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INSIDEART

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UN MODERATO OTTIMISMO

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GUIDO TALARICO EDITORE

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Poste italiane spa spedizione in a.p. 70% Roma

ANNO 9 # 89 SETTEMBRE 2012

EURO 5

PRIMO PIANO

INSIDE ARTIST

OUTSIDE ARTIST LETTURE

LATRONES CAMPANI LA CRISI GLOBALE ARON DEMETZ VISTA DAGLI ARTISTI: LE VERITÀ DELL’ANIMA UN COLLETTIVO LE OPERE SCELTE IN UN CUORE DI LEGNO CONTRO IL DEGRADO

GUIDO TALARICO EDITORE

VASSALLI COMPRARE IL SOLE


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grafica Francesco Armitti / Solimena

appeti volanti tappeti volan volanti tappeti volanti tappe appeti volanti tappeti volan volanti tappeti volanti tappe appeti volanti tappeti volan volanti tappeti volanti tappe appeti volanti tappeti volan volanti tappeti volanti tappe appeti volanti tappeti volan volanti tappeti volanti tappe appeti volanti tappeti volan volanti tappeti volanti tappe 30 maggio – 21 ottobre 2012 da martedì a domenica 10.45-13.00 / 14.00-19.00 giovedì fino alle 21.00 [lunedì chiuso] Accademia di Francia a Roma – Villa Medici viale Trinità dei Monti, 1 – 00187 Roma info [+ 39] 06 67 61 1 – www.villamedici.it

catalogo


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EDITORIALE_INSIDE ART 5

L’ARTE UCCISA DALL’IGNAVIA di GUIDO TALARICO

U

na crisi economica cominciata nel 2008 e ancora di là da finire. Un paese in ginocchio. La cultura fatta a pezzi da ignavia e miopia. Un autunno che per l’ennesima volta si preannuncia rovente. Insomma, data la situazione abbiamo pensato che fosse giusto chiedere agli artisti un loro parere. Ci hanno risposto in tanti, più di cento lavori. Una selezione di queste opere viene proposta nelle prossime pagine, tutto il resto lo potrete trovare sul sito www.insideart.eu. Ora, senza voler fare troppa sociologia, ma fermandoci all’impressione che nel complesso ricaviamo da questi lavori, il sentimento principale che emerge è quello riassunto in copertina. Siamo un popolo di moderati ottimisti sull’orlo del suicidio. Moderazione e ottimismo del resto sono due componenti conclamate del nostro essere. La novità è l’aspirazione al suicidio. Ma è una novità che purtroppo non stupisce. Restiamo al nostro. La crisi ovviamente affama tutti. Il nostro settore però potrebbe benissimo cavarsela da solo per il semplice fatto che l’Italia conta sul patrimonio culturale più importante del mondo. La nostra dunque non è una morte di stenti, non moriamo per mancanza di soldi. No, il nostro è un omicidio. Moriamo perché la nostra classe dirigente non sa gestire utilmente questo patrimonio e, nonostante questa incapacità sia ormai accertata, si rifiuta di passare la mano, di privatizzare. Tutto il mondo, e non è una metafora, sa fare fruttare la cultura (basti guardare quanto spendono e quanto ricavano paesi come Francia o Germania, per non parlare di Stati Uniti o Emirati). I nostri politici no, ma se la tengono stretta lo stesso per la vecchia, solita, micidiale logica dell’occupazione spartitoria. Sperperano fino alla fine. Perché, diciamolo con franchezza, ammazzare l’arte, suicidare la cultura, significa rubare quel po’ di futuro che è rimasto a questo paese.

LA NOSTRA CLASSE DIRIGENTE NON SA GESTIRE IL PATRIMONIO CULTURALE E TIENE LONTANI I PRIVATI L’OPPOSTO DI QUELLO CHE ACCADE ALL’ESTERO

Aldo Runfola ”Mipiacenonmipiace” s. d. Un lavoro sulla crisi della democrazia


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6 INSIDE ART_SOMMARIO

Editore e direttore Guido Talarico (direttore@guidotalaricoeditore.it)

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Caporedattore Maurizio Zuccari (m.zuccari@insideitalia.it)

In copertina: Latrones Un moderato ottimismo, 2012

Redazione Francesco Angelucci, Giorgia Bernoni, Teresa Buono Sophie Cnapelynck, Maria Luisa Prete (redazione@insideitalia.it)

A destra: Thomas Locker “Billboard project”, s. d.

Grafica Gaia Toscano (grafica@insideitalia.it) Foto & service La presse/Ap, Manuela Giusto, T & P Editori, Millenaria Amministratore delegato Carlo Taurelli Salimbeni (c.t.salimbeni@guidotalaricoeditore.it) Marketing & pubblicità Raffaella Stracqualursi marketing@guidotalaricoeditore.it Elena Pagnotta (partner@guidotalaricoeditore.it) Pubblicità Rossella Forlè (r.forle@guidotalaricoeditore.it) Amministrazione Alessandro Romanelli (amministrazione@guidotalaricoeditore.it) I nostri recapiti via Antonio Vivaldi 9, 00199 Roma Tel. 0039 06 8080099 06 99700377 Fax 0039 06 99700312 www.insideart.eu (segreteria@guidotalaricoeditore.it) Stampa Arti grafiche Boccia via Tiberio Claudio Felice 7, 84131 Salerno Diffusione Cdm Srl Viale Don Pasquino Borghi,172, 00144 Roma Gestione rete di vendita e logistica Press Di Via Cassanese, 224 20090 Segrate (Mi) Abbonamenti Il costo per 11 numeri è di 55 euro mentre per l’edizione online è di 11 euro e può essere sottoscritto in qualsiasi momento dell’anno. Il costo dei numeri arretrati è di 11 euro. Per informazioni: abbonamenti@guidotalaricoeditore.it Inside Art, Reg. Stampa Trib. Cz n. 152 del 23/03/04, è una testata edita da Guido Talarico Editore srl (presidente Guido Talarico, a.d. Carlo Taurelli Salimbeni, cons. Anne Sophie Cnapelynck). Direttore responsabile e trattamento dati Guido Talarico. Le notizie pubblicate impegnano esclusivamente i rispettivi autori. I materiali inviati non verranno restituiti. Tutti i diritti sono riservati. www.guidotalaricoeditore.it Hanno collaborato Maria Letizia Bixio, Lucia Bosso, Francesca Castenetto, Claudia Catalli, Giorgia Calò, Giulia Cavallaro, Valentina Cavera, Alessia Cervio, Bruno Corà, Stefano Cosenz, Simone Cosimi, Andrea Dall’Asta, Virginia De Simoni, Anna Ferraro, Giorgia Fiorio, Armando Massarenti, Ornella Mazzola, Camilla Mozzetti, Valentina Piscitelli, Aldo Runfola, Giulio Spacca

LIVING ART NEWS 11

L’AMORE AI TEMPI DELL’AMACI di Silvia Novelli

PRIMO PIANO 12 13 14 16 19

LA MODERNITÀ COME DISTACCO di Félix Duque LA CRISI GLOBALE VISTA DAGLI ARTISTI di Maurizio Zuccari LA PARTE DELL’ARTE E DELLA CULTURA di Armando Massarenti CRISI: ZITTI E FERMI MA NON TUTTI di Bruno Corà ABO: SI REAGISCA SENZA FOLCLORE conversazione con Achille Bonito Oliva di Maria Luisa Prete

MONDO 22 24

GLI EVENTI DEL MESE di Giorgia Bernoni LONDRA, ISPIRATI DAL BELPAESE di Carlo Berardi e Jason Lee

ITALIA 28 34

LA CHAPELLE, IL VIZIO IRONICO DELLA VANITÀ di Maurizio Vanni GLI EVENTI DEL MESE di Silvia Novelli

GALLERIE & VERNISSAGE 36 39 42 48

FILO ART BAR, APERITIVO IN GALLERIA di Valentina Cavera ROSSMUT, LA NUOVA RICETTA ROMANA di Teresa Buono INDIRIZZI D’ARTE di Maria Luisa Prete LE INAUGURAZIONI DEL MESE di Teresa Buono

PORTFOLIO 50

LA MEMORIA SENZA POPOLO di Giorgio Barrera

INSIDE ARTIST 52

Numero chiuso in redazione il 27.08.2012

ARON DEMETZ, LE VERITÀ DELL’ANIMA IN UN CUORE DI LEGNO di Maurizio Zuccari

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LATRONES, LA VOGLIA DI CAMBIARE DECLINATA AL PLURALE di Maria Luisa Prete


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SOMMARIO_INSIDE ART 7

ABOUT ART LETTURE & FUMETTI 86 90

NON A DIO, NÉ ALLA RAGIONE, MA AI SOLDI colloquio con Sebastiano Vassalli di Maurizio Zuccari JUAREZ MACHADO, ESSENZE RICCHE DI NOTE ARTISTICHE di Camilla Mozzetti

VISIONI & MUSICA 92 94 95 96

REALITY, DURA E CRUDA REALTÀ di Claudia Catalli ROMA EUROPA FESTIVAL AL VIA di Francesco Angelucci AMMUTINAMENTI, RAVENNA BALLA SOTTO LE STELLE di Giorgia Bernoni UROCK, UNA PARTENZA A STELLE E STRISCE di Simone Cosimi

RUBRICHE 09 21 33 62 80 98

MATERIAL ART FORMAZIONE & LAVORO 63

TORNA ARTE LAGUNA, A MARZO I FINALISTI di Alessia Cervio

ARGOMENTI 67 70

ATELIER WICAR, LILLE-ROMA ANDATA & RITORNO di G. Bernoni WICAR E TALENT PRIZE INSIEME PER L’ARTE intervista con la vicesindaco Catherine Cullen di Sophie Cnapelynck

MERCATO & MERCANTI 64 72 73

MATURE FOLGORAZIONI di Ornella Mazzola ASTE, POCHE SORPRESE A LONDRA di Stefano Cosenz LA CAPITALE INGLESE ASPETTA L’AUTUNNO di Stefano Cosenz

ARCHITETTURE & DESIGN 74 76 78 82 84

LA RINASCITA IN QUATTRO STAGIONI di Valentina Piscitelli “SLOW ARCHITECTURE”, COSTRUIRE CON LENTEZZA di L. Bosso EATALY, IL BELLO PRESO PER LA GOLA di Giorgia Bernoni UGO NESPOLO, L’ARTE È DI CASA PER CAMPARI di F. Angelucci ALESSANDRO ORLANDO, IL TALENTO ESCE SE C’È di Giulio Spacca

IL LINGUAGGIO DEGLI OCCHI di Giorgia Fiorio LA FINESTRA SUL MONDO di Giorgia Calò QUI ITALIA di Anna Ferraro SACRALITARS di Andrea Dall’Asta SEGNI PARTICOLARI di Francesca Castenetto MIPIACENONMIPIACE di Aldo Runfola


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IL LINGUAGGIO DEGLI OCCHI_INSIDE ART 9

IL SILENZIO, PRESENZA O ASSENZA NELLA PERCEZIONE DEL REALE OLTRE LE FRONTIERE DELL’IMMAGINAZIONE: DOVE LO SPAZIO E IL TEMPO NON RISPONDONO ALLA REGOLA DEL DOVE E DEL QUANDO, APPAIONO E SCOMPAIONO IN ORDINESPARSO,SOVRAPPONENDOSINELL’INESISTENZA

di GIORGIA FIORIO (FOTOGRAFA)

Sopra: Loran, s. t., s. d.

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al 2002 dirigo un seminario internazionale di fotografia contemporanea che tre volte l’anno propone ai partecipanti un soggetto da tradurre in immagini. Nell’evocare una possibile trascrizione del silenzio si è trattato di affrontare il tema nei termini della domanda: il silenzio è una presenza o un’assenza? La risposta risiede in due diversi ordini nella percezione del reale. Ideogrammi, pittogrammi, alfabeti di parole abitano la Torre verticale di Babele, il linguaggio orizzontale delle immagini domina la sostanza trasversale del silenzio nella sintassi della luce. Rispetto all’esperienza meccanica del tempo, il silenzio è una presenza, un atto che convoca l’idea di un quando. Come il suono, il tempo lineare è percepito scorrere nella dinamica di un divenire continuo e passivo. Un flusso, in cui la statica del silenzio irrompe come una frattura che convoca l’immanenza di una condizione attiva: il tempo presente di una presenza immediata. Esprime il pulsare della pausa, la bacchetta del silenzio che conduce il senso di un testo musicale e il respiro del discorso, scritto o parlato. Si potrebbe dire che appartengano a questa categoria di silenzio-presenza: il divieto di parlare, l’omissione di testimonianza, l’archiviazione d’informazioni, un minuto di silenzio, no comment. Segni convenzionali, universalmente comprensibili attraversano poi la vita di ogni giorno: l’indice perpendicolare alle labbra; scuotere o ruotare la testa; la mano che passa come una lama sotto la gola. C’è poi tutta la muta chiosa della segnaletica pubblica: perentori cerchi e triangoli bordati di rosso, so-

vente rimandi a ingiunzioni univoche o divieti. Luoghi definiti fuori dal tempo, abitati dallo spazio soltanto, dove la presenza del tempo è scomparsa. Luoghi in cui nulla diviene e nulla accade, in cui l’assenza è un fatto che convoca un dove. Luoghi che parlano di un tempo remoto, che emanano in qualsiasi scala e dimensione, la fissa dismisura del vuoto: le rive senza orme di terre distanti e inaccessibili, rovine calcinate nella polvere e le tracce cancellate di simboli indecifrabili alla dissipazione dei secoli. Così un giorno all’alba vidi l’abisso di Geech, immani guglie di pietra, pinnacoli e precipizi dirupare a perdita d’occhio giù da una montagna di tremila metri. Così una notte rovente nel deserto Turkana mi è apparsa sotto la luna una sterminata pietraia di massi neri, come grandi biglie di onice gettate sulla sabbia. Così la cattedrale di smeraldo della foresta amazzonica, sotto la cui altissima volta il cielo scompare e s’abbassa la voce. Così, sotto il remoto firmamento australe, dalla cresta scarlatta di una scogliera, sull’orlo esterno del cratere Rano Kau, gli occhi precipitano duecento metri a picco nell’oceano e allo stesso tempo nella nera voragine che spalanca il vulcano. Non detto resta il silenzio oltre le frontiere dell’immaginazione: qui lo spazio e il tempo non rispondono alla regola del dove e del quando, appaiono e scompaiono in ordine sparso, sovrapponendosi nella sintassi cangiante dell’inesistenza. È l’incanto dei sogni, l’inconosciuto dell’inconscio e del subcosciente. È l’inconcepibile distanza del cielo e le stelle visibili, confisse nello spazio “ad anni luce”.


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IN BREVE ROMA/1

ROMA/2

FINE DEL LEONE

AI WEIWEI

Outdoor a via Libetta

Il buon riciclo all’Eur

Franz West è morto

Evasore artistico

Partita a luglio la terza edizione del festival internazionale di urban art a Roma, Outdoor. Slogan: guarda in alto. Per riscoprire la città da prospettive diverse. Dopo Sam3 e Borondo a via Ostiense e Momo a via del Commercio, a settembre tocca a Brus ”lasciare il segno” a via di Libetta. Info: www.out-door.it

Fai la differenza, c’è la ”Re Boat race”, dal 19 al 23 settembre, invade il parco centrale del lago dell’Eur a Roma. Sport, arte ed ecologia in un evento nato con l’obiettivo di spiegare e illustrare in modo ludico e divertente le forme più corrette per riciclare e riusare i rifiuti. Info: www.failadifferenza.c om

Dopo una lunga malattia, è morto il 25 luglio a Vienna Franz West. Classe 1947, è stato uno dei più importanti e innovativi artisti della sua generazione. Ha esposto nei musei e nelle gallerie più prestigiose. Autore di punta di Gagosian, nel 2011 ha ricevuto il Leone d’oro alla Biennale di Venezia.

L’artista Ai Weiwei condannato a pagare una multa per evasione fiscale da 15 milioni di yuan (in euro oltre 1,9 milioni). Il tribunale di Pechino ha respinto il suo ricorso. Il famoso dissidente, che già l’anno scorso era finito in carcere, è deluso ma non arreso. La Repubblica popolare cinese decisamente non lo ama.

ARS DIXIT

STREET ART/1 Giochi proibiti a Londra

JULIAN SPALDING “Con art”, l’arte dei coglioni «Julian Spalding ha da un bel po’ preso di mira non solo Hirst, ma tutta l’arte con-temporanea/con-cettuale, che ha ribattezzato ”con art” – che più o meno si potrebbe tradurre come ”arte-truffa” (e se ci fosse un richiamo francese, diventerebbe… coglion’art). Secondo lui semplicemente non è arte, e chi ha commesso la leggerezza di comprarla, farebbe bene a rivenderla presto, perché, un po’ come i famosi titoli subprime, al momento ha quotazioni altissime, ma presto potrebbe crollare, rivelandosi semplice spazzatura». (Marco Senaldi, Artribune magazine n. 7)

Olimpiadi vs ”street art”, giochi proibiti a Londra. I graffitari del Regno Unito si sono uniti per riscaldare ancor più, a modo loro, l’estate olimpionica. Ma nella ”city” i ”writer” britannici non hanno vita facile: contro di loro è partita una repressione senza precedenti, a base di arresti e cancellature.

GIANCARLO POLITI Galleristi, tutti a Chiasso «Questo e i precedenti governi sono riusciti a mettere sul lastrico il sistema dell’arte italiana, sino a due-tre anni fa un fiore all’occhiello del paese e orgoglio della nostra cultura e con un numero di collezionisti piccoli e grandi, giovani e no, da esserci invidiato in tutto il mondo. [...] La proposta di Massimo Minini è una provocazione? Può essere. Ma se alcune gallerie italiane dovessero trasferirsi a Chiasso o Lugano (come è già avvenuto) non si gridi allo scandalo. Io credo che tra poco ogni italiano avrà il diritto di chiedere lo stato di rifugiato politico». (Giancarlo Politi, Flash art newsletter, 24 luglio 2012)

BILL VIOLA La religione, essenza dell’umanità «Penso che la religione sia l’essenza dell’umanità. Voglio dire che è l’essenza di tutte le arti, e con questo non intendo l’arte soltanto come arte visiva, ma intendo le arti della scienza, della conoscenza e della tecnologia. Tutto viene fuori da questo senso di meraviglia e di paura. [...] La paura di essere distrutti da forze naturali che ci sovrastano. E quindi penso che le religioni diano alla gente una comprensione più profonda di tali forze». (Friedhelm Mennekes s. i., La civiltà cattolica n. 3886)

STREET ART/2 Contro la pubblicità, arriva il ”brandalism” È un vero e proprio ”billboard project” quello messo in piedi (anzi, sui muri) in varie città inglesi da Robert Graysford: cartelloni per sensibilizzare sugli effetti negativi della pubblicità. Il ”subvertising” o ”brandalism” del gruppo è l’ultima frontiera degli artisti di strada.


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L’AMORE AI TEMPI DELL’AMACI Francesco Vezzoli realizza l’immagine guida dell’ottava Giornata del contemporaneo S’intitola “Self-portrait as Antinous loving emperor Hadrian”, l’immagine scelta da Francesco Vezzoli come simbolo dell’ottava Giornata del contemporaneo, organizzata dall’Amaci, l’associazione che riunisce i musei d’arte contemporanei italiani. In programma il 6 ottobre, prevede l’ingresso gratuito negli spazi associati, coinvolgendo mille realtà del panorama nostrano. L’opera di Vezzoli racchiude i ritratti dell’imperatore Adriano (scultura del II secolo d. C.) e del giovane amante Antinoo (autoritratto in marmo bianco di Carrara dell’artista stesso). Le due figure si sfiorano: Adriano, il volto consumato dall’erosione dei secoli, guarda, quasi assorto, il volto del bellissimo Antinoo. Una linea sottile e potente lega lo sguardo del giovane a quello dell’imperatore, lontano nel tempo, ma vicino e vivo per l’energia con cui la storia, l’amore e l’arte ancora risuonano. Un inno alla memoria, un gioco di specchi e di rimandi. (Silvia Novelli)

CARAVAGGIO CON DENUNCIA Le 100 opere della polemica Annuncio eclatante: ritrovate 100 opere di Michelangelo Merisi, valore 700 milioni di euro, risalenti al periodo in cui, giovanissimo, era a bottega da Simone Peterzano. Gli esperti parlano di bufala e smorzano gli entusiasmi. Non quelli di Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli, artefici della scoperta. Derisi ma non domi. Forse, a fermarli sarà il comune di Milano intenzionato alla denuncia. L’accusa? Si sarebbero introdotti fuori orario negli archivi del castello Sforzesco. L’assessore Stefano Boeri, intanto, ha fatto sostituire le serrature.

START MILANO L’evento raddoppia Festeggia il settimo anno di attività, Start Milano, l’associazione no profit che raccoglie alcune delle più prestigiose gallerie di Milano. E quest’anno raddoppia: l’apertura della stagione espositiva inizia giovedì 13 per terminare domenica 23 settembre. Due fine settimana di inaugurazioni animano la città, presentando alcuni dei più importanti artisti italiani e internazionali. Quello che il presidente Pasquale Leccese ha definito «un vero festival dell’arte contemporanea», propone, oltre alle inaugurazioni in galleria, anche molti eventi nelle istituzioni pubbliche della città. Info: www.startmilano.com


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GIANLUCA TRASTULLI Crisi? Io non ho paura, 2012 La risposta che ho trovato. Dal vangelo secondo Matteo 6, 24-34: ”Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”.

LAMODERNITÀ COMEDISTACCO Siamo la caduta di molti sogni, non resta che affrontarli di FÉLIX DUQUE*

I

l tema trito e ritrito della crisi della modernità nasconde una circolarità, una ridondanza. Infatti crisi significa in realtà separazione, lacerazione. Ed anche: momento culminante di una malattia. E, a sua volta, modernità deriva dal latino modo: finora, ma non più. Di modo che la modernità, che discopre al tempo stesso la coscienza e la sua rottura, che conosce quindi se stessa in quanto coscienza storica e pertanto finita, mortale, non consiste in altro che in separarsi. Ma separarsi, da cosa? Forse dal Medio evo, o dall’Antico? [...] E tuttavia, non solo nel nostro corpo (questo corpo che essendo rovina – vale a dire, pura perdita – terrorizzava sant’Agostino), ma anche negli artefatti rifiutati, negli utili ormai inutili, nei nostri scritti anteriori, riletti a

volte col timore e il pudore di scoprire in essi quell’altro che ugualmente ero io: avvertiamo in essi un’ombra d’inquietudine che monta dalle viscere come una marea. Un’inquietudine simile a una lieve brezza velenosa che sussurra: non è che ti manchi qualcosa per metterti in salvo, non è che tu abbia dei difetti, ma il fatto è che tu stesso sei infermità (infirmitas: mancanza della fermezza di un fondamento), tu stesso sei una collezione indefinita di mancanze e difetti. Mancanze e difetti, non di qualcosa di presente (o constatabile a partire da qualcosa che è presente), ma di ciò che non è mai stato, né potrà più essere. Ciò di cui sentiamo la mancanza sono progetti di vita, illusioni spezzate e a volte mai nate: ciò che sarebbe potuto essere. Non si decade mai da una situazione


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LA CRISI GLOBALE VISTA DAGLI ARTISTI C’è chi cita san Matteo e chi chiede pietà: le opere selezionate risi: dal greco krisis (κρίσις), momento che separa, scelta. Crisi come logos e topos della modernità, come sottolinea uno scritto di qualche anno fa di Félix Duque su arte e politica al tempo della crisi che abbiamo ripescato per la sua attualità. Ché la crisi morde e non fugge, dopo questo agosto di passione nessuno sa cosa l’aspetta, o forse sì. Per questo abbiamo chiesto agli artisti di dire la loro sulla crisi sistemica che sta attraversando l’Occidente. Eccole, le opere sulla (della) crisi: quelle che a nostro giudizio, seguendo l’etimo, abbiamo scelto di pubblicare – un decimo di quelle giunte in redazione, online sul sito – per capire cosa vede chi mastica il pane e il sale dell’arte, se il buio o una luce in fondo al

C

tunnel. Se alcuni lavori tra quelli selezionati non lasciano dubbi su come andrà a finire, vedi Dirittura d’arrivo della coppia Deriu-Mezzapelle, altri si aprono alla speranza di nuovi orizzonti (Mastromatteo), s’affidano ai “Santi Tuty” (Varuna), al mondo delle favole o del sogno, come Veneziano, Segata o il video di Giardina. C’è chi, come Bongiorno, non dice una parola, dando nel titolo una semplice avvertenza per il Belpaese ridotto a carbone. E chi, come Papaleo, affida a una voce critica il disvelamento di sé, del caso. C’è chi punta l’indice sui guasti della politica (Savazzi) e dei media (Pesarin) e chi invoca pietà, metaforicamente e non solo, come Maiorano e Migliaccio. Chi mira la realtà gianica: l’Ottorosso-rotto di Puddu, e non c’è bisogno d’es-

sere pratici di biliardo per cogliere il senso di quell’ultima palla, mezza affogata, lì all’angolo. E se Kokocinski vede possibile solo una trasfigurazione dell’uomo, e dei suoi principi guida, perché si esca da questo “labirinto di croci”, Trastulli raccoglie il messaggio evangelico di Matteo per dire che a ciascun giorno basta la sua pena, inutile affannarsi troppo. E già l’onda schiumosa cassa il nostro pigolare sulla sabbia. Alla fine, un moderato ottimismo – quello dei Latrones in copertina, fuori concorso ma ben centrati sul tema – ci aiuterà nella scelta di spararci o di separarci da noi. Da ciò che non va in noi, e in quello che abbiamo messo in piedi finora. Compresa tanta arte senza più parte, oggi più che mai. (Maurizio Zuccari)

PAOLO PUDDU Ottorosso, 2012 Una palla da biliardo con un otto color rosso, tagliata perfettamente a metà, è poggiata su uno specchio. Quest’ultimo ne riflette l'immagine andando a completare la sfera, a questo punto composta da una parte tangibile e da un’altra intangibile. Dunque, se è vero che esiste compatibilità tra sensibilità e intelletto, si tratta del ritrovarsi di due opposti appartenenti a due sfere differenti, alla continua ricerca di un territorio su cui creare un’armonia che, a questo punto, andrebbe a indicare una soluzione fatta da opposti-complementari. Andare a rompere quella linea di demarcazione tra razionale e irrazionale, in modo tale che le due diventino l’unità in cui convergere, superare i limiti che considerano verità solo ciò che conosciamo e vediamo, dove la realtà non razionale risulti veritiera quanto quella irrazionale. Un’armonia cosmica che non può fare a meno di un’incrollabile fiducia nella regolarità matematica. A sottolineare tutto ciò il titolo (ottorosso), che consiste in un bifronte, ovvero una parola di senso compiuto che letta al contrario ne ottiene un’altra di senso differente (in questo caso ossorotto), ulteriore elemento che allude all’ambiguità del lavoro.

stabile e preesistente. Al contrario: siamo la caduta di molti sogni. […] La scienza, la tecnica, il diritto (insomma, la “civiltà”) fanno onestamente quanto possono per sviare il nostro sguardo da questa rovina, da questa perdita che siamo noi stessi. Lenitivi del dolore, si ripartiscono bene o male l’immenso vuoto lasciato dall’ombra del Dio morto (e il Dio cristiano è, per la terra e dalla terra, da sempre un Dio morto: di lui ci resta solo un sepolcro vuoto e la promessa di un ritorno). E sta bene così. Diversamente, la vita diventerebbe insopportabile. Se non possiamo essere tutto, a cosa vale essere qualcosa? Finché non ci renderemo conto, ancora una volta, che questa totalità sacra è fatta dei gironi dei nostri desideri incompiuti, dei nostri desideri non solo inconfessabili, ma sicuramente,

nella loro maggioranza, inconsci e inconcepibili. L’arte e la fondazione della politica custodiscono questa integrità di spoglie e rifiuti. Essi non aprono la breccia del possibile, per permettere l’avanzata non si sa bene verso dove. Al contrario, mantengono la custodia dell’impossibile. La fine dell’arte, sancita da Hegel, costituisce in verità l’espansione irresistibile e planetaria dell’arte, solo che non più come un simbolo di concordia, di perfetta fusione tra forma e contenuto […] né tantomeno come un simbolo inconscio. […] La nuova che adesso si diffonde, come il lezzo dolciastro di un cadavere, e che non è mai esistito un tale simbolo, ma solo simulacri del suo sogno plurale. […] Se le cose stanno così, allora cominciamo a intravedere che la crisi della modernità è la modernità come crisi, e

che il suolo d’Europa è composto dai rottami dei regni e degli imperi che ebbero la pretesa di fermarla. Dopotutto, l’Occidente è il luogo in cui tramonta il Sole: la terra dell’occaso, la terra che è occaso. […] Il moderno si conforma dipingendo artisticamente il demonio sulla parete, affinché rimanga lontano: senza considerare che tale pittura è già il demonio. È troppo tardi per rendere grazie a servigi in altro tempo prestati. È già qui il demonio, ma come spettro (non è mai stato altro: solo che adesso noi, contemporanei di tutti i tempi e di tutte le epoche, finalmente lo sappiamo). […] Ma poi, cosa ci resta? Ci resta da affrontare il sogno, in quanto tale. *docente di filosofia, da Geni, dee e guardiani cortesia Edizioni scientifiche italiane


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SERAFINO MAIORANO Pietà, 2012 Provocazione... Vendere il patrimonio artistico, la Pietà di Michelangelo. Anche il titolo del lavoro è Pietà, non costringeteci ad arrivare a questo...

