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Editalia - Edizioni in Facsimile Codice di Medicina e Farmacia di

PIER PAOLO PUXEDDU + FRANCESCA VITALE STUDIO ASSOCIATO

Federico II Un fantastico viaggio alla ricerca delle radici del sapere medico

Una collezione di codici miniati e documenti cartografici antichi splendidamente restituiti in facsimile, in tiratura limitata e numerata. Andreas Cellarius. Atlas Coelestis seu Harmonia Macrocosmica RD 167 - Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II, Roma NOVITÀ

Giacomo Maggiolo. Carta nautica del bacino del Mediterraneo Cart. naut. 2 Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II, Roma

La Bibbia di San Paolo Biblia Sacra. Codex membranaceus saeculi IX Abbazia di San Paolo fuori le Mura, Roma

Codice di Medicina e Farmacia di Federico II Ms Pluteo 73.16 - Bibl. Mediceo Laurenziana, Firenze

La fonte più autorevole per la farmacoterapia europea medievale, sia per il valore dei testi sia per le numerose illustrazioni che ne costituiscono il perfetto corredo. Uno scrigno delle antiche conoscenze sulle virtù degli animali e delle piante medicinali con oltre quattrocento immagini miniate fra diverse specie officinali, personaggi mitologici legati alla medicina, ritratti ideali degli illustri autori dei trattati e vedute delle loro città, medici che assistono i pazienti, animali e segni simbolici.

Exultet di Salerno Museo Diocesano, Salerno De balneis Puteolanis Ms.1474 - Bibl. Angelica, Roma Codice Oliveriano I Ms. I - Bibl. Oliveriana, Pesaro Marco Polo. Le Livre des Merveilles Ms. fr. 2810 - Bibliothèque nationale de France, Paris L’Acerba Ms Pluteo 40.52 Biblioteca Mediceo Laurenziana, Firenze

Trattato di Aritmetica di Lorenzo il Magnifico Ms. Ricc. 2669 - Biblioteca Riccardiana, Firenze De Re Rustica Codice E 39 - Bibl. Vallicelliana, Roma

Le miniature della Bibbia di Oxford Ms W. 106 - The Walters Art Museum, Baltimora / Musée Marmottan, Paris

Il bello della cultura. www.editalia.it

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editoriale

Idee e progetti la nostra passione

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Editalia: conî e punzoni della prima lira della Repubblica

Capacità di innovazione e creatività sono qualità molto ricercate da tutte quelle aziende che operano in un mercato competitivo e in continua evoluzione. In queste organizzazioni, le persone assumono un ruolo sempre più proattivo dando forma a nuovi modelli che generano cambiamenti profondi nell’attività di ricerca e sviluppo dei nuovi progetti e nei processi di marketing. La passione individuale e la conoscenza sono valori all’origine dell’elaborazione di nuove idee e nuovi progetti. Editalia è oggi un’organizzazione in grado di far emergere creatività e innovazione, è un’azienda con un patrimonio di conoscenze capace di creare nuove sinergie tra le risorse disponibili e ambienti di lavoro più piacevoli, preparata a reagire rapidamente ai cambiamenti; è un’azienda in grado di concepire al proprio interno opere che creano un mercato completamente nuovo, arrivando a modificare il comportamento esistente degli acquirenti. È il caso del progetto di Riproduzione artistica dei conî e dei punzoni. L’idea di realizzare la riproduzione preziosa dei conî e dei punzoni della prima lira del 1946 – progetto senza precedenti – è nata un anno fa in occasione dell’organizzazione della mostra Una scuola d’arte nella fabbrica delle monete, 1907-2007, realizzata insieme alla Zecca dello stato. Muove dal semplice desiderio di far conoscere e apprezzare a chi quotidianamente ha avuto in tasca le lire, piccoli capolavori d’arte in serie, i pezzi unici, le matrici da cui questi piccoli capolavori di modellazione hanno avuto origine: i conî e i punzoni sapientemente incisi dagli artisti della Zecca. Vogliamo dare la possibilità dunque ai collezionisti appassionati di numismatica di varcare idealmente la soglia inaccessibile della Zecca e ammirare il risultato della passione e di quel talento artistico che coniuga inventiva, manualità e finezza del disegno con la magica fisicità del metallo. È alle persone che hanno creduto nell’idea e condiviso questa visione che va il mio riconoscimento, persone che hanno messo a disposizione le loro competenze e conoscenze non comuni, la fantasia e la determinazione per creare un’opera straordinaria.

Egidio Donato Direttore marketing Editalia

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sommario

38 NOTIZIE

PRIMO PIANO

Cronache d’arte Resca & Sgarbi, 3 x 2

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Fotografia Maestri dell’obiettivo a Lugano

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Esposizioni in Italia e all’estero Dalla follia al Cobra, cosa c’è da vedere

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Eventi/1 Il conio della prima lira: ritorno alle origini

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Eventi/2 Futurismo: Marinetti, Depero e gli altri cent’anni dopo

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Grandi mostre/1 Italics e Guggenheim, americani d’Italia

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Grandi mostre/2 Magritte, nature surreali

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Grandi mostre/3 Cesare, il divo Giulio

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Il Belpaese salvato Chiesa delle Gianelline, architettura creativa

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I luoghi del bello Intramoenia anima i manieri di Puglia

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PERSONAGGI

Il corpo dell’arte Roberto Giuli, meccanica dell’anima

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L’arte prende corpo Barbara Sbrocca, umano come l’altro da me

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Conversando sul sofà Leonardo Sciascia, la Vuccirìa di Guttuso Andrea Camilleri, parole a colori

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Un caffè con Antonio Sannino, una vita tra le antiche stampe

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EDITORIA & ARTE Codex

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Andreas Cellarius, l’origine dell’universo

ARTE & IMPRESA

IN CHIUSA

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Libri di pregio Porti antichi di Roma

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Multipli d’autore Mario Ferrante, il mio Brasile

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Comunicare ad arte Art for business, cultura d’impresa

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A regola d’arte Symbola, intervista con Fabio Renzi

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I mestieri dell’arte Bruno Superti, l’artigiano che lega il bello

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Il motore dell’arte Cantine Ferrari, capolavori con le bollicine

88

Cose dell’altro mondo Arte giapponese, oltre i fiori di loto

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Il cammeo di Adiem Il ritorno della grazia

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cronache d’arte Barbero sbarca al Macro Dovrebbe riaprire in primavera il Museo di arte contemporanea di Roma. Imminente la fumata bianca per l’ufficializzazione del nuovo direttore, peraltro preannunciata da tempo. Sarà il torinese Luca Massimo Barbero, già curatore delle collezioni Guggenheim di Venezia, a dirigere il polo romano per l’arte e la cultura contemporanea, da tempo in attesa del termine del cantiere di via Reggio Emilia e della ridefinizione generale dell’area al Mattatoio, il Macro Future. (G. B.)

Resca & Sgarbi, 2 X 3 S Musei online, crescono le visite sui siti nazionali Nonostante siano molti gli italiani che frequentano i siti web dei musei, per l’esattezza il 35% su 18 milioni di internauti, la spesa per la manutenzione e lo sviluppo dei siti dei musei nazionali non supera i 2.000 euro l’anno. E non c’è da stupirsi se si pensa che, benché triplicata negli ultimi dieci anni, la presenza dei musei italiani in rete si avvicina al 52%, mentre soltanto il17% ha un proprio dominio. Questi i dati forniti dal rapporto Civita 2008, dove si sottolinea che le città d’arte e il territorio italiano attraggono turismo e una comunicazione efficace alimenterebbe un settore strategico per il nostro paese. A fronte di una cura dei contenuti, i nostri musei prestano però poca attenzione ai servizi, al multilinguismo e all’interazione con gli utenti. (Marilisa Rizzitelli)

oppressa tout court la Direzione per l’arte contemporanea, ecco arrivare a capo della neonata e strategica “Direzione generale per i musei, le gallerie e la valorizzazione” Mario Resca, per dodici anni alla guida di Mc Donald’s Italia. Il manager, 62 anni di Ferrara con un curriculum da capitano d’industria, è stato annunciato a metà novembre dal ministro Sandro Bondi e la sua nomina rientra nel quadro di rinnovamento che il governo vuole apportare all’universo dei Beni culturali. L’articolo 8 della riforma prevede che il neodirettore dei musei si occupi della

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tutela e della valorizzazione del patrimonio artistico nostrano, esprima il parere sui programmi proposti dai direttori regionali e autorizzi il prestito di beni pertinenti alle raccolte dei musei, pinacoteche e gallerie. Ad affiancare il lavoro di Resca ci sarà l’onnipresente Vittorio Sgarbi che ha giudicato la nomina dell’ex manager Eni e Mondadori in modo positivo: «Non mi pare ci sia alcuna ragione di stupore. Serve qualcuno che faccia funzionare quello che sta intorno ai musei: il ristorante, il bar, l’apertura serale, l’offerta delle serate, i gabinetti». (G. B.)


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La Lira torna a splendere. Dalla Zecca dello Stato la prima e più completa emissione celebrativa realizzata dal materiale creatore originale. Coniazioni in oro 900‰ fondo specchio nelle dimensioni delle monete originali.

Collezioni a tiratura limitata e numerata con certificazione dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

Una collezione unica per dare più valore alla storia degli italiani. Sono disponibili le ultime collezioni.

www.storiadellalira.it


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cronache d’arte Antimodernisti unitevi G

uardare indietro per capire il futuro? Contro l’arte contemporanea, quella più eccessiva e strillona giudicata commerciale e scandalistica, nasce un movimento spontaneo di intellettuali, nuovi paladini dell’antimoderno. Tra i principali portavoce Robert Hughes, Mario Vargas Llosa e Paul Virilio, pensatori di differenti discipline ma uniti dall’insofferenza per l’estetica dell’eccesso che caratterizza molte delle creazioni dei maggiori artisti più quotati: Damien Hirst, Jeff Koons e Maurizio Cattelan (sua l’installazione a destra), per capirci. Per ora il movimento non ha prodotto manifesti ma solo rimpianti. (Giorgia Bernoni)

Bonami alla Whitney Sarà Francesco Bonami il prossimo curatore della 75ª Whitney biennial che si svolgerà nella primavera del 2010. Organizzata dall’omonimo museo di New York, la biennale fornisce un’attenta panoramica sull’arte americana contemporanea. La nomina di Bonami si configura come un’ importante novità, confermando quanto il curatore sia conosciuto e stimato a livello internazionale. Nel suo fittissimo curriculum spicca l’incarico di curatore della 50 biennale di Venezia e di Italics, che si sposterà dall’11 luglio al 25 ottobre al Museum of contemporary art di Chicago. (G. B.)

La cultura secondo Obama erto non è la priorità in agenda, visti i tempi di crisi. Ma il ruolo che il presidente degli Usa Barack Obama promette di assegnare all’arte potrà farsi sentire anche sotto il profilo economico. Rilancio della diplomazia culturale col rafforzamento degli artisti nel corpo della società e, soprattutto, sostegno alla proposta di legge “Artistmuseum partnership”, in passato respinta a più riprese. Obiettivo: l’arricchimento delle collezioni pubbliche, invogliando gli artisti viventi a fare donazioni ai musei e alle biblioteche reintroducendo la deduzione fiscale completa dei costi dell’opera. (S. C.)

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OMBRE Lo sguardo di due grandi artisti contemporanei dà vita a uno straordinario Libro d’Artista.

PIER PAOLO PUXEDDU+FRANCESCA VITALE STUDIO ASSOCIATO

Ventiquattro metri. Un libro unico. Ombre, luci, sogni si susseguono come in una lunga, emozionante sequenza cinematografica.

Ombre di Mimmo Paladino e Ferdinando Scianna Trenta incisioni all’acquaforte e dodici impressioni al carborundum di Mimmo Paladino, trenta fotografie di Ferdinando Scianna e diciassette testi di autori classici e contemporanei stampati a caratteri mobili. Ombre è rilegato in forma di “leporello”, una serie di pagine affiancate che si svolgono a fisarmonica e che si sviluppano per una lunghezza di 24 metri. Le incisioni di Mimmo Paladino sono realizzate con le tecniche dell’acquaforte e del carborundum, o carbonio di silicio, una materia granulosa che aggredisce con forza la lastra di stampa. Le fotografie di Ferdinando Scianna sono stampate dall’autore con una personale tecnica ai pigmenti di carbonio che consente una grande ricchezza di gradazione tonale e che regala all’immagine una straordinaria profondità. Per entrambi, ne risultano immagini nelle quali emergono l’effetto materico e la potenza espressiva dei segni esaltando il rapporto tattile, fisico con la pagina. L’edizione è stata realizzata in centoventicinque esemplari così suddivisi: novantanove esemplari numerati in numeri arabi da 1/99 a 99/99 riservati ai collezionisti, venti esemplari numerati in numeri romani da I/XX a XX/XX riservati agli autori e ai collaboratori, e sei prove d’artista riservate all’editore.

numero verde 800 014 858

www.editalia.it


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MAESTRI dell’obiettivo In mostra a Lugano trecento scatti d’autore da Arbus a Newton di Giorgia Bernoni

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l secolo scorso è stato per eccellenza quello delle immagini e l’arte fotografica, nata a metà del diciannovesimo secolo, diviene nel ventesimo una delle discipline protagoniste della comunicazione di massa. Fin dagli esordi la ricerca artistica si accompagna all’attività documentale: la fotografia si è aperta progressivamente a indagini più profonde sui mutamenti in atto, divenendo quindi arte. “Photo20esimo” documenta l’appassionante evoluzione del linguaggio fotografico attraverso oltre trecento opere, provenienti da una collezione privata, di grandi maestri come: Diane Arbus, Robert Doisneau, Robert Frank, Mario Giacomelli, Helmut Newton, e altri ancora. Fotografi testimoni della storia, cacciatori di emozioni e inventori di nuove forme creative; custodi del dinamismo che ingabbiano con i loro scatti il flusso costante del divenire. Lungo le otto sezioni, disposte sui tre piani di villa Malpensata, è possibile sviluppare percorsi individuali sul filo della memoria, rievocando le evoluzioni e le contraddizioni di un secolo di rottura. Il percorso è dedicato ai principali generi fotografici: dalle sperimentazioni degli artisti del Bauhaus ai reportage di guerra di Robert Capa e Don Mc Cullin, dai ritratti di Richard Avedon e Nan Goldin alle ricerche sul corpo di Bill Brandt e Robert Mapplethorpe, alle nature morte di Albert Renger-Patzsch ed Edward Weston. Museo d’arte villa Malpensata, riva Caccia 5, Lugano. Info: 00410588667201; www.mda.lugano.ch.

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Dall’alto, in senso orario: Arnold Newman, Picasso, 1954 copyright The Arnold Newman archive Edward Weston Cabbage Leaf, 1931 copyright Center for Creative photography, Arizona Kishin Shinoyama Senza titolo (Seated female nudes on a rock) 1968 copyright Kishin Shinoyama Horst Paul Albert Bohrmann Lisa, 1939 copyright Horst Estate

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expo in Italia LUCCA

ROMA

POMPEO BATONI

DA REMBRANDT A VERMEER

La città natale di Pompeo Batoni dedica un omaggio all’artista nel terzo centenario della sua nascita. L’Europa delle corti e il Gran tour espone oltre cento dipinti in sei sezioni che ripercorrono le fasi dell’attività artistica di Pompeo Batoni, dalla Roma neoclassica alle corti di Parma e Caserta, fino ai lavori per l’aristocrazia britannica e per la chiesa e ai ritratti legati all’esperienza del Grand tour. Fino al 29 marzo, palazzo Ducale, cortile Carrara 1, Lucca. Info: 199199111; www.pompeobatoni.it.

SIENA ARTE E FOLLIA

Da van Gogh a Munch, da Guttuso a Ligabue: una mostra a cura di Vittorio Sgarbi e Giulio Macchi per raccontare gli intrecci tra espressioni artistiche, malattie mentali, sensibilità straordinarie. Fino al 25 maggio, complesso museale santa Maria della scala, piazza del Duomo 2, Siena. Info: www. artegeniofollia.it.

Famiglia, lavoro, solidarietà: i valori quotidiani sono al centro della pittura fiamminga e olandese del ‘600, teatro di interni domestici e figure femminili, ordinari oggetti e vedute paesaggistiche. Tra le 55 opere in mostra spiccano i nomi di Pieter Paul Rubens, Jan Vermeer, Johann Heinrich Roos, Anton van Dyck, Rembrandt Harmensz van Rijn. Fino al 15 febbraio, museo del Corso, via del Corso 320, Roma. Info: 066786209; www.museodelcorso. it.

FERRARA TURNER E L’ITALIA

TREVISO CANALETTO

Il vedutismo del ‘700 rivive in una mostra dedicata a Venezia e centrata su centocinquanta opere di Canaletto, genio pittorico ed eccezionale rielaboratore della cultura figurativa nel contesto dell’Illuminismo europeo. Fino al 5 aprile, casa dei Carraresi, via Palestro 33, Treviso. Info: www.artematica.tv.

La rivoluzione pittorica di Joseph Mallord William Turner – oltre la prospettiva, verso la natura della luce e del colore – rivive in una mostra che racconta il ruolo dell’Italia, come contesto e tradizione artistica, nella produzione dell’artista inglese. Fino al 22 febbraio, palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara. Info: www.palazzodiamanti.it.


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MILANO SEURAT, SIGNAC E I NEOIMPRESSIONISTI L’evoluzione del neoimpressionismo in sette sezioni tematiche e storiche che raccontano la modernità e il rigore di Georges Seurat e Paul Signac, figure fondamentali per lo sviluppo del movimento in Francia e in Belgio. Fino al 25 gennaio, palazzo Reale, piazza del Duomo 12, Milano. Info: www.comune.milano.it/palazzoreale.

MILANO NOUVEAU RÉALISME

Milano, seconda patria di Pierre Restany, ricorda il critico francese e una delle sue più grandi imprese: il Nouveau réalisme, gruppo che annovera tra i suoi esponenti Christo, Spoerri, Deschamps, Rotella. Fino al primo febbraio, Pac padiglione d’arte contemporanea, via Palestro 14, Milano. Info: www.comune.milano.it/pac.

FORLÌ CANOVA. L’IDEALE CLASSICO TRA SCULTURA E PITTURA Una rassegna che pone a confronto i capolavori di Canova (dai marmi ai bassorilievi, dai dipinti ai disegni) con le antiche fonti di ispirazione e i lavori degli artisti contemporanei del maestro veneto. In mostra centosessanta opere. Dal 25 gennaio al 21 giugno, musei san Domenico, piazza Guido da Montefeltro, Forlì. Info: www.mostracanova.eu.

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expo nel mondo pagine a cura di

Silvia Bonaventura BRUXELLES LA STORIA DEL COBRA

EDIMBURGO IL BAROCCO ITALIANO

La seconda parte dell’iniziativa L’arte italiana nella collezione reale in corso alla Queen’s gallery si concentra sul Barocco. Elementi centrali sono i dipinti La vocazione dei santi Pietro e Andrea e Ritratto di un ragazzo che sbuccia la frutta, tornati alla luce durante gli interventi di restauro del museo e attribuiti a Caravaggio. Fra gli altri anche Juditta con la testa di Oloferne di Cristofano Allori, e disegni di Guido Reni, Guercino e Bernini. Fino all’8 marzo. Edimburgo, Queen’s gallery. Info: www.royalcollection.org.uk.

Con oltre 180 opere di artisti provenienti da Copenaghen, Bruxelles e Amsterdam, l’esposizione celebra il sessantesimo anniversario della corrente artistica e ne ricostruisce la storia attraverso le personalità di spicco del movimento come Dotremont, Jorn, Appel, Constant, Corneille, Heerup e Pedersen. Fino al 15 febbraio. Bruxelles, Museum of modern art. Info: www.fine-artsmuseum.be.

LIVERPOOL IL QUINTO PIANO CHE NON C’È

La mostra Il quinto piano: le idee prendono spazio presenta video, foto, sculture e disegni di 14 artisti di fama internazionale come Sehgal, Althamer, Bardin. Il museo ha solo 4 piani e il titolo racchiude il senso del viaggio oltre le mura dell’edificio. Fino al primo febbraio. Liverpool, Tate gallery. Info: www.tate.org.uk/liverpool.

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LUGANO DOPPIO APPUNTAMENTO A VILLA CIANI

Al Museo storico due mostre in contemporanea, molto differenti tra loro. La prima con le opere della serie Maison Tellier di Aligi Sassu. La seconda su Anita Spinelli: un centinaio di oli, opere su carta e sculture. Fino al primo marzo. Lugano, Museo storico di villa Ciani. Info: www.lugano.ch/cultura.

NEW YORK LA STRAORDINARIA QUOTIDIANITÀ DI GRAHAM

In mostra al Moma Un riflesso di possibilità, foto che fanno parte della serie nata dal primo viaggio dell’artista negli Stati Uniti. Uno sguardo nella vita delle persone che Paul Graham ha incontrato durante il suo itinerario. Dal 4 febbraio al 18 maggio. New York, Moma. Info: www.moma.org.

