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OBBIET TIVO

ANNO XXIII - SPED. ABBONAMENTO POSTALE 70% 2 DCB FI

P R O F E S S I O N E I N F E R M I E R I S T I CA

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PERIODICO DI INFORMAZIONE ATTUALITÀ E CULTURA DEL COLLEGIO INFERMIERI, AS. SANITARI, VIG. INFANZIA DELLA PROVINCIA DI FIRENZE - WWW.IPASVIFI.IT

L’EPOCA DEL RINNOVO

RINNOVARE: SOSTITUIRE CON IL NUOVO CIÒ CHE È USURATO, ANTICO, VETUSTO, MIGLIORANDO O MANTENENDO INALTERATE LE QUALITÀ. Quando invece si pensa di sostituire con qualcosa di meno prezioso lo definiamo degrado. Comma 566 Legge stabilità 2015 Aperto dibattito e confronto.. distribuire meglio il testo

La pagina dell’infermiere coordinatore Una nuova rubrica dedicata ad un aspetto dell’infermieristica tanto ambito quanto critico.

Violenza contro donne e minori Uno studio che mette a nudo un fenomeno apparentemente inarrestabile


SOMMARIO Pag 3.

Editoriale

Pag 4.

il comma della discordia, di L.Bartalesi

Pag 6.

La sanità nel TTIP, di T.Bertini, A.Nocentini

Pag 8.

Le malattie rare, di C.Borzacchiello

Pag 10.

infermiere “vigile del fuoco”, di C.Bruschi.

Pag 12.

l’infermiere coordinatore, figura essenziale tra incudine e martello. Di C.Beligni.

Pag 13.

Centro Documentazione della Cultura Infermieristica Maura Parronchi. Di Fabiola Piatti.

Pag 14.

L’esperienza di malattia nell’operatore come processo empatico, una ricerca qualitativa. Di M.Fadanelli, A,Zagaria

Pag 16.

Storia degli infermieri uomini nel nursing. Di Patrizia Signoroni

Pag 20.

Violenza contro donne e minori. Di Margherita Rocchi

Pag 22.

Nursing: un inglesismo con molti significati, tutti intorno alla nostra professione, di Nadia Chiari

DOVE SIAMO Il Collegio IPASVI della provincia di Firenze si trova in via Pierluigi da Palestrina 11 Firenze. Contatti: segreteria@ipasvifi.it, redazione@ipasvifi.it. Orari di apertura ufficio su www.ipasvifi.it Come inviare le proposte di pubblicazione: - articoli scientifici: devono avere una lunghezza massima di 20000 battute spazi inclusi, correlati di iconografia, grafici, bigliografia, sitografia. - articoli non scientifici: dimensioni massime 5000 battute spazi inclusi. correlati di iconografie libere da tutela d’autore. Ogni proposta di pubblicazione dovrà essere correlata da liberatoria per la redazione e l’Ente IPASVI Firenze ( da richiedere a segreteria@ ipasvifi.it) Le norme editoriali sono da richiedere a segreteria@ipasvifi.it.

Obbiettivo professione infermieristica proprietà del Collegio Infermieri Professionali Assistenti Sanitari Vigilatrici d’Infanzia di Firenze Anno XXV n. 2/2015 Spedizione in a. p. 70% 2DCB Direttore responsabile Luca Bartalesi Comitato di redazione Cinzia Beligni Mara Fadanelli MariaPia Santoro Nadia Chiari Camillo Borzacchiello Lucia Settesoldi Enrico Dolabelli ( webmaster) Niccolò Scalabrin collaboratori, Nuria Biuzzi Roberto Romano Giancarlo Brunetti Stefania Comerci Segreteria di redazione Silvia Miniati, Elisabetta Trallori, Tania Stella, Claudia D’Attoma Direzione e Redazione Collegio IPASVI Via Pier Luigi da Palestrina, 11 50144 Firenze Tel. 055 359866, fax 055 355648 e-mail: redazione@ipasvifi.it Autorizzazione del Tribunale di Firenze n. 4103 del 10/05/91 È consentita la riproduzione totale o parziale degli articoli e del materiale contenuto nella rivista purché vengano citatati l’autore e la fonte («Obbiettivo professione infermieristica» rivista del Collegio IPASVI di Firenze). È gradita comunicazione per conoscenza alla redazione


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EDITORIALE

OBBIETTIVO PROFESSIONE INFERMIERISTICA SI RINNOVA. NUOVO EDITORE, NUOVA VESTE GRAFICA

Con l’insediarsi del nuovo direttivo del Collegio IPASVIFi, rinnovato in gran parte, si rinnova anche la rivista ufficiale dell’Ente. Una nuova copertina e una nuova veste grafica nell’impaginazione, più pulita, rapida e intuitiva nell’accesso ai contenuti, che rimangono organizzati in rubriche tematiche, sono questi nella sostanza i cambiamenti per la rivista che state leggendo, che dal 2009 ha subito poche variazioni se non per il formato divulgativo. Rimane invariata la linea editoriale che come sempre mira a dare ai no-

stri iscritti e all’Ente uno spazio per le pubblicazioni e un canale d’informazione che arrivi, sfruttando le potenzialità della rete internet, a coprire un’area sempre più ampia cercando di raggiungere il maggior numero possibile di portatori d’interesse per la professione infermieristica. Un obbiettivo ambizioso che ha portato in passato a superare le resistenze del passaggio dal cartaceo al formato web oggi fruibile con semplicità da un qualsiasi device portatile tablet, smartphone o computer che sia. Un sistema snello al passo con l’internet comunication system, che richiama anche lo stimolo per i lettori ad adeguarsi a una comunicazione moderna, oggi non più eludibile. Tuttavia il formato cartaceo non viene abbandonato totalmente, ma sarà utilizzato in modo razionale, visti i costi di produzione e spedizione, in particolare come mezzo per far fronte alla necessità di notificare a tutti gli iscritti, importanti comunicazioni da parte di IPASVIFi nel rispetto della normativa vigente che non prende in considerazione la comunicazione a mezzo email generica, ma soltanto la PEC e spedizione Postale.

Anche il nuovo editore “Giunti Os” ci coadiuverà nel percorso di ristrutturazione, curando la grafica e la distribuzione della rivista, in una continua evoluzione di crescita sostenuta dalle potenzialità di una grande casa editrice che offre un’ampia libreria online e una gamma di servizi per la divulgazione di contenuti e apprendimento multimediale. Novità assoluta lo spazio vignetta allocato nelle prime pagine della rivista dedicato alla satira e all’informazione riflessiva, come editoriale iconografico su uno specifico tema e non soltanto a corredo di un articolo. Un’ulteriore possibilità da valutare in futuro, riguarda l’inserimento di spazi pubblicitari a pagamento, che potranno arrivare fino ad un massimo del 70%: è questo un aspetto importante per alleviare il capitolo di spesa che andrà ponderato con la massima attenzione visti i mille risvolti racchiusi nella riflessione intorno al mondo della pubblicità, non sempre in linea con correttezza e serietà d’immagine. Luca Bartalesi

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Marzo • 2015

Montecitorio, Roma

IL COMMA DELLA DISCORDIA ◊ Di Luca Bartalesi infermiere redazione@ipasvifi.it

Con la pubblicazione della Legge di stabilità 2015 (L 23 dicembre 2014, n. 190 ) e relativo Comma 566: “Ferme restando le competenze dei laureati in medicina e chirurgia in materia di atti complessi e specialistici di prevenzione, diagnosi, cura e terapia, con accordo tra Governo e regioni, previa concertazione con le rappresentanze scientifiche, professionali e sindacali dei profili sanitari interessati, sono definiti i ruoli, le competenze, le relazioni professionali e le responsabilità individuali e di equipe su compiti, funzioni e obiettivi delle professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, tecniche della riabilitazione e della prevenzione, anche attraverso percorsi formativi comple4

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mentari. Dall’attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.” Si è aperto un animato confronto tra gli operatori sanitari, medici e infermieri in primis, ai quali si associano autorevoli opinionisti e giuristi con articoli che hanno riempito le pagine dei blog e quotidiani online. La fucina di tutto quanto sta nei termini, nel valore delle parole utilizzate dal legislatore interpretabili variabilmente in base al contesto applicativo, alla categoria e ruolo professionale al quale appartiene il lettore, ravvivando così atavici contrasti. Noi rileggiamo il paragrafo di legge focalizzando dei punti di


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domanda e delle possibili risposte per una nostra provocatoria interpretazione del comma 566. La prima frase fa già soffermare la nostra attenzione: “Ferme restando le competenze dei laureati in medicina e chirurgia” cosa vuole intendere il legislatore? Sembra scontato il tentativo di alzare una barricata a tutela “dell’atto medico”, senza però specificare esaustivamente definizione e contenuti. Elementi necessari per dare concretezza ad un confine sfumato che lascia margine ad interpretazioni in base a competenze e contesto applicativo. A seguire ci domandiamo cosa s’intende con: “le rappresentanze scientifiche, professionali e sindacali” interessate nella definizione dei “ruoli, le competenze, le relazioni professionali”? Probabile l’intento di sottolineare l’importanza della concertazione nell’attribuire ruoli e competenze. Una novità se vogliamo, in quanto fino ad oggi ruoli e competenze sono stati di esclusiva pertinenza ministeriale e confronto con le rappresentanze ordinistiche. Da oggi anche i sindacati entrano di diritto nella stesura dei profili professionali con la speranza che sia riconosciuta ed introdotta come oggetto di contrattazione sindacale una scala valoriale basata sulle competenze soggettive. Si legge anche “sono definiti […]le responsabilità individuali e di equipe su compiti, funzioni e obiettivi delle professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica[…]” …ci sembra arduo? Se vogliamo parlare di autonomia professionale dobbia-

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mo anche definire il livello di responsabilità per quanto infermiere e ostetrica possono svolgere in autonomia, cioè fuori dalla prescrizione medica. Mentre nel lavoro di equipe nessuno degli attori e scevro da responsabilità, le interazioni legano chi prescrive e chi esegue le prescrizioni, ma anche chi organizza il contesto operativo e chi definisce gli obbiettivi. Nel comma 566 si rimarcano i percorsi formativi complementari, possiamo leggerle come “competenze avanzate” ?... quindi oltre i confini delineati dalla L42/99 che poneva come limiti i profili professionali, gli ordinamenti didattici ed i codici deontologici, fermo restando le competenze previste per le professioni mediche. Ridefinire ruoli e competenze inevitabilmente implica ritoccare una normativa vetusta. Oggi le necessità legate all’assistenza al cittadino non sono più quelle del ‘99. Neppure è pensabile continuare a sostenere la necessità di 22 professioni sanitarie. Dobbiamo ripensare, riprogettare questo panorama, razionalizzando e individuando competenze sempre più specialistiche, che diano buone pratiche e risposte efficaci al cittadino ed efficienti alla società. L’impianto della L42/99 sostanzialmente potrebbe rimanere valido cosi come la L.43\2006 entrambe nate per delineare struttura, sviluppo e ruoli delle professioni sanitarie non mediche, senza dimenticare il comma566 della L.190\2014.

