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daniel wallace:una notte così Ero con una donna l’altra notte, la prima volta che uscivo con una donna da un po’ di tempo. Non dirò il suo nome perché non credo che il suo nome sia così importante: avrebbe potuto essere chiunque. Può suonare cinico, ma è vero. Avrebbe potuto essere qualsiasi donna, credo, anche se fino a quel momento le cose tra noi andavano abbastanza bene, e sapevamo che saremmo finiti a letto. Avevamo passato tutti i preliminari: le cene, i film, il raccontarsi i momenti migliori del nostro passato come fossero trailer cinematografici, e poi la graduale intimità fisica che incomincia con un breve bacio alla prima sera e poi uno più profondo la seconda e poi una manovra piuttosto complicata e intricata sul suo divano la terza, che lasciò entrambi senza fiato, e desiderosi di continuare. Ma ci stavamo trattenendo, semplicemente stando assieme un po’ prima di andare fino in fondo. Entrambi sapevamo che la prossima volta che ci saremmo visti saremmo andati a letto. Non era una cosa che avevamo detto esplicitamente, ma sapevamo entrambi che sarebbe successo. Ci avevo pensato tutta la settimana. Dovevo averci pensato dieci volte al giorno, immaginando questa donna senza vestiti, oppure io che glieli toglievo, e poi io senza vestiti, sopra di lei, insomma, o in qualsiasi altra posizione, chiedendomi come sarebbe stato. Quando sei stato sposato per un bel po’, hai scambiato quel senso di mistero per un po’ di conforto, e sebbene il livello d’eccitazione può essere basso non c’è niente come stare con un’amica, fare l’amore con qualcuno cui non interessa se hai un certo aspetto, diverso da Mel Gibson o chiunque altro, e che ti accetta per quello che sei, che in realtà ti vuole per quello che sei. È così che funziona in un buon matrimonio, sapete, o almeno così funzionava nel mio. Ma non è che pensassi a fare l’amore con mia moglie dieci volte al giorno. Lo facevamo e basta. Poi, di solito, ci addormentavamo. Non dovrei chiamarla ancora mia moglie. Ma è difficile dare un altro nome a qualcuno dopo che l’hai chiamata in una certa maniera per così tanto tempo. È chiedere troppo, iniziare a chiamarla la mia ex moglie, soltanto. È successo da pochi mesi. Ci provo, ma non ci riesco ancora. È come aver un nuovo numero di telefono, o come le prime settimane all’inizio di un nuovo anno. Ci vuole un po’ per abituarsi. In ogni caso, finalmente venne quella notte. Questa donna e io cenammo rapidamente in un nuovo ristorante messicano, che non era male. Un paio di Margarita a testa. Ero divertente - o lei rideva, in ogni caso. Quando rideva mostrava tutti i denti, ed erano molto belli. Più belli di quanto mi ricordassi. Le cose si mettevano bene. Tornati da me, nel mio appartamento, le cose successero in fretta. Cioè la porta era a malapena chiusa prima che ci fossimo addosso, baciandoci a lungo nell’ingresso e stringendoci assieme con tanta forza che ero preoccupato di farle male. Ma avreste detto che era il contrario: le piaceva. A me pure. Erano sei mesi che non mi succedeva una cosa simile, e non mi pareva vero che avessi resistito così a lungo. Non so quanto tempo fosse passato per lei dall’ultima volta, non gliel’ho mai chiesto, ma direi che fossimo allo stesso livello: praticamente mi strappò i vestiti di dosso. Divenne una specie di bestia, davvero. I suoi occhi erano socchiusi, e ogni tanto doveva allontanarmi da sé non perché stessi facendo qualcosa che non andava, ma per calmare sé stessa, come se potesse strappare a morsi la carne del mio corpo. E in effetti mi morse. Penso di avere ancora i segni che lo dimostrano. Non c’è bisogno che racconti ogni dettaglio, comunque. Lo sapete come va. Non è un manuale passo passo, questo. Quando raggiungemmo il mio letto eravamo già nudi, anche se lei aveva ancora addosso i calzini e io l’orologio. Un paio di volte la graffiai con l’orologio, e le chiesi scusa. E nonostante fossi preoccupato di non essere in grado di farcela, essendo passato tanto tempo, ed essendo questa donna la prima dopo essere stato per dieci anni con la stessa, andai piuttosto bene, tutto considerato, e penso che anche lei fosse contenta, anche se era forse meglio non chiederglielo. Non so più cosa fare dopo, come comportarmi. Penso che sia stata una buona mossa non chiederglielo. Finito tutto, rimanemmo distesi vicini, respirando. Dopo che tutto il resto era accaduto di fretta, era strano stare lì, fermi. Avevo lasciato la luce del bagno accesa, con la porta socchiusa, e c’era un sottile fascio di luce che attraversava la stanza e cadeva sul comò. La fissavamo entrambi. Sopra il comò c’era una piccola foto di mia moglie, senza cornice; era appoggiata contro il muro, l’unica foto di tutta la stanza. Mi mancava, non c’era verso. Mi mancava il suo corpo. Mi mancava guardarla