LONDRA MITO E REALTÀ DI BABILONIA

La Torre di Babele e il giardino pensile, la leggenda e la storia. “Babylon”, una grande esposizione sulla città perduta, tra il mito e la realtà. Grazie ai ritrovamenti archeologici appartenenti alla collezione privata del British museum e a prestiti provenienti da ogni angolo del mondo, la mostra riporta in vita Babilonia all’epoca del VI secolo a. C. Fino al 15 Marzo. Londra, British museum. Info: www.britishmuseum.org.

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VIENNA TUTTA LA CARRIERA DI RICHTER

Una grande retrospettiva per ripercorrere e scoprire le diverse fasi della produzione artistica di Gerhard Richter compresa tra il 1963 e il 2007. Ottanta dipinti a olio, altrettanti acquerelli e una ricca selezione di disegni, tratti principalmente da collezioni private tedesche e austriache provenienti da musei e collezionisti, per indagare e conoscere a fondo il genio dell’artista. Dal 30 gennaio al 3 maggio. Vienna, museo Albertina. Info: www.albertina.at.


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eventi

LA PRIMA LIRA DELLA REPUBBLICA

Ritorno

alle origini

Il conio e il punzone della prima moneta proposti in un imperdibile cofanetto di Giorgia Bernoni

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L A sinistra: la riproduzione artistica del conio e del punzone della prima lira

In basso: bassorilievi con scene di coniazione e di cambio Roma, Museo Nazionale Romano A pagina 20: operaio al lavoro nei reparti pantografi e fonderia della zecca del Regno

«La moneta è agli Stati ciò che il sangue è agli animali: la circolazione di questa, come di quello, è di tale importanza alla esistenza, che al suo arrestarsi deriva la morte». Con queste parole Francesco Mazio, direttore della Zecca pontificia di Roma, in una relazione del 1815 sottolineava il valore non solo pratico dell’uso della moneta. Nel 1946 nasce la repubblica italiana e, con essa, la nuova moneta dello stato. La riproduzione artistica dei conî e dei punzoni della prima lira arricchisce di un nuovo capitolo il progetto che Editalia ha dedicato, attraverso la coniazione di monete e medaglie, ai momenti più significativi della storia del nostro paese. ll documento storico propone, per la prima volta, la possibilità di impossessarsi del cuore del materiale creatore di una moneta: il conio e il punzone. L’oggetto che ha dato vita alla valuta diventa oggi un testimone simbolico della storia della repubblica. Un’opera speciale, riservata ad appassionati e collezionisti, dove a fondersi sono la storia, la tecnica e l’arte della tradizione numismatica italiana. Diversi per forma e per tecnica di realizzazione, ciascun esemplare di conio e di punzone è in sé un pezzo unico. I conî e i punzoni delle due facce della prima lira sono lo “stampo” della moneta: vi è intagliata in incavo e in rilievo l’immagine da imprimere sul tondello metallico. Un’arte antica, quella della fusione, che già in passato prendeva vita dalle sapienti mani degli artisti incisori. Nonostante il tempo passato e le profonde trasformazioni subite, il fascino originario di un’arte incisoria capace di grandi suggestioni sopravvive ancora oggi, inalterato. La tiratura dell’opera è limitata a soli 1999 esemplari, numerati e certificati, e un elegante cofanetto in legno permette di costudire ed esporre il prezioso contenuto. Al valore storico e artistico dell’oggetto, che normalmente è di acciaio temperato, si aggiunge il pregio dei materiali preziosi del platino e dell’oro. La realizzazione in materiali nobili di questi strumenti è la celebrazione della valenza artistica degli incisori della cuola dell’arte della medaglia, che ha sede nella Zecca, e che ha formato i disegnatori e gli incisori delle monete più belle. Il cofanetto viene inoltre accompagnato dal volume La fabbrica delle monete, a cura di Silvana Balbi de Caro che ripercorre gli eventi e le particolarità dei primi conî e punzoni della lira, inquadrando l’arte della coniazione dal punto di vista storico e tecnico. 


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REALTÀ ALLO SPECCHIO Conî e punzoni per entrare nelle segrete stanze della zecca di Silvana Balbi de Caro*

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iprodurre oggi, anche se solo idealmente, i punzoni e i coni della lira del 1946, realizzati come preziosi gioielli, vuole essere un modo per farci rivivere, in un viaggio immaginario all’interno della zecca, le suggestioni di un passato ancora non dimenticato, “suggerendo”appena modi e mezzi della produzione. Ma vuole essere anche un modo per godere di un’opera d’arte, che sebbene nata per essere riprodot-

ta all’infinito, serba ancora, nella freschezza dello strumento creatore, tutta la passione di chi, modellando il duttile gesso, ha dato carne e sangue al sogno, mentre l’abile strumento dell’incisore ne ha saputo trasferire gli sfumati contorni nel duro acciaio. Gettare uno sguardo nelle segrete stanze della zecca, spiare il monotono ansimare di trafile, laminatoi, presse idrauliche, ascoltare il tinnare lontano del metallo coniato che scivola dai nastri contatori, questo sembrano raccontare, quali conchiglie cave, i conî e i punzoni della prima lira della repubblica italiana. Originale interpretazione artistica dei “ferri” che diedero vita alle

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1946

Vengono battute e messe in circolazione le prime monete della Repubblica. Sono monete in una lega poverissima, Italma. I soggetti appaiono semplici, augurali, lontani dalla retorica che aveva imperversato nel ventennio fascista. Sono ispirate da una parte alle monete della Magna Grecia e dall’altra al lavoro e ai prodotti della terra.

1951-1953

Nel 1951 nasce la nuova serie di monete repubblicane, variata nei simboli e soprattutto nel diametro e nel peso. In particolare, la moneta da una lira è tra le monete metalliche italiane quella che registra il peso più basso: solo 0,625 grammi.

1954 1960

La crescita dell’economia è accompagnata dal boom edilizio e la campagna lascia il posto ai palazzoni. Furono ben 97.840.000 gli esemplari coniati e messi in commercio a partire dal 1958. Le monete coniate sono celebrative dell’Italia e ispirate alla mitologia greco-romana e ai fasti del Rinascimento italiano.

1961 1970 prime monete della Repubblica, questi modelli del terzo millennio possono rappresentare, per chi, delicatamente sollevandoli dalla loro custodia, ne sappia percepire il sommesso brusio di voci lontane, la chiave per penetrare nei segreti recessi di un mondo sconosciuto,come in un gioco di specchi dove, nel continuo riprodursi delle immagini, la realtà di un momento si frantumi e si ricomponga con sfumature sempre diverse pur nella apparente monotona ripetitività di un unico soggetto generatore. *estratto dalla Fabbrica delle monete, Editalia

L’Italia torna a battere le monete in argento. Dopo le 500 lire in argento del ’58, nel ’61 arrivano quelle dedicate al centenario dell’unità d’Italia e nel ’65 quelle dedicate a Dante Alighieri. Nel ’70, per il centenario di Roma capitale, la Zecca dello Stato conia il più alto nominale in argento del valore di 1.000 lire.

1977-1997

Questo ventennio conclude il tempo della lira con le ultime emissioni repubblicane e con le 1.000 lire del 1997 si chiude la sua era. È il 28 febbraio 2002 quando la lira, simbolo e testimonianza della nostra unità nazionale, lascia il posto alla moneta europea.


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Conio & punzone Perché una moneta sia riprodotta in serie occorrono numerose e particolari fasi per realizzare il materiale creatore, cioè il conio e il punzone. Dopo aver studiato la composizione del disegno della moneta attraverso vari bozzetti, l’artista incisore della zecca inizia il delicato lavoro di modellazione che trasforma il suo disegno in un rilievo. Lo esegue in cera vergine o in plastilina e successivamente, attraverso un passaggio in gesso e una fusione in bronzo, ottiene il modello definitivo della moneta, con figure simboli e scritte. Il modello viene quindi trasferito in ogni suo elemento su una matrice di acciaio, il punzone, che l’incisore ritocca accuratamente al bulino per ravvivare e perfezionare i tratti della sua creazione artistica. A questo punto, sul punzone viene battuto un secondo elemento di acciaio, il conio, che riporta l’impronta della composizione in negativo. Il lungo processo di lavorazione fin qui descritto vale per entrambe le facce della moneta: si avranno quindi due punzoni e due conii. I conii vengono infine inseriti nella pressa monetaria. Qui battono su un tondello di metallo e vi imprimono contemporaneamente l’impronta del dritto e del rovescio. Nasce così una moneta: una piccola opera di scultura.

Vetrata con rappresentazione di una zecca clandestina in età rinascimentale, Roma Museo nazionale romano

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eventi FUTURISMO

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Addio

all’avanguardia di Enrico Crispolti

Un’Italia incapace di difendere i valori non merita l’eredità futurista

Rispetto alla situazione della cultura artistica entro la quale si è configurato alla fine del primo decennio del XX secolo, il futurismo ha dichiaramente orientato il proprio operare a reimmettere l’arte italiana sulla scena delle avanguardie europee. Lo affermava chiaramente Boccioni all’inizio del suo fondamentale libro Pittura e scultura futuriste, pubblicato nel 1914. E non v’è dubbio che, fra i movimenti che hanno caratterizzato la scena artistica italiana nel XX secolo, il futurismo risulti il più ambizioso, articolato e innovativamente longevo, il maggiore e più stimolante nostro apporto al rinnovamento della cultura artistica contemporanea, non solo europea. Movimento “organizzato” attorno a un “leader”, ha sviluppato la propria attività lungo oltre tre decenni, dalla pubblicazione del manifesto di “fondazione” di Filippo Tommaso Marinetti nel febbraio 1909 sino alla morte dello stesso, alla fine del 1944. Un’attività manifestatasi innovativamente attraverso fasi di ricerca diversamente caratterizzate nel tempo, dall’affermazione del movimento in Italia e nel mondo negli “eroici” primi anni ‘10 ai differenziati sviluppi lungo i secondi e poi gli anni ‘20, i ‘30 e i primi ‘40. Operando in un’intenzione di reinvenzione immaginativa di ogni aspetto della realtà del vissuto quotidiano, secondo quella che nella primavera del 1915 Balla e Depero hanno definito “ricostruzione futurista dell’universo”. E proprio la molteplicità di ambiti d’attività creativa e di comportamento di tale “ricostruzione” caratterizzano fortemente il futurismo italiano nel quadro delle avanguardie storiche della prima metà del XX secolo. Più di un anno fa ho indicato i verosimili rischi ai quali sarebbe andato incontro il futurismo in questo prevedibile festival delle vanità che si annuncia come celebrazione del centenario “di fondazione”. Il primo rischio che, ignorando sciaguratamente mezzo secolo di ricerche avanzate, sviluppatesi non solo in Italia ma sulla scena internazionale, si ritornasse alla concezione di un futurismo ritenuto concluso con la morte di Boccioni e di Sant’Elia (1916). Cosa puntualmente adombrata nella mediocre e scientificamente piuttosto inutile mostra parigina al centre Pompidou e che avremo fra breve nelle scuderie del Quirinale. Il secondo che si ignori l’originalità fondamentale del futurismo, la sua caratterizzante volontà di “ricostruzione futurista dell’universo”, dunque di ogni ambito ambientale quanto oggettuale del vissuto. E lo squallore con il quale se ne è proposto un protagonista indiscusso quale Balla, a Milano in palazzo Reale, non può che allarmare. Il terzo è che, pullulando “esperti” più o meno improvvisati, ignari o peggio collusi, comunque non autori di apporti effettivi di conoscenza storico-critica ma nel miglior dei casi di iniziative divulgative, non ci si sappia difendere dalle falsificazioni, ormai proposte anche in mostre pubbliche, nonché in aste. Il medesimo intutelato Balla ne è stato finora la vittima più illustre (nella mostra milanese almeno due falsi clamorosi quanto pretenziosi, più probabilmente tre, nonché altri minori). E nella recente mostra sulla Velocità in palazzo delle Esposizioni a Roma si esibivano un paio di dipinti di Corona inventati. Il quarto rischio profilato era quello della latitanza d’una iniziativa governativa o ministeriale. Era facilmente immaginabile ed è infatti puntualmente accaduto. Ma forse viviamo in un’Italia incapace di difendere i propri valori culturali che proprio  non merita l’eredità del futurismo.

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Coerenza innovatrice Cento anni di unità teorica, variazioni artistiche, polemiche di Valerio Di Gravio

Il futurismo ha una data di nascita precisa e universalmente riconosciuta, che si fa coincidere con il giorno della pubblicazione su Le Figaro della Fondazione e Manifesto del futurismo a firma di Filippo Tommaso Marinetti. È forse il movimento in cui – più che in ogni altro – l’elaborazione teorica ha accompagnato, e anzi preceduto, la creazione artistica. Moltissimi sono i manifesti futuristi. Il loro contenuto si presta a essere suddiviso tra una parte tecnica e una politica. La letteratura, la pittura, la musica, l’architettura, la cinematografia, la scultura e persino l’arte sacra futurista hanno ciascuna il loro manifesto tecnico. Alcuni manifesti non si rivolgevano a singole forme artistiche ma proclamavano gli ideali del futurismo in generale, magari rivolgendosi a determinati gruppi, come il Manifesto-programma ai giovani meridionali del 1918: “Noi vogliamo diffondere nel Meridione d’Italia quelle idee che sono il nostro ideale ed il nostro indirizzo politico-morale e saremo soddisfatti solo quando avremo infiammato i pochi ma saldi volenterosi, quando avremo suscitato mille echi metallici nei cuori temprati di coloro che sappiano svincolarsi

dall’agonia dei moribondi incartapecoriti”. Questa ricchezza d’elaborazione teorica è gravida di conseguenze. Tuttavia, la conseguenza che ci si attenderebbe non è così evidente. Mi riferisco a una uniformità di stile che, nelle singole discipline, sarebbe lecito attendersi dal proliferare di precetti tecnici codificati; invece la varietà e l’originalità dei singoli interpreti è massima. Molto più evidente è, al contrario, l’uniformità ideale, poetica e, in senso lato, politica che i manifesti creano. Nella varietà di modi, gli artisti futuristi si riconoscono negli ideali proclamati nei manifesti riducendo le distanze tra le discipline. In tanta diversità di espressioni è possibile cogliere un’intima e forte coerenza, che sta nell’ideale innovativo e rivoluzionario, figlio dell’improvvisa consapevolezza che il mondo stava rapidamente cambiando. Altra conseguenza di questo codificare le idee e proclamarle ripetutamente è stata la nascita d’una polemica di natura non usuale nei confronti di un movimento artistico e più degna di un movimento politico. Bersaglio preferito degli avversari del futurismo era Marinetti, che dell’aspetto teorico-politico è rimasto il leader indiscusso. Leggiamo dal

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Il movimento in sei tappe 1909 Il 20 febbraio Filippo Tommaso Marinetti pubblica il Manifesto del futurismo su Le Figaro

1910 Umberto Boccioni, Carlo Dalmazzo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini pubblicano il Manifesto dei pittori futuristi sulla rivista Poesia

1912 I pittori futuristi italiani espongono alla galleria Bernheim-Jeune & Cie di Parigi. Umberto Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della scultura futurista

1915 Giacomo Balla e Fortunato Depero firmano la Ricostruzione futurista dell’universo

1927 Viene pubblicato il libro “bullonato” Depero futurista 1913-1927, capolavoro dell’editoria moderna

1929 L’ultimo grande manifesto del movimento, quello dell’aeropittura futurista, viene redatto da Marinetti, Prampolini, Balla, Depero

A sinistra: Fortunato Depero, Ritmi veneziani 1924 Nel box, da sinistra: Luigi Russolo, Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e Gino Severini A destra: Fortunato Depero, Acqua san Pellegrino 1927-1928

Manifesto del realismo di Naum Gabo e Antoine Pevsner (1920): “A ben guardare, dietro la facciata del futurismo, si trovava soltanto un vacuo parlatore, un tipo abile ed equivoco imbottito di parole quali “patriottismo”, “militarismo”, “disprezzo per la donna” e simili motti provinciali. Lo slogan pomposo della velocità fu una tromba di guerra per il futurismo”. Più sprezzante è il giudizio di Anatòlij Lunaciàrskij, commissario del popolo per la cultura, nominato da Lenin, negli anni che vanno dal 1918 al 1929: «Il signor Marinetti, mezzo italiano e mezzo francese nato in Egitto, riunisce nella propria personalità il tipo esotico del levantino, quello del cinico blagueur parigino e quello del commediante napoletano. A ciò bisogna aggiungere una presunzione senza limiti, una brama sconfinata di rumore e pubblicità e il possesso di un capitale che gli dà la possibilità di realizzare rapidamente le più balorde fantasie». Tuttavia, a Marinetti Lunaciàrskij riconosce «un certo talento» e merito di aver cercato di rinnovare la cultura italiana. Era il 1913, e Lunaciàrskij non era ancora diventato Commissario del popolo. 


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CENTO ANNI

TRA EREDITÀ E FUTURO

Carpi: «Influenze su un secolo

d’arte, nessun nuovo futurismo»

di Annarita Guidi

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n mercato in continua crescita, dinamico come le intuizioni dell’avanguardia oggi celebrata in tutto il paese. Un interesse che scavalca i confini nazionali, molte eredità ma nessun futuro, o meglio, nessun erede. Così dipinge il futurismo Massimo Carpi, presidente dell’associazione culturale Futur-ism, che svolge un’attività di valorizzazione delle collezioni private e di mediazione tra queste, i musei e la critica. Quali i problemi principali della vostra attività? «L’unico problema è quello del “loan fee”, la quota richiesta dall’associazione per il prestito delle opere. Accade che gli istituti dotati di un budget limitato chiedano delle agevolazioni o rinuncino alla richiesta di alcune opere. Futur-ism riconosce al collezionista prestatore il 50% della quota richiesta e spesso, per agevolare la realizzazione della mostra con tutte le opere richieste, rinuncia al 50% di sua spettanza».

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Quali sono gli artisti più apprezzati dal pubblico e dalle istituzioni museali? «Chi si avvicina al futurismo è colpito dalla principale ricerca del movimento, vale a dire il dinamismo, e di conseguenza dagli artisti che, sia analiticamente che sinteticamente, hanno meglio rappresentato la dinamicità del mondo futurista. Fra questi, Balla può essere considerato il maestro: dagli studi del dinamismo umano come Bambina che corre sul balcone, Cane al guinzaglio, Ritmi dell’archetto al dinamismo della natura come Volo di rondini, fino alle Velocità delle automobili da cui ha sintetizzato la linea di velocità astratta con cui ha realizzato molti dei quadri seguenti la prima decade degli anni ’10. I collezionisti e il “pubblico futurista” manifestano interesse per il dinamismo meccanico della seconda metà degli anni ’10 e degli anni ’20: treni, auto, moto, biciclette e macchine in genere, e per il movimento dell’aeropittura degli anni ’30. Gli artisti più apprezzati e rappresentativi di questo arco temporale sono Prampolini, Depero, Baldessari, Dottori, Fillia. I musei, nella fase di studio di una mostra futurista, privilegiano sempre le opere dei grandi maestri del periodo


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A sinistra: Giacomo Balla Insidie di guerra (bozzetto) 1915 In senso orario: Vasily Kandinsky Landscape (Dunaberg), 1913 Aristarch Lentulov Mosca, 1913 Giacomo Balla La guerra, 1916

eroico: Balla, Boccino, Carrà, Russolo e Severini. La situazione attuale del mercato delle opere futuriste? «Sono molto apprezzate e richieste da una nicchia di collezionisti appassionati: il mercato è in costante ascesa e le opere più rappresentative vengono contese nelle aste nazionali ed internazionali. Il record è stato ottenuto da un’opera di Gino Severini, Danseuse del 1915, aggiudicata dalla Sotheby’s di Londra il 25 giugno 2008 a 12.420.000 sterline». Cambiamenti significativi dal 2000 a oggi? «Certamente si può stimare una rivalutazione delle opere futuriste del 200 per cento. L’introduzione dell’euro è stata determinante». La risonanza della produzione futurista all’estero? «All’estero l’interesse per la produzione futurista è rivolto solo verso le opere più rappresentative e storicamente documentate, mentre quelle di artisti minori del secondo futurismo, poco conosciute, raggiungono quotazioni minime». Qual è stato il vostro impegno rispetto alle mostre che celebrano il centenario del movimento? «Dopo l’antologica di Balla al palazzo Reale di Milano,

stiamo collaborando anche con un nucleo molto importante di opere per la mostra Futurismo 1909-2009, nella stessa sede. Inoltre, sono allo studio diversi progetti interessanti per un’esposizione itinerante in alcuni musei cinesi e un’altra ad Atene. Quale sarà l’impatto del centenario sul mercato? «Credo che il susseguirsi di mostre e di iniziative non porterà a una crescita delle quotazioni delle opere». Quali elementi fanno il fascino del futurismo? «Aprendo un libro qualsiasi di storia dell’arte anche un neofita realizza che dal movimento futurista si sono sviluppate tutte quelle correnti che, dall’astrattismo all’informale fino all’arte povera e ai concettuali, hanno influenzato un secolo d’arte visiva». Un solo futurismo o diversi futurismi? «Esiste un solo futurismo, i futurismi coevi si sono sviluppati come avanguardie storiche dei diversi paesi europei e in Russia». Esistono nuovi futurismi? «No. Solo artisti che forse, inconsciamente, hanno assimilato dalla modernità futurista una personale calligrafia pittorica». 

