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60 Anni Years interni


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60 AnniYearsinterni


table of contents

Un volume speciale dedicato all’anniversario di Interni che ripercorre 60 anni di storia del design attraverso i disegni, i servizi, gli eventi, le immagini e le copertine della rivista. Un racconto speciale scandito in sei decenni, analizzati e introdotti da critici d’eccezione A special volume for the 60th anniversary of Interni, to retrace 60 years of design history through drawings, articles, events, images and covers from the magazine. An extraordinary narrative divided into six decades, analyzed and introduced by outstanding design critics

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51

7 editors-in-chief Giovanni Gualtiero GĂśrlich (54-56) Antonello Vincenti (57-62) Carlo De Carli (67-71) Flavio Conti (71-76) Bruno Alfieri (76-79) Dorothea Balluff (79-94) Gilda Bojardi (94-14) 647 issues

145 168 187 223

editoriale di/editorial by

Gilda Bojardi

52

60 years of Italian history introduzione di/introduction by

295

180 drawings la collezione di disegni dedicata a Interni firmata da grandi progettisti the collection of drawings made by great designers for Interni

331

Deyan Sudjic

57

97

259

3.000.000 visitors oltre 30 anni di eventi over 30 years of events

54-63 Charming Fifties

testo e icone di/text and icons by Vanni Pasca Amarcord testo di/text by Franco Raggi

64-73 Rocking Sixties

testo e icone di/text and icons by Enrico Morteo

74-83 Rolling Seventies

testo e icone di/text and icons by Andrea Branzi

84-93 Glamourous Eighties

testo e icone di/text and icons by Cristina Morozzi

94-03 Virtuous Nineties

testo e icone di/text and icons by Marco Romanelli

04-14 Promising Zeroes

testo e icone di/text and icons by Beppe Finessi

377

647 covers la grafica in 60 anni di copertine graphic design, in 60 years of covers testo di/text by Christoph Radl

442

Traduzioni/Translations

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Editors-in-chief Quando Interni fu fondata, nel , fu “battezzata” dal suo editore, Giovanni Gualtiero Görlich, rivista dell’ Arredamento: “Questo primo numero viene impaginato mentre è aperta a Milano la X Triennale. Riteniamo pertanto doveroso ricordare, in una rivista che sarà dedicata esclusivamente alla casa, il contributo dato dalla manifestazione milanese allo sviluppo dell’arredamento moderno”.

Da gennaio a settembre è editore e direttore della rivista dell’ Arredamento Giovanni Gualtiero Görlich (n. 1, gennaio 1955) . Esordisce prospettando un taglio rivolto ad un pubblico ampio, con carattere divulgativo e finalizzato a un target medio borghese, a cui si danno consigli di stile per arredare con gusto una casa comune.

Dall’ ottobre del al dicembre del la guida della rivista è affidata all’architetto Antonello Vincenti, che tre anni prima, nell’ambito della X Triennale di Milano aveva presentato, come studio b24, la Casa sperimentale, nata dalla collaborazione tra architetti e artisti. Dal gennaio 1967 la testata si trasforma da rivista dell’arredamento a Interni, la rivista dell’arredamento e la numerazione riparte dal numero 1. Dal 1963 al 1966 non è evidenziata nessuna direzione specifica.

Dal gennaio del al novembre del il direttore di Interni, la rivista dell’arredamento è Carlo De Carli noto per la sua attività di architetto e designer, oltre che per il ruolo assunto all’interno della Facoltà di architettura del Politecnico di Milano, della Triennale e del mondo della produzione industriale e artigianale dell’arredo. De Carli è stato un architetto “globale” e, dal 1965 al 1968, è stato preside della Facoltà di Architettura, dove ha insegnato fino al 1986.

Dal dicembre al dicembre del il direttore de La rivista dell’arredamento_Interni è Flavio Conti, architetto e storico dell’architettura e del design. Oltre alla variazione di testata, si ha un nuovo progetto grafico, compaiono cartoncini colorati extra foliazione per i concorsi e nascono rubriche legate al verde e altre, più tecniche.

Dal febbraio al settembre del il direttore responsabile è Bruno Alfieri, uno dei più noti critici ed editori d’arte italiani

che ha portato dall’estero in Italia noti artisti e architetti tra cui Jackson Pollock e Le Corbusier, dando il suo contributo alla cultura dell’arte con numerose monografie su noti pittori italiani e con la pubblicazione del catalogo della Biennale d’arte di Venezia. Inizia molto presto la sua carriera di giornalistra e critico d’arte e, tra il 1976 e il 1979, è direttore del mensile Interni. La rivista cambia grazie ai contributi di Cini Boeri, Bruno Munari, Nani Prina, Pino Tovaglia. Si comincia a parlare di design (Roberto Sambonet, Gaetano Pesce, De Pas-D’Urbino-Lomazzi, Ettore Sottsass e i fratelli Castiglioni). Compaiono progetti di interior e architettura e iniziano i focus sulla Triennale.

Dall’ottobre del al maggio del guida Interni-La rivista dell’arredamento Dorothea Balluff, giornalista. Sotto la sua direzione, compaiono gli english text. I numeri di settembre iniziano a ospitare un’approfondita e critica rassegna del Salone del Mobile. La rivista si orienta verso la produzione e le aziende e compaiono rubriche fisse dedicate agli showroom. Crescono le grandi firme dei contributors e della fotografia come Gabriele Basilico e Gianni Berengo Gardin.

Da giugno a il direttore responsabile di Interni è Gilda Bojardi. Ha creato l’Evento FuoriSalone che oggi anima Milano nel mese di aprile con più di 500 eventi e che è diventato un fenomeno socio-culturale di grande importanza. Insignita, per questo, dell’onorificenza Officier des Arts et des Lettres del Ministero della Cultura francese (2006) e dell’Ambrogino d’Oro del Comune di Milano (2007). Oggi Interni è un sistema integrato di comunicazione nel design, nell’architettura e nell’arredo internazionale, grazie alle sue differenti pubblicazioni. Oltre al mensile “legge” la cultura del progetto attraverso Monografie, Guide internazionali dedicate alle città del design system e, a Milano, la Guida FuoriSalone, Speciali per il settimanale Panorama, ecc. Interni aggiorna il mondo del progetto con le ultime tendenze, evidenziando ed anticipando i futuri protagonisti attraverso la rivista e la creazione di eventi e mostre. Interni, fu fondata dall’editore Giovanni Gualtiero Görlich nel 1954. Nel febbraio 1976 la Görlich editore viene rilevata da Industrie Grafiche Editoriali per poi diventare, a gennaio 1977, Gruppo editoriale Electa. Il Gruppo Editoriale Electa si trasforma, nel 1984, in Electa. Nel 2002 Elemond diventa Mondadori Electa e svolge il ruolo di holding operativa del Gruppo Mondadori per le attività relative all’editoria d’arte e ai libri illustrati, Dallo stesso anno il magazine Interni viene pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore .

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S N O O PY BY A . & P.G. CA ST I G L I O N I

1967 F LO S .C OM


Issues

C

i sono più ragioni per cui penso che sia bello ma anche giusto festeggiare con una pubblicazione speciale i 60 di anni di Interni. La prima, e forse la più importante, è che rappresenta un’occasione unica per ringraziare tutte le persone che ci hanno permesso di raggiungere questo risultato. Innanzitutto gli architetti, i designer e i creativi tout court che ci hanno svelato le loro storie e le loro visioni da raccontare sulle pagine della rivista. Poi le aziende che hanno creduto e investito negli sforzi da noi intrapresi per comunicare e promuovere, in modo trasversale, la cultura del progetto (è bene ricordarlo: senza il loro sostegno e la loro fiducia non saremmo giunti a festeggiare questo momento). I tanti collaboratori che in tutti questi anni ci hanno aiutato a fare di Interni un brand noto a livello internazionale: i critici, i giornalisti, i fotografi, i consulenti, tutti coloro che, con diverse competenze, hanno dato un contributo prezioso al nostro percorso di crescita. Per ultimi, ma non certo per importanza, i nostri lettori, siano essi professionisti del settore, studenti o anche semplici appassionati di design e architettura; i loro apprezzamenti, ma anche le loro critiche, hanno sempre costituito uno stimolo fondamentale. La seconda ragione è che approfittare dell’occasione per volgere lo sguardo indietro e ripercorrere ‘filologicamente’ 60 anni di storia permette di mettere a fuoco un processo evolutivo che oggi ci sembra scontato ma che tanto scontato non è. Da prima rivista italiana dell’arredamento, quale era stata fondata da Giovanni Gualtiero Görlich nel 1954, Interni si è trasformata in un sistema di comunicazione che oggi declina il racconto del progetto attraverso varie pubblicazioni parallele e differenti strumenti mediatici: dalla carta stampata al web, per arrivare all’ideazione di eventi e mostre, organizzati nella logica di favorire un incontro tra progettisti, produttori e distributori. In questo lungo percorso, Interni ha avuto la fortuna di condividere in tutto e per tutto la fantastica e avventurosa storia del mobile e del design italiano. Ha seguito la crescita di un settore produttivo, oggi vanto dell’Italia nel mondo,

avvenuta grazie alle intuizioni di geniali architetti, designer e operatori culturali, di imprenditori coraggiosi e di tanti altri personaggi assolutamente eccezionali che hanno saputo osare e ancora osano. Assieme a questi protagonisti Interni è cresciuta e come il design italiano si è diffusa a livello internazionale, ‘invadendo’ il quotidiano con l’obiettivo di registrare le molteplici espressioni del progetto contemporaneo, non più legato solo al mondo dell’arredo. Ci è sembrato quindi bello ripercorrere una storia – quella della nostra rivista – che altro non è che lo specchio delle tante storie che hanno fatto grande il design italiano. Con attenzione filologica, abbiamo rovistato negli archivi e abbiamo recuperato gli articoli, le immagini, la documentazione, le campagne pubblicitarie pubblicate dal 1954 a oggi. Abbiamo ricreato una sorta di racconto visivo che esprime molto chiaramente l’evoluzione del costume italiano, del gusto dell’abitare e, soprattutto, della cultura del progetto del nostro Paese che progressivamente ha allargato i suoi orizzonti. Abbiamo deciso di scandire questo racconto in sei decenni, chiedendo a noti critici del design – Vanni Pasca, Franco Raggi, Enrico Morteo, Cristina Morozzi, Andrea Branzi, Marco Romanelli, Beppe Finessi – di delinearne i tratti principali e di rappresentarli attraverso dieci prodotti icona per decennio. A fare da cappello è un testo di Deyan Sudjic, ex direttore di Domus e oggi direttore del Design Museum di Londra, che ci offre l’interpretazione super partes di chi ha vissuto e analizzato con occhio più distaccato le vicende del design italiano. A completare la storia, la rassegna di tutte le copertine di 60 anni di Interni, le 15 collezioni annuali dei drawings (i disegni che, ogni mese, un grande designer o un grande architetto dedica alla rivista) e una selezione degli eventi da noi creati e organizzati durante il nostro lungo cammino. Uno spaccato decisamente ricco. Se non ci fosse stata un’occasione così speciale, forse non avremmo mai acquisito una percezione così nitida di quanto abbiamo costruito nel tempo. Un orgoglio che è bello e doveroso condividere con tutti. Gilda Bojardi

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Il grattacielo Pirelli in costruzione, Milano, 1958. Copyright: MONDADORI PORTFOLIO.

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Years of Italian HistorY di/by Dejan Sudjic

S

essant’anni fa l’Italia era un Paese pronto a fare una svolta. Ora è un Paese al collasso, alla ricerca di una nuova definizione della sua identità. Era stato povero, ma stava diventando ricco. Era stato un campo di battaglia tra il 1943 e il 1945, conteso tra le forze alleate e i nazisti, ma si era ricostruito riparando i danni. Era uno Stato fragile spinto alla guerra civile tra il fascismo e i suoi oppositori, ma era sopravvissuto a Mussolini e Hitler e alla lotta tra il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana. Finalmente, dopo un così gran numero di false riprese, l’Italia si ritrovava a essere l’ultimo dei grandi Paesi europei a industrializzarsi ed era in grado di vivere come una società più ricca e agiata. Così come il salto tecnologico del XXI secolo ha consentito alle società tecnologiche indiane di passare dalla trasmissione dei dati sul filo di rame direttamente al digitale, allo stesso modo l’Italia ha superato i suoi vecchi rivali europei negli anni Cinquanta. È passata dal riciclo delle innovazioni di Ford e Underwood alla costruzione dei propri mainframe nel 1959 e all’esportazione delle FIAT in Unione Sovietica, Brasile, Yugoslavia e Spagna. Sotto l’apparenza della modernità, contraddistinta dalle macchine da scrivere ideate da Nizzoli per Olivetti, dai vagoni ferroviari della Fiat e dalla Casa del Fascio di Terragni a Como, nel 1945 l’Italia continuava a essere un’economia di forte impronta agricola. Ma già nel 1955 si era trasformata in uno Stato moderno. Si stava costruendo una cultura che fissava un proprio ordine del giorno, piuttosto che seguire quello degli altri. La trasformazione fu resa possibile da un’ondata migratoria dal sud agricolo al nord industriale. E dalle aziende che si spostavano dai prodotti generici a

Pubblicità d’epoca della Lambretta Innocenti.

basso costo venduti sul prezzo a produzioni incentrate sul valore del design. Dietro al suo successo commerciale, l’Italia poteva contare su un cultura basata su proprie scuole e mezzi di design che fornivano sia una massa critica che uno strumento per trasmettere il suo messaggio in tutto il mondo. Fu nel 1954 che la rivista Interni fu fondata e da allora è stata una presenza costante per testimoniare del ruolo dell’Italia nel mondo del design, sia localmente che nella trasmissione del suo messaggio in tutto il mondo. Le riviste hanno rappresentato una parte integrante dell’ecologia del design in Italia che può contare su pubblicazioni specializzate sull’argomento più di qualsiasi altro Paese. A differenza di molte altre, Interni si è data il compito di riflettere una visione più ampia, invece di associarsi a un’ideologia specifica o addirittura di rientrare nel repertorio di un singolo designer o architetto. Se l’Italia negli anni Cinquanta era la Cina dell’Europa, che esportava auto a basso costo verso l’est, battendo sul prezzo i tessili francesi e i prodotti metallici tedeschi, è stata anche l’economia europea più minacciata nel 2000 dall’avvento della Cina. Naturalmente la Cina deve ancora imporre la sua cultura a livello di istruzione, mass media e critica come è riuscita a fare l’Italia con tanto successo. Ora l’Italia è nel bel mezzo di una rivalutazione fondamentale della sua identità culturale. Nel 1955 un’Italia che un tempo era stata ammirata solo per il suo passato (con somma irritazione di molti polemisti: “Sbarazzateci del vostro deplorevole Ruskin!”, urlò Marinetti ai critici anglosassoni dell’Italia incitando Venezia “a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei

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Mirafiori linea finizione Fi t 500, 1958. Centro Storico Fiat.

L’ingresso del Palazzo della Triennale di Milano occupata nel maggio 1968.

1970. Un DC-9 Alitalia in cui è riconoscibile il celebre logo sviluppato nel 1969 dalla Walter Landor Associates. Archivio Fotografico Maz occo- Vergati

L’inaugurazione della prima mostra del Movimento Memphis a Milano, nel 1981.

vecchi palazzi crollanti e lebbrosi”) stava per diventare un’ispirazione per ciò che poteva offrire al mondo moderno. In Inghilterra, Terence Conran si affermò come ristoratore alla moda nella Londra degli anni Cinquanta importando in Gran Bretagna una delle prime macchine per il caffè espresso e acquistando una Vespa. Poco dopo apparvero nella strada di Soho i completi giacca e cravatta italiani come divisa del Mod, movimento giovanile di culto. E le riviste italiane, i suoi premi, come il Compasso d’Oro, e le sue fiere: la Triennale di Milano e la Biennale di Venezia in particolare erano appuntamenti immancabili dell’agenda di arte e design. Questi sviluppi rifletterono un cambiamento nelle percezioni culturali. Piero Cardini aveva lasciato la sua casa di Treviso per recarsi in Francia nel 1939 dove sarebbe diventato Pierre Cardin e non sarebbe più ritornato. Dieci anni dopo, Valentino Garavani si formò a Parigi, ma tornò a Roma per fondare la sua casa di moda. Per i critici anglosassoni, il contributo dell’Italia al modernismo era stato poco chiaro. Videro solo un movimento moderno dominato dalla Germania e dalla Bauhaus, dove Francia, Olanda, Svezia e Finlandia erano gli indiscussi protagonisti. In questa prospettiva l’Italia restò invisibile fino agli anni Cinquanta quando una nuova generazione di critici, sotto l’egida di Reyner Banham, cominciarono a rivalutare figure in precedenza trascurate come quella del Terragni. L’Italia stessa incominciò a produrre una serie stupefacente di progetti innovativi, dal grattacielo Pirelli di Gio Ponti agli arredi dei fratelli Castiglioni. Banham ebbe maggiori difficoltà a scendere a patti con alcuni italiani del dopoguerra. La Torre Velasca di BBPR innescò una battaglia dialettica tra Banham ed Ernesto Rogers. Banham considerava il suo profilo neomedievale come un tradimento reazionario.

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In realtà, per tutto questo periodo l’Italia e la Gran Bretagna si fecero concorrenza. Negli anni Sessanta la cultura giovanile di Londra fu fonte di ispirazione per l’avanguardia italiana, dal fascino di Ettore Sottsass e di Fiorucci per la cultura giovanile di Kings Road all’ossessione di Archizoom per Archigram. Ma fu anche il periodo in cui tutta una generazione di designer britannici poté scorgere le opportunità offerte dall’Italia e, in particolare, dalla cultura del design milanese che all’epoca era inestricabilmente connesso a Olivetti. Prima Perry King, poi George Sowden, James Dillon, James Irvine e molti altri si fecero strada verso l’Italia e in molti casi si fusero con quella cultura. Milano attrasse anche Hans von Klier, Richard Sapper e altri tedeschi nonché il critico argentino Tomás Maldonado e il designer giapponese Toshiyuki Kita. Come una calamita riuscì ad attirare designer ambiziosi di tutto il mondo. Mi ricordo ancora quanto sembrava affascinante l’Italia quando mi sono recato al Salone del Mobile per la prima volta nel 1976 – sul volo Alitalia, con le posate di Jo Colombo sul vassoio del pranzo e la corporate identity curata dalla Landor. Alitalia è sicuramente l’unica compagnia aerea ad aver mantenuto lo stesso look per così tanto tempo ed è passata dall’emblema dello stile all’incarnazione di tutto quanto possa andar male in una cultura aziendale. Mi ricordo che mi è stata data la sedia di Enzo Mari in una scatola quando è stata lanciata e il lancio della sedia Vertebra di Emilio Ambasz per Castelli. Mi ricordo le feste nella metropolitana milanese e negli stabilimenti dismessi. Non ho mai visto la mostra Italy the New Domestic Landscape al MoMa di New York, ma ne ho lo straordinario catalogo. Mi sono ritrovato sulla mailing list dell’Olivetti e per un po’ di tempo ogni Natale ho ricevuto una copia della famosa agenda della società.


Joe Colombo

Richard Sapper

Gio Ponti

Elio Fiorucci

Toshiyuki Kita

Marc Newson

James Irvine

Ettore Sottsass

Jasper Morrison

Naturalmente ciò di cui all’epoca non ero perfettamente consapevole erano i combattimenti nelle strade e il terrorismo degli anni di piombo che coincisero perfettamente con la mostra Italy New Domestic Landscape. Fu solo una questione di mesi tra la morte dell’amico di Ettore Sottsass, Giacomo Feltrinelli, ritrovato appena fuori Milano alla base di un traliccio dell’alta tensione che aveva cercato di far saltare con la dinamite, e la presentazione di Sottsass stesso al MoMA di New York. Pierre Restany, il navigato critico d’arte, mi ha ricordato molto tempo dopo come abbia dovuto passare tutto il tempo della Biennale d’Arte di Venezia del 1968 sfuggendo a un gruppo anarchico che lo voleva spingere giù nel Canal Grande perché era troppo borghese. Andrea Branzi mi ha raccontato di quella notte del 1969 quando lui ed Ettore Sottsass sono usciti da una festa tenutasi al Savini in Galleria a Milano. Sottsass, che per l’occasione indossava un copricapo piumato dei guerrieri nativi americani, commise l’errore di guardare direttamente negli occhi uno skinhead fascista e per questo fu pestato. Ero in Corso Europa per il lancio di Memphis nel 1981. All’epoca sembrava uno scoppio di rivolta anarchica contro i preconcetti del buon gusto italiano. In realtà, si è trattato dell’inizio di ciò che, in retrospettiva, si è dimostrata essere l’epoca d’oro per l’Italia, quando Fiorucci ha preso lo stile London Street e lo ha riesportato nel mondo, aprendo così la strada a

George Sawdon

Ross Lovegrove

Benetton, per ammodernare la moda sia a livello di produzione che distribuzione, e ad Alessi, per farsi un nome. L’economia italiana sembrava che stesse per sorpassare quella del Regno Unito. Fu un’epoca d’oro a cui pose fine lo scandalo di Tangentopoli. Uno scandalo che ebbe come una delle conseguenze meno probabili, la nomina di Sottsass a responsabile della progettazione degli interni di Malpensa, dopo che emerse che gli iniziali consulenti di design che lavoravano sul progetto avevano imbarazzanti commistioni politiche. Dopo gli scandali fu la volta del ristagno degli anni Berlusconi. E di un’Italia che ora sta lottando per ritrovarsi. Dopo gli anni dei grandi maestri, prima in architettura, poi nel design, che hanno fatto dell’Italia la capitale mondiale del design, è difficile vedere una nuova generazione sviluppatasi per riscoprire quel ruolo. È giunta l’ora di un’altra svolta. Eppure l’Italia è uno dei Paesi più generosi nei confronti dei talenti indipendentemente da dove vengano. È stata sicuramente generosa con me. Ho avuto la fortuna di dirigere Domus per quattro anni e di diventare il curatore della Biennale di Architettura di Venezia. È difficile immaginarsi che, per esempio, la Francia possa essere altrettanto accogliente nei confronti di un non madrelingua. Il mondo punta ancora gli occhi sull’Italia per capire quello che sarà il mondo del design. È un Paese che affonda le sue radici nell’arte del fare e nelle idee, negli interrogativi e nell’apertura nei confronti del mondo.

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DrawinGs

Ettore Sottsass jr. per Interni 459 aprile 1996

180 sono i disegni realizzati da architetti e designer, che hanno accolto il nostro invito a partecipare al progetto editoriale della Drawings Collection, a partire dall’ aprile 1996, e diventati protagonisti delle pagine di INTERNI. Liberi ‘pensieri della mano’, connessioni a spazi, tempi e geografie vicine e lontane. Un disegno al mese, anno dopo anno, e siamo già approdati al 180esimo della nostra preziosa raccolta. Un omaggio dei progettisti, che interpreta e quasi ‘stigmatizza’ un lungo e impegnativo percorso comune. Dal 1954, anno della sua nascita, la rivista ha infatti seguito costantemente l’attività di architetti e designer che hanno contribuito a far conoscere il progetto italiano worldwide e ne ha documentato le ricerche, le riflessioni, i rapporti con l’industria; sempre fedele al suo ruolo di link tra fase ideativa, realizzazione e distribuzione, e consumatore finale. 180 disegni, sotto l’egida del pluralismo linguistico, ci restituiscono, con le suggestioni di carta e penna, l’alchimia di linee, forme, geometrie, materiali e colori, l’interpretazione di tendenze, evoluzioni e trasformazioni legate al progetto di architettura, di interior e di product-design. Il disegno parla. Oggi, nell’epoca della comunicazione digitale, ancora di più. Antonella Boisi

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58 / Drawings

Bruno Munari per Interni 461 giugno 1996

Alessandro Mendini per Interni 463 settembre 1996

Andrea Branzi per Interni 464 ottobre 1996

Mario Bellini per Interni 466 dicembre 1996

60 Anni Years interni


dada-kitchens.com

CUCINA VELA— DANTE BONUCCELLI CREDENZA PIROSCAFO— ALDO ROSSI, LUCA MEDA


Vico Magistretti per Interni 460 maggio 1996

60 / Drawings

60 Anni Years interni


Marco Zanuso per Interni 467 gennaio-febbraio 1997

Enzo Mari per Interni 468 marzo 1997

Ugo La Pietra per Interni 469 aprile 1997

Matteo Thun per Interni 470 maggio 1997

Michele De Lucchi per Interni 471 giugno 1997

Ron Arad per Interni 472 luglio-agosto 1997

Ignazio Gardella per Interni 475 novembre 1997

Aldo Cibic per Interni 478 marzo 1998

Prospero Rasulo per Interni 479 aprile 1998

Sergio Calatroni per Interni 480 maggio 1998

Gianni Veneziano per Interni 481 giugno 1998

Ross Lovegrove per Interni 482 luglio-agosto 1998

Ferruccio Laviani per Interni 483 settembre 1998

James Irvine per Interni 484 ottobre 1998

Carlo Colombo per Interni 485 novembre 1998

Rodolfo Dordoni per Interni 486 dicembre 1998

62 / Drawings

60 Anni Years interni


www.cappellini.it

ORLA Jasper Morrison - Foto Miro Zagnoli


64 / Drawings

Thomas Sandell per Interni 489 aprile 1999

Konstantin Grcic per Interni 491 giugno 1999

Alfredo H채berli per Interni 492 luglio-agosto 1999

Christophe Pillet per Interni 494 ottobre 1999

60 Anni Years interni


WWW.ZANOTTA.IT T +39 0362 4981 DIVANO WILLIAM DESIGN D. WILLIAMSON

Zanotta Shop Milano

Piazza Del Tricolore, 2 tel. 02.76016445 milanoshop@zanotta.com


Fernando & Humberto Campana per Interni 495 - novembre 1999

66 / Drawings

60 Anni Years interni


more than lamps pure emotions Twiggy, design: Marc Sadler

ad: designwork / photo: Massimo Gardone

foscarini.com


Ayala S. Serfaty per Interni 499 marzo 2000

Ed Annink per Interni 506 novembre 2000

68 / Drawings

Hsiao Chin per Interni 503 luglio-agosto 2000

Ilkka Suppanen per Interni 507 dicembre 2000

60 Anni Years interni


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Lounge Chair: un classico che si tramanda di generazione in generazione.

Lounge Chair & Ottoman Design: Charles & Ray Eames, 1956 Per trovare il rivenditore Vitra pi첫 vicino a te visita il sito www.vitra.com/dealer

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Karim Rashid per Interni 511 maggio 2001

70 / Drawings

60 Anni Years interni


Francesco Mancini per Interni 509 marzo 2001

Ora Ito per Interni 510 aprile 2001

Marcel Wanders per Interni 512 giugno 2001

Masanori Umeda per Interni 513 luglio-agosto 2001

Piero Lissoni per Interni 514 settembre 2001

Sebastian Bergne per Interni 515 ottobre 2001

Matali Crasset per Interni 517 dicembre 2001

Dieder Gomez per Interni 518 gennaio-febbraio 2002

Tokujin Yoshioka per Interni 519 marzo 2002

Shigeru Uchida per Interni 522 giugno 2002

Isay Weinfeld per Interni 523 luglio-agosto 2002

Radi Designers per Interni 524 settembre 2002

Marco Penati per Interni 526 novembre 2002

Luca Scacchetti per Interni 528 gennaio-febbraio 2003

LĂŠon Krier per Interni 529 marzo 2003

Massimiliano Fuksas per Interni 530 - aprile 2003

72 / Drawings

60 Anni Years interni


SHOWROOM: MILANO ROMA BOLOGNA PARMA GENOVA TORINO BRESCIA FIRENZE PALERMO CATANIA COSENZA VIENNA NIZZA MADRID BARCELLONA BILBAO BRUXELLES MONACO DI BAVIERA ABIDJAN ISTANBUL BEIRUT TEL AVIV VARSAVIA TAIPEI BANGKOK NEW YORK CITTÀ DEL MESSICO BRASILIA BELO HORIZONTE SAN PAOLO

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74 / Drawings

Toyo Ito per Interni 534 settembre 2003

Werner Aisslinger per Interni 535 ottobre 2003

Arik Levy per Interni 536 novembre 2003

Hannes Wettstein per Interni 537 dicembre 2003

60 Anni Years interni


Odile Decq per Interni 538 gennaio-febbraio 2004

Dominique Perrault per Interni 540 aprile 2004

Hani Rashid per Interni 541 maggio 2004

Simone Micheli per Interni 542 giugno 2004

Markus Benesch per Interni 543 luglio-agosto 2004

Tord Boontje per Interni 544 settembre 2004

Claudio La Viola per Interni 546 novembre 2004

Hella Jongerius per Interni 551 maggio 2005

Naoto Fukasawa per Interni 552 giugno 2005

Jan Kaplicky per Interni 553 luglio-agosto 2005

Jaime Hay贸n per Interni 554 settembre 2005

Dieter Sieger per Interni 555 ottobre 2005

Jasper Morrison per Interni 557 dicembre 2005

Jacob + MacFarlane per Interni 558 gennaio-febbraio 2006

Christian Ghion per Interni 559 marzo 2006

Arata Isozaki per Interni 560 aprile 2006

76 / Drawings

60 Anni Years interni


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Javier Mariscal per Interni 572 giugno 2007

78 / Drawings

60 Anni Years interni


design Paola Navone - ph. Andrea Ferrari

LE EMOZIONI NON VANNO RACCONTATE, VANNO VISSUTE. GRAZIE PER QUESTI 60 ANNI DI EMOZIONI.

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80 / Drawings

Pierre Charpin per Interni 569 marzo 2007

Patricia Urquiola per Interni 570 aprile 2007

Vincent Van Duysen per Interni 571 maggio 2007

Yves BĂŠhar per Interni 573 luglio-agosto 2007

60 Anni Years interni


Philippe Starck per Interni 574 settembre 2007

MartĂ­ GuixĂŠ per Interni 575 ottobre 2007

Antonio Citterio per Interni 575 novembre 2007

Richard Hutten per Interni 577 dicembre 2007

Nanda Vigo per Interni 578 gennaio-febbraio 2008

Maria Christina Hamel per Interni 579 - marzo 2008

Tokujin Yoshioka per Interni 580 aprile 2008

Paola Navone per Interni 582 giugno 2008

Arik Levy per Interni 583 luglio-agosto 2008

Lot-Ek per Interni 584 settembre 2008

Mecanoo Architecten per Interni 585 - ottobre 2008

Setsu e Shinobu Ito per Interni 586 novembre 2008

Mario Cucinella per Interni 587 dicembre 2008

RCR Arquitects per Interni 588 gennaio-febbraio 2009

Junya Ishigami per Interni 589 marzo 2009

David Chipperfie d per Interni 590 aprile 2009

82 / Drawings

60 Anni Years interni


Riccardo Blumer per Interni 582 giugno 2009

84 / Drawings

60 Anni Years interni


Rubelli, da 125 anni una storia di famiglia www.rubelli.com


86 / Drawings

Daniel Libeskind per Interni 598 gennaio-febbraio 2010

Paolo Ulian per Interni 599 marzo 2010

Jean Michel Wilmotte per Interni 600 aprile 2010

Marco Acerbis per Interni 601 maggio 2010

60 Anni Years interni


JoeVelluto per Interni 602 giugno 2010

Mauricio Cardenas Laverde per Interni 603 - luglio-agosto 2010

Martino Berghinz per Interni 604 settembre 2010

Ron Gilad per Interni 605 ottobre 2010

Matteo Nunziati per Interni 606 novembre 2010

Paolo Caputo per Interni 607 dicembre 2010

Marco Merendi per Interni 608 gennaio-febbraio 2011

Davide Groppi per Interni 609 marzo 2011

Zaha Hadid per Interni 610 aprile 2011

Luigi Serafin per Interni 611 maggio 2011

Richard Meier per Interni 612 giugno 2011

GwenaĂŤl Nicolas per Interni 613 luglio-agosto 2011

Sybarite per Interni 616 novembre 2011

Ruy Ohtake per Interni 617 dicembre 2011

Alessandro Mendini per Interni 618 gennaio-febbraio 2012

Massimiliano Fuksas per Interni 620 - aprile 2012

88 / Drawings

60 Anni Years interni


METAMORPHOSIS COLLECTION Un materiale dai mille volti, capace di prendere vita assumendo ogni volta una forma diversa. Una tecnologia unica e proprietaria. Un design team dedicato. Nasce così la nuova collezione per l’Interior firmata Alcantara. Ispirata agli elementi naturali da un lato e al mondo della sartoria maschile dall’altro, entrambi rivisitati con originalità nei decori, Metamorphosis svela un’anima “hand-made” che sottolinea l’assoluta unicità di un materiale che è una perfetta sintesi di stile e tecnologia.


90 / Drawings

Lucidi Pevere per Interni 621 maggio 2012

Bertjan Pot per Interni 622 giugno 2012

Mauro Lipparini per Interni 624 settembre 2012

Buratti + Battiston Architects per Interni 625 ottobre 2012

60 Anni Years interni


ernestomeda.com

design Giuseppe Bavuso

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photo Gionata Xerra - image consultant ravaiolisilenzistudio


Alessandro Mendini per Interni 618 gennaio-febbraio 2012

Doshi Levien per Interni 619 marzo 2012

Satyendra Pakhalè per Interni 626 novembre 2012

Tobia Scarpa per Interni 627 dicembre 2012

Claudio Silvestrin per Interni 628 gennaio-febbraio 2013

Nendo / Akihiro Ito per Interni 629 - marzo 2013

Ronan e Erwan Bouroullec per Interni 630 - aprile 2013

Stephen Burks per Interni 631 maggio 2013

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Akihisa Hirata per Interni 633 luglio-agosto 2013

Autoban per Interni 632 giugno 2013 DC_15_07_632.indd 1

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09/12/13 17.02 DC_15_08_633.indd 1

Moritz Waldemeyer per Interni 638 gennaio-febbraio 2014

09/12/13 17.01

Mark Anderson per Interni 639 marzo 2014

Alessandro Mendini per Interni 642 giugno 2014 C_In642_R_disegno.indd 1

92 / Drawings

Zaha Hadid per Interni 637 dicembre 2013 ritratto di Elena Boccoli

Sergei Tchoban per Interni 635 ottobre 2013

Lanzavecchia+Wai per Interni 643 luglio-agosto 2014 16/10/14 12.00

60 Anni Years interni


Italo Rota per Interni 644 settembre 2014

94 / Drawings

60 Anni Years interni


Visitors

I

nterni=FuoriSalone. La particolare attitudine di Interni a indagare il mondo della produzione di design ha portato la rivista a intensificare nel tempo l’attività nell’organizzazione di manifestazioni che potessero promuovere e raccontare una cultura del progetto fatta di industrie dalle capacità uniche e da architetti e designer abili nel metterle in scena attraverso degli allestimenti sperimentali. In questo senso, le manifestazioni ideate per la Settimana milanese del design, il ‘FuoriSalone’ originale nato nel 1990 su intuizione dell’attuale direttore Gilda Bojardi, hanno funzionato da subito come incubatori in grado di unire le dimensioni del design e dell’architettura fornendo spunti concreti per la pratica delle aziende e dei progettisti via via coinvolti. La storia degli Eventi di Interni si afferma nel 1998 con la prima grande mostra urbana, Light tower, che vide sorgere nelle vie di maggior passaggio del centro di Milano sette landmark luminosi e multimediali con trasmissione in tempo reale di interviste, immagini e nuovi progetti. Con il fenomeno del FuoriSalone ormai consolidato e autonomo, il gruppo di lavoro di Interni era in condizione di intraprendere iniziative proprie, senza trascurare il ruolo di coordinameno degli eventi diffusi in città. È iniziato così un percorso

di approfondimento che negli anni a venire ha visto succedersi una serie sorprendente di oltre 200 tra allestimenti e installazioni speciali che non avrebbero avuto ragione di essere nella realtà della produzione. Tra quanti hanno contribuito a sviluppare gli eventi di aprile, Alessandro Mendini e Michele De Lucchi hanno svolto un ruolo fondamentale di tutori, sostenendo e consigliando Interni con la saggezza e la gentilezza dei veri Maestri. Dalle vie e piazze del centro alle Porte della città fino ad arrivare agli edifici simbolo della storia di Milano, prima il Castello Sforzesco e negli ultimi anni l’antica Ca’ Granda ora Università degli Studi, la ricerca di destinazioni idonee alle mise-en-scène di Interni, spesso impreviste e sorprendenti, ha aiutato a far conoscere e a dare identità a luoghi nascosti della città stimolando la nascita di nuovi distretti creativi e contribuendo di fatto ad aprire Milano a un contesto internazionale. In questa città, da cui la rivista segue con attenzione le vicende del design e che nell’imminenza dell’Expo è oggi in profonda trasformazione, Interni si è fatta interprete del rapporto imprescindibile che esiste tra design e comunicazione, sconfinando dalle pagine stampate con le sue iniziative speciali per rappresentare il mondo del progetto nelle sue infinite varianti. Michelangelo Giombini

60 Anni Years interni / 97


1984 / 30° Anniversario/Anniversary Interni Una torta di compleanno gigante per “La notte dei Robot” organizzata nella Triennale di Milano che per l’occasione ha ospitato videogiochi, chioschi per la lettura dei tarocchi, un’orchestra, un complesso rock e una discoteca/giant cake of the “Night of the Robots” organized at the Milan Triennale, which hosted the celebrations of the anniversary with video games, kiosks for fortune tellers, an orchestra, a rock band and a disco.

1980 / 25° Anniversario/Anniversary Interni Una memorabile esibizione della Global Jazz Band di Ugo La Pietra accompagna le Architorte celebrative ideate da/The performance by the Global Jazz Band of Ugo La Pietra accompanies the presentation of the celebrative ‘Architorte’ designed by Giovanni Offredi, Nanda Vigo, Cini Boeri, Mario Bellini, Adolfo Natalini, Cesare Casati, De Pas-D’Urbino-Lomazzi, Carla Venosta, Claudio Salocchi.

1990 / 35° Anniversario/Anniversary Interni Il meeting point della prima Designer’s Week sulla terrazza del Palazzo dell’Informazione di piazza Cavour durante le giornate milanesi del design organizzate da Interni in collaborazione con 120 showroom/the terrace of Palazzo dell’Informazione on Piazza Cavour in Milan, open to the public for four evenings devoted to the presentations of the 120 showrooms that participated in the fi st Interni Designers Week.

98 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


1994 / Stanza dell’informazione Interni Aqui sitin estor aspis esed enector untibea dit, officia n turibea doluptaspel milit eum, quibus pa cullant optatis et ut volorro denienis autem. Luptam hitam int eum siti

1990 / FuoriSalone Con la Designer’s Week nasce il FuoriSalone di Milano: la guida debutta in forma di mappa pieghevole e le bandiere di Interni fanno la loro comparsa in città/Interni organizes the fi st Designer’s Week and the FuoriSalone is born, with a guide in the form of a folding map, and the typical Interni banners.

1994 / 40° Anniversario/Anniversary La Stanza dell’informazione allestita al Salone del Mobile su progetto di/Information room installation in Salone del Mobile designed by Michele e/and Paolo De Lucchi.

1998 / Light Tower Il primo grande evento diffuso in città, con meeting point nella Villa Reale di Palestro allestito con sculture luminose di/ the fi st major urban project of Interni, with a meeting point at Villa Reale on Via Palestro, set up with luminous sculptures by Jan van Lierde.

100 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


1998 / Light Tower 7 torri multimediali trasmettono in tempo reale interviste e immagini dalle vie della cittĂ / 7 multimedia towers transmit in real time interviews and images from the streets of the city. Massimo Iosa Ghini con/with Moroso; Achille Castiglioni con/with BTicino.

1999 / Paesaggio Domestico 11 prodotti di uso domestico diventano oggetti-scultura fuori scala/11 products of domestic use become off-scale object-sculpture. Alessandro Mendini con/with Alessi; Gae Aulenti con/with Schopenhauer/ Fontana Arte; Ross Lovegrove con/with Fratelli Guzzini.

102 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


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2000 / Essere BenEssere, Triennale di Milano 26 stanze dedicate al tema del benessere/ 26 rooms dedicated to well-being. Verner Panton con/with Vitra Design Museum; Adam Tihany con/with Christofle; Claudio Monti, Francesco Muti con/with Technogym; Denis Santachiara con/with Serralunga; Philippe Starck con/with Technogel Italia.

104 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


www.bonaldo.it Big Table design Alain Gilles


2001 / InterniCafé 11 spazi tecnologici e multimediali negli showroom del design/11 modular and technologic interiors in design showrooms. Totem luminoso nel nuovo Spazio Armani in via Manzoni/lightened totem in new Spazio Armani showroom in via Manzoni, Milan; Studio Cerri & Associati con/with Dada.

2002 / Interni in Piazza 7 architetture effime e fi mate dai maestri dell’architettura contemporanea nelle piazze del Centro/7 ephemeral architectures signed by the masters of contemporary architecture in the squares of the Center. Léon Krier con/with SIVIM, Giorgetti, Monti di Rovello; Massimiliano e/and Doriana Fuksas con/with Ranger Group, Alenia Spazio, Sunglass.

106 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


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2002 / Interni in Piazza Peter Eisenmann con/with Barrisol; Astrid Klein e/and Mark Dytham con/with Technogel Italia, Waazwiz; Oscar Tusquets Blanca con/with RDB, Driade; Bernard Tschumi con/with PMA/Arcelor, BTicino/My Home.

108 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


SI NCE 1912


2003 / Earthly Paradise, East End Studios Milano 9 installazioni legate al relax, all’acqua e al wellness domestico/9 installations dedicated to relax, water and domestic welness. Jacopo Foggini; disegno di/drawing by Alessandro Mendini; Claudio La Viola e/and Mario Nanni con/with Viabizzuno, Terme di Saturnia, Pretecno.

110 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


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2004 / Street Dining Design, Triennale di Milano 10 chioschi propongono un percorso progettuale e gastronomico per il popolo della strada/10 kiosks creating an itinerary of design and gastronomy. Karim Azzabi con/with Lavazza, Mostre e Fiere, Ferran Adrià ; Patricia Urquiola & Martino Berghinz con/with Scholtès; Future Systems con/with Marzorati Ronchetti, S. Pellegrino, Acqua Panna; Riccardo Diotallevi con/with Elica.

112 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


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2005 / OpenAirDesign, Triennale di Milano 9 sedute-scultura d’autore interpretano il tema del relax all’aria aperta/9 seating sculptures by famous designers interpret open-air relax. Gaetano Pesce con/with Zesign; Toyo Ito con/with Horm; Aldo Cibic con/with Marazzi Group, Mapei; Ron Arad con/with Driade, Marzorati, Ronchetti; Ettore Sottsass con/with Boffi Antolini.

114 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


2006 / HeavyLight, Porte storiche di Milano 10 installazioni luminose recuperano l’antica tradizione della Festa Urbana/10 light installations retrieve the ancient tradition of Urban Feast. Enzo Catellani con/with Catellani & Smith; Paul Friedlander con/with Kundalini, S. Pellegrino.

116 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


2006 / 50+2Y Italian Design, National Art Museum of China, Beijing 50 anni di Design Italiano/50 years of Italian Design.

2007 / Decode Elements, Castello Sforzesco di Milano 13 installazioni ispirate alla Lettura e dedicate agli elementi primari/13 installations inspired by Reading and dedicated to primary elements. Ingo Maurer.

118 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


2007 / Decode Elements Michele De Lucchi con/with Listone Giordano, Intesa Sanpaolo, iGuzzini; Odile Decq con/with Kerakoll Design, Luceplan.

2007 / Decode Elements Alessandro e/and Francesco Mendini con/with Seves Glassblock; Gaetano Pesce con/with Meritalia; Dominique Perrault Architecture con/with GKD; Massimiliano e/and Doriana Fuksas con/with Ranger.

120 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


LE PASSIONI TRAVOLGONO ANCHE I SAGGI

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Caadre è lo specchio disegnato da Philippe Starck per Fiam Italia che riflette e amplifica la personalità di chi lo possiede.

Caadre is the mirror designed by Philippe Starck for Fiam Italia that reflects and amplifies the personality of its owner.

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2008 / GreenEnergyDesign, Università degli Studi di Milano (Ca’ Granda – ex Ospedale Maggiore) Una serie di installazioni ispirate alle energie rinnovabili e all’estetica ecosostenibile/a series of installations inspired by renewable energies and ecosustainable design. Lot-Ek con/with Technogel; Antonio Citterio and Partners con/with Kerakoll Design; Gaetano Pesce con/with Resal, Tillmanns; Ross Lovegrove con/with Artemide; Toshiyuki Kita con/with Sanyo; Philippe Starck con/with Pramac; Jacopo Foggini con/with Nice.

122 / oLTre 30 ANNI DI evenTI


60 ANNI Years INTerNI / 123


2009 / Interni Design Energies Mostra ispirata alle energie di progetto e a tutte le risorse creative/an exhibition inspired by design energies and all creative resources. Fernando e/and Humberto Campana con/with Alcantara速, Dedon; Patricia Urquiola con/with Budri, Grassi Pietre, Marsotto, Testi Fratelli; Mario Cucinella con/with Italcementi; Michele De Lucchi con/with Enel.

124 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


IL FUTURO È DI CHI HA UN GRANDE PASSATO.

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2010 / Interni Think Tank Una riflessione sul ruolo del progetto architettonico e del design nel prossimo futuro/a reflection on the role of architecture and design in the near future. Matteo Thun e/and Consuelo Castiglioni-Marni con/with American Hardwood Export Council, R1920; John Pawson con/with Salvatori; Kengo Kuma con/with Casalgrande Padana; Daniel Libeskind con/with Citylife.

126 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


Illustration: L. Sonnoli (Tassinari/Vetta)

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2011 / Interni Mutant Architecture & Design Una serie di installazioni sperimentali, una riflessione sul progetto architettonico mutante e flessibile/ a series of experimental installations, a reflection on mutant and flexible architectural design. Ingo Maurer con/with Enel.

128 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


collezione BOLLICINE

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2011 / Interni Mutant Architecture & Design Richard Meier Architects con/with Italcementi, Styl-Comp Group; Zaha Hadid Architects con/with Lea Ceramiche, Artemide.

130 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


2011 / Creative Junctions, National Museum of China, Beijing 150 progettisti, 24 Paesi, 700 prodotti/ 150 designers, 24 nationalities, 700 exhibits.

132 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


2012 / Interni Legacy Le ereditĂ possibili del progetto contemporaneo in una composizione spettacolare di installazioni architettoniche sperimentali/the possibile legacies of contemporary design in a spectacular composition of experimental architectural installations. Som-Skidmore, Owings & Merrill con/with Carrara Marmotec - Franchi Umberto Marmi, Gemeg, Il Fiorino, Italmarble Pocai, Marmi Carrara, MT&S, Sagevan Marmi, Sam, Savema e Antonio Lupi, Jove, Sampietro 1927, Up Group, Martinelli Luce; Alessandro e/and Francesco Mendini con/with Elegant Living; Scholten & Baijings con/with Mini; Zhang Ke/ Standardarchitecture con/with Camerich, iGuzzini.

134 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


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2012 / Interni Legacy Odile Decq con/with Fiandre, Linea Light Group; Massimo Iosa Ghini con/with FMG - Fabbrica Marmi e Graniti, iGuzzini; Opera breve “80-60”, omaggio a/tribute to Alessandro Mendini e/and Michele De Lucchi; Akihisa Hirata con/with Panasonic.

136 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


2013 / Interni Hybrid Architecture & Design Una serie di installazioni di architetture e design che promuovono un incontro-confronto tra culture differenti e nuove tecnologie/a series of installations of architecture and design that promote an encounterengagement between different cultures and new technologies. Steven Holl Architects con/with Pimar, Teuco Guzzini, Ferragamo Parfums; Christophe Pillet e/and Studio Azzurro con/with BE OPEN; Luca Scacchetti con/with Wolf Haus.

138 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


Più spazio e organizzazione nella vostra cucina

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2014 / Interni Feeding New Ideas for the City, UniversitĂ degli Studi di Milano e Orto Botanico di Brera Una serie di installazioni di architettura e design che sviluppano proposte per la cittĂ  del futuro ispirate ai temi di ExpoMilano2015/a series of installations of architecture and design that develop proposal for the city of the future, based on the themes of ExpoMilano2015. Speech Tchoban/Kuznetsov con/with Velko 2000; Walter Maria de Silva con/with Audi; Nemesi&Partners con/with Italcementi Group, Styl-Comp Group.

140 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


2014 / Interni Feeding New Ideas for the City Lissoni Associati con/with Laminam, Living Divani; Atelier Bow-Wow con/with YKK AP; Marina Abramovic e/and Daniel Libeskind con/with Moroso; MVRDV.

142 / oLTre 30 ANNI DI evenTI

60 ANNI Years INTerNI


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Charming fifties testo e icone di/text and icons by Vanni Pasca

A

nni ’50: a Milano sorge il grattacielo Pirelli, simbolo della modernizzazione dell’Italia. L’architetto è Gio Ponti. Un’azienda di tradizione artigianale, Cassina, gli chiede di disegnare una sedia. Nasce la Superleggera, simbolo del design italiano e della nuova modernità del Paese. La trasformazione dell’Italia da Paese agricolo-industriale a industriale-agricolo, con affermazione dello stile di vita urbano, ha al centro la modernizzazione tecnica. Utilitarie per la motorizzazione di massa (già avviata con gli scooter), macchine da scrivere portatili e iniziale sviluppo dei calcolatori, macchine da bar a pressione per il caffè. Per la casa frigoriferi e lavatrici, con boom delle industrie degli elettrodomestici e sostituzione di oggetti tradizionalmente presenti come le macchine da cucire, spesso a pedale, con le macchine elettriche. Nel 1954 iniziano le trasmissioni televisive. Si afferma la figura del designer. Marco Zanuso con Richard Sapper crea per Brionvega una serie di innovativi televisori. Accanto ai nomi delle industrie, presenti da Torino a Milano, da Pontedera a Pordenone e così via, appaiono quelli di Dante Giacosa, Marcello Nizzoli, Gino Valle e molti altri. La casa si modernizza con le abitazioni popolari e lo sviluppo dell’edilizia: le cellule abitative si basano sul modello proposto negli anni ’20 in Germania, articolato per zone funzionali, Fondamentali il bagno in casa, con sviluppo dell’industria dei sanitari e la cucina “all’americana”, basi-pensili, derivata dalla cucina di Francoforte (1925). Appare un nuovo ambiente, la “living room”, il soggiorno, con ruolo progressivamente dominante del televisore e del gruppo divano-poltrone. A Milano c’è la Facoltà di architettura e la Triennale che da tempo sperimenta con gli architetti la trasformazione della casa; e si pubblicano riviste come Domus e Casabella, da sempre molto attente al quadro internazionale, e nel 1954 nasce, edita da Göerlich, La rivista dell’arredamento – che successivamente si trasformerà in Interni, la rivista dell’arredamento

– da sempre attenta allo stile contemporaneo del mobile d’arredo. Si avvia in quel periodo infatti un processo da parte degli architetti più all’avanguardia, contro ‘il mobile in stile’, definito di ispirazione Chippendale e sposato dai molti produttori dell’area di Cantù, a favore di un gusto nuovo e moderno. Molti designer propongono la modernità ma intendono mantenere un rapporto con la cultura dell’abitare e con l’artigianato, con le esperienze delle Arts and Crafts e dei Laboratori viennesi tra 800 e 900. A Milano emerge la sobria eleganza di Albini mentre nasce una piccola azienda, Azucena, dove architetti come Caccia Dominioni e Gardella cercano di creare una rete con gli artigiani (a parte è il linguaggio fitomorfo e zoomorfo di Carlo Mollino a Torino). I fratelli Castiglioni progettano un ambiente per una mostra a Villa Olmo a Como (1957), con un’idea dell’abitare libera e disinvolta e una serie di mobili, tra cui sgabelli basati sull’ assemblage di componenti già esistenti (per citarne solo alcuni), riferimenti per i giovani designer dei decenni successivi. Comincia la sperimentazione su nuovi materiali per la produzione di serie. Marco Zanuso verifica la gommapiuma e il nastro elastico (derivati dalle sue esperienze con Pirelli per i sedili delle automobili) con la poltrona Lady. La gommapiuma sarà sostituita dal poliuretano che determinerà il successo degli “imbottiti”. Gino Colombini disegna per Kartell utensili di plastica leggeri e colorati, che sostituiscono nelle case gli oggetti in lamiera zincata, avviando il successo del polipropilene (il “moplen”). Si sviluppa il comparto dell’illuminazione, dove Gino Sarfatti progetta innovative lampade. Nel 1959 nascono Flos e Artemide: alcune lampade diventano icone, come Arco dei fratelli Castiglioni (Flos 1962). Il design italiano è ormai in pieno sviluppo, come si vedrà nel 1972 alla mostra al MOMA di New York: Italy- The new Domestic Landscape che farà conoscere al mondo la cultura dell’abitare che artigiani-imprenditori e architetti-designer sono andati elaborando.

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1954, divano/sofa D-70, disegnato da/designed by Osvaldo Borsani, Tecno.

1954, servizio da tavola/ table service Colonna, Giovanni Gariboldi, Richard Ginori, Compasso d’Oro alla prima edizione/at the fi st edition of the prize, 1954.

Fifties Icons 1962, lampada/lamp Arco, Achille e/and Pier Giacomo Castiglioni, Flos.

1954, Fiat 500, disegnata dall’ing./designed by Eng. Dante Giacosa, FIAT.

1954, poltrona da esterno/outdoor armchair Margherita, Franco Albini, Vittorio Bonacina.

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1955, Superleggera, design Gio Ponti, Cassina.

1963, Lettera 32, Ettore Sottsass, Olivetti.

1957, Portaombrelli/Umbrella stand, Gino Colombini, Kartell.

1954, poltrona/armchair Gilda, Carlo Mollino, Zanotta.

1958, Catilina, design Luigi Caccia Dominioni, Azucena.

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“Il più sottile possibile e mai nel mezzo” Arne Jacobsen 60 Anni Years interni / 157


“Crearsi delle regole e mettersi dei limiti. Non mi pare che si possa parlare di rottura di regole come un atto di liberazione� Franco Albini

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1965, Irradiette, Mario Bellini, Irradio.