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Marzo • 2015

LA SANITÀ NEL TTIP (TRANSATLANTIC TRADE AND INVESTMENT PARTNERSPHIP) ◊ Di Tatiana Bertini Infermiera tatberti@gmail.com, A. Nocentini referente sanità comitato stop TTIP Firenze

Nel giugno 2013, il presidente degli Stati Uniti Obama e il presidente della Commissione europea Barroso hanno lanciato ufficialmente i negoziati su un Partenariato Trans-Atlantico basato sull’armonizzazione delle regole di commercio e investimenti (TTIP). Il TTIP (ovvero il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti), è un patto tra stati dell’Unione Europea e Stati Uniti per liberalizzare ulteriormente il commercio di beni e servizi tra le due sponde dell’Atlantico, compresi potenzialmente servizi essenziali come istruzione e sanità. Sotto l’aspetto sanitario, questo comporterebbe inevitabilmente un’accellerazione del già iniziato processo di privatizzazione del nostro sistema. Il TTIP intende armonizzare le norme e i regolamenti fra i due continenti al fine di semplificare l’apertura di nuovi mercati: servizi pubblici, appalti, contratti di lavoro. Le norme di tutela oggi presenti in Europa dovrebbero essere superate per raggiungere la cosidetta “armonizzazione” con le norme statunitensi. Facciamo alcuni esempi di cosa potrebbe comportare tutto questo a livello sanitario: • Il principio di precauzione base dell’architettura europea non è riconosciuto negli USA che basano invece la propria regolamentazione sul principio del comprovato danno scientifico. La sperimentazione dei farmaci ha protocolli e tempi assolutamente diversi, così come i processi di verifiche nel settore della chimica: quali potrebbero essere gli effetti di una “armonizzazione” sul sistema europeo? Sotto i colpi del TTIP il rischio che cada il pilastro della regolamentazione a riguardo, ovvero il Reach – Regulation on Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals è effettivo. In questo caso ad avere la meglio sarebbero le multinazionali del settore chimico e, in particolare, di quello farmaceutico • Per decidere poi se i contraenti staranno o meno rispettando gli accordi presi agirà il cosiddetto “investor-state dispute settlement mechanisms” (ISDS), ovvero: le singole compagnie possono fare causa (presso una sede arbitrale riservata ad avvocati commerciali, non presso un tribunale pubblico) direttamente ad uno Stato, per aver introdotto delle modifiche normative lesive verso i propri investimenti. Per fare un esempio, la Philip Morris sta ora avvalendosi dell’ISDS per chiedere i danni al governo australiano; le norme che quest’ultimo ha introdotto sul confeziona6

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mento delle sigarette, ovvero il pacchetto generico senza marchio al fine di scoraggiare il fumo minorile e aiutare le persone a smettere di fumare, lederebbero secondo loro l’azienda. Qualunque nuova politica introdotta a difesa della salute pubblica potrebbe quindi essere impugnata da un’azienda che vedesse o rischiasse di vedere ridotti i propri profitti. Già in passato scelte effettuate per affrontare emergenze sanitarie (vere o presunte) hanno faticato ad essere adottate indipendentemente dagli obiettivi dell’industria. Un esempio lo possiamo trovare nel 2009 quando, su indicazione dell’Oms, il nostro ministero della salute istituì un’unità di crisi contro la pandemia “suina” e firmò un contratto da quasi 185 milioni di euro con la Novartis per 24 milioni di dosi di vaccino. L’anno successivo, visto l’allarme sgonfiato, il ministero chiese alla Novartis di interrompere la fornitura. A quel punto però, Novartis pretese un risarcimento per la mancata produzione delle 11 milioni e più di dosi rimanenti. C’è da considerare anche che il processo di negoziazione (TTIP) avviene sostanzialmente a porte chiuse tra la Commissione Europea e attori del mondo for-profit, senza il controllo dell’opinione pubblica. Secondo il Corporate Europe Observatory il 92% degli incontri pre-negoziali è stato fatto in questo modo. Un esempio di documento di discussione in questi incontri e diffuso quest’anno, a firma delle aziende farmaceutiche europee ed americane, include richieste per il TTIP come la ridu-


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zione del controllo sui prezzi dei farmaci da parte dei governi. E’ evidente come in questo caso le ragioni del libero commercio possano confliggere con quelle del benessere pubblico. Stiamo vivendo un momento storico nel quale con la scusa della crisi economica e in un momento di effettiva crisi lavorativa, le scelte di organizzazione sanitaria italiana stiano andando verso un sistema misto. Alcune politiche responsabili di questo sono: • Quelle di far pagare agli utenti i servizi sanitari pubblici sia attraverso la fiscalità generale che attraverso un’ulteriore compartecipazione dovuta con tichet e contributo di digitalizzazione; • Quelle che favoriscono la privatizzazione dei servizi sanitari attraverso la cessione di grosse fette di attività sanitarie al privato convenzionato, deprivando di conseguenza il pubblico di importanti risorse; • Quelle che promuovono programmi assicurativi sanitari sia con agevolazioni fiscali, sia prevedendo nei contratti di lavoro assicurazioni per una sanità integrativa, sia spingendo il cittadino a rivolgersi al privato quando non trovi risposta in tempi celeri al bisogno di servizio sanitario, sia con la continua espansione dell’intramoenia che sostituisce il servizio che il pubblico non da più in tempi certi. Il TTIP in tutto questo contesto accellererà ulteriormente tale privatizzazione rendendola irreversibile. Il trattato infatti permetterà un ritorno ad un servizio pubblico soltanto con il pagamento di enormi somme di risarcimento a favore delle compagnie private. Non scordiamoci che queste sono scelte che mettono a rischio la garanzia di un diritto fondamentale dell’individuo. Avere un welfare state, compresivo del servizio

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sanitario pubblico, garantisce anche che in un momento di grande crisi tutti possano avere accesso ai beni essenziali e nel nostro caso, al diritto alla salute. Anche l’attacco dei media ai lavoratori pubblici rappresenta una spinta verso le privatizzazioni. Sebbene la sanità sia il comparto italiano più controllato nella spesa (dichiarazione fatta anche dal Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi), è facile leggere nei mass media dichiarazioni contro infermieri e medici, considerandoli in parte responsabili di una presunta malasanità. In realtà tutto questo è un attacco mirato contro la sanità pubblica, conseguenza anche del forte interesse dei privati nel settore. Inoltre, una normativa analoga al “Rights to Works” americano potrebbe affacciarsi in Europa contribuendo ad alimentare una rinnovata ed ancor più forsennata concorrenza al ribasso anche fra i lavoratori sanitari sui loro diritti e sulle loro retribuzioni. Per finire, è importante citare quanto detto dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, parlando del TTIP nel corso di una lectio magistralis tenuta alla Camera il 19 settembre 2014. Ha affermato che “L’accordo di libero scambio tra Ue e Stati uniti l’Europa non dovrebbe firmarlo. Si tratta infatti di un accordo la cui intenzione sarebbe di eliminare gli ostacoli al libero commercio, ostacoli che rappresentano le regole per la tutela dell’ambiente, della salute, dei consumatori, dei lavoratori. In questo caso i costi in termini di salute, ambiente, sicurezza dei cittadini sarebbero enormi e le disuguaglianze sociali aumenterebbero dando profitti a poche multinazionali a spese dei cittadini”.

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Marzo • 2015

Questa collaborazione con la rivista Obbiettivo Professione Infermieristica, del Dr. Camillo Borzacchiello Maresciallo dell’Aeronautica militare, infermiere, inizia con il trattare il tema delle Malattie Rare, sulla sua rilevanza sociale e sul ruolo e l’impegno dell’Infermiere Militare.

LE MALATTIE RARE “NESSUNA MALATTIA È COSÌ RARA DA NON MERITARE ATTENZIONE….”