LA PARTE DELL’ARTE Le società per tornare a crescere in termini economici e civili devono ridefinire i saperi

di ARMANDO MASSARENTI*

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l 19 febbraio scorso il Sole 24 Ore Domenica ha pubblicato il Manifesto per la costituente della cultura per sollecitare in questo ambito una precisa azione di governo. L’esigenza di cambiare rotta, dopo un trentennio in cui la politica ha mostrato di credere assai poco nel ruolo decisivo della cultura per lo sviluppo del paese, è stato condiviso da migliaia di aderenti al manifesto, rappresentativi di mondi diversi, dalla lirica alla ricerca scientifica, dal cinema al teatro agli autori di fiction televisiva. Anche la politica ha aderito significativamente e in maniera capillare, attraverso gli amministratori locali e i sovrintendenti, ai principi del documento. Tuttavia siamo ancora lontani dal vederli tradotti in concrete decisioni di governo, nonostante l’intervento positivo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Per quanto riguarda le arti il Manifesto si concentra sui temi della tutela del paesaggio e dei beni culturali, ma in una prospettiva che guardi al domani. «È importante che l’azione pubblica contribuisca a radicare a tutti i livelli educativi, dalle elementari all’università, lo studio dell’arte e della storia per rendere i giovani i custodi del nostro patrimonio, e per poter fare in modo che essi ne traggano alimento per la creatività del futuro». Si tratta in altre parole di fare tesoro del nostro immenso patrimonio culturale al fine di promuovere e apprezzare anche la produzione artistica contemporanea, che a sua volta ha bisogno di incentivi e di

quella complementarità virtuosa tra pubblico e privato di cui pure parla il Manifesto. Di più: «Per studio dell’arte – precisa il Manifesto – si intende l’acquisizione di pratiche creative e non solo lo studio della storia dell’arte. Ciò non significa rinunciare alla cultura scientifica, che anzi deve essere incrementata e deve essere considerata, in forza del suo costitutivo antidogmatismo, un veicolo prezioso dei valori di fondo che contribuiscono a formare cittadini e consumatori dotati di spirito critico e aperto. La dicotomia tra cultura umanistica e scientifica si è rivelata infondata proprio grazie a una serie di studi cognitivi che dimostrano che i ragazzi impegnati in attività creative e artistiche sono anche i più dotati in ambito scientifico». Io credo che l’arte contemporanea, che sempre di più mostra la necessità di adottare tecnologie avanzate saprà rivolgersi alla politica consapevole di quanto la vecchia dicotomia tra cultura umanistica e scientifica sia obsoleta. La ridefinizione dei saperi di cui necessitano oggi le società per ritornare a crescere in termini civili ed economici passa dalla necessità di cominciare a praticare l’arte in tutte le sue potenzialità (senza trascurare la musica) fin dalla più tenera infanzia. Una sfida che i migliori artisti di oggi devono saper raccogliere in prima persona. *responsabile supplementi Sole 24 Ore Domenica


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ROBERTA SEGATA “Snow white”, 2010 Il potere con coscienza ha raggirato un intero stato e con abili giri di parole modellato un intero sistema. Lentamente, a piccoli passi la strada è stata designata. Tentati come Adamo da Eva, ciechi, senza reazione, si è colto il frutto. La menzogna ha colpito come primo obiettivo la cultura nel tentativo di annullarla, perché il sapere e la conoscenza rendono liberi. Inermi a terra, raggelati in una condizione apparentemente immobile, si attende il risveglio, la rinascita. In un sonno temporaneo o una morte. L’attesa è proiettata al futuro, ma tutto ciò di cui si è coscienti è della momentanea posizione. Come Biancaneve si attende di sapere qual è il destino, consci di aver morso la mela e quindi di aver permesso che tutto accadesse. Vi è incognita nel destino, il non sapere come, quando qualcosa potrà risvegliarsi, morire o dare nuova vita.

ANDREA SAVAZZI “Zapping #9”, 2012 L’opera fa parte di una serie di quadretti di piccole dimensioni che rappresentano immagini prese da internet o dalla tv, dipinte con pennellate fluide e grossolane in modo da creare un effetto di censura pixelata. Queste immagini rappresentano situazioni grottesche dell’Italia e non solo.

GIUSEPPE VENEZIANO “Indignados”, 2012 È un’opera che riflette la crisi economica che stiamo vivendo, dove molti comuni cittadini protestano contro il sistema finanziario delle banche.


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CRISI:ZITTIEFERMI MA NON TUTTI Nell’arte c’è una corsa a salvare lo status allontanando l’idea di dover cambiare di BRUNO CORÀ*

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il Giusti a ripetere che il proverbio recita “non bisogna toccare il malato quando suda, cioè sul punto della crisi”, suggerendo perciò che in tali momenti bisognerebbe starsene zitti e fermi. Ma che momento è l’attuale? A che punto siamo della crisi che investe quasi tutti? Siamo ancora all’inizio o a metà della crisi? E a quando la fase risolutiva? Della crisi del capitalismo più grande dopo quella del ‘29 si conoscono molti aspetti in senso sfavorevole e anche taluno in senso favorevole: fenomeno violento ma di breve durata; momento difficile profondamente agitato con effetti gravi e dolorosi: momento che mette in pericolo la situazione e impone radicali trasformazioni; sconvolgimento profondo nella vita di intere società, mutamento, innovazione, tutto è in movimento accentuato mentre sembra che tutto ristagni. Ma nel frangente in cui ognuno subisce a diverso livello gli effetti pieni di incertezza e disagio materiale, psicologico, politico e sociale, un’attività come l’arte quali ripercussioni avverte? Alla domanda non è possibile replicare con una risposta univoca e i punti di vista investono le condizioni differenti dei soggetti coinvolti e impegnati in arte. C’è la crisi delle forme e delle idee? C’è la crisi della creazione del linguaggio? C’è la crisi dei valori stabiliti dal mercato dell’arte? C’è la crisi delle attività delle gallerie conseguente alle misure fiscali? C’è la crisi della critica e del suo ruolo? C’è la crisi della forma museo? C’è la crisi di alcuni livelli del collezionismo? C’è la crisi dell’informazione artistica? C’è la crisi della nozione stessa di arte? A ogni interrogativo è necessario fornire una risposta. Come nella società civile, preoccupata della catastrofe economica, della perdita dei privilegi, interessi, risorse e altro, anche nell’ambiente dell’arte si assiste a una corsa a salvaguardare lo status relativo di ciascuna posizione, allontanando entro di sé l’idea di dover cambiare. Infatti, per molti significherebbe cambiare in peggio, interrogarsi per la prima volta sulla reale qualità delle proprie azioni, sull’essenza delle prestazioni, sull’autenticità delle forniture, sulle nature coltivate nel proprio orticello. In tale disamina emergono una enorme quantità di aspetti che delineano le patologiche estraneità di un’altissima percentuale di soggetti oggi attivi nell’arte. Ma emerge altresì, pressoché privo di sostanziali danni, un certo numero di soggetti appartenenti a essa, per alterne cause sopravvissuti a sempre diverse “crisi”, ai quali questa ennesima, ancorché più grande, crisi fa letteralmente un baffo! Sono soggetti, autori di differenti movimenti di cambiamento (e non solo da oggi la crisi lo impone) che – ancora con maggior lena – pensano e agiscono affrancati, a vario titolo, da preoccupazioni di conservazione e mantenimento di poteri, franchigie, monopoli, immunità, benefici, doti e vantaggi. Costoro, sono da sempre costretti in perenne crisi e la circostanza attuale, se non euforici, li lascia indifferenti. O tutt’al più li può porre di fronte a nuovi imprevisti, in grado di cambiare talvolta perfino in meglio la propria condizione. *docente e critico d’arte

ALESSANDRO KOKOCINSKI Trasfigurazione, 2003 Una scelta ho fatto: l’arte, come sostituto al valore divino della vita. In questa nostra epoca lacerata, tormentata, dove l’arte è la dottrina ideologica di una forma di fare moda, utile a chi fabrica vuote squisitezze in una camera sterilizata, piena di ”ismi” e avanguardie. A differenza di chi si è formato intorno alla categoria spirituale costruita da una buona opera d’arte, passata o presente. Dove l’arte è uno stato d’animo nella vita dell’artista, della sua complessità, delle impressioni che lo circondano. Dove egli stesso si assume la responsabilità della vita e della morte, e le responsabilità cominciano con i sogni. Discorso quasi folle in un mondo che vive nell’effimero dell’apparenza, della produzione, del superficiale. E l’arte ”mercanzia” vive l’euforia dell’apparire inebriandosi di mercato, come valore assoluto della nostra esistenza. Cosa rimane di questo labirinto di croci? Il nostro ecce homo dalle mani schiodate, poeta, nomade nel crudo giorno di essere uomo, morto-vinto-vincitore.


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ELIO VARUNA Italia, 2012 Un collage surreale di fatti mooolto reali: delitti mafiosi e il naufragio del Giglio, Sarah Scazzi, bunga-bunga, estremismo in Terra Santa, morti cinesi, malasanità... E sullo sfondo gli indici della Borsa. Che dice il figurino in primo piano: stiamo sprofondando, o risorgendo? Santi Tuty, pregate per noi!

GIUSEPPE MASTROMATTEO “Indepensense” 2009 In un periodo di crisi ci stringiamo ai valori più grandi e basici, torniamo alle cose vere, ai sentimenti più nobili. Quest’opera è l’abbraccio di culture, di nuovi orizzonti, di possibilità che il mondo ci riserva. È l’inno al nuovo, a quello che ci aspetterà.

Sopra: Vito Bongiorno ”Handele with care” 2011

VALENTINA MIGLIACCIO Pietà, 2011 Sentimenti di indifferenza e vergogna si incontrano tutti i giorni per strada, negli uffici, nei supermercati... Solo la pietà li può distruggere.


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GIUSEPPE PAPALEO A parziale difesa di me stesso, 2012 I giochi da tavola o più comunemente definiti di società hanno delle regole pre-fissate e normalmente, chi vi prende parte conosce già queste norme ma, inevitabilmente, è costretto ad affidarsi al caso per vincere la partita. La casualità è possibile paragonarla a uno di quei disegni in cui è necessario unire i punti per delineare la figura; come un insieme di eventi che determinano un accadimento in modo del tutto inevitabile. Il caos, forma di potere a cui spesso soccombe la nostra vita convinti di controllarla nel pieno delle nostre facoltà intellettuali, traditi però da un oggetto, una data, un simbolo di incoerenza. Attraverso questo universo Giuseppe Papaleo descrive la sua personale storia di fatalità, nell’opera A parziale difesa di me stesso. File di guanti proteggono mani immaginarie pronte a coprire pezzi di esistenza che coincidono con vite d’altri e, al tempo stesso, svelano intimi aspetti. È un’esistenza protetta dal lattice duro per cui è necessario sollevare un guanto per volta, così come suggerisce l’artista, per entrare piano nella sequenza di simboli non casuali che compongono un altro essere umano. Quella di Papaleo è un’immagine di ritorno dell’anima inchiodata alla fredda realtà del legno. I materiali nell’opera dell’artista di Crotone costituiscono l’unico punto di partenza per quel viaggio che si intraprende lungo l’intero supporto di pallet costellato di differenti emblemi. Alla fine, congiungendo ogni segno, è possibile tratteggiare il più recondito dei significati e trovarsi di fronte quel disegno che ha la stessa forma del tempo, logorato dalla volontà e smanioso di fatalità. La stessa che accomuna un bandito feroce a un artista dinamico, il giorno in cui il primo venne fermato è il medesimo in cui Papaleo venne al mondo. Perché è giusto così. Perché queste sfumature dettate solo dal caso determinano la differenza fra il bene e il male, fra ciò che è solo un muscolo cardiaco e un cuore. In questo contesto è evidente che Giuseppe Papaleo rappresenta, nella sua opera, la speranza che la verità e l’arte, per caso, vincano su tutto. Un’occasionale intenzione in cui la nascita di un artista coincide con la fine della corsa per il male di un altro uomo. La verità oggettiva e corporea è svelata attraverso una piccola finestra sollevata. Proprio come in uno di quei giochi da tavola. (Caterina De Bartolo)

GIULIA PESARIN Lupusinfabula, 2011 Nella società odierna viviamo circondati di immagini. Di esse ci nutriamo giornalmente, sottoponendo l’occhio umano a bulimia visiva. Media imperanti offuscano la nostra mente, educando la società civile e piegandola ai propri dogmi. La tv, emblema della società moderna, impone canoni e stilemi di vita dettando caos nel ciclo naturale dell'uomo contemporaneo. Perso il contatto diretto con la terra – madre di tutte le madri – senza punti di riferimento a cui aggrapparci, sopravviviamo al disorientamento di una crisi sociale ma soprattutto antropologica, che lentamente ci traghetta all'epilogo: un cortocircuito esistenziale. Partendo da queste premesse ed elaborandole, la mia opera vuole essere l’emblema della condizione umana: una civiltà che sta per essere avvolta dal buio e risucchiata nel buco nero dell’oblio. L’arte agisce come monito e lancia la speranza di una rinascita e di un ritorno agli albori. Resuscitare dalle ceneri di una crisi capitale, ricominciando dal passato, tornando indietro nel tempo per lanciare una sfida al futuro. Ecco allora che una semplice scatola da scarpe, cartone e sali d’argento, catturano lo specchio di ciò che siamo stati e quel che siamo ora, ripercorrend o le origini della tecnica nell’estremo tentativo di decifrare l’immagine e il caos che ci circonda.


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ANNALISA GIARDINA Una volta, 2012 Il titolo Una volta indica un’alternativa al presente, un territorio senza tempo, quello delle favole, un passato ma anche un futuro, un ricordo e nel medesimo tempo una speranza. Il tentativo è quello di trasmettere tramite le immagini, le parole e l’atmosfera sonora un senso di non appartenenza al territorio sociale che impone delle regole non sempre valide. L’opera è un’invito a vivere in maniera più spontanea, come nell’infanzia, ed è un inno al coraggio di vedere oltre la facciata. Il dentro non coincide sempre con il fuori e il territorio dell’anima si scontra con il territorio delle convenzioni sociali. E così si indossano facce diverse come vestiti e si ride soltanto con i denti e si stringono mani senza mettervi il cuore. E ci si perde. Perché non ci si riconosce più.

ABO:SIREAGISCA SENZAFOLCLORE Il critico: «La crisi ripulisce l’ambiente e costringe a riflettere» di MARIA LUISA PRETE

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e parliamo di crisi, bisogna stare attenti e fare distinzioni. Non tutto si può gettare nel calderone: commissariamento del Maxxi, slittamento della Quadriennale, chiusura di musei con annessa disperazione di direttori e personale. Disperazione che può portare a gesti estremi come quello di distruggere opere d’arte. L’ha fatto Antonio Manfredi, al Cam di Casoria, tra polemiche e applausi. «Ma questo è solo folclore. Un gesto violento in una zona violenta della Campania». È chiaro il disappunto di Achille Bonito Oliva, per il quale «l’arte è un massaggio al muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva». Quindi non va toccata. Va bene sollevare la questione della mancanza di soldi e volontà, ma prendersela con i frutti dell’ingegno creativo è troppo: «Si sacrificasse il direttore, bruciandosi come fanno i monaci

tibetani», azzarda. Poi, sì, effettivamente la situazione è difficile. Si rileva una crisi nell’arte. Sembra che nella cultura non si voglia più investire. Perché? La risposta di Abo arriva chiarissima: «La cultura è considerata superflua in un contesto di crisi generale dove la tentazione è quella di tagliare i beni immateriali. È mancanza di fantasia politica. Ma il sistema dell’arte è forte e va sostenuto. Viviamo un momento di emergenza emotiva – continua il critico – anche i collezionisti si fermano, influenzati dal nervosismo del mercato». E quindi si privano del piacere dell’acquisto, spinti da un’irrazionale paura. Servirebbe maggiore coraggio, lo sappiamo, e misure politiche diverse. Ma gli artisti e gli addetti ai lavori, concretamente, cosa possono fare? «Per reagire possono solo continuare a lavorare, fare mostre, convegni, eventi», dice Bonito Oliva. E poi non bisogna esagerare. «La

crisi – rivela – ha anche un aspetto positivo, di scrematura, ripulisce l’ambiente e costringe a riflettere. La crisi fa bene all’arte perché aumenta la libertà di espressione e fa diminuire le costrizioni». Rimane da chiarire il ruolo dello stato: è fondamentale o si può pensare di lasciare tutto in mano ai privati per sopravvivere? Anche qui la questione necessita di chiarimento. «L’articolo 2 della Costituzione – conclude – afferma che l’Italia deve sostenere e valorizzare il suo patrimonio artistico e culturale. Si tratta di autodifesa, bisogna cioè difendere l’arte per poter sopravvivere. L’intreccio tra pubblico e privato è articolato. I privati hanno sempre avuto un ruolo importante nella diffusione dell’arte contemporanea. Il pubblico interviene in un secondo momento, quando l’arte raggiunge una sua classicità». Giustamente, si auspica collaborazione.


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LARA MEZZAPELLE E GIACOMO DERIU Dirittura d’arrivo, s. d. All'improvviso si precipita nel vuoto. Niente più certezze, nessun appiglio, ogni riferimento perde di senso. Non esistono più mete: il viaggio è interrotto. La realtà del momento è rarefatta in una sospensione spazio temporale che non ha più confini chiari. Parole che descrivono la deflagrazione dell'aereo narrata dall'opera, ma che si prestano perfettamente anche a descrivere il periodo storico che ci troviamo a vivere. La miniatura congela l'istante ipercinetico in cui il pathos del dramma è annullato dalla descrizione asettica e particolareggiata: l’osservazione è immersa nel silenzio e nell’impotenza più assoluta dell’attesa. La cristallizzazione dell’attimo, attraverso una maniacale ricostruzione dei dettagli sospesi nel vuoto, riflette la perdita delle certezze di benessere e inviolabilità della società occidentale su cui si innesta prepotentemente la crisi generale del sistema sociale ed economico attuale.


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INDIA E ISRAELE GEMELLI DIVERSI NEI CANONI OCCIDENTALI CRITICAL MASS ALL’AMIR BUILDING DI TEL AVIV OFFRE UNA VERA E PROPRIA FINESTRA SUL CAOTICO E COLORATO PAESAGGIO VISIVO DEL CONTINENTE INDIANO, RIFLETTENDO SUI TEMI DEI CONFLITTI, TRADIZIONI E INFLUENZE GLOBALI

di GIORGIA CALÒ (CRITICA D’ARTE)

IL MUSEO Amir building Inaugurato nel novembre 2011, l’Amir building è stato realizzato dall’architetto statunitense Preston Scott Cohen. L’edificio, strutturato su cinque livelli, si presenta con una forma triangolare a punta di diamante, caratterizzata da piani spezzati e coperture frammentate che vanno a contrapporsi alla struttura esistente del Tel Aviv museum, realizzata nel 1971 da Itzhak Yashar e Dan Eitan. I 18.500 metri quadri raccolgono una collezione d’arte contemporanea israeliana, mostre temporanee, una selezione fotografica e la biblioteca. L’Amir building risulta uno degli esempi più riusciti di equilibrio tra contenitore e contenuto, dove l’archistar si è messa al servizio dell’arte, mantenendo classiche sale espositive rettangolari. Info: www.tamuseum.org

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ino al 16 dicembre il Tel Aviv museum ospita, nella nuova ala che prende il nome dei donatori californiani Herta e Paul Amir, “Critical mass, contemporary art from India”. Una mostra dedicata alla scena artistica indiana che sta godendo di un crescente grado di interesse in tutto il mondo, Italia compresa. Infatti, dopo il figurone fatto alla Biennale di Venezia da cui l’India mancava fin dal 1982, lo scorso autunno il Maxxi ha accolto la mostra itinerante “Indian highway”, con un notevole successo di pubblico e critica. Ma, tornando alla mostra israeliana all’Amir building, la prima dedicata all’arte indiana, questa comprende diciassette artisti, sia affermati che emergenti, alcuni dei quali come Ravi Agarwal e Bharti Kher abbiamo avuto modo di vedere proprio nella mostra capitolina. Attraverso dipinti, fotografie, sculture, video e installazioni viene data una visione trasversale delle nuove ricerche artistiche, dei cambiamenti tecnologici, economici e sociopolitici a cui il subcontinente è stato sottoposto nel corso negli ultimi due decenni. “Critical mass” offre una vera e propria finestra sul caotico e colorato paesaggio visivo dell’India, riflettendo anche su tematiche quali i conflitti, le tradizioni locali e le influenze globali. I colori, gli ornamenti, il rumore, il flusso, la materia, sono tutte caratteristiche delle

opere presenti in questa mostra che parlano di tradizione e modernità, trattano il tema dell’urbanizzazione e il suo impatto sull’ambiente; criticano il consumismo, affrontano le tensioni religiose e i conflitti politici. Subodh Gupta, ad esempio, con le sue sculture tanto vicine al “postproduction” teorizzato da Bourriaud, riflette su un paese in via di trasformazione; al contrario L. N. Tallur e Ryas Komu rielaborano le antiche forme espressive della cultura indiana. Un’altra tematica si lega invece alla trama visiva caotica delle megalopoli locali. Così troviamo Gigi Scaria che, come nell’ultima Biennale, presenta un ascensore nel quale si susseguono tre proiezioni, tre situazioni urbane diverse; o ancora i video “tranche de vie” di Rashmi Kaleka. Al termine del percorso vengono da sé le motivazioni che hanno spinto il museo israeliano a interessarsi dell’arte indiana. Effettivamente si possono riscontrare delle affinità tra i due paesi: i conflitti identitari, nonché le realtà sociali e politiche che fungono da catalizzatrici per entrambi, nella messa in opera di una produzione artistica di forte impatto visivo. All’arte dunque il compito di demolire gli stereotipi, i luoghi comuni e le contraddizioni che giungono in Occidente quasi sempre in maniera distorta, perché paesi di questo tipo solo vivendoli si possono realmente comprendere.

Herta and Paul Amir building Sopra: Atul Bhalla, ”Submerged again”, 2005


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a cura di GIORGIA BERNONI

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LONDRA/1 La nuova scena fotografica ”There’s something happening here” è il titolo della collettiva, curata da James Reid e Tom Watt, che fa il punto sulla scena della nuova generazione di fotografi. Tra gli artisti in mostra Nicole Belle, Steven Brahms, Asger Carlsen, Caleb Charland, Fleur van Dodewaard, Dru Donovan, Jessica Eaton, Tim Gutt, Carl Kleiner, Marton Perlaki, Rachel Bee Porter e Matthew Porter. Dal 14 settembre al 10 novembre. Galleria Brancolini Grimaldi, Londra. Info: www.brancolinigrimaldi.c om

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LONDRA/2 Herzog & de Meuron e Ai Weiwei firmano il nuovo padiglione della Serpentine Il nuovo padiglione della Serpentine gallery quest’anno è progettato da Herzog & de Meuron e Ai Weiwei. Si struttura come un salotto circolare, rivestito di sughero, con una complessa struttura multilivello dove 108 pezzi di mobili in agglomerato di sughero espanso sono sparsi ad arte. I pezzi sono stati tutti disegnati da Ai Weiwei e da Herzog & de Meuron. «Abbiamo scelto questa materia prima – spiegano – perché il sughero è un materiale naturale con qualità tattili meravigliose ed è inoltre estremamente versatile». Fino al 14 ottobre. Serpentine gallery, Londra. Info: www.serpentinegallery.org

AMSTERDAM

BARCELLONA

”Cobra cities”

Le Corbusier e Jean Genet

Il movimento Cobra è legato ai principali centri urbani europei e ai luoghi in cui gli artisti vivevano e lavoravano. I membri del Cobra facevano infatti parte dell’avanguardia che visse nelle città di Amsterdam, Copenaghen, Bruxelles, Parigi e New York tra gli anni ‘40 e ’50. ”Cobra cities” è una mostra con le opere più importanti della collezione Cobra, rivelando la scena di questo movimento che annovera, tra gli altri, George Collignon e Egill Jacobsen. Fino al 10 ottobre. Cobra museum, Amsterdam. Info: www.cobra-museum.nl

L’esposizione Le Corbusier e Jean Genet intende mostrare la visione contrapposta di Charles-Edouard Jeanneret-Gris, noto come Le Corbusier, e dello scrittore francese sulla città di Barcellona al principio degli anni Trenta. L’architetto studiò il centro urbano di Barcellona per riformarlo: la sua proposta del ”Piano Macià” per una ”nuova Barcellona” applicava il principio igienista per sradicare la degradazione sociale. Al contrario Jean Genet, che conobbe bene le strade malfamate del quartiere cinese, difese l’identità marginale e informale del V distretto. Una serie di eventi e ”performance” accompagnano l’esposizione. Fino al 21 ottobre. Macba, Barcellona. Info: www.macba.cat

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MADRID Le inquietudini di Edward Hopper

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Il museo Thyssen-Bornemisza dedica a Edward Hopper la mostra più grande mai realizzata in Europa. Settanta opere fra dipinti, disegni e stampe agli acquerelli che rappresentano la solitudine dell’esistenza moderna che per quasi settant’anni di carriera Hopper ha tentato di imprimere sulla tela. La retrospettiva si articola in due parti: la prima presenta la formazione dell’artista, la seconda tratta il periodo dal 1925 in poi. Fino al 16 settembre. Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid. Info: www.museothyssen.org

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SAN FRANCISCO Le icone di Cindy Sherman A cura di Eva Raspini, la mostra presenta oltre 150 scatti dell’artista statunitense Cindy Sherman. Con i suoi ritratti in perfetto equilibrio tra pop e arte concettuale, la Sherman costruisce delle vere e proprie icone dando vita a dei personaggi stratificati. Le sue fonti d’ispirazione sono trasversali: dalla tv alla storia dell’arte a internet. L’artista cura personalmente ogni aspetto della sua fotografia: trucco, costumi, capelli e scenografia. Fino all’8 ottobre. Moma, San Francisco. Info: www.sfmoma.org

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KLOSTERNEUBURG

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VERSAILLES Gli eccessi di Joana Vasconcelos

L’erotismo di Cecily Brown

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1 Cindy Sherman ”Untitled # 359” 2000 2 Joana Vasconcelos Marilyn, 2012 3 Cecily Brown ”Summer love” 2000 4 Jeff Koons ”Woman in tub” 1988 5 Le Corbusier La caduta di Barcellona 1960 6 Egill Jacobsen ”Rød maske” 1943 7 Edward Hopper ”Hotel room” 1931 8 Matthew Porter ”Neo valley” 2012 9 Herzog & de Meuron e Ai Weiwei ”Serpentine gallery pavilion” 2012

Curata da Silvia Kopf e Andreas Hoffer, la mostra offre al visitatore una panoramica sull’arte erotica della pittrice inglese Cecily Brown. Le scene di sesso che compaiono nei quadri della Brown, erotica non solo nei temi ma nella consistenza stessa dei suoi dipinti, hanno contribuito a lanciare una carriera che si è poi consolidata nei grandi musei del mondo. Nata a Londra nel 1969, la Brown vive e lavora a New York. Fino al 7 ottobre. Essl museum contemporary art, Klosterneuburg (Vienna). Info: www.essl.museum

La sontuosa reggia di Versailles apre le porte alla personale dell’artista portoghese Joana Vasconcelos con le sue installazioni squisitamente contemporanee. Un paio di scarpe giganti, fatte di pentole d’acciaio e con tanto di tacchi a spillo, campeggiano nella Galleria degli specchi dell’antica residenza reale francese. Circa una dozzina di opere, tra cui una fontana realizzata con bottiglie di champagne, troneggiano nelle sale e nei giardini di Versailles. Fino al 30 settembre. Info: www.chateauversailles.fr

FRANCOFORTE Jeff Koons Jeff Koons torna a esporre in Europa con due grandi mostre dal titolo ”Jeff Koons, the painter and the sculptor”, visitabili a Francoforte nei musei Schirn e Liebieghaus. Il ”kitch” è ovviamente il filo conduttore di entrambe le mostre i cui lavori si traducono in una continua ricerca di stili differenti e nell’utilizzo di materiali come la plastica, la ceramica e i metalli. Grande importanza hanno i colori: sfavillanti ed eccessivi sottolineano gli eccessi creativi delle opere di Koons. Fino al 23 settembre. Museo Schirn e Liebieghaus, Franc oforte. Info: www.schirn.de

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ISPIRATI DAL BELPAESE A Londra una collettiva sottolinea l’influenza dei maestri italiani sui giovani statunitensi di CARLO BERARDI E JASON LEE*

Alighiero Boetti Clessidra, 1979 A destra: Rebecca Ward “Blitz II”, 2012 cortesia l’artista, galleria Ronchini e Artnesia

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ell’opera Clessidra, collage del 1979, Alighiero Boetti descrive una relazione tra il passare del tempo e la forma geometrica di una circonferenza. Percorrendo quest’ultima, si tende a ritornare ad azioni già in parte accadute e si ha la possibilità di svilupparle. Questa è l’idea principale della mostra “Time, after time” alla Ronchini gallery di Londra che analizza paralleli tra opere di artisti italiani degli anni ’50, ’60 e ’70 e giovani artisti statunitensi. Negli ultimi viaggi a New York ci siamo resi conto che molti artisti oltreoceano, alcuni ancora in accademia, traggono ispirazione da idee artistiche che venivano discusse in Italia anni or sono. Idee di forma, spazio, colore, materia e vuoto. Attraverso l’utilizzo di materiali semplici e artigianali nelle loro composizioni, fanno riferimento a movi-

menti come Arte povera o Forma 1, ad artisti come Michelangelo Pistoletto, Alberto Burri, Piero Dorazio o Dadamaino. Queste nuove espressioni artistiche americane potrebbero sembrare, a primo acchito, semplici esperimenti. Un’attenta analisi però ci ha fatto comprendere quanto esse siano parte di un inconscio collettivo. Come ha suggerito l’artista Marilyn Minter, professoressa di tre artisti in mostra, sembra quasi che essi assorbano tradizioni di espressionismo astratto, minimalismo e cultura pop riadattandole e scrivendo a loro lettere d’amore. Nelle opere di Sam Falls (nato a San Diego, California, nel 1984), reti da giardino vengono posizionate su superfici di legno. L’artista lascia che il sole crei una griglia naturale sulla superficie. Il sole “dipinge” e le composizioni che ricordano molto le idee dei Reticoli (1959-1961) di Piero Dorazio (1927-2005)


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LA MOSTRA ”Time, after time” La mostra ”Time, after time” paralleli tra giovani artisti americani e maestri italiani, a cura di Carlo Berardi e Jason Lee, esplora le similitudini tra diverse generazioni di artisti e include autori contemporanei statunitensi come Sam Falls, Andrew Brischler, David Mramor, Davina Semo e Rebecca Ward in parallelo ad artisti italiani degli anni ‘50, ‘60 e ‘70 come Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Alberto Burri, Dadamaino, Piero Dorazio, Mario Schifano e Paolo Scheggi. Ancora oggi molti giovani artisti traggono ispirazione da ric erc he italiane della metá del Ventesimo secolo, attraverso l’utilizzo di materiali semplic i e artigianali nelle loro composizioni. Il catalogo è edito da Artnesia e Ronchini gallery. Dal 6 settembre al 4 ottobre. Ronchini gallery, 22 Dering street, Londra. Info: www.ronchinigallery.com


