Issuu on Google+


C EDITORIALE

COLLEZIONISMO DI VALORI Sofà cambia pelle per seguire più da vicino il mondo dell’arte Oggi Editalia intende diffondere la conoscenza del multiplo

Con il 2013 abbiamo inaugurato un restyling di Sofà basato sulla scelta di seguire sempre più da vicino il mondo dell’arte, dei mestieri dell’arte e delle realtà virtuose chiamate comunemente eccellenze italiane. Il termine, svuotato di significato dall’uso e dall’abuso che ne è stato fatto, ha un’origine antica e, come recita il dizionario latino, significa distinguersi, spiccare. Le eccellenze italiane sono dunque l’insieme di cose per le quali il nostro paese deve essere apprezzato e riconosciuto, sono le attività per le quali l’Italia ha un potenziale unico, una capacità inimitabile frutto di una visione che si nutre del dna dei nostri territori, della nostra storia, del nostro senso estetico, della creatività e di un impegno non comune. E ognuno di noi deve conoscere queste realtà per contribuire a conservarle. Editalia da tempo si è fatta portatrice di questa cultura per valorizzare il nostro paese, le nostre aziende, il nostro mercato. Con il programma Collezionisti di valore, che parte in questi giorni, vogliamo infatti premiare quei clienti che con noi condividono questi valori e ai quali dedichiamo, attraverso la Editalia card, privilegi esclusivi e iniziative speciali. Con Sofà vogliamo partecipare alla scoperta e al racconto delle cose belle e che funzionano. La nuova rubrica in collaborazione con il Fai va in questa direzione, così come la sezione Eccellenze italiane che racconta di uomini e luoghi. I mestieri dell’arte fanno parte di questo mondo straordinario e fanno parte del mondo produttivo Editalia. Realizziamo multipli di monete e medaglie, libri di pregio e arte. Opere per le quali creatività, manualità, conoscenza antica e passione sono indispensabili garanzie di qualità. Oggi più che mai ci stiamo spendendo per diffondere la conoscenza del multiplo d’arte, che in Italia, come racconta Vittorio Peruzzi su queste pagine, vive in una zona d’ombra penalizzata dalla scarsa comprensione. Per la diffusione dell’arte il multiplo è stato fondamentale. L’arte moltiplicata è diventata un genere negli anni Sessanta quando Andy Warhol e la pop art hanno messo in crisi il concetto di unicità dell’opera d’arte. L’arte moltiplicata serve a soddisfare le nuove esigenze di un collezionismo e di un pubblico in via di espansione. Ci permette di vivere il contatto con artisti che amiamo, di diventare nuovi collezionisti, di essere concretamente amatori d’arte. La sezione Carte d’arte, infine, raccoglie storie di celebri artisti del multiplo, di collezionisti, di editori. Meglio un multiplo originale che una stampa di un quadro antico.

Cecilia Sica

Responsabile prodotto Editalia

5


SOMMARIO INCIPIT NOTIZIE Cronache d’arte

8

Colpo d’occhio

10

Expo Italia

12

Expo mondo

14

PRIMO PIANO EVENTI Editalia rilancia con i multipli, parla l’ad Marco De Guzzis

16

GRANDI MOSTRE Fondazione Würth, la transavanguardia tra Lüpertz e Paladino

20

Novecento, il ritorno all’ordine

24

Tutti i libri portano al Marca

28

PERSONAGGI IL CORPO DELL’ARTE Michelangelo Pistoletto, il paradiso che verrà

32

L’ARTE PRENDE CORPO Monica Marioni, le soluzioni al rebus di un’esteta

38

CONVERSANDO SUL SOFÀ Quale sviluppo senza cultura, colloquio con Armando Massarenti

42

APPUNTAMENTO CON LA STORIA Pablo Picasso, luce del secolo breve

48

ECCELLENZE ITALIANE I LUOGHI DEL BELLO Tenuta Castelbuono, un carapace nel cuore dell’Umbria

50

I MAESTRI DEL BELLO Il mosaico è un fatto di pensiero, intervista con Marco Santi

56

Sofà QUADRIMESTRALE ANNO VII NUMERO 19

Autorizzazione del Tribunale ordinario di Roma n. 313 del 3.8.2006 Progetto editoriale e realizzazione Editoriale Dets srl

6

Sofà è una pubblicazione quadrimestrale di Editalia Gruppo Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato viale Gottardo 146, 00141 Roma Numero verde 800014858 - fax 0685085165 www.editalia.it Direttore responsabile: Guido Talarico direttore@guidotalaricoeditore.it Caporedattore: Maurizio Zuccari m.zuccari@guidotalaricoeditore.it


CARTOLINE DAL BELPAESE Fai, tutti i luoghi del cuore

60

CARTE D’ARTE IL MOLTIPLICAUTORE Jeff Koons, un maestro di creazioni pop

62

STORIE DI CARTA Edizioni Schellmann, versatilità in serie

66

MULTIPLI DELLE MIE BRAME Vittorio Peruzzi, il collezionista democratico

70

FATTI AD ARTE PITTURA DI VETRO Aligi Sassu, un grido di colore

74

CAPOLAVORI SERIALI Joe Tilson, originali moltiplicati

78

OPERE DI PREGIO Fra’ Mauro, il lussuoso mappamondo del frate

82

FACSIMILI Les grandes heures del Duca di Berry splendono ancora

86

ARTI & FATTI COMUNICARE AD ARTE Vezzòli e il Fai, multipli d’amore

90

IL MOTORE DELL’ARTE Illy, capolavori in una tazza di caffè

92

MERCATI E MERCANTI Le aste (ri)sorgono a Oriente

96

E PER FINIRE LA POESIA DELLE NUVOLE Mr Fijodor, elefanti rosa e sommosse In copertina: Joe Tilson fotografato da Aurelio Amendola nella serie Ritratti d’artista, 1996

Redazione: Francesco Angelucci, Giorgia Bernoni, Alessandro Caruso, Sophie Cnapelynck, Maria Luisa Prete redazioneinsideart@guidotalaricoeditore.it Responsabile Grafica: Gaia Toscano grafica@guidotalaricoeditore.it

A sinistra: Mr Fijodor, November, 2012 A destra: Mr Fijodor, Omino 3 braccia, 2011

Grafica: Francesco Callegher, Giuseppe Marino

Numero chiuso in redazione il 30.IV.2013

Foto: Manuela Giusto, Ap/Lapresse

Sofà è visibile online sul sito www.insideart.eu Responsabile trattamento dati Guido Talarico. Le notizie pubblicate impegnano esclusivamente i rispettivi autori. I materiali inviati non verranno restituiti. Tutti i diritti sono riservati

98

Hanno collaborato: Deianira Amico, Federica Armiraglio, Fijodor Benzo, Alberto Fiz, Valeria D’Ambrosio, Laura Orbicciani Coordinamento editoriale Editalia: Cecilia Sica, Daniela Tiburtini Pubblicità e marketing: Raffaella Stracqualursi marketing@guidotalaricoeditore.it Stampa: Varigrafica, Alto Lazio Srl, Nepi (Vt)

7


NOTIZIE CRONACHE D’ARTE

a cura di FRANCESCO ANGELUCCI

SENSATIONAL UMBRIA Mc Curry, scatti dal cuore dell’Italia C’è una verità circa la fotografia contemporanea che è quella che riguarda Steve Mc Curry. Ovunque il fotografo vada con la sua macchinetta fotografica torna con degli scatti stupendi e poco importa se sia stato fra le favelas brasiliane o nel bel mezzo della guerra in Afghanistan, le sue fotografie sono belle, sono le più belle. Composizioni perfette di attimi che vengono bloccati nei megapixel del fotografo. Non fa eccezione, ovviamente, l’Umbria dove Mc Curry è stato per scattare qualche immagine legata al progetto Sensational Umbria. Alcune delle fotografie sono state esposte in anteprima al Fuori salone di Milano. Le immagini verranno esposte in città come New York, Pechino e Marsiglia per far conoscere una regione poco nota all’estero, nel cuore dell’Italia. Info: www.stevemccurry.com.

LA NUOVA FONDAZIONE ARNALDO POMODORO Una retrospettiva del maestro inaugura la sede milanese La fondazione Arnaldo Pomodoro ha inaugurato la sua nuova sede a Milano in via Vigevano. Per battezzare le attività del nuovo polo artistico la prima mostra: Una scrittura sconcertante, Arnaldo Pomodoro. Fino al 30 giugno è possibile vedere le opere eseguite tra il 1954 e il 1960. L’evento è curato da Flaminio Gualdoni che documenta la prima stagione creativa dello scultore, attraverso ventotto rilievi in piombo, argento, bronzo e alcuni disegni. L’idea è quella di creare uno spazio che non raccolga solo opere ma si faccia anche promotore della cultura in quanto tale, di cui vi è grande bisogno nel paese. Info: www.fondazionearnaldopomodoro.it.

IL FILM È COSA VECCHIA A dirlo è il regista Greenaway «I film raccontano storie tratte da vecchi romanzi, le immagini servono solo a illustrare testi. Bisogna spezzare il legame con la letteratura e rivisitare invece la grande pittura fondendola col movimento cinematografico: è questo il vero 3D», ha detto il regista Peter Greenaway durante un incontro a palazzo Barberini, a Roma.

8


LAUDER REGALA PICASSO La sua collezione al Mac di Ny

MARTINEZ AL LOUVRE Il neodirettore è un archeologo Jean-Luc Martinez da metà aprile è il nuovo direttore del Louvre e prende il posto di Henri Loyrette. Nato nel 1964, Martinez è professore di storia e membro dell’École française d’Athènes. Diventa poi capo del dipartimento di antichità greche e romane nello stesso Louvre. Ha alle spalle ricerche archeologiche a Delo e a Delfi.

Una collezione di 78 dipinti cubisti per un valore complessivo di oltre un miliardo di dollari. È quanto ha promesso di donare al Metropolitan museum of art di New York il magnate dei cosmetici Leonard Lauder. Si tratta per la precisione di 33 Picasso, 17 Braques, 14 Léger e 14 Gris, accumulati in un lungo lasso di tempo a partire dal 1976. La collezione di Lauder è considerata dagli esperti una delle raccolte migliori al mondo, alcuni la considerano addirittura superiore a quella del Moma di New York, dell’Hermitage di San Pietroburgo e del Centre Pompidou di Parigi. Insomma, una vera fortuna per il museo che si ritrova nelle sue sale le opere dei protagonisti più importanti dell’arte moderna.

VENEZIA, BIENNALE AL VIA Il Palazzo enciclopedico di Gioni e la prima volta del Vaticano Il Palazzo enciclopedico è il titolo scelto da Massimiliano Gioni per la mostra alla Biennale d’arte di Venezia, in programma dal primo giugno al 24 novembre. Il nome, ha spiegato il curatore, «si ispira al Palazzo enciclopedico dell’artista italoamericano Marino Auriti che nel 1955 ha realizzato un progetto di museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità». A presiedere questa edizione è sempre Paolo Baratta. Bartolomeo Pietromarchi cura il padiglione Italia, dal titolo Vice versa con 14 artisti a confronto, mentre Antonio Paolucci cura il neonato padiglione Vaticano che presenta un trio di contemporanei: Studio Azzurro, Josef Koudelka e Lewis Carroll. A quello della Santa sede si aggiungono altri 9 nuovi padiglioni nazionali, su 88 totali, compresi una decina accorpati tra loro, e 48 eventi collaterali, oltre alle tante iniziative in programma nella città lagunare. Info: www.labiennale.org/it/arte.

9


NOTIZIE COLPO D’OCCHIO


PENSARE PER IMMAGINI Ghirri, da Dalla al Maxxi Luigi Ghirri ha questa particolarità: fa foto di luoghi dove non vorresti mai stare. C’è la sabbia, il sole, il mare, ma niente rende questa spiaggia un posto desiderabile. Potremmo dire che sono i colori e invece è Ghirri che nei suoi scatti mette un senso di sospensione senza eguali. Le sue non sono foto ma sentimenti. Lo aveva capito bene Lucio Dalla che aveva scelto questo scatto per il suo ultimo album. Neanche a farlo apposta. In mostra al padiglione Italia della biennale di Venezia dal primo giugno al 24 novembre e fino al 27 ottobre al Maxxi, via Guido Reni 4, Roma. Info: www.fondazionemaxxi.it.

Luigi Ghirri Amore solito, 1986


NOTIZIE EXPO ITALIA

a cura di MARIA LUISA PRETE

Da sinistra: Robert Capa Contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi, nei pressi di Troina, Sicilia, 4-5 agosto 1943 Arnaldo Pomodoro La luna il sole la torre, 1955 foto Studio Boschetti Renato Guttuso Comizio di quartiere, 1975 Tiziano Vecellio Flora, 1515 circa

AOSTA Renato Guttuso

TORINO Robert Capa Fino al 14 luglio, il palazzo Reale di Torino (piazzetta Reale 1) celebra uno dei maestri della fotografia del XX secolo: Robert Capa, in occasione del centenario dalla nascita. La mostra è organizzata in collaborazione con Magnum photos, agenzia fotografica di cui Capa è stato uno dei fondatori nel 1947. Nel 1938 è stato definito dalla rivista inglese Picture post “il migliore fotoreporter di guerra del mondo”. La forza visiva e l’incisività delle sue foto, oltre alla quantità dei reportage realizzati, giustificano questo lusinghiero giudizio. Info: www.piemonte.beniculturali.it.

MILANO Arnaldo Pomodoro La fondazione Arnaldo Pomodoro inaugura la nuova sede di Milano (via Vigevano 9) con la mostra Una scrittura sconcertante, Arnaldo Pomodoro, opere 1954-1960, in programma fino al 28 giugno. L’esposizione, curata da Flaminio Gualdoni, documenta la prima stagione creativa di Pomodoro, con 28 rilievi e alcuni disegni. Info: www.fondazionearnaldopomodoro.it.

Renato Guttuso è il maggiore esponente del realismo italiano in pittura. Attraverso i lavori riuniti nella mostra al Museo archeologico regionale di Aosta, curata da Flaminio Gualdoni con Franco Calarota, il visitatore può instaurare un dialogo con l’opera di un artista che cerca la verità proprio nella relazione con il suo pubblico. La mostra riunisce oltre 50 opere: dalle nature morte della fine degli anni ‘30 e dei primi ‘40, al drammatico Partigiana assassinata del 1954, dal visionario Bambino sul mostro, 1966, all’epico Comizio di quartiere del 1975. Profondamente coinvolto nel clima sociale e politico del suo tempo, Guttuso è tra le coscienze più autorevoli dell’arte del secondo dopoguerra. Info:www.regione.vda.it.

ROMA Tiziano Le Scuderie del Quirinale ospitano una grande mostra dedicata a Tiziano Vecellio. Autore di opere religiose, esperto ritrattista, tra i maggiori artisti del Rinascimento, è il protagonista dell’esposizione a cura di Giovanni Villa che presenta, fino al 16 giugno, circa 40 opere,selezionate per dar conto della carriera dell’artista veneto, allievo del Giorgione. Info: www.scuderiequirinale.it.


RAVENNA Borderline

ROMA Helmut Newton

LUCCA Antonio Ligabue

FIRENZE Un’idea di bellezza

Il Museo d’arte della città di Ravenna prosegue la sua indagine su temi di grande interesse con l’ambizioso progetto espositivo dal titolo Borderline, artisti tra normalità e follia. Da Bosch a Dalì, dall’Art brut a Basquiat in programma fino al 16 giugno. L’obiettivo della mostra è superare i confini che fino a oggi hanno racchiuso l’Art brut e l’“arte dei folli” in un recinto, isolandone gli esponenti da quelli che la critica (e il mercato) ha eletto artisti ufficiali. La mostra è curata da Claudio Spadoni, Giorgio Bedoni e Gabriele Mazzotta. Mar, via di Roma 13, Ravenna. Info: www.museocitta.ra.it.

La mostra su Helmut Newton, curata da Mathias Harder, è una raccolta di scatti ordinati secondo i volumi: White women del 1976, Sleepless night del ‘78 e Big nudes dell’81. Un percorso di 180 scatti fra bianco e nero, colori, grande, medio, piccolo formato. Fino al 21 luglio, palazzo delle Esposizioni,Roma. Info: www.palazzoesposizioni.it.

Un grande autore del Novecento italiano nell’esposizione Antonio Ligabue, istinto, genialità e follia, in programma a Lucca fino al 9 giugno, curata da Maurizio Vanni in collaborazione con Giuseppe Amadei. Il percorso cronologico ripercorre varie fasi della storia dell’artista e le differenti tecniche espressive a queste legate (olio su tela, disegni, grafiche e sculture). In esposizione anche tre inediti del grande maestro. La mostra è stata realizzata con la consulenza di Sergio Negri, responsabile dell’autenticazione e della catalogazione generale delle opere di Ligabue. Fino al 9 giugno, Lucca center of contemporary art,via della Fratta 36,Lucca. Info: www.luccamuseum.com.

Un’idea di bellezza, a cura di Franziska Nori, propone un percorso di ricerca tra le opere di otto artisti contemporanei – Vanessa Beecroft, Chiara Camoni, Andreas Gefeller, Alicja Kwade, Jean-Luc Mylayne, Isabel Rocamora, Anri Sala,Wilhelm Sasnal – per ripensare l’esperienza della bellezza. Fino al 29 luglio, Strozzina, piazza Strozzi,Firenze. Info:www.strozzina.org.

Da sinistra: Mattia Moreni Autoritratto, 1986 Helmut Newton Winnie al largo della costa di Cannes, 1975 dalla serie White women Antonio Ligabue Cavalli imbizzarriti 1948-1950 Vanessa Beecroft VB66, 2010-2011

13


NOTIZIE EXPO MONDO

Da sinistra: Tamara de Lempicka La sciarpa blu, 1930 Shirin Neshat Divine rebellion, 2012 Gerhard Richter Ema – Nude on a Staircase, 1966 4 Vincent van Gogh Self-portrait as a painter, 1887

a cura di SILVIA NOVELLI

PARIGI Tamara de Lempicka

COLONIA Gerhard Richter

Tamara de Lempicka: una donna, un mito. Il filo del racconto di un’eccezionale esperienza di vita e d’arte è svolto a Parigi, a cura di Gioia Mori, attraverso dipinti, documenti e foto d’epoca, film e ricostruzioni, molti dei quali inediti. Il percorso inizia dal suo arrivo nella capitale francese nel 1918, da benestante esule russa in fuga dalla rivoluzione bolscevica, per concludersi a New York, negli anni Cinquanta: una sofisticata baronessa che vive di ricordi e successo. Fino all’8 settembre, Pinacoteca di Parigi, place de la Madeleine 28. Info: www.pinacotheque.com.

In occasione delle grandi mostre a Londra, Berlino e Parigi, molti lavori di Gerhard Richter della collezione del museo Ludwig sono andati in prestito per un lungo periodo. Ora il museo ripropone i suoi capolavori, incluso il famoso quadro Ema - Nude on a Staircase e i 48 ritratti che Richter aveva presentato al Padiglione tedesco nella Biennale di Venezia del 1972. Le opere sono affiancate da due cicli grafici, Elbe e November, nonché da ulteriori opere provenienti da collezioni private. Fino all’8 settembre, museo Ludwig, Colonia. Info: www.museum-ludwig.de.

PECHINO Shirin Neshat The book of kings è il titolo dell’esposizione dedicata a Shirin Neshat che presenta una nuova serie di fotografie e una video-installazione. I lavori sono ispirati al poema epico Shahnameh (Libro dei re), del poeta dell’undicesimo secolo Ferdowsi. L’artista intreccia un linguaggio visivo austero ma sensuale con la musica, la poesia e la storia, ma anche la politica e la filosofia. Fino all’8 settembre fondazione Faurschou, Pechino. Info: www.faurschou.com.

AMSTERDAM Vincent van Gogh Il primo maggio il museo Van Gogh, in occasione dei suoi 40 anni, riapre le porte al pubblico dopo i recenti lavori di ristrutturazione. Le sue opere, momentaneamente all’Hermitage di Amsterdam, rientrano nella loro sede, accanto alla mostra Van Gogh all’opera, che permette di osservare da vicino lo sviluppo artistico del grande pittore. Fino al 12 gennaio 2014 in mostra circa 200 opere ma anche disegni su carta, lettere e oggetti personali dell’artista come i suoi taccuini. Info: www.vangoghmuseum.nl.


NEW YORK Bill Brandt

BUENOS AIRES Adriana Varejão

LONDRA/1 David Bowie

Shadow and light è la mostra, a cura di Sarah Hermanson Meister, dedicata al fotografo Bill Brandt. Il titolo sottolinea l’abilità del creativo di giocare con gli effetti di luce e ombra trasformando il banale in un mondo nuovo e bizzarro. Le sue foto sono un’esplorazione della società, del paesaggio e della letteratura inglese. Lavori fondamentali per comprendere la storia della fotografia e della vita in Inghilterra durante la Seconda guerra mondiale e gli anni immediatamente successivi. Fino al 19 agosto. Moma, New York. Info: www.moma.org.