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Amarcord

di/by Franco Raggi

el 1954 avevo nove anni e ne avevo 18 nel 1963, quando mi iscrissi alla facoltà di architettura. Quello che posso dire del design e dell’evoluzione dello scenario domestico e dell’abitare in quel periodo l’ho letto poi sui libri e sulle riviste molto più tardi. Credo forse più interessante rovistare nei ricordi di un adolescente di una famiglia agiata medioborghese che si è trovato in un punto di osservazione privilegiato per descrivere da un punto di vista personale il fenomeno della modernizzazione del proprio abitare e la comparsa sulla scena domestica e nella vita quotidiana di piccoli o grandi oggetti, che oggi cataloghiamo nel variegato panorama del design italiano. K101 Kartell Lo zio Camillo, grande appassionato di montagna, sciatore e implacabile organizzatore di gite familiari, apparve all’alba di un mattino di inverno anni ‘50 con uno strano attrezzo montato sul tetto della Millecento Fiat grigia. Due nastri di tela con ganci elastici e tasselli ammortizzatori in gomma tesi sul tetto. Portava sci e bastoncini per quattro sciatori. Unica accortezza punte degli sci all’ingiù altrimenti, alla soglia degli 80 km/ora, sulla Milano-Lecco, tutto si sollevava come per prendere il volo. Solo molti anni più tardi seppi che era stato uno dei primi prodotti Kartell costruito in Nastricord della Pirelli e disegnato da Roberto Menghi e dall’ing. Carlo (Carlone) Barassi amico di Giulio Castelli e anche in seguito socio fondatore di Arflex; azienda nella quale portò il knowhow Pirelli dei primi schiumati per imbottiture. Interessante fenomeno ante-litteram di transfert tecnologico. Lo zio Camillo poi, al quale piacevano le cose ben fatte, aveva anche una Giulietta sprint bianca della quale ricordo l’odore della finta pelle e di plastica mischiati.

Lettera 22 Olivetti Scrivevamo, a casa e a scuola, a mano con la penna stilografica Pelikan (bakelite verde e nera) o Aurora 88 (nera cappuccio oro). La dattilografia era cosa da uffici; ma al liceo cominciò la moda delle “tesine” a tema che andavano impaginate con foto, disegni e testi. Così a Natale 1959 arrivò la Olivetti lettera 22, prima macchina da scrivere domestica di dimensioni e costo contenuti e specialmente friendly nelle forme e nel colore. Con lei il design entrò in casa come fenomeno di comunicazione integrale. La grafica, il logo dell’uccellino, il tagliacarte disegnato da Nizzoli stilizzando il logo, il colore verde acqua e la custodia soft con maniglie morbide come una borsetta. Tutto era pensato con una intelligenza ed una estetica che provocarono in me un istantaneo rapporto affettivo con la macchina da scrivere. VL480 Black Eko Gibson e Fender erano negli anni ‘60 le marche mito per gli appassionati di chitarra elettrica. Americane dai costi stratosferici anche per un adolescente benestante come me che, dopo faticosi e formativi studi di chitarra classica, scopriva la musica folk e rock. Alla ricerca dello strumento alla mia portata trovai la via italiana alla chitarra rock. La Eko, una nuovissima azienda di Recanati che produceva originali ed efficienti strumenti dal design innovativo. Comprai un modello bianco e nero abbastanza “cattivo” con due ponti pick-up e leva per gli effetti up/down. Mi sentii alle soglie della modernità. Dopo mezzo secolo la regalai al figlio di una amica chitarrista professionista, affascinato dal design e forse inconsapevole di ricevere una reliquia del made in Italy.

1960, Chitarra elettrica/ electric guitar VL480 Black, Eko.

1949, Portasci K101, Roberto Menghi e/and Carlo Barassi, Kartell.

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1950, Lettera 22, Marcello Nizzoli, Olivetti.


1964, Cubo TS522, Marco Zanuso e/and Richard Sapper, Brionvega.

G255, Geloso Nel 1960 mio padre, medico, comprò un nuovo piccolo registratore italiano. Si chiamava G255, soprannome “Gelosino”. Gli serviva per registrare le anamnesi e i colloqui con i pazienti, che usava poi per scrivere referti e diagnosi. Compatto nella sua borsetta, coperchio in policarbonato trasparente, con quattro grossi e inequivocabili tasti cilindrici giallo-rossoverde-nero per le quattro funzioni fondamentali. Rec, Rev 1-2, Audio. L’ aspetto (oggi look) decisamente non tecnologico, a bauletto tondeggiante e molto compatto lo includeva nella ancora sparuta famiglia degli oggetti nei quali il design si manifestava per la prima volta con una vocazione amichevole e modernizzatrice. Allora si chiamava magnetofono e mi fece scoprire la magia del riascoltare per la prima volta la mia voce, che mi sembrò orrenda. In seguito, per prestazioni più “high”, ci regalarono un registratore a nastro Grundig, tedesco, grasso, ingombrante, non bello, ma naturalmente efficientissimo e intrasportabile. Registravamo canzoni suonate con la chitarra cercando di imitare, male, i cantanti folk e rock americani. Ma per me l’immagine e la memoria del registratore magnetico a nastro coincidono con il Gelosino. Irradiette Irradio Una parallelepipedo verde (il mio) con una fessura che permetteva di inserire un disco 45 giri, tre tasti: “On”, “Espelli” e “volume” e una striscia metallica cromata piatta che estratta si rivelava una maniglia. Tra tutti gli oggetti di design che in qualche modo hanno fatto una piccola rivoluzione nella mia giovinezza l’”Irradiette” della Irradio merita un menzione particolare. Il piccolo geniale giradischi portatile a 45 giri ci cambiò la vita. Innanzitutto perché i dischi lui li “mangiava” e alla fine naturalmente li “sputava”. Poi perché funzionava a pile e in tutte le posizioni, anche capovolto e in movimento. La musica su vinile, fino ai primi anni ‘50, era stanziale e quella portatile era appannaggio della sola radio. Irradiette permise di portarci dietro la nostra musica a piedi, in auto, in bici, sulle spiagge, nei prati, nelle case, di giorno e di notte. Leggero, con la maniglia a scomparsa e le regolazioni integrate “flush” nel suo elementare body, stava nello zaino, Il sound era approssimativo, ma che importava. Oggi, che la musica si capta in rete e si tiene in tasca o in palmo di mano, ci fa sorridere, ma nel 1964 no. 1965, Spider, Joe Colombo, O-luce.

1960, Magnetofono G255, Geloso.

Spider O-luce L’anno prima di iscrivermi ad architettura (1962) per volonteroso senso di acculturazione sul tema, mi applicai sulla notevole pizza “Testamento” di Frank Lloyd Wright e mi abbonai a Domus. Conservo l’annata che mi fece scoprire gli interni con le pedane per funzioni a più livelli e il design delle lampade. Ricordo, pubblicato un monolocale per scapolo disegnato da Joe Colombo, nulla appariva o era come nelle mia abitudini di interni domestici. Moquette e pareti blu notte, gradoni appunto che abolivano alcune sedie, cuscini al posto dei divani, poltrone a guscio in plastica bianca lucida, ma soprattutto lampade come insetti, esili con paralumi a pentola arancioni rotanti e fili in vista. Forme di luce che aprivano verso una nuova morfologia nomade della lampada. Per la scrivania convinsi mia madre, sensibile alle innovazioni nel design, ad andare dal signor Ostuni in un seminterrato dietro corso di Porta Romana, credo alla sede della O-luce, dove comprai il mio primo oggetto di design italiano consapevole. Cubo TS522 Brionvega Marco Zanuso era amico e cliente di mio padre cardiologo, che lo chiamava “il divino Marco”. Forse per questa conoscenza comprò tra i primi la Radio Cubo TS522 della Brionvega. Era rossa. Nella strumentazione ricordava la grafica degli elettrocardiografi e degli strumenti elettrotecnici. Forse questa assonanza con strumenti di lavoro familiari attirò mio padre che di oggetti di design apprezzava solo l’accendisigari Ronson, l’orologio da tavolo sbilenco “Static” di Sapper e il rasoio elettrico a saponetta Remington. La forma a cubo articolato e la separazione tra altoparlante, elettronica e strumentazione, produceva un scarto semantico rivoluzionario rispetto alle classiche radio portatili monoblocco, e poi da chiusa non raccontava più nulla della sua funzione, ma solo della sua forma pura e del suo colore. Algol Brionvega Noi per scelta puritana e antimodernista (un po’ snob) in casa non avevamo la televisione. Questa scelta ideologica paterna aveva un sottile scopo. Obbligarci, ad andare dai nonni che la televisione ce l’avevano, quando c’era qualcosa di interessante, (“Lascia o raddoppia”, “La Domenica sportiva”, il “Festival di Sanremo, “La cittadella” di Cronin, “Canzonissima” e “Un due tre” con Tognazzi e Vianello). Credo che questa scelta oltre a promuovere rituali incontri parentali fosse dettata dalla bruttezza e dalle enormi dimensioni dei televisori, capaci di turbare irreversibilmente i delicati equilibri dell’arredo borghese studiato da mia madre. Quando apparve il televisore portatile Algol del “divino Marco” la televisione fu ammessa in casa. Per forma e dimensioni Algol non si scontrava con i diktat paterni e comunque se si voleva vedere “grande” bisognava comunque andare dai nonni. 1964, Algol, Marco Zanuso e Richard Sapper, Brionvega.

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Una grande storia italiana dUecentottant’anni di vita e una tradizione straordinaria. RichaRd ginoRi non è una semplice Manifattura di poRcellana, è la cultura del bello, oRgoglio del Made in italy

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ichard Ginori ha rappresentato per anni il sogno di molte famiglie italiane (e non solo). Possedere un servizio della Manifattura di Doccia costituiva (e per fortuna costituisce ancora) il giusto complemento di una casa ‘comme il faut’. Una storia antica, duecentottant’anni di magnifiche produzioni d’arte legate alla porcellana italiana, nata in Toscana dal gusto e dalla fantasia del Marchese Ginori, passata attraverso, come è naturale per un marchio così prestigioso, molte mani e molte storie, tra cui quella del grande Gio Ponti che ne ha diretto la produzione artistica del 1923 al 1930. Richard Ginori presenta oggi sul mercato internazionale, dopo l’acquisizione del marchio da parte di Gucci, una sorprendente collezione che testimonia la volontà di garantire un grande futuro, dopo un grande passato, a uno dei brand storici dell’artigianato artistico made in Italy.

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Le nuove creazioni Richard Ginori si declinano in Tableware, una collezione di servizi da tavola di rara bellezza, nata da un’operazione di recupero filologico dagli archivi storici della Manifattura, e Giftware, composta da oggetti decorativi e funzionali, naturale evoluzione dei decori dell’art de la table Richard Ginori. La collezione dedicata alla tavola racconta la storia, l’arte e il patrimonio culturale Richard Ginori attraverso temi dalle straordinarie decorazioni, come Toscana, dove la memoria del paesaggio si coniuga con la raffinata cromia dei pezzi, proposti sulla forma Antico Doccia, tonalità dai contrasti vivaci ma al tempo stesso eleganti, con tecniche importanti come lo spolvero e lo sbozzo, che restituiscono al mondo contemporaneo una finitura dei pezzi di straordinaria modernità.


Nella pagina accanto: due fasi del lavoro degli artigiani della Richard Ginori, intenti nell’intaglio e nell’incisione dell’oro secondo la tecnica artigianale a punta d’agata.

Sopra: un piatto della collezione Toscana, interamente dipinta a mano, dove straordinari paesaggi, luoghi dell’immaginario, località intime e segrete, sono narrati dalla maestria e dall’eccellenza che contraddistinguono Richard Ginori.

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In alto: collezione Volière, pura bellezza e fascino naturale che si rivela nella forma Impero, segno distintivo della Manifattura e manifesto di rigore e di raffin ta semplicità. Il decoro è in primo piano, ispirato a tavole dipinte a mano dell’archivio storico Richard Ginori, e riproduce dodici diversi soggetti grafici

Nella collezione Catene, il decoro si ispira a disegni di Gio Ponti, per dare vita a un servizio contemporaneo, essenziale, emblema di una geometria moderna, proposto nei colori nero, smeraldo, zaffiro e scarlatto. Ispirata a Gio Ponti anche la collezione Labirinto, un decoro di tradizione decisamente neoclassica, un percorso logico di linee che crea una cornice grafica ai pezzi Richard Ginori. A queste si aggiunge un bellissimo recupero, Oriente Italiano, basato ancora una volta sulla reinterpretazione di un classico motivo toscano, quello del ‘garofano’, realizzata da Gio Ponti nel’ 46, e declinata in una serie di straordinarie variazioni cromatiche, talmente belle e intense da far desiderare di possederle tutte. Pervinca, azalea, iris, porpora, cipria, vermiglio, citrino, albus, bario e malachite sono i colori che danno vita a composizioni ricche di equilibrio. E, ancora, Hesperidae, farfalle, coccinelle e libellule posate su fondo

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bianco e chiuse da un sottile filo d’oro, l’armoniosa Ciliegie e l’elegante e raffinata Volière, sono alcuni dei temi che completano la collezione Tableware Richard Ginori. Infine assistiamo con piacere alla nascita della collezione Giftware, ispirata ai modelli stilistici della collezione Tableware, ma che comprende oggetti che più facilmente possono entrare a far parte di un corredo domestico all’italiana. Così una serie di piccoli e grandi vasi, set per due, svuotatasche, alzate e vassoi, aggiornano, completano e affiancano la collezione Tableware Richard Ginori. Un bel ritorno, dunque, che riporta un grande marchio dell’eccellenza italiana al centro della scena artistica e produttiva dell’artigianato del belpaese. Una guida sofisticata, come quella di Gucci, che sicuramente sarà in grado di aggiornare e valorizzare la toscanità di questa grande tradizione.


Fasi della lavorazione delle porcellane Richard Ginori.

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Crogiolo di modernità Prima azienda italiana di illuminazione, Fontanaarte racconta una lunga storia di innovazioni tecnologiche e il succedersi di gusti e culture estetiche

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na forma senza tempo che rilegge l’archetipo dell’abat-jour. La sua apparente semplicità è un tributo alla materia, il vetro soffiato, di cui sono composti il paralume e la base. La lampada da tavolo Fontana, conosciuta anche come 1853, compie sessant’anni, è oggi un’icona e uno dei best seller di FontanaArte. Nasce dal genio creativo di Max Ingrand, celebre maestro vetraio e decoratore francese che, proprio nel 1954, inizia il suo percorso come direttore artistico dell’azienda. La sua formazione in arti decorative alle Belle Arti di Parigi si riflette in quest’oggetto nel quale sono declinate l’artigianalità della lavorazione del vetro, con la serialità di un prodotto industriale. Per questa ragione, la versione che ne celebra il sessantesimo anniversario è proposta in nero totale che mette ancora più in evidenza le superfici specchianti e la traslucenza del vetro. La direzione artistica di Ingrand consolida l’identità dell’azienda milanese e il regime di produzione industriale che la contraddistingue dalla nascita.

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Nel 1932, infatti, Luigi Fontana, titolare di un’importante industria nella lavorazione del vetro, affida la direzione artistica dell’azienda a Gio Ponti il quale intraprende un percorso imprenditoriale volto a declinare nuovi linguaggi espressivi del vetro, proprio grazie alle possibilità tecniche dell’industria moderna. Geometrie inedite, conseguite attraverso la realizzazione in serie di componenti (paradigmatico è il tavolino a dischi 1932), giochi di trasparenze, come nel mistilineo vaso in vetro Cartoccio, e contrasti tra i materiali sono alcune caratteristiche dei molti arredi e lampade che Ponti, assieme all’artista ticinese del vetro Pietro Chiesa con il quale instaura una proficua collaborazione, ha realizzato nei primi dieci anni di vita dell’azienda, interpretando il paesaggio domestico all’insegna della modernità. Pietro Chiesa ha ideato alcuni tra i più importanti long seller di FontanaArte, come la lampada da tavolo Mano, interprete di quell’aura surrealista che permeava la cultura dell’epoca, o il tavolino denominato per l’appunto Fontana, entrambi del 1932.


La lampada da tavolo Fontana, design Max Ingrand (1954), presenta paralume e base in vetro soffi to bianco. La versione che ne celebra i sessanta anni è total black. Nella pagina accanto: la lampada a sospensione 0024 di Gio Ponti risale al 1931.Ăˆ composta da un diffusore cilindrico in vetro sabbiato e da sottili dischi in vetro temperato trasparente che trasformano lo spessore della sfera in base al punto di osservazione.

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Di Pietro Chiesa, la lampada da tavolo Mano, del 1932, è realizzata con una base in polvere di marmo e resina e uno stelo in metallo a sezione quadrata. Rappresenta un riferimento alla cultura surrealista.

La lampada da terra Yumi è progettata dal giapponese Shigeru Ban: una linea essenziale che porta la luce a 2,10 metri dalla base di appoggio. Emissione di luce diretta con fonte luminosa a LED, la struttura è in materiale composito rivestito in fib a di carbonio. Yumi è stata selezionata dall’ADI Design Index 2012 e ha vinto l’IF Gold Design Award nel 2014.

Dall’idea della torcia, Chiesa progetta Luminator: la prima lampada a emissione indiretta con il fascio di luce rivolto verso l’alto. Nasce così una tipologia di lampada assolutamente inedita e, con essa, un nuovo modo di vivere la luce. La forma, una struttura tubolare continua, sorretta da base circolare che si apre a cono per indirizzare la luce, è la quintessenza di semplicità e razionalità. Per questa ragione è una lampada così contemporanea da essere quest’anno rieditata in una nuova versione: Riluminator, con sorgente a Led, corpo in tecnopolimero a stampo rotazionale, dimmerabile e proposta in colori attualissimi a sottolineare la continuità di questo disegno inconfondibile. Nel 1967 Gio Ponti progetta due lampade iconiche, Pirellina e Pirellone, il cui vetro curvato stampato è protagonista e simboleggia le grandi potenzialità estetiche che la tecnologia consente. Come il modello a cui si ispirano: il grattacielo Pirelli di Milano, a firma dello stesso Ponti. L’innovazione di pensiero e il rischio industriale sono alla base di Scintilla (1972) di Livio e Piero Castiglioni. Non un oggetto ma un sistema inedito, composto da un corpo illuminante miniaturizzato (meno di venti centimetri) che può essere montato su differenti supporti e assumere molteplici conformazioni. Con Piero Castiglioni si sancisce una duratura collaborazione che ha portato, negli anni successivi, all’esplorazione tecnica delle sorgenti luminose. Se le direzioni artistiche di Gio Ponti e di Max Ingrand hanno incoraggiato

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la ricerca nell’estetica industriale del vetro e nella tecnologia illuminotecnica, nel 1979 l’art direction dell’allora emergente Gae Aulenti punta su un’interpretazione plurilinguistica del vetro, espressa dall’estetica dei molti designer che coinvolse. In quel periodo nascono pezzi iconici come il Tavolo con Ruote, il tavolo Tour e le lampade Parola e Giova. Nella storia recente, FontanaArte è stata oggetto di diversi premi, primo fra tutti – anche in ordine di tempo – il Compasso d’Oro ADI nel 1998, per finire con l’IF Gold Design Award nel 2014 per la lampada Yumi, disegnata dall’architetto giapponese Shigeru Ban, quest’anno vincitore del Pritzker Architecture Prize. Un passaggio cruciale per FontanaArte è l’acquisizione, nel 2010, da parte del gruppo Nice, azienda leader nel settore dell’home automation, con una forte cultura dell’eccellenza nel design, del made in Italy e dell’innovazione. Le collezioni 2013 e 2014, realizzate interamente da una nuova generazione di designer internazionali, e il nuovo linguaggio attraverso il quale vengono proposte, rappresentano un altro momento fondamentale per l’azienda che, ponendo al centro la persona e la sua relazione con la luce, presenta lampade non convenzionali come Lunaire di Ferreol Babin, Cheshire di GamFratesi, Bonnet di Odo Fioravanti o il sistema Igloo di Studio Klass, giustapposte a prodotti d’archivio delle quali condividono l’approccio intellettuale, come ad esempio la sospensione Pudding (1995) appena rieditata con Cloche lanciata proprio quest’anno.


Luminator è la prima lampada da terra a emissione di luce indiretta, progettata da Pietro Chiesa nel 1932. A ottantadue anni di distanza, Riluminator (in secondo piano) ripropone l’archetipo con il corpo in tecnopolimero plastico prodotto con tecnologia rotazionale e in tre colori: bianco, rosso e grigio. È provvista di sorgente luminosa a LED a tensione di rete.

Uovo è una famiglia di lampade del 1972, realizzate in diverse dimensioni. La montatura è in metallo verniciato bianco, mentre il diffusore è in vetro soffi to bianco satinato.

Parola di Gae Aulenti è un’inedita lampada da tavolo del 1980 che mette in evidenza un elemento tecnico solitamente celato, il fi o elettrico, rendendolo una caratteristica estetica dell’oggetto. La base è in vetro con stelo in vetro borosilicato trasparente, mentre il diffusore è in vetro soffi to opalino.

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Alcune campagne pubblicitarie di Vespa dal 1954 al 1971.

Riscrivere il futuro Vespa è uno straordinario esempio di eVoluzione tecnica e di inteRpRetazione dei mutamenti nella comunicazione e nei costumi sociali. il recente modello 946 cita gli albori del fortunato scooter e rende reale la pRima Visione di coRRadino d’ascanio

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el 1946 non esisteva niente di simile. Enrico Piaggio, amministratore dell’azienda famigliare che operava dapprima nel settore degli arredamenti navali, poi nella costruzione di carrozzerie e motori per ferrovie, tram e autocarri e infine si era convertita, dalla prima guerra mondiale, nel settore aeronautico, decide di puntare sulla mobilità individuale con un prodotto a basso costo e di largo consumo. La prima idea fu quella di un motoscooter su modello delle piccole motociclette. Ma serviva qualcosa di più agevole e protettivo per la mobilità urbana. Così Corradino D’Ascanio (1891-1981), ingegnere aeronautico e geniale inventore, pensa a una due ruote con scocca portante, a presa diretta e cambio sul manubrio, con un braccio di supporto anziché una forcella per la sostituzione delle ruote e con una carrozzeria capace di proteggere il guidatore impedendogli di sporcarsi. La prima Vespa viene prodotta a Pontedera nel 1946 e deve il suo nome alla particolare sagoma con la parte centrale ampia per accogliere la persona e la ‘vita’ stretta, appunto, ‘di vespa’. Nello stesso anno, la Piaggio deposita il brevetto per “motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica”. Ed è subito un boom: dai 2.484 scooter immessi sul mercato nel 1946, ai 10.535 dell’anno seguente, alla crescita esponenziale negli anni Cinquanta con la Licenziataria tedesca e le stazioni di servizio Piaggio in tutto il mondo, America e Asia comprese. Il grande successo è, infine, consacrato con il

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‘vespino’ 50cc, nato nel 1963 in risposta all’introduzione in Italia della targa obbligatoria per cilindrate superiori a 50 cc. Oltre 18 milioni di esemplari Vespa sono stati prodotti in quasi settant’anni di storia (1,3 milioni nei soli ultimi dieci anni) facendo dello scooter italiano una icona di stile e design diffusa e amata in tutti i continenti. Presentata nel 2012, Vespa 946 rende omaggio al suo capostipite, il prototipo MP6 di Corradino d’Ascanio, dall’eccezionale difficoltà produttiva per l’epoca. I concetti che ne hanno ispirato le forme sono stati ripresi e accentuati grazie ai moderni materiali e ai processi produttivi avanzati. Come la schiena completamente nuda, esaltata dall’ardita sella sospesa che è sostenuta dalla leggera struttura in pressofusione in alluminio. La collezione Bellissima del 2014 si contraddistingue per alcuni dettagli nella tecnologia e nel design: come la sella ancora più piccola, il parafango anteriore interamente realizzato in alluminio, che copre elegantemente la ruota da 12 pollici e i particolari di stile dei cerchi neri in lega di alluminio e il nuovo disegno degli indicatori di direzione a LED. Linee ardite e moderne, esaltate dalle nuove tonalità del grigio argenteo e del blu. Come in un atelier di sartoria, le manopole sono rivestite e cucite a mano e le parti in alluminio inserite manualmente. Il reparto nel quale Vespa 946 viene assemblata è completamente nuovo e tecnologicamente all’avanguardia per realizzare un prodotto di grandi prestazioni, dai bassi consumi e capace di una riduzione delle emissioni pari al 30%.


Sopra: il prototipo MP6 del 1945, progettato da Corradino d’Ascanio, che ha preceduto la prima Vespa 98cc del 1946. Accanto, sotto e nella pagina a fianco Vespa 946 Bellissima è caratterizzata dalla sella sospesa e dai molti dettagli di stile. È equipaggiata con l’innovativo controllo di trazione ASR che previene lo slittamento della ruota posteriore ed è anche un riferimento in tema di rispetto per l’ambiente: il nuovo motore 125 4T 3V è capace di consumi di carburante da record (fino a 55 km/l) e riduce del 30% le emissioni.

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Tecnologia nel nome

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o spazio di lavoro ha rispecchiato, durante le varie epoche, sia l’organizzazione operativa che le relazioni tra le persone. I sistemi d’arredo per ufficio sono interpreti delle modalità lavorative e dell’evoluzione della tecnica. Oggi, in un mondo globale ma dalle richieste sempre più specifiche, è imprescindibile saper gestire la complessità. In questo senso la storica azienda Tecno, trasferita nel 2010 a Mariano Comense dove risiede il reparto Centro Progetti Tecno, ha focalizzato la sua strategia puntando su ricerca, artigianalità, qualità e quell’attenzione al cliente che ne avevano decretato l’eccellenza in passato. E l’unità interna Tecno Engineering, per la realizzazione di progetti specifici per il contract, sottolinea il ritorno all’essere un’azienda di progetto. La Tecno ha origini negli anni Venti come Arredamenti Borsani Varedo (ABV), legata alla tradizione brianzola dell’arredo in stile. È nel decennio postbellico che i gemelli Fulgenzio e Osvaldo Borsani sanciscono il passaggio dalla tradizione artigiana al sistema industriale con una realtà indipendente: Tecno (1953). “Il sistema di produzione Standard permette oggi che gli oggetti fabbricati riproducano con minuziosa fedeltà il modello ideato e realizzato da tecnici e da artisti. Inoltre ne consente la diffusione in modo che tutti possono fruire di prodotti che non solo rispondono a una determinata funzione ma, esteticamente controllati, posseggono anche il requisito della perfezione tecnica e della durata. [...]”, spiega Osvaldo Borsani in modo illuminato. Ma già segnali di autonomia di visione sono evidenti nell’istallazione Casa minima alla V Triennale di Milano del 1933. L’anno prima è stato inaugurato il negozio con studio di progettazione in via Montenapoleone a Milano. Un legame con la città che si è ristabilito anche in tempi recenti quando, nel 2008, dopo un lungo intervento di restauro e

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Storica realtà del design per ufficio, Tecno si rinnova grazie alla nuova proprietà e torna a essere un’azienda di progeTTo. rintracciando quell’innovazione tecnologica e culTura del fare che ne hanno contraddistinto le origini

riqualificazione funzionale, Tecno ha inaugurato la nuova sede milanese nei caselli daziari di Porta Garibaldi (1826), in Piazza XXV Aprile. Il recupero del progetto originario ha permesso di restituire gli edifici com’erano nel progetto ottocentesco riqualificandoli negli spazi e nelle dotazioni tecnologiche. Durante il Salone del Mobile 2011, per celebrare i quasi sessant’anni, si sono realizzate la mostra Tecno. L’eleganza discreta della tecnica e l’omonima monografia. Tre i progetti scelti che più hanno segnato l’evoluzione dell’azienda: la celebre poltrona P40 di Osvaldo Borsani (1955); il geniale tavolo Nomos di Norman Forster (1986) e l’eclettica sedia ufficio Modus (1972). Ogni progetto è un concentrato di tecnologia e forza immaginativa. Paradigmatico anche il sistema Graphis (1968) – ampliato, nel 2005, ad opera del Centro Progetti Tecno – composto da tre elementi base soltanto: una ‘L’ portante in lamiera smaltata bianca, una cassettiera e un piano in laminato plastico. Oltre alle recenti e fortunate famiglie di prodotti dedicate specificatamente all’ambiente ufficio, come Archipelago D502 (2012) e Beta (2009-12), Tecno nel 2014 presenta nuove collezioni, dalle alte performances e dall’estetica discreta, come la parete divisoria W80, il sistema di partizioni per ufficio Multy.


Dall’alto in senso orario: Archipelago D502, design Monica Förster (2012), è un sistema di sedute imbottite che compone un paesaggio di piccole isole accostate o agganciate in piccoli gruppi. Il prodotto è completato da tre tavolini di altezze differenti e in varie finitu e. Nella pagina accanto, dall’alto in senso orario: Nomos, design Foster+Partners (1986), Compasso d’Oro 1987. Solido scheletro dall’estetica zoomorfic , è un tavolo utilizzabile a casa e al lavoro. In quest’ultima versione è integrabile con un supporto per piani che vanno a costituire le sottostrutture del sistema. Il piano può essere in cristallo o in legno. P40, design Osvaldo Borsani (1955). Borsani lavora sull’idea del giunto meccanico per realizzare una poltrona con diversi movimenti in grado di corrispondere a diverse posizioni, reinterpretando la classica chaise longue. Graphis, design Osvaldo Borsani e Eugenio Gerli (1968) e Centro Progetti Tecno (2005). Nato allo scopo di ottenere illimitate combinazioni, adattandosi nel tempo e nello spazio. È composto da tre elementi: una ‘L’ portante in lamiera smaltata bianca, una cassettiera e un piano in laminato plastico.

Beta, design Pierandrei Associati (2009 e 2012), è un sistema per ufficio dal ca attere adattivo ed evolutivo, pensato per rispondere alle differenti necessità degli spazi contemporanei, che vedono la condivisione di esperienze e il sovrapporsi di stili di lavoro diversi. Tre i componenti: il modulo strutturale backbone, le scrivanie individuali e collettive, e i vari accessori. In continua evoluzione, il sistema è anche in versione free-standing e desksharing. La parete divisoria W80 (design Centro Progetti Tecno con Daniele Del Missier ed Elliot Engineering & Consulting, 2014) riprende le fil della E22 degli anni Sessanta e delle pareti WB e WG degli anni Ottanta, offrendo grande flessibilità. È realizzabile in cartongesso, vetro, legno, metallo, stoffa o pelle, con molteplici soluzioni tecniche celate alla vista. Qualis, design Emilio Ambasz (1991), Compasso d’Oro 1991. La seduta è caratterizzata da sottili cuscini d’imbottitura che formano un soffi tto lungo l’intero profi o laterale e da un meccanismo brevettato di articolazione dello schienale. Le sedute per ufficio sono tutt’oggi un core business dell’azienda.

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Dai primi manifesti al manuale di MassiMo Vignelli premiato con il Compasso d’oro. Pierluigi Cerri racconta l’eVoluzione del progetto di CoMuniCazione che ha definito l’iDentità della storica rassegna Da sinistra: un manifesto del 1961, opera di Camillo Pizzigoni; manifesto del 1979, opera di Arnaldo Pomodoro; manifesto del 1981, opera di Andrea Cascella. Nella pagina accanto: comunicazione di Massimo Vignelli/ Vignelli Associates, 1994.

il salone Del Mobile Di Milano Dal 1961

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immagine di un ente è tutto ciò che lo identifica. È la sua identità. È la somma degli elementi di comunicazione che il pubblico percepisce in modo cosciente o fortuito. Nel corso del tempo, dall’esordio che risale al 1961, gli strumenti della comunicazione del Salone del Mobile di Milano si sono progressivamente affinati. Dopo una serie di annunci in forma di manifesto, in cui sono riconoscibili performance grafiche o artistiche affini allo spirito del tempo, dalla fine degli anni Ottanta appare la prima campagna di pubblicità cartacea progettata da STZ, uno degli studi più innovativi e sorprendenti di quegli anni. Nel 1994 Massimo Vignelli progetta il primo manuale sistematico per l’immagine coordinata del Salone del Mobile e lo dirigerà sino al 2003 con un talento e una riconoscibilità tali da essere premiato con un Compasso d’Oro, il premio di maggior prestigio del design italiano.

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Il progetto di comunicazione di Vignelli è fondato sull’immediatezza della percezione di elementi di solito appartati, ora in primissimo piano, come date, sequenze temporali, post-it, save the date, etc. con un uso spregiudicato ed elegante del carattere Bodoni, uno dei tre o quattro ‘font’ che predilige. È proprio dal suo manuale che il logo Salone del Mobile di Milano si adegua alla complessità delle manifestazioni articolate in una moltitudine di eventi che lo stesso pubblico chiama iSaloni. Vignelli trasforma il logo adeguandosi alla lingua parlata: iSaloni. Noi abbiamo ereditato il lavoro di Vignelli nel 2003 non senza emozione, coscienti che coordinare l’immagine aziendale per una impresa il cui prodotto appare per pochi giorni durante i quali viene stravolta una città Capitale del Design, significa definire una coerente filosofia del proprio prodotto (evento) che è possibile solo dove esiste chiarezza organizzativa.


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Grafi he di Studio Cerri & Associati, illustrazioni di Guido Scarabottolo, 2008.

Accanto: pagina del manuale per la segnaletica, Studio Cerri & Associati, 2005. Sotto: Corporate Identity per Euroluce, Studio Cerri & Associati, 2005.

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Dall’alto a sinistra in senso orario: campagna pubblicitaria 2009, agenzia STZ; campagna pubblicitaria 2011, agenzia STZ; campagna pubblicitaria 2014, Studio Cerri & Associati.

Decisa una filosofia aziendale, individuati i criteri con i quali si intende definire una certa identità – quelli che ai vari livelli sono ritenuti portatori di immagine, dalla cancelleria all’evento culturale – viene formulato un insieme di norme che ne consentono l’applicazione fino a decisione diversa. Il manuale dell’immagine coordinata codifica tutte le decisioni in tema di identità e ne consente l’applicazione a tutti i collettori di comunicazione dentro gli eventi. Il manuale, spesso chiamato con ironia Bibbia, è uno strumento tassativo, non dovrebbe lasciar spazio alla libera interpretazione che ne pregiudicherebbe la durata dell’identità. E allora le pagine del manuale di corporate identity si estendono alla definizione della segnaletica e della comunicazione dentro il luogo dell’Evento (la Fiera di Rho), all’immagine degli eventi collaterali sempre più importanti nei luoghi deputati della città, all’integrazione con le pagine pubblicitarie di STZ, alla nascita del logotipo riprogettato de iSaloni e alle sorprendenti illustrazioni di Guido Scarabottolo che lo reinterpretano con grande talento grafico e con sottile ironia. Pierluigi Cerri

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vespa.com


rockinG Sixties testo e icone di/text and icons by Enrico Morteo

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ra rivoluzioni socio-economiche da un lato e progressi tecnologici dall’altro, gli anni Sessanta sono il punto di svolta della modernità italiana. Se nel dicembre del 1963 Giulio Natta riceveva il Premio Nobel per la formula del polipropilene isotattico, molecola sintetica che apriva alla plastica la via della produzione industriale a proiettava l’Italia nel gotha della chimica mondiale, nel 1968 gli studenti universitari e gli operai della grande industria già si ribellavano contro una società retta proprio dall’ordine e dalla disciplina della fabbrica. In pochi anni l’ottimismo del progresso lasciava il posto al sogno dell’utopia e al disincanto della società di massa. Se la tecnica è la sfida del momento, il design italiano si incarica di addomesticarla e renderla compatibile con le veloci trasformazioni degli stili di vita e degli immaginari collettivi. Ancora legata alle composte frivolezze degli anni Cinquanta, la casa italiana viene rivoltata e riscritta a misura di nuovi materiali e nuovi elettrodomestici che ispirano nuovi comportamenti e nuovi sentimenti: tutto viene ripensato, dal modo di sedersi alle forme della luce, dal salotto alla cucina. Nuovi oggetti per vite tutte nuove. Tutto deve essere moderno. La plastica, sino a ieri usata per imitare a basso costo materiali più preziosi, conquista una precisa identità, fatta di appropriate geometrie, di colori squillanti, di morbidezze inattese. Telefoni, radio, lavatrici e televisori ridisegnano nuove centralità domestiche.

Neppure il legno rimane indifferente, lavorato a colori e con una semplicità di linee che ne svela una segreta modernità. Ma l’illusione di una tecnologia buona e ottimista si infrange presto contro la contestazione radicale di un società industrializzata, alienante e capitalista. Prima che gli anni di piombo stendano la loro grigia cortina, il design italiano inventa una rivoluzione tutta fatta di gioco e di ironia. Ludico territorio sperimentale, la casa italiana si popola di poltrone gonfiabili, poliuretani deformabili, colorati gonfiori, artistiche distorsioni spaziali, giocosa illusione che la società possa cambiare a partire dalla sfera privata dei comportamenti individuali. Con coraggio, le aziende italiane non si sottraggono alla provocazione, ma, contemporaneamente, sperimentano sistemi componibili che riconducano l’idea di libertà entro regole controllabili e riproducibili in serie. Fra regola e contestazione, il design italiano si affaccia agli anni Settanta con una ricchezza straordinaria di proposte e di ricerche. Una ricchezza che Emilio Ambasz fotografa con precisione nella mostra Italy: the new domestic landscape, inauguratasi nel giugno del 1972 nelle sale del MoMA di New York. Fedele testimone di sogni e speranze, di dubbi e certezze, la mostra ci restituisce un design sospeso fra le certezze del moderno e le incognite di una post-modernità oramai alle porte: gli ingredienti che alimenteranno molte delle esperienze dei decenni successivi sono già sul tappeto.

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1965, telefono/telephone Grillo, Marco Zanuso, Richard Sapper, Siemens.

1970, lampada/lamp Parentesi, Achille Castiglioni, Pio ManzĂš, Flos.

Sixties

Icons

1969, Contenitore componibile/Storage component, Anna Castelli Ferrieri, Kartell.

1968, poltrona/chair Sacco, Gatti, Paolini, Teodoro, Zanotta.

1972, divano componibile/component sofa Strips sofĂ , Cini Boeri, Arflex.

1972, lampada/lamp Tizio, Richard Sapper, Artemide.

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1971, seduta/seat Il Pratone, gruppo Strum (Giorgio Ceretti, Pietro Derossi, Riccardo Rosso), Gufram.

1972, imbottiti/upholstered furniture Le Bambole, Mario Bellini, C&B Italia (dal/since 1973, B&B Italia).

1965-66, lampada/lamp Pipistrello, Gae Aulenti, Martinelli Luce.

1966-67, seduta/seat Superonda, Archizoom Associati, Poltronova.

1970, Revolving Cabinet, Shiro Kuramata, Cappellini.

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“Avevamo capito che gli operatori del design industriale, se avessero avuto l’occasione di incontrarsi, di conoscersi, avrebbero favorito questo design che incominciava a nascere� Giulio Castelli

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Architetto simbolo degli anni Sessanta Piero Derossi (nell’immagine) con il progetto della discoteca Piper di Torino del 1966.

Discoteca Piper Anticipando un’estetica che sarà resa celebre solo 10 anni più tardi in alcune sequenze del film Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, il Piper era un locale flessibile, trasformabile, adatto a molteplici usi: ballo, teatro, cinema, mostre, incontri o happening. Avanguardia di un immaginario radicalmente alternativo al consueto paesaggio dell’architettura funzionale e moderna, il Piper traduceva nello spazio l’idea di un luogo di aggregazione estremamente aperto e interattivo. Sfruttando la modularità di strutture industriali, la componibilità di molti elementi mobili e un arredo in plastica lucida e colorata, il progetto si faceva interprete fedele e partecipe di un diverso modo di intendere i momenti di incontro e di interazione collettivi. Pensato per assecondare situazioni mutevoli, il Piper non era però un contenitore neutro, bensì una macchina scenica altamente spettacolare: la lunga scala di ingresso era immaginata come una vera esperienza sonora grazie ad una installazione di Sergio Liberovici che aveva predisposto 40 piste magnetiche in cui erano state registrate musiche, suoni, discorsi, rumori che si combinavano casualmente al passaggio delle persone; in sala, oltre a proiezioni, regia audio e luci, una ‘macchina luminosa’ progettata da Bruno Munari poteva percorrere l’intero spazio sospesa al soffitto da un binario elettrificato, producendo effetti luminosi cromatici e dinamici. Progettato da Piero Derossi a Torino, il Piper accolse spettacoli teatrali d’avanguardia – qui si esibì per la prima volta in Italia il Living Theatre – e mostre d’arte contemporanea, ma fu anche una discoteca a misura di nuovi linguaggi e nuovi comportamenti di una giovane generazione in rapida trasformazione.

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“L’ho fatta nel 1966 con un interesse concettuale. Eclisse è nata dal ricordo delle lampade dei ladri, la lanterna cieca, quella che si vede in certi film, come I miserabili, con dentro una candela e uno sportello che si apre e si chiude...A me è sempre piaciuto l’oggetto che, muovendosi, modifica le sue prestazioni” Vico Magistretti 194 / Rocking sixties - 1964-1973


“Bisognerebbe progettare partendo da quello che non si deve fare per poi trovare alla fine quello che si deve fare. Cancellare, cancellare, cancellare e alla fine trovare un componente principale di progettazione� Achille Castiglioni 60 Anni Years interni / 195


“Il colore è un mezzo per esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è il tasto, l’occhio, il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde” V. Kandinskij

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“Si respirava cultura a pieni polmoni. Milano attirava uomini di cultura da tutta Europa. Tutti venivano a scoprire le nuove tendenze nel progetto, nell’arte, a vedere le mostre alla Triennale� Ennio Brion

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“Le mie esperienze di design tentano un collegamento evolutivo tra la realtà attuale e quella futura” Joe Colombo (1930-1971) Medaglia d’Oro alla XIII Triennale di Milano, 1964. 208 / Rocking sixties - 1964-1973


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La cucina deL cuore Uno dei marchi più longevi tra i ‘cucinieri’ italiani, Rossana è stata pionieRa di sistemi di cucina che sono oggi un RifeRimento pRogettUaLe imprescindibile. dall’isoLa fUnzionaLe all’uso del coLoRe, l’azienda ha puntato sul design e su importanti e lunghe coLLaboRazioni

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archio tra i più radicati nella memoria collettiva italiana, Rossana ha appena compiuto cinquantuno anni. La sua storia coincide con il racconto delle innovazioni tecnologiche nella cucina e, soprattutto, con le principali trasformazioni sociali nell’ambiente domestico. Negli anni Sessanta fanno la loro comparsa nel mercato i primi sistemi modulari e componibili, grazie all’avvio dei processi di produzione industriale. E l’azienda fondata a Dalmine (Bergamo) è tra i primi mobilieri a specializzarsi in questo settore. Nel 1960 nasce all’interno di RB il marchio Rossana per la produzione di cucine innovative dagli elevati standard qualitativi. Sin dagli esordi, si lega a importanti progettisti per anticipare i bisogni dei consumatori e studiare soluzioni per un ambiente che, ai tempi, era tutto da inventare. Grazie alle contemporanee innovazioni nell’ambito degli elettrodomestici, nel 1968 Giancarlo Iliprandi pensa a un blocco a isola, tra i primi a comparire, progettato sui movimenti dell’utente e composto da quattro elementi di acciaio e alluminio contenenti fornelli e lavelli. Segue il modello Arcipelago dello stesso architetto che, a partire da una concezione schematica e modulare delle parti, consente molteplici

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configurazioni compresa la penisola. Nel 1972 Arcipelago viene esposto alla celeberrima mostra Italy: The New Domestic Landscape, al MoMA di New York. Iliprandi è altresì artefice della celebre immagine coordinata che introduce il cuore al posto della “o” di Rossana, presente in tutte le campagne pubblicitarie fino al 1990. E, con lo slogan che l’ha resa famosa, l’azienda diventa “la cucina del cuore” e apre numerosi punti vendita in Italia. Negli anni Settanta, dunque, si lavora contemporaneamente sulla distribuzione e sull’immagine moderna della cucina. I modelli Day e Light di Alberto Salviati e Ambrogio Tresoldi, e Night di Salvati-Tresoldi e Iliprandi puntano su un design lineare e su superfici lisce e laccate. Iliprandi ha inoltre la felice intuizione del bianco assoluto nelle ante della cucina. Alla ricerca di modelli efficienti e funzionali, Michele De Lucchi interpreta il tema della cucina da vivere: blocchi e aree operative, integrabili e posizionabili, sono unificate da linee pulite, finiture lucide e giochi di colore, creando non soltanto zone di lavoro, ma quinte funzionali in cui condividere lo spazio con gli altri abitanti della casa. È il sistema 214 del 1981, uno dei best seller di Rossana.


Giancarlo Iliprandi concepisce negli anni ’60 il primo sistema a isola, Arcipelago, che contiene tutti gli elementi della cucina: dai fornelli al lavabo, agli elettrodomestici. Il sistema è stato poi concepito in forma di penisola (accanto), mettendo in evidenza le potenzialità della modularità nel disegnare soluzioni sulle base delle esigenze dell’utente. Nella pagina accanto: il sistema DC10 di Vincenzo De Cotiis (2010) è un insieme di componenti a isola e penisola da allestire site specific con p ogettazione sartoriale. Non prevede pensilerie né armadiature e il materiale delle ante, l’ottone brunito spazzolato, rappresenta una novità assoluta. Il top e il grande invaso presentano bordi arrotondati.

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Michele de Lucchi collabora fino al 1988 e realizza i successivi 215 e Fenice, che sviluppano ulteriormente gli interni e la componibilità di pensili e basi per una cucina ‘laboratorio’ che trova sempre più centralità nella planimetria della casa. Lo studio di finiture high-tech o legno e di colori inediti e brillanti consente alle stesse cucine di essere interpreti di differenti stili di vita. La Fenice in particolare, per la sua rilettura della zona lavoro con la cappa a camino, è un preciso riferimento alle cucine della tradizione. Gli anni Novanta vedono l’acquisizione dell’azienda da parte della famiglia Ferri e il trasferimento dello stabilimento produttivo nel distretto cuciniero del pesarese. Con il designer Alfredo Zengiaro si porta avanti la ricerca nelle prestazioni, nei bisogni, nell’estetica e nella relazione con l’ambiente. Nascono sistemi come TA32, così versatile nella modularità da creare molteplici possibilità di arredo: dalle colonne con elettrodomestici incassati, alle basi e i pensili a larghezza variabile o angolari, agli insiemi di cassetti funzionali. Con i successivi modelli Partner e Moka, Zengiaro si concentra maggiormente sull’estetica, reinterpretando il concetto di classico e l’uso del colore in cucina.

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Più avanti negli anni, Rodolfo Dordoni introduce la decorazione grafica e la texture nell’anta del modello Etna (2004), mentre Christophe Pillet progetta una serie di componenti basati sull’uso del vetro (Glass System, 2006). Sensibilità estetiche diverse per un ambito della casa, la cucina, sempre più in relazione con gli ambienti del living. Dalla collaborazione con l’architetto Vincenzo De Cotiis nasce nel 2010 il sistema DC10, che punta sul contrasto materico dell’ottone brunito con la pietra, recuperando il tema dell’isola di cui Rossana è stata pioniera. Tale sistema rappresenta anche l’impronta del nuovo titolare sanmarinese, Emanuel Colombini, verso una clientela evoluta che chiede alti standard e personalizzazione. DC10 ha un disegno teatrale ed è pensata per il centro stanza. Il metallo del top rimanda alla solidità e all’idea di ‘laboratorio’ scientifico, mentre la pietra alla permanenza. L’ottone brunito, novità in questo ambito, conferisce preziosità, senso della materia e una presenza scultorea. La cucina non prevede né pensili né armadiature ma componenti a isola e penisola da allestire in modo sartoriale.


Sopra: il modello Fenice di Michele De Lucchi, della fine degli anni ’80, sviluppa ulteriormente gli interni e la componibilità di pensili e basi che si integrano a cappe ed elettrodomestici all’avanguardia per una cucina ‘laboratorio’. Accanto: disegnata da Massimo Castagna, HT50 ripensa e rende attuale il tema della cucina a portale, concetto alla base dei modelli anni Ottanta. La zona di lavoro, infatti, è pensata come una nicchia compresa tra le basi e la pensileria.

Nella pagina accanto: il modello 214 disegnato da Michele De Lucchi negli anni ’80. In alto, una composizione con colonne basse, priva di pensili; il piano di lavoro, in marmo nero Marquina, contrasta con la brillantezza del giallo: un ‘high-tech solare’. Sotto, in versione blu (un ‘classico avanzato’), una cucina in linea a composizione simmetrica con piano in faggio. Al centro un’alzata con ante scorrevoli che divide l’area di lavaggio da quella di cottura. Il celebre slogan “La cucina del cuore” è richiamato dal logo dell’azienda che introduce il cuore al posto della “o” di Rossana. Opera di Giancarlo Iliprandi, presente in tutte le campagne pubblicitarie fino al 199 .

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“Sono i segni indelebili sul pavimento della nostra fabbrica. I segni di storie, di eventi. I segni della nascita dei tanti prodotti che hanno determinato il successo del nostro marchio nel tempo. Sono i segni della passione, dell’impegno e del lavoro di tutti. I segni della ricerca e della creazione, dell’ingegno e della fatica, dei dubbi e delle speranze, delle delusioni e delle soddisfazioni. Sono i segni di 50 anni di storia di Ceramica Sant’Agostino”.

CERAMiCA SANt’AGOStiNO, la storica azienda, SiMbOlO dEllA CultuRA CERAMiCA dEl bElpAESE, festeggia il suo primo MEzzO SECOlO con un pROGRAMMA AMbiziOSO. un progetto ‘fusion’ tra tecnologia avanzata, cultura del design, e di ecosostenibilità

cinQuant’anni di made in italy

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ualità, innovazione, alta tecnologia e rispetto per l’ambiente. Sono questi i punti fermi di Ceramica Sant’Agostino, azienda leader nel settore ceramico che quest’anno compie cinquant’anni. La sua attività parte nel 1964 in quel di Ferrara, nell’arco di mezzo secolo l’azienda ha continuato a marcare la sua forte identità, la capacità di essere duttile e trasversale, attenta alle esigenze degli oltre 100 Paesi in cui attualmente esporta. La strategia dell’azienda fin dagli esordi si orienta verso un progetto di qualità totale che oggi più che mai la contraddistingue. Infatti Ceramica Sant’Agostino è portavoce di un sistema produttivo e di ricerca tecnologicamente molto avanzato, all’avanguardia nel panorama italiano e in quello internazionale, impiegata costantemente nel cercare nuove declinazioni espressive del materiale ceramico. Le strumentazioni e i laboratori di ricerca, i moderni impianti di pressatura e smaltatura, gli incisori al laser, l’innovativo sistema Digital Technology, i sistemi automatici di scelta e il controllo della qualità completamente automatizzati, sono gli strumenti di una produzione che si caratterizza

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per altissimi standard tecnico-qualitativi e per una forte attenzione alle tematiche ambientali. Ecoquality è il nome del programma d’azione che Ceramica Sant’Agostino ha messo a punto a partire dal 1999, per coordinare tutti gli sforzi aziendali volti alla realizzazione di prodotti conformi alle più rigide normative europee e internazionali poste a tutela dell’ambiente, delle persone e dei consumatori. È un processo in continua evoluzione che coinvolge l’intera organizzazione aziendale: dai severi controlli di qualità sulle materie prime e sul prodotto finito, all’utilizzo di tecniche di depurazione sicure ed efficaci, dall’ottimizzazione dei consumi nei processi produttivi, al recupero dei materiali di scarto, fino alla realizzazione di prodotti a emissioni di CO2 totalmente compensate con le innumerevoli certificazioni che negli anni ha ottenuto l’azienda. Ceramica Sant’Agostino si è presentata all’edizione 2014 del Cersaie di Bologna, con “our>signs”, il pay-off con cui sintetizza la visione estetica e commerciale di una realtà produttiva che da cinquant’anni è portavoce dell’eccellenza del made in Italy nel mondo.


Il logo storico di Ceramica Sant’Agostino, che rappresenta il primo vero progetto di immagine coordinata dell’azienda ferrarese

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Alcuni esempi del sistema fi mato da Philippe Starck per Ceramica Sant’Agostino: la collezione da rivestimento Flexible Architecture By Starck e il nuovissimo pavimento in gres porcellanato tecnico: Flexi Technic, perfetto sia per soluzioni residenziali sia per spazi contract.

Una visione che sfocia nella capacità dell’azienda di lasciare segni importanti nel mondo dell’architettura e del design attraverso prodotti di qualità. Our>signs identifica le storie, gli eventi, la passione delle persone che hanno contribuito con il loro lavoro alla nascita di collezioni dalle elevate performances, trasformando Ceramica Sant’Agostino in sinonimo di qualità assoluta. Segni di impegno, di ricerca e creazione, di ingegno e fatica. E di grandi soddisfazioni. Our>signs ingloba anche “Materials for a living Architecture”, il messaggio insito in tutte le collezioni aziendali che le pone sul mercato non come semplici materiali ceramici ma come vere e proprie superfici d’arredo dalle caratteristiche estetiche e tecniche elevate, spesso innovative, perché frutto di una ricerca continua, di conoscenze e competenze qualificate e di costanti investimenti tecnologici. Partendo dalla consapevolezza delle richieste estremamente eterogenee del moderno lifestyle, Ceramica Sant’Agostino si è presentata a Cersaie 2014 con una serie di proposte per pavimenti e rivestimenti che spaziano dal gusto tradizionale alle inclinazioni del vivere e dell’estetica

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contemporanea. Da questo percorso produttivo e di ricerca sono nati Matherea, un intonaco leggero; Blendart, un legno artistico; Inspire e Marmocrea, marmi pregiati; Pietra Emiliana, una pietra da esterni; Revstone, una pietra metropolitana essenziale e Native, un cotto caratterizzato. Il Cersaie è stata anche l’occasione per il lancio definitivo di Flexi Technic di Flexible Architecture by S+ARCK®, collezione di per sé rivoluzionaria, nata dall’incontro tra la pluriennale esperienza di Ceramica Sant’Agostino e il genio creativo di Philippe Starck, con cui l’azienda inserisce per la prima volta nella sua storia un porcellanato tecnico. Attraverso queste collezioni l’azienda potenzia il proprio percorso di ricerca e di diffusione – completandolo e diversificandolo – per poter offrire al mondo dell’architettura una scelta di prodotti sempre più vasta e variegata per estetica e funzionalità, in linea con le esigenze e le tendenze più attuali dell’abitare quotidiano e del design. Una gamma che rappresenta l’apoteosi dei simboli codificati secondo la cifra stilistica di sofisticata eleganza e raffinatezza insite nello spirito del marchio Ceramica Sant’Agostino.