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A destra: Piero Dorazio ”Pour parler”, 1962 Sotto, da sinistra: Sam Falls ”Untitled 3”, 2012 Mario Schifano Indicazione, 1963

in cui si cercava di creare una nuova forma di pittura utilizzando colore e luce. David Mramor (nato a Cleveland, Ohio, nel 1984) lavora smembrando immagini e semplificando le superfici in forma e colore. Parte da idee basilari, fotografie o memorie come fiori del giardino della madre o popstar statunitensi retrò. Queste immagini vengono manipolate in digitale e diventano la base dei suoi quadri. L’unica evidenza dell’immagine originale è nel titolo dell’opera. Usa pittura gestuale, collage di materiali, disegno e adesivi. Paralleli esistono con le opere di Mario Schifano (1934-1998) la cui serie delle Televisioni, cominciata negli anni ‘70, rappresenta frame televisivi con interventi pittorici. Rebecca Ward (nata a Waco, Texas, nel 1984) lavora con installazioni di nastro adesivo la cui ricerca tratta il colore e lo spazio. Il nastro adesivo aderisce al soffitto della galleria, ai muri e ai pavimenti convergendo con l’architettura. Questa sinergia di materiale e luce cambia a seconda dell’interazione del visitatore con l’opera. I suoi quadri sono il risultato delle domande di ogni giorno e delle sperimentazioni nello studio. Nell’opera “Sister wives”, esiste un forte rapporto con il

lavoro di Dadamaino (1935-2004). La costante ripetizione di segni di Dadamaino viene paragonata al modo in cui Rebecca Ward toglie da una tela grezza fili verticali in alternanza. Nell’opera “Eyes of Texas” l’uso del sacco ricorda le opere di Alberto Burri (1915-1995). Andrew Brischler (nato a Long Island, New York, nel 1987) lascia le tele grezze sul pavimento del suo studio; le sporca nel suo ambiente naturale e poi le trasforma in un oggetto “pulito” attraverso gesti pittorici. Davina Semo (nata a Washington nel 1981) fa riferimento a un mondo post-industriale che diventa problematico ma insostituibile. Utilizzando materiali come specchi, catene e vetri infrangibili, con l’aggiunta di cemento e pittura spray, le sue sculture offrono, come suggerito dal critico Bob Nickas, “una violenza distanziata e un gesto di pura poesia”. L’obiettivo di questa mostra è, insomma, quello di fornire al visitatore un’idea chiara di quanto gli artisti italiani del dopoguerra stiano cominciando a influenzare le generazioni più giovani in America. *curatori, estratto dal catalogo, cortesia Artnesia e Ronchini gallery


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IL VIZIO IRONICO DELLA VANITÀ A Lucca una grande esposizione dedicata al dissacrante fotografo statunitense Il curatore: «David La Chapelle indaga la vulnerabilità di una società in decadenza» di MAURIZIO VANNI*

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a vanità è una forma di auto-devozione dissociata dalla realtà e dai contesti quotidiani che coinvolgono l’individuo. Una sorta di lucida dissimulazione che ci permette di esaltare il nostro essere per stare meglio con noi stessi e con il mondo. Un’eccessiva fiducia nelle proprie capacità e un desiderio sfrenato di raccontare in modo narcisistico le proprie doti, quasi mai conquista la simpatia degli interlocutori e, spesso, una persona troppo egocentrica viene considerata inaffidabile, inattendibile, superficiale e priva di valori morali. L’uomo ricorre alla vanità per mascherare le proprie insicurezze, per combattere un’inadeguatezza esistenziale, per farsi notare e per farsi accettare dalla società. Ha scritto a proposito Friederich Nietzsche: “La vanità è la paura di essere originali, perciò è una mancanza di superbia, ma non necessariamente di originalità”. Mason Cooley, aforista statunitense, sostiene che se è nutrita bene, la vanità diventa una risorsa benevola, se affamata si trasforma in qualcosa di maligno. La vanità fa parte dell’esistenza di David La Chapelle, non certo per il modo di manifestarsi dell’artista, ma come indagine di una società in decadenza che mostra la propria vulnerabilità attraverso la vanitas. Potremmo affermare che La Chapelle è un predestinato, che fin da piccolo sente di dover assecondare qualcosa che pulsa dentro di sé: «Ho sempre disegnato e dipinto. L’arte mi chiamava, ho


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LA MOSTRA Un percorso antologico Una grande mostra dedicata a uno dei fotografi più importanti a livello internazionale, David La Chapelle, a cura di Maurizio Vanni. Riuniti 53 scatti che raccontano il percorso antologico della sua produzione attraverso 10 serie: Star system, Deluge (Awakened), Earth laughs in flowers, After the pop, Destruction and disaster, Excess, Plastic people, Dream evokes surrealism, Art references e Negative currency. Catalogo Skira. Fino al 4 novembre, Lucca center of contemporary art, via della Fratta 36, Lucca. Info: www.luccamuseum.com

David La Chapelle ”Elton John: egg on his face”, 1999 a sinistra: ”Amanda as Warhol’s Liz in Red”, 2007 cortesia David La Chapelle e Fred Torres collaborations, New York


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sempre saputo che sarei diventato un artista». A differenza di altri suoi colleghi, che scelgono un percorso culturale lontano dalla quotidianità, La Chapelle è attratto dal mondo nel quale milita, dai vizi, dalle megalomanie, dalle ossessioni, dai narcisismi e dalle fissazioni dei personaggi che mette a nudo senza necessariamente descriverli iconograficamente, ma suggerendo un percorso conoscitivo e soggettivo attraverso il quale ogni fruitore, anche senza conoscerli, è in grado di percepirne le specificità. La Chapelle non è il fotografo dello scatto rubato, non è l’artista che vive con la macchina fotografica al collo in attesa di un evento straordinario da immortalare, non è il reporter che rischia la vita per regalarci l’attimo prima di qualcosa che cambierà il mondo. È semplicemente un sismografo del proprio tempo che rende evidenti concetti e considerazioni, visualizzandoli prima nella propria mente, attraverso scatti concepiti come fossero grandi dipinti. In molti suoi lavori, infatti, l’approccio è più da pittore tradizionale che da fotografo. La scelta degli argomenti, il suo lavorare per serie, il suo desiderio di raccontare e di raccontarsi, la volontà di creare un palinsesto dove sistemare le sue figure ci ricorda un pittore antico che pre-

”Angelina Jolie: Lusty Spring”, 2001

para, con dovizia e attenzione maniacale, una scena dal vivo prima di ritrarla con i colori a olio. La Chapelle non aspetta il momento speciale, ma lo inventa o lo pianifica, magari bloccando l’intuizione con il disegno o dipingendone una bozza con gli acquarelli. E così allestisce un suo personalissimo set, cercando di realizzare qualcosa di esclusivo, ovvero fotografare ciò che razionalmente non sarebbe considerato fotografabile. Prima dello scatto, La Chapelle si trasforma in un regista – di corpi e di anime – che comunica con il suo team e trasmette il pensiero del suo lavoro ai modelli che ha scelto. Ogni opera deve veicolare una precisa idea e per questo sceglie le persone giuste per una scenografia pertinente a ciò che sente. Lavorare con lui è impegnativo, estremamente faticoso, talvolta estenuante, ma ogni persona, emotivamente coinvolta e consapevole di ciò che sta facendo, può esprimere pareri e dare consigli per contribuire alla causa. Tutto deve essere sereno e rilassato per rendere il senso della spontaneità. Non sempre la scena che costruisce è in sintonia con quella che si era figurato – alcune volte è molto diversa da come l’aveva pensata all’inizio – ma sempre in grado di comunicare alla gente: «Posso fare qualunque cosa. Se lo

vedo nella mia mente riesco e ricrearlo. Amo il fatto che sia teatrale e collaborativo». […] La Chapelle oltre ad avere una fervida immaginazione e una grande fantasia, possiede l’innata capacità di saper osservare le persone e le loro vite attraverso sarcasmo e disincanto, perspicacia e intelligenza, spirito ludico e raffinatezza mentale. Ne scaturiscono delle immagini nelle quali attraverso l’ironia riesce a mettere a fuoco un mondo quasi metafisico che non è in grado di cogliere nessun aspetto della realtà senza esasperarne qualche elemento o senza rivelarne il suo aspetto contrario. […] La Chapelle da acuto osservatore riesce a smascherare le miserie morali, le debolezze e le ipocrisie dell’uomo moderno scoprendo la verità dei fatti, le contraddizioni e l’usura dei sentimenti umani. Per l’artista americano il fare arte corrisponde a una riflessione, a un divertimento, a un gioco serio, ma anche a un pensiero, a un’emozione e allo stupore di far notare le differenze. L’ironia di certi suoi scatti scaturisce dall’imprevedibilità di una composizione che, spinta all’eccesso, esalta il vizio della vanità. *curatore della mostra testo estratto dal catalogo, cortesia Skira


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CORTO E FIENO DÀ SPETTACOLO Torna il festival che coniuga ruralità e cinematografia di PAOLA FORNARA*

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uest’anno Corto e fieno guarda non solo alla ruralità italiana, ma anche e soprattutto alla ruralità e al rapporto con la terra in altri paesi d’Europa e del mondo. Siamo molto soddisfatti di questa apertura all’estero, di questo andare a cercare immagini di una ruralità che ci lega a luoghi vicini e lontani. Abbiamo in concorso film dal Brasile, dalla Francia, dall’Irlanda, dalla Svizzera, dall’Olanda, dalla Spagna e da tutta l’Italia. Per di più, moltissimi di questi film guardano e documentano un altro paese ancora: il Kosovo, il Burkina Faso, l’Etiopia, la Bosnia-Erzegovina, il Marocco. Quest’anno abbiamo deciso di dedicare la sezione Sempreverde alla figura delle mondine: il riso viene coltivato poco lontano dai luoghi di Corto e fieno e molti di noi sono cresciuti con i racconti di nonne e zie che hanno lavorato una vita con le gambe immerse nell’acqua e la schiena abbassata. Abbiamo chiesto al critico Bruno Fornara di introdurre la pellicola di Zambelli con una breve lezione sui film di risaia. Bruno, che è nato e vive sul Lago d’Orta, sarà nostro ospite dopo il suo ritorno come selezionatore al Festival del Cinema di Venezia. Sarà una tre giorni davvero ricca: ci accompagneremo a supereroi, galline, allevatori, maiali, raccoglitori di mirtilli, punk, cavalli, polente, pescatori, bergamottari, capre, bufale e mozzarelle, distese di menta, ulivi, orti, vigneti, vini, pozzi e pascoli. Naturalmente anche quest’anno è confermata l’ormai mitica proiezione in stalla. *curatrice della terza edizione del festival Corto e fieno

Una scena di Di madre in figlia lungometraggio di Andrea Zambelli Italia, 2008

L’EVENTO Dal 14 al 16 settembre È in programma dal 14 al 16 settembre la terza edizione di Corto e fieno, festival dedicato al cinema rurale ideato da Asilo Bianco e curato da Paola Fornara e Davide Vanotti. Tre giorni dedicati al mondo rurale e a quei registi che hanno deciso di raccontare il rapporto diretto dell'uomo con la sua terra. Il festival è ospitato nei comuni di Ameno, Miasino e Pettenasco, in spazi non convenzionali e di grande suggestione, sulle colline e sulle rive del Lago d’Orta. Il festival, da sempre, propone tre sezioni in concorso: Cinema acerbo (per le scuole), Frutteto (cortometraggi per esordienti e professionisti) e Mietitura (per medio e lungometraggi). I lavori saranno proiettati durante le tre giornate e premiati da una giuria al termine della tre giorni: Zappino d’oro, Rastrello d’oro e Forcone d’oro sono gli ambiti premi per ciascuna sezione. Da quest’anno anche il pubblico potrà premiare il suo film preferito e consegnare la Vanga d’oro. Nel programma Mietitura tra gli ospiti, si segnala la partecipazione di Paolo Casalis con Langhe doc, storie di eretici nell’Italia dei capannoni e di Michele Trentini con Piccola terra, film realizzato con Marco Romano. Confermati anche ”The Well”: voci d’acqua dall’Etiopia, di Paolo Barberi e Riccardo Russo, La transumanza della pace di Roberta Biagiarelli con la partecipazione di Gianni Rigoni Stern, figlio di Mario, Il re del mosto, di Giulia Graglia (presentato a Corto e fieno in prima nazionale) e Le tre distanze di Alessandro Pugno. Momenti di approfondimento con il focus Sempreverde, dedicato ai classici del cinema rurale. La serata di sabato 15 settembre sarà La notte della Mondina con la proiezione del lungometraggio Di madre in figlia di Andrea Zambelli (Italia 2008, 78’) e una introduzione del critico cinematografico Bruno Fornara, per poi concludere con danze a ritmo di ”boogie woogie”. Durante il festival inoltre sarà ospitata nella sala del museo Tornielli di Ameno la mostra fotografia di Guido Salvini, Lavorare nel cinema, realizzata in collaborazione con la Film Commission Piemonte. Le proiezioni sono tutte a ingresso libero. Info: www.cortoefieno.it


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A fianco: Baba artzine In basso, a sinistra: illustrazione di Giosetta Fioroni Geiger 2 (Torino 1968) Antologia sperimentale a cura di Maurizio Spatola Copertina di Franco Grignani fronte-retro frontespizio di Margherita De Alexandris

FEDE E ARTE Tavola rotonda Sabato 22, dalle 12 alle 13, è in programma ad Artelibro l’incontro Arte sacra contemporanea, un esempio: l’Evangeliario ambrosiano. Don Umberto Bordoni, Giovanni Chiaramonte, Bruno Corà, Andrea Dall’Asta, Micol Forti e Mimmo Paladino discutono sul rapporto della chiesa con il mondo dell’arte contemporanea. Il senso del sacro nell’oggi, in attesa del primo padiglione vaticano alla Biennale 2013. La presentazione è promossa da Inside Art e moderata dal caporedattore Maurizio Zuccari.

LA CREATIVITÀ IN UN VOLUME Bologna, dal 21 al 23 settembre torna Artelibro Montanari: il libro d’artista non è un rifugio per pochi ma un luogo di confronto tra tecniche e stili diversi

l via dal 21 al 23 settembre la nona edizione di Artelibro, festival del libro d’arte. Un evento che ogni anno trasforma Bologna nella capitale della cultura libraria proponendo le novità e le tendenze in atto nel settore, ma soprattutto le suggestioni delle arti che si incrociano e si fondono nei volumi, trasformandoli in capolavori. Il collezionismo librario: raccogliere è seminare è il tema del 2012. Una riflessione che rimanda all’inesauribile desiderio del collezionista di accumulare libri con criteri personali. Tra mostre, rassegne, convegni, conferenze, “workshop” per i ragazzi e l’immancabile mostra mercato s’indaga il collezionismo come fenomeno vitale e necessario non solo nell’ambito privato ma anche per la crescita del patrimonio culturale pubblico. L’excursus espositivo dedicato al libro d’artista ospita, tra gli altri, la rassegna di editoria autoprodotta “Fruit, focus on contemporary art”: un’ampia indagine sui progetti italiani e internazionali “self-publishing” che confluisce in una vivace mostra mercato alla scoperta delle pubblicazioni d’arte contemporanea accessibili a tutti. Le sale di palazzo Re Enzo e del Podestà sono dedicate alle rarità: editoria di pregio, volumi antichi, pubblicazioni a tiratura limitata, pezzi unici creati dagli artisti, editoria sperimentale, riviste specializzate. Tra le mostre anche 3 editori storici d’avanguardia: Sampietro-Geiger/Baobab-3ViTre, dalla sperimentazione grafica al suono, a cura di Maurizio Osti ed Enzo Minarelli nelle sale del museo internazionale della Musica, mentre la Biblioteca universitaria di Bologna ospita C_artelibro, il principio delle pagine, un progetto espositivo ed editoriale di Danilo Montanari che coinvolge oltre 50 artisti contemporanei. Quindi, la mostra L’arte incontra la poesia dove l’artista Paolo Gubinelli si confronta con poeti come Davide Rondoni e Tonino Guerra. Un contenitore di eventi che ruota intorno a un oggetto di pregio che le nuove tecnologie non sembrano scalfire. «La tecnologia – conferma Montanari, curatore di C_artelibro – non è nemica del libro, anzi può essere determinante per garantirne una più ampia diffusione o comunque una conoscenza. Il libro d’artista può avvalersi della tecnologia, di tutte le tecnologie, comprese ovviamente quelle che stanno alla base della stampa nelle diverse fasi del suo sviluppo, dai torchi in legno fino al digitale. È un patrimonio da considerare nel suo complesso e da salvaguardare senza disperdere nulla. Il libro d’artista non è un rifugio per pochi, ma un luogo dove si confrontano storie e tecniche diverse». Il programma su www.artelibro.it


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L’AUTOPRODUZIONE CONQUISTA LE FIERE TRA INNOVAZIONE E SPERIMENTAZIONE È IN QUESTI CONTESTI CHE TROVIAMO LE ULTIME TENDENZE DEL “GRAPHIC DESIGN”: LA LIMPIDEZZA COMPOSITIVA È SCARDINATA A FAVORE DI UNA NUOVA IDEA DI BRUTTEZZA E TRIDIMENSIONALITÀ

di ANNA FERRARO (CURATRICE FRUIT)

Sopra: “Fruit of the forest” Fortino editions

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opravvissuta alla generalizzata euforia per le tecnologie digitali, superata la paura dell’annunciata fine del libro stampato, l’editoria dell’ultimo decennio ha inaugurato un panorama complesso e coerente con molti aspetti della cultura contemporanea e con i nuovi modelli di produzione. La microeditoria d’arte, prendendo le distanze dalla grafica uniformata e dal mercato pubblicitario, si è fatta così portavoce di progetti di ricerca basati su un’impronta comunicativa anche molto individuale e personale. Accanto all’ipertrofico sviluppo dei grandi gruppi editoriali, abbiamo assistito alla proliferazione di microeditori indipendenti che hanno puntato sul design innovativo e, attraverso le scorciatoie della rete e del digitale, sul “self-publishing”. Il fenomeno, il cui calco italiano autopubblicazione o autoproduzione assume un’accezione più ristretta rispetto al termine inglese, ha travalicato i confini dei circuiti “underground” muovendosi verso una progressiva istituzionalizzazione fino a entrare ufficialmente nelle grandi fiere del libro. Parallelamente, sono aumentati appuntamenti come fiere e rassegne dedicati interamente al “self-publishing”. Attualmente, in Europa come nel mondo, questi eventi raccolgono un crescente numero di visitatori in cerca di oggetti editoriali spesso esclusi dalla distribuzione tradizionale, originali, da collezionare. È in questi contesti che troviamo le ultime tendenze del “graphic design”: la limpidezza compositiva è scardinata a favore di una nuova idea di bruttezza e tridimensionalità, i disequilibri vengono

esasperati, le impaginazioni sono piacevolmente sbagliate e non finite. Un insieme “undesigned” etichettato dalla critica come “new ugliness”. Sperimentazione nei formati, forte componente artigianale e tiratura limitata rendono queste edizioni degli unici, frutto della passione di chi crede ancora nella ricerca al di là del suo potenziale remunerativo. Fruit nasce dal desiderio di raccogliere i risultati di questa passione per l’editoria in un’unica grande rassegna, per offrirli al pubblico generico e di settore, in concomitanza con due grandi fiere: Fiera del libro per ragazzi, tenutasi a marzo, e Artelibro, a settembre, entrambe a Bologna. Tra gli oggetti editoriali esposti a “Fruit, focus on contemporary art” – l’incursione settembrina di Fruit all’interno di Artelibro, festival del libro d’arte – troviamo, tra gli altri, microeditori d’arte come Lubok (Germania), che dal 2007 catalizza comunità di artisti pubblicando volumi di grafica d’arte contemporanea; case editrici indipendenti selezionate per la particolare attenzione posta al design come Roma publications (Belgio) e Nieves (Svizzera); artzines come la spagnola Baba (Spagna) e Fruit of the forest (Fortino Editions-Usa/Italy) e le pubblicazioni d’artista della Werkplaats typografie, esito di un master biennale dell’olandese Art Ez institute of the arts. Non mancano gli italiani, come Quinlan, e i progetti di artisti come Chiara Pergola e Giancarlo Norese, i cui percorsi includono da sempre tirature limitate dei più svariati oggetti editoriali. Dal 21 al 23 settembre, palazzo Re Enzo, piazza del Nettuno 1, Bologna. Info: www.fruitexhibition.com


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a cura di SILVIA NOVELLI

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BoLzano Transart Sperimentazione, contaminazioni, lampi di meraviglia: dal 12 al 29 settembre il festival di cultura contemporanea Transart porta in alto adige il meglio della ricerca musicale e artistica con i suoi interventi illuminanti in luoghi industriali, valichi montani, parchi naturali, giardini e spazi della contemporaneità. Carismatiche e magnetiche, geniali e controcorrente, Transart dedica a tre donne: Rebecca Horn, Marina abramović e Unsuk Chin, altrettanti appuntamenti per svelare la loro poetica. info: www.transart.it

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PoRdenone Nane Zavagno

La voce delle immagini

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1 Gabriella Benedini Costellazioni, 1990 2 Roger Ballen ”Gardener sitting on woman’s bed”, 1999 3 Yto Barrada ”Bottes de blettes” 2009/2011 4 Pablo Picasso ”Deux femmes courant sur la plage (La course)”, 1922 5 Luigi Rabbito Cloruro di sodio allo 0,9%, 2009 6 Fotogramma da L’avventura, 1960 museo Michelangelo Antonioni, Ferrara 7 Eve Arnold “Supporter of Barry Goldwater presidential candidate”, 1964 Magnum photos Contrasto 8 Cao Fei ”Whose utopia” 2006-2007 9 Nane Zavagno Senza titolo, 2012 10 Herman Kolgen ”Altered trains”, s. d.

La voce delle immagini, a cura di Carolina Bourgeois, presenta circa trenta opere di 27 artisti della collezione Pinault. in mostra film, video e installazioni. Un percorso sensoriale che oscilla tra gravità, angoscia, umorismo e leggerezza. Tutte le opere sono in relazione con le problematiche politiche e sociali del contemporaneo, privilegiando il registro dell’intimo, prendendo in prestito le vie del gesto e della condivisione. Fino al 13 gennaio 2013, palazzo Grassi, campo San Samuele 3231, venezia. info: www.palazzograssi.it

il 15 settembre viene inaugurata alla Galleria d’arte moderna e contemporanea armando Pizzinato di Pordenone, la grande antologica dedicata a nane zavagno. L’esposizione si articola in altre due sedi espositive: la galleria Sagittaria e palazzo Cossetti. Un ampliamento necessario per una delle più ricche rassegne dedicate all’artista, la cui ricerca spazia tra mosaico, scultura, pittura e disegno. L’esposizione è a cura di Giancarlo Pauletto. Fino al 30 dicembre. info: www.artemodernapordenone.it

ToRino ”For president” La fondazio ne Sandretto Re Rebaudengo (via Modane 16, Torino), dal 19 settembre al 6 gennaio 20 13, presenta ”For president”, prima mostra dedicata alle elezioni presidenziali statunitensi, a cura di Francesc o Bo nami e Mario Calabresi. L’esposizione riperco rre la sto ria delle diverse campagne elettorali utilizzando il foto giornalismo, l’arte contemporanea e la grande pro duzio ne d i gadget e pubblicità dei vari candidati. Presentate anche le immagini storiche dell’agenzia Magnum. info: www.fsrr.org

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ROMA Festival Fotografia e Yto Barrada

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MILANO/SALUZZO Gabriella Benedini Doppia esposizione dedicata a Gabriella Benedini, a cura di Martina Corgnati. A Milano va in scena Non si riposa il mare: oltre cinquanta fra le opere più recenti della produzione polimaterica dell’artista, appartenenti alle serie delle Costellazioni, Arpe e Navigazioni. Sono lavori ambientali creati con materiali di recupero, ai quali la Benedini offre una seconda possibilità di vita. Dal 21 settembre al 4 novembre, spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2, Milano. Info: www.provincia.milano.it/cultura. Dal 16 settembre al 14 ottobre, poi, la Castiglia di Saluzzo (piazza Castello), dedica all’artista cremonese una vasta antologica dal titolo Gabriella Benedini, opere 1972-2012. Info: www.igav-art.org

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Il Macro presenta dal 21 settembre al 28 ottobre Fotografia, festival internazionale di Roma, a cura di Marco Delogu. Tema dell’undicesima edizione è il lavoro, reinterpretato mediante una grande attenzione alle differenze e ai cambiamenti dei linguaggi della fotografia e del lavoro contemporaneo. Macro Testaccio, piazza Giustiniani 4, Roma. Al Macro di via Nizza 138 arriva, invece, per la prima volta in Italia Riffs, la mostra, a cura di di Marie Muracciole e Friedhelm Hütte, di Yto Barrada, artista francese di origine marocchina vincitrice del premio ”Artist of the year 2011” della Deutsche Bank. Info: www.museomacro.org

MILANO/2

CATANIA

Pablo Picasso

Luigi Rabbito

Il grande ritorno a Milano di Pablo Picasso in una mostra curata da Anne Baldassari, con capolavori del Museo nazionale Picasso di Parigi. Con oltre duecento opere tra dipinti, sculture, fotografie, disegni, libri illustrati e stampe, l’evento rappresenta un excursus cronologico sulla produzione dell’artista, mettendo a confronto le tecniche e i mezzi espressivi con i quali l’autore si è cimentato nella sua lunga carriera. Dal 20 settembre al 6 gennaio 2013, palazzo Reale, piazza Duomo 12, Milano. Info: www.mostrapicasso.it

Catania celebra Luigi Rabbito, a un anno dalla scomparsa, con una personale dedicata agli ultimi lavori. La mostra, a cura di Mercedes Auteri, s’intitola semplicemente Rabbito ed è in programma al palazzo della Cultura (via Vittorio Emanuele II 121) dall’8 al 29 settembre. Presenti circa cinquanta opere, comprese quelle di grandi dimensioni e le istallazioni dell’ultimo periodo, che hanno per tema i paesaggi urbani, gli ingorghi stradali e le macchine agricole. Info: 0957428035

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FERRARA Lo sguardo di Michelangelo

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Nato a Ferrara nel 1912, Michelangelo Antonioni è uno dei padri della modernità cinematografica che ha oltrepassato i confini della settima arte. A questo protagonista della cultura del Novecento viene dedicata una grande mostra, a cura di Dominique Païni, in cui l’opera del maestro è indagata alla luce del rapporto con le altre discipline artistiche, dalla musica alla fotografia, dalla pittura alla letteratura. Dal 30 settembre al 6 gennaio 2013, palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara. Info: www.palazzodiamanti.it

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APERITIVOINGALLERIA Nasce a Milano Filo art bar, luogo che coniuga divertimento e passione artistica

di VALENTINA CAVERA

a recente apertura di Filo art bar, locale sulle sponde del Naviglio pavese dove vino, vivande e musica accompagnano la presenza di opere d’arte, sfida le consuete dinamiche degli spazi espositivi nei quali regna il silenzio e la pura visione. Andrea Zerbetto, giovane imprenditore, è l’artefice di questo progetto innovativo. Di volta in volta, il gallerista sarà coinvolto da aziende differenti o da privati in progetti culturali rivolti al contemporaneo. Inaugurato lo scorso 4 luglio, Filo art bar si propone di presentare nel corso del tempo sculture, fotografie, installazioni, tra note di musica da dj-set o strumentale dal vivo in atmosfere “chill-out”, per accontentare i visitatori che amano spazi artistici giovanili e originali. L’arte in Filo art bar si sposa con la gente, con il piacere del buon cibo, del buon bere e con la musica. «Questo progetto è nato per gioco, per più esigenze. Mi piacciono sia i luoghi dove espongono gli artisti che frequentare spazi dedicati al divertimento serale, però il connubio tra i due ambienti non si trova facilmente – racconta Zerbetto – Per cui l’idea era questa: il desiderio di unire due miei piaceri personali in un unico spazio. Amo divertirmi, stare in compagnia, ma anche circondarmi di opere d’arte e design». Composto da due sale e da un

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AMO DIVERTIRMI MA ANCHE CIRCONDARMI DI OPERE D’ARTE, COSÌ HO UNITO DUE MIEI PIACERI PERSONALI IN UN UNICO SPAZIO

IL GALLERISTA E LA SEDE Dal panificio alla caffetteria Andrea Zerbetto nasce il 26 ottobre 1974 a Sesto San Giovanni. Per anni ha seguito la professione della famiglia in un panificio che in seguito lui stesso ha trasformato in caffetteria e ristorante. Appassionato di lingue, culture e viaggi, Zerbetto ha deciso di dar vita a Filo art bar, uno spazio d’arte che sorge sulle sponde del Naviglio pavese. Nel locale si fondono arte e bevande, vivande e musica. Si suddivide in due sale interne (di 60 e 20 metri quadrati) e un giardino (di 75 metri quadrati) che si affaccia sul Naviglio. Filo art bar, Alzaia Naviglio pavese 34, Milano. Info: www.filoart.eu

In alto da sinistra: il giardino di Filo art bar con al centro l’opera di Alessandro Mendini “Here & there” Marilù Cattaneo Michetta, 2012 a fianco: il bancone dil Filo art bar foto Doppiozero

giardino che si affaccia sul Naviglio, Filo art bar si adatta a differenti situazioni. Tra le altre cose dà l’accesso gratuito a internet tramite “wireless”. Gli interni sono stati realizzati dallo studio di architettura Mar office. Il locale è stato strutturato in modo che la fusione tra spazio espositivo e bar fosse il più possibile armonica, senza sovrapposizioni tra le due sfere. La neutralità intrisa nelle pareti bianche e nell’illuminazione, tipica di spazi espositivi, in Filo art bar si fonde alla delicatezza del rosa classico che dipinge l’intimità del bagno e al calore emanato dalla vista del legno del bancone del bar. Quest’ultimo elemento risulta il portante del luogo perché è stato studiato per far fronte alla difficoltà messa in atto dalla condivisione spaziale tra sede espositiva e bar caffetteria. Infatti, la presenza di tre volumi, dei quali uno scorrevole, dà ampie possibilità. D’incanto l’elemento che si muove verticalmente può mettere in luce le sole opere d’arte o, a seconda del caso, dare risalto alla caffetteria oppure ancora, nelle ore piccole, all’angolo bar. Anche la panca parallela alle vetrine gioca un ruolo importante, assumendo due funzioni: può essere elemento fisso di seduta o piedistallo per le opere esposte. La prima esposizione proposta per l’apertura, in collaborazione con l’azienda Slide, ha coinvolto


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A sinistra: l’ingresso di Filo art bar sotto: Massimo Gurnari “Damien Hirst’s portrait”, 2012 Ritratto di civetta allarmata, 2012

LA MOSTRA "First death”

rilù Cattaneo, Stefano Soddu e Alessandro Mendini. Nella prima sala, la più grande, si nota la scultura della Cattaneo, un grossa Michetta bianca che promuove la spiritualità del cibo. Nella seconda stanza si erge in giallo il libro scultura di Soddu, intitolato Piego di libro, che invoglia alla lettura e al relax. Nel giardino si mescola alla gente “Here & there”, terza e ultima scultura, realizzata da Mendini. Questo non è che l’inizio di un vasto progetto. «Abbiamo preso contatti con gallerie italiane come l’annovi di Sassuolo e il Vicolo di Genova. La scelta delle mostre in programma si basa anche sul mio gusto personale: mi appoggio a curatori, a esperti d’arte ma il mio parere è indispensabile altrimenti Filo art bar diventerebbe uno spazio impersonale e non lo sentirei mio. In futuro – conclude il proprietario – abbiamo in programma di esporre le opere di uno “street artist” di nome Omar Hassan, che si è già esibito in varie gallerie in Italia e all’estero, a Londra, ma anche al Padiglione Italia, lo stesso artista che ha dipinto con spumeggiante energia i muri del palazzo della regione Lombardia. A settembre, invece, è in programma la personale di Massimo Gurnari che considero uno dei più bravi pittori italiani in circolazione».