Historias en los márgenes è la prima retrospettiva di Adriana Varejão in America Latina. L’artista utilizza varie tecniche come la pittura, la scultura, il disegno e la fotografia. Le opere fanno riferimento alla storia del Brasile, al folklore, alle tradizioni spirituali e alla trasformazione dell’identità culturale del paese. È curata da Adriano Pedrosa. Fino al 20 giugno. Malba, Buenos Aires. Info: www.malba.org.ar.

Al Victoria and Albert Museum è stato accordato l’accesso all’archivio David Bowie per curare la prima retrospettiva internazionale sulla carriera di uno dei cantautori d’avanguardia più influenti dei nostri tempi. David Bowie is, in programma fino all’11 agosto, esamina i processi creativi di Bowie visto come un innovatore nel campo musicale e come icona culturale, seguendone l’evoluzione stilistica e la costante trasformazione nel corso di cinque decenni. Info: www.vam.ac.uk.

LONDRA/2 Aron Demetz e Shan Hur I nuovi lavori dello scultore altoatesino Aron Demetz sia concettualmente che esteticamente mettono in evidenza la relazione tra natura e uomo. In contemporanea la galleria londinese ospita anche la personale di Shan Hur con un’installazione che crea un senso di disorientamento nello spettatore. Fino al 5 giugno, Gazelli art house, Londra. Info: www.gazelliarthouse.com.

Da sinistra: Bill Brandt Bombed regency staircase upper brook street, Mayfair, 1942 Adriana Varejão Figura de convite III, 2005 Striped bodysuit per Aladdin Sane tour, 1973 Design Kansai Yamamoto foto Masayoshi Sukita Aron Demetz Proposta Kr150, 2012

15


PRIMO PIANO EVENTI

EDITALIA

RILANCIA CON I MULTIPLI

di DEIANIRA AMICO

Il Poligrafico punta su una forma d’arte di qualità L’ad De Guzzis: «Lavoriamo con artisti consacrati da Accardi a Paladino»

A destra: Mimmo Paladino Stupor mundi, Editalia, 2010

l summit del Sole 24 Ore su arte e cultura di fine marzo abbiamo incontrato Marco De Guzzis, amministratore delegato di Editalia, azienda del gruppo Poligrafico e Zecca dello Stato che ha lanciato un progetto di alto valore culturale dove incisione, xilografia, litografia e serigrafia tornano a essere linguaggi prediletti da artisti di fama internazionale. A lui abbiamo chiesto di dirci qualcosa di più dell’idea. De Guzzis, come nasce l’iniziativa dedicata ai multipli d’arte? «Nella storia di Editalia, così come evidenziato nella recente mostra alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, il tema dei multipli era già stato importante soprattutto negli anni ‘60 e ‘70 quando si pubblicava la rivista Qui arte contemporanea, e in seguito, negli anni ‘90, quando si distribuivano le opere che i più grandi maestri italiani del ‘900 realizzavano all’Officina carte e valori del Poligrafico. Oggi abbiamo strutturato una proposta organica con la volontà di superare tanto le barriere economiche che quelle psicologiche che ostacolano la diffusione del collezionismo.Al centro di questo progetto abbiamo messo il multiplo perché riteniamo sia la risposta corretta, è un’opera unica moltiplicata, e questo determina una maggiore accessibilità numerica ed economica all’acquisto». Quali sono i maestri con cui lavorate e quale spazio è riservato alle giovani leve? «I maestri con cui abbiamo lavorato di recente sono Mimmo Paladino, Carla Accardi,

16


17


IL MANAGER E IL PROGETTO Puntare sull’editoria di pregio Nato a Roma il 27 dicembre 1963, Marco De Guzzis è dal 2005 amministratore delegato di Editalia, azienda del gruppo Poligrafico e Zecca dello Stato, attiva dal 1952 nel settore dell’editoria di pregio e dell’arte. L’azienda rivolge le sue capacità creative ai collezionisti privati e al mondo delle aziende, realizzando progetti di comunicazione su misura attraverso i linguaggi dell’arte. Info: www.editaliarte.it.

A fianco: Marco De Guzzis A destra: l’ad Editalia sul palco del terzo summit su arte e cultura del Sole 24 Ore a Milano

Joe Tilson, Jannis Kounellis, artisti consacrati. Sul versante delle giovani leve è difficile trovare degli artisti che abbiano sperimentato l’utilizzo delle tecniche della grafica tradizionale e non, o che l’abbiano praticata in accademia. Riavvicinare i giovani artisti a questi linguaggi è una sfida nella sfida». Quali sono i criteri con cui selezionate gli artigiani che realizzano i multipli? «L’Italia non ha fino a oggi un mercato dei multipli e della grafica d’arte, però ha alcuni tra i più grandi artigiani del mondo. Artisti stranieri come Joe Tilson o Jim Dine se devono realizzare questo tipo di lavori vengono qui, proprio perché esiste una rete di bravissimi artigiani; la scelta dell’artista e dell’artigiano sono indissolubili». Il vostro progetto è una vera e propria operazione culturale: l’incontro fra contemporaneità e tecniche di antica tradizione, la sensibilizzazione verso il linguaggio del

multiplo d’arte che non è una copia, ma un’opera originale con più di un esemplare. Quale strategia di comunicazione e divulgazione state adottando? «Comunicare il valore che hanno queste tecniche, il fatto che non si tratta di copie ma di opere uniche, che per molti artisti la grafica sia uno dei mezzi di espressione che utilizzano al pari degli altri, è un passaggio fondamentale. È molto difficile per un’azienda fare tutto questo da sola, in un paese come il nostro in cui non esiste una conoscenza diffusa da parte del mercato e nel quale non ci sono spazi di divulgazione e confronto. Quando realizziamo le opere grafiche cerchiamo di comunicare al meglio questo aspetto, giriamo un video che ne racconta le fasi, dal progetto alla realizzazione, alla firma dell’artista e pubblichiamo in abbinata con ciascuna opera d’arte un volume monografico che porta il collezionista nel mondo dell’artista, nel laboratorio dove è stata

18

stampata l’incisione, nel rapporto speciale di comprensione e fiducia che si genera tra chi ha avuto l’idea creativa e chi la realizza mettendo a disposizione un’incredibile perizia. Tra artista e artigiano si crea una vera e propria fusione; sperimentano, condividono le scelte. Portiamo avanti questo approccio culturale, contribuendo a creare un contesto più consapevole e quindi più favorevole». Qual è la domanda di collezionismo del multiplo d’arte in Italia e, alla luce di risultati di aste internazionali con cifre record per la vendita di grafica, come pensate di intercettare questo segmento del mercato? «In Italia nessuna delle fiere d’arte ha una sezione dedicata alla grafica e ai multipli, cosa che avviene in quelle internazionali, da Londra a Parigi a Basilea. Nel corso del dibattito sulla nuova frontiera del collezionismo accessibile, in occasione del convegno organizzato dal Sole 24 Ore,


Marina Mojana, art advisor di Intesa Sanpaolo, ha spiegato come i prezzi della grafica siano cresciuti in maniera costante, rendendo interessante l’investimento in multipli d’arte. In Italia questo mercato ancora non esiste, non c’è un sistema di offerta, non ci sono fiere, pochissime le gallerie dedicate a questo settore, non ci sono editori, se non in rarissimi casi. Tutto questo non ci spaventa, anzi riteniamo che un operatore culturale con le caratteristiche di Editalia possa svolgere un ruolo fondamentale per colmare questa lacuna. La nostra ambizione è quella di diffondere il collezionismo, diffondendo i valori positivi legati all’arte». Come affrontate il tema fondamentale della certificazione? «In effetti, per il multiplo come per l’opera unica il tema di una corretta certificazione a garanzia dell’autenticità è fondamentale. Progettando questo rilancio del linguaggio del multiplo, oltre all’attenzione con la quale scegliamo gli artisti, abbiamo

ComuniCare il valore delle teCniChe, il fatto Che non si tratta di Copie ma di opere uniChe, è un passaggio fondamentale

” 19

voluto studiare una nuova forma di certificazione che si avvale di una tecnologia avanzata e offre al collezionista la garanzia di ciò che acquista. Abbiamo messo a punto un sistema di certificazione con doppio ologramma; un ologramma con un numero seriale viene applicato all’opera, il secondo invece è applicato al certificato di garanzia. Il collezionista, accedendo attraverso il sito di Editalia al registro elettronico realizzato ad hoc, e inserendo i due numeri in suo possesso trova la registrazione delle caratteristiche dell’opera, la tiratura in numeri romani e arabi, le prove d’artista e, in ultimo, la proprietà; in questo modo si elimina una circolazione non corretta delle opere. Una delle ultime campagne pubblicitarie che l’azienda ha portato avanti è stata proprio sul tema della sensibilizzazione verso la certificazione del multiplo d’arte e la garanzia di autenticità non solo dei contenuti ma anche della qualità».


PRIMO PIANO GRANDI MOSTRE

di ACHILLE BONITO OLIVA*

LA TRANSAVANGUARDIA TRA LÜPERTZ E PALADINO Allo spazio Würth di Capena due protagonisti del movimento La rinascita del figurativo in un confronto tra Italia e Germania 20


L

a catastrofe energetica, politica e culturale degli anni Settanta ha avuto il benefico effetto di decongestionare il tessuto dell’arte, logorato da uno sperimentalismo collegato ancora all’ottimismo produttivistico del sistema economico degli anni Settanta. Come l’economia occidentale tendeva a creare una condizione aperta e senza barriere nazionali, così l’arte delle neoavanguardie operava sotto il segno di un linguaggio internazionalista, capace di assicurare all’opera una circolazione ampia. […] La transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura, aprendosi verso una posizione di superamento del puro sperimentalismo di tecniche e di nuovi materiali ed approdando al recupero dell’inattualità della pittura, intesa come capacità di restituire al processo creativo il carattere di un intenso erotismo, lo spessore di un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione. All’omologazione linguistica degli anni Sessanta e Settanta, l’arte giovane risponde con il recupero del genius loci, delle radici antropologiche del territorio culturale abitato dall’artista, dell’inspirazione particolare singola e singolare dell’opera. Se l’arte per alcuni decenni aveva praticato il lungo camminamento dell’utopia, i radiosi percorsi dell’ideologia e possedeva, dunque, la coscienza felice della propria marginalità, ora finalmente è approdata in un vicolo cieco, eppure dilatabile all’infinito, continuamente proiettata sul proprio circolare percorso. L’artista della

A fianco: Markus Lüpertz Piccola spagnola, 1995 A pagina 20: Mimmo Paladino L’isola, 1993 A pagina 23: Mimmo Paladino Senza titolo, 1987 collezione Würth

LA MOSTRA Il percorso di due maestri La transavanguardia tra Lüpertz e Paladino, all’Art forum Würth di Capena, riunisce circa sessanta lavori tra dipinti e sculture di Mimmo Paladino e Markus Lüpertz, due dei maggiori rappresentanti di questo movimento, in un ideale dialogo tra Italia e Germania. Il testo critico della mostra è a cura di Achille Bonito Oliva, teorico del movimento. Fino al 15 febbraio 2014, Art forum Würth Capena, viale della Buona fortuna 2, Capena (Roma). Info: www.artforumwuerth.it.

transavanguardia ha frantumato gli occhiali che gli proteggevano la vista, la lente che gliela rendeva unitaria, per accedere invece ad uno sguardo frammentario e delirante, relativo ed indifferente, attraverso cui appiattire il proprio sguardo. […] L’artista della transavanguardia opera nel ritrovamento di una salutare incertezza, fuori dalla superstizione di riferimenti ancorati

21

ad una sicura tradizione. Egli è dunque un nichilista, nel senso nicciano della parola, svincolato da ogni centralità, quanto a riferimenti, perché tutti i riferimenti sono possibili, liberato com’è dal tradizionale bagaglio di disperazione che accompagna l’uomo quando perde la certezza della ragione, pronta a spiegare ogni contraddizione ed a riportarlo nell’alveo sicuro della motivazione. […] L’arte della transavanguardia tedesca si pone sulla linea di un recupero di una identità nazionale, mortificata dal realismo politico derivante dalla logica della Seconda guerra mondiale: la spartizione della Germania in due parti e la separazione di un’unica coscienza nazionale in due ideologie antagoniste e funzionale alle vicende internazionali della politica dei due blocchi. Gli artisti tedeschi delle ultime generazioni hanno assunto verso queste vicende una posizione capace di tramutarsi in una tensione creativa giocata dentro l’avventura della pittura. Alla sospensione fenomenologica dell’arte precedente, rivolta verso l’assunzione di materiali elementari ed ingenuamente energ e t i ci , l a t r a n s a v a n g u a r d i a tedesca ha opposto una posizione che scarta l’opzione duchampiana a favore di un recupero di radici surrealiste a livello letterario (Lautréamont e Artaud), e di radici espressioniste a livello pittorico. In tal modo l’arte ripara una ferita storica, restituisce unità al corpo lacerato della cultura tedesca attraverso la riattivazione di una radice culturale e linguistica come l’espressionismo, che rappresenta ampiamente la possibilità di parlare di una lingua


pittorica nazionale e unitaria. L’immagine pittorica della transavanguardia italiana è abitata da un soggetto dolce. La dolcezza in questo caso segnala una identità che non ha motivi di forte affermazione nel sociale, che ritrova nell’arte la possibilità di un accento senza declamazioni. La mancanza di un punto di vista unitario, l’ulteriore conquista di questo stato che, per ciò, tende a manifestarsi in maniera eclettica. L’eclettismo è un ulteriore carattere di tale identità dolce, della condizione dell’artista attuale che con la propria opera tende a neutralizzare le differenze, ad annullare il varco tra i diversi stili e la distanza tra passato e presente. […]

L’immanente perfezione dell’arte: Markus Lüpertz “Ogni iniziativa sperimentale esige una interpretazione delirante, estremamente lucida”, diceva Klossowski. Il rapporto tra l’artista ed il linguaggio poggia sulla considerazione che esso costituisce la realtà totale con cui confrontarsi, il punto di partenza da cui muoversi per eseguire la sperimentazione di una possibile lacerazione capace di fondare una nuova articolazione. L’arte richiede sempre una iniziativa sperimentale come l’approdo ad una forma capace di fondare una nuova articolazione. […] La pulsione dell’artista trova nel linguaggio il campo entro cui il gesto diventa tracciato evidente. Nella misura in cui l’artista si muove sotto la spinta di una necessità personale, dunque non precostituita nel suo esito espressivo, richiede il coraggio di una “iniziativa sperimentale” che di per sé confina con uno stato delirante. Delirante significa uscire fuori dalle righe, oltrepassare la

misura organizzata dalle acquisizioni precedenti del linguaggio. Lüpertz è un artista che possiede la coscienza di tale condizione, la consapevolezza dell’eccedenza necessaria per fondare un’immagine personale. Per approdare al risultato della forma, l’artista si arma di un’estrema lucidità che lo porta ad un controllo del delirio senza però ridurlo d’intensità mediante il controllo della pura ragione. Egli ha realizzato pitture e sculture che rappresentano la condensazione formale di una visione. Essere visionari non significa necessariamente alterare le simmetrie della comunicazione linguistica, ma semmai portarle in una condizione di corrispondenza col proprio immaginario. La forza dell’artista tedesco consiste nella capacità di costruire un paesaggio di figure e di oggetti che non intendono nella propria alterazione misurarsi con i codici visivi della realtà. In questo senso Lüpertz non è un artista riducibile alla matrice espressionista. Egli non ha risentimenti verso le cose che lo circondano. Ma armato di un’indispensabile senso di onnipotenza adotta la creazione artistica come strumento per costruire un universo autonomo e separato dalle cose stesse. […] Per esempio emblematica è l’opera “Es; versetzte die Maus ziemlich scharf” (1981), una scultura che presenta l’evidenza plastica di una natura morta in cui campeggia anche un uovo tenuto in una coppa. L’uovo sembra rappresentare l’immanente perfezione dell’arte, la consistenza di una forma perfetta celebrata anche con la presenza di orizzontali strisce di colore che ne rafforzano la volumetria. Un silenzio armoni-

22

co sorregge la composizione che annulla ogni possibile rimando a forme preesistenti. Come se quell’uovo diventasse l’unico possibile ed anche il primo, unica forma capace di dare consistenza ad ogni possibile uovo. Tale forma ha la capacità di farci dimenticare altri possibili oggetti abbandonati nello spazio preesistente al passaggio dello specchio. Tale azzeramento nasce dall’inedito accostamento con un’altra forma che abita accanto a quella dell’uovo. Lüpertz tende sempre ad una forma totale, intendendo con questo l’approdo ad una corrispondenza tra sentimento e forma visiva. L’opera non designa mai la condizione del frammento, di un dettaglio che naviga separato da un sistema d’insieme. L’insieme è il risultato continuamente conseguito da Lüpertz, armato da una sensibilità vitale che lo porta sempre nella condizione del demiurgo. […] La volontà di potenza che regge la creatività di Lüpertz, lo porta fuori dalla possibilità di considerare l’opera come un semplice reperto della fantasia, dettaglio metaforico sottratto ad un’ipotetica totalità. La distanza gli permette il distacco necessario per armare il linguaggio nella sua potenziale intensità. Il pathos è insito nella consapevolezza dell’artista di sviluppare una lotta capace di portare il linguaggio in uno stato formale assolutamente inconcepibile prima del suo intervento. […] Forme di paradiso: Mimmo Paladino Il pittore Mimmo Paladino ha adottato la natura di Baudelaire come metafora della pittura. Generalmente essa rimanda al principio della crescita e dello


sviluppo inarrestabile, al rigoglio di forme organiche innestate tra loro senza motivazione alcuna. […] Come la pittura accetta il perimetro della cornice, così la natura accetta la delimitazione realizzata dall’uomo: coltivazione di fiori, alberi, corsi d’acqua e profonda vegetazione. Il giardino presuppone controllo e possesso, contemplazione del totale e di un particolare. […] Esso è frutto di un progetto organico, che coniuga insieme libertà di crescita e decisione di controllo. La creatività di Paladino adotta entrambe le polarità, realizzando un giardino di pittura, un principio di contaminazione tra forme organiche e simboliche, figurazione naturale e antropomorfica, in cui arcaicità del segno e moderna disinvoltura dell’immagine coesistono in una sorta di pacificata rappresentazione. […] Paladino della transavanguardia adotta il nomadismo culturale e l’eclettismo stilistico, felice-

mente preannunciato nei primi anni Settanta dall’uso narrativo di una fotografia contaminata dall’irruzione della scrittura. […] L’artista diventa il terreno fertile produttore di un linguaggio legato alla natura del suolo, del suo genius loci, l’ispirazione specifica promanante dal territorio antropologico abitato. Da qui un’iconografia gotica che intreccia figure umane, animali e piante, tipica dell’arte e della cultura longobarda, di cui sono rimaste molte tracce nel territorio natale dell’artista, Benevento. […] “Lunghi echi” sono le immagini di Paladino, prodotto di singoli suoni e di individuali apparizioni che trovano alla fine coabitazione: “si confondono in una tenebrosa e profonda unità”. La corrispondenza tra Baudelaire e Paladino nasce proprio dall’essere entrambi artisti moderni, abitatori di una città portatrice di spleen e separatezza. […] I simboli sono insiti nella crescita dell’immagine, nella creatività del-

23

l’arte che non distingue passato, presente o futuro e nemmeno albero, uomo o animale. […] La transavanguardia ha ricostruito la dimensione morale della creazione artistica, pensando il fare non come pura processualità, ma lavoro teso verso la soluzione finale della rappresentazione. Ora fare arte significa avere tutto sul tavolo in una contemporaneità girevole e sincronica che riesce a colare nel crogiuolo dell’opera immagini private ed immagini mitiche, segni personali, legati alla storia individuale, e segni pubblici, legati alla storia dell’arte e della cultura. […] La frantumazione dell’opera significa la frantumazione del mito dell’unità dell’io, significa assumere il nomadismo di un immaginario senza soste o punti di ancoraggio e di riferimento. Tutto questo rafforza la nozione di Transavanguardia, in quanto ribalta l’attitudine dell’avanguardia di avere il privilegio di punti di riferimento. […] Non esiste alcuna regola demiurgica ma soltanto la pratica creativa dell’arte che rende stabile ogni precarietà senza trasformarla in stabilizzazione e simbolica fissità. L’opera conserva il flusso del suo processo, del suo essere operosa nei dintorni di una soggettività che non tende mai a diventare esemplare ma semmai a conservare il carattere dell’accidentalità, di un’apertura di campo che non significa l’ebbrezza romantica dell’infinito dell’avanguardia, ma muoversi senza centro lungo derive segnate da un’unica prospettiva, quella del piacere mentale e sensoriale. * estratto dal catalogo, cortesia dell’autore e della fondazione Würth


PRIMO PIANO GRANDI MOSTRE

NOVECENTO

IL RITORNO ALL’ORDINE

di FERNANDO MAZZOCCA*

Con la Grande guerra si chiude l’epoca del romanticismo e del positivismo Gli artisti si rivolgono al mito e recuperano la figura e il ruolo della forma

Gino Severini Maternità, 1916 (particolare)

on il primo dei quattro preamboli intitolato Giustificazione Massimo Bontempelli, una delle grandi coscienze critiche del secolo, apriva, nel settembre del 1926, il primo quaderno di “900” (sottotitolo “Cahiers d’Italie et d’Europe”), la rivista creata e diretta sino al 1929, solo per qualche tempo insieme a Curzio Malaparte. L’obiettivo era quello di aprire all’Europa la cultura italiana incoraggiando un proficuo equilibrio tra tradizione e modernità. Ne era testimone il comitato di redazione formato da personaggi di fama internazionale come Ramón Gomez de la Serna, James Joyce, Georg Kaiser, Pierre Mac Orlan e, entrato dal terzo numero, il sovietico Ilya Ehrenburg. Ma dopo il quarto numero, sollecitato dagli ambienti più conservatori, il regime impose di usare, al posto del francese, la lingua italiana; mentre Malaparte passava, in maniera clamorosa, in campo opposto schierandosi con il movimento di Strapaese rappresentato dal periodico toscano Il selvaggio di Mino Maccari, portavoce di un fascismo che continuava a riconoscersi negli ideali rivoluzionari e squadristi delle origini e nei valori dell’Italia rurale da contrapporre proprio alla deriva modernista e cosmopolita di Stracittà, come era stato ironicamente battezzato lo schieramento di Bontempelli. Intanto in “900” comparivano per la prima volta in Italia alcuni brani tradotti dall’Ulisse di Joyce o dalla Signora Dalloway di Virginia Woolf. In Giustificazione veniva chiarito un concetto che era stato alla base della rinascita culturale italiana seguita al primo conflitto mondiale.