◊ Di Camillo Borzachiello infermiere camillo.farmaceutico@gmail.com

Cosa sono Una malattia si definisce rara quando la sua prevalenza, ovvero il numero di casi presenti in un dato momento in una data popolazione, non supera una determinata soglia. Nell’Unione Europea, (secondo il “Programma d’azione Comunitario sulle malattie rare 1999-2003”), questa soglia è fissata allo 0,05% della popolazione, ossia 1 caso su 2.000 abitanti: l’Italia si attiene a tale definizione. Altri paesi adottano parametri leggermente diversi, negli Usa ad esempio una malattia è considerata rara quando non supera la soglia dello 0.08%. La legge giapponese, invece, definisce rara una patologia che comprende meno di 50.000 casi (4/10.000) in Giappone. Molte patologie sono però molto più rare, arrivando appena a una frequenza dello 0,001%, cioè un caso ogni 100.000 persone. Una malattia quindi è considerata “rara” quando colpisce non più di 5 persone ogni 10.000 abitanti; la bassa prevalenza nella popolazione non significa però che le persone con malattia rara siano poche. Si parla infatti di un fenomeno che colpisce milioni di persone in Italia e addirittura decine di milioni in tutta Europa. Del resto, il numero di Malattie Rare conosciute e diagnosticate oscilla tra le 7000 e le 8000, ma è una cifra che cresce con l’avanzare della scienza e in particolare con i progressi della ricerca genetica. Infatti la maggioranza di queste malattie hanno origine genetica. Per quanto riguarda l’origine delle malattie rare, se è vero che quasi tutte le malattie genetiche sono malattie rare, non è altrettanto vero che tutte le malattie rare abbiano un’origine genetica; ad esempio, esistono malattie infettive molto rare, così come malattie autoimmuni e carcinomi rari. La causa di molte malattie rare non è oggi ancora nota. Possono presentarsi già dalla nascita o dall’infanzia, come nel caso dell’ amiotrofia spinale infantile, della neurofibromatosi, dell’osteogenesi imperfetta, delle condrodisplasie o 8

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della sindrome di Rett oppure, come accade in più del 50% delle malattie rare, comparire nell’età adulta, come la malattia di Huntington, la malattia di Charcot-Marie-Tooth, la sclerosi laterale amiotrofica, il sarcoma di Kaposi. Le MR costituiscono un problema di sanità pubblica per l’impatto numerico sulla popolazione. Secondo una stima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) rappresentano il 10% delle patologie umane note. Si stima che il 6-8% della popolazione europea, complessivamente 27- 36 milioni di cittadini, sia affetto da una MR. L’OMS ha calcolato l’esistenza di circa 6.000 entità nosologiche, ma si tratta probabilmente di una stima riduttiva e, di fatto, l’Unione Europea (UE) calcola il loro numero in circa 8.000. Nel 2012 sono circa 6000 le entità nosologiche codificate da Orphanet, (un importante portale delle Malattie rare e Farmaci orfani) , di cui la metà correlabili all’elenco delle MR già previsto dal DM 270/2001. Se si escludono i tumori rari, che non sono stati inseriti nell’elenco, la maggior parte delle restanti forme sono a bassissima frequenza. Si può quindi stimare che la prevalenza dei malati rari complessivamente considerati sia dal 50 al 100% superiore a quella stimata per il solo elenco del DM 279/2001, cioè da 7,5 a 10 per 1000 residenti. In base a queste stime in Italia ci sarebbero dai 450.000 ai 600.000 malati rari, Queste discrepanze tra le stime sono giustificate dal fatto che l’effettiva numerosità delle MR varia in funzione dell’affinamento degli strumenti diagnostici e dell’evoluzione delle classificazioni in uso. In particolare, le analisi genetiche hanno dimostrato l’eterogeneità di molte malattie, per cui condizioni di per sé non rare, se considerate solo a livello del loro meccanismo molecolare, potrebbero rientrare nel novero della rarità (ad es. la forma più comune di sordità genetica interessa circa una persona ogni 10.000). I test genetici stanno perciò producendo una parcellizzazione di molte malattie, ricollocando


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Christoph Bock (Max Planck Institute for Informatics)

molte di esse, clinicamente non rare, nella categoria delle MR. Per queste ragioni, il problema delle MR deve essere valutato facendo anche riferimento anche ai loro aspetti clinici e funzionali. Molte MR sono complesse, gravi, degenerative, cronicamente invalidanti; circa un terzo di esse riduce le attese di vita a meno di 5 anni, mentre molte altre non incidono significativamente sulla durata della vita, se vengono diagnosticate in tempo e trattate appropriatamente; altre condizioni, infine, permettono di svolgere una vita qualitativamente normale, anche in assenza di trattamento. Conseguenze medico sociali delle malattie rare Le MR possono colpire le abilità fisiche e/o mentali, le capacità sensoriali e comportamentali. Le disabilità ad esse correlate limitano le opportunità educative, professionali e sociali e, indirettamente, possono essere causa di discriminazione. Il ritardo nella diagnosi delle MR dipende da vari fattori, tra cui la mancanza di conoscenze adeguate da parte dei medici spesso collegata alla estrema rarità della malattia, la presenza di segni clinici individualmente non diagnostici, l’assenza o la limitata disponibilità di test diagnostici, la frammentazione degli interventi, l’inadeguatezza dei sistemi sanitari. Ne consegue che molti malati rari non riescono ad ottenere un inquadramento della loro patologia nel corso di tutta la loro vita. Questi problemi si riflettono sul ritardo nella presa in carico e spesso le persone affette ricorrono a trattamenti non appropriati. La frequente mancanza di terapie eziologiche efficaci non implica l’impossibilità di trattare le persone affette da MR. Infatti sono numerosi i trattamenti sintomatici, di supporto, riabilitativi, educativi, sostitutivi ecc. comprese alcune prestazioni attualmente non erogate dal Servizio sanitario nazionale (SSN), che possono cambiare notevolmente il decorso clinico e l’attesa di vita, il grado di autonomia e

la qualità della vita delle persone affette e dei loro familiari. L’accesso a questi trattamenti già disponibili e i loro aspetti innovativi costituiscono elementi chiave nelle politiche per l’assistenza ai malati rari. Come già affermato le conoscenze scientifiche e mediche sulle malattie rare sono scarse e non adeguate. Per molto tempo sono state ignorate dai medici, dai ricercatori e dalle istituzioni e non esistevano fino a pochi anni fa attività scientifiche e politiche finalizzate alla ricerca nel campo delle malattie rare. Per la maggior parte di queste malattie ancora oggi non è disponibile una cura efficace, ma numerosi trattamenti appropriati possono migliorare la qualità della vita e prolungarne la durata. In alcuni casi sono stati ottenuti progressi sostanziali, dimostrando che non bisogna arrendersi ma, al contrario, perseguire e intensificare gli sforzi nella ricerca e nella solidarietà sociale. Tutte le persone affette da queste malattie incontrano le stesse difficoltà nel raggiungere la diagnosi, nell’ottenere informazioni, nel venire orientati verso professionisti competenti. Sono ugualmente problematici l’accesso a cure di qualità, la presa in carico sociale e medica della malattia, il coordinamento tra le cure ospedaliere e le cure di base, l’autonomia e l’inserimento sociale, professionale e civico. Le persone affette dalle malattie rare sono più vulnerabili sul piano psicologico, sociale, economico e culturale. Queste difficoltà potrebbero essere raggirate attraverso interventi politici appropriati. A causa della mancanza di sufficienti conoscenze mediche e scientifiche, molti pazienti non vengono diagnosticati e le loro malattie non vengono riconosciute. Quindi, la presa in carico di questi pazienti è per lo più sintomatica. I pazienti sono le persone che soffrono maggiormente per queste difficoltà legate alla presa in carico. segue nel prossimo numero PARLIAMO DI NURSING |

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INFERMIERE VIGILE DEL FUOCO UN ASPETTO DELL’INFERMIERISTICA CHE IN ITALIA APPARTIENE AL PASSATO, IN U.S.A. CONCRETA REALTÀ ◊ Di Costanza Bruschi infermiera costanza.bruschi@libero.it

Dati i molteplici contesti in cui l’infermiere oggi si trova ad operare, è attivo il dibattito su quanto l’autonomia professionale e la valorizzazione della professione stessa trovino concreta realizzazione. L’indagine effettuata sull’assistenza sanitaria nel Corpo Nazionale dei Vigili Del Fuoco, professionisti che, in determinate occasioni, intervengono per prestare un primo soccorso sanitario, ha portato testimonianze di un periodo in cui, per ogni Comando Provinciale, vi fu un’Infermeria gestita da un infermiere o meglio, da un “vigile del fuoco infermiere”. Tramite una Circolare del 1963 venne offerta, dal Ministero dell’Interno, la possibilità al personale di ruolo operativo interessato di seguire il corso previsto dalla normativa nazionale del tempo per diventare infermieri: ottenuta la qualifica civile, avrebbero poi operato all’interno del Corpo. Le dirette esperienze dei “vigili del fuoco infermieri” operanti tra gli anni sessanta ed ottanta circa, testimoniano che essi praticarono la propria professione in due contesti: nella gestione autonoma dell’Infermeria del Comando di appartenenza (esame obiettivo, medicazioni, consulenze) cooperando in sinergia con l’ufficiale medico e, quando in servizio come pompieri sugli automezzi adibiti al soccorso, nell’organizzazione dell’operazione in qualità di team-leader nel caso di un intervento sanitario. In pochi scelsero di diventare infermieri oltre che pompieri: all’epoca, sospendere il proprio lavoro di vigile del fuoco per dedicarsi allo studio ed ai tirocini previsti dalla legge per ottenere l’ulteriore qualifica, era ritenuto un impegno gravoso e nel tempo questa figura si estinse. Oggi, a livello europeo, recenti studi pubblicati dalla Federazione Europea dei Sindacati dei Servizi Pubblici (EPSU) sull’assistenza nei vigili del fuoco dimostrano come la continua esposizione della categoria a rischi professionali fisici e psico-fisici porti a conseguenze correttamente diagnosticabili solo se viene eseguita un’efficiente programmazione di piani assistenziali osservando e rivalutando costantemente le storie cliniche personali. In Italia, l’assistenza sanitaria nel Corpo Nazionale è affidata, per Comando Provinciale, a massimo due medici esterni le cui attività, per contratto, sono assai ridotte. Generalmente un solo medico deve provvedere al mero aggiornamento di ogni cartella clinica e convoca il vigile del fuoco per approfondimenti nel caso in cui dai referti emergano elementi dubbi; una 10