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Le mostre del centenario I VOLUMI

Il futurismo Fabio Benzi Federico Motta editore 384 pag., 135 euro

Edizioni elettriche AA. VV. De Luca editori 40 pag., 21 euro

AOSTA

ROMA

FUTURISMI

AVANGUARDIA AVANGUARDIE

Quaranta dipinti e trenta bozzetti documentano la diffusione del futurismo nelle diverse regioni d’Italia: in mostra le opere di Fillia, Prampolini, Dudreville, Spazzapan, Crali. Fino al 26 aprile, centro saint Bénin, via Festaz 27, Aosta. Info: 0165272687.

ROVERETO, VENEZIA, MILANO FUTURISMO100 Un evento in 3 mostre a cura di Ester Coen. Illuminazioni (dal 17 gennaio al 7 giugno, Mart, Rovereto, 800397760) indaga i rapporti con le avanguardie russe e tedesche. Astrazioni (dal 5 giugno al 4 ottobre, museo Correr, Venezia, 0412405211) confronta Balla e contemporanei come Mondrian e Duchamp. Simultaneità (dal 15 ottobre al 25 gennaio, palazzo Reale, Milano, 02875672) è un omaggio a Boccioni, Carrà e Russolo.

Il futurismo al centro delle avanguardie: la chiave di una mostra centrata sulle influenze del gruppo italiano sul cubo-futurismo, il vorticismo, il sincromismo. Dopo il centre Pompidou di Parigi (fino al 26 gennaio) e la tappa di Roma, dal 12 giugno al 20 settembre la mostra si sposta alla Tate modern di Londra. Dal 20 febbraio al 24 maggio, scuderie del Quirinale, via XXIV maggio 16, Roma. Info: 0639967500.

In senso orario: Luigi Russolo, La rivolta, 1911 Giacomo Balla Paravento-forme compenetrate+balfiori, 1932

Dizionario del futurismo Ezio Godoli Vallecchi 2 volumi, 200 euro

Fortunato Depero, Notturno alpestre, 1944 Umberto Boccioni Forme uniche della continuità nello spazio, 1913

MILANO FUTURISMO

1909-2009

Tutte le dimensioni dell’avanguardia: dipinti e sculture, paroliberismo e architettura, scenografie e pubblicità raccontano l’utopia di ricostruzione dell’esperienza umana. Circa 400 opere in un percorso che va dalla cultura visiva di fine ‘800 agli anni ‘30 e oltre. Dal 6 febbraio al 7 giugno, palazzo Reale, piazza Duomo 12, Milano. Info: 02875672.

Futurismo 1909-2009 Ada Masoero e Giovanni Lista Skira 322 pagine 55 euro

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MILANO GIACOMO BALLA

VENEZIA

Le due anime di Balla (pittura e scultura) in 40 opere: fino al 24 gennaio, galleria Fonte d’abisso, via del Carmine 7. Info: 0286464407. Dopo l’anticipazione del centenario con 12-29 Futurballa, la galleria Arte centro presenta Futurismo e aeropittura: dal 19 febbraio al 16 maggio, via dell’Annunciata 31. Info: 0229000071.

DEPERO

Poliedrico, anticipatore, multimediale. Il genio di Fortunato Depero in mostra: per la prima volta viene esposto al pubblico l’insieme completo delle opere della collezione Fedrizzi, realizzate tra il 1914 e il 1956. Oltre ottanta tra disegni, bozzetti pubblicitari, collage, progetti di arredo e capolavori come il libro imbullonato. Fino al primo marzo, museo Correr, piazza san Marco 52, Venezia. Info: 0412405211.

MILANO FILIPPO TOMMASO MARINETTI

La prima mostra dedicata al fondatore del futurismo: documenti, ritratti e caricature, opere della sua collezione, testi per il teatro, parole in libertà. Dal 12 febbraio al 7 giugno, fondazione Stelline, corso Magenta 61, Milano. Info: www.stelline.it.

BOLOGNA AVANGUARDIA FUTURISTA

Il rapporto tra il capoluogo emiliano e il movimento futurista rivive in una mostra che parte dalla ricostruzione della Bologna del primo Novecento per ripercorrere gli eventi espositivi e culturali dell’epoca, dalle mostre alla nascita delle riviste. Dal 5 febbraio al 20 aprile, casa Saraceni, via Farini 15, Bologna. Info: 0516454.


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grandi mostre ITALICS

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Americani d’Italia L’arte italiana da Venezia a Chicago, l’avanguardia statunitense a Vercelli: due momenti per una riflessione comune di Carmen Lopez del Valle

«La contemporaneità nasce dall’osservazione del presente, è una reazione con i mezzi complessivi con i quali capiamo il mondo che ci sta attorno. L’attività del curatore è individuare un fatto di contemporaneità, è una domanda, un’inchiesta, cercare di capire cosa succede oggi». Francesco Bonami definisce così la tesi che l’ha guidato nella realizzazione della rassegna Italics, arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008, già discussa e contraddetta fino all’esaurimento. Per l’estate, la mostra è prevista al Museo d’arte contemporanea di Chicago, istituzione che ha collaborato e finanziato l’intero progetto e di cui Bonami è curatore senior dal 2003. Significativamente, a Vercelli si tiene in questi mesi la mostra Peggy Guggenheim e la nuova pittura americana, curata da Luca Massimo Barbero, che approfondisce l’attività della collezionista durante il suo

periplo statunitense, durato dal 1941 al 1947. Non è casuale che due eventi, il primo guidato dalla visione filoamericana di Francesco Bonami – che nel 2006 ha partecipato al film Dalla parte degli angeli. Dove va la Neoamerica ed è stato recentemente nominato curatore della 75esima edizione della biennale del Whitney museum of american art – e il secondo, l’analisi della prima avanguardia statunitense, possano stabilire un dialogo, un confronto tra le differenti visioni delle due rive dell’oceano. L’Italia che si reinventa e l’avanguardia raccontata come un’altra storia, quella della reazione al presente stravolto dalla guerra e dalla crisi. Serve allora questo dialogo per riparare nella profonda unità che lega la storia dell’arte, la storia prossima e quella remota, sia quale sia l’epoca e la circostanza della sua produzione. Con Italics si è preteso di mostrare un passato

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La mostra Oltre duecento opere raccontano l’Italia dell’arte Realizzata da palazzo Grassi in collaborazione con il Museum of contemporary art di Chicago, Italics. Arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008 presenta un totale di 250 opere di oltre 100 artisti, a cura di Francesco Bonami con la collaborazione di Cecilia Alemani ed Emanuela Mazzonis. Il catalogo, edito da Mondadori Electa, contiene tra gli altri i contributi critici di Francesco Manacorda, Giuliano Da Empoli e Guido Guerzori. Fino al 22 marzo, palazzo Grassi, campo san Samuele 3231, Venezia. Info: 199139139; www.palazzograssi.it.

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A sinistra: Maurizio Cattelan, Bidibidobidiboo, 1995 In senso orario: Getulio Alviani Interrelazioni cromospeculari, 1969 Luciano Fabro, L’Italia d’oro, 1971 Maurizio Cattelan, All, 2008 Nelle pagine precedenti: un’immagine di Francesco Bonami Alighiero Boetti, Autoritratto, 1993

diverso e di fare un resoconto della storia trascorsa includendo le voci a volte taciute dal funzionamento limitato delle istituzioni. Attraverso la vita di Peggy capiamo come la contemporaneità, poi divenuta storia, è la storia dei rapporti, delle relazioni simultanee. La mostra curata da Bonami intende denunciare un sistema che ha stabilito queste relazioni entro circuiti chiusi d’azione e di pensiero e ha provocato lo stagnamento di una visione dell’arte non più eterogenea né plurale. «Italics vuole essere anche un viaggio aperto, un’occasione non tanto di trovare una risposta, quanto forse di sollevare ancor più domande e dubbi. Non è una panoramica tesa a stabilire una netta divisione tra chi è compreso e chi è escluso, ma piuttosto un’esplorazione del perché l’Italia sia stata pensata, per molti anni, una realtà sospesa sulla soglia di un mondo più vasto». Esistono, allora, vari elementi che fanno pensare a Italics come a una questione aperta e delicata, quasi tabù, poiché allude all’errore di un sistema monopolizzato ed esaurito e sottolinea i pro-

blemi che hanno limitato la conoscenza e la diffusione dell’arte italiana oltre le sue frontiere. Un sistema che porta in sé la sua decadenza. Un viaggio fatto di immagini che portano ad altre immagini, fuori dei gruppi, decontestualizzate, che recupera il valore dell’oggetto d'arte oltre la chiacchiera tinta d'ideologia. Sarebbe da chiedersi se non si stia incorrendo nello stesso errore, confinando la creatività entro circuiti non più ideologici né politici, ma fatti di interessi economici, e tornando inevitabilmente alla visione unica di una realtà plurale. Serva la storia di miss Guggenheim come esempio di reazione aperta tra l’arte e il presente. È più facile gettarsi in crociate di giustizia critica, evidenziando le assenze o presenze di quella o quest’opera, piuttosto che analizzare dov’è l'errore e perché tanti artisti rimango tuttora esclusi o condotti nei binari sbagliati. C’è da augurarsi che in futuro nessuno debba raccontarci ciò che ora accade davanti ai nostri occhi, forse, chiusi. 

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grandi mostre LA NUOVA PITTURA AMERICANA

In senso orario: Mark Rothko Senza titolo, 1947 Jackson Pollock Il grigio dell’oceano (Ocean greyness), 1953 Hans Hofmann Senza titolo, 1942 Willem de Kooning Composizione (Composition), 1955

POLLOCK da scoprire A Vercelli domina l’arte d’oltreoceano di Carmen Lopez del Valle

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volte una biografia, la concorrenza di una data, serve da spunto o pretesto per l’analisi di un pezzo di storia, di qualcosa che ha superato i limiti biografici ed è entrato nei capitoli della comune memoria. Lee Krasner definiva così Peggy Guggenheim: «Quando si scrive di Peggy è importante ascoltare il proprio istinto. Non ascoltare i critici. Cosa ne sanno? Quello che si dovrebbe dire di Peggy è semplicemente che lo ha fatto. Che, a prescindere delle motivazioni, lei l’ha fatto». La Guggenheim contribuì in maniera decisiva alla diffusione dell’espressionismo astratto, considerato da un ampio settore della critica come il primo movimento artistico

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genuinamente americano, anche se alcune sue radici appartengono all’arte europea. Nella mostra dedicata a questa avanguardia a Vercelli si espongono opere dei maestri statunitensi poco note, però, al pubblico perché riconducibili agli anni iniziali. Di qui l’interesse dell’evento, non solo perché pone sotto una luce diversa una realtà storica controversa, ma soprattutto perché mette in scena una produzione spesso misconosciuta che rappresenta, tuttavia, un aspetto essenziale del cambiamento in atto: la storia nata dal dialogo, dalle relazioni che segnarono l’avvenire dell’arte del dopoguerra. Gottlieb, Pollock, Rothko o Baziotes raccontano con le loro opere i fatti di una vita consacrata all’arte e diventata testimone di una delle tante storie dell’arte del ‘900. Il prossimo appuntamento è in autunno: vedremo, allora, le conseguenze dell’avventura americana di miss Guggenheim. 


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La mostra Peggy Guggenheim: l’espressionismo astratto in oltre 50 opere, fino a marzo Promossa dalla regione Piemonte e dal comune di Vercelli in collaborazione con la collezione Peggy Guggenheim, la mostra Peggy Guggenheim e la nuova pittura americana presenta 56 opere comprese tra il 1941 e il 1962 ed è a cura di Luca Massimo Barbero. Nel catalogo edito da Giunti arte si trovano testi dello stesso curatore, di Philip Rylands e Werner Spiess tra gli altri. Fino al primo marzo, spazio Arca ex chiesa di san Marco, piazza san Marco 1, Vercelli. Info: www.comune.vercelli.it.


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grandi mostre RENÉ MAGRITTE

Nature SURREALI Milano celebra il maestro belga con una retrospettiva a palazzo Reale di Silvia Moretti

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l tempismo è quasi perfetto: il 21 novembre 1898 René Magritte, figlio di mercante, nasceva in un appartamento di Lessines e il 22 novembre 2008 il palazzo Reale di Milano inaugura la celebrazione dell’artista con una mostra che illumina la sua opera con un taglio particolare e inedito. Un pittore amato più dagli scrittori che dai colleghi, ricordato più per le idee che per la tecnica, un filosofo della tela che per tutta la vita si è chiesto che cosa ci fosse “dietro”, incidendo questa sua personale enquête nella bidimensionalità delle figure che le rende icone, più che quadri. Che cosa rende unica questa esposizione? A risponderci, tra le pareti bianche e spoglie della sala, prima che mele, uomini in bombetta e gabbiani di cielo la animassero, è stata l’ideatrice e curatrice della mostra Claudia Zevi. «Per la prima volta Magritte viene messo in relazione alla natura. Nelle sue opere è onnipresente, si tratta di una natura non naturale ma chiusa dentro cose umane, come l’enorme rosa nella stanza o il cielo nei corpi umani. Ho notato che Magritte è l’unico dei suoi contemporanei a considerare la natura in questi termini, in un’epoca in cui temi come l’ecologia non erano dibattuti. Allora l’arte parlava dell’uomo, ma senza contestualizzarlo nell’ambiente». Pochi e semplici soggetti, sempre gli stessi. Colori sbiaditi e ripetuti, le icone di Magritte hanno la potenza dei disegni rupestri, la durata dei racconti mitologici e fanno parte integrante del nostro immaginario collettivo. Immagini fatte per rimanere

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René Magritte L’art de la conversation 1950


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La mostra Il mistero della natura Cento dipinti, oltre a tempere e sculture, provenienti dai musées Royaux des beaux arts del Belgio e da collezioni private. Magritte. Il mistero della Natura è il titolo della mostra curata da Michel Draguet, direttore del museo belga il quale, a detta dell’ideatrice Claudia Zevi, «si è dimostrato entusiasta della tematica affrontata e della selezione. Siamo stati in grado di recuperare opere di proprietà dei collezionisti privati, quadri misconosciuti, anche grazie all’aiuto della fondation Magritte». Fino al 29 marzo, palazzo Reale, piazza Duomo 12, Milano. Info: www.mostramagritte.it.

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impresse. Come le pubblicità. La storia di Magritte, del resto, da un canto affonda le sue radici nella grafica e nelle illustrazioni pubblicitarie, dalle quali forse in parte deriva il tratto infantile e immediato, mentre dall’altro si sviluppa a pieno titolo nell’ambito del surrealismo. E a proposito di surrealismo, è curioso ricordare l’osservazione di Walter Benjamin, secondo il quale la poesia surrealista trattava le parole «come nomi di ditte commerciali, i suoi testi sono in fondo dépliants di imprese non ancora consolidate». L’autonomia di immagine, parola e oggetto alla base del pensiero magrittiano non è lontana dalla concezione pubblicitaria del linguaggio. E, in un circolo virtuoso, oggi i media e il cinema attingono all’imaginarium di Magritte spesso e volentieri: «Proprio perché – continua la Zevi – lui aveva compreso la chiave che permette di deco-

dificare la comunicazione che si stabilisce puntualmente tra l’opera d’arte e il pubblico, ovvero il mistero». La ricerca di cosa si nasconde “dietro” ha portato Magritte nel territorio dell’inconscio e del sogno e gli ha fatto toccare le corde più intime dell’essere umano, quelle che sanno percepire la realtà oltre la banalità del quotidiano. Una domanda dunque aperta quella posta dall’artista e che possiamo considerare come la sua più grande eredità. «Mettere continuamente in dubbio ciò che vediamo, compresa l’informazione casuale e talvolta falsata che ci propinano internet e televisione – spiega la curatrice – questo è un insegnamento fondamentale, oltre che il nostro piccolo contributo a migliorare il mondo attraverso la promozione e la diffusione di questa speciale chiave di lettura dell’opera magrittiana». 

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RenĂŠ Magritte La voix du sang 1961 A sinistra: RenĂŠ Magritte Le tombeau des lutteurs, 1960


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grandi mostre CESARE

IL DIVO

Giulio Al Chiostro del Bramante un’esposizione ripercorre la vita e le gesta dell’affossatore della repubblica romana

Jean Andrè Rixens La morte di Cleopatra, 1874

di Maria Luisa Prete

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n bilico tra storia e leggenda, la figura di Giulio Cesare (100 a. C. - 44 a. C.) rivive nella prima esposizione a lui dedicata. Grande stratega, letterato, fine politico e uomo dalle tante fragilità, Cesare segnò con le sue gesta il destino di Roma e ne gettò le basi per il futuro dominio sul mondo. Il Chiostro del Bramante ospita il racconto di un personaggio complesso, celebrato per la grandezza e l’acume, e di un culto che mai ha perso fascino. Ma chi era veramente il divo Giulio? «Cesare è il bianco e il nero, il difensore del popolo e il nemico della Roma repubblicana, e molte altre cose insieme, spesso contraddittorie». Così lo dipinge Giovanni Gentili, tra i curatori della mostra e

A sinistra: ritratto di Cesare detto “Cesare verde” deserto orientale egiziano I secolo a. C. - I secolo d. C.

responsabile del coordinamento scientifico. Quale punto di vista ha privilegiato nel riportarne la complessa vicenda? «Abbiamo privilegiato tutto il Giulio Cesare documentabile, a livello storico, archeologico e artistico. Non ci siamo ovviamente dimenticati del Cesare letterato, dei suoi Commentarii, presenti in antiche edizioni che datano a partire dal XIV secolo e terminano con la celebre edizione veneziana del 1575 illustrata dal Palladio. Il Cesare magistrato è presentato attraverso una serie di selezionate opere del I secolo a. C., riunite a documentare e sintetizzare la sua ascesa al potere, insieme alla situazione sociale e politica della Roma tardo-repubblicana. Va da sé che occorreva, a questo scopo, rappresentare al meglio i coprotagonisti della scena politica del

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tempo, il che si è fatto apponendo accanto al ritratto di Cesare quelli coevi dei suoi avversarsi e alleati. Il condottiero credo sia documentato al meglio nella sezione appositamente dedicata alla guerra Gallica: qui, insieme a un apparato didattico relativo alle viarie campagne oltre che all’armamento dei due eserciti e all’educazione militare ricevuta da Cesare, si espongono per la prima volta armi romane ritrovate nei fossati dell’assedio di Alesia, come pure armi galliche e la statua culto del Museo archeologico di Avignone, rappresentante un capo gallo in armi. Né ci siamo dimenticati dell’uomo, delle sue debolezze e delle sue virtù, degli amori – cito Cleopatra, tra tutti – compreso quello per l’arte. Né potevamo dimenticarci del mito, promosso anzitutto dallo stesso Cesare intorno alle origini della sua fami-

glia, avente come progenitrice la dea Venere: basterà citare la presenza della splendida Venere Genitrice del Louvre, opera della fine del I secolo a. C.». Quali sinergie vengono innescate tra il luogo, il Chiostro del Bramante, carico di suggestioni, e le figure storiche che, attraverso la mostra, lo popolano? «Il merito della riuscita della mostra si deve all’architetto Roberto Bua, designer dell’allestimento inserito in una struttura piuttosto articolata e non semplice, qual è quella, per tanti versi splendida, del Chiostro del Bramante. Un lavoro di équipe ci ha permesso di valutare i passi da compiere, anzitutto considerando gli spazi, ora ampi, ora piuttosto stretti. Ove adeguatamente considerata e non stravolta, la realtà è la maestra più grande che possa esserci e garanzia della riuscita di un

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Roma/1 Il racconto di un mito La mostra riunisce per la prima volta documenti archeologici di grande importanza e bellezza, provenienti dai maggiori musei italiani e stranieri, insieme a plastici appositamente realizzati, a ricostruire la Roma di Cesare. All’arte figurativa è affidata la documentazione del mito di Cesare e del cesarismo. Catalogo Silvana editore. Giulio Cesare. L’uomo, le imprese, il mito, fino al 3 maggio, Chiostro del Bramante, via della Pace, Roma. Info: 0668809035; www.chiostrodelbramante.it.