25


LA MOSTRA Novecento, arte e vita in Italia tra le due guerre L’esposizione Novecento, arte e vita in Italia tra le due guerre presenta i grandi temi affrontati nel Ventennio dagli artisti che hanno aderito alle direttive del regime, partecipando ai concorsi e aggiudicandosi le commissioni pubbliche, e da coloro che hanno attraversato quel clima alla ricerca di un nuovo rapporto tra le esigenze della contemporaneità e la tradizione, tra l’arte e il pubblico. La mostra è a cura di Fernando Mazzocca con Stefano Grandesso, Maria Paola Maino, Ulisse Tramonti e Anna Villari. Fino al 16 giugno, musei di San Domenico, piazza Guido da Montefeltro, Forlì.Info:www.mostranovecento.it.

Sopra: Felice Casorati Conversazione platonica, 1925 A sinistra: Renato Guttuso Fuga dall’Etna, 1940 A destra: Tullio Crali Incuneandosi nell’abitato, 1939-40

26


IL CATALOGO

Novecento Arte e vita in Italia tra le due guerre Fernando Mazzocca (a cura di) Silvana editoriale 408 pagine 34 euro

«Il Novecento – dichiarava Bontempelli – ci ha messo molto a spuntare. L’Ottocento non poté che finire nel 1914. Il Novecento non comincia che un poco dopo la guerra». Esprimeva una convinzione molto diffusa che quel grande rogo avesse decretato la fine di un’epoca, quella del Romanticismo e del Positivismo, le cui ultime manifestazioni erano considerate le avanguardie e in particolare il Futurismo visto come esito estremo di quella dissoluzione della forma iniziata con l’Impressionismo. Ma, avvertiva, la via da seguire non era quella del semplice ritorno alla tradizione, perché «il secolo ventesimo – proseguiva – non vuole restaurazioni, cosa repugnante alle leggi naturali. Come si rifiuta d’essere futurista e espressionista, così non tiene a diventare neoclassico o neocattolico». Se le grandi conquiste del progresso scientifico e tecnologico avevano unito i due secoli, dato che «il XIX chiuse la sua carriera sulla diffusione del telefono e del motore a scoppio: la radio e l’aeroplano, invenzioni del Novecento, non sono che naturali sviluppi di queste», diversa era invece la concezione del mondo. Infatti «il XIX, secolo delle invenzioni scientifiche e del primo maravigliato amore alla vita meccanica, è anche – e parallelamente – il secolo in cui l’infantile illusionismo del Settecento, era diventato greve e ingombrante positivismo».Alla realtà positiva veniva dunque contrapposto il mito, individuato come slancio a costruire attraverso l’arte un mondo alternativo a

quello reale. Questo avvenne attraverso un grandioso e multiforme ritorno alla figura e ai valori della forma manifestatosi – toccando vari ambiti, dall’architettura alle arti maggiori a quelle applicate, alle creazioni più esclusive della moda – proprio tra il primo e il secondo conflitto mondiale. La Grande guerra, sentita come il vero spartiacque tra Otto e Novecento, diventò essa stessa un mito, l’emblema di una palingenesi dell’umanità, della civiltà occidentale che da quel tragico rogo era uscita rigenerata. […] Colpisce come tra il furore di una guerra di proporzioni e di violenza mai viste si sia andata affermando la serenità di questo “ritorno all’ordine”, secondo gli ideali espressi da Jean Cocteau nel suo libro manifesto “Le retour à l’ordre”, pubblicato a Parigi nel 1917, dove si presagiva l’affermazione a livello europeo di un “classicismo moderno” che in realtà era già presente nelle istanze antiaccademiche e antimpressioniste proprie della strategia delle avanguardie alla fine dell’Ottocento, sotto il segno in particolare di Puvis de Chavannes, Cézanne e Seurat. Alla guerra, “sola igiene del mondo”, avevano partecipato con più convinzione proprio i futuristi, e tra loro quelli che, come Anselmo Bucci, Mario Sironi, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Carlo Carrà, saranno tra i protagonisti del “ritorno all’ordine” o addirittura i partecipanti al movimento di Novecento.

*curatore, estratto dal catalogo, cortesia Silvana editoriale

27


PRIMO PIANO GRANDI MOSTRE

28


TUTTI I LIBRI PORTANO AL MARCA

di ALBERTO FIZ*

Volumi come opere d’arte: nell’era dell’e-book 50 artisti indagano nuove forme di uno strumento antico al museo di Catanzaro con Bookhouse fino al 6 ottobre

Claudio Parmiggiani Parla anche tu, 2005

on la cultura non si mangia, aveva dichiarato con squisita sensibilità l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Che sia difficile da masticare lo aveva già ipotizzato, all’inizio degli anni Novanta, un genio ancora incompreso come Dennis Oppenheim che ha realizzato Upper cut, una dentiera con i libri al posto dei denti e in mezzo qualche buco a simboleggiare le tante carie del sistema artistico contemporaneo, spesso prono alle mode e alle convenzioni retoriche. Ma sino al 6 ottobre il museo Marca straripa di libri tanto che, senza presunzione, si può dire che il Palazzo enciclopedico avrà sede a Catanzaro ancor prima che alla Biennale di Venezia. Bookhouse, la forma del libro, organizzata dalla provincia di Catanzaro con il contributo della regione Calabria, è un progetto del tutto innovativo dove, nell’era dell’e-book, il libro viene indagato come spazio fisico di ricerca, come dimensione segnica e proiezione della memoria collettiva. Sono oltre 50 gli artisti coinvolti con una serie di spettacolari lavori site-specific realizzati per l’occasione come Idiom, la Torre di Babele di quattro metri che con i suoi 8.000 libri s’inerpica tra le architetture del Marca. È un’opera che dà le vertigini quella creata dall’artista slovacco Matej Kren dove il senso di precarietà viene reso tangibile dal sofisticato gioco di specchi che coinvolge la spirale infinita di libri. Prima di entrare nel museo, tuttavia, lo spettatore è avvertito che non si tratta di una semplice passeggiata tra le copertine vintage: ad accoglierlo trova Biografias, la grande cascata di libri voluta dalla spagnola Alicia Martin che sputa fuori dalla finestra del museo tonnellate di

29


LA MOSTRA Bookhouse, la forma del libro Fino al 6 ottobre il Marca di Catanzaro ospita Bookhouse, la forma del libro, un progetto espositivo a cura di Alberto Fiz, dove oltre 50 artisti si confrontano sul tema del libro. La rassegna si estende negli spazi del museo, dialogando con la collezione di arte antica, e con due interventi all’esterno, creando un rapporto diretto con la città. Una biblioteca d’immagini, nel complesso, che coinvolge alcuni dei maggiori interpreti dell’arte contemporanea italiana e internazionale, da Claes Oldenburg a Michelangelo Pistoletto, da Anselm Kiefer a Mimmo Paladino. Marca, via Alessandro Turco 63, Catanzaro. Info: 0961746797; www.museomarca.info. A fianco: Sabrina Mezzaqui Il gioco delle perle di vetro, 2010 A destra: Anselm Kiefer, Der Rhein, 1982

volumi provenienti da chissà quale recondito angolo della Calabria. Che ci sia un aspetto inquietante nel caro, vecchio libro definito da Umberto Eco un oggetto perfetto, al pari della ruota, lo dimostra anche l’opera dell’artista inglese Richard Wentworth che propone un’installazione di libri appesi al soffitto con sottili fili da pesca. Ma una delle maggiori attrazioni della mostra è certamente From the entropic library, la straordinaria scultura di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen di nove metri di lunghezza proveniente dal museo di Saint-Etienne, dove il grande maestro della pop art americana fa esplodere una libreria interrogandosi sul caos linguistico e culturale. Se nel 1970 Germano Celant, nel suo celebre saggio Book as artwork, aveva definito il libro come medium autosignificante, in questo caso lo stesso impone la propria ragione all’opera d’arte che s’interroga sul peregrinare dei segni secondo una prospettiva mai prevedibile, come dimostra il cavallo-libreria di Mimmo Paladino che custodisce i volumi dell’Ulysses di James Joyce illustrati dallo stesso Paladino, o la camera da letto di Peter Wuthrich con i libri che invadono l’ambiente adagiandosi sul letto oppure formando un improbabile tappeto letterario. Ma il gioco d’incastri spazia da Giulio Paolini a Emi-

lio Isgrò; da Enzo Cucchi a Michelangelo Pistoletto; da Anselm Kiefer a William Kentridge; da Jannis Kounellis a Pierpaolo Calzolari; da Candida Höfer a Gary Hill; da Stefano Arienti a Giuseppe Spagnulo; da Robert Rauschenberg a On Kawara; da Sabrina Mezzaqui a Paolo Consorti sino ai libri in tessuto che sembrano imprigionare le parole realizzati da Maria Lai, l’artista scomparsa poco tempo fa quando la sua rivalutazione critica era appena agli inizi. Non manca nemmeno uno sguardo attento nei confronti della tecnologia e appare preziosa la collaborazione con lo Zkm di Karlsruhe, il centro di arte e media più importante a livello internazionale diretto da Peter Weibel che affronta la sfida imposta da un sistema dove il libro non è più un corpo solido ma liquido, in progressivo movimento, come testimonia l’installazione del coreano Kibong Rhee che fa danzare in un acquario un volume di Ludwig Wittgenstein. Ma, nessun timore, il libro cinguetta e, mentre impazza twitter, Mark Dion sistema nella sua Library for the birds i volumi di scienze naturali in una voliera con una decina di uccellini vivi. Le strade del libro sono infinite.

* direttore del Marca e curatore della mostra

30


31


PERSONAGGI IL CORPO DELL’ARTE

IL PARADISO CHE VERRÀ La poetica di Michelangelo Pistoletto sbarca al Louvre, fino al 3 settembre «L’artista nel XX secolo ha conquistato una libertà totale, oggi serve la responsabilità Il suo segno non chiede permesso a nessuno ma deve recuperare l’essenziale» di MAURIZIO ZUCCARI

E

ra il 1973 quando Michelangelo Pistoletto, allora quarantenne, posava in uno dei suoi autoritratti con una modella nuda di spalle e il barbone, come d’uso in quegli anni, ieratico quanto un profeta di nuovi mondi. Attivo dagli anni ‘50 e premiato per le sue forme “premonitrici che contribuiscono a una nuova visione del mondo”, come recita la motivazione del Wolf foundation prize ricevuto nel 2007 a Gerusalemme, ora che è un padre nobile dell’arte contemporanea, non solo italiana, il maestro di Biella sbarca al Louvre con la sua poetica, l’ultima

delle sue creazioni: il Terzo paradiso. Cosa vedremo e che si prova, anche dall’alto della sua fama, a esporre in quello che è di fatto il più importante museo del mondo, almeno per quanto riguarda la classicità? «Per me è un’opportunità eccezionale, straordinaria, poter confrontare il mio lavoro, specchio del mondo, del passato e del presente, con le opere della collezione del Louvre, a loro volta uno specchio della storia che si riflette nei miei specchi. Ma, a parte il fatto che in questi oltre alle opere del Louvre appaiono le persone vive, ossia la presenza dell’attualità nel passato e vice-

32

versa, c’è anche un’altra cosa importante: fare il punto della situazione rispetto a questa storia, una proiezione rivolta al futuro. Da questo resoconto storico si passa a un’opera, a una visione prospettica che è quella del Terzo paradiso: passato, presente e futuro. Quello in cui auspico che, una volta creato, si possa entrare e addentrarsi. Quindi il Louvre è un luogo in cui questo passaggio verso una nuova era assume un significato, una forza particolare». Lo specchio è al centro della sua opera e lo sarà anche al Louvre: continua la ricerca di una terza dimensione, il tentativo di confrontarsi con lo spa-


zio e il tempo da parte dell’artista. «La mostra si basa su una fenomenologia trinamica, l’ieri e l’oggi come elementi che si devono congiungere per creare il domani. I miei quadri specchianti hanno questa dimensione trinamica, un mio teorema, con l’accoppiamento di fenomeni diversi tra loro come elementi creatori di un terzo elemento. I quadri specchianti sono esemplari di questa fenomenologia trinamica, perché presentano una figura statica e allo stesso tempo immersa nella dinamica delle figure che vivono, si muovono, passano attraverso il presente. Quindi ci sono due elementi spaziali contrari,

uno statico e l’altro di movimento. L’elemento terzo, trinamico, è appunto il quadro specchiante che mostra la fenomenologia dei rapporti tra elementi opposti e diversi. Si tratta di opere che non raccontano storie mie ma sono il riflesso di una simbologia trinamica che mi informa più di quanto sia io a informare». Lei pone da tempo l’accento sulla responsabilità sociale dell’artista e dell’uomo. A che punto siamo? «La responsabilità dell’artista corrisponde alla sua libertà. L’artista ha conquistato nel XX secolo una libertà totale, il segno dell’artista non chiede permesso a nessuno, ma la libertà di per sé

33

non porta a condizioni di attuabilità sul piano comune, è indefinibile, allora c’è bisogno di qualcosa di definito che le faccia da contrappeso: la responsabilità. L’artista deve acquisirne oggi tanta quanta è stata la libertà guadagnata nel XX secolo. Ma la responsabilità, come la libertà, da sole non bastano, dall’unione di questi elementi si crea, anche qui, una terza dimensione. Più libertà e responsabilità l’artista riesce a portare nella pratica della vita comune tanto più si produce una società evoluta artisticamente, potremmo dire». Quindi la sintesi è data da un’evoluzione artistica della società?


A fianco: Michelangelo Pistoletto, Autoritratto di stelle 01, 1973 Sopra: Due donne nude che ballano, 1964 A pagina 34: L’Etrusco, 1976, foto V. Dahmen A pagina 33: l’artista in posa davanti alla sua Venere degli stracci in uno scatto del 2011

«La sintesi è una società dove l’artista non sia più separato da questa ma porti a tutti la possibilità di partecipare a una grande opera comune che chiamo appunto Terzo paradiso». In questo progetto, nell’ottica di una trasformazione responsabile della società, c’è la Città dell’arte a Biella, epicentro della sua attività di educatore e di attivatore sociale. Di che si tratta? «Il concetto di educazione è al centro ma educare non vuol dire impartire regole preimposte, quanto favorire la capacità inventiva e creativa sul piano della libertà e della responsabilità. La Città dell’arte si suddivide in tanti nuclei che abbiamo chiamato uffizi, ognuno dei quali è legato a un ambito specifico della vita comune, dall’economia alla politica, alla comunicazione, alla produzione, alla spiritualità e al lavoro. Per esempio c’è l’uffizio architettura per la ricerca di progetti ecosostenibili, portati dall’idealità alla pratica. L’uffizio

L’ARTISTA Dagli specchi al paradiso Michelangelo Pistoletto nasce a Biella il 25 giugno 1933. Dal 1947 al ‘58 lavora come apprendista nella bottega del padre restauratore di quadri e frequenta la scuola di grafica pubblicitaria di Armando Testa. Già in quegli anni è attivo nel campo della pittura con gli autoritratti. Nei primi anni ‘60 realizza i quadri specchianti che includono nell’opera lo spettatore e rappresentano la volontà di immortalare la terza dimensione, lo spazio e il tempo. Tra il 1965 e il 1966 produce i lavori intitolati Oggetti in meno, basilari per la nascita dell’arte povera. Negli anni ‘90 apre a Biella Città dell’arte-fondazione Pistoletto, in un’ex fabbrica, per una trasformazione responsabile della società. Nel 2003 è insignito del Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia. Nel 2004 il suo ultimo ciclo di lavori, Terzo paradiso. Info: www.pistoletto.it.

35

politico ha creato Love difference per una politica intermediterranea, per far sì che, a partire dal Mediterraneo, l’arte diventi motore di incontro tra associazioni e possibilità di sviluppo sociale e culturale. Sul piano dell’ecologia abbiamo sviluppato il manifesto per la sostenibilità della moda italiana, con una grande performance in piazza del Duomo a Milano. Ecco, l’arte giunge così sempre più nel tessuto della vita sociale». Come intellettuale, la sua visione è assai distante da chi si chiude in una torre d’avorio: crede fermamente che l’artista debba essere presente, intervenire, costituire un punto di riferimento della società e del tempo in cui vive. «Sì, perché l’artista è il rappresentante attivo del fenomeno che sta alla base della società: la creatività. Gli esseri umani sono diversi da ogni altro elemento della natura per la loro capacità di creare qualcosa che non c’è ancora. L’arte è questo elemento di passaggio dal


Luci d’artista, 2005 A sinistra: Terzo paradiso, la catena umana al Louvre, 2012 A destra: Arte al centro nella Città dell’arte di Biella, 2009

non esistere alla realtà, dal possibile esistente nell’universo, nel cervello, all’attuazione fisica. L’arte è la quintessenza della possibilità di rendere possibile l’immaginazione». Dagli anni ’50 a oggi, sessant’anni da protagonista nel mondo dell’arte. Quali le trasformazioni più evidenti che ha vissuto e quali vedremo, dall’alto della sua esperienza. «Ho visto e fatto parte di differenti gruppi artistici, dalla pop art all’arte povera, e già tra questi due movimenti c’è una differenza enorme. La prima era basata sull’influenza del glamour, del consumismo come fenomeno mondialmente inteso, mentre la seconda superava l’enfasi su questo e si concentra nell’essenziale, elimina il superfluo. Noi oggi abbiamo bisogno di questa energia primaria, di tornare all’essenziale. Sono stati tutti punti di passaggio verso questo altro passaggio, questo mio Terzo paradiso che gli artisti possono creare, non

LA MOSTRA Année 01, Le paradis sur terre Fino al 3 settembre il museo del Louvre ospita una mostra dedicata a Michelangelo Pistoletto, curata da MarieLaure Bernadac. L’artista piemontese presenta gran parte del suo percorso, dagli inizi agli ultimi lavori.Si passa così dalle opere pittoriche agli specchi, dalle fotografie alle sculture fino ad arrivare al Terzo paradiso. Il simbolo dell’infinito, coi suoi tre cerchi, è entrato nella poetica dell’autore che dopo averlo presentato nei musei del Belpaese lo esporta Oltralpe, a dialogare con la collezione permanente del museo in un gioco di specchi – letteralmente – in dialogo tra passato, presente e futuro. La mostra si intitola Année 01, le paradis sur terre, a rimarcare la necessità (la speranza?) dell’artista in una nuova era, in una metamorfosi sociale e culturale del mondo contemporaneo patrocinata dall’artista.Info: www.louvre.fr.

