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nicolò porcelluzzi:sul Giorno della Iena Devo dire la verità. L’ansia da prestazione nei riguardi di questa recensione, appena sono stato fissato dalla donna in copertina e ho letto il titolo, si è dissolta lentamente. Sì perché Il giorno della Iena, con quella pistola rivolta verso una parte X del viso e quella impaginazione a dir poco azzeccata, crea un paratesto (e conseguente pretesto) irrinunciabile per qualunque seguace del PULP. Come la stragrande maggioranza di chi ha scoperto l’ebbrezza della lettura in questi sgangherati tempi post-moderni, chi vi scrive si è ingozzato dei vari Palahniuk, Eston Ellis, Auster, Welsh eccetera, per non parlare dei Giovani Cannibali. La buona notizia, per i non-amanti del genere, è che Lorefice non scrive come questi signori, si distacca sommessamente e modella uno stile personale. Se proprio bisogna trovare dei riferimenti (siamo o non siamo in questi tempi sgangherati?), il pensiero rotola ai (immagino grandi) piedi di Mr. Quentin Tarantino, e dei suoi RESERVOIR DOGS. Mi spiego. Non mi riferisco al titolo (riferimento banale, ma non per questo da omettere), ma allo scheletro del libro: un vortice di capitoli, distribuiti attorno al giorno della Iena, che ci presenta personaggi, ambientazioni, situazioni che inesorabilmente vanno a schiantarsi nell’occhio del ciclone. Il giorno della Iena è il motivo per cui leggete IL GIORNO DELLA IENA. È un evento che giustifica l’angoscia, l’indagine, la noia, l’esistenza di certe persone, la morte di altre. In effetti verso i due terzi del libro, intorno alla centesima pagina, avanza la sensazione che l’autore, totalmente dedito a tessere i fili che danno forma alla sua opera, si stia dimenticando a che cosa servano. Proprio mentre il peso delle pagine sulla destra comincia a diminuire, l’impressione che tutto sia al suo fottuto posto comincia a

andrea maggiolo:micronarrativa Come fa Mino, disoccupato, a girare in Ferrari? Merito del padre Mario, strozzino (occhi di ghiaccio, voce dura, tasso d’interesse al 100%). Rambo, animatore a Sharm, torna in Italia ogni volta che ci sono le elezioni. Vota fascista: una promessa fatta al padre sul letto di morte. Gerry, che tutti credevano un poveraccio, è morto. Ha lasciato ventimila euro per il funerale: “Una roba in grande stile, stronzi”. Così ha scritto. Alex, ex agente CIA, non ha mai potuto dire a sua moglie Kate quale lavoro facesse. Ma Kate in realtà si chiamava Irina, ed era nata a Mosca.

massimiliano chiamenti:la madonna nera perché anche i duran duran dalla radio hanno superato il tunnel del giro boia di boa del millennio così, è un gioco che faccio ultimamente di vedere chi c’è rimasto nel secondo atto dopo il grande crollo faccio la conta e dico: “bÈ, io ci sto, e freak, e paolo poli; tondelli, pazienza, bellezza, freddy e cobain invece non ce l’hanno fatta però bowie sì – anche se è di quelli invecchiati male come me – fiumani presente... i depeche mode e i cure ci stanno...” io mi dicevo pure rimuginandoci... insomma non so se ho ricordato tutti nell'appello ma un po’ di ordine andava fatto e sì insomma la musica e sì se devo dire di qualcosa che per metafora assomigli a dio direi la musica non che in dio io ci creda ma diciamo così come modo di dire che la musica è il modo in cui mi immagino il paradiso dove il corpo è lasciato al guardaroba e si entra così vestiti di nientezza o si resta solo tra i neuroni dei viventi il dna dei figli le proprie opere e poco più così la bambina beata sulla spiaggia quasi nera quanto l'icona veneranda ha già capito che suo evangelicamente è questo mondo dove ciò che non è giovane, femmina e nero ha in sé i germi della morte “io sono come questa roccia” recitava con la sua boccona l'attrice matrona nera al recital dell'altra sera e così voglio sentirmi anch'io viventi perarltro in me enormi reti di memorie e nostalgie come le reti di pescatori sulle dune sei conchigliette sull’acciottolato e sì – ormai mi hai convinto – questa fissazione con l'ego è solo una pugnetta