Adolphe Yvon Cesare, 1875 Nella pagina a fianco in senso orario: Statua tipo Epicuro Corridori in bronzo dalla villa dei Papiri François-Emile Ehrmann Vercingetorige chiama i Galli in difesa di Alesia, 1869

lavoro. Insieme alla realizzazione del progetto espositivo, un aspetto particolarmente importante è costituito dall’illuminazione, complessa per vari motivi, inclusi quelli della conservazione di certe opere». Circa 200 opere esposte: quali i criteri di selezione e cosa le è mancato? «Abbiamo puntato anzitutto ad avere l’indispensabile, il necessario, per rendere ragione di un progetto di ampio respiro e, aggiungo, di grande difficoltà. E questo privilegiando sempre la qualità rispetto al numero. Devo dire che la straordinaria accoglienza che i musei hanno riservato al nostro progetto ci ha permesso di avere in prestito cose impensabili e insperate. Lacune non credo ne esistano, dal punto di vista scientifico. Tra i pochi oggetti “rimasti a casa” ricordo la Coppa di Alesia, in argento di età cesariana cara a Napoleone III, ritrovata, pare, proprio negli scavi promossi ad Alesia dall’imperatore. L’oggetto è l’unico argento del genere del museo archeologico di St. Germain-en-

Laye, nei pressi di Parigi, ed è in condizioni conservative non buone. Ma, a dispetto di ciò, dalla Francia, ed esattamente dal Museo archeologico di Chalon-surSaon, è arrivato l’intero tesoro di Torey, gli argenti romani più antichi della Gallia, occupata dalle truppe cesariane». Quali aspetti inediti o poco noti dovrebbe cogliere il visitatore? «Francamente le rispondo: non lo so. L’ignoranza, in senso letterale, nei confronti di un uomo vissuto oltre 2.000 anni fa è sempre notevole, nonostante questi abbia scritto di sé, e di lui abbiano scritto già nell’antichità i suoi biografi, Cassio Dione, insieme a Plutarco e a Svetonio. Un’interminabile bibliografia è stata scritta su Cesare e sui vari aspetti della sua multiforme, poliedrica figura. Il cuore di ogni uomo, però, sfugge a qualsiasi indagine, anche a quella psicanalitica che pure ne coglie luci, ombre e sfumature. E il “cuore” resta così un mistero, con buona pace di tutti». 

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Roma/2 Rinascite e tutele Rovine e rinascite dell’arte in Italia affronta il tema della salvaguardia del paesaggio e dei beni culturali. Tra le opere esposte l’Arringatore dal Museo archeologico di Firenze, le statue di filosofi dal gruppo della “galleria dei sapienti” del giardino Ludovisi, il rilievo con la Nascita di Bacco da Budapest, l’Hestia Giustiniani, la bellissima Niobe della Villa dei Quintili, per la prima volta esposta accanto alla sua testa identificata di recente. Fino al 15 febbraio, Colosseo, piazza del Colosseo, Roma. Info: 0639967700; www.archeorm.arti.beniculturali.it.

Napoli I tesori di Ercolano Il Museo archeologico nazionale di Napoli ospita per la prima volta una grande mostra dedicata alle straordinarie opere scultoree che in quasi tre secoli di scoperte sono state restituite da quel miracolo archeologico che è l’antica Ercolano. Il percorso, che comprende oltre 150 opere, è articolato in sezioni opportunamente definite da uno scenografico gioco di luci, che simboleggia la distanza tra la vita immortale degli dei e la caducità della vita umana. Ercolano. Tre secoli di scoperte, fino al 13 aprile, Mann, piazza Museo nazionale 19, Napoli. Info: 081440166.


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i luoghi del bello CHIESA DELLE GIANELLINE

Architettura creativa Camogli, la fondazione Remotti dà vita a uno spazio espositivo di Fabia Martina

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rte, Architettura, Territorio, Natura: sono tutti elementi legati dal dialogo interattivo e sperimentale che ha dato vita alla fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti. Sede del progetto, l’ex chiesa delle Gianelline. A Camogli, a pochi chilometri da Genova, è in scena “Ricostruire con l’arte”, iniziativa pensata e realizzata per creare luoghi in cui l’arte e l’architettura subiscano un costante cambiamento, per sperimentare nel quotidiano una continua interazione tra l’osservatore, la natura e l’architettura. Nata da un’esperienza trentennale di collezionismo d’arte contemporanea, la fondazione Remotti inizia ad acquisire le prime opere a partire dagli anni Settanta. Arte povera, concettuale, Body art, Pop art, tendenze che i collezionisti captano, influenzati anche dalla grande personalità di Lucio Amelio, gal-

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lerista aperto alle tendenze artistiche internazionali del calibro di Andy Warhol e Joseph Beuys. Attenti e curiosi osservatori, i collezionisti Pier Luigi e Natalina Remotti, hanno sempre guardato verso le nuove avanguardie artistiche nazionali e internazionali, da De Maria a Paladino, Tatafiore, Paolini, da Rauschemberg a Kounellis e Buren. In seguito la fondazione Remotti precorre, con entusiasmo, le direzioni dell’arte contemporanea, spesso anticipandole con le opere di Grazia Toderi, Joseph Kosuth, Yves Klein e Man Ray. Grandi nomi dell’architettura e dell’arte contemporanea, come Gilberto Zorio, Alberto Garutti, Michelangelo Pistoletto, Tobias Rehberger, Gruppo A12, dimostrano l’intuito della fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti e della direttrice Francesca Pasini, di vedere nell’arte una chiave per dialogare con il mondo. Se si è in grado di creare una sinergia tra arte e architettura, se si ha il desiderio di voler comunicare un oggetto, un pensiero, un sentimento, ovunque si trovi una ragione, qualsiasi luogo può diventare spazio d’arte.


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Veduta esterna della fondazione

La sede

A sinistra: ritratto degli A12 Andrea Balestrero e Maddalena Aldrovandi

Il sacro apre le porte al contemporaneo Costruita all’inizio del ‘900, la chiesa delle Gianelline è di una semplicità estrema e di un’eleganza tipica dell’architettura artigianale ligure. La sede, il cui restauro è stato affidato alla direzione di Francesca Pasini, è stata valorizzata, internamente, con nuove opere strutturali d’arte contemporanea, mentre all’esterno ha conservato lo stile originale: il retro dipinto a fasce bianche e grigie, l’ingresso frontale giallo con inserti decorativi in stucco e marmo.

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In questa mostra il dialogo con l’architettura si delinea grazie alla potenza comunicativa delle opere di ciascun artista, creazioni non decontestualizzate, ma il risultato di una lettura attenta della realtà del luogo, tanto da diventare una componente essenziale dello spazio artistico della chiesa. In questo processo proprio la Chiesa, spazio del culto nel passato, diventa tempio laico dell’arte, con un’operazione di trasformazione mediante la quale l’arte aiuta a vedere in modo diverso l’architettura di un luogo. Il luogo si trasforma e nelle opere di Alberto Garutti si assiste ad un continuo dialogo con la natura. La chiesa sconsacrata cambia agli occhi del visitatore, diventa un luogo “sensibile” che avverte le continue trasformazioni e i cambiamenti del cielo e del paesaggio. Diventa infezione nel cielo delle capriate di Tobias Rehberger. Cosmo, con le sue sonorità, nel pavimento di Gilberto Zorio. Comunica lo spazio pubblico dei cantieri stradali nella recinzione della balconata e nella zona del sagrato del Gruppo A12. Il simbolo matematico dell’infinito, rappresentato

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nella scultura posta sulla facciata principale dell’exchiesa, realizzata da Michelangelo Pistoletto, esprime la necessità della creazione di un Terzo Paradiso, quello in cui si può realizzare un nuovo equilibrio tra Paradiso naturale e Paradiso artificiale, un luogo dove l’uomo mette da parte la sua individualità per iniziare a ripensare a ciò che lo circonda: l’ambiente. Quello della fondazione Remotti, è un progetto che propone la creazione di linguaggi artistici nuovi, segue i processi di cambiamento nel modo di realizzare e comunicare l’arte. Troppo spesso, infatti, le creazioni degli artisti contemporanei sono appiattite dalla spettacolarità dei riflettori mediatici che ne indeboliscono l’efficacia del messaggio delle opere stesse. L’evento esprime la necessità di interagire con l’artista fino in fondo, fino a cogliere la vera spiritualità dell’opera. L’arte e l’architettura, dunque, hanno bisogno di luoghi di relazione, di pause e silenzi in cui poter ritrovare se stessi, il rapporto con il presente, con il territorio e la natura. 


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In alto, in senso orario: Gilberto Zorio

La mostra Ricostruire con l’arte L’apertura della nuova sede della fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti, avvenuta il 13 settembre scorso, dà il via a uno spazio espositivo inedito, curato da Francesca Pasini. La mostra Ricostruire con l’arte propone un luogo di sperimentazione, un dialogo tra le opere di Garutti, quelle di Gruppo A12, di Pistoletto e gli studenti della cattedra di Design della facoltà di Architettura di Genova, insieme a quelle di Rehberger e Zorio. Alle opere degli artisti saranno abbinate opere d’arte contemporanea della collezione Remotti per creare un dialogo tra presente e passato prossimo, tra diverse generazioni e nuovi linguaggi. Fino al 28 febbraio, fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti, via Castagneto 52, Camogli (Genova). Info: 0185772137; www.fondazioneremotti.it.

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Michelangelo Pistoletto, Collana del Terzo paradiso, 2008 Michelangelo Pistoletto Nella pagina a fianco: Gilberto Zorio Stella di Camogli 2008


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luoghi del bello CASTELLI DI PUGLIA

SPAZI PER FIABE D’ARTISTA Da Bari a Barletta Intramoenia anima gli antichi manieri di Elida Sergi

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più bei castelli di Puglia rivivono, si animano come stregati dalla magia dell’arte, diventano testimoni del mistero che si nasconde dietro sculture sonore, installazioni e melodie musicali antiche e nuove. C’è il castello Svevo di Bari, con le sue quattro torri angolari fortemente bugnate, attribuito a Ruggero il Normanno che lo fece costruire intorno al 1131, e quello di Barletta che porta i segni del passaggio di Federico II di Svevia, degli Aragonesi e di Carlo V. Lì, in un tour in due tappe (una con inizio il 18 dicembre, l’altra a marzo 2009) l’arte contemporanea «proverà a progettare il proprio passato incontrandosi con la storia dei luoghi» come ha spiegato Achille Bonito Oliva, direttore scientifico dell’evento al quale si è dato il nome “Intramoenia extra art”. Si parte proprio da Bari, dove nel lato ovest del castel-

lo, accanto alla Gipsoteca, l’eclettico artista biellese Michelangelo Pistoletto espone Il terzo Paradiso. Di cosa si tratta? Innanzitutto, di una fusione tra il primo e il secondo paradiso. Nel primo la vita sulla terra è totalmente regolata dalla natura, nel secondo è invece artificiale, sviluppata dall’intelligenza umana attraverso un processo che ha raggiunto oggi proporzioni globali. Anche i bisogni sono artificiali, come i prodotti, le comodità e i piaceri. Il terzo Paradiso è un’opera creata nel 2005 nell’Isola di San Servolo, a sud di Venezia, e poi ha subito un’evoluzione. Il lavoro, esposto a Milano durante Bunkerart, si è arricchito della collaborazione di Gianna Nannini (più nota come cantante, ma artista nel senso più esteso del termine). Nell’edizione ulteriormente rinnovata per la mostra Intramoenia, l’installazione centrale è composta da muretti a secco, tipici della tradizione rurale pugliese, accompagnati da testimoni della cultura contemporanea e

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Castello di Bari, sala angioina In alto: Barletta, panoramica del castello

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della ricerca scientifica che in Puglia sono nati o hanno studiato, che si uniranno a musicisti e vocalist. Ospite dell’evento Cosimo Damiano Fonseca, medievalista e storico della Chiesa, insieme a Francesco Foschini, professore ordinario di Architettura al Politecnico di Bari. E poi Stefen Nienhaus, che insegna letteratura tedesca all’Università di Foggia, Teresa Pellegrino, ricercatrice del Cnr e Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia. A fare da tramite tra i testimoni, l’installazione e la musica c’è “Mama”, scultura sonora di Gianna Nannini. E per un’arte che, rubando nuovamente un’espressione ad Achille Bonito Oliva, «non richiede traduzione ma si apre sempre più verso una comunicazione che supera ogni frontiera, barriere ideologiche e differenze antropologiche», il viaggio in terra di Puglia si conclude a Barletta. Sulla città si staglia il castello, luogo di perfezione architettonica

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e identità simbolica. Ad accogliere i visitatori della mostra non sono più, come nel caso di Bari, il portale ogivale scolpito che rappresenta l’universalità del potere, il vestibolo scandito in campate coperte da volte a crociera e la loggetta che si affaccia sul cortile interno, ma una cinta muraria con torre rotonda posta ad angolo e una lapide sormontata dallo scudo di Carlo V, simbolo inequivocabile di potenza. Da marzo i suggestivi sotterranei ospitano lavori in situ e workshop. In esposizione le opere di Betty Bee, artista anticonvenzionale amante del kitsch e dell’estrema vitalità, che fa di se stessa il soggetto principale, le installazioni sintetiche dell’artista milanese Loris Cecchini, dove “brani” di realtà si fondono con scenari che più che fisici sono virtuali. E poi potere, storia, gruppo e follia che contraddistinguono il lavoro del giovane artista bolognese Paolo Chiasera e le “presenze astratte” di Gino De


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Gli appuntamenti Dal Paradiso alla collettiva La prima tappa dell’Intramoenia Extra art – Castelli di Puglia è in programma fino all’8 marzo 2009 al castello Svevo di Bari, in piazza Federico II di Svevia 2, nella sala Angioina. È possibile ammirare l’installazione di Michelangelo Pistoletto Il terzo Paradiso e la scultura sonora Mama di Gianna Nannini dalle ore 9 alle 19 (chiuso il mercoledì). Costo del biglietto 2 euro (intero), 1 euro (ridotto), mentre l’ingresso è gratuito fino ai 18 anni e oltre i 65. La seconda tappa al castello di Barletta nella primavera 2009 con una grande esposizione collettiva di artisti tra cui Betty Bee, Farhad Moshiri e Luca Pignatelli. Per informazioni contattare l’associazione Eclettica-Cultura dell’arte. Telefono 0883531953. www.ecletticaweb.it. A destra: Michelangelo Pistoletto e Gianna Nannini a sinistra: immagini del castello di Bari nella pagina precedente: Michelangelo Pistoletto Il Terzo paradiso, bunKerart, Milano 2007

Dominicis, maestro indiscusso, provocatore per eccellenza e precursore dei generi artistici più in voga. Sua l’esposizione che destò maggiore scandalo alla Biennale di Venezia del 1972: per la sua opera “Seconda soluzione di Immortalità, l’universo è immobile” in cui invitò un giovane affetto dalla sindrome di Down. A tutto ciò si affiancano le tessiture monumentali dell’artista ghanese El Anatsui, la pittura della memoria di Luca Pignatelli, le sculture e i video da performance del giapponese Shozo Shimamoto. E dal Giappone ci si avvicina all’Australia, con i super eroi fragili di Adrian Tranquilli, per finire con i “segni” dell’artista pugliese Annalisa Pintucci. La migliore produzione artistica contemporanea rivive nei luoghi del passato esaltandone la magnificenza. L’evento è patrocinato dalla regione Puglia e sponsorizzato dal gruppo bancario Monte dei Paschi di Siena. 


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il corpo dell’arte ROBERTO GIULI

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Meccanica dell’anima Dai riempimenti metallici alle invenzioni: corpi e storie di un iperdecorativo tutto da scoprire di Annarita Guidi

A volte lo straordinario è nascosto, e l’abbaglio della scoperta quasi disorienta gli occhi. Una ricerca pittorica in equilibrio tra la realtà e il suo ineliminabile sconfinamento nel magico e nell’inconoscibile: la produzione di Roberto Giuli – raro iperrealista, talento “off” – è una sintesi, personalissima e in continuo movimento, tra la fenomenologia e la torsione artistica impressa dallo sguardo dell’autore al mondo delle cose. Una sintesi complessa, delicata e allo stesso tempo così immediata da catturare la vista e lasciarla a interrogarsi. Discese inquietanti in universi indicibili, popolati da esseri che sfuggono alla categorizzazione e da figure umane contaminate come magnifici mutanti. Sentimenti universali restituiti come insiemi armonici, visioni di patrimonio genetico e ossature culturali fusi senza bisogno di confini e distinzioni. Distacchi ironici che liberano riflessioni sull’umano quotidiano, cristallizzate metafore visive e

linguistiche restituite alla vita da una riattualizzazione che è passata da una fase meccanica a una figurativa. In una casa che sembra un museo, Giuli cammina tra i suoi quadri: ogni angolo, ogni parete una visione su un altro mondo, fino allo studio illuminato dal sole. Lì, davanti al cavalletto, l’artista racconta un percorso naturale come il talento quando si rivela alla coscienza. Come è iniziata la sua produzione artistica? «Fortunatamente sono nato con la matita in mano. Ho sempre disegnato, regalato, strappato, buttato finché non ho conosciuto Gaetano Pompa. Il suo modo di mettere l’olio sulla tela mi piaceva molto, infatti l’ho seguito ed è stato da quel momento che ho cominciato a dipingere. Dopo un anno, Gaetano venne a vedere i miei quadri e rimase meravigliato. Mi disse: «Devi fare una mostra» e mi diede la possibilità di fare la prima esposizione da Fabio Failla, anche lui pittore, in una bella galleria, La

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Nella pagina precedente: Abbraccio, 2008 A destra: Caccia al leone Sarcofago d’Alessandro, 2007 In basso: Roberto Giuli Nella pagina successiva: Senza titolo, 2006 Foto Manuela Giusto

Il catalogo Figurae Figurae è la mostra realizzata da Roberto Giuli nel 2002 al museo Umberto Mastroianni (complesso monumentale di san Salvatore in Lauro) di Roma. Il catalogo, edito da Il cigno, presenta le opere di Giuli – tra cui Operai (1978), Sanctus Georgius et draco (1984), Assurbanipal leonem venatur (1985), Paula (1989), Il cavallo di spade (1990), Maschera a Venezia (1992), Osservando Schiele (2001) – appartenenti sia al periodo meccanico che a quello figurativo, accompagnate dai testi critici di Floriano De Santi (curatore dell’esposizione), Henry Unger, Gaetano Pompa (“una testimonianza delle sorprese riservate a noi uomini da altri uomini” si legge nella lettera scritta a Fabio Failla in occasione della prima mostra di Giuli) e da una postilla dell’artista. Info: www.ilcigno.org.

vetrina a via del Babuino. Quella fu la mia partenza, condizionata da un certo stile che chiamerei meccanico: mi piaceva studiare il riempimento metallico del corpo che dava il movimento, la sensazione di rilievo, le sfumature. Successivamente, sono voluto scendere nel figurativo. Ho cominciato a fare i volti, le mani anziché i metalli e le strutture “strane” che completavano un gomito, un ginocchio, una giuntura, un collo, un viso. E ho cercato di valorizzare i miei quadri attraverso il panneggio. Questo dà la possibilità di approfondire le immagini, di dare rilievo all’opera. Spesso e volentieri era un panneggio reale, poi ne ho creato uno mio che non è più un panneggio, è un’invenzione completa delle pieghe. Invento una muscolatura che non corrisponde alla realtà ma dà la sensazione del movimento, della piegatura del braccio, dell’espressione delle mani. E questa è diventata la mia caratteristica».

È incredibile il suo lavoro sui particolari, considerando che è un autodidatta. «Quando inizi a usare la matita e ti rendi conto che funziona, vai avanti». Quando ha iniziato? «Ho cominciato con la pittura ad olio su tela una ventina di anni fa. Per l’esposizione alla Vetrina lavoravo di notte, perché di giorno avevo tutt’altra attività. Per fare un quadro ci volevano anche cinque mesi. A una certa età, mi sono messo in pensione e da allora ho iniziato a lavorare tutto il giorno». Le sue fonti di ispirazione? «Alcuni quadri vengono da bassorilievi assirobabilonesi, dal mausoleo di Alessandro Magno, come la Caccia al leone. Immagini storiche, fotografie da cui prendo anche solo un frammento, due immagini lontane che mi piacciono, da lì creo il quadro».

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L’artista Ex portiere della Roma, pittore autodidatta Roberto Giuli vive a Roma, dove è nato il 9 luglio 1938. Ha giocato da portiere nella Roma. Pittore autodidatta, nell’85 ha realizzato la prima mostra alla Vetrina di Roma. Ha esposto alla sala Cerio (Capri, 1987) e alla Cà d’Oro (Roma, 1993). Tra le collettive, nel ‘90 ha partecipato a quella dei Pittori di sant’Agnese (con Gaetano Pompa e Carlo Guarienti) e alla mostra itinerante La luce nell’arte (con Giacomo Manzù e Emilio Greco), oltre che a Tra Occidente e Oriente (Dubai, 2005), Venus Venus donne nell’arte (Taormina, 2006) e Autori e note (Roma, 2007). Nel 2002 ha vinto il concorso La mia idea di campagna romana e laziale e nel 2007 il Marforio d’oro per la pittura. Il 5 e il 6 dicembre Giuli è stato al circolo Antico tiro a volo di Roma con la personale Ritorno al figurativo.