36

più lavorando individualmente ma per una dinamica di incontro, di rinascita. Quando ero direttore della biennale di Bordeaux, nel 2011, ho chiesto a tutti di creare opere ad hoc basate sulla partecipazione dei cittadini, in grado di dialogare con le persone, trasformando così gli artisti stessi da individui a collettività». Ha citato il movimento dell’arte povera che l’ha resa noto al grande pubblico. Cosa le ha dato e che ha portato in questo? «Mi ha portato il riconoscimento di un principio già esistente nei quadri specchianti, quello dell’opera fenomenologica, appunto, che non racconta storie personali dell’artista. C’è un’evidenza energetica nell’opera stessa che supera la volontà dell’artista, la decisione, l’emozionalità individuale, per un ordine comune, verificabile. Come l’albero di Giuseppe Penone, non più raccontato secondo la personale visione dell’artista: dentro l’albero c’è un altro ve-


ro. Una fenomenologia di fondo portata in evidenza. Questo è indispensabile come base di conoscenza e di responsabilità. Quanto al mio portato, l’ha detto anche Germano Celant nel suo manifesto dell’arte povera, sono gli Oggetti in meno, punto di partenza di tutto il movimento, ma l’opera più riconosciuta è certo la Venere degli stracci». Inizia come restauratore con suo padre, poi frequenta una scuola grafica. Come giunge all’arte? «Mio padre era completamente estraneo, addirittura contrario all’arte moderna, totalmente calato nella pittura classica e nell’antichità, mia madre mi ha iscritto a un laboratorio di grafica con Armando Testa, vedeva nella pubblicità il futuro. Mi sono trovato in questa dimensione, catapultato fuori dalla classicità, dove il fondamento era guardare l’arte moderna e contemporanea come fonte d’ispirazione. In pochi mesi sono riuscito a penetrarla, farne il mio percorso di vita.

L’arte è un eLemento di passaggio daL non esistere aLLa reaLtà, daL possibiLe esistente neLL’universo aLLa sua attuazione. L’arte è La quintessenza deLLa possibiLità di rendere possibiLe L’immaginazione

37

Lì ho capito che questa, molto più che l’antica, poteva favorire una visione non consueta, risolvere le mie problematiche di giovane che in quel momento la società non risolveva e restavano nel mio animo, pesantemente. Attraverso l’arte potevo risolvere quello che non mi era dato come risolto». Alain Elkann racconta tutto di lei in La voce di Pistoletto, un libro biografico in uscita a maggio con Bompiani. Famiglia, affetti, vita, c’è qualcosa che non troviamo? «No, non ho nulla che voglio tenere per me, sono totalmente estroverso. Leggendo questo libro penso che si riesca a capire abbastanza bene quello che penso e la mia storia, è un po’ la mia voce, davvero». Dopo il Louvre, ha altri progetti in cantiere? «Portare avanti quello che annuncio al Louvre in maniera forte: lavorare al Terzo paradiso, la mia ricerca interpersonale».


PERSONAGGI L’ARTE PRENDE CORPO

LE SOLUZIONI AL REBUS DI UN’ESTETA

di MARIA LUISA PRETE

Monica Marioni ama i maestri del passato e ne trae ispirazione: «Nelle mie opere c’è la mia storia anche solo un frammento oltre alla continua ricerca del bello»

A destra: Monica Marioni Senza titolo, 2012

i va dai classici italiani (Michelangelo, Piero della Francesca, Caravaggio) ai grandi autori del Novecento (Modigliani, Klimt, Schiele, ma anche Pollock): il mondo di Monica Marioni, trevigiana classe 1972, si costruisce a partire da importanti citazioni. Imprescindibile nelle sue opere il richiamo all’arte del passato per la costruzione di un’atmosfera creativa che sa diventare personale, intima e contemporanea, coinvolgendo emotivamente l’osservatore. «I grandi maestri del passato mi hanno sempre trasmesso grazia, qualcosa al di sopra dell’estetico, quasi extraterreno. Avevano la capacità di narrare cose anche terribili ma attraverso la magnificità e potenza espressiva del segno. Sono stati una guida alla disciplina, mentre altri autori come Pollock mi hanno insegnato a dosare i colori. E poi Klimt, Schiele e Modigliani, sono gli artisti a cui mi sono ispirata maggiormente per la loro attenzione costante al bello. Sono schiava del mio concetto di estetica e cerco di portarlo in tutto ciò che faccio proprio come loro». Una ricerca anche incentrata sulla continua riscoperta del sé. «In ogni opera c’è il cento per cento di me stessa, c’è la mia storia, quello che narro è quello che mi è accaduto. Ogni opera è un frammento di un momento, di una giornata, di un vissuto. Specchio di emozioni che possono provare tutte le altre persone. Per questo voglio lasciare l’osservatore libero di interpretare le immagini di ogni mia opera», afferma l’artista. Questo processo ha attraversato varie fasi, dai quadri digitali alle opere materiche. Le prime, dal forte impatto espressivo, tradiscono

38


A fianco: Monica Marioni davanti all’opera Going out, 2012 in mostra al chiostro del Bramante foto Manuela Giusto A sinistra: Come on (particolare), 2012

un’algida meccanicità: «Era diventata quasi un’ossessione quella di poter raggiungere la perfezione, era un lavoro maniacale, concentrato su ogni pixel. Con le nuove opere, invece, cerco di trasmettere la nostra parte meno razionale, più imperfetta, ma – rivela l’artista – maggiormente spontanea». I lavori sono quelli del progetto Rebus, protagonisti di un percorso iniziato al chiostro del Bramante a gennaio e che prosegue per tutto il 2013 con altre importanti tappe. Opere a tecnica mista raffiguranti figure intere, volti, situazioni. Il bianco, il rosso e il nero i colori principali. Mentre il disegno diventa protagonista e prende forma sulla rivista “Corrente”, uscita per la prima volta nel 1938 come organo dell’omonimo movimento artistico che cercava un rinnovamento dell’arte italiana in chiave europea. La scelta della Marioni non è casuale. L’artista, infatti, sempre assidua nella ricerca della perfezione artistica, ha fatto ristampare su carta identica all’originale alcuni numeri del periodico per riutilizzarli come supporto su

L’ARTISTA E LA MOSTRA Laureata in statistica premiata col Fiorino d’oro Monica Marioni nasce a Treviso il 22 marzo 1972, ma si trasferisce giovanissima nel vicentino dove vive alcuni mesi l’anno. Si iscrive all’istituto d’arte di Vicenza, ma, vista la passione per la matematica, consegue la laurea in scienze statistiche. Nel 2008 vince a Firenze il primo premio Fiorino d’oro per la pittura: un riconoscimento della maturità tecnica ed espressiva raggiunta nel materico su tela. Ispirata dalla tradizione pittorica italiana e da autori come Schiele e Pollock, riesce nelle sue opere a reinterpretarne gli stili in forme contemporanee e personalissime. Tra i prossimi appuntamenti, a metà settembre, la mostra Rebus, dopo il chiostro del Bramante e San Pietro in Atrio (Como), approda al bunker C4 di Caldogno (Vicenza). Info: www.monicamarioni.com.

41

cui dipingere. Così quelle pagine di giornale non sono semplici materiali sostitutivi su cui lavorare, ma nuove tele: palcoscenico ideale per i suoi soggetti senza tempo. Le opere, immagini surreali che ognuno può fare proprie e stravolgere, partono dall’immaginario collettivo, dalla miriade di spunti iconografici disseminati sulla rete. «Per la prima volta, con Rebus – spiega il curatore Ivan Quaroni – la Marioni prende esplicitamente le mosse dall’immaginario collettivo, saccheggiando quel gigantesco serbatoio iconografico che è internet. Ispirandosi alle centinaia d’immagini del web e interiorizzando i segni di maestri riconosciuti e autori ignoti, l’artista compie un’operazione concettuale, intesa a innescare nell’osservatore un senso di familiarità con le opere». Posti di fronte alle opere, si coglie subito qualcosa che appartiene a ciascuno di noi, un segno rassicurante perché riconoscibile, capace di far spaziare la fantasia alla ricerca di immagini suggerite, evocate, mai imposte.


PERSONAGGI CONVERSANDO SUL SOFÀ

42


QUALE SVILUPPO SENZA CULTURA

di DEIANIRA AMICO

Quanto valgono conoscenze e competenze? A colloquio con i protagonisti del sistema Italia: Parla Armando Massarenti, a capo del supplemento Domenica del Sole 24 Ore A sinistra: Armando Massarenti parla sul podio del convegno del Sole 24 ore

edendo, si sfila l’orologio dal polso con un sorriso aperto. Incontriamo Armando Massarenti, responsabile del supplemento culturale Domenica del Sole 24 Ore, in una delle numerose sale riunioni del grande edificio progettato da Renzo Piano nel quartiere milanese della vecchia fiera, sede del quotidiano economico. Dopo il terzo convegno del Sole 24 Ore sul tema arte e cultura, qual è il punto della situazione? «In apertura del convegno ho citato la poesia di Friedrich Hölderlin: “se hai cuore e cervello usali uno alla volta, se li usi insieme entrambi ti dannano”, per ribadire l’importanza del pensiero analitico nell’affrontare il tema della cultura. Un anno fa attraverso il Manifesto per la cultura spiegavamo che dal punto di vista della teoria economica la cultura non può che essere parte integrante di un’idea di sviluppo. Una parte della nostra crisi economica dipende dal fatto che non abbiamo investito abbastanza negli ultimi decenni su cultura e istruzione. Ci siamo resi conto che dobbiamo incidere di più, il Sole 24 Ore riediterà il rapporto Federculture che sottolinea anche quest’anno l’importanza che potrebbe avere la cultura dal punto di vista economico se fosse sostenuta meglio». Data l’emergenza cultura e lavoro non crede ci sia bisogno di una comunicazione più diffusa, che esca dagli auditorium e incontri un pubblico ampio, affiancandosi a iniziative già esistenti come ad esempio quelle del Fai? «Abbiamo fatto diverse iniziative in questa direzione, una proprio con il Fai, I luoghi

43


del cuore, un’altra con il ministero dell’Istruzione sull’articolo 9 della Costituzione, attraverso conferenze in luoghi significativi e dirette in streaming, con l’obiettivo di sensibilizzare migliaia di studenti. Siamo consapevoli che bisogna prima di tutto investire in conoscenza. A questo proposito un anno fa ho scritto un articolo intitolato Noi analfabeti seduti su un tesoro, sottolineando come nel paese non ci sia abbastanza consapevolezza della nostra storia». Riprendendo la riflessione di Martha Nussbaum sul valore della cultura umanistica nella formazione della civiltà europea, lei ha rilevato come la scienza, in Italia, sia in una posizione subalterna. «Martha Nussbaum sottolinea, giustamente, come la cultura umanistica spinga a una cittadinanza più consapevole e tollerante, a quelle capacità critiche ne-

cessarie per avere un ruolo sociale attivo. Questo messaggio è ben recepito negli Stati Uniti, dove nessuno mette in discussione il valore della cultura scientifica. L’Italia invece è storicamente segnata dal neoidealismo di Croce e Gentile, una filosofia fortemente antiscientifica. Solo attraverso un rinnovamento dei programmi scolastici in una direzione anche scientifica è possibile aprirsi a una cultura più moderna». Ricordando il caso del Louvre di Abu Dhabi e la posizione in merito di Jean Clair, sembra che anche in Italia convivano diverse anime in materia di beni culturali: da una parte chi si oppone all’idea di “Italia Spa”, dall’altra chi sostiene la promozione del “brand Italia”. Le due posizioni sono davvero inconciliabili?

44


45


A fianco: un’immagine del terzo convegno del Sole 24 Ore sul tema arte e cultura foto Fabrizio Andrea Bertani Sotto, a destra: Martha Nussbaum A pagina 42: Armando Massarenti sul podio del convegno foto Fabrizio Andrea Bertani Alle pagina 44 e 45: un’immagine dei crolli agli scavi di Pompei foto Genny Manzo e la sede del Sole 24 Ore progettata da Renzo Piano

pevolezza di quanto potrebbe essere utile investire in cultura per il nostro futuro, il declino sarà sempre più deciso e inesorabile». Quali sono le ricette concrete per rilanciare la ripresa economica italiana attraverso la cultura? «In primo luogo ci sono i progetti europei del 20142020, una chance importante, perché una parte di questi fondi è per la prima volta destinata significativamente alla cultura. Questo tipo di investimento, tuttavia, deve essere di medio-lungo periodo. I paesi che hanno investito veramente nella cultura, pensiamo alla Corea e alla Polonia, hanno conosciuto risultati non immediati, ma grazie ad azioni che hanno portato avanti decine di anni fa, hanno resistito alla crisi attuale. L’Italia è il fanalino di coda dei paesi che tentano di riemergere dalla crisi; una delle ragioni è che non sono stati messi in atto quei meccanismi attraverso i quali il patrimonio culturale e l’istruzione possano diventare un patrimonio più diffuso. La cultura migliora anche l’ambiente e la produttività. Questa correlazione è molto chiara per quanto riguarda quasi tutti i nodi essenziali di cui i politici oggi si devono occupare».

«Il principio di coinvolgere quelle forze spontanee che hanno a cuore il territorio non è di per sé sbagliato, basti pensare a casi di eccellenze nella gestione del patrimonio culturale italiano come quella del Fai. Spetta alla politica trovare il giusto equilibrio. Quando i privati si sono comportati male è stato perché la pubblica amministrazione non ha vigilato a sufficienza». Lei ha sottolineato spesso la persistenza del dato preoccupante dell’analfabetismo funzionale. La classe politica si è dimostrata spesso foriera del pensiero acritico. Anche nelle ultime elezioni si è parlato ben poco di cultura. «Ignazio Visco nel suo libro sul capitale umano scrive che l’80% della popolazione italiana è tecnicamente analfabeta, nel senso che sa leggere e scrivere ma non riesce a trarre delle conclusioni pratiche, a capire cosa stia leggendo. Noi abbiamo fatto delle domande a cinque dei sei candidati premier, cercando di scovare una parvenza di idea sul settore dei beni culturali. Non sappiamo se il nostro appello al governo sarà ascoltato e se questo circolo vizioso si trasformerà mai in virtuoso. Se manca una strategia politica generale e la consa-

46


ARMANDO MASSARENTI Filosofo ed epistemologo Armando Massarenti (Eboli, 22 settembre 1961) è filosofo ed epistemologo. Dal 2011 è responsabile del supplemento culturale Domenica del Sole 24 Ore, dove si occupa dal 1986 di filosofia della scienza, filosofia morale e politica, etica applicata, e dove cura la rubrica Filosofia minima. Nel 1991 ha scritto L’etica da applicare, nel 1996 il Manifesto di bioetica laica. Dal 1999 è direttore della rivista Etica ed economia; dal 2012 fa parte del comitato etico della fondazione Veronesi. Nel 2006 ha scritto Il lancio del nano e altri esercizi di filosofia minima. Per la sua attività pubblicistica ha vinto nel 1993 il premio Dondi, nel 2000 il Voltolino, nel 2007 il Mente e cervello di Torino e nel 2011 i premi Capri, Argil e Capalbio. Il suo ultimo libro, Perché pagare le tangenti è razionale ma non vi conviene, è edito da Guanda.

47

L’ItaLIa è IL fanaLIno dI coda deI paesI che tentano dI rIemergere daLLa crIsI. per farLo La cuLtura e L’IstruzIone dovrebbero dIventare un patrImonIo pIù dIffuso


PERSONAGGI APPUNTAMENTO CON LA STORIA

PABLO, LUCE DEL SECOLO BREVE A quarant’anni dalla scomparsa, Picasso resta l’artista più noto e studiato del Novecento

P

ablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Annibali Picasso, meglio noto come Pablo Picasso, moriva quarant’anni fa a Mougins, l’8 aprile 1973, a 93 anni, nel sole della Provenza. Per lui, sepolto nel parco del suo castello di Vauvenargues, si trattava, dopotutto, di morire com’era nato: nella luce. L’uomo che ha attraversato il Novecento, permeando di sé l’arte del XX secolo, era infatti venuto al mondo nell’assolata Andalusia, a Malaga, il 25 ottobre 1881. Il padre, maestro di belle arti e altrettanto belle speranze ma pittore naturalistico di poca vaglia, già dai primi anni aveva cercato d’instillargli il sacro fuoco dell’arte, riuscendo a far breccia nel discepolo così bene da dargli tavolozza e pennelli, confessando che ne avrebbe fatto un uso migliore di lui. Non ebbe torto, ma non nel senso che s’aspettava. Pablito, infatti, che a dieci anni aveva lasciato con la famiglia il sole dell’Andalusia per la fredda Galizia, quattro anni dopo avrebbe tenuto a La Coruña la sua prima personale, decretando già a quell’età una maestria tecnica che avrebbe fatto gridare al miracolo. Un miracolo che può toccarsi con mano nei suoi primi dipinti esposti al mu-

di MAURIZIO ZUCCARI

LE MOSTRE, 40 ANNI DOPO Tris a Malaga, bis a Monaco A 40 anni dalla morte di Pablo Picasso, l’omonimo museo di Malaga celebra il decennale dell’apertura con una triplice esposizione. Fino al 9 giugno, Picasso de Malaga mostra i suoi primi dipinti. Album di famiglia, dal 29 aprile al 29 settembre, indaga il “familismo” del museo fondato nel 2003. Once obras invitadas, dal 27 ottobre al febbraio 2014, mette in mostra artisti della collezione permanente che influenzarono l’artista andaluso. Monaco celebra Picasso è invece l’evento estivo con il quale la città ne rievoca al Grimaldi forum la scomparsa con una doppia esposizione: Picasso e la Costa Azzurra e le opere della collezione Nahmad.

48

seo di Barcellona, dove avrebbe vissuto i successivi dieci anni, e in quello, buon ultimo, della sua città natale. Di sé avrebbe detto poi: «A quattro anni dipingevo come Raffaello. Per il resto della vita ho cercato di dipingere come un bambino». Potrebbero sembrare le parole d’uno sbruffone, o d’un insano di mente. Invece andò proprio così: disimparò così bene l’arte del padre (dei padri) da passare alla storia. A quarant’anni dalla morte, Picasso resta l’artista più studiato e visto dello scorso secolo, senz’altro tra i più riconoscibili e noti. Oltre che il più prolifico d’ogni tempo, al punto da sfiorare il parossismo. Tra i pochi ad avere la ventura di raggiungere un incredibile successo da vivo e d’essere riconosciuto a colpo d’occhio dai più. D’essere passato indenne, per di più, attraverso le bufere dello scorso secolo, senza mai immischiarsi e di rado schierandosi, ma sempre con la nomèa d’amico della pace e dei popoli, progressista – anzi, comunista – convinto. Con una riconosciuta genialità, pur saccheggiando senza pudore («I mediocri imitano, i geni copiano», era uno dei suoi fulminanti aforismi) ma trasferendo nella copia ai limiti del plagio un’originalità tutta sua, un’aura d’immortalità. Valga per tutti uno dei suoi dipinti più noti, Guernica, commissionatogli dal governo repubblicano nel ‘37. Sco-


Pablo Picasso Paulo vestito da Arlecchino, 1924 Nel box: l’artista fotografato da Arnold Newman nel 1954 e in basso Don Chisciotte, 1955

piazzato da una foto d’epoca tratta dagli archivi Alinari, il dipinto d’un anonimo catalano diventa nelle sue mani il manifesto della ferocia nazista e della follia della guerra, non solo di quella civile in Spagna. Nella Parigi della Belle époque, faro d’Europa e del mondo, dove giunge poco più che ventenne all’abbrivio dello scorso secolo, aprendosi allo spirito del tempo e a una cerchia d’amicizie che gli spalancheranno le porte del bel mondo e della fama, passa indenne tra le maglie dell’occupazione nazista, della repressione tedesca contro gli artisti “degenerati”. Come scampa senza danni a un’accusa di furto della Gioconda, nel bel mezzo del primo conflitto mondiale. Collezionando, oltre ai denari e ai successi, amori e matrimoni a raffica con donne bellissime, lui che certo un adone non era. Funambolico come gli atleti del circo che amava al punto da farsi domatore di bestie feroci, contraddittorio e geniale quanto basta a farsi mito in vita, Picasso resta a tutt’oggi un maestro d’arte e buon vivere. Capace di traversare il secolo breve come una cometa che ancora diffonde la sua multiforme scia luminosa, la luce nella quale è nato e morto, in una parola è vissuto. Più simile, in ciò, ai suoi amati arlecchini che al Don Chisciotte magistralmente schizzato in pochi colpi di lapis.

