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numero 8

www.iocome.it

ra! o i c i g n raggiu n-line è già o Intervistando Regina Miami Drag Queen I MURI di Anna LaStella L’Adamo di Davide Gasparini Gli hemp house modules di Werner Aisslinger Domande al gruppo HIKOBUSHA Anno 1 N.8 Ottobre 2011 - Periodico quindicinale - Editore e Proprietario: eBookservice srl C.F./P.I. : 07193470965-REA: MI-1942227. Iscr. Tribunale di Milano n. 324 del 10.6.2011.


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sommario numero

Intervistando

A cura della redazione Regina Miami Drag Queen pag. 4

I muri

di Anna LaStella Artista

in copertina

foto di Davide Gasperini

pag. 10

L’Adamo

di Davide Gasperini Fotografo

Boudoir

di Indira Fassioni

pag. 24

“H come Happilogia” Raffaella Silbernagl Teoria Critica di Mario Manduzio

MOSTRA PERSONALE

di Enzo Siciliano

pag. 44 Hemp House modules

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pag. 48

pag. 58

The Waves

di Dina Nerino Emilio Scavanino

pag. 40

Eventi del ½ mese

di Werner Aisslinger Designers

Domande al gruppo HIKOBUSHA

pag. 62 Le civette

di Nadia Ginelli Polvere sulle sculture

pag. 66

Nè in cielo Nè in terra

di Gabriele de Risi Heidi Taillefer.

pag. 70


Più di dieci anni fa vissi per un breve periodo in Bretagna e quando arrivò il momento di uscire, mi portarono in Belgio, dove gli amici consideravano esserci le discoteche migliori in Europa. Con grande stupore dovetti dare loro ragione anche perché, oltre all’organizzazione perfetta, la sicurezza interna, i controlli del tasso etilico fatto in loco, le uscite ben segnalate e la zona fumatori (ribadisco che son passati più di dieci anni ed erano avanti anni luce), rimasi stupefatto dal fatto che sul cubo non vi erano uomini o donne seminude pronti ad aspettare proposte indecenti. Vi erano stupende creature vestite di piume, cotillons e paillettes. Veri danzatori con coreografia precisa, opere d’arte in movimento che, quando scendevano dal cubo, si rivelavano persone “normali”, etero e rispettabilissime. I dervisci lo fanno da millenni cercando l’estasi, le popolazioni tribali ballano ancora per inneggiare il raccolto o la pioggia. Carmen Miranda fece la sua fortuna indossando cappelli di frutta, Josephine Baker gonnelline di banane. Insomma, il travestitismo è un’arte e spesso una professione, non permettiamo alla becera ignoranza di rovinare tutto questo. Non lasciamo che i nostri pregiudizi affianchino subito l’arte al gusto sessuale o a caratteristiche del carattere umano da noi poco considerate. Tra poco a Milano arriverà un evento cult di questo mondo: il musical “Priscilla la regina del deserto” e vi invito calorosamente ad andarlo a vedere. GmG

giacomo momo gallina

editoriale

www.teatrociak.it/eventi/dettaglio_spettacolo.aspx?IDEvento=2731 http://www.youtube.com/watch?v=Ksvm7fovhJQ&feature=related

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intervistando (a cura della redazione)

Regina Miami

Mi chiamo Nunzio, nasco a Torino il 30 ottobre 1970 e interpreto il personaggio di Regina Miami dal lontano 1992. Ho praticamente girato tutta l’Italia; mi mancano la Valle d’Aosta, la Basilicata e Città del Vaticano… Dopo varie peregrinazioni mi sono fermato al “Mamamia” di Torre del lago (PROV), dove da un po’ di anni seguo la direzione artistica del locale... Quanta somiglianza c’è tra te e il tuo personaggio? Poca, veramente poca... a Regin

i

Miam

Chi è Regina Miami? Sono una Drag Queen, presento e organizzo eventi, sono l’ideatore e il conduttore di Miss drag Queen Italia e... mi diverto un sacco. Come hai scoperto questa vocazione? Per caso, tenendo conto che da piccolo facevo teatro nel gruppo della chiesa: ero anche voce bianca solista. Dopo la scuola sono stato nei villaggi turistici. Diciamo che la propensione alla star c’è sempre stata. Rimasi affascinato da alcuni personaggi che vedevo in discoteca a Torino e quindi mi sono lanciato. 4

Quando hai iniziato a vederti come un’artista? Se devo considerarmi tale, credo da sempre. Hai un altro lavoro di giorno, quale? Sono un vetrinista, o anche detto “visual”. Mi occupo di alcuni negozi di liste nozze in giro per l’Italia... Quindi, si può dire che non mi annoio... In quanti sanno che fai la Drag Queen? Tutti quelli che mi conoscono sanno quello che faccio. Credo che questo tipi di segreti siano pericolosi. Hai altre passioni oltre a questo lavoro? Tutto quello che faccio lo faccio con passione. Ho scelto a mie spese di fare quello che amo e lo faccio!

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1 g a Dr

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R Ma qual’è dei tuoi lavori quello che più ti piace? Nella mia vita ho scelto di essere me stesso e lo faccio tutti i giorni, i miei lavori mi piacciono da morire. Che cos’è l’arte? L’espressione di un’anima, di una sensazione, di un sentimento. Fatta in maniera plateale! Che tutti se ne possano accorgere. Come nasce un’idea? Che cos’è per te l’ispirazione? Un idea la senti dal rumore che fa in testa, e se poi ti viene la pelle d’oca allora è l’idea giusta. Io funziono così: seguo lo stomaco, la testa, il cuore. Se c’è da inventare qualcosa, chiamo a raccolta tutti quelli che lavorano con me e si inizia a parlare a raffica di qualunque cosa ci venga in mente. Poi arriva quel brivido e scopri l’idea giusta e la si sviluppa.

Regina Miami

Come si deve valutare una performance? Dall’effetto che ha sul pubblico. L’artista deve reinventarsi ogni giorno? No, deve reinventarsi quando si esaurisce un periodo creativo.

In che circostanze ti vengono le migliori Che artisti ammiri e in che modo hanno idee? Vuoi saperlo veramente? In bagno! O sot- influenzato le tue performance? Sono innamorato della Marchesini, la Lito la doccia! Non scherzo. tizzetto, i Guzzanti, la Cucciari, Mina, MaQual’è la prova del nove per capire se donna, Lady Gaga, Bette Midler… Sono molti i personaggi dalla quale prendo ispiper te un’idea è buona o no? Va testata, e comunque me ne accorgo razione. a sensazione. Per esempio: la scelta delle sigle avviene immaginando di farle dal L’arte autentica è l’arte necessaria? tetto del “Mama”, se viene la pelle d’oca Non sempre, ma se serve a se stessi per allora va bene, sennò la scarto. esprimersi e farsi comprendere allora, perché no? C’è un artista che non trovi all’altezza di ciò che fa e perché? Vende di più la tua performance o il tuo No, credo che ognuno di noi abbia un ar- personaggio? tista all’interno, bisogna solo dargli sfogo. Il personaggio in assoluto. 6


