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daniele cesario:bidonna

michele filippo fontefrancesco:un passo una parola

Nella penombra di una camera, una giovane donna, avvolta soltanto da un lenzuolo, prona sul letto, piange. Mi attribuisce delle colpe che non sapevo: reo di non aver riconosciuto un abbinato di lingerie acquistato mesi prima apposta per me, versa lacrime amare. Angosciato a vederla penare a quel modo, cerco di consolarla, mentre provo a giustificare la futile mancanza, ma peggioro soltanto la situazione: lei continua a lagnarsi; fino quando trova consolazione infilando il capo in una parte di armadio, una specie di “vano porta testa.” L’inverosimile rimedio potrebbe rivelarsi invenzione di un’ epoca in cui non siamo ancora entrati; oppure potrebbe trattarsi di un antico rimedio Etrusco... Ma no... è solo realtà onirica: un banale incubo da termosifone vicino al letto. Infatti dopo pochi istanti un suono sintetico e stridulo mi desta: cerco il marchingegno sonoro che durante il giorno mi vibra in tasca e poi suona, senza riuscire a spegnerlo. Infine mi vesto in fretta perché il Bianconiglio è in ritardo... come sempre. È soltanto allora che, ripercorrendo il sogno a ritroso, realizzo che la ragazza non era una, ma erano due: entrambe vecchie fiamme dei miei vent’anni. Si erano scambiate viso e corpo, per confondermi, ma le avevo riconosciute ugualmente; in quanto all’assurdità delle loro rivendicazioni invece non avevano nulla da invidiarsi. Ripercorrendo il sogno e giunto al punto in cui la bi-donna infilava la testa nell’oggetto consolatore, il vano porta testa, mi sovviene un altro ricordo: appeso ad uno dei quattro lati del vano era affissa una tabella, una sorta di legenda, indicante una serie di simboli, sembravano essere bolli. Penso ancora più intensamente a quel assurdo tabellario: sono simboli incoerenti, diseguali, colorati, difformi, sembrano indicare dei tempi tecnici; ovvero quanto tempo avrebbe impiegato a smettere di piangere la donna che ci avesse infilato dentro la testa. Un bell’aiuto per uomini distratti come me. Legenda: Lunga lacrima per occhio... 5 min. due lacrime per occhio... mezz’ora. tre lacrime corte barrate di verde... ad libitum. Quella che mi riguardava era sicuramente l’ultima. Credo che quel tabellario fosse una sorta di misuratore dell’isteria femminile. Un gran bel oggetto se esistesse davvero.

Un passo, un passo, ancora uno; una parola, una virgola, una parola, un punto. Tentavo di stare in bilico, di non cadere dal bordo del marciapiede. Nelle orecchie quattro cristiani di Trepuzzi gridano di come si possa diventare cantore di strada in un amen: basta una persona che non torna più da te e ti trovi ad aspettare la notte per sussurrare al mondo dal tuo cantone di cartone. Un passo dopo l’altro, sobrio acrobata del nord procedo sul mio marciapiede. La notte è scesa sulla città e non c’è attorno a me nessuno a giudicare e sentenziare. Mi godo il silenzio della sera riscoprendomi bambino a giocare a campana in una viuzza battuta dal vendo freddo dell’inverno. Un passo, un altro, questo marciapiede finisce e si salta su quello dopo, o quantomeno ci si prova. Un passo, un altro, una parola, un’altra. In questi giorni si scrive e si scrive dello scrivere. Il sole sale, il sole scende, ma si è sempre davanti ad uno schermo ed una tastiera a spremersi frasi e concetti. Poi la notte si sogna di cosa si scriverà l’indomani. Il cielo grigio oltre la finestra, ed orafi, colline, scioperi e gioielli sono nella mia fantasia. Quando la sveglia suona mi domando se il fiume che sento scorrere lontano sia il Po o il Wear: ci son momenti in cui stento a dar una risposta. Si scrive come acrobati fintamente sicuri di saper arrivare in fondo alla corda sospesa nel cielo. Si scrive, una battuta dopo l’altra, in equilibrio seguendo un pensiero sottile, sfuggente. Un passo, un altro, anche questo marciapiede finisce. Si mette un punto e si va a capo.