49


BELPAESE ECCELLENZE ITALIANE


tenuta castelbuono un carapace nel cuore dell’umbria

di ALESSANDRO CARUSO

arnaldo pomodoro firma una cantina presso montefalco a forma di tartaruga marcello lunelli: «È un animale lento e longevo come il nostro vino» Tenuta Castelbuono dettaglio della cupola Foto Antonia Mulas

el Carapace di Arnaldo Pomodoro non c’è solo un’opera d’arte architettonica. C’è una storia di uomini, passione, tradizione, gusto ed estro. Che si erge in una zona magnifica d’Italia, a Bevagna, nelle campagne umbre vicino a Montefalco (Perugia), dove la terra è secca e arida in estate ma in autunno è colorata dalle vigne variopinte del Sagrantino e sprigiona un soave e intenso profumo di vino. Fra queste smussate colline sorge il Carapace, la scultorea cantina progettata da Pomodoro per la tenuta Castelbuono, una casa vinicola che produce il Sagrantino, su committenza prestigiosa: la famiglia Lunelli, da Trento, storici produttori dello spumante degli italiani, il Ferrari, e dal 2003, per l’appunto, del Sagrantino di Montefalco. Dall’intraprendenza e lungimiranza della famiglia è nata l’intenzione di fare delle cantine una struttura artistica unica al mondo. Dalla sincera amicizia tra Gino Lunelli e Pomodoro è scaturita la proposta. Il resto l’ha fatto la genialità del maestro, che nel 2004, a più di ottant’anni, con l’entusiasmo di chi non perde occasione per misurarsi con nuove esperienze, ha accettato la sfida di cimentarsi con la creazione di un’opera nuova per le sue corde, che abbinasse la bellezza delle linee alla funzionalità di un’azienda produttiva. E non ci ha messo molto a trovare una soluzione. Il tempo di una passeggiata tra le

51


pomodoro in soli due giorni di visita nella vigna ha avuto l’intuizione di fare la cantina a forma di tartaruga

A fianco: disegno di Arnaldo Pomodoro per il progetto della cantina A destra: particolare all’interno della cupola foto Antonia Mulas

vigne, a detta di Marcello Lunelli, nipote di Gino, vicepresidente delle cantine Ferrari e referente di Pomodoro per gli otto anni d’intensa attività necessari alla realizzazione dell’opera terminata nel 2011. Sentendolo parlare si evince che la sagacia e l’intraprendenza sono “vizi” di famiglia. Un ragazzo di 45 anni, enologo e imprenditore rampante, innamorato del suo lavoro e del suo vino: «Ho accompagnato Pomodoro nel suo sopralluogo sul posto – racconta – ricordo che esplorava i vigneti, la terra che si apre per la siccità, il colore scuro, i sapori, snocciolava le sensazioni e dopo soli due giorni quando lo riportavo a Milano in poche parole mi ha descritto la sua intuizione». I luoghi e la missione, cucinati secondo il suo genio, gli avevano suggerito la forma di una tartaruga. «La mia reazione iniziale è stata lo

stupore, ma capivo che dietro c’era un’idea. Così sono arrivati i primi disegni, grazie ai quali sono riuscito a dare un’immagine al suo pensiero». Ma perché la tartaruga? «Si tratta di un animale arcaico – risponde Lunelli – longevo, simboleggia la fortuna e procede lentamente, proprio come il Sagrantino». Nella realizzazione dell’opera si sono invertiti i criteri standard di progettazione. Pomodoro è partito da modellini tridimensionali, serviti per calibrare le diverse componenti spaziali. Una volta trovato il modello finale, attraverso le scannerizzazioni digitali, lo studio trentino Giorgio Pedrotti ha fatto trasferire il modello in qualcosa di grande che stesse in piedi. Poi ci sono tutti i particolari che rendono l’idea del trionfo dell’estetica, della qualità e della pregevolezza. Dalla copertura, ottenuta con oltre

52

mille lastre di rame create con il processo dell’elettrodialisi su una base disegnata da Pomodoro alla vernice del sottocupola che, in base alla forza impressa dall’artigiano nello spalmarla, dà diversi effetti ottici; fino alla scelta del materiale per la pavimentazione, un particolare porfido, cercato e scelto nelle cave vicino Trento, con un singolare colore di ossidazione rosso, proprio come il vino. Nel Carapace Pomodoro ha curato tutti i dettagli, la sua firma campeggia in ogni spigolo della struttura. Persino nella barricaia, dove sono custodite le botti: «Del resto – spiega Lunelli – l’appetito artistico viene costruendo». A vederla da lontano, questa gigantesca e solida scultura si dissolve nel contesto paesaggistico. Sembra esserci sempre stata. E più ci si avvicina più si avverte, scrutandola, un senso di continuità


con il territorio. Sarà per l’equilibrio e la dolce sinuosità delle linee o per quelle fessurazioni che lacerano la superficie della cupola, pensate proprio per ripetere le caratteristiche della terra, crepata dalla siccità estiva. Oggi il Carapace è considerato un’opera monumentale, simbolo dell’imprenditoria illuminata made in Italy suggellata dal trionfo dell’arte e della tecnica. Un inno al fascino dell’Umbria, al suo misticismo e alle sue tradizioni, celebrate, tra un sorso e l’altro, nel palinsesto degli eventi culturali che il Carapace ospita periodicamente: presentazioni di automobili, di libri, mostre d’arte contemporanea e, chiaramente, degustazioni. Un’intensa attività che lo rende un punto di riferimento socioculturale della comunità e del territorio. Non potrebbe non esserlo, in fondo, anche per via del dardo, l’elemento scultoreo leggermente distante dal Carapace, conficcato nel terreno, che sembra richiamare, come un faro, l’attenzione dei viandanti. Si tratta di un vezzo, voluto dal maestro Pomodoro, che rappresenta la materializzazione artistica del lavoro dell’uomo che si mette in contatto

LA FAMIGLIA LUNELLI Dal Ferrari al Sagrantino I fratelli Marcello, Alessandro, Camilla e Matteo Lunelli producono lo spumante Ferrari a Trento. Dal 2003 sono anche produttori del Sagrantino di Montefalco. Marcello, in particolare, è l’enologo della famiglia, 45 anni, ha seguito Pomodoro nel progetto del Carapace. È vicepresidente delle cantine Ferrari ed è stato premiato dal Gambero Rosso come Sua eccellenza Italia nel 2012.

54

con la terra. Un rapporto mistico e prezioso, su cui si basa un equilibrio naturale che sembra scandire tutte le scelte nelle fasi di realizzazione del complesso scultoreo: «Il dardo è un punto di riferimento per chi si avvicina alla cantina – spiega Lunelli – di colore rosso intenso, che è in fondo il filo conduttore della cultura legata al vino Sagrantino». Ma qual è stata la reazione di Pomodoro nel momento in cui è entrato nella sua scultura? Nella risposta di Marcello Lunelli è sintetizzata la personalità di un grande artista italiano: «Ero con Arnaldo quando, insieme a Gillo Dorfles, è venuto a visitare il Carapace. Sono rimasto davvero meravigliato quando ho sentito che chiedeva con emozione al suo maestro: “Gillo, ti piace?”, con quell’ansia tipica dell’allievo che cerca l’approvazione del proprio mentore. Mi ha fatto una grande tenerezza ma allo stesso tempo ho potuto toccare con mano la sua gioventù eterna, la sua umiltà e la scintilla del genio». E la risposta di Dorfles? «Simpatica e veritiera – conclude divertito Lunelli – ha detto di essere entusiasta di poter entrare nel tempio del dio Bacco».


A sinistra: Tenuta Castelbuono Nel box: da sinistra Marcello, Alessandro Camilla e Matteo Lunelli Sotto: il Carapace e il dardo visti dalla vigna foto Antonia Mulas

55


ECCELLENZE ITALIANE I MAESTRI DEL BELLO


IL MOSAICO

È UN FATTO DI PENSIERO

di FRANCESCO ANGELUCCI

Intervista con Marco Santi il mosaicista che collabora con grandi artisti facendo dell’arte musiva una pratica frutto di sintesi e osservazione

Una delle otto fontane realizzate da Marco Santi a Milano Marittima Ravenna, 2006 (particolare)

crive Wikipedia che per pixel “si indica ciascuno degli elementi puntiformi che compongono la rappresentazione di un’immagine virtuale” e tanto basta per capire quanto il mosaico sia un’arte tutt’altro che passata. Prendere la realtà, scomporla in frammenti e ricomporla per creare una rappresentazione è la base del nostro modo di fruire delle figure. L’impressionismo, il pointillisme di Seraut, la stampa in quadricromia e gli stessi pixel non sarebbero mai esistiti se ai nostri antenati non fosse venuto in mente di creare un’immagine affiancando tessere fra loro. «Ma possiamo spingerci anche oltre – dice Marco Santi, capo del Gruppo Mosaicisti Ravenna – che cosa hanno fatto i bizantini in Italia? Hanno tolto tutte le informazioni inutili. Vuol dire cancellare tutte le linee che non servono, eliminare la prospettiva, togliere per dare importanza a una cosa sola: la comunicazione. Così, il messaggio che San Vitale dà all’osservatore è velocissimo, capisci subito che Teodora è l’imperatrice e lo capisci al volo, guardandola di striscio». Vicino, insomma, fin troppo vicino, al nostro concetto di pubblicità e non sarà di certo un caso che tutti i regimi totalitari abbiano fatto grande uso di quest’arte. L’esperienza acquisita negli anni come restauratore ha fatto sì che Santi interiorizzasse questo concetto di sintesi per il suo lavoro con gli artisti. Fiore all’occhiello del mosaicista sono infatti le sue numerose collaborazioni con i creativi contemporanei e del secolo passato come, giusto per citarne alcuni, Mario Schifano, Alighiero Boetti e Pietro Dorazio. «Arriva

57


IL MAESTRO Dalla scultura al mosaico Marco Santi è nato a Ravenna il 10 febbraio del 1963. Si diploma all’istituto d’arte per iscriversi all’accademia di Belle arti scegliendo l’indirizzo scultura. Nel mentre scopre il mosaico nelle botteghe ravennati, continuando gli studi accademici.Affina la sua tecnica musiva nei laboratori di quello che era il Gruppo Mosaicisti di Ravenna,diventato poi una cooperativa. Santi, nel 2008 a capo dell’associazione, la riporta al suo statuto e nome originale. Con il suo laboratorio ha lavorato con artisti contemporanei quali Alighiero Boetti, Mario Schifano e Aligi Sassu. Il Gruppo Mosaicisti di Ravenna ha anche una tradizione nel restauro di opere antiche e moderne. Info:www.gruppomosaicisti.it. A sinistra: Marco Santi lavora a una copia di Modigliani, 2006 Sotto: trattamento dei mosaici nel battistero di Aquileia, 1996 Nella pagina accanto: lavorazione all’opera di Aligi Sassu

l’artista – dice Santi – con i suoi bozzetti che in qualche modo sono già una sintesi dell’opera. Non sono d’accordo con i miei colleghi quando dicono che alcuni cartoni sono troppo pittorici e quindi poco adatti al mosaico, quando invece è qui che comincia il nostro mestiere. Voglio dire, sei tu che devi avere la capacità di togliere tutto quello che non serve e di lasciare, come nel pannello della Teodora, solo l’essenziale. Bisogna mantenere esclusivamente il messaggio dell’artista, capire quello che vuole dire e trasferirlo in un’altra tecnica». È un lavoro concettuale quello di Santi e della sua bottega, un mestiere che parte dall’osservazione dell’opera studiata nei minimi particolari, capita e interiorizzata in ogni pennellata, dove non devono sfuggire neanche quelle linee nascoste che spesso sono la chiave di volta

di un lavoro. Come ogni mestiere che comporta l’esclusione di qualcosa e la selezione di qualcos’altro, il mosaicista è un lavoro prima di tutto teorico. «I nostri più grandi successi – svela il maestro – avvengono quando non ci limitiamo a copiare l’opera dell’artista ma cerchiamo con lui di coglierne l’essenza. Non ha senso fare una riproduzione di una tela tale e quale per il semplice fatto che esiste già la tela. Il vero mosaico ha ragione d’essere quando va oltre l’opera del creativo, quando regala qualcosa in più all’opera, qualcosa di diverso che prima non aveva e allora diventa un manufatto d’arte». Cercare di trasferire la pittura su mosaico è un’arte che si gioca tutta fra l’incastro perfetto di molti fattori quali lo spazio fra le tessere, l’inclinazione e la grandezza delle

58


stesse o la scelta dei materiali. Tutte conoscenze messe a dura prova realizzando il mosaico di Aligi Sassu per Editalia: «L’opera di Sassu è stata molto difficile da riprodurre musivamente perché molto pittorica. Quando si incontrano campi di colore o sfumature il mosaico comincia ad avere delle difficoltà. Cadere nella retorica della riproduzione è il rischio più grande, impoverendo così tutto il mosaico e facendolo diventare una brutta copia dell’originale. Ecco, questo non deve succedere, bisogna conoscere bene la poetica dell’artista, ancora meglio conoscerlo proprio di persona. Con queste premesse si hanno buone possibilità di produrre un lavoro che non è una mera copia». Santi e il suo laboratorio si sono scontrati più volte con l’opera di Sassu quasi come fosse una sfida. Missione terminata

con successo: «Abbiamo visto piangere la moglie di Sassu, Helenita, davanti al mosaico. Si è commossa perché ha percepito suo marito nell’opera, fra quelle tessere siamo riusciti a intrappolare l’anima del pittore. Sono questi risultati che ci dicono che stiamo lavorando bene». Santi si pone con queste opere in continuità con i suoi maestri dei quali ha ereditato il gruppo che ora dirige. Storica infatti è stata la mostra dei suoi insegnanti a Ravenna, curata da Palma Bucarelli e Giulio Carlo Argan, sul mosaico da cavalletto nel 1959. «Sì – racconta – è stata la prima esposizione nella quale il mosaico è stato riprodotto su cavaletto e attraverso le opere di artisti contemporanei, liberandosi da quella tradizione tutta ravennate per assumere un linguaggio più autonomo. Nel mio laboratorio lavoriamo

59

sia il mosaico su grandi superfici che appunto i mosaici da cavaletto di cui quello di Sassu è un ottimo esempio». La differenza fra i muri di mosaico e quelli da cavalletto è una differenza di fruizione. Le prime sono vincolate al muro, mentre le seconde, più piccole, proprio come una tela, possono essere trasportate. In ogni caso, ciò che unisce le due tecniche sembra essere più di quello che le divide: «Sia che l’opera vada su parete o su cavalletto, il mio lavoro è nell’osservare, nel pensare come tradurre l’anima del pittore e metterla nelle tessere del mosaico. L’ultimo dei problemi è la sua realizzazione pratica, una volta che si è formata l’opera nella mia testa il gioco è fatto», conclude Santi. Chissà come la vedrebbe Duchamp, lui che diceva: «L’arte è cosa di pensiero».


ECCELLENZE ITALIANE CARTOLINE DAL BELPAESE

TUTTI I LUOGHI DEL CUORE Un milione di voti, migliaia di segnalazioni, dichiarazioni d’amore per l’Italia e le sue bellezze: è il risultato della VI edizione dell’iniziativa del Fai sul nostro patrimonio da salvare

M

igliaia di luoghi, un milione di voti, un solo cuore che batte per il nostro Paese e che unisce cittadini, italiani e stranieri, nel nome di un’Italia da difendere e da tramandare alle generazioni future. Un milione di segnalazioni, dichiarazioni d’amore per l’Italia e le sue bellezze, uniche al mondo. È questo lo straordinario risultato della VI edizione dei Luoghi del cuore, il censimento dei luoghi italiani da non dimenticare promosso dal Fai, Fondo ambiente italiano, in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Lanciato lo scorso maggio e per la prima volta aperto ai cittadini di tutto il mondo, il censimento chiedeva di segnalare quei luoghi italiani unici, a cui ci si sente legati, che si vogliono proteggere e tutelare per sempre. La risposta è stata sorprendente, una vera e propria mobilitazione popolare che ha visto coinvolti singoli cittadini, comitati, associazioni, scuole, amministrazioni comunali, spesso sostenuti e appoggiati dalle delegazioni Fai. Dalla prima edizione dei Luoghi del cuore, datata 2003, il numero di segnalazioni è aumentato di oltre 40 volte, mentre il numero dei partecipanti è raddoppiato rispetto a quello dell’edizione precedente, nel 2010. Una di-

rubrica del Fai a cura di FEDERICA ARMIRAGLIO*

mostrazione non solo di come crescano negli italiani il senso di appartenenza e l’orgoglio di vivere nel nostro paese, ma anche una testimonianza dell’attenzione e del riguardo di cui gode l’Italia all’estero. Sono 123, infatti, i paesi che hanno partecipato al censimento. Tra questi anche Messico, American Samoa, Togo, Cina, Turkmenistan, Isole Cook, Malawi, Burundi, Laos, Liechtenstein, Spagna, Ucraina, Swaziland, eccetera. La forza di questa iniziativa risiede nella sua capacità di essere, al di là dei confini nazionali, uno strumento di aggregazione, di comunicazione, di scambio di esperienze e di speranze che nel

60

corso degli anni ha addirittura stimolato la nascita di associazioni e comitati spontanei. Anche quest’anno i luoghi segnalati al censimento sono diffusi in tutta Italia: si tratta di chiese, conventi, ville, castelli, giardini. Tante realtà, diverse tra loro e spesso poco conosciute, espressione di quell’immenso museo a cielo aperto che è l’Italia e che, grazie ai Luoghi del cuore, tornano in primo piano. Al primo posto nella classifica del censimento, con ben 53.953 segnalazioni, la Cittadella di Alessandria, uno degli esempi più importanti di fortificazione settecentesca in Europa che, invasa da una pianta infestante che ne danneggia le strutture, necessita di interventi di manutenzione urgenti. Al secondo posto, con 53.394 segnalazioni, la chiesa di San Nicola a San Paolo di Civitate (Foggia). La chiesa, oggi chiusa e bisognosa di interventi di restauro, ha segnato la storia della cittadina, per questo gli abitanti chiedono a gran voce che torni a far parte della loro vita. A seguire, con 50.071 voti, l’abbazia benedettina della Santissima Trinità del Monte Sacro a Mattinata (Foggia), edificio romanico-pugliese del decimo secolo che fu una delle abbazie più importanti del sud Italia e di cui oggi rimangono i ruderi. Al quarto posto il rione Sanità-museo di Totò a Na-


A sinistra: la chiesa della Santissima Trinità del Monte Sacro a Mattinata (Fg) In basso: Alessandria, Cittadella Nella pagina a fianco: palazzo dello Spagnolo al rione Sanità, a Napoli Sono oltre 43mila le segnalazioni giunte al Fai per realizzare nello stabile l’atteso museo di Totò

poli, area ricca di potenzialità storico-culturali, che ha dato i natali allo straordinario Totò. Sono 43.126 le persone che hanno segnalato questo luogo per chiedere che, dopo anni di attesa, venga finalmente aperto il museo dedicato al grande attore partenopeo. Dar voce alle segnalazioni dei beni più amati in Italia per assicurarne il futuro è lo scopo dei Luoghi del cuore. Il progetto si svolge ogni due anni e si propone di coinvolgere concretamente la popolazione e di contribuire alla sensibilizzazione sul valore del patrimonio artistico e ambientale italiano. Attraverso il censimento il Fai sollecita le istituzioni locali e nazionali competenti affinché mettano a disposizione le forze per salvaguardare i beni cari ai cittadini; ma l’iniziativa è anche il mezzo per intervenire direttamente, laddove possibile, nel recupero di alcuni beni votati. I Luoghi del cuore, dal 2003 a oggi, ha permesso di salvare 22 luoghi grazie alla fattiva collaborazione tra Fai e istituzioni. Ancor più numerosi sono gli effetti virtuosi innescati dal censimento, che hanno portato al recupero di beni grazie alla mobilitazione di pubbliche amministrazioni e privati cittadini. Info: www.iluoghidelcuore.it. *Responsabile progetto I luoghi del cuore del Fai

61


CARTE D’ARTE MOLTIPLICAUTORE

UN MAESTRO DI CREAZIONI POP

di GIORGIA BERNONI

Furbo interprete della società contemporanea declinata nei vizi del consumismo Jeff Koons da anni propone i suoi multipli, opere mostrate nei musei più celebri Jeff Koons nel 2012 davanti alla sua scultura Tulips in piazza Rockfeller a New York foto Michael Anderson

uando le tradizionali e sontuose sale della reggia di Versailles, alle porte di Parigi, venivano invase da bizzarri inquilini fuori misura era il 2008: opere di grandi dimensioni, colorate e stranianti, ritraenti per lo più sagome di animali e riconoscibili, quanto discutibili, interpreti della cultura mediatica ritratti attraverso superfici scintillanti e levigate. L’arte eccessiva e irriverente di Jeff Koons aveva fatto il suo ingresso nel tempio del classicismo, rompendo gli equilibri del perbenismo estetico e del rispetto per la storia e la tradizione. Alcuni gridarono all’oltraggio, altri rimasero affascinati dal venire catapultati in una dimensione ludica e atemporale abitata da bambini guidati solo dal divertimento. Niente di nuovo per l’eccentrico artista statunitense Jeffrey Lynn Koons, nato a New York nel gennaio del 1955, che del fascino controverso della poetica kitsch ha fatto un cavallo di battaglia tanto da venire paragonato ad Andy Warhol ed essere così considerato un’attuale icona neo-pop. Furbo interprete della società contemporanea, declinata in particolare nei vizi fascinosi del consumismo, Koons è uscito dall’ambito esclusivo dell’arte per assurgere al ben più potente mondo del gossip quando nel 1991 ha sposato Ilona Staller, in arte Cicciolina: erano quelli gli anni in cui scandalizzava la Biennale di Venezia esponendo quadri