Regina Miami Nell’arte non ci sono guide, come sai Regina Miami e lo Staff del Mamamia a qual’è la cosa successiva che devi fare? qualche manifestazione, tipo le feste del Seguo la corrente. PD (in Toscana ogni estate ne facciamo tantissime). È sempre emozionante veChi vorresti come spalla nelle tue per- dere che questo tipo di spettacolo, uffiformance? cialmente gay e lesbo, richiami tantissima Vorrei essere io la spalla di molti personag- gente e che tantissimi bambini sappiano gi, tipo la Cucciari... Di spalle ne ho avute tutti i nostri balletti e sigle e che vogliano un po’ ma non ho problemi con nessuno, ballare con noi sul palco! Alla faccia di chi quindi mi piace lavorare con chiunque, da non approva! tutti c’è sempre da imparare. Dove vuoi arrivare? Qual’è il posto più bello dove vorresti la- Non voglio arrivare, voglio continuare a vorare? camminare fino alla fine! Las Vegas! Ci racconti un aneddoto comico preQual’è l’esperienza che hai sempre vo- show? glia di raccontare? Oddio è tutto divertente. Mi viene in menOgni volta che porto il personaggio di te quando la Bertè mi mandò a cagare

Regina Miami e il suo gruppo di animazione

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perché non voleva essere presentata e così si lanciò sul palco. A cosa non rinunceresti mai? Ai bustini. Secondo me tutte le drag dovrebbero indossarlo d’ordinanza. Hai un portafortuna? Quale? Ho sempre un corno addosso e poi la parrucca blu porta bene. La tua vita quotidiana ti offre spunti per il tuo secondo lavoro? Prendo spunto da tutto quello che vedo e sento, vivo di ispirazione e ideali colpi di genio. Bisogna sempre tenersi informati, leggere, guardarsi intorno, evitare la tv, i gossip, e tenere gli occhi e le orecchie sempre aperte. Tutto intorno ci ispira.

Regina

Miami

Cosa consiglieresti a quelli che iniziano? Di creare un personaggio che abbia una sua vita propria... nel senso che un personaggio è tale se ti immagini di vederlo nella vita quotidiana. Per esempio La Cesira o Platinette te li immagini al supermercato così come sono o dal parrucchiere. Credi che quel tipo di personaggio abbia una vita quotidiana. Solo quando il personaggio è veramente forte e ti fa pensare in quel modo allora il personaggio è veramente vivo. Un po’ come si fa a teatro... Bisogna creare un personaggio da indossare come un guanto. Qual è il tuo messaggio? Siate sempre liberi di essere voi stessi e non permettete a niente e nessuno di tarparvi le ali! MAI!

Regina Miami 8

Nunzio


Anna LaStella

Artista www.annalastella.it 10


Anna LaStella

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Anna LaStella

Artista Io Me

Nata a Milano, giornalista, fotografo dagli anni Settanta. Dai primi ritratti in bianco e nero il mio obiettivo si è spostato gradualmente su scorci del vivere urbano e, in particolare, sul paesaggio duro e irriverente delle periferie… E proprio da allora i miei soggetti preferiti sono diventati i muri: luoghi tanto esposti da non essere più visti. Reti di messaggi d’amore, di denunce e utopie che, nel loro essere di tutti e di nessuno, raccontano rivincite refrattarie all’omologazione.

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Born and raised in Milan, I currently work as a journalist. I have been a photographer ever since the Seventies. From the first black and white portraits, my glance gradually turned to urban life, trying to catch some glimpes of the harshness and irreverence of suburban landscapes… Since then, walls have become my favourite subject. Exposed and yet unnoticed, walls are to me like nets where love messages, rebellions, and utopias intersect. Belonging to everyone and noone, they speak of revenge against standardization.


“searching”, Rimini 2011

“diluvio a porta genova” (deluge in porta genova) Milan 2003


Anna LaStella

Artista Perché ho scelto i muri? Why Walls? Il muro è una corazza, una barriera, un A wall is an armour, a barrier, a sign of segnale di difesa o di esclusione. Reale nella defence or exclusion. It can be real, physical, geografia del mondo o impalpabile dentro di and substantial – or unsubstantial, just inside noi, è una “no land” che spesso vorremmo ourselves. A wall is a non-place, Nobody’s superare per vedere cosa vi è oltre... Land… It’s some sort of mistery or frontier Ma il muro è anche un “amico” solido cui that makes us want to cross the line and see appoggiarsi quando si barcolla. beyond. On the other hand, a wall can be a O, infine, il “grande foglio bianco” su cui stable friend to lean on whenever we stagger. sognano di scarabocchiare e scrivere i Or a “big blank sheet of paper” onto which bambini di mezzo mondo. every child in the world dreams of writing and scribbling…

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“femme”, New York 2009

“vielleicht” (maybe), Berlin 2007

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Anna LaStella

Artista Un po’ di storia A little history Cresciuta con il pezzo “The Wall” dei Pink Floyd; nell’era del Muro di Berlino, fino al suo crollo e dell’innalzamento del muro che divide israeliani e palestinesi, il muro è sempre stata la mia ossessione, il mio totem e la mia folgorazione... Osservato, studiato, fotografato nei minimi dettagli, negli anni è diventato l’album preferito dei miei esercizi di stile. Insieme abbiamo fatto un lungo percorso, scalfito cuori e aperto brecce. Fessure superficiali o profonde che ci hanno permesso di vedere oltre. Ma un’esperienza sempre in divenire, perché sono certa che siano ancora infinite le acrobazie da intentare con un “partner” così forte, come il muro, per riuscire un giorno a superarlo.

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I grew up listening to The Wall by Pink Floyd; I was raised in the time of the Berlin Wall and witnessed its fall; I saw a new wall rise between Palestinians and Israelis. Walls have always been my obsession, my totem, and my inspiration… I’ve been watching, inspecting, and photographing them in every single detail, and through the years they have become my favourite album of “excercises in style”. We’ve gone a long way together, scratching hearts and opening gaps - deep or superficial cracks that allowed us to see beyond. Yet, this is an ever-evolving experience, because such a strong subject certainly demands countless stunts in order to be finally overstepped.


“gambe su new york” (legs on NY) New York 2008

“das loch” (the hole), Berlin 2009-2010

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Anna LaStella

Artista Tecnica

Technique

Per quanto riguarda i dati tecnici, il mio lavoro procede quasi sempre con l’accostamento di 2 immagini: uno scatto che ritrae una persona, una scena, uno scorcio di città, e uno scatto che ritrae un particolare di un muro. L’accostamento delle due immagini (che fino a qualche anno fa si limitava a una sovrapposizione di 2 diapositive, con giochi di luce nella ripresa e nella stampa) è oggi un sofisticato rincorrersi di livelli a photoshop. Non so dipingere, ma l’idea o la sensazione che mi viene da descrivere è quella di lavorare ogni volta con una tela, un pennello e una tavolozza di colori. La tavolozza nel mio caso è costituita da una miriade di livelli, in cui intingo il pennello per determinare giochi di colore, di luci, di sfumature. L’immagine del muro è una tela di crepe e rilievi, su cui man mano il “dipinto” prende forma.