Il 12 settembre inaugura la mostra dedicata a Massimo Gurnari (Milano, 1981) a cura di Matteo Mezzetta. L’esposizione si compone di lavori intrisi di classiche simbologie provenienti dalle illustrazioni tipiche del mondo del ”Tatoo” che puntano il dito sulla società odierna e sul consumismo. Teschi padroneggiano il suo palcoscenico immaginario dove non mancano serpenti e civette, femmine e rose, pugnali e tacchi a spillo. Alcune immagini sono a sfondo animalista coinvolgendo anche rappresentazioni di bistecche e vitelli. Tecniche miste su tela che danno valore alle sterminate varianti cromatiche esistenti. «Spesso è azzardato essere convinti di operare per il meglio», svela Gurnari riflettendo sulla motivazione che lo ha spinto a intitolare questa esibizione proprio ”First death”. Fino al 13 ottobre.


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LA NUOVA RICETTA ROMANA Rossmut: crocevia tra arte, moda e design Nasce un “concept store” a Trastevere di TERESA BUONO

idea è di portare nella capitale una nuova ricetta basata sull’arte». È Loretta Di Tuccio a parlare il 21 giugno in occasione dell’inaugurazione del nuovo spazio espositivo, raccordo di espressioni artistiche di svariata natura, realizzato insieme a Gilda Lavia. Le giovani galleriste si sono conosciute nel mondo del cinema nel quale lavorano e hanno fatto della loro comune passione, quella per l’arte, un’esperienza concreta. Così a Roma, a due passi dall’isola Tiberina in quella zona di Trastevere poco frequentata dai turisti, si affaccia su via dei Vascellari Rossmut. Il nome ha un significato scaramantico per le artefici dello spazio che si distingue nel panorama culturale romano. Un’estesa vetrata invita il passante a inoltrarsi negli spazi ariosi. Questi si snodano in tre ambienti: due ampie sale e una terza, alla fine della galleria, più piccola e intima. Il passaggio è fluido, nessun intermezzo si frappone al percorso del visitatore. Le pareti sono rigorosamente bianche. Il soffitto con le travi lasciate a vista. È la semplicità a predominare,

«L’


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Gli interni dello spazio In basso: le due galleriste Da sinistra Gilda Lavia e Loretta di Tuccio A pagina 41: ”Thechobohemian” di John Malkovich A pagina 39: gioielli in teca di Ariel Matias Ortega foto Cosimo Trimboli

perché è proprio attraverso la semplicità che si possono costruire e inventare allestimenti sempre nuovi, declinabili nelle esigenze contingenti e più in generale alla filosofia che abita Rossmut. Qui i confini dell’arte si ampliano: opere di diversa natura possono convivere insieme e differenti discipline intessere rimandi tra loro nella realizzazione di lavori unici. Il tradizionale dipinto può trovarsi accanto all’oggetto di design, i classici scatti fotografici intervallati dalla sinuosità dei gioelli, alle forme della scultura possono far riscontro quelle leggiadre di abiti avveniristici. «Le scelte sono fatte guardando all’originalità e alla particolarità di ogni pezzo. È questo il “fil

rouge” che lega la grande varietà di opere presenti» precisa la Di Tuccio e aggiunge «fondamentale è la versatilità degli ambienti in grado di ospitare questa molteplicità di oggetti». Un’eterogeneità dunque il cui risultato non è un bazar ma piuttosto un mondo elegante che, attraversato da una vena “glamour”, si propone di presentare il meglio delle molteplici discipline artistiche. «Non solo galleria d’arte ma anche concept store», prosegue la gallerista. Un luogo quindi che non esclude gli amanti di quell’arte che si indossa, che si prova, che può essere anche funzionale o che arreda. È proprio la formula del “concept store”. L’idea è nata, almeno ufficialmente, nel


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LE SCELTE SONO FATTE GUARDANDO ALL’ORIGINALITÀ E ALLA PARTICOLARITÀ DI OGNI PEZZO. È QUESTO IL FILE ROUGE CHE LEGA LA GRANDE VARIETÀ DI OPERE PRESENTI

LA MOSTRA Sconfinamenti artistici Una collettiva ha battezzato la nuova realtà artistica capitolina. Curata da Giuseppe Stagnitta, ha visto tra gli artisti la partecipazione di Elio Varuna, Teresa Emanuele, Angelo Cricchi, Arash Radpour. Tra gli oggetti di design, alla lampada in legno e acciaio di Giuseppe Gallo fa riscontro quella più agile e ironica di Niccolò Spirito. Dagli onirici volumi degli abiti di Arianna D’Auria si giunge a ”Technobohemian”, la linea d’abbigliamento realizzata con tessuti naturali e manifattura quasi esclusivamente italiana. L’autore è John Malkovich, il famoso attore stupisce anche come stilista. La collettiva è visibile fino al 13 settembre.

LA SEDE E LE GALLERISTE Nella ex falegnameria di Trastevere Non si può dire che manchi lo spazio: con i suoi 120 metri quadrati Rossmut dà nuova vita a un interno rimasto a lungo in disuso. Anni fa gli spessi muri erano pregni dell’odore di segatura e del rumore della pialla e del martello. Infatti, originariamente era la sede di una falegnameria. Gli interventi sulla vecchia struttura sono stati minimali al fine di ottenere un ambiente essenziale che non nasconde il suo passato ma neanche ostacola la visione delle opere e la realizzazione dei progetti futuri. Una scelta voluta dalle due galleriste Gilda Lavia (nata a Firenze il 28 luglio 1980) e Loretta Di Tuccio (nata a Roma il 28 settembre 1981). Entrambe, dopo gli studi universitari al Dams e il corso di produzione cinematografica a Cinecittà, iniziano il percorso lavorativo nel mondo del cinema, tra regia e produzione. La sintonia che le lega e l’amore per le arti visive le porta a intraprendere il progetto di un ”concept store” capace di inglobare la loro idea di arte. Rossmut, via dei Vascellari 33, Roma. Info: www.rossmut.co m

1986 a New York, quando lo stilista Ralph Lauren ha fatto di un’intero palazzo non un semplice negozio, ma un luogo arredato come fosse la sua abitazione, con divani in pelle, preziosi suppellettili, vasi ricolmi di fiori, dipinti di cavalli: ogni pezzo scelto con cura secondo lo stile della cultura degli Stati Uniti, un inno allo stile statunitense. L’idea sottesa era di fare di quello spazio un’esperienza in cui immergersi, dove lusso e ricercatezza stimolassero su più fronti il visitatore nel suo percorso all’interno di quella reggia. Nel “concept store” romano la magniloquenza è scalzata da un tono più dimesso e quindi l’eccesso contenuto dalla sobrietà. La mostra che ha inaugurato la

galleria così non poteva che essere una collettiva. Diversi artisti per età, notorietà, mezzi espressivi, materiali, ricerca. Un tripudio di linguaggi, dove ognuno rilancia l’altro, in una miscela ben dosata. Certo c’è un’assente importante: la videoarte che fatta di immagini in movimento nasce dal cinema - il mondo di provenienza di Lavia e Di Tuccio - e nel corso della storia ha trovato proprio nei film il materiale da “rimpastare”. Ma l’obiezione viene anticipata dalle galleriste: «È solo l’inizio del percorso appena intrapreso e per il futuro stiamo pensando a progetti che prevedano una vera e propria contaminazione tra arti di differente provenienza».


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MILANO Rivoluzione Sassu Personale di Aligi Sassu dal titolo Rivoluzione Sassu, le battaglie e i disegni del carcere, a cura di Federico Rui e Vicente Sassu Urbina con la presentazione di Flavio Arensi. L’esposizione vuole rendere omaggio al maestro in occasione del centenario della nascita (1912-2012). Il tema delle battaglie è sempre stato caro a Sassu: sin dalla prima Morte di Patroclo del 1935, la pittura non è solo un racconto storico, ma metafora per immagini di una contemporaneità oltraggiata dall’ingiustizia. Dal 27 settembre al 9 novembre, Federico Rui arte contemporanea, via Turati 38, Milano. Info: www.federicorui.com

Lieu Municipal Lieu Municipal d'Art Contemporain d'Art Contemporain

Espace Le Carré Angle rue des Archives / rue de la Halle Tel 0033 3 20744696 www.mairie-lille.fr

TORINO “Lust for life”

Fuochi incrociati

La mostra presenta le opere di una ventina di artisti internazionali che interpretano il tema incentrato sul termine ”lust”, lussuria, ma anche gioia e piacere di vivere, come approfondimento della realtà attuale. Fino al 30 settembre, Allegretti contemporanea, via San Francesco d’Assisi 14, Torino. Info: www.allegretticontemporanea.it

Due generazioni a dialogo nell’esposizione, curata da Riccardo Zelatore, e dedicata al felice incontro creativo tra Franco Garelli e Alfonso Leoni. In mostra una quindicina di sculture dei due artisti. Dal 27 settembre al 3 novembre, galleria Terre d’arte, via Maria Vittoria 20/a, Torino. Info: www.terredarte.net

AOSTA

BRESCIA

Lorenzo Merlo, anni Ottanta

Francesca Woodman Letizia Battaglia

Lorenzo Merlo presenta 55 foto in bianco e nero. Le immagini sono state realizzate in varie parti del mondo, dall’Italia al Giappone, dagli Usa alla Cina e testimoniano i viaggi del fotografo, i suoi incontri con culture diverse. Fino al 20 ottobre, Espace Porta Decumana, via Torre del lebbroso 2, Aosta. Info: www.regione.vda.it

La stagione espositiva della gallaria bresciana inaugura con due grandi protagoniste della fotografia: Francesca Woodman e Letizia Battaglia. Dal 22 settembre al 10 novembre, galleria Massimo Minini, via Apollonio 68, Brescia. Info: www.galleriaminini.it

MILANO “Smother: a confused multitude of things”

“Last flowers”

Un nuovo progetto presentato dall’artista messicana Floria Gonzalez. L’esposizione consiste in una serie di scatti fotografici e quattro video. Dal 20 settembre al 27 ottobre, Magrorocca, largo Fra’ Paolo Bellintani 2, Milano. Info: www.magrorocca.com

Jernej Forbici è un artista sloveno che, attraverso la pittura, racconta e denuncia i soprusi compiuti dall’uomo nei confronti della natura. Il progetto espositivo è curato da Fortunato D’Amico. Dal 18 settembre al 26 ottobre, Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter, via Cadolini 27, Milano. Info: www.galleriabiancamariarizzi.com

Di terra

Linee d’acqua

La doppia personale presenta le sculture di due ceramiste, Rita Miranda e Annalisa Guerri. La natura e la tecnica si mescolano creando universi che conservano l’imprevedibilità dell’elemento naturale ispirante. Dal 20 settembre al 19 ottobre, Rb contemporary, Foro Buonaparte 46, Milano. Info: contemporary.rbfineart.it

L’artista canadese Ron Bolt è capace di incantare lo spettatore. I suoi lavori si concentrano su una pittura realista in cui la spuma del mare, le onde e lo scrosciare dell’acqua diventano protagonisti di un’immagine nitida. Dal 13 settembre al 14 ottobre, Barbara Frigerio, via dell’Orso 12, Milano. Info: www.barbarafrigeriogallery.it


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pagine a cura di MARIA LUISA PRETE

MILANO

L’ANIMA DI FABER IN UNO SCATTO In mostra le foto di Dabbrescia di MANUELA COMPOSTI*

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immo Dabbrescia è un ritrattista di anime. Il suo gesto risulta semplice, naturale, perché nasce da un incontro di creatività. Affinità elettive, segnali non detti, sorrisi allusivi di una comune fonte d’ispirazione. La sua empatia gli consente d’interpretare i lievi pensieri che attraversano i volti dell’arte. La sua innata umiltà gli permette di scomparire dietro la macchina fotografica per lasciare emergere, come una sapiente levatrice, l’artista ritratto, lasciando cadere le spoglie della quotidiana maschera sociale. Memorabile il suo lavoro con un giovane Fabrizio De André (1969-1974). L’opera di Dabbrescia con De André ci rimanda il suo animo poetico; il pittore so-

M

ciale che è stato così semplice amare e non il personaggio osannato nei concerti. Sono scatti sapienti e delicati, in punta di piedi. Due sensibilità in reciproco ascolto. Echi lontani di una poesia umana mai dimenticata e, in un istante magico e assoluto, qualcuno potrebbe anche giurare di aver sentito le note di una poesia musicale che è ormai dentro di noi. *curatrice e gallerista

Faber di Mimmo Dabbrescia, a cura di Ca’ di Fra’. Dal 13 settembre al 19 ottobre, Ca’ di Fra’, via Carlo Farini 2, Milano. Info: 0229002108

GENOVA Guglielmo Bozzano

“Colors on stage”

Antologica, a cura di Martina Corgnati, dedicata a Guglielmo Bozzano. La mostra, che celebra il maestro nel centenario della sua nascita, contiene una vasta selezione di quadri a olio, acquerelli, disegni, ceramiche. Dal 27 settembre al 30 novembre, Accademia ligustica di belle arti, largo Pertini 4, Genova. Info: 010560131

La collettiva, a cura di Antonio Borghese, presenta avanguardisti storicizzati quali Shozo Shimamoto, Hermann Nitsch e George Mathieu ma anche artisti contemporanei quali Marcello Lo Giudice e Yang Maoyuan. Fino al 21 settembre, Abc arte, via XX settembre 11, Genova. Info: www.abc-arte.com

SABBIONETA

LODI

Sul sogno del corpo che abita

Storia naturale

Le opere di Flavio Lucchini si inseriscono nella realtà storica di Sabbioneta, sottolineando la grandiosità degli spazi storici attraverso l’arte contemporanea. La mostra è curata da Anna Vergine e Gabriele Fallini. Dal 23 settembre al 28 ottobre, palazzo Ducale, via Pesenti, Sabbioneta (Mantova). Info: www.flaviolucchiniart.com

La personale di Andrea Mariconti, a cura di Emanuele Beluffi, presenta cinquanta opere dal 2007 al 2012: un primo percorso antologico del giovane artista lodigiano, classe 1978. La mostra si sviluppa attorno ai temi del territorio e del paesaggio. Dall’8 settembre al 21 ottobre, Bipielle arte, via Lombardo 13, Lodi. Info: 0371580351

Kiki Smith

Venti d’Oriente

La ricerca fotografica gioca un ruolo centrale nell’estetica di Kiki Smith. Istantanee, come taglienti schegge, costruiscono una narrazione iconografica ricca di riferimenti fiabeschi e femminilità. Dal 26 settembre al 10 novembre, galleria Raffaella Cortese, via Stradella 7, Milano. Info: www.galleriaraffaellacortese.com

Venti d’Oriente che soffiano anche nell’arte, portando la visione di artisti che hanno vissuto come figli di espatriati o di chi, semplicemente, sente la necessità di raccontare il legame con la propria terra e cultura. Dal 18 settembre al 26 ottobre, Mc2 gallery, viale Col di Lana 8, Milano. Info: www.mc2gallery.com

“The eighties”

“Emotions in color”

La mostra dedicata a Mario Schifano presenta opere degli anni ‘80, periodo in cui l’artista concentra la sua attenzione sul naturale: paesaggi, fiori, prati, onde sono ricreati attraverso una gestualità carica di ricordi e sensazioni. Dal 20 settembre al 5 novembre, Zonca e Zonca, via Ciovasso 4, Milano. Info: www.zoncaezonca.com

Ferruccio Gard, giornalista e pittore, presenta sia quadri cinetici che astratti. Un viaggio lirico nel colore e nelle sfolgoranti profondità dell’essere, all’insegna anche di una musicalità cromatica che cattura e coinvolge. Dal 19 settembre al 6 ottobre, Gli eroici furori arte contemporanea, via Melzo 30, Milano. Info: www.furori.it


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ROVERETO

VENEZIA

“Fin de race”

Tutte le cose emergono dal nulla

La mostra, a cura di Lea Vergine, mette a nudo uno dei più interessanti fenomeni culturali del Novecento: un crocevia di artisti, poeti, scrittori e fotografi attivi a Londra, Parigi e in Italia tra la fine degli anni Dieci e gli anni Trenta. Dal 22 settembre al 13 gennaio 2013, Mart, corso Bettini 43, Rovereto (Trento). Info: www.mart.trento.it

La personale dedicata a Franco Vimercati (1940-2001), a cura di Elio Grazioli, è la più esaustiva mai realizzata per questo artista che ha trovato nella fotografia il mezzo espressivo d’elezione. Dal primo settembre al 19 novembre, palazzo Fortuny, San Marco 3958, Venezia. Info: www.fortuny.visitmuve.it

VERONA

PADOVA

“Denouement”

“Shock”

Tony Oursler è il protagonista della mostra a cura di Danilo Eccher. L’artista statunitense mette in campo un’indagine sulla complessità delle interazioni e sul modo in cui le tecnologie influenzano il nostro essere nel mondo. Dal 28 settembre al 21 dicembre, Fama gallery, corso Cavour 25, Verona. Info: www.famagallery.com

I Musei civici degli Eremitani presentano la monografica di Renato Pengo, a cura di Barbara Codogno. La mostra ospita 70 opere degli anni Novanta installate accanto a una scelta di dipinti della pinacoteca. Dal 14 settembre al 31 ottobre, Musei civici degli Eremitani, Padova. Info: www.cappelladegliscrovegni.it

VICENZA L’Italia e gli italiani L’Italia e gli italiani, nell’obiettivo dei fotografi Magnum presenta oltre 400 scatti d’autore. A ispirare il progetto, curato da Gianfranco Brunelli e Dario Cimorelli, la memoria del ”Grand tour”, il lungo viaggio nell’Europa continentale che ha rappresentato un momento imprescindibile nella formazione delle classi colte europee nei secoli scorsi. Nove fotografi dell’agenzia Magnum hanno ripercorso il nostro paese dando vita a un reportage originale sull’Italia contemporanea. Dal 21 settembre al 20 gennaio 2013, Gallerie d’Italia, palazzo Leoni Montanari, contra’ Santa Corona 25, Vicenza. Info: www.italiaitaliani.com

MODENA

PARMA

Edward Weston

Città dell’anima

L’esposizione intende celebrare il lavoro di Edward Weston, grande maestro della fotografia statunitense. In mostra oltre 110 stampe fotografiche originali. Dal 14 settembre al 9 dicembre, ex ospedale Sant’Agostino, largo Porta Sant’Agostino 228, Modena. Info: www.fondazio nefotografia.it

Città informi, evanescenti, silenziose. Queste sfumature possono essere colte nelle opere di Andrea Terenziani. Nelle grandi tele presenti in mostra, azione, gesto e materia si fondono e si confondono. Fino al 24 settembre, spazio Audiomedica, strada della Repubblica 49, Parma. Info: www.audiomedicart.blogspot.com

LIVORNO

SIENA

Gino Marotta

“Rendez-vous des amis”

Nella serie del 2003-2010 Gino Marotta ha dato vita a una quadreria artificiale colorata, sagome plastiche trasparenti dai toni leggeri e dall’atmosfera rarefatta in cui sono riconoscibili piccoli paesaggi immaginari o sognati. Dall’8 settembre al 7 ottobre, galleria Peccolo, piazza Repubblica 12, Livorno. Info: 0586888509

Le sale storiche di palazzo Pubblico ospitano una mostra ideata dall’artista senese Francesco Carone che realizza un dialogo colto e sublime tra l’immagine del passato e lo sguardo del presente. L’esposizione è a cura di Marinella Paderni. Fino al 30 settembre, palazzo Pubblico, Il Campo 1, Siena. Info: 0577292226


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Bertil Vallien

Echi neorealisti

Per la prima volta in Italia, Bertil Vallien, maestro svedese del vetro d’arte, presenta oltre 60 opere. La mostra, curata da Adriano Berengo e Börge Kamras, propone lavori in stretta relazione con l’ambiente che li ospita. Fino al 25 novembre, palazzo Cavalli Franchetti, campo Santo Stefano 2847, Venezia. Info: www.berengo.com

Echi neorealisti nella fotografia italiana del dopoguerra presenta una selezione di 63 immagini: un quadro del periodo compreso tra i primi anni ‘50, quando la parabola neorealista virava in affresco di costume, e gli anni ‘60. Fino al 30 settembre, Museo di palazzo Grimani, Castello 4858, Venezia. Info: www.gallerieaccademia.org

BOLOGNA Non sprecherò l’inchiostro

Jazz Matisse

Alessandra Maio presenta opere frutto di un lungo e maniacale lavoro di finissima scrittura ed elegante composizione di immagini e frasi. La mostra è un condensato d’ironia pura, intrecciata a presa di coscienza. Dal 13 al 29 settembre, spazio San Giorgio, via San Giorgio 12/a, Bologna. Info: www.spaziosangiorgio.it

In mostra le tavole realizzate da Henry Matisse per Jazz, volume pubblicato nel 1947 e proveniente dalla collezione Mingardi. Disegni ispirati al circo, alla danza, al teatro, al viaggio, anche se non direttamente al jazz. Dal 21 settembre al 21 ottobre, Museo civico medievale, via Manzoni 4, Bologna. Info: 0512193916

CESENA

BELLUMORE E MARCHIONNI Il duo in mostra per R-esistere di EMANUELA AGNOLI*

uca Bellumore e Monia Marchionni, ciascuno con il proprio bagaglio culturale e la propria sensibilità agiscono in perfetta sintonia, e la fotografia si concretizza in situazioni ambigue dove gli attori (spesso gli autori stessi) rappresentano i protagonisti del mondo contemporaneo di cui, al contempo, sono farsa. Questa è la realtà precaria in cui Monia e Luca si muovono, su cui riflettono e a cui cercano di “r-esistere”. Per Luca, fotografo di moda, il quotidiano è fatto di apparenza. La materia con cui si misura ogni giorno è il mondo effimero di tutto ciò che è fashion e bellezza fine a se stessa. Nel lavoro con Monia, curato nei minimi dettagli, è come se sublimasse tutto

L

questo appagando l’esigenza di scavare a fondo, di andare all’essenza delle cose, in una sorta di riscatto introspettivo. L’atto critico che unisce questo duo rispetto all’oggetto installativo è il farlo immagine. Presenze e ambientazioni dal valore archetipico innescano vari livelli di lettura e molti interrogativi. *curatrice

Esercizi di R-esistenza, a cura di Emanuela Agnoli e Maria Grazia Melandri. Dal 15 settembre al 24 ottobre, Galleria comunale d’arte moderna, palazzo del Ridotto, corso Mazzini 1, Cesena. Info: 0547355728

FIRENZE Tabula rasa

Anni Trenta

A cura di Mauro Lovi e Olivia Toscani Rucellai, Tabula rasa è un ”work in progress”. Con questo progetto, insieme ad artisti, designer e artigiani si propone una varietà di interpretazioni del tavolo e degli oggetti che stanno sopra e sotto. Fino al 30 ottobre, Otto luogo d’arte, via Maggio 13r, Firenze. Info: www.ottoluogodellarte.it

La mostra, a cura di Antonello Negri, attraverso l’esposizione di 96 dipinti, 17 sculture, 20 oggetti di design, narra un periodo cruciale che segna una situazione artistica di estrema vivacità e propositività. Dal 22 settembre al 27 gennaio 2013, palazzo Strozzi, piazza Strozzi, Firenze. Info: www.palazzostrozzi.org

LUCCA

ASSISI

L’ipotesi della pittura

William Congdon

Sergio Scatizzi, pittore di vocazione informale, eppure risolutamente appassionato agli antichi generi della figura, della natura morta, del paesaggio, è il protagonista della mostra curata da Giovanna Uzzani. Fino al 4 novembre, fondazione Ragghianti, via San Micheletto 3, Lucca. Info: www.fondazioneragghianti.it

Nel primo centenario della nascita di William Congdon in mostra le opere del grande artista dell’espressionismo astratto, nate in seguito al suo incontro con Assisi. Fino al 4 novembre, Galleria d’arte contemporanea della Pro Civitate Christiana, via Ancaiani, Assisi (Perugia). Info: 075813231


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ROMA “The isle of the dead”

”Fantasy”

Per la prima personale romana Andrea Dojmi realizza un’istallazione ”site specific”. Un bunker attraverso cui stravolgere la percezione dello spazio, estraniarsi dal mondo, sino a mettere in discussione se stessi. Dal 13 settembre al 17 novembre, Co2 gallery, via Piave 66, Roma. Info: www.co2gallery.com

Le incisioni delle rovine romane di Piranesi sono il punto di partenza da cui Andrea Felice realizza vedute visionarie della città di Roma. Doppio appuntamento: dal 4 al 14 settembre, complesso dei Dioscuri al Quirinale, via Piacenza 1, Roma; dal 20 settembre al 4 ottobre, Dai Studio, viale Trastevere 143, Roma. Info: 3471006230

Mauro Staccioli

Rodrigo della Sierra

Curata da Bruno Corà, la mostra presenta un nucleo di 15 opere in ferro e cemento dell’artista Mauro Staccioli, datate dalla fine degli anni ‘60 all’inizio dei ‘70 e già oggetto del catalogo di Andrea Alibrandi e Simona Santini. Dal 20 settembre al 3 novembre, Mara Coccia associazione, via del Vantaggio 46, Roma. Info: 063224434

Prima personale dello scultore Rodrigo della Sierra. Ambasciatore dell’artista è Timo, personaggio che ci accompagna con una danza attraverso le vicissitudini della vita. Un’arte gioiosa per temi concettualmente seri. Fino al 18 settembre, Il ponte contemporanea, via di Panico 55, Roma. Info: www.ilpontecontemporaneo.com

TERMOLI

NAPOLI

La retina lucente

Mirabili fantasie

La cinquatasettesima Mostra nazionale premio città di Termoli presenta il lavoro di artisti italiani e internazionali che mescolano media e stili e legano il passato al futuro. Fino al 16 settembre, Galleria civica di arte contemporanea, piazza s. Antonio 2, Termoli (Campobasso). Info: www.comune.termoli.cb.it

La mostra, curata da Pasquale Lettieri, presenta opere di Jackson Pollock, Joan Mirò e Lucio Fontana. Il Secondo dopoguerra ha portato alle estreme conseguenze gli sperimentalismi dell’arte contemporanea. Fino al 30 settembre, Nea, via Costantinopoli 53, piazza Bellini 59, Napoli. Info: www.neartgallery. it

MAIERÀ

FAVARA

Appunti e contrappunti

Favara ”reloaded”

Il Pdac, il nuovo spazio espositivo del comune di Maierà, ospita la collettiva che mette a confronto artisti differenti lasciando emergere i diversi orientamenti della ricerca contemporanea. A cura di Andrea Romoli Barberini. Fino al 30 settembre, Pdac, via Duomo, Maierà (Cosenza). Info: 0985889368

Alcuni edifici abbandonati del cortile Bentivegna di Favara diventano gli spazi espositivi per parte della collezione di Quadrato nomade, costituito da opere in formato scatola di cartone. L’arte come strumento per migliorare la città. Fino al 28 ottobre, varie sedi, Favara (Agrigento). Info: www.centoxcentoperiferia.com

CATANZARO

BUREN DECLINA INTERSEZIONI Opere al Marca e a Scolacium di ALBERTO FIZ*

in dai suoi esordi, l’opera di Daniel Buren certifica la sua esistenza ponendosi in stretta relazione con lo spazio. Non solo, in linea con le neoavanguardie mette in crisi il principio che decreta l’autonomia dell’opera d’arte, ma impone un’azione connotativa destinata a incidere profondamente sulla sfera sociale. Il luogo, con i suoi confini ben definiti, sia esso una piazza o un museo; un parco o persino una città, è sottoposto a una rinnovata verifica diventando, esso stesso, la causa scatenante di un processo artistico che consente di far emergere il nuovo significato delle cose. Si tratta, evidentemente, di un’estensione pressoché infinita

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della componente estetica che non appare più circoscritta agli spazi canonici, ma instaura una diretta relazione con la realtà delle cose in modo tale da instaurare un reciproco condizionamento. *curatore, estratto dal catalogo cortesia Silvana editore

Intersezioni 7, Daniel Buren, costruire sulle vestigia: impermanenze. Opere in situ, a cura di Alberto Fiz. Fino al 7 ottobre, parco archeologico di Scolacium (Borgia) e Marca (via Alessandro Turco 63), Catanzaro. Info: www.museomarca.com; www.intersezioni.org


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a cura di TERESA BUONO

INDIRIZZI D’ARTE_INSIDE ART 47

Richard Artschwager

”Société à la coque”

Il 27 settembre inaugura la personale di Richard Artschwager (Washigton, 1923). Artista anticonformista, rappresenta lo spazio e gli oggetti comuni mutandone la percezione. In mostra le celebri sculture di formiche. Fino al 31 ottobre, Gagosian gallery, via Francesco Crispi 16, Roma. Info: www.gagosian.com

Un ciclo di nuovi lavori pittorici realizzati da Giac into Oc chio nero, paesaggi in cui immagini rese da un’iconografia classica dialogano con i temi della più vivida contemporaneità. Dal 26 settembre al 16 novembre, Z2O galleria, Sara Zanin, via della Vetrina 21, Roma. Info: www.z2o ga lleria.it

Julio Larraz

Nadir Afonso/Roberta Pugno

Un’antologia sull’artista cubano Julio Larraz. Cento opere che esprimono l’amore per il paese natio, nonostante la sua carriera si sia sviluppata totalmente fuori da Cuba. Una pittura dai molteplici temi e sfaccettature. Fino al 30 settembre, complesso del Vittoriano, via san Pietro in carcere, Roma. Info: 066780663

Fino al 30 settembre la mostra Nadir Afonso a cura di Stefano Cecchetto, rende omaggio all’artista collezionista giunto ai suoi 80 anni. In contemporanea, fino al 16 settembre, la pittrice Roberta Pugno presenta Terrafuoco. Museo Bilotti, aranciera di villa Borghese, viale Fiorello La Guardia, Roma. Info: www.museocarlobilotti.it

MOLFETTA

MATERA

Fantasie fluttuanti

Le grandi mostre nei Sassi

Ultima tappa di un progetto che guarda al sincretismo di attitudini che attraversano l’arte contemporanea. Una collettiva attenta alla fantasia che caratterizza la ”scena” polifonica del reale, quanto dell’utopico e del sognato. Dal 29 settembre al 4 novembre. Torrione Passari, Molfetta (Bari). Info: 01785615806

Undici giovani artisti per la ventisettesima edizione delle mostre nei Sassi materesi. Una panoramica rappresentativa della nuova ricerca e dei nuovi linguaggi formali. La collettiva è curata da Giuseppe Appella e Marta Ragozzino. Dall’8 settembre al 17 novembre, varie sedi, Matera. Info: www.lascaletta.net

CATANIA Natura morta

”Greenpisellivideosculpture”

Luca Vitone si è concentrato essenzialmente sull’idea, e insieme la pratica, di luogo in un duplice significato: quello di immagine geografica storico-culturale e di individuazione di spazio concreto. Fino al 15 settembre, fondazione Brodbeck arte contemporanea, via Gramignani 93, Catania. www.fondazionebrodbeck.it

Christoph Meier propone una selezione di opere già esposte combinandole con una nuova serie di sculture colorate che testimoniano il suo recente interesse in ciò che di pittorico e grafico esiste nella scultura. Fino al 30 settembre, galleria Collicaligreggi, via Oliveto Scammacca 2a, Catania. Info: www.collicaligreggi.it

LUIGIA GRANATA IL MIO MONDO FANTASTICO

Forever young, 2012 acquerello su carta pregiata 70x100 cm

Il 6 ottobre, giornata del contemporaneo, Luigia Granata presenterà, alla galleria Marano di Cosenza, una suggestiva mostra di acquerelli dalle grandi dimensioni e un libro romantico e ironico intitolato Il mio mondo fantastico, con prefazione di Tiziana Vommaro e testo critico di Carmelita Brunetti. All’inaugurazione anche un’inedita performance teatrale e la lettura delle favole tratte dal suo libro con attori che renderanno ancora più significativa l’opera dell’illustratrice. Cosa ci vuole raccontare l’artista con i suoi mondi acquerellati? Con quel suo tratto deciso, dalle tinte forti e con quei cuori galleggianti, come bolle di sapone, in mezzo a volti di donne o uomini? Una realtà trasognata, un mondo fatto di illusioni e castelli di sabbia. Personaggi e simboli ancestrali ruotano come in un vortice, in uno spazio indefinito, per lasciar sognare a occhi aperti. Una pittrice surrealista che scivola nell’abisso della società. Fino al 25 ottobre. Info: 098471030(Carme-


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a cura di TERESA BUONO

MILANO Elad Lassry

MILANO Josef Koudelka

VENEZIA Ars multiplicata

Il lavoro dell’israeliano Elad Lassry, ospitato al Pac di Milano: una riflessione sull’immagine e l’apparenza attraverso quattro film, sculture, fotografie e un’installazione. Presenti all’inaugurazione, lo scorso 6 luglio, collezionisti, artisti come Kikoko e Alberto Venturini e naturalmente Domenico Piraina, direttore dello spazio meneghino (nella foto). (V. C.)

