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autore

N°01

n°1 28-4-2011

Masal Pas:

Soldi sporchi a Solidarność

Il lato oscuro di Giovanni Paolo II

Barbara baraldi:

la scrittura cinematografica

Anno 1 N. 01 / maggio 2011 - Periodico settimanale - In attesa di Registrazione

“La donna che visse due volte”

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N°01 S O M M A R I O autori Masal Pas Bagdadi |4 Tune e Masal: due nomi per la stessa Donna

Paola Pellegrini |6 Un avvocato penalista rock

Marco Cocciola |12 Parole per superare le difficoltà

Remo Bassini |14 Tutta una vita per diventare scrittore

Roberto Lauber |22 Un soft-thriller per affrontare i temi caldi del nostro tempo

Simona Barugola |24 Quando le farfalle portano una primavera fantasy

intervista A Barbara Baraldi

In Copertina

Federico Romero Bayter nato a Santa Fè De Bogotà in Colombia nel 1981. Nel 2006 si laurea con lode in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Vive e lavora tra Milano e Genova. Vincitore nel 2007 della VI edizione del Premio GhigginiArte giovani. Premio nato nel 2001 da un’idea di Emilio Ghiggini, titolare dell’omonima galleria e di Gottardo Ortelli, artista e docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Il vincitore del concorso ottiene la possibilità di presentare i propri lavori in una personale galleria. Il Premio individua nuovi talenti in campo scultoreo, pittorico e fotografico dell’arte contemporanea giovane. GHIGGINI 1822 Via Albuzzi, 17 | Varese galleria@ghiggini.it | www.ghiggini.it

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Scrittura cinematografica: scrivere d’immagini di Marika Barbanti

rubriche Focus

on

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Wojtyla segreto

Appuntamenti Redazione

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Io come Autore


e d i t o ria l e Sono una divoratrice di libri. Li leggo appena posso, dovunque. Quando andavo al liceo avevo imparato a leggere mentre camminavo andando a scuola, nel tragitto dalla stazione all’istituto. Avevo imparato e memorizzato ogni centimetro di strada che percorrevo ogni mattina, la conoscevo così bene che potevo persino non staccare gli occhi dal giornale per arrivare fino in classe. Solo una volta ho rischiato di prendere un palo, dritto in faccia; per fortuna mi sono fermata appena ho visto il giornale accartocciarsi! Leggere mi estranea dalla realtà contingente. Leggendo vivo in un altro mondo, solo mio che condivido intimamente con lo scrittore. Leggo e so che il mio corpo vive, mentre la mia testa è in un altro universo. Questo senso di estraneamento accomuna me lettrice, agli scrittori. Anche loro si allontanano dagli stimoli della vita quotidiana per lasciare libero quel flusso di coscienza che poi si traduce in verbo e infine in libro. Remo Bassini scrive di notte, momento più propizio si sa; Marco Cocciola parla di un ritrovamento, di un’intimità perduta; Paola Pellegrini parla apertamente di flusso di coscienza e Roberto Lauber e Simona Barugola descrivono una situazione in cui sono i personaggi a prendere possesso della storia per trasformarsi in sogni a occhi aperti. L’esempio lampante di questo processo è Barbara Baraldi, a cui abbiamo dedicato un’intervista. Lei descrive flash ovvero immagini della sua mente; per questo hanno definito la sua una scrittura cinematografica. Sembra proprio che da qualunque parte la si guardi; la parola abbia un valore e un potere quasi ancestrale, capace di farci entrare in un universo parallelo in cui tutti, senza distinzioni di sorta, ritroviamo una parte di noi stessi. Buona Lettura. Marika Barbanti

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Masal Pas Bagdadi Tune e Masal: due nomi per la stessa Donna Da “salvata”

a salvatrice; una vita per i bambini

S

ono nata a Damasco in Siria nel 1938, a soli cinque anni nell’inverno del 1944, sono costretta a fuggire dalle persecuzioni antisemite insieme a molti giovani ebrei, approdando in Palestina. Vivo con angosce terrificanti la separazione dalla mia mamma rimasta in Siria e, vengo lasciata sola nel kibbutz Alonim, in Israele. Ma il ricordo dell’ultima parola “salvala!”, pronunciata da mia madre, mi tiene ancorata alla vita e mi fa sopravvive-

re. All’arrivo nel kibbutz il mio nome è stato cambiato: in Siria mi chiamavano Tune, qui mi chiamano Masal. Ho cambiato nome per non rivelare il mio stato di clandestina, adesso ho un’altra entità. Questo è

stato fonte di disorientamento e quando mi chiamavano non rispondevo perché quella bambina non ero io. Nel rifiuto del nome ho rifiutato tutto ciò che mi veniva offerto, il cibo, le cure, la lingua. Dopo avere pianto tutte le lacrime

Isbn 978-88-4525-142-9

a piedi scalzi nel kibbutz

Masal Pas Bagdadi Pagine 188 € 13,50

Inverno 1943-1944: nel ghetto di Damasco gli oltraggi antisemiti si fanno ogni giorno più violenti. Nottetempo i giovani ebrei fuggono verso la Palestina. La piccola Tune viene affidata dalla madre alla figlia maggiore perché la porti con sè verso la Terra Promessa. Se la strappa dalle braccia, ma non dal cuore, ed è con quell’immagine calda e forte che la bambina approda in un kibbutz dove verrà separata anche dalla sorella. è sola, spaurita, ferita dalla Storia. Qualcuno le regala una bambola la cui testa è rotta e lei le si dedica con tutto l’amore di cui è capace: forse è lì, in quel gesto, il palesarsi d’una vocazione. Nel kibbutz si sperimentano sistemi educativi liberi e collettivi, Masal ritrova la sua vitalità. Comincia a occuparsi di bambini, poi s’arruola nell’esercito d’Israele, diventa sergente, imparando a far convivere esuberanza e disciplina. S’innamora d’un italiano, lo sposa, approda a Milano proprio negli anni in cui la psichiatria si fa “democratica”. Conosce Luciana Nissim, Cesare Musatti e molti intellettuali progressisti. Apre un asilo in cui applica alcuni metodi appresi nel kibbutz, poi diventa psicologa dell’infanzia.

che avevo, mi sono chiusa in me stessa, nascosta dietro l’asilo, non permettevo a nessuno di avvicinarmi e lì ho ripensato intensamente alla mia famiglia, mia madre, i miei fratelli e ho capito cosa intendeva la mamma quando disse: “Salvala!”. Ho sentito che dovevo uscire da questo sentimento di morte e che finalmente dovevo continuare a vivere. Il riconoscimento dello stato di Israele è stato nel 1948 contemporanea-

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mente allo scoppio della guerra e l’attacco degli Arabi. Tutti noi bambini ma anche gli adulti eravamo euforici come tutto il Paese per questo riconoscimento. Eravamo pronti alla guerra e spesso ci siamo rifugiati nei bunker e la mia paura era allora completamente diversa da quella provata in Siria, perché ero convinta di essere difesa. La vera preoccupazione e il mio pensiero erano sempre ri-


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Damasco, considerata la più antica città del mondo.

volti a loro, mamma, fratelli, i vecchi nonni nel campo dei profughi vicino a Tel Aviv. Il mio interesse per i bambini nasce molto presto già nel kibbutz, sentivo pur non capendolo, che questo mi faceva stare meglio e mi stimolava a livello intellettuale a leggere libri di psicologia infantile e a cercare di capire in profondità le motivazioni, che spingono i bambini talvolta a esprimersi e comportarsi. La bambina vulnerabile che è nascosta in me, mi aiuta a riconoscere i dolori più profondi. è laggiù, correndo a piedi scalzi sotto il sole d’Israele, che ho cominciato a guarire. Questo interesse che coltivo con grande entusiasmo diventa prioritario nella mia crescita professionale e mi aiuta a diventare in maniera naturale quello che sono,

N°01 una psicoterapeuta infantile, adolescenziale e successivamente occupandomi anche degli adulti. Mi piace raccontare, è il mio punto di forza, le esperienze con i bambini e chi le ha ascoltate mi ha stimolato a scriverle e così sono usciti i primi libri di psicologia relativi alle mie esperienze dirette. Anche la parte personale, le vicissitudini della mia vita, raccontate ad amici, sono state accolte con curiosità e affetto che sono stati i motori delle mie biografie. In qualche modo mi premeva lasciare una traccia della mia vita, della mia famiglia e del ghetto. Per noi è importante la memoria per far continuare a vivere le nostre storie e le nostre esperienze e la voce spesso non basta per ricordarle ma serve qualcosa di più concreto. Scrivo i miei libri perché so di toccare punti comuni a persone giovani o meno giovani, tratti psicologici di sofferenze psichiche che le persone vivono anche senza passare le sofferenze che ho vissuto io. è facile identificarsi con quello che racconto, crea empatia fra la Masal scrittrice e il lettore e si stabilisce facilmente quel contatto familiare che non è così immediato nella scrittura e nella conseguente lettura. I miei messaggi passano al lettore nutrendolo e incoraggiandolo a superare le difficoltà come le ho superate io. Una forza di speranza a cui nessuno di noi deve rinunciare.