Sopra: Blendart, collezione in gres porcellanato che interpreta un legno artistico dal mood moderno, caratterizzato da un effetto verniciatura sapientemente segnato e usurato dal tempo. Nella foto: Bledart Dark (parete) e Blendart White (pavimento). Photo: Max Zambelli, styling: Elena Caponi. A destra: il logo attuale e la sua declinazione dedicata ai 50 anni del marchio (1964-2014).

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www.tubesradiatori.com


rollinG Seventies testo e icone di/text and icons by Andrea Branzi

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a mia generazione si muove e acquista un proprio ruolo entro i movimenti tettonici che segnalano, attorno alla fine degli anni Sessanta, il passaggio dall’epoca della cultura industriale all’inizio (sperimentale e drammatico) del lungo periodo del Cambiamento, che porterà solo recentemente al formarsi della cultura post–industriale matura. Il rinnovamento del design iniziato in quegli anni si colloca, quindi, dentro al più generale cambio di segno della cultura occidentale; e il movimento “radical” non è che una parte di questo vasto rigenerarsi di un quadro politico e comportamentale che stacca improvvisamente la nostra da tutte le altre generazioni. Quel distacco, che resterà unico, avviene sul bordo di una faglia storica più profonda, che porta alla luce una nuova cultura, nuovi eroi, ma che sommuove anche psicodrammi, improvvisazioni, e manderà alla deriva una gran parte dei suoi protagonisti. Ma alcuni dei suoni e dei segni prodotti allora, resteranno come un non rimovibile marchio sui decenni che seguono. Cambia da allora la strategia del progetto che, in breve, pone al centro del teorema non più l’omologazione modernista dell’International Style, bensì la complessità di una società e di un mercato sempre più frazionati e conflittuali: non è più la logica razionale della produzione che detta le leggi e i codici linguistici del progetto, ma è la logica ambigua ed emozionale dei consumi che si pone al centro di questa nuova stagione culturale. Una diversa sensibilità, più aperta ai valori intermedi dell’ambiente artificiale emerge attraverso il design primario, come capacità di percepire o

controllare le strutture soft dell’ambiente. Altre culture meno ortodosse, come il fashion o le comunicazioni di massa, cominciano a influenzare la metodologia del progetto. Da una parte nuove tecnologie espandono l’area di pertinenza del design, che risale nei processi industriali, fino a toccare l’olimpo delle materie prime, i semilavorati, le strategie di produzione. Dall’altra si sviluppano in senso inverso (ma complementare) luoghi di totale autonomia del design nei riguardi dell’industria stessa, come area sperimentale, come laboratorio franco che produce nuovi linguaggi e nuove figurazioni dell’oggetto (Alchimia e Memphis). Su questo insieme spesso commisto di aree di sviluppo, il Nuovo Design (soprattutto italiano) prende progressivamente possesso di tutte le tematiche proprie della società post–industriale e della Seconda Modernità, fino a divenire l’elemento di riferimento più avanzato rispetto a tutto il quadro progettuale europeo, architettura e urbanistica compresi. Il vecchio International Style risulta quindi sconfitto non tanto da un nuovo stile, ma piuttosto da una nuova epoca storica, basata su dialetti metropolitani separati, sulla ricerca di radici locali da parte di una società policentrica e politeista, dalla ricerca di una razionalità capace di comprendere l’irrazionale, e da una cultura che privilegia (fino a oggi) la diversificazione e la discontinuità produttiva. (Tratto da Scritti Presocratici. Andrea Branzi: visioni del progetto di design 1972/2009, a cura di Francesca La Rocca, FrancoAngeli, 2010. Il testo, “Verso un nuovo linguaggio internazionale?”, è a sua volta un estratto da un articolo pubblicato su Interni Annual Casa, 1992)

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1983, Max, Antonio Citterio, Flexform.

1979, Spaghetti Chair, Giandomenico Belotti, Alias.

seventies Icons 1977, Cab 412, Mario Bellini, Cassina.

1979, Carlton, Ettore Sottsass, Memphis.

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1978, Nathalie, Vico Magistretti, Flou.


1974, Autoprogettazione, Enzo Mari. 1977, Atollo, Vico Magistretti, O-luce.

1980, Tavolo con ruote, Gae Aulenti, Fontana Arte.

1983, First, Michele De Lucchi, Memphis.

1978, Nuvola Rossa, Vico Magistretti, Cassina.

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“Se qualcuno dice oggi che sono un bravo designer, è perché ho avuto una formazione da artista, anziché imparare a menadito la miseria manualistica che si propina nelle scuole specializzate. Non ho mai separato i miei due percorsi di ricerca, che si sono intrecciati e sovrapposti per tutta la mia vita. Il processo di elaborazione è identico” Enzo Mari

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“La forma è sempre il prodotto di un processo spietato e inquisitorio al quale si sottopone la materia” Salvador Dalì

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“Quando mi si chiede in che cosa credo, rispondo che credo nell’architettura. L’architettura è la madre delle arti. Mi piace credere che l’architettura sia in grado di connettere il presente con il passato e il tangibile con l’intangibile” Richard Meier 60 Anni Years interni / 231


“Quando abbiamo fatto Memphis ... i nostri mobili non erano comperati dalla borghesia milanese, ma dagli impiegati di Messina, che cercavano qualcosa di irraggiungibile, uno status” Ettore Sottsass

Dall’alto, da sinistra, Cini Boeri, Ettore Sottsass, Carla Venosta, Achille Castiglioni, Bruno Munari, Mario Bellini, Roberto Sambonet, Gae Aulenti, Rodolfo Bonetto, Jonathan De Pas/Donato D’Urbino/ Paolo Lomazzi, Alberto Rosselli, Nanda Vigo, Angelo Mangiarotti, Carlo Bartoli, Gianfanco Frattini.

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“Quello che devo riconoscere è che effettivamente la cosa che mi ha sempre molto interessato è di cambiare il mio metodo. Cioè occuparmi una volta di un oggetto, una volta di un altro, perché credo di trovare sempre un interesse nella diversità del tema da affrontare. Il che deve essere libero nella forma, ma rispettoso dei principi, appunto, del razionalismo, della formazione culturale che ho avuto” Marco Zanuso 238 / Rolling Seventies - 1974-1983


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Campagna pubblicitaria del servizio per olio, aceto, sale e pepe, progettato da Ettore Sottsass nel 1978. Defini o dal designer “moschea da tavola” per la prospettiva dei tappi in metallo, consente di portare con un solo gesto i quattro condimenti.

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rivoluzione domestica

ell’azienda di Crusinallo (Omegna), fondata nel 1921, il design unito alla ricerca tecnologica è un carattere distintivo. Già negli anni Cinquanta i fratelli Carlo ed Ettore Alessi sviluppano con gli architetti Carlo Mazzeri e Luigi Massoni oggetti per le forniture alberghiere, come i cestini a filo realizzati industrialmente, e prodotti come lo shaker 870, capostipite di una famiglia di oggetti da bar (1957) e mai usciti di produzione. È con l’arrivo di Alberto Alessi negli anni Settanta che si fa strada l’idea di produrre artefatti artistici a prezzi contenuti. Tale visione industriale si arricchisce e si contamina con i contributi di maestri del design, stravolgendo l’idea di oggetti per la tavola e, più profondamente, il modo delle persone di relazionarsi alle cose. Cruciale l’incontro con Ettore Sottsass nel 1972, un “filosofo dell’industria”, come lo descrive Alberto Alessi, con il quale si realizza il maggior numero di prodotti in catalogo. Sottsass sosteneva che una bella tavola “non dipende soltanto dagli oggetti che si usano, ma anche da una sottile, fragile, incerta sapienza con la quale qualche volta qualcuno riesce a incanalare la percezione della nostra avventura cosmica”. Qualcosa di funzionale, ma anche universale e famigliare. Richard Sapper entra in Alessi nel 1977 su consiglio di Sottsass e realizza oggetti unici e vitali, ma complicatissimi tanto da essere “una spina nel fianco per i tecnici”. Con Achille Castiglioni la collaborazione nasce con il servizio di posate Dry (1982) e dura fino alla scomparsa nel 2002.

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Alessi è un lAborAtorio industriAle. Attraverso le collAborAzioni con i designer, molte pluriennali, ha perseguito molteplici direzioni di ricercA per dimostrare che, al di là del valore d’uso, gli oggetti sono interpreti dei sogni del pubblico

Alessi rimane stupito dalla modestia e dalla grande ironia del maestro unite alla comprensione del pubblico. “Il modo migliore per lavorare con lui è presentare un’idea che lo diverta”, racconta Alessi. Il rapporto con Alessandro Mendini risale al 1977 e viene paragonato da Alessi a quello di Peter Behrens con la AEG. Mendini intuisce che un oggetto vive alla luce di una “coscienza critica” che ne è condizione e ipotesi di sviluppo. Nei prodotti Alessi, come per la famiglia antropomorfa e il best seller Anna G., introduce l’elemento emozionale nelle comuni pratiche del vivere. Promuove anche importanti iniziative quali il libro Paesaggio Casalingo (1979), la prima autocoscienza della ricerca aziendale nel design, e Tea & Coffee Piazza, l’interpretazione del servizio da tè realizzata dai principali architetti dell’epoca, tra cui Hans Hollein, Paolo Portoghesi, Aldo Rossi, Robert Venturi e Michael Graves. Felice esito di questo metaprogetto sono alcune nuove collaborazioni: a Graves si deve il famoso Bollitore con fischietto a uccellino (1985), espressione del decò e del pop americano. Mentre Aldo Rossi si cimenta nello studio di oggetti prosaici come la caffettiera, attraverso un’inedita interpretazione teorica della forma. La cupola (1987) e La conica (1984) sono “oggetti monumenti” che trasfigurano simboli e proporzioni dell’architettura. Molte le collaborazioni anche con gli autori del radical design italiano, tra cui Andrea Branzi, Riccardo Dalisi ed Enzo Mari. Di quest’ultimo Alessi apprezza la visione critica che “negli anni ha costituito la correzione dell’ago della bussola”.


Sopra: il bollitore con fis hietto melodico di Richard Sapper del 1983 è caratterizzato dalla presenza di due coristi in “mi” e “si” inseriti nelle canne del fis hietto in ottone, di solito usati per accordare gli strumenti musicali. Il suono si ispira a quello delle chiatte che percorrono il Reno. Riflessi sul corpo del bollitore, altre icone di Alessi: la caffettiera La cupola di Aldo Rossi, il bollitore 9093 di Michael Graves, la pentola Falstaf di Alessandro Mendini, le caffettiere La conica di Aldo Rossi e la 9090 di Richard Sapper e lo spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Starck. A sinistra: la caffettiera 9090 di Richard Sapper vince l’XI Compasso d’Oro nel 1979 ed è la prima caffettiera realizzata da Alessi. Presenta una base larga per sfruttare al meglio il fuoco e una particolare chiusura a baionetta, con scatto del manico.

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La caffettiera La conica, disegnata tra il 1980 e 1983 da Aldo Rossi, nasce come evoluzione del metaprogetto ‘Tea & Coffee Piazza’. È un monumento in miniatura che esprime il rapporto dialettico tra architettura e paesaggio domestico.

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Sopra, da sinistra: campagna pubblicitaria che raccoglie alcuni best seller di posate, dalle storiche Dry di Achille Castiglioni, Nuovo Milano di Ettore Sottsass e Caccia di Luigi Caccia Dominioni e Livio e Pier Giacomo Castiglioni, alle più recenti Dressed di Marcel Wanders, Ovale di Ronan & Erwan Bouroullec, MU di Toyo Ito e eat.it di Wiel Arets, passando dalle realizzazioni di Stefano Giovannoni (Mami), Jasper Morrison (KnifeForkSpoon), Doriana e Massimiliano Fuksas (Colombina collection), David Chipperfie d (Santiago) e Guido Venturini (All-Time). Juicy Salif di Philippe Starck (1990) è uno spremiagrumi che sembra un piccolo Lem, o uno strano animaletto, e che ha acceso un ampio dibattito sul senso e l’uso degli oggetti comuni. Accanto, da sinistra: il cavatappi antropomorfo Anna G. di Alessandro Mendini (1994) in questa campagna veste le sembianze di Marilyn Monroe (2000). Ironica campagna pubblicitaria del set di pentole Mami di Stefano Giovannoni (1999-2001) che si rifanno ai pentoloni della tradizione.

Con Philippe Starck inizia a lavorare nel 1986. “È un esempio vivente del mio sogno: il suo design ha una potente carica innovatrice nei confronti del mondo della produzione e del commercio e porta a risultati non più giustificabili solo sul piano della tecnologia o del mercato”, riferisce Alessi. Di Starck l’icona è lo spremiagrumi Juicy Salif, un oggetto in cui la funzione è totalmente secondaria alla portata simbolica. Negli stessi anni, grazie a Mendini, Alessi incontra Stefano Giovannoni e Guido Venturini che esprimono una poetica gioiosa, spesso ispirata al linguaggio dei cartoon, e nel 1989 danno vita, a firma King-Kong, agli ‘omini’ della famiglia Girotondo. Di Giovannoni e di Venturini rispettivamente nascono prodotti provocatori come lo spazzolino per wc Merdolino (1993) o l’accendigas Firebird (1993). “Sono oggetti ironici perché non hanno più niente da ostentare, non devono dirci che noi siamo ricchi o persone colte”, spiega Giovannoni. Dall’ impronta di questi ultimi e dalla ricerca condotta dal Centro studi Alessi (1990) nasce il metaprogetto F.F.F.- Family Follows Fiction per esplorare la struttura affettiva degli oggetti, trasformandoli in strumenti ludici e fiabeschi, un ponte verso il fantastico.

Gli anni più recenti sono quelli delle collaborazioni con le star internazionali: dai Fratelli Campana da cui si trae l’eco delle espressioni indigene lontane, all’iperdecorativismo barocco di Marcel Wanders, trasferito anche sul fondo delle pentole, al rigore progettuale di Wiel Arets, all’essenzialità del segno di David Chipperfield, al linguaggio informale di Lluís Clotet. Dopo il grande periodo della plastica, si evidenzia l’importante ritorno all’uso dell’acciaio con sperimentazioni nella sua lavorazione: nascono nuove famiglie di oggetti, come quelli da lastra tranciata di Emma Silvestris o traforata e saldata dell’eclettico Mario Trimarchi, ma anche nuove tecniche di applicazione del colore all’acciaio, risultato delle ricerche di Claudia Raimondo. Mentre, affidata al segno misurato di Giulio Iacchetti, viene rinnovata l’attenzione al servire l’aperitivo e il vino, sia al bar che a casa. Senza dimenticare il grande sviluppo che hanno avuto i servizi per l’intera apparecchiatura della tavola e i servizi da tè e caffè con l’ingresso di firme, solo per citarne alcune, quali i Fuksas, i Bouroullec, Jean Nouvel, Hani Rashid e dall’estremo oriente grandi architetti quali Kazuyo Sejima e Toyo Ito.

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MaRazzi è tra le più longeve aziende del distretto emiliano della piastrella e leadeR di settoRe. la sua storia è punteggiata di bRevetti, pRiMati e importanti contRibuti pRogettuali dal mondo della moda, del design e dell’architettura

Alcuni tra i più recenti decori Marazzi che segnano importanti strade produttive: Treverk, il gres che ha cambiato il modo di interpretare il legno da parte della ceramica (qui nella versione Treverkchic) e, a sinistra, le texture tridimensionali di Soho (Menzione d’Onore Compasso d’Oro 2011). Sotto: in rosso, SistemA, il gres porcellanato di Marazzi Tecnica.

Rinascimento della superficie

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arazzi rappresenta un caso paradigmatico nell’evoluzione tecnica ed estetica della piastrella. Raccontare i momenti salienti della sua storia è come narrare lo sviluppo dello stesso materiale ceramico, dapprima utilizzato solo nelle superfici di bagno e cucina per motivi di igiene e poi, grazie al progresso tecnologico, impiegato nel settore privato e nel contract, quale versatile strumento di decorazione e composizione architettonica. Ricerca tecnologica e ambizioni estetiche si sono sempre influenzate a vicenda. Nel 1935 Filippo Marazzi Sr intuisce la potenzialità del mercato di largo consumo. E così avvia una produzione industriale di piastrelle, allora ancora decorate a mano. Il vero processo di meccanizzazione si ha nel secondo dopoguerra con l’investimento nei forni a tunnel – introdotti da Pietro Marazzi – che consentono di aumentare i volumi produttivi e migliorare la planarità delle piastrelle. Le nuove tecniche consentono, da un lato, di migliorare l’omogeneità e la prestazione del prodotto, ampliando la gamma ai pavimenti, dall’altro, di rileggere l’estetica prevalentemente monocroma delle piastrelle, prendendo spunto dalla moda che viaggia verso il prêt-à-porter.

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Nascono quindi decori policromi, geometrici o naturalistici a ‘cellula dipendente’, ovvero elementi singoli ma modulari, generalmente di formato 20x20cm, che diventano parte di una composizione decorativa più ampia. Il colore e la possibilità di coordinare i decori con gli elementi della casa, come il legno dei mobili, sancisce l’impiego della piastrella anche negli altri ambienti domestici. Ma se fino agli anni ’60 la piastrella era esclusivamente quadrata o rettangolare, Gio Ponti, insieme a Alberto Rosselli, si cimenta con la sua forma. Nel 1960 viene presentata alla Triennale di Milano la ‘Quattro volte curva’ (concava su due lati e convessa su quelli opposti) che si incastra come in un puzzle dando vita, grazie agli otto colori, a decorazioni sempre diverse. Ecco che l’introduzione della stampa serigrafica nel 1965 apre inedite possibilità decorative, assimilando la piastrella al tessuto per la moda. Non è un caso, infatti, la collaborazione con stilisti. Tra questi, Biki, Federico Forquet e Paco Rabanne che trasferiscono nella casa le geometrie, i colori e le proporzioni delle loro creazioni anni Settanta. Anche artisti di varie discipline si cimentano con la ceramica, spingendo la ricerca oltre la bidimensionalità della superficie.


L’installazione Aria Pura, ideata per Marazzi in occasione della mostra Interni Hybrid Architecture & Design (Università Statale di Milano, aprile 2013). Un grande cubo rivestito in gres tecnico della collezione SistemN, che si distingue per la sostenibilità del processo produttivo (certific to Leed ed Ecolabel).

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A destra, dall’alto: la collezione di pavimenti Bollo Marrone disegnati dalla stilista Biki negli anni Settanta. Del 1987, la collezione il Gatto che fa parte delle sperimentazioni artistiche nella ceramica di Roger Capron per Il Crogiuolo, il Centro di ricerca estetica Marazzi.

Alcune ceramiche storiche di Marazzi. A sinistra: Listels Marazzi nei disegni 107, con scacchiera bianco e rosso, e 111 con decoro rosso, bianco e verde. Sopra, dall’alto: sketchwork degli anni ’40, quando le piastrelle erano dipinte a mano; del 1957, i decori Foglia Verde, Quadri-Q2B e Stella 494. Sopra a destra, i paraventi tridimensionali in ceramica di Nino Caruso del 1974. Accanto: la piastrella ‘Quattro volte curva’, concava su due lati e convessa su quelli opposti, progettata da Gio Ponti e Alberto Rosselli nel 1960 e presentata alla Triennale di Milano.

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Sopra, a sinistra: di Amleto Dalla Costa, il decoro Angelica che ritrae una donna col gatto, nato dalle sperimentazioni de Il Crogiuolo, il Centro ricerca estetica Marazzi. A destra, la palette dei colori disponibile dagli anni ’90 nel catalogo Marazzi. Sotto: la campagna pubblicitaria del 1975 che celebra il primo grande formato da 60x60cm (Atomar).

Il maestro Nino Caruso sperimenta le prime ceramiche tridimensionali e autoportanti come l’elemento modulare Screen, o le transenne Canne d’Organo e Dyapason della collezione Forme. Ma le innovazioni dei quegli anni non si limitano alla decorazione. L’impatto nel nostro Paese della crisi petrolifera del 1973 porta Marazzi a inventare un nuovo processo produttivo. Nasce la monocottura rapida di cui ottiene il brevetto: con la cottura contemporanea dell’impasto di base e dello smalto di finitura, il processo produttivo passa da 24 a un’ora. Marazzi ottiene anche, per la prima volta, elementi di grande formato (60x60cm) qualitativamente stabili. Una rivoluzione, se si pensa a quanto il formato sia cruciale nei prodotti contemporanei. Gli anni ’80 sono quelli del Crogiuolo Marazzi, il centro di ricerca estetica, che ha unito esperienze industriali d’avanguardia con antiche tradizioni ceramiche e le visioni di artisti internazionali quali Amleto Dalla Costa e Roger Capron. Questi hanno saputo aggiungere elementi poetici e una

dimensione narrativa ai soggetti della ceramica. Ed è anche il periodo dei grandi fotografi, quali Luigi Ghirri e Charles Traub, che interpretano la comunicazione aziendale. Gli anni ’80 segnano l’affermazione mondiale dell’Italian style, spinta dalla celebrazione degli stilisti italiani. E Marazzi aumenta a tal punto la sua produzione da raggiungere i cento autotreni di piastrelle al giorno. Offre un prodotto sempre più prestazionale in termini di durezza e resistenza che culmina, negli anni ‘90, con prodotti dalle elevate caratteristiche per l’architettura e le grandi forniture del contract. Il gres porcellanato diventa il materiale preferito dagli architetti che, grazie alle texture naturali effetto pietra o marmo ottenute con la stampa digitale, consentono realizzazioni inedite anche in ambienti pubblici soggetti a forte usura e sollecitazioni. I grandi formati degli anni 2000, come il 60x120cm, o i più recenti 75x75 o 90x90cm, uniti alle sempre più sofisticate tecniche di stampa che riproducono, come il Treverk, il legno con impressionante fedeltà visiva e materica, aprono a nuove soluzioni progettuali ancora da scoprire.

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milano

london

paris

MODULNOVA K I T C H E N

L I V I N G

B A T H

w w w. m o d u l n o v a . i t


Glamourous eiGhties

A

testo e icone di/text and icons by Cristina Morozzi

Milano, dove, come recitano le campagne pubblicitarie, si nni di predominio dell’immagine, può trovare tutto quanto fa tendenza. Sono gli anni del del colore, della decorazione superficiale, delle esperienze look, cioè del fascino del potere visivo, esemplare quello fuggevoli, delle mutazioni e degli eccessi. Sono gli anni sacro/profano di Madonna, creato in collaborazione con degli artifici, delle asimmetrie, della decorazione policroma, Maripol, art director di Fiorucci. di Alchimia, di Memphis, del Movimento bolidista, Del total look: una professione di fede nello stilista e nella dell’effimero, del lusso. sua capacità di progettare un’immagine coordinata della Sono gli anni dei post: postmoderno, postindustriale, testa ai piedi. Gli anni della donna in carriera (film Working postatomico, postpunk, che si sovrappongono, diventando girl di Mike Nichols, 1988), abbigliata in tailleur, meglio se l’unità di misura di mode e stili. Dell’esaltazione della gessato, versione femminile del completo maschile, che superficie: “Il mondo –come scrive Fredric Jameson –perde conferisce al gentil sesso un piglio decisionale. Del look temporaneamente la sua profondità e minaccia di androgino che afferma l’affrancamento dei codici culturali diventare una pellicola lucida, una illusione stereoscopica, da quelli genetici: Grace Jones, insieme al suo direttore un flusso di immagini filmiche senza spessore” artistico Jean-Paul Goude, fa propria l’immagine dello (Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, New Left Review I/146, luglio–agosto 1984). Sono gli anni del ritratto di/portrait by Alberto Alessi di/by stereotipo dell’uomo aggressivo; la cantante inglese Annie Guido Harari/Contrasto Lennox, nel video Love is a Stranger, porta capelli rasati e neobarocco (etichetta proposta nel 1987 dal semiologo completi maschili. Sono gli anni dei must, da desiderare, da possedere, da Omar Calabrese in L’età neobarocca, pubblicato da Laterza), che si indossare. E dell’affermazione sui mercati internazionali del made in Italy, nel riconoscono nei piaceri dell’estetica, nel gusto per l’optional e per la design e nella moda, come must. Sono gli anni dei designer–artisti, come mutevolezza delle forme che, lussuose e artefatte, simbolizzano l’estetica Ettore Sottsass, Ron Arad, Danny Lane, Ingo Maurer, Luigi Serafini… Dei della singolarità messa a disposizione di tutti. Sono gli anni della new wave pezzi icona, al di sopra delle tendenze stagionali, perché prossimi all’arte, italiana: delle sfilate milanesi, dell’affermazione degli stilisti come profeti di oggi ancora in catalogo, come la Spring collection di Ron Arad per Moroso, il mode e manie. Gli anni del teatro dei Magazzini Criminali, la compagnia mobile Casablanca di Ettore Sottsass per Memphis, il comò Cetonia dipinto teatrale fiorentina della postavanguardia; della computer art dei fiorentini a mano di Alessandro Mendini per Zanotta. Gli anni dei pezzi figurativi, Giovanotti Mondani Meccanici. Gli anni della movida: è Barcellona che tiene come la Rose chair di Masanori Umeda per Edra, o come la lampada a forma a battesimo, nel 1985, la prima, itinerante Biennale dei giovani artisti di cuore One From The Heart di Ingo Maurer. Sono gli anni nei quali si dell’Europa e del Mediterraneo. Sono gli anni dell’arte di frontiera: “l’attuale afferma un nuovo modo di vivere il relax, introdotto dal divano Sity di arte d’avanguardia – scrive la teorica Francesca Alinovi – più che Antonio Citterio per B&B Italia, archetipo di un nuovo comfort televisivo. sotterranea è di frontiera, perché si pone entro uno spazio intermedio tra Sono gli anni, come molto efficacemente riassume Alessandro Baricco nel cultura e natura, tra massa ed élite, tra bianco e nero (colori della pelle), suo I barbari–Saggio sulla mutazione, “della superficie al posto della profondità, aggressività e ironia, immondizia e raffinatezza (Flash art, n.107, 1982). Dei della velocità al posto della riflessione, della sequenza al posto dell’analisi, graffiti: graffitisti e writers tag, come Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e del surf al posto dell’approfondimento, della comunicazione al posto Rammellzee, cambiano il volto delle città. Sono gli anni dei trend: i sociologi dell’espressione, del multitasking al posto della specializzazione, del piacere al predicono tendenze di comportamento e di stile cui conviene uniformarsi. posto della fatica” (Fandango libri, Roma, 2006). In Italia nascono le fiere Pitti Immagine a Firenze, Contemporary e Neomoda a

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1989, Tatlin, Mario Cananzi e/and Roberto Semprini, Edra.

1989, NewTone, Massimo Iosa Ghini, Moroso.

eighties Icons 1990, Juicy Salif, Philippe Starck, Alessi.

1988, Thinking man chair, Jasper Morrison, Cappellini.

1986, Costanza, Paolo Rizzatto, Luceplan.

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1987, Sity, Antonio Citterio, B&B Italia.

1983, produzione/production 1984, Teatro, Aldo Rossi e/and Luca Meda, Molteni & C.

1987, Ghost, Cini Boeri, Fiam.

1988, Taraxacum, Achille Castiglioni, Flos.

1987, Diva, William Sawaya, Sawaya & Moroni.

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Dall’alto e da sinistra: Antonio Citterio, Vico Magistretti, Richard Sapper, Ettore Sottsass, Achille Castiglioni, De Pas-D’Urbino-Lomazzi.

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The designer today should not help to produce more - he has to help produce fewer and better things. There is a beauty, an aesthetic and philosophy of the less. Philippe Starck 60 Anni Years intErni / 271


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Accanto: i componibili di Anna Castelli Ferrieri sono del 1967 in versione quadrata, del 1969 i rotondi e sono best seller mai usciti di catalogo. Modularità e versatilità d’uso sono i segreti del loro successo. Sotto: campagna pubblicitaria della seggiolina per bambini di Marco Zanuso e Richard Sapper, insignita del Compasso d’Oro nel 1964. È la prima realizzata in plastica stampata. Nella pagina accanto, dall’alto in senso orario: uno scatto di Helmut Newton della sedia La Marie dalla monografia kARTell 150 Items, 150 Artworks: una raccolta di interpretazioni di fotografi e a tisti di 50 anni di prodotti Kartell. Lanciata nel 2010, la campagna “Kartell Made in Milano” è un omaggio alla città natale del marchio. In fronte al Duomo, alcuni dei prodotti icona più celebri.

Apologia della plastica Oggetti icOnici e innOvAziOni tipologiche tracciano sessAntAcinque Anni di traguardi e invenzioni da parte di KArtell. l’ultima è la più grAnde sedutA in pOlicArbOnAtO realizzata in un unico stampo, che segna una nuova conquista della trAspArenzA nell’arredo

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Uncle Jim è la versione poltrona con braccioli della seduta Uncle Jack che rappresenta il pezzo di design estetico più grande in policarbonato stampato a iniezione. Li accomuna, oltre alla sfida ecnologica, l’alto schienale e le ampie proporzioni di seduta. La lampada da tavolo Bourgie di Ferruccio Laviani è il pezzo più celebre dell’illuminazione di Kartell. Ha appena compiuto dieci anni ed è caratterizzata dalla base a volute barocche e il diffusore plissé.

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i Kartell si possono raccontare molte storie. Di come Giulio Castelli, ingegnere chimico allievo del premio Nobel Giulio Natta, fondò l’azienda nel 1949 per sperimentare le nuove materie plastiche in oggetti del quotidiano – l’idea venne da un portasci! Di come i colorati casalinghi di Gino Colombini degli anni ’50 rivoluzionarono le cucine degli italiani, conseguendo quattro dei nove Compassi d’Oro ADI attribuiti all’azienda. Oppure, della Divisione Illuminazione nata nel 1958 per sviluppare innovative e colorate soluzioni funzionali per gli ambienti domestici. Ma è l’arredamento, e in particolare le sedute, che più contraddistingue l’immagine contemporanea di Kartell. A Marco Zanuso e Richard Sapper si deve la prima seduta al mondo in plastica nel 1964. Una sedia per bambini dalle gambe smontabili e la forma ergonomica per sedere in tutta sicurezza. Da questo traguardo tecnologico ne segue un secondo, l’Universale del 1967, che è la prima sedia in ABS stampata a iniezione.


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Nel 2012, Kartell festeggia i dieci anni della Louis Ghost di Philippe Starck facendola ritrarre a importanti fotografi in dif erenti contesti e culture del mondo. Nell’immagine uno scatto a Rio De Janeiro di Christian Tragni per Case da Abitare.

Nella pagina accanto, dall’alto in senso orario: Bookworm di Ron Arad (1994) è una libreria flessibile da fissa e al muro in molteplici confi urazioni. Una sfida ecnologica e un pezzo di design irripetibile. Louis Ghost (2002) di Philippe Starck è uno dei pezzi più conosciuti e venduti al mondo. È la prima sedia che trasfi ura uno stile del passato attraverso l’uso del materiale, il policarbonato completamente trasparente. La famiglia di divani e poltrone per esterni Bubble Club di Philippe Starck (1999) richiama la tradizionale forma degli imbottiti per interno.

Nel 1988 Claudio Luti raccoglie il testimone dal suocero Castelli e interpreta l’identità Kartell nella medesima ricerca tecnologica a cui aggiunge un’importante indagine sull’estetica degli oggetti. Per questa ragione instaura un’intensa e, con alcuni, continuativa collaborazione con designer italiani e internazionali. La trasparenza è tuttavia uno dei più importati punti di arrivo, che tanto ha influenzato l’immaginario collettivo nei confronti della plastica. La sfida tecnologica ed estetica è stata lanciata nel 1999 con La Marie di Philippe Starck, la prima sedia in policarbonato trasparente come il vetro, ma non altrettanto fragile. Per anni la Kartell sarà indiscusso attore dell’utilizzo del policarbonato nel design. Con la successiva Louis Ghost, Starck compie invece un’operazione estetica: evoca il linguaggio delle sedute Luigi XV, riducendolo a puro segno e trasparenza. Con più di un milione di esemplari, Louis Ghost (2002) è la sedia di design più venduta al mondo. L’ultimo capitolo della quindicennale ricerca nella trasparenza è Uncle Jack: una seduta di 1,90 m di larghezza,

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95 cm di altezza e quasi 30 kg di peso per il più grande pezzo di design estetico mai realizzato in policarbonato in unico stampo a iniezione. Sono molte le icone in sessantacinque anni di storia che hanno segnato primati, alcune dalla produzione ininterrotta. Tra queste, i Componibili (1968) di Anna Castelli Ferrieri: una nuova tipologia d’arredo modulare per versatili impieghi nella casa. Oppure la seduta Bubble di Starck (1999): un divano interamente in plastica che simula la forma di un imbottito tradizionale e che segna l’apertura nel settore outdoor. È stato il primo divano industriale a vincere il Premio Compasso d’oro nel 2000 per l’inedito utilizzo nel settore dell’arredamento e per la tecnologia a stampaggio rotazionale. O infine, la celebre Bookworm di Ron Arad (1994): la prima libreria a muro flessibile che prende forma con la creatività dell’utilizzatore. Quest’ultima conferma la strategia delle collaborazioni con famosi designer internazionali che hanno evidenziato la grande versatilità della plastica nel design.


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Moroso compie sessant’anni: uno straordinario mix tra cultura del fare, creatività a tutto campo, ricerca e innata predisposizione al conteMporaneo

design thinking

M

oroso ha 62 anni. Ma non li dimostra, soprattutto dal punto di vista creativo. Stiamo parlando di un’azienda che negli ultimi trent’anni ha creato un mood tra i più interessanti per il design (e forse anche per l’arte). Fondata nel ’52 da Agostino e Diana Moroso, friulani doc, con l’obiettivo dichiarato di costruire un’azienda leader nel settore degli imbottiti e delle sedute, ha continuato il suo percorso, di successo in successo, sino ai giorni nostri. Artigianato e industria, grande qualità dei materiali, e dell’assemblaggio: mobili fatti per durare, nella migliore tradizione furlana. Ma anche attenti ai valori estetici, al disegno che da subito offre alla Moroso una marcia in più. Con Patrizia e Roberto, la seconda generazione, inizia negli anni ’80 una nuova storia. Art director la prima, manager il secondo, danno un impulso nuovo al brand, che da un lato ne consolida i valori tradizionali, la qualità artigianale e l’attenzione ai materiali

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(oltre settanta i maestri artigiani che lavorano nel laboratorio produttivo dell’azienda), dall’altro ne potenzia, soprattutto grazie alla visione profetica di Patrizia, le qualità legate al nuovo design. Così affiancano la produzione tra i più prestigiosi nomi dello scenario del design e dell’architettura d’oggi, quali Ron Arad, Patricia Urquiola, Ross Lovegrove, Konstantin Grcic, Alfredo Häberli, Toshiyuki Kita, Marcel Wanders, Tokujin Yoshioka, Enrico Franzolini, Doshi & Levien, Tord Boontje, Nendo, Front e altri. Oltre a questo, la grande attenzione per gli eventi legati al mondo dell’arte contemporanea, una presenza costante alle Biennali di Venezia, al Palais de Tokio a Parigi, al mitico Moma di New York, collocano l’immagine di Moroso nell’Olimpo dei brand più prestigiosi, ma sempre senza tradire la vera vocazione del design, ovvero la bellezza a portata di tutti.


Nella pagina accanto, in alto da sinistra: una poltrona Moroso, esempio di una tipica produzione degli anni ’60; foto di gruppo in azienda con Antonio Citterio, Paolo Nava e Agostino Moroso in uno scatto del 1972. Sotto, da sinistra: Agostino Moroso alla fine degli anni ’90; Patrizia Moroso assieme a Daniel Libeskind e a Marina Abramovic durante l’ultimo FuoriSalone per l’evento di Interni all’Università Statale di Milano, Feeding New Ideas for the City in cui Moroso ha realizzato i tavoli disegnati da Libeskind per la performance di Marina Abramovic, Counting Rice Table; Patricia Urquiola e Patrizia Moroso nel 2004 in azienda mentre guardano la poltrona Smock.

Un’immagine del padiglione scandinavo presso i giardini de La Biennale di Venezia, perfetto scenario per Fjord Relax di Patricia Urquiola.

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In alto, da sinistra: Alfredo Häberli sdraiato sulla sua ‘ Take a Line for Walk’, foto di Alessandro Paderni; a destra, Tord Boontje fotografato da George Powell all’Arnold Circus a Londra sulla sua Shadowy. In basso, da sinistra: Ross Lovegrove fotografato da George Powell all’Hyde Park di Londra dietro alla sua Diatom; Dinamic Collection del 1986 di Massimo Iosa Ghini; Jonathan Levien e Nipa Doshi, ritratti da George Powell al Barbican Estate a Londra con la loro Paper Plane; Ron Arad davanti all’obiettivo di Tom Vack con il modello della poltrona Big Easy, 1989.

Moroso segna il confine di una nuova democrazia dei consumi, quella che rende il suo progetto indispensabile per arredare gli spazi di nuova generazione, come il 25hours Hotel a Zürich West, firmato da Alfredo Häberli, un vero e proprio luogo-oggetto che incarna le ambizioni estetiche della nuova generazione dei giovani europei, perfettamente aderente al modello che Moroso propone da anni ai suoi clienti. Un pezzo Moroso interpretato come un pezzo di arte contemporanea, dove il design più sofisticato incontra, senza complessi di inferiorità, il meglio della produzione artistica, per arrivare a una sintesi perfetta, che sposa e definisce il gusto dei nuovi nomadi europei. Ed è stato seguendo questa filosofia creativa che Moroso ha festeggiato, il 21 giugno 2012, i suoi sessant’anni all’Hangar Bicocca a Milano, con due progetti espositivi focalizzati sui suoi prodotti iconici che hanno segnato la storia del design internazionale. La prima mostra, Metamorfosi_Behind, After or Beyond, opera del designer Martino Gamper, vincitore della prima edizione del Premio Moroso per l’arte contemporanea e, ad affiancare l’installazione di Gamper, la mostra Backstage_ il dietro le

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quinte, curata direttamente da Patrizia Moroso con Marco Viola. In occasione del London Design Festival 2014 e del rinnovo dello showroom di Rosebery avenue, Moroso ha presentato lo scorso settembre la mostra ‘Moroso Loves London’. Un importante evento celebrativo a cui hanno participato Ron Arad, Ross Lovegrove, Tord Boontje, Doshi & Levien, Martino Gamper, Benjamin Hubert e Raw Edges, designer con cui Moroso collabora da tempo e che hanno fatto di Londra il loro quartiere generale. Nonostante questa straordinaria vocazione all’internazionalità di Moroso, il Friuli rimane sempre la patria e l’origine della forza di questo brand, ancora solidamente nella mani della famiglia che lo ha fondato. È importante capire come il cuore e l’anima di questo successo stia proprio qui, nella capacità strategica di tenere assieme la tradizione con l’innovazione, il gusto antico per le cose fatte bene, handmade, che da sempre caratterizza il modus vivendi dei friulani, con uno sguardo intelligente rivolto al futuro, all’internazionalità del design, dell’arte e della moda. Un esempio da seguire.


Gentry sofa di Patricia Urquiola, Dew pouf design Nendo, Carpet reloaded for Moroso by Golran, quadri di Abdou Salam Gaye.

Metamorfosi_ Behind, After or Beyond di Martino Gamper, realizzato nel 2012 a Hangar Bicocca, Milano, in occasione dei sessant’anni di Moroso.

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Colore e tridimensionalità per l’arChItettura sostenIbIle. Con oltre trent’annI di ricerca, oIkos ha trasformato il ConCetto di vernICe con giochi cromatici, di luce e tattili texture dagli effetti materici. e le superfICI sono diventate spazI in cui il progettista libera la propria CreatIvItà

L’istallazione di Oikos a Palazzo Cusani durante la Milano Design Week 2014. (foto Lorenzo Sechi)

Il senso della materIa

T

rasformare le pareti attraverso il colore e la materia per dare loro un impatto estetico nuovo, interpretarne l’essenza e raccontarla in modo inedito. Questa è la filosofia di Oikos, nata nel 1984 a Cesenatico nell’ambito delle vernici senza solventi. È stato un progetto imprenditoriale pionieristico, in un momento in cui la tradizione italiana della decorazione sembrava scomparsa. Per settimane, la Romagna viene tappezzata da grandi manifesti bianchi con la scritta “bianco non lo vogliamo più, bianca non la vogliamo più”. E poco dopo appare l’annuncio della nascita di Oikos. Abbinamenti cromatici arditi e pareti a tutto colore sono le proposte dell’azienda a un mercato che conosceva solo carta da parati e pareti bianche. Nel corso degli anni, si è passati da una più consueta nozione cromatica e bidimensionale delle vernici a un concetto più radicale e profondo: ripensare le pareti dal punto di vista della materia,

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traducendone l’indole emozionale, l’impatto tattile e la potenzialità emotiva nella percezione dell’utente. Dunque, Oikos è partita dal colore per giungere all’idea stessa della materia, al suo complesso dialogo con lo spazio circostante e con la luce. Le superfici sono così diventate uno strumento attivo nell’interior design. Sin dagli esordi l’azienda ha compiuto un cammino nell’ottica della sostenibilità produttiva, una decisione per l’epoca controcorrente. Dagli anni Ottanta, il giovane imprenditore Claudio Balestri attua una politica aziendale finalizzata al controllo dei processi produttivi, basandosi sul riuso di materiali residui propri e altrui. Il rispetto della terra è per Balestri, figlio di contadini, un valore irrinunciabile. Nel ciclo produttivo vengono recuperati polveri metalliche, residui di pietra e polveri ferrose che permettono di creare prodotti innovativi senza intaccare ulteriormente le materie prime.


A tutta pagina: l’istallazione Alchimie Regali di Oikos. Foto Giovanni Collina. Sotto, la texture della classificazione ‘Stratificazioni’ la materia prende vita livello dopo livello, si arricchisce nella sovrapposizione e crea profili inediti. Un processo di costruzione che vive in profondità. In basso: della famiglia ‘Corrosioni’, la texture restituisce il passare del tempo, racconta del passaggio dei giorni e degli elementi sulle superfici e il riflesso dei metalli e dei minerali si fa sinistro, ruvido, arcaico. Le categorie ‘Assorbimenti’, ‘Corrosioni’, ‘Riflessi’, ‘Stratificazioni, ‘Trame’ e ‘Vibrazioni’ appartengono al progetto Il senso della materia di Oikos, selezionato per l’ADI Design Index 2012.

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Un’altra inquadratura dell’installazione Alchimie Regali di Oikos in cui si evidenziano i diversi effetti che superfici e co ori sono in grado di rendere alla materia. Foto Giovanni Collina.

Sempre in controtendenza, l’azienda produce vernici all’acqua quando lo smalto chimico era percepito come più affidabile. Ma perseguendo questa strada, Oikos precorre più di un’innovazione tecnica, affinando il ciclo industriale su un basso consumo energetico che ottimizza perfino lo smaltimento dei materiali residui con il riuso degli scarti di produzione. I laboratori Oikos danno vita a pitture all’acqua con grandi performance tecniche. Anche la scelta del marchio, che tiene insieme il nome “casa” con il verde, vuole evocare questa attenzione all’ecologia. L’impegno nella sostenibilità è valso all’azienda il Premio “Economia verde di Legambiente” nel 2011. Responsabilità ecologica, dunque, ma anche attenzione al saper fare artigianale. Il riuso è stato fonte di ispirazione nella progettazione delle superfici che, a loro volta, hanno stimolato il coinvolgimento di professionisti quali artigiani e progettisti, mai interpellati prima in questo tipo di produzione. Oikos studia la tradizione decorativa italiana e la ripropone creando prodotti industriali che mantengono l’applicazione artigianale. Rinasce così la figura del mastro decoratore, che negli anni era andata perduta e che oggi crea texture originali trasformando la materia sostenibile in elemento

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decorativo e su misura, anche per restauri architettonici. E si precorrono i tempi anche sul piano estetico. Il tema della fornitura tailor made è altresì una caratteristica vincente: l’azienda si pone al fianco di progettisti e architetti per studiare e produrre texture e strumenti di lavorazione ad hoc finalizzati all’ottenimento di effetti particolari e personalizzati. Recentemente si è scelto di comunicare questa ricerca pluriennale in modo non convenzionale e più affine alla produzione dell’azienda: le textures più originali studiate da Oikos vengono raggruppate in famiglie di appartenenza definite dal rapporto della materia con la luce. Si tratta di un percorso di senso e di comunicazione. È il racconto del “senso della materia”, curato dall’art director Dario Curatolo con l’agenzia Four in the Morning, che nel 2011 sostituisce i vecchi cataloghi in favore di sette volumi artistici selezionati nell’ADI Design Index 2012. Suggestioni sensoriali, esperienze sensibili e l’emozione che scaturisce dalla materia sono stimolati da un linguaggio evocativo, affidato non solo alle immagini ma, appunto, all’inedita classificazione delle superfici.


Dall’alto, in senso orario: appartenente alla classificazione ‘Corrosioni’, una texture che evoca il tempo che passa e il naturale invecchiamento, ossidazione delle superfici rendendone i particolari riflessi metallici e la tipica ruvidezza. Una texture appartenente alla famiglia ‘Assorbimenti’. La finitu a esalta l’effetto materico di una superficie in cui la luce viene avvolta fino a pe dersi, a scomparire. L’opacità e assoluta dominanza materica della texture si presta alla declinazione in un’infinit di varianti cromatiche. Una superficie della amiglia ‘Trame’. Velatura ritmica che dà alla superficie un m vimento armonico. La mano sapiente del decoratore ricrea ritmo e armonia.

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www.frag.it


Virtuous nineties testo e icone di/text and icons by Marco Romanelli

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lungo ci abbiamo creduto. Nemmeno ci sfiorava il pensiero di quanto sarebbe successo alla fine del decennio. Sconfitto il postmodern, il mondo del progetto viveva, nei primi anni ’90, la raffinata serenità del minimal. I maestri invecchiavano, con garbo e giovinezza, in particolare Achille Castiglioni e Vico Magistretti, producendo capolavori. A differenza che nel passato guardavano senza voracità, e con una nuova curiosità, alla scena del design che, esattamente in quegli anni, veniva invasa da una straordinaria tribù di barbari (ovvero di abitanti di un altrove non meglio precisato). Affamati di occasioni produttive che i loro Paesi non erano in grado di fornire, ecco questi giovani, estremamente talentuosi e soprattutto fortemente diversi uno dall’altro, calare in Italia e occupare tutte quelle posizioni che la vecchia guardia non riusciva più a difendere. Quella vecchia guardia italiana che preferì una ‘sconfitta’ su tutto il fronte piuttosto che passare lo scettro, formando una classe di discepoli. Ma questo, ovvero il destino dei progettisti italiani, lo analizzeremo più avanti. Intanto seguiamo Jasper Morrison, RonArad, Ross Lovegrove, Tom Dixon, James Irvine dall’Inghilterra, ‘Les petits enfants’ di Philippe Starck e il ‘non allineato’ Martin Szekely dalla Francia, Marc Newson dall’Australia, Konstantin Grcic dalla Germania, Maarten van Severen dal Belgio, Hannes Wettstein dalla Svizzera, Martin Ruiz de Azua dalla Spagna, Fernando e Humberto Campana dal Brasile, Johanna Grawunder dall’America, Thomas Sandell dalla Svezia, Marcel Wanders e Hella Jongerius dall’Olanda muovere passi sicuri tra la Brianza, il Veneto e la Toscana più prossima. Sono loro a sagomare la nuova realtà di compagnie come Cappellini, Moroso, Edra, Flos, Driade. Pochi altri protagonisti si aggiungeranno alla fine del decennio: i fratelli Bouroullec e Pierre Charpin dalla Francia, dal Giappone Tokujin Yoshioka, dalla Finlandia Harri Koskinen, dalla Svezia Claesson Koivisto Rune, dalla Spagna Patricia Urquiola. Uno per l’altro adorati dalla stampa, lontani da qualsiasi accademismo, totalmente ignari di problematiche quali il rapporto tra architettura e design, tra design e arti decorative, essi si muovono disinibiti sul nostro territorio. I loro capolavori nascono così da un’unione indissolubile di talento individuale e capacità manifatturiera

nostrana. Sono quindi capolavori che parlano sempre due lingue: l’italiano e l’inglese, l’italiano e il francese, l’italiano e il portoghese. Dato di fatto indiscutibile, ma anche magra consolazione di fronte ad una generazione di progettisti italiani che resta sostanzialmente schiacciata da tale meccanismo. Tra i grandi maestri ‘del passato’ e questi nuovi ‘barbari’ gli spazi residuali si riducono infatti a fessure. Pochi riescono ad esprimersi in una situazione così asfittica: Paolo Rizzatto e Alberto Meda, grazie al controllo di Luceplan e alla capacità imprenditoriale di Riccardo Sarfatti, Antonia Astori nel limbo dorato di Driade e poi i cosiddetti ‘giovani designer’ (fa sorridere dirlo oggi che giovani non sono più) ovvero quelli per cui c’era sempre tempo... Marco Ferreri, Marta Laudani, Giovanni Levanti, Paolo Ulian, Riccardo Blumer, cioè la generazione italiana che viene prima di quella, già più fortunata, degli anni ’00 (Iacchetti, Ragni, Damiani, Paruccini, Pezzini, Fioravanti, Contin). A lato emergono quattro progettisti, ben diversi tra loro, ma uniformati dalla capacità di trasformare la progettazione del singolo pezzo in progettazione di identità aziendali. Mi riferisco, inutile precisarlo, ad Antonio Citterio, Paola Navone, Rodolfo Dordoni e Piero Lissoni. Il loro ruolo di traghettatori e contemporaneamente di inconsci trasformatori della progettualità italiana andrà attentamente analizzato dai critici della prossima generazione. Ma come saranno i critici della prossima generazione? Di quali strumenti si avvarranno? Perché, non dimentichiamocelo mai, il decennio d’oro 1994-2003 e lo straordinario successo delle persone che abbiamo citato, è stato fortemente condizionato da un sistema critico unico al mondo costruito in primis dalle riviste italiane (Domus, Abitare, Interni, Modo) e quindi dal lavoro dei curatori italiani (tra gli altri, Beppe Finessi, Manolo De Giorgi, Cristina Morozzi, Enzo Biffi Gentili). 1994-2003: 10 anni fondamentali nel loro precedere le grandi crisi, il boom dell’artigianato e dell’autoproduzione, l’ossessione delle riedizioni, il design da galleria e le stampanti 3D. Gli ultimi 10 anni di quel progetto a 360° che aveva caratterizzato il design dal 1945 in poi… e oggi? Oggi aspettiamo, da più di 10 anni, una nuova ‘furia’ immaginativa, un nuovo messia, una nuova voglia di progettare ovvero di distruggere il mondo per ricrearlo migliore.

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1994, Longframe, Alberto Meda, Alias. 1996, Frog, Piero Lissoni, Living Divani.

2003, Chair One, Konstantin Grcic, Magis.

nineties Icons 1998, Vermelha, Fernando e Humberto Campana, Edra.

1996, Scrittarello, Achille Castiglioni, De Padova.

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1994, Less, Jean Nouvel, Unifor.

1995, Lightweight, Tom Dixon, Foscarini.

2001, Tokyo-Pop, Tokujin Yoshioka, Driade.

2003, Ripples, Toyo Ito, Horm.

2000, Victoria and Albert, Ron Arad, Moroso.

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“Io credo che qualunque cosa, anche in natura, sia design, dunque per me è difficile prendere una pausa dall’argomento...” Giulio Cappellini 298 / Virtuos Nineties - 1994-2003


“Il design è parte integrante del processo di produzione industriale. Considerarlo come puro valore aggiunto di un prodotto, è un luogo comune” Antonio Citterio 60 ANNi Years iNterNi / 299


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“L’architettura si abita mentre l’arte si guarda; questa è una differenza fondamentale. L’architettura è un’esperienza fisica e sensoriale perché ci si va dentro” Ettore Sottsass 60 ANNi Years iNterNi / 301


“Smettiamola di essere vittime della cultura; il sapere non coincide con la noia� Gaetano Pesce

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“La pulizia può avere due matrici. Una parte da zero, mentre l’altra, più intellettuale, parte dal tutto” A.G. Fronzoni

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“Il lavoro creativo è un lavoro da formiche. Non c’è spazio per la fantasia. La fantasia è un lusso per chi non ha niente di meglio da fare” Massimo Morozzi 60 ANNi Years iNterNi / 307


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“Non ci deve essere un’arte staccata dalla vita: cose belle da guardare e cose brutte da usare” Bruno Munari

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“Collocare ed accostare gli oggetti in scenari inconsueti, privandoli del loro senso originario, è un processo ossigenante, lubrifica le energie, è un’apertura liberatoria. Non solo è un metodo per fare storia, ma è pure un metodo per fare progetto” Alessandro Mendini

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La famiglia di sedute Flow comprende sedie, poltroncine, pouf e sgabelli con basamenti in differenti materiali per una grande trasversalità di utilizzo. La scocca è in policarbonato stampato a iniezione con possibile controscocca termoformata e imbottita. Design Jean Marie Massaud. Nella pagina accanto: in primo piano, Flow Slim con base a quattro gambe in rovere e Flow pouf imbottito, abbinati al tavolo Tense, design Piergiorgio e Michele Cazzaniga (Menzione d’Onore al XXII Compasso d’Oro ADI). Sullo sfondo, la libreria Random, design Neuland Industriedesign, una nuova tipologia con vani a giorno di differenti dimensioni, liberamente combinabili anche con profondità diverse.