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Coming to technical details, my work relies mainly on the juxtaposition of two different images: a photo portraying a person, a scene or a view of the city, and a photo depicting some detail from a wall. The matching of these two images – which, until some years ago, simply consisted in superimposing a couple of transparencies – has now turned into a sophisticated intersection of Photoshop levels chasing each other. I cannot paint, but the feeling I get from this kind of work may well be described as being a painter with a paintbrush and a colour palette. My own palette lies in the levels into which I dip my brush to create an interplay of colours, lights and shades. The image on the wall is a canvas of cracks and bulges where the “painting” gradually takes shape.


“topolino alla bicocca” (mickey mouse in a milan’ district) Milan 2007

“viaggio a napoli” (a tour in naples), Napoli 2010

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Anna LaStella

Artista Mostre • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • •

Castelli Gallery, Milano, marzo 2011 Libreria Feltrinelli, Genova, gennaio 2011 Istudio, Milano, dicembre 2010 Cooperativa Arimo, Milano, dicembre 2009 Libreria Feltrinelli, piazza Piemonte, Milano, novembre 2009 Palazzo della Permanente (collettiva), Milano, ottobre 2009 Spazio Iroko (collettiva), Milano, maggio 2009 Grand Visconti Palace, Milano, febbraio 2009 Ex complesso industriale Galvanotecnica (collettiva), Milano, Nov/2008 Spazio Da Luca e Andrea, Milano, marzo 2008 Multiplex Arcadia di Melzo (Milano), novembre 2007 Rhabar, Milano, giugno 2007 Le Coquetel, Milano, febbraio 2007 Lifegate Café, Milano, giugno 2006 Libreria Feltrinelli, Napoli, febbraio 2006 Spazio Un-Guru, Roma, dicembre 2005 Università di architettura, Roma, giugno 2004 Libreria Feltrinelli, via Manzoni, Milano, marzo 2004 Spazio 360 Gradi, Milano, ottobre 2003 Oratorio di S. Caterina, Colletta di Castelbianco (Savona), Giug/2003 Cinema Anteo, Milano, febbraio 2003

Articoli sui miei lavori sono apparsi su: Arte, D di Repubblica, Milano magazine, Millepiani, Valori, Undo.net

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“fantasmi a prenzlauer berg” (ghosts in prezlauer berg district), Berlin 2009

“il pensatore” (the thinker), New York 2008

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Anna LaStella

Artista Exhibitions • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • •

Castelli Gallery, Milan, March 2011 Libreria Feltrinelli, Genoa, January 2011 Istudio, Milan, December 2010 Cooperativa Arimo, Milan, December 2009 Libreria Feltrinelli, Piazza Piemonte, Milan, November 2009 Palazzo della Permanente (collective), Milan, October 2009 Spazio Iroko (collective), Milan, May 2009 Grand Visconti Palace, Milan, February 2009 Ex complesso industriale Galvanotecnica (collective), Milan, Nov/2008 Spazio Da Luca e Andrea, Milan, March 2008 Multiplex Arcadia di Melzo (Milan), November 2007 Rhabar, Milan, june 2007 Le Coquetel, Milan, February 2007 Lifegate Café, Milan, June 2006 Libreria Feltrinelli, Naples, February 2006 Spazio Un-Guru, Rome, December 2005 Università di architettura, Rome, June 2004 Libreria Feltrinelli, via Manzoni, Milan, March 2004 Spazio 360 Gradi, Milan, October 2003 Oratorio di S. Caterina, Colletta di Castelbianco (Savona), June 2003 Cinema Anteo, Milan, February 2003

Press articles on my work appeared in the following magazines: Arte, D di Repubblica, Milano magazine, Millepiani, Valori, Undo.net

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“bonjour Fellini” (hello Fellini) Rimini 2010


Davide Gasperini

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Fotografo


Me Mi chiamo Davide Gasperini, sono nato nel 1968 a Cesena, da una famiglia di basso ceto sociale. Iniziai a lavorare come idraulico all’età di 11 anni; finita la scuola obbligatoria, terza media, mio padre mi mando a lavorare come cameriere. Non c’era il denaro per mandarmi a scuola, ma ero e sono ancora attratto dalla storia dell’arte e iniziai a studiare per conto mio, e a praticare la pittura su vetro, poi la scultura su legno. Davo le mie opere in cambio di colori, pennelli ecc.; poi, dopo il servizio militare, all’età di 20 anni, iniziai a lavorare nel laboratorio dove lavoro tuttora, a fare accessori per alta moda: tacchi, bottoni, ␣bie ecc. Essendo un bel ragazzo e un po’ narcisista, attratto dalla fotografia, mi piaceva essere fotografato e iniziai a posare come modello di nudi artistici, per poi passare io stesso a fotografare altri. La cosa mi riusciva bene e mi piaceva e mi piace tutt’ora. La fotografia non è il mio lavoro ma una passione, per ora... Amo lavorare con ragazzi normali, con un corpo sportivo, non palestrati, innaturali e, quindi, deformi. Lavoro sempre con la luce naturale e preparo sempre io il modello. Mi ispiro molto al Michelangelo e al Caravaggio; il primo per la bellezza e la sensualità dei modelli, il secondo per le luci e i colori. Io unisco il tutto in chiave moderna. Il mio ultimo lavoro si svolge in una serie di ritratti e pose molto artistiche, che ricordano

Davide Gasperini

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Fotografo

un po’ le vecchie foto del ‘900. C’è poco da raccontare: io posso restare fermo un mese, ma quando mi viene il lampo di genio posso creare un intero book in pochi giorni. Lo soothing perfetto sarebbe unire l’arte con la moda e farne qualcosa di nuovo. Far sì che chi guarda la foto abbia un proprio viaggio sul prodotto che non vede, ma percepisce. Progetti? È difficile fare progetti al giorno d’oggi, specialmente in Italia, ma vorrei che l’arte diventasse il mio lavoro.


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Davide Gasperini

Fotografo 29


Davide Gasperini

Fotografo


Davide Gasperini

Fotografo 32


Davide Gasperini

Fotografo


Davide Gasperini

www.davidegasperini.it

Fotografo


Vuoi aderire come Artista? Che tu sia scultore, pittore, fotografo, designer... puoi acquisire maggiore visibilità pubblicando su “Io come Artista”

Partecipa è gratis! Fatti conoscere!!! scrivi: g.gallina@iocome.it


...Punto G il punto di vista della gallerista H COME HAPPILOGIA Tanto si è parlato di happilogia e tristologia che è proprio venuto il momento che la consegni alle stampe (o meglio dire al web). In realtà più che una teoria artistica, l’happilogia è un po’ come la Biennale di Venezia, uno stato d’animo, che accomuna moltissimi di noi, indignados dell’arte contemporanea, outsider gabbati dall’insider trading di molto mercato dell’arte. E’ un sistema per essere propositivi e ridanciani di fronte a sperequazioni evidenti ed ingiustificate, ma anche un modo di essere sicuri che, a conti fatti il mondo dell’arte e il mondo in generale stanno venendo verso di noi, perché, come dicevano i nostri nonni, che la sapevano lunga, il tempo è galantuomo. Gentile pubblico, gentili fruitori, avremmo voluto teorizzare nella forma di Manifesto ma, constatato che il primo Futurista è stato scritto 103 anni fa, ve lo risparmiamo, ci serviamo di un modesto cartellone, poster per meglio dire, su cui esprimiamo, in guisa di monaci medioevali, la nostra modesta regola.

