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Con una forte componente di manualità, Fabrizio Pozzoli indaga la struttura della figura umana di cui individua le portanti nervose all’interno della forma, ricostruita in tutta la sua pienezza stereometrica con l’infinito svolgere e avvolgere di una matassa di filo metallico, che cresce e si espande fino a colmarne il volume, per arrestarsi a livello di un epitelio virtuale. E’ di immediato riscontro il fatto che la costruzione della figura nasca dall’infinità variabilità d’angolazione del suo asse maggiore, dal momento che il dipanarsi del filo induce una rotazione continua in quel corpo che va colmando, e che nascendo si muove nello spazio quasi in assenza di peso, per quanto fisicamente costituito da materiali metallici. Da questa fonte di apparente contraddizione i concetti elaborati dallo scultore assumono validi principi di espressione. Nell’opera di Pozzoli si concentra infatti un dialogo tra l’uomo e lo spazio che all’uomo è concesso: dialogo che diventa presto monologo, e doloroso. Nel momento in cui l’uomo vede se stesso dibattersi all’interno dell’universo carcerario che contribuisce a edificare. Dalle figure del giovane milanese promana un senso di accettata sofferenza, di sottomissione al carico di quell’aria che sovrasta la persona, e di cui la pelle sopporta lo spessore di piombo. All’interno del corpo (un “intus” che intravediamo da spiragli tra le lastre che compongono la corazza che lo copre, o che ci è del tutto negato, quando la corazza diventa totale) il cuore non può che

Fabrizio Pozzoli Pages of life - 2011 filo di ferro

Io Come Artista_07  

Rivista per Artisti

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