Momento di caMbIaMento per il marchio milanese MdF ItalIa. da un lato consolida il cammino ventennale di rIcerca improntato a un desIgn InnovatIvo ed essenzIale, dall’altro lo rinnova interpretando i nuovI spazI del vivere

InterpretI della semplIcItà

“L

a semplicità è una filosofia che può essere applicata a quasi tutto nella vita. È prima di tutto un approccio culturale, un modo di sentire il cambiamento, di pensare che problemi complessi contengono anche soluzione semplici”. Questa frase riassume il pensiero di MDF Italia, azienda fondata da Bruno Fattorini nel 1992 e definitivamente rilevata nel 2013 dalla holding della famiglia Cassina, storica protagonista del design italiano. MDF Italia, che nasce con una struttura snella da editore di arredi, ha sempre puntato al design e alla semplicità come valori nella scelta di progetti e progettisti. Negli anni il Centro Progetti MDF Italia ha collaborato con designer internazionali dalle diverse peculiarità progettuali, tra gli altri Xavier Lust, James Irvine, For Use, Jehs+Laub, Jean Marie Massaud, Victor Vasilev, Francesco Bettoni, Piergiorgio e Michele Cazzaniga, senza che l’impronta personale del singolo prevalesse sull’immagine riconoscibile dell’azienda. La forza delle idee e la spinta del design innovativo hanno consentito negli anni di rompere gli schemi tipologici e di andare oltre i limiti dei materiali. Sono nati prodotti come Random, disegnata da

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Neuland Industriedesign, un nuovo concetto di libreria composta da sottili moduli con ripiani ad altezze diverse che, aggregati, la trasformano in un oggetto visivamente dinamico e scultoreo. Analogamente Mamba, progettata da Victor Vasilev, è un complemento di arredo che interpreta il tradizionale scrittoio adattandolo alle moderne esigenze del vivere contemporaneo, ai nuovi strumenti di comunicazione come i tablet dagli ingombri più ridotti e agli spazi abitativi generalmente di dimensioni più esigue. Il risultato è una leggera mensola/scrivania che si snoda come un serpente sulla parete. L’essenzialità delle linee, comune ai prodotti MDF Italia, è spesso conseguita attraverso virtuosismi tecnologici. La collezione di tavoli Tense di Piergiorgio e Michele Cazzaniga, ad esempio, può raggiungere grandi dimensioni fino a 4 metri mantenendo una perfetta planarità, uno spessore esiguo e una grande essenzialità visiva. La sua capacità di mantenersi in tensione nasce da una significativa innovazione tecnologica del pannello composito, di cui MDF Italia è stata anticipatrice nel settore.


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Sopra: Grafo, il sistema di imbottito disegnato da Victor Vasilev, è semplice, flessibile e senza tempo, in grado di modifica e la propria forma secondo le esigenze e le necessità del momento. Accanto: Yale è la collezione di divani e poltrone, progettata da Jean-Marie Massaud, che nel 2011 ha ottenuto il Compasso d’Oro ADI e che oggi presenta una cuscinatura in piuma. La struttura è in estruso di alluminio verniciata opaca.

Il precedente è stato La Grande Table di Xavier Lust (speciale menzione d’onore del Compasso D’oro ADI 2004) costituita da un’unica lastra in alluminio curvato da 4,40 metri di campata e diventata un’icona dell’azienda. Il processo di globalizzazione dei mercati, il nuovo baricentro dello sviluppo economico indirizzato verso i Paesi emergenti, i nuovi sistemi di comunicazione di massa e in particolare internet, che ha consentito la promozione e l’e-commerce a livello globale, sono gli imprescindibili segnali di rottura del nuovo millennio. In questo contesto, si è passati dall’orientare e delimitare le scelte del consumatore all’ipotesi inversa, in cui è l’utente che indirizza le decisioni delle aziende. Consapevole di ereditare prodotti dal forte impatto, il nuovo management MDF Italia spinge per rileggere tale eredità in una dimensione di collezione, di oggetti aggregabili in grado di dialogare tra di loro all’interno di ambienti privati e collettivi. Con la collezione di sedute Flow di Jean Marie Massaud (2007) si apre una nuova epoca di prodotti che mantengono, sì, le istanze di leggerezza, semplicità, qualità e innovazione, ma che comunicano anche una dimensione emozionale ed espressiva. Vengono così introdotti il legno e i tessuti imbottiti e trapuntati che ‘ammorbidiscono’ la medesima ricerca d’innovazione.

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Flow è infatti un sistema aperto di sedute con scocca unica in policarbonato diversamente attrezzabile da porre su otto possibili basi, ottenendo molteplici combinazioni. Nell’ottica di un’estetica più contemporanea vengono riletti due evergreen di MDF Italia: Minima e Lim. Le versioni 3.0 di Fattorini+Rizzini+Partners insieme al Centro Progetti MDF Italia introducono, nel caso di Minima, il colore sulla struttura e sul sistema di contenitori aggiungendo anche nuove essenze; mentre Lim si veste di inedite finiture come la ceramica lucida, opaca o satinata Corten (lastre fino ad ora utilizzate solo in architettura) e il nuovo materiale Fenix Ntm. MDF Italia punta a un mercato internazionale, non elitario ma acculturato, da coinvolgere direttamente attraverso i canali b2c o attraverso i progettisti. Per perseguire questo fine, scommette su soluzioni di arredo flessibili, polivalenti e trasversali. Con Vita, il sistema modulare a giorno composto da elementi quadrati con mensole e contenitori ad anta (design Massimo Mariani), l’azienda è stata tra i primi a realizzare un’applicazione web che consentisse all’utente finale di progettare la propria configurazione, poi trasmissibile come ordine o preventivo di costo. Intenta a cogliere i segni del cambiamento globale, interpretare e anticipare gli stili di vita, MDF Italia è oggi impegnata in significativo piano industriale per lo sviluppo dell’impresa che, tra le altre iniziative, vedrà nel corso del 2015 l’accentramento di tutte le unità nella nuova sede di Mariano Comense.


In alto a destra: la libreria Minima 3.0, design Fattorini +Rizzini+ Partners, rilegge un’ icona e best seller di MDF Italia: Minima, premiata con la Menzione d’Onore al XVIII Compasso d’Oro ADI. Minima 3.0 abbandona la severa immagine dell’alluminio con l’eleganza del bianco e del nero e la brillantezza dei colori nei contenitori a giorno. “Come tu mi vuoi” è lo spirito della poltroncina Mia, design Francesco Bettoni, pensata per accogliere qualsiasi rivestimento e giocare con il colore dei profili Accanto: Mamba, design Victor Vasilev, è una nuova tipologia di complemento di arredo che interpreta il tradizionale scrittoio adattandolo ai nuovi strumenti di comunicazione e agli spazi abitativi sempre più ridotti. La mensola/scrivania pensile è realizzata in Cristalplant, materiale tecnologicamente avanzato che MDF Italia ha utilizzato per prima nel settore per il tavolo Stable.

I tavoli Robin, design Fattorini +Rizzini+ Partners, ripropongono l’archetipo del tavolo, valorizzandolo con un’innovativa finitu a in cemento. Il materiale viene applicato manualmente sul top e sulle gambe con lo stesso procedimento con cui si trattano le superfici in a chitettura.

60 Anni Years interni / 325


unOpiù, la storica azienda italiana nata nel viterbese nel 1978 famOsa per i suOi catalOghi e per gli arredi di grande qualità prosegue la sua escalation confermandosi la numero uno nel settore e ampliando costantemente le sue offerte di prodotto e di servizio

Versione ad angolo di Welcome. Nella linea modulare Welcome, i listelli di teak della struttura sono curvati a vapore secondo un’antica lavorazione artigianale. La struttura è in teak con piedini in alluminio. Cuscino: sfoderabile in acrilico 100% Tempotest bianco grezzo. Le sedute Welcome possono essere personalizzate scegliendo fra le oltre 30 combinazioni di tessuti e colori della collezione di cuscini Colour Collection e Jolly.

leader in Outdoor

U

nopiù è una storia di successo atipica ma vincente, nata quasi per gioco, sorretta da una grande passione. Corre l’anno 1978 e due soci nati e cresciuti nel viterbese, terra storicamente legata al giardino, uniti dal comune amore per gli spazi aperti si mettono insieme con un’idea forte: creare una serie di arredi e strutture – soprattutto strutture, una curiosità che pochi conoscono – per arredare quello che oggi universalmente chiamiamo outdoor. Con la stessa eleganza e cura che fino ad allora era appannaggio esclusivo dell’interno della casa. Non basta. L’idea era interessante, ma da sola non spiega un boom così clamoroso. Il successo nasce anche grazie al metodo ovvero al tipo di commercializzazione. Siamo negli anni ’80, tutti ricordano i grandi cataloghi di vendita per corrispondenza. Unopiù inventa così una novità assoluta: la vendita da catalogo per l’arredamento da esterno. Nasce quello che per certi versi è un oggetto di culto: il Catalogo Unopiù.

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Seppur rimanga per anni lo strumento principe di vendita, negli anni ’90 Unopiù intuisce rapidamente il cambio di costume che muterà il processo d’acquisto e comincia ad aprire una ramificata rete commerciale di negozi monomarca. Dapprima in Italia e poi all’estero. Grazie a questa scelta Unopiù diventa un marchio universale ben noto in Italia e in Europa a chiunque sia interessato ad arredare con stile, gusto, eleganza e versatilità uno spazio esterno. Oggi il mondo è cambiato con tale velocità che 30 anni sembrano secoli. Unopiù da piccola realtà artigiana locale è una multinazionale ben nota nel settore arredo e design d’alta gamma. I suoi negozi monomarca di proprietà sono 29, tutti suddivisi tra Italia, Francia, Spagna e Germania, molti appena ristrutturati con un concept all’avanguardia e situati in location di pregio come a Parigi, Roma, Milano, Cannes, Amburgo, Madrid, Francoforte, Brescia, Bologna, Napoli.


Sopra, lettini della collezione Capri in fib a lavorata da artigiani decoratori che gli conferiscono un aspetto vintage. Struttura in alluminio. Rivestimento: fib a sintetica Waprolace intrecciata a mano. Sotto, le cover di tre cataloghi Unopi첫: da sinistra, 1982, 1992, 2014.

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La vetrina dello showroom di Unopiù a Milano, in via Pontaccio, nel cuore del Brera District.

A sinistra, il divano Les Arcs: un’esclusiva combinazione di materiali unisce la solidità del teak alla morbidezza del tessuto con cui si rivestono gli schienali. La struttura è in teak e tubolare di alluminio. Il rivestimento del tubolare è in fib a acrilica 100% Tempotest di colore caffè greige, blu mare. Cuscino: bianco grezzo, fango. La collezione Les Arcs può essere personalizzata scegliendo fra le oltre 30 combinazioni di tessuti e colori della collezione di cuscini Colour Collection e Jolly. Sotto, il tavolo e la sedia sempre della collezione Les Arcs, allungabile, dal design organico.

A questi si sono affiancati molti partner come rivenditori ma sopratutto come franchising che hanno deciso di investire passione ed energie nel marchio Unopiù: in poco più di due anni hanno aperto a Casablanca, Cosenza, Messina, Ile de La Reunion, Montpellier, Lubiana, Zagabria, Belleville sur Vie e sempre crescenti sono le attenzioni di futuri partner. Il prodotto nel frattempo si è evoluto così come i materiali ma l’unicità di Unopiù resta: una scelta tra oltre 2.000 articoli tra strutture e arredi da esterni, tutti creati con materiali di pregio, sia di stile contemporaneo orientato al design sia di stile più classico che strizza l’occhio alla tradizione rivisitata. Fino ad arrivare all’invenzione di novità assolute, come ad esempio Shibuya, una creazione destinata a rivoluzionare il concetto stesso di struttura per l’outdoor tanto da essere stata brevettata da Unopiù. Il design è di Ferruccio Laviani e c’è chi dice sia un’idea semplice quanto geniale: la prima pergola con le ruote, estensibile e mobile. Una pergola da vivere ogni giorno in spazi differenti! Insieme a Shibuya tante altre le proposte 2014, in materiali e stili diversi: dalla fibra intrecciata alla corda ‘vintage’ per esterni, dal ferro zincato in vari colori a oltre 40 cuscinerie uniche per trama e colore, tutte disponibili on demand. E il Catalogo?

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Seppur la vendita per corrispondenza esista ancora – in modo più semplice e veloce su internet, Unopiù ha 4 siti e-commerce – il Catalogo rimane uno dei punti di forza dell’azienda per trasmettere la sua immagine, le sue idee, il suo gusto alle persone appassionate. In particolare la versione 2014 non è più un catalogo di vendita per corrispondenza ma quasi una rivista d’arredamento con foto da sogno, reportage, suggerimenti. Il consiglio? Conservarlo in libreria, anno per anno.


Shibuya, disegnata da Ferruccio Laviani, rivoluziona il mondo delle strutture introducendo il concetto di dinamismo. È una pergola composta da due unità cubiche in grado di offrire differenti gradi di mobilità e flessibilità adattandosi alle diverse esigenze di una giornata trascorsa all’aperto. La versione autoportante mobile è dotata di ruote di diametro cm 7,5 adatte a un suolo pavimentato, o ruote di diametro cm 12,5 adatte a terreni sconnessi e manti erbosi.

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Promising Zeroes testo e icone di/text and icons by Beppe Finessi

C

osa è successo tra il 2004 e il 2014? Semplicemente è cambiato il mondo, e con lui anche quello del design. Sono scomparsi, anno dopo anno, molti dei grandi maestri, quelli che insieme ai mitici imprenditori avevano realizzato i fondamentali di questa grande storia. Si sono rese evidenti le nuove traiettorie, quelle disegnate da “nuovi maestri” (Morrison, Newson, Campana, Grcic, Bouroullec, Lovegrove, Jongerius, Fukasawa, Charpin, Guixé, Tokujin, Ulian, …) che hanno saputo, ognuno con un linguaggio proprio e originale, costruirsi identità autonome. E soprattutto è cresciuta una nuova generazione di progettisti (formatasi nelle Scuole di Design e non più nelle Facoltà di Architettura come sempre era accaduto in passato, luoghi come la Design Academy Eindhoven, il Royal College of Art, l’École Cantonale d’Art de Lausanne-Ecal) che ha spiegato al mondo intero che può sempre esistere un altro modo di fare le cose, che i limiti (economici o strutturali) possono essere una ricchezza e uno sprone per una partenza diversa, che non esiste solo la grande industria e che i piccoli numeri di produzioni sostanzialmente artigianali sono comunque significativi, che il computer è uno strumento meraviglioso e che la rete è un socio complice e forte all’interno della propria “impresa”, che un atteggiamento libero e aperto verso l’arte può dare ossigeno alle proprie azioni, e che anche il modo di presentare i propri progetti (con attenzione all’immagine, alla fotografia, alla grafica, alla mise en scène) è un aspetto doveroso, significativo, oggi fondamentale. E mentre solo ieri avevamo visto il gigante Ettore Sottsass consegnarci lo struggente testamento di una maschera commovente (e Giulio Iacchetti immaginare da zero un progetto per la grande distribuzione e capitanare una squadra di bravi designer italiani che poi sarebbero diventati autori di riferimento, Hella Jongerius proporre linguaggi e forme nuove dentro l’azienda –Vitra– che più di tutte

disegna il futuro che davvero abiteremo, Giovanni Levanti riscrivere con un sorriso lieve la storia del mobile imbottito, Fabio Novembre distillare la sua visione del mondo in una collezione di vassoi che sono un biglietto da visita delle bellezze del nostro paese, Francisco Gomez paz e paolo Rizzatto arrivare a un capolavoro che illumina e amplifica flussi luminosi sopra le nostre teste, Ernst Gamperl immergersi nel suo “presente artigiano” e tornire vasi resi poi irregolari e deformi dalla loro stessa natura, Matteo Ragni mostrare come poter riconvertire piccole realtà produttive partendo da buone idee e dal saper fare, Luca Nichetto tradurre in una sedia proprio riuscita sensazioni e visioni che l’avrebbero poi portato lontano), oggi è bello registrare nuovi autori, nuove stelle, nuovi modi, più liberi e disincantati, e ascoltare le voci sofisticate dei Formafantasma che costruiscono oggetti come fossero in cucina, e di Martino Gamper che taglia e assembla mobili di recupero con sintassi e linguaggi tra il bricolage e Allan Wexler, Francesco Faccin che dei suoi maestri Mari e De Lucchi ha preso il meglio alimentando con il loro verbo una propria maestria da sublime ebanista, Maarten Baas che, dirompente e impertinente, ha dato fuoco – letteralmente – a ogni precedente certezza, facendoci vedere un altro abaco di materiali possibili, Susana Soares che partendo da altre discipline pensa al futuro del pianeta ponendosi problemi realmente fondamentali tra ecologia e tecnologia, Yoshioka Tokujin e Nendo che da est hanno portato nuove luci, forse più pure, e Scholten & Baijings e Doshi Levien che rinnovano le belle storie di coppie che già Charles e Ray Eames, Lella e Massimo Vignelli e Afra e Tobia Scarpa avevano praticato, e Tomás Alonso che spiazzante nella sua libertà e nella sua intelligenza costruttiva, oltre che nel suo gusto perfettamente allineato a quello dei suoi coetanei “giusti”, sta già al tavolo di chi conta davvero.

60 Anni Years interni / 331


2007, maschera/mask Sto meditando, Ettore Sottsass, Galleria Clio Calvi.

the LatesT Icons 2008, Molletta per bucato/ Clothespin, Giulio Iacchetti, Coop.

2011, Vaso in legno/Wooden vase, Ernst Gamperl.

2009, vassoio/tray 100 piazze, Palmanova, Fabio Novembre, Driade.

2010, sedia/chair Robo, Luca Nichetto, Offecct.

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2009, lampada/lamp Hope, Paolo Rizzatto & Francisco Gomez Paz, Luceplan.

2011, occhiali in legno/wooden eyewear 204 Bee-eater, Matteo Ragni, W-eye.

2010, Spun Chair, Thomas Heatherwick, Magis.

2007, seduta/seat Gobbalunga, Giovanni Levanti, Campeggi. 2006, The worker chair, Hella Jongerius, Vitra.

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“Cosa è veramente necessario progettare oggi? La struttura della percezione delle cose e del cibo” Marti Guixé

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“It’s only architecture but I like it!” Piero Lissoni

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Ut wisi enim ad minim veniam, quis nostrud exerci tation ullamcorper suscipit lobortis nisl ut aliquip ex ea commodo consequat.quis nostrud exerci tation ullamcorper suscipit lobortis nisl ut aliquip ex ea commodo consequaUt wisi enim ad minim veniam, quis nostrud exerci tation ullamcorper suscipit lobortis nisl ut aliquip ex ea commodo consequat.quis nostrud exerci tation ullamcorper suscipit lobortis nisl ut aliquip ex

Arte

Marina ` Abramovic di Germano Celant

Nell’arco di un secolo, tremila tipi di linguaggi, parlati nel mondo, sono destinati a sparire, poiché molti, come l’Eyak in Alaska e l’Athabascan nel territorio Yukon, sono mantenuti in vita da pochi individui o da una singola persona anziana, e quindi destinati ad estinguersi.

Presso l’ex-capannone industriale dell’Hangar Bicocca (Milano, viale Sarca 336), oggi fascinoso spazio per l’arte contemporanea, sino al 14 maggio (e, perciò, anche durante la Settimana milanese del design) è in programma Balkan Epic,‘personale’ dell’artista jugoslava Marina Abramovic, di cui vediamo qui sopra la stampa fotografica Breasts No. 2, 2005 (courtesy Sean Kelly gallery, NYC), tratta da Balkan Erotic Epic -una delle sei video installazioni realizzate tra il 2001 e il 2003 che insieme a Balkan Baroque, The Hero, Count on Us, Tesla Urn, Nude with Skeleton, costituiscono la mostra.

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340 / Promising Zeroes - 2004-2014

aprile 06 INTERNI


Esterni e interni formano un tutt’uno, nelle porte che rappresentano tortuosi profili e nelle finestre che si ritagliano a forma di occhi per guardare nasi e bocche stilizzati: il disegno dei personaggi illusori che abitano nella dimora.

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nterni

interni

Zoe, di Lievore Altherr Molina per Verzelloni, poltrona e pouf imbottiti di palline di polistirene espanso, rivestimento in pelle Elegant pieno fiore con trattamento superficiale all’anilina a effetto lucido.

bentley finds a home / 51

January-February 2014

Sullo sfondo: piastrelle in cuoio lavorato in botte, stampato croco, dalla collezione Superfici di Devon&Devon e piastrelle in cuoio colore arancio conciato al vegetale della collezione Aria di Linea Cuoio.

bentley finds a home / 51

January-February 2014

Repertorio

Tendenza

pelle

Left , the Chiara Lamp by Fendi C as a, with brushed bra ss finish and f abriC shade in anthra Cite gra y aba Ca fiber. di Katrin Cosseta right , det aiLs of the Crafting L’imbottito -ma of furnishings f or fendi C as a, anche il mobile e aLterna ted with produC t s from il complementoriscopre la the new Co LLeCtion: from the t op, ricchezza the smith ha sensoriale ssoC ks with ve Lvet di pelle cuoio. Covering in soft e hue s t o Combine Una scelta and Contemporar estetica che LefttraditionaL , the Chiara Lamp by Fendi C asya, spazia dalla st yLe;bra thedel Love sea t with brushed ss finish neutralità from the shade s abrina Line , Combining cuoio naturale and f abriC in anthra Cite gra y estremi del maximum C omf oragli t with taiLor-made aba Ca fiber. bianco e nero. w right orkmanship ; the treviCrafting div la an, , detAttraversando aiLs of the gamma cromatica in the new se CtionaL version, deifrossi degli of furnishings orefendi C as a, aranci, enhanCed b with y a tabLea Crafted aLterna ted produCudi t s from tiny LLeCtion: wespressione oven ribbons: here massima attualità thewith new Co from the t op, di unismateriale the Co vering in iC e-CoLor the smith ha ricco ssoC with che ve Lvet diks storia, meLange abriC . Covering in softconcentra hue s una t o fCombine

L’

Italia vanta tre distretti industriali dedicati alla lavorazione della pelle per moda e arredamento: Chiampo e Arzignano nel vicentino, Solfora (Avellino) e S. Croce all’Arno (Pisa). Quest’ultimo rappresenta un riferimento mondiale per la produzione di pellame di alta qualità conciato al vegetale, ovvero con l’utilizzo di tannini di origine vegetale anziché mediante sali di cromo, metodo di concia più diffuso. Cultura, tradizione e qualità di questo prodotto vengono da oltre 10 anni protetti, certificati e divulgati dal Consorzio Vera Pelle Conciata al Vegetale che fa capo a una trentina di concerie 94

Baldo, di Vittorio Prato per Valdichienti, divano angolare con cuscini in tessuto e base, fianchi e schienali in pelle conciata al vegetale stampata croco.

“Più cose faccio, meno sembrano appartenere a uno stle specifico. Penso sia il punto di partenza fondamentale per realizzare qualcosa che arrivi all’essenza”

Bali, poltroncina disegnata da Carlo Colombo per Poliform su base in metallo cromato, rivestimento in pelle naturale conciata al vegetale.

tutta traditionaL qualità and Contemporar y italiana di lavorazione. st yLe; the Love sea t from the s abrina Line , Combining maximum C omf or t with taiLor-made w orkmanship ; the trevi div an, in the new se CtionaL version, enhanCed b y a tabLea u Crafted with tiny w oven ribbons: here the Co vering is in iC e-CoLor meLange f abriC .

Tavolo da pranzo di Fendi Casa by Club House Italia su base in metallo cromato e piano rivestito in pelle stampata croco. 100

Maarten Baas

novembre 06 INTERNI

toscane, fornitrici di alcune tra le massime aziende operanti nel settore design: B&B Italia, Baxter, Cassina, Flexform, Giorgetti, Matteograssi, Misuraemme, Poliform, Poltrona Frau, Zanotta, solo per citarne alcune. La pelle conciata al vegetale, destinata al top di gamma, associa, a un evidente fattore ecologico (le materie prime sono scarti della macellazione e della lavorazione del legno) pregi estetici, che hanno un sapore di unicità, quali morbidezza, resistenza, profumo, capacità di assorbire le tracce del tempo trasformandole in “carattere vissuto”. Un forte valore aggiunto emozionale di cui oggi il design ha bisogno.

novembre 06 INTERNI

FuoriSalone 2006

Progetto design

Forma e materia

Piena o testurizzata, lasciata a nudo o valorizzata da colori e finiture speciali, scolpita in forme grafiche e plastiche o lavorata con gesti primitivi, la materia si riconferma fonte di ispirazione per progetti di grande suggestione.

Stefano Giovannoni

Icone della modernità di Cristina Morozzi

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Stefano Giovannoni in due parole? Il designer dei best seller. La pentola Mami è l’oggetto di maggior successo di Alessi; la famiglia Girotondo, disegnata nel 1989 per la stessa azienda, ha venduto oltre sei milioni di pezzi; lo sgabello Bombo, progettato per Magis nel 1996, ha fatturato oltre 50.000.000 euro ed è in assoluto uno dei prodotti più venduti e più copiati nel mondo.

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hi non lo capisce e, forse, lo invidia, definendolo il designer dei “puffi”, non sa che dietro i suoi successi di mercato c’è una precisa formazione culturale e un pensiero lucido, ai limiti del cinismo. I suoi prodotti si vendono non per caso, ma perché sono stati disegnati con la precisa intenzione di essere di design industriale, quindi di vendita. Quale è il suo segreto al di là di un ‘carisma espressivo’ che ha avuto in sorte, difficile da rendere formula? I suoi denigratori argomentano che ha successo di pubblico, perché ha trasformato il design in gadget. E se così fosse, che male c’è a rendere più umano, magari ludico, un utensile domestico? Lo sgabello Bombo, che non è certo un gadget, ma un funzionale sgabello da bar, che ha avuto successo anche perché ha colmato una lacuna tipologica, dimostra che il consenso non dipende solo dalla gadgettizzazione. Forse Giovannoni fa vendere, perché a differenza di molti suoi colleghi che paiono interessati a dare forma ai fantasmi del proprio immaginario, o a rendere tridimensionali teorie astratte, si pone il problema di cosa potrebbe volere la gente. Perché sta con i piedi per terra e non sospeso a mezz’aria con la testa persa nelle nuvole fumose della disciplina, industriandosi a dare modernità alle forme semplici e alle linee archetipe per creare prodotti “immanenti, cioè caratterizzati da un rassicurante realismo”.

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342 / Promising Zeroes - 2004-2014

giugno 06 INTERNI


Su uno dei due soppalchi del capannone pavimentati in teak, come un grande tronco tagliato, con la forma dell’isola di Capri, trova posto il tavoloscrivania che Fabio Novembre si è disegnato per sé, realizzato in radica e mosaico prodotto da Bisazza. Attorno ad esso numerose Panton Chair di Verner Panton prodotte da Vitra e sul fondo seduta Smorfia di Gaetano Pesce prodotta da Meritalia. Sulla postazione di lavoro di Fabio Novembre campeggia un grande serpente metallico realizzato a quattro mani dallo stesso Novembre con Tom Dixon.

Architetture d’Interni

Architetture d’Interni

Il giardino dell’Eden “La casa più bella del mondo” per Fabio Novembre si trova a Milano, in una serie di piccoli capannoni dedicati in origine al deposito e allo stoccaggio della frutta, afferenti all’area dell’ex verziere. Lì, trasformata la casa del custode nella propria abitazione, restituiti i padiglioni dalla classica copertura a shed alla nuova funzione di atelier e studio, adattata la portineria a padiglione per gli ospiti, connettendo e uniformando realtà differenti sul piano volumetrico e tipologico, Novembre ha realizzato il proprio sogno: il disegno di un’architettura onirica in cui ogni segno assume una funzione simbolica intorno ad una corte-enclave.

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aprile 06 INTERNI

progetto e testo di Fabio Novembre foto di Alberto Ferrero

Il cortile interno su cui affaccia sia la residenza che il capannone (destinato a studio) è stato interamente lastricato riutilizzando cordoli ed antiche lastre di beola a spacco. Per creare un senso di continuità visiva e materica, lo stesso materiale attraversa la soglia vetrata, ricoprendo l’intera superficie della cucina. La facciata dell’abitazione rivestita di mosaico prodotto da Bisazza disegna la chioma di un albero sul cui fusto/pilastro, anch’esso rivestito di mosaico, la casa ‘poggia’.

INTERNI aprile 06

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60 Anni Years interni / 343


Il tema centrale

Esclusivamente

Fantasia e tecnologia gli ingredienti per trasformare superfici e oggetti in elementi d’arredo unici; un singolare binomio che esorta le menti più fantasiose a inventare e riprodurre, attraverso immagini in digitale, decori personalizzati – qui ispirati dalle sedute – tali da conferire all’ambiente uno stile esclusivo.

personale

di Nadia Lionello foto di Miro Zagnoli

Miss Lacy, poltroncina con scocca in fusione d’acciaio inox con motivo floreale, disegnata da Philippe Starck per Driade. Pannello in print Hpl con decoro personalizzato realizzato con stampa in digitale da Abet Laminati. Green Kilim, tappeto della collezione di pezzi unici Carpet Reloaded prodotti da Golran; è realizzato con lane antiche tessute a mano con fibre vegetali nella misura di cm 311x251. Architetture d’Interni

Architetture d’Interni

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Il mondo

delle macchine progetto di Coop Himmelb(l)au foto courtesy Bmw Ag testo di Michelangelo Giombini

novembre 07

INTERNI

Nelle immagini, dettagli del ‘doppio cono’, l’elemento più notevole, visivamente e tecnologicamente, del Bmw Welt: la superficie è costituita da lamiera perforata in acciaio e vetro temperato in triangoli tutti diversi tra loro per dar forma alla torsione del volume. In questa pagina, in basso: l’interno del ‘doppio cono’ con la rampa a spirale.

A Monaco, nel suo luogo di nascita, Bmw ha costruito un nuovo grande edificio, futuristico e multifunzionale. Progettato dagli austriaci Coop Himmelb(l)au, è concepito per celebrare il marchio in maniera multimediale enfatizzando lo stato dell’arte della produzione del colosso tedesco.

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dicembre 07

INTERNI

344 / Promising Zeroes - 2004-2014

INTERNI dicembre 07

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Repertorio

Il tema centrale

Rosso lacca e nero profondo. Giunco e bambù. Porcellana e decori come antiche miniature cinesi. Forme rigorose ammorbidite dalla grazia della leggerezza. Pensando all’Oriente

Il tema centrale

Da sinistra: Octopus, tavolino con struttura in metallo verniciato e piano in legno, disponibile in vari colori, disegnato da Carlo Colombo per Arflex. Forest, lampada da terra realizzata con un intreccio di filo sintetico bianco, disegnata e prodotta da M+K Design. Intersection, tavolino in lamiera di alluminio fresata e piegata, verniciata con polvere epossidica, disegnato da Cory Grosser per MDF. Latva, appendiabiti in metallo verniciato con polvere epossidica, disegnato da Mikko Laakonen per Covo. Grand Mary, vaso luminoso per esterni realizzato in polietilene con motivo a spirale inciso, disegnato da Marc Sadler per Serralunga. Location: installazione di Markus Benesch presso Jannelli&Volpi.

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Mobili in rete

Design Oriente(d)

di Ravaioli Silenzi Studio foto di Gionata Xerra

Un segno sottile come un filo disegna a contrasto nuove forme e inventa volumi inaspettati.

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di Katrin Cosseta

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Milano Capitale del Design® 2007

ottobre 07 INTERNI

INTERNI ottobre 07

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marzo 07 INTERNI

Il tema centrale

Aretè, poltroncina (brevettata) con struttura in tubolare d’acciaio cromato, con seduta in rete di cuoio con cuscino imbottito in poliuretano, disegnata da Franco Poli per Matteograssi. Mattia Maj, portiere dell'under 19 dell'Hockey Club Junior Milano Vipers.

“Fare design significa creare il futuro” Tokujin Yoshioka INTERNI luglio-agosto 07

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INTERNI giugno 07

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Il tema centrale Il tema centrale

Dalla collezione Canasta, poltrona, nella versione con schienale alto, realizzata con nastro di polipropilene, bianco o bronzo, intrecciato. Cuscini rivestiti in tessuto per esterno. Design Patricia Urquiola per B&B Italia. Manichini di La Rosa, occhiali da sole Persol.

Dalla collezione Re-Trouvè, poltroncina con schienale alto, con struttura in tondino prezincato a caldo, sedile in tubolare d’acciaio e lamiera stirata. Cuscino nelle versioni seduta/schienale o solo seduta. Design Patricia Urquiola per Emu.

INTERNI luglio-agosto 08

Intrecci

Outdoor di Nadia Lionello foto di Efrem Raimondi

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INTERNI luglio-agosto 08

Progetto design

L’Opinione

Realizzata in materiale plastico pieno e colorato, Tropico di Foscarini mette in evidenza l’aspetto decorativo della struttura che l’utente compone mediante l’aggancio di un unico elemento a una serie di cerchi metallici (pagina accanto).

Giulio Iacchetti

Luce come struttura di Maddalena Padovani foto di Massimo Gardone

Ottenuta dalla ripetizione di un unico elemento, Tropico è la nuova lampada di Foscarini che richiama le sfaccettature modulari dei vecchi lampadari di Murano ma introduce un innovativo concetto funzionale: quello del corpo illuminante realizzabile ad hoc secondo le esigenze spaziali.

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ottobre 08 INTERNI

L’Opinione

Il progetto Lotus di Zaha Hadid Architects alle Corderie dell’Arsenale.

Vacanze

veneziane

Uno dei problemi storici della Biennale di Architettura di Venezia è sempre stato quello di doversi muovere tra due opzioni: presentare le più importanti opere realizzate nel biennio, come la Biennale di Dejan Sudijc del 2004, oppure organizzare una grande mostra tematica come l’attuale edizione curata da Aaron Betsky.

INTERNI novembre 08

di Andrea Branzi foto di Sergio Pirrone

Nel primo caso ne risulta una mostra che

in qualche modo riproduce le modalità di una normale rivista di settore; nel secondo caso occorre che il tema corrisponda a una tendenza in corso, poco conosciuta ma di rilevanza generale; oppure che tale tema venga istruito e comunicato per tempo a un numero selezionato di progettisti in grado di essere stimolati da quella problematica. Questa era anche la formula di funzionamento della Triennale di Milano, che proponeva scenari evolutivi su cui i progettisti invitati si impegnavano.

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Architetture d’Interni

Architetture d’Interni

L’area d’ingresso: alla voliera in legno, ai quadri di Luciano Bartolini e Richard Texier si affianca la figura di un obelisco in plexiglas, progetto di William Sawaya per una esposizione sul linguaggio dei segni. In basso, vista esterna dell’edificio oggi, con il dettaglio architettonico dell’arco di raccordo tra i due corpi del fabbricato.

Nella Cá Brütta

progetto di William Sawaya, studio di progettazione Sawaya & Moroni lighting consultant Herbert Resch/Zumtobel foto di Armando Bertacchi testo di Matteo Vercelloni

A Milano, nella Cá Brütta (1922), capolavoro del Novecento milanese progettato da Giovanni Muzio, un intervento di restauro pensato come un aperto confronto tra storia e segno contemporaneo scritto da William Sawaya. Sensibilità e convinzione, per riportare in luce le qualità dell’abitazione occupata un tempo dall’autore dell’architettura che l’accoglie. 2

INTERNI

aprile 08

aprile 08

Architetture d’Interni

INTERNI

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Progetto design

Progetto design

Cerca di dare forma alla luce che è impalpabile. Non crea oggetti, ma atmosfere. Rischiara il buio senza violare il suo mistero. È un poeta della luce, ma anche un imprenditore, da oltre quarant’anni a capo di un’azienda. Lavora con passione per dimostrare che le logiche della produzione possono convivere con la libertà della creazione.

Ingo Maurer

Progettista di magie testo di Cristina Morozzi foto di Tom Vack

INTERNI

È

felice e gli brillano gli occhi turchini perché Luccellino, la sua lampada da tavolo creata nel 1982, è stato scelto da una commissione costituita da Italo Lupi, Alessandro Mendini e Matteo Vercelloni per il concorso Pulchra, le cose più belle del mondo. Luccellino potrebbe essere tra i dieci oggetti vincitori che saranno consegnati all’eternità, interrati in un parco dentro una capsula di metallo. È felice che questa lampada possa appartenere all’invisibile museo della bellezza che sarà segnalato solo da una sorta di pietra tombale in mosaico. Nella sua collezione Lucellino, un oggetto con le ali, rappresenta l’essenza della luce: la leggerezza. “La luce” dice “non si può toccare, non ha sostanza, per questo cerco di essere leggero. Offrire sensazioni: questo il mio obiettivo”. Non gli interessa raccontare storie, piuttosto suscitare emozioni e materializzare sogni. Il suo linguaggio non è prosa, ma pura poesia. Le sue creazioni sono elegie di luce per rendere più umano il mondo che si sta disumanizzando, per restituirgli odori e sapori. Dietro il disegno delle sue luci spera si colga la persona: la sua capacità di sorprendersi, di essere ancora infantile, anche se ha i capelli bianchi. Auspica che si colga il suo desiderio di accettare sempre 74

maggio 08 INTERNI

Opera luminosa per l’installazione Rockhal, EschBelval, Lussemburgo, aprile 2007. Accanto, L’Eclat Joyeux, versione speciale della lampada Porca Miseria! in cocci di porcellana, 2005.

INTERNI maggio 08

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60 Anni Years interni / 347

aprile 08

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Il tema centrale Da sinistra, Trattoria, sedia in massello di faggio con sedile e schienale in policarbonato colorato trasparente, di Jasper Morrison per Magis. Gina, lampada da terra con struttura in metallo rivestita in tessuto spalmato elasticizzato di De-Signum per Tronconi. Illusion, tavolino in acciaio laccato con piano asportabile, di Minna Niskakangas per Covo. Talea, vaso vetro soffiato di Murano, lavorato a mano con tecnica a canne in 99 esemplari, di Emmanuel Babled per Venini.

Il tema centrale

Ceramica

a 360°

Set ispirati dalle cromie pittoriche dei quadri futuristi: rappresentazioni fotografiche in cui il vero elemento dinamico è il colore. Arredi blu, rossi, verdi, gialli raccontano e interpretano una nuova primavera. di Nadia Lionello foto di Miro Zagnoli

Futurcolors

a cura di Nadia Lionello

Ha la forza di sollecitare la fantasia di chi progetta e di chi la utilizza. Oggetti e piastrelle i soggetti migliori: rifiniti a mano, decorati al laser o in digitale ne dichiarano l’illimitata originalità.

Il tema centrale 62

dicembre 09 INTERNI

A sinistra, Boom, tavolini in resina poliuretanica con finitura laccata, di Todd Bracher per Serralunga. Sotto, Loto, tavolino con piano in vetro temperato a liste bianche vetrificate a caldo e struttura in alluminio anodizzato curvato e Ninfea, seduta impilabile in polipropilene stampata a iniezione e gambe in alluminio, di Raffaello Galiotto L’incontro per Nardi. Nella pagina accanto, poltrona con tavolino della collezione Slim Line di Jean-Marie Massaud, realizzata da Dedon, in edizione speciale di 1984 esemplari, in fibra plastica ecologica intrecciata a mano con motivo D.D.C Marseille, con cuscini rivestiti in tessuto acrilico sfoderabile. Tutte le piastrelle in queste pagine sono prodotte da F.lli Fratantoni in bicottura, decorate a mano riproducenti Qui sopra: undisegni ritratto di Gillo Dorfles. dell’antica A destra: Eames Elephanttradizione del 1945, una riedizione Vitra ceramica siciliana. in plastica.

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luglio-agosto 09 INTERNI

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aprile 09 INTERNI

INTERNI maggio 09

Gillo

Dorfles Ormai vicino al traguardo del secolo, mantiene lo stupore e la curiosità insaziabile per ‘i modi e le mode’ contemporanee. Non esiste ambito della creatività che non sia indagato dal suo occhio acuto e preveggente, costume che non sia oggetto delle sue appassionate indagini, mania o debolezza che non sia fustigata con arguzia. Frequenta tutte le arti. Ne conosce storia e percorsi. Le traversa, stabilendo connessioni, paralleli e incroci. Spazia dalla teoria all’aneddotica. Sorvola, alleviando le pesantezze teoriche con la leggerezza della sua acuta ironia. Scandaglia il quotidiano in ogni angolatura, facendone palestra di molte sue riflessioni.

testo di Cristina Morozzi

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60 Anni Years interni / 349


interni

LE SCATOLE DEL PENSIERO / 83

aprile 2010

Paol o Veclani interpret a oki Sa t o , f ond at ore del gruppo nendo , con i proget ti: cord-chair, sedia in a cero e met al l o, per Maruni (2009); corona , mappamondo in met al l o e c ar ta, per Watanabe ky ogu ; Bl o wn-f aBric , lamp ade pro t otipo per la mos tra t okio fiBer sensew are (triennale milano 2009); cuBo , por tarivis te in schiuma poliuret anic a vernicia ta, per arketiPo (no vit à 2010). “la sc at ola del pensiero É un l uogo in cui il crea tiv o istintiv amente si rifugia , materializzando l ’ essenzialit à di milioni di emo zioni, stimoli e visioni che fl ut tu ano senza tempo nel suo pensiero . non ho vol ut o chiudere quest a sc at ola , perchÉ essa non ha confini sp azio temporali. il la voro dei nendo trasmet te essenzialit à, perfezione , le ggerezza , sintetizzando il fl usso emo zionale che si libra nel la grande sc at ola del pensiero” .

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“Le piccole idee sono sempre le migliori, e si nascondono nella quotidianità di tutti i giorni” Nendo c_In601_R_56_61_tessuti.indd 57

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aprile 2010 Intern I

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novembre 2010 Intern I

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L’uno si DeFinisce un designer industrioso, L’aLtro un progettista di pensieri. iL primo prenDe atto Di un modo nuovo di produrre e Di creare bisogni, iL seconDo creDe ancora nei sogni e neLLa poesia DeL lavoro dei maestri. a entrambi triennale Design museum ha DeDicato una mostra personaLe, mettenDo in paraLLeLo Le espressioni Di Due diverse generazioni DeL progetto itaLiano

oDoarDo Fioravanti

di Maddalena Padovani

L’

Intern I novembre 2010

V S

idea forse un po’ azzardata di mettere a confronto due personaggi così diversi – il ‘maestro’ Marco Ferreri e il ‘giovane’ Odoardo Fioravanti, due progettisti che, almeno per ragioni anagrafiche, occupano ruoli molto differenti nel panorama del design italiano – nasce in occasione dell’inaugurazione quasi contemporanea delle mostre personali a loro dedicate dalla Triennale di Milano. Per Ferreri si tratta di un’importante antologica (Progettarepensieri, a cua di Silvana Annicchiarico, 6 ottobre - 6 gennaio 2011), volta a documentare 35 anni di attività dell’architettodesigner-grafico-artista che i critici definiscono il passaggio chiave tra le generazione dei Maestri e la Nouvelle Vague italiana. La rassegna di Fioravanti (Industrious Design, 22 settembre – 24 ottobre 2010) è certo più piccola, ma non per questo meno importante per il designer che in soli cinque anni di libera professione ha saputo distinguersi tra i nomi nuovi del progetto italiano. Tanto che Silvana Annicchiarico l’ha scelto per aprire il secondo ciclo di mostre sui giovani ospitate nel CreativeSet.

iNsight iNpeople / 51

Marco Ferreri

46 / INsight INcontro L’incontro avviene proprio in questo contesto, dove Fioravanti ha trasferito momentaneamente la sua attività giornaliera perché la sua intenzione è presentare in prima persona i suoi progetti, spiegare direttamente ai visitatori il senso e i dettagli della sua personale ricerca. Ancora alle prese con la preparazione del suo allestimento, Marco Ferreri arriva tenendo sottobraccio una raccolta di disegni, immagini, prove di stampa, articoli di giornali che parlano del suo variegato universo immaginifico e di un lavoro difficile da classificare nelle correnti categorie del design. Da una parte, Progettarepensieri: un titolo che allude alla componente più concettuale del progetto e introduce a una mostra pensata per catturare lo stupore e l’emozione del visitatore. Dall’altra, Industrious design:

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una mostra che già negli intenti si propone di mettere in luce l’aspetto più pragmatico e operativo dei progetti di Fioravanti. Quali sono gli intenti di queste presentazioni? Ferreri: “Io credo che i nostri siano due modi opposti di partire e terminare. Odoardo lavora sul progetto emozionale, io invece lavoro sull’emozione che il progetto dell’oggetto suscita in me ma che forse non ha lo stesso effetto sull’acquirente finale. Odoardo ha un approccio assolutamente coerente con la migliore tradizione del design italiano, attento non solo alla forma ma anche ai modi con cui definisce la forma. Che significa: provare tante cose, cercare di capire come funzionano, ricercare soluzioni che funzionino sia tecnicamente che esteticamente. C’è però, a mio avviso, una sostanziale differenza tra la nuova generazione di designer italiani, a cui Odoardo appartiene, e quella dei designer degli anni ’50-’60. Per i vecchi Maestri, che io ho avuto modo di conoscere direttamente, l’emozione, o meglio, l’emozionamento, non era mai un fine della ricerca, bensì quell’attimo magico, unico e imprendibile che faceva diventare poesia un aspetto tecnologico. Questo aspetto, a cui ancora io mi sento legato, è stato superato dalla nuova scuola di designer, che, non me ne vogliano, io definisco più ‘glamour’ rispetto a quelli del passato”. Fioravanti: “Marco ha fondamentalmente ragione. Bisogna dirlo: oggi capita che alcuni miei coetanei disegnino allo scopo di catturare l’obiettivo fotografico. Marco, invece, gode di una caratteristica tutta sua che è quella di essere uno scrittore anche quando progetta. Lo scrittore ha un rapporto interiore con quello che fa, un rapporto molto lungo, intimo, combattuto. Per Marco il progetto è un piacere del tutto personale, estraneo a ogni ricerca di consenso allargato. È una sorta di rapporto a due, molto bello e molto intenso, che difficilmente ammette la presenza di terzi e che talvolta non è del tutto comprensibile ad altre persone. Penso, per esempio, alla sua lampada Soap: un progetto bellissimo ma introverso, comprensibile per i progettisti ma forse un po’ meno per la gente comune, pieno di delicatezze e di complessità nascoste che solo un occhio esperto e molto attento sa cogliere, però”. Qual è il concept delle mostre? Ferreri: “Abbiamo definito un percorso centrale, allestito con teli, pensato come uno stomaco delle idee. Il percorso è introdotto da sei croci in marmo inclinate a 30 gradi intitolate Piccole crisi. L’ispirazione di questa piccola installazione nasce da una rubrica de laRepubblica intitolata Piccole crisi senza importanza, con cui Salvatore Mannironi faceva periodicamente la cruda cronaca dei disastri dell’industria manifatturiera italiana. La mostra inizia dunque con un ritratto dello stato di fatto. L’inclinazione delle croci, però, suggerisce due diverse soluzioni: una possibile risalita, oppure, al contrario, la caduta definitiva. La seconda tappa è rappresentata da un altro progetto inedito: Moto Tessuto, uno specie di scooter che ho sviluppato assieme a Dainese, la cui caratteristica è quella di avere il motore elettrico nella ruota posteriore e la carrozzeria di tessuto, dotata di tasche per il contenimento delle batterie, che può essere levata come un vestito e cambiata secondo le necessità di trasporto: un posto, due posti, con il cane, per le pizze, eccetera. A seguire, ci sono altri progetti-pensieri riconducibili ai vari ambiti in cui lavoro.

marzo 2010 interni

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PAOLO ULIAN VS ENZO MARI / 45

42 / INsight INcontro

Tutti oggi parlano di progetto ecologico, di recupero e riciclo. Non pensa che spesso si abusi di questi concetti? Mari: “Si tratta perlopiù di interventi pubblicitari che nulla hanno di ecologico. Si è iniziato a parlare di ecologia trent’anni fa, quando le discariche hanno cominciato a diventare delle montagne. Il problema sembrava riguardare i criteri e le modalità della loro razionalizzazione; è stato così che si sono affinati gli strumenti economici per il radicamento della mafia. Un altro esempio: le centrali nucleari, abolite da un referendum popolare nel 1987. Un grande risultato, se non fosse che l’Italia ha continuato e continua ancora oggi a dipendere dall’energia nucleare prodotta in Francia a pochi chilometri dal nostro di Maddalena Padovani paese. Quando si parla di prodotto ecologico, ci si dimentica, almeno in Italia, che siamo nelle mani dell’industria che non ha ideali ma solo una regola ferrea: qualsiasi produzione deve dare un reddito. Cosa significa, dunque, intervenire sull’ecologia? Partiamo dal presupposto che chi produce design in Italia lavora in una situazione controllata sul piano sindacale e che il risultato della sua attività è comunque un prodotto di qualità. Non dimentichiamo, però, che per produrre si consuma energia e materie prime, la cui provenienza e la cui qualità sono difficilmente controllabili. È dunque impossibile garantire che un prodotto sia ecologico nell’interezza del suo percorso di vita. Quando parliamo di progetto ecologico entriamo dunque nel retaggio demenziale delle scuole, che affrontano i problemi senza conoscerne e comprenderne la complessità. Per farlo realmente bisognerebbe ipotizzare soluzioni radicali che appartengono però all’utopia. Questa mostra non pretende certo di dare delle risposte universali ma semplicemente di evidenziare come l’unico progetto ecologico oggi possibile sia modificare i comportamenti della gente. Se la mostra sarà riuscita a comunicare questo messaggio anche a una sola persona, avrà raggiunto il suo obiettivo”. Tra gioco e discarica è il titolo che a suo parere riassume l’operato di Paolo Ulian. Ci spiega questo concetto? Mari: “Nel lavoro di Paolo 2_In599_R_42_47_ulian.indd 42 Ulian io ravviso la componente etica che hanno i bambini nella loro prima fase di esperienza e

A sinis trA , PAnnel l o de corA tiv o in c Ar t one ondulA t o fus tel lA t o, 1990. soPrA e so t t o: dAll A cAte goriA ReinteRpR eta Re ogget ti esistenti , cA rdbo Ard vAse , 2009, vAsi reAlizzA ti model lAndo inv ol ucri di c Ar t one goffrA t o comunemente utilizzA ti Per imb All Are e Pro te ggere bo t tiglie e vAsi in vetro .

PAOLO ULIAN raccontato da ENZO MARI

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di Paolo Ulian. Per questo ho partecipato a questa mostra come fosse una mia mostra, cercando di mettere a fuoco certi concetti su cui io stesso lavoro da sempre”. Per la mostra avete disegnato a quattro mani un pezzo speciale. Di cosa si tratta? Mari: “È una colonna che mostra come potrebbero essere impiegati gli elementi di scarto derivanti dalla lavorazione del marmo per la produzione delle lastre curve utilizzate in edilizia per il rivestimento delle colonne moderne cilindriche. Per ciascuna lastra ne viene prodotta una di scarto che solitamente finisce in discarica. Abbiamo voluto dimostrare come questi ma anche altri elementi di recupero possano essere utilizzati per realizzare oggetti di vario uso e varia tipologia”. Ulian: “Questa colonna rappresenta quello che si può fare di bello con il negativo dell’esistente. Dimostra che con la stessa quantità di materiale con cui si realizzano 200 colonne se ne possono fare 400”. 03/02/10 16:47

in b Asso , Por tAuo vo, 2000, suPPor t o Per uo vo à lA coque che utilizzA i comuni PiA t ti di c As A come contenit ori Per il PAne t os tAto e i re sidui del guscio .

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60 Anni Years interni / 351


settembre 2010 INTERNI

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DaLLa naTura IL ProGeTTo

Intern I settembre 2010

DALLA NATURA IL PROGETTO / 67

IL legno OGGI STA RIACQUISTANDO IMPORTANZA, QUALE TRAMITE ESPRESSIVO NEL design sostenibile E NELL’USO DI tecniche innovative di produzione, PRIMEGGIANDO COSÌ, ANCORA UNA VOLTA, NELLA CLASSIFICA DELLE materie prime PIÙ ATTRAENTI E DI TENDENZA DEL progetto ARREDO. foto di Simone Barberis a cura di Nadia Lionello

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marzo 2010 interni

38 / interiors&architecture

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INteriors&architecture / 39

Holon design museum una terza speranza cresciuta nel cemento: in israele dopo quattro anni di lavori è in fase conclusiva la costruzione del design museum di Holon, a sud di tel aviv. disegnato da ron arad come un’opera iconica, esibisce il suo aspetto di monumento contemporaneo radicandosi però al disegno della piazza e aprendosi verso il cielo con una corte interna cHe amplifica lo spazio dell’intorno. vis te del l ’ architet tura e sterna: i fronti con and ament o spiralif orme ne gano ogni gerarchia , la s trut tura in cement o a vis ta si inte gra con le f asce di cor ten che f ormano un a crob atico na stro concepit o come element o di unione tra sp azio e sterno ed interno .

novembre 2010 interni

92 / INdesign INproduction

Ron ARAD In ISRAELE / 41

foto courtesy Luchford APM testo di Matteo Vercelloni

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90 / INdesign INproduction

so t t o: MassiMo ios a Ghini con il suo proGet t o s vil upp at o per Snaidero : e-Wood , cucina con ant a realizza ta in ro vere terMico , uno spe ciale tra t taMent o durante il qu ale il le Gno viene so t t opos t o a un procediMent o di e ssicc azione a 190° che deterMina una Modific a del la s trut tura chiMic a, con conse Guenze positive sia in terMini di s tabilit à diMensionale , sia di col ore . in Merit o al la finitura superficiale , la bel lezza del le Gno è s tata ul teriorMente val orizza ta d a una la vorazione che Garantisce l ’effet t o ‘pial la t o a Mano’ .

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novembre 2010 INTERNI

INTERNI novembre 2010

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Monolitiche E RIGOROSE O COLORATE E flessibili, LE NUOVE cucine ACQUISTANO VALORE (E vita) ANCHE GRAZIE AI PERSONAGGI CHE LE ‘abitano’, SIANO ESSI designer, imprenditori O presenze ESTEMPORANEE

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LIvInG KITcHen

di Andrea Pirruccio foto di Maurizio Marcato

PAOLA NAVONE ‘RISPONDE’ AGLI SCATTI DEL FOTOGRAFO MAURIZIO MARCATO. A FIANCO, MENU, LA CUCINA DISEGNATA DALLA STESSA NAVONE PER BONTEMPI NELLA VERSIONE CON BASI CON ANTA NELLA FINITURA ICE OAK, PENSILE NELLA FINITURA STAMPA VETRO E TOP IN ACCIAIO.

Michael Young sorse ggia un c affè nel la ‘su a’ TeTrix, la cucina dise gna Ta per Sca volini e proge TTaTa su Moduli re TTangolari d a 36x 60, abbina Ti Tra l oro su a ssi orizz onT ali: una sol uzione che perMe TTe la Ma ssiMa personlizzazione . a c ara TTerizzare il proge TTo, le anTe realizza Te applic ando a fil o la sTre di ve Tro TeMpera To, l ucido o op aco , su p annel li in de cora Tivo.