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Regola dell’Happilogia (ricettario della felicità 2, la vendetta) di Mario Manduzio Hegel e Raffaella Silbernagl Fibonacci: 1. A dire la verità non ci sono regole al di fuori della qualità e del saper fare. 2. È buona norma chiamare le cose con il loro nome, per esempio: una performance è teatro (e se non ci sembra teatro non ha qualità), un video è cinema (e se non ci sembra cinema non ha qualità), l’istallazione è … ma cosa diavolo è una istallazione (no scherzo davvero), la fotografia non è un arte nuova (ha circa 150 anni)…l’arte di avanguardia è ormai accademia (ha 103 anni e non ne possiamo più) lo stile di un artista (quello che rende inconfondibile il suo segno) è un automatismo simile alla grafia e non centra con il soggetto che è ciò che l’artista rappresenta e neanche con la tecnica che l’artista usa. L’età anagrafica non ha valore estetico, anzi tendendenzialemente ce l’ha ma negativo. 3. Il nuovo non è necessariamente estetico, così come l’estetico non deve necessariamente essere nuovo. La novità ha poco a che fare con l’ar-


te. L’arte, infatti, da sempre gioca a scacchi con l’eternità e si diverte un mondo. Il nuovo, il vecchio, l’originale, l’innovativo tutto sommato non sono categorie che competono all’arte. 4. Citiamo il grande Gino de Dominicis dicendo che “l’artista è un creatore non un creativo”, l’atto artistico è un atto “divino” forse è per questo che l’arte se la gioca con l’eternità. 5. La vera arte è quella che si confronta con la materia, il vero creatore si “sporca le mani di realtà” ed questo che lo rende felice come un bambino, o meglio come Dio. 6. Le cialtronate e le markette sono ammesse ed auspicate se presentate e riconosciute ironicamente come tali 7. Tante volte l’arte povera è una povera arte. 8. Il concettuale cialtrone e non ironico è inammissibile (complessivamente ci pare che Marcel Duchamp abbia esaurito ogni possibile declinazione dell’arte concettuale, per affezione salviamo l’ironia di Piero Manzoni). 9. I progettisti di istallazioni dovrebbero domandarsi se sono davvero necessarie prima di infestare con esse chilometri quadrati di musei d’arte contemporanea. 10. L’arte non è un pensiero ma è un pensiero che si realizza, il pensiero dell’artista diventa arte nel momento in cui diventa fisico ed entra a far parte dell’ esistenza del mondo. L’arte che realizza se stessa è una delle più simpatiche ricette della felicità.

www.undergallery.it

Raffaella Silbernagl 41


TEORIA CRITICA

dell’happilogia A cura di Mario Manduzio La nostra civiltà occidentale, pervasa da una cieca e illimitata fiducia nel “progresso”, supportata da nuove scoperte in campo scientifico e dalla creazione di sempre più affinati strumenti tecnologici, ha ormai interiorizzato una concezione del tempo lineare che ben si cala in questa realtà. I ritmi sono sempre più frenetici e incalzanti e tutto ciò che oggi è novità domani sarà già qualcosa da archiviare, o meglio, da bruciare sull’altare di ciò che gli subentra, da accantonare, da rigettare. Oggi ogni nuovo ritrovato della tecnologia ha vita brevissima prima di essere soppiantato da un nuovo modello lanciato sul mercato. In campo musicale un cantante o una canzone rimanevano sulla cresta dell’onda per anni, lustri o decenni, oggi durano “l’éspace d’un matin”, qualche settimana o tutt’al più qualche mese e cadono nel dimenticatoio. In campo architettonico la (presunta) funzionalità, tanto cara alla modernità, va a discapito del “bello”. Una volta tutto tendeva a diventare mito, oggi tutto tende a diventare moda. Questa smania e questa frenesia di voler essere a tutti i costi innovativi sono germi inoculatisi anche in Arte, laddove si crea non per soddisfare un gusto estetico che possa essere il più possibile duraturo e condiviso, ma per “innovare” a tutti i costi: quasi che fare qualcosa di completamente nuovo e diverso, rompendo totalmente col passato, fosse già di per sé un titolo di merito per un’ opera d’arte. 42

Molto spesso chi si accinge a fare arte oggi, concepisce l’opera solo come “provocazione” e “rottura col passato” e assume come modelli a cui ispirarsi le avanguardie storiche del primo novecento. Non si accorge, chi compie questa operazione pensando di essere “innovativo”, che in questo modo le sue creazioni altro non sono che semplici e mere imitazioni di uno stile che “innovativo” lo era nel secolo scorso. Ispirarsi e riproporre un certo concetto di arte rischia di essere pura accademia. Questo “trend” ha pervaso l’arte a tal punto che molto spesso ci troviamo di fronte ad una serie di creazioni “immemori” di ciò che l’arte è stata da sempre, vale a dire qualcosa capace di sfidare il tempo e il futuro. Sono esse pertanto tese sempre di più verso la concettualizzazione e la mera progettazione e si avviano inconsapevolmente a diventare “moda” o quantomeno ad assecondarla; il rischio è quello di essere un domani incomprensibili e inattuali. Nell’ antichità l’ arte - la pittura, la scultura, l’architettura - si è sempre contraddistinta per la sua dimensione materiale, il marmo, i colori, le pareti, la tela, lo scalpello... e


per queste caratteristiche l’artista, oltre ad essere colui che traduceva l’essenza dello spirito trasponendola nella materia, era anche artigiano padrone dei segreti dei propri strumenti. Questa dimensione “fattiva” e materiale non può e non deve essere assolutamente tralasciata da chi voglia accingersi a “creare” arte. I termini creare arte, fare arte, sottendono già di per sé una dimensione materiale, pratica e “fattiva”, riallacciandosi all’arte greca classica laddove prassein e poiesis sono azioni che connotano e caratterizzano la figura dell’artista. Nel suo “fare” l’artista non può prescindere da un utilizzo mirato della strumentazione e dei materiali sui quali e con i quali opera per trasportare o per far emergere la dimensione “ideale” – “progettuale” da quella “reale”. Questo mirato utilizzo altro non è che quella determinata “tecnica” tipica di chi ha familiarità con la dimensione del fare, sia egli “artigiano” o “artista”. È necessario che ogni artista non dimentichi la dimensione fattiva del proprio operare, quell’operare seguendo i canoni e i criteri della techne; allontanando e svincolando l’arte dalla techne, c’è il rischio che essa, nel suo cercare di innovarsi, si sbilanci verso un piano “etico-filosofico” in netta antitesi con il piano “estetico”. Tutto ciò che è estetico è legato alle sensazioni, derivanteci dai sensi, i quali sensi hanno bisogno di “corporeità” per essere stimolati. Non può dunque esistere “estetica” senza “corporeità”! In un continuo percorso circolare “materialità” e “spiritualità”, “corporeità” e “progettualità” devono fondersi e abbracciarsi l’una con l’altra nella realizzazione artistica. Questo connubio non può essere scisso da un altro necessario connubio fondamentale in campo artistico, quello tra “innovazione” e “conservazione”, laddove per innovare si intende la ricettività dell’artista di