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Com’è avvenuto il passaggio dallo stile meccanico al figurativo? «Inizialmente dovevo fare esperienza nella pittura a olio, dovevo attrezzarmi per realizzare un certo genere di sfumature che realizzo togliendo colore: quello meccanico era un sistema di pittura che mi aiutava a fare questa esperienza. Inoltre in quel momento lo sentivo valido, innovativo. Per molto tempo è stato così, poi da un momento all’altro mi ha folgorato l’idea di cambiare e non è successo per gradi, ma piuttosto repentinamente: quelle opere non hanno nulla a che vedere con i quadri che realizzo da qualche anno a questa parte». Nei soggetti umani c’è sempre una contaminazione: escrescenze “altre”? «Si tratta di mie invenzioni: mentre disegno sulla tela creo qualcosa di particolare, qualcosa che non sia

nella normalità. Prendiamo ad esempio i capelli: sono capelli, non lo sono, e allo stesso tempo danno l’idea del capello. Non c’è una contaminazione con realtà altre, aliene: sono piccole invenzioni che mi piace inserire e, secondo me, arricchiscono l’immagine». Dove va l’arte del terzo millennio, che fine fanno i pennelli e le tecniche scultoree? «Vorrei che tutti dimostrassero di saper disegnare: solo allora un artista può definirsi tale e la sua ricerca è ricerca del nuovo. Vedo spesso cose che mi piacciono per le colorazioni, ma la maggior parte delle volte non le capisco, forse non sono abbastanza giovane o moderno. Addirittura alcuni realizzano quadri proiettando sulla tela l’immagine, è ridicolo e assurdo, lo faceva mio zio cinquant’anni fa e già allora non serviva a niente: chiunque può farlo». 

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l’arte prende corpo BARBARA SBROCCA

UMANO come l’altro da me Poesia, musica e amore. Le pittosculture dell’artista romana di Maurizio Zuccari

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a l’energia che non ti aspetti, minuta com’è. La serenità invece la cogli subito, trasuda dagli occhi chiari, luminosi come le frasi che snocciola. Parole assertive, suadenti. Sensate come poche volte capita di sentire mettendo un microfono in bocca a un artista. Sarà perché Barbara Sbrocca all’arte c’è arrivata tardi, seguendo la scia d’un amore in frantumi, lasciando una strada che l’arte più che costeggiarla la domina, come gran parte del presente: la comunicazione e il marketing. Un percorso abbandonato per dedicarsi alle sue “pittosculture”. Pitture materiche, impasti di granuli colori emozioni a cui si aggiunge la poesia – Barbara è anche poeta, e cura il suo “sblog” con piglio elegiaco – e la musica jazz, altra sua passione. Anzi, quella di dare colore alla musica è una sua cifra caratteristica, per alcuni critici. Ma quello che erutta dai suoi lavori è anzitutto amore. La scintilla primigenia e il fine ultimo dell’umano. “Umano come me“, la tua prima mostra, nasce da «uno schianto di pancia, il primo amore». «È un titolo dedicato al primo amore, all’incontro con l’essere umano diverso, l’uomo, a 14 anni. Alla prima volta in cui fai i conti con la diversità. Se sei fortunata una storia con un essere umano completamente diverso da te può essere stupenda. Io sono stata fortunata. Lì mi sono resa conto che gli uomini sono un mistero inconoscibile, o meglio in continua trasformazione proprio come noi donne, ma che vale la pena di esplorare. Insomma, c’è la possibilità di entrare in relazione se non

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Bette, 2002 Sotto e a sinistra: Barbara Sbrocca e alcuni momenti nella realizzazione dell’opera Mirabird, omaggio a Gabriele Mirabassi foto Filippo Trojano

L’artista Da copywriter a poeta Barbara Sbrocca è nata il 28 giugno 1968 a Campobasso. Lavora come copywriter, creando la sua prima pittoscultura nel 2001. Umano come me è l’ultima personale a Roma, nel 2007. Collabora con vari musicisti jazz: sue le copertine su alcuni cd di Enrico Pieranunzi e Stefania Tallini, tra cui Pasodoble, realizzato ad hoc con Gabriele Mirabassi, allegato al catalogo antologico di pittoscultura e poesia (D’Arco edizioni, 2007). Vive e lavora a Roma. (www.sbrocca.com).


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I luoghi deputati all’arte contemporanea espongono cose inquietanti, disturbate. Difficilmente vedo qualcuno che se la gioca fino in fondo, se non chi tira fuori il suo lato malato, angosciante. Ma non credo che questa sia arte: è marketing

From too much talk, 2005 Pasodoble, 2006 Nella pagina seguente: Maybe waiting, 2006

cerchi l’uguale. Ecco cosa significa umano come me». L’identità di genere, il rapporto uomo-donna è uno degli elementi della tua arte. La ricerca continua. «Sì, la ricerca continua non soltanto sul rapporto uomodonna, ma sull’identità umana ed è una ricerca iniziata dieci anni fa con un lavoro di psicoterapia. Questo rapporto è fondamentale, il cardine su cui si basa tutta la vita, per lo sviluppo della propria identità. Tutto gira lì intorno, i miei quadri sono un’espressione di questo, anche se non cosciente: non sono pensati. Spesso nascono da soli, come le poesie». Infatti l’improvvisazione è una tua cifra stilistica. «È anche parte della mia storia, nel senso che non sono andata a scuola di pittura, non ho fatto l’accademia, non nasco artista. Vengo da un’altra strada: ho fatto il classico, mi sono diplomata in tecnica pubblicitaria, ho fatto la copywriter per tanti anni, quindi la scrittura è la mia prima forma di espressione. A un certo punto ho sentito l’esigenza di mettere le mani in pasta, letteralmente.

L’opera è nata da subito tridimensionale, non mi è bastato prendere i pennelli e fare un quadro classico, ho sempre sentito l’esigenza di sviluppare i volumi. È come se la tridimensionalità mi desse la possibilità di regredire a una sensazione, una forma più essenziale». Poesia, musica, pitture materiche. Cosa le unisce? «La poesia è una vecchia storia, scrivevo già da piccola. Anche lì ho sempre scritto quando mi veniva, come coi quadri, posso stare mesi senza toccare una tela. Il rapporto con la poesia, la parola, è come con la musica: un suono mi evoca delle immagini, ma in questo caso la musica la faccio io. Anche la poesia viene fuori da sola, sono parole legate a un momento e possono essere solo in quel modo, come un’immagine, giusta o sbagliata che sia. Con la musica, in particolare con Stefania Tallini, una mia grande amica, il processo creativo è lo stesso dei quadri: a un certo punto ti rendi conto che sta emergendo qualcosa. Ci sono persone che creano dopo varie prove. Per me e lei non funziona così».

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A proposito del rapporto con la musica, Antonella Renzitti scrive che la tua arte è quella di dare forma ai suoni, tradurre la musica in forme e colori. «Nel mio catalogo c’è anche Vincenzo Martorella che dice esattamente l’opposto: non si può dare forma alla musica. Questa cosa mi ha divertito moltissimo, non faccio altro che arrendermi a loro. A volte l’immagine è chiara, altre volte un po’ nebulosa. Non credo tanto al rapporto, alle nozze tra pittoscultura e musica, ma per me è così». Commenta una tua poesia, Acquaviva. «Oh, Gesù». Io sono la continua evoluzione. Mi trasformo in ogni istante/ da me in me/ e non prevedo che vita. «Allora, questa poesia nasce in forma di prosa e ha una storia. Anni fa un amico mi regalò un libro di Clarice Lispector, Acqua viva, dicendomi: qui dentro ci sei proprio tu. È stata una lettura un po’ schizofrenica, c’erano cose che mi rappresentavano totalmente e altre di una

lontananza assoluta. Quindi ho riscritto e incollato le frasi che non mi andavano proprio: ecco, questa sono io. Quindi questa poesia è la trasformazione di una frase della Lispector che non mi suonava: sono io, il mio proclama. Nel tempo mi sono resa conto che sono così, in continua evoluzione, non ho paura di quello che succede. A quarant’anni mi sono successe un sacco di cose, con alti e bassi ma tutte belle. Non torno indietro neanche con la memoria, sono più libera adesso che nel passato, forse come ero solo a 14 anni. La cosa bella è che ora mi riprendo quella libertà ma con una maturità, una sfacciataggine diversa». Quattro personali, dal 2002 a oggi. Tutte in spazi di confine, non in luoghi d’arte. «Non mi ritrovo nel mondo canonico. Non sono un’accademica e mi rendo conto che quello che faccio non è proprio di moda. I luoghi deputati all’arte contemporanea espongono cose inquietanti, disturbate. Difficilmente vedo qualcuno che se la gioca fino in

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Sblog Ricordo Ricordo quando avevo paura ricordo di come il tempo scorresse lentissimo e le giornate sembravano variare di poco l`una dall`altra ricordo che non volevo interferenze speravo in un cataclisma qualsiasi.

Venti maggio Stamattina, da Poggi, mentre compravo i miei colori e le mie tele è entrato Enzo Cucchi. Corpo alla Schiele magrissimo sproporzionato l`abito liso le scarpe racimolate lo sguardo che non si sofferma sugli umani perché è già pieno di chissacché. Mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se fossi stata libera da prima. Di certo così no.

fondo, se non chi tira fuori il suo lato malato, angosciante. Ma non credo che questa sia arte: è marketing. Per essere considerati artisti alla moda si deve essere apparentemente dirompenti, ma l’angoscia della condizione umana è trita e ritrita, non c’è nessuno che faccia una ricerca vera sull’identità, gira ancora il binomio artefollia. Anche tra i galleristi devo trovare qualcuno capace di condividere il bello della vita: la pulizia tra esseri umani, l’onestà nei rapporti con gli altri e con se stessi». Chiudiamo col tuo impegno civile, umano se vuoi, nel cosiddetto Terzo mondo. E il futuro. «Collaboro a un progetto dell’Aidos, l’Associazione italiana donne per lo sviluppo, per far conoscere l’attività di un incubatore di microimprese femminili in Siria, una delle zone più povere del paese, vicino Lattakia. Mi sono innamorata del progetto e loro di me. E sono appena tornata dal Nepal, dove ho seguito un progetto simile. Per il futuro non c’è niente di concreto, mi piacerebbe fare un lavoro sulle suggestioni siriane. Poi ci sono progetti di collaborazione con alcuni musicisti per uno spettacolo teatrale di tango su testi di Neruda e Lorca, dovrei occuparmi dei costumi. Mi piacerebbe anche fare una mostra unita alla poesia, lavorare con le resine, sperimentare materiali nella scultura. Scoprire un nuovo mondo. Ma sto cercando uno spazio adeguato dove lavorare, in casa non si può». 

Poesie (Torre) Vado Camminando nel mare – l’acqua sul ventre – non saprei dire quanto tempo mi scorse. Andavo, le mani immerse docili, controcorrente. Mai più feci ritorno da quell’andare.

Tra le dita Per strada – non volendo – ho raccolto una solitudine nuova: bianca e a forma di fiore La tengo tra i capelli Sembra che non sia mortale.

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Un’immagine d’epoca della Vucciria Sotto: Leonardo Sciascia foto Ap/Lapresse

Nel 1975 Sciascia affrontò come oggi Camilleri la grande opera del maestro sul mercato palermitano Ecco cosa ne scrisse di Leonardo Sciascia*

La VUCCIRIA di Guttuso osì come certe pietanze o dolci in cui c’è tutto (e a volte, persino, la pietanza sconfina nel dolce e il dolce nella pietanza), e sembrano realizzare il sogno di un affamato, i mercati più abbondanti e traboccanti, più ricchi, più festosi, più barocchi sono quelli dei paesi poveri, dei paesi in cui lo spettro della fame si è sempre aggirato come la Morte Rossa di Poe – ma a differenza di questa mai riuscendo a varcare la soglia delle patrizie dimore. A Bagdad, a Valencia, a Palermo un mercato è qualcosa di più di un mercato – cioè di un luogo in cui si vendono vivande e in cui si va per comprarne. È una visione, un sogno, un miraggio. Un “mangiar visuale”: e con effetti di appagamento e delizia pari a quelli delle “bevute visuali” del Magalotti. E potremmo anche lasciar cadere la parola mangiare: ché dei cinque sensi, a ben considerare, il meno impegnato finisce con l’essere il gusto, subordinato agli altri quattro: i quali, dalla sua inattività resi più alerti e sottili, a compenso gli trasmettono quei segnali tra loro complementari e concomitanti che diventano “un misto di gola, di ristoro, di maraviglia, di dolcezza, di liquefazione”, come appunto nelle “bevute visuali” del Magalotti. Ora il visualizzare un fatto visuale quale la Vucciria di Palermo, vale a dire un fatto di predisposta, funzionale e funzionante visualità – il visualizzarlo in una pittura, in un quadro, in un grande quadro – sarebbe una operazione piuttosto ovvia e banale, se non vi concorresse non solo una celebrazione della visualità in senso magalottiano ma anche la conoscenza e coscienza di un significato: di quel che una tale visualità – che sarebbe da dire propriamente e definitivamente teatralità – umanamente e storicamente significa. E potremmo anche fare a meno di dire che non significa il consumo, ma la fame: poiché il quadro di Renato Guttuso impareggiabilmente lo dice.

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*Da La Sicilia n. 76, 1975

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PAROLE

a colori

La VuccirÏa di Guttuso raccontata da un altro scrittore che ha frequentato e amato tanto l’opera che il mercato di Maurizio Zuccari

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conversando sul sofà ANDREA CAMILLERI

U Renato Guttuso La Vucciria, 1974 Sopra: il pittore con lo scrittore Andrea Camilleri foto Dabbrescia, Alberto Cristofari Contrasto cortesia Skira

Una femmina cammina voluttuosa tra barattoli d’olive e cartoni d’uova, pescispada in bellavista, quarti di bue e capretti, quintalate d’ogni bendidio. Un giovanotto smunto col maglione giallo a girocollo l’osserva pensoso, sta per farsi da parte oppure no. Altri, intorno, stanno per i fatti loro frammezzo alle bancarelle di frutta e verdura. Questa la scia luminosa attorno alla quale Renato Guttuso ha pittato la Vuccirìa, il popolare mercato palermitano che ha dato spunto a uno dei suoi capolavori. Questo l’incipit col quale Andrea Camilleri – come già Leonardo Sciascia nel ‘76, nel brano riproposto nella pagina precedente – ha trasposto quella tela gigantesca in un racconto minuto, eppure capace di restituire i colori e le atmosfere del maestro di Bagherìa, giocato tra l’oggi e un passato in cui, nello stesso spazio umano e urbano, l’inquisizione metteva al rogo donne e fisime. Quel mercato e quei luoghi lo scrittore di Porto Empedocle li conosce bene per averli frequentati da studente universitario nella Sicilia appena uscita dalla guerra, per averci mangiato ‘u pani cu ‘a meusa oggi schifata pure dai turisti. E lì il giovane Camilleri ha avuto la sua folgorazione a piazza Marina, davanti all’opera donata dal pittore al rettore di palazzo Steri, già carcere inquisitoriale, Marcello Carapezza. Così non è stato difficile per Fabio Carapezza Guttuso convincere lo scrittore, che col padre naturale sedeva spesso a cena alla trattoria Panarelli, a mettere mano alla penna seguendo quella vecchia suggestione. Camilleri, Guttuso non appare sulle copertine dei suoi libri, ma quale rapporto ha avuto con lui e la sua pittura, in particolare con la Vuccirìa? «Guttuso l’ho visto due tre volte, l’ho conosciuto ma non ho mai avuto rapporti d’amicizia con lui, con la sua arte sì. Ho cominciato a interessarmi alla sua pittura negli anni ’40, avevo 15 anni e leggevo la rivista diretta da Bottai, Primato. Ci fu lo scandalo del premio dato alla crocifissione di Guttuso. Quel quadro lo trovai bellissimo, così m’interessai a lui e nel dopoguerra, che per noi siciliani è il ’43 e non il ’45, cominciai a seguire anche quello che considero il suo maestro all’accademia di Belle arti: Pippo Rizzo, il futurista. Le copertine sui miei libri editi da Sellerio sono quasi tutte sue o di Lia Pasqualina Corso, la compagna di studi di Guttuso. Con la Vuccirìa ho avuto un grosso impatto, andai a Palermo per un convegno nella sede del rettorato a palazzo Steri, dove a pianterreno c’erano le scritte dei carcerati che lì erano stati imprigionati dall’inquisizione e di cui aveva parlato Sciascia, e lì c’era questo quadro che mi colpì come una mazzata. Perché è di tre metri per tre, così vivo, e siccome sono stato a lungo un frequentatore della Vuccirìa negli anni universitari, quando Fabio Cara-

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Due studi per la Vucciria, 1974 A destra: Andrea Camilleri Sotto: Fabio Carapezza Guttuso foto Manuela Giusto

pezza mi venne a provocare, dicendomi che veniva ricollocata allo Steri, mi feci fare da lui una riproduzione e cominciai a guardarla tutti i giorni, così mi nacque l’idea del racconto». Ma che rapporto ha con l’arte in generale: è un appassionato, un collezionista? «Sono un po’ sulla linea di Sciascia, un amatore di stampe. Cioè ho parecchie incisioni, con un particolare riguardo per i corregionali: un bellissimo disegno di Guttuso, Ugo Attardi, ma anche diverse cose che vanno al di là della regione, di Arturo Carmassi e altri pittori». Venendo a un altro corregionale, Montalbano, lei alterna diverse scritture: come riesce a combinare questo insieme di storie e personaggi, sobbarcarsi alla sua età una mole di lavoro tale da produrre tre o quattro libri l’anno? «Eh, eh, dovrei essere premiato con una medaglia d’oro dal ministro Brunetta che si lamenta dei fannulloni, o da Bondi visto che parliamo di cultura, perché sono un ottimo impiegato, potrebbero mettermi i tornelli. Mi alzo alle sei, alle otto meno un quarto sono al computer: per scrivere ho la necessità, il tic se vuole, di dover essere perfettamente in ordine, rasato, non mi metto la cravatta ma è l’unica cosa che non faccio. Lavoro fino alle dieci e il pomeriggio vado a rivedere quello che ho scritto la mattina, quindi è un lavoro serio, artigianale. Così come sono uno scrittore impiegatizio, sono anche un impiegato del fumo. Rispetto tutte le regole, non me ne vanto perché lo reputo un vizio assolutamente cretino, però questo è. Credo che se smettessi di fumare alla mia età, il collasso seguirebbe in pochi minuti. Una mattina mia moglie che di solito entra alle nove, quindi mentre già sto lavorando da un pezzo, mi dice: perché hai rotto tutte ‘ste sigarette? Come rotto, faccio io. Guardo il posacenere e mi rendo conto che accendevo le sigarette ma siccome l’accendino non aveva più gas non fumavo nulla, sentivo il rumore e arrivato nella mia mente il tempo che la sigaretta impiegava per consumarsi la rompevo. Un rituale». Restiamo su Montalbano. Come ha visto le ultime puntate televisive del regista Sironi? Mi pare che ci sia stato uno slittamento nella narrazione del personaggio verso le belle donne, più situazioni intriganti rispetto alle sue storie. «No, queste donne sono già nei miei romanzi, ma la mia prima preoccupazione è quella di diversificare il Montalbano scritto da quello televisivo. Non c’è solo una differenza fisica, perché il mio personaggio è pieno di capelli, di baffi, ed è assai più avanti negli anni essendo nato nel ’50, quindi ne ha 58, oggi come oggi è a due anni dalla pensione. Il fatto è che, arrivato a una certa età, ‘ste donne Montalbano le comincia a guardare con un occhio diverso. Il suo catalogo, per dirla come Lorenzo Da Ponte nel Don Giovanni di Mozart, sta sulle dita di una mano, poveraccio, quindi vuole prendersi qualche rivincita tardiva». Sul magazine del Corsera Luca Zingaretti, alias Montalbano, dà la sua chiave di lettura dell’Italia di oggi, la sua ricetta per i mali che l’affliggono. Lei ne ha una, per questo strano paese chiamato Italia? «Non esiste. Magari esistessero ricette per la scrittura, la politica: esistono soluzioni provvisorie, quindi non posso che augurarmi, essendo cittadino italiano e non avendo nessuna intenzione di cambiare paese, soluzioni buone per tutti. Credo che saremo obbligati a trovarle da quello che avverrà nei prossimi mesi, ce lo stanno dicendo in tutte le salse che saranno tempi veramente duri. Forse ritroveremo dei valori perduti, solidarietà e altre parole simi li diventeranno una realtà concreta».

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La Vucciria Andrea Camilleri Renato Guttuso Skira 111 pagine 18 euro


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Con Guttuso non avevo rapporti d’amicizia, con la sua arte sì. Trovai bellissima la sua crocifissione e m’interessai anche al suo mastro, Pippo Rizzo. La Vuccirìa mi colpì come una mazzata

Il ricordo del figlio adottivo

Carapezza Guttuso: «Un quadro maturato lentamente, icona della Sicilia» Fabio Carapezza Guttuso, figlio adottivo del pittore scomparso nel 1987, ha scritto un contributo per il volume edito da Skira. Così ricorda l’opera forse maggiore dell’uomo che l’ha adottato in punto di morte. «La Vuccirìa per Renato Guttuso aveva un significato simbolico, l’amava particolarmente. Un quadro può nascere per stimoli immediati, come nel caso del “Gott mit uns”, durante l’occupazione nazista, invece altre opere hanno bisogno di una riflessione lunghissima, come la Vuccirìa. Sono serviti circa cinquant’anni di riflessioni, indispensabili alla maturazione di questo progetto che vede il mercato omonimo elaborarsi fino a diventare un paradigma, un’idea. Guttuso frequentò la Vuccirìa da ragazzo e, pur non rendendosene conto, l’attraversare il mercato per andare a scuola – lui viveva a Bagherìa ma andava al liceo a Palermo – cambiò la percezione di quello che vedeva, la sua stessa esistenza. E quando cominciò a dipingere riprese quei colori, quei tagli di luce. Prima di affrontare quel quadro, dipinto dal primo ottobre al 6 novembre 1974, Guttuso realizzò, come era solito, molti studi sullo stesso soggetto. Nel Natale del ‘73 si dedicò a una campagna fotografica, fissando sui negativi in bianco e nero i trionfi di merce e le tende, le grandi lampade e gli stretti vicoli. Ma il quadro realizzato nello studio di Velate, vicino Varese, è diverso dalle immagini che l’artista ha scattato, dai suoi stessi ricordi e da ciò che un visitatore potrebbe trovare. È diventato l’idea stessa del mercato, quasi un’icona della Sicilia, racchiudendo in sé la complessità della sua storia e dei suoi colori».