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corretta anamnesi e la costante valutazione dei dati raccolti sarebbero azioni essenziali per stabilire l’incidenza e la prevalenza di alcune patologie proprie di quella professione. L’infermiere, interpretando, rivalutando ed aggiornando la storia clinica di ciascun vigile del fuoco, potrebbe pianificare interventi adeguati, in considerazione dei rischi che tale attività lavorativa comporta. Collaborando con il medico, avrebbe l’opportunità di occuparsi di sorveglianza e prevenzione sanitaria, dell’accertamento dell’idoneità psico-fisica, organizzando le opportune indagini cliniche di ognuno, svolgendo altresì interventi di educazione sanitaria e documentando ogni informazione nelle singole cartelle sanitarie. Come esposto, queste attività furono effettuate dal vigile del fuoco infermiere in un tempo in cui, per un infermiere civile, era difficile operare in simile autonomia. Inoltre, la qualifica di infermiere riconosciuta a livello nazionale ed istituzionale era rilevante anche quando veniva svolto dalla squadra un primo soccorso sanitario verso la cittadinanza. Attualmente, benché i vigili del fuoco italiani siano addestrati nell’esecuzione di manovre di primo soccorso sanitario verso l’utenza nel caso in cui sia necessario un primo intervento in attesa o in sostegno del 118, non esiste alcun riconoscimento ufficiale di qualsivoglia specializzazione sanitaria civile posseduta dal pompiere, come avviene invece in altri Paesi; ne è un esempio la figura del paramedic-firefighter statunitense. Negli Stati Uniti per divenire paramedici è necessario il diploma di scuola media superiore, dopo di che si accede ad un corso universitario biennale che si conclude con un esame di stato. Un paramedico è addestrato ad eseguire supporto vitale avanzato (ALS, Advanced Life Support), protocollo utilizzato dallo staff medico e infermieristico come estensione del BLS allo scopo di monitorare e stabilizzare il paziente anche attraverso la somministrazione di farmaci e l’attuazione di manovre invasive fino all’arrivo in ospedale. Il paramedico diplomato statunitense può accedere poi al corso accademico per pompieri diventando così paramedic-firefighter. I vigili del fuoco italiani effettuano una formazione interna relativa a tecniche di soccorso tramite protocolli equiparabili ai corsi BLS-D, ma la specifica professionalità sanitaria ottenibile attraverso percorsi universitari riconosciuti dalla legge non trova all’interno del Corpo accoglimento o approvazione formale.


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Con questo numero della rivista, si apre lo spazio dedicato all’infermiere coordinatore, una figura rilevante nell’infermieristica spesso costretta dalle dinamiche del sistema a snaturalizzare la propria mission. Abbiamo scelto questo primo pezzo in quanto l’autotrice richiama una serie di punti con l’obiettivo di dare, a chi sta già praticando e a chi vorrebbe intraprendere questa strada, maggiore consapevolezza del ruolo, delle possibilità, dei limiti e delle responsabilità dirette e indirette che lo circondano.

INFERMIERE COORDINATORE FIGURA ESSENZIALE TRA INCUDINE E MARTELLO ◊ Di Cinzia Beligni, infermiera con funzioni di coordinamento ASF. cbeligni@gmail.com

Istituito con la legge 43/2006 che ne prevede il master universitario di primo livello la figura dell’infermierie con funzioni di coordinamento racchiude una serie di responsabilità dirette ed indirette che ne fanno un elemento carismatico dell’assistenza e costituente indispensabile per l’organizzazione sanitaria. Tra l’incudine ed il martello il coordinatore infermieristico si trova a dover far fronte a continui e complessi cambiamenti del sistema sanitario nonché alle relative problematiche che richiedono soluzioni sempre nuove e diverse semplificando il complesso ma nello stesso tempo articolando a piu ampio spettro ciò che appare semplice ad una prospettiva individuale. Le caratteristiche che si attribuiscono all’inf.coordinatore, dunque, sono così varie da non riuscire a definirne i contorni delle responsabilità rendendo così sfumati anche quelli del ruolo: egli da una parte raccoglie le esigenze della direzione, della legislazione e della mission professionale e dall’altra accoglie le esigenze ed i bisogni del personale che coordina nonché dell’utenza, facendo un’opera di comparazione rivolta all’integrazione di tutte queste componenti e tramite la loro rielaborazione offre una risposta agli interlocutori. Non sempre la risposta data è ciò che l’altro si aspetta e questo determina una zona conflittuale e ambivalente sia per quanto riguarda il professionista e/o la persona coordinatore, sia per le altre figure che gravitano intorno a lui. Conseguentemente a ciò si potrebbe immaginare la figura dell’inf.coordinatore come fulcro del divenire: elemento tanto importante quanto scomodo e insostituibile. Malgrado questa controversa dicotomia, il master di management per il coordinamento è quello che ancora oggi conta il più elevato numero di iscritti per la selezione essendo, di fatto, l’unico del settore che risponde alla domanda di sviluppo e crescita professionale nonché contrattuale. Inoltre esiste un’idea romantica nell’intraprendere questa professione: “immaginare il ruolo del coordina-

tore come un gioco intellettuale di straordinaria sottigliezza, fatto di congetture, ideazioni, progettazioni e che svolazza sui vari metodi e modelli organizzativi rimanendo all’interno della clinica e della patologia. Ma la fantasia deve lasciare il posto all’oggettività e, allo stato attuale, gran parte dell’attività di coordinamento si articola nel far osservare gli obblighi contrattuali (orari e piani di lavoro, statistiche ecc) mettendo in secondo piano l’area professionale e gestional-manageriale propria di questa professione; ed il sogno lascia il posto alla realtà fatta di strategie di “tamponamento” delle continue criticità legate alle carenze o inadeguatezza delle risorse, non solo umane. In altre parole si perdono “l’arte e la classe del mestiere”. ( Alicia Gimènez-Bartlett “Gli onori di casa” ed. Sellerio) Le attività di questa professione non sempre sono condivise e condivisibili e quindi delegabili e le aspettative degli altri sono alte: è questa una figura professionale frequentemente sola nella risoluzione delle problematiche quotidiane e contemporaneamente criticata per il suo operato.

Legislazione Mission Disposizioni aziendali

Personale collaboratore utenza

Infermiere coordinatore

risposte

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PARLIAMO DI NURSING |

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CENTRO DOCUMENTAZIONE DELLA CULTURA INFERMIERISTICA MAURA PARRONCHI ◊ Di Fabiola Piatti infermiera piattif@aou-careggi.toscana.it

Centro Documentazione della Cultura Infermieristica Maura Parronchi Il Centro, intitolato alla collega recentemente scomparsa, unico del suo genere in Italia per la visione storico antropologica che lo contraddistingue, ha avuto inizio con una prima fase di raccolta delle memorie orali di vecchie e vecchi infermieri che hanno svolto la loro professione presso Ospedali dell’area fiorentina. Dalla raccolta delle memorie orali è scaturito un Convegno svoltosi a Careggi nel maggio 2012 intitolato “Generi, generazioni, culture a confronto”, in quella occasione è stato presentato il documentario dal titolo “La memoria del prendersi cura” realizzato grazie alla collaborazione di vecchie e vecchi colleghi Infermieri. I principali obiettivi che il Centro persegue sono : Conservare, tutelare, salvaguardare e valorizzare la cultura materiale ed immateriale Infermieristica Il Centro conserva ad oggi numerosi vecchi oggetti di uso assistenziale, documenti a carattere storico-antropologico sulla professione fin dalla costituzione delle prime Scuole Convitto, memorie orali e documenti personali di vecchie e vecchi infermiere/i, tesi di Laurea in Scienze Infermieristiche sul tema, vecchie foto, vecchi disegni utilizzati per la redazione dei primi libri di infermieristica italiani, e molto altro ancora. Tutto questo è stato possibile grazie al contributo di tanti e di tante colleghe che hanno deciso di lasciare i loro oggetti di affezione presso il Centro. 12

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Potete trovare ulteriori informazioni sul centro al link: HYPERLINK “http://www.aou-careggi.toscana.it/oltrelacura/pepi/demo.html” http://www.aou-careggi.toscana.it/oltrelacura/pepi/demo.html Il Centro Documentazione della Cultura Infermieristica è ubicato presso il Dipartimento delle Professioni Sanitarie dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi, ed è consultabile e visitabile contattando i numeri: 055.794.7232 (tutte le mattine) oppure 348.85.12.240 Attualmente è in corso il censimento di tutta la documentazione storica presente negli innumerevoli faldoni recuperati nell’Archivio di Villa Pepi. Chi fosse disponibile a lasciare testimonianza e memoria sulla sua esperienza professionale, quella di ieri e quella di oggi; chi desidera consegnare e portare al Centro oggetti, divise, vecchi testi infermieristici, vecchia documentazione infermieristica oppure i suoi scritti sulla professione, su momenti ed episodi particolari o volesse dare una collaborazione per il censimento della documentazione, può contattare i numeri telefonici sopra elencati. Referente: Dott.ssa Fabiola Piatti Azienda Ospedaliero Universitaria careggi Firenze piattif@aou-careggi.toscana.it


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L’ESPERIENZA DI MALATTIA DELL’OPERATORE COME PROCESSO EMPATICO UNA RICERCA QUALITATIVA ◊ di Alessia Zagara(1) e Mara Fadanelli (2) 1) infermiera: alessiazagara@libero.it 2) infermiera:m.fadanelli@uls11.toscana.it