fronte ai cambiamenti che avvengono nella storia, nella cultura e nella società, mentre, per conservare, lungi dal voler rinchiudersi in un passato che ormai non può più tornare, si intende la capacità di recuperare, di quel passato, quegli aspetti che rendono l’arte universale e per questo capace di  sfidare il tempo e il futuro. A tale proposito è esemplificativa la concezione storica del filosofo tedesco Hegel, il quale concepiva una  realtà in continuo divenire in cui il progresso del pensiero e della storia procedevano in un continuo processo dialettico nel quale la dimensione spirituale, pur preminente, non poteva prescindere da quella materiale. Anche la storia, secondo Hegel, nel suo incessante progresso, ripiega a volte. su sé stessa, in un alternarsi tra epoche di splendore ed epoche di decadenza, ma nel progredire la civiltà successiva trova in quella passata i semi del proprio fiorire. La spirale ben simboleggia la sintesi tra una concezione progressiva e lineare del tempo e della storia, prevalente nell’occidente a partire dal Cristianesimo per arrivare al secolo dei lumi e al Positivismo, e la concezione circolare del tempo tipica della Grecia classica. La spirale non ripiega su se stessa ma continua a svilupparsi tra involuzioni ed evoluzioni, ben rappresentando come Hegel intenda la storia: passato, presente e futuro intrecciati tra loro, la “rivoluzione” che nasce dalla “conservazione” e la “conservazione” dalla “rivoluzione”. La spirale hegeliana ci sembra dunque l’emblema di come l’ arte dovrebbe essere: “rivoluzione” in quanto capace di captare, intercettare e rappresentare per prima i cambiamenti e le trasformazioni che avvengono nel tempo, “conservazione” in quanto capace di recuperare gli aspetti caratteristici, le tecniche e la voglia di sfidare i tempi degli artisti del passato. 43


en

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Il Comune di Daverio in collaborazione con Undergallery, presentano:

22 ottobre - 6 novembre 2011 Orari: martedì e mercoledi 15.00 - 19.00 giovedì e sabato      15.00 - 17.00 Informazioni:

Biblioteca comunale di Daverio via Piave, 8  21020 Daverio (VA) tel.     0332 949004 fax     0332 949697 biblioteca@comune.daverio.va.it


evento del ½ mese nazionale Mostra personale di ENZO SICILIANO I RIBELLI PALAZZINA DELLA CULTURA, via Verdi, Daverio (VA)

INAUGURAZIONE 22 OTTOBRE 2011 ORE 17.30 Sarà presente l’Artista

IL SENSO DEL NERO UNDERGALLERY, Piazza Monte Grappa, 6 (centro storico) Daverio (VA)

INAUGURAZIONE 23 OTTOBRE 2011 ORE 17.30 Sarà presente l’Artista

Lavori su carta dedicata al ciclo dei “Ribelli”. Sono i poeti, i letterati, i musicisti, gli scrittori e gli artisti che hanno sviluppato il loro talento scegliendo di vivere una vita al di fuori del comune. Grandi uomini che sono passati alla storia come geni irriverenti capaci di smuovere gli animi delle persone. La mostra prosegue all’Undergallery, la galleria gestita da Raffaella Silbernagl, con una serie di opere accomunate dalla prevalenza dei toni scuri. “Il senso del nero” raccoglie una ventina di lavori tra opere ad olio su tela e cartoni dipinti. Una ricerca intima e sofferta condotta da Siciliano a partire dagli anni Settanta e rinnovata tempi recenti. L’intera esposizione permette al pubblico di conoscere la proficua attività di Siciliano, un abile artigiano che ha saputo maneggiare con maestria l’arte grafica e che ha ottenuto notevoli risultati anche nella pittura. Un artista che ha vissuto a lungo a Milano, nel quartiere di Brera, dove ha potuto toccare con mano il fermento degli anni Settanta e Ottanta.

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Designers

Werner Aisslinger Ecologia e sostenibilità La difficoltà nei materiali ecologici è sempre il rapporto di ingredienti rispetto alla stabilità dei prezzi e il ciclo di vita dei componenti. Questa nuova tecnologia utilizzata per la “hemp house modules” consente di utilizzare al 100% fibre naturali, in combinazione con una colla a base di acqua senza fenoli o formaldeide. Il processo di produzione industriale permette una produzione di massa a basso costo per gli oggetti 3D con una elevata stabilità e un basso peso specifico. Ecology and sustainability The difficulty in ecologic materials is always the relation of ingredients compared to the stability the lifecycle and pricing of the components. This new technology used for the “hemp house modules” allows to use 100 % natural fibers in combination with a water based glue without any phenols or formaldehyd. The industrial production process enables a low cost mass production for 3D objects with a high stability and a low specific weight.

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Hemp Chair

Concept I moduli in canapa sono una novità high-tech, ossia elementi strutturali stampati in composti di fibre naturali questa evoluzione tecnologica fa parte del prossimo futuro del settore delle costruzioni ed è parte di una visione di costruzioni eco-sostenibili costruite con canapa e mattoni eco-compatibili. The hemp-modules are new hightech moulded structural elements  made of natural fibers this technological evolution is part of the near future of the construction sector and part of a vision of sustainable homes built with the these hemp-eco-bricks. 50

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Nuovi materiali

New materials:

I moduli “hemp house modules” in canapa per la casa sono una rivoluzione nella evoluzione dei materiali degli ultimi decenni. Un mondo con auto ibride, scooter elettrici e consumatori che cercano di vivere una vita sana ed equilibrata sono sempre alla ricerca di una nuova gamma ecologica, prodotti di lunga durata fatti da materiali riciclabili. La storia del design e dell’architettura è guidata dalle nuove tecnologie e materiali. L’invenzione di queste tecnologie è sempre un punto di inizio e la riconsiderazione di tipologie esistenti per creare una nuova generazione.

The *hemp house modules* are a revolution in the evolution of materials within the last decades. A world with hybrid cars, electric scooters and consumers who try to live a well balanced healthy life seeks for a new range of ecologic, longlasting recycable materials.  The history of design and architecture is driven by new technologies and unknown materials and for designers. The invention of those technologies is always a startpoint to reconsider typologies and create a new generation of houses.


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Hemp House Dimensioni 40x40 cm; l’eco-composito di fibre naturali con canapa, kenaf e colla Acrodur. Il progetto è supportato da BASF Acrodur. Size 17,75x17,75 inch; eco-composite made of natural fibers with hemp and kenaf, and Acrodur glue. The project is suported by BASF Acrodur.