62


A destra: Balloon dog, 2002 tiratura 2.300 esemplari

Nella pagina a fianco: Train silkscreen, 2007 tiratura 40 esemplari

poranea. Si chiede Sarah Cosulich Canarutto nel volume Jeff Koons (Electa, 2006): «Ma chi è veramente Jeff Koons e come è diventato in poco tempo uno degli artisti più importanti del mondo? Il suo lavoro rimane per molti versi velato da un certo mistero proprio perché raramente l’artista si sbilancia nel criticare il mondo colorato e superficiale da cui attinge. Koons non condanna il sistema ma lo osserva, lo scompone, ci gioca utilizzando le sue stesse regole. Il mondo pop non è più una fantasia come negli anni Sessanta ma è una realtà». E ancora: «La sua scelta dei materiali è altrettanto importante poiché mira a capovolgere le regole generalmente associate all’idea di arte. Fiori di plastica, statuine kitsch in porcellana, giganti animali giocattolo in acciaio inossidabile, i lavori sembrano grandi suppellettili come se l’artista volesse proprio confondere l’arte con l’ornamento». Nell’ottica di un massiccio ingresso nel mondo della compravendita artistica e coerentemente con la sua poetica di riguardo verso gli oggetti del quotidiano e della cultura di massa, non sorprende il fatto che l’artista abbia dato vita già da tempo a un importante mercato legato ai multipli delle sue singolari opere d’arte. Da anni, infatti, Koons produce i suoi multipli con costi variabili: da qualche centinaia di euro per le grafiche legate a ceramiche, piatti, suppellettili e arazzi fino ad arrivare a parecchie migliaia per le riproduzioni delle sue chiacchierate sculture.

hard dove si autoritraeva in amplessi erotici con la bionda e disinibita consorte. Nel 1992 viene organizzata la sua prima retrospettiva con una mostra itinerante che prevede tappe nei musei più prestigiosi come il San Francisco museum of modern art, lo Stedelijk museum di Amsterdam e la Staatsgalerie di Stoccarda. Da allora quotazioni alle stelle e fama da rockstar per l’artista dalla faccia comune e spigolosa, spesso ritratto in abiti eleganti e cravatte dal nodo stretto, addirittura nominato nel 2001 dall’allora presidente francese Jacques Chirac “chevalier de la légion d’honneur”. Le prime opere realizzate da Koons sono una rivisitazione degli elettrodomestici Hoover: aspirapolvere sigillati in vetrine di plexiglass con l’obiettivo di voler sottrarre gli oggetti a ogni contatto e utilizzo quotidiano, in modo da aumentarne il fascino. Un novello Duchamp insomma, interessato alla quotidianità piuttosto che all’anelito di metafisica, caro a tanti artisti, e attratto dallo straniamento che produce un oggetto comune inserito in un contesto altro. Ma le sue opere più famose e riconoscibili appartengono alla serie Celebration, a cui l’artista lavora ormai quasi da vent’anni: sculture in acciaio, fedeli riproduzioni e dipinti di grandi dimensioni. Opere con le quali, in modo barocco e ironico, l’artista intende celebrare l’infanzia e con essa il bisogno, comune e quindi riconoscibile da qualsiasi spettatore, dell’innocenza e della felicità. Tra queste, una tra le più note è Michael Jackson and bubbles che lo stesso Koons ha definito una Pietà contem-

64


65


CARTE D’ARTE STORIE DI CARTA

66


VERSATILITÀ IN SERIE

di VALERIA D’AMBROSIO

Le edizioni Schellmann documentano decenni di rivoluzioni artistiche Stampe, sculture e design diventano nuovi protagonisti del mercato

A fianco: Andy Warhol Thirty are better than one, 1963

örg Schellmann, nato nel 1944, ha subìto la forte influenza del padre architetto che gli ha trasmesso fin dalla tenera età l’interesse per l’arte e il design, mentre le sue prime esperienze dirette sono state a Documenta, la manifestazione internazionale che si teneva a scadenza quinquennale nella città di Kassel, dove l’artista è cresciuto. Ha poi studiato legge a Monaco e Ginevra e, nel frattempo, gestiva una piccola bottega d’arte nella città bavarese, la Schellmann and Klüser gallery, che è poi diventata Editions Schellmann. Ha concepito l’idea di pubblicare stampe e multipli d’artista traendo ispirazione dalla rivoluzione culturale e visiva degli anni ’60 a opera di artisti europei e d’oltreoceano, con un’attenzione particolare verso Joseph Beuys e il suo concetto di multipli, che in poco tempo ha fatto scuola. In tutta la sua vita professionale è stato molto influenzato da grandi artisti come Mario Merz e Donald Judd le cui opere pioneristiche incarnavano quell’approccio minimalista, concettuale e architettonico che ha sempre caratterizzato l’estetica e la produzione della casa tedesca. Tuttavia è stato nella seconda metà degli anni ’80, dopo un decennio di pubblicazioni in collaborazione con Bernd Klüser, che Schellmann ha cominciato a focalizzare l’attenzione sull’enorme potenziale che arrecava in sé la produzione di opere d’arte in tiratura limitata. Partendo dalla questione che da decenni affligge gli storici, i critici e gli artisti stessi, vale a dire quella che vede l’arte dei nostri tempi non più necessariamente creata dalla mano dell’artista ma da un design concettuale e da una produzione sviluppata a più mani, Schellmann ha intuito le potenzialità teoriche e materiali di creare delle riproduzioni

67


EDIZIONI SCHELLMANN Antologia d’arte del XX secolo

limitate a un certo numero di copie di una qualsiasi opera d’arte. Ecco perché, da questo approccio profetico all’editoria, si sono sviluppati poi i più svariati e innovativi progetti che includono la creazione e la riproduzione di oggetti, fotografie, video e combinazioni di tutte queste tecniche superando così i confini dei multipli tradizionali. Tra il 1989 e il 1990, addirittura il Moma di New York ha dedicato alle edizioni Schellmann una personale per celebrarne il ventesimo anniversario. Organizzata da Wendy Weitman, assistente curatrice del Dipartimento di stampe e libri illustrati, la mostra “For 20 years: Editions Schellmann” includeva oltre trenta opere donate dalla casa editrice, esposte nella Tatyana Grosman gallery al terzo piano del museo. L’obiettivo era di dare spazio all’aspirazione di Schellmann di democratizzazione dell’arte, partendo dall’indissolubile legame con Beuys – cominciato nel 1969 e terminato con la morte dell’artista nel 1986 – di cui l’editore tedesco ha prodotto venti lavori tra i quali lo storico ultimo multiplo Iphige-

Sin dal 1969 la casa editrice Editions Schellmann produce libri che hanno per tema l’arte contemporanea in tutte le sue declinazioni. Il ventaglio degli artisti trattati si colloca all’interno di un’ampia rosa di grandi nomi della seconda metà del XX secolo come Joseph Beuys, Christo, Donald Judd, Jannis Kounellis, Nam June Paik e Andy Warhol, insieme a singolari rappresentanti della scena artistica contemporanea, in particolar modo fotografi e artisti concettuali, quali Darren Almond, Thomas Demand, Mona Hatoum, Liam Gillick, Robert Morris, Thomas Ruff, Santiago Sierra e Luc Tuymans. La varietà dei mezzi e delle tecniche praticate è piuttosto estesa: dalle stampe, alle fotografie, al design e agli oggetti d’arte in alluminio, acciaio, vetro, plastica e legno, fino all’arte muraria su larga scala. Le splendide opere che hanno da sempre caratterizzato le produzioni Schellmann testimoniano il suo graduale successo a livello internazionale, cominciato con le edizioni di stampe e multipli d’artista, e che vede oggi la pubblicazione di libri a tiratura limitata che esplorano un’ampia gamma di temi e nomi internazionali. Non è un caso, dunque, che nel 2009 sia stato pubblicato Forty are better than one, catalogo che racconta i quarant’anni di grande attività della casa editrice attraverso oltre 700 illustrazioni e 150 artisti, proponendosi come la Bibbia delle trasformazioni estetiche che hanno avuto luogo dagli anni ‘70 a oggi. Per accompagnare questa edizione speciale, la Schellmann ha anche prodotto una serie di leporelli, libretti formati da un’unica striscia di carta ripiegata a fisarmonica che, distesi, si trasformano in stampe d’arte. Info:www.schellmannart.com.

68

nia-Titus Andronicus (1985), che include i negativi fotografici dell’omonima performance eseguita a Francoforte nel 1969. Inoltre, proprio in questi mesi, alla Galerie Thaddeus Ropac di Parigi, Jörg Schellmann ha curato la mostra “Iphigenie” che include sculture, disegni, fotografie e documenti per donare un ricordo sentito e appassionato dell’emblematica performance del ’69 e di tutta l’estetica di Beuys. Se negli anni ’70 l’attrazione per la pop art e per Warhol aveva spinto Schellmann a raggiungere New York dove ha pubblicato il suo primo progetto dedicato all’artista di Pittsburgh, nel 1982 ha rivolto poi la sua attenzione a una nuova generazione di pittori italiani – Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi e Mimmo Paladino – già esperta in materia di stampa grafica. Dai primi anni ’90 fino a oggi, invece, la casa editrice Schellmann ha portato avanti un progetto sulle grandi serie di opere murarie sitespecific, installazioni create appositamente su superfici specifiche in luoghi specifici. Oggi, presen-


A sinistra: Donald Judd, Untitled, 1993 serie di quattro xilografie con striscia dipinta a olio Nella pagina a fianco: Jörg Schellmann e la copertina del catalogo per il quarantennale della casa editrice

tandosi quindi come una casa editrice e di produzione artistica, Editions Schellmann è diventata Schellmann art production e vanta due sedi d’eccezione, una a Monaco e l’altra a New York, in cui si lavora con i più importanti artisti contemporanei internazionali nella creazione di stampe, grafiche d’autore e oggetti d’arredo tradizionali o moderni. È nel 2005, però, che la casa editrice e di produzione d’arte tedesca comincia a focalizzarsi sul design d’interni con l’idea iniziale di utilizzare oggetti provenienti dal mondo industriale o pubblico, riappropriandosene per un uso quotidiano e domestico. Ma presto l’interesse di Schellmann assume tinte più definite passando da mera trasformazione all’idea di un design d’arredo originale e unico, mantenendo, però, il vocabolario strutturale originario nell’uso di materiali appartenenti al settore industriale e commerciale. Partendo dalla riproduzione in edizione limitata di oggetti e arredi a opera di Beuys, Merz, Le Witt, Gillick e Whiteread, nel 2012 la linea d’arredo, ideata anche dallo

stesso Jörg Schellmann, si è espansa fino a essere fabbricata in una piccola serie industriale, la Schellmann furniture, appunto. Qualità peculiare di questo arredo è la sua funzionalità e semplicità tecnica. Definite da un’estetica radicalmente moderna e minimalista, le creazioni sono ispirate da una logica industriale e commerciale oltre che dotate di un’oggettiva bellezza. Originali, giacché caratterizzate dal singolare stile formale di ogni artista che collabora, l’arredo Schellmann è costituito da ibridi a metà tra arte e design che non hanno meri fini estetici, ma una funzione pratica e utilitaria e possono essere facilmente assimilati come oggetti di uso quotidiano. Una pratica che non può non ricordare la personalità artistica che più di tutte ha abbattuto i confini tra arte, industria e business attraverso una nuova concezione di serialità ormai accettata e utilizzata dappertutto, Andy Warhol. Ed è proprio al suo dipinto del 1963, Thirty are better than one, che la Schellmann, in occasione del suo quarantesimo anniversario, si è ispirata per inti-

69

tolare il catalogo già menzionato. La serie di trenta Monna Lisa tesa a commentare la venerazione dell’aura dell’opera unica in contrasto con la produzione di massa e la distribuzione globale delle immagini nella nostra epoca riflette, infatti, la storica missione di Schellmann. Creare multipli d’arte, intesi non semplicemente come opere grafiche ma come un progetto più ampio finalizzato alla produzione di sculture e oggetti di design che consentono agli artisti di comunicare la loro estetica in modo democratico a un numero sempre maggiore di persone. Partendo dalla ricerca e dall’idea originale concepita dall’artista, ciò che ne risulta è un’opera di pregio realizzata grazie al lavoro di un insieme di competenze artigiane, tecniche e tecnologiche che ne garantiscono l’alta qualità artistica. Con Schellmann, il multiplo ha quindi assunto un ruolo di protagonista nel mercato contemporaneo oltrepassando l’antico concetto di unicità e sperimentando le nuove tecnologie, incessantemente proposte nel secolo breve e ancor più oggi.


CARTE D’ARTE MULTIPLI DELLE MIE BRAME

70


VITTORIO PERUZZI IL COLLEZIONISTA DEMOCRATICO

di MAURIZIO ZUCCARI

La sua raccolta di grafiche e multipli d’arte a Milano è tra le più importanti al mondo Visita guidata con qualche consiglio utile ai neofiti A sinistra: Maurizio Cattelan, Il Bel Paese, 1994 A pagina 72: Monica Bonvicini, Drill 4 chastity, 2004 A pagina 73: Alberto Burri, Cretto bianco, s. d. e Vittorio Peruzzi con il suo cane

e c’è un pezzo della Milano da bere sopravvissuto agli anni ‘80, questo è ospitato ai piani alti di un palazzone dalle parti di corso Lodi. Una raccolta di multipli e grafica d’arte unica al mondo, oltre 200 pezzi messi assieme con passione certosina da Vittorio Peruzzi ed esposta, per chiunque voglia visitarla, nella sua casa. È lui stesso ad accompagnarci in questo unicum del genere, svelando i retroscena di un amore di lungo corso, con qualche consiglio per i neofiti. «Colleziono anche libri d’arte ma molto pochi. Mi piace guardare quello per cui spendo, il libro va aperto e sfogliato, non m’appassiona. La mia collezione è nata esattamente nel 1980, col primo stipendio ho comprato a rate quel Fontana lassù, Teatrino. Il 99% delle opere, sui 200 pezzi complessivi, senza contare i singoli fogli, sono grafiche e multipli. Ho scelto di dare un senso organico alla raccolta, concentrandomi sugli artisti italiani dal secondo Novecento a oggi. Non c’è la transavanguardia che non amo ma una cinquantina di pezzi d’arte povera, e i classici come Afro, Burri e Fontana, con il meglio della loro produzione dei multipli d’arte. Tanto per fare qualche esempio: Il cretto bianco di Burri, le sue combustioni dei primi anni ‘60, le ultime opere di Afro della stamperia 2Rc; insomma il meglio della stampa d’arte contemporanea, non solo italiana. Gli strappi di Fontana, come quel Nero lì, sono sul frontespizio del catalogo del Moma dedicato alle grafiche d’arte. Di Cattelan posseggo 15 opere, sono il suo maggior collezionista nella categoria, l’ho sostenuto nella querelle per il Dito davanti alla Borsa. Lo amo, anche se in certi ambienti, come la regione Lombardia, hanno nei

71


suoi confronti un atteggiamento per certi versi bigotto, lo considerano scandaloso. Questo collezionismo è democratico, aperto a molti. Mentre nei paesi anglosassoni è un mercato molto sviluppato, in Italia è considerato un po’ negletto, sconta l’equivoco suscitato da molte pratiche scorrette, molto evidenti da noi. Poi il grande pubblico, ma anche molti esperti, confondono grafiche e multipli con le riproduzioni, non capendo che è una forma d’arte a sé stante che spesso non ha nulla da invidiare alle opere singole». Una differenza sostanziale. Spieghiamola meglio. «Per grafica intendo la stampa d’arte: acquaforti, acquatinte, serigrafie, xilografie e litografie; oggi in senso lato si include anche la fotolitografia, un tempo sarebbe stata un’eresia ma ormai il connubio artigianoartista ha sempre meno senso, è disarticolato: l’artista dà l’idea e la supervisiona, che manualmente realizzi lui l’opera non importa più. Per multiplo si intende qualcosa di tridimensionale, più vicino a una scultura tradizionale, poi si può discutere sul numero di copie: fino a nove diciamo che si possono considerare come un’opera singola. Aborro le prove d’autore, lì si annida l’inghippo, il più delle volte. Dovrebbero essere numerate e certificate anch’esse, che si distrugga o meno la matrice, altrimenti non offrono garanzie». Diamo qualche consiglio ai potenziali collezionisti. «Insieme alla collezione sviluppo un’attività divulgativa, la considero una missione, ricevo una decina di mail al giorno, mi chiedono appunto consigli e li fornisco con enorme piacere. Il collezionista dev’essere un po’ esibizionista, solo chi lo fa come investimento finanziario può tenere sotto chiave le sue opere ma quello è un altro discorso. Prima di tutto occorre saper scegliere ma questo sta alla sensibilità e alla capacità di ciascuno, nel mio caso ho fatto tutto da solo, la mia è stata una formazione progressiva. Chi comincia deve decidere chi e cosa collezionare, anche in questo settore ci sono vari livelli. Quello che importa è acquistare sempre e solo ciò che piace. Scegliere le opere migliori e solo quelle che siano catalogate. Questo è fondamentale per avere una valutazione certa, sia al momento dell’acquisto che della eventuale vendita. Io rivendo poche cose, cinque o sei, il resto della mia collezione è invendibile». Ma come nasce questa passione dei multipli? Eppoi, perché collezionare un multiplo o una grafica d’arte se il suo prezzo è pari alle opere di molti esordienti? «Anche senza parlare di esordienti, un olio di Schifano costa quanto un’acquaforte di Fontana. Perché

acquistarla, dunque? Anzitutto perché lo preferisco, e qui torna il concetto del piacere, poi se si va al Moma o anche solo a Lugano Schifano neanche sanno chi è, invece Fontana… Questo non vuol dire essere sudditi delle mode o del mercato, io ho anche molti minori: c’è un discorso di livello e di monetizzazione, un aspetto successivo ma non secondario, poi c’è un modo sbagliato, a mio modo di vedere, di pensare al collezionismo come scoperta. Con internet purtroppo o per fortuna si sa tutto, non si scopre più niente. E scoprire nuovi talenti non è così facile, sono rari, se uno non è diventato un grande artista da giovane non lo diventa più. Non è più il tempo di un Modigliani che esplode nella maturità, è inutile sprecare soldi con uno che non è emerso a 25 anni». Insomma, multipli e grafiche d’arte hanno potenzialità tutte da sfruttare. Eppure, sul mercato italiano sono un po’ snobbati dalle case d’asta. «Per le ragioni che dicevo prima. All’estero tutte le più importanti case d’asta hanno una sezione dedicata a grafiche e multipli, soprattutto inglesi e tedeschi ma anche americani, proprio perché il settore ha grande dignità. Basta sedersi davanti a un computer e si compra tutto. Anche in Italia fino a qualche tempo fa Finarte teneva un paio di aste l’anno, ora non più, non ci sono eventi dedicati al settore, se non eccezionalmente qualcosa da Meeting Art o Pandolfini. In genere costituiscono la prima sezione del catalogo, le prime venti o trenta battute, quelle considerate meno nobili, in questo ordine: grafiche, multipli, disegni, oli e grandi oli. Oggi i prezzi si sono dimezzati, quindi per un collezionista è un buon momento per comprare, come per le case. Si possono fare ottimi acquisti, a parte il fatto che uno ha minori disponibilità. Comunque il mercato tiene». Parliamo di affari e fregature. Lei quali ha fatto? «Puntare a fare l’affare è sempre sbagliato, poi capita di farli, a cominciare dal primo acquisto, quel Fontana lì: un Teatrino con una cartella di quattro fogli. Prima ancora di cominciare a collezionare giravo per fiere e gallerie. Quando l’ho preso andavano i Guttuso, Fontana era ancora considerato uno strano. I multipli, poi, erano del tutto sconosciuti. Se sotto Natale si vendeva un De Chirico, si mollava all’acquirente anche un multiplo di Fontana, una roba così. Ero uno studente, avevo qualche amico tra i galleristi, ne conoscevo uno che lo aveva e gli proposi un prezzo pari al triplo del mio stipendio di allora: un milione e mezzo di lire, pagandolo a rate. Sapevo già che alle aste lo battevano sei milioni.

72


VITTORIO PERUZZI L’ingegnere con la passione del collezionista Vittorio Peruzzi è nato a Milano il 6 maggio 1952. Diplomato al liceo scientifico, è laureato in ingegneria civile e ha lavorato in società di engineering construction, soprattutto all’estero, in particolare nei paesi africani. Negli ultimi anni si occupa di progetti a tutela dell’ambiente per una società della regione Lombardia. Oltre a collezionare grafiche e multipli d’arte, ha l’hobby degli acquari e dei trenini. La sua collezione è visitabile su appuntamento. Info: www.vittorioperuzzi.it.