impossessarsi del lettore e lo tiene incollato fino all’ultima parola (che è “sensi”). Non solo la struttura ma anche certi personaggi e i loro dialoghi allucina (n)ti ci scagliano in un certo contesto (fondamentalmente pulp, surreale, disarmante, insomma figo). Tuttavia è ben visibile l’etichetta dell’autore, che immerge questi presupposti in quella bagnarola che è il nostro sciamannato Paese. Ecco, c’è da dire che quando Stefano Lorefice si lascia un po’ prendere la mano nel descrivere la nostra quotidianità italiana, quella manciata di righe perde di efficacia, la storia cade in una breve apnea in cui non segue il respiro del romanzo. La mia opinione si riferisce a quella spontanea riflessione intorno alla nostra triste, eterna attualità socio-politica, un colpo alla “destra” e alla “sinistra”, la frecciata a Mastella (come sparare a uno che sta cagando), il sarcasmo su Del Piero... Tutte cose sacrosante (opinione, ripeto), ma il lettore in quel momento vuole solo sapere come va a finire tra Fausto e Gina. Questo è un sassolino che non inceppa il potente meccanismo narrativo, progettato al dettaglio e calcolato con precisione. Se la prima lettura non vi è bastata, tranquilli, rientra tutto nella “normalità”, e forse nelle intenzioni dell’autore: mentre voi vi perdevate nella trama e nel suono delle parole, lui tesseva, tesseva, tesseva.

inut ile38 OPUSCOL OLETTERA RIO numero

novembre 2010

alessandro romeo:editoriale Stefano Lorefice, Il giorno de!a iena, Eumeswil edizioni, €15

la posta di loretta jesus mcjagger Cara signora Loretta, l’altra notte c’era luna piena. Tu lo sai cosa succede se c’è luna piena. I licantropi, ci sono, i lupi mannari. Io vivo in questo paese di provincia dove ci conosciamo tutti. Quindi noi sappiamo chi si trasforma in licantropo e chi no, mica non lo sappiamo. Io sono sposata e sono una brava donna. Uomini ne ho avuti e pure da sposata, anzi, proprio occasioni per tradire mio marito ch’è un brav’uomo, ho avuto, e mai e poi mai ne avrei approfittato. L’altra notte però quando hanno bussato e sono andata alla porta non credevo ai miei occhi. Il lupo mannaro era più bello del solito, un vero uomo e io non potevo dire di no. Ci ho fatto l’amore sotto la porta, ci ho fatto, anche se sapevo che era solo il rag. Boldrini che si era trasformato, però così era proprio un bell’uomo sicuro di sé come mi piacciono a me. Ho messo le corna a mio marito e ovviamente non mi sento in colpa tranne che l’ho fatto sotto casa. La cosa che ti voglio chiedere è perché ho ceduto dopo tanti anni proprio a un licantropo, dopo che ho avuto tante occasioni per tanti anni e sempre ho detto no? Ciao e grazie, sei bella Marisa L., via posta ordinaria Cara Marisa, non è la prima volta che mi viene sottoposto un quesito del genere. Ti dirò, ho sentito di uomini sposati che andavano a letto con scimmie urlatrici – poco conveniente, se non vuoi farti scoprire – e di donne perdute dietro ai rinoceronti nani. BÈ, tutto questo per dire che non siamo certo qui per fare i moralisti. Dunque, la tua vicenda è piuttosto chiara e credo che la chiave di lettura, in fondo, non sia che una. È evidente, Marisa cara, che il tuo cattolicissimo senso di colpa – lo è, lo è la tua sintassi – ti ha impedito, finora, di andare con un banalissimo essere umano. Troppo dura da mandar giù, in un piccolo paese di provincia, troppo difficile dirlo a quel vecchio babbione di tuo marito – che avresti tra l’altro esposto al rischio di complessi d’inferiorità nei confronti, per quel che so, di un semplice salumiere, o falegname, o postino. Così incontrare un ragioniere con abitudini soprannaturali ha risolto almeno in parte la questione del senso di colpa, cara. Come si può protestare davanti a qualcosa di così fuori dalla norma? L’arciprete lascia certo cadere la questione del tuo tradimento in favore dei soliti sermoni sull’occultismo, sulla misteriosa sparizione di ostie dal tabernacolo dell’altra notte e altre chiacchiere di questo genere. Le tue vicine di casa sgomitano alla tua vista, un po’ ti additano, lurida fedifraga!, e un po’ t’invidiano, perché si sa, i licantropi hanno il loro fascino. Magari qualcuno vorrà pure candidarti al consiglio comunale o, perché no, provare a chiamare sul luogo qualche tv nazionale per sputtanarti in diretta. Ora sta te, cara Marisa, io un po’ t’invidio, anch’io, perché a me il filo lo fanno solo questi redattori di inutile che a parlare son pure bravi ma quanto a sostanza... Sta a te, dicevo, scegliere: potrai sospirare al ricordo di quella notte d’amore clandestino e stravagante mentre rassetti e metti in ordine la stanza dei tuoi figli; oppure potrai mollare tutto, la tua convenzionalissima e cattolicissima vita di provincia, e fuggire col ragioniere licantropo, in una notte di luna piena, mentre tuo marito si aggira insonne e affamato per casa in cerca di un bicchiere di latte parzialmente scremato. Ah, le donne: mai una volta che sappiano prenderselo per intero, lo svago!