Lo spazio Forma ha presentato due autori di spicco del panorama internazionale: Josef Koudelka e Saul Leiter. Giovani critici come Emanuele Beluffi, esperti e neo fotografi come Giacomo Giannini e Eleonora Angiolini sono stati rapiti dai volti dei passanti newyorkesi carpiti dall’obiettivo di Leiter e dalle rocambolesche immagini degli Zingari di Koudelka. (V. C.)

Inaugurata venerdì 6 luglio a Venezia, a palazzo Ca’ Corner della Regina, sede della fondazione Prada, la mostra ”The small utopia, ars multiplicata”, a cura di Germano Celant, con 600 oggetti prodotti nei primi settant’anni del secolo scorso. La padrona di casa, Miuccia Prada (nella foto) ha accolto sorridente i suoi ospiti. Tra gli altri il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. (S. N.)

ROMA Forte piano Si è inaugurata lo scorso 19 luglio all’Auditorium di Roma la seconda parte della mostra Forte piano. Il curatore Achille Bonito Oliva (nella foto) ha presentato al pubblico e ai giornalisti le 40 opere – forme sonore musicali, verbali, rumoreggianti – disseminate negli spazi del Parco della Musica: foyer, corridoi, bar, ristoranti, sale di concerto, sale di registrazione, toilette, scale e biglietteria. Il progetto, iniziato a maggio, propone l’originale ricerca di artisti internazionali che lavorano sulla smaterializzazione dell’opera. Attraverso la vaporizzazione di ogni forma visiva gli artisti capovolgono l’affermazione di Paul Klee: ”L’arte rende visibile l’invisibile”. Il risultato è un nuovo tipo di contemplazione aperta a esperienze polisensoriali. All’inaugurazione erano presenti Gianfranco Baruchello, Alvin Curran, Francesco Fonassi, Giuliano Lombardo, Alfredo Pirri, le cui opere si potranno ”ascoltare” fino al 31 ottobre. (M. L. P.)

BOLOGNA “Out of the blue”

ROMA Di Francesco

ACIREALE Jordi Bernadó

Ha inaugurato il 6 luglio la mostra ”Out of the blue” alla galleria Forni di Bologna. Le opere evocano il mare e l’estate. All’inaugurazione melodie a tema: dalle Mille bolle blu di Mina a Torpedo blu di Giorgio Gaber. Tra gli invitati, collezionisti, galleristi e giornalisti, personaggi dello sport, come Maurizio Ragazzi e Renato Villalta e artisti, tra cui Giorgio Tonelli e Stefano Olivieri (nella foto). (G. C.)

L’associazione culturale Maniero ha presentato l’11 luglio il catalogo ”Mit ihnen, come il vento che soffia senza fine, raccolta delle opere di Alessandra Di Francesco, esposte alle Cinque lune di Roma nella personale ispirata a Pina Bausch. Proiettato anche un estratto del video della performance di Simona Quartucci e Sebastiano Forti. (V. D. S.)

Una ventata di Spagna ad Acireale l’11 luglio scorso. Alla Galleria del Credito Siciliano è stata inaugurata, infatti, la prima personale italiana del catalano Jordi Bernadó (nella foto di Salvo Panebianco). Completo scuro e scarpe azzurre come i cieli ritratti nelle sue foto, Jordi è stato accolto da collezionisti, appassionati, fotografi e banchieri. (S. N.)


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IL FOTOGRAFO Autore anche di video e cortometraggi Giorgio Barrera è nato a Cagliari il 19 febbraio 1969. Focalizza la sua ricerca sui rituali della vita domestica realizzando messe in scena allo scopo di evidenziare il nesso che lega l’immagine fotografica al reale. Nel 2009 pubblica il suo primo catalogo monografico Attraverso la finestra edito da Zone attive. Ha realizzato diversi video e cortometraggi e ottenuto importanti riconoscimenti tra i quali i premi Baume & Mercier, Canon e Fnac. È uno dei fondatori di fotoromanzoitaliano.it: un progetto artistico sull’uso dell’immagine oggi. Info: www.giorgiobarrera.it

Giorgio Barrera Campi di battaglia 1848-1867 Silvana editore 64 pagine, 19,50 euro

A destra: Battaglia di Calatafimi 15 maggio 1860 fu combattuta alle falde del colle di Pianto Romano, nei pressi dell’abitato Le truppe borboniche erano piazzate sulle alture del colle, in posizione favorevole, mentre i garibaldini si trovavano nelle posizioni sottostanti A sinistra dall’alto: Battaglia di Palestro 31 maggio 1859 Battaglia di Magenta 4 giugno 1859 Battaglia di Milazzo 20 luglio 1860 Marsala sbarco dei Mille 11 maggio 1860 Battaglia del Volturno Caiazzo e castel Morrone settembre e ottobre 1860 Battaglia di Palestrina 9 maggio 1849


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IL BOOK RACCONTATO DALL’AUTORE

LAMEMORIASENZAPOPOLO Un’indagine fotografica sui luoghi delle guerre d’Indipendenza italiane La ricerca dell’identità nazionale attraverso la riesumazione di tracce del passato di GIORGIO BARRERA*

N

elle guerre d’Indipendenza italiane, così come in altre avvenute in diversi luoghi nello stesso periodo storico, l’identità nazionale viene esperita come una naturale appartenenza basata sul “sangue e suolo” e quindi opposta a quella contemporanea e artificiale, fondata sulla relazione con l’istituzione sociale che si realizza di fondo mediante un contratto”. (Slavoj Zizek, “The matrix”, Mimesis editore). Le mie immagini presentano ciò che è, dopo ciò che è stato. È, in effetti, un dopo immenso, un lungo salto che inghiotte oltre un secolo di storia e di storie e la presenza della didascalia tenta di rendere iconica una immagine che non rappresenta o descrive l’evento rappresentato. Il lavoro è quindi un’investigazione sul paesaggio italiano che si avvale di un’operazione metalinguistica. Paesaggio quindi come espressione dell’interazione fra passato e presente. Nelle inquadrature che ho realizzato insistono sistematicamente tre tipi di vedute. Sono tutte vedute “in sostituzione”: interpretazioni delle ipotetiche visioni avute da un soldato di prima linea e delle possibili ampie vedute di un ge-

nerale dall’alto di un colle. All’interno di questi sguardi ho poi inserito momenti di “difficoltà” del vedere quali la nebbia o il buio, così come barriere architettoniche o paesaggistiche contemporanee che potessero rimandare a ostacoli da superare o a luoghi strategici da conquistare. In poche parole, ho riesumato tracce del paesaggio contemporaneo affinché evocassero momenti del passato. Al centro della mia ricerca c’è una profonda riflessione sullo spazio pubblico come tema, e come contenitore, della memoria collettiva. Uno sforzo, un tentativo di portare alla luce le memorie storiche sedimentate nel territorio e nascoste dai veli della quotidianità. Nonostante i buoni propositi l’insuccesso di questo tentativo fotografico è, a mio modo di vedere, scontatamente evidente. Ciò che soprattutto si sente in queste immagini è un’assenza, o forse meglio ancora, la presenza di un’assenza. «Sapete, il popolo manca», diceva Paul Klee riferendosi alla relazione fra opera d’arte e un popolo che ancora non esiste. *estratto dal catalogo, cortesia Silvana editore


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Aron Demetz Senza titolo, 2009

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LEVERITÀDELL’ANIMA INUNCUOREDILEGNO Resine e bronzo, ma soprattutto alberi della sua Val Gardena: così Aron Demetz riscrive la cifra di una tecnica antica aggiornandola alla sensibilità contemporanea di MAURIZIO ZUCCARI

CREDO CHE LA SCULTURA DEBBA SEMPRE RISPETTARE LE REALTÀ DELLA MATERIA E DEL PENSIERO. E PURE LO SPAZIO. QUANDO LE DUE COSE STANNO INSIEME FORSE PUÒ FUNZIONARE

A

ll’inizio fu la resina. Impasto di fibre vegetali a rassemblare forme d’umani, uomini e donne escoriati forgiati cuciti dalla fiamma. Come frutti stupiti da un’apocalisse attesa, ma non meno devastante. Braccia volti corpi colpiti da stimmate, come tronchi da un fulmine vendicatore, purificatore. Poi colature d’acero e pino, umori d’una natura piagata ma non piegata a raccontare esseri pietrificati nel loro divenire. Pezzi di legno con l’anima dentro, un cuore che batte sotto la scorza vegetale. Ecco cosa sono le sculture di Aron Demetz. Creature dal battito flebile, quasi un refolo di vento che attraversa una foresta vetrificata. Dove la linfa nelle vene dei suoi abitatori s’è asciugata, fatta carbone, e dalle crepe di legnosi umanoidi spuntano muffe, e funghi, come appendici tumorali di malati terminali. Eccola l’ultima tappa nel bosco incantato di questo scultore altoatesino, la sua produzione rubricata nelle sale della Pelanda sotto la voce Il radicante, in una contaminazione tra resina e bronzi combusti, globale e locale. Col risultato di restituire all’antica e nobile arte della scultura lignea praticata da tempo immemore dai suoi conterranei (compreso il nonno materno e il cugino, Gehard Demetz, con cui condivide anno di nascita, il 1972, e poetica) vivacità e contemporaneità. Fuori dalle madonnelle e dai povericristi che preservano dai crocicchi e dagli altari le anime della terra natìa, tanto votata al sacro quanto angosciata dal peccato. Sono pi-

nocchi d’oggi, quelli scolpiti dal giovane di Vipiteno, che poco hanno a che fare col personaggio delle fiabe. Però, come la creatura scaturita dalla fantasia di Collodi, metà uomo e metà burattino, ha saputo farsi eco della temperie del tempo, fino a entrare nell’immaginario collettivo come valenza ben altra rispetto alla sua natura pedagogica e fiabesca, così le figure di Aron, siano piallate e scavate nel legno che – più raramente – fuse nel bronzo, agiscono in bilico sulla contemporaneità, raffigurano uomini e donne e, prima, bambini non ancora trasmutati in oggetti ma colti in bilico sul precipizio. Forme di là dall’umano che rievocano l’essere smarrito e bisognoso di ricongiungersi alla natura che l’ha partorito, alla gran Madre dalle cui braccia è stato cullato. Ecco perché le sue forme, modellate con una tecnica e una passione antica, sono essenziali e concettuali: sculture dell’anima, come ha detto un noto critico, uso più ai set televisivi che alle passeggiate nei boschi della Val Gardena da cui l’artista trae spunto e materia. Uno spirito dei boschi, libero e malinconico, da cui Vittorio Sgarbi – sua la definizione – l’ha tratto per la prima personale romana – era il 2004 – e il duo Beatrice & Beatrice per la partecipazione alla Biennale del 2009. Una consacrazione, per mostrare al mondo che il legno poteva tornare ad avere titolo nell’oggi, la figurazione dei mastri artigiani poteva sposarsi alla contemporaneità, aprendosi al mondo senza rinunciare a una tecnica antica come il mondo. Una bella


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sfida, per un ragazzo del Sud Tirolo che ha passato l’infanzia a pascolare vacche e spaccare legna coi tre fratelli, oltre a dare una mano nella pensionncina di famiglia, prima d’essere proiettato nell’agone internazionale. Per lui, così schivo e dall’aria perbene, quasi dimessa, dal tono di voce pacato e distante tanto dalle asperità teutoniche che dalle solarità mediterranee, vicino alle cantilenanti dolcezze ladine. Per lui che si è affacciato all’arte per caso, mirando al più remunerato trantran dell’odontotecnico o dell’orologiaio, anche se non per caso è passato dalle svogliate lezioni sui banchi dell’accademia di Belle arti di Norimberga alla docenza a Carrara. Una sfida – quella di provare che sotto le luci della ribalta i suoi ominidi possono brillare come le sue resine rilucenti d’ambra – che sotto le volte della Pelanda, nell’ex mattatoio romano, come già al Pac di Milano, può dirsi vinta. Senza perdere contatto con la sua natura interiore, eco e specchio di quella esteriore, né abbandonando il solco della tradizione, nella ricerca

d’una propria via: «Il rapporto con la mia terra? Appeso nella prima sala del mattatoio» (vedi pagina 57, ndr), dichiara. Il radicante, tema della sua ultima mostra a Roma, come organismo meticcio tra natura e innovazione, locale e globale. Lei dov’è? «A innovare localmente la natura del mio globo. Il tema scelto da Davide Pairone racchiudeva molto bene la mia ricerca sulle radici, sull’essere dell’uomo, sulle posture e gestualità primarie della persona come anche l’anima stessa delle mie sculture, la mia ricerca personale, appunto». Sculture dell’anima essenziali e concettuali, le ha definite Sgarbi. Ci si riconosce? «Lo scultore sarà sempre concettuale, dal momento in cui produce qualcosa. Gli elementi dell’anima a cui Sgarbi si riferisce mi hanno interessato molto, specialmente nel primo periodo, e credo siano rimasti in parte anche negli ultimi lavori. Le mie opere sono in continua evoluzione, si aggiungono cose o concetti diversi ma hanno sempre a che fare con la persona e il materiale che uso».

A sinistra: Homo erectus (Petra), 2008 Sopra: Pholiota denuntians, 2011 A destra, in alto: La credenza dei ricordi, 2012 In basso: Senza titolo, 2009

BOTTA & RISPOSTA L’arte della vita in 10 domande Cosa sognavi di diventare da grande? «Un orologiaio». Come sei diventato artista? «Nel tempo». Cosa vorresti essere se non fossi artista? «Me stesso». Hobby, passioni? «Intense». Come definiresti la tua arte? «Sempre alla ricerca della vita». Come definiresti la tua vita? «Sempre alla ricerca dell’arte». Ci sono valori eterni, nell’arte o nella vita? «Solo se vengono rivalorizzati da capo, in ogni momento della storia». Chi sono i tuoi maestri nell’arte o nella vita? «La memoria». Cosa trovi interessante oggi? «Sapere che ci sarà un domani». Cosa non sopporti di questo tempo? «La discrepanza tra il dire e il fare».


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Cos’è l’essenziale? «L’estrazione del concentrato. Cioè la trasformazione della scultura stessa, così che abbia un senso sia da parte dell’artista, il suo creatore, sia dal punto di vista dello spettatore. Se capisci subito quello che c’è sotto, il senso della scultura svanisce, si perde». Legno, più raramente bronzo, il materiale usato di preferenza. Per quale ragione? «Il materiale, la superficie, è al servizio dell’idea, del concetto e dell’opera, e cambia da lavoro a lavoro. Mi sento molto vicino al legno ma per certe opere il bronzo o la pietra possono darmi risultati o vantaggi diversi, anche per ragioni atmosferiche e di deterioramento. Avevo già raccolto le resine anni fa, per la bellezza dei colori e la lucentezza, mi è parso logico sfruttare quell’idea. Come la resina fuoriesce da un albero colpito, ne cura le ferite ricostruendo il tronco, mi pareva interessante riportarla sulle sculture che così continuano a vivere, colando. Con la tecnica possiamo fare cose incredibili ma non sempre emergono cose “forti”,

DICONO DI LUI

Per scolpire bisogna amare la solitudine. Si può stare in un luogo remoto, dove arrivano rarefatte notizie dal mondo, nella continua incertezza se siano fatti accaduti o fantasie, incubi, sogni. [...] Demetz sta nella tradizione. Nella Val Gardena, da sempre, le forme escono dal legno, e Demetz sente che nel legno si nasconde un’anima: così la tenta, la cerca, la estrae con una sensibilità che altri hanno creduto di riconoscere nelle immagini devote, nei Cristi e nei santi prestabiliti in una iconografia collaudata e consumata. Miracolosamente Demetz trova nel legno anime, anime trepide e anime impavide, certe della loro bellezza e della loro integrità

(Vittorio Sgarbi, Italian factory, 2004)

L’arte di Aron Demetz è un racconto struggente, un sussurro elegante, un passo leggero che s’insinua nel linguaggio contemporaneo accettando la marginalità apparente della propria ricerca, disegnando silenziosamente le proprie forme, sussurrando solitariamente il proprio racconto. Un’obliquità ricercata, inseguita, voluta, una lateralità che testimonia la forza di una poetica artistica capace di vivere in bilico, consapevole della deriva, familiare al dubbio e all’incertezza; un’arte che può affrontare l’instabilità del pensiero contemporaneo

(Danilo Eccher Aron Demetz, 2008)

Nell’opera di Aron Demetz il tema della figura umana e la comprensione profonda della materia scultorea valgono come chiavi d’accesso a un linguaggio universale e scardinano l’aut aut fra localismo e globalizzazione, fra tradizione e contemporaneità. Il radicante è un organismo mutevole, che ha un rapporto dinamico ma non conflittuale con la memoria e la progettualità, e che si pone come terza via fra le opposte retoriche del genius loci e della standardizzazione globale. Così gli echi della tradizione scultorea lignea delle Alpi si rispecchiano nelle inquietudini più attuali dell’uomo digitale e si definiscono in forme espressive uniche, urgenti, universali (Davide W. Pairone Il radicante, 2012)


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L’ARTISTA

PERSONALI

ARON DEMETZ

2012 Il radicante a cura di Davide Pairone La pelanda, Roma 2011 Aron Demetz a cura di Luca Beatrice e Alessandro Romanini villa Bottini, Lucca

1972 Nasce il 29 settembre a Vipiteno (Sterzing)

1986-89

Scultura a cura di Beatrice Buscaroli Castel Sismondo, Rimini

Frequenta l’Istituto d’arte a Selva di Val Gardena

1997-98 Studia all’accademia di Belle arti di Norimberga

Aron Demetz a cura di Danilo Eccher galleria Goethe, Bolzano

1999 Torna a Selva di Val Gardena, dove vive e lavora

2010 Hybridität galleria Artdepot, Innsbruck

2009 Partecipa alla Biennale di Venezia, padiglione Italia

2010

Ver-Wandlungen Augustinermuseum Rattenberg

Insegna scultura all’accademia di Belle arti di Carrara

per questo dobbiamo anche saperla dimenticare. I miei alberi li scelgo dai contadini in autunno, al taglio dei boschi. Di preferenza cedri, un tipo di legname non nobile, molto grezzo, adatto a queste mie lavorazioni, a questi tagli vivi che le resine emarginano, quasi, scendendo dai corpi». È tra gli esponenti della scultura lignea figurativa, pressoché marginale se non residuale tra quella contemporanea. Perché questa sua scelta in controtendenza e questa marginalizzazione a livello generale? «Perché non m’interessa seguire una tendenza e poi non sapevo che esistesse arte marginale tra quella contemporanea. Derivo da una lunga tradizione, sono molto legato alla mia terra, ai suoi orizzonti, alle valli, alle montagne. Credo che il posto in cui si nasce e si vive influenzi la persona e non l’ho mai rinnegato solo per essere più contemporaneo, anzi l’ho presa come una sfida, per vedere se riuscivo a trovare un posto nel mio tempo. Il legno non è accettato perché è visto come un materiale povero, antico. La sfida poteva anche risolversi in un fallimento ma, soprattutto dopo quella Biennale, ho visto che c’è una possibilità anche per il mio lavoro e per quello che rappresenta. Non ci sono artisti più contemporanei di altri». Le verità del legno come verità del cuore, dunque. C’è un nesso?

«Glielo saprò dire quando scoprirò la verità. La scultura credo che debba sempre rispettare le realtà della materia e del pensiero, e pure lo spazio. Se si riescono a combinare le due cose forse può funzionare». Danilo Eccher, altro critico attento al suo lavoro, l’ha definito un racconto struggente, un sussurro elegante. «Credo che Eccher intendesse il mio tentativo di dire qualcosa in modo più silenzioso, da una porta laterale che magari non ci si aspetta o non si prevede, che lascia abbastanza spazio al visitatore. Per me è molto importante prendere posizione su qualcosa, ma non mi piace lasciare delle cose sul tavolo. Metterle insieme è più difficile che lasciarle lì, aperte, a disposizione del pubblico. Credo che sia nel nostro “zeitgeist”, nello spirito del tempo, che l’artista possa prendere posizione con le sue creazioni». Cosa vuole raccontare al mondo la sua arte? «Niente». E nel futuro? «Nell’immediato c’è una mostra al Caffè Florian a Venezia, inaugurata il 31 agosto per la Biennale di architettura, durerà un paio di mesi: si chiama La credenza della memoria, con un’installazione della serie “bruciata”. Poi sarà il tempo a decidere in che direzione andrà il mio lavoro. Lascio le mie sculture al loro destino».

A destra: Foce matrigna (al rogo), 2012 Sopra: l’artista foto Manuela Giusto

2008 Aron Demetz a cura di Danilo Eccher Pac, Milano 2007 Cujidures a cura di Geor Mair Museo civico di Chiusa (Bz) 2006 Aron Demetz Museo archeologico, Milano Albemarle gallery, Londra 2005 Vineart, Bolzano Aron Demetz. In sé a cura di Marco Tonelli galleria Il polittico, Roma Tradizione e leggerezza a cura di Beatrice Buscaroli galleria Forni, Bologna 2004 Aron Demetz a cura di Vittorio Sgarbi ex chiesa di S. Filippo Neri Roma


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GALLERIE Goethe via della Mostra 1 Bolzano tel. 0471975461 www.galleriagoethe.it Casa d’arte Artribù via Agostino Depretis 86 Roma tel. 064880285 www.artribu.it Artdepot Maximilianstraße 3/stöckl Innsbruck, Austria tel. (00)436505531985 www.artdepot.co.at Castyourart Gumpendorfer Straße 55 Vienna, Austria tel. (00)4319971721 www.castyourart.com

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SITO www.arondemetz.it


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Latrones, l’impegno nel sociale del collettivo campano fuori da musei e gallerie

LAVOGLIADICAMBIARE DECLINATAALPLURALE di MARIA LUISA PRETE

F

are qualcosa di concreto in una terra difficile. E, soprattutto, farla insieme. Con creatività. È questo, in poche parole, lo spirito che anima i Latrones, un collettivo campano, nato alla fine del 2010, e decisamente impegnato, nel senso più nobile del termine. L’arte al servizio della società, realizzata da un gruppo eterogeneo di persone unite dalla volontà di vivere in un mondo diverso, gente che non vuole cedere di fronte all’accusa di inferiorità civile. La natura dei meridionali, si sa, è valorosa. Capaci di grandi gesti, sacrifici e lotte. Perché le vessazioni, costanti

e sempre nuove, alimentano l’ingegno e sviluppano la fantasia. La filosofia del “tirare a campare” viene allora soppiantata da altre, più costruttive, forme di sopravvivenza: non più rassegnazione per mantenere lo status quo, ma condivisione per il cambiamento auspicato. Si può fare. Arriva un giorno in cui scatta qualcosa. E in terre difficili, sporcate e maltrattate dalla camorra, questo giorno può essere tra i più neri. Se si chiede ai Latrones quando si è costituito il collettivo, la risposta è inaspettata solo per chi non sa cosa significa vivere in territori maledetti: «Non c’è una data precisa – racconta Antonio Iorio, uno

dei componenti del gruppo – lo stimolo per creare qualcosa ci è venuto dopo la strage dei ghanesi a Castel Volturno, nell’ottobre del 2010, quando sei immigrati sono stati sterminati da un commando guidato dal boss Giuseppe Setola». Quindi un brutto episodio di cronaca e violenza e la decisione di reagire, un tentativo per attivare il ciclo virtuoso del cambiamento. Lo strumento più idoneo sembra essere quello del gruppo, persone unite dagli stessi interessi e dagli stessi obiettivi che si esprime attraverso l’arte. Non quella delle gallerie, dei musei blasonati e dei prestigiosi spazi espositivi. Ma


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In queste pagine e nella precedente una selezione di lavori del collettivo Latrones

quella fatta per strada, tra la gente, attaccando manifesti, promuovendo iniziative e campagne di comunicazione accattivanti. Opere cariche di passione e unità, figlie del confronto. Non ci sono critici a spingere i nuovi adepti del contemporaneo o mecenati pronti a sostenerli, solo la volontà declinata al plurale. Un comune sentire e volere al servizio degli altri. Missionari? No, gente per bene che ama la propria terra e la vuole trasformare in un posto migliore. Intervenendo su quali temi? Innanzitutto, quelli legati alla piaga della camorra casertana per poi passare a tematiche di interesse nazionale come la Tav, l’inquinamento, la disoccupazione, lo stillicidio ambientale e l’attuale crisi economica. “L’obiettivo è diffondere conoscenza per risvegliare le coscienze”, si legge sul loro sito. E proprio il sito, insieme al profilo facebook, è per il collettivo il vero punto di forza: una piattaforma dove “esporre” le opere e accogliere i contributi esterni. Ma come nasce un progetto? «Lo spunto – dice il Latrones Francesco Palladino – può arrivare da chiunque, siamo aperti a ogni contributo, poi viene discusso

dal collettivo e realizzato in maniera creativa, ognuno interviene in base alle proprie competenze». Chi sono veramente i Latrones? «Il nocciolo duro del collettivo è composto da una decina di persone, ma sono venti quelle che partecipano attivamente con proposte e spunti, poi, ripeto, siamo ricettivi alle indicazioni di chiunque voglia partecipare al progetto», dice Palladino. «Oltre a un docente, ci dividiamo tra fotografi, grafici, giornalisti e scrittori e l’età va dai 20 ai 50 anni», aggiunge. Le modalità di lavoro sono ormai rodate: «L’identità personale viene messa da parte a vantaggio di quella collettiva, prevale una logica democratica. Il taglio dato al lavoro predilige l’intelligibilità, il messaggio cioè deve essere il più chiaro possibile per poter arrivare a tutti, poi viene trattato in maniera ironica e anche sarcastica per fare luce sul problema. Quella che utilizziamo è una linea più incisiva rispetto alla comunicazione mediatica tradizionale, è un modo per scalfire il pensiero comune», sottolinea Francesco, l’unico tra i Latrones ad avere la passione dell’arte al di fuori del gruppo. È conosciuto come Zen Two, “street artist”

con varie esperienze espositive alle spalle. Il collettivo, invece, è fuori dai circuiti tradizionali. Non solo non è rappresentato da una galleria, ma ha modalità di promozione sui generis che nella maggioranza dei casi lo portano ad autofinanziare progetti ed eventi. «La soddisfazione maggiore per noi è quella che proviamo ogni volta che il gruppo si allarga, viene riconosciuto il nostro lavoro e riusciamo a coinvolgere le persone nella discussione sulle questioni che ci affliggono per dare il là a un pensiero diverso. È importante sapere che quello che facciamo viene visto e valutato positivamente», sottolinea Palladino. Nascono così opere come Un moderato ottimismo, Tagli per la ripresa, O la borsa o la vita: le disgrazie dell’oggi declinate in chiave ironica, capaci di far nascere quel sorriso amaro che spinge alla riflessione. Il fine è quello di creare una rete, fatta di soggetti diversi, connessi in nome di un progetto comune: il cambiamento. La prossima tappa: costituire un’associazione per sostenere le realtà virtuose del territorio in campagne di comunicazione di utilità sociale. Gratuitamente.


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LATRONES Le tappe 2010 Nasce il collettivo in seguito al massacro di sei ghanesi per mano della camorra Espongono a Luci sulla città Ofca space, Caserta

2011 Ad aprile espongono al Park art day di Aversa a maggio al Fukuoka art in Giappone a luglio al Neapolis festival di Napoli e a settembre al Leuciana festival di Caserta

2012 A gennaio sono al Rising love di Roma e ad aprile all’Ofca di Caserta per la Settimana della cultura

QUELLA CHE UTILIZZIAMO È UNA LINEA PIÙ INCISIVA RISPETTO AI MEDIA TRADIZIONALI È UN MODO PER SCALFIRE IL PENSIERO COMUNE

IL COLLETTIVO A settembre nasce l’associazione Fanno parte dei Latrones, tra gli altri: Francesco Zen Two Palladino, Fabio Della Ratta, Valentina Wasla Santonastaso, Emanuele Abbate, Sara Gironi Carnevale, Sara Abbate, Alessandro Iacuelli (nella foto), Matje Lille, Fausto Napolitano, Gennaro Emiliano Girasole, Alessia Abbate, Antonio Iorio, Raffaele Cutillo, Raffaele Mariniello. A settembre daranno vita a un’associazione che tra gli scopi costitutivi avrà quello di aiutare sul piano della comunicazione le realtà del territorio in modo gratuito. Per acquistare i lavori del collettivo basta scrivere alla mail info@latrones.it. Info: www.latrones.it


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QUANDO ARIENTI E AIRÒ CONVIVONO (BENE) CON LORENZO LOTTO NELLA DIOCESI DI BERGAMO L’ALTARE E L’AMBONE DELLA CHIESA DI SAN GIACOMO MAGGIORE A SEDRINA RAPPRESENTANO UN CASO DAVVERO SIGNIFICATIVO: UN’ARMONICA CONVIVENZA TRA PASSATO E PRESENTE

di ANDREA DALL’ASTA S. I. (DIRETTORE GALLERIA SAN FEDELE)

L’altare della chiesa di San Giacomo Maggiore a Sedrina Sotto: una vista d’insieme del nuovo altare con la pedana e l’ambone foto Roberto Marossi

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uando si parla di adeguamenti liturgici in chiese antiche in nome del Concilio Vaticano II, proviamo immediatamente paura, per gli interventi troppo spesso dubbi e interrogativi. Nella diocesi di Bergamo, che già vanta gli interessanti progetti sperimentali del museo diocesano diretto da don Giuliano Zanchi che ha coinvolto artisti internazionali come Jannis Kounellis, un caso davvero significativo è stato l’intervento di Stefano Arienti e Mario Airò, chiamati dagli architetti Tullio Leggeri e Guglielmo Renzi. Si tratta della realizzazione – di ormai un paio di anni fa ma non sufficientemente conosciuta – dei poli liturgici dell’ambone e dell’altare della chiesa quattrocentesca di San Giacomo Maggiore a Sedrina, che vanta veri e propri capolavori come una pala di Lorenzo Lotto. L’intervento usa un linguaggio sobrio e minimalista che fa convivere armonicamente il passato con il presente. I volumi sono forme semplici ed essenziali che ben si inseriscono nell’architettura classica dell’edificio. L’altare è stato collocato al centro del transetto, per favorire una maggiore partecipazione dei fedeli,

lasciando intatto l’antico altare maggiore nel presbiterio. Realizzato in marmo, presenta nella parte frontale un bellissimo disegno inciso nella pietra, composto da segni circolari (al centro è disegnato un rosone) che si ricollegano alla simbologia della luce. L’altare poggia su una pedana in vetro, decorata con la tecnica della sabbiatura. La trasparenza del piano evita di interferire volumetricamente con l’altare, dando un senso di leggerezza. Anche in questo caso il disegno riprende forme circolari che richiamano la simbologia cosmica delle sfere celesti. L’ambone, sede della Parola, è invece in ottone. Situato accanto all’altare, presenta una particolarità: sui suoi lati è stato “ritagliato” il testo in greco del Vangelo di Giovanni, con la frase iniziale del prologo: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Occorre certamente lodare il committente, il parroco don Carlo Gelpi, che ha saputo creare, con l’aiuto di un raffinato collezionista d’arte – Tullio Leggeri – un intervento di grande leggerezza e armonia, fatto oggi davvero inconsueto nel desolato panorama italiano dell’arte sacra.