Paola Pellegrini Un avvocato penalista rock Cos’hanno

in comune l’anima di una rockettara

ribelle e la volontà di tutelare i diritti?

La

parola come espressione e difesa

H

o sempre avuto l’attitudine della scrittura, che è emersa fin dai banchi di scuola con una spiccata propensione per l’italiano. Il primo modo creativo con cui ho espresso questa inclinazione è stato grazie alla mia grande passione, ovvero la musica rock, in particolare l’hard rock. Questo mi ha portato non solo a

diventare cantante ma anche chitarrista, cosa insolita per una ragazza, e ho cominciato a scrivere sia la musica che i testi delle canzoni del mio gruppo, gli Oltre, con cui ho inciso tre album. Successivamente, ho intrapreso la professione di Avvocato Penalista e nel mio lavoro avere una certa facilità nell’e-

Isbn 978-88-6211-409-7

Rime vaganti

Paola Pellegrini Pagine 152 € 12,00

Tre racconti, tre generi letterari diversi, accomunati da un originale stile di scrittura di grande forza immaginifica. Il primo, Coriandoli, è un’avventura (o disavventura, dipende dai punti di vista) di un gruppo di giovani amici, che si svolge in un bosco di montagna. Il secondo, Il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto, è un thriller/noir con ambientazione cittadina, per il quale ho tratto ispirazione anche dalla mia professione di Avvocato Penalista. Infine, Il Giullare, un racconto fantastico, metaforico e quasi metafisico, incentrato sul concetto della tentazione e dei diversi modi in cui gli esseri umani possono caderne preda.

sprimersi scrivendo è una carta che aiuta. Ho così avuto modo di scrivere atti e ricorsi delle più diverse tematiche, e questo è stato per me una buona palestra per affinare la proprietà di linguaggio e la capacità di esposizione. Ed è a questo punto che la scrittura, in forma letteraria, ha trovato la strada per sfociare. Ho cominciato a scrivere racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati nel mio esordio letterario, Rime Vaganti – in un cielo spezzato, bruciato, smarrito, La Riflessione Editrice, 2010. La mia scrittura riflette la mia comples-

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sa personalità e le passioni che predominano in me: da un lato la legge, con il costante impegno per tutelare i diritti costituzionalmente garantiti di ogni individuo, dall’altro il rock, nel suo senso più amplio, di attitudine ribelle, forza dirompente e amore per l’autenticità. Per sintetizzare questi due mondi che si uniscono, a volte che si scontrano, sempre sul punto di esplodere nel tentativo di trovare un equilibrio, ho coniato la parola LEXROCK, il mio nickname e anche il nome del mio sito: www.lexrock.it. Il mio stile, a detta di chi ha letto i miei lavori, è


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particolare, tanto che il critico letterario autore della prefazione, Luca Bonistalli, ha affermato che “sperimento con la lingua”. Ciò in quanto il linguaggio, seppur in prosa, è poetico ed evocativo, teso e intenso, musicale e incalzante, con un’attenzione particolare al complesso e ricco mondo interiore dei personaggi. Lo stesso titolo del libro Rime vaganti, fa riferimento proprio alla mia originale vena stilistica, una prosa ricca di assonanze e allitterazioni, che vanno e vengono, quando per rafforzare, quando per smorzare la tensione narrativa, rendendo ciascun racconto un universo circolare, con i propri ritmi e i propri equilibri.

Nelle mie opere cerco di descrivere e rappresentare non solo i fatti, ma anche i sottili legami che concatenano gli eventi, condizionati sia dalle circostanze oggettive che si verificano, come dallo stato d’animo e dalle particolari caratteristiche dei protagonisti. La ricerca di scavare nel variegato e multiforme mondo interiore dell’animo umano è, quindi, un tratto peculiare della mia scrittura, che non si limita a una narrazione appassionata degli accadimenti, ma approfondisce anche il lato più intimo e oscuro del complesso e spesso contraddittorio mondo dei sentimenti, inducendo il lettore a riflessioni che trascendono il mero svolgersi della trama. La narrazione diventa, dunque, il punto Io come Autore

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di partenza per ulteriori e più profonde considerazioni, che non si fermano ma oltrepassano il singolo personaggio, fino a investire tematiche universali ed eternamente attuali. Narro storie tenere e violente, che si spingono a rappresentare il cuore e l’anima dei personaggi nel flusso continuo della coscienza che si materializza in parole concrete e allusive, concatenate da metafore e allegorie di denso inquietante simbolismo. Così, le azioni come i pensieri dei protagonisti, mentre vengono narrate in sequenze noir e fantasmagoriche, restano sempre sospesi tra Terra e Cielo, in una costante tensione verso il Trascendente ed è proprio questo forte richiamo all’interiorità che accomuna le vicende, sebbene molto diverse tra loro. Un altro elemento che mi caratterizza sono i dialoghi: incisivi ma allusivi, ricchi ma diretti, serrati eppure cadenzati. è un mare che avvolge, una scrittura elaborata ma senza zavorra, dove le parole quasi si toccano tanto sono forti.


L’intervista

Barbara Baraldi

scrittura cinematografica: scrivere d’immagini Una

scrittrice affermata sia in

Italia

che all’estero, racconta in questa intervista come

prendono forma i personaggi che l’hanno resa famosa.

Intervista esclusiva alla scrittrice gotico-noir

Da dove nascono le visioni dei suoi libri? Gli spunti arrivano da molte fonti. Secondo me, il bello dell’essere scrittrice sta nel raccogliere gli stimoli che ci arrivano dal mondo intorno, dalla realtà quotidiana, da cose semplici. Le persone che si incontrano, i dialoghi, i casi di cronaca, i film e la musica sono sicuramente degli spunti da cui partire. Mi è capitato che anche un sogno, avendo la fortuna di ricordarlo, fosse fonte d’ispirazione e sono riuscita a inserirlo nel romanzo. Dopo la fase “spugna”, da cui nasce l’ispirazione; come la visione che l’ha ispirata si trasforma in personaggio o storia? Ogni romanzo è una questione a sé. A volte ho una scena e mi metto a scrivere tenendola ben presente e intorno a questa costruisco il romanzo. Altre volte ho il personaggio. Nel caso di Scarlett avevo il personaggio ovvero questa ragazzina di sedici anni che si era trasferita in una nuova realtà. Attraverso il personaggio poi ho costruito le interazioni con gli altri e la trama del romanzo. Il lavoro di scrittura è a fasi. Molto spesso parlando con gli aspiranti scrittori mi

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capita di sentire: “Ho iniziato il romanzo, avevo un inizio bellissimo ma poi non sono andato avanti”. Secondo me il problema è quello di vedere l’opera per intero, invece il romanzo è come una costruzione, va fatta passo per passo. Inizialmente per approssimazioni poi per riscritture, il romanzo è un processo di elaborazione talvolta molto lungo come nel caso di Lullaby. In quel caso pian piano che i personaggi prendevano vita, c’erano interazioni diverse e magari avevo voglia di modificare quello che avevo scritto; dopo scritture e riscritture si arriva finalmente alla stesura che mi soddisfa, quella per intenderci, che non ritoccheresti neanche se lo andassi a rileggere dieci anni dopo. Quindi, non è possibile stabilire dei tempi precisi per la realizzazione di un intero romanzo? No, anzi ogni romanzo è a sé. Quando per esigenze editoriali mi danno delle scadenze mi metto al lavoro subito. La costruzione di un romanzo assomiglia molto al lavoro dello sculture; il materiale grezzo va sgrossato pian piano fino alla realizzazione dell’opera d’arte proprio come fosse una statua. Con le diverse riscritture si riescono a perfezionare i dettagli fino alla perfetta definizione, rendendolo così un capolavoro.


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Sembra che i suoi romanzi siano descrizioni di storie di persone già esistenti di cui lei semplicemente racconta le vicende, quasi come il giornalista ricostruisce i fatti quotidiani, è cosi? A volte lo penso. Credo che il personaggio già esista e il lavoro dello scrittore è semplicemente quello di dargli voce. Se ascolti la voce del personaggio non gli farai mai fare cose che tu autore vuoi fargli fare per forza. Mi è capitato in un romanzo che un personaggio doveva morire per simboleggiare la purezza di questo mondo. Ha preso forza, lo sviluppo della trama è andata diversamente in base all’interazione con gli altri e alla fine non è morto. Se segui la voce del personaggio e non lo forzi, lui prende da se le sue caratteristiche grazie ai rapporti con gli altri. è la magia della scrittura, altrimenti si descriverebbero sempre gli stessi personaggi, quelli vicini alla propria indole. A me a volte è capitato di odiare un mio personaggio perché era troppo cinico ed egoista e poi ho finito per innamorarmi di lui quando è cambiato all’interno della narrazione. Dal mio punto di vista uno scrittore non deve scrivere solo guardando il proprio cortile, cioè la propria vita privata, altrimenti tende ad appiattire il romanzo. Se invece ascolti la sua voce arrivi a scrivere anche storie di protagonisti che odi che magari fanno delle cose che tu non faresti mai, che non approvi e questa è l’opera del narratore.