Un mese dopo torno per la prima rata e mi accusa di averlo imbrogliato. Ecco, per dire, nemmeno gli addetti ai lavori ne sapevano niente. Un altro affare è quella stupenda acquaforte di Afro alle sue spalle, mastodontica: Controcanto. Ce l’aveva in cantina un’amica di mia zia, me lo srotolò davanti, gli Afro di dimensioni normali, diciamo 50 per 70, stavano sui quattro milioni di lire, parliamo della fine degli anni ‘80. Gliela presi per due milioni, l’avevano appena battuta all’asta per diciotto. Quanto alle fregature, trovarmi per le mani dei falsi non è mai successo, certo di qualcosa ti penti, anche per il gusto, nei primi anni si è più eclettici. Ecco, quel Manzoni l’ho cercato tanto e l’ho pagato un sacco di soldi, poi sono crollati i prezzi. Ma in generale le cose che hanno un certo valore lo mantengono». Dall’ultima volta che ha mostrato la sua collezione in pubblico sono passati quasi dieci anni. Adesso ha proposto Burri e Fontana alla regione e al comune. «Sì, nel 2004 ho esposto la mia collezione integrale nella sede di Brera a Santa Croce sull’Arno, specializzata nella grafica d’arte, diretta da Eugenio Cecioni, ma allora era molto più modesta. Ora ho fatto una duplice proposta, un binomio approcciabile per dimen-

sioni e assicurazioni. E poi la grafica dei due artisti a confronto non è mai stata esposta. Non abbiamo ancora date, spero di farla entro l’anno. A livello regionale non ho trovato, finora, grande sensibilità». Ma com’è cambiato l’ambiente culturale, dalla Milano da bere a quella di oggi? «Molte delle mazzettone che giravano negli anni ‘80 andavano ad alimentare il sistema dell’arte. Fuori da ogni giudizio etico, ovviamente, in quegli anni lì erano un elemento propulsivo del mercato. L’acquisto d’arte resta tra le cose più superflue ancora oggi, e Milano resta la capitale del contemporaneo in Italia, con 400 gallerie, ma senza nessun museo pubblico degno di questo nome. C’è solo quello del ‘900 ma che fatica, non c’è neanche una sala sull’arte povera perché si basa sui lasciti, non sulle acquisizioni. Il problema vero, con cui mi scontro anche nel mio piccolo, è la scarsa sensibilità. Questa città è propulsiva dal punto di vista dei privati, non per quanto riguarda la pubblica amministrazione. Sinceramente non so il perché del paradosso. Forse dipende dal fatto che chi è impiegato nel settore pubblico è considerato meno importante di chi lavora nel privato. Quindi il livello delle persone, il clima di fermento qui è più forte».

73


FATTI AD ARTE PITTURA DI VETRO

74


Un grido di colore

di LAURA ORBICCIANI

Aligi Sassu sposa il colore come forma d’espressione pittorica il ciclo degli Uomini rossi è il momento più felice della sua carriera Il mosaico ispirato agli Uomini rossi di Aligi Sassu realizzato da Marco Santi per Editalia, 2013

ra i più grandi maestri del Novecento italiano, difficilmente inquadrabile in una corrente pittorica, Aligi Sassu percorre un itinerario artistico originalissimo segnato soprattutto dall’amore per il colore come forma dell’espressione pittorica ma anche come forza morale ed energia poetica. Il centenario della sua nascita e la grande mostra monografica che a maggio si terrà in Cina lo riportano oggi agli onori della cronaca. Sassu nasce a Milano nel 1912, figlio del fondatore del partito socialista sardo che gli trasmette la passione politica che sfocerà nell’impegno antifascista e che gli costerà il carcere. Trascorre l’infanzia in Sardegna a contatto con i cavalli e con il mare che saranno sempre presenti nella sua arte; da adolescente rientra a Milano dove studia disegno alle scuole serali. Enfant prodige della pittura, grazie alla stima di Filippo Tommaso Marinetti espone a soli 16 anni alla Biennale di Venezia e muove i primi passi nell’ambito del secondo Futurismo, di cui condivide lo slancio giovanilistico e la vocazione per la modernità. Non dimentica però la lezione dei Primitivi come Beato Angelico e Paolo Uccello: per ammirarli arriverà perfino ad andare a Firenze in bicicletta. Amplia la sua formazione a Parigi negli anni ’30, dove ha modo di conoscere le avanguardie europee, il post-impressionismo, Picasso, ma anche il grande vigore coloristico di Rubens e Delacroix. Durante la guerra perde la sua bambina di tre anni, e si riprenderà dal lutto solo grazie all’incontro con la cantante lirica colombiana Helenita Olivares, che diventa la

75


IL MOSAICO Gli uomini rossi di Aligi Sassu Il mosaico degli Uomini rossi traduce nella brillantezza delle tessere vitree una delle opere più note di Aligi Sassu (1929-33). Il progetto, in collaborazione con la fondazione Helenita e Aligi Sassu di Milano, già accarezzato dall’artista prima della sua scomparsa ma rimasto irrealizzato, oggi viene compiuto dagli artisti del Gruppo Mosaicisti di Ravenna. Essi hanno curato in modo interamente artigianale la traduzione dalla tela al mosaico da cavalletto. Nell’anno del centenario della nascita del maestro, Editalia, con quest’opera, rende omaggio al grande artista figurativo. Il mosaico misura 47,5 x 60 cm ed è racchiuso in una cornice di legno massello di frassino di 70 x 83 cm. Realizzato con circa 4.500 tessere vitree, è di cinque colori principali con infinite tonalità. La tiratura è di 100 esemplari numerati e certificati.

sua seconda moglie. A partire dagli, anni ’50, con la sua produzione che spazia dalla pittura alla ceramica alla scenografia teatrale, all’illustrazione libraria, è presente in tutte le principali rassegne di arte contemporanea in Italia e all’estero, dove è famoso per i suoi vibranti cavalli, per le opere di impegno politico contro la dittatura, per le tele di carattere religioso dove i martiri della guerra diventano icona di Cristo. Muore a Pollensa, in Spagna, nel 2000. In questo variegato percorso, il ciclo degli Uomini rossi, una serie di dipinti realizzati tra il 1929 e il ’33, rappresenta il momento più felice della carriera di Sassu: in opposizione all’oppressione e al grigiore del regime fascista, i suoi uomini di eroica nudità e dal sangue palpitante scoppiano di giovinezza, di vigore, di libertà. Lui stesso li descrive nella sua autobiografia intitolata Un grido

Si tratta di rifarSi al mito come realtà viva e forma di iSpirazione che ci è connaturata da Sempre

In alto: Aligi Sassu dipinge un murale a Ozieri A destra: Uomini che giocano a dadi, 1929

76

di colore: «Non si tratta di rifarsi al mito come storia fantastica o reale, ma come realtà viva e forma di ispirazione; una realtà mitica che ci è connaturata da sempre e che si ripropone nell’esistenza quotidiana. […] I miei giovani, gli uomini rossi, sono vivi e sono un mito. Non sono Storia, ma Vita: uomini e donne tratti dalla strada, immersi nella vita contemporanea, nella realtà che si fa mito e viceversa, perché l’ispirazione è un frutto concreto della realtà che ci circonda. […] Sono la giovinezza, la rappresentazione dell’uomo che nasce nudo dinanzi al creato e poi affronta la società, in cui è costretto con la fede, con la generosità della giovinezza, con la purezza dell’alba: l’uomo investito dalla luce del sole, la quale traspare nel corpo e illumina il sangue. Perciò non vi sono ombre nel quadro, perciò tutto è colore».


FATTI AD ARTE CAPOLAVORI SERIALI

JOE TILSON

ORIGINALI MOLTIPLICATI

di CECILIA SICA

L’artista è tra le personalità più forti e incisive della pop art inglese Al centro del suo percorso creativo e di vita c’è la ricerca del sacro in natura Nella pagina a fianco, in alto: Joe Tilson, Postcard from Venice Cielo stellato, 2009 In basso: l’artista nel laboratorio di Roberto e Annamaria Gatti a Modena

lasse 1928, Joe Tilson fa parte di quella generazione di artisti – Frank Auerbach, Ron Kitaj, Peter Blake, Allen Jones, David Hockney – formatasi al Royal college of art di Londra. Il gruppo, al quale alla fine degli anni Cinquanta si aggiungono gli statunitensi Jim Dine e Larry Rivers, si riuniva nella casa di Tilson a Campden Hill. Nell’ambito del movimento pop britannico, autonomo rispetto a quello statunitense, la personalità di Tilson si caratterizza subito come una delle più forti e incisive. Nella sua ricerca individuale recupera il valore delle forme primitive, archetipe, che trasmettono simbolicamente la tradizione culturale mediterranea, ma le rivitalizza attraverso il linguaggio contemporaneo rendendo i simboli arcaici comprensibili. Ciò che la pop art ha lasciato a Tilson è la grammatica del suo linguaggio visivo e il rapporto privilegiato col linguaggio artistico del multiplo. Sin dai primi anni Sessanta, e per i successivi cinquant’anni, lavora a opere grafiche e a multipli sperimentando le innovazioni tecnologiche a cominciare dalla stampa commerciale, la serigrafia, considerata allora una delle tecniche della produzione di massa invise alla critica ufficiale. Egli stesso ammette di aver trasgredito tutte le regole prestabilite in tema di stampa originale: rendere ogni stampa differente, dipingere sulle stampe, disegnarle, strappare la carta, accartocciarla e piegarla, stampare su entrambi i lati del foglio, incollare oggetti sulla stampa, tagliare le stampe o bucarle, realizzare stampe tridimensionali,stampare su un foglio di plastica e poi ottenerne il sotto-vuoto,stampare sui

78


la sua ricerca espressiva affonda le radici nel profondo della storia dell’uomo


80


A sinistra: Joe Tilson nel laboratorio di Roberto e Annamaria Gatti a Modena

LA FINESTRA VENEZIANA Una “zita” fatta di ricordi

Nella pagina a fianco: Finestra veneziana Zita, 2012 acquatinta e ceramolle formato cm 155 x 104

Fa parte di una serie di lavori sulle finestre veneziane o “zite” che Tilson ha ideato nel suo studio nella città lagunare. Nella struttura geometrica che ricorda la griglia di legno delle finestre veneziane ma che al contempo rievoca una cassetta per i giochi dei bimbi dove si espongono i ricordi, Tilson inserisce parole, immagini e segni, a volte dal significato simbolico, come un cuore, una mano, una conchiglia, un pesce e il leone di San Marco insieme ai richiami cosmologici che raccontano la sua storia e il mistero della città. Tilson ha stampato l’opera, come molte altre della serie veneziana, da Roberto e Annamaria Gatti con i quali collabora da anni nel laboratorio di Modena.

margini, stampare la tela e poi dipingerla. «Nel mio lavoro da allora ho usato tutte queste idee non come programma didattico, ma come e quando sono adatte a ciò che voglio esprimere». Tilson afferma il valore dell’idea creativa a dispetto della tecnica e del materiale utilizzato per realizzarla. Nella sua opera infatti non c’è alcuna gerarchia di linguaggi espressivi, pittura, scultura, ceramica, vetro, opere su carta e multipli, manifestano con uguale dignità il suo mondo immaginativo e ciascun lavoro è legato ai precedenti e ai successivi in un discorso ininterrotto. La sua opera è segnata da idee che ritornano nel tempo e forme che perdurano nei recessi della memoria: le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i simboli alchemici riferiti ai punti cardinali o ai quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco), le quattro stagioni, i miti greci, il gioco, le parole, si raccolgono in matrici dalla struttura geometrica rigorosa a cui si affiancano simboli delle antiche civiltà come la piramide a gradoni sumera, la ziggurat o il labirinto. La ricerca del sacro in natura attraversa la sua vita e la sua storia artistica. Abbandonata Londra agli inizi degli anni Settanta, abita con la moglie Jos in campagna nello Wiltshire o sulle colline di Cortona in

Toscana. La ricerca continua e gioiosa delle tracce dell’eterno nel presente lo porta a interessarsi sempre più alle culture antiche e a quelle orientali, dagli aborigeni alle culture sciamaniche, delle quali cattura e sintetizza i simboli che diventano parte significativa delle sue opere. Tilson affonda le radici della sua ricerca espressiva nel profondo della storia dell’uomo e ce la restituisce in un gioco dalla forma leggera e ingannevole. Di particolare interesse è la produzione di opere grafiche e multipli che realizza con spirito innovatore e che registrano la variazione degli stimoli creativi e le fasi della sua perenne ricerca durata una vita. I cicli più recenti, come le Conjunctions, che abbinano i frutti della natura con i nomi degli dei scritti in lettere, Le pietre di Venezia, associazioni tra le facciate delle chiese di Venezia – città che è particolarmente congeniale alla sua vena coloristica – con parole del dialetto veneziano, circondate da una texture di motivi geometrici che occupano l’intero foglio, o ancora con la serie di acquatinte P. C. from Venice, cartoline giganti inserite in buste bianche, dal gusto sfacciatamente pop, nascono dalla suggestione dei suoi lunghi soggiorni italiani.

81


FATTI AD ARTE OPERE DI PREGIO

IL LUSSUOSO MAPPAMONDO DEL FRATE

di CECILIA SICA

Realizzato dal monaco fra’ Mauro in dieci anni, dal 1448 al 1459, il globo per la sua preziosa fattura è uno dei cimeli più noti della Biblioteca Marciana

A destra: alcuni momenti della lavorazione del mappamondo di fra’ Mauro

osmografo, cartografo veneziano e monaco camaldolese, fra’ Mauro realizzò il suo mappamondo in dieci anni, dal 1448 al 1459, data della sua morte. È uno dei più preziosi – nonché più noti – cimeli conservati nella Biblioteca Marciana di Venezia. Mauro visse e operò lungamente nel monastero dell’isola di San Michele a Venezia e il mappamondo può ritenersi per la sua fattura, l’aspetto monumentale e, ancor più, per la storia della sua composizione e il contenuto che riassume tutte le conoscenze geografiche dell’epoca, uno dei più importanti documenti della cartografia veneziana del periodo: testimonianza del momento di transizione fra la concezione medievale del mondo e le nuove conoscenze raccolte durante i viaggi di esplorazione e le navigazioni commerciali. Venezia, importante crocevia dei commerci con l’oriente e con l’Africa era la città dove maggiormente si concentravano le novità cartografiche portate da marinai e anonimi viaggiatori. L’opera manoscritta su fogli di pergamena incollati a un supporto ligneo è fittamente annotata con iscrizioni, grandi e dotte didascalie, che danno conto delle caratteristiche delle terre conosciute. L’autore curò lungamente la raccolta delle informazioni geografiche che doveva essere completa già verso la fine degli anni ‘40 del Quattrocento. Alcuni cenni a fatti storici precisi, come la menzione del figlio di Tamerlano, Shah Rukh, morto nel 1447, o la citazione di Costantinopoli quale sede dell’Impero romano d’oriente, ignorandone la conquista da parte dei turchi nel 1453, danno sicuri termini temporali.

82


83


può ritenersi per la sua fattura l’aspetto monumentale e ancor più per la storia e il contenuto uno dei più importanti documenti della cartografia

In alto: esemplare del planisfero realizzato in edizione limitata da Editalia A destra: un particolare della carta

IL PLANISFERO Un capolavoro fatto a mano Conservato alla Biblioteca nazionale Marciana di Venezia, di proporzioni monumentali e d’una ricchezza senza precedenti, il planisfero è considerato un capolavoro cartografico. Il celeste intenso dei mari, il verde dei fiumi, il rosato, il carminio e l’azzurro dei monti, le lettere d’oro dei nomi dei regni più importanti e quelle rosse delle altre lo-

calità, le file degli alberi che segnano i confini delle provincie, le città in miniatura, le didascalie in rosso e azzurro danno al planisfero un aspetto variopinto. Formato in riduzione 1:2 cm 140 x 140, planisfero diametro cm 93, stampa digitale Fine art a 12 colori, carta ecologica di cotone da 220 g, trattata con solfato di bario, oro in foglia applicato a

84

mano, cornici in massello, essenza di larice, lavorazione manuale dei fregi, preparazione manuale per la doratura con gessatura, bolo e patinatura finale con foglia oro. Tiratura 980 esemplari. Commentario a cura di Maria Letizia Sebastiani e di Maurizio Messina, direttore della Biblioteca Marciana di Venezia.


Il disco centrale incorniciato in una cornice tonda coeva lavorata in foglia d’oro, contiene la figura del mondo prima della scoperta delle Americhe e delle grandi navigazioni oceaniche: l’immagine, orientata con il sud in alto secondo la tradizione islamica, è commentata da oltre 3.000 iscrizioni con i nomi dei luoghi, note storiche e geografiche. Il planisfero rappresenta i tre continenti allora noti: l’Europa, l’Asia e l’Africa, molto particolareggiata, basata su disegni e informazioni provenienti da fonti delle quali Mauro poté disporre in modo esclusivo. Le informazioni affermano con chiarezza la circumnavigabilità del continente africano mezzo secolo prima che i viaggiatori portoghesi ne sperimentassero la fattibilità.

Anche il nodo, cruciale nel dibattito del tempo, relativo all’origine e al corso del Nilo viene sciolto attingendo a fonti sconosciute e ad autori contemporanei. Di grande interesse, seppur con qualche errore, anche il disegno dell’Asia che occupa più della metà del mappamondo ed è basato sulle indicazioni di viaggiatori come Marco Polo e Niccolò de’ Conti. La rappresentazione del planisfero è iscritta in una seconda cornice quadrata all’interno della quale vi sono, in ciascun angolo, raffigurazioni cosmologiche accompagnate da lunghe didascalie dedicate al sistema aristotelico tolemaico dell’universo, agli elementi, alle maree e a una rappresentazione del paradiso terrestre.

85


FATTI AD ARTE FACSIMILI

LES GRANDES HEURES DEL DUCA DI BERRY SPLENDONO ANCORA

di LAURA ORBICCIANI

Il prezioso volume di Jean di Valois è una delle opere più prestigiose dell’arte libraria del Medioevo ora riproposta da Editalia in una sontuosa edizione

A destra: una pagina del manoscritto

ean di Valois (1340-1416), duca di Berry, terzogenito del re Giovanni II di Francia, visse nel periodo della Guerra dei cent’anni, che oppose per oltre un secolo il suo paese all’Inghilterra. Per la politica non ebbe mai interesse, e impiegò le sue risorse per collezionare quanto di meglio si produceva nel campo dell’arte: volumi miniati, ricami, stoffe, oreficeria, monete, cammei, arazzi. Fu mecenate di acuto intuito, uno dei più celebri di tutti i tempi, perché seppe affidare i suoi libri ai maestri contemporanei più abili. Il sontuoso volume delle Grandes Heures del duca di Berry è uno dei prodotti più lussuosi dell’arte libraria del Medioevo, il più straordinario libro d’ore dell’età del gotico internazionale. Ci vollero almeno due anni di lavoro ai miniatori della bottega di Jaquemart per portare a termine l’opera nel 1409. Il grande formato sfrutta la superficie massima della pelle di pergamena e le migliaia di miniature, impreziosite dall’oro zecchino e dal lapislazzulo, illustrano le preghiere da recitare nelle ore del giorno, nei vari periodi dell’anno e nelle diverse ricorrenze liturgiche. Il testo si compone di un calendario iniziale, diviso per mesi, con l’indicazione in francese delle festività e dei santi, e delle parti liturgiche canoniche in latino, scandite dai tempi di orazione (mattutino, prima, lodi, terza, sesta, nona, vespri e compieta). La grafia è una splendida gotica libraria; all’inizio di ognuna delle otto ore canoniche si trovano le miniature tematiche più grandi che raffigurano le storie della Madonna e della Passione, e soggetti legati alla Pentecoste e allo Spirito Santo. Le pagine più importanti sono incorniciate da una bordura assai elaborata, con grandi medaglioni dove figurano gli stemmi araldici del duca di Berry. I medaglioni sono inseriti in

86


IL VOLUME Un manoscritto con autentiche pietre preziose Le opere originali (ms. lat. 919 e R. R. 28356) sono conservate nella Biblioteca nazionale di Francia e nel museo del Louvre. I facsimili realizzati da Editalia hanno un formato di 30 x 40 cm, 252 pagine in pergamena, con 212 miniature a colori e oro in polvere e in foglia. Legature in velluto viola con fregi e fermagli in bronzo bagnati in oro 24 carati. Le pietre preziose delle fermature sono autentiche e corredate di un certificato gemmologico. La tiratura è di 949 esemplari per la vendita e 69 numerati in rosso fuori commercio per usi istituzionali. La preziosa edizione delle Grandes Heures si completa con un accuratissimo commentario a cura di Marcel Thomas.