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a cura di ALESSIA CERVIO

FORMAZIONE & LAVORO_INSIDE ART 63

UNA SECONDA LUNA Solo per immense passioni

TORNA ARTE LAGUNA A MARZO I FINALISTI Settima edizione per il premio, cinque sezioni, in giuria c’è Inside Art L’associazione culturale Moca in collaborazione con lo Studio arte laguna indice la settima edizione del premio internazionale Arte laguna. Il premio, famoso per la valorizzazione dell’arte contemporanea, è patrocinato tra gli altri dal ministero degli Esteri, regione del Veneto, comune di Venezia, università Cà Foscari di Venezia e Istituto europeo di design. Il concorso prevede l’assegnazione di premi in denaro, l’allestimento di un’importante esposizione collettiva a Venezia, mostre in gallerie d’arte, residenze d’artista e la pubblicazione di un catalogo. Il tema del concorso, aperto a tutti gli artisti senza limiti di età e nazionalità, è libero e si suddivide in cinque sezioni: pittura, scultura e installazione, arte fotografica, videoarte, “performance” e arte virtuale. La selezione delle opere candidate è effettuata da prestigiosi nomi del panorama dell’arte contemporanea, tra cui il critico e curatore dell’evento Igor Zanti, Umberto Angelini del festival Uovo, Gabriella Belli dai musei civici di Venezia, Adam Budak dell’Hirshhorn museum and sculpture garden di Washington e molti altri. Vengono premiati artisti anche dalla stampa specialistica, in giuria anche Inside Art. Tra marzo e aprile 2013 ha luogo l’esposizione dei progetti finalisti, direttamente nell’arsenale di Venezia e nell’Istituto romeno per i progetti “under” 25 e la selezione dei vincitori. In palio non solo premi istituzionali in denaro, ma anche la realizzazione di un progetto artistico per il vincitore della sezione arte virtuale, una residenza d’arte a Mumbai o Chicago per un mese con esposizione finale, una residenza a Venezia per un mese per la realizzazione di un progetto al fianco dei maestri vetrai e residenze di una settimana in Slovenia e Basilea, oltre a numerose mostre collettive e personali. Scadenza prevista: 8 novembre e 23 ottobre per chi vuole partecipare ai premi speciali. Info: www.premioartelaguna.it

Il premio la Seconda luna è un inno alle passioni. Scopo del progetto è riconoscere e premiare passioni straordinarie vissute in maniera comune o passioni comuni vissute in maniera straordinaria. Sono premiate attività non riconosciute in altri premi come strani collezioni o altre classi che il concorrente può proporre. Ai vincitori: 26 mila euro. Scadenza 16 ottobre. Info: www.lasecondaluna.it

UN’OPERA PER IL CASTELLO Compatibile con lo spazio Il concorso Un’opera per il castello ha come tema: Lo spazio della memoria, la memoria dello spazio. Punto di partenza il famoso castel sant’Elmo di Napoli. L’obiettivo è selezionare un progetto artistico senza vincoli di tecniche ma compatibile con gli spazi museali della rocca. Scadenza 31 ottobre. Info: www.polonapoliprojects.beniculturali.it

GALLERIE VIRTUALI Tema: la meccanica del tempo Arte ”shop magazine” apre la sua ”web gallery” sul sito e invita gli artisti a dare una libera interpretazione della meccanica del tempo. Le tre categorie in concorso sono pittura, grafica o fotografia. Le opere vincitrici sono esposte in una galleria milanese. Scadenza 30 settembre. Info: www.arteshopmagazine.com

CIRCA IL MOVIMENTO Per critici teatrali e ballerini

SVECCHIARE MONUMENTI CON IRONIA

La web tv Studio 28 di Milano inaugura il contest Critica in movimento, un premio per la critica di teatro e danza in video. Scopo è promuovere lo spettacolo dal vivo, incoraggiando il pubblico all’utilizzo di nuovo linguaggi e alla critica sul teatro e sulla danza. In palio 1.000 euro. Scadenza 30 ottobre. Info: www.facebook.com/criticainmovimento

Il Fai invita a fotografarsi accanto ai capolavori riproducendone le pose

RESIDENZE ARTISTICHE Il Fai, fondo ambiente italiano, lancia un nuovo concorso fotografico con lo scopo di sensibilizzare i giovani sulle tematiche dell’arte e della cultura stimolando la creatività e l’autoironia. Che faccia fai? è aperto a concorrenti tra i 18 e i 40 anni. Partecipare è semplice: basta scegliere una fotografia dove ci si confronta con un’opera d’arte in modo divertente e ironico, cercando di riprodurre la posa dei soggetti ritratti. L’immagine va inviata all’indirizzo e.costa@fondoambiente.it insieme alla liberatoria. Una giuria seleziona le fotografie più originali da premiare. In palio premi tecnologici per i primi tre classificati: uno smartpad 8 per chi si aggiudica il primo posto, un ebook 7 per il secondo e una cornice digitale 12 pollici per il terzo. Scadenza 7 settembre. Info: www.fondoambiente.it

Dal Canada con amore ”Les pépinières européennes pour jeunes artistes” lancia inviti a presentare domande di residenze artistiche attraverso il sito e.mobility. Tra queste, la residenza in arti transdisciplinari in programma dal 2 febbraio al 6 aprile in Canada. Scadenza ottobre. Info: www.emobility.pro


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MATUREFOLGORAZIONI Erminia Di Biase, una cultrice dell’antico scopre le suggestioni del contemporaneo di ORNELLA MAZZOLA

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e le vie del Signore sono infinite, quelle del collezionismo non sono da meno. Si può acquistare per una vita arte antica e un giorno essere folgorati sulla via di Damasco da qualcosa di completamente diverso. Erminia Di Biase amava riempire la sua casa ai Parioli di cristi, gentiluomini e madonne. Dopo una decina d’anni di pausa, qualche acquisto di opere degli anni Venti del Novecento e quattro anni fa, la svolta: un video di Rä Di Martino, lo sfrenato can can di un giovane attore di teatro travestito da vecchia signora, schiude alla cultrice dell’antico gli oriz-

zonti del contemporaneo. Non è una rottura ma una maturazione: «Il collezionista si porta dietro il proprio “background”, sviluppando nel tempo la propria specifica sensibilità e creatività», sottolinea la Di Biase che non a caso dopo il video avverte una forte attrazione per l’arte cinetica. Lo mostrano inequivocabilmente l’installazione Ballata per Vera, di Paolo Inverni, in cui il suono registrato di uno scampanìo fa vibrare un filo rosso pendente dal soffitto, e Fori (2007), un interessante lavoro di Andrea Aquilanti in cui sulla tela dorata dove è disegnato uno scorcio di Roma in prossimità del Vitto-

riano si proiettano le immagini riprese lì in 24 ore. Nella sua casa l’antico convive armonicamente con il moderno: pezzi d’arredamento di prestigiose firme del design, come la piccola libreria in cristallo di Renzo Piano o le poltrone e il sofà della serie “Barcelona” di Mies Van Der Rohe, dialogano con quadri antichi, inseriti qua e là tra pezzi d’arte contemporanea: di particolare effetto un Cristo risorto che appare alla Madonna, di scuola romana del Seicento, accostato a Kounellis, a Miroslav Tichy, il pittore barbone che amava ritrarre soggetti femminili per la strada, a Michele Zaza, artista che ha curato per-


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LA COLLEZIONISTA Il lavoro si fa passione

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Erminia Di Biase risiede a Roma, la sua città natale, ma la data di nascita è un dettaglio su cui preferisce sorvolare. Molto dotata nel disegno fin da bambina, sviluppa una spiccata predilezione per la manualità e da ragazza segue un corso da modellista. Per circa 35 anni ha curato la conservazione del patrimonio artistico per un ente pubblico e dunque la valorizzazione e il restauro dell’arte antica sono stati il suo pane quotidiano. Frequentando aste, fiere e gallerie scopre il piacere di collezionare che condivide con l’ex marito. Nel loro rapporto, in assenza di figli, quel gusto di essere circondati dall’arte resta un significativo interesse in comune.

A sinistra: Erminia Di Biase nella sua casa ai Parioli

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foto Manuela Giusto

LA COLLEZIONE Alcune opere sonalmente la collocazione delle sue opere su questa parete. Prospettive nuove ma continuità del gusto: «Mi interessano l’immagine, il colore, la materia e soprattutto la composizione», sostiene la collezionista, per cui la bellezza non conosce limitazioni e confini, neanche quelli del possesso. Magari resta delusa se non trova la taglia di un paio di scarpe – ammette con una risata – ma «collezionare non è accaparrare. Se per riflettere troppo un acquisto sfuma, pazienza. Dell’opera d’arte si può fare a meno. Di una pietra miliare mi basta sapere che c’è e potrò ammirarla, dovunque sia».

Nebojsa Despotovic (1) Senza titolo, 2011

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Andrea Salvino (2) ”No global forum”, 2002 Regina José Galindo (3) ”Quien puede borrar las huellas?”, 2003 Francesco Fossa (4) Gennaro & Concetta dalla serie Quota Mille, 2010

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Guillermo Mora (5) ”Uno casi dos”, 2011


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Hanno ucciso i loro genitori, trasformandoli in disperate macchine da guerra o in schiave abusate: bambini e bambine soldato dai 10 ai 15 anni, senza più identità, infanzia, umanità. Per chi riesce a tornare a casa, fuggendo o a fine guerra, il percorso di riabilitazione psicofisica non è facile. Ma con pazienza e con il tuo aiuto, da migliaia di frammenti di dolore un bambino soldato può tornare, finalmente, un bambino. Campagna di NewEtica per Fondazione Mago Sales - CCP 42520288 - a supporto dei centri di recupero in Africa. Scopri questa dura realtà su salviamoibambinisoldato.it


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LILLE-ROMA ANDATA & RITORNO Nella capitale ha sede l’atelier Wicar Una residenza di artisti unica per la Francia Intervista con la vicesindaco Cullen Parlano il duo Philémon-Verley e Motte di GIORGIA BERNONI


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il 1784 quando Jean-Baptiste Wicar, raffinato pittore originario della città francese di Lille con alle spalle un apprendistato nello studio parigino di David, viene invitato per la prima volta a viaggiare in Italia per conoscere l’arte e le bellezze paesaggistiche del Belpaese. Wicar rimane affascinato dalla cultura e dalla vitalità dell’Italia tanto da decidere nel 1800, dopo la campagna napoleonica, di stabilirsi a Roma dove continua a dipingere affermandosi come importante ritrattista. Nel 1806 grazie alle raccomandazioni di Antonio Canova viene nominato direttore dell’accademia delle Belle arti di Napoli, dove risiede fino al 1809, e nel 1808 viene nominato cavaliere del Regno delle Due Sicilie, governato da Giuseppe Bonaparte. Alla sua morte, avvenuta a Roma nel febbraio del 1834, Wicar lascia alla Société des sciences, de l’agriculture et des arts di Lille la collezione di disegni accumulata in tutta la vita: circa 1.300 opere, soprattutto di scuola italiana, che oggi arric-

chiscono il musée des Beaux-arts della città francese. Un forte legame, quindi, quello che lega l’artista e collezionista francese all’Italia e in particolare alla città di Roma, luogo nel quale ancora oggi la personalità di Wicar aleggia grazie all’istituzione di una residenza artistica nata nel 1837 che porta il suo nome. L’atelier Wicar, che ha sede all’ultimo piano di un antico palazzo nel cuore di Roma nei pressi di via di Ripetta, accoglie ogni anno artisti originari di Lille con l’obiettivo di stimolare, attraverso il diretto contatto con un ambiente culturalmente vivace come quello capitolino, la loro creatività oltre che lo scambio interpersonale. Ogni anno la residenza ospita quattro artisti che si esprimono attraverso ogni mezzo, per un periodo di tre mesi. Per l’intera durata del soggiorno viene loro garantito l’alloggio nell’atelier e un “forfait” per le spese. Naturalmente, durante il periodo di residenza l’artista scelto, che può avere fino a un massimo di quarant’anni, deve produrre un’opera frutto delle suggestioni assorbite durante


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L’interno dell’atelier Wicar A sinistra, dall’alto: le sculture di Bruno Liberatore e il cortile interno della residenza foto Manuela Giusto

la permanenza a Roma. Accurata la selezione dei candidati: le domande vengono esaminate da un gruppo composto da personalità appartenenti al mondo artistico e culturale di Lille. Originariamente lo stesso Wicar aveva pensato la residenza per un periodo molto lungo, ben quattro anni; l’arco di tempo è stato poi successivamente ridotto a sei mesi negli anni ‘90 e agli attuali tre dal 2008. Per accedere all’atelier, una volta varcato il grande portone di legno che vigila sui sampietrini millenari della strada, bisogna attraversare un ombreggiato cortile interno, ricco di piante e statue, e salire all’ultimo piano, naturalmente senza ascensore vista la data di fondazione del palazzo. Una grande sala di forma rettangolare, dagli alti soffitti coperti da ampie tende che modulano la luce come vele, compone il cuore dell’atelier. Dalle vetrate spaziose entra prepotente il cielo turchese, affacciandosi dal pianerottolo l’occhio s’imbatte nelle grandi sculture di Bruno Liberatore che nello stesso stabile ha il suo studio arricchito da una terrazza puntellata di opere: l’atmo-

sfera che si respira in via del Vantaggio è, dunque, ricca d’ispirazioni e suggestioni. Negli anni pittori, scultori, architetti e fotografi si sono succeduti nell’abitare e nel creare all’interno delle mura dell’atelier; con il passare dei decenni e lo sviluppo di nuove discipline artistiche sono stati in residenza anche fumettisti, grafici e designer. Una volta giunti a Roma gli artisti non vengono abbandonati ma, al contrario, la promozione delle loro opere passa attraverso buoni canali di diffusione. A settembre, per otto settimane, una collettiva riunisce i lavori dei residenti all’Espace le Carré di Lille. Dal 2011 Lille è anche partner del Talent Prize, il premio per giovani artisti promosso dalla Guido Talarico Editore: al vincitore del concorso viene riservata una residenza di tre mesi nella cittadina francese e l’opera prodotta esposta nella collettiva all’Espace Le Carré. Altro importante ente che sostiene l’atelier Wicar è il prestigioso Institut français: ennesima dimostrazione dell’ottima fama di cui gode la residenza. Info: www.mairie-lille.fr


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WICAR E TALENT PRIZE INSIEME PER L’ARTE La vicesindaco di Lille Cullen: «Una partnership per questa struttura unica» di SOPHIE CNAPELYNCK

a Francia e l’Italia da sempre collaborano a livello culturale. Catherine Cullen, classe 1950, vicesindaco di Lille e assessore alla Cultura del comune francese, sottolinea le potenzialità di questa unione. Lille è rappresentata a Roma dall’atelier Wicar, laboratorio di qualità per giovani artisti. È soddisfatta di questa esperienza? «La città di Lille e l’Italia hanno dei legami storici, in particolare grazie al nostro gemellaggio con Torino, capitale del Risorgimento, che risale al 1958. Per quanto riguarda l’atelier Wicar è importante sottolineare che si tratta di una struttura unica in Francia. Nessun’altra città gode di un tale ente il cui obiettivo e la vocazione sono, dalla sua creazione, di favorire la mobilità degli artisti emergenti della no-

L

stra regione, offrendo una sede interessante per le loro ricerche personali e sostenendo la loro creatività artistica. Il progetto è nato in seguito all’eredità lasciata dal cavaliere Jean-Baptiste Wicar, concessa alla città di Lille nel 1837. Malgrado i fatti storici legati alle guerre e ad altri periodi di instabilità politica in Francia come in Italia, Lille ha sempre difeso questo patrimonio eccezionale e si è sforzata di rispettare le volontà del cavaliere di Lille permettendo agli artisti locali di recarsi a Roma per effettuare una residenza, e questo fin dal 1862. Oggi, attraverso questa struttura, la città continua a mantenere il suo sostegno ai giovani nel settore del contemporaneo. Contribuisce così alla mobilità dei giovani artisti all’interno di una città europea

che gode di grande sfavillìo culturale. I soggiorni di artisti in residenza nell’atelier Wicar di Roma sono un fattore evidente di dinamismo e di scambio, creano un vero ponte culturale e umano tra le città di Roma e Lille. Come da testamento del cavaliere Wicar, i candidati sono selezionati sulla base di un dossier esaminato dalla città di Lille e dalla Società delle scienze, dell’agricoltura e delle arti che si riuniscono in un comitato composto da professionisti del mondo dell’arte». Il 13 settembre l’opera vincitrice del Talent Prize 2011, premio ideato dalla Guido Talarico Editore, viene esposta durante la mostra organizzata a Lille, nell’Espace Le Carré. In seguito le opere degli artisti francesi saranno esposte alla mostra del

Talent Prize 2012 a Roma. Cosa pensa di questa collaborazione tra le due città? «In questi ultimi anni Lille è stata molto attiva nella ricerca di collaborazioni di qualità con istituzioni culturali romane, sia pubbliche che private, per poter offrire ai laureati Wicar una rete artistica in loco personalizzata durante la loro residenza. Era, questo, un aspetto della residenza artistica Wicar che fino a oggi mancava un po’. Quindi non posso che essere felice della “partnership” che ci unisce oggi al Talent Prize, premio per la giovane creatività italiana organizzato da Inside Art, la cui reputazione e qualità continuano a crescere. Lille è lieta che questa collaborazione si concretizzi già da quest’anno ospitando l’opera del giovane napoletano

INSTALLAZIONI METROPOLITANE Philémon e Arnaud Verley formano un duo che s’interroga in rapporto al territorio

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hilémon è un artista, nato a Bruxelles nel 1980, che vive a Lille. Lavora regolarmente con lo scenografo francese Arnaud Verley, classe 1982, con cui forma un duo artistico, e privilegia l’intervento contestuale ricorrendo alle installazioni, fotografie, video e mezzi molteplici. Philémon e Arnaud Verley collaborano insieme dal 2008, realizzando installazioni che spesso hanno animali come protagonisti. Il duo è stato a Roma in residenza all’atelier Wicar nei primi tre mesi dell’anno. In che modo nascono e si sviluppano i vostri progetti? «Tra noi due si tratta di un gioco abbastanza complicato, non seguiamo una metodologia. Da dove arrivano le idee, non lo sappiamo bene. Spesso partiamo da un luogo o semplicemente dalla voglia di voler utilizzare un oggetto. Poi è una specie di

ping-pong: matite in mano, tiriamo fuori idee, deliri, riferimenti, articoli, riflessioni e tecniche finché siamo tutti e due convinti. Quando abbiamo cominciato a lavorare insieme non ci conoscevamo molto bene, avevamo due universi distinti e non avevamo idea degli argomenti che volevamo trattare. Tuttavia molto rapidamente, fin dai primi incontri, ci siamo resi conto che dalla nostra unione maturavano argomenti che si ripetevano. Ci lasciamo ispirare dalle domande della società: la crisi economica, la fine programmata degli idrocarburi, l’insicurezza ripetuta». Come interagite con gli ambienti in cui esponete? «Raramente creiamo dal nulla, rivendichiamo la dimensione contestuale nelle nostre installazioni, ispirate da una cornice che può essere architettonica, storica, politica, sociale. I nostri progetti hanno un carattere

variabile, modulabile e si ridefiniscono spesso. Se la galleria è assimilata al cubo bianco, lo spazio urbano implica altre costrizioni, un’immersione nel reale, un sorpasso di ciò che è messo in vista». Quanto la città di Roma ha arricchito il vostro percorso creativo? «Arrivando qui ci siamo interrogati sulla dimensione di eternità della città, coi suoi strati di storie e la sua ricchezza patrimoniale secolare. Come e cosa creare ancora davanti a tanta opulenza, davanti a questo prestigio, davanti al peso della storia? La nostra posizione è stata quindi quella di evocare l’azione e il senso dell’Arte povera. Inoltre, ci siamo anche ispirati all’ideale dell’utopia povera come si ritrova nel filosofo e scrittore francese Jean-Christophe Bailly. Un’utopia svuotata della grandezza che ci sembra calzare bene nel contesto romano attuale».


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Giulio Delvè, vincitore del Talent Prize 2011. Sarà esposta durante la terza edizione del “Format à l’italienne”, mostra annuale che presenta le opere dei nostri laureati Wicar di Roma. Così il pubblico di Lille sarà lieto di scoprire la sua scultura “Black dog”, accanto alle opere inedite create e realizzate dai nostri laureati Wicar 2011-2012 a Roma: il duo Butz & Fouque, Audry Liseron Monfils, il duo Arnaud Verley & Philémon e, infine, Grégoire Motte. Inoltre, la partecipazione dei laureati Wicar alla mostra del Talent Prize a Roma, con il supporto dell’Istituto francese di nuovo partner dell’atelier Wicar, dà una dimensione essenziale al successo, alla coerenza e all’influenza di questa collabo-

razione. Per la prima volta, gli artisti delle due città parteciperanno a uno scambio bilaterale. Infine, dalla primavera del 2013 la collaborazione sarà ulteriormente rafforzata con l’accoglienza in residenza del vincitore del Talent Prize che sarà ospite per tre mesi di un “workshop” nella “Malterie” (www.lamalterie.com) di Lille. Questa residenza all’interno di un’importante struttura a sostegno della ricerca e della sperimentazione artistica, sarà senza dubbio un’esperienza arricchente per i vincitori del Talent Prize che avranno così la possibilità di creare una rete professionale in Francia e di rafforzare i legami culturali che uniscono i rispettivi paesi».

Dall’alto: Philémon e Arnaud Verley, Lupa, 2012, una delle opere prodotte in residenza Philémon e Arnaud Verley A sinistra: Grégoire Motte all’interno dell’atelier Wicar con l’opera Scultura 3D #1: pomodori pelati, 2012 foto Manuela Giusto Nella pagina precedente in alto: Catherine Cullen

TRA STORIA E VISIONI Grégoire Motte lavora a sculture in 3D Nell’atelier incontra lo spirito di Wicar

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oche settimane dopo il suo arrivo a Roma Grégoire Motte, il secondo artista in residenza all’atelier Wicar per il 2012, ha stretto una collaborazione con Fausto Delle Chiaie, l’eccentrico creatore di opere in bilico tra ironia e serietà che espone ogni giorno sul piazzale esterno della vicina Ara Pacis. E proprio nel realizzare opere solo apparentemente stralunate, ma che posseggono anche un lato sociologico, risiede la cifra stilistica di Motte, classe 1976. L’artista lavora con differenti mezzi, dal video alla fotografia passando per installazioni, ma nel caso della residenza romana ha scelto di misurarsi con la scultura. Ha creato, infatti, una bizzarra opera fatta da tanti spaghetti legati insieme a cui un barattolo di salsa di pomodoro dona di volta in volta una forma differente. Dall’opera si evince tutta la giocosità di Motte e la capacità di rapportarsi al territorio cogliendone gli aspetti più caratteristici. «Ho compiuto studi d’arte tradizionali – dichiara l’artista mentre si aggira per il luminoso atelier Wicar – e generalmente non utilizzo un media unico ma ogni volta mi adatto alla specifica situazione che mi circonda. È il caso anche dell’opera con gli spaghetti prodotta qui a Roma, un lavoro nato con l’obiettivo di estremizzare, esorcizzare, la massiccia presenza a Roma di grandi sculture che si rifanno a un ideale classico. Mi interessa molto l’aspetto legato al 3D, che cerco anche di inserire nelle mie sculture, così come si sta sviluppando nelle nuove tecnologie e al cinema». E proprio la settima arte è tra i progetti di Motte che svilupperà un soggetto che ha già trovato credito e finanziatori al festival internazionale del documentario di Marsiglia. «Insieme con la mia compagna Éléonore Saintagnan – precisa – sto per iniziare la preparazione di un film che parla di tre storie d’immigrazione di animali: tre episodi in cui la realtà dei fatti si sposa con un aspetto legato alla finzione». Ironico anche rispetto al padrone di casa, «sono partito per incontrare Wicar e una volta qui mi ha fatto piacere ritrovare il suo spirito che ancora aleggia in questo atelier» dice, Motte si fa serio quando illustra la necessità, già comunicata a Lille, di pensare la residenza come un progetto unitario. «Wicar oltre a essere un pittore è stato anche un collezionista, per questo ho suggerito alla direzione dell’atelier di istituire una collezione permanente composta dai lasciti di ogni artista che viene qui in residenza. Credo sia interessante riprendere la tradizione di aprire l’atelier al pubblico, e non solo agli artisti, in modo da rendere l’esperienza produttiva e continuativa».


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Joan Mirò ”Peinture” 1927

Yves Klein

PODIO ESTERO

”Le rose du bleu” 1960

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23,5 milioni di sterline

Francis Bacon ”Study for self portrait”, 1964 21.545.250 sterline

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Jean-Michel Basquiat

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”Untitled”, 1981 12.921.250 sterline

POCHESORPRESEALONDRA Le vendite confermano il ”trend” positivo per le opere d’importanza museale

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e vendite serali londinesi di giugno confermano il “trend” positivo per opere di importanza museale. Da Sotheby’s il 19, nella vendita serale di arte moderna, Joan Mirò ottiene con il suo olio “Peinture (Étoile bleue)” del 1927 venduto per oltre 23,5 milioni di sterline il record mondiale dell’artista, mentre tra i “top ten” dell’asta serale di Christie’s del 20 ben tre posizioni sono occupate dal surrealista René Magritte. Tra queste si trova “Les jours gigantesques” del 1928 che, contro una stima di 0,8-1,5 milioni di sterline, ne ha realizzate ben 7,2 milioni aggiudicandosi il secondo prezzo più alto pagato per una sua opera, segno della grande vitalità dei principali maestri del surrealismo. Cresce l’attenzione internazionale verso i grandi maestri italiani del Novecento: nella stessa vendita di Sotheby’s la delicata Natura morta del 1920 di Giorgio Morandi è venduta per 1.385.250 sterline, record mondiale dell’artista. Da Christie’s Concetto spaziale, Attese del 1963-64 di Lucio Fontana è venduto a un collezionista europeo per l’ottima cifra di 2.729.250 sterline, pari a 4.260.359 dollari. Risultato più che soddisfacente anche per Achrome di Piero Manzoni del 1959-60, caolino su tela, venduto a un collezionista europeo per 2.617.250 sterline, pari a 4.079.508 dollari. Continua a correre Jean-Michel Basquiat: da Sotheby’s il 26 “top lot” con “Warrior” del 1982, venduto per oltre 5,5 milioni di sterline; da Christie’s il 27 un suo “Untitled” del 1981 supera i 12,9 milioni di sterline, record mondiale all’asta; da Phillips de Pury il 28 “top lot” con “Irony of negro policeman” del 1981 venduto per 8,1 milioni di sterline e,

CASA D’ASTA

TIPOLOGIA

DATA

NUMERO DI LOTTI

in seconda posizione, “Olympics”, realizzato nel 1984 in collaborazione con Andy Warhol, supera i 6,7 milioni di sterline. Continua a superare sé stesso Yves Klein: dopo Fc1 a maggio, il suo “Le rose du bleu” del 1960, appartenente alla serie di spugne in rilievo, supera i 23,5 milioni di sterline aggiudicandosi da Christie’s il 27 giugno il record mondiale dell’artista. Osannato dalla critica e dal mercato, ormai nei “top ten” delle aste internazionali, Glenn Brown, classe 1966, sfiora nella vendita Sotheby’s del 19 giugno, con il suo monumentale “The tragic conversion of Salvador Dalì (after John Martin)” del 1988, i 5,2 milioni di sterline, record mondiale dell’artista. Si conclude con il cento per cento di venduto da Christie’s a Londra il 26 giugno la collezione Madoura di ceramiche di Pablo Picasso, con un realizzo totale di oltre 8 milioni di sterline. Le ceramiche, provenienti dalla fabbrica di Vallauris in Francia, hanno goduto in asta di una clientela internazionale di ben 43 paesi, con realizzi di 4 e più volte la stima iniziale: “top lot” un raro “Grand vase aux femmes voilées”, edito in 25 esemplari nel 1950, stimato 70-100 mila sterline, ne ha realizzate ben 735mila. Grande successo anche per la serie di aste di Koller a Zurigo (meta anche di collezionisti italiani) dal 18 al 23 giugno grazie all’altissima qualità dei lotti offerti. Nel settore dei dipinti, un olio di Salvador Dalì, “Venus y cupidillos” del 1925, ha realizzato 2 milioni di franchi svizzeri. Nel settore della gioielleria che ha fatturato 2,2 milioni di franchi svizzeri, una spilla vintage del 1910 con ben 350 diamantini e perle è stata venduta per 69.600 franchi svizzeri.