Questo potrebbe essere il suo consiglio per gli scrittori esordienti? Sì. Quando c’è la voglia di scrivere una storia non bisogna farsi influenzare dal mercato e da considerazioni tipo: “Questo soggetto è di tendenza, va o non va”; bisogna seguire la storia senza aver paura di raccontare cose che non fanno parte della propria esperienza quotidiana. Io ho fatto esattamente così agli esordi. Dopo aver scritto il mio primo romanzo, l’ho accompagnato con diverse lettere di presentazione e l’ho sottoposto a moltissimi editori. Il mio primo romanzo è una storia di formazione sentimentale, ambientata in una Bologna gotica e alternativa in cui racconto una storia d’amore lesbo, quindi una tematica molto forte e difficile. Secondo me molti hanno troppa fretta di pubblicare e questo li porta a non seguire il piacere della scrittura e della narrazione che invece è l’elemento più importante per scrivere una bella storia. Una storia va scritta e riscritta e accarezzata con cura e solo quando la stesura ti soddisfa completamente allora va considerata un’opera finita da sottoporre all’editore. Cosa rende un romanzo depositario di un messaggio culturale? Alcuni libri hanno una magia loro. Spesso risulta difficile capire il motivo per cui un libro ha un enorme successo rispetto

Isbn 978-88-0460-826-4

I suoi personaggi le assomigliano? Io non mi ispiro mai a me per scrivere. Generalmente è più facile scrivere di se stessi e di ciò che si conosce, ma io non l’ho mai fatto. Talvolta ho regalato ai miei personaggi una piccola caratteristica che mi appartiene, ma sono sempre “sciocchezze” o cose molto piccole. I personaggi, man mano che la narrazione va avanti, prendono forza e prendono da sé le proprie caratteristiche, anche se può sembrare strano.

Barbara Baraldi Scarlett Il bacio del demone Pagine 307 € 16,00


L’intervista ad altri, spesso scrittori che oggi consideriamo punti cardine della letteratura non hanno “sfondato” ma sono stati riscoperti in un momento successivo. è una questione delicata, credo che la cosa più importante sia scrivere quello che si ha voglia di raccontare; scrivere per il successo spesso è controproducente. Io racconto la realtà contemporanea e questo mio approccio è particolarmente apprezzato dai lettori che mi seguono. Loro sentono la verità dei miei personaggi, spesso riescono a immedesimarsi in loro e nella loro voglia di vivere e sperimentare il mondo nonostante la difficoltà e le paure. Anche i temi che racconto e la location in cui ambiento le storie sono molto importanti. Raccontare di vere città e di temi d’attualità sicuramente sono punti di forza che aiutano il lettore a immedesimarsi e a comprendere meglio un altro punto di vista. Ad esempio ne La bambola dagli occhi di cristallo io descrivo una Bologna diversa, descrivo la Bologna con i problemi di tutti i giorni molto lontana dai clichè con cui è conosciuta all’estero. Io racconto le tematiche di violenza, d’integrazione che invece fanno parte delle dinamiche sociali di tutti i giorni riflettendo così la vera immagine di questa città e questo aspetto incuriosisce molto. La realtà, descritta in modo romanzato è sicuramente un ottimo ingrediente. Cosa pensa della diffusione gratuita dei libri? Crede che l’acquisto di un contenuto possa salvaguardare la qualità dello stesso? Questo è un argomento scottante. Recentemente su internet ho preso parte a un dibattito sulla figura dello scrittore. “Chi è scrittore? Solo colui che vive di questo?”. L’avvento dell’ebook sta facendo emergere nuove domande soprattutto relative anche alla questione della pirateria molto diffusa in rete. Io credo che in ogni rivoluzione ci siano dei pro e dei contro; ma sono convinta che la cultura sia la cosa più importante.

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Barbara Baraldi Se penso che un ragazzo, che non ama andare in biblioteca o acquistare libri, grazie alla tecnologia possa avere più stimoli nel leggere, allora ritengo che il digitale sia un ottimo strumento per stimolare nuovi lettori. Spero che nel futuro si riesca a trovare un punto d’equilibrio grazie al quale si continuino anche a vendere libri di carta. Io sono una “feticista della carta”; i libri che mi piacciono molto li ho in copia cartacea anche se leggo molti ebook. Come è stato leggere sugli ebook? Leggere sugli ebook è soddisfacente e certamente più semplice e comodo soprattutto quando lavoro. Per scrivere mi documento su internet e grazie agli ebook posso farlo anche quando sono in viaggio. In quelle occasioni porto sempre con me almeno tre ebook caricati sul mio e-Reader. Il formato digitale stimola a leggere anche persone che invece prima non l’avrebbero mai fatto, concorda? Assolutamente sì. Io non ho una posizione rigida nei confronti degli ebook. Come insegna la natura, la durezza porta solo alla rottura; invece l’albero flessuoso non si spezza con il vento. Io credo che sia molto importante la diffusione della cultura e sono a favore dell’ebook se questo può essere un valido aiuto. Auspico in una via di mezzo; credo che i lettori tradizionali continueranno a godere di un buon libro sul divano di casa mentre invece le giovani generazioni, più attratte dal digitale, potranno più facilmente abbracciare il piacere della lettura attraverso i supporti digitali.

Marika Barbanti


Marco Cocciola Parole per superare le difficoltà Misurare

un uomo dalla grandezza del suo cuore

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i chiamo Marco Cocciola e sono nato il 27 maggio del 1971 a Palermo, dove vivo e lavoro. Ho due figli, Elena e Filadelfio, che adoro e di cui non posso fare a meno. Le mie origini sono legate a Sanfratello, un paese arroccato nel parco dei Nebrodi, in provincia di Messina, famoso per i suoi cavalli, la natura incontaminata e la lingua, un idioma che ancora oggi, dopo circa 1.000 anni, mantiene la sua integrità. Ho

vissuto felicemente la mia infanzia e parte dell’adolescenza con i miei nonni materni, che porto sempre nel cuore. Mio nonno, in particolare, mi ha insegnato tantissimo. Guardandolo così pieno di vita, pareva dicesse: “L’età non è quella che si ha, ma quella che si sente”. In effetti, lui, anche dopo gli ottant’anni, si sentiva un giovane tra i giovani. In un libro dedicato ai grandi

Isbn 978-88-6205-161-3

ho ingoiato l’anima

Marco Cocciola Pagine 108 € 13,00

Il primo libro l’ho scritto di getto, nel 2007. Ho ingoiato l’anima nasce dalla ricerca di un’interiorità smarrita, di un ulteriore senso delle cose capace di travalicare la bieca quotidianità e l’inquietudine esistenziale che, in fondo, tocca in sorte a tutti. Dentro c’è di certo un messaggio di onestà. Questo libro è, in fondo, una saga giovanilistica, la storia di un percorso interiore costellato di errori e battute di arresto, è un libro sulla superficialità dei sentimenti convenzionali e sulla difficoltà di entrare in contatto con la verità più profonda della propria vita, che prima o poi si raggiungerà. La prima uscita del libro, grazie anche al lavoro di divulgazione personale, è stato un piccolo successo letterario a Palermo, perché sono state vendute circa 2.800 copie.

dello sport siciliano, dove tra gli altri figurano anche i miei genitori, l’autore scrive di lui: “Stella d’oro del CONI al merito sportivo… fu un campione d’umanità… Rosario Cicero era ispirato da sentimenti celesti. Il buon umore l’accompagnava ovunque, e con chiunque aveva rapporti, legava facilmente… Era il suo cuore a credere nella condivisione fraterna della vita... era il profilo di un angelo!”. Qualcuno mi ha detto che un uomo si misura dalla grandezza del suo cuore. Beh, se è così, mio nonno era un gigante, e oggi mi manca tantissimo.

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Ho una laurea in Economia, conseguita nel 1994, e un Master in Management Turistico. Sono essenzialmente un imprenditore. Seguo la mia piccola struttura di turismo rurale e il campo vacanze per ragazzi denominato La gabbianella e il gatto, tra Acquedolci e Sanfratello (ME), e lavoro nell’agenzia viaggi della mia famiglia, dove mi occupo principalmente di amministrazione ed eventi, e, di tanto in tanto, insegno, controvoglia a dire il vero, con i contratti a progetto nei corsi di formazione regionali e per l’Università, nell’ambito dei progetti IFTS. Da ragazzo ho praticato agonisticamente il


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nuoto, lo sci alpino (strano per un siciliano, ma mio nonno era un maestro di sci, così...) e l’atletica leggera, e adesso, a distanza di tanti anni, ho ripreso a nuotare e pratico la Kick boxing. Ho sempre avuto questo bisogno non comune di movimento, per educazione, sì, ma anche per sentire vivo e presente il mio corpo, per sentire l’aria, l’odore dell’acqua, per sentire scorrere i miei pensieri. Elevare lo spirito, manifestarlo attraverso il movimento è parlare con se stessi, avere cura di sé, rispettarsi. Sono cresciuto in una famiglia di grandi sportivi, e quando, sulle orme di mio padre, ho iniziato a praticare l’atletica leggera, ho subito sentito di far parte di un mondo speciale, dove i toni, il linguaggio e le parole sono comprese solo da chi vi appartiene, e non è importante se gli altri non capiscono. Lo sport è stato e continua ad essere per me una straordinaria fabbrica di emozioni, a volte provate in solitudine, a volte condivise, ma ogni volta emozioni; i grandi successi, così come le cocenti sconfitte, li ho sempre vissuti come un pezzo della mia storia, con tutto ciò che ne consegue.