togliersi la maglia, col suo modo di incrociare le braccia a X, afferrare i lembi della maglia fra le dita e sollevarla oltre la testa, mostrando il reggiseno e poi il seno, a forma di lacrima, delicato come la pioggia. Mi mancavano le frasi che non finiva mai, le parole che non trovava mai. Mi mancava l’idea di lei come mia moglie, da avere e da stringere. Mi mancava sentirla dire «Be’, ci sarò». E quando lei, spinta dalla rabbia e dall’empatia, malediceva tutti gli uomini del mondo come creature terribili e inumane perché le sue amiche avevano il cuore spezzato, ogni volta mi guardava e sorrideva e diceva, «Esclusi i presenti». Mi piaceva, e mi mancava, e avrei voluto avere la possibilità di sentirglielo dire ancora. Avevo trovato la foto qualche giorno prima e chissà perché, non lo so davvero, ma era una sua foto così bella. Ma guardandola in quel momento, con questa donna, desiderai di averla messa via. «Chi è quella?» mi chiese. «Quella foto?» dissi. «Nessuno.» «Be’» disse, con una piccola risata. «È qualcuno.» «Lo sai cosa volevo dire» dissi. «È la tua ragazza, quella?» «No» dissi. «Non ho una ragazza.» Ma forse non avrei dovuto dire una cosa come quella, perché se avessi avuto una ragazza sarebbe stata lei. Era palese che l’avevo ferita. L’atmosfera nella stanza cambiò, e mi parve che lei si allontanasse un poco da me sul letto. Le nostre braccia si stavano toccando ma non si toccavano più, e il suo volto, quando la guardai, aveva perso qualcosa. Un po’ di complicità. «È tua moglie?» mi chiese. «No» dissi. «No. Cioè, lo è, lo era, ma non lo è più. Te l’ho detto.» «E tieni la sua foto sul comò?» «È solo una foto» dissi. «Una foto.» E pensai che fosse vero, che fosse solo una foto, un momento che una foto aveva fissato nel tempo, un momento fra tanti. Era soltanto una foto di lei ferma, senza fare niente di speciale, in un periodo in cui era ancora mia moglie. E io la stavo fissando con questa nuova donna. «Non è affar mio» disse, «ma ti consiglio, sai, per la prossima volta che ti dovesse capitare. Forse non è il caso di tenere una foto di tua moglie bene in vista. Rovina l’atmosfera.» Poi mi sorrise, amichevolmente, e così come sapevo settimane prima che saremmo finiti a letto quella notte, così capivo che non sarebbe successo di nuovo. Non avrebbe funzionato. Sapevo che non ci saremmo più rivisti, a causa di quella foto che tenevo sul mio comò e perché la luce la illuminava quel tanto che bastava perché entrambi la vedessimo. Il modo in cui disse la prossima volta che ti dovesse capitare. Intendeva, la prossima donna. La prossima lei. E pensai, Fantastico. Fantastico come avrei dovuto rifare tutto daccapo, i film e le cene, i baci graduali, il gioco della seduzione, capirsi a vicenda, tutto per finire sempre lì. Cristo, pensai, dovrò rifarlo per dieci volte, o anche di più. Chi poteva dirlo? Non io: ero l’ultimo che poteva saperlo. L’ultimo in tutto il mondo. E all’improvviso fui contento di aver tenuto quella foto di mia moglie sulla credenza, illuminata dalla luce, così che potessimo tutti vedere di chi fosse la colpa. La odiai, la odiai fortissimo in quel momento. Ma passò. «È carina» disse la donna. «La tua ex moglie.» «Be’, nelle foto viene bene» dissi. E fu tutto. Riportai la donna a casa, e rimanemmo immersi in quel terribile silenzio tutto il tempo, e la fissai mentre camminava lentamente verso la porta di casa. Poi andai via, e per qualche motivo iniziai a ridere. Perché mi sembrava divertente, pensavo, quanto noi potessimo essere fottuti e nonostante tutto riuscire ad andare avanti. Non noi davvero, ma io: io ero fottuto, ed eccomi lì ad andare avanti – come un soldato, o un eroe oscuro e tranquillo, ed era divertente, in un certo senso. La notte era fredda, il cielo stellato, e guidavo senza sapere dove stavo andando, attraversavo le parti buie della città, lasciando le luci delle strade brillare lontano. Il vento soffiava attraverso il finestrino ed era leggero sopra la mia pelle. Era bello. Il vento era bello. Era come sentirsi in un film, che la tua vita è un film e questa è una delle parti buone, quando la musica dolce inizia a suonare. Potevo vedere pure un pezzo di luna coperta, ma piena dietro a un banco di nubi. Perfetto. Sarebbe stato in una notte così, speravo, che avrei improvvisamente capito di non essere più sposato, come il giorno che indovini l’anno, o ricordi il tuo numero di telefono senza pensarci, o quando puoi dire a qualcuno dove vivi, il nuovo appartamento, e chiamarlo casa, e pensarlo davvero.