ROBERTO GAVAZZI, AMMINISTRATORE DELEGATO DI BOFFI, SI LASCIA ALLE SPALLE APRILE, LA NUOVA CUCINA DISEGNATA PER L’AZIENDA BRIANZOLA DA PIERO LISSONI. APRILE VALORIZZA L’IMPIEGO DI MATERIALI QUALI LEGNI (LAVORATI CON TRATTAMENTI ESCLUSIVI), ACCIAIO INOX E PIETRE. ULTERIORI COMPLEMENTI AL PROGETTO SONO LE CAPPE E I PIANI SNACK IN LEGNO MASSELLO CON GAMBE IN INOX.

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in alt o a sinis tra : è pro v vis t o di una col onna Mul ti Mediale che per Met te di Guard are la t v il Model l o SieMatic s2 al , con ante col or al l uMinio op aco , piano di la voro in a cciaio l ucido e pannel li a p arete con ante in vetro nel la t onalit à bronz o dora t o con aper tura a pre ssione . sopra : pro t otipo s vil upp at o d a Pana Sonic ele ctric W ork S con la super visione di n aoto f u k asa Wa, il sis te Ma cucina Monobl occo rappre sent a una riuscit a co Mbinazione di de si Gn e funzionalit à. l a par ticolare s trut tura del bancone na sconde il piano cucina , Mentre un sis te Ma di il l u Minazione indiret t o conferisce al la co Mposizione un f ascino discret o.

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LIVING KITCHEN / 93

INdesign INproduction / 91

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marzo 2011 Intern I

52 / INsight INpeople

Intern I marzo 2011

insight inpeople / 53

& il Design è nuDo JoeVelluto (JVlt)

oliviero toscani

Faccia a Faccia tra il più irriverente dei fotografi italiani e lo spregiudicato studio vicentino di design. Dal loro incontro è nata la mostra FuncoolDesign, in scena lo scorso Febbraio alla triennale di milano. al centro Dell’esposizione, una serie Di oggetti belli ma Funzionalmente ambigui, a rappresentare criticamente i paradossi e la mediocrità Del monDo Del progetto contemporaneo di Maddalena Padovani

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interni

ArcHIT rc rcHIT eTTure domestiche DomesTIcH c e cH architetture

RACCOLGONO LE COSE CHE PIÙ USIAMO, CHE PIÙ CI PIACE MOSTRARE O CELARE CON CURA. Soluzioni volumetriche E flessibilità compositiva IN vetro, acciaio E legno, SUGGERISCONO ORIZZONTI DOMESTICI D’ISPIRAZIONE METROPOLITANA

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iNcenter / 49

settembre 2011

f or tepiano , sis tema modulare compos t o d a tre componenti b ase , contenit ori di due tipi, mensole componibili e piani d a appoggio di f or te spe ssore . È realizza t o con finitura la cc ata op aca o in e ssenze , con ante la cc ate o a vetro e con c asset ti. È acce ssoria t o con c analina per pre se elet triche o c avi di conne ssione . dise gn rodolf o dordoni per mol teni & C . stele , libreria monobl occo con s trut tura e vani p ass anti in al l uminio bro wn o la cc at o bianco e front ale in la stra di vetro la cc at o, nei col ori del la col lezione e col ors ystem, int aglia t o con te cnol ogia del l ’idroget t o. prevede un sis tema e scl usiv o ad inc astro invisibile per il posizionament o pre ciso dei vani p ass anti. de sign giuseppe b avuso per rimade sio .

di Nadia Lionello foto di Simone Barberis

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60 Anni Years interni / 353


interni

ERGO SEDIE / 65

novembre 2011

novembre 2011 interni

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ergo sedie

tra gli elementi per la casa È la più progettata nel panorama del design. le sue prestazioni, suggerite dall’interazione tra uomo e oggetto, sono la somma tra ergonomia, funzionalità ed estetica, elementi inscindibili del comfort a cura di Nadia Lionello illustrazioni di Antonio Cau

Konrad , sedia impilabile in ro vere sbianc at o, tint o nero o bianco con possibilit à di sedut a imbo t tit a, cara t terizza ta d al l ’assenza di ferrament a. de sign di anderssen & vol per LapaLma.

interni

fedra , sedia con s trut tura in abs con imbo t titura in poliuret ano schiuma t o, rive stit a in pel le o e copel le . de sign di giuseppe b avuso per aLiv ar .

ava, sedut a impilabile in polic arbona t o tra sparente o fumè oppure in nyl on op aco bianco , nero o taupe , stampati a iniezione con te cnic a ga s moulding. de sign di song Weng zhong per roche BoBois .

Bac one , sedia in ma ssel l o di fra ssino sBianc at o oppure tint o al l ’anilina rosso cilie gia o wengè . con scocc a in mul tis tra t o è rive stit a in linoleum te ssut o o pel le . design Jasper morrison per Cappel lini .

ERGO SEDIE / 67

novembre 2011

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Fl orind a, sedia impilabile , con o senza bra ccioli, in le gno ma ssel l o di F aggio na turale o la cc at o moka con schienale e sedut a in poliuret ano rigido in diversi col ori. design monic a Fos ter per De PaDova .

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354 / Promising Zeroes - 2004-2014

twin, sedia impilabile con e senza bra ccioli in polipropilene irrobus tit o con F ibra di vetro , in set te col ori, ad at ta anche per il contra ct. de sign di archiriv ol t o cla udio dondoli e marco pocci per Brunner .

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monza , sedia impilabile in F ra ssino vernicia t o na turale o tint o nero con schienale in polipropilene in diversi col ori; è ad at ta anche per il contra ct. kons tantin grcic per Plank .

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20 / INteriors&architecture

interni

interiors&architecture / 21

marzo 2011

A Parigi, lA città della moda e del design: dodici milA mq di cemento, vetro e AcciAio Per mostre e Allestimenti, in unA location d’eccezione: unA Porzione ristrutturAtA dei docks en sein, gli Antichi magasins généraux di quai Austerlitz

progetto di Jakob + MacFarlane foto di Nicolas Borel e Paul Raftery testo di Antonella Boisi

Paris rive gauche

D

Vista l ongitudinale e la terale del dinamico reticol o di a cciaio dipint o di Verde e Vetro che si inne sta sul perimetro del l ’edificio pree sis tente , accogliendo percorsi fl uidi e continui per la circolazione pedonale fino al piano di coper tura at trezza t o con una terrazza -bel Vedere , nonché sc ale mobili e a scensori di col le gament o tra i Vari liVel li. (f ot o di nicola s borel) det taglio del la s trut tura di a cciaio e Vetro che definisce l ’inV ol ucro pl ug-o Ver, messo a punt o da Jak ob + mac f arlane . (f ot o di nicola s borel)

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76 / indesign inproject

Intern I maggio 2011

ominique Jakob e Brendan MacFarlane, architetti, urbanisti, designer, Chevalier des Arts et Lettres nel 2003 e Compasso d’Oro nel 2001, sono una coppia nella vita e nel lavoro, che, dal 1994, anno di fondazione dello studio parigino, hanno ‘inanellato’, oltre ai premi, una serie di ‘perle’ di tutto rispetto: dal Georges restaurant nel Centre Georges Pompidou (2000) al quartier generale della Munich Re Assurance parigina, dal Teatro Maxime Gorki a Petit-Quevilly (2004) a 100 Social Housing HEQ (2008). Ma, il progetto realizzato che ha dato loro maggiore visibilità, anche a livello internazionale, è la Cite de la Mode et du Design nei Docks en Seine, un’architettura racchiusa in un dinamico scheletro di acciaio dipinto di verde che si snoda, con curve e controcurve, sulla rive gauche del lungosenna. Questo intervento è frutto di un concorso indetto dal Comune di Parigi nel 2005 per

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la rivitalizzazione dal punto di vista economicosociale dei Magasins Généreaux di Austerlitz, nel 13° Arrondissement, ovvero i vecchi ‘magazzini generali’ a est della capitale francese, tra i ponti Bercy e Charles de Gaulle. Come affrontare in modo sensibile il tema del recupero del manufatto architettonico originario, costruito nel 1907 per il deposito di merci che, trasportate sulla Senna su chiatte, venivano poi trasferite con carri o treni sulla terraferma? Come trasformarlo in un contenitore che accogliesse in modo flessibile attività culturali, commerciali e per il tempo libero correlate all’universo moda & design: dall’Istituto Francese della Moda a spazi per sfilate ed esposizioni temporanee, dalla biblioteca a ristoranti e negozi? “Abbiamo scelto” spiegano Jakob + MacFarlane “di creare un nuovo involucro esterno plug-over, in grado di sottolineare l’ossatura in calcestruzzo dell’edificio preesistente e al tempo

27/01/11 18.23

INdesign INproject / 77

Rodolfo Dordoni e Alfredo Häberli: Due noti DesigneR (e abili cuochi) A confRonto con i loRo ultimi progetti per la tavola ReAlizzAti DA Knindustrie e georg Jensen

Bello quotiDiano

didiMaddalena MaddalenaPadovani Padovani

INTERNI aprile 2011 La co LLezione F ood wear di r odoLF o dordoni per KnIndus tr Ie è compos ta d a varie tipo Logie di pent oLe con manico sganciabi Le che si tra sFormano in e Leganti contenit ori d a por tata. n eLLa pagina a cc ant o, un det tag Lio de LLa Finitura esterna co Lor bronz o de LL’acciaio ino x 18/10.

U

n sottile filo rosso lega gli ultimi progetti di Rodolfo Dordoni e Alfredo Häberli in tema di cibo, tavola e design. Un filo che unisce la Sicilia, dove Dordoni trascorre molto tempo delle sue vacanze ricreando sapori genuini nella grande cucina della sua casa di Vendicari, e la Svizzera, dove, a Zurigo, Häberli abita e lavora e nel tempo libero ama invitare gli amici a casa e preparare per loro, assieme alla moglie Stefanie, grandi cene piene di sorprese. Questi progetti non trattano di sociologia e antropologia del cibo, come è di moda fare negli ultimi tempi, ma parlano di bellezza, buon gusto, stile, qualità e piacere della vita. E raccontano, con semplicità ed efficacia, del vissuto personale e della sensibilità più intima dei due progettisti.

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INdesign INcenter / 89

Entrambi amano cucinare e coltivano una loro visione estetica della tavola. Nel caso di Alfredo, questa è fortemente radicata nella storia della sua famiglia: nonni albergatori, padre ristoratore, mamma cuoca. “Sono praticamente cresciuto in cucina” spiega il designer “imparando i trucchi dell’arte culinaria ma anche le regole per la preparazione della tavola, quelle che oggi, purtroppo, tendono a essere dimenticate. Nessuno si ricorda, per esempio, che le forchette devono essere posizionate con i rebbi rivolti verso il piano, un’usanza dovuta all’antica presenza delle cifre del proprietario sul dorso delle forchette. Mentre in Oriente sono ancora molto forti e vive determinate tradizioni (si pensi alla cerimonia del tè), in

13/04/11 12.34

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“Il design è talvolta percepito come un fenomeno di consumo legato ai cicli della moda. Bisogna invece ricondurre questa disciplina ai suoi valori originari: la durata nel tempo, la stabilità, la sobrietà” Rodolfo Dordoni

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mutant vision foto di Miro Zagnoli scenografia di Markus Benesch di Nadia Lionello

OvverO modificare la visiOne dellO scenario cOn un movimento, in senso orario. QuattrO i paesaggi per protagonisti dal dna trasfOrmista e trasfOrmatO: fOrme e funziOni variate, materiali recuperati che avvalorano l’identità del progetto, sempre in cOntinua evoluzione

Wave , lamp ade al ogene a sospensione in al l uminio e struso a sezione el lissoid ale , la cc at o al l uminio , bianco o nero . de sign di b aruffi & de s antis per Foscarini . tight , pol trona rive stit a in te ssut o o in pel le t otalmente sf oderabili, con b ase in a cciaio croma t o o nero . de sign di nicola gal lizia per Mol teni&c . cal ligrafia , mobile -libreria del la serie di qu at tro f orme c al ligrafiche ispira te al l ’alf abet o giappone se , realizza ta in mdf la cc at o op aco nei col ori primari del rosso , gial l o, bl u. di cor te si de sign per Fl ou . Mind The gap , opera d ’ar te tridimensionale realizza ta d a markus bene sch per la mos tra phoenix in der a sche 2010 a mona co cura ta d al profe ssore W olf gang fla tz . l ’opera È s tampata a pl ot ter d a chiarionlaF su exalite® (pannel li ul trale ggeri con core al ve olare in polipropilene rive stit o) brevet tat o e prodo t t o d a car t onpla st .

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60 Anni Years interni / 355

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aprile 2012 Intern I

70 / iNsight iNscape

Achille Castiglioni

interni

Vico Magistretti

INdesign INproduction / 95

ottobre 2012

Michele de lucchi

pagina a cc ant o: t obi-ishi, di ed w ard b arber & Jay osgerb y per B&B ItalIa , tavol o ispira t o al le pietre ornament ali nei tradizionali giardini giappone si, con b ase in poliuret ano e spanso s trut turale baydur ® e piano in le gno , entrambi tra t tati con boia cc a di cement o. sul l o sf ondo , graphic c oncrete , tra t tament o esterno de cora tiv o per p areti in c al ce struzz o, crea t o d a s amuli naamanka , prodo t t o d a GraphIc concrete l td con la col laborazione per il merc at o it aliano del l ’aziend a truzzI . l a te cnol ogia brevet tata si b as a sul l ’utilizz o di membrane stampate con sos tanze che impediscono la solidific azione del cal ce struzz o in al cune z one già in c ass af orma , con un effet t o di le ggero bassoriliev o dopo il la vaggio .

ettore Sottsass

enzo Mari

bruno Munari

Aldo Cibic

Jasper Morrison

Patricia Urquiola

Konstantin grcic

Silvia Suardi Ferruccio laviani Sezgin Aksu

Philippe Nigro

lorenzo damiani

lorenzo Palmeri

Catharina lorenz

Alberto Nason le f asi di cos truzione di

i.l ab, il centro inno

vazione di Ital cement I a bergamo proget

MiglioreServetto

Marco Ferreri

James irvine

Matteo Thun

Martino gamper

lucci Orlandini

Marco Zanuso jr

Francesco Faccin

Alessandro Marelli dunja Weber

le imma gini di c antiere si riferiscono al

Marco Zanuso

Massimo iosa ghini

in que sta pagina: ap, di shin azumi per lap alma , sgabel l o in mul tis tra t o di le gno cur vat o nel la nuo va finitura in cement o.

Huub Ubbens

Steffen Kaz

Paolo Ulian luca Pevere davide Radaelli

tat o d a r ichard meier. f ot o di l uc a merisio .

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Angelo Mangiarotti

Christophe de Philippe la Fontaine bestenheider

28/08/12 15.42

Maddalena Casadei

Cristiana giopato

l’albero genealogico 2 / iNteriors&architecture

aprile 2012 Intern I

interni

aprile 2012

INteriors&architecture / 3

Nella campagna agricola dell’iNtorNo di treviso uNa casa offerta Come uN segno contemporaneo Nel paesaggio Che riCorda e trasforma la figura delle costruzioni agresti iN uN procedimento compositivo luCido e liNeare. uNa sorta di sapieNte estrusione volumetrica dove gli spazi interni si aprono su ogNi lato verso il verde Che li CirCoNda. dettaglio NoN trasCuraBile: si tratta di uNa casa Che rieNtra Nella Categoria a gold Casaklima progetto di John Pawson con Ben Collins

C_In620_R_70_71_albero genealogico.indd 70

19/03/12 16.

progetto esecutivo, direzione lavori e project management mzc+, Mario Marchetti, Fabio Zampiero, Giuseppe Cangialosi con Vittorio Massimo paesaggio Jonathan Bell BBUK foto di Marco Zanta testo di Matteo Vercelloni

Casa delle Bottere

Vista del soggiorno col l oc at o sul la te stata a o Vest aff accia ta sul la cor te ipogea . una p anc a di pietra sospe s a su dise gno a t tra Vers a l ’aper tura centrale se gnando l ’intera p arete . diVano modulare di piero lissoni per Living div ani .

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356 / Promising Zeroes - 2004-2014

13/03/12 15.19

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13/03/12 15.19


.47

Intern I aprile 2012

iNsight iNscape / 71

Alessandro Mendini

Rodolfo dordoni

Paola Navone

gordon guillaumier

Stefano gaggero

Antonio Citterio

Fabio Rotella

Stefano gallizioli

maggio 2012 interni

58 / indesign incenter

Robin Rizzini

Piero lissoni

Marc Sadler

Paolo Stefano giovannoni Rizzatto

Marc Krusin

Renato Montagner

Jerszy Seymour

Alberto Meda

Francisco gomez Paz

Wired , sedia con s trut tura continu a in tubo armonico la cc at o in diversi col ori e sedut a in fil o di co t one ignifugo in qu at tro col ori. È propos ta in vari accos tamenti croma tici. de sign di enrico ce s ana per My.

ludovica e Roberto Palomba

Paolo Cappello

relazioni

enrico Cesana

Piero gaeta

emmanuel gallina

Toan Nguyen

Kensaku Oshiro

Paolo lucidi

enrico bosa

OvverO il rapporto esistente tra due elementi. Una visiOne del legame tra corpo e oggetto interpretata attraversO le visibili e inelUttabili impronte lasciate sUlla pelle, l’interaziOne tra similitudini formali e contrapposizioni volumetriche

david dolcini

di Nadia Lionello - foto di Simone Barberis

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70 / INdesign INprofile

Angelica Morlain

Sergio brioschi

Carlo Tamborini

Odoardo Fioravanti

del

dorota Koziaria

Valerio Sommella

Rodrigo Torres

Christina Hamel

gaston bertin

18/04/12 12.10

maggio 2012 Intern I

design di Maddalena Padovani foto di Efrem Raimondi

design heritage

UN divertissement PeR eSPlORARe le NObili discendenze dei MAeSTRi del design milanese. OTTO PROTAgONiSTi dell’ultima generazione RACCONTANO i lORO percorsi e le lORO UlTiMe sfide. e SPiegANO PeRCHé Oggi VAle ANCORA lA PeNA andare ‘a bottega’ dA UN bRAVO PROFeSSiONiSTA

Il desIgn delle pIccole cose C_In621_R_70_73_bertjan_pot.indd 70

18/04/12 10.35

settembre 2012 interni

PhiliPPe S tarck ritra t t o al l ’interno del l o Stand Magis .

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19/03/12 16.47

Jean nouvel Per EMu .

Sedut o Su Mia , la Sedia d a l ui diSe gna ta

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60 Anni Years interni / 357


ottobre 2013 INTERNI

62 / INdesign INcenter

ottobre 2013 Intern I

68 / indesign inproduction

interni

INdesign INproduction / 69

ottobre 2013

WANDA, VASCA IN CERAMILUX DALLA FORMA ESTREMAMENTE CONFORTEVOLE SOTTOLINEATA DAL BORDO AVVOLGENTE. DESIGN DANIEL DEBIASI E FEDERICO SANDRI PER ANTONIOLUPI. UN GRADO, PIATTO DOCCIA IN QUARZO DELLA COLLEZIONE U DESIGN BATHROOM. PUÒ ESSERE MATT O GLOSS, IN UN’AMPIA PALETTE DI COLORI. PRODOTTO DA STONE ITALIANA. FOTO SCATTATE PRESSO LA TORRE BOSCO VERTICALE PROGETTATA DA BOERI STUDIO.

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dicembre 2013 Intern I

50 / indesign incenter

2. 1.

Madame Bergère di Katrin Cosseta foto ed elaborazioni immagini di Enrico Suà Ummarino

Avvolgenti, scultoree, protettive. ritornano le poltrone a schienale Alto e con Ali terminali, tra citazioni rétro e spirito pop. dal salone del Mobile, nuovi spAzi individuali di coMfort e raccoglimento

C_In635_R_68_75_bergere.indd 68

3.

1. marcel prous t siede nel la bergère p22 di p atrick norguet per ca ssina , realizza ta con gambe in fusione di al l uminio l ucido o vernicia t o e r ive stiment o sf oderabile tut t o in pel le o in te ssut o oppure in 5 combinazioni con e sterno in pel le o te ssut o / interno in te ssut o. 2. uncle jim, dal la a unt s and uncle s col le ction di philippe s tarck per kar tel l , pol trona a schienale al t o (pro t otipo ) realizza ta con te cnol ogia a iniezione del polic arbona t o tra sparente in un unico s tampo . 3. clariss a hood , di patricia urquiola per moroso , bergère con strut tura in met al l o e scocc a in fibra di polie stere s tampata a c aldo , rive stiment o in te ssut o bicol ore .

06/09/13 15.17

interni

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06/09/13 15.17

spazi sincroni / 53

dicembre 2013

Spazi sincroni

di Nadia Lionello foto di Efrem Raimondi

un segno d’autore, quello di zaha Hadid, elemento distintivo nello Scenario di cityLife, fa da sfondo alla Sequenza delle più recenti novità, in un gioco di coincidenze tra forme e linee, tra arcHitettura e deSign

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Monograph Zaha Hadid / 25

CityLife Milano

Un oma ggio a gli anni ’60, il tavol o net o viene realizza t o con b ase in b ay dUr ® la cc at o con s trU tt Ura por tante in met al l o e piano t ondo la cc at o l Ucido e nel le finitUre p aliss andro op aco o l Ucido , ro vere la cc at o moka . È disponibile in diversi diametri e nel le misUre qU adra t o e ret tangolare . dise gna t o d a rodolf o dordoni per Mino t ti . ev a, lamp ade d a terra con diffUsore re golabile in ceramic a co t t o nero o bianc a l Ucid a, stel o in met al l o la cc at o bianco o nero oppUre croma to e c avo elet trico in te ssUt o in set te col ori. dise gna ta d a Hans tHy ge ra Unk jær per ModoL uce .

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13/11/13 09.46

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358 / Promising Zeroes - 2004-2014

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san paolo, casa studio / 41

34 / interiors&architecture

Intern I aprile 2013

Intern I aprile 2013

aprile 2013 Intern I

INteriors&architecture / 35

san paolo, casa studio / 37

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La casa studio di Ruy Ohtake a San Paolo in Brasile PenSata cOme un laboratorio Su due livelli tRa LORO integRati, affacciata dall’alto SuLLa scena deLLa città sottostante aSSunta cOme riferimento continuo e mutevole scenario di riflessione

Il Ventre dell’ArchItetto progetto di Ruy Ohtake

foto di Ruy Teixeira - testo di Matteo Vercelloni

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60 Anni Years interni / 359


giugno 2013 Intern I

50 / iNdesign iNcenter

interni

giugno 2013

3

Maurizio cattel classe 1960, è il artista italia nel Mondo. ha che avrebbe ch con l’arte dopo super-Mostra al Museo gugg di new york. in lo abbiaMo rit da rossana orl tra stoviglie & di seletti: che v dire qualcosa

S

cattelan loves design foto di Sergio Anelli testo di Olivia Cremascoli

pre sso la gal leria di ross ana orlandi (via b andel l o), parziale p anoramic a del l ’ins tal lazione per selet ti wears t oiletp aper , col lezione di s t oviglie in la t ta e t ovaglie in tela cera ta, prodo t ta da selet ti da un’idea del l ’ar tis ta maurizio c at telan.

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58 / indesign incenter

62 / INdesign INcenter

C_In632_R_40_53_olivia_anelli.indd 51 marzo 2013 interni

Tavole e dinTorni

il rituale quoTidiano del cibo espresso aTTraverso la produzione indusTriale di utensili per la cucina e la tavola; elemenTi essenziali per preparare e allesTire momenti conviviali insieme a tavoli e oggeTTi interpreti principali del rito

di Nadia Lionello foto di Simone Barberis

Perù , Piat t o del la col lezione Pia t titiPici realizza ta in ceramic a e de cora ta con de cal comanie aPPlic ate manu almente . dise gna ta e Prodo t ta d a Mar ta Lavinia Carboni . t ommy, bicchiere in cris tal l o soffia t o a bocc a con de coro inciso . dise gna t o e Prodo t t o da Saint -LouiSe . brick lane , Pos ate in a cciaio con finitura effet to vint age . de sign di ma ssimo castagna in col laborazione con adele mar tel li Per KninduS trie .

Kaleido , vassoio a f orma e s agonale e romboid ale in cinque differenti misure componibili e in no ve differenti col ori. dise gna t o d a c lara von Zweigbergh viene realiZZa t o in a cciaio la cc at o d a Hay ; da l uis a del le piane s t ore . s ar j at on, bicchiere in vetro dise gna t o d a al es Ki KuoKKa con de coro let ti, dise gna t o da mus ata, e la vora t o in riliev o d a IIt tala .

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360 / Promising Zeroes - 2004-2014

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econdo il suo p sfrontato, Maurizio Cattelan, i Pierpaolo Ferrari, nel 2010 ha Toilet Paper, magazine esclusiva immagini, realizzate dal duo c nuove relazioni tra linguaggio pubblicitario, tra arte e moda. lo spirito iconoclastico della pu copie distribuite attraverso sho e librerie à la page – Cattelan ha l’ultimo FuoriSalone consumato Rossana Orlandi, Seletti wears T un TP applicato a stoviglie (pia latta veniciata a colori pastello fiammante tela cerata, prodott Stefano Seletti (classe 1970), pa società per azioni di Cicognara sostanza, si tratta di un’articol articoli per la tavola riecheggia verrà a brevissimo venduta su popolari, vale a dire dai 5 ad al al pezzo. Riportano alla memo e deliziose stoviglie della Cina smaltata bianca e profilata in b decorata con fiori; ma, nello sp peonie cinesi ci sono le iconog Ferrari, che, per esempio, deco il brodo con immagini di polli preferisse, stura-lavandini e ca Un’operazione che, se attecchir una nuova, collezionistica man


ottobre 2014 Intern I

84 / indesign inproduction

abitare il marm0 di Katrin Cosseta

Intern I ottobre 2014

Progettazione digitale, tecnologie di lavorazione d’avanguardia, sperimentazione e recuPero creativo dello scarto proiettano nel futuro la cultura millenaria di un materiale. il design litico elabora nuove frontiere esPressive per superfici e arredi realizzati non solo con il re dei marmi italiani, il bianco di carrara

Inte Rn I ottobre 2014

tavole in galleria / 51

ottobre 2014 INTerNI

62 / INdesign INcenter

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abitare il marmo / 89

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Treverkchic, piastrelle in gres fine po cellanato che riproducono fedelmente l’effetto legno. Sono in color Noce Francese, ma esistono anche in Noce Italiano, Noce americano, Noce tinto, Teak, Teak Africa. Sono prodotte da Marazzi. DMF/003, sgabello della collezione I Massivi realizzato in legno massiccio trattato con olio a base naturale. Design Doriana e Massimiliano Fuksas per Itlas. Unterlinden, lampada a sospensione a led. È in ottone, ma sembra realizzata in legno. Disegnata da Herzog & de Meuron per Artemide.

Farallon, tavolo rettangolare con struttura in tubolare cromato lucido e piano in multistrato impiallacciato noce canaletto Design Yves Behar per Danese. Cora, sedie con struttura in metallo e scocca in nylon opaco con seduta in frassino laccato o naturale. Design Odoardo Fioravanti per Pianca. Spring time burner, quadro a tecnica mista su tela di Rae Martini.

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Intern I aprile 2014

Intern I aprile 2014 C_In645_R_56_63_Zagnoli_Musso.indd 62

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architettura dolce / 35

interiors&architecture / 33 06/08/14 18.53

Architettura dolce

Vista d’insieme del negozio di dolci e sala da the SunnyHills, in Minami-Aoyama 3-10-20 a Tokyo, progettato da Kengo Kuma, rivisitando il metodo Jiigoku-Gumi della tradizionale architettura lignea giapponese.

progetto di Kengo Kuma & associates

foto di Alessio Guarino testo di Virginio Briatore

Con leggerezzA antica e CorAggio costruttivo Kengo KumA edifica e distacca dal contesto il negozio di dolci Sunny hillS, innalzandone il marchio sino ai confini dell’esperienza assoluta

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60 Anni Years interni / 361


In TeRn I luglio-agosto 2014

come a casa / 73

INterNI

aprile 2014 Intern I

88 / feeding new ideas

FEEdiNG new ideas / 89

aprile 2014

Con il divano Uncle Jack, il più grande pezzo mai realizzato industrialmente in policarbonato, l’azienda capitanata da CLaUdio LUTi rinnova una sfida lanciata nel 1999 assieme a phiLippe sTarCK. Le tappe di una fortunata sToria di design che ha cambiato l’immagine deLLa pLasTiCa nel quotidiano. e che oggi volge lo sguardo sempre più lontano

Mina, consolle con struttura e piano in acciaio laccato lucido bianco o nero. Design di Frank Rettenbacher per Zanotta. Pin, lampada da tavolo con diffusore in poliuretano stampato in rotazionale e base in metallo laccato bianco. Design di Michel Boucquillon per Martinelli luce. Tactile, poltrona con struttura in multistrato di abete cileno, imbottitura in poliuretano espanso a densità differenziata, rivestita solo con pelli morbide. Design Vincenzo De Cotiis per Baxter. Mashup, tappeto in lana e cotone lavorato a mano in India nelle varianti colore giallo e rosso. Design Paolo Giordano per I+I.

KarTeLL, 15 anni di Trasparenza testo di Maddalena Padovani

Claudio Luti, presidente di Kartell, e Philippe Starck (foto di Nicolò Lanfranchi). In sovraimpressione, un gioco grafico del e scocche della seduta Mr.Impossible, del 2008.

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comunicare il progetto / 69

68 / FEEDING new ideas

Michele De Lucchi, Colonne portanti, viste della mostra. Fondazione VOLUME!, Roma 2012. Foto di Federico Ridolfi

Da una rivista mi si è aperto un mondo Negli anni Settanta, quando abitavo a Padova, studiavo a Firenze e avevo una fidanzata a Roma, ho iniziato a frequentare Milano proprio perché attratto dalle riviste di architettura che raccontavano quanto stava avvenendo nel mondo del progetto e allo stesso tempo erano fonte di ispirazione per quanto di nuovo si poteva fare. Anche la conoscenza di Sottsass è avvenuta tramite una rivista diretta da Ugo La Pietra che si chiamava Spettacoli e società. Ettore aveva scritto un articolo che parlava dei ragazzi di Padova che, come me, facevano i pendolari con altre città per frequantare gli studi universitari. Lui scriveva per varie testate e per me era una fonte d’attrazione fortissima. In particolare scriveva per Casabella, ai tempi in cui la rivista era diretta da Mendini. Ricordo di averne comperata una copia in occasione del mio primo viaggio da Padova a Firenze, fatto nel 1969 per andare a iscrivermi all’università e per trovare una sistemazione. La conservo ancora. Pubblicava un articolo di Sottsass che parlava del “Pianeta come festival” e che mi era piaciuto tantissimo, perché presentava l’idea di un’architettura, indipendente e al di fuori delle

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regole, a cui non avevo mai pensato. Per me è stata una vera e propria rivelazione. Da una rivista mi si è aperto un mondo. Da quei tempi a oggi sono cambiate tante cose nel mondo della comunicazione del progetto. Le riviste sono diventate sempre più identificate, personalizzate. Oggi siamo in una fase di trasformazione; l’unica cosa di cui possiamo essere sicuri è che tutto cambia e che tutto continuerà a cambiare. Penso che Milano sia oggi un luogo dove questo senso della trasformazione è fortemente tangibile, percepito, rincorso. Se non fosse per il costo degli immobili, Milano avrebbe oggi un potere attrattivo superiore a quello di altre metropoli come Londra, Pechino, New York. Oggi non ce ne accorgiamo più, ma Milano offre costantemente tante iniziative, eventi e opportunità legate al mondo della creatività; forse hanno una dimensione più piccola rispetto a quelle di altre città, ma funzionano tutte bene e si distinguono per un elevato livello qualitativo. Anche l’uscita mensile delle riviste del progetto rappresenta un appuntamento importante della vita creativa della città.

Oggi abbiamo bisogno della sintesi, di una selezione critica, di qualcosa che ci offra la chiave di lettura delle tante cose che succedono. Ogni giorno trascorro almeno due ore sul treno, un tempo che dedico a guardare quello che succede nel mondo attraverso il web. Mi rendo conto di quanto sia improduttivo perdersi nell’oceano di informazioni aperte che la rete offre e di quanto sia invece importante disporre di uno strumento di lettura critica. Per questo abbiamo bisogno della sintesi, così come di modelli di riferimento. Michele De Lucchi

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“Un designer che rifiuta l’industria è disadattato. I designer devono fare in modo che l’industria produca per gli uomini e si prenda cura del destino del mondo” Michele De Lucchi 362 / Promising Zeroes - 2004-2014


interiors&architecture / 33

luglio-agosto 2014 Intern I

32 / INteriors&architecture

Ando sopra Monterrey

Il deck davanti al fronte vetrato del soggiorno, lo spazio in pietra del living all’aperto e la piscina, che si proietta a sbalzo sul paesaggio roccioso del parco nazionale delle Cumbres (le vette) di Monterrey.

indesign incenter / 95

GeoMetriA AbitAbile: ceMento a vista e pAreti trasparenti, pAnorAMi spettacolari e una vAscA d’AcquA sospesa sopra Monterrey. questo è il pAesAGGio MessicAno secondo tadao Ando

L’evoLuzione deLL’abitudine

progetto di Tadao ando archiTecT & associaTes; Tadao ando, Kazuya oKano foto di Edmund Sumner testo di Alessandro Rocca

di Nadia Lionello foto di Lorenzo Massi Ciccone, Giacomo Giannini, Efrem Raimondi

luglio-agosto 2014 Intern I

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Il piano terra del corpo diagonale con la libreria e la vetrata affacciata sullo spazio della corte d’acqua; la scala libera sale al lungo soppalco, una galleria sospesa al centro della casa, dove si trova la sala da pranzo. In primo piano, sedute Wishbone Chair di Hans Jørgen Wegner per Carl Hansen & Son.

il nuovo progetto domestico racconta in sintesi un cambiamento, diventa innovativo e oggetto d’attuaLità per il nostro quotidiano. Le ultimissime idee parlano nuovi Linguaggi per nuove e originali interpretazioni fotografiche

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Basket, poltroncina per indoor e outdoor con seduta in tecnopolimeroe base in metallo, caratterizzata dalla possibilità di applicare più tipologie di basamenti e cover imbottita per la seduta. Design di Alessandro Busana per Gaber.

Intern I luglio-agosto 2014

tadao ando sopra monterrey / 37

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Opera, tavolo con struttura in massello di acero naturale o tinto grigio, rovere naturale, teak e multistrato di betulla laccato opaco in diversi colori. Disponibile in due misure ovali e tondo da cm 160 di diametro. Design di Mario Bellini per Meritalia.

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60 Anni Years interni / 363 Ando pratica una libertà d’invenzione che unisce la forza plastica, di lontana origine lecorbusiana, a

spettacolari, come lo è la lastra trasparente della piscina che si slancia, come una incorporea lama di

Il corpo in diagonale ospita gli spazi più rappresentativi, come il lunghissimo tavolo


bre 2014 INTeRNI

INTeRNI novembre 2014

indesign incenter / 55

Sullo sfondo, Tweed couleurs, tessuto jacquard in in 50%cotone 50% poliestere, disponibile in 18 varianti colore e nell’altezza di cm 145, adatto per sedie e imbottiti e Velorus tresse velluto di cotone trapuntato gomma piuma, ovatta e taffetas di cotone, disponibile in sei varianti colore e nell’altezza di cm 140 adatto per sedute, disegnati da Paola Navone per Dominique Kieffer by Rubelli. Nella pagina accanto: dalla collezione Creative concept di Nya Nordiska, da sinistra, Wasabi cs, tessuto in popeline di Trevira CS disponibile in 17 varianti colore, nell’altezza di cm 150, adatto per decorazione, tendaggi, cuscini, tavola e copriletti; Batumi, tessuto stampato trasparente in Trevira CS grezza, disponibile in quattro varianti colore, nell’altezza di cm 150, adatto per decorazione, tendaggi e tavola; Scalia, tessuto in popeline di Trevira CS, disponibile in sette varianti colore, nell’altezza di cm 145, adatto per decorazione, tendaggi, cuscini, tavola e copriletti. Fluobar, lampade fluo escenti al neon disponuibili nei colori fucsia, giallo rosso e verde, di Seletti.

Edward Barber e Jay Osgerby

Stephen Burks

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novembre 2014 INTERNI

1 / indesign incenter

colour value

INTERNI novembre 2014

indesign incenter / 2

Scegliere il linguaggio del colore, nelle Sfumature del blu, del verde e del giallo, per dare un Segno perSonale, che caratterizza un particolare modo di eSprimerSi

Front

Odo Fioravanti

Antonio Citterio

di Nadia Lionello - foto di Simone Barberis

Konstantin Grcic

Claesson Koivisto Rune

Carlo Colombo

Ronan e Erwan Bouroullec

Martí Guixé

design questions

Add, sistema componibile per uso contract e residenziale: si compone di una base a telaio in estruso di alluminio con piedini pressofusi, sulla quale si possono montare piani, sedili e schienali imbottiti e rivestiti in tessuto; è accessoriabile con vaschette, portariviste o side table e prese di alimentazione. Design di Francesco Rota per Lapalma. Brands, sedia in faggio in nove finitu e con seduta e schienale imbottiti rivestiti in tessuto, pelle o ecopelle oppre nella versione in legno. Design di Monica Graffeo per Varaschin. Nella pagina accanto: Tabu, sedia composta da elementi in massello di frassino naturale, tinto rovere scuro o noce o laccato in 12 colori; gli elementi sono lavorati a controllo numerico e innestati tra loro; schienale in metacrilato. Design di Eugeni Quitllet per Alias. Sharky, sedia con scocca in poliuretano in sette colori e gambe massello di faggio o rovere europeo oppure laccate coordinate alla scocca. Design di Neuland Paster & Geldmacher per Kristalia. Laja wings, poltroncine per contract con struttura in acciaio, imbottitura in poliuretano e rivestimento monocromatico o bicromatico in tessuto o eco-pelle. Design di Alessandro Busana per Pedrali.

In646_R_00_00_salaposa_colore.indd 1-2

Why? What? When? Where? Who? La regola anglosassone della “W” diventa il pretesto per far parLare di design 30 designer: così interni, in occasione dei suoi 60 anni, esplora il punta di vista dei protagonisti deL progetto per conoscerne opinioni, programmi, visioni (e qualche segreto) 03/10/14 09.31

di Laura Ragazzola

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364 / Promising Zeroes - 2004-2014

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InTErn I settembre 2014

Intern I settembre 2014

Arik Levy Ferruccio Laviani

metallo assoluto / 89

INdesign INcenter / 53

Matteo Thun

Mathieu Lehanneur

Luca Nichetto Diesys, di Giuseppe Bavuso per Alivar, libreria componibile con struttura in acciaio spazzolato, ripiani in rovere termotrattato, finitu a noce o laccato opaco. Accessoriabile con cassettiera, scaffale e scatole rivestite in cuoio. Sopra: Tangram, di Massimo Castagna per Henge, libreria componibile a parete, a quattro diversi moduli, in ottone brunito.

Alberto Meda

Piero Lissoni

Jean-Marie Massaud

Pagina accanto: Thinking Man’s Chair Limited, di Jasper Morrison per Cappellini. Edizione 2014 della celebre lounge chair, primo prodotto del designer inglese per il brand, ora realizzata in metallo ottonato in tiratura limitata di 99 pezzi.

Ingo Maurer

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Tokujin Yoshioka

Ineke Hans Marc Sadler Ross Lovegrove Sawaya&Moroni

Patrick Norguet

Paola Navone

Jorge Pensi

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marzo 2014 interni

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Philippe Nigro

Nendo

Alberto Lievore

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Fence , sedut a e superFicie di appoggio con b ase in t ondini di a cciaio tra t tat o e t op in noce canalet t o. de sign di chris t ophe pil let per Lema . paviment o in pia strel le in gre s porcel lana t o del la linea s ystem l di marazzi te cnica .

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60 Anni Years interni / 365


Un’azienda che in ottant’anni ha indicato una via italiana al design e un modello nell’internazionalizzazione del marchio. Boffi è in continua evolUzione con nuove tipologie e comparti produttivi. nel rispetto del suo Dna che unisce creatività a processi industriali

lo sguarDo in avanti

O

ttant’anni di storia che, pur nella profonda trasformazione aziendale, rivelano sin dall’inizio una visione: quella di integrare creatività, produzione e imprenditorialità nei processi decisionali e operativi. I fratelli Dino, Paolo e Pier Ugo succedono nel 1947 al padre Piero e legano indissolubilmente l’anima creativa dell’azienda a quella produttiva e tecnologica. Dino, soprattutto, comprende l’importanza della collaborazione con progettisti seguaci del modernismo nella progettazione di cucine innovative che interpretassero i nuovi materiali e i bisogni dell’Italia del dopoguerra. Nascono modelli come la prima cucina colorata Serie C (design Asti e Favre, 1954) e la T12 (design Gian Casé e Pier Ugo Boffi, 1960) che associa il legno al laminato. Con la direzione artistica di Luigi Massoni seguono sperimentazioni tipologiche e invenzioni come la celeberrima Minikitchen di Joe Colombo (1963), esposta al MoMa nel 1972. Importante è anche l’immagine grafica impressa da Giulio Confalonieri dal 1950 al 1965, testimoniando la lungimirante interpretazione del marchio nella comunicazione dell’identità aziendale.

366 / 60 anni Years interni

Il nuovo corso dell’azienda comincia alla fine degli anni Ottanta quando Piero Lissoni, art director dal 1989 succedendo ad Antonio Citterio, e Roberto Gavazzi nel ruolo di amministratore delegato, si affiancano a Paolo Boffi. In quest’epoca si susseguono il Compasso d’Oro alla carriera (1995), l’estensione della produzione all’arredo bagno, l’apertura di flagship store nelle principali città del mondo, di cui il primo a Parigi nel 1995, e l’acquisizione di Norbert Wangen (2003), marchio tedesco di alta gamma. L’internazionalizzazione, conseguita con la progressiva apertura di flagship a gestione diretta e indiretta, è un processo che ha riguardato soprattutto gli anni 2000, consolidando un sistema distributivo e professionale in grado di offrire ovunque nel mondo lo stesso standard di servizio. A oggi si registrano 22 monomarca gestiti da Boffi Trade, 35 monomarca indiretti, 200 concessionari in Italia e 110 nel mondo per una copertura in oltre 50 Paesi. L’80% del fatturato consolidato, infatti, è realizzato all’estero. Grazie all’art direction di Piero Lissoni, nel 2007 si creano delle alleanze commerciali con Porro e Living Divani per la realizzazione dei nuovi spazi By: concept espositivi di ambienti domestici completi per un pubblico cosmopolita.


Sopra e accanto: alcune fasi di lavorazione negli stabilimenti di Lentate sul Seveso (MB). Grazie alle linee costruttive tra artigianato e processi industriali, Boffi è in g ado di soddisfare esigenze sartoriali e customizzare i progetti. Sotto: alcune delle cucine icona che hanno segnato la storia di Boffi T12 (design Gian Casé e Pier Ugo Boffi 1960) che associa il legno al laminato; la prima cucina compatta Minikitchen (design Joe Colombo, 1963); Serie C (design Asti e Favre, 1954), il primo modello a inserire il colore.

Nella pagina accanto: K2, design Norbert Wangen (2000), è un monoblocco in acciaio indipendente che innova il concetto di cucina compatta perché consente sia di cucinare sia di sostare e ricevere gli ospiti. Il top può scorrere lateralmente e uscire dal volume creando un tavolo.

60 Anni Years interni / 367


Sopra: le vetrine del Boffi Soho (N w York) celebrano l’ottantesimo compleanno dell’azienda. Il negozio è il primo monomarca diretto negli Stati Uniti e ha aperto nel 2000. Sotto: I Fiumi, design Claudio Silvestrin (1998), sono una famiglia di vasche freestanding, lavabi e arredo-bagno dal design geometrico e minimale, privi di spigoli o maniglie e realizzati in legno o Corian bianco. I lavabi Adige e Piave sono in pietra naturale.

Sin dalle origini la produzione di Boffi si è caratterizzata per la combinazione flessibile di industria e artigianato: ricerca nei nuovi materiali e tecnologie unita al saper fare tipico della Brianza. Questa continuità con il passato si traduce oggi nella capacità, richiesta dal mercato internazionale, di realizzare progetti su misura e sartoriali quali particolari laccature o fuori misura. E macchinari a controllo numerico sono affiancati da processi totalmente manuali. Per soddisfare le complesse normative del mercato mondo, Boffi svolge un lungo processo di certificazione che, dalla ISO 9001 del 1996 e ISO 9001:2000 del 2002, si conclude nel 2010 con il conseguimento della ISO 14001, sottolineando l’attenzione dell’azienda al tema della sostenibilità nei processi di pianificazione, produzione e controllo. Tale know-how è stato infine traslato a un altro comparto produttivo, i sistemi di armadi, che completano la possibilità compositiva di cucine e bagni. Questi compaiono dal 2010 ma riprendono un filone già presentato alla fine degli anni Ottanta con l’A1 di Luigi Massoni. Se le art direction di Luigi Massoni, Antonio Citterio e Piero Lissoni hanno segnato il catalogo Boffi nel tempo, non possono non essere citate collaborazioni internazionali più brevi ma che egualmente hanno segnato l’identità aziendale con collezioni dalla connotazione di stile molto definita che ha reso Boffi ben identificabile nel mercato di alta gamma. Tra queste, la collezione i Fiumi di Claudio Silvestrin del 1998, caratterizzata dal consistente uso della pietra e lo stile minimalista, la rubinetteria in acciaio spazzolato Minimal di Giulio Gianturco (1998), contraddistinta dalle linee essenziali, e la vasca Terra di Naoto Fukasawa (2007), una forma organica inscritta in un volume geometrico di Cristalplant, che segnano il comparto

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bagno. Impossibile menzionare tutte le collaborazioni italiane e internazionali che hanno conferito visioni originali e innovazioni tipologiche – basti citare il mobile contenitore con sistema rotante verticale/ orizzontale di Dror Benshetrit che ha vinto il Good Design Award del Chicago Atheneum nel 2008. Ultime novità sono la prima cucina per outdoor, disegnata da Piero Lissoni, che apre all’azienda un nuovo campo di ricerca e produzione, e la Salinas di Patricia Urquiola, ispirata al tradizionale modello a isola, ma che esce dagli schemi tradizionali nella modularità e nell’uso dei materiali.


Sopra: Salinas, design Patricia Urquiola (2014), è una cucina a isola che rivede il tradizionale concetto di modularità. La struttura leggera può essere composta a piacere e perfino con variazione di m teriali nelle ante e nei top, per una grande versatilità e personalizzazione dell’ambiente.

Sotto: la cucina si sposta all’esterno. Open, design Piero Lissoni (2014), è un modello monoblocco in acciaio molto funzionale pensato per l’outdoor, ma adatto anche all’interno. La struttura a giorno evidenzia le zone di cottura e lavaggio e accoglie un grande tagliere centrale. Il programma è completato da un tavolo con grande piano in legno.

60 Anni Years interni / 369


Accanto: destinato a diventare un pezzo iconico dell’azienda, Compendium è una famiglia di lampade da terra e da sospensione il cui fascio luminoso diffonde, con raffin ta eleganza, la luce nell’ambiente circostante. Design Daniel Rybbaken. Sotto, da sinistra: Counterbalance, design Daniel Rybbaken, è orientabile nello spazio grazie al sistema di bilanciamento a contrappeso del lungo braccio in acciaio. Premiata con il Compasso d’Oro 2014. Ultraleggera e snodabile, la lampada da tavolo Tivedo di Sebastian Bergne, con bracci in tecnopolimero ultrasnodabili e un dissipatore realizzato in una speciale plastica termoconduttiva, rilegge il tradizionale sistema di snodo a bracci con un meccanismo a pantografo bidirezionale.

Per LucePLan l’estetica degli apparecchi è sempre subordinata alla ricerca tecnoLogica nelle sorgenti luminose e nella quaLità della luce. Per migliorare il benessere dell’uomo e la fruizione degli spazi

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L’essenza deLLa Luce

icerca estetica e tecnologica, cultura del progetto, sperimentazione e innovazione, spirito creativo unito a funzionalità ed efficienza. Sono i valori di Luceplan, nata nel 1978 da tre giovani architetti, Riccardo Sarfatti, Sandra Severi e Paolo Rizzatto, accomunati dall’idea che la luce possa migliorare il benessere dell’uomo e la qualità dell’ambiente. Le tre personalità hanno sempre perseguito la ricerca tecnologica, da cui l’estetica dipende, con una particolare attenzione alle sorgenti luminose, protagoniste dei singoli progetti. Dopo pochi anni dalla sua fondazione, Luceplan si distingue vincendo il Compasso d’Oro ADI con la lampada D7, progettata da Paolo Rizzatto e Sandro Colbertaldo. È il primo di una serie di riconoscimenti che vedono designer come Rizzatto, Alberto Meda e, più di recente, Francisco Gomez Paz e Daniel Rybakken, progettare apparecchi illuminanti tecnologicamente evoluti e flessibili nell’uso, ma soprattutto lontani dai formalismi. Basti menzionare a proposito la lampada a sospensione Hope di Gomez Paz e Rizzatto che, echeggiando i lampadari della tradizione, utilizza il principio delle lenti di Fresnel, stampate su sottili film di policarbonato, per creare un effetto sfavillante e festoso. Premiata con il Compasso d’Oro del 2011, Hope è oggi un’icona dell’azienda. Ma forse il più celebre, sicuramente il più longevo,

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apparecchio di Luceplan è Costanza (1986). La lampada che rilegge l’archetipo dell’abat-jour è una somma di innovazioni: dal paralume intercambiabile di policarbonato, al dimmer sensoriale ad astina, allo stelo in alluminio telescopico. La gamma di prodotti Luceplan si sposa con l’architettura domestica e il contract dalla piccola alla grande scala. Modelli come il recente Silenzio, che introduce un paralume in materiali fonoassorbenti, testimoniano l’attenzione per il comfort negli ambienti collettivi. E applicazioni ad hoc come per il quartier generale della GL Events progettato da Odile Decq a Lione, per il quale è nata Pétale, la prima lampada fonoassorbente della collezione Luceplan, sottolineano la capacità dell’azienda di rispondere a esigenze specifiche e alla customizzazione di prodotto. Dal 2010 Luceplan fa parte del business Consumer Luminaires di Philips Lighting. Unione che ha ulteriormente spinto la ricerca nelle sorgenti luminose, soprattutto a Led, con la quale sono uscite innovazioni produttive, quali la lampada a braccio Otto Watt, caratterizzata dallo straordinariamente basso consumo energetico, la recente Tivedo, task light in tecnopolimero di nuova generazione, e novità tipologiche come la super-flessibile Counterbalance, insignita del Compasso d’Oro nel 2014.


Sopra, da sinistra: efficienza luminos , comfort acustico e immagine customizzabile sono le parole d’ordine della famiglia di lampade Silenzio, design Monica Armani. Il rivestimento è in tessuto Remix 2 di Kvadrat, disegnato da Giulio Ridolfo. Il concetto di mobilità torna nel concept della lampada da terra Tango di Francisco Gomez Paz, aerea struttura geometrica conclusa da un riflettore snodato e caratterizzata da un fluido m vimento di torsione. Disegnata nel 1986 da Paolo Rizzatto, Costanza è oggi un’icona prodotta in più di un milione di copie. E la prima ad adottare soluzioni tecnologiche innovative come il paralume di policarbonato autoportante e il dimmer sensoriale a sfio o. Le due nuove proposte cromatiche, Mezzo Tono e Radieuse, in dieci tonalità, sono state sviluppate con Studiopepe (Mezzo Tono).

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L’evoLuzione deLL’auto

Con una formula che promette un surplus di design, comfort e tecnologia utile a un budget controllato, arriva anche in italia Citroën C4 Cactus, la nuova, sorprendente berlina compatta del brand francese

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inalmente arriva su strada anche in Italia C4 Cactus, la nuova berlina Citroën disponibile in tre allestimenti (Live, Feel e Shine) per soddisfare le esigenze di ogni tipo di clientela. Proprio per celebrare a dovere l’approdo italiano dell’auto, saranno inoltre disponibili due edizioni di lancio offerte allo stesso prezzo delle versioni di derivazione: Feel Edition (in cui l’allestimento Feel è arricchito dall’aggiunta dei cerchi in lega da 16” e dai fari fendinebbia con funzione Cornering Light) e Shine Edition (dove al livello Shine si aggiungono i cerchi in lega da 17”). Ma quello che differenzia Cactus dalle altre auto di pari segmento è la formula studiata dalla casa francese per dare più valore a ciò che conta davvero per i clienti, ed efficacemente sintetizzata dalla formula + design, + comfort, + tecnologia utile con un budget sempre sotto controllo. Per quanto riguarda l’estetica, Cactus si presenta con uno stile di grande riconoscibilità, come tutte le auto che hanno segnato un’epoca: superfici essenziali e fluide, montante posteriore e tetto ‘flottanti’ ed elementi che ne valorizzano il design, come gli Airbump integrati nelle fiancate e disponibili in quattro tinte (Black, Grey, Chocolate e Dune) che, abbinati ai dieci colori di carrozzeria e ai tre per l’abitacolo, moltiplicano la possibilità di personalizzazione. Ottimizzate anche le proporzioni: passo di 2,60 m; silhouette da berlina compatta (lunghezza di 4,16 m, larghezza di 1,73 m); altezza contenuta in appena 1,48 m. Dal punto di vista del comfort, da citare la plancia progettata per ampliare lo spazio a disposizione del passeggero anteriore. Un risultato reso possibile dalla presenza di un’interfaccia 100% digitale e dall’ottimizzazione del posto di guida:

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A sinistra, il tetto in vetro panoramico ad alta protezione termica, che lascia passare la luce e protegge dal calore. Sotto, una vista degli interni, con generosi sedili anteriori ispirati a comodi sofà e plancia studiata per ampliare lo spazio a disposizione del passeggero anteriore, con il vano portaoggetti Top Box ad apertura verticale. Inoltre, l’airbag passeggero è integrato nel padiglione, grazie all’esclusiva tecnologia Airbag in Roof. Nelle immagini, la nuova Citroën C4 Cactus. Nelle fianc te sono integrati gli Airbump: un’esclusiva del marchio francese con rivestimento in TPU che integra delle piccole capsule d’aria in grado di attutire gli urti, riducendo i costi di riparazione della vettura.

l’airbag passeggero è stato spostato nel padiglione; i comandi a pulsante sono stati sostituiti da un touch screen da 7” con cui gestire le principali funzioni; il quadro strumenti tradizionale è stato sostituito da un display digitale. Inoltre, lo spazio per le ginocchia dei passeggeri posteriori è analogo a quello di Citroën C4, mentre il bagagliaio offre un volume di carico di 358 litri. In merito al surplus di tecnologia utile, è ancora da citare la presenza dello schermo Touch Pad da 7” che permette, con i sette pulsanti del suo schermo, di accedere alle principali funzioni: climatizzatore automatico, radio digitale streaming audio, connessione dei dispositivi portatili, archivio

canzoni e visualizzazione delle foto; navigazione; sistemi di assistenza alla guida; telefono; Citroën Multicity Connect (che permette, tra le varie funzioni, di trovare la stazione di servizio più vicina e/o economica, la ricerca di un hotel o un ristorante con l’applicazione Trip Advisor, le informazioni sullo stato della circolazione con l’applicazione Michelin Traffico, e l’indicazione delle zone di circolazione a rischio con l’applicazione Coyote); regolazione delle impostazioni. Tra i sistemi di assistenza alla guida 100% utili, da menzionare il sistema Park Assist (che aiuta nella ricerca del parcheggio ed effettua una manovra automatica), la telecamera di retromarcia che mostra le immagini sullo schermo Touch Pad, l’Hill Assist (che blocca il veicolo per due secondi, per poi permettere una semplice ripartenza su pendenze superiori al 3%) e la funzione cornering light, che offre un fascio di luce supplementare all’interno della curva. Infine, per quanto riguarda il budget dell’auto (che non contempla unicamente il costo d’acquisto, ma anche quello di utilizzo), Citroën ha adottato un approccio pragmatico, che ha comportato sia una riduzione del consumo di carburante, sia un deciso ridimensionamento dei costi di manutenzione. Per quanto concerne il primo aspetto, il marchio ha puntato sulla ricerca dell’efficienza e l’eliminazione del superfluo per ridurre i consumi senza impiegare tecnologie dal costo eccessivo. Con i suoi 200 kg in meno rispetto a Citroën C4, Cactus può così offrire una versione benzina a meno di 100g di CO2/km e una versione Diesel a soli 87 g di CO2/km, pari a consumi di appena 3,4 l/100 km. Anche i costi di utilizzo di Citroën C4 Cactus sono stati ridotti di quasi il 20% rispetto alla media del segmento C. Con l’ottimizzazione della massa, infatti, si è ridotto in maniera significativa il consumo dei pezzi soggetti a usura, mentre l’esclusiva tecnologia Airbump permette di abbattere i costi legati alle piccole riparazioni.