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Boudoir

Indira Fassioni


intervistando HIKOBUSHA Perchè Hikobusha? Vuoi la spiegazione breve o quella lunga? Iniziamo bene... Diciamo una via di mezzo. Il nome è la storpiatura di “Hibakusha”, un termine utilizzato dai giapponesi per indicare i sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. Con queste premesse, non ci si può aspettare una musica rilassante... Non amiamo la musica d’intrattenimento o d’evasione, questo è certo. Diciamo che siamo più interessati a “invadere” l’ascoltatore, piuttosto che a farlo distrarre. Dopo i primi esperimenti con l’inglese, avete optato per l’italiano. Una scelta dettata dalla voglia di rendervi più accessibili al pubblico? Di coinvolgere maggiormente? Anche se oggi è possibile raggiungere virtualmente qualsiasi ascoltatore (tramite Internet, i nostri brani in inglese sono stati trasmessi in heavy rotation da una radio di Belgrado), non possiamo rinunciare all’incontro faccia-afaccia con gli ascoltatori, dal palco. E, onestamente, siamo più coinvolti da quello che sta succedendo ora in Italia, piuttosto che nel resto del globo..

Copertina Discoregime HIKOBUSHA

C’entra qualcosa con questo discorso il titolo del vostro nuovo album, Discoregime? Come dice Daniele Luttazzi, oggi nel nostro Paese è in atto un colpo di stato “al rallentatore”. Libertà, compromesse, diritti cancellati, mancanza di lavoro e pari opportunità: il tutto ammantato da un giulivo stato di torpore, lustrini, ballerine e barzellette. Riteniamo immorale disinteressarsi a questo stato di cose, proponendo canzoncine che ruotano sul nostro ombelico.

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Un’ambiziosa dichiarazione di intenti! Parliamo delle sonorità: l’eredità della new wave italiana e inglese è molto evidente nelle canzoni... Voce, chitarre, batteria elettronica, basso distorto: il tutto rimanda al post-punk dei nostri numi tutelari, da Nick Cave ai Depeche Mode, passando per Massimo Volume, Diaframma e Cccp... Tutta roba Anni ‘80 o giù di lì. L’intento è quello di attualizzare temi e suoni al nuovo millennio, con campionamenti e ritmiche che rimandano alle nuove frontiere dell’elettronica “cantata”, dagli U.N.K.L.E. ai Death in Vegas e agli Interpol. In questo senso, è stato fondamentale avere Noyse dei Punkreas come produttore artistico di questo disco. La sua esperienza come membro di una delle più famose e longeve punk band italiane (e l’appoggio di Canapa Dischi) ci ha regalato una freschezza e un’immediatezza che non sospettavamo di avere... Il vostro primo disco, “Dinosauri”, ha ricevuto ottime recensioni dalla stampa specializzata. Cosa vi aspettate da questo? Innanzitutto di poterlo portare dal vivo il più possibile. Abbiamo ottenuto la collaborazione di ben tre agenzie di booking (GyP, TooGeniusFreaks e Costello, che ringraziamo sentitamente) e speriamo di riuscire ad organizzare un tour promozionale adeguato. Ci siamo sempre impegnati al massimo per presentare proposte che fossero ben confezionate e di spessore e ora sentiamo di avere raccolto un gruppo di persone competenti e motivate. Considerato che (oggi meno che mai) il music businness non gode di grande ritorno in termini economici, vorremmo perlomeno raggiungere un traguardo “artistico” che ripaghi tutti coloro che stanno credendo in noi, compresi i nostri “storici” affezionati seguaci... 60

Gruppo HIKOBUSHA

Sembra che abbiate una “macchina” ben oliata e potente alle spalle... La musica elettronica in Italia non ha mai avuto vita facile. Forse per i Dj il discorso è diverso, ma per una band, che suona dal vivo i propri brani, è necessario cercare di sfruttare il più possibile una “rete” di persone che siano spinte dalla passione, prima ancora che dalla necessità di guadagno. In tal senso, lo stimolo di realtà come MFA e Atelier Sonique (che hanno co-prodotto Discoregime) ci ha permesso di raggiungere dei nodi importanti. Ci ha dato coraggio e fiducia nei nostri mezzi: da queste premesse si è sviluppato il contatto con la Fondazione Giorgio Gaber (per la cover de “La massa”), la compagnia teatrale RadiceTimbrica (che partecipato al video del singolo “Cappiolavoro”) e con lo scrittore Raul Montanari (co-autore del brano “Il Male”). Il nostro intento non è solo quello di far ballare, sudare ed emozionare gli ascoltatori, ma anche di far loro conoscere testimonianze e personalità artistiche diverse, musicali e non.


intervistando HIKOBUSHA Dove è possibile trovare i vostri dischi? Su Itunes, in rete. Stiamo lavorando ad un contratto di distribuzione con Venus, per essere reperibili anche nei negozi. Il modo migliore rimane però sempre quello di chiederci direttamente il disco in occasione dei concerti. È sempre un piacere conoscersi di persona e confrontarsi con ti ascolta, ti apprezza oppure ti critica. Fare dischi e concerti è il miglior pretesto per avere qualcosa di cui iniziare a parlare. Il resto viene da sè.

Gruppo HIKOBUSHA

www.motherfuckart.it/hikobusha www.myspace.com/hikobusha www.youtube.com/Hikobusha www.twitter.com/hikobusha www.reverbnation.com/hikobusha www.facebook.com/pages/Hikobusha/ www.toogeniusfreaks.com/band/?p=32

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Dina Nerino The Waves Sono sempre stata testarda. Del resto “Sei testarda” era il mantra preferito di mia madre. Lo ripeteva di continuo quando ancora mi aggiravo nella mia casa natia. “Sei testarda” risuonò in me anche quella volta in cui mi imbattei nei “suoi” quadri. Avevo trovato, nella biblioteca che ero solita frequentare, un disco di Heitor Villa. A quanto pare la copertina originale del vinile era andata perduta durante gli innumerevoli prestiti e, per compensare la perdita, avevano scaraventato il fragile LP in una busta trasparente di plastica. Evidentemente per non far soffrire di solitudine il povero Heitor, gli avevano infilato, a mo’ di nuova copertina, una copia 4x4, stampata su carta riciclata, di un quadro che mi sembrava aver già visto, quasi sicuramente, da qualche parte. Tirata fuori, dall’involucro trasparente, la “finta copertina”, notai dietro la stampa, in basso, le iniziali E.S. Come se mi avessero invitato a risolvere un rebus, mi rivolsi subito alla bibliotecaria che ormai, da tempo, non era più così tanto stupita dalle mie molteplici, e a volte strane, domande e richieste. “Giulia chi è questo E.S.?”. Chiesi mentre le indicavo i

dina.nerino@gmail.com 62


caratteri scritti in rosso che avevo scoperto dietro il “quadro-copertina”. Mi guardò tra il divertito e un senso di rassegnazione tipica di chi ormai, all’assurdità della vita è preparato a causa dell’abitudine.