N°01 Amo la lettura, l’arte antica, che studio con passione, gli animali, che conosco bene grazie a mio padre, viaggiare, andare al cinema e stare con i miei pochi e sinceri amici. Non sopporto la maleducazione, l’ipocrisia, quindi, la politica e la chiesa, sebbene io sia un credente. Il contesto familiare, lo sport, il mio percorso di studi e infine il mio lavoro, mi hanno dato la possibilità di conoscere tantissime persone, alcune delle quali occupano un posto speciale nella mia vita. Tutto, lo sport, i miei studi e il mio lavoro sono stati un gesto di riconoscenza nei confronti dei miei genitori, ma anche il tentativo e la ricerca di attenzione da parte loro. L’amore per la scrittura è arrivato solo pochi anni fa, nel 2007, quando, per fare chiarezza dentro di me, ho scritto di getto Ho ingoiato l’anima. In poche settimane il mondo attorno a me ha cessato di esistere. Ne sono uscito un po’ ammaccato e ho dato il testo a leggere ad alcuni amici, che ne sono rimasti colpiti e poi mi hanno spinto a cercare la strada della pubblicazione. Le pagine di Ho ingoiato l’anima mi hanno poi fatto compagnia per un po’ e mi hanno aiutato a superare la solitudine e il vuoto che ti piombano addosso quando qualcosa d’importante se ne va. Nel 2008, l’incontro con Natascia Pane, valente agente letterario, a cui serberò sempre enorme riconoscenza per le ore di lavoro che mi ha dedicato e per ciò che ha fatto, ha sancito in via definitiva il mio amore per la scrittura. Il Marco scrittore è un uomo che cerca la solitudine, un solitario. Perché? Perché la solitudine è il mezzo più potente per entrare in intimità con se stessi, per entrare in contatto con delle verità che fanno parte della nostra vita e paradossalmente, in alcuni periodi, anche il miglior mezzo per ricominciare a comunicare. Da quando scrivo, le sconfitte, le molteplici esperienze che mi hanno frantumato l’Io mi appaiono in modo diverso, e spesso riesco a trovarci un senso. Che meraviglia la scrittura! Diciamo che questo è tutto.

Io come Autore


Remo Bassini Tutta una vita per diventare scrittore Remo Bassini, Direttore de La Sesia, racconta gli esordi da scrittore noir

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opo aver sognato di sposare una principessa bellissima e di aver combattuto mille battaglie, un giorno, avrò avuto quindici, sedici anni, cominciai a dire che da grande, oltre a combattere i malvagi, avrei fatto lo scrittore. Leggevo tantissimo, romanzi soprattutto, il primo amore

era stato Salgari. Allora, tralasciando il discorso dei malvagi da annientare, resta da capire se sono o non sono diventato uno scrittore. Ma partiamo dall’inizio, dai miei ventidue anni. Sono un giovane operaio con una salute cagionevole ma mi sento forte per via

Isbn 978-88-8372-497-8

bastardo posto

Remo Bassini Pagine 172 € 14,00

è un giallo che tocca tematiche sociali, scottanti. Tutto parte dalla vicenda torbida, e di cui nessuno parla, di tre bimbi e di un’assistente sociale scomparsi, anni prima, dimenticati quindi dalla memoria della gente “per bene” ma ricordati, almeno, da qualcuno che invoca giustizia. La storia si snoda sullo sfondo di una città del nord, un bastardo posto, dove certi peccati (la pedofilia sacerdotale) sono coperti da poteri occulti. Il tutto in cinque notti. L’incipit del libro: sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo osserva. è una notte di marzo. Sta diluviando.

dei miei ideali: dopo il diploma, pensando alle lotte operaie e sindacali, ero andato a lavorare in fabbrica. Insomma, dovevo stare dalla parte dei più deboli. E provo a scrivere: un romanzo sul mondo operaio. Ma dopo due capitoli dico a me stesso: “Ancora non è il momento”. Dopo sette anni di fabbrica mi licenzio e faccio altro. Lavori saltuari, e tante letture: già perché a ventisei anni mi sono iscritto alla facoltà di Lettere a Torino. Mi innamoro della psicanalisi e del teatro. Recito anche. E scrivo: poesie, racconti, primi capitoli di romanzi. Scrivo e distruggo, scrivo e distruggo: sistematicamente. Oltre a studiare

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faccio un lavoro che consiglio a ogni scrittore in crisi: il portiere di notte in un albergo. Perché in un albergo, di notte, piovono storie. Io però –va a sapere perché– in quel periodo di studio e lavoro ho gettato la spugna: sento che non diventerò mai uno scrittore. E avevo ragione. Perché non riuscivo a far rivivere di vita propria quello che vedevo, insomma, non riuscivo a rielaborare. Approdo intanto al giornalismo. Che ha e chiede una modalità di scrittura diversa da quella del narratore (però richiede l’attenzione al particolare, e precisione). A trentotto anni (nel frattempo mi sono laureato e ormai sono un giornalista a tempo


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pieno) mi succede questo. Una sera ho mal di denti e decido di restare a casa: era una sorta di evento per me. Uscivo anche con la febbre, uscivo anche solo per fare due passi; mi piace passeggiare di notte, dovunque io sia. Prendo un bloc notes e dico a me stesso: “Raccontami una storia”. Avevo trovato, senza saperlo, il “metodo” per uscire da me e utilizzare il mio vissuto per creare altre storie. Nei giorni successivi scrivo quattro capitoli e poi, quasi per un riflesso condizionato, sto per distruggere tutto: una voce dentro di me continua a dirmi: “Non farti illusioni, non farti illusioni...”. Quei quattro capitoli, scritti un po’ a mano e un po’ col computer, finiscono in un cassetto, dimenticati. Mesi dopo (è il giorno di Pasqua, sono solo in redazione, preferisco lavorare alle riunioni familiari) vedo nel cassetto quei primi capitoli, sto per gettarli nel cestino, prima però decido di dare almeno un’occhiata: e invece li rileggo con attenzione, direi quasi con piacere, perché mi sembrano scritti da un altro. Per la prima volta invece di cestinarmi proseguo. Nasce così Il quaderno delle voci rubate, che è il mio primo libro, quello meno noto. Quando lo finisco è il 23 settembre del 1996, giorno del mio quarantesimo compleanno. Comincio a mandare il libro in lettura a destra e manca. Non conoscevo internet, che è una fucina di informazioni sull’editoria, con tanta ma tanta fatica, causa la mia timidezza, telefonavo alle case editrici per sapere se accettavano manoscritti (ricordo le voci svogliate, impiegatizie, che a fatica mi rispondevano). Al tempo stesso, però, accade che mi blocco, è peggio di prima, peggio insomma di quando scrivevo e distruggevo. Mi blocco perché mi domando: “Ma sono o non sono uno scrittore?” Insomma, Il quaderno delle voci rubate rischia di diventare il mio primo e unico manoscritto. E soprattutto le mie notti sono a rischio: perché le mie notti sono fatte solo ed esclusivamente di lettura, magari ascoltando la Io come Autore

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radio, di caffè, di sigari o pipa, di scrittura, anche, magari fino all’alba. Scrivo solo di notte, io, il silenzio mi rilassa e nella mia testa, solo di notte nella mia testa “piovono storie”. Certo, Il quaderno delle voci rubate l’avevo fatto leggere a parenti e amici. Tutti entusiasti. Ma non mi fidavo. Così un giorno prendo una decisione. A Milano vive una scrittrice affermata che è di Vercelli, Laura Bosio. Di mestiere fa l’editor, è stata allieva del grande Pontiggia. La conosco di fama, la conosco appena appena. Le mando il manoscritto scrivendole: “Vale qualcosa o è da gettare in un cassonetto?”. Dopo qualche mese Laura Bosio mi telefona. Mi dà qualche consiglio e un’indicazione precisa: aggiungere un capitolo. Ma soprattutto mi dice che Il quaderno delle voci rubate è un bel libro e che devo continuare a scrivere. Da allora non ho più smesso. Ho scritto cinque romanzi (Il quaderno delle voci rubate, 2002, Editrice La Sesia; Dicono di Clelia, 2005, Mursia Editore; Lo scommettitore, 2005, Casa Editrice Fernandel; La donna che parlava con i morti, 2007, Newton Compton Editore; Bastardo posto, 2010, Edizioni Perdisa Pop) e alcuni racconti come Il monastero della risaia, 2011, pubblicato da SenzaPatria. Per scrivere ho bisogno di leggere tanto, è ovvio, per scrivere ho ancor più bisogno di “leggere” la vita: in un bar, in una sala d’aspetto, per strada. Sono uno scrittore soprattutto di ricordi, ma sono anche uno scrittore che sente la necessità di scrivere “contro”, raccontando il “mio-nostro” tempo. In Bastardo posto, romanzo appena uscito, ho scritto “contro”. In Vicolo del precipizio, il mio sesto romanzo che uscirà a fine anno sempre per Perdisa Pop, rispolvero i ricordi, di cui sono un cultore. Io per esempio amo “ricordarmi” come scrittore in questo modo: di notte, nel silenzio, mentre il tempo viene come scandito dal battito, a volte tachicardico a volte assente, delle mie dita sulla tastiera del portatile.