PERFORMANCE PERFORMANCE PERFORMANCE DI VENDITA D’ASTA DI MERCATO

Sotheby’s

Old master paintings 6/06

108

58%

0,01

141

Christie’s

Old master paintings 6/06

99

61%

0,52

167

Performance di vendita: è la percentuale del venduto, come dichiarato dalle case d’asta e rilevato da Nomisma. Performance d’asta: un valore negativo segnala un esito insoddisfacente dell’asta che non raggiunge la stima minima, “zero” è una performance pari alla stima minima e “uno” alla stima massima. Se “maggiore di 1” ha superato la stima massima. Performance di mercato: è lo scarto, espresso in punti 100, fra le attese e le realizzazioni. fonte: monitor aste di Nomisma, Lum, Il sole 24 ore

LE ASTE DI NEW YORK DI GIUGNO Le vendite di Christie’s e Sotheby’s a New York del 6 giugno confermano una sostanziale tenuta del mercato dei dipinti antichi rispetto alle aste di maggio, non registrando ancora risultati eclatanti ma comprovando l’attenzione del collezionismo verso la qualità, come segnala il progressivo aumento dei punti di performance di mercato. Nell’asta di Sotheby’s il risultato più inatteso è per un olio su tavola di Niccolò Antonio Colantonio, “Blessed Leonard of Assisi” con la migliore performance della seduta (24,73) e la seconda migliore aggiudicazione, 554 mila dollari. Nella vendita di Christie’s, significativo risultato per Pieter Brueghel II, “The witsun bride”, che con una performance di 4,87 viene ceduto per 686 mila dollari.


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a cura di STEFANO COSENZ

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MERCATO & MERCANTI_INSIDE ART 73

Giorgio De Chirico

Giorgio De Chirico

Piazza d’Italia Malinconia torinese 210.800 euro

Venezia palazzo Ducale 148.800 euro

2

Lucio Fontana

3

Donne sul sofà 1934 47.120 euro

PODIO ITALIA

VACANZE ALL’ASTA Una tendenza in aumento Che le aste non siano solo di quadri, gioielli o mobili milionari è cosa nota a tutti. Da qualche anno a questa parte ha preso piede in Italia una tendenza ampiamente affermata all’estero: le aste per le vacanze. Niente più agenzie di viaggi ma solo colpi di mouse per vincere la propria vacanza da sogno. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche: dalle vacanze nello Stivale fino al Sol Levante, pacchetti che vendono solo il viaggio di andata e ritorno e altri che offrono anche il soggiorno nel posto scelto. Comodo, certo, ma bisogna fare attenzione a non prenderci troppo la mano e vincere, felici, un viaggio che altrimenti, con mezzi più tradizionali, sarebbe costato meno.

Attesa per una ricca battuta da centocinquanta lotti

LA CAPITALE INGLESE ASPETTA L’AUTUNNO

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n attesa dei primi grandi appuntamenti a Londra di metà ottobre di arte “post war” e contemporanea, un’interessante vendita si tiene nella capitale inglese, dedicata alla città che ospiterà ad agosto i giochi olimpici. L’asta, in programma il 3 settembre, comprende 150 lotti costituiti da dipinti, poster, mappe topografiche e abiti indossati da personaggi importanti della storia londinese. Tra questi, un esemplare originale del Routemaster bus a due piani entrato nella storia britannica nel 1966 e stimato 20-30mila sterline. Tra i dipinti più prestigiosi che riprendono paesaggi della capitale inglese, si segnala un olio di Edward Seago, artista del ‘900, “The quadriga, Hyde Park corner”, stimato 80-120mila sterline e un olio di John Atkinson Grimshaw del 1882, “St Paul’s cathedral, from the river Thames”, con stima 150-200mila sterline. A stima più contenuta, 3-5mila sterline, un olio della seconda metà del XX secolo di Davis Shepard, “Terminal 2, Heathrow”. Tra i vintage poster si segnala una litografia a colori a tiratura limitata di Simon Patterson del 1992, “The great bear”, raffigurante la mappa della metropolitana

londinese nella quale i nomi delle stazioni sono stati sostituiti con nomi di celebrità, scienziati, santi, filosofi, esploratori e perfino calciatori, stima 14-18mila sterline, e una litografia a colori del 1930 di Norman Wilkinson, “London by Lms, the house of parliament”, un esemplare originale che pubblicizzava il viaggio a Londra in ferrovia, stima 3-5mila sterline. Nel settore delle memorabilia, un’insegna originale del 1965 “The London inn”, che risale all’epoca delle diligenze quando era comune pratica per una locanda indicare alla vettura la destinazione della chiamata, stima 500-800sterline. Tra le vedute topografiche, un’interessante lotto per gli appassionati di architettura: “A proposal for a Thames tunnel” del 1876, olio di A. M. Brown, da un disegno di John Standfield, rappresenta una delle tante proposte che la City corporation prese in considerazione per un progetto che diede i natali al Tower bridge (stima 2-4mila sterline). Tra una serie di abiti che si ritiene venissero indossati da Margaret Thatcher, prima della sua nomina a primo ministro, un abito Mansfield di colore giallo ha stima 1.000-1.500 sterline.

IL CALENDARIO Gli appuntamenti del mese Meeting a rt Vercelli, 15-16 -2 2-23 -2 9-30 set tem bre Aereo, 2008, olio su canapa di Luca Pignatelli, base d’asta 15mila euro, stima 25-30mila euro; ”Ready, willing & able”, 2006, olio su tela di Marco Cingolani, base 6 mila euro; stima 15-20mila euro; ”Clockwise”, 1999, olio su tela circolare di Piero Dorazio, base 20mila euro, stima 36-40mila euro. Info: www.m eetingart.it Bon h a m s Goodwood, 1 5 settembre Auto d’epoca: una rarissima Mercedes Benz 26/12/80 ”S” del 1928, tra le più lussuose auto dell’epoca, mai restaurata e custodita per decadi dagli eredi, ha stima 1,5 milioni di sterline. Info: www.bonhams. com Bruu n-Ra smussen Copenaghen, 17 -2 7 settembre ”Le sorcier, II”, olio su tela del 1957 di Asger Jorn, stima 160mila euro. Info: www.bruu n-rasmu ssen.dk Swann galleries New York, 2 0 settembre Stampe e disegni: ”Ideas for sculpture, family group” di Henry Moore, stima 15-20mila dollari; ”Femme au chapeau a fleurs”, 1962 di Pablo Picasso, stima 40-60mila dollari. Info: www.swanngalleries.c om


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I PROGETTI Gli esiti del modello produttivo italiano A un secolo dalla nascita del taylorismo e a poco più di mezzo dalla scomparsa di Adriano Olivetti, industriale e mecenate italiano, il padiglione Italia celebra gli esiti del modello produttivo nostrano con una selezione di luoghi di lavoro che hanno reso celebri le aziende. Tra questi le fabbriche ceramiche Solimene, Vetri realizzate da Paolo Soleri, la sede della Rainbow a Loreto, opera di Sergio Bianchi e Elisabetta Straffi, lo stabilimento Alenia aeronautica di Grottaglie Monteasi dello studio Amati architetti di Roma e la sede Immergas a Brescello di Lotti e Pavarani.

LARINASCITA IN QUATTRO STAGIONI Al via la XIII Biennale di architettura Ecco i punti per crescere in “green economy” Intervista con Zevi, curatore del padiglione Italia di VALENTINA PISCITELLI

L’EVENTO A Venezia fino a novembre Fino al 25 novembre è possibile visitare la XIII mostra internazionale di architettura. Il tema, lanciato dal curatore della Biennale di Venezia David Chipperfield è ”Common ground”, territorio comune Info: www.labiennale.org/it/architettura/index.html

L’ARCHITETTO Urbanista e docente Luca Zevi, figlio dell’onorevole Bruno Zevi, è nato a Roma il 31 luglio 1949. Architetto e urbanista, ha lavorato al restauro di centri urbani e a quello di antichi edifici. Nella capitale ha realizzato il monumento ai caduti di San Lorenzo e il museo nazionale della Shoah. Al lavoro sul campo ha alternato la professione di insegnante nelle università di Roma e Reggio Calabria. È autore di varie pubblicazioni, tra cui Il manuale del restauro architettonico e Il nuovissimo manuale dell’architetto. Nel 2012 è stato nominato dal Mibac direttore del padiglione Italia per la Biennale di Venezia.


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N

on potevamo aspettarci niente di diverso da Luca Zevi che una sterzata “green”. Una bicicletta poggia contro il muro della sua casa, sede della fondazione dedicata al padre Bruno, due poltrone di vimini e un’edera rampicate completano l’atmosfera di questa intervista romana. Luca Zevi non è un archistar ma ha le idee chiare, talmente tanto che il Mibac ha scelto lui come direttore del padiglione Italia della Biennale di architettura di Venezia. Il padiglione Italia è “green 2” ed è energeticamente autosufficiente. Che tipo di spazio accoglie i visitatori? «Abbiamo pensato a un giardino coltivato vero e proprio, un sottobosco italiano nel quale avviare la stagione della ripresa che dovrà passare per quattro punti: produzione, creatività, sostenibilità e solidarietà. Il titolo della mostra è, infatti, Quattro stagioni. La prima inizia con il modello dell’imprenditore Adriano Olivetti, esempio da seguire del “made in Italy”; la seconda è l’assalto al territorio che si riempie di fabbriche che seguì l’industrializzazione; la terza è la stagione delle architetture italiane fine anni ‘70, ovvero

quella di alcune imprese che si consolidano e si rappresentano architettonicamente legate al proprio territorio; infine, la quarta stagione, quella attuale, che mira allo sviluppo della “green economy”». Nel secondo dopoguerra la figura di Adriano Olivetti ha dimostrato che il rapporto tra la cultura architettonica, il territorio e l’economia è possibile. Cosa è accaduto successivamente e qual è la scommessa per il futuro? «Adriano Olivetti è il paradigma dell’industriale del “made in Italy” che produce ottimi prodotti in stabilimenti d’eccellenza. Negli ultimi trent’anni questo processo è avvenuto in maniera non guidata, in un’Italia delle cento città, policentrica e molto vivace. Su questa Italia noi scommettiamo. E la scommessa avviene sulla base comune della cultura del progetto e quella dell’impresa che l’Istituto nazionale di architettura, del quale faccio parte, da 53 anni promuove: creare forze per la qualificazione del territorio può essere un buon investimento». La sua proposta è stata selezionata per rappresentare le architetture del “made in Italy”, su cosa punta la riflessione di questa edizione e come si rapporta al più generale tema lanciato dal curatore?

«La riflessione è orientata alla creazione delle sinergie tra quei soggetti che possono essere portatori della ripresa economica italiana, come i produttori. La nostra indagine sulle industrie italiane mostra che spesso la produzione dell’eccellenza avviene in luoghi che sono architettonicamente eccellenti. I produttori, messi in rete con tanti altri soggetti, dal terzo settore all’architettura biologica e alla banca etica, possono realizzare la rete dello sviluppo italiano e avviare così un processo di ripresa, non scontato, ma in cui crediamo molto e a cui cerchiamo di dare un contributo». La nutrizione del pianeta sarà il tema dell’Expo 2015 di Milano, in che modo il padiglione Italia si raccorderà a questo importante appuntamento? «Ermanno Olmi ripropone la centralità del mondo agricolo che lui chiama contadino, ovvero l'universo della produzione agroalimentare propria dell’operato italiano. L’esposizione milanese del 2015 ha come sfondo la nutrizione del pianeta che è una sfida per tutti. Questo tema, insieme alle modalità di agricolture meno intensive e più poliformi, è altrettanto importante per gli effetti della ripresa ed è il motivo per cui ospitiamo l’Expo».

Sotto: Lotti Pavarani A sinistra: il curatore Luca Zevi Dall’alto: Frigerio design group Damiani Holz Guido Canali


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COSTRUIRE CON LENTEZZA Inaugura in Puglia ”Slow architecture” Un evento per raccontare lo sviluppo con un occhio di riguardo alla sostenibilità di LUCIA BOSSO

Cineporto, Lecce, 2010 Metamor architetti associati A sinistra, dall’alto: La Masseriola, Patù (Lecce), 2007. Antonio D'Aprile architetto recupero dell'ex mercato coperto del castello di Gallipoli, 2010 progetto di Codesign + Rosa

IL FESTIVAL A Bari la prima edizione Bari è la sede di ”Slow architecture”, prima edizione del festival dell’architettura Pugliarch promosso dall’associazione Gab. L’anteprima dell’evento è stata presentata a Monopoli con la mostra Dieci anni di architettura pubblica e privata nel Salento, volta a promuovere l’architettura contemporanea dei territori salentini. In particolare, la ricerca condotta dal centro studi Punto a Sud Est (Ester Annunziata, Alfredo Foresta, Tiziana Panareo) ha messo in evidenza 70 opere d’architettura realizzate negli ultimi dieci anni nel Salento, contribuendo alla più ampia politica nazionale di monitoraggio delle trasformazioni urbane. Dal 20 al 23 settembre. Bari, sedi varie. Info: www.associazionegab.com


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a Puglia si conferma una delle poche regioni italiane, se non l’unica, capace e pronta a sostenere il sistema culturale locale, con le buone conseguenze che il coraggio politico porta dentro e fuori il territorio. Con un programma denso, l’associazione Gab, Giovani architetti Bari, si fa promotore di “Slow architecture”, prima edizione del festival dell’architettura Pugliarch. L’evento occupa differenti luoghi della città di Bari per quattro giorni, dal 20 al 23 settembre. Il titolo sintetizza bene il contenuto sviluppato in diverse occasioni di incontri, mostre e dibattiti, ponendolo oltre il concetto abusato di architettura sostenibile per ragionare invece sull’idea della lentezza e del gusto di parlare degli spazi in cui viviamo. «Preso in prestito tale concetto dal mondo enogastronomico – spiega la portavoce di Gab, Palma Librato – l’evento “Slow architecture” vuole essere il luogo di

recupero del piacere di parlare di architettura come spazio in cui viviamo e agiamo, dove è possibile elevare la qualità della vita, come spazio avulso dalle scelte frettolose e d’urgenza che danno esito a progetti, iter amministrativi e realizzazioni sterili lontani dai contesti di intervento e dalle reali necessità sociali». Intento nobile e complesso che il festival pugliese affronta e approfondisce attraverso quattro sezioni tematiche: il paesaggio (“slow landscape”), la tutela urbana (“slow urban rigeneration”), il ”social housing” (“slow cost architecture”) e infine l’architettura come cultura (“slow architecture culture”). Le sezioni raccontano le esperienze e la storia del territorio, a confronto con esempi e situazioni nazionali e internazionali, e trasformano la Puglia in un centro di riflessione e analisi dei migliori esempi di architettura, da importare e incentivare. In un intreccio di personaggi locali, come l’artista Pinuccio Sciola che

presiede un confronto tra architettura e scultura, e internazionali, affiancati dal critico cinematografico Marco Müller che tiene una lectio magistralis sul rapporto con il cinema, istituzioni storiche come la fondazione Ferré (sezione architettura e moda) e esposizioni di design di giovani promettenti (Simone Micheli e Francesco Mancini), la manifestazione ha il lodevole intento di rompere gerarchie critiche e sostenere l’incontro e lo scambio ampio tra le tante espressioni che fanno dell’architettura una disciplina plurale e in continua evoluzione. Ogni sezione prevede la partecipazione di componenti del Giarch, Giovani architetti italiani, che arricchisce di contributi il dibattito presentando un giovane architetto e un’area geografica italiana differente. L’evento è sostenuto dalla regione Puglia, la provincia e il comune di Bari, il comune di Monopoli, l’Apulia film commission e il British council.


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ILBELLOPRESO Eataly sbarca nella capitale con il più grande negozio Il responsabile Nicola Farinetti: «Omaggiamo la bellezza di GIORGIA BERNONI

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l tempio del gusto. Così è stato definito Eataly, il luogo dedicato al cibo e alla ristorazione, ideato dall’imprenditore piemontese Oscar Farinetti nel 2007 con la prima apertura a Torino: poche parole per descrivere molto più di un’esperienza per le papille gustative. Dopo aver già conquistato diverse città italiane, New York e il Giappone, il colosso enogastronomico è sbarcato a Roma, presso la stazione Ostiense, negli spazi dell’Air terminal, fabbricati su progetto di Julio Lafuente e abbandonati dopo i mondiali del ‘90. Quattro piani per un totale di 17mila metri quadrati occupati dall’eccellenza enogastronomica del Belpaese, e non solo, con una predile-

EATALY Air terminal Ostiense Piazzale XII Ottobre 1492, Roma www.roma.eataly.it

Sulle due pagine: l’esterno e alcuni interni di Eataly a Roma foto Manuela Giusto

zione per i prodotti del territorio laziale e le migliori aziende piemontesi, luogo d’origine della famiglia Farinetti. Ottanta milioni di euro l’investimento, comprensivo dell’acquisto e dell’ammodernamento della struttura, per quella che è stata apostrofata dal suo fondatore come «una Disneyworld della bellezza italiana». La politica è la stessa che caratterizza gli altri Eataly: la genuinità di cibi possibilmente provenienti dal territorio circostante, la vicinanza alla filosofia di “slow food” e la ricercatezza di prodotti di nicchia ma non per forza d’élite anche se in realtà sono molte, tra i banchi, le marche riconoscibili e trattate anche dalla grande distribuzione. «La particolarità di


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PER LA GOLA dedicato al cibo e alla ristorazione di qualità anche tramite l’arte con mostre ed esposizioni»

Eataly a Roma – precisa Nicola Farinetti, figlio del patron e responsabile dello store capitolino – è quello di essere molto grande e grazie alla sua vastità può dare spazio alla produzione interna, come avviene per la mozzarella di bufala e il birrificio. Altra differenza è l’investimento che abbiamo compiuto per la didattica, con ben otto aule attrezzate». Ogni Eataly è legato a un particolare concetto metafisico, il negozio di Roma è dedicato alla bellezza: un ideale che rischia oggi di soffocare. «Sono tanti i motivi che ci hanno orientato verso questa scelta – precisa il giovane Farinetti – intanto perché Roma è la città più bella del mondo, poi perché pensiamo che l’Italia stia pur-

troppo perdendo questo valore meraviglioso che ha sempre fatto parte della sua storia. A Eataly omaggiamo la bellezza anche tramite la musica, in collaborazione con l’Opera di Roma, e naturalmente tramite l’arte». Un’area expò posta all’ultimo piano è, infatti, il luogo in cui trovano spazio mostre e rassegne: dopo l’inaugurazione con l’esposizione delle opere di Giorgio Faletti dalla serie Bandiere, la mostra Mangiarsi l’Italia presenta cento opere di satira politica tratte dalla collezione di Paolo Moretti, a cura di Andrea Tomasetig. Il prestigioso Ristorante Italia è invece lo scrigno che custodisce quattro opere di Amedeo Modigliani. Nel piatto e alle pareti la bellezza è di casa.


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Fiamma di Serafini marmo luce La luce di questa lampada esalta le venature e le variazioni cromatiche del marmo, capolavoro naturale unico e irripetibile

Melt di Marsotto edizioni Libreria in marmo dalle forme fluide e leggere, conferite anche dalla forma disarticolata del modulo perfettamente funzionale, ma definita da una forte intenzione formale. Foto Miro Zagnoli

Marble piano di Gvm Piano in marmo progettato attraverso la collaborazione con il musicista David Bryan e suonato in occasione della prima edizione del Carrara Idol

Squalo di Marsotto edizioni Scultura fermaporta in marmo Bardiglio imperiale dalla finitura levigata che ricorda il profilo della pinna dello squalo foto Miro Zagnoli

Pavé collection di Kreoo Sistema di sedute per interni ed esterni ottenuto sovrapponendo una base in marmo e una di legno lamellare che evoca le forme dei ciottoli dei fiumi

FREDDI E IMPENETRABILI MORBIDI E DUTTILI COME PEZZI DI MARMO PIETRA DURA PER ECCELLENZA, LA SUA NATURALE MATERICITÀ DIVENTA SUPERFICIE PLASMABILE CAPACE DI CONFERIRE DIGNITÀ SCULTOREA AI COMPLEMENTI D’ARREDO PER INTERNI ED ESTERNI

a cura di FRANCESCA CASTENETTO (SIGNDESIGN)

Sotto: Opera di Romagno marmi Libreria realizzata in marmo accostabile in moduli, un’autentica scultura che può essere pezzo unico in un’ambiente

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ulla sembra essere più genuino di un oggetto plasmato in un materiale naturale. Quando accarezziamo una seduta o qualcosa di legno, la sensazione tattile che produce la superficie venata ci regala un senso autentico di naturalezza. Lo stesso accade con un tessuto intrecciato con fibre naturali. Forse non ci viene spontaneo, ma anche materiali visibilmente massicci possono regalare insospettabili percezioni di morbidezza. Prendiamo il marmo. Un materiale apparentemente freddo e impenetrabile, ma che da secoli è fonte d’ispirazione per artisti e scultori che nelle sue forme grezze riescono a intravedere visioni e racconti invisibili agli occhi dei profani. Ancora oggi il marmo continua a stupire per gli oggetti che bravi artigiani e artisti di tutto il mondo riescono a ricavare. Realtà e “factory” come la Gvm, la Civiltà del marmo, hanno come obiettivo di ricreare intorno all’antichissima tradizione del marmo una nuova filosofia strettamente tecnologica. Ed è proprio questa fabbrica di Carrara che nei mesi scorsi ha realizzato e messo a disposizione di David Bryan un pianoforte di marmo disegnato da Ora-Ïto, suonato dal celebre tastierista nella scenografica cornice della cava di Fantiscritti a Carrara. Si tratta di sperimentazioni ardite, forse riservate a una stretta nicchia, ma che danno l’idea dalla duttilità che il marmo può offrire. Soprattutto nella sua trasparenza che consente la realizzazione di lampade che, accese, arrivano a ricordare la lucentezza dell’alabastro. Serafini marmo luce ha creato Fiamma, linea di lampade lavorate in morbide e sottili losanghe la cui lavorazione esalta le inedite caratteristiche di trasparenza e traslucenza del marmo Calacatta bianco. Se si guarda a questi oggetti, davvero ci sembra di essere davanti a un materiale delicato capace di donare elementi dalle linee morbide, come nel caso di Opera di Romagno marmi, una libreria che si presenta con una delicatezza di linee e di forme esteticamente sinuose. E quando il marmo incontra il legno, il risultato è un’originale dimensione naturale. Si tratta della Pavé collection di Kreoo, un sistema che prevede l’accostamento del marmo al larice per sedute e tavolini da esterno e interno. Alle originali basi in marmo vengono sovrapposti assi in legno che ben si innestano con l’“appeal” fortemente materico della pietra. Il marmo, poi, con le collezioni di Marsotto edizioni diventa materiale per divertirsi nell’interior design della casa, con una vasta scelta di complementi d’arredo che vanno dalle mensole ai supporti per gli specchi e ai fermaporta.


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DAL ‘900 A OGGI L’ARTE È DI CASA PER CAMPARI Ugo Nespolo reinterpreta la storia della bevanda «Sono sfide che vanno affrontate con rispetto» di FRANCESCO ANGELUCCI

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e un inizio c’è, è a Milano. Se un’idea esiste è quella di inventare qualcosa che diventi il simbolo di una città e sinonimo di aperitivo. Gaspare Campari c’è riuscito e se ancora beviamo negroni lo dobbiamo a lui. Perché è così che è andata: dopo svariati tentativi, nel 1860 Campari crea la famosa bevanda che farà la sua fortuna e quella di tutta la famiglia. Succede poi che dentro il suo caffè gli nasce un figlio, tale Davide, che nel 1915 aprirà il famoso Camparino in piazza del Duomo a Milano. Il resto è storia. Il locale diventa il centro della vita politica e artistica dell’intera città, il Campari il simbolo stesso dell’aperitivo. Questo è tutto quello che si è trovato davanti l’artista Ugo Nespolo quando è cominciata la sua fruttuosa e longeva collaborazione con il marchio. «Ho cominciato a lavorare con Campari – dice – negli anni ’90 per vari progetti legati ai mondiali di calcio. Creare materiale per un marchio storico è sempre una sfida che va affrontata con rispetto». Frutto della recente collaborazione fra il creativo e il marchio è la bottiglia in edizione limitata, dove il creativo reinterpreta l’etichetta della famosa bevanda. «Ho ridisegnato l’opera di Leonetto Cappiello del 1921 – continua – cercando di riattualizzare il messaggio. Il difficile in questi lavori non è tanto mettere mano a un’immagine storica quanto quello di mantenere il proprio stile relazionandosi con il passato senza snaturarlo». La nuova etichetta è infatti

un’esplosione di colori e forme che camminano fra il contemporaneo e l’avanguardia futurista che da sempre è legata al marchio milanese. «Depero è forse l’artista che sento più vicino culturalmente parlando – confessa Nespolo – la sua idea di arte è molto elastica e passa da quadri che hanno segnato la storia dell’arte alle note pubblicità per Campari. Mettere la creatività nella vita reale è un concetto sentito dall’artista italiano che poi è stato potenziato da Andy Warhol». Molto probabilmente senza il futurismo e il suo amore per il progresso la storia della pubblicità sarebbe diversa. «Questo è uno dei punti più delicati del design – continua l’artista – il suo camminare sul filo fra altissima qualità e produzioni seriali. Siamo pieni di oggetti brutti e tutti uguali, l’originalità può liberarci da questa morsa di banalità e lasciare libero il bello». E se Depero ha portato l’arte nel reale, Nespolo non è da meno con il recente rifacimento del Camparino. «Lì ho veramente lavorato su un doppio binario: quello dei maestri e quello della carta bianca, la mia creatività – afferma il creativo – solo così ho potuto realizzare il nuovo logo sulla vetrata senza entrare in contrasto con il passato». Si inizia dalla carta, perché è da lì che parte Nespolo:«Tutto comincia da uno schizzo preparatorio con la penna – confessa l’artista – il computer viene dopo per facilitare e velocizzare il lavoro ma senza idee non si va da nessuna parte, anche se hai il programma più potente del mondo. È l’idea che fa la differenza, non una macchina per quanto avanzata».

In alto a sinistra: l’opera di Leonetto Cappiello al centro: la nuova bottiglia di Ugo Nespolo nella pagina successiva dall’alto: Ugo Nespolo Depero per Campari una locandina di Ugo Nespolo a destra: Il Camparino a Milano con la nuova insegna di Ugo Nespolo


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L’ARTISTA Dalle tele alla grafica 1941 Il 29 agosto a Biella nasce l’artista

1966 Prima personale a Torino testi di Edo ardo Sangu ineti

1980 Parte la collaborazione con la R ai per video sigle e pubblicit à

1990 Inizio collaborazione co n Cam pari

2012 Campari edizione limitata lavori per il Camparino

È DA UNO SCHIZZO PREPARATORIO CHE TUTTO COMINCIA SI PARTE CON LA PENNA IL COMPUTER VIENE DOPO, SERVE SOLO A FACILITARE IL LAVORO MA SENZA IDEE NON VAI DA NESSUNA PARTE


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ALESSANDRO ORLANDI Le tappe 1972 Nasce a La Spezia il 15 novembre

2004

IL TALENTO ESCE SE C’È Parla il direttore creativo della Saatchi & Saatchi: «Senza tecnologia sarei un uomo morto, o rilassato»

con in mano una Coca cola». La tecnologia permette di sperimentare ed essere vicini ai giovani? «Se intendiamo i giovani come me sì. Oggi la tecnologia permette di comunicare con tutti. Ci sono “target” che ti permettono di spingere di più l’acceleratore e altri meno, ma non ne farei una questione esclusivamente di età. Mia madre naviga più di me». La comunicazione integrata è il suo modello di riferimento, quanto è importante il digitale in questo aspetto? «Ci sono battute che si fanno dove si immagina un futuro in cui la stampa servirà solo per promozionare operazioni online. Io penso che il digitale aiuti molto il mondo dell’advertising e che avrà sempre più un ruolo centrale, specialmente grazie alla diffusione degli smartphone e dei tablet, e credo anche che la contaminazione della comunicazione “Above the line” (stampa, radio, televisione, affissione) sarà sempre più evidente, ma non per questo tutta la comunicazione deve necessariamente divenire digitale». Ha realizzato una campagna di comunicazione per Coor Down (Coordinamento nazionale associazioni delle persone con sindrome di Down), senza l’utilizzo di immagini shock ed è riuscito comunque a compiere un lavoro di forte impatto. Si riesce ancora a lavorare per il sociale? «Si deve ancora lavorare per il sociale. Saatchi & Saatchi nella storia ha realizzato grandi campagne sociali che hanno funzionato molto bene. Credo sia nel dna di questa agenzia saper comunicare in modo efficace anche in questo settore». Quali progetti per il futuro? «Continuare così».

Sempre in Saatc hi & Saatchi ricopre il ruolo di direttore creativo, tornando a oc cuparsi anche di Atl co n una forte predilezione per le campagne integrate

A destra: la comunicazione per diverse aziende Sotto: Alessandro Orlandi

PIER PAOLO PUXEDDU+FRANCESCA VITALE STUDIO ASSOCIATO

C’

2006 Ent ra in Saatc hi & Saatc hi fonda la sezione ”Interac tive ” e con la sua direzione creativa la porta al 18 esimo posto delle agenzie ”Interactive” nel mondo (fonte: T he big won), prima tra le italiane

2009

di GIULIO SPACCA

è una forma di comunicazione improntata a una sorta di neorealismo della pubblicità che riesce a descrivere in pochi attimi la storia e la forza di un prodotto. Alessandro Orlandi, direttore creativo di Saatchi & Saatchi, riesce a rendere tutto questo attraverso un modus operandi che predilige la comunicazione integrata, di cui è diventato maestro. Quale formazione consiglierebbe a un giovane che vuole avvicinarsi al mondo della pubblicità? «Probabilmente sono la persona più sbagliata a cui fare questa domanda: io ho fatto studi di architettura. Questo non vuol dire che le scuole non servano, anzi devo dire che in occasione del Grande venerdì di Enzo (ex Portfolio night) di quest’anno, ho visto un discreto numero di ragazzi preparati. Intendo che le scuole possono tirar fuori o valorizzare un talento. Ma solo se il vero talento c’è». Che importanza ricopre la tecnologia nel suo lavoro? «In termini generali senza sarei un uomo morto. O forse solo un uomo più rilassato. In termini creativi, ha aperto mondi e ne è un esempio concreto il fantastico “Project Re: Brief” in cui Google ha chiesto a quattro creativi del passato di reimmaginare le loro pubblicità, adattandole ai giorni nostri e sfruttando tecnologie che non esistevano al tempo in cui le avevano pensate. E così vediamo la storica pubblicità “I’d like to teach the world to sing” del 1971 divenire un progetto con il quale le persone possono condividere messaggi grazie a distributori automatici e all’aiuto della rete, attraverso migliaia di chilometri. Ovviamente il tutto

Fo nda Fishouse che in poco tempo si im pone sul merc ato come atelier creativo


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la storia della lira

PIER PAOLO PUXEDDU+FRANCESCA VITALE STUDIO ASSOCIATO

nella

repubblica Italiana

le Ultime Coniazioni Dalla Zecca dello Stato, la nuova emissione celebrativa dedicata alla Lira realizzata in oro dal materiale creatore originale. Gli esemplari della Collezione LA STORIA DELLA LIRA - LE ULTIME CONIAZIONI sono coniati in oro fondo specchio nelle dimensioni originali e nel loro ultimo anno di emissione.