La medicina narrativa Ognuno di noi ogni giorno racconta qualcosa: raccontiamo noi stessi agli altri, raccontiamo avvenimenti del nostro passato, raccontiamo le nostre aspettative per il futuro. La narrazione dell’esperienza personale dovrebbe avere un ruolo significativo anche nelle relazioni di cura perché quando la sofferenza viene inserita in racconti reali e diventa condivisibile si trasforma in risorsa. Rita Charon Introduzione Nell’articolo «Cultivating a Narrative Sensibility in Nursing» l’infermiera R. Beuthing afferma che quando l’operatore sperimenta la malattia sviluppa una prospettiva interna sul processo assistenziale che ne aumenta la consapevolezza riguardo al significato di «essere paziente» e acquisisce una maggiore capacità di relazionarsi empaticamente col paziente (1). Si è scelto di verificare quest’affermazione attraverso gli strumenti del Nursing Narrativo. Secondo la definizione della medicina narrativa di Rita Charon (che ne è la fondatrice) si può affermare che il Nursing Narrativo è un approccio che si fonda sui racconti di malattia delle persone. Questo tipo di approccio, non solo garantisce un miglioramento nel percorso terapeutico-assistenziale ma anche nel rapporto empatico tra operatore e paziente, in cui si valorizza la prospettiva del soggetto e dei familiari (2). Tutto ciò significa ricorrere a un approccio anche qualitativo nell’assistenza infermieristica (oltre a quello tradizionale) introducendo nuovi strumenti per indagare la malattia come esperienza esistenziale in cui ricercare significati. Tra la fine del XIX e l’inizio del XXI secolo si è affermata una impostazione metodologica che ha sempre più privilegiato le evidenze scientifiche rispetto al vissuto della persona. L’Evidence Based Medicine nacque come reazione ad una pratica medica basata su conoscenze antiquate. Per questo, negli anni ’70 l’epidemiologo A.Cochrane sottolineò l’importanza di raccogliere i risultati scientifici e portò, nel 1993, alla nascita della prima banca dati pensata per aggiornare e diffondere i dati ba-

sati sugli outcomes dell’assistenza sanitaria (3). Lo sviluppo del Web, le riviste specializzate e le banche dati on line alimentarono la diffusione e la condivisione delle evidenze scientifiche. A questo si aggiunga che, dal secondo dopoguerra in poi, in USA e in Inghilterra, lo sviluppo tecnologico e la specializzazione medica diedero luogo ad uno spostamento dalla cura della persona alla cura dell’organo, del tessuto e, infine, della cellula. Tutto questo portò a un distacco tra medico professionista e paziente ignaro. Nel 1993 l’articolo “The microstorypathway of executive nursing rounds: tales of living caring”raccontava l’insoddisfazione degli infermieri di ospedali sovradimensionati e altamente tecnologizzati in cui i rapporti umani erano sempre più difficili (4). In controtendenza a questa deriva, nel 1994 con l’articolo “We are the Stories we Tell. Narrative knowing in Nursing Practice” l’infermiera M. Sandelowsky affermò che la relazione tra operatore, paziente e caregiver, avrebbe facilitato l’ideazione e la progettazione del processo assistenziale (5). Metodi e strumenti L’affermazione dell’infermiera R. Beuthing citata prima, ha dato l’input per ideare la presente ricerca e per sviluppare il nostro quesito: l’operatore che ha vissuto un’esperienza di malattia, riunendo in sé il ruolo di operatore e paziente, può rappresentare una ricchezza nel prendersi cura della persona assistita? È stato scelto di realizzare una ricerca qualitativa, fenomenologica che ha visto tre fasi. Nella prima è stata realizzata una revisione nella letteratura che ha portato alle selezione di articoli(6;7;8;9) che trattano di tematiche specifiche come l’esperienza della degenza e i suoi influssi sulla vita professionale. Nella seconda fase è stata fatta un’intervista semi-strutturata a 12 operatori (un medico geriatra, sei infermieri di assistenza domiciliare, tre infermiere di sala operatoria, un’infermiera in salute mentale e un’altra di cardiologia) i quali sono stati contattati telefonicamente e incontrati personalmente dopo avere ricevuto il consenso all’intervista che è stata audio-reSTUDI E PROGETTI |

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gistrata. È stato chiesto loro: “l’esperienza di una malattia vissuta da un operatore sanitario può influenzare la propria capacità empatica nel rapporto con la persona assistita? Quali sensazioni ed emozioni ha provato durante il suo percorso terapeutico-assistenziale? Nelle richieste di assistenza, si è rivisto in quelle dei suoi assistiti?” Le interviste sono state trascritte e analizzate secondo il metodo Van Kaam. Dall’analisi, le frasi che avevano delle similitudini, sono state raggruppate in tre “etichette” (A; B; C) che hanno permesso uno studio più mirato. L’etichetta «A» riporta sensazioni ed emozioni provate durante la degenza. Qui si legge un senso di solitudine e smarrimento. Qualcuno ha affermato: “[…] per me è stata una doccia fredda. Ero incredula. Ero io dall’altra parte. Avevo le stesse paure del malato del letto accanto al mio. Ero stata catapultata in un mondo ignoto dove nessuno ti comprende”. (infermiere ADI) “[…] essere paziente significa vedere molte cose che dall’altra parte non si percepiscono. Ho provato disagio ed ero molto ansioso perché pensavo alla mia famiglia che si preoccupava per me. Non mi piace dare pensieri a nessuno. Però non posso negare di essermi sentito solo […]”.(infermiere sala operatoria) L’etichetta «B» registra il bisogno di essere ascoltati: “Nei vari controlli provavo un senso di violazione della mia intimità, […] pensavano che sapessi fare il bravo paziente visto che ero infermiera […] avevo tanto bisogno di parlare, ma nessuno si soffermava ad ascoltare i miei sfoghi. Sentivo di dare fastidio ai miei colleghi […] cercavo di non suonare mai il campanello, anche se avrei voluto che fossero venuti spontaneamente, tanto per chiedermi come stavo”. (Infermiere ADI) “[…] ho visto molte lacune nei miei colleghi che mi facevano arrabbiare. Non avevo tante esigenze, però la mia flebo era sempre finita e non veniva mai nessuno a cambiarla”. (Infermiere ADI) Nell’etichetta «C» si legge una nuova consapevolezza sulla propria professione: “Il mio percorso da paziente mi ha aiutato a migliorare la relazione con la persona malata. […] le faccio capire che so quello che prova, mi adeguo meglio alle sue necessità e mi impegno ad essere efficiente in tutto. Sono più gioviale e il mio lavoro lo faccio con più passione e pazienza”. (infermiere) “[…] ogni volta che inizio un percorso assistenziale, cerco di avere un ruolo di osservatore doppio. Nel senso che cerco sempre di immedesimarmi nel paziente e nell’essere infermiera”. (infermiera sala operatoria) Risultati Il confronto tra la revisione bibliografica e quanto è emerso dalle interviste del presente studio ha portato all’individuazione di alcuni elementi comuni. Il primo è che l’esperienza di malattia ha avuto sugli operatori un impatto tanto forte da cambiarne la visione del mondo. Il secondo è che, durante la degenza, tutti hanno provato disagio a causa del distacco dei colleghi che hanno considerato 14

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come un ingrediente del proprio senso di solitudine e una componente traumatica della malattia. Infine, gli intervistati riportano una rinnovata consapevolezza dell’importanza di essere coinvolti nel processo di cura attraverso una relazione empatica basata su vicinanza e ascolto attivo. Inoltre gli intervistati hanno ravvisato un beneficio nel ripercorrere la loro esperienza attraverso l’intervista semi-strutturata che gli ha consentito una ulteriore rielaborazione del proprio vissuto. Conclusioni L’esperienza di malattia dell’operatore è un patrimonio per tutti coloro che sono implicati nel processo assistenziale. Leggendo le esperienze dei colleghi, gli operatori possono guardare la malattia da una prospettiva più interna accrescendo l’auto-consapevolezza riguardo i bisogni del paziente e lo svolgimento della propria professione. Inoltre è importante rilevare che gli operatori-pazienti sottoposti ad intervista semi-strutturata hanno riferito di aver tratto beneficio nel raccontare la loro esperienza attraverso l’intervista che li ha condotti a riesaminare a un livello più approfondito la propria esperienza di malattia e il proprio percorso assistenziale a conferma dell’importanza della narrazione. Ovviamente questo è un risultato parziale basato su una ricerca condotta solo su un piccolo numero di persone. Per questo si ritiene importante la necessità di non assolutizzare le conclusioni qui riportate e, volendo, di estendere l’indagine.

Bibliografia 1 2 3

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Rosanne E. Beuthin, RN, MN. Article, “ Cultivating a Narrative Sensibilty in Nursing”, Journal of Holistic Nursing, Volume XX, Number X. 2014 Charon R., Narrative Medicine. A model for empathy, reflection, profession and trust, JAMA, October 17, 2001, Vol 286, No. 15, p. 1 Zannini L., Medicalhumanities e Medicina Narrativa. Nuove prospettive nella formazione dei professionisti della cura, Raffaello Cortina Editore, 2008. Bowles N., Story telling: a search for meaning within nursing practice, Nurse Education Today (1995) 15, 365-369. UK. SandelowskiM., We are the Stories we Tell:Narrative Knowing in Nursing Practice,J Holist Nurs, March 1994 12: 23-33. The experience of the female nurse who is a patient: powerless or in control?, The Australian Journal of Holistic Nursing,1998 Apr;5(1):32-8. Nurses as patients: the voyage of discovery, International Journal of Nursing Practice,1999 Jun;5(2):64-71. Senior nurses as patients: narratives of special and meagre care, HYPERLINK “http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19117499” \o “Contemporary nurse.”Contempory Nurse. 2008 Dec;31(1):32-43. Quando l’infermiere diventa paziente. Uno studio qualitativo sull’impatto dell’esperienza di malattia, Italian Journal of WOCN,Vol 1 Num, 2 Settembre 2011.