ne di più di questo signor E.S.?” Continuai a chiederle. “Guarda l’unica cosa che potremmo fare è farci prestare un volumetto che non abbiamo qui in sede. Dovrai aver pazienza e attender domani per la consegna. Noi , qui, abbiamo solo un’altra “pseudo-copertina”. Le bastò guardare l’immagine che avevo Se aspetti te la trovo e te la faccio vedere”. in mano. E sorridendomi, come del resto E intanto s’apprestava a trovare quello di era solita fare, mi disse che si trattava di cui mi aveva parlato nella pila infinita di diEmilio Scanavino. schi che aveva alla sua destra. E-M-I-L-I-O S-C-A-N-A-V-I-N-O, lo ripetevo, scandendo ogni lettera, mentalmente, confidando in una improvvisa illuminazione. “Non c’è nulla in biblioteca per saper-

“Comunque” -continuò- “se non erro Scanavino è di Milano”. Eccole le parole magiche. Il fantomatico pittore dalle iniziali da rebus era a Milano. Photo by Dina Nerino


Dina Nerino The Waves

vato il numero, chi mi avrebbe assicurato una risposta? Ma , soprattutto, pur se qualcuno dall’altro capo del telefono mi avesse risposto, cosa avrei potuto dirgli? “Salve, cerco il signor Scanavino, per potergli semplicemente dire grazie”. Fu proprio mentre immaginavo le varie situazioni e le ipotetiche risposte che crollai in un sonno profondo. Ma nel sonno stesso continuavo ad avvertire un nodo che partiva , questa volta, dal mio stomaco e che si espandeva magicamente in uno spazio nero sospeso su di un universo grigio, incrociando filamenti che arrivavano da indefinibili direzioni.

Entusiasta nel sapere che questi percorreva quotidianamente il mio stesso suolo, me ne ritornai a casa, con un grosso sorriso che solcava l’intera mia faccia. Intanto, mentre il sorriso si espandeva sempre più, raggiungendo i miei occhi, gli strani “nodi” dipinti da E.S., con cui avevo fatto poco prima conoscenza, forse casualmente, grazie alla musica di Hector Villa, trapassavano le mie membra partendo da un centro fisso che era posizionato nel bel Il giorno successivo, raggiunta Giulia nel mezzo della mia mente. suo mondo di cellulosa, mi precipitai ad aprire quel libro che aveva fatto si che le Perché mai quest’ansia di dare spessore a ore d’attesa mi fossero parse un tempo queste due lettere, a questo nome? lungo e incalcolabile. Sfogliate con calma le pagine che mi sePerché sentivo in quelle linee intrecciate la paravano dalla storia del signor E.S., quasi risposta indicibile ai miei improvvisi vuo- come se stessi arrivando dopo un lungo ti che consuetudinariamente intaccavano antipasto alla portata principale del pranquel mio fragile benessere? zo, avevo riconosciuto improvvisamente le immagini di cui ero alla ricerca. E mentre il nodo si trasmutava in un “uc- Emozionata nel rivederle, finalmente, con cello nella polvere”, quasi riuscendo a per- colori più vivi, mi era, intanto, sfuggita una cepire il gesto che E.S. stava, non tanto data, data che aveva tragicamente richialontano da me, imprimendo su tela, avver- mato la mia attenzione quando cominciai tendo perfino l’odore acre di pittura, decisi lentamente a dar senso ai grafemi che in modo convulso e caotico di prender in s’accostavano alle opere di E.S. mano l’elenco telefonico di Milano. A quanto sembrava il signor Scanavino se ne era andato da questo mondo, nel 1986. Rigirai con gli occhi l’intero elenco per più Come avevo potuto non pensarci prima? di tre volte. Eppure, dopo una attenta ri- Perché ero così sicura che questi fosse cerca, sotto la lettera S. non compariva ancora in giro per le strade di Milano? nessun Scanavino. Del resto se anche avessi realmente tro- Proprio quando avevo trovato qualcuno , 64


Si sono proprio testarda e curiosa. “Se non avessi…” Ma intanto lo zucchero che avevo distrattamente versato nel caffè aveva formato un nodo, si proprio un nodo, lo stesso che aveva attraversato, la notte precedente, prima la mia mente, poi, stretto il mio stomaco. Non mi restava che berlo quel nodo, quella immagine diluita in una tazza di liquido nero dove forse, anni prima, aveva poggiato le sue labbra lo stesso pittore che, in un modo o nell’altro, ancora era in comunicazione con me. Fu allora che sentii una flebile voce raggiunger il mio orecchio sinistro, da lontano: “Finché l’arte rimarrà in un corpo vivo, la morte non ci avrà.” che nella mia solitaria esistenza riusciva a comunicare, seppure non verbalmente, con me, scoprivo che questi non era mai esistito, almeno non da quando io ero comparsa su questa terra. Delusa e con un profondo senso di vuoto interiore, ringraziai Giulia, le riaffidai il “libro delle verità” e mi persi nelle strade che avevano ospitato i piedi del signor E.S. prima della sua ultima dipartita. Ripensando a quello che avrei voluto dirgli, un solo e semplice “Grazie”, seduta in un bar, ordinai un caffè “doppio, per piacere”, per risvegliarmi da quel mondo di ombre che ancora una volta inseguivo, in vano. “Sei testarda” continuava a tuonare dentro di me questa frase.


le civette Polvere sulle sculture La permanente dedicata al maestro Franco Fossa La polvere, si sa, è la peggior nemica delle casalinghe. Ma non solo: lo sta diventando – e sempre più spesso – anche delle opere d’arte. Complice un pomeriggio di ferie, mi sono recata a visitare una mostra permanente di un artista locale presso la Biblioteca Comunale di Rho, nella splendida cornice di Villa Burba. L’Artista, lo scultore Franco Fossa, ha deciso nel 2002 di consegnare alcune delle sue opere alla Città di Rho. Un lascito davvero prezioso: con alcuni pezzi, si percorre l’intera sua vita. Fossa è un artista molto apprezzato; fu anche maestro, a sua volta, di alcuni artisti della zona rhodense. Per prima cosa ho dovuto chiedere, al bibliotecario di turno un po’ sonnecchiante, che la mostra mi venisse aperta. L’esposizione, infatti, risulta essere sempre chiusa e l’entrata protetta da un cancelletto in ferro battuto. Superato anche il secondo ostacolo – le luci (Oddio, dove si accenderanno? Mica mi faranno visitare la mo66

“Figure”


stra al buio) - finalmente posso ammirare la permanente in tutta la sua bellezza. Una cosa che noto, incontrando il primo gruppo di sculture, è la fitta rete di ragnatele che congiunge il capo di una scultura-donna alla sua spalla. Il materiale della scultura è il legno: ottimo materiale per l’accumulo di qualsiasi agente esterno. Cerco, senza farmi notare, anche se ero l’unica spettatrice in carne ed ossa, di soffiare al sopra per farla volare via. Ma niente: ci si poteva tessere una borsa con quel filo, tanto era resistente. Provvedo dunque ad accarezzare la statua; un gesto molto intimo: mette in comunicazione il “profano” con il “sacro” e solitamente non si fa. Gesto che comunque, in questo caso, serve allo scopo. La mostra è comunque molto ben articolata: alle pareti ci sono una decina tra schizzi e disegni, che eguagliano la bellezza delle sculture, le quali sono meno di una quindicina. Per visitare tutta la minicollezione ci vuole una mezz’oretta circa; il resto del tempo lo si passa a pensare alla solitudine; la solitudine dei pezzi visti. La solitudine degli uomini magicamente interpretata dall’Artista. La desolazione di una collezione che meriterebbe un po’ più di attenzioni. Lascia un po’ perplessi la scelta – nel giugno 2010 – di trasferire una delle sculture - “Uscita” - nell’atrio del Comune di Rho. Di Fossa non ci interessa sapere l’elenco delle mostre collettive e personali, non ci interessa conoscere l’elenco dei premi che ha ricevuto… ci basti sapere solo questo poco della sua formazione per capire l’Artista (vedi box pagina seguente). Possiamo comunque riassumere il suo ciclo scultoreo in cinque grandi passaggi e in altrettanti temi: “Legni e Figure”, “Teste

La scultura “Uscita” posta nell’atrio del Comune di Rho.