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Sprint design

Veloce, scattante, superergonomica. Storia di MX-5 di Mazda , una vettura che in Venticinque anni di Vita ha battuto tutti i record di vendita per la sua categoria. e continua a stupire

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he dire di una piccola automobile sportiva, una macchina che ricorda nella sua semplice linearità il mitico aeroplano ‘Zero’? Leggerezza, manovrabilità, estremo comfort di guida e fascino da vendere. Questi gli ingredienti della MX-5, l’auto sportiva che Mazda ha in produzione dal 1989. La sua prima apparizione risale al febbraio di quell’anno al salone di Chicago, ed è ormai giunta alla sua quarta edizione. Venticinque anni, nozze d’argento, per questa macchinetta che ha fatto la felicità di tanti giovani appassionati di guida, che, con un occhio al portafogli e l’altro alle belle ragazze, cercavano qualcosa che, senza mandare in malora papà, potesse consentirgli di far bella figura con gli amici. E così è stato, per molti ragazzi (e non solo ragazzi) abbastanza fortunati da poter guidare e possedere questo gioiellino. Una roadster, due posti secchi, di più non era e non è necessario, leggera e compatta, motore anteriore longitudinale, trazione posteriore, ripartizione dei pesi 50:50, ottima reattività ai comandi: queste le sue fondamentali caratteristiche, rimaste intatte negli anni. Certo, miglioramenti ci sono stati, grazie, per esempio, alle tecnologie di connettività HMI inserite sui nuovi modelli e ai criteri

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di sicurezza adottati, ancora più rigidi rispetto al passato. Un lungo lavoro di ricerca ha consentito ai tecnici della Mazda, fedeli alla tradizione giapponese della strategia del grammo, di ridurre di circa cento chili la nuova edizione rendendola, se possibile, ancora più leggera e maneggevole. La linea leggermente modificata, il corpo più aggraziato e sottile, con un corpo vettura lungo poco più di 3 metri e novanta, consente di raggiungere standard estetici ed ergonomici davvero invidiabili. Il motore collocato un poco più centralmente, ha consentito inoltre di rinforzare cofano, baule e parafanghi. Insomma, il sogno continua. La voglia di sedersi al volante, come un pilota d’aereo sul suo monoposto, e di lasciarsi andare all’emozione del vento, o avere la netta sensazione di possedere un cavallo scattante, docile e sensibile ai comandi, queste voglie, questi sogni, sono ancora molto forti. Complimenti ai progettisti Mazda, che nel 2011 avevano raggiunto, solo con questo modello, la notevole cifra di 900.000 vetture vendute, record mondiale assoluto. Buon compleanno quindi e cento di questi giorni.


In questa pagina: due immagini della presentazione del nuovo modello della MX-5 di Mazda, nata venticinque anni fa e ormai giunta alla sua quarta edizione. Nella pagina accanto: le tre generazioni precedenti di MX-5 e un’immagine del nuovo modello presentato nel 2014.

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Tessuti Passamanerie Carte

showroom milano Via Fiori Chiari 18 20121 Milano | +39 02 8058 1823 | showroom@dedar.com | www.dedar.com


Covers

L

a storia delle copertine di una rivista è come la favola dell’amore a prima vista. Siamo tutti più o meno propensi a giudicare le persone che incontriamo in qualche frammento di secondo, ed è in particolare il viso che ci induce a sentir nascere dei moti di simpatia oppure sensazioni di resistenza emotiva verso chi ci troviamo di fronte. Quando prendiamo in mano un giornale le nostre emozioni nascono esattamente nello stesso modo, giudicando la sua “facciata”, ossia la sua copertina. Poi come con le persone, si approfondisce la conoscenza e può succedere di cambiare idea: chi sembrava simpaticissimo può risultare un po’ noioso, pedante, chi invece sembrava proprio uno maleducato può rivelarsi disponibile e gentilissimo. Ma nella maggior parte dei casi la prima impressione viene confermata in eventuali incontri successivi. Da qui l’importanza della copertina di un giornale. Il volto di una persona riflette il suo carattere in modo naturale e,

se un giornale riesce a riflettere il modo di raccontare le storie al suo interno in modo coerente sulla copertina, l’amore sboccia. La storia delle copertine di Interni dal 1954 ad oggi può essere letto anche come un “Bildungsroman” (romanzo di formazione - ndr) nel quale i vari stati evolutivi del carattere della testata rispecchiano la crescita del mondo del design italiano, prima, e internazionale, più tardi. Nei primissimi anni non c’era neanche Interni in copertina, la testata era semplicemente la rivista dell’Arredamento per poi essere timidamente aggiunto negli anni 60 molto in piccolo. Da lì in poi si alternavano periodi di Interni dominanti spalmati su tutta la larghezza della copertina a momenti di ridimensionamento umiliante privilegiando la parola arredamento. Poi finalmente negli anni ’70 il passaggio dall’adolescenza alla maturità si completa e la personalità della testata emerge definitivamente e domina la copertina. E così l’amore nasce anche alla seconda vista, alla terza, alla quarta, alla sessantesima. Christoph Radl

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Interni 1 - Gennaio 1955

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60 Anni Years interni


BECAUSE IDEAS CAN BE BLACK AND WHITE.

ZIQQ BLACK DIAMOND AISI 316/L stainless steel Design Tessarollo and Lorato Made in Italy ADI DESIGN INDEX 2013 selected product

ceadesign.it


Interni 2 - Febbraio 1955

Interni 3 - Marzo 1955

Interni 4 - Aprile 1955

Interni 5 - Maggio 1955

Interni 6 - Giugno 1955

Interni 7 - Luglio 1955

Interni 8 - Agosto 1955

Interni 9 - Settembre 1955

Interni 10 - Ottobre 1955

Interni 11 - Novembre 1955

Interni 12 - Dicembre 1955

Interni 13 - Gennaio 1956

Interni 14 - Febbraio 1956

Interni 15 - Marzo 1956

Interni 16 - Aprile 1956

Interni 17 - Maggio 1956

Interni 18 - Giugno 1956

Interni 19 - Luglio 1956

Interni 20 - Agosto 1956

Interni 21 - Settembre 1956

Interni 22 - Ottobre 1956

Interni 23 - Novembre 1956

Interni 24 - Dicembre 1956

Interni 25 - Gennaio 1957

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Interni 26 - Febbraio 1957

60 Anni Years interni


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Faber SkyLift

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Interni 34 - Ottobre 1957

Interni 35 - Novembre 1957

Interni 36 - Dicembre 1957

Interni 37 - Gennaio 1958

Interni 38 - Febbraio 1958

Interni 40 - Aprile 1958

Interni 41 - Maggio 1958

Interni 42 - Giugno 1958

Interni 43 - Luglio 1958

Interni 44 - Agosto 1958

Interni 45 - Settembre 1958

Interni 46 - Ottobre 1958

Interni 47 - Novembre 1958

Interni 48 - Dicembre 1958

Interni 49 - Gennaio 1959

Interni 50 - Febbraio 1959

Interni 51 - Marzo 1959

Interni 52 - Aprile 1959

Interni 53 - Maggio 1959

Interni 54 - Giugno 1959

Interni 55 - Luglio 1959

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Interni 57 - Settembre 1959

Interni 58 - Ottobre 1959

Interni 59 - Novembre 1959

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60 Anni Years interni


PRENDETEVI QUALCHE LIBERTÀ

A 60 anni dalla produzione del nostro primo elettrodomestico ci siamo presi la libertà di uscire dalla cucina.

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Interni 60 - Dicembre 1959

Interni 61 - Gennaio 1960

Interni 62 -Febbraio 1960

Interni 63 - Marzo 1960

Interni 64 - Aprile 1960

Interni 65 - Maggio 1960

Interni 66 - Giugno 1960

Interni 67 - Luglio 1960

Interni 68 - Agosto 1960

Interni 69 - Settembre 1960

Interni 70 - Ottobre 1960

Interni 71 - Novembre 1960

Interni 72 - Dicembre 1960

Interni 73 - Gennaio 1961

Interni 74 - Febbraio 1961

Interni 75 - Marzo 1961

Interni 76 - Aprile 1961

Interni 77 - Maggio 1961

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Interni 80 - Agosto 1961

Interni 81 - Settembre 1961

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Interni 83 - Novembre 1961

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Interni 84 - Dicembre 1961

60 Anni Years interni


Interni 85 - Gennaio 1962

Interni 86 - Febbraio 1962

Interni 87 - Marzo 1962

Interni 88 - Aprile 1962

Interni 89 - Maggio 1962

Interni 90 - Giugno 1962

Interni 91 - Luglio 1962

Interni 92 - Agosto 1962

Interni 93 - Settembre 1962

Interni 94 - Ottobre 1962

Interni 95 - Novembre 1962

Interni 96 - Dicembre 1962

Interni 97 - Gennaio 1963

Interni 98 - Febbraio 1963

Interni 99 - Marzo 1963

Interni 100 - Aprile 1963

Interni 101 - Maggio 1963

Interni 102 - Giugno 1963

Interni 103 - Luglio 1963

Interni 104 - Agosto 1963

Interni 105 - Settembre 1963

Interni 106 - Ottobre 1963

Interni 107 - Novembre 1963

Interni 108 - Dicembre 1963

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Interni 109 - Gennaio 1964

60 Anni Years interni


London Showroom: First Floor, South Dome - Design Centre Chelsea Harbour - London - SW10 0XE - Ph: 020 3155 3065 - enquiriesuk@porada.it 22060 Cabiate (Como) Italia - Via P.Buozzi, 2 - Località Porada - Tel. +39 031 766215 - Fax +39 031 768386 - 766527 - info@porada.it

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imparare dal passato vivere per il presente sognare per l’avvenire

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Interni 110 - Febbraio 1964

Interni 111 - Marzo 1964

Interni 112 - Aprile 1964

Interni 113 - Maggio 1964

Interni 114 - Giugno 1964

Interni 115 - Luglio 1964

Interni 116 - Agosto 1964

Interni 117 - Settembre 1964

Interni 118 - Ottobre 1964

Interni 119 - Novembre 1964

Interni 120 - Dicembre 1964

Interni 121 - Gennaio 1965

Interni 122 - Febbraio 1965

Interni 123 - Marzo 1965

Interni 124 - Aprile 1965

Interni 125 - Maggio 1965

Interni 126 - Giugno 1965

Interni 127 - Luglio 1965

Interni 128 - Agosto 1965

Interni 129 - Settembre 1965

Interni 130 - Ottobre 1965

Interni 131 - Novembre 1965

Interni 132 - Dicembre 1965

Interni 133 - Gennaio 1966

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Interni 134 - Febbraio 1966

60 Anni Years interni


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IL NOSTRO GRES PORCELLANATO È AUTOPULENTE E PURIFICA L’ARIA

La ricerca di Casalgrande Padana ha creato Bios Self-Cleaning® Ceramics, le cui proprietà fotocatalitiche e superidrofile permettono di ridurre gli interventi di pulizia e manutenzione dei rivestimenti di facciata, decomponendo lo sporco e consentendo alla pioggia di rimuoverlo facilmente. Bios Self-Cleaning® Ceramics abbatte inoltre in modo significativo l’inquinamento presente nell’aria (150 mq di facciata con Bios Self-Cleaning® purificano l’aria tanto quanto un bosco grande come un campo da calcio).

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Interni 135 - Marzo 1966

Interni 136 - Aprile 1966

Interni 137 - Maggio 1966

Interni 138 - Giugno 1966

Interni 139 - Luglio 1966

Interni 140 - Agosto 1966

Interni 141 - Settembre 1966

Interni 142 - Ottobre 1966

Interni 143 - Novembre 1966

Interni 144 - Dicembre 1966

Interni 146 (2) - Febbraio 1967

Interni147 (3) - Marzo 1967

Interni 148 (4) - Aprile 1967

Interni 149 (5) - Maggio 1967

Interni 150 (6) - Giugno 1967

Interni 151 (7) - Luglio 1967

Interni 152 (8) - Agosto 1967

Interni 153 (9) - Settembre 1967

Interni 154 (10) - Ottobre 1967

Interni 155 (11) - Novembre 1967

Interni 156 (12) - Dicembre 1967

Interni 157 (13) - Gennaio 1968

Interni 158 (14) - Febbraio 1968

Interni 159 (15) - Marzo 1968

Interni 160 (16) - Aprile 1968

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Interni 145 (1) - Gennaio 1967

60 Anni Years interni / 391


Interni 161 (17) - Maggio 1968

Interni 162 (18) - Giugno 1968

Interni 163 (19) - Luglio 1968

Interni 164 (20) - Agosto 1968

Interni 165 (21) - Settembre 1968

Interni 166 (22) - Ottobre 1968

Interni 167 (23) - Novembre 1968

Interni 168 (24) - Dicembre 1968

Interni 169 (25) - Gennaio 1969

Interni 170 (26) - Febbraio 1969

Interni 171 (27) - Marzo 1969

Interni 172 (28) - Aprile 1969

Interni 173 (29) - Maggio 1969

Interni 174 (30) - Giugno 1969

Interni 175 (31) - Luglio 1969

Interni 176 (32) - Agosto 1969

Interni 178 (34) - Ottobre 1969

Interni 179 (35) - Novembre 1969

Interni 180 (36) - Dicembre 1969

Interni 181 (37) - Gennaio 1970

Interni 182 (38) - Febbraio 1970

Interni 183 (39) - Marzo 1970

Interni 184 (40) - Aprile 1970

Interni 185 (41) - Maggio 1970

Interni 186 (42) - Giugno 1970

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60 Anni Years interni


Interni 187 (43) - Luglio 1970

Interni 188 (44) - Agosto 1970

Interni 189 (45) - Settembre 1970

Interni 190 (46) - Ottobre 1970

Interni 191 (47) - Novembre 1970

Interni 192 (48) - Dicembre 1970

Interni 193 (49) - Gennaio 1971

Interni 194 (50) - Febbraio 1971

Interni 195 (51) - Marzo 1971

Interni 196 (52) - Aprile 1971

Interni 197 (53) - Maggio 1971

Interni 200 (56) - Agosto 1971

Interni 201 (57) - Settembre 1971

Interni 203 (59) - Novembre 1971

Interni 204 (60) - Dicembre 1971

Interni 205 (61) - Gennaio 1972

Interni 206 (62) - Febbraio 1972

Interni 207 (63) - Marzo 1972

Interni 208 (64) - Aprile 1972

Interni 209 (65) - Maggio 1972

Interni 210 (66) - Giugno 1972

Interni 211 (67) - Luglio 1972

Interni 212 (68) - Agosto 1972

Interni 213 (69) - Settembre 1972

Interni 214 (70) - Ottobre 1972

394 / 647 Covers

60 Anni Years interni


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Interni 33 - Settembre 1969

Interni 199 (55) - Luglio 1971

Interni 202 (58) - Ottobre 1971

Interni 255 - Marzo 1976

60 Anni Years interni


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Interni 215 (71) - Novembre 1972

Interni 216 (72) - Dicembre 1972

Interni 217 (73) - Gennaio 1973

Interni 218 (74) - Febbraio 1973

Interni 219 (75) - Marzo 1973

Interni 220 (76) - Aprile 1973

Interni 221 (77) - Maggio 1973

Interni 222 (78) - Giugno 1973

Interni 223 (79) - Luglio 1973

Interni 224 (80) -Agosto 1973

Interni 226 (82) - Ottobre 1973

Interni 227 (83) - Novembre 1973

Interni 228 (84) - Dicembre 1973

Interni 229 (85) - Gennaio 1974

Interni 230 (86) - Febbraio 1974

Interni 231 (87) - Marzo 1974

Interni 232 (88) - Aprile 1974

Interni 233 (89) - Maggio 1974

Interni 234 (90) - Giugno 1974

Interni 235 (91) - Luglio 1974

Interni 236 (92) - Agosto 1974

Interni 237 (93) - Settembre 1974

Interni 238 (94) - Ottobre 1974

Interni 239 (95) - Novembre 1974

Interni 240 (96) - Dicembre 1974

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60 Anni Years interni


Interni 241 - Gennaio 1975

Interni 242 - Febbraio 1975

Interni 243 - Marzo 1975

Interni 244 - Aprile 1975

Interni 245 - Maggio 1975

Interni 246 - Giugno 1975

Interni 247 - Luglio 1975

Interni 248 - Agosto 1975

Interni 249 - Settembre 1975

Interni 250 - Ottobre 1975

Interni 251 - Novembre 1975

Interni 252 - Dicembre 1975

Interni 253 - Gennaio 1976

Interni 254 - Febbraio 1976

Interni 256 - Aprile 1976

Interni 257 - Maggio 1976

Interni 258 - Giugno 1976

Interni 259 - Agosto 1976

Interni 260 - Settembre 1976

Interni 261 - Ottobre 1976

Interni 262 - Novembre 1976

Interni 263 - Dicembre 1976

Interni 264 - Gennaio 1977

Interni 265 - Febbraio 1977

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Interni 266 - Marzo 1977

60 Anni Years interni


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Non tutte le cose belle nella vita svaniscono.

Alcune rimangono per sempre. Assi del Cansiglio e Tavole del Piave sono prestigiosi assiti a tre strati con cui Itlas ha riscoperto i pavimenti di un tempo riproponendoli con lo stesso pregio e la stessa emozione, sono fabbricati interamente in Italia, costruiti con materiali naturali di qualitĂ e di prima scelta e realizzati in modelli esclusivi.

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Interni 267 - Aprile 1977

Interni 268 - Maggio 1977

Interni 269 - Giugno 1977

Interni 270 - Lug/Ago 1977

Interni 271 - Settembre 1977

Interni 272 - Ottobre 1977

Interni 273 - Novembre 1977

Interni 274 - Dicembre 1977

Interni 275 - Gennaio 1978

Interni 277 - Marzo 1978

Interni 278 - Aprile 1978

Interni 279 - Maggio 1978

Interni 280 - Giugno 1978

Interni 281 - Lug/Ago 1978

Interni 282 - Settembre 1978

Interni 283 - Ottobre 1978

Interni 284 - Novembre 1978

Interni 286 - Gennaio 1979

Interni 287 - Febbraio 1979

Interni 288 - Marzo 1979

Interni 289 - Aprile 1979

Interni 290 - Maggio 1979

Interni 291 - Giugno 1979

Interni 292 - Lug/Ago 1979

Interni 293 - Settembre 1979

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60 Anni Years interni


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Interni 294 - Ottobre 1979

Interni 295 - Novembre 1979

Interni 296 - Dicembre 1979

Interni 299 - Aprile 1980

Interni 300 - Maggio 1980

Interni 301 - Giugno 1980

Interni 304 - Ottobre 1980

Interni 305 - Novembre 1980

Interni 306 - Dicembre 1980

Interni 297 - Gen/Feb 1980

Interni 302 - Lug/Ago 1980

Interni 307 - Gen/Feb 1981

Interni 309 - Aprile 1981

Interni 310 - Maggio 1981

Interni 311 - Giugno 1981

Interni 312 - Lug/Ago 1981

Interni 314 - Ottobre 1981

Interni 315 - Novembre 1981

Interni 316 - Dicembre 1981

Interni 317 - Gen/Feb 1982

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Interni 298 - Marzo 1980

Interni 303 - Settembre 1980

Interni 308 - Marzo 1981

Interni 313 - Settembre 1981

Interni 318 - Marzo 1982

60 Anni Years interni


Interni 319 - Aprile 1982

Interni 320 - Maggio 1982

Interni 321 - Giugno 1982

Interni 322 - Lug/Ago 1982

Interni 323 - Settembre 1982

Interni 324 - Ottobre 1982

Interni 325 - Novembre 1982

Interni 326 - Dicembre 1982

Interni 327 - Gen/Feb 1983

Interni 328 - Marzo 1983

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Interni 337 - Gen/Feb 1984

Interni 338 - Marzo 1984

Interni 339 - Aprile 1984

Interni 340 - Maggio 1984

Interni 341 - Giugno1984

Interni 342 - Lug/Ago 1984

Interni 343 - Settembre 1984

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60 Anni Years interni


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Interni 344 - Ottobre 1984

Interni 345 - Novembre 1984

Interni 347 - Gen/Feb 1985

Interni 348 - Marzo 1985

Interni 349 - Aprile 1985

Interni 350 - Maggio 1985

Interni 351 - Giugno 1985

Interni 352 - Lug/Ago 1985

Interni 353 - Settembre 1985

Interni 354 - Ottobre 1985

Interni 355 - Novembre 1985

Interni 356 - Dicembre 1985

Interni 357 - Gen/Feb 1986

Interni 358 - Marzo 1986

Interni 359 - Aprile 1986

Interni 360 - Maggio 1986

Interni 361 - Giugno 1986

Interni 362 - Lug/Ago 1986

Interni 363 - Settembre 1986

Interni 364 - Ottobre 1986

Interni 365 - Novembre 1986

Interni 366 - Dicembre 1986

Interni 367 - Gen/Feb 1987

Interni 368 - Marzo 1987

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Interni 369 - Aprile 1987

60 Anni Years interni


Art director: David Bodino - Xb2 studio

UNICO Ăˆ IL PIACERE DI UNA SCELTA SENZA LIMITI.

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Interni 276 - Febbraio 1978

Interni 294 - Ottobre 1979

Interni 346 - Dicembre 1984

Interni 375 - Novembre 1987

60 Anni Years interni


design Lorenzo Granocchia


Interni 370 - Maggio 1987

Interni 371 - Giugno 1987

Interni 372 - Lug/Ago 1987

Interni 373 - Settembre 1987

Interni 374 - Ottobre 1987

Interni 375 - Novembre 1987

Interni 376 - Dicembre 1987

Interni 377 - Gen/Feb 1988

Interni 378 - Marzo 1988

Interni 379 - Aprile 1988

Interni 380 - Maggio 1988

Interni 381 - Giugno 1988

Interni 382 - Lug/Ago 1988

Interni 383 - Settembre 1988

Interni 384 - Ottobre 1988

Interni 385 - Novembre 1988

Interni 386 - Dicembre 1988

Interni 387 - Gen/Feb 1989

Interni 388 - Marzo 1989

Interni 389 - Aprile 1989

Interni 390 - Maggio 1989

Interni 391 - Giugno 1989

Interni 392 - Lug/Ago 1989

Interni 393 - Settembre 1989

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Interni 394 - Ottobre 1989

60 Anni Years interni


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Interni 395 - Novembre 1989

Interni 400 - Maggio 1990

Interni 396 - Dicembre 1989

Interni 401 - Giugno 1990

Interni 397 - Gen/Feb 1990

Interni 403 - Settembre 1990

Interni 398 - Marzo 1990

Interni 404 - Ottobre 1990

Interni 399 - Aprile 1990

Interni 405 - Novembre 1990

Interni 406 - Dicembre 1990

Interni 407 - Gen/Feb 1991

Interni 408 - Marzo 1991

Interni 410 - Maggio 1991

Interni 411 - Giugno 1991

Interni 412 - Lug/Ago 1991

Interni 413 - Settembre 1991

Interni 414 - Ottobre 1991

Interni 416 - Dicembre 1991

Interni 417 - Gen/Feb 1992

Interni 418 - Marzo 1992

Interni 419 - Aprile 1992

Interni 420 - Maggio 1992

Interni 421 - Giugno 1992

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Interni 422 - Lug/Ago 1992

60 Anni Years interni


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Interni 423 - Settembre 1992

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Interni 427 - Gen/Feb 1993

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Interni 447 - Gen/Feb 1995

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Interni 448 - Marzo 1995

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Interni 415 - Novembre 1991

Interni 430 - Maggio 1993

Interni 449 - Aprile 1995

Interni 509 - Marzo 2001

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Interni 450 - Maggio 1995

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Interni 547 - Dicembre 2004

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Interni 565 - Ottobre 2006

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Interni 594 - Settembre 2009

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translations 7 Editors-in-chief pag. 49

When Interni was founded in 1954, its editor Giovanni Gualtiero Görlich ‘christened’ it as the Rivista dell’Arredamento: “This first issue will be prepared while the 10th Triennale is still happening in Milan. So we believe it is worthwhile to emphasize, in a magazine devoted exclusively to the home, the contribution of this event to the development of modern decor.”From January 1955 to September 1957 the editor-in-chief and director of the Rivista dell’Arredamento was Giovanni Gualtiero Görlich (n. 1, January 1955). He began with an approach suited to a large audience, providing information and addresses a middle-class target, to offer recommendations on style and taste, for the furnishings of the average home. From October 1957 to December 1962 the direction of the magazine was assigned to the architect Antonello Vincenti, who three years earlier, in the context of the 10th Milan Triennale, had presented, under the name Studio b24, an Experimental House, based on collaboration between architects and artists. Starting in January 1967, the magazine was transformed and took the name “Interni, la rivista dell’arredamento” and the issue numbers started over again, from issue n. 1. No specific direction of coverage emerged from 1963 to 1966. From January 1967 to November 1971 the editor of “Interni, la rivista dell’arredamento” was Carlo De Carli, well known for his activity as an architect and designer, and for his role inside the School of Architecture of the Milan Polytechnic, the Triennale and the world of industrial and artisanal production of furnishings. De Carli was a ‘global’ architect, and from 1965 to 1968 he was the Dean of the School of Architecture, where he taught until 1986. From December 1971 to December 1976 the editor-in-chief of “La rivista dell’arredamento_Interni” was Flavio Conti, an architect and historian of architecture and design. Besides the variation on the name, he introduced new graphic design, including special cardboard inserts for competitions, and columns on greenery and other more technical subjects. In 1976 the Görlich publishing company was acquired by Industrie Grafiche Editoriali, which was then acquired in 1977 by the Electa publishing group. From February 1976 to September 1979 the editor-in-chief was Bruno Alfieri, one of the best-known Italian art critics and publishers, who brought to Italy foreign artists and designers like Jackson Pollock and Le Corbusier, making a contribution to the culture of art with many monographs on famous Italian painters, and through publication of the catalogue of the Venice Biennale. He began his career as an art journalist and critic very early, and from 1976 to 1979 he directed the magazine Interni. The publication changed, thanks to the contributions of Cini Boeri, Bruno Munari, Nani Prina, Pino Tovaglia. The articles began to cover the field of design (Roberto Sambonet, Gaetano Pesce, De Pas-D’Urbino-Lomazzi, Ettore Sottsass and the Castiglioni brothers). The coverage included interior design and architecture projects, with a special focus on the Triennale. From October 1979 to May 1994 the editor-in-chief of “Interni-La rivista dell’arredamento” was Dorothea Balluff, a journalist. Under her direction the first English texts appeared in the magazine. The September issues began to contain in-depth critical coverage of the Salone del Mobile. The magazine focused on production and companies, including regular columns on showrooms. Illustrious contributors began to write for the publication, alongside images by outstanding photographers like Gabriele Basilico and Gianni Berengo Gardin. The Gruppo Editoriale Electa, in 1984, became simply Electa. Electa then became part of Gruppo Elemond, which in 2003 became Mondadori Electa Spa, acting as the operative holding company of Gruppo Mondadori for activities related to art publishing and illustrated books. From June 1994 to the present the editor-inchief of Interni is Gilda Bojardi. She has created the FuoriSalone which now enlivens Milan in the month of April with over 500 events, becoming a socio-cultural phenomenon of great importance. For these initiatives, she has been appointed Officier des Arts et des Lettres by the French Ministry of Culture (2006), and has received the Ambrogino d’Oro award of the City of Milan (2007). Today Interni is an integrated system of communication on design, architecture and international decor. Besides the monthly magazine, Interni “reads” design culture through monographs, international guides to the major cities of the design system, the fundamental FuoriSalone guide to Milan, and special publications for the weekly news magazine Panorama. Under the direction of Bojardi, Interni updates the world of design on the latest trends, highlighting and discovering future protagonists, through the magazine and through the creation of events and exhibitions.

647 issues pag. 51 editorial by Gilda Bojardi

There are many reasons why I feel it is worthwhile and right to celebrate the 60th anniversary of Interni with a special publication. The first – and most important, perhaps – is that this is a unique opportunity to thank all the people who have made it possible to achieve such an outstanding result. First of all the architects, designers and creative talents who have narrated their stories and vision on the pages of the magazine. Then the companies that have believed and invested in our efforts, in a versatile way, to communicate and to promote design culture (we should remember: without their support and their trust we could never have come this far). Then the many collaborators who over the years have helped us to make Interni a brand known all over the world: critics, journalists, photographers, consultants, all those who with different kinds of expertise have made contributions precious for our growth. Last but not least, we would like to thank our readers, be they sector professionals, students or simply lovers of design and architecture; their praise and their criticisms have always been a decisive stimulus in our pursuit of new information and new ways of talking about design. The second reason is that taking advantage of this occasion for a look back, a ‘philological’ retrospective on 60 years of design history, enables us to put a process of evolution into focus that might seem obvious today, but is actually anything but. From the first Italian furnishings magazine, founded by Giovanni Gualtiero Görlich in 1954, Interni has been transformed into a system of communication that now narrates design through a range of parallel publications and different media tools: from printed paper to the web, all the way to the creation of events and exhibitions, organized to encourage interaction between designers, producers and distributors, bringing together their respective roles. In this long history, Interni has had the good fortune to share entirely in the fantastic, adventurous history of Italian furniture and design. The magazine has covered the growth of an industrial sector that is now the claim to fame of Italy in the world, growth made possible by the intuitions of brilliant architects, designers and cultural figures, courageous entrepreneurs and many other absolutely exceptional personalities who have dared to take risks and still venture to dare. Together with these protagonists, Interni has grown, and like Italian design it has spread on an international level, ‘invading’ the everyday world with the goal of recording the multiple expressions of contemporary design, no longer linked only to the world of furnishings. We thought it was interesting, then, to retrace a history – that of our magazine – that is simply the reflection of the many histories that have made Italian design great. With great care, we have delved into the archives and returned with articles, images, documentation, advertising campaigns, all published by Interni from 1954 to the present. We have recreated a sort of visual narrative that very clearly expresses the evolution of the Italian lifestyle, of tastes and above all of the

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design culture of our country, as it has gradually widened its horizons. We have decided to break this story up into six decades, asking six well-known design critics – Vanni Pasca, Enrico Morteo, Cristina Morozzi, Andrea Branzi, Marco Romanelli, Beppe Finessi – to outline their main features and represent them through ten iconic products. The whole survey is introduced by an essay by Deyan Sudjic, the former editor of Domus and now director of the Design Museum in London, who offers an objective interpretation, that of someone who has lived and analyzed the episodes of Italian design with greater detachment. To complete the tale, we provide the collection of all the covers of 60 years of Interni, the 15 collections of drawings (made each month by a great designer or architect for Interni), and a selection from the events we have created and organized during this long career. Lots of stuff, in short. Had it not been for the special occasion of this 60th anniversary of the magazine, we might never have gotten such a clear grasp on what we have built over time. A source of pride, which it is only logical – and fitting – to share with everyone.

60 years of italian history pag. 52 introduction by Deyan Sudjic

Sixty years ago, Italy was a country on the edge of a breakthrough. Now it’s a country that has been through a nervous breakdown and is looking for a new definition of its identity. It had been poor, but was growing rich. It had been a battleground between 1943 and 1945, fought over by the allied powers and the Nazis, but had rebuilt the damage done. It was a fragile state pushed to civil war between fascism and its enemies, but had survived Mussolini and Hitler, and the struggle between the Italian Communist Party and the Christian Democrats. At last, after so many false dawns, Italy finally found itself as the last of the big European country to industrialize, and was able to live the life of a wealthier, more leisured society. Leapfrogging technology in the 21st century allowed Indian technology companies to bypass copper wire, and go straight to digital, so Italy had leapfrogged its older European rivals in the 1950s. It went from recycling the innovations of Ford and Underwood to building its own mainframe computers in 1959 and exporting FIAT cars to the Soviet Union, Brazil , Yugoslavia and Spain. Underneath a skin of modernity, characterized by Nizolli’s typewriters for Olivetti , FIAT rail cars, and Terragni’s Casa del Fascio in Como, Italy was still a largely agrarian economy in 1945. But by 1954, it had turned into a modern state. It was building a culture that set its own agenda, rather than follow that of others. The transformation was made possible by a wave of migration from the peasant south to the industrial north. And by manufacturers who moved from generic low cost products that sold on price to premium design led production. Underneath its commercial success, Italy had a culture with its own design schools, and its own design media that provided both a critical mass, and a means of broadcasting its message to the world. It was in 1954 that Interni magazine, was founded, and has been a constant presence as a record of Italy’s place in design, both a home, and broadcasting its message around the world. Magazines have been an integral part of the ecology of design in Italy, and it has more of them specializing in the subject than any other country. Interni, unlike so many of the others has seen its job as providing a reflection of the wider picture, rather than associating itself with one or other ideology, or even becoming part of the repertoire of a particular designer, or architect. If Italy in the 1950s was Europe’s China, exporting low cost cars to the Soviet bloc, undercutting French textiles and German metalware, it was also the European economy that was most threatened in 2000 by the emergence of China. Of course China has yet to establish its own culture of education, media and criticism, in the way that Italy did so successfully. Now Italy is in the midst of a crucial reassessment of its cultural identity. In 1955, an Italy, that had once been admired only for its past – to the irritation of many of its polemicists – “rid us of your deplorable Ruskin” , howled Marinetti to Italy’s Anglo Saxon critics, urging Venice to fill in its canals with concrete was on the brink of becoming an inspiration for what it could offer to the modern world. In England, Terence Conran established himself as a stylish restaurateur in the London of the 1950s by importing one of the first espresso machines in Britain, and acquiring a Vespa. A little later Italian suits appeared on the street of Soho as the uniform of the Mod youth cult. And Italy’s magazines, its awards, such as the Compasso d’Oro and its exhibitions: the triennale in Milan and the biennale in Venice in particular, set the design and art agenda. These were developments that reflected a shift in cultural perceptions. Piero Cardini had left his home in Treviso for France in 1939 to become Pierre Cardin, and never return. But ten years later, Valentino Garavani trained in Paris, but went back to Rome to start his own fashion house. For Anglo Saxon critics, Italy’s contribution to modernism had been unclear. They saw only a modern movement dominated by Germany and the Bauhaus, with France, Holland, Sweden and Finland as acknowledged players. In this view Italy was invisible until the 1950s when a new generation of critics, lead by Reyner Banham began to reassess such previously neglected figures as Terragni. Italy itself began to produce a dazzling sequence of innovative projects, from Gio Ponti’s Pirelli tower, to the Castiglioni brothers’ furniture. Banham had more trouble with coming to terms with some post war Italians. The Torre Velesca of BBPR triggered a war of words between Banham and Ernesto Rogers. Banham regarded its neo medieval silhouette as a reactionary betrayal. In fact Italy and Britain throughout this period have played off each other. In the 1960s the youth culture of London was an inspiration for the Italian avante garde, from Ettore Sottsass’s and Fiorucci’s fascination with the youth culture of the Kings Road, to Archizoom’s preoccupation with Archigram. But it was also the period when a generation of British designers could see the opportunities offered by Italy, and in particular by the design culture of Milan, which in those days was inextricably connected with Olivetti. First Perry King, then George Sowden, James Dillon, James Irvine, and many others made their way to Italy, and in many cases merged into the culture there. Milan also attracted Hans von Klier Richard Sapper and other German, the Argentine critic Tomas Maldonado, the Japanese designer Toshiyuki Kita. It was a magnet for ambitious designers from all around the world. I can remember how glamorous Italy seemed when I went to the Salone di Mobile for the first time in 1976 – flying Alitalia , with Jo Colombo cutlery on the lunch tray, and the Landor designed corporate identity. Alitalia is surely the only airline to have stuck with the same look for such a long time, and has gone from the epitome of style, to the embodiment of all that can go wrong with a corporate culture. I can remember being given Enzo Mari’s chair in a box when it was launched, and the launch of the Vertebra chair for Castelli by Emilio Ambasz. I can remember parties on the Milan subway, and in abandoned factories. I never saw Italy the New Domestic Landscape at the Museum of Modern Art in New York, but I have the stunning catalogue. I started to be on the Olivetti mailing list and got a copy of the company’s celebrated desk diary every Christmas for a while. Of course what I was not quite so aware of at the time was the street fighting and the terrorism of the years of lead that coincided exactly with the New Domestic Landscape exhibition. It was only a matter of months between the death of Ettore Sottsass’s friend Giacomo Feltrinelli at the base of an electricity pylon outside Milan that he had been trying to dynamite, and Sottsass’s presentation at MoMA in New York. Pierre Restany, the veteran art critic reminded me much later, how he had to spend the 1968 Venice Art Biennale keeping one step ahead of an anarchist group who wanted to push him into the Grand Canal for being too bourgeois. Andrea Branzi told me about the night in 1969 that he and Ettore Sottsass came out of a party in the Savini restaurant in the Galleria in Milan. Sottsass, who happened to be wearing a native American feathered war bonnet, made the mistake of looking a fascist skinhead in the eye, and got beaten up for it. I was in

60 Anni years intErni


Informazione pubblicitaria

Nuovo successo Margraf in USA Il World Financial Center di New York è “made in Italy”

laterali e l’intera pavimentazione interna. Per evidenziare le qualità naturali del colore e le venature di ogni singolo materiale e per fornire maggiore luminosità a tutto l’ambiente, le lastre di Fior di Pesco Carnico e Botticino Classico sono state posate, su tutte le superfici, seguendo un ordine che vuole sembrare casuale, mescolando i colori, senza vena ricorrente. Il rimodelPelli Clarke Pelli Architects - il medesimo studio che ha lamento e la finitura della South Lobby si concretizza, quindi, realizzato il progetto originario nel 1988 - si è occupato della in un nuovo ampio accesso alla Torre, arricchito con materiali prima vasta e importante ristrutturazione dell’edificio da quando naturali “made in Italy”. il complesso fu edificato, che consiste nella riconfigurazione e nella ridistribuzione complessiva degli spazi interni e degli in- Per dare continuità storica alla realizzazione, lo Studio Pelli gressi, con l’intento di non intaccare le parti essenziali della Clarke Pelli Architects ha deciso di utilizzare, in particolare, il Fior di Pesco Carnico, presente nel primo progetto degli anni struttura esistente. ’80. Questo marmo pregiato, dalle tonalità che variano dal griRecentemente è stata completata la Tower Four South Hall di gio, al rosa, al bianco, con venature di colore bianco avorio e Brookfield Place con una nuova imponente Lobby. Concepita grana grossolana, è estratto dall’unica cava al mondo di Forni con uno spazio di accesso più ampio, rispetto al progetto degli Avoltri (UD), in esclusiva Margraf. anni ’80, aperto e illuminato dalla luce naturale, ha una metra- In un’intervista, l’Architetto Cesar Pelli sottolinea che il Fior di tura complessiva di 24 m di larghezza, 21 m di profondità e Pesco Carnico si armonizza con tutti gli altri marmi: “… Lo imquasi 6 m di altezza. La South Lobby si apre sia ad est, verso il pieghiamo spesso combinandolo a marmi di altro colore. Volevo centro di Brookfield Place, che a sud, con un ampio panorama un marmo che si accordasse ai verdi, ai rossi, agli arancio, e il Fior di Pesco Carnico si abbina molto piacevolmente poiché di Battery Park City North Cove Marina. contiene in sé un po’ di tutti questi colori; usandolo anche da Il Botticino Classico e Fior di Pesco Carnico di Margraf ri- solo, comunque, si ottengono pavimentazioni belle e vivaci…”. vestono rispettivamente la parete del nucleo principale, le pareti La sua passione per questo materiale naturale Margraf, così Nuovo successo internazionale per Margraf: l’Azienda vicentina fornirà 10.000 mq di pregiati marmi, tagliati su misura e provenienti dalle sue cave di Botticino Classico e Fior di Pesco Carnico, per la ristrutturazione del nuovo World Financial Center di New York.

pregiato, ne ha diffuso l’utilizzo in tutto il mondo, dal Winter Garden dell’originario World Financial Center a New York, fino alla realizzazione del Canary Wharf Main Tower a Londra. Da oltre un secolo Margraf affianca architetti di fama internazionale nelle realizzazioni di pregio, in Italia e all’estero, ed è diventata un simbolo dell’eccellenza “made in Italy” nel mondo. La storia del successo dell’Industria Marmi Vicentini in USA ha inizio nel lontano 1906 con la realizzazione dei primi grattacieli americani. Da allora si sono susseguiti progetti sempre più importanti come, ad esempio, il Coca Cola Building ad Atlanta, l’IBM Tower in Georgia, lo Smith Center for the Performing Arts a Las Vegas. Oggi sempre di più la pietra naturale e i marmi Margraf hanno “voce in capitolo” in importanti realizzazioni di hotel, abitazioni private di pregio e luoghi pubblici.

MARGRAF S.P.A. Via Marmi, 3 – 36072 – Chiampo (VI) Tel. +39.0444.475900 info@margraf.it www.margraf.it www.facebook.com/margraf.industriamarmivicentini


the Corso Europa for the Memphis launch in 1981. At the time it seemed like a burst of anarchic revolt against the preconceptions of Italian good taste. In fact it was the start of what in retrospect turned out to be something of a golden age for Italy, when Fiorucci took London street style and re-exported it to the world, opening the way for Benetton to modernize fashion in both production and distribution, and for Alessi to make its name. The Italian economy seemed to be on the brink of overtaking that of the United Kingdom. It was a golden age that was derailed by the Tagentopoli scandal. A scandal that had as one of its least likely consequences, Sottsass’s appointment to design the interiors of Malpensa, when the original design consultants working on the project were revealed to have embarrassing political connections. After the scandals came the stagnation of the Berlusconi years. And an Italy that is now struggling to find itself again. After the years of the masters, first in architecture, then in design that made Italy a world capital of design, its hard to see a new generation that has yet developed to rediscover that role. It is time for another breakthrough. And yet Italy is one of the most generous of countries to talent wherever it comes from. It was certainly generous to me. I had the chance to edit Domus for four years, and to become the curator of the Venice Architecture Biennale. Its hard to imagine France for example being as welcoming to a non native speaker. The world is still looking to Italy for what the world of design will be. It is a country that is rooted in making, and in ideas, in questioning, and in an openness to the world. - pag. 52 The Pirelli skyscraper under construction, Milan, 1958. Copyright: MONDADORI PORTFOLIO. - pag. 53 Period advertising for the Innocenti Lambretta. - pag. 54 Entrance to the Milan Triennale, during the occupation in May 1968. Opening of the fi st exhibition of the Memphis movement in Milan, 1981. Mirafiori finishing line or the Fiat 500, 1958. Centro Storico Fiat. 1970. An Alitalia DC-9, with the famous logo designed in 1969 by Walter Landor Associates. Mazzocco-Vergati Photographic Archive

180 drawings pag. 57

180 drawings made by architects and designers who have accepted our invitation to take part in the publishing project of the Drawings Collection, starting in April 1996, as protagonists of the pages of INTERNI. Free ‘thoughts of the hand,’ connections to spaces, times and geographies, near and far. One drawing per month, year after year, and we have already reached the 180th piece in our precious collection. A tribute to designers, interpreting and illustrating a long, absorbing shared path. From 1954, the year of its birth, the magazine has constantly monitored the activities of architects and designers who have contributed to make Italian design famous around the world. We have documented their research, their thoughts, their relationships with the industry, always keeping faith with the magazines role as a link between ideas, production, distribution and the consumer. 180 drawings, under the aegis of linguistic pluralism, that convey – through the suggestions of paper and ink – the alchemy of lines, forms, geometries, materials and colors, the interpretation of trends, evolutions and transformations connected with the design of architecture, interiors and products. Drawings talk. Today, in the era of digital communication, they are even more eloquent. Antonella Boisi

3000000 visitors pag. 97

Interni=FuoriSalone. Interni’s particular approach to exploration of the world of design production has led the magazine, over time, to intensify its activities in the organization of events that can promote and narrate a design culture made of industrial companies with unique capacities, and architects and designers able to stage those capacities in experimental installations. In this sense, the events created for Design Week in Milan, the original ‘FuoriSalone’ that began in 1990 thanks to an intuition of the present editor-in-chief Gilda Bojardi, have immediately functioned as incubators, ready to combine the dimensions of design and architecture and providing concrete stimuli for the practices of the companies and designers invited to take part. The story of the Interni Events starts in 1998 with the first large urban exhibition, Light Tower, in which Milan’s busiest streets hosted seven luminous, multimedia landmarks, with real-time displays of interviews, images and new projects. As the FuoriSalone phenomenon became more established and autonomous, the Interni work group could invent its own initiatives without overlooking its role in the coordination of the happenings around the city. This meant the beginning of a path of exploration that over the years has brought a surprising sequence of over 200 special works and installations that could never have come into existence only on the basis of pragmatic needs of production. Among those who have contributed to develop the April events, Alessandro Mendini and Michele De Lucchi have played a fundamental role as advisors, supporting Interni with the wisdom and courtesy of true masters. From the streets and squares of the center to the gates of the city, all the way to the buildings that symbolize the history of Milan, first the Sforzesco Castle and then, in recent years the historic Ca’ Granda, now the Università degli Studi: the search for ideal locations for the Interni exhibitions, often leading to unexpected and surprising results, have brought to light and granted identity to hidden places of the city, stimulating the birth of new creative districts and contributing to open up the city to an international context. In this city, from which the magazine carefully observes the progress of design, now in a state of widespread transformation, with an eye on the upcoming Expo, Interni interprets the inseparable relationship between design and communication, leaving the territory of the printed page to branch out into special initiatives to represent the world of design in all its infinite variations. Michelangelo Giombini

54 - 63 Charming FiFties pag. 145 text and icons by Vanni Pasca

1950s: the Pirelli tower is built in Milan, the symbol of the modernization of Italy. The architect is Gio Ponti. A traditional crafts company, Cassina, asks him to design a chair. The result is the Superleggera, the symbol of Italian design and the new modernity of the country. The transformation of Italy from an agricultural-industrial to an industrial-agricultural country, with the rise of an urban lifestyle, has technical modernization at its center. Utilitarian cars for mass mobility (already launched by scooters), portable typewriters and early calculators, espresso machines for cafes. For the home, refrigerators and washing machines, the boom of appliance manufacturing, the replacement of traditional objects like pedal-operated sewing machines with new electric models. In 1954 television broadcasting begins. The figure of the designer starts to emerge. Marco Zanuso and Richard Sapper create a series of innovative television sets for Brionvega. Alongside the names of the industrial companies, from Turin to Milan, Pontedera to Pordenone and so on, appear those of Dante Giacosa, Marcello Nizzoli, Gino Valle and many others. The home is modernized, with low-cost flats and real estate development: the residential cells are based on the model proposed in the 1920s in Germany, organized in functional zones. The bathroom inside the house is a fundamental development, with the growth of the bath fixtures industry, and people want an ‘American kitchen,’ with low and high cabinets, based on the Frankfurt kitchen (1925). A new space appears, the ‘living room,’ with the gradual invasion of the television set and groups of sofas and armchairs. In Milan, the School of Architecture and the Triennale have conducted experimentation with architects on the transformation of the home for some time. Magazines like Domus and Casabella pay close attention to the international scene, and in 1954, published by Görlich, “La rivista

444 / translations

dell’arredamento” appears – later to become “Interni, la rivista dell’arredamento” – with its focus on contemporary style and furnishings. In this period, a process is launched by the most advanced architects, against traditional ‘period’ furnishings, based on Chippendale models and promoted by many manufacturers in the area of Cantù, in favor of a new, modern taste. Many designers encourage modernity while attempting to conserve a relationship with the culture of dwelling and crafts, in tune with the experiences of the Arts and Crafts movement and the Viennese workshops in the 1800s and early 1900s. In Milan the sober elegance of Albini stands out, while a small company is founded, Azucena, where architects like Caccia Dominioni and Gardella try to create a network with artisans (elsewhere, there is the phytomorphic and zoomorphic language of Carlo Mollino in Turin). The Castiglioni brothers design a space for an exhibition at Villa Olmo in Como (1957), with an idea of free, nonchalant living and a series of furnishings, including stools based on the assembly of already existing components, which become points of reference for young designers in the years to come. Experimentation begins with new materials for mass production. Marco Zanuso tests foam rubber and elastic belting (derived from his experiences with Pirelli for car seats) in the Lady armchair. Foam rubber is replaced by polyurethane, leading to the success of upholstered furnishings. Gino Colombini designs light, colorful plastic utensils for Kartell, which replace the objects in galvanized sheet metal in homes, leading to the success of polypropylene (‘moplen’). The lighting sector grows, and Gino Sarfatti designs innovative lamps. In 1959 Flos and Artemide begin operation: certain lamps become icons, like the Arco by the Castiglioni brothers (Flos 1962). At this point Italian design is in full swing, as can be seen in 1972 at the exhibition at MoMA New York: “Italy - The New Domestic Landscape” introduces the world to the culture of living artisanentrepreneurs and architect-designers are developing.