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STORIA DEGLI INFERMIERI UOMINI NEL NURSING ◊ Di Patrizia Signoroni infermiera coordinatore patrizia.signoroni@asf.toscana.it

Generalmente si fa corrispondere la nascita della professione infermieristica, modernamente intesa, all’attività di Florence Nightingale, ma in realtà l’assistenza infermieristica nasce molto prima, con almeno tre figure maschili, i cosiddetti riformatori dell’assistenza. Sono, infatti, San Camillo de Lellis (1550-1614), San Giovanni di Dio (1495-1550) e San Vincenzo de’ Paoli (1576-1660) gli uomini - tutti infermieri - che vengono comunemente riconosciuti come i principali promotori della riforma dell’assistenza. Le radici dell’assistenza infermieristica dello stare vicino, del prendersi cura, per tutta la tradizione europea prende corpo dall’attività rivoluzionaria di questi tre grandi personaggi, che coniugavano competenza tecnica e dedizione per il proprio la-

voro (basti pensare, come esempi delle loro genialità all’invenzione del campanello, della comoda, delle “consegne”infermieristiche. e della suddivisione dei malati in base alla malattia.)1. Una svolta epocale che si riflette con particolare evidenza nella nuova concezione dell’assistenza ai malati e nel rapporto tra questi e gli operatori della salute - medici e infermieri - in primis. In particolare, va ricordato che, grazie al “loro umanesimo dal basso, proprio di persone del popolo che in veste di infermieri si volgevano alla cura degli infermi”2 riuscirono, vivendo a stretto contatto con un’umanità sofferente e afflitta, a riportare al centro dell’interesse generale la condizione individuale del malato al di là delle sue condizioni culturali o materiali. APPROFONDIAMO |

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Lo storico della medicina Giorgio Cosmacini definisce, ancora ai giorni nostri, De Lellis come la figura dell’infermiere ideale, protagonista dell’utopia ospedaliera del Seicento.3 Lo sviluppo del nursing moderno, iniziato dalla Nightingale, rimosse effettivamente la presenza degli uomini dalla professione riuscendo, di fatto, a far nascere la prima professione femminile. Oggi è molto difficile ricreare quello che significava allora, l’idea di una professione femminile. Per le donne ritenute rispettabili, uscire dalla casa patriarcale e assumere un ruolo nel mondo era possibile solo in modi ben definiti: le donne cattoliche, se avevano un’educazione adeguata e la dote necessaria, potevano andare in convento, ma per la maggior parte delle donne il matrimonio, che trasferiva semplicemente il possesso della donna al marito, era l’unica soluzione per sfuggire all’autorità paterna.4 Le poche donne rispettabili, che dovevano lavorare fuori casa, potevano aspirare a fare la governante che equivaleva a diventare serve tuttofare. Le donne che lavoravano come infermiere si confrontavano così anche con i nuovi problemi delle relazioni sociali e del decoro: il problema più pressante era avere a che fare con gli uomini (pazienti, medici, gli studenti medici, gli amministratori e i rappresentanti politici) e assistere i corpi malati degli estranei, principalmente estranei uomini che erano la maggioranza dei pazienti negli ospedali del 19° secolo.5 Questa esperienza minacciava la loro rispettabilità e rischiava di stigmatizzarle sia per la loro presunta immoralità sia per l’idea di “contaminazione” insita proprio nell’assistenza ai malati. Nel 19° secolo le riformatrici, come la Nightingale seguirono la strada, aperta per loro, dalle suore infermiere per aiutare le donne che volevano o avevano bisogno di lavorare fuori casa a trovare un lavoro retribuito. In una società in cui, i ruoli dell’uomo e della donna erano molto rigidi e le persone apprezzavano il rossore come espressione dell’innocenza, i teorici del nursing avevano bisogno di difendere le infermiere che possedevano nozioni di anatomia e fisiologia (conoscenze considerate inappropriate per una donna) e si confrontavano con la spiacevole e poco signorile realtà come la malattia e la povertà. Per questo i teorici del nursing agirono a diversi livelli.6 Innanzitutto eliminarono qualsiasi connotazione di genere sessuale nelle infermiere chiedendo loro di indossare un’uniforme che fosse il meno attraente possibile. Nei paesi anglofoni le infermiere venivano chiamate “Sister” sorelle che denotava l’infermiera come educata e rispettabile e forse più importante - enfatizzavano una visione “angelicata” del nursing come essenzialmente una vocazione. Le studentesse non potevano sposarsi e venivano rinchiuse in luoghi come dormitori vicino all’ospedale. Si sostenne che le infermiere fossero portate a sacrificare se stesse e che fossero moralmente superiori, e che avrebbero, quindi, messo ordine nel caos degli ospedali. Questo scopo quasi religioso elevò lo status sociale sia del nursing che delle infermiere stesse, visto che, fondare il lavoro sull’altruismo, sulla carità e sull’abnegazione - lavoro che era nel mondo ma non del mondo - fu fondamentale per rimuovere lo stigma sociale. Ma la femminilizzazione del nursing fu anche largamente apprezzata dal mondo sanitario: già dai primi pronunciamenti i 16

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medici tesero a preferire per l’assistenza infermieristica l’elemento femminile a quello maschile. Le motivazioni della scelta della donna nell’assistenza infermieristica risiedono in questioni economiche e di caratteristiche naturali legate al sesso. In questioni economiche perché la donna, a parità di condizioni, dava la medesima quantità di lavoro e costava meno del’infermiere, non avendo il carico della famiglia.7 Secondo il rilevamento statistico-amministrativo sul servizio degli ospedali inglesi, il salario del personale femminile era, nel 1902, mediamente inferiore di quasi il 30% rispetto a quello del personale maschile. Inoltre si ritenne che la donna, per qualità naturali, si prestasse meglio dell’uomo alle cure pazienti e amorose verso gli ammalati.”. La donna è nata per esercitare la vita dell’infermiera”8. Le esistenti infermiere laiche, che similmente ai loro compagni maschi provenivano dagli stati sociali più bassi della società, vennero però ritenute ancora inadatte a svolgere funzioni assistenziali ritenute così delicate ed importanti. Nel modello inglese i medici ritennero perciò che le candidate al lavoro infermieristico dovessero essere scelte tra le donne del medio ceto, dotate di una cultura generale discreta, adatte al disimpegno delle più delicate mansioni alle quali una donna gentile può aspirare. Come si può ricavare dalle caratteristiche che, in genere i medici richiedevano per il personale infermieristico, la scelta dell’elemento femminile, ritenuto naturalmente più portato all’assistenza, può essere vista non soltanto in funzione del malato, ma anche in funzione della subalternità al medico stesso, come trasposizione nel campo professionale della più generale subalternità della donna all’uomo. Questo significò che, il reale e grande successo dei teorici del nursing nel creare la prima professione di massa delle donne, mise le infermiere nella situazione paradossale di giocare un ruolo importante nell’assistenza sanitaria, ma di banalizzarlo puntando solo sulla virtù e l’etica. Inoltre, enfatizzando le caratteristiche femminili, il nursing ha mantenuto la professione sotto il controllo delle donne, ma ha di fatto creato un blocco all’entrata di quegli uomini che volevano fare l’infermiere. In Italia il campo dell’assistenza in quegli anni è trascurato dalle ragazze che studiano, trovandosi moltissime maestre, ma pochissime che si occupano del nursing, a differenza di quanto succedeva in Germania dove molte signorine invece di fare le governanti o le maestre preferivano dare le loro cure agli ammalati.9 In Italia, contrariamente a quanto accadde in Inghilterra ed in America, le giovani non considerarono per diversi anni l’arte dell’infermiera come abbastanza elevata per farne una vera professione. Il perché le donne italiane preferivano sposarsi o aspettare o rivolgere la propria attenzione verso altre professioni, trova motivazione nelle pessime condizioni di lavoro del personale di assistenza. 10 Ma lo sviluppo della società porta progressivamente ad una radicale trasformazione del ruolo delle infermiere, che acquistano sempre più competenza e autonomia professionale. L’evoluzione della medicina, lo sviluppo tecnologico, il passaggio dalla concezione di accudimento e sorveglianza del malato


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all’idea di cura, trattamento e guarigione, l’espansione del sistema ospedaliero, rappresentano elementi di innovazione negli anni tra il 1920 e il 1960-1970, tali per cui si modificano radicalmente il bisogno sanitario e le possibilità di risposta da parte degli operatori. Tra le prime conseguenze di tali cambiamenti sulla professione infermieristica si riscontrano segnali di inadeguatezza del sistema formativo costituito dalle scuole convitto e una carenza strutturale di personale, fattori che rappresentano la principale ragione della soluzione normativa contenuta nella legge 124/1971. “Estensione al personale maschile dell’esercizio della professione di infermiere professionale”: recita così la legge n. 124 del 25 febbraio 1971, con la quale si sancisce una vera rivoluzione nel mondo infermieristico. Dunque, anche per ragioni di equità sociale, la professione non può più essere preclusa agli uomini, ai quali oltretutto era invece già consentita la funzione di infermiere generico (e proprio sulla distinzione tra infermiere professionale e infermiere generico si aprirà un non facile dibattito tra i legislatori, interessati a reclutare personale, e i Collegi Ipasvi, preoccupati della tutela di una qualificazione professionale acquisita attraverso molti anni di studio). 11 L’immissione degli uomini nei ruoli professionali produrrà anche un’accelerazione del cambiamento dei percorsi formativi, a cominciare dai Convitti che dovranno derogare all’internato per i nuovi allievi. L’apertura formale alla componente maschile, ancorché storicamente minoritaria, fino a quel momento esclusa dalla professione, si pone come una svolta di rilievo sociale e professionale. Non si deve pensare ad un processo lineare di maturazione dell’idea culturale di vedere gli uomini infermieri professionali; al contrario in quegl’anni il dibattito è stato puntuale, vivo e a tratti feroce. I leader della professione infermieristica, per motivi ovvi e a lungo descritti, non videro di buon occhi l’ingresso degli uomi-