“Passaggio” 67


e Ritratti”, “Contenitori e Passaggi”, “Ambienti”, “Piani”. Chi può, acquisti opere d’arte. Se non altro per porre rimedio al gravoso problema della polvere... Nadia Ginelli

L’interno della mostra.

Franco Fossa nasce a Milano nel 1924. Studia all’Umanitaria e all’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche a Monza. Si diploma a Milano nel 1950 all’Accademia di Brera. Contribuiscono alla sua formazione artistica maestri come Marino Marini, Giacomo Manzù, Francesco Messina. Insegna all’Umanitaria, alla Scuola Superiore d’Arte del Castello Sforzesco di Milano e al Liceo Artistico di Busto Arsizio; è un maestro acuto e appassionato. Espone in mostre personali e collettive le sue opere, nelle quali sviluppa la gamma dei suoi temi, riscuotendo molti riconoscimenti. “Testa”

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“Donazione Franco Fossa sculture e disegni”

“Piani (palude)”

In ordine cronologico di tempo, sceglie in prevalenza il legno come materia da lavorare e lo lavora in figure scabre, cariche di enigma e insieme di energia. Approfondisce il discorso sull’uomo e sulla sua dimensione interiore: infatti nelle teste-ritratti che realizza in materiali diversi (gesso, cemento, bronzo) denotano un interesse particolare al dato formale del volume e della superficie, e focalizzano un tratto, un’espressione peculiare, in sé emozionante. Intorno agli anni ’70 si intensificano le mostre in cui Fossa sviluppa la gamma dei suoi temi. Alla condizione storica di soffocamento, di alienazione che l’uomo vive (in Italia sono “gli anni di piombo”) l’Artista oppone caparbiamente la volontà di resistere, di rompere le barriere, pur nella sofferenza che questa liberazione inevitabilmente costa; la serie dei “Contenitori e Passaggi” testimonia la pena e la lotta, ma anche l’introduzione nella scultura di Fossa di un elemento nuovo: lo spazio, il vuoto... La disumanizzazione della civiltà di massa angoscia l’artista: niente si sottrae all’anonimato, e le barriere sono quelle – apparentemente normali ed innocue – del quotidiano sfiorarsi ed elidersi di migliaia di individui. Fossa, che si è già misurato con il problema di sculture da collocare in spazi pubblici (a Verona nel 1961 e a Busto Arsizio nel 1982), assume la dimensione architettonica nella sua stessa scultura, creando gli “Ambienti”: sorprendenti scatole che costruiscono attorno ai soggetti microcosmi spigolosi di incomunicabilità. Lentamente si rasserena e si fa più profonda la riflessione sui temi si sempre. Prevalgono i “Piani”, paesaggi in cui lo spazio si dilata senza limiti e introduce la minuscola figura umana che lo abita in una dimensione di sospesa solitudine, in dialogo con se stessa ed il proprio destino. Si stempera la tensione delle precedenti sculture, ma non la forza comunicativa della materia che Fossa leviga e lavora. (rif. in “Donazione Franco Fossa sculture e disegni”).

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Né in cielo Né in terra

Gabriele de Risi

Caro direttore siamo già al nostro ottavo appuntamento per “Io Come Artista”. Sono stato molto felice di leggere il mio nome nell’editoriale dello scorso numero. Pensava di spaventarmi con quelle Sue battute da avanspettacolo e la Sua ironia da Manuale delle Giovani Marmotte? Ho saputo dai miei soliti informatori segreti (i piccioni di piazza Duomo) che si è trasferito nella nuova casa. Immagino il da fare: pulire per bene le fughe delle piastrelle, strappare la carta da parati, scorticare la moquette bordeaux dal pavimento e arredare il tutto con mobili Ikea. Ha già scelto il letto? Le consiglio “Stora”, il letto soppalcato, per dormire sospeso e farsi cullare dai sogni. Dicono però che questo modello si rompa dopo qualche mese…

Gabriele de Risi “battitore libero”

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“Cheshire” di Heidi Taillefer


“Cupid Contemplating a Flower” di Heidi Taillefer

In salotto potrebbe mettere un sacco di “Billy”, la libreria economica, per riporre tutte le rivistine che si compra. A proposito è scaduto l’abbonamento a “Confidenze”, si ricordi di rinnovarlo. Ai quadri ci penso io! Ho individuato questa artista che fa proprio al caso Suo: dolce e raccapricciante e con il nome di un cartone animato: Heidi Taillefer, canadese con la fissa dell’anatomia surrealista. Mi sono perso nel suo mondo per un’intera giornata. Heidi dev’essere vittima del Paese delle meraviglie di Alice. Inventa corpi, li customizza e poi ne costruisce una realtà parallela. Sarebbe bellissimo vivere in un mondo dove i gatti quando si grattano diventano farfalle o che mutano il pelo in latte per rifocillarsi. Ci pensi, anche Lei potrebbe essere così… Un prurito alla natica e come per incanto si ritrova in mano una prugna secca! Heidi costringe gli uomini in cinture di castità ma dona loro la gioia del seno e di bellissimi abiti: se non è il Suo ritratto spiccicato, direttore! Per la sua modesta magione vedrei bene gli angioletti sadomaso con i bracciali di piselli verdi e costrittori ai testicoli, giusto per tenere lontano il prete alla benedizione di Natale! Allora sono ancora il suo blogger preferito?. Gabriele de Risi

Gabriele de Risi

“battitore libero”

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“The birth of Venus” - Heidi Taillefer


Ăˆ una rivista di Ebookservice Srl Redazione Direttore Responsabile: Giorgio Ginelli Responsabile Editoriale: Giacomo momo Gallina Ufficio stampa: Comunicarsi Responsabile ufficio stampa: Marika Barbanti Art Director: Lasimo Graphic Designer: Laura Rinaldi Rubriche: Osservatrice: Nadia Ginelli Gallerista: Raffaella Silbernagl Organizzatrice eventi: Indira Fassioni Critico: Mario Manduzio Fotografa e scrittrice: Dina Nerino Blogger: Gabriele de Risi

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