Sono di pessimo umore stamattina, ma si sa... se fai spesso il turno di notte in una struttura psichiatrica prima o dopo corri il rischio di fare sogni del genere. E corri anche il rischio di essere svegliato perché c’è una che, credendosi il Bianconiglio della fiaba di Carroll, ti dice che è in ritardo e vuole la terapia: un bel tavor da 2,5 mg, alle sette di mattina, e di sicuro fino a sera non si ricorderà più di essere in ritardo. A forza di cercare le soluzioni alla follia dei “matti” si rischia di scoprire che la follia di chi si dice normale non si manifesta, ma è incasellata in un tabellario onirico... neanche fosse un manuale diagnostico... Si può anche rischiare di sognare una donna con l’isteria di due donne. Ma le lacrime versate inutilmente non possono essere incasellate e il vano porta testa non è stato ancora inventato. Ormai la giornata è cominciata e non si può mica essere ritrosi nei confronti dell’orologio. Allora apro gli scuri e mi faccio un caffè. Mentre lo sorseggio, voglio andare ancora indietro nel mio sogno, vorrei interpretarlo, ma mentre lo faccio, vado troppo a indietro e un episodio della sera precedente ruba la scena al sogno della Bidonna: è Plinio che viene a prendere la sua terapia serale: dopo avermi mostrato tutta la sua abilità nello scartare una pillola dal suo alloggiamento, mi fa vedere il buco. Il buco della confezione, per rassicurarmi di averla presa davvero. Ti sembro un’ infermiera o una suora? Gli dico. Guarda che non sei più in istituto. No, non glielo dico, ma lo penso. Sarebbe inutile farglielo notate, anzi dannoso: è il suo retaggio culturale. Non posso fargliene una colpa. È diventato uno dei suoi riti serali. Fa parte di quei gesti sempre uguali, precisi, ripetitivi, che sono le sue uniche certezze. Anni fa, un politico illuminato, che rispondeva al nome di Basaglia, chiuse quei buchi chiamati manicomi, ma non riuscì nell’impresa di chiudere quelli rimasti nelle coscienze di coloro che ci erano passati. Il caffè l’ho ingollato, faceva schifo come al solito; come lo fa mia madre non l’ho fa nessuno. Mi metto le scarpe. Una graziosa specializzanda mi viene a dire il cambio. Il mio turno è finito. Torno a percorrere la strada verso casa. Accendo la radio e canticchio su un disco: “... il sano non crede al malato e si annoia alla malattia”. Canticchio pensando alla serata che mi aspetta, con gli amici di sempre, pochi, gentili: le uniche certezze che sono rimaste a me. Impasterò mezzo chilo di pizza e accenderò per loro il mio giradischi anni ’60: un esproprio a quella zia che stava per liberarsene perché per lei era solo un oggetto in più da spolverare. Finita la serie di tornanti che dividono S. Marino da casa, entrerò, salirò le mie scale recenti, e dopo qualche istante un’ altra donna mi rimprovererà di non aver notato le sue nuove ennesime scarpe, lei che di scarpe ne possiede qualche decina di paia perché le disegna. E mentre il rosso del semaforo mi frega il tempo, concordo con l’altro me stesso che forse quel sogno non era poi così terribile.

re:playlist/a cura di Enzo e la Fagotta

POTETE ASCOLTARE LE VOCI IN DIRETTA DI ENZO E LA FAGOTTA SU Polaroid - un blog alla radio: DALLE 21 ALLE 22.30, SU CITTÀ DEL CAPO RADIO METROPOLITANA (WWW.RCDC.IT). SCARICATE E ASCOLTATE QUESTA PLAYLIST DA WWW.POLAROID.BLOGSPOT.COM.

IL VENERDÌ SERA,

Crystal Stilts, Love Is A Wave Come stare seduti in spiaggia per la prima volta all'inizio della stagione, sfiorando la sabbia tiepida, ancora con i jeans e le scarpe e già un gran sorriso al sole. Dirty Projectors, Stillness Is the Move A volte il ritmo incontra le canzoni da cameretta, come nel nuovo lavoro di Dave Longstreth. R'n'B per nerd, in pratica. Passion Pit, Sleepyhead Capita che la Fagotta perda la bussola e si convinca di essere ancora una ventenne. Allora ascolta dischi incredibilmente tamarri. God Help The Girl, Come Monday Night Ritorna Stuart Murdoch dei Belle & Sebastian con un disco tutto suo pieno di affascinanti fanciulle, pop elegante alla Burt Bacharach e qualche idea per un film. Hatcham Social, Sidewalk Ambigui languori inglesi Anni Ottanta. A volte anche l'ora del té riesce a essere particolarmente morbosa. Elvis Perkins in Dearland, 123 Goodbye La musica di Elvis Perkins è talmente evocativa che stavo per parlarvi di campi di grano e dell'odore di erba tagliata. Vi risparmiamo. Buon ascolto.

inut ile

OPUSCOL OLETTERA RIO numero

maggio 2009

22

alessandro romeo:editoriale Qualcuno una volta ha scritto un sonetto che recitava più o meno così: “prima quartina primo verso / prima quartina secondo verso / prima quartina terzo verso”... Quell'uomo aveva capito qualcosa che noi non abbiamo capito, e infatti è finito nelle antologie. Questo preambolo era per poter riempire l'editoriale con cose del tipo: ventiduesimo editoriale sessantanovesima parola, settantunesima parola, settantatreesima parola. Però lo spazio è finito e c'è un po' di gente da presentare. Cominciamo con Alessandra Trevisan che non ringrazieremo mai abbastanza per averci coinvolto in una serie di bellissimi progetti; Daniele Cesario, che questa volta scriviamo col cognome giusto (scusaci Daniele!); Filippo Fontefrancesco, il nostro collegamento con Durham (UK) che da questo numero sarà un appuntamento fisso; e, infine, i mitici Enzo e Fagotta, i nostri compagni di merende, e Lucia Gennari, la nostra amica fotografa. Ci si vede tra un mese. Ventiduesimo editoriale centosessantesima parola.