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un caffè con ANTONIO SANNINO

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L’ultimo stampatore Il maestro napoletano: «Il mio compito è capire i desideri dell’artista. Ma è un mestiere in estinzione» di Elena Mandolini

In quello che è stato il suo rifugio, il suo ufficio e la sua seconda casa, Antonio Sannino si è raccontato e ha raccontato il suo lavoro. Proprio dietro alla fontana di Trevi a Roma, nell’Istituto nazionale per la grafica che ospita circa 50mila matrici a partire dal ‘500, parla con un velo di malinconia della professione che ha abbandonato dopo una vita. Il 31 gennaio, infatti, ha lasciato il posto di capotecnico calcografo: «Il mio - dice - è un mestiere che sta scomparendo. Il nostro compito non è solo tradurre dal metallo alla stampa ma anche capire i desideri e le esigenze dell’artista. Interpreto cosa vuole e poi traduco in stampa». Nel corso dei secoli né le tecniche né i supporti per realizzare le stampe hanno subito epocali modifiche. L’unica differenza è che non si usano più matrici originali in rame, ferro, bronzo od ottone, considerate opere d’arte. Per salvaguardarle sono state infatti realizzate delle clonazioni in nichel, materiale che meglio sopporta la pressione del torchio garantendo un

identico risultato. Naturalmente sulle stampe fatte con clonazione, per distinguerle dalle originali, bisogna apporre un timbro a secco di riconoscimento. L’articolato procedimento della stampa inizia col riscaldare la lastra incisa, per far meglio aderire e sciogliere l’inchiostro, che si spande poi con un tampone spingendolo sulla lastra stessa. In seguito, con una garza di tarlatana si toglie l’eccesso e col palmo della mano si dà un’ultima ripulita al supporto. «Ci vuole esperienza e sensibilità per capire sia cosa vuole il committente e comprendere quanto inchiostro deve rimanere, per ottenere un ottimo risultato», dice Sannino. Poi si bagna e si tampona la carta dove verrà stampato il calco. Quindi si appoggia sul piano del torchio sia la lastra inchiostrata che la carta inumidita, coperte da un feltro di lana. Si passa sotto al rullo, di cui si regola la pressione e da cui spunta la stampa calcografica. Come ultimo atto, si pulisce la lastra col petrolio.

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Il personaggio Maestro storico della calcografia Dettaglio dell’inchiostratura di una lastra Nella pagina successiva e a pagina 71: Antonio Sannino A pagina 70: torchi storici all’ingresso della stamperia foto Manuela Giusto

Diverse le tecniche utilizzate: dirette (bulino, punta secca) e indirette (acquaforte, acquatinta) con differenze notevoli. Dei torchi, invece, si conoscono solo due tipi: quello calcografico (citato prima) e lo xilografico. Nell’Istituto c’è anche un laboratorio diagnostico, per stabilire il deterioramento delle lastre. «Non offriamo perizie – continua lo stampatore – ma siamo ben disposti ad aiutare chi viene per una consulenza, fermo restando che solo alcune matrici possono essere restaurate. In presenza di graffi risultano inutilizzabili». Del progetto “Forma urbis Romae. Pianta monumentale di Roma per il grande Giubileo dell’anno duemila” Sannino ricorda come abbia suggerito lui stesso, alla professoressa Barbara Jatta del Vaticano, l’idea di realizzare una pianta storica capitolina. Sempre lo stampatore ha scelto i collaboratori per quell’impresa: l’artista Riccardo Tommasi Ferroni, che ha realizzato i disegni originali, e

Nato a Portici, Napoli, il 31 gennaio del 1943, Antonio Sannino si forma all’istituto arti grafiche Masi, dove apprende sia le tecniche di stampa calcografica che quelle finalizzate alla salvaguardia e al restauro delle matrici incise. Diventato capotecnico calcografico dell’Istituto nazionale della grafica di Roma – dove lavora da anni – inizia a collaborare con artisti contemporanei di rilievo. Occupatosi anche di fotoincisioni per importanti stampe antiche, è ormai prossimo alla pensione ed è divenuto negli anni punto di riferimento per consulenze e valutazioni tecniche.

gli incisori Patrizio Di Sciullo e Giuseppe Greco, che hanno tradotto graficamente il suo operato. Sannino vanta collaborazioni con artisti internazionali e ricorda in primis Paolo Canevari che, per la mostra Decalogo, ha voluto lasciare, come altri, qualche opera in calcografia. Uno dei progetti a cui sta lavorando è la collaborazione con gli architetti Matteo Porrino e Alessandro Anselmi e altri giovani laureati. Inoltre è sempre attivo il progetto Arte e scuola, per cui ha insegnato ai bambini delle elementari e dal quale è nato un libretto con le realizzazioni dei piccoli. Ben contento dell’iniziativa dei torchi ottocenteschi, il maestro vorrebbe però vedere la stamperia riempirsi di giovani allievi dediti al lavoro. E conclude: «Non ho intenzione di abbandonare questo mestiere. Continuerò a lavorare nel mio studio privato. Non credo che la mia si possa considerare una pensione vera e propria». 

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L’iniziativa Torchi in prestito per rilanciare l’Ing Con orgoglio Serenita Papaldo, direttrice dell’Istituto nazionale per la grafica, ha annunciato un’iniziativa per rilanciare la calcografia. Da sempre utilizzati all’interno del reparto omonimo, i torchi ottocenteschi verranno prestati a importanti artisti italiani e no, con lo scopo di fornire loro un nuovo modo di fare arte. Già in questi anni alcuni artisti si sono affidati alle mani esperte di Sannino e altri calcografi per realizzare stampe delle loro opere. Da oggi sarà l’istituto stesso a ricercare e valutare personalità interessanti a cui proporre collaborazioni in cui si potranno utilizzare presse, torchi e macchine di immenso valore storico. L’intento è quello di mostrare non solo il ruolo museale-conservativo della calcografia ma rinforzarne quello produttivo. Info: www.grafica.arti.beniculturali.it.

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codex ANDREAS CELLARIUS

L’ORIGINE DELL’UNIVERSO Il capolavoro del cartografo tedesco rivive nel progetto Editalia di Floriana Minà na grande visione dei cieli, l’apice artistico raggiunto dalla cartografia celeste nel XVII secolo, l’Atlas coelestis seu harmonia macrocosmica di Andreas Cellarius, viene proposta da Editalia Gruppo Istituto poligrafico e Zecca dello stato nella collana Cartografia celeste con una una selezione delle sue più spettacolari tavole, riprodotte in facsimile dall’esemplare conservato presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma, edito ad Amsterdam da Jan Jansson nel1661. Le acquerellature d’epoca, oltre a rendere questa copia un unicum, esaltano la straordinaria valenza estetica delle tavole. Gli atlanti celesti rappre-

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sentano le più belle opere scientifiche mai date alle stampe, e quello di Andreas Cellarius (nato nel 1595 e morto nel 1665) è senza dubbio riconosciuto come una pietra miliare dell’iconografia celeste il cui successo, sancito già dai contemporanei, perdura nei secoli. L’Atlas coelestis è soprattutto un prezioso compendio storico in cui le illustrazioni, accompagnate da un trattato in latino, tramandano a un tempo la storia del progresso scientifico in campo astronomico e, nella loro visionaria spettacolarità barocca, lo stupore e la fascinazione del cosmo che l’uomo subisce fin dai primordi della vita. La geografia celeste ancora per molto tempo dopo Cellarius visse della necessità di essere rappresentata attraverso l’esattezza scientifica della geometria e allo stesso tempo del desiderio di leggere


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L’atlante Tre serie per quattro carte Le tavole in facsimile (51 x 59 cm) sono suddivise in tre serie di quattro carte ciascuna che rappresentano i tre temi principali dell’Atlas. La prima serie è dedicata alle tavole scenografiche delle costellazioni: le costellazioni degli emisferi australe e boreale sono rappresentate in quattro spericolate visioni in cui per la prima volta la sfera della terra viene vista attraverso l’immaginifico mondo zodiacale che popola la sfera del cielo. La seconda serie affronta il sistema cosmologico tolemaico: le quattro tavole riassumono l’ipotesi geocentrica dell’astronomo greco, secondo cui la terra occupa il centro dell’universo mentre gli altri corpi le ruotano intorno seguendo orbite concentriche. I sistemi cosmologici di Copernico e Tycho Brahe popolano infine le carte della terza serie: il rivoluzionario sistema eliocentrico di Copernico e quello di compromesso con il pensiero della chiesa elaborato da Tycho Brahe sono raffigurati ciascuno in due tavole. Attorno alle rappresentazioni principali, negli angoli delle tavole si profila un mondo vivace di personaggi storici e mitologici, personificazioni e putti, globi e strumenti scientifici come fili a piombo, compassi, telescopi. Le carte sono stampate in facsimile su carta speciale per riproduzioni d’arte, con nove colori e con passaggio d’oro a caldo. Realizzate nell’Officina carte e valori dell’Istituto poligrafico e Zecca dello stato sono numerate e certificate. La tiratura è limitata a 999 esemplari certificati.

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quelle forme attraverso le immagini della cultura, del mito e della religione. L’opera nasce nella fiorente e specializzata officina tipografica degli olandesi Jansson e fa parte di un grandioso progetto che Jan Jansson (15881664) diede alle stampe a partire dal 1647 con il titolo di Novus atlas. L’Harmonia macrocosmica fu pubblicata in prima edizione nel 1660 dallo stesso stampatore. La seconda edizione, in realtà una ristampa della prima, seguì l’anno successivo, a indicare il successo dell’ope-

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ra. Una più tarda, datata 1708 e ristretta alle sole tavole, venne stampata da Gerard Valk e Petrus Schenk sempre a Amsterdam. Il XVII secolo in Olanda è il secolo d’oro della cartografia, dell’incisione, delle conquiste geografiche di nuove porzioni di mondo e di conseguenza di cielo. L’astronomia si accompagna ancora all’astrologia, ma Galilei ha già pubblicato le sue opere frutto dell’osservazione con il telescopio, il nuovo stru-


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Nella pagina accanto: scenografie delle orbite dei pianeti che circondano la Terra In questa pagina, in alto: scenografie della struttura del mondo secondo Brahe L’emisfero stellato boreale e la luminosità dei corpi celesti tavole dell’Atlas coelestis di Andreas Cellarius realizzate in facsimile da Editalia

mento che spinge l’occhio dell’uomo oltre le sue naturali possibilità e, sebbene egli stesso dovette abiurare le sue teorie, ormai la moderna scienza era nata. Cellarius, nato in Germania, partecipa appieno di questo fervido clima culturale poiché si trasferisce, dopo gli studi a Heidelberg, proprio in Olanda come rettore della Scuola latina. Qui pubblica un trattato di scienza militare, l’Architectura militaris, per i tipi di Jodocus Jansson e il Regni Poloniae, una

descrizione della Polonia edito da Valckenier. Nel frattempo, già dal 1647 lavora al suo capolavoro, un progetto che secondo le intenzioni dell’autore sarebbe dovuto constare di due volumi. Il secondo, che avrebbe dovuto approfondire i sistemi di Copernico e Brahe e le nuove scoperte galileiane, non vide mai la luce. Dedicatosi ai cieli per buona parte della sua vita, un asteroide scoperto nel 1960, il numero 12.618, porta oggi il suo nome. 

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libri di pregio PORTI ANTICHI DI ROMA

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Quella Roma marinara Un volume ridisegna il vivace panorama portuale scomparso nel XIX secolo con gli interventi dei piemontesi di Lori Adragna

Che cosa sappiamo del fiume Tevere e degli eventi che nelle epoche più antiche lo hanno visto protagonista? Storici e poeti come Virgilio, Orazio, Ovidio, ci hanno narrato di fatti d’armi e di feste lungo le sue rive, dell’animazione commerciale nei porti piccoli e grandi, delle imbarcazioni che ne seguivano la corrente, delle sue isole e dei lavori idraulici per migliorarne il corso. Eppure, nonostante la ricchezza di storia e di documentazione, uno degli aspetti caduti nell’oblio del panorama della città, sia antica che moderna, è proprio quello fluviale e dei porti. Le ragioni stanno non solo nel mutamento delle vie commerciali ma, soprattutto, negli interventi urbanistici promossi alla fine del XIX secolo dai piemontesi che, con l’erezione dei muraglioni per proteggere la città dalle inondazioni, ne hanno completamente trasformato il volto. Porti antichi di Roma, l’ultima novità editoriale di Editalia, Gruppo istituto poligrafico e

Zecca dello stato, rifà luce sullo storico vincolo che lega la città e quella via d’acqua. Fin dalla nascita di Roma, infatti, il Tevere ne è stato l’anima, la ragione dell’esistenza. Come sottolinea la leggenda di fondazione: Romolo e Remo abbandonati in una cesta nella corrente soccorsi dal dio fluviale, Tiber, appunto. L’immagine allegorica, nella straordinaria interpretazione dell’affresco settecentesco di Tommaso Gherardini, è proposta in apertura del volume. La personificazione del fiume, semidisteso e appoggiato a un’anfora, con i vari attributi quali un ramo frondoso, la cornucopia, il remo e la prua di una nave, allude alla prosperità della città eterna, dovuta nel passato proprio al Tevere e alla sua navigabilità. Frutto di un’appassionata e attenta ricerca documentaria, Porti antichi di Roma rievoca luoghi e fatti ormai ignorati, o noti solo a studiosi e archeologi. Ridefinisce le vicende storiche e costruttive dei porti

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Ettore Roesler Franz Barche di pescatori a Ponte Rotto prima del 1883 Nella pagina successiva: Alessandro Specchi Prospetto del nuovo navale di Ripetta e sue fasi costruttive, 1704

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Il volume Circa 130 illustrazioni, tiratura limitata a 1.999 esemplari Porti antichi di Roma è a cura di Alberto Lombardo, con presentazione di Simonetta Prosperi Valenti Rodinò. Il volume è di grande formato, cm 29,5 x 39, con 130 illustrazioni in bianco e nero e a colori e con tre tavole fuori testo. Le 252 pagine sono stampate su carta speciale. La rilegatura è in pelle pregiata con copertina a sbalzo, borchie in bronzo sul retro, dorso con nervature e impressioni in oro. La custodia è in pelle con specchiatura. La tiratura è di 1.999 esemplari numerati. A corredo una stampa di formato cm 70 x 133 che rappresenta il Prospetto del nuovo navale di Ripetta tratta da un’acquaforte di Alessandro Specchi del 1704 riprodotta su carta pregiata.

tiberini, per la maggior parte distrutti; ricrea la vita quotidiana che vi orbitava intorno, con usanze e costumi tratti da cronache del tempo. Senza dimenticare che Roma antica fu anche una potenza marinara: grazie al dominio sul Mediterraneo, attraverso lo sbocco offerto dal Tevere, l’urbe poté realizzare quel processo di unificazione culturale e politica che la elesse a capitale del grande impero. Piante prospettiche, documenti e vedute illustrano efficacemente questo aspetto nel volume, ridisegnando le sembianze del vero porto di Roma antica, quello di Ostia Tiberina, eretto per volere del re di origine sabina Anco Marzio e ampliato poi dagli imperatori Claudio e da Traiano. Il ricco e prezioso corredo iconografico di Porti antichi di Roma si avvale, inoltre, di incisioni a bulino e all’acquaforte realizzate dal XVI al XIX secolo: opere di grandi interpreti del paesaggio romano, italiani e stranieri, quali

Marco Sadeler, Etienne Dupérac, Nicolas Beatrizet, Israël Silvestre, Giovan Battista Falda, Giuseppe Vasi, Alessandro Specchi, Giovan Battista Piranesi, Luigi Rossini. E ancora, risaltano le tele di Gaspar Van Wittel e gli acquerelli di Roesler Franz. Testimonianze di uno storico mutamento riemergono pagina dopo pagina. In un immaginario viaggio nel tempo, affascinanti scorci del paesaggio fluviale romano, ormai scomparsi, ci mostrano la fisionomia della città prima dei radicali interventi urbanistici: dalle aree sulle sponde del Tevere, nella zona di Trastevere, continuando per il Ghetto, fino ai porti di Ripetta e di Ripa Grande. Ammirando questo splendido repertorio illustrativo si ha la sensazione di penetrare in quella Roma sparita, di respirarne l’umidità delle antiche mura, di scorgere nel cielo terso, sullo sfondo di Castel Sant’Angelo, uno sbuffo di fumo: è il battello a vapore che risale il Tevere. 

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multipli d’arte MARIO FERRANTE

SAPORI DEL MIO BRASILE Due nuove serigrafie per il sodalizio dell’artista romano con Editalia di Maria Cristina Giusti

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ontinua la proficua collaborazione tra Mario Ferrante ed Editalia con due nuove serigrafie. L’artista, nato a Roma nel 1957, si è trasferito da bambino in Brasile per tornare in Italia ragazzo. Una nota biografica importante che segnerà una produzione intrisa dei colori e dei ritmi della sua giovinezza. Un amore per il paese sudamericano mai estinto e alimentato da numerosi viaggi. Ed è infatti dopo un recente soggiorno in Brasile che nascono i due lavori da cui sono tratte le nuove serigrafie. In Non c’è samba il mercoledì delle ceneri Ferrante ci propone una vista dall’alto di Rochinha, la più grande favela di Rio de Janeiro. A mãe menininha (la madre bambina) è invece il ritratto di una giovane prostituta che tra i banchetti del cocco lungo la spiaggia di Ipanema attende il prossimo cliente. Di quest’ultimo dipinto l’artista parla con affetto, ricordando la bellezza fanciullesca di una donna ancora bambina. Ciascuna opera nasce infatti da un’esperienza personale: ogni paesaggio, ritratto, è stato vissuto, assaporato, fatto proprio e riportato in forma pittorica. Le due serigrafie materiche tratte dai dipinti ne restituiscono fedelmente l’energia del tratto e del colore. Ciò grazie anche al fatto che l’artista usa intervenire direttamente sulle stampe, dando degli ultimi tocchi di colore a spatola. Un’operazione fortemente voluta da Ferrante, con la quale sottolineare il valore non solo tangibile del multiplo di alta qualità e il rilievo sociale dell’oggetto, via d’accesso al collezionismo d’arte.

Sopra: Mario Ferrante, A mãe menininha, 2008 Sotto: Non c’è samba il mercoledì delle ceneri, 2008


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comunicare ad arte ART FOR BUSINESS

SE L’IMPRESA FA CULTURA A Milano il secondo incontro sul rapporto tra economia e arti di Silvia Moretti

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o scorso novembre, per il secondo anno consecutivo, si è svolto nell’area Bicocca (Headquarter Pirelli Re, Deutsche bank, Hangar Bicocca, università Bicocca) Art for business, l’appuntamento dedicato al rapporto tra arte e imprese, da un’idea di Valeria Cantoni e Trivioquadrivio. Seminari, letture, workshop, serate d’arte sono stati punti di partenza per riflettere sullo sviluppo di una collaborazione proficua tra economia e arti, profitto e forma. In tre giornate (13, 14, 15 novembre) grandi nomi dall’una e dall’altra parte hanno dibattuto sui legami tra cultura e imprese: Colin Tweedy, Julie Peeler, Alessandro

Bergonzoni, tra i relatori, ma anche Valeria Monti, Pier Luigi Celli, Gianluca Winkler, Philippe Daverio, Severino Salvemini, Carlo Puri Negri e Marco De Guzzis, a dare lustro e credibilità all’evento. A tutti gli effetti si è trattato di un concreto dibattito tra due mondi solo apparentemente distinti e oggi invece sempre più vicini, supportato da riflessioni e nuovi punti di vista sugli scenari futuri del sodalizio tra arte e realtà produttiva. Molte le questioni affrontate nei diversi seminari, incentrati sull’apporto dell’arte al settore manageriale e produttivo. Idee innovative sui contemporanei modelli di scambio, tavole rotonde sull’arte come strumento di valorizzazione del marchio, prospettive sugli odierni mecenati, sul ruolo delle imprese nello sviluppo del settore culturale e il ruolo della cultura nella formazione manageriale.