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W O J T Y L A La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II

“è mio dovere elencare i gravi dubbi che non si possono tacere... mi rendo conto che alcune mie affermazioni sembreranno inaudite. L’ansia con cui molti ambienti lavorano alla beatificazione ha poco di evangelico. Chiedo che Wojtyla sia lasciato al giudizio della storia”. Dalla deposizione giurata di Giovanni Franzoni, teologo, nel corso del processo di beatificazione di Karol Wojtyla, 7 marzo 2007.

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uardiamo ai fatti. Questo libro, scritto dal vaticanista de La Stampa Giacomo Galeazzi e dal giornalista d’inchiesta Ferruccio Pinotti, ricostruisce la storia di Karol Wojtyla e si propone come un appello documentato contro la beatificazione. A uso di credenti e non credenti. Proviamo a mettere da parte i miracoli, veri o presunti. Proviamo a non guardare solo allo straordinario carisma di trascinatore di folle che ha lasciato tutti profondamente ammirati. Gli anni di Cracovia, i primi sponsor politici all’interno della Chiesa, le amicizie scomode (il vescovo americano Marcinkus, il vescovo cecoslovacco Hnilica –entrato anche nella vicenda della morte del banchiere dell’Ambrosiano Roberto Calvi– il consigliere della sicurezza americano Brzeziński), la pioggia di soldi al sindacato polacco Solidarność. WOJTYLA SEGRETO fotografa anche una serie di personaggi da romanzo criminale: Sindona, Gelli, Pippo Calò, Flavio Carboni, Francesco Pazienza.

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Giacomo Galeazzi, Ferruccio Pinotti Pagine: 352 € 16,00 Isbn: 978-88-6190-114-8


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S E G R ET O Questa controinchiesta raccoglie molte voci critiche anche interne al Vaticano, ostili alla beatificazione ma di fatto mai davvero ascoltate. Resta il dubbio di una decisione politica. E l’amarezza per i tanti vescovi che hanno combattuto contro regimi feroci, come Wojtyla contro il comunismo, giocandosi la vita. Nel libro si ricorda tra gli altri Oscar Romero, vescovo di San Salvador, trucidato mentre celebrava una messa. Anche lui possibile santo, ma c’è chi si oppone alla sua beatificazione. Cardinali per lo più vicini a Wojtyla e al suo successore Joseph Ratzinger. La fazione vincente. Oggi in gioco c’è il futuro della Chiesa: da una parte il potere dall’altra il messaggio di Cristo. I fatti dimostrano che con la beatificazione lampo di Wojtyla la Chiesa celebra soprattutto la sua ossessione secolare per il potere. Con una prefazione di monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente Cei per l’immigrazione. Giacomo Galeazzi è vaticanista de La Stampa. Tra i suoi libri ricordiamo L’ultimo profeta, biografia di Karol Wojtyla, Spedalgraf 2005 e Karol e Wanda, Giovanni Paolo II e Wanda Poltawska, Storia di un’amicizia durata tutta la vita, con Francesco Grignetti, Sperling & Kupfer 2010. Ferruccio Pinotti, giornalista e scrittore, è autore di molti libri di successo tra i quali ricordiamo Poteri forti, Bur 2005; Opus dei segreta, Bur 2006; Fratelli d’Italia, Bur 2007; Colletti sporchi, con Luca Tescaroli, Bur 2008; L’unto del Signore, con Udo Gümpel, Bur 2009. Per Chiarelettere ha pubblicato La lobby di Dio, 2010, un’inchiesta su Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere.

Estratto del libro Soldi sporchi a Solidarność Pag 141

La testimonianza di Lech Wałęsa Lech Wałęsa è sempre stato abbottonato sul tema dei soldi a Solidarność. Di recente, però, ha iniziato a fare alcune ammissioni, pur rimanendo cauto: «È vero, la Chiesa ha finanziato Solidarność, il piccolo sindacato polacco che ha cambiato il corso della storia nell’Europa dell’Est».13 A Danzica, l’ex leader di Solidarność ha incontrato il pubblico ministero Luca Tescaroli, che lo voleva interrogare sui finanziamenti che Solidarność avrebbe ricevuto dal banchiere e dallo Ior. Wałęsa risponde a tutte le domande, chiarisce, distingue, ma alla fine rivela che il Vaticano, attraverso vescovi, preti e altre organizzazioni religiose, finanziò il suo sindacato che era supersorvegliato dai servizi segreti polacchi e sovietici. «Non abbiamo mai ricevuto direttamente dei soldi. Il sindacato aveva oltre dieci milioni di membri e un lavoro operativo clandestino. Molte cose, i finanziamenti, succedevano a livello regionale. Io ero talmente sorvegliato che era impossibile che i soldi arrivassero per via ufficiale. Quando sentivo parlare di contributi mi voltavo dall’altra parte sapendo di essere osservato e di non poter partecipare a operazioni finanziarie».

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Deposizione resa da Wałęsa il 28 ottobre 2009 a Danzica, davanti al pubblico ministero di Roma Luca Tescaroli che si occupava dell’inchiesta bis sulla morte del presidente del Banco ambrosiano Roberto Calvi.


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A distanza di tanti anni da quella vera e propria rivoluzione che mise in difficoltà l’impero sovietico, Wałęsa, l’ex operaio dei cantieri navali di Danzica, ha ricordato anche quali fossero le fonti di finanziamento del sindacato: «Solidarność svolgeva la sua attività in clandestinità e dunque ognuno agiva secondo le proprie possibilità. Ci servivano materiale, carta per stampare i volantini. Per noi i soldi non erano necessari ma per quelli che svolgevano questa attività erano fondamentali». Wałęsa definisce i finanziamenti occulti che arrivavano al sindacato «opere caritatevoli». «E tutta l’attività caritatevole –ha detto al pm– era svolta dalla Chiesa, che non era controllata. Noi [lui e gli altri dirigenti di Solidarność, nda] dovevamo stare molto attenti, eravamo intercettati, i servizi segreti mettevano in atto provocazioni di ogni tipo e io dovevo tenermi lontano da tali situazioni». I soldi al sindacato arrivano dunque principalmente dal Vaticano e dalle sue organizzazioni, ma Wałęsa dichiara di non ricordare alcun nome in particolare. «Conoscevo preti, un vescovo, ma non ricordo i cognomi dei rappresentanti della Chiesa che si occupavano di queste questioni». A Wałęsa il magistrato ha ricordato che nelle lettere di Roberto Calvi, trovate dopo la sua morte a Londra, c’era scritto che il banchiere aveva finanziato Solidarność con oltre mille milioni di dollari. Su questi punti Wałęsa non ha risposto: «Non li conosco, i loro nomi li ho appresi dai giornali. La Chiesa in Polonia ci appoggiava e forse aveva qualche contatto con il banchiere Calvi. La Chiesa si identificava con la nostra lotta».

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Queste le sue uniche ammissioni. Ma non esclude la possibilità che all’epoca esistessero canali agevolati per i finanziamenti alla sua organizzazione: «I controlli di polizia non riguardavano i pacchi ecclesiastici e dunque suppongo che il finanziamento si svolgesse in quel modo... Forse la Chiesa ci dava soldi ma noi non chiedevamo mai da dove arrivavano». Siamo riusciti a ottenere un’intervista esclusiva da Lech Wałęsa. È un incontro intenso, quello con l’operaio che fondando Solidarność ha mutato insieme a Giovanni Paolo II il corso della storia. Nonostante il passare degli anni, Wałęsa (premio Nobel per la Pace nel 1983 e presidente della Polonia dal 1990 al 1995) esprime ancora una forza enorme, fatta di coraggio fisico, di entusiasmo personale e fede religiosa. Iniziamo il nostro incontro chiedendogli quando abbia conosciuto Karol Wojtyla. «In quanto figlio della Chiesa, l’ho conosciuto molto presto» ci racconta. «Non è stata subito una conoscenza diretta, ma lo conoscevo a distanza. La prima volta, fisicamente, è stato quando sono arrivato con la delegazione a Roma. Era l’inizio del 1981». Un’indicazione temporale importante: si tratta di pochi mesi prima dell’attentato al papa del 13 maggio 1981 attraverso il quale Wojtyla prende definitivamente coscienza del suo ruolo politico nella distruzione del blocco sovietico. Nel febbraio 1981 il generale Wojciech Jaruzelski era stato nominato primo ministro, e nell’ottobre di quell’anno sarebbe diventato capo del Partito comunista polacco. In un clima sempre più conflittuale, nel dicembre 1981 Ja-