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ni nella professione propriamente intesa: arriveranno in alcuni momenti a scrivere che l’introduzione della figura maschile corrisponde ad una diminuzione della qualità dell’assistenza infermieristica stessa. E’ certo che l’ingresso degli uomini nella professione ha indotto cambiamenti profondi nelle motivazioni ed una maggiore partecipazione della categoria alle rivendicazioni sindacali ed ai cambiamenti sociali. La componente maschile ha allargato le prospettive occupazionali, soprattutto in settori tecnici ed altamente specializzati dell’assistenza e ha favorito il progressivo miglioramento delle condizioni contrattuali e lavorative. Tuttavia l’esclusione degli uomini, negli anni in cui si gettavano le basi del nursing moderno, ha creato un modello che si è profondamente radicato sia nell’infermieristica sia, in maniera più ampia, nella società che, di fatto, vede ,questa professione, come un lavoro da donne. Bibliografia 1

Cosmacini G (2005 )“L’arte lunga Storia della medicina dall’antichità ad oggi” La Terza ,Bari 2 Cosmacini G.(2007) “ La salute la cura la storia “ Ed Velar, Roma 3 Cosmacini, G. , Op cit. 4 Motti, L.(2000) Le donne Ed Riuniti, Roma 5 Calamandrei, C.(1993) L’assistenza infermieristica. Storia,teoria e metodi,NIS 6 Gamarnikow, E.(1991) Nurse or woman: Gender and professionalism in reformed nursing 1860-1923,Anthropology and Nursing (151-167) London,Routledge 7 Gamarnikow E., Op. cit. 10 8 Celli ,A.(1908 ) La donna Infermiera in Italia in La nuova Antologia,Roma 9 Celli A., Op. cit. 10 Calamandrei C., Op. cit. 11 Calamandrei C., Op. cit.

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IL CONSIGLIO FEDERALE SVIZZERO VUOLE UNA FORMAZIONE DI ELEVATA QUALITÀ PER IL PERSONALE SANITARIO LA PAROLA ALL’ESPERTO La notizia! Da www.news.admin.ch Berna, novembre 2014 - La qualità della formazione del personale sanitario offerta dalle scuole universitarie professionali va promossa. L’avamprogetto è stato accolto positivamente dai partecipanti alla procedura di consultazione. Il Collegio governativo ha pertanto incaricato il Dipartimento federale dell’interno DFI e il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e delle ricerca DEFR di elaborare il relativo messaggio entro l’autunno 2015. La nuova legge stabilisce requisiti unitari per la formazione a livello di bachelor di infermieri, fisioterapisti, ergoterapisti, levatrici e dietisti e disciplina inoltre l’esercizio della professione sotto la propria responsabilità professionale di chi ha concluso uno di questi cicli di studio. Dopo la procedura di consultazione, il Consiglio federale ha deciso d’istituire un registro nazionale delle professioni sanitarie, con l’obiettivo di accrescere la sicurezza dei pazienti e sorvegliare l’esercizio della professione. È inoltre necessario valutare se la legge debba disciplinare anche i cicli di studio del livello master e l’esercizio delle relative professioni. Il bachelor dovrebbe tuttavia restare il titolo che abilita all’esercizio della professione. Insieme ai partner del settore formativo e sanitario si dovrà inoltre riflettere sull’opportunità di integrare nella legge altre professioni sanitarie insegnate a livello di scuola professionale universitaria o di scuola specializzata superiore. Come sottolineato dal Consiglio federale nelle sue priorità di politica sanitaria «Sanità2020», per garantire e promuovere cure di elevata qualità è necessaria una legge federale sulle professioni sanitarie. Questo obiettivo è anche in linea con il nuovo articolo costituzionale sulle cure mediche di base, approvato a larga maggioranza dal Popolo nel maggio del 2014. 18

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E per per noi italiani? La recente normativa ( c.566 L.190/2014) introduce nei principi una riorganizzazione dei percorsi formativi per gli infermieri, soprattutto al riguardo della formazione specialistica post laurea. Alessandro Mancini consigliere del Collegio IPASVIFirenze e Professore a contratto UNI Firenze ci esprime la sua opinione: -Una formazione di alta qualità per gli operatori sanitari è ormai un’esigenza non più rinviabile. Occorre immaginare finalmente una formazione in linea con l’ottica europea. Gli attuali tentativi delle nostre Università, volti a rivedere i modelli di sviluppo di competenze, trova spesso ostacoli sia di metodo che di contenuto. La verità è che la formazione è un processo aperto, una attività sempre non conclusa, che ci chiede di imparare ad imparare per tutta la vita professionale e non e nei diversi contesti: vita personale, lavoro, studio. Quanto sopra: da un lato implica che siamo chiamati ad implementare competenze sempre nuove, per rispondere ad una complessità sempre crescente in maniera efficace ed efficiente, evitando nuove forme di esclusione nel contesto sociale; Dall’altro la velocità dei cambiamenti e la loro complessità, agisce da ostacolo ad una riflessione approfondita, riguardo ad abilità, conoscenze, ai contesti e modalità di sviluppo. Alla luce di quanto sopra, le competenze rappresentano il fondamento su cui costruire l’Europa della conoscenza, ma devono essere considerate un processo dinamico, in continua evoluzione. L’attenzione deve essere a mio avviso, spostata dal soggetto “competenza” come elemento acquisito una volta per tutte, al processo tramite il quale vengono attivate e mobilitate le risorse personali in contesto. come direbbe Wiggings “non è importante ciò che si sa fare, ma ciò che si sa fare utilizzando ciò che si sa”.


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FACCIAMOCI RAGGIUNGERE Carissimi colleghi, rimane ancora molto difficile per la segreteria del Collegio raggiungere molti iscritti con le comunicazioni. Questo nonostante la tecnologia ormai faciliti gli scambi d’informazioni fra persone, in ogni angolo di questo pianeta. Risorsa di fatto resa inutilizzabile se non siamo disponibili al dialogo, se non trasmettiamo i nostri recapiti, quelli giusti. Vi invitiamo pertanto a comunicare alla segreteria del Collegio segreteria@ipasvifi.it oppure albo@ ipasvifi.it il vostro recapito telefonico e la vostra email, indicando il nome del mittente e se possibile il numero d’iscrizione all’albo. Vi invitiamo anche ad iscrivervi alla newsletter e\o news direttamente dal sito www.ipasvifi.it potrete ricevere le comunicazioni periodiche e le news giornaliere.

segreteria@ipasvifi.it - redazione@ ipasvifi.it - consultagiovani@ipasvifi.it - liberaprofessione@ipasvifi.it corsi@ipasvifi.it - giuridicoforense@ipasvifi.it - albo@ipasvifi.it - firenze@ipasvi.legalmail.it - puntodasccolto@ipasvifi.it COLLEGIO |

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Marzo • 2015

VIOLENZA CONTRO DONNE E MINORI ◊ Di Margherita Rocchi Infermiera. margherita.rocchi@gmail.com

L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera la violenza contro i minori uno dei maggiori problemi di sanità pubblica. Tutt’oggi è un fenomeno sottostimato in quanto molti casi non vengono all’attenzione dei servizi sociali o delle autorità competenti. Per questo i dati che più si avvicinano alla realtà sono quelli che risultano da un’analisi retrospettiva del fenomeno. Dagli studi è emerso anche che c’è una forte correlazione fra maltrattamento dei bambini e violenza contro le donne in ambito familiare. Per questo si parla di violenza assistita perchè il 62% degli episodi di violenza sulle donne da parte del partner è avvenuto in presenza di figli minorenni. Le ripercussioni della violenza sul bambino sono plurime, danni fisici, danni psicologici, fino alla morte. Ma è importante ricordare anche il problema della “trasmissione della violenza”. Chi ha subito maltrattamenti durante l’infanzia e non ha potuto rielaborare l’esperienza, da adulto presenta un rischio superiore di diventare un genitore maltrattante o un partner abusante rispetto a chi non ha subito alcuna forma di violenza. In sintesi: le violenze sui minori sono frequenti e hanno un impatto devastante sia sulle vittime, sia sulle generazioni successive, quindi è molto importante identificarle, prevenirle, o comunque limitarne le conseguenze negative; in questo ha un ruolo centrale e fondamentale l’infermiere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che “ogni nazione o ogni operatore ha la responsabilità di ridurre il fenomeno del maltrattamento attraverso misure preventive e deve garantire protezione, giustizia e cure per i bambini che sono stati maltrattati”. Il fenomeno deve essere affrontato in un’ottica di prevenzione, diagnosi e trattamento precoci. A tal fine è importante conoscere quali sono i fattori di rischio, i segni e i sintomi che devono far sospettare la presenza di violenza e determinare, quindi, le azioni da intraprendere. I fattori di rischio possono essere suddivisi in tre gruppi: • fattori di rischio individuali (caratteristiche dei bambini) come nati da gravidanze indesiderate, che richiedono attenzioni speciali; • fattori di rischio legati alla famiglia come violenza domestica, approvazione e/o utilizzo di punizioni fisiche, separazione conflittuale dei genitori, psicopatologia di uno o di entrambi i genitori; 20