“As thin as possible and never in the middle.”Arne Jacobsen “To create your own rules and to set your own limits. I don’t think you can talk about breaking the rules as an act of liberation.”Franco Albini

54 - 63 Amarcord pag. 168 text by Franco Raggi

In 1954 I was nine years old, and I turned 18 in 1963, when I began to study at the school of architecture. What I can say about design and the evolution of the domestic scenario and of living in that period I have read later, in books and magazines. I believe it might be more interesting to dig through the memories of a teenager from a well-off middle class family, who found himself in an ideal point of observation to describe, from a personal perspective, the phenomenon of modernization of his way of living and the appearance on the domestic scene, in everyday life, of small and large objects we now catalogue in the variegated panorama of Italian design. Kartell K101 My uncle Camillo, a great lover of the mountains, a skier and unstoppable organizer of family trips, showed up at dawn one winter morning in the 1950s with a strange article strapped to the roof of his gray Fiat Millecento. Two canvas ribbons with rubber pads and ties on the roof of the car. It could carry skis and poles for four skiers. The only trick was to point the tips of the skis downward, otherwise at a speed of 80 km/h, on the Milan-Lecco, everything would pull up, like an airplane trying to take off. Only many years later did I learn that this was one of the first Kartell products, made with Pirelli Nastricord, and designed by Roberto Menghi and Eng. Carlo (Carlone) Barassi, a friend of Giulio Castelli and later also a founding partner of Arflex; a company to which he brought the Pirelli know-how regarding the first foams used for padding. An interesting phenomenon of technological transfer, ahead of its time. Then uncle Camillo, who liked things well done, also had a white Giulietta sports car... I can still remember the smell of the mixture of fake leather and plastic. Olivetti Lettera 22 At home and at school, we wrote by hand with a Pelikan fountain pen (green and black Bakelite) or an Aurora 88 (black with a gold cap). Typewriters were used in offices; but in high school the fashion of “theme papers” came along, which had to be laid out with photographs, drawings and texts. So at Christmas in 1959 the Olivetti Lettera 22 arrived, the first typewriter for use in the home, of compact size and price, especially friendly in its forms and color. With this typewriter, design entered the house like a phenomenon of complete communication. Graphics, the logo of the little bird, the paper cutter designed by Nizzoli by stylizing the logo, the aqua green color, the soft case with soft handles, like a handbag. Everything was thought out with intelligence and an aesthetic that prompted an instant affective relationship in me. Eko VL480 Black Gibson and Fender were the legendary brands in the 1960s for lovers of the electric guitar. American products, with very high price tags for a teenager like me, who after tiresome and helpful classical guitar lessons had discovered folk music and rock. Looking for an instrument I could afford, I ran into the Italian path to rock guitar. Eko, a very new company from Recanati, produced original and efficient instruments, with innovative design. I bought a relatively “mean” black and white model with two pick-up bridges and a whammy bar. I felt like I was on the cutting edge of modernity. After half a century I gave it to the son of a friend of mine who played guitar professionally. He was fascinated by the design, and maybe unaware of the fact that he was getting a relic Made in Italy. Geloso G255 In 1960 my father, a doctor, bought a new Italian tape recorder. It was called the G255, with the nickname “Gelosino.” He used it to record case histories and conversations with patients, to help with reports and diagnosis. Compact, in a small case, with a transparent polycarbonate lid and four big mistake-proof cylindrical buttons in yellow-red-green-black for the four fundamental functions: Rec, Rev 1-2, Audio. The decidedly non-tech appearance (we’d say look, today), with its rounded, very compact case, put it in that still rather rare family of objects in which design was evident for the first time as a friendly, modernizing influence. Back then it was called a “magnetofono” and it helped me to discover the magic of listening back to my own voice for the first time, which sounded awful. Later, for higher performance, they gave us a Grundig tape recorder, German, fat, cumbersome, far from beautiful, but of course very efficient and impossible to transport. We recorded songs played on the guitar, trying to imitate American folk and rock singers, with poor results. But for me the image and memory of the tape recorder coincide with the Gelosino. Irradio Irradiette A parallelepiped in green (mine was), with an opening that let you insert a 45 rpm record, and three buttons: “On”, “Espelli” (Eject) and “Volume,” and a flat chromium-plated metal strip that turned out to be a handle. Among all the design objects that somehow brought about a little revolution in my youth, the “Irradiette” by Irradio has a special place indeed. The small, brilliant portable record player for singles changed our lives. First of all because it “ate” records and then, of course, “spit” them out. Then because it worked with batteries, in any position, even upside down and in motion. Music on vinyl, from the early 1950s on, had been stuck in one place… only radios were portable. The Irradiette let you take your music with you, on foot, in a car, on a bike, to the beach, to meadows, homes, day or night. Light, with the vanishing handle and the controls built flush into the elementary body, it fit in a backpack. The sound was a bit rough around the edges, but who cared? Today, when music gets grabbed online and stored in your pocket or the palm of your hand, it seems laughable. But in 1964 it was amazing. Oluce Spider One year prior to enrolling in architecture school (1962), with the good intention of getting accustomed to the theme, I plowed into the remarkable tome of the “Testament” of Frank Lloyd Wright and got a subscription to Domus. I still have the entire year of issues that made me discover interiors with platforms for functions on multiple levels, and the design of lamps. I remember seeing an article on a studio apartment for a bachelor designed by Joe Colombo. Nothing resembled or fit with my experience of domestic interiors. Wall-to-wall carpeting and


midnight blue walls, steps that took the place of chairs, cushions in place of a sofa, shell-like chairs in shiny white plastic, but above all lamps like insects, slender things with shades like orange pots that rotated, with exposed wires. Forms of light that opened towards a new nomadic morphology of the lamp. For the desk, I convinced my mother, who paid attention to design innovations, to go see Signor Ostuni in a basement behind Corso di Porta Romana – I think it was the headquarters of Oluce – where I bought my first consciously purchased Italian design object. Brionvega Cubo TS522 Marco Zanuso was a friend and patient of my father the cardiologist, who called him “il divino Marco.” Maybe because of this acquaintance, Dad was one of the first to buy the Radio Cubo TS522 by Brionvega. It was red. Its outfitting was a reminder of electrocardiographs and electrotechnical tools. Maybe this resemblance to familiar working tools had attracted my father, who appreciated only Ronson lighters, the “Static” table clock by Sapper and the soap-bar shaped electric razor by Remington, among design objects. The jointed cube form and the separation between the speakers, the electronics and the controls, produced a revolutionary semantic leap with respect to classic monoblock portable radios. When it was closed, it narrated nothing of its function, just its pure form and color. Brionvega Algol As a puritan, antimodernist choice (and a bit snobby), at home we had no television. This ideological paternal decision had subtle ends. It forced us, for example, to visit our grandparents, who had a TV, when there was something interesting to watch (game shows, sports shows on Sunday, the Sanremo Festival, “Canzonissima” and “Un due tre” with Tognazzi and Vianello). I believe this choice not only encouraged ritual encounters with relatives, but was also dictated by the ugliness and enormous size of television sets, which could easily upset the delicate balance of the bourgeois decor so carefully prepared by my mother. When the Algol portable television by the “divino Marco” hit the market, TV was admitted to our home. In its form and size the Algol did not clash with my father’s principles, and in any case if we wanted to see the “big picture” we still had to go over to our grandparents’ place.

A major italian storY pag. 170 two hundred eightY YeArs of life and an extraordinary tradition. riChArd ginori is not just a porCelAin workshop. it is a culture of beauty, and the pride of MAde in itAlY For years, Richard Ginori has represented the dream of many Italian (and other) families. Owning a table from the Doccia-based workshop constituted (and fortunately still does) the right choice for a home ‘comme il faut.’ An ancient history, two hundred eighty years of outstanding artistic production of Italian porcelain, which began in Tuscany thanks to the taste and imagination of Marchese Ginori, and has passed – as is only natural for such a prestigious brand – through many hands and many histories, including that of the great Gio Ponti who was the firm’s artistic director from 1923 to 1930. Richard Ginori now operates on the international market, after its acquisition by Gucci, with a surprising collection that bears witness to the desire to guarantee a great future, after a great past, for one of the historic brands of artistic crafts Made in Italy. The new Richard Ginori creations include Tableware, a collection of table services of rare beauty, based on an operation of philological recovery from the historical archives of the firm, and Giftware, composed of decorative and functional objects, the natural evolution of the decorations of the art de la table by Richard Ginori. The tableware collection narrates the history, art and cultural legacy of Richard Ginori through the themes of the extraordinary decorations, like Toscana, where the memory of the landscape is combined with refined hues, offered on the Antico Doccia form, with vivid yet elegant contrasts, using fine techniques like pouncing and hand-painting, bringing extraordinarily modern finishes back into the contemporary world. In the Catene collection, the decoration is based on designs by Gio Ponti, giving rise to a contemporary, essential service, an emblem of modern geometry, offered in the colors black, emerald, sapphire and scarlet. The Labirinto collection is also inspired by Gio Ponti, with a decidedly neoclassical decoration, a logical sequence of lines that create a graphic frame for the Richard Ginori pieces. All this is joined by a very beautiful recovered design, Oriente Italiano, again based on reinterpretation of a classic Tuscan motif, that of the ‘carnation’ created by Gio Ponti in 1946, and offered in a series of extraordinary chromatic variations that are so beautiful and intense that one would like to own them all. Periwinkle, azalea, iris, purple, powder pink, vermillion, citrine, albus, barium and malachite are the colors that give rise to rich, balanced compositions. Then there are also the Hesperiidae, butterflies, ladybugs and dragonflies resting on a white background and trimmed with a slender gold thread, the harmonious Ciliegie and the elegant, refined Volière, other themes that complete the Richard Ginori Tableware collection. Finally, we can mention the welcome birth of the Giftware collection, inspired by the stylistic models of the Tableware collection, but including objects that can make an easier entry into Italian homes. A series of small and large vases, sets for two persons, object caddies, stands and trays to update and complete the Richard Ginori Tableware collection. A prestigious return, putting this major brand of Italian excellence back at the center stage of craftsmanship and production. Sophisticated guidance, provided by Gucci, that will undoubtedly be able to update and enhance the Tuscan character of this great tradition. - pag. 171 On the facing page: two phases of the work of the craftsmen at Richard Ginori, carving and engraving gold using the traditional agate-point technique.Above: a plate from the Toscana collection, entirely painted by hand, where extraordinary landscapes, imaginary places, intimate and secret settings, are narrated with the mastery and excellence that set Richard Ginori apart. - pag. 172 Top: the Volière collection, pure beauty and natural charm revealed in the Empire form, a distinctive feature of the company, a manifesto of rigor and refined simplicit . The decoration is in the foreground, inspired by hand-painted plates in the historical archives of Richard Ginori, reproducing twelve different graphic subjects. - pag. 173 Phases of workmanship of Richard Ginori porcelain.

Crucible of modernitY pag. 174 the first itAliAn lighting CoMpAnY, fontanaArte narrates a long history of technological innovAtions, tAstes and aesthetic culture A timeless form that reinterprets the archetype of the abat-jour. The apparent simplicity is a tribute to the material, blown glass, of the shade and the base. The Fontana table lamp, also known as the 1853, celebrates its 60th birthday, as an icon and bestseller of FontanaArte. It comes from the creative genius of Max Ingrand, the famous French decorator and master glassmaker, who in 1954 began his career as artistic director of the company. His training in the decorative arts in Paris is evident in this object that combines fine craftsmanship and industrial production. The version to celebrate the 60th anniversary is in total black, further enhancing the reflecting surfaces and the translucent character of the glass. The artistic direction of Ingrand consolidates the identity of the Milan-based company, and the regimen of industrial production that is a part of its origin. In 1932 Luigi Fontana, owner of a glassmaking company, assigned the artistic direction of the company to Gio Ponti, setting off on an entrepreneurial path in search of new expressive languages for the material, precisely thanks to the technical possibilities of modern industry. Unusual geometries, created by producing a series of components (one

paradigmatic example is the 1932 table with disks), games of transparency, as in the Cartoccio glass vase, and contrasts between materials are some of the characteristics of the many furnishings and lamps that Ponti – together with the artist of glass from the Ticino Pietro Chiesa, with whom he established a fertile relationship of collaboration – made in the first ten years of life of the company, interpreting the domestic landscape in a modern way. Pietro Chiesa created some of the most important longsellers of FontanaArte, like the Mano table lamp, reflecting the Surrealist aura that permeated the culture of the time, or the table named Fontana, both in 1932. From the idea of the torch, Chiesa designed Luminator: the first lamp for indirect emission, with the beam of light aiming upward. This was the beginning of an absolutely original lamp typology, and a new way of living with light. The continuous tubular structure set on a circular base and opening like a cone to direct the light is the quintessence of simplicity and rationality. For this reason, the lamp is so contemporary that it can be reissued in a new version this year: Riluminator, using LEDs, a rotomoulded technopolymer body, available with a dimmer in very timely colors, underlining the continuity of this unique design. In 1967 Gio Ponti designed two iconic lamps, Pirellina and Pirellone, whose moulded curved glass is the protagonist, symbolizing the great aesthetic potential of technology. Like the model on which they are based: the Pirelli skyscraper in Milan, also by Ponti. The innovation of thought and industrial risk lie behind Scintilla (1972) by Livio and Piero Castiglioni. Not an object, but an original system composed of a miniaturized luminous body (less than 20 cm) that can be mounted on different supports and take on multiple configurations. The collaboration with Piero Castiglioni was a lasting one, leading in the years to come to technical explorations of light sources. While the artistic direction of Gio Ponti and Max Ingrand encouraged the pursuit of an industrial aesthetic of glass and lighting technologies, in 1979 the art direction of the emerging talent Gae Aulenti focused on a multilinguistic interpretation of glass, expressed through the aesthetics of the many designers she brought into the firm. This was the period of iconic pieces like the Table with Wheels, the Tour table and the Parola and Giova lamps. In recent history, FontanaArte has won many prizes, first of all – also in chronological order – the ADI Compasso d’Oro in 1998, all the way to the IF Gold Design Award in 2014 for the Yumi lamp designed by the Japanese architect Shigeru Ban, winner of the Pritzker Prize this year. A crucial passage for FontanaArte has been the acquisition in 2010 on the part of the Nice group, a leader in the home automation sector, with a strong culture of design excellence, Made in Italy and innovation. The 2013 and 2014 collections, done entirely by a new generation of international designers, and the new language through which they are presented, represent another fundamental moment for the company, whose accent on people and their relationship with light leads to unconventional lamps like the Lunaire by Ferreol Babin, Cheshire by GamFratesi, Bonnet by Odo Fioravanti, or the Igloo system by Studio Klass, together with archival products that share the same intellectual approach, like the Pudding suspension lamp (1995), recently reissued with Cloche. - pag. 175 The Fontana table lamp, design Max Ingrand (1954), has a shade and base in white blown glass. The version to celebrate its 60th birthday is in total black. On the facing page: the 0024 suspension lamp by Gio Ponti dates back to 1931. It is composed of a cylindrical diffusor in sand-blasted glass and thin disks in transparent tempered glass that transform the thickness of the sphere depending on the vantage point. - pag. 176 By Pietro Chiesa, the Mano table lamp, from 1932, is made with a base in marble dust and resin, with a metal square-section stem. A reference to Surrealist culture. The Yumi floor lamp designed by the Japanese architect Shigeru Ban: an essential line that takes the light to a height of 2.1 meters from the base. For direct light emission with LEDs, the structure is in composite material clad in carbon fibe . Yumi was selected for the ADI Design Index 2012 and won the IF Gold Design Award in 2014. - pag. 177 Luminator is the fi st floor lamp for indirect light emission, designed by Pietro Chiesa in 1932. Eighty-two years later, Riluminator (in the background) revises the archetype with a technopolymer rotomoulded body in three colors: white, red and gray. With LED light source requiring no transformer.Parola by Gae Aulenti is a previously unreleased table lamp from 1980 that displays an element that is usually concealed, the electrical wiring, making it an aesthetic characteristic of the object. The base is in glass with a stem in transparent borosilicate glass, while the diffuser is in opaline blown glass. Uovo is a family of lamps from 1972, in different sizes. The base is in white painted metal, while the diffuser is in satin-finish b own white glass.

rewriting the future pag. 178 vespA is an extraordinary example of teChniCAl evolution and interpretAtion of changes in communication and in society. the recent Model 946 looks back to the roots of the popular scooter, making the initiAl vision of CorrAdino d’AsCAnio become reality In 1946 nothing like it existed. Enrico Piaggio, managing director of the family firm that previously operated in the sector of naval outfitting, and then on bodywork and motors for trains, streetcars and trucks, shifting during World War I into the aeronautics sector, decided to focus on individual mobility with a low-cost mass-market product. The first idea was a motor scooter based on the model of small motorized bicycles. But something with better handling, and more protection for the driver, for use in urban situations, was needed. So Corradino D’Ascanio (1891-1981), the brilliant inventor and aeronautical engineer, came up with a two-wheel vehicle with a load-bearing chassis, with the gearshift on the handlebars, a support arm instead of a fork for the wheels, and a body that would protect the driver, while keeping the dirt away. The first Vespa was produced at Pontedera in 1946 and owes its name to the particular profile with the wide central part for riders and a narrow ‘waist’ like a ‘wasp.’ That same year, Piaggio filed a patent for a “motorcycle with a rational complex of organs and elements, with combined frame with mudguards and bonnet covering all the mechanical parts.” It was an immediate boom: 2484 scooters hit the market in 1946, then 10,535 the following year, exponential growth in the 1950s, with a German affiliate and Piaggio service stations all over the world, including America and Asia. This great success also extended to the ‘Vespino’ 50cc, created in 1963 as a response to the introduction of obligatory license plates in Italy for scooters with large motors. Over 18 million Vespa units have been produced in almost seventy years of history (1.3 million over the last ten years), making the Italian scooter an icon of style and design that is widespread and loved on all continents. Presented in 2012, the Vespa 946 pays tribute to the original, the MP6 prototype by Corradino D’Ascanio, which would have been too difficult to produce at the time. The concepts behind the forms have been picked up and accentuated thanks to modern materials and advanced production processes. Like the completely exposed back, enhanced by the raised seat, supported by a light structure in die-cast aluminium. The Bellissima collection of 2014 stands out for certain details of technology and design: like the even smaller seat, the front mudguard entirely in aluminium, that elegantly covers the 12-inch wheel, and the styling details of the black aluminium alloy wheels, or the new design of the LED blinkers. Daring, modern lines, heightened by the new tones of silver-gray and blue. As in a tailor shop, the handlebars are covered and stitched by hand, and the aluminium parts and manually inserted. The department where the Vespa 946 is assembled is completely new and technologically advanced, to make high-performance products that consume less fuel and are capable of reducing emissions by about 30%.

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- pag. 178 Ad campaigns for the Vespa, 1954 to 1971. - pag. 179 Above: the MP6 prototype from 1945, designed by Corradino D’Ascanio, forerunner of the fi st Vespa 98cc of 1946. To the side, below and on the facing page: the Vespa 946 Bellissima stands out for the raised seat and many other styling details. It features innovative ASR traction control to keep the rear wheel from skidding, and represents a reference point for environmental efficien y: the new 125 4T 3V motor offers record fuel economy (up to 55 km/l) and reduces emissions by 30%.

technology in the name pag. 180 A historic player in the field of design for the office, tECNO has been rEvitAlizEd thanks to the new ownership, returning to its status as a true project. rediscovering the relationship between technological iNNOvAtiON and the CulturE Of mAkiNg that marked its origins Throughout different eras, workspace has reflected ideas of operative organization and interpersonal relations. Office furnishing systems interpret our ways of working and technical evolution. Today, in a global world with increasingly specific demands, it is indispensable to know how to manage complexity. In this sense, the historic company Tecno, after moving in 2010 to Mariano Comense, home of the Centro Progetti Tecno, has focused its strategy on research, craftsmanship, quality and care for clients, the factors behind the brand’s success in the past. The in-house unit Tecno Engineering, for the creation of specific projects for contract, underlines this return to the idea of the company as project. Tecno dates back to the 1920s, when it was called Arredamenti Borsani Varedo (ABV), part of the Brianza tradition of furniture manufacturing. In the postwar era the twin brothers Fulgenzio and Osvaldo Borsani guided its passage from the world of crafts into the industrial system, with an independent company: Tecno (1953). “The standard production system makes it possible, today, for manufactured objects to reproduce, with great accuracy, the models invented and created by technicians and artists. Furthermore, it permits distribution, so that everyone can use products that respond to a given function but also have a controlled aesthetic, technical perfection, durability [...],” Osvaldo Borsani explained in an enlightened way. Signals of an autonomous vision were already clear in the “Casa Minima” installation at the 5th Milan Triennale in 1933. The previous year, a store with a design studio had been opened on Via Montenapoleone in Milan. A link with the city that has also been updated recently, when in 2008, after a long period of restoration, Tecno opened the new Milanese facility in the old customs houses of Porta Garibaldi (1826), at Piazza XXV Aprile. The recovery of the original design has made it possible to restore the buildings as they were envisioned in the 19th century, enhancing the spaces and providing up-to-date technology. During the Salone del Mobile 2011, to celebrate almost 60 years of existence, the exhibition “Tecno. The discreet elegance of technique” and the monograph of the same title were produced. Three projects were chosen, those that had the most impact on the evolution of the firm: the famous P40 armchair by Osvaldo Borsani (1955); the brilliant Nomos table by Norman Forster (1986); and the eclectic Modus office chair (1972). Every project is a concentrate of technology and imaginative force. Another paradigmatic project is the Graphis system (1968) – expanded in 2005, thanks to the Centro Progetti Tecno – composed of just three basic parts: a load-bearing ‘L’ in white painted sheet metal, a drawer unit and a laminated plastic top. Besides the recent and successful families of products devoted specifically to the office environment, like Archipelago D502 (2012) and Beta (2009-12), Tecno in 2014 presents new collections for high performance and discreet image, like the W80 divider and the Multy partition system for the office. - pag. 181 On the facing page, clockwise from top: Nomos, design Foster+Partners (1986), Compasso d’Oro 1987. A solid zoomorphic skeleton for a table that is ideal for the home or the offic . In this latest version it can be fit ed with a support for shelves that construct the substructure of the system. The top can be in glass or wood. P40, designed by Osvaldo Borsani (1955). Borsani works on the idea of the mechanical joint to make an armchair with different movements to correspond to different positions, reinterpreting the classic chaise longue. Graphis, design Osvaldo Borsani and Eugenio Gerli (1968) and Centro Progetti Tecno (2005). Created with the aim of obtaining unlimited combinations, adapting in time and space. It is made of three parts: a load-bearing ‘L’ in white painted sheet metal, a drawer unit and a top in plastic laminate. Clockwise from top: Archipelago D502, design Monica Förster (2012), is an upholstered seating system that forms the landscape of two small islands juxtaposed or joined in small groupings. The product also features three small tables of different heights, in a range of finishe . Beta, design Pierandrei Associati (2009 and 2012), is a system for the office with an ada tive, evolving character, conceived to respond to different needs of contemporary spaces, with shared experience and overlapping of different styles of work. Three components: the structural backbone module, the individual and group desks, and the various accessories. In continuous evolution, the system also comes in a freestanding and desk-sharing version. The W80 divider (design Centro Progetti Tecno with Daniele Del Missier and Elliot Engineering & Consulting, 2014) picks up the thread of the E22 from the 1960s, and of the WB and WG partitions of the 1980s, offering great flexibility. It can be made with plasterboard, glass, wood, metal, fabric or leather, with multiple technical solutions concealed from view. Qualis, design Emilio Ambasz (1991), Compasso d’Oro 1991. The seat has slender padded cushions that form folds along the entire lateral profi e, and a patented mechanism for adjustment of the back. Office se ting is still one of the company’s core businesses today.

thE Salone del moBile Of milan, from 1961 pag. 182 from the first posters, to the manual by mASSimO vigNElli that won the Compasso d’Oro. PiErluigi CErri narrates the EvOlutiON of the project of COmmuNiCAtiON thAt hAS dEtErmiNEd thE idENtity of the historic furniture fair The image of an institution is everything that makes it identifiable. It is its identity. It is the sum of the elements of communication that public perceives in a conscious or coincidental way. Over the course of time, from the debut which dates back to 1961, the tools of communication of the Salone del Mobile of Milan have gradually been refined. After a series of announcements in poster form, featuring graphics and artwork in tune with the spirit of the time, in the late 1980s the first print advertising campaign appeared, designed by STZ, one of the most innovative and surprising studios of those years. In 1994 Massimo Vignelli made the first systematic manual for the coordinated image of the Salone del Mobile, directing it until 2003 with such talent and impact that it won a Compasso d’Oro, the most coveted prize in the field of Italian design. Vignelli’s communication project is based on immediacy of perception of elements that are usually set apart, brought into the foreground, such as dates, time sequences, post-its, save the date messages, etc., featuring a bold, elegant use of the Bodoni typeface, one of his three or four preferred fonts. It is precisely from his manual that the logo of the Salone del Mobile of Milan adapts to the complexity of the phenomenon, comprising a multitude of events people naturally call ‘i saloni,’ making the term plural in Italian. Vignelli transforms the logo to adapt to the spoken language: iSaloni.

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We inherit Vignelli’s work in 2003, with a certain trepidation, aware of the fact that coordinating the image of an entity whose product appears for just a few days, during which the city, the Design Capital, becomes a whirlwind of activity, means defining a coherent philosophy of the product (the event), which is possible only if there is a certain level of organizational clarity. Having decided on a corporate philosophy, and identified the criteria with which to define a certain identity – those which at the various levels are considered conveyors of image, from stationery to the cultural event – a set of standards is formulated to permit application until a different decision comes along. The coordinated image manual encodes all the decisions regarding identity and permits application to all the collectors of communication inside the events. The manual, often ironically called the Bible, is a binding tool. It should leave no room for free interpretation that might threaten the lasting impact of the identity. The pages of the corporate identity manual also cover matters like signage and communication inside the event site (the fair at Rho), the image of parallel events that are increasingly important in various parts of the city, integration with the advertising pages of STZ, the birth of the redesigned iSaloni logo, and the surprising illustrations by Guido Scarabottolo that reinterpret it with great graphic talent and subtle irony. Pierluigi Cerri - pag. 182 From left: poster from 1961, by Camillo Pizzigoni; poster from 1979, by Arnaldo Pomodoro; poster from 1981, by Andrea Cascella. On the facing page: communication by Massimo Vignelli/Vignelli Associates, 1994. - pag. 184 Graphics by Studio Cerri & Associati, illustrations by Guido Scarabottolo, 2008. To the side: page from the manual regarding signage, Studio Cerri & Associati, 2005. Below: corporate identity for Euroluce, Studio Cerri & Associati, 2005. - pag. 185 Clockwise from upper left: advertising campaign 2009, STZ agency; advertising campaign 2011, STZ agency; advertising campaign 2014, Studio Cerri & Associati.

64 - 73 rocking Sixties pag. 187 text and icons by Enrico Morteo

Between socio-economic revolutions, on the one hand, and technological progress, on the other, the 1960s are a turning point of Italian modernity. While in December 1963 Giulio Natta receives the Nobel Prize for the formula of isotactic polypropylene, a synthetic molecule that opened the way for industrial production of plastic and pushed Italy into the front ranks of worldwide chemistry, in 1968 university students and industrial workers rebel against a society based precisely on the order and discipline of the factory. In a few years the optimism of progress gives way to the dream of utopia and the disenchantment of mass society. While technique is the challenge of the day, Italian design sets out to tame it and make it compatible with the rapid transformations of lifestyles and the collective imaginary. Still connected to the frivolous composure of the 1950s, the Italian home gets overturned and rewritten to match new materials and new appliances that trigger new behaviors and new feelings: everything gets revised, from the way of sitting to the forms of light, from the living room to the kitchen. New objects for completely new lives. Everything has to be modern. Plastic, until yesterday used to imitate more precious materials at a lower price, takes on a precise identity made of appropriate geometries, bright colors, unexpected softness. Telephones, radios, washing machines and televisions find new central roles in the home. Not even wood is left out of the tumult, worked in colors and with a simplicity of lines that reveal its hidden modernity. But the illusion of good, optimistic technology is soon shattered by radical protests against an industrialized, alienating and capitalist society. Before the years of violence, the “anni di piombo” lower their gray curtain, Italian design invents a revolution done with irony and wit. A playful experimental territory, the Italian home fills up with inflatable chairs, shaped polyurethane, colorful swellings, artistic spatial distortions, cheerful illusions that society might change starting with the private sphere and with individual behaviors. With courage, Italian companies face up to the provocations, but at the same time they experiment with component systems that take the idea of freedom back into controllable rules, for serial reproduction. Between rules and protest, Italian design approaches the 1970s with an extraordinary wealth of proposals and research. A wealth Emilio Ambasz photographs with precision in the exhibition “Italy: The New Domestic Landscape,” opened in June 1972 at MoMA New York. Bearing witness to dreams and hopes, doubts and certainties, the exhibition presents a design suspended between the tenets of the modern and the unknowns of a post-modernity already just around the corner: the ingredients that would fuel many of the experiences of the decades to follow have already been called into play. Piero Derossi An architect who symbolizes the 1960s, Piero Derossi (in the image) with the project for the Piper discotheque in Turin in 1966. Discoteca Piper The forerunner of an aesthetic that would become famous only 10 years later, thanks to certain scenes in the film Clockwork Orange by Stanley Kubrick, the Piper was a flexible, transformable venue, ready for multiple uses: dancing, theater, cinema, exhibitions, encounters, happenings. At the avant-garde of a radically alternative imaginary with respect to the usual landscape of functional and modern architecture, the Piper translated into space the idea of an extremely open, interactive gathering place. Taking advantage of the modular design of industrial structures, the use of many mobile components and furnishings in shiny, colorful plastic, the design acted as a faithful interpretation of a different way of thinking about collective moments of encounter and interaction. Created to encourage mutable situations, the Piper was not, however, a neutral container. It was a very spectacular machine. The long entrance staircase was imagined as a true sound experience thanks to an installation by Sergio Liberovici, who had prepared 40 tracks with recordings of music, sounds, speech, noises, combined at random and triggered by the passage of persons; in the room, besides projections, audio and lighting, a ‘luminous machine’ designed by Bruno Munari could cross the entire space, suspended from the ceiling on an electrified track, producing luminous, chromatic and dynamic effects. Designed by Piero Derossi in Turin, the Piper welcomed avant-garde theater performances – including the first appearance in Italy by the Living Theatre – and contemporary art exhibitions, but it was also a disco in keeping with the new languages and new behaviors of a generation in rapid transformation.

“We had understood that the operators of industrial design, if they had a chance to meet, to know each other, would have encouraged this design that was starting to be born.” Giulio Castelli “I did it in 1966, with a conceptual interest. Eclisse was the result of the memory of the lamps of thieves, the blind lantern, of the type you see in certain films, like Les Miserables, with a candle inside and a door that opens and closes... I have always liked an object that changes its performance by moving.”Vico Magistretti “One should design by starting with what must not be done, to then find what must be done, in the end. Erase, erase, erase and in the end you find the main component of the design.”Achille Castiglioni “Color is a means of exercising direct influence upon the soul. Color is the keyboard. The eye is the hammer, while the soul is the piano of many strings.”V. Kandinsky “You could breathe culture fully. Milan attracted men of culture from all over Europe. They all came to discover the new trends in design, in art, to see the exhibitions at the Triennale.”Ennio Brion “My design experiences attempt an evolutionary connection between the reality of the present and that of the future.” Joe Colombo (1930-1971), Gold Medal at the 13th Milan Triennale, 1964.


the heart’s kitchen pag. 214 One of the oldest brands among the italian kitchen manufacturers, rOSSAnA has been a piOneer of kitchen systems that are still indispensable deSign reference points. from the functiOnAl iSlAnd to the use of cOlOr, the company has wagered on design and important long-term cOllAbOrAtiOnS A brand rooted in Italian collective memory, Rossana has just turned fifty. Its history coincides with that of technological innovations in the kitchen and, above all, that of major social transformations in the home. In the 1960s the first modular component systems hit the market, thanks to the start of industrial production processes. The company founded in Dalmine (Bergamo) is one of the leading furniture manufacturers specializing in this area. In 1960, inside the RB company, the Rossana brand is created for the production of innovative kitchens with high quality standards. From the outset, the company has worked with important designers to anticipate consumer needs and develop solutions for an environment that, at the time, had yet to be invented. Thanks to parallel innovations in the field of home appliances, in 1968 Giancarlo Iliprandi imagines an island block, one of the first, designed around the movements of users and composed of four steel and aluminium elements containing burners and sinks. This is followed by the Archipelago model, by the same architect, which starts with a schematic, modular concept to permit multiple configurations, including a peninsula version. In 1972 Archipelago is seen in the famous exhibition “Italy: The New Domestic Landscape” at MoMA in New York. Iliprandi also designs the vivid coordinated image, introducing the heart in place of the “o” of Rossana, seen in all the advertising until 1990. With the famous slogan, the company becomes “the kitchen of the heart” and opens many sales outlets in Italy. In the 1970s the work continues on distribution and on the modern image of the kitchen. The Day and Light models by Alberto Salviati and Ambrogio Tresoldi, and Night by Salvati-Tresoldi and Iliprandi, focus on a linear design with smooth, lacquered surfaces. Iliprandi also has the timely intuition of using absolute white for the cabinet doors. In pursuit of efficient and functional models, Michele De Lucchi interprets the theme of the kitchen for living: operative areas and blocks, for free positioning and combination, are unified by clean lines, glossy finishes and games of color, creating not just work zones but also functional wings, to share the space with the other inhabitants of the home. This is the 214 system, from 1981, one of the bestsellers of Rossana. Michele De Lucchi works with the firm until 1988, also designing the 215 and Fenice kitchens, which develop the interiors and the components of the hanging and base cabinets to make a ‘laboratory’ kitchen that assumes a more central role in the layout of the home. The study of high-tech or wood finishes, with unusual bright colors, allows the same kitchen to adapt to different lifestyles. The Fenice model, in particular, thanks to its reinterpretation of the work zone with the hearth-like hood, remains a precise reference to traditional kitchens. The 1990s bring the acquisition of the company by the Ferri family and the transfer of the production facility into the Pesaro kitchen district. The designer Alfredo Zengiaro moves forward with the research on performance, needs, aesthetics and the relationship with the environment. Systems are created like the TA32, so versatile in its modular design that it creates multiple decor possibilities: from the columns with built-in appliances, the base and wall cabinets of variable width, or in corner solutions, and functional drawer units. With the subsequent Partner and Moka models, Zengiaro focuses more on aesthetics, reinterpreting the concept of the classic and the use of color in the kitchen. In the years to follow Rodolfo Dordoni introduces graphic decoration and textures for the doors of the Etna model (2004), while Christophe Pillet designs a series of components based on the use of glass (Glass System, 2006). Different aesthetic sensibilities for a space in the home – the kitchen – that has an increasingly close relationship with other living areas. From the collaboration with the architect Vincenzo De Cotiis, in 2010 the DC10 system is released, based on the materic contrast of burnished brass and stone, and returning to the island concept originally pioneered by Rossana. This system also reflects the influence of the new owner from San Marino, Emanuel Colombini, focusing on evolved clientele that demands high standards and personalization. The DC10 has a theatrical design, conceived for use at the center of the space. The metal top evokes solidity and the idea of a scientific ‘laboratory,’ while the stone speaks of permanence. The burnished brass, a novelty in this sector, adds a precious touch, a sense of material and a sculptural presence. The kitchen does not have hanging cabinets or closets, but island and peninsula components to be installed in a tailor-made configuration. - pag. 215 In the 1960s Giancarlo Iliprandi creates the fi st island system, the Arcipelago, containing all the kitchen elements: from burners to sinks to appliances. The system is then developed with a peninsula form (to the side), bringing out the potential of the modular design and offering solutions based on the needs of the user. On the facing page: the DC10 system by Vincenzo De Cotiis (2010) is a set of island and peninsula components for site-specific tai ored installations. Without hanging cabinets and cupboards. The brushed burnished brass of the doors is an absolutely new feature. The top and the large opening have rounded edges. - pag. 217 Above: the Fenice model by Michele De Lucchi, from the late 1980s, further develops the interior parts and the compatibility of the hanging and base cabinets, joined by avant-garde appliances and hood for a ‘laboratory’ kitchen. To the side: designed by Massimo Castagna, HT50 rethinks and updates the theme of the portal kitchen, a basic concept in the models of the 1980s. The work area, in fact, is designed as a niche contained between the lower and upper cabinets. On the facing page: the 214 model designed by Michele De Lucchi in the 1980s. Above, a composition with low columns, without hanging cabinets; the worktop in black Marquina marble forms a contrast with the bright yellow: ‘sunny high-tech.’ Below, in the blue version (an ‘advanced classic’), a linear kitchen with a symmetrical composition and beech top. At the center, a riser with sliding doors divides the washing and cooking areas. The famous slogan “the kitchen of the heart” is reflected in the company logo that puts a heart in place of the “o” of Rossana. Graphic design by Giancarlo Iliprandi, used in all the ad campaigns until 1990.

fiftY Years of Made in italY pag. 218 cerAMicA SAnt’AgOStinO is a historic company, a SYMbOl Of the itAliAn culture Of cerAMicS, celebrating its first half century with an AMbitiOuS prOgrAM of events. A project of ‘fusion’ between advanced technology, design culture and ecosustainability Quality, innovation, high technology and respect for the environment. These are the constant focal points of Ceramica Sant’Agostino, the leader in the ceramics sector now celebrating its 50th anniversary. The company was founded in 1964 in Ferrara, and across half a century its strong identity has continued to emerge, as a ductile, versatile reality that pays attention to the needs of the over 100 countries where it presently exports products. From the outset, the strategy has been one of total quality, making the firm stand out from its competitors. Ceramica Sant’Agostino is represents a very advanced system of production and technological research, in the avant-garde on the Italian and international

scene, constantly applied to find new expressive potentialities of ceramic materials. The research laboratories and instruments, the modern pressing and glazing plants, the laser engraving, the innovative Digital Technology system, automated selection and quality control systems are the main features of production known for its very high technical and qualitative standards, and its thorough focus on environmental issues. Ecoquality is the name of the program of action Ceramica Sant’Agostino has developed starting in 1999, to coordinate all corporate initiatives aimed at the creation of products that comply with the strictest European and international regulations for protection of the environment, personnel and consumers. A process that is constantly evolving and involves the entire company organization: from severe control of the quality of raw materials and finished products, to the use of safe and effective purification techniques, optimization of consumption in production processes, recovery of waste materials, all the way to the making of products whose CO2 emissions are totally compensated, as proven by the innumerable certifications obtained over the years. Ceramica Sant’Agostino took part in the 2014 edition of Cersaie in Bologna with “our>signs,” summing up the aesthetic and commercial vision of a productive reality that has represented Made in Italy around the world for fifty years now. A vision that finds expression in the company’s capacity to deliver important signs to the world of architecture and design through high-quality products. Our>signs identifies the stories and events, the passion of the people who have contributed with their work to the birth of high-performance collections, transforming Ceramica Sant’Agostino into a synonym for absolute quality. Signs of commitment, research and creation, ingenuity and effort. And great satisfaction.Our>signs also includes “Materials for a Living Architecture,” the message implied in all the company’s collections, approaching the market not just as ceramic materials, but as true furnishing surfaces with advanced aesthetic and technical, often innovative characteristics, the result of ongoing research, know-how and expertise, as well as constant investment in new technologies. Starting with an awareness of the extremely varied demands of the modern lifestyle, Ceramica Sant’Agostino appeared at Cersaie 2014 with a series of offerings for floors and facings ranging from traditional tastes to contemporary interpretations of living and image. This path of research and production has led to Matherea, a light plaster; Blendart, an artistic wood; Inspire and Marmocrea, fine marbles; Pietra Emiliana, an outdoor stone; Revstone, an essential metropolitan stone; and Native, a terracotta with character. Cersaie was also an opportunity for the definitive launch of Flexi Technic from Flexible Architecture by S+ARCK®, the revolutionary collection that is the result of the encounter between the experience of Ceramica Sant’Agostino and the creative genius of Philippe Starck, with which the company inserts a technical porcelainized product for the first time in its range. Through these collections, the company brings out the potential of its path of research – completing it and diversifying – to offer the world of architecture an increasingly vast and varied selection, in terms of aesthetics and functional quality, in line with the latest needs and trends of everyday living and design. A range that represents the apotheosis of the symbols encoded in keeping with the stylistic approach of sophisticated elegance and refinement that is intrinsic to the spirit of the Ceramica Sant’Agostino brand. - pag. 218 “The indelible signs on the floor of our factory. The signs of histories, of events. The signs of the birth of so many products that have determined the success of our trademark over time. The signs of passion, commitment, the work of all. signs of research and creation, ingenuity and labor, doubts and hopes, disappointments and rewards. Signs of 50 years of history of Ceramica Sant’Agostino.” - pag. 220 Examples of the system designed by Philippe Starck for Ceramica Sant’Agostino: the Flexible Architecture by Starck collection of facings, and the very new technical porcelain stoneware flooring: Flexi Technic, perfect for residential and contract spaces. - pag. 221 Above: Blendart, the porcelain stoneware collection that interprets an artistic wood with a modern mood, featuring an effect of paint vividly marked and worn by time. In the photo: Blendart Dark (wall) and Blendart White (floor). Photo: Max Zambelli, styling: Elena Caponi. Right: the present logo and its version for the 50th anniversary of the brand (1964-2014).

74 - 83 rolling Seventies pag. 223 text and icons by Andrea Branzi

My generation achieves its own role inside the tectonic movements that mark the passage towards the end of the Sixties from the era of industrial culture (experimental and dramatic) to the long period of Change, which has only recently led to the formation of a mature postindustrial culture. The renewal of design that began in those years is therefore connected to the more general change happening in western culture; and the “radical” movement is simply a part of this vast regeneration of a political and behavioral framework that suddenly separates our generation from all the others. That separation, which remains unique, happens along the edge of a deeper historical rift that brings a new culture to light, new heroes, but also psychological drama, improvisation, driving many of its protagonists into a situation of constant drift. Nevertheless, some of the sounds and signs produced back then will remain, as an indelible trademark, in the decades to follow. The strategy of the project changes, putting at the center of the theorem no longer the modernist standardization of the International Style, but the complexity of a society and a market that are increasingly fragmented and conflictual: it is no longer the rational logic of production that dictates the laws and linguistic codes of design, but the ambiguous and emotional logic of consumption that arises at the center of this new cultural period. A different sensibility, more open to the intermediate values of the artificial environment, emerges through primary design, as a capacity to perceive or control the soft structures of the environment. Other less orthodox cultures, such as fashion and mass communications, begin to influence design methodology. On the one hand, new technologies expand the area of pertinence of design, extending into industrial processes, all the way to the raw materials, semifinished products, production strategies. In an inverse by complementary direction, places of total design autonomy are developed, with respect to industry, as experimental areas, laboratories that produce new languages and new figurations of the object (Alchimia and Memphis). On this often mixed whole of areas of development, the New Design (especially in Italy) gradually takes over all the themes of the postindustrial society and the Second Modernity, to the point of becoming the most advanced element of reference with respect to the entire European design picture, including architecture and urban planning. The old International Style is thus defeated not so much by a new style as by a new historical era, based on separate metropolitan dialects, in pursuit of local roots on the part of a polycentric and polytheist society, in search of a rationality capable of understanding the irrational, and a culture that encourages (until today) diversification and productive discontinuity. (Taken from Scritti Presocratici. Andrea Branzi: visioni del progetto di design 1972/2009, ed. Francesca La Rocca, FrancoAngeli, 2010. The text “Towards a New International Language?” is, in turn, an excerpt from an article published in Interni Annual Casa, 1992)

“If someone says I am a good designer today, it is because I was trained as an artist, instead of getting the misery of manuals down pat the way they do in design schools. I have never separated my two paths of research, which have intertwined and overlapped throughout my life. The elaboration process is identical.” Enzo Mari “Form is always the result of an inquisitorial process of matter.” Salvador Dalì

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“When I am asked what I believe in, I say that I believe in architecture. Architecture is the mother of the arts. I like to believe that architecture connects the present with the past and the tangible with the intangible.”Richard Meier “When we did Memphis ... our furniture was not purchased by the Milanese bourgeoisie, but by clerks from Messina who were looking for something unachievable: status.” Ettore Sottsass “What I have to recognize is that, in effect, the thing I have always been very interested in is changing my method. In other words, focusing one time on an object, another time on something else, because I believe I always find an interest in the diversity of the theme to be approached. This has to be free in the form, but respectful of the principles of rationalism, of my cultural background.” Marco Zanuso

by Wiel Arets, passing through the creations of Stefano Giovannoni (Mami), Jasper Morrison (KnifeForkSpoon), Doriana and Massimiliano Fuksas (Colombina collection), David Chipperfie d (Santiago) and Guido Venturini (All-Time). Juicy Salif by Philippe Starck (1990) is a citrus squeezer that looks like a small LEM, or a strange little creature, which triggered wide debate on the meaning and the use of everyday objects. To the side, from left: the Anna G. anthropomorphic corkscrew by Alessandro Mendini (1994), with the features of Marilyn Monroe in this ad campaign (2000). Ironic ad campaign for the Mami cookware set by Stefano Giovannoni (1999-2001), based on the big pots and pans of the tradition.

Domestic revolution pag. 250

MARAZZi is one of the most lasting companies from the Emilia tile district, and a lEADER in the SEctoR. its history is punctuated by pAtEntS, AchiEvEMEntS and contRibutionS from the world of fashion, design and architecture

AlESSi is an industrial laboratory. through collaborations with designers, often over the long term, the firm has pursued multiple directions of research, demonstrating that beyond usage value objects can also interpret the desires and dreams of consumers In the company based in Crusinallo (Omegna), founded in 1921, design combined with technological research is a distinctive characteristic. Already in the 1950s the brothers Carlo and Ettore Alessi developed, with the architects Carlo Mazzeri and Luigi Massoni, objects for hotels, like the industrially produced wire baskets, and products like the 870 shaker, the first of a family of objects for bartending (1957) still in production today. With the arrival of Alberto Alessi in the 1970s, the idea of producing artistic pieces at affordable prices became a part of the corporate philosophy. This industrial vision was enhanced and enriched by the contributions of master designers, revolutionizing the idea of tableware and – on a deeper level – the way people relate to objects. One crucial encounter was with Ettore Sottsass, in 1972, a “philosopher of industry,” as Alberto Alessi describes him, and the creator of the largest portion of the products in the catalogue. Sottsass believed that a beautiful table “does not depend only on the objects used, but also on a subtle, fragile, uncertain skill with which someone, at times, manages to channel the perception of our cosmic adventure.” Something functional, but also universal and familiar. Richard Sapper came to Alessi in 1977, recommended by Sottsass, and made unique, vital objects, but ones that were also “a thorny problem for the technicians.” With Achille Castiglioni, the collaboration began with the Dry flatware (1982), and lasted until his death in 2002. Alessi was amazed by the humility and irony of the great master, as well as his understanding of the public. “The best way to work with him was to show him an idea that amused him,” Alessi says. The relationship with Alessandro Mendini dates back to 1977 and is compared by Alessi to that of Peter Behrens with AEG. Mendini understands that an object exists thanks to a “critical awareness” that is the condition for and the hypothesis of its development. In the Alessi products, like the bestselling Anna G., he introduces an emotional element in everyday practices of living. He also promoted important initiatives, like the book Paesaggio Casalingo (1979), the first overview of the company’s design research, and the Tea & Coffee Piazza, the interpretation of the tea-coffee service done by the leading architects of the day, including Hans Hollein, Paolo Portoghesi, Aldo Rossi, Robert Venturi and Michael Graves. This meta-project led to new collaborations: Graves created the famous teakettle with the little bird whistle (1985), an expression of Art Deco and American Pop. Aldo Rossi worked on prosaic objects like the coffeemaker, through an original theoretical interpretation of form. The Cupola (1987) and Conica (1984) models are “object-monuments” that transfigure the symbols and proportions of architecture. The company has also worked extensively with exponents of Italian radical design, including Andrea Branzi, Riccardo Dalisi and Enzo Mari. Where Mari is concerned, Alessi appreciates his critical vision, that “over the years has constituted the correction of the compass needle.” Philippe Starck began to work with the firm in 1986. “He is a living example of my dream: his design has a powerful innovative thrust in relation to the world of production and the market, leading to results that can no longer be justified only on the plane of technology and marketing,” Alessi says. Starck’s iconic contribution is the Juicy Salif citrus squeezer, an object whose function is totally secondary to its symbolic impact. During the same period, thanks to Mendini, Alessi meets Stefano Giovannoni and Guido Venturini, who express a joyful poetics, often inspired by the language of cartoons, and in 1989 they create, under the name King-Kong, the ‘little men’ of the Girotondo family. Giovannoni and Venturini respectively make provocative products, like the Merdolino toilet brush (1993) or the Firebird gas burner lighter (1993). “They are ironic objects because they no longer have anything to show off, they don’t have to tell us we are wealthy or educated people,” Giovannoni explains. The input of these latter talents and the research conducted by the Centro Studi Alessi (1990) leads to the meta-project F.F.F.- Family Follows Fiction, to explore the affective structure of objects, transforming them into playful, fairytale tools, a bridge to the world of fantasy. In recent years the collaborations have been with international stars: from the Campana brothers, with their echoes of faraway native expressions, to the Baroque hyper-decorativism of Marcel Wanders and the design rigor of Wiel Arets, the essential approach of David Chipperfield, the informal language of Lluís Clotet. After the golden age of plastic, we are seeing a major return to the use of steel, with experimentation on ways of working: new families of objects, like those in sheared sheet metal by Emma Silvestris, or perforated and welded metal, by the eclectic Mario Trimarchi, but also new techniques of application of color to steel, thanks to the research of Claudia Raimondo. With the measured sign of Giulio Iacchetti, there is also a renewed focus on the serving of aperitifs and wine, at the bar and in the home. Without overlooking the great growth in the services for setting the entire table, and the tea and coffee sets, thanks to the arrival of names like Fuksas, the Bouroullec brothers, Jean Nouvel, Hani Rashid and, from the Far East, great architects like Kazuyo Sejima and Toyo Ito. - pag. 250 Advertising campaign for the oil, vinegar, salt and pepper set designed by Ettore Sottsass in 1978. The designer called it a “tabletop mosque” due to the view of the metal caps; a single gesture for four condiments. - pag. 251 Above: the teakettle with melodic whistle by Richard Sapper, from 1983, stands out for the presence of two voices in “E” and “B” inserted in the pipes of the brass whistle, of the kind usually used to tune musical instruments. The sound is based on that of the barges seen on the Rhine. Other Alessi icons are reflected on the body of the teakettle: the La Cupola coffeemaker by Aldo Rossi, the 9093 teakettle by Michael Graves, the Falstaff by Alessandro Mendini, the coffeepots La Conica by Aldo Rossi and 9090 by Richard Sapper, the Juicy Salif citrus squeezer by Philippe Starck. Left: the 9090 coffeepot by Richard Sapper won the 11th Compasso d’Oro in 1979, and it was Alessi’s fi st coffeepot. It has a wide base to make better use of the burner, and a particular bayonet closure controlled from the handle. - pag. 252 The La Conica coffeepot designed in 1980-83 by Aldo Rossi, an evolution of the meta-project Tea & Coffee Piazza. A miniature monument that expresses the dialectic relationship between architecture and the domestic landscape. - pag. 253 Above, from left: advertising campaign gathering several bestselling fl tware products, from the historic Dry by Achille Castiglioni, Nuovo Milano by Ettore Sottsass and Caccia by Luigi Caccia Dominioni and Livio & Pier Giacomo Castiglioni, to the more recent Dressed by Marcel Wanders, Ovale by Ronan & Erwan Bouroullec, MU by Toyo Ito and eat.it

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Surface Renaissance pag. 254

Marazzi is a paradigmatic case in the technical and aesthetic evolution of tiles. Narrating the key moments of its history is like narrating the develop of ceramic material itself, used first only for the surfaces of the bath and kitchen, for reasons of hygiene, and then thanks to technological progress applied throughout private homes and the contract sector, as a versatile tool of architectural decoration and composition. Technological research and aesthetic ambitions have always influenced each other. In 1935 Filippo Marazzi Sr understood the potential of the wider market. He began industrial production of tiles, still decorated by hand. The true process of mechanization came after World War II with the investment in tunnel kilns – introduced by Pietro Marazzi – to boost production capacity and precision. The new techniques improved homogeneity and performance of products, expanding the range to include flooring materials, while rethinking the prevalently monochromatic look of tiles, finding stimuli in fashion in its evolution towards prêt-à-porter. Multicolored, geometric or naturalistic motifs appeared, with ‘dependent cells’ as single but modular parts of a larger decorative composition, generally in the format 20x20cm. Color and the possibility coordinating decorations with other features of the home, like the wood of the furniture, also led to the use tiles in other domestic spaces. Up to the 1960s tiles were exclusively square or rectangular, until Gio Ponti, together with Alberto Rosselli, started to work on their form. In 1960 at the Milan Triennale ‘Quattro volte curva’ made its debut (concave on two sides, convex on the others), a shape that interlocks like a puzzle to generate different decorations, thanks to a range of eight colors. The introduction of screen printing in 1965 opened up new decorative options, making tiles more like fashion fabrics. So it is no coincidence that the firm worked with fashion designers, including Biki, Federico Forquet and Paco Rabanne, who brought the geometric motifs, colors and proportions of their creations of the 1970s into the home. Artists from different disciplines also tried their hand at making tiles, pushing the research beyond the two-dimensional surface. Nino Caruso experimented with the first 3D and self-supporting ceramics, like the modular Screen, or the Canne d’Organo and Dyapason dividers of the Forme collection. The innovations of that period were not limited to decoration. The impact of the oil crisis of 1973 led Marazzi to invent a new production process. The firm filed a patent for the rapid single-firing method: by simultaneously firing the clay base and the glaze, the production process was shortened from 24 hours to just one hour. For the first time, Marazzi could also make larger tiles (60x60cm) with uniform quality. A revolution, if we consider how crucial large sizes are in contemporary products. The 1980s are the period of the “Crogiuolo Marazzi,” the aesthetic research center that combined avant-garde industrial experimentation with traditional techniques, and the visions of international artists like Amleto Dalla Costa and Roger Capron. They were able to add poetic features and a narrative dimension to the subjects of ceramic decorations. This was also the period of the great photographers like Luigi Ghirri and Charles Traub, who worked on the company’s communications. The 1980s saw the worldwide spread of Italian Style, driven by fashion. Marazzi increased its production, to the point of making one hundred truckloads of tile per day. The products offered increasingly high performance in terms of hardness and strength, culminating in the 1990s with remarkable products for architecture and large contract applications. Porcelain stoneware becomes the preferred material of architects, which thanks to natural stone-effect or marble-effect obtained with digital printing permit original projects, also in public settings subject to intensive use and wear. The large formats of the 2000s, like the 60x120cm sheet, or the more recent 75x75 or 90x90cm sizes, combined with increasingly sophisticated printing techniques, feature impressively realistic wood grain and other materic effects, like Treverk, leading to great potential for as yet unexplored design solutions. - pag. 254 Some of the most recent Marazzi decorations that open up major paths of production: Treverk, the stoneware that has changed the way ceramic interprets wood (seen here in the Treverkchic version) and, to the left, the three-dimensional textures of Soho (honorable mention for the Compasso d’Oro award 2011). Below: in red, SistemA, the porcelain stoneware by Marazzi Tecnica. - pag. 255 The installation Aria Pura, created for Marazzi during the exhibition Interni Hybrid Architecture & Design (State University di Milano, April 2013). The large cube covered in technical stoneware from the SistemN collection, which stands out for the sustainability of the production process (LEED and Ecolabel certific tion). - pag. 256 Some historic tiles by Marazzi. Left: Listels Marazzi in the 107 design, with red and white checks, and the 111 with red, white and green decoration. Above, from top: sketchwork from the 1940s, when tiles were still painted by hand; from 1957, the decorations Foglia Verde, Quadri-Q2B and Stella 494. Upper right, the three-dimensional ceramic screens by Nino Caruso in 1974. To the side: the ‘Quattro volte curva’ tile, concave on two sides and convex on the others, designed by Gio Ponti and Alberto Rosselli in 1960 and presented at the Milan Triennale. Right, from top: the Bollo Marrone flooring collection created by the fashion designer Biki in the 1970s. From 1987, the Il Gatto collection, part of the artistic experimentation with ceramics of Roger Capron for Il Crogiuolo, the Marazzi aesthetic research center. - pag. 257 Above, left: by Amleto Dalla Costa, the Angelica decoration shows a woman with a cat, based on experiments conducted in Il Crogiuolo, the Marazzi aesthetic research center. Right, the range of colors available in the Marazzi catalogue starting in the 1990s. Below: the ad campaign of 1975 to promote the fi st large format 60x60cm (Atomar).