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ruzelski avrebbe deciso di imporre la legge marziale in Polonia, in quanto l’Urss era pronta a invadere il paese. Giovanni Paolo II, reduce dall’attentato, diventa così acutamente cosciente della necessità di fornire ogni tipo di appoggio a Solidarność. Ed è questa la domanda centrale che poniamo a Lech Wałęsa: che importanza ha avuto il sostegno morale, materiale e politico di Wojtyla a Solidarność? «I comunisti avevano una filosofia semplice –ci risponde– impedire la nascita e l’affermarsi di qualsiasi organizzazione che non fosse loro emanazione. Ogni tipo di aggregazione sociale andava demolita sia in Polonia sia altrove nell’Est europeo. È un po’ quello che sta facendo oggi la Corea del Nord. Per di più in Polonia ci deridevano, prendevano in giro il nostro modo di stare all’opposizione, il tipo di lotta che stavamo conducendo. E così per molti anni in qualche modo ci hanno convinti che eravamo pochi e incapaci. Non riuscivamo a sollevarci, ma il Santo padre ci ha organizzati, ci ha preso per mano, anche in termini di preghiera. All’improvviso ci siamo contati e abbiamo visto quanti eravamo. Lui ha detto: “Non abbiate paura, cambiate la Polonia”. Wojtyla ha risvegliato le persone. E tutta questa gente risvegliata è stata in qualche modo intercettata dalle piccole e sparute organizzazioni dell’opposizione. Lui ci ha organizzati: ci ha contati e ci ha motivati. Senza questo tipo di aiuto non ci sarebbe stata alcuna vittoria. La stessa cosa Giovanni Paolo II l’ha fatta a Cuba, ma lì sono mancati dei punti di riferimento, quindi lì il comunismo persiste».

In Polonia invece Wojtyla si è mosso con forza e consapevolezza, trovando in Solidarność un ancoraggio forte per la sua missione? Lech Wałęsa annuisce e rivela: «In Polonia due cose hanno contribuito alla vittoria della causa: il risveglio prodotto dalla figura di Wojtyla e poi la sua guida, la capacità di condurre questo risveglio verso la vittoria. In altre parole, il papa ha dato il Verbo e noi l’abbiamo tramutato in Carne». Il sostegno di Wojtyla è stato anche un sostegno politico, geopolitico? «La Chiesa non è un organismo politico, ma agisce laddove la politica prende forma; esercita un’azione politica: compiere le cose è un fatto politico, anche la preghiera stessa è politica nella percezione dei non credenti, se vogliamo». Senza Wojtyla, senza Giovanni Paolo II, la storia polacca avrebbe avuto un corso diverso? Di fronte a questa domanda Lech Wałęsa non ha esitazioni. «Certamente. Certo il comunismo prima o poi avrebbe perso, ma molto più tardi, e con un finale sanguinoso. Il papa ha accelerato il processo, dirigendoci verso metodi pacifici e questo indubbiamente è un merito incontestabile. Io potrei dire più su di me, ma non voglio. Io voglio dire la verità: do il massimo punteggio in termini di merito a Giovanni Paolo II, il 50 per cento a Wałęsa e Solidarność il 30 per cento e il 20 per cento a tutti gli altri attori di quella complessa situazione». È possibile che quando il generale Jaruzelski dichiarò la legge marziale nel dicembre 1981 lo abbia fatto sapendo dell’autorità morale di Giovanni Paolo II, per evitare l’invasione dei sovietici


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con le truppe dalla Germania dell’Est? Fu una sorta di autogolpe, un autoputsch per prevenire un’invasione? Che ruolo ebbe in questa scelta la consapevolezza di Jaruzelski del peso morale di Giovanni Paolo II? L’influenza di Wojtyla su Jaruzelski fu importante? «Il comunismo fu una sorta di motore nel quale tutte le rotelle giravano a sinistra: noi in questo meccanismo abbiamo messo una rotella che girava verso destra. La rotella di Solidarność avrebbe potuto danneggiare il motore oppure rimanere distrutta nel motore stesso». Con questa metafora Wałęsa cerca di riassumere l’altissima tensione vissuta in quegli anni di lotta, dai primi scioperi di Gdansk e Danzica negli anni Settanta fino alla caduta del muro nell’89, anno in cui Solidarność diventò movimento politico e portò Wałęsa alla presidenza della Repubblica. «Nessuno all’epoca delle nostre lotte credeva alla possibilità di una vittoria. Ricordo che chiesi ai grandi di questo mondo se c’era la possibilità di sfuggire al comunismo. Lo domandai a tutti i grandi: presidenti, primi ministri, i re; nessuno ci diede una pur minima possibilità, non credevano che questo fosse possibile. Il generale Jaruzelski stesso era in condizioni difficili, d’altro canto i generali polacchi finivano la loro scuola da ufficiali a Mosca. Facevano vedere loro il plastico del mondo e gli dicevano: tu abiti qui, se qualcosa accade lì da te, noi ti diremo di andare via. Le città erano sotto la mira dei missili sovietici. Dovevamo trarre le conclusioni, sapere che non vi erano possibilità. Il potere comunista ci minacciava dicendo: Wałęsa porterà a far morire due terzi

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di persone, se lui è convinto di tutto questo lo faccia pure». Qual è il giudizio di Wałęsa su Jaruzelski? Il generale ancora oggi è sotto processo per una serie di vicende storiche. «Preferisco che Dio lo giudichi, voglio che lo giudichino gli altri. Il generale è l’espressione di una generazione infelice, vissuta in tempi infelici, perché se fosse vissuto in altre epoche forse Jaruzelski stesso sarebbe stato un grande uomo. Ha incrociato dei tempi negativi. A me basta la mia vittoria su di loro, sul comunismo: il resto venga giudicato da uno Stato democratico cioè dai giudici, dalle procure. Gli storici soprattutto devono fare il loro lavoro, io no». La Chiesa cattolica ha combattuto sin dalla fine della seconda guerra mondiale una grande battaglia contro il comunismo in tutto il mondo. In tutti i paesi dell’Est, in Cecoslovacchia, in Polonia, in Ungheria la Chiesa cattolica ha sofferto di grandi persecuzioni. Senza di essa sarebbe stato possibile abbattere il comunismo? «Ognuno ha fatto la sua parte in questa guerra. Era difficile essere sacerdoti nella Chiesa del silenzio. Quando per le strade di Mosca si vedeva una suora, per esempio, la gente si girava e diceva “ma è un’icona che cammina”, perché era incredibile che si potesse vedere una suora in un paese comunista». Come interpreta Wałęsa il rapporto tra il cardinale Wojtyla e il cardinale Wyszyński nella lotta al comunismo in Polonia? «Entrambi agivano: uno in una maniera più coraggiosa, l’altro un po’ meno». Wyszyński era il più coraggioso? «Non voglio dire chi era il più coraggioso. Ciascuno aveva un ruolo da


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ricoprire. I ruoli e le competenze erano differenti. Non si può dire chi abbia fatto di più o di meno contro il comunismo. In qualità di primate, Wojtyla non poteva esporsi. Di certo nessuno dei due era a favore del comunismo. Ed entrambi agivano coerentemente con la loro fede». Sul rapporto Brzeziński-Wojtyla, Wałęsa è cauto, ma ammette che a interessarsi della Polonia erano figure molto potenti. «Ci furono momenti in cui molte persone agirono per le sorti della Polonia: Mitterrand, Reagan, Bush. Tutto il nostro agire era indirizzato contro il comunismo. Reagan sosteneva la nostra causa e nel frattempo riarmava gli Stati Uniti, cosa che i sovietici non hanno digerito. Mitterrand dal canto suo diceva ai sovietici: «In Polonia dovete ammettere l’esistenza dei sindacati». Era una sinergia, più sinergie che si univano e tutto questo in qualche modo si univa contro il comunismo. A volte succede che si creino situazioni di questo tipo, sono le forze della storia. Io sapevo naturalmente come avevano operato e potevo contare su di loro». In Italia, nel corso dei processi per la morte di Roberto Calvi, è emerso che Wojtyla e Calvi mandarono soldi a Solidarność. Wałęsa era al corrente di questi movimenti di denaro? «Solidarność aiutava le persone in difficoltà, ma non avendo una struttura adeguata –perché ufficialmente il movimento era stato sciolto dal regime– si appoggiava alla Chiesa, che gestiva i fondi che giungevano a sostegno di Solidarność e supportava il sindacato anche logisticamente inviando macchine da scrivere, calcolatrici... Poi i preti

cercavano di sostenere le persone, organizzavano l’aiuto alla gente povera. In tal senso sì, c’è stato il sostegno a Solidarność». Il primo maggio 2011 Wojtila è dichiarato beato, poi sarà fatto santo. Chiediamo a Wałęsa se è giusto che venga fatto santo o se Wojtyla è stato solamente un grande papa, un pontefice-condottiero. «Be’, io sono credente, per me era sempre un santo, un santo da sempre, ma non posso entrare nella competenza di Dio. Non lo so, per me è un santo, non ho dubbi, ma non arrivo fin lassù». Il segreto della forza di Lech Wałęsa, dell’energia di un uomo che ha fatto la storia del Novecento qual è, dove risiede? «Non so se ho la forza, sono sempre più debole. La mia forza è unicamente suffragata dalla fede. Ma io sono un credente moderno. Il mio Dio sta anche dentro il computer. Lo trovo sempre. Senza fede non avrei fatto nulla. Non avrebbe senso, mi sarei venduto. La fede è indispensabile, ma una fede saggia, una fede intelligente. Non il fondamentalismo o l’esaltazione, questo no». Wałęsa chiude la sua testimonianza con un’ultima considerazione su Wojtyla: «Al termine del secondo millennio abbiamo avuto come regalo il Santo padre, che ha inaugurato un nuovo millennio, quello attuale, senza comunismo, senza divisione, senza blocchi. L’operato del papa ha influenzato la vita dei popoli e tutti noi abbiamo agito per chiudere il secolo in un modo sensato. Il resto spetta a noi, non possiamo contare solo su Dio per costruire un mondo migliore. Senza i vari valori non c’è vittoria duratura».