inut ile

OPUSCOL OLETTERA RIO numero

settembre 2009

25

alessandro romeo:editoriale Non è proprio facile. Dunque. Avete presente BIG FISH? Sì, quel BIG FISH. Ecco, BIG FISH è un film di Tim Burton. Giusto, però. BIG FISH è anche un romanzo. Il romanzo da cui Tim Burton ha tratto il film. E se c’è un romanzo c’è anche un autore che l’ha scritto. Uno s c r i t t o re , C a z z a ro l a . C o n l a C maiuscola. Ok? Ok. Ecco, a volte capita che qui in redazione si deliri. E un bel giorno ci viene in mente di contattare quello scrittore. Il suo nome è Wallace. Daniel Wallace. Gli si scrive, gli si chiede un racconto, si sacrifica un capretto a Zeus. Poi Daniel Wallace risponde che il racconto ce lo spedirà in sei ore. E sei ore dopo - sei! - arriva, assieme a un disegno. Ci mettiamo al lavoro, lo traduciamo, lui ci dice che siamo stati bravi. E ora il racconto è qui, a pochi centimetri da questo editoriale. E c’è pure il disegno: basta girare il foglio. Gli amici di Polaroid, poi, hanno creato una playlist ispirata al racconto: la troverete sul nostro sito. Ora leggete, ascoltate, guardate. Momenti come questo danno un senso a tutto quello c’è stato prima.

INUTILE opuscolo letterario settembre 2009, numero 25 supplemento al #1210 di PressItalia.net, registrazione presso il Tribunale di Perugia #33 del 5 maggio 2006. pubblicazione mensile a cura di INUTILE » ASSOCIAZIONE CULTURALE. la redazione viviana capurso {ufficio stampa} arturo fabra ferdinando guadalupi gabriele naia virginia paparozzi daniele pirozzi alessandro romeo {responsabile editoriale} matteo scandolin {grafica e impaginazione} hanno collaborato daniel wallace poster daniel wallace per abbonamenti www.rivistainutile.it/shop/shop.html wild wild web rivistainutile.it, myspace.com/rivistainutile, il nostro facebook, associazioneinutile.org, daniel wallace Se vuoi collaborare, spedisci un tuo pezzo (un articolo, un saggio, una recensione, un racconto, qualche poesia) a collaborare@rivistainutile.it. Allega due righe su di te, così sappiamo da chi dobbiamo guardarci. Se vuoi essere pubblicato sul pdf, cerca di non superare di troppo la cartella editoriale standard (1800 battute: siamo proprio vecchio stile). Per il web facciamo 8000 circa, e morta lì. Scrivi a info@rivistainutile.it per qualsiasi informazione. Per il racconto «A Night Like This» © Daniel Wallace. La traduzione è a cura della redazione di «inutile. opuscolo letterario». Per il disegno © Daniel Wallace.


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disegno di Daniel Wallace

#25  

"Una notte così", racconto inedito (in Italia) di Daniel Wallace (traduzione a cura della redazione). E ci ha pure regalato un suo disegno!!...