Gianni Morandi si chiama in realtà Gian Luigi Morandi ed è nato a Monghidoro nel 1944. La prima metà degli anni Sessanta è bella: firma i primi contratti e vince il Cantagiro; la seconda metà è brutta: gli muore la sua prima figlia e deve partire per il militare. I Settanta lo vedono in crisi, mentre gli Ottanta lo vedono recuperare terreno grazie a Si può dare di più. Nei Novanta c’è la vera consacrazione, con il tour del 1996, e Gianni diventa un mito, un intellettuale, un santo. Grazie a un giro di conoscenze di cui non possiamo dirvi di più, abbiamo i titoli di alcuni brani del disco che uscirà immediatamente dopo il prossimo Festival di Sanremo (presentato proprio da Gianni, insieme a Belen e alla Canalis): Sul «Giorno della Iena» (Porcelluzzi-Mogol), Micronarrativa (Maggiolo-Pacifico), La posta di Loretta (di McJagger-Jagger) e La madonna nera (Chiamenti-Fossati). Conosciamo anche la copertina: uno strepitoso lavoro di Teresa Herrador, giovane e bravissima illustratrice valenciana. Una curiosità su Morandi? Be’, è vegetariano. Ciò comunque non toglie che si ingozzi di merda. INUTILE opuscolo letterario novembre 2010, numero 38 supplemento al #1630 di PressItalia.net, registrazione presso il Tribunale di Perugia #33 del 5 maggio 2006. pubblicazione mensile a cura di INUTILE » ASSOCIAZIONE CULTURALE. la redazione giacomo buratti, viviana capurso {ufficio stampa}, ferdinando guadalupi, marco montanaro, virginia paparozzi, nicolò porcelluzzi, alessandro romeo {responsabile editoriale}, matteo scandolin {grafica e impaginazione} hanno collaborato a questo numero andrea maggiolo, loretta jesus mcjagger, massimiliano chiamenti poster per abbonarti prepara 15€ e vai al link http://www.rivistainutile.it/?page_id=90 wild wild web rivistainutile.it, facebook.com/inutileonline, associazioneinutile.org Se vuoi collaborare, spedisci un tuo pezzo a collaborare@rivistainutile.it. Allega due righe su di te. Se vuoi essere pubblicato sul pdf, cerca di non superare di troppo la cartella standard (1800 battute). Non spedirci poesie. Per il web facciamo 8000 circa, e morta lì. Scrivi a info@rivistainutile.it per qualsiasi informazione. Il presente opuscolo è diffuso sotto la disciplina d e l l a l i c e n z a C R E AT I V E C O M M O N S Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia. La licenza integrale è disponibile a questo url: http://tinyurl.com/8g7sw5.


di Teresa Herrador

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