Roberto Lauber Un soft-thriller per affrontare i temi caldi del nostro tempo Scrivere per fare delle domande anziché dare delle risposte

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ono nato a Milano nel 1969. La passione per la matematica, affacciatasi fin da piccolo, mi ha accompagnato nelle mie scelte di vita fino a condurmi alla laurea in Ingegneria Meccanica. Terminati gli studi ho lavorato per qualche mese in Università, al Politecnico di Milano, dove ho collaborato alla progettazione della Galleria del Vento, dopodiché ho iniziato a fare quello che credo sia il lavoro più bello per un Ingegnere Meccanico e per chiunque sia appassionato di

macchine. Ho iniziato a progettare automobili, principalmente per marchi italiani (Fiat, Alfa Romeo, Ferrari e Maserati) con però anche qualche esperienza all’estero per PSA e Mercedes. Fino a che, dopo quasi dieci anni, ho cambiato completamente settore passando a lavorare nel comparto edilizio. Nel frattempo mi sono sposato con Barbara e ho avuto due bambini: Alessandro nel 2003 e Francesca Luna

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La routine di Yuri Zucchi, tranquillo ingegnere italiano in trasferta a Parigi, viene interrotta da un attentato inspiegabile dal quale si salva per pura coincidenza. Inizia così un lungo incubo che lo porterà a fuggire cercando rifugio in tutta Europa senza mai riuscire a capire chi lo vorrebbe morto e perché. Il fatto che Yuri abbia progettato un motore rivoluzionario che, oltre ad essere ecologico, consentirebbe di affrancarsi dalla dipendenza dal petrolio, lo porta a sospettare che dietro a tutto si nascondano gli interessi intoccabili di un colosso petrolifero. Ma l’agghiacciante verità è ben oltre i limiti dell’immaginazione.

nel 2007. Due bambini che ovviamente, come dicono tutti i genitori dei loro figli, sono bellissimi e intelligentissimi. In tutto questo un’altra mia grande passione reclamava ascolto: la lettura. Come tutti i bambini, sono stato un avido lettore di fumetti, e l’esigenza di approcciare letture più “importanti” mi è nata decisamente tardi, probabilmente anche per il fatto che i primi testi letti non mi avessero trasmesso alcuna emozione. La svolta ci fu in seconda liceo, quando come letture estive mi vennero assegnati due romanzi che cambiarono completamente il mio giudizio sulla letteratura: La

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coscienza di Zeno di Italo Svevo e Il Rosso e il Nero di Stendhal. Ricordo di aver appreso in quell’estate lontana quanti insegnamenti possano essere racchiusi fra le pagine di un libro. Da allora cominciai a leggere di tutto, dai Saggi sul Buddhismo ai Romanzi Classici, dai romanzi d’amore ai testi umoristici con una particolare predilezione per i Romanzi gialli e thriller. Ed è proprio da questo genere di romanzi che è nata la mia voglia di scrivere. Ho infatti cominciato a leggere tali libri in maniera sempre più critica, cercando di capire durante la lettura dove volesse ar-


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rivare l’autore, chiedendomi se la storia potesse finire in maniera differente e mi trovavo sempre più spesso a dire: “Ah, io qui l’avrei scritto così…, io avrei raccontato questo…”. Finché un giorno mi chiesi: “Sì, io dico così, ma poi sarei veramente capace di creare una storia che abbia un senso? Che stia in piedi? Che possa essere avvincente per un lettore?”. E così decisi che prima o poi... Già, prima o poi, cioè sempre poi: colpa del poco tempo libero, mi dicevo. Finché un giorno decisi che avevo rimandato abbastanza. La storia, o quantomeno la struttura, era già scritta nella mia testa, il problema era riversarla su un foglio, dando corpo a quello che sarebbe dovuto divenire un romanzo, con i suoi personaggi e le sue ambientazioni. Decisi così di rifarmi a ciò che mi era più vicino: Milano per le ambientazioni, amici e conoscenti con i loro caratteri, i loro pregi e le loro debolezze per dar vita ai personaggi. Ovviamente io stesso non mi sono tirato indietro e chi mi conosce può ritrovare nella lettura dei miei romanzi personaggi che hanno molti punti in comune con me, così come episodi che io ho vissuto realmente. Potrà sembrare, quest’ultimo punto, una sorta di scorciatoia, ma non è così: essendo io una persona estremamente riservata trovavo grosse difficoltà a raccontare cose che appartengono al mio vissuto, ma convincendomi che da qualche parte un compromesso lo dovevo trovare e aiutato dal fatto che quello che raccontavo era comunque mischiato e celato tra fatti e persone inventate, sono riuscito a vincere questa mia riservatezza e a dare corpo alla storia. E a quel punto è stato tutto più facile. Anche se la struttura era già in testa, come dicevo, temevo che in alcuni casi non avrei saputo come legare i diversi avvenimenti che avevo pensato, invece man mano che scrivevo tutto diventava più chiaro. Sembrava quasi che in alcuni casi fossero gli stessi personaggi del roIo come Autore

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manzo a suggerirmi come dovessi proseguire e come farli agire. Col secondo romanzo paradossalmente è stato ancora più facile, perché sebbene la storia non fosse consolidata nella mia testa, come nel primo caso, mi erano diventati più familiari alcuni processi legati alla scrittura. Ad esempio quell’integrazione tra “reale” e “creato” che tante difficoltà mi aveva causato nel primo romanzo. Tant’è vero che il protagonista di Padri senza Figli è un ingegnere che lavora nel settore automotive. Per quanto riguarda la storia, l’unica cosa che avevo chiara in testa era che volevo partire da una fuga: mi piaceva l’idea di immaginare e quindi raccontare cosa può provare una persona normale che si trova all’improvviso a dover scappare per restare in vita. Che cosa pensa? Come ragiona? Per fortuna non mi è mai capitato e dunque non lo so, però ho cercato di mettermi nei panni di Yuri, il protagonista, per pensare come mi sarei comportato io e di conseguenza trovare una risposta alle mie domande. Nello stesso tempo dovevo però cercare di dargli credibilità e di non farlo sembrare un super eroe proprio per non discostarmi dall’idea di partenza. E anche in questo caso a un certo punto non ero più io che pensavo a come si doveva comportare Yuri, ma era lui a suggerirmi cosa doveva fare, dove andare, fino ad arrivare a dirmi che era stanco di scappare e che voleva trovare un posto sicuro in cui nascondersi. Per il resto, mi proponevo di affrontare e fondere in un thriller temi delicati: la ricerca di combustibili alternativi al petrolio, la detenzione di enormi fortune economiche e il loro uso non sempre illuminato, il dramma di quei genitori che non si rendono conto del grande dono che hanno avuto con la nascita dei loro figli e che commettono l’errore, talvolta tragico, di sottovalutarlo.