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Da sinistra: Valeria Cantoni organizzatrice del forum con l’ad di Pirelli Re Carlo Puri Negri e Francesco Micheli l’ad di Editalia Marco De Guzzis con la semiologa Giulia Ceriani e Alessandro Bergonzoni

Quindi, il concetto alla base del forum è che non solo le imprese possono “sostenere” il sistema dell’arte con nuove forme di mecenatismo, ma arte e cultura possono garantire un vantaggio competitivo alle imprese nell’ambito della formazione, della comunicazione, della definizione di strategie innovative. Va oltre il filosofo Carlo Sini: «Un tempo segno di progresso, oggi la separazione dei due ambiti delle scienze umane e di quelle esatte è sbagliata perché si ispira al modello americano che mortifica il lavoro e il lavoratore. Va bene l’azienda che ospita l’opera d’arte nei suoi locali, o la banca che si fa sponsor di mostre, ma meglio ancora sarebbe valorizzare come arte il lavoro stesso dell’impiegato». O, come vorrebbe Paolo Fabbri, inventare un sistema di mediazione tra operatori manageriali e artisti al fine di costituire

una catena continua e stretta tra organizzazione d’impresa e sistema d’arte. Pirelli Re, Unicredit, Enel, Editalia, Deutsche bank: sono molte le aziende che contribuiscono in vari modi alla crescita e alla promozione dell’arte contemporanea nazionale, ma queste collaborazioni non sono le uniche soluzioni, in realtà rappresentano solo un volto della questione. Una questione che di facce ne ha davvero molte. Art for business ha cercato di fare il punto della situazione e di piantare qualche seme. Nell’ottica di una società futura pronta, in misura maggiore rispetto alla passata e all’attuale, all’umanizzazione e alla demeccanizzazione della produzione: che la creatività sia uno strumento di lavoro per l’uomo, non solo un obiettivo. Per maggiori informazioni: www.artforbusiness.it. 

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L di Cecilia Sica

De Guzzis al workshop Editalia: l’arte fa riflettere sui valori aziendali

La seconda edizione di Art for business forum che si è tenuta a Milano lo scorso novembre è stata l’occasione per la presentazione dei casi più significativi di collaborazione fra arte e impresa. Nei tre giorni del forum organizzato da Trivioquadrivio, imprenditori, artisti, filosofi, curatori, direttori di musei e istituzioni si sono confrontati sul tema della crescita e dello sviluppo di un nuovo modello di rapporto fra arte e impresa. Al ruolo dell’arte come strumento di veicolazione di valori aziendali all’interno e all’esterno delle aziende, è stata dedicata una sessione formativa organizzata da Editalia. L’ad Marco De Guzzis ci racconta come è andata. Perché Editalia ha deciso di partecipare ad Art for business? «L’azienda realizza da decenni libri d’artista e di pregio, grafiche, multipli e medaglie d’arte destinate a collezionisti privati, ha così sviluppato un patrimonio di capacità artistiche e artigianali e una padronanza dei linguaggi dell’arte di assoluto rilievo. Da alcuni anni abbiamo messo questo saper fare nel mondo dell’arte e dei mestieri dell’arte a disposizione di imprese ed istituzioni, per realizzare progetti di comunicazione. Penso a Ferrari, Mediolanum, Agenzia del demanio, Guardia di finanza, Fideuram, Unesco, Kraft ed altre importanti realtà. Di conseguenza i temi del forum sono temi che ci appartengono, potevamo portare una testimonianza concreta». Ma ad Art for business avete anche gestito il workshop “Comunicare la cultura d’impresa: identità, storia e valori”, in cui l’arte svolge soprattutto un ruolo formativo. «Ogni progetto di comunicazione attraverso l’arte comporta una riflessione non convenzionale sia sul “come” sia sul “cosa” comunicare. In questo la componente formativa è presente in modo implicito ma evidente. L’arte può consentire a imprenditori e manager di riflettere in modo innovativo e concreto sui valori distintivi dell’impresa, sulla missione che si danno, sul come e a chi comunicare tutto ciò. Questa riflessione è a tutti gli effetti un momento formativo e il workshop è una modalità per renderlo esplicito anche grazie alla collaborazione di Trivioquadrivio». Nello specifico in cosa consisteva il workshop? «L’idea era quella di un momento formativo in cui i manager erano assoluti protagonisti, affrontando un tema molto concreto ma liberi dalle convenzioni culturali e linguistiche del mondo manageriale. Supportati da un formatore e da un artista si sono confrontati sul tema dei valori delle singole imprese di appartenenza e hanno cercato concretamente di esprimere la loro visione attraverso una tecnica d’arte, nello specifico un’acquaforte, incidendo una lastra con il bulino. Gli è stato chiesto, in pratica, di fare uno sforzo di sintesi e di astrazione – doti fondamentali ma rare nel mondo manageriale – per raffigurare la loro visione attraverso una tecnica utilizzata dai più importanti artisti, con l’aiuto da un maestro artigiano. Le opere così realizzate saranno raccolte in un libro d’artista a tiratura limitata, che rappresenterà la base per ulteriori momenti di confronto e formazione tra i manager che lo hanno realizzato o potrà essere utilizzato per divulgarne i contenuti in un circuito più ampio». Che reazioni hanno avuto i manager di fronte alla richiesta di realizzare un’incisione con bulino e lastra? «Sorprendente. Nessun imbarazzo, nessuna chiusura ma un grande desiderio di esprimersi e misurarsi. Del resto credo che manager e artisti abbiano in comune più di quanto si pensi. Si confrontano con il presente, risentono della cultura cui appartengono e pensano al futuro ma arriva per entrambi il momento cruciale della solitudine e della scelta. L’artista di fronte alla tela ancora bianca, il manager di fronte alla decisione da prendere. In quell’attimo di solitudine creativa è la componente di libertà ma anche e soprattutto di responsabilità che artista  e manager hanno in comune».

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INSIEME PER CRESCERE

ELEMENTI DEL PERCORSO D’IDENTITÀ

ETCÌ

AFFIDABILITÀ

L’ETERNO RITORNO

GIVING EMOTIONS

SOLIDAMENTE LEGGERO

SENZA TITOLO

IL CUORE DELLA RICERCA

LA MIA AZIENDA IN SIMBOLI

Il libro Manager incisori Al termine del workshop Comunicare la cultura d’impresa: identità storia e valori, i manager partecipanti al laboratorio hanno consegnato le lastre incise con l’intento di dare forma visiva ai valori percepiti delle loro aziende. Le lastre sono state stampate all’acquaforte nel laboratorio fiorentino di Franco Pistelli, e le stampe, virate nei colori prescelti dagli autori, sono state assemblate artigianalmente in un libro a nastro, un leporello, con copertina impressa all’acquaforte che simula la stampa a secco, e i testi introduttivi di Marco De Guzzis, ad Editalia, e Valeria Cantoni ad Trivioquadrivio stampati in serigrafia. L’opera firmata in originale dai partecipanti al workshop è stata realizzata in 33 esemplari numerati.

Le incisioni all’acquaforte realizzate dai partecipanti al workshop Editalia


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a regola d’arte

SYMBOLA

Il segretario generale Renzi: «Il 2009 sarà dedicato a rafforzare le attività che stanno al centro della fondazione» di Marilisa Rizzitelli

NUOVE IDEE

per la qualità


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Sono passati cinque anni. Centotrentacinque realtà imprenditoriali, associative e istituzionali,« tra cui Editalia, convinte che qualità sia il termine che meglio caratterizza il nostro paese, possono vantare un’alleanza con la loro adesione a Symbola. Tra i promotori della fondazione per le qualità italiane ci sono nomi di spicco provenienti da esperienze diverse come Fabio Renzi (nella foto), il cinquantenne che sin dalla prima ora ricopre la carica di segretario generale. Conoscitore di diverse realtà territoriali italiane e impegnato da sempre nello sviluppo locale, Renzi ha la responsabilità di elaborare e attuare gli indirizzi politico-culturali della fondazione. Gli chiediamo quale sarà il programma di attività di Symbola per il 2009. «Per alimentare la fiducia nel futuro Symbola avverte l’urgenza di far conoscere quell’Italia di successo che opera tutti i giorni, capace di distinguersi a livello internazionale nella ricerca, nella cultura e nell’economia. Il 2009 sarà dedicato a rafforzare le attività che oggi rappresentano il cuore della nostra azione. La Campionaria delle qualità italiane, che ha l’ambizione di diventare la grande esposizione dell’Italia delle qualità. Poi il Prodotto interno qualità (Piq), lo strumento con cui valuteremo l’evoluzione della qualità nel paese, misurabile in termini monetari e, quindi, comparabile con gli aggregati settoriali e di spesa pubblica, complementare al Pil. E ancora il seminario estivo, un momento di riflessione a partire dalle tante esperienze diffuse sul territorio e la Banca delle qualità italiane (Bqi), cuore della fondazione. Una banca dati nella quale vengono raccolte, analizzate e raccontate le tante esperienze italiane, sia a livello territoriale che di settore. Implementeremo poi gli strumenti d’indagine e di comunicazione, con il rinnovamento del sito internet e con l’invio di una newsletter. Inoltre redigeremo il Bilancio di missione con l’intento di rendere più chiaro il nostro operato e l’entità dei risultatati, spesso non direttamente monetizzabili e quindi non rintracciabili in un bilancio tradizionale». La compagine associativa della fondazione è cresciuta: quali sono le novità e le personalità che avete coinvolto nel progetto per le qualità italiane? «Nell’assemblea annuale dello scorso dicembre si è insediato il nuovo presidente del Forum, cioè dell’insieme delle organizzazioni associate, l’avvocato Giuseppe Mussari, a capo del Monte dei paschi di Siena. Inoltre, per dare maggiore efficacia alle nostre idee e contare su gambe più forti, sono stati nominati cinque nuovi membri nel comitato promotore e tre nel comitato scientifico. I nuovi promotori sono Franco Cologni, presidente dell’omonima fondazione attiva nella difesa dei mestieri d’arte a rischio scomparsa; Marco Caprai, amministratore delegato dell’azienda cantine Arnaldo Caprai e guru del Sagrantino di Montefalco; Marina Cvetic, titolare dell’azienda vinicola Gianni Masciarelli, società che importa e distribuisce vini di eccellenza in Italia e all’estero, fino agli Stati Uniti; Arturo Malagoli, fondatore e titolare della società Raggio verde, unica in Europa a lavorare la carta da canapa e Alessandro Paciello, presidente della società di comunicazione Aida Partners, Ogilvy pr. Mentre nel comitato scientifico sono stati nominati Catia Bastioli, tra i massimi esperti mondiali nelle risorse rinnovabili di origine agricola; Mario Cucinella, architetto di fama mondiale e Riccardo Galli, personalità di rilievo nel mondo della ricerca e dell’innovazione». Dal 7 al 10 maggio si terrà a Milano la Campionaria delle qualità italiane. Aspettative? «La prima edizione del 2007 ha confermato l’intuizione di dar vita a una manifestazione finalizzata a rappresentare le diverse espressioni della qualità italiana e a comunicare il patrimonio di valori che ne costituisce il fondamentale presupposto etico e culturale. La manifestazione ha già ottenuto i patrocini della Presidenza del consiglio, dei ministeri degli Affari esteri e dell’Ambiente, di Unioncamere, dell’Upi, della Federparchi e dell’Aiab. In vista dell’Expo 2015 intendiamo offrire la più completa e suggestiva rappresentazione delle qualità italiane: dalle produzioni manifatturiere e artigianali a quelle industriali di punta, dalla ricerca al marketing territoriale, dall’architettura e dal design al turismo, dalle nuove tecnologie alle eccellenze agroalimentari, dalle produzioni culturali e dall’informazione alla moda, dai servizi territoriali ai distretti. Un universo di esperienze e realtà che traggono forza e ispirazione dai territori, dal loro patrimonio di abilità e saperi, dalla coesione sociale e dalla valorizzazione delle risorse ambientali e storico-culturali».

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i mestieri dell’arte BRUNO SUPERTI

L’ARTIGIANO che lega il bello Il maestro legatore: «Un lavoro difficile, ogni prodotto è una storia a sé» di Claudia Quintieri

Il legatore

Editoria per vocazione Bruno Superti è nato nel 1946 a Sesto San Giovanni, vicino Milano. Ha cominciato a occuparsi di editoria fin dal 1963, poco meno che ventenne. Nel 1987 è entrato in Editalia e per otto anni ne è stato responsabile editoriale. Nel 1994, dopo aver accumulato un imponente bagaglio di esperienza nel campo, crea un’azienda di legatoria artigianale a Todi, dove vive e lavora. Collabora con Editalia e con altri editori per cui cura varie edizioni.

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Q Sotto: il bozzetto di Gianluca Muratore per la copertina del volume Porti antichi di Roma Nella pagina precedente: due prodotti Editalia realizzati da Bruno Superti e, in basso, un’immagine del legatore al lavoro

Quando il mestiere incontra l’arte nascono dei capolavori. A volte discreti, a volte eclatanti. È il caso di Bruno Superti, legatore che vive e lavora a Todi. Uomo di grande esperienza, si è formato all’interno di Editalia. Sperimentando il suo talento in questo contesto, ha scoperto la passione per la legatoria ed ha approfondito il suo bagaglio tecnico fino a far diventare la legatoria il suo principale lavoro. Ed è proprio la passione che contraddistingue il suo operato. Mancando una scuola e un percorso ufficiali, ha forgiato al mestiere molti giovani, anch’essi appassionati, sia nella propria azienda che all’esterno. Spera così di tramandare la sua esperienza e di preservare un lavoro prezioso e raro. Superti collabora da tempo con Editalia, ma anche con altri editori. Per loro cura tutti i passaggi necessari per giungere al prodotto finito. La produzione di ogni libro parte dalla progettazione, come dichiara lo stesso Superti: «Premesso che i rapporti con i clienti sono di amicizia, decidiamo insieme quali materiali utilizzare, come fare gli sbalzi, le incisioni a seconda del prodotto che si vuole realizzare». Poi c’è un secondo passaggio: «L’editore stampa il progetto e ci manda il materiale. Infine io e i miei collaboratori interveniamo con la rilegatura. E una volta raccolto il volume, lo si può cucire a mano o con delle vecchissime macchine ormai fuori produzione da quaranta, cinquant’anni. Nel secondo caso, si può cucire a macchina una segnatura per volta. Ma per la maggior parte – aggiunge il legatore – sono tutte operazioni manuali, perché il formato dei volumi non consente l’utilizzo di macchinari: i formati che trattiamo sono dai quaranta centimetri in su, mentre quelli normali hanno un’altezza di 33, 34 centimetri». La preziosità del prodotto dipende anche dai materiali usati. «Principalmente – continua – utilizziamo pelli di vario tipo che possono andare dal visone al vitello alla pergamena, fino al marocchino. A volte poi utilizziamo materiali diversi come la seta o il velluto di seta per certe copertine di codici, ma comunque la pelle resta il materiale più frequente». Quello di legatore è un mestiere difficile, assicura Superti: «Lavoriamo con metodi assolutamente artigianali, appunto con pelle, legno, carta. Realizzando mille copie di una tiratura, o cinquecento, si possono creare problemi contingenti che bisogna risolvere. In questo lavoro non si ha mai una regola nonostante si cerchi di dare un ordine standardizzato». E conclude: «Il bello di questo lavoro è proprio che non c’è un prodotto uguale all’altro e non c’è, all’interno dello stesso prodotto, una copia uguale all’altra». 

Lo scultore

Prototipista per Editalia Gianluca Muratore nasce a Roma l’8 ottobre ‘74. Vive e lavora fra Vetralla e Roma dove ha studiato Belle arti. Finiti gli studi è entrato come studente alla Zecca di Stato nella Scuola dell’arte della medaglia, dove è rimasto per cinque anni. In seguito, sempre nella stessa scuola, è stato assistente del professor Enzo Rosato in progettazione tridimensionale e formatura. Collabora con Editalia per cui fa il prototipista di oggetti d’arte. È scultore e restauratore e sta completando il restauro di alcune parti di San Silvestro e San Giovanni a Porta Latina in Roma.


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il motore dell’arte CANTINE FERRARI

I capolavori con le bollicine più famose d’Italia L’ad Lunelli: «L’arte ci aiuta a trasmettere i valori del marchio» di Alessio De Grano

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l marchio è fra i più conosciuti in Italia e nel mondo e ha fatto dell’eccellenza e del prestigio la base del proprio successo. Cantine Ferrari è da oltre un secolo un’azienda che produce spumante con metodo classico e fa capo dal 1952 al gruppo Lunelli. A partire dagli anni Ottanta la nuova proprietà ha affiancato alle classiche bollicine altri prodotti, come grappe e vini fermi, che condividono i valori di fondo del gruppo per costituire quello che è oggi un gruppo dell’eccellenza del bere. Questa continua ricerca della qualità ha da sempre caratterizzato le cantine Ferrari, contagiandone anche la sensibilità e quindi l’attenzione al mondo della cultura e dell’arte. Da sempre l’azienda sostiene e accompagna i momenti più importanti del mondo istituzionale e della cultura, dello spettacolo e dello sport. Matteo Lunelli, amministratore delegato di Lunelli Spa, racconta la passione del gruppo per le arti antiche e contemporanee e spiega come questa si lega alla vita del prodotto. Attraverso quali strumenti il suo gruppo sostiene l’arte? «In tanti modi, così come deve esprimersi il mecenatismo inteso in senso lato. Ovvero affiancando gli artisti, sostenendoli, sponsorizzando le loro mostre, acquistando le loro opere, proponendole poi agli occhi di tutti e

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anche restaurando opere d’arte del passato per restituire loro l’originale fisionomia. L’arte è presente a più livelli nella nostra comunicazione aziendale ed è uno strumento importante per trasmettere i valori del marchio Ferrari. È una propensione che affonda le sue radici negli oltre cento anni di storia della cantina, voluta nel 1902 da Giulio Ferrari. Il fondatore riteneva che ciascuna bottiglia che uscisse dalla cantina, per meritare il suo nome in etichetta, dovesse essere un episodio unico, a suo modo una piccola opera d’arte. Per raccontare al mondo le sue meravigliose bollicine Ferrari chiese a uno dei grandi maestri della nascente arte del manifesto, Marcello Dudovich, di interpretarne l’anima. Il risultato fu un’opera che ancora adesso fa parte della nostra “corporate identity”. E questa è storia di ieri». E la storia di oggi, invece? «Basta una visita alle nostre cantine, tra le più grandi al mondo per le più nobili delle bollicine, per rendersi conto come si esprima il sostegno al mondo dell’arte. Perché il nostro quartier generale è anche un museo che strappa ammirazione alle decine di migliaia di visitatori che ogni anno sono nostri ospiti. Si inizia all’aperto, giusto accanto all’ingresso: qui tra gli zampilli dell’acqua nella bella stagione e sotto una coperta di gelo d’inverno, sorride una delle più belle opere di Arnaldo


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Il manager Dal gruppo di famiglia a Confindustria Matteo Bruno Lunelli, classe 1974, è amministratore delegato di Lunelli Spa, la holding del gruppo alla quale fanno capo le cantine Ferrari. Ricopre inoltre la carica di vicepresidente operativo di Ferrari fratelli Lunelli Spa e di amministratore delegato della Surgiva Spa. È anche consigliere di amministrazione della Coster tecnologie speciali. Bocconiano, sposato con due figli, appassionato di sci, nautica e fotografia, Lunelli prima di entrare nel gruppo di famiglia ha maturato un’esperienza internazionale lavorando, per cinque anni, in un team di consulenza finanziaria e gestione patrimoniale della banca d’affari americana Goldman Sachs, a Zurigo, a New York e a Londra. È consigliere di Advanced capital Sgr, una delle più importanti realtà attive in Italia nel settore degli investimenti alternativi e specializzata nella gestione di fondi di private equity. Attivo in Confindustria, ha ricoperto il ruolo di vicepresidente dei giovani industriali di Trento dal 2005 al 2008 ed è membro del direttivo di Confindustria Trento.