Il fermaglio con autentiche perle e pietre preziose A destra: Les grandes heures edite da Editalia Nella pagina a fianco: un foglio del manoscritto

un’ornamentazione di fiorellini multicolori animata da splendide farfalle e uccelli dipinti con grande perizia naturalistica. Le bordure sono vivacizzate da un’immensa popolazione di personaggi fantasiosi e mostruosi, realistici e fantastici, che nel gergo degli studiosi di miniatura prendono il nome di drôlerie: giullari scarmigliati, orribili vecchie, mendicanti, musicisti, preti o suore, ibridi di animali e creature mostruose tratte dallo sterminato repertorio dei bestiari medievali, figurine dotate di una vis comica talmente irriverente da averne reso sconveniente lo studio scientifico fino al XX secolo. Apre il volume il calendario diviso per mesi: questa parte presenta una complessità iconografica tale da far pensare all’intervento di un esperto teologo accanto al miniatore. Per ciascuno dei dodici mesi, una bordura di tralci con fogliette trilobate incornicia il testo inquadrato da due bande istoriate, i cui soggetti e iscrizioni sono strettamente connessi tra di loro. In alto, al centro, si trovano il segno zodiacale del mese e la pianta più rappresentativa della stagione

(per esempio le spighe per agosto o i grappoli d’uva per settembre). Sempre in alto, a sinistra, è raffigurato san Paolo che si rivolge ai vari popoli con le sue lettere (Efesini, Romani, Ebrei, Tessalonicesi, Corinzi, ecc...): gli argomenti delle citazioni sono scelti volta per volta in rapporto alle parole del Credo degli apostoli che sono rappresentate in posizione specularmente opposta nella parte in basso a destra del foglio. Accanto a san Paolo compare la Madonna che agita uno stendardo ove è raffigurata una scena che rimanda similmente al tema teologico paolino e al suddetto Credo. Nella parte bassa del foglio, dodici profeti del Vecchio testamento citano i propri versetti che prefigurano i concetti del Credo degli apostoli, rappresentanti del Nuovo testamento. Per ogni mese l’apostolo scopre il profeta con un drappo, a significare il disvelamento della Scrittura e il suo compimento in Cristo; simbolicamente il profeta toglie un mattone alla sinagoga raffigurata alle sue spalle in procinto di crollare.

88


ARTI & FATTI COMUNICARE AD ARTE

MULTIPLI D’AMORE Francesco Vezzòli e il Fai: un connubio per il restauro del comune terremotato di Finale Emilia «Non è vanità, se avessi potuto finanziare da solo la ricostruzione lo avrei fatto senza dirlo» di CESARE GIRALDI

I

multipli di Francesco Vezzòli sono andati a ruba. In soli tre mesi ne sono stati venduti ben 234. Del resto quando al prestigio dell’autore e al prezzo competitivo si aggiunge anche una nobile causa il mercato facilmente si accinge a sorridere. Nel progetto realizzato dall’artista italiano, che fa lacrimare le star ed esporta il genio dell’arte contemporanea made in Italy sullo scenario internazionale, in collaborazione con il Fondo ambiente italiano, la nobile causa è stata la ricostruzione di un monumento di altissimo valore civico e culturale, il palazzo comunale di Finale Emilia, divenuto il simbolo del sisma dell’anno scorso che ha colpito molti comuni emiliani. Vezzòli ci ha messo la sua opera in edizione limitata dal titolo Con amore, Francesco Vezzòli (Francesco by Francesco), lo store virtuale yoox.com ha fornito la piattaforma di vendita online che si è conclusa il 31 marzo. E il Fai ha raccolto i fondi, destinati al recupero di un monumento dall’indiscusso valore simbolico, che rappresenta l’anima, il senso di comunità e di aggregazione della città e proprio per questo è di-

ventato l’immagine con cui tristemente i posteri ricorderanno una dolorosa tragedia che ha coinvolto vite umane e travolto i segni di un patrimonio storico artistico di grande valore. Il resto lo hanno fatto i 234 acquirenti. La vendita è iniziata a dicembre 2012 e in poco tempo si sono raggiunti i risultati sperati. «La mia non è vanità – ha detto Vezzòli in un’intervista a Francesco Bonami – per me la beneficenza è un valore intimo e privato. Se avessi avuto i soldi per la ricostruzione del palazzo li avrei devoluti senza dirlo a nessuno». Quest’opera ha anche segnato il battesimo di Vezzòli nel mondo del multiplo, una nuova tendenza del collezionismo su cui anche Editalia sta puntando da tempo. L’edizione a tiratura limitata è composta da 399 esemplari, numerati e firmati, venduti a 399 euro l’uno. L’opera è semplice e profonda. Vezzòli riga di lacrime nere il suo stesso volto, ritratto in passato dal grande fotografo Francesco Scavullo. Il gesto manuale dei suoi ricami a piccolo punto diventa per la prima volta seriale, cucito a macchina, e si ripete su 399 cartoline con dedica dell’autore in glitter fucsia che recita: Con

90

amore Francesco Vezzòli (Francesco by Francesco). La seducente immagine oscilla tra il languore glamour della foto autografata di un divo d’antan e la nostalgia domestica delle cartoline ricamate che nonne e zie conservavano come reliquie. Un riferimento, quest’ultimo, che Vezzòli cita come precisa fonte d’ispirazione per questo progetto: «Nella vita e nel lavoro non credo nelle scelte elitarie: devono essere o realmente esclusive o realmente popolari. Quindi ho pensato a un progetto con una tiratura molto ampia e a un oggetto d’uso comune del passato come le cartoline postali che ritraevano ballerine e altri soggetti ricamati». A enfatizzare l’attrattiva formale dell’opera e la sua complessità concettuale in bilico tra narcisismo e ironia, ogni esemplare comprende una sfarzosa cornice. Quando sarà finalmente ricostruito, il palazzo comunale di Finale Emilia porterà con sé l’eredità tangibile di un’assoluta verità: la creatività e la progettualità, con il sostegno della tecnologia, possono avere un effetto molto più dirompente e significativo di tante belle ma futili parole.


Con amore, Francesco Vezzòli (Francesco by Francesco), 2012

91


ARTI & FATTI IL MOTORE DELL’ARTE


CAPOLAVORI

IN UNA TAZZA DI CAFFÈ

di MARIA LUISA PRETE

Intervista con Andrea Illy presidente e ad dell’azienda che ha fatto della creatività lo strumento principale di comunicazione del prodotto

Illy art collection Daniel Buren per Monumenta 2012

a sempre nel mondo Illy bello e buono viaggiano insieme. Lungo lo stesso binario alla ricerca di un ideale di perfezione imprescindibile dalla politica dell’azienda triestina, nota in tutto il mondo per il suo caffè. E proprio il gusto ineguagliabile per cui è conosciuta la bevanda ha dettato le regole per uno sviluppo nel segno della bellezza. Da qui nasce l’interesse per l’arte, da oltre 20 anni strumento di comunicazione privilegiato. Ne parliamo conAndrea Illy, presidente e ad dell’azienda. Illycaffè è un’azienda importante, nota in tutto il mondo e che gode di ottima salute. Perché decide di puntare sull’arte contemporanea? «Il caffè ha un forte legame con il mondo della cultura e dell’arte, basti pensare che è stata la bevanda ufficiale dell’Illuminismo e che proprio nei caffè sono nati importanti movimenti artistici e culturali. Anche dal punto di vista fisiologico il caffè è per eccellenza la bevanda di stimolo per l’intelletto. Sorseggiare una tazza di caffè si trasforma in occasione di incontro, dialogo, nutrimento per la mente, con una valenza sociale e intellettuale. La massima rappresentazione del nostro legame con l’arte è rappresentata dalle tazzine d’artista, le Illy art collection, che accostando bontà e bellezza nell’esperienza della degustazione realizzano l’ideale di perfezione che la filosofia greca definiva kalokagathia. L’arte è inoltre una grande passione della mia famiglia, da generazioni. Per tutte queste ragioni è stato naturale per noi decidere di legarci a questo mondo».

93


ANDREA ILLY E L’AZIENDA Grandi progetti per l’arte Nato a Trieste il 2 settembre 1964, Andrea Illy nel 1993 ha conseguito il Master executive alla Sda-Bocconi di Milano e si è laureato in chimica all’università del capoluogo giuliano nel 1994. È presidente e amministratore delegato di Illycaffè, azienda di famiglia fondata nel 1933 a Trieste con la missione di produrre un caffè di eccellenza. Sotto la sua guida la marca Illy sviluppa un intenso rapporto con il mondo dell’arte, grazie a galleria Illy e alla partnership con artisti e istituzioni come la Biennale di Venezia. Tra i progetti, le tazzine d’autore e Illy sustain art, che, nato nel 2007, sostiene gli artisti nei paesi in via di sviluppo. A Sebastião Salgado l’azienda ha affidato la narrazione dello sviluppo sostenibile con il progetto In principio. Vicepresidente dell’azienda è Riccardo Illy, già sindaco di Trieste e presidente della regione Friuli Venezia Giulia. Info: www.illy.com.

Quali sono i progetti strategici in questo settore? «Galleria Illy è uno dei progetti più rappresentativi del coinvolgimento e dell’impegno dell’azienda nei mondi dell’arte, della cultura e della creatività a 360 gradi. Si tratta di uno spazio temporaneo espressione della personalità e della filosofia Illy, un vero e proprio salotto culturale in cui si alternano personaggi di fama internazionale e di cui l’arte è parte cruciale. Ad oggi abbiamo portato galleria Illy in alcune delle principali città del mondo, come New York, Berlino, Istanbul, Londra e Pechino. Icona e rappresentazione concreta del nostro legame con l’arte sono le Illy art collection, nate vent’anni fa da un’idea di mio fratello Francesco. Da allora oltre settanta artisti di fama internazionale hanno espresso la propria creatività sulla superficie bianca della tazzina disegnata da Matteo Thun. Michelangelo Pistoletto, Marina Abramovic, Anish Kapoor e William Kentridge sono solo alcuni dei grandi nomi che hanno preso parte a questo progetto nel corso degli anni. Sono stati coinvolti anche giovani artisti, come Norma Jeane o Shizuka Yokomizo per

Sopra: Andrea Illy presidente e ad Illycaffè In alto a destra: Sebastião Salgado Mengnai village area Lushi tropical economical crops development compagny Ltd © Sebastião Salgado Amazonas images per Illy A fianco: Illy art collection Parigi, 2013 realizzata da Michelangelo Pistoletto

94

UNA TAZZINA A PARIGI Pistoletto firma il Paradiso Illy art collection Terzo paradiso porta la firma di Michelangelo Pistoletto. La nuova tazzina, presentata a Parigi in occasione dell’opening della boutique Espressamente Illy Louvre opéra, omaggia la mostra dell’artista biellese Anno 1, il paradiso sulla terra, aperta fino al 2 settembre al Louvre.


cui questa collaborazione è stata un’importante occasione di visibilità e crescita nel panorama dell’arte internazionale. Un progetto che dal 2007 offre occasioni di visibilità agli artisti dei paesi emergenti è Illy sustain art. Il sito internet è il cuore del progetto e nasce con l’obiettivo di diventare punto di riferimento e luogo di scambio culturale per artisti e curatori provenienti da paesi emergenti, che qui hanno la possibilità di mostrare il proprio lavoro a esponenti dell’arte contemporanea mondiale: Meskerem Assegued, Carlo Bach, Carlos Basualdo, Suman Gopinath, Gerardo Mosquera, Michelangelo Pistoletto, Mariangela Mendez Prencke, Angela Vettese. Ogni anno assegniamo un premio a un artista e a un curatore iscritti al sito e ad artisti emergenti selezionati in occasione di appuntamenti internazionali fra cui Arco Madrid, Sp-Arte a San Paolo eArt Rotterdam». Quali le influenze reciproche tra arte e business? «L’arte, in particolare quando si parla di talenti emergenti, purtroppo talvolta incontra delle difficoltà a sopravvivere e a svilupparsi, in mancanza di sostegno economi-

co. Il ruolo del mecenate, che spesso è rappresentato proprio da un’azienda come la nostra, si può rivelare fondamentale nel percorso di crescita di un artista e un aiuto cruciale per raggiungere un certo grado di notorietà da cui poter poi proseguire la propria carriera. D’altra parte le potenzialità di sviluppo del business del settore sono molto forti, se si pensa che ci sono gallerie private che oggi fatturano come delle grandi aziende». Quale valore aggiunto porta l’arte contemporanea all’identità aziendale? «Il legame continuativo con il mondo dell’arte ha dato un forte impulso creativo all’azienda e ha portato un significativo valore aggiunto in quanto ci ha stimolato ad adottare un approccio aperto e creativo in ogni ambito in cui operiamo. Dall’altra parte, contribuendo come parte attiva alla diffusione dell’arte contemporanea, attraverso il sostegno a grandi mostre internazionali e alla promozione di giovani talenti, a nostra volta cerchiamo di dare un contributo concreto e continuativo affinché l’arte possa continuare a svilupparsi e ad avere visibilità».

95


ARTI & FATTI MERCATI E MERCANTI

LE ASTE (RI)SORGONO A ORIENTE La Cina è nuovo leader del mercato, Christie’s e Sotheby’s investono a Shanghai e Pechino di ALESSANDRO CARUSO

I

n attesa della sessione più calda delle aste che si apre a partire da maggio, l’andamento del mercato dell’arte è scandito da alcune considerazioni che traggono spunto dalle più recenti battute d’asta nel mondo. Dando un’occhiata ai numeri balza all’occhio che il baricentro del mercato si sposta sempre più verso Oriente. I “top lot” di inizio aprile hanno fatto registrare cifre da capogiro. L’esempio più lampante è quello del 6 aprile a Hong Kong, dove Sotheby’s ha aggiudicato il dipinto 25 dicembre 1985 dell’artista contemporaneo cinese Chu Teh Chun a ben 23.640.000 dollari Hk (2.330.995,51 di euro). Nella stessa battuta è stata piazzata l’opera 10.3.83 di Zao Wou Ki, scomparso tre giorni dopo l’aggiudicazione, a 37.080.000 dollari Hk (3.656. 231,54 di euro). Un volume d’affari che spiega perché le grandi case d’asta europee abbiano aperto prestigiose sedi nelle più importanti città orientali, proprio per assecondare un mercato decisamente più scatenato rispetto a quello occidentale. Secondo il rapporto annuale sul mercato dell’arte presentato dall’economista Clare Mc Andrew a Tefaf, la più importante fiera d’arte al mondo che si è svolta dal 15 al 24 marzo a Maastricht, le vendite di arte e antiquariato in Ci-

na hanno fatturato 10,6 miliardi di euro (13,7 miliardi di dollari) nel 2012, posizionando il paese al secondo posto dopo gli Stati Uniti. Ecco come si spiega la notizia che Christie’s ha concesso alla sua sede di Shanghai la licenza per operare in modo indipendente. O quella dell’Association of accredited auctioneers, ente privato che comprende 21 grandi imprese indipendenti, che il 21 aprile ha portato in asta circa 400 lotti a Xiamen, porto franco della provincia del Fujian, nella Cina orientale. L’Europa, tuttavia, non resta a guardare e corre ai ripari. Una nuova tendenza del collezionismo sta maturando nella vasta platea degli appassionati d’arte. Si tratta di una generazione di compratori composta per lo più da persone che non hanno l’“imprinting” del collezionista tradizionale. Si stanno affacciando sul Mps Art market value Index degli ultimi tre anni (8/4/2010 – 8/4/2013) Il rendimento espresso dal Mps Art market value index è stabilmente superiore agli altri due indici considerati raggiungendo nel triennio la performance del +55,4% rispetto al 30,1% dello S&P500 e al dato negativo del -36,2% di piazza Affari.

96


A sinistra: Cy Twombly Roman notes, 1970 gruppo di sei stampe litografiche a colori all’asta da Sotheby’s ai primi di maggio A pagina 96: Chu Teh Chun 25 dicembre 1985 venduta da Sotheby’s a Hong Kong a 2.330.995 euro

IL CALENDARIO

mercato collezionisti attenti al contemporaneo autentico e ai multipli d’artista. Al Tefaf, ad esempio, importanti affari hanno avuto a oggetto opere d’arte contemporanea. Si pensi a Carla Accardi, di cui è stato venduto, all’apertura della manifestazione, un Sicofoil del 1974 a 200mila euro. I multipli d’arte rappresentano, poi, un panorama che negli ultimi anni sta riscuotendo una grande attenzione da parte dei piccoli collezionisti, anche in ragione di prezzi molto più accessibili. Le incisioni, molto gettonate, vanno dalle più abbordabili da 50 euro a quelle dei grandi maestri fiamminghi del Seicento, che possono costare anche centinaia di migliaia di euro. I maggiori esperti e i periti specificano che i multipli con un mercato più florido sono quelli di cui sia tutelata la garanzia di autenticità, realiz-

Victoria house Londra, dal 3 al 6 maggio Nella galleria londinese Victoria house viene proposta Photo art fair, una selezione accurata di 2000 lavori dei più grandi fotografi internazionali e delle nuove promesse. Info: www.photoartfair.co.uk. Sotheby’s New York, dal 3 al 6 maggio Prints è l'esposizione delle opere pittoriche di alcuni tra i più grandi artisti contemporanei. Tra queste Roman Notes di Cy Twombly, stimata tra i 250.000 e i 350.000 dollari. Tra gli altri Matisse, Diebenkorn, Picasso e i capolavori della collezione privata di un magnate statunitense. Info: www.sothebys.com. Mia (Milan image art fair) Milano, dal 10 al 12 maggio La fiera fotografica diretta da Fabio Castelli offre ai visitatori una selezione dei più bravi fotografi italiani e internazionali, con la possibilità di concludere ottimi affari. Info: www.miafair.it.

Il mercato dell’arte nel mondo Il mercato cinese ha scosso l’onnipotenza occidentale grazie a una dirompente crescita economica del paese. La principale casa d’aste è la Poly international auction seguita da China guardian auctions.

97

zati dall’artista ancora in vita, con firma autografa e con la controfirma dell’artista nella certificazione. E questo non basta. Come riconosciuto, del resto, dalla convenzione di Venezia del 1991, la matrice deve essere distrutta o danneggiata, a tutela della tiratura limitata, e serve un ente certificante, che sia un notaio, un’azienda o gruppo industriale. Un effetto della crisi, che ha sdoganato il collezionismo a vantaggio anche di investitori di piccolo cabotaggio? Probabilmente sì. D’altro canto, però, bisogna riconoscere che il grande collezionismo conferma il suo stato di salute. Al di sopra di un certo livello, infatti, quando oggetto delle transazioni sono pezzi di antiquariato storico o il modernariato di notevole pregio, un acquirente disposto a spendere con disinvoltura si trova sempre. E il Tefaf lo dimostra. A cominciare dal piccolo capolavoro di Paul Brill, Paesaggio con San Gerolamo, comprato dal museo Mauritshuis dell’Aia a 750mila sterline, dalla pregiata Veduta brasiliana di Frans Post, venduta a 2.100.000 euro, fino a Teniers il Giovane, di cui è stato venduto da Salomon Lilian Il Laboratorio dell’alchimista a un milione di euro. Oppure L’incontro tra Nausicaa e Odisseo del fiammingo Jacob Jordaens, a 2.7 milioni di euro.


E PER FINIRE LA POESIA DELLE NUVOLE

testo e opera di FIJODOR BENZO

LIBERARE LA FANTASIA Elefanti rosa e sommosse Le mie nature morte nascono come momento riflessivo sulla capacità narrativa degli oggetti inanimati. Nello specifico della serie Il necessario per la sommossa,si trovano i mezzi necessari per poter cominciare una rivolta.Sanpietrini (o mattoni) e Molotov come armi,il limone come protezione dai lacrimogeni e un elefantino rosa.Perché per intraprendere una battaglia,con altissime probabilità di sconfitta e con una vittoria molto astratta, l’elemento fondamentale per raggiungere il proprio fine è proprio la fantasia.Gli elefanti rosa nascono dal film Dumbo,realizzato dalla Disney nel 1941.Il piccolo elefantino ha una deformità alle orecchie che gli provoca la derisione da parte dei personaggi del circo nel quale vive. Una sera,durante un’allucinazione alcolica e psichedelica,dalla sua fantasia effervescente nascono gli elefanti rosa.Il giorno dopo arriva l’idea di usare le sue grandi orecchie come ali per volare.Il suo difetto diventa il suo punto di forza.Nel mio immaginario gli elefantini rosa sono un simbolo di fantasia e di riscatto nei confronti della vita.

Mr Fijodor Omini con la testa esplosa, 2012

MR FIJODOR Fijodor Benzo, in arte Mr Fijodor, nasce a Imperia il 7 novembre 1979. Studia belle arti a Cuneo e Valencia e nel 2004 si trasferisce a

Torino. Realizza graffiti sin dal 1994. Pochi anni dopo inizia la collaborazione con l’artista Corn 79,con il quale dà vita all’associazione Il cerchio e le gocce,attiva nella rivitalizzazione urbana attraverso l’arte.Tra i suoi interventi: la decorazio-

98

ne dell’ente organizzatore delle Olimpiadi invernali 2006; il politecnico di Torino; il Museo del giocattolo di Bra e la stazione di Moncalieri per Rfi. Le sue opere sono in vendita a partire da mille euro.Info:www.mrfijodor.it.



Sofà #19