alessandra trevisan:riposata-mente

INUTILE opuscolo letterario maggio 2009, numero 22

(Il titolo e le citazioni sono presi da una canzone dei Magnolia Trio.) Ha gli occhi spalancati, paralleli all’asfalto ruvido e bagnato su cui è stesa. La corsa a perdifiato l’ha stremata, come quando da piccola giocava a nascondino e mirava l’albero per fare mea prima di chi stava contando. Non c’è colore attorno, solo il bagliore pallido di qualche stella che, nel cielo della metropoli, guarda la luce sintetica e sfida il congegno umano imperfetto. E non c’è alcun rumore molesto: la tangenziale, lontana qualche chilometro rimanda echi acuti, un assolo di sax trascritto sul pentagramma di una notte di tardo novembre, lenta e fredda come l’inverno in provincia. La pelle e la superficie grigia del parcheggio ormai si confondono, ma poco importa del mischiarsi di vita e inanità dopo quella notte amara e ribelle. Non basteranno più l’abbraccio di una coperta o un romanzo che profumi ancora di carta stampata, per levarsi di dosso il gesto della mano che batte sulla sua spalla la sorpresa, la paura e la fuga sincopata, consumata a ritmo di jazz. Quand’era adolescente quell’inquietante fantasia morbosa aveva percorso più volte i suoi pensieri; si vergognava a pronunciarne il nome, persino di fronte allo specchio, quand’era da sola in camera. Le mancava il confronto con il sé anche nella solitudine, e le mancava quella risolutezza razionale che spinge ad affrontare le angosce puerili e inconsce, trascritte nelle pagine di diario come flussi di coscienza: qualche idea elencata in modo disordinato, frammentaria e disgiunta, proprio come la sua vita. E poi respiri (bianchi) e il vuoto. Tutto in lei è frammento e disgiunzione di azione, pensiero, nulla; non c’è tempo e spazio sequenziale, dall’infanzia all'età che ha ora, a cui attribuire un significativo legame logico passato-passato e passato-presente. Il pregresso in lei non esiste, si ripete e narra agli altri, qualora le si chieda chi sei? e da dove vieni? e cos’hai fatto finora? L’e-e-e è insufficienza e colpa d’aver effettuato una progressiva cancellazione di informazioni, di dati sensibili e non, dal database dei ricordi di anni e anni. Con lo sguardo aperto sul niente, ora, pensa a quanto le è appena accaduto. Rivede l’uomo che l’ha sfiorata, sente il peso del tocco e la violenza dal sapore aspro che sta in quel gesto, rapido e immobilizzante; in seguito sente un brivido pungente, e allora le si risvegliano dentro le parole da cui è scappata e l’immagine in negativo del movimento convulso che l’ha portata fino a lì. E mentre tenta di rimettere assieme i tasselli di quel puzzle, chiude gli occhi e sogna una melodia. C’è una musica che le rimbomba nella testa, una musica da delirio post-urbano: è un rock graffiato e malinconico di chitarre ruvide, ascoltato qualche mese prima in un locale del centro, tra la birra, il fumo e centinaia di ragazzi della sua età: “lievemente saluta il mondo da lidi che/la sua mente ormai già grande non solo scorge/innocuamente saluta il mondo con far dolce/sola, sola, sola ride, lei ride”. Lei ride.

supplemento al #1090 di PressItalia.net, registrazione presso il Tribunale di Perugia #33 del 5 maggio 2006. pubblicazione mensile a cura di INUTILE » ASSOCIAZIONE CULTURALE.

Il padre la scova alle due del mattino. È ancora a terra, il viso sporco di sabbia portata dal vento. Le accarezza la spalla com’ha fatto qualche ora prima, a cena, durante la lite del venerdì. Spiega al poliziotto che sua figlia non è come le altre, che sua figlia è speciale. Sua figlia “cammina leggera leggera/fra mille papaveri blu” e guarda il mondo con gli stessi occhi di chiunque altro, gli stessi identici occhi, ma vede e pensa anche quello che non c’è. E, ancora addormentata, la prende in braccio come fosse una bambina e la riporta a casa.

Il presente opuscolo è diffuso sotto la disciplina d e l l a l i c e n z a C R E AT I V E C O M M O N S Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia. La licenza integrale è disponibile a questo url: http://tinyurl.com/8g7sw5.

la redazione viviana capurso {ufficio stampa} arturo fabra ferdinando guadalupi gabriele naia virginia paparozzi daniele pirozzi alessandro romeo {responsabile editoriale} matteo scandolin {grafica e impaginazione} hanno collaborato daniele cesario, enzo e la fagotta di Polaroid, michele filippo fontefrancesco, lucia gennari, alessandra trevisan poster lucia gennari per abbonamenti www.rivistainutile.it/shop/shop.html wild wild web rivistainutile.it, myspace.com/rivistainutile, il nostro facebook, associazioneinutile.org, polaroid: un blog alla radio

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foto di Lucia Gennari


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