Pomodoro, Centenarium. Una scultura che, secondo il maestro, rappresenta lo slancio verso l’alto e la gioia che l’apertura di una bottiglia di Ferrari fa scaturire. Entrando si scopre un’altra scultura, ancora più monumentale, i Dischi nello spazio di Umberto Mastroianni. Le fa corona una sequenza di bottiglie Ferrari firmate dai tanti bei nomi di quella pop art che negli anni Ottanta e Novanta ha svelato al mondo un piccolo esercito di pittori poi consacrati come maestri: Ugo Nespolo, Pablo Echaurren, Mimmo Rotella, Alighiero Boetti, Joaquim Falcò, Marco Lodola per dire qualche nome. A loro è stato infatti chiesto di reinterpretare una bottiglia di Ferrari. Si è creata così una collezione presentata per la prima volta nel 1992 in una mostra organizzata da Bianca Pilat. Iniziativa, questa, scaturita dal fatto che è stato proprio il maestro della pop art, Andy Warhol, il primo a ispirarsi a Ferrari per creare un’opera d’arte, su di un piatto che viene tuttora conservato gelosamente nelle nostre cantine. Non ci siamo limitati e non ci limitiamo a un sostegno all’arte di oggi. Molti dei nostri sforzi si sono riflessi sul passato. Mi riferisco a quel capolavoro dell’architettura rinascimentale che è villa Margon, tra le più belle residenze nobiliari di tutto l’arco alpino e diventata il simbolo per la sua raffinata eleganza delle nostre bollicine. Eretto in occasione del concilio di Trento, il complesso è affrescato, all’interno

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A sinistra: Arnaldo Pomodoro Centenarium Nelle pagine precedenti: l’interno di una cantina l’amministratore delegato Matteo Lunelli e il manifesto realizzato da Marcello Dudovich per cantine Ferrari

e all’esterno, e ha un posto nella storia perché si racconta che abbia ospitato Carlo V e parecchi dei cardinali che parteciparono al concilio. Dopo un lungo lavoro di restauro, oggi villa Margon è tornata al suo antico splendore. E non ho finito: anni fa, a un’asta a Londra, abbiamo acquistato, strappandolo ai tanti stranieri che lo volevano, uno dei tesori dell’editoria secentesca, “De salubri potu dissertatio” di Francesco Scacchi, un’opera considerata tra le più preziose e significative dell’antica editoria sul vino e sull’acqua. Ma c’è di più: sosteniamo e sponsorizziamo mostre di rilievo sia locale che internazionale. L’ultima, ad esempio, è la personale di Shozo Shimamoto tenuta a Genova nei magnifici saloni di palazzo Ducale. Insomma, siamo sempre più vicini all’arte. Un quadro, una scultura trasmettono emozioni. Così come le bollicine Ferrari». Dimostrate di essere sempre molto attenti e sensibili all’arte anche nella scelta delle sedi aziendali. Come si esprime per voi la ricerca del bello e come questa si lega ai vostri prodotti? «È vero, cerchiamo il bello anche nelle location. E le nostre creazioni conoscono il battesimo o nello scenario straordinario di villa Margon o in santuari di raffinatezza e arte. Ultimamente ci siamo proposti alla grande stampa alla Triennale di Milano e in quel laboratorio di capolavori che è la fondazione Arnaldo Pomodoro. Quanto alla ricerca del bello nel prodotto, debbo rifarmi a ciò che dicevano i greci, “Kalos kai agathos”. È un concetto che resta immutato: ciò che è bello è buono e viceversa, il gusto e la bellezza sono inseparabili. Ed è la filosofia di casa Ferrari. I capolavori piccoli e grandi che i visitatori della nostra cantina ammirano sono lo specchio di ciò

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che creiamo. Siamo rimasti legati al credo del fondatore e pretendiamo che ogni nostra bottiglia sia un capolavoro, che trasmetta emozioni. E la nostra ricerca del bello comincia nel territorio e nei vigneti, piantati là dove le condizioni della natura sono giudicate ideali e addirittura coccolati perché diano uve sempre migliori». Quali sono le prossime manifestazioni che intendete appoggiare? «C’è un calendario che stiamo definendo per il 2009. Ma qualcosa si può anticipare. A Podernovo, una splendida tenuta settecentesca restituita all’originale magnificenza che abbiamo sulle colline pisane e che regala due grandi rossi, Teuto e Aliotto, ospitiamo ogni anno, nell’arco di quasi tutta l’estate, la personale di grossi nomi dell’arte italiana e proponiamo, da giugno a settembre, un ciclo di grande musica. Nell’altra tenuta che abbiamo fuori dal Trentino, in Umbria, nel cuore del territorio nel quale nascono i favolosi Montefalco e Sagrantino, a Castelbuono, sta sbocciando la prima cantina al mondo ideata da uno scultore, nel nostro caso, un grandissimo scultore, Arnaldo Pomodoro, legato a noi da una lunga amicizia. Si immagini una cupola che riprende la forma di un carapace, un richiamo, questo, all’antichissima origine dei luoghi. Sarà, per ripetere le parole di Pomodoro, “la prima scultura nella quale si vive e si crea”. Infine, qui nel Trentino vogliamo continuare a promuovere la crescita del progetto Arte Sella, un museo all’aperto che si svela in val di Sella, uno dei luoghi più belli della Valsugana e nella quale si propongono opere create utilizzando soltanto ciò che si trova nella natura». 


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riscoperte DOMENICO BRESOLIN

PIONIERE DI VEDUTE La rinascita culturale di un perfetto accademico di Raffaello Urbinati

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egli ultimi decenni alcuni eventi artistici in Italia e all’estero hanno richiamato l’attenzione sulla figura e sull’opera di Domenico Bresolin, il pittore che traghettò il paesaggio verso una nuova stagione, il pioniere della fotografia che ci ha lasciato immagini d’incomparabile suggestione della Venezia gotica prediletta da Ruskin. Ci riferiamo alle mostre: La Venezia di Domenico Bresolin; Una famiglia di artisti veneziani: Domenico Bresolin, Giovanni Salviati, Toni Soliman; Ottocento veneto, il trionfo del colore. Eventi, questi, che hanno rilanciato sul mercato l’opera del nostro artista sottraendola all’immeritato oblio in cui era scivolata in seguito alla morte: un oblio imputabile, in parte, allo stesso Bresolin. È noto, infatti, quanto egli fosse restio a firmare i propri lavori. A chi gliene chiedeva la ragione, rispondeva che un pittore che si rispetti non ha bisogno di firmare perchè la sua mano sia riconosciuta. La conseguenza fu che, dopo la sua scomparsa, smarritasi la memoria della paternità delle opere in circolazione, queste subissero le più disparate attribuzioni. Primo di cinque figli, Bresolin vide la luce a Padova il 15 dicembre 1813. I genitori erano gente umile e il fanciullo crebbe spigoloso e introverso. Domenico Bresolin morì il 23 marzo 1900 nella sua casa al n° 920 delle Zattere. Dicono che si spegnesse con queste parole: «Recate i sensi della mia devozione all’Accademia di Venezia». Perfetta conclusione della carriera di un perfetto accademico. 

Autoritratto giovanile, 1850 circa Beduino, 1841 circa

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cose dell’altro mondo ARTE NIPPONICA

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Oltre i fiori di loto Nel paese del Sol levante l’innovazione nasce dalla tradizione di Filippo Salviati*

Il 1954 segna una data epocale nello sviluppo dell’arte giapponese moderna. Fu in quell’anno infatti che a Osaka, sotto la guida di Jiro Yoshihara (1905-1972), si formò il gruppo di artisti noto come Gutai Bijutsu Kyokai, ovvero “Associazione dell’arte concreta”, i cui esponenti rivoluzionarono profondamente la scena artistica non solo giapponese ma anche internazionale grazie ad un’arte che, nelle parole del manifesto pubblicato nel 1956 nella rivista Geijutsu Shincho, «non era mai stata vista prima». Ebbero modo di accorgersi di ciò coloro che presero parte alle mostre allestite all’aperto negli anni 1955-56, quando i principali esponenti del gruppo – tra cui Saburu Murakami, Kazuo Shiraga, Shozo Shimamoto, Akira Kanayama, Michio Yoshibara e Toshio Yoshida- sconvolsero il pubblico con i loro happening artistici che anticipavano le performance divenute poi consuetudine nell’esperienza artistica mondiale degli anni successivi. Sono così passate alla storia le “lacerazioni” e le azioni pittoriche di Murakami, che si scagliava contro paraventi di carta distruggendoli con il corpo o lanciava palle intrise di colore contro le tele; i dipinti realizzati da Shiraga su grandi superfici distese in terra sulle quali l’artista passava con i piedi dopo averli immersi nel colore; o ancora le opere di Shimamoto create con pagine di giornali incollate le une sulle altre, poi dipinte e perforate, e le performance dello stesso artista che scagliava contenitori in vetro riempiti di colore contro le tele. Proprio a Shozo Shimamoto, uno dei fondatori e più attivi ispiratori del rivoluzionario movimento artistico

Gutai, discioltosi nel 1972 alla morte di Jiro Yoshihara, è dedicata la retrospettiva, curata da Achille Bonito Oliva, che si sta tenendo presso il Museo di arte contemporanea di Villa Croce, a Genova (fino all’8 marzo, www.shimamotogenova.org), e intitolata “Shōzō Shimamoto, 1950-2008”, in occasione della quale l’artista giapponese ha effettuato una delle performance pittoriche che lo hanno reso famoso sin dagli anni Cinquanta. Si ricorda spesso e giustamente, a proposito del movimento Gutai, che nei lavori dei membri fondatori sono ravvisabili alcuni elementi poi divenuti caratterizzanti la pratica artistica moderna e contemporanea, quali performance, installazioni, action painting, arte concettuale e concreta. Tutto questo è indubbiamente vero, ma rappresenta un lato della medaglia: l’altro è la profonda attenzione prestata dagli artisti del Gutai verso la propria tradizione, alla ricerca di quegli elementi atti a introdurre elementi di dirompente novità nel loro lavoro. E in questo senso niente più dell’arte Zen, in particolar modo la pittura, poteva esser presa come modello di riferimento, grazie alla forza espressiva e immediatezza deldel segno calligrafico, alla energia manifesta nella linearità delle forme tracciate, anche arditamente, con il pennello e l’inchiostro. A riprova di questo interesse dei membri del Gutai per l’arte Zen basta ricordare quanto Jiro Yoshihara ammirasse l’opera di Nakahara Nantenbo (1839-1925) una delle figure più influenti della tradizione pittorica Zen del XX secolo - non mancando di visitare più volte, insieme agli altri membri del gruppo Gutai,

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il monastero Kaisei-ji, a Nishinomiya, tra Osaka e Kobe, dove si conserva una delle opere più monumentali dello stesso Nantenbo: una serie di grandi caratteri scritti sulle sottili pareti di carta delle fusuma, o porte scorrevoli, uno degli elementi caratteristici delle abitazioni tradizionali giapponesi. Sono indubbiamente portatrici di una modernità ante-litteram le calligrafie Zen, con la loro apparente semplicità, il potere evocativo cui contribuisce anche la disposizione casuale delle macchie d’inchiostro che si accompagnano alle vigorose, energetiche pennellate e la performance costituita dalla realizzazione stessa della pittura. In questo senso, il vero anticipatore della action painting può essere considerato il monaco-pittore Huaisu, vissuto in Cina nella seconda metà dell’VIII secolo e afferente alla scuola Chan da cui deriverà lo Zen giapponese: si racconta, infatti, che Huaisu, già apprezzato quando ancora in vita per le calligrafie realizzate nello stile che lo rese celebre, il cosiddetto “corsivo selvaggio”, realizzasse alcune sue opere in stato d’ebbrezza e dopo aver intinto nell’inchiostro la lunga capigliatura, usata a mo’ di pennello! Anche la tradizione artistico-architettonica Zen offre spunti di riflessione per ricercare nel passato elementi riconducibili alle esperienze artistiche del secolo XX. Il riferimento è ai cosiddetti “giardini secchi” o senz’acqua, tra cui il più noto è senz’altro quello ospitato a Kyoto all’interno del monastero Ryoan-ji, considerato un capolavoro assoluto dell’intera arte tradizionale giapponese e designato, nel 1994, patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. La

tradizione, non corroborata comunque da elementi sufficienti, vuole che a disegnare il layout del giardino sia stato addirittura Kangaku Shinso, meglio noto come Soami (1455-1525), una delle più influenti personalità artistiche del periodo Muromachi (1392-1573) che avrebbe quindi traslato in una forma tridimensionale i principi della pittura monocroma a inchiostro della tradizione Zen: essenzialità degli elementi utilizzati all’interno della composizione e cromatismo giocato sul bilanciamento del chiaroscuro.Il giardino secco del Ryoan-ji sembra contenere in nuce i moderni concetti di opera concettuale, installazione, land art: concettuale,

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In alto: il giardino secco del monastero di Ryoan-ji a Kyoto Shozo Shimamoto Capri dreams, 2008


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Tutta l’Asia a Torino Apre il Mao, nuovo spazio per l’Oriente In uno degli edifici storici più belli di Torino ha recentemente aperto al pubblico il Museo d’arte orientale con l’intento di fornire uno sguardo a tutto tondo, seppur non esauriente, della produzione artistica dell’Asia. Indagando nella produzione si oltrepassa il concetto di arte e si approda all’antropologia culturale e all’archeologia. Lo spazio espositivo è suddiviso in cinque gallerie, ognuna delle quali corrisponde a un percorso, a una regione orientale e ai suoi capolavori. Al termine di questa visita, la consapevolezza della grande influenza che l’arte orientale ha su quella occidentale e degli stimoli provenienti da quei paesi. Mao, Museo d’arte orientale, palazzo Mazzonis, via san Domenico 9-1, Torino Info: 0114436927; www.maotorino.it. (Maria Grazia Sorce)

per tutti i richiami filosofici alla tradizione buddhista Zen che esso contiene, anche se l’elemento estetico, allusivo di armonia ed equilibrio, è imprescindibile; installazione, in quanto opera realizzata per uno specifico spazio utilizzando elementi a n ch e insoliti, la ghiaia bianca in sostituzione dell’acqua, per indurre nello spettatore una particolare esperienza (i monaci infatti siedono, in meditazione, sulla veranda prospiciente il giardino): land art in virtù dell’esclusivo utilizzo di elementi naturali. Dovremmo aggiungere anche la performance: tutte le mattine, da secoli, i monaci del Ryoan-ji effettuano una pulitura del giardino e “pettinano” la ghiaia disegnando con i tipici rastrelli utilizzati quasi come pennelli, linee dritte, curve e sinuose sulla bianca superficie. Se così considerato il giardino secco del Ryoan-ji di Kyoto è una delle opere d’arte ‘moderne’ e più durature finora mai realizzate, a fronte della eccessiva deperibilità dei materiali utilizzati nell’arte contemporanea: e i monaci che garantiscono la perpetuazione della idea di base che soggiace al giardino possono essere con-

siderati come veri e propri curatori, in senso stretto e letterale, dell’opera attribuita a Soami. L’implacabile azione del tempo viene così, quasi miracolosamente, arrestata, attraverso un continuo processo di ri-creazione dell’opera. Siamo all’opposto di quanto invece si impone alla riflessione di un’altra figura di spicco dell’arte giapponese contemporanea, l’artista-fotografa Miwa Yanagi, scelta per rappresentare il Giappone alla 53 edizione della Biennale di Venezia. Celebre per la sua serie fotografica “Elevator Girls” Mina Yanagi, nata nel 1967 a Kobe dove risiede ed insegna presso la locale Università di Design, ha continuato ad investigare l’universo femminile nell’opera “My grandmothers”, nella quale giovani ragazze di venti o trent’anni immaginano se stesse quando avranno settanta o ottanta anni d’età in ritratti fotografici dove si realizza la loro visione grazie all’opera di abili truccatori e interventi al computer sulle foto scattate. Questo accostamento tra due età estreme della vita umana, l’infanzia/adolescenza e la vecchiaia, è stato poi ulteriormente esplorato da Miwa Yanagi nella serie di fotografie in bianco e nero intitolata “Fairy tales” dove giovani modelle in particolari ambientazioni che ricordano i racconti di fiabe sono ritratte come donne anziane se non addirittura defunte. E proprio la morte, quasi a compimento logico di una riflessione che accompagna l’opera dell’artista da almeno un decennio, sarà il protagonista, sempre declinato al femminile, nella opera-installazione prevista per il padiglione giapponese e dal titolo provvisorio “Strolling party: the old young women theatre company”. *docente alla facoltà di studi orientali, università di Roma “Sapienza”

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il cammeo

Il ritorno della grazia La Madonna del cardellino di Raffaello rinasce dopo dieci anni di restauro

F di Adiem

Firenze annuncia la rinascita della Madonna del cardellino. Dopo quasi dieci anni di gestazione nell’Opificio delle Pietre dure, l’istituto per la conservazione e il restauro che il mondo ci invidia, il capolavoro di Raffaello è tornato alla luce. Per celebrare l’evento è stata allestita la mostra “L’amore, l’arte e la grazia. Raffaello: la Madonna del cardellino restaurata”, visitabile nelle sale a pianterreno del Palazzo Medici Riccardi, fino al 1 marzo. Dopo tale data il dipinto tornerà definitivamente agli Uffizi, dove avrà, forse, una nuova collocazione, più consona alla sua originaria destinazione domestica. La tavola, infatti, fu commissionata da Lorenzo Nasi, amico di Raffaello e vip della Firenze cinquecentesca, come capoletto per la sua stanza coniugale. E lì rimase dal 1506, probabile anno della consegna, al 1547 quando si spaccò in più pezzi per il crollo dell’edificio che l’ospitava. Giovanni Nasi, erede di Lorenzo, non si perse d’animo e si rivolse verosimilmente a Ridolfo del Ghirlandaio, figlio del grande Domenico. Come hanno dimostrato le indagini preliminari l’intervento di Ridolfo fu eccellente: un motivo in più, oltre all’ormai consolidata storicizzazione, per lasciarlo inalterato, come inalterata sembra la “freschezza” del dipinto, che induce la vertiginosa sensazione di un azzeramento del divario temporale quasi restituendo una contemporaneità d’antan. Qui, tra l’altro, risiede la magistralità del restauro odierno, ampiamente documentata nella sezione didattica della mostra. Racchiusa in una teca microclimatica, la Madonna del cardellino non campeggia solitaria nella sua saletta ma, grazie a un’accorta strategia espositiva, dialoga con altre quattro opere coeve: una terracotta invetriata di Girolamo della Robbia, la Gravida di Raffaello stesso, la Monaca di Ridolfo del Ghirlandaio e la “coperta” di ritratto – un’autentica rarità – di quest’ultima. E dialoga anche con la musica di Gianna Nannini, nell’ultimo video della cantante toscana. Fino al 1 marzo. Palazzo Medici Ricciardi, via Cavour n. 3, Firenze. Info: www.palazzo-medici.it. 

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Raffaello la Madonna del cardellino (1506 circa) dopo l’intervento di restauro Nella foto piccola: l’opera prima del restauro


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fiere pagine a cura di

Marilisa Rizzitelli

Arte Genova, nuove chiavi per il contemporaneo Il proposito è quello di fornire ai visitatori nuove chiavi di lettura e interpretazione dell’arte moderna e contemporanea. Novanta prestigiose gallerie italiane sono pronte a esporre autori come Afro, Baj, Balla, Carrà, Christo, De Chirico, Fontana, Guttuso, Hartung. Dal 27 febbraio al 2 marzo, alla fiera di Genova, la mostra mercato dedicata tratterà tutti i principali movimenti del ‘900. Info: www.artegenova.org.

Modenantiquaria spazio all’antico

Firenze fa il bis di Artour-o

Nove giorni per apprezzare l’arte antica: appuntamento per collezionisti e mercanti di arte e antichità, Modenantiquaria occupa quest’anno 20mila metri quadri del quartiere fieristico. Duecento gallerie, articolate in un percorso mirato a soddisfare il piacere estetico e a perfezionare le competenze, mettono in mostra dal 14 al 22 febbraio arazzi, maioliche, gioielli, mobili, porcellane, dipinti e tappeti, sculture e stampe. Nata negli ‘80, Modenantiquaria ha ampliato nel tempo il nucleo originario aprendo ad arredi antichi anche per esterni e alla pittura italiana del tardo ‘800 tanto da collocarsi, in Europa, tra le mostre mercato più apprezzate per il pregio delle opere esposte. Info: www.modenantiquaria.it.

Sofà TRIMESTRALE ANNO 2 NUMERO 7

Sofà è una pubblicazione trimestrale di Editalia Gruppo Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato via Marciana Marina 28, 00138 Roma Numero verde 800014858 - fax 0685085165 www.editalia.it

Direttore responsabile Guido Talarico www.guidotalaricoeditore.it

Autorizzazione del Tribunale ordinario di Roma n.313 del 3.8.2006

Anche quest’anno Firenze raccoglie la sfida di Artour-o, il museo shop temporaneo in programma dal 5 marzo. Città d’arte per eccellenza, ospita l’arte nei corridoi del Grand hotel Minerva. Un modo divertente di vivere l’arte nell’arte. Info: www.firenzecontemporanea.com.

Aprile, torna The road to contemporary art Quelli dal 2 al 5 di aprile saranno giorni speciali per gli appassionati d’arte. Al via, nella città eterna, la seconda edizione di Rome, The road to contemporary art. Dislocata in più sedi, la fiera ripropone la formula vincente della passata edizione: il contrasto fra opere d’arte contemporanea e antichi palazzi capitolini. Info: www.romacontemporary.it.

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Carlo Taurelli Salimbeni Maurizio Zuccari (caporedattore), Giorgia Bernoni, Silvia Bonaventura, Simone Cosimi, Annarita Guidi, Maria Luisa Prete

Grafica Gaia Toscano

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Responsabile trattamento dati Guido Talarico. Le notizie pubblicate impegnano esclusivamente i rispettivi autori. I materiali inviati non verranno restituiti. Tutti i diritti sono riservati.

Manuela Giusto

Hanno collaborato Lori Adragna, Silvana Balbi de Caro, Enrico Crispolti, Alessio De Grano, Anna Della Mura, Carmen Lopez del Valle, Elena Mandolini, Fabia Martina, Floriana Minà, Silvia Moretti, Claudia Quintieri, Marilisa Rizzitelli, Filippo Salviati, Elida Sergi, Cecilia Sica

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In copertina Fortunato Depero Movie makers, 1929 Questo numero di Sofà è visibile online sul sito www.insideart.eu


Sofà #7 - Febbraio 2009