinista. All’interno dei reticolati i nuovi prigionieri, tedeschi catturati in battaglia o ex-guardiani del campo, si trascinavano lentamente a capo chino, silenziosi, ma i più stavano fermi, avvolti nei loro mantelli. Guardavano nel vuoto, spenti, increduli che in sette anni si fosse buttato al vento il luminoso avvenire di un popolo. Solo qualcuno guardava semplicemente le cose che aveva davanti, con occhio indifferente, privo di giudizi. Solo se gli capitava di incrociare la smagrita figura di Choiwa passeggiare col vincitore, abbassava il capo per non incontrare il suo sguardo. Non quello del capitano russo, quello non importava. Era del prigioniero che provavano vergogna. Anche Bauer, seduto sul fango secco, li vide da lontano che venivano. Non provò nulla di preciso: aveva la mente vuota. Ogni suo pensiero, ogni sua emozione... erano stati usati, espressi, consumati. Non abbassò gli occhi quando arrivarono e lo guardarono, era come se per lui fosse finalmente possibile una pace interna. - Chissà cosa proveranno loro? – si sarebbe chiesto in altri momenti, ma ora non lo fece. Non si chiese nulla: per lui le cose erano diventate semplicemente quel che erano, senza attributi, senza commenti, senza riflessioni.

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Forse Spielberg era entrato in lui e se n’era impossessato.

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Raggiungevo i compagni ad Osacca © Luciano Rossi

I. Il cieco Ero solo, era sera, era un brutto dicembre; una giornata di quelle che vedi di rado, persino da noi, qui in montagna, che di freddo ne sappiamo anche un po’, specie in guerra. E quel giorno era anche Natale per giunta. Dopo l’armistizio, era il primo. E quelli eran proprio i miei monti, con la mia casa ad un tiro di schioppo. Lì a Osacca ero uno dei pochi compagni che abitavan di là dal canale. E ogni tanto ci andavo, di là; la voglia di vedere qualcuno, sapete, della mia parte di valle. Quella sera, ad esempio, venivo giù dalle Case dei Brozzi e prendevo ogni nuovo scorcione o drittura che potevo, nei campi. Alternavo il mio passo fra boschi e coltivo. E qualche pezzo talvolta di strada, qua e là. La terra era fredda, era dura. Timoroso nel passo, percorrevo anche tratti ghiacciati. E pian piano fu tardi, e presto fu buio. Raggiungevo i compagni ad Osacca, ma ne avevo, di strada, da fare ancora un bel po’. Oscuri nell’aria gelata, muggiti sperduti venivan da stalle lontane, e strida d’uccelli, e le campane dell’avemaria, là in fondo al vallone.

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Anche lo sconforto arrivò con il buio, e i rimpianti con lui, e con loro il dolore e i suoi tristi compagni. Come sempre, ogni volta, a quest’ora. E se poi è Natale ancor più. E anche più se si è in guerra. Vent’anni. Esser tristi a vent’anni... ci vuol proprio tutta. Il sentiero era niente al confronto: ben più freddo era il gelo dell’anima. Al declino del giorno lo senti, lo senti a ogni torno di strada. Specie poi se non vedi nessuno. Ma quella volta lui c’era. Fu dopo l’ultima curva, e quasi si era già nel paese. Er’intento a far legna nel bosco, o anche frasche, o quel che serviva. Rivoltava ogni cosa; fra gli sterpi o ne l’erba ghiacciata. Rubava, era chiaro: quasi niente era suo. E si guardava attorno a ogni suono: e li dovette sentire i miei passi. Perché prima ristette. E solo dopo un po’ si chinò nuovamente a frugare. Abitava sopra il paese, e da lui nessuno ci andava: per scelta, o destino, o generale condanna. Era vecchio, era oscuro. Lo conoscevo da sempre. Fra i compagni di Osacca io solo ero a casa, in quel posto.

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Mi fermai, mi nascosi. Lui riprese la cernita lenta, curva, e fors’anche dolente. Immobile attesi che finisse il suo fare. Volevo seguirlo. Perché certa gente non cessi mai di conoscerla bene. Si dicevan di lui tante cose. Anche brutte. E bisogna poi dir che nessuna di quelle era falsa del tutto. Brutte chiacchiere in giro, che in guerra eran forse di troppo, chiacchiere anche contro noi partigiani. Era tardi, era freddo, ripeto, ma decisi di saperne di più. Son curioso, e anche molto, dei bisticci dell’anima. Così, quando si avviò verso casa, non lo persi di vista. Poggiato alla finestra, l’avrei guardato muoversi fra le sue povere cose e vedere se s’era arricchito frattanto. Perché certo rubava. Da un po’ a noi di casa venivano a mancare galline, e anche soldi. Ma arrivato alla sua bicocca di sassi, lui, posata qualche fascina contro l’uscio di canne intrecciate, non si fermò, tirò dritto. E seguitò col carretto, fino alla casa del cieco. Sapete, là in fondo al paese che più giù c’è soltanto il canale.

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Anche le finestre eran spente dal cieco: nessuna fiamma c’era più nel camino. E magari da tempo. Il mio vecchio vi entrò. Ormai solo una luna ch’era tonda come un piatto d’ottone ben lustro mi aiutava a vedere. Stetti a lungo a guardarlo uscire ed entrare con nuove fascine. Sì, stetti a lungo a scrutar la finestra, cieco anch’io nel buio di tutti, finché vidi una debole luce, una fiamma che anche l’anima accese. Per dirla tutta, oramai io potevo anche andare. Nel cuore ci avevo quel piccolo fuoco. Ma forse era grande, magari, e scaldava anche me. E di sicuro m’avrebbe portato fino a giù nel canale. E traversarlo sarebbe stato più facile. Magari non mi bagnavo neanche.

II. Il nemico A gran balze scendevo il vallone e poi di là io l’avrei risalito. Perché Osacca è di là proprio in fronte.

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Ma prima del canale sostai. Insospettito da qualcosa, sostai. Perché subito sentii dei rumori E poi, infine, li vidi. Eran gli altri. Eran loro, il nemico. In quel chiaro di luna salivano nella costa di là proprio in fronte, e parevano tanti, più di cento sicuro, silenti e guardinghi, certi dell’agguato fatale, i più per lo stretto sentiero, gli altri sparpagliati nel bosco. Fra poco sarebbero stati alle case. Di corsa deviai verso sud. L’avrei traversato più a monte il canale, li avrei presi di fianco e magari facevo anche in tempo. Da fare, di sicuro, ce n’era anche per me.

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LA STANZA DEL MIELE - di Luciano Rossi - seconda parte  

Racconti in prosa di Luciano Rossi

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