Simona Barugola Quando le farfalle portano una primavera fantasy La rinascita di una donna diventata mamma

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alve, lasciate che mi presenti: mi chiamo Simona Barugola e sono nata a Vercelli nel 1969. Dopo il diploma tecnico mi sono occupata di informatica lavorando come programmatrice software a tempo pieno. In seguito il matrimonio, la mia vita ha avuto dei cambiamenti drastici. Non tutti i cambiamen-

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L’Ora di Middle Dawn Il mio primo racconto, il mio primo bimbo, che si è messo il vestito della festa. Una storia di ragazzi e di grandi, una storia di ricerca e di scoperta. … Cercate il Potere ma lo avevate già… Si ma qual è il potere che tutti noi possediamo? Si tratta del grande Potere di scegliere, della possibilità di sbagliare e di correggere i nostri errori con la volontà. Chi costruisce il nostro futuro, le nostre fortune o sfortune, se non noi stessi? Il protagonista Andy riuscirà a capire questa importante lezione solo dopo una lotta secolare tra buoni e cattivi. Ma non sarà mai solo in questa lotta piena di pericoli, trabocchetti, omicidi.

no meglio e le montagne difficili da scalare diventano colline. Con l’arrivo delle mie farfalle ho dovuto modificare i miei obiettivi e ho rispolverato una mia grande passione, la lettura. Il passo seguente è stata la scrittura. Scrivo per raccontare le storie che invento. I miei sono racconti pensati per giovani lettori, ma non solo ragazzi. Anzi, spesso penso a tutti quelli che si sentono ancora giovani dentro, e che hanno ancora voglia di sognare come me. La mia passione per la lettura è sbocciata solo quando ho scoperto che leggere è bello, e si può, anzi si deve, leggere solo per il piacere di farlo. Ricordo quando a scuola eravamo obbliga-

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ti sono stati eventi negativi, infatti sono anche giunte da molto lontano le mie due bambine, due inarrestabili farfalle. Questi cambiamenti mi hanno insegnato che quando si è convinti di quello che si desidera, e soprattutto si è veramente uniti, le difficoltà si affronta-

ti a leggere quello che decidevano per noi gli insegnanti: ho sempre affrontato queste letture come un’imposizione. Ma crescendo ho imparato a scegliere quello che realmente mi aggradava. Da quel momento non ho più smesso di leggere. Leggere apre all’immaginazione. Una storia mi piace se mi permette di continuare con la fantasia dopo la parola fine. Sovente mi viene chiesto perché ho deciso di ‘scrivere’ e io posso solo pensare al momento in cui la mia vita cambiò in modo definitivo. Con l’arrivo della mia farfalla maggiore ho dovuto ridimensionare le attività lavorative nell’informatica perché un giorno mi disse: “Non voglio


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che tu vai a lavorare, perché ho paura che mi dimentichi”. Come è possibile spiegare che la mamma non si dimentica a una bimba di tre anni ferita da un abbandono? Gli anni passano, i traumi guariscono, e il tempo libero aumenta, pur continuando a occuparmi d’informatica seppur con una visione d’impegni più ridotta. Un giorno ho preso un foglio di carta e ho spalancato la porta dell’immaginazione. Ho scritto, cancellato, riscritto, fino a quando ho capito che mi piaceva quello che stavo facendo. Allora ho studiato ‘come si scrive’ e ho dovuto togliere la ruggine che si era formata con gli anni, perché non intendo permettere che la porta si richiuda. A volte è un’immagine, a volte è un luogo, a volte anche solo un suono a fare nascere una storia. Le mie storie nascono quasi sempre come

un pugno di parole, a cui si vanno aggiungendosi giorno dopo giorno altre parole. Così crescono i personaggi, si definiscono le situazioni, le motivazioni, prende forma il racconto. Certo il paesaggio che mi circonda a volte mi aiuta a vedere quello che può esistere solo sulla carta perché la mia casa si trova tra i campi e vicinissima ai boschi. I boschi sono abitati da animali ormai troppo abituati all’uomo. Volpi, cinghiali, civette e lepri hanno preso l’abitudine di uscire allo scoperto e scorrazzare sulla via, preferibilmente nell’orto. Ma anche i laghi e le montagne a una manciata di chilometri mi aiutano a vedere.

N°01 La mia attenzione è spesso rivolta ai ragazzi perché ho provato che esiste una fascia di età un po’ dimenticata. Ed è proprio il momento in cui non sono più bambini e nemmeno ancora ragazzi il più delicato. Hanno il diritto di sognare e di parteggiare per i buoni (o se qualcuno preferisce anche per i cattivi), ma spesso sono a loro disposizione storie troppo grandi o troppo piccole per i loro abiti. Queste storie li costringono a crescere troppo in fretta o a rimanere troppo a lungo in compagnia degli unicorni rosa. Certo anche io commetto errori, dopotutto sono solo una madre e non una maga e nemmeno una psicologa infantile, ma spero di dare un piccolo aiuto attingendo dalle mie esperienze personali. L’Ora di Middle Dawn il mio primo racconto, il mio primo bimbo, che si è messo il vestito della festa. Una storia di ragazzi e di grandi, una storia di ricerca e di scoperta. … Cercate il Potere ma lo avevate già … Si ma qual è il potere che tutti noi possediamo? Si tratta del grande Potere di scegliere, della possibilità di sbagliare e di correggere i nostri errori con la volontà. Chi costruisce il nostro futuro, le nostre fortune o sfortune, se non noi stessi? Il protagonista Andy riuscirà a capire questa importante lezione solo dopo una lotta secolare tra buoni e cattivi. Ma non sarà mai solo in questa lotta piena di pericoli, trabocchetti, omicidi.


appuntamenti

Vicino/lontano 7° Premio letterario internazionale

tiziano terzani

U

dine, 12-15 maggio 2011: il festival vicino/lontano, giunto alla 7ª edizione, fornirà una chiave I dintervista lettura delle questioni cruciali del nostro tempo, avvalendosi del contributo di ospiti competenti e autorevoli. Il programma prevede più di 50 appuntamenti: riflessioni e ragionamenti, incontri e dibattiti, ma anche poesia, musica, teatro, immagini. La cerimonia di inaugurazione si terrà il 12 maggio alle ore 19,00 e proseguirà tra le mura della chiesa di San Francesco, da sempre palcoscenico principale della rassegna, con Alessandro Bergonzoni, artista e autore. Tra gli ospiti di questa edizione Carlo Galli, Gian Antonio Stella, Lucio Caracciolo, Innocenzo Cipolletta, Susanna Camusso, Andrea Ichino, Sebastiano Maffettone, Giacomo Rizzolatti, Loretta Napoleoni, Guido Crainz, Maurizio Ferraris, Ekkehart Krippendorff, Eugenio De Signoribus, Umberto Ambrosoli, Marco Panara e Massimiliano Panarari. Le personalità del mondo della

cultura e dell’informazione si confronteranno su grandi temi: lavoro, diritti e nuove disuguaglianze; internet fra libertà, informazione e mutamento antropologico; l’Italia dopo 150 anni di vita unitaria. Nel cuore del festival ci sarà la cerimonia di consegna del premio letterario internazionale Tiziano Terzani, quest’anno attribuito dalla giuria alla giornalista sino-americana Leslie T. Chang per il suo romanzo-reportage Operaie, Adelphi, 2010. Anche quest’anno la manifestazione si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e realizzata grazie al fondamentale finanziamento della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Udine. Quest’anno l’appuntamento con il reportage fotografico, sarà presentato dalla Galleria fotografica Tina Modotti –in collaborazione con Medici Senza Frontiere e l’Istituto Europeo di Design di Milano –la mostra Il cibo non basta con le immagini di nuovi fotografi che hanno documentato l’emergenza malnutrizione.

Per informazioni 12-15 maggio Udine ore 19,00 - www.vicinolontano.it - Tel. 0432-201408. Partecipazione libera, fino a esaurimento posti disponibili.

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PRESENTAZIONE LIBRO wOJTYLA SEGRETO 2 maggio Verona,

ore

18,00 Fnac,

via Cappello 34.

4 maggio Roma, ore 18,00 Libreria Melbookstore, via Nazionale 252/255 Interviene Lucia Annunziata. 5 maggio Milano,

ore

18,00 Libreria Feltrinelli, P.zza Duomo 1.

14 maggio Torino, ore 13,30 Salone Internazionale del Libro, Sala Rossa, Intervengono Riccardo Chiaberge, Massimo Franco, Bruno Ballardini. 19 maggio Roma, Casilina Vecchia 42.

ore

21,00 Circolo degli Artisti,

via della

Caffè Letterario di lugo a ravenna Sabato 7 maggio, ore 18,00 Saletta Conferenze Libreria Alfabeta PAOLA EMALDI “Il mantello del sommo sacerdote” (Milano, Ancora Editore, 2010) Introduce Lorena Cassani Sarà presente l’autrice. Un romanzo che fa rivivere 70 anni della storia di

Gerusalemme e del suo popolo. L’ebreo Beniamino, raccontando la sua vita, parla anche di tutte le vicende storico-politiche che portarono alla presa di Gerusalemme da parte dei Romani nell’anno 70 d.C. La famiglia, la crescita, l’amore, il sesso, il culto, gli ebrei, gli zeloti, i cristiani e la strana sparizione di un mantello dal Tempio...

Lunedì 9 maggio, ore 21,00 Sala Conferenze Hotel Ala d’Oro PIERO PIERI “Les nouveaux anarchistes. Atti intollerabili di disperazione a Bologna” (Massa, Transeuropa Editore, 2010) Introduce Gian Ruggero Manzoni Sarà presente l’autore. Prendendo

come campione l’ateneo di Bologna, il romanzo mette a nudo le forme tragiche di un precariato intellettuale che sovente sfociano nella scelta autodistruttiva, dell’azione politica eversiva, della ribellione anti-sociale, fino al delitto come autodifesa dalle regole non scritte di uno stato che tortura innocenti, sospettati d’essere anarcoinsurrezionalisti.

Fonte

http://www.romagnagazzette.com

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