84 - 93 Glamourous EiGhties pag. 259 text and icons by Cristina Morozzi - photos Guido Harari/Contrasto

Years of dominance of the image, color, surface decorations, fleeting experiences, mutations, excess. Years of artifice, asymmetry, multicolored decoration, Alchimia, Memphis, the Bolidista Movement, the ephemeral, and luxury. The years of post: postmodern, post-industrial, post-atomic, post-punk, posts that overlap, becoming units of measure of fashions and styles. Surface enhancement: “The world – as Fredric Jameson writes – momentarily loses its depth and threatens to become a glossy skin, a stereoscopic illusion, a rush of filmic images without density” (Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, New Left Review I/146, July–August 1984). These are the years of the

60 Anni Years intERni


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neo-Baroque (a label proposed in 1987 by the semiologist Omar Calabrese in L’età neobarocca, published by Laterza), recognized in the pleasures of aesthetics, the taste for the optional and for mutable forms, luxurious and crafted, that symbolize the aesthetic of uniqueness made available to all. The years of the Italian New Wave: fashion shows in Milan, the rise of fashion designers as prophets of trends and manias. The years of the theater of Magazzini Criminali, the Florentine post-avant-garde theater group; of the computer art of the Florentine Giovanotti Mondani Meccanici. Years of the “movida”: Barcelona kicks it off, in 1985, with the first traveling Biennial of young artists from Europe and the Mediterranean. Years of frontier art: “the present avant-garde art – writes the theorist Francesca Alinovi – is not so much underground as on the frontier, because it places itself inside an intermediate space between culture and nature, mass and elite, white and black (skin colors), aggression and irony, trash and refinement (Flash Art, n. 107, 1982). Years of graffiti: graffiti artists and tag writers, like Keith Haring, Jean-Michel Basquiat and Rammellzee, change the face of the city. Years of trends: sociologists preach trends of behavior and style, to which one would do well to conform. In Italy the fairs Pitti Immagine in Florence, Contemporary and Neomoda in Milan, where one can find anything trend-setting, as their ad campaigns report, start to appear. These are the years of the look, the charm of visual power, as exemplified by the sacred/profane image of Madonna, created in collaboration with Maripol, the art director of Fiorucci. The total look: a statement of faith in the stylist, in the capacity to design a coordinated head-to-toe image. The years of the career woman (see the film Working Girl by Mike Nichols, 1988), sporting a tailleur, best if pinstriped, the feminine version of the men’s suit, for a managerial air. The time of the androgynous look, asserting the liberation of cultural codes from genetic codes: Grace Jones, together with her art director Jean-Paul Goude, takes over the stereotype of the aggressive man; the English singer Annie Lennox, in the video Love is a Stranger, wears cropped tresses and men’s clothes. The years of musts, to be desired, owned, worn. And of the rise of Made in Italy on international markets, in design and fashion. The years of the designer–artists like Ettore Sottsass, Ron Arad, Danny Lane, Ingo Maurer, Luigi Serafini… Of iconic pieces, above and beyond seasonal trends because they are closer to art, still in the catalogue today, like the Spring collection by Ron Arad for Moroso, the Casablanca by Ettore Sottsass for Memphis, the hand-painted Cetonia bedside table by Alessandro Mendini for Zanotta. The years of figurative pieces like the Rose Chair by Masanori Umeda, for Edra, or the One From The Heart heart-shaped lamp by Ingo Maurer. The years in which a new way of relaxing emerges, introduced by the City divan by Antonio Citterio for B&B Italia, archetype of a new ‘televised’ comfort. The years, as Alessandro Baricco efficiently sums it up in his I barbari–Saggio sulla mutazione, “of surface in place of depth, speed in place of reflection, the sequence as opposed to analysis, surfing in place of in-depth research, communication in place of expression, multitasking in place of specialization, pleasure in place of effort” (Fandango libri, Rome, 2006).

APoloGia OF Plastic pag. 282 iCONiC OBJECtS and typological iNNOVAtiONS across Sixty-FiVE yEArS of achievements and e invention by KArtEll. the latest is the lArGESt POlyCArBONAtE SEAt made with a single mould, a new conquest of trANSPArENCy in furnishings Many stories can be told about Kartell. About how Giulio Castelli, a chemical engineer, student of Nobel Prize winner Giulio Natta, founded the company in 1949 to experiment with new plastic materials for everyday objects – the idea began with a ski rack! About how colorful items for the home by Gino Colombini, in the 1950s, revolutionized Italian kitchens, leading to four of the nine ADI Compasso d’Oro awards assigned to the firm. Or about the Lighting Division founded in 1958 to develop innovative and colorful functional solutions for domestic spaces. But it is furniture, especially seating, that sets the contemporary image of Kartell apart. Marco Zanuso and Richard Sapper created the world’s first plastic chair back in 1964. A chair for kids, with removable legs and an ergonomic form for safe, comfortable sitting. This technological achievement led to another, the Universale of 1967, the first chair in injection-moulded ABS. In 1988 Claudio Luti took the helm from his father-in-law Castelli and interpreted the Kartell identity in terms of technological research, adding an important element of study of the aesthetics of objects. He established intense and ongoing relationships of collaboration with outstanding Italian and international designers. Transparency is one of the most important achievements of the company, influencing the collective imagination regarding plastic. The technological challenge began in 1999 with La Marie by Philippe Starck, the first chair in polycarbonate that was as transparent as glass, but not so fragile. For years Kartell has been the leader in the use of polycarbonate in design. With the Louis Ghost, Starck conducts an aesthetic operation: evoking the language of Louis XV style, reducing it to pure sign and transparency. With over one million units produced, the Louis Ghost (2002) is the bestselling design chair in the world. The latest chapter of fifteen years of this research is the Uncle Jack: a seat with a width of 1.9 m, 95 cm in height, weighing almost 30 kg, the largest design piece ever made in polycarbonate with a single injection mould. Many record setting icons, in 65 years of history, including items that have never gone out of production. These include the Componibili (1968) by Anna Castelli Ferrieri: a new type of modular furnishings for versatile uses in the home. Or the Bubble seat by Starck (1999): an entirely plastic sofa that simulates the form of traditional upholstery and marks the approach to the outdoor sector. This was the first industrial sofa to win the Compasso d’Oro award, in 2000, for the unusual use in the furnishings section of rotomoulding technology. Or the famous Bookworm by Ron Arad (1994): the first flexible bookshelf, whose form is determined by the user. Kartell continues in its work with famous international designers, bringing out the great versatility of plastic materials. - pag. 282 To the side: the components by Anna Castelli Ferrieri are from 1967 in the squared version, and 1969 for the round items. Bestsellers that have never left the catalogue. Modular design and versatile use are the secrets behind their success. Below: the advertising campaign for the children’s seat by Marco Zanuso and Richard Sapper, winner of the Compasso d’Oro in 1964. The fi st to be made in moulded plastic. On the facing page, clockwise from top: a shot by Helmut Newton of the La Marie chair, from the monograph Kartell 150 Items, 150 Artworks: a collection of interpretations of 50 years of Kartell products by photographers and artists. Launched in 2010, the campaign “Kartell Made in Milano” is a tribute to the brand’s native city. In front of the Duomo, some of the most famous iconic products. Uncle Jim is the armchair version of the Uncle Jack, the largest design piece in injection moulded polycarbonate. The two seats share the technological challenge, as well as the high back and ample proportions. The Bourgie table lamp by Ferruccio Laviani is Kartell’s most famous lighting fixtu e. It just reached the age of ten, and stands out for its Baroque base and pleated shade. - pag. 284 In 2012 Kartell celebrates the 10th birthday of the Louis Ghost by Philippe Starck, having its picture taken by leading photographers in different contexts and cultures. In the image, a shot from Rio De Janeiro by Christian Tragni. On the facing page, clockwise from top: Bookworm by Ron Arad (1994) is a flexible bookshelf to attach to the wall in a range of different confi urations. A technological challenge and an unforgettable design object. Louis Ghost (2002) by Philippe Starck is one of the best known and most sold items in the world. It is the fi st

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chair to transfi ure a style from the past thanks to the use of the material, completely transparent polycarbonate. The Bubble Club family of outdoor sofas and armchairs by Philippe Starck (1999) echoes the traditional form of upholstered indoor furnishings.

DeSiGn tHinKinG pag. 286 MOrOSO celebrates 60+: an extraordinary mixture of culture and making, of wide-ranging creativity and research, with an iNNAtE CONtEMPOrAry SPirit Moroso turns 62. But it looks younger than ever, especially when it comes to creativity. This is a company that over the last 30 years has created one of the most interesting moods for design (and maybe for art as well). Founded in 1952 by Agostino and Diana Moroso, from Friuli, with the stated goal of constructing a leader in the sector of upholstered furniture and seating, the company has continued along its path, from success to success, until the present. Crafts and industry, great quality of materials and assembly: furniture made to last, in the best tradition of Friuli. But also with an eye on aesthetic values and design, which immediately gives Moroso that extra something. With Patrizia and Roberto, the second generation, a new story begins in the 1980s. The former is the art director, the latter the manager. They bring a new impulse to the brand, consolidating its traditional values, quality craftsmanship and focus on materials (over seventy master craftsmen work in the company’s production facility), while bringing out the qualities connected with a new wave of design, especially thanks to Patrizia’s prophetic vision. The production includes works by some of the most outstanding names on the design and architecture scene today, like Ron Arad, Patricia Urquiola, Ross Lovegrove, Konstantin Grcic, Alfredo Häberli, Toshiyuki Kita, Marcel Wanders, Tokujin Yoshioka, Enrico Franzolini, Doshi & Levien, Tord Boontje, Nendo, Front and others. This approach goes hand in hand with concentration on events connected with the world of contemporary art. The constant presence at the Venice Biennials, Palais de Tokyo in Paris and the legendary MoMA in New York put the Moroso image in the Olympus of the most prestigious brands, always keeping faith with the true vocation of design, that of producing beauty accessible to everyone. Moroso marks the borderline of a new democracy of consumption, making its design indispensable to furnish the spaces of a new generation, like the 25hours Hotel in Zürich West by Alfredo Häberli, a true place-object that embodies the aesthetic ambitions of the new generation of European youth, perfectly in tune with the model Moroso has offered to its clients for years. A Moroso piece interpreted as a piece of contemporary art, where the most sophisticated design, without inferiority complexes, meets the best of artistic output to achieve a perfect synthesis that weds and defines the tastes of the new European nomads. In keeping with this creative philosophy, on 21 June 2012 Moroso celebrated its 60th at Hangar Bicocca in Milan, with two exhibition projects to focus on the iconic products that have change the course of international design history. The first exhibition, “Metamorfosi_Behind, After or Beyond,” by the designer Martino Gamper, winner of the first edition of the Moroso Prize for contemporary art, was joined by the show “Backstage,” directly curated by Patrizia Moroso with Marco Viola. During the London Design Festival 2014, for the renewal of the showroom on Rosebery Avenue, in September Moroso presented the exhibition “Moroso Loves London.” An important event that included the participation of Ron Arad, Ross Lovegrove, Tord Boontje, Doshi & Levien, Martino Gamper, Benjamin Hubert and Raw Edges, designers with whom Moroso has collaborated for years, all of them based in London. In spite of this extraordinary international approach, for Moroso Friuli is still a homeland, the origin of the brand’s strength, still solidly in the hands of the founding family. It is important to understand that the heart and soul of this success lie precisely here, in the strategic capacity to combine tradition and innovation, an ancient taste for well-crafted, handmade things that has always been a feature of the modus vivendi of Friuli, and an intelligent gaze that looks to the future, to the international character of design, art and fashion. A example to follow. - pag. 287 Image of the Scandinavian pavilion at the Gardens of the Venice Biennale, an ideal setting for Fjord Relax by Patricia Urquiola. On the facing page, above, from left: a Moroso armchair, a typical example of the production of the 1960s; group photo at the company with Antonio Citterio, Paolo Nava and Agostino Moroso, 1972. Below, from left: Agostino Moroso at the end of the 1990; Patrizia Moroso with Daniel Libeskind and Marina Abramovic during the latest FuoriSalone, for the Interni event at the State University of Milan, Feeding New Ideas for the City, where Moroso produced the tables designed by Libeskind for the performance by Marina Abramovic, Counting Rice Table; Patricia Urquiola and Patrizia Moroso in 2004 at the company headquarters, with the Smock armchair. - pag. 288 Above, from left: Alfredo Häberli relaxing on his “Take a Line for Walk,” photo by Alessandro Paderni; right, Tord Boontje photographed by George Powell at Arnold Circus in London, on his Shadowy. Below, from left: Ross Lovegrove photographed by George Powell at Hyde Park in London, behind his Diatom; Dinamic Collection from 1986 by Massimo Iosa Ghini; Jonathan Levien and Nipa Doshi, photographed by George Powell at Barbican Estate in London, with their Paper Plane; Ron Arad poses for photographer Tom Vack with the model of the Big Easy armchair, 1989. - pag. 289 The Gentry sofa by Patricia Urquiola, the Dew pouf designed by Nendo, Carpet Reloaded for Moroso by Golran, paintings by Abdou Salam Gaye. “Metamorfosi_ Behind, After or Beyond” by Martino Gamper, in 2012 at Hangar Bicocca, Milan, for the 60th anniversary of Moroso.

tHe sense oF material pag. 290 COlOr and the third dimension for SUStAiNABlE ArCHitECtUrE. With over tHirty yEArS of research, OiKOS has transformed the CONCEPt of PAiNt with games of tone, light and tExtUrE, producing materic effects. Surfaces become spaces in which designers give free rein to their CrEAtiVity Transforming walls through color and material to give them new aesthetic impact, interpreting their essence and narrating them in an unusual way. This is the philosophy of Oikos, founded in 1984 in Cesenatico in the field of solvent-free paint. A pioneering business project in a moment in which the Italian tradition of decoration seemed to be vanishing completely. For weeks, the Romagna region was plastered with big white posters, with the message “we don’t want any more white.” Then came the announcement of the birth of Oikos. Daring color combinations, full-color walls were offered on a market that knew about only white walls and wallpaper. Over the years, the firm has passed from a relatively normal chromatic, two-dimensional notion of paint to a more radical, deeper concept: to think of walls in terms of matter, translating emotional stimuli, tactile impact and perceptive potential into experience. So Oikos started with color and reached the idea of the material itself, its complex dialogue with space and light. Surfaces thus become an active tool in interior design. From the outset the company has focused on sustainability in production, an orientation that went against the trend at the time. In the 1980s the young entrepreneur Claudio Balestri implemented company policy to control production processes, based on reuse of waste materials generated in-house and by others. Respect for


the planet is an indispensable value, for Balestri, hailing from a family of farmers. The production cycle involves recovery of metal powders, stone materials and ferrous powders, making it possible to create innovative products without wasting raw materials. Still against the trend, the company also produced water-base paints back when chemical enamels were seen as more reliable. Following this path, Oikos was ahead of its time in many areas of technical innovation, refining the industrial cycle for low energy consumption, optimizing disposal of leftover materials by recycling production waste. The Oikos laboratories have developed water-base paints with high levels of technical performance. Even the choice of the logo, which combines the name “casa” with the color green, points to this ecological focus. This environmental sensitivity has brought the company the “Economia Verde” prize of Legambiente in 2011. Ecological responsibility, then, but also know-how and craftsmanship. Reuse has been a source of inspiration in the design of surfaces that, in turn, have stimulated the involvement of professionals such as artisans and designers, never previously called into play in this type of production. Oikos studies the Italian decorative tradition and revives it, creating industrial products that maintain artisan application. Thus the figure of the master decorator is reborn, which had been lost over the years, to create original textures, transforming sustainable material into customized decorative impact, also for architectural restorations. The firm has always been ahead of its time on the aesthetic plane as well. The ability to supply tailor-made products is another winning trait: the company works with designers and architects to develop and produce special textures and working tools to achieve particular, personalized effects. Recently it was decided to narrate this long period of research in an unconventional way, in tune with the company’s output: the most original textures created by Oikos have been grouped in families, based on the relationship of the material with light, in an itinerary of meaning and communication. The story of the “sense of material,” edited by the art director Dario Curatolo with the agency Four in the Morning, which in 2011 takes the place of the old catalogues, creating seven artistic volumes that were selected for the ADI Design Index 2012. Sensory suggestions, experiences and emotions, triggered by material, stimulated by an evocative language relying not just on images but also on the original classification of the surfaces. - pag. 290 The Oikos installation at Palazzo Cusani during Milan Design Week 2014 (photo Lorenzo Sechi). - pag. 291 Full page: the installation Alchimie Regali by Oikos. Photo Giovanni Collina. Below: the texture classified as ‘Stratific tions’: the material comes to life level after level, enhanced by overlays, creating unusual profi es. A process of construction based on depth. Below: from the ‘Corrosions’ family, the texture conveys the passage of time, the sequence of days and surfaces, as the reflections of metals and minerals become more sinister, rugged, archaic. The categories Absorptions, Corrosions, Reflections, Stratific tions, Patterns and Vibrations belong to the project The Sense of Material by Oikos, selected for the ADI Design Index 2012. - pag. 293 Another image of the installation Alchimie Regali by Oikos, showing the different effects surfaces and colors can produce on material. Photo Giovanni Collina. Clockwise from upper left: from the ‘Corrosions’ category, a texture that evokes the passage of time and natural ageing, oxidizing of surfaces, adding unique character to metallic reflections and typical roughness. A texture belonging to the ‘Absorptions’ family. The finish brings out the m teric effect of a surface in which light is gathered and gets lost, vanishing. The matte opacity and absolute materic dominance of the texture lend themselves to interpretation in an infini e range of hues. A surface from the ‘Patterns’ family. Rhythmical veiling that gives the surface a harmonious movement. The skilled hand of the decorator recreates rhythm and harmony.

94 - 03 Virtuous nineties pag. 295

text and icons by Marco Romanelli

We believed, for a long time. We didn’t even imagine what would happen at the end of the decade. After the downfall of the Postmodern, the world of design, in the early 1990s, was going through the refined serenity of the Minimal. The great masters grew old, with aplomb and spirit, especially Achille Castiglioni and Vico Magistretti, producing masterpieces. With the difference that now they could observe without voracity, and with new curiosity, the design scene that precisely in those years was being invaded by an extraordinary tribe of barbarians (i.e. inhabitants of some unspecified elsewhere). Hungry for opportunities to produce not supplied by their countries, these young, extremely talented and above all highly variegated young people were entering Italy and grabbing all the positions the old guard could no longer defend. That Italian old guard that preferred ‘defeat’ across the board rather than passing the scepter and forming a class of disciples. But we will analyze this destiny of the Italian designers further on. In the meantime, we can watch Jasper Morrison, Ron Arad, Ross Lovegrove, Tom Dixon, James Irvine from England, ‘Les petits enfants’ of Philippe Starck and the ‘unaligned’ Martin Szekely from France, Marc Newson from Australia, Konstantin Grcic from Germany, Maarten van Severen from Belgium, Hannes Wettstein from Switzerland, Martin Ruiz de Azua from Spain, Fernando & Humberto Campana from Brazil, Johanna Grawunder from America, Thomas Sandell from Sweden, Marcel Wanders and Hella Jongerius from Holland, as they move surefooted through Brianza, the Veneto and nearby Tuscany. They are the ones who shape the new reality of companies like Cappellini, Moroso, Edra, Flos, Driade. A few other protagonists arrive at the end of the decade: the Bouroullec brothers and Pierre Charpin from France, from Japan Tokujin Yoshioka, from Finland Harri Koskinen, from Sweden Claesson Koivisto Rune, and Patricia Urquiola from Spain. All adored by the press, far from academic concerns, totally immune to issues like the relationship between architecture and design, between design and the decorative arts, they move nonchalantly across our territory. Their masterpieces come from an inseparable union of individual talent and Italian manufacturing prowess. So they are masterpieces that always speak two languages: Italian and English, Italian and French, Italian and Portuguese. An indisputable fact, though that is no consolation for a generation of Italian designers substantially crushed by the mechanism. Between the great masters ‘of the past’ and these new ‘barbarians’ the leftover spaces are reduced to cracks. Few manage to express themselves in such a suffocating situation: Paolo Rizzatto and Alberto Meda, thanks to the control of Luceplan and the entrepreneurial ability of Riccardo Sarfatti, Antonia Astori in the gilded limbo of Driade, and then the so-called ‘young designers’ (it seems odd to say that today, when they are no longer young), namely those for whom there was still time... Marco Ferreri, Marta Laudani, Giovanni Levanti, Paolo Ulian, Riccardo Blumer, i.e. the Italian generation that came prior to the already luckier crowd of the 2000s (Iacchetti, Ragni, Damiani, Paruccini, Pezzini, Fioravanti, Contin). Alongside all this, four designers, very different from each other but sharing a capacity to transform the design of a single piece into a project of corporate identity. I am referring – it goes almost without saying – to Antonio Citterio, Paola Navone, Rodolfo Dordoni and Piero Lissoni. Their role as boatmen and at the same time unconscious transformers of Italian design will be carefully analyzed by critics of the next generation. But what will the critics of the next generation be like? What tools will they use? Because – and we should never forget it – the golden decade of 1994-2003 and the extraordinary success of the people we have mentioned were also strongly influenced by a critical system that is unique in the world, constructed first of all by the Italian magazines (Domus, Abitare, Interni, Modo) and therefore by the work of Italian editors and curators (including, among others, Beppe Finessi, Manolo De Giorgi, Cristina Morozzi, Enzo Biffi Gentili). 1994-2003: 10 fundamental years prior to the major crises, the

boom of crafts and self-production, the obsession with reissues, design for galleries and 3D printers. The last 10 years of that 360° project that had characterized design from 1945 on… and today? Today we are waiting, and have been waiting for over 10 years, for a new imaginative ‘fury’ to come along, a new messiah, a new desire to design, or to destroy the world and recreate it in a better form.

“I believe that everything, even in nature, is design, so for me it is hard to take a break from the subject...”Giulio Cappellini “Design is an integral part of the process of industrial production. To consider it a pure added value of a product is a cliché.”Antonio Citterio “You live in architecture, you look at art; that is a fundamental difference. Architecture is a physical and sensory experience because one goes inside it.” Ettore Sottsass “Let’s stop being culture victims; knowledge does not coincide with boredom.” Gaetano Pesce “Cleanliness can have two matrices. One starts from zero, while the other, more intellectual, starts from the whole.”A.G. Fronzoni “Creative work is like the work of ants. There is no room for fantasy. Fantasy is a luxury for those who have nothing better to do.”Massimo Morozzi “There should be no such thing as art detached from life: things that are beautiful to look at and ugly to use.” Bruno Munari “Placing and combining objects in unusual scenarios, depriving them of their original meaning, is a process that brings oxygen, lubricates energies, a freeing openness. It is not just a method of ‘doing history,’ but it is also a method to ‘do design.’”Alessandro Mendini

interPretinG simPLicitY pag. 322 A moment of chAnGe for the Milanese brand MDF itALiA. On the one hand, the firm consolidates two decades of research focusing on innOVAtiVe, essentiAL DesiGn; on the other it updates, interpreting new LiVinG sPAces “Simplicity is a philosophy that can be applied to almost everything in life. It is first of all a cultural approach, a way of feeling change, of thinking that complex problems also contain simple solutions.” This phrase sums up the thinking of MDF Italia, the company founded by Bruno Fattorini in 1992 and definitively acquired in 2013 by the holding company of the Cassina family, the historic protagonists of Italian design. MDF Italia, with the streamlined structure of a company that makes editions, has always focused on design and simplicity as values in the choice of projects and talents. Over the years the Centro Progetti MDF Italia has worked with international designers from different backgrounds, including Xavier Lust, James Irvine, For Use, Jehs+Laub, Jean Marie Massaud, Victor Vasilev, Francesco Bettoni, Piergiorgio and Michele Cazzaniga, whose personal styles have never overwhelmed the recognizable image of the company. The force of ideas and the thrust of innovative design have made it possible over the years to break with typological schemes and to go beyond the limits of materials, leading to products like Random, designed by Neuland Industriedesign, a new bookcase concept composed of slender modules with shelves at different heights, combined to create a visually dynamic, sculptural object. Or Mamba, designed by Victor Vasilev, a complement that interprets the traditional desk, adapting it to the modern needs of contemporary living, new tools of communication like tablets, and generally smaller residential spaces. The result is a light shelf/desk that winds like a snake on the wall. The essential lines shared by MDF Italia products are often based on virtuoso technological feats. The Tense collection of tables by Piergiorgio and Michele Cazzaniga, for example, can reach large sizes, up to four meters, while remaining perfectly planar, slim and essential. Its capacity to stay in tension comes from an important technological innovation of the composite panel, putting MDF Italia ahead of the rest of the sector in this area. The precedent was La Grande Table by Xavier Lust (honorable mention for the ADI Compasso d’Oro award 2004), composed of a single sheet of curved aluminium, with a span of 4.4 meters, a true icon of the company. The process of globalization of markets, as the new center of gravity of economic growth shifts towards the emerging nations, new mass communications and in particular the Internet, have permitted e-commerce and promotion on a global scale, and become clear signals of change in the new millennium. In this perspective companies have shifted from orienting and guiding the choices of consumers to an inverted process, where it is the user who guides the decisions of the manufacturer. Aware of the fact that they have inherited products of great impact, the new management of MDF Italia want to reinterpret this legacy in a dimension of collection, of objects that can be grouped, establishing a dialogue inside private and collective spaces. With the Flow seating collection by Jean-Marie Massaud (2007) a new era begins, of products that maintain the virtues of lightness, simplicity, quality and innovation, but also communicate an emotional, expressive dimension. Wood and quilted or padded fabrics are introduced, to ‘soften’ the same drive for innovation. Flow is an open seating system with a single chassis in polycarbonate that can be outfitted in different ways to rest on eight possible bases, obtaining multiple combinations. In the perspective of a more contemporary aesthetic, two MDF Italia classics have been reinterpreted: Minima and Lim. The 3.0 versions by Fattorini+Rizzini+Partners together with the MDF Italia design division introduce, in the case of Minima, color on the structure and on the storage system, also adding new types of wood; while Lim takes on new finishes like glossy or matte ceramic, or satin-finish Cor-ten (sheets used only in architecture, to date), and the new material Fenix Ntm. MDF Italia focuses on an international market, not elite but with culture, to directly engage through B2C channels or through designers. To this end, the firm wagers on flexible, multifunctional furnishing solutions. With Vita, the open modular system composed of squared elements with shelves and cabinets (designed by Massimo Mariani), the first has been one of the first to create a web app to allow users to design their own configurations, then sending them as orders or for a price estimate. With an eye on the signs of global change, interpreting and anticipating lifestyles, MDF Italia is now working on a wide-ranging industrial growth plan, which among other initiatives will include, during the course of 2015, concentration of all corporate units in the new headquarters at Mariano Comense. - pag. 322 The Flow seating family includes chairs, armchairs, hassocks and stools, with bases in different materials for greater usage versatility. The chassis is in injection-moulded polycarbonate, with a possible thermoformed, padded counter-chassis. Design Jean-Marie Massaud. On the facing page: in the foreground, Flow Slim with four-leg base in oak, and the upholstered Flow pouf, combined with the Tense table, design Piergiorgio and Michele Cazzaniga (honorable mention for the 22nd ADI Compasso d’Oro award). In the background, the Random bookcase, design Neuland Industriedesign, a new typology with open compartments of different sizes, for free combinations, also with different depths. - pag. 324 Above: Grafo, the upholstered furniture system designed by Victor Vasilev, is simple, flexible and timeless, capable of altering its form according to the needs of the moment. To the side: Yale is the collection of sofas and armchairs designed by Jean-Marie Massaud, which in 2011 won the Compasso d’Oro ADI and is now available with down cushions. The structure is in matte painted extruded aluminium. - pag. 325 Upper right: the Minima 3.0 bookcase,

60 Anni Years interni / 451


design Fattorini +Rizzini+ Partners, reinterprets an MDF Italia icon: Minima, honorable mention at the 18th ADI Compasso d’Oro award. Minima 3.0 departs from the severe image of aluminium, bringing the elegance of white and black and the brightness of the colors of the open compartments. “As you like it” is the spirit of the Mia armchair, design Francesco Bettoni, conceived to use any kind of covering, playing with the colors of the borders. To the side: Mamba, design Victor Vasilev, is a new type of furnishing complement that interprets the traditional desk, adapting it to new tools of communication and increasingly small living spaces. The shelf-desk is made in Cristalplant, a technologically advanced material MDF Italia was the fi st to use in the sector, for the Stable table. The Robin tables, design Fattorini +Rizzini+ Partners, revise the table archetype, enhancing it with an innovative cement finish The material is applied by hand to the top and the legs, with the same procedure used for architectural surfaces.

Outdoor leader pag. 326 UNOPiÙ, the historic italian company founded in the Viterbo region in 1978, famOUs fOr its catalOgUes aNd fUrNishiNgs of great quality, continues to grow, reinforcing its role as number one in the sector and constantly expanding its range of products and services Unopiù is an atypical, intriguing success story, a company that began almost as a wager, driven by passion. Back in 1978, two partners born and raised in the Viterbo area, a land historically associated with gardens, sharing a love for life in the open air, decided to join forces with a strong idea: to create a series of furnishings and, above all, structures – this was the main focus – to furnish outdoor spaces. With the same elegance and care usually put into interior decorating. The idea was interesting, but it certainly cannot fully explain their outstanding success, which also was a result of method, an approach to marketing. Back in the 1980s the memory of large postal catalogues was still vivid. Unopiù became an absolute novelty on the market: an outdoor furnishings sales catalogue. And their catalogue became a true cult object. Though the catalogue remained the main tool of sales, in the 1990s Unopiù quickly grasped that changes were in progress that would alter purchasing behavior. They opened range of exclusive stores. First in Italy, then also abroad. Thanks to this choice Unopiù became a universal brand, well known in Italy and Europe to all those who wanted to furnish an outdoor space with style, taste, elegance and versatility. Today the world has changed so fast that 30 years seem like centuries. Unopiù, from a small local crafts company, has become a multinational corporation with an excellent reputation in the high-end furnishings and design sector. There are now 29 monobrand stores, in Italy, France, Spain and Germany, many of which have recently been refurbished with an avant-garde concept, in prestigious locations like Paris, Rome, Milan, Cannes, Hamburg, Madrid, Frankfurt, Brescia, Bologna, Naples. These are joined by many partners, including dealers and, above all, franchises that have decided to invest resources and energy in the Unopiù brand: in little more than two years such outlets have been opened in Casablanca, Cosenza, Messina, Ile de La Reunion, Montpellier, Ljubljana, Zagreb, Belleville sur Vie. And contacts are now in progress with many future partners. In the meantime, the products and the materials have evolved, though Unopiù remains unique for certain clear reasons: a choice of over 2000 articles, from outdoor furnishings to structures, all created with fine materials, in contemporary design-oriented style, or in more classic models that reinterpret traditions. All the way to the invention of absolutely new things, like Shibuya, a creation destined to revolutionize the very concept of outdoor structures, patented by Unopiù. The design is by Ferruccio Laviani, and the idea is as simple as it is brilliant: the first pergola on wheels, mobile and easy to expand. A pergola to enjoy in different places every day! Together with Shibuya, there are many other new offerings for 2014, in different materials and styles: from woven fiber to ‘vintage’ rope for outdoor use, galvanized iron in a range of colors to over 40 types of cushions with unique patterns and colors, all available on demand. And the catalogue? While mail order sales still exist – the quickest and simplest channel is the Internet, of course, where Unopiù has 4 e-commerce sites – the catalogue is still one of the company’s strong points, to transmit its image, its ideas and its taste to lovers of outdoor living. In particular, the 2014 version is no longer a mail order catalogue, but almost a decor magazine, with beautiful photographs, reporting, suggestions. To conserve on a bookcase, year after year. - pag. 326 The corner version of Welcome. In the modular Welcome line, the teak boards of the structure are steam-curved using a traditional technique. The structure is in teak, with aluminium feet. Cushion: removable 100% Tempotest raw white acrylic cover. The Welcome seats can be personalized by choosing from over 30 combinations of fabrics and colors, from the Colour Collection and Jolly cushions. - pag. 327 Above, cots from the Capri collection in fiber orked by craftsmen for a vintage look. Structure in aluminium. Cover: Waprolace handwoven synthetic fibe . Below, the covers of three Unopiù catalogues: from left, 1982, 1992, 2014. - pag. 328 Window of the Unopiù store in Milan, on Via Pontaccio, in the heart of the Brera district. Left, Les Arcs divan: an exclusive combination of materials features the solidity of teak and the softness of the fabric covering the backs. The structure is in teak and aluminium tubing. The tubing is covered with 100% Tempotest acrylic fiber in the co ors coffee, greige, sea blue. Cushion: raw white, mud color. The Les Arcs collection can be personalized by choosing from over 30 combinations of fabrics and colors, from the Colour Collection and the Jolly Collection. Below, the table and chair from the Les Arcs collection, extensible, with an organic design approach. - pag. 329 Shibuya, designed by Ferruccio Laviani, revolutionizes the world of structures, introducing the concept of dynamism. A pergola composed of two cubical units that offer different degrees of mobility and flexibility, to adapt to different needs during the course of a day of outdoor living. The freestanding mobile version has wheels with a diameter of 7.5 cm, suitable for a paved surface, or wheels with a diameter of 12.5 cm, for lawns or more rugged terrain.

04 - 14 Promising Zeroes pag. 331 text and icons by Beppe Finessi

What happened between 2004 and 2014? The world has simply changed, and design has changed with it. Year after year, many of the great masters have vanished, those who together with the legendary businessmen laid the groundwork of this great history. New trajectories have emerged, those drawn by the “new masters” (Morrison, Newson, Campana, Grcic, Bouroullec, Lovegrove, Jongerius, Fukasawa, Charpin, Guixé, Tokujin, Ulian…) who have managed, each with their own original language, to construct independent identities. Above all, a new generation of designers has grown up (trained in schools of Design, no longer in schools of Architecture as in the past, places like the Design Academy Eindhoven, the Royal College of Art, the École Cantonale d’Art de Lausanne-Ecal), who have explained to the whole world that another way of doing things can always exist, that the (economic or structural) limits can be a resource, a stimulus for a different way of getting started, that not only big industry exists, that small numbers of substantially artisan production still have meaning, that the computer is an amazing tool and the web a strong, pliant partner in one’s own ‘enterprise,’ that a free

452 / translations

and open attitude towards art can bring oxygen to one’s actions, and that the mode of presentation of one’s own projects (paying attention to the image, to photography, graphics, staging) is a significant, obligatory aspect, now fundamental. And while only yesterday we saw the giant Ettore Sottsass grant us the moving testimony of a mask (and Giulio Iacchetti imagining from scratch a project for large retail, leading a team of talented Italian designers that would then become authors of reference, Hella Jongerius proposing new languages and forms inside a company – Vitra – that more than all the others has designed the future we will truly inhabit, Giovanni Levanti rewriting the history of upholstered furniture with a wry smile, Fabio Novembre distilling his vision of the world in a collection of trays that are calling cards for the beautiful sights of our country, Francisco Gomez Paz and Paolo Rizzatto achieving a masterpiece that lights up and amplifies luminous flows over our heads, Ernst Gamperl plunging into his “artisan present” and making vases rendered even more irregular by their very nature, Matteo Ragni demonstrating who to convert small productive realities starting with good ideas and know-how, Luca Nichetto translating sensations and visions that would then lead elsewhere in a very well-done chair), today it is good to record new authors, new stars, new modes, freer and without illusions, and to listen to the sophisticated voices of Formafantasma who construct objects as if they were cooking, Martino Gamper who cuts and assembles recycled furniture with syntaxes and languages between bricolage and Allan Wexler, Francesco Faccin who from his mentors Mari and De Lucchi has taken the best, feeding his own sublime cabinetmaking master with their lessons, Maarten Baas who disruptively and impertinently sets fire – literally – to all previous certainties, making us see another range of possible materials, Susana Soares who starts from other disciplines to think about the future of the planet, posing truly fundamental questions between ecology and technology, Yoshioka Tokujin and Nendo who from the East bring new, perhaps purer lights, Scholten & Baijings and Doshi Levien who update the fine tales of couples, already practiced by Charles and Ray Eames, Lella and Massimo Vignelli, Afra and Tobia Scarpa, and Tomás Alonso, who with disorienting freedom and constructive intelligence, with a taste perfectly aligned with that of the “right” contemporaries, is already seated at the table of those who really count.

“What is it truly necessary to design today? The structure of the perception of things and of food.” Marti Guixé “The more things I make, they less they seem to belong to a specific style. I think this is the fundamental starting point to achieve something that reaches the essence.” Maarten Baas “Doing design means creating the future.” Tokujin Yoshioka “Small ideas are always the best ones, and they come from everyday life.”Nendo “Design is sometimes perceived as a phenomenon of consumption connected with the cycles of fashion. Instead, we need to take this discipline back to its original values: durability in time, stability, sobriety.”Rodolfo Dordoni “A designer who refuses industry is a misfit. Designers have to act in such a way that industry produces for human beings and takes care of the destiny of the world.”Michele De Lucchi

looking forward pag. 366 a company that in eighty years has illustrated an italiaN way of design and a model of trademark iNterNatiONaliZatiON. BOffi continues to eVOlVe with new product types and new production sectors. in keeping with its dNa that combines creatiVity with industrial PrOcesses Eighty years of history, which in spite of profound transformations reflect a single vision, from the outset: that of combining creativity, production and entrepreneurial energy in decision-making and operative processes. The brothers Dino, Paolo and Pier Ugo took the reins from the father Piero in 1947, inseparably connecting the creative spirit of the company with a vocation for production and technology. Dino, above all, understands the importance of collaboration with modern designers, for the creation of innovative kitchens that interpret the new materials and needs of postwar Italy. This leads to models like the first colored kitchen Serie C (design Asti & Favre, 1954) and the T12 (design Gian Casé and Pier Ugo Boffi, 1960), which combines wood and laminate. Under the artistic direction of Luigi Massoni, typological experiments and inventions are generated, like the famous Minikitchen by Joe Colombo (1963), shown at MoMA NY in 1972. Another important factor is the graphic image created by Giulio Confalonieri from 1950 to 1965, bearing witness to the firm’s farsighted interpretation of the brand in all its communications. The new period of the company begins towards the end of the 1980s, when Piero Lissoni, art director since 1989, takes the place of Antonio Citterio, and Roberto Gavazzi takes over the role of CEO, working together with Paolo Boffi. This is the period of the Compasso d’Oro award for the career (1995), extension of the bath furnishings production, the opening of stores in the world’s major cities, first in Paris in 1995, and the acquisition of Norbert Wangen (2003), the high-end German brand. Internationalization pursued through the gradual opening of flagship stores for direct and indirect management is a process that expands above all in the 2000s, consolidating a system of distribution and professional consulting capable of offering the same high standards of service anywhere in the world. Today there are 22 monobrand stores managed by Boffi Trade, 35 indirect monobrand outlets, 200 dealerships in Italy and 110 in the world, covering over 50 countries. 80% of consolidated sales is accounted for by foreign trade. Thanks to the art direction of Piero Lissoni, in 2007 commercial alliances are created with Porro and Living Divani for the creation of new spaces: display concepts of complete domestic settings for a cosmopolitan public. Since its origins, the production of Boffi stands out for its flexible combination of industry and crafts: research on new materials and technologies, combined with the typical know-how of Brianza. This continuity with the past now translates into the ability – demanded on international markets – to produce custom, tailormade projects with particular lacquer finishes or special measurements. Numerically controlled machines are joined by processes of complete handmade craftsmanship. To meet the complex regulations on the worldwide market, Boffi has gone through a long process of certification, from ISO 9001 in 1996 and ISO 9001:2000 in 2002, all the way to the achievement in 2010 of ISO 14001, underlining the company’s focus on the sustainability of processes of planning, production and control. This knowhow is then shifted into another productive sector, that of wardrobe systems, completing the range of compositional options for the kitchen and the bath. These products appear starting in 2010, though they resume a path already started in the 1980s with the A1 by Luigi Massoni. While the art direction of Luigi Massoni, Antonio Citterio and Piero Lissoni has characterized the Boffi catalogue over time, we should also indicate the shorter-term international collaborations that have made their mark on the collections, combining to generate that very definite style that makes it easy to identify Boffi on the high-end market. These include the I Fiumi collection by Claudio Silvestrin from 1998, marked by the use of stone in a minimalist style, but also the Minimal brushed steel faucets by Giulio Gianturco (1998), with their essential lines, and the Terra tub by Naoto Fukasawa (2007), an organic form inserted in a geometric Cristalplant volume, in the bath sector. It would be impossible here to mention all the Italian and international designers who have worked with the company, bringing original view-


points and typological innovations; we can cite the cabinet with a rotating vertical-horizontal system by Dror Benshetrit, winner of the Good Design Award of the Chicago Atheneum in 2008. The latest new developments include the first outdoor kitchen, designed by Piero Lissoni, which brings the firm into a new field of research and production, and the Salinas model by Patricia Urquiola, based on the traditional island kitchen, while leaving standard configurations behind thanks to its modular design and innovative use of materials. - pag. 367 On the facing page: K2, design Norbert Wangen (2000), is an independent steel monoblock that updates the concept of the compact kitchen, permitting cooking but also entertaining and living in the same space. The top can slide sideways and emerge from the volume to create a table. Above and to the side: phases of workmanship in the plant at Lentate sul Seveso (MB). Thanks to production lines that combine crafts and industrial processes, Boffi can espond to all needs for custom, tailor-made projects. Below: some of the iconic kitchens from the history of Boffi T12 (design Gian Casé and Pier Ugo Boffi 1960) combines wood and laminate; the fi st compact Minikitchen (design Joe Colombo, 1963); Serie C (design Asti & Favre, 1954), the fi st model to insert color. - pag. 368 Above: the shop windows of Boffi Soho (N w York) celebrate the 80th anniversary of the company. The store is the fi st monobrand the fi m directs in the United States, opened in 2000. Below: I Fiumi, design Claudio Silvestrin (1998), a family of freestanding tubs, washstands and bath furnishings with a geometric, minimal design, without corners or handles, made in wood or white Corian. The Adige and Piave washstands are in natural stone. - pag. 369 Above: Salinas, design Patricia Urquiola (2014), is an island kitchen that revises the traditional concept of modular design. The light structure can be assembled at will, also by varying the materials of the doors and tops, for great versatility and personalization. Below: the kitchen goes outside. Open, design Piero Lissoni (2014), is a very functional monoblock model in steel created for outdoor settings but also suitable for indoor use. The open structure displays the cooking and washing zones, and contains a large central cutting board. The program also includes a table with a large wooden top.

the essence of light pag. 370 for lUCePlAn the image of fixtures is always subordinated to technological research on light sources and the quality of light. to improve human wellbeing and the use of spaces Aesthetic and technological research, design culture, experimentation and innovation, creative spirit combined with function and efficiency. These are the values of Luceplan, founded in 1978 by three young architects, Riccardo Sarfatti, Sandra Severi and Paolo Rizzatto, united by the idea that light can improve human wellbeing and the quality of the environment. The trio always pursued technological research as the basis for aesthetics, with a particular focus on light sources, the true protagonists of the individual projects. After a few years, Luceplan had already won the ADI Compasso d’Oro prize for the D7 lamp designed by Paolo Rizzatto and Sandro Colbertaldo. This was the first of a series of honors assigned to designers like Rizzatto, Alberto Meda and, more recently, Francisco Gomez Paz and Daniel Rybakken, for technologically evolved lighting fixtures that are flexible to use, far from any formalist concerns. Just consider the Hope suspension lamp by Gomez Paz and Rizzatto, a new take on traditional chandeliers employing Fresnel lenses printed on thin polycarbonate to create a sparkling, festive effect. Winner of the Compasso d’Oro in 2011, Hope is now a true icon of the company. But perhaps the most famous – and certainly the most long-lived – lamp by Luceplan is Costanza (1986). This model reinterprets the archetype of the lamp with shade, making it into the sum of several innovations: the interchangeable polycarbonate shade, the dimmer controlled by means of a rod, the telescopic aluminium stem. The Luceplan product range is ideal for homes and for contract projects, from the small to the large scale. Models like the recent Silenzio, which introduces a shade in sound-absorbing material, bear witness to the focus on comfort in collective spaces. Custom applications like the one for the headquarters of GL Events designed by Odile Decq in Lyon, for which Pétale was created, the first sound-absorbing lamp in the Luceplan collection, underscore the firm’s ability to respond to specific needs and to customize products. Since 2010 Luceplan has been part of the Consumer Luminaires division of Philips Lighting. This partnership has provided further research input on light sources, especially LEDs, leading to productive innovations like the Otto Watt lamp, with extraordinarily low energy consumption, the recent Tivedo, a task light in technopolymer of the new generation, and typological novelties like the super-flexible Counterbalance, winner of the Compasso d’Oro in 2014. - pag. 370 To the side: destined to become a company icon, Compendium is a family of floor and suspension lamps whose luminous glow spreads with refined e egance into the surrounding space. Design Daniel Rybbaken. Below, from left: Counterbalance, design Daniel Rybbaken, can be oriented in space thanks to the counterweight system of the long steel arm. Winner of the Compasso d’Oro in 2014. Ultralight and jointed, the Tivedo table lamp by Sebastian Bergne, with ultra-adjustable technopolymer arms and a heat sink made with special thermo-conductive plastic, reinterprets the traditional joint system with a bi-directional pantograph system. - pag. 371 Designed in 1986 by Paolo Rizzatto, Costanza is now an icon, with over a million units produced. It is the fi st lamp to use innovative technological solutions like the self-supporting polycarbonate shade and the sensorial touch dimmer. The two new ranges of colors – Mezzo Tono and Radieuse, in ten tones – have been developed with Studiopepe (Mezzo Tono). Above, from left: luminous efficien y, acoustic comfort and customized image are the key words of the Silenzio family of lamps designed by Monica Armani. Covered in Remix 2 fabric by Kvadrat, designed by Giulio Ridolfo. The concept of mobility returns in the Tango floor lamp by Francisco Gomez Paz, an airy geometric structure terminating in a jointed reflector, marked by a fluid twi ting movement.

evolution of the automobile pag. 372 With a formula that promises design, comfort and useful technology on a limited budget, the Citroën C4 Cactus now reaches italy… the surprising compact from the french brand Italian streets will finally play host to the C4 Cactus, the new Citroën sedan available in three versions (Live, Feel and Shine) to meet the needs of all kinds of customers. To celebrate, two special editions will be available at the same price: the Feel Edition (where the Feel set-up is enhanced by 16” alloy wheels and fog lamps with the Cornering Light function), and the Shine Edition (where the Shine level is enhanced by 17” alloy wheels). What sets Cactus apart from other cars in the same segment is the formula developed by the French automaker to give more value to what really counts for consumers, effectively summed up in the formula + design, + comfort, + useful technology with a budget that always stays under control. Where looks are concerned, Cactus has a very recognizable style, like all the cars that have epitomized an era: essential, fluid surfaces and a ‘floating’ roof, with

elements that enhance the design, like the Airbumps built into the sides and available in four colors (Black, Gray, Chocolate and Dune), which combined with the ten bodywork shades and three interior tones multiply personalization options. The proportions have also been optimized: wheelbase of 2.6 m; compact sedan silhouette (length 4.16 m, width 1.73 m); height just 1.48 m. As for comfort, we should mention the dash designed to offer more space near the front passenger seat. This result has been made possible by the presence of a 100% digital interface and optimization of the driver’s position: the passenger airbag has been moved; the button controls have been replaced by a 7” touchscreen for the main functions; the traditional instrument panel has been replaced by a digital display. The space for the knees of the rear passengers is similar to that of the Citroën C4, while the trunk offers space of 358 liters. Where the useful technology is concerned, again the main feature is the 7” touchpad that offers seven screen options for the main functions: automatic climate control; digital audio streaming, portable device connection, song archives, photos; navigation; driving assistance systems; telephone; Citroën Multicity Connect (which helps you find the closest or most economical service station, a hotel or restaurant using the Trip Advisor app, information on congestion using the Michelin Traffic app, and indications of traffic risk zones with the app Coyote); settings. Among the 100% useful driving assistance systems we can mention Park Assist (which helps to find a parking place and provides automatic steering), the video cam in reverse to show images on the touchpad, the Hill Assist function (that blocks the vehicle for two seconds to make it easier to resume driving on slopes greater than 3%) and the cornering light function, which offers an extra beam of light on curves. Finally, where the budget is concerned (not just purchase price but also usage costs), Citroën has a pragmatic approach that leads to reduction of fuel consumption, and a clear resizing of maintenance costs. In the first area, the brand has applied research on efficiency and elimination of waste, reducing consumption without the use of expensive technologies. With its 200 kg of weight reduction over the Citroën C4, Cactus can offer a petrol version at less than 100g of CO2/km, and a diesel version at just 87g of CO2/km, equal to consumption of just 3.4 l/100 km. The usage costs of the Citroën C4 Cactus have also been reduced by almost 20% with respect to the average of segment C. Optimization of mass, in fact, significantly reduces the consumption of parts subject to wear, while the exclusive Airbump technology cuts costs connected to small repairs. - pag. 372 In the images, the new Citroën C4 Cactus. Airbumps are built into the sides: an exclusive of the French brand with TPU covering, containing small air capsules that stand up to impact, reducing bodywork repair costs. - pag. 373 Left, the panoramic glass roof for high thermal protection lets light through while reducing heat. Below, view of the interiors, with large front seats, like a comfortable sofa, and a dashboard developed to offer more room for the front passenger, featuring a Top Box with vertical opening. The passenger airbag has been built into the pavilion, thanks to the exclusive Airbag in Roof technology.

SPrint Design pag. 374 fast and super-ergonomic. the story of the MX-5 bY MAZDA, a car that in tWentY-five YeArS of life has broken all sales records for its category. And continues to amaze What more can be said about a small sports car whose simple lines are a reminder of the legendary ‘Zero’ airplane? Lightness, easy handling, extreme comfort, and plenty of charm. These are the ingredients of the MX-5, the sports car Mazda has been producing since 1989. Its first appearance dates back to February that year, at the Motor Show in Chicago. Today it has reached its fourth version. Twentyfive years, a silver anniversary, for this roadster that has meant happiness to many young drivers, who with one eye on their wallets and the other on beautiful girls chose something that wouldn’t get Dad too upset but would still make a hit with their peers. A roadster, just two seats, since no more were needed. Light, compact, longitudinal frontal motor, rear-wheel drive, 50:50 weight allocation, excellent response: these are the fundamental characteristics, which have remained intact over the years. Of course there have been improvements, thanks for example to the HMI connectivity technology in the new models, and the criteria of safety that have become even more strict. Long research efforts have allowed the Mazda technicians, keeping faith with the Japanese tradition of the strategy of weight, to reduce the new edition by about 100 kilos, making it even lighter and more manageable. The slightly altered lines, the more graceful, slender body, with a length of just over 3.9 meters, make it possible to achieve truly enviable aesthetic and ergonomic standards. The motor is positioned a bit more centrally, making it possible to slightly reinforce the hood, the trunk and the fenders. So the dream goes on. The desire to get behind the wheel, like a pilot in a cockpit, and to abandon yourself to the thrill of the wind, or to have the clear sensation of owning a powerful yet sensitive steed. These desires, these dreams, are still very strong today. Our compliments to the designers at Mazda, who in 2011, with this model alone, reached the remarkable figure of 900,000 units sold, an absolute world’s record. Many happy returns! - pag. 375 On this page: two images of the presentation of the new MX-5 by Mazda, born 25 years ago and now in its fourth version. On the facing page: the three previous generations of the MX-5 and an image of the new model presented in 2014.

647 Covers pag. 377

The story of the covers of a magazine is like the fairytale of love at first sight. We are all more or less apt to judge the people we meet in a few fractions of a second. In particular, faces play a major role in our feelings of affinity and attraction, our sensations of repugnance and distrust. And when we pick up a magazine our emotions are stimulated in just the same way… literally, we judge it by its cover, its ‘face.’ Then, just as with people, once we get to know them better we might change our idea: someone who seemed extremely likeable can turn out to be a bit boring and pedantic, while a person that made a boorish impression may eventually seem very tactful and engaging. Nevertheless, first impressions count, and in most cases find confirmation in subsequent encounters. Hence the importance of a magazine cover. The face of a person reflects their character in a natural way, and if a magazine manages to convey its way of telling stories, in a coherent fashion, on its cover, it can make you fall in love. The story of the covers of Interni from 1954 to the present can also be read as a ‘Bildungsroman’ (a novel of formation, ed.) in which the various degrees of evolution of the character of the publication reflect the growth of the world of Italian design, first of all, and of international design, later. In the very first years the name Interni does not appear. The magazine was known simply as the ‘Rivista dell’Arredamento,’ and the name Interni was rather timidly added, in small letters, only in the 1960s. After that, there are alternating periods, some in which the name Interni dominates, splashed across the full width of the cover, and others in which it gets downsized, shifting back to the term ‘arredamento.’ Then, finally, in the 1970s comes the passage from adolescence to adulthood, and the personality of the magazine definitively emerges, taking over the covers. So love can also happen at second, third, fourth, sixtieth sight. Christoph Radl

60 Anni Years interni / 453


60 Anni YeArs interni, PArtners Abet LAminAti, ALcAntArA, ALessi, ALfA romeo, ALivAr, Antico è, AntoLini Luigi & c., Antonio LuPi Design, ArtemiDe itALiA, Aster cucine, AuDi, b&b itALiA, bAxter, bertoLotto Porte, besAnA moquette, boffi, boLzAn Letti, bonALDo cAsA, briAnzA tenDe, bosch eLettroDomestici, cADorin grouP, cAP Design, cAsALgrAnDe PADAnA, ceADesign, cerAmicA gLobo, cerAmicA sAnt’Agostino, chAneL, citroËn itALiA, crs, D-Link meDiterrAneo, DADA, DAmiAni, DeborAh grouP, DeDAr, DeL tongo inDustrie, Desiree, Devon & Devon, Doimo cucine, ecLisse, emu grouP, ernestomeDA, euromobiL, fAber, fAntini frAteLLi, feDerLegno ArreDo, fenDi, ferreroLegno, fiAm itALiA, fLexform, fLos, fLou, fontAnAArte, foscArini, fox Di r. bonPAni & c., frAg, frAnke, frAteLLi guzzini, gAber, gArofoLi, giorgetti, richArD ginori, hewLett PAckArD, iDeA, visionnAire, itLAs, kArteLL, L’ingLesinA bAbY, LAncome, LAPALmA, LemA, Living DivAni, LucePLAn, mAPei, mArAzzi grouP, mArgrAf, mArtineLLi Luce, mArtini mobiLi, mAserAti, mAzDA motor itALiA, mDf itALiA, meriDiAni, meritALiA, minotti, moDuLnovA, moLteni & c., moreschi, moroso, mosAico +, nArDi, oikos, PAnto finestre, PAnzeri cArLo, PeDrALi, Peugeot AutomobiLi, PiAggio & c., PiAncA, PoLiform, PorADA ArreDi, Porro, quAttroti Dentech, rimADesio, roset itALiA, rossAnA rb, rubeLLi, s.i.m.A.s., scArAbeo cerAmiche, scAvoLini, siemAtic itALiA, stuDioArt, tecno, teuco guzzini, toD’s, toYotA motor itALiA, trussArDi, tubes rADiAtori, twiLs, unoPiÙ, vetreriA vistosi, vitrA internAtionAL, zAnottA. 454 / ParTners


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