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• fattori di rischio legati alla comunità come tolleranza o valorizzazione della violenza, rapporto tra i sessi caratterizzato da valori patriarcali e maschilisti, carenza di servizi di supporto alle famiglie, conflitti sociali o guerre Gli indicatori di violenza sono costituiti da: • sintomi psicologici/comportamentali come: agitazione irrequietezza, aggressività, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno, autosvalutazione, ansia, fobie • sintomi e segni fisici come: ematomi, ecchimosi in sedi che normalemente non vengono urtate, o in bambini non in grado di deambulare, ematomi multipli della stessa forma e dimensione, ustioni in sedi non usuali, con spiegazioni non plausibili, ustioni a guanto, a calzino o che riproducono la forma di un oggetto, danni viscerali in assenza di trauma maggiore, fratture multiple con diversi stadi di guarigione, lacerazioni genitali, sanguinamenti genitali persistenti. Un atteggiamento scorretto da parte della prima persona adulta alla quale il bambino racconta la sua storia potrà compromettere gravemente il successivo iter diagnostico e giudiziario e il percorso per la riparazione del danno. E’ importante quindi avere un atteggiamento di ascolto sincero, mostrando di tenere in grande considerazione quanto raccontato dal bambino e trasmettere la sensazione che si farà di tutto per aiutarlo. Il principale intervento di tutela che un operatore sanitario può attuare in queste situazioni è la segnalazione. La segnalazione é una comunicazione che va inoltrata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni in tutti i casi in cui sussista una condizione di rischio1 oppure di pregiudizio2 per un minore, al fine di attivare i necessari interventi di protezione dello stesso. La segnalazione è un atto di responsabilità individuale obbligatoria per i pubblici ufficiali e per gli incaricati di pubblico servizio (artt. 357 e 358 c.p.) e riguarda gli operatori sociosanitari ma anche gli insegnanti. La violenza contro le donne è una delle forme più diffuse di violazione dei diritti umani. Essa rappresenta una grave criticità per il sistema della sanità pubblica e un grave ostacolo all’eguaglianza e allo sviluppo sociale. Tra le varie forme di violenza contro le donne, la violenza domestica, ovvero attuata da un partner intimo -marito, convivente, fidanzato- è


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quella più frequente. La violenza domestica si basa su un insieme di comportamenti finalizzati a stabilire e mantenere il controllo sulla partner all’interno della relazione. Ciò che caratterizza gli uomini violenti è un’idea della donna come essere inferiore, che non ha diritto all’autonomia, alla libertà, e una idea di se stesso come legittimato a controllare, dominare, possedere questa donna. Gli uomini violenti hanno subito più spesso degli altri maltrattamenti in famiglia o hanno visto il padre picchiare la madre. Questo conferma l’iportanza di intervenire nei casi di violenza “domestica”, in modo da prevenire le gravi conseguenze sui bambini e il perpetuarsi delle violenze. La violenza domestica contro le donne coinvolge sempre anche i bambini sia perchè possono a loro volta subirla direttamente, sia perchè diventano vittime di violenza assistita. Quest’ultima è ormai riconosciuta come una vera e propria forma di abuso all’infanzia data l’assoluta sovrapponibilità degli esiti post-traumatici (WHO, 2002; ONU, 2006). Secondo un rapporto dell’UNICEF (2006), tra il 40% e il 70% dei mariti o compagni maltrattanti sono violenti anche con i figli. Per effettuare adeguati interventi sulle situazioni di abuso è innanzitutto necessario avere alcuni basilari strumenti per poter rilevare e riconoscere la violenza. Ciò richiede che gli operatori assumano un atteggiamento mentale ed emotivo sempre aperto alla possibilità che alla base delle problematiche ci possa essere una situazione di maltrattamento.

OBBIETTIVO PROFESSIONE INFERMIERISTICA

Proprio l’estrema diffusione di questo tipo di situazioni deve indurre gli operatori a considerare sempre la violenza come una delle possibili cause del disagio delle donne e a porre di prassi, nell’ambito della visita anamnestica, domande dirette relative al subire o all’aver subito diversi tipi di violenza. L’esperienza dimostra quanto le donne siano disponibili a rispondere vivendo con sollievo il sentirsi riconosciute nella loro problematica e legittimate a parlarne. Va sottolineato che se un servizio non rileva i casi di violenza è solo per l’incapacità degli operatori di vederla e di approcciarsi al problema in modo adeguato. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità gli operatori sanitari sono di solito tra i primi a vedere le vittime di violenza e possono intervenire in maniera efficace perchè possiedono specifiche competenze tecniche. Le donne che hanno subito violenza costano alla società più del doppio delle donne che non l’hanno subita, in quanto utilizzano 3 volte di più i servizi sanitari, fanno maggior uso (e abuso) di psicofarmaci, perdono più giorni di lavoro, vanno più frequentemente incontro a invalidità. 1/3 delle donne nel mondo ha subito violenza Nel 61% dei casi l’aggressore è il partner Nel 62% dei casi i bambini assistono alla violenza. In questi casi si parla di violenza assistita 17 miliardi di euro è il costo della violenza in Italia

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Marzo • 2015

NURSING: UN INGLESISMO CON MOLTI SIGNIFICATI, TUTTI INTORNO ALLA NOSTRA PROFESSIONE

◊ Di Nadia Chiari infermiera libero professionista nadiak90@yahoo.it

Immagino l’assistenza ai pazienti quando veniva esercitata dalle cosiddette crocerossine e ancora il moderno concetto di infermieristica era piuttosto lontano dal panorama sanitario, tra la fine dell’800 ed il primo ‘900; negli ospedali la percezione di essere presi in carico da una sorta di famiglia patriarcale tradizionale: un padre autorevole, con l’aria sicura e le convinzioni imperturbabili, una madre affettuosa e premurosa, piena di attenzioni nei confronti del suo assistito. Sono sicura che nessuno avrà pensato che il padre autorevole rappresentasse un infermiere e la madre premurosa un medico, e qui sta probabilmente la verità che anche oggi si cela dietro i ruoli professionali propri del medico e dell’infermiere. A proposito del nursing infatti, non è certo un caso che ci si interroghi sulla combinazione tra il ruolo tecnicistico e quello umanistico del “prendersi cura”, tipico del ruolo materno, tant’è che neanche la scelta di rivolgersi al termine inglese è casuale. Per descrivere la nostra professione ci siamo rivolti ad una lingua che già aveva esaminato questi aspetti, e con attenzione li aveva coalizzati, ai tempi di Florence Nightingale, in un solo vocabolo, che letteralmente significa allattare, nutrire al seno, prendersi cura del piccolo. Ciò che stupisce, oltre al fatto che si è scelto di identificare l’attività di una professione con un termine così eloquente, è che questa visione ben articolata e polimorfe dell’assistenza infermieristica calza a pennello con la visione olistica del paziente. Infatti una madre ogni giorno prende attentamente in considerazione tutti gli aspetti della vita di suo figlio, dall’alimentazione alla rete di relazioni, dal tono dell’umore ad eventuali cambiamenti nel suo aspetto fisico. Non perde occasione di comunicare con lui, per verificare come procede il processo di crescita, sia fisica che psicologica, a tutte le età. Inutile sottolineare che queste attività, al di là delle prestazioni tecniche che pure rientrano nella nostra professionalità, costituiscono una buona parte della complicata definizione di assistenza infermieristica. Non solo: un altro aspetto chiave del termine è quello relativo al ruolo educativo, la concezione di nursing come presa in carico della persona fino a quando 22

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quella non riesce a rendersi indipendente, emancipata, e può pensare a se stessa in maniera autonoma, proprio come un assistito che recupera le forze ed è pronto a tornare alla sua vita di sempre. L’eccezionalità della nostra professione consiste nella modalità con cui si sposano il fattore umano, psicologico, millenario e imprescindibile, e le competenze in continuo sviluppo, al seguito del fugace dinamismo con cui si evolve il nostro progresso scientifico e tecnologico. Una coniugazione appassionante, che motiva e mette alla prova tutti noi ogni giorno, al fronte delle difficoltà quotidiane professionali ed organizzative, oggi più che mai, a causa dell’esiguità di risorse di cui dispone il nostro sistema sanitario. Del resto nel 1925, novanta anni fa, già qualcuno diceva: “Abbiamo bisogno di capire e di affermare di nuovo che l’assistenza agli infermi è una delle arti più difficili. La compassione può sicuramente fornire la motivazione, ma la conoscenza è la nostra unica forza per operare. Forse dobbiamo anche ricordare che il progresso del nostro lavoro deve essere preceduto da idee, e che qualsiasi condizione che impedisca lo sviluppo del pensiero ne rallenta la crescita. Non ci accontenteremo di adottare sempre gli stessi metodi e le stesse tradizioni. Il nostro desiderio sarà quello di impegnarci sempre più a crearne di nuove” (Mary Adelaide Nutting).


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EDITORIALE

AL VIA LA STAGIONE FORMATIVA 2015 DEL COLLEGIO IPASVI FIRENZE Un panorama di corsi per tutte le esigenze organizzati dal Collegio per i propri iscritti. Le iscrizioni dovranno essere fatte online sull’ apposita piattaforma TOM (training online management ) dal sito ww.ipasvifi.it>formazione. Attraverso la piattaforma TOM è anche possibile inoltrare le proprie proposte formative che saranno valutate dalla commissione formazione del Collegio.

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Obbiettivo Professione Infermieristica nr. 2/2015  

Organo Ufficiale del Collegio IPASVI di Firenze

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