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Il tributo più prezioso alle ultime monete che abbiamo tenuto fra le mani prima dell’avvento dell’Euro. www.editalia.it

800 014 858 numero verde


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IL LIBRO

E TUTTI VISSERO FELICI C’è un neocontadino delle mie parti, in Sabina, che non termina un discorso senza imprecare al dio quattrino. Ai suoi guasti e alle sue fole, seguite da folle sempre più vaste di seguaci. Al denaro Vassalli dedica la sua ultima fatica, Comprare il sole. Come a dire qualcosa di là dal possibile, secondo l’antica consapevolezza toscana. Ma l’ipertrofico strapotere dei soldi – l’unica vera trascendenza che abbiamo saputo costruirci in vari millenni di storia nota, sottolinea il nostro – oggi appare senza confini. Tanto più in tempi di crisi come questa. Ma quando mai un tempo non è di passaggio, separazione, crisi, appunto? Se l’Occidente è a pezzi (ma altrove non se la passano poi tanto meglio) è perché è entrato in crisi un sistema basato sul denaro, misura di tutte le cose, senza che nulla al di là di mere illusioni l’abbia saputo sostituire. Vassalli racconta la favola dolceamara di questo tracollo nello stile discorsivo e dialogico, quasi pedagogico, a cui ci ha abituati da molti anni in qua, con buona pace dei nostalgici delle esuberanze lessicali dei suoi primordi. Anzi, come già nell’ultimo Le due chiese, pare divertirsi a scarnificare ancora di più la parola, renderla scevra d’ogni dipiù, come lo scultore con la materia. Plasma storie essenziali, Vassalli, semplici e forse ciniche, capaci di andare al cuore dell’oggi. Qui c’è una signorina come tante, tale Nadia, che vince al lotto una cifra superiore a ogni fantasia – il sogno di tutti, dopotutto – e taglia i ponti con un passato fatto di nulla per inoltrarsi in un futuro impastato di niente ancora più cupo. In una girandola di morti e sogni infranti, la protagonista abbandona una misera esistenza normale senza aver modo di entrare a far parte del club dei poveri ricchi. Ma è una favola, e come tale le si addice il lieto fine, anche se si tratta di una felicità farlocca come questi tempi di palta e moneta. Ché Vassalli non è censore: a lui quest’oggi basta narrarlo, non giudicarlo. Così, tutti vivranno felici e contenti, nonostante la crisi. E, dopo di noi, il diluvio. Come alle origini.

NONADIO,NÉ ALLARAGIONE MAAISOLDI Il denaro è l’unica vera trascendenza della nostra storia Parola di Sebastiano Vassalli che al divino quattrino dedica l’ultima opera in uscita a settembre: Comprare il sole Una favola amara sulla crisi che attraversa l’Occidente di MAURIZIO ZUCCARI

«L

a letteratura non può descrivere la città metafisica del denaro, come non può descrivere Dio. Perché sono probabilmente la stessa cosa, qualcosa di collegato. Lo diceva già Shakespeare, ci sono cose tra cielo e terra che non possono essere raccontate. Il denaro è una di queste. Del resto fino a non molto tempo fa aveva una sua materialità, ora sono numeri che viaggiano da un continente all’altro». Nel cortile “dugentesco” dell’ex ospedale maggiore, fianco alla via Francigena, Sebastiano Vassalli mette le mani avanti. Il gallo in cima al campanile della basilica di Sant’Andrea svetta immobile nell’afa di Vercelli e lui si asciuga il sudore nel raccontare l’ultimo libro, dove a dispetto delle sue parole ha cercato di acchiappare la natura dei soldi per la coda, con una storia semplice ai tempi della crisi: Comprare il sole. «È un proverbio toscano per dire una cosa impossibile: una favola e un’amara riflessione sul denaro, l’unica vera trascendenza che siamo riusciti a costruirci in 4-5mila anni di storia. Il nostro percorso conosciuto ci ha portati a inventarci molti dèi in cui più o meno crediamo, per cui ci siamo più o meno combattuti. Invece ora ci troviamo con qualcosa che ci sovrasta. Il denaro è diventato l’equivalente non solo del lavoro, come sosteneva Marx, ma il nume tutelare di tutte le cose che determinano le nostre azioni, lo vogliamo o no». La protagonista della storia, Nadia, dice a

un certo punto: “il denaro è l’equivalente di tutto”. Da sterco del demonio, secondo i mistici medievali, a misura di tutte le cose. «Sì, ecco, più ci riflettiamo più arriviamo lì, è qualcosa che sfugge anche a chi ha fatto studi di economia. Viviamo in un momento in cui si impongono certe riflessioni, questa è una crisi d’identità di un sistema basato sul denaro. Credevamo fosse basato su Dio, non sto a dire questo o quello ma comunque una trascendenza divina, o sulla ragione, sullo sforzo settecentesco di controllare razionalmente i fenomeni che ci riguardano, ma è proprio questo che ci sta sfuggendo di mano. È come in certe storie di fantascienza dove il robot sfugge all’uomo». “La vita bisogna imparare a viverla in quanto tale, senza scopo né senso”, dice un altro dei personaggi, Alessandro. «Se volessimo rappresentare la nostra vita dovremmo utilizzare l’immagine di uno che tira pugni al buio, contro non si sa cosa. Una delle nostre grandi illusioni è poterle dare un senso ma non ci sono scopi, sarebbe da saggi capirlo ma nessuno, a partire da me, è in grado di farlo». La caduta delle ideologie è un altro aspetto del romanzo che è un po’ una costante dei suoi lavori: siamo tutti orfani delle illusioni. «Caspita, in questa crisi del sistema occidentale – perché è solo questa metà del mondo che credeva di essere cresciuta con Dio, con la scienza o con la ragione, invece lo era col denaro e dobbiamo cominciare a farci i conti – lottando più o meno consapevolmente ci siamo costruiti tante di quelle


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Dan Tague ”Holy shit”, 2011

IL BRANO

A pagina 88: Sebastiano Vassalli foto dell’autore

Sebastiano Vassalli Comprare il sole Einaudi 184 pagine 18 euro

I SOLDI SONO TUTTO

illusioni: non so, il diritto al lavoro o alla salute. La realtà è che l’essere umano non ha nessun diritto, se non ciò che si è costruito con le sue mani e nella misura in cui lo controlla, che è molto labile. Il diritto di mangiare ce lo siamo conquistato perché tiriamo fuori il portafoglio e paghiamo. Viviamo in un mondo così». Quindi tutto si risolve in un’ottica individuale, non vede uno stato che possa e debba tutelare determinati diritti? «Che dio ce ne scampi e liberi. In un mio libro ho citato un manifesto che Lenin fece affiggere all’indomani della rivoluzione, c’era un pugno e la scritta: con mano di ferro costringeremo gli uomini a essere felici. Eh, s’è visto com’è finita. Anche quello è stato un nodo delle illusioni». Lei non crede affatto alle libere scelte, si affaccia anche il destino, qua e là tra le pagine. «Facendo questo mestiere da cinquant’anni sono obbligato a riflettere sulle storie degli altri e mi sono convinto che al momento in cui veniamo al mondo l’80 % è scritto. Ci sono dei margini per la volontà, poi uno può avere tutti i semafori verdi ed essere un cretino ma anche così non cadrà mai in basso come chi è nato malissimo e magari è un genio. Il destino, chiamiamolo così, è l’imponderabile che ci accompagna dalla nascita ed è determinante. Non sono nemmeno ateo, già esserlo vuol dire fare scelte non indifferenti, avere delle certezze tutto sommato abbastanza risibili, come lo sono quelle opposte, anche se aiutano a vivere». Al bando le certezze, ma come fa l’essere

umano a vivere senza sogni, illusioni, miti? «Nessuno ci impedisce di sognare, l’errore è quando ci si crede al punto tale da voler imporre le proprie illusioni agli altri. Senza perderci nei massimi sistemi, dico solo che ci vuole senso della misura, vanno bene miti e sogni, di qualcosa ci dobbiamo riempire la vita, basta non trasformarli in cose concrete. Non prendiamoci per i fondelli. Comunque tutta la mia riflessione nasce dai soldi, da questa entità ormai immateriale. Anche i diritti che ci siamo costruiti a partire dall’‘800: le dieci ore di lavoro diventate otto e poi niente, il diritto all’assistenza, se viene a mancare l’entità metafisica che li tiene in piedi crolla tutto. Questo non significa vedere solo rovine, la gente continua a vivere non molto peggio, ma le certezze che si era costruite non stanno più in piedi. Avrai anche il diritto al benessere, ma non c’è più il benessere. Eri convinto di avere un posto solidissimo, invece arriva uno e dice: si chiude. Marx diceva che dietro al denaro c’era il capitalista, ma pure lui è fragile e sopra a tutti c’è questa entità che abbiamo costruito e va indipendentemente dalla nostra volontà». Una sua vecchia poesia, I tramonti, recitava: “Non ci sono passati da salvare. Basta lasciarsi andare, tramontare”. È così? Non resta niente di questo tramonto dell’Occidente? «Ci sono tantissime cose da salvare, ma questo è un consommè di tramonti, un concentrato che si spera non definitivo, riguarda una fase storica e non la persona come quel

”Nadia pensava e pensava. Pensava al suo passato alla ricerca di un impiego e al suo futuro che, con ogni probabilità, sarebbe tornato a essere simile al passato. Pensava a quella somma di ventuno milioni, che sfiorandola le aveva cambiato la vita e aveva anche cambiato i destini di tante altre persone. C’era chi era morto, chi si era arricchito, chi aveva tentato il suicidio. Si era detta: «I soldi non sono soltanto l’equivalente del lavoro. Sono l’equivalente di tutto». «Dentro ai soldi ci siamo noi con le nostre vite, con i nostri amori e i nostri odii, con la nostra fortuna e la nostra sfortuna, con i nostri difetti e le nostre virtú». «Il denaro, in terra, è ciò che in cielo dovrebbe essere Dio. I soldi sono Dio». Le sembrava di avere compiuto un viaggio: un grande viaggio!, dentro ai misteri della vita, e avrebbe voluto parlarne con il suo amico Alessandro, il filosofo. Ma Alessandro non rispondeva al telefono o se anche rispondeva era soltanto per dirle che non potevano incontrarsi e non potevano nemmeno parlarsi, perché se Cerbero fosse venuta a saperlo… (Cerbero, nell’antichità, era il nome di un mostro mitologico, guardiano del regno dei morti. Nell’epoca di Alessandro, era il soprannome dell’ultima arrivata tra le sue donne: una certa Samantha ex campionessa di nuoto, che si era messa in testa di liberarlo dai vizi e di costringerlo a diventare virtuoso)”.


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tramonto della mia preistoria che era ciclico, riguardava il giorno per giorno. Ma io non vedo un mondo di rovine, la mia non è una visione pessimistica o nichilistica, guardo il controllo che abbiamo o pensiamo di avere sul mondo che è così: nonostante tutto abbastanza gradevole, non c’è nessuna guerra atomica, i ristoranti continuano a essere pieni, anche se meno che in passato. Il problema che c’è dietro a questa favola è capire che il meccanismo va per i fatti suoi e non per conto nostro, siamo in balia di forze oscure che abbiamo inventato noi stessi». Una specie di Moloch. Ma non teme di offrire una visione troppo cinica della realtà? La letteratura ha il compito di offrire miti, costruire narrazioni capaci di andare oltre l’immediato presente. «L’orizzonte non solo della letteratura, ma di tutte le arti, in definitiva è il realismo. Ci siamo inventati le arti astratte ma stringi stringi viviamo in un mondo che ha determinate caratteristiche, in un contesto da cui non possiamo allontanarci completamente. Una letteratura di pure lettere e suoni o una pittura puramente astratta possono esistere per determinati periodi ma non vanno da nessuna parte. Non si tratta di essere pessimisti o ottimisti, ma realisti. Per la prima volta, forse, dopo aver costruito tante trascendenze abbiamo dato vita a una trascendenza reale, capace di condizionare l’intero sistema». La città metafisica del denaro può essere raccontata da altre forme d’arte, se non dalla letteratura? «No, nessuna forma d’arte sa raccontarla. Oddio, tutte le arti ci possono portare vicini alla verità ma la parola resta tutto sommato lo strumento più adatto a scoprire qualcosa. Tutto nasce da lì e quel poco che possiamo sapere finisce lì. Ma anch’io sono pieno di dubbi, non so se sia stato giusto o sbagliato girare attorno a questa entità. Perché, come ha detto lei, la letteratura dovrebbe anche fornire dei miti, delle prospettive. La gente vuole essere consolata e forse è questo che bisognerebbe fare. Io ho questo viziaccio di voler cercare di capire la realtà. Forse mi deriva dal fatto di essere

CREDERE DI AVERE DEI PUNTI FERMI, D’APPOGGIO, È LA PIÙ FOLLE DELLE ILLUSIONI CON L’INSTABILITÀ BISOGNA IMPARARE A CONVIVERE E A NAVIGARE. L’UNICA POSSIBILITÀ PER LA LETTERATURA NON STA NEL RACCONTARE STORIE DEL PASSATO MA FUORI DAL TEMPO

L’AUTORE Settant’anni pieni di storie Nato a Genova il 24 ottobre 1941 da madre toscana e padre lombardo, Sebastiano Vassalli si trasferisce presto a Novara, dove vive. Laureato in lettere a Milano, discutendo con Cesare Musatti una tesi su La psicanalisi e l’arte contemporanea, negli anni Sessanta e Settanta si dedica all'insegnamento e alla ricerca artistica e letteraria nell’ambito della Neoavanguardia, con il Gruppo 63. Tra i suoi romanzi più recenti, oltre a La chimera (premio Strega 1990) Amore lontano, La morte di Marx e altri racconti, L’italiano, Le due chiese, tutti pubblicati con Einaudi. È commentatore sul Corriere della Sera. Nel 2011 la rivista Microprovincia gli ha dedicato un numero speciale in occasione dei settant’anni e l’anno prima l’editore Roberto Cicala ha pubblicato per Interlinea l’autobiografiaintervista a cura di Giovanni Tesio: Un nulla pieno di storie.

nato in un’altra Italia, in un momento storico in cui ci si ponevano delle domande. Se uno non era un cretino integrale si chiedeva perché. Ma son tutti discorsi che ci porterebbero lontani. Questo difetto di arrovellarsi, se è un difetto, per trovare il bandolo di una matassa che non c’è, tutto questo cercare. Oggi la letteratura non premia le grandi domande, lo constato senza polemiche, vive bene tutto ciò che è in superficie». A ottobre compie settantuno anni. Un bilancio, se se la sente. «Se mi guardo indietro vedo di essere nato in un momento di incertezza assoluta, la crisi d’identità seguita alla Seconda guerra mondiale è stato un unicum nella storia del mondo, non solo nostra. Ho assistito a duetre giravolte dell’asse terrestre. Trarne un bilancio? Forse la lezione maggiore è che credere di avere dei punti fermi, d’appoggio, è la prima e la più folle delle illusioni. L’ultimo poteva essere il denaro: c’è un passo, mi pare di Gogol, dove si dice che l’unico a non tradire è il centesimo, per insegnare a risparmiare. Ecco, ci siam giocati pure quest’ultima certezza. Il mio bilancio è che con l’instabilità bisogna imparare a convivere e in qualche modo a navigare. Riguardo alla mia opera comincio a capire adesso, anche se potevo farlo prima, che la letteratura già nel Novecento non aveva più le possibilità del secolo precedente. I grandi dell’‘800, da Dickens a Stendhal, a Dostoevskij, ci hanno insegnato a capire noi stessi, il mondo. Questa forza nel ‘900 è venuta meno, gli autori del secolo scorso non c’insegnano grandi cose, sono soprattutto maestri di stile. Oggi non ce n’è nessuno, gli ultimi grandi sono Gadda, Joyce, ma andiamo nel formalismo, la letteratura non morde più. I miei risultati migliori li ho ottenuti con libri che raccontavano vicende del passato ma mi sono ribellato per anni all’etichetta del romanzo storico. Il problema di chi scrive romanzi nel presente da una parte è che il romanzo non ha più gli strumenti per scendere a fondo nell’oggi, per raccontarcelo in modo vero, dall’altra è che le cose migliori, chissà perché, vengono fuori da vicende del passato. Ecco, la riflessione che mi sento di fare oggi, ma ci arrivo un po’ tardi, l’errore che ho fatto anch’io, è l’accettare questa contrapposizione tra raccontare il presente e la storia. L’unica possibilità per la letteratura non sta nel raccontare storie del passato ma fuori dal tempo: lontane o vicine ma che in qualche modo si astraggano dal presente in cui viviamo. L’alternativa non è il passato in quanto tale ma una dimensione universale». l’intervista integrale su www.insideart.eu


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ESSENZE RICCHE DI NOTE ARTISTICHE Juarez Machado e i profumi di Eisenberg Le confezioni disegnate dal fumettista di CAMILLA MOZZETTI

L’

odore subito ti dice senza sbagli quel che ti serve di sapere; non ci sono parole, né notizie più precise di quelle che riceve il naso», scriveva Italo Calvino nella raccolta di racconti Sotto il sole giaguaro, evidenziando con poco l’importanza dell’olfatto rispetto agli altri sensi. E a pensarci bene è proprio così. Solo l’olfatto resiste al trascorrere del tempo; nessun ricordo viene sfocato dal potere evocativo di un profumo, nessuna informazione colpisce con più violenza la mente di qualsiasi sapore e odore, anche sgradevole. Un profumo ti fa conoscere una persona e riesce a farlo in maniera più dettagliata di qualsiasi presentazione. Un profumo ti attrae o ti ripugna, un profumo scuote la mente e apre i cassetti dei ricordi. Un profumo acquista le fattezze del mito, quando a indossarlo è Marilyn Monroe che, si narra, fosse solita andare a dormire con addosso solo due gocce di Chanel numero 5. E allora, considerate queste possibilità, fare di un profumo anche un’opera d’arte potrebbe avere le sue ragioni. Ci riesce Juarez Machado, pittore e illustratore brasiliano di nascita e francese – vive come ogni buon artista che si rispetti a Montmartre – d’adozione. Ebbene, Machado ha disegnato le confezioni della nuova linea di profumi di José Eisenberg, fondatore dell’omonima “maison” di Parigi interamente dedicata alla bellezza. I caratteri della ricerca di Eisenberg si concentrano principalmente sulla combinazione di molecole di rigorosa origine naturale. Nei prodotti che portano il suo nome – compresi i profumi – sono vietate le sinergie chimiche. La nuova linea, intitolata “L’art du parfum” si compone di


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A sinistra: le tavole di Juarez Machado della linea “Art du parfum” A destra: una confezione Sotto: Juarez Machado (a sinistra) e José Eisenberg

L’ARTISTA La prima mostra nel 1964 Juarez Machado è nato a Joinville, in Brasile, il 16 marzo 1941. Oltre a dedicarsi ai fumetti e alla pittura, è anche uno scultore, disegnatore, caricaturista, designer, scenografo, scrittore, fotografo e attore. Fortemente influenzato dal padre, si avvicina giovanissimo all’arte iscrivendosi nel 1954 alla scuola di Musica e Belle arti di Paraná, a Curitiba. La sua prima mostra risale al 1964, anno in cui inizia la sua fortunata attività d’artista che lo porterà a esporre in Europa e negli Stati Uniti. Illustratore di talentuosi libri per l’infanzia come ”Ida e volta”, Machado vive a Parigi dal 1986. Info: www.jmachado.com

tredici fragranze per uomini e donne, acquistabili per il momento solo da Sephora che ne detiene l’esclusiva. Le singole fragranze hanno ispirato, proprio a seconda dell’intensità e del tipo di profumo, la matita del disegnatore brasiliano. Nascono così tredici storie, improntate principalmente sui rapporti tra uomo e donna: amore, ossessione, rispetto, adorazione, pura e semplice passione. Un’unione, quella tra Eisenberg e Machado, che testimonia uno di quei rari momenti in cui le arti combinate raggiungono la loro pienezza ed efficacia. «Non ho fatto altro se non immortalare sulle tele l’emozione che ogni profumo di Eisenberg mi suscitava», afferma l’artista capace di dare forma e materia all’eleganza di un’essenza. Ogni creazione ha, poi, un titolo che racconta l’anima del disegno, i volti che lo compongono. Uno stile e un tratto grafico, quello di Machado, per molti accostabile all’espressionismo di Max Beckmann e di Ernst Ludwing Kirchner ma anche a quello di Jack Vettriano nella sua forma più ardita. Colori forti per figure decise e possenti, donne tutt’altro che longilinee, ma comunque eleganti, raffinate e truccatissime, accanto a uomini dai capelli brillanti e dalle mascelle squadrate. Figure sospese in un altrove lontano dalla contemporaneità che si avvicinano di più a modelli del primo Novecento in pieno stile Belle epoque. Unico difetto è il prezzo del prodotto. Benché sul mercato esistano fragranze molto più care, un flacone da 100 ml costa ben 119 euro. Ma si sa le cose “belle” hanno un prezzo. Se poi oltre al profumo puoi vantare una raffinata opera d’arte in miniatura, la gravità della spesa diventa relativa.


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DURA E CRUDA REALTÀ

Esce ”Reality” di Matteo Garrone, Gran premio della giuria all’ultimo Cannes Illusione e ossessione gli ingredienti della favolistica pellicola ambientata a Napoli

di CLAUDIA CATALLI

U

nico italiano in gara all’ultimo festival di Cannes, sotto l’egida artistica del presidente di giuria Nanni Moretti ha portato a casa il Gran premio della giuria, a cui è seguito il premio Europeo ai nastri d’argento. Matteo Garrone è abituato a riconoscimenti prestigiosi e forse un po’ se li aspettava per il suo “Reality” (nelle sale dal 27 settembre), pellicola più fiabesca che graffiante sul sogno infranto di un uomo qualunque. Un pescivendolo del Sud, interpretato dall’ergastolano Aniello Arena, fa un provino per il Grande fratello e, nella vana attesa di ricevere la fatidica chiamata per entrare nella casa, si ammala ogni giorno di più. Illusione, speranza e ossessione: un mix che gli sarà letale e ricorda a ogni spettatore la vacuità di certi ideali,

nati dalla smodata voglia di evadere dalla miseria quotidiana. «Volevo un piccolo film che mi aiutasse a superare l’empasse in cui mi trovavo dopo il successo di Gomorra», dichiara Garrone quasi per scusarsi della mancata indagine e analisi approfondita dei retroscena del mondo dei “reality”. Ci si aspettava un altro film di denuncia. «Invece io miravo proprio all’opposto: non era nel mio intento una pellicola “contro” un certo tipo di sistema o di visione, volevo solo ritrovare la leggerezza e il piacere di divertirmi nel realizzare quella che può essere considerata una fiaba, dove il protagonista è una sorta di Pinocchio moderno». Una fiaba decisamente amara, non trova? «Quando racconto una storia non sempre riesco a capirne la drammaticità, me ne accorgo solo a film finito. Questo è un viaggio

agli inferi del personaggio che perde la sua identità, in realtà mi sono ispirato a una storia realmente accaduta: molto è stato reinventato e riadattato ma le scene più improbabili, come quella del grillo (realizzata in 3D, ndr), sono successe veramente». Torna a raccontare le contraddizioni di Napoli, come mai? «È una vicenda che può accadere ovunque, dappertutto si avverte il desiderio di cambiare la propria vita per insoddisfazione o per un sogno ma Napoli è una città che continua ad affascinarmi, così ricca di contrasti e di luoghi ancora legati al passato che stridono con il presente. Comunque il filo conduttore del film resta l’Italia di oggi». E la famiglia, che nel suo film implode insieme alle illusioni di una vita migliore.

IL REGISTA L’esordio nel ‘97 con Terra di mezzo, poi Gomorra 1968 Nasce a Roma il 15 ottobre dal critico teatrale Nico Garrone e dalla fotografa Donatella Rimoldi

1996 Vince il Sacher d’oro con il cortometraggio ”Silhouette” che nel ‘97 sarà uno dei tre episodi del suo primo lungometraggio Terra di mezzo

2002 Firma il suo quarto film che gli vale un successo di critica e l’inizio della collaborazione duratura con la Fandango di Domenico Procacci: L’imbalsamatore

2008 Sopra: la locandina di “Reality” A destra: Matteo Garrone a Cannes foto Ap/La presse Piergiorgio Pirrone Nella pagina successiva: il cast del film

Gomorra fa incetta di premi: prima il Grand prix a Cannes, poi una serie di riconoscimenti agli European film awards e una nomination al Golden globe

2012 È l’unico italiano in concorso al festival di Cannes e vince un altro Grand prix della giuria con la pellicola ”Reality”


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LA SCOMMESSA STILISTICA ERA TROVARE LA SOTTILE LINEA TRA SOGNO E REALTÀ. PARTO DA UN APPROCCIO DI REALISMO MA NON MI SENTO UN AUTORE REALISTA

«La famiglia qui è il detonatore: il contagio nasce dalla famiglia stessa. È come se il protagonista non fosse l’unico responsabile della sua malattia. La colpa piuttosto, se di colpa si può parlare, è del tessuto sociale in cui è inserito. E anche qui, non si tratta solo della napoletanità ma di qualcosa di slegato dall’ambiente e più trasversale. In fondo ho capito il personaggio che racconto e ho voluto sperare con lui, cercando quindi di creare un legame, senza giudicarlo mai». A Cannes ha definito il protagonista Aniello Arena un fortunato incrocio tra Robert De Niro e Totò: come è arrivato a sceglierlo? «In realtà già lo volevo in Gomorra ma il magistrato non mi aveva dato il permesso. A me piace scegliere volti e corpi adatti alla storia che racconto, non mi interessa che siano conosciuti. Aniello recita da dodici

anni in una compagnia di detenuti, la compagnia della Fortezza di Armando Punzo, è in prigione da diciotto ed esce solo per fare tournée con la compagnia: il suo sguardo disorientato e incantato sul mondo circostante ha senza dubbio impreziosito il personaggio. “Reality” è il suo primo film per il cinema: di giorno lavorava sul set, la sera tornava in carcere e nel frattempo soffriva per la fine che faceva il suo personaggio, con cui era entrato in grande simbiosi». L’ultima curiosità è sullo stile del film, a tratti onirico a tratti estremamente reale: come ci ha lavorato? «La scommessa era proprio trovare la sottile linea tra sogno e realtà. Parto sempre da un approccio di realismo, ma non mi sento un regista realista: parto dalla realtà solo per trasfigurarla verso il favolistico».


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ostmoderno. Erano gli anni Ottanta, per la precisione il 1981, quando un filosofo francese, tale Jean-François Lyotard, scriveva un trattato per dire in maniera carina che eravamo nella merda. O, quanto meno, che il mondo fino ad allora conosciuto non era lo stesso che conosciamo noi. Sostanzialmente fusione, sconfinamento, eterogeneità e perdita di ogni centro, come a dire: «È il postmoderno, bellezza». Questi sono gli aggettivi più usati dal filosofo per descrivere la strana condizione oltre la modernità. Da allora le cose non sono poi tanto cambiate. C’è chi dice che il movimento non è mai esisto, o che è sempre esistito e quindi non caratterizza un bel niente. Fatto sta, che il 26 settembre parte il Roma Europa festival, manifestazione che impersonifica le teorie di Lyotard. È del 1985 la prima edizione della rassegna ideata da chi pensava di ballare sopra le ceneri di un mondo, a detta di alcuni, finito. Per la ventisettesima volta, quindi, la capitale diventa teatro di una fusione sconfinata fra le varie arti: danza, teatro, musica, video, “performance” e arti visive si amalgamano senza posa per due mesi fino al 25 novembre sotto la direzione di Fabrizio Grifasi. «In un periodo di profonda crisi come quello che stiamo vivendo – dice Monique Veaute, presidente della fondazione Roma Europa – dobbiamo rimanere uniti, andare avanti tutti insieme per dare un segnale positivo: creare e continuare a cercare alternative». Il centenario della nascita e il ventennale della morte di John Cage sono le occasioni perfette per celebrarlo in tutte le salse. Il poliedrico artista è in qualche modo simbolo stesso del festival, data la sua natura di grande sperimentatore. Dopo essersi diplomato al conservatorio in composizione, rivoluziona la musica stravolgendo il concetto di silenzio inteso non come assenza di suoni, ma come presenza diversa dei suoni stessi. Coreografo e artista, ha avuto contatti con i più influenti creativi dell’epoca tra cui Nam Jun Paik, protagonista della videoarte, ricordato, anche lui, nella manifestazione capitolina. E poi danza con esponenti più o meno noti, provenienti da tutte le parti del mondo. Stessa cosa possiamo dire per il teatro che va da spettacoli sperimentali come Soprattutto l’anguria di Massimiliano Civica a quelli più tradizionali. Insomma, ogni pagina del ricchissimo calendario della manifestazione sembra ribadire: «È il postmoderno, bellezza». Info: www.romaeuropa.net Francesco Angelucci

ROMA EUROPA FESTIVAL AL VIA Riparte la rassegna capitolina diretta da Fabrizio Grifasi Celebrato quest’anno l’estro creativo di John Cage

Soprattutto l’anguria di Massimiliano Civica A sinistra: Danza in vetrina foto Dario Bonazza


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LA MANIFESTAZIONE Danza urbana e d’autore Dal 7 al 16 settembre i luoghi più significativi di Ravenna ospitano la 14esima edizione di Ammutinamenti festival di danza urbana e d’autore, a cura dell’associazione Cantieri, con la direzione artistica di Monica Francia e Selina Bassini. Novità di questa edizione i laboratori pensati per offrire ai giovani danzatori uno spazio di confronto con autori emergenti. Info: www.festivalammutinamenti.org

S Nuova edizione di Ammutinamenti La codirettrice Selina Bassini: «Si esiste attraverso la creatività»

RAVENNA BALLA SOTTO LE STELLE

perimentazione e apertura verso le nuove generazioni. Con questi propositi Monica Francia e Selina Bassini hanno ideato e sviluppato la quattordicesima edizione del festival Ammutinamenti, un turbine creativo di eventi e spettacoli che hanno l’obiettivo di invadere e scuotere la città di Ravenna. “Darsena dance raids”, Vetrina dei giovani e Videodance sono le tre principali sezioni in cui si articola la manifestazione: dalla presenza delle grandi compagnie di danza all’immagine in movimento passando per la formazione dei giovani, la voglia di favorire il ricambio generazionale (sia degli artisti che degli spettatori) guida lo spirito delle direttrici artistiche. Novità di questa edizione i laboratori pensati per offrire ai giovani danzatori un’opportunità reale di scambio. «Il festival di danza urbana e d’autore Ammutinamenti – dichiara la codirettrice Selina Bassini illustrando la genesi e le novità del festival – nasce nel 1999 come sfida poetica di non rigettare un termine così poco “politically correct” ma piuttosto rigenerarlo, sottraendolo al suo contesto guerrigliero per farne un’occasione di riflessione, per sottolineare come si possa comunicare il proprio disagio, il proprio esserci nel mondo, il proprio esistere attraverso la creatività». Ma oggi in Italia può un evento culturale assumere anche un valore progettuale? «La danza di Ammutinamenti – prosegue la Bassini – assume valore se è capace di essere motore propulsivo di nuove esperienze spettacolari, se riesce a creare nuovi codici e modalità performative, se si fa promotrice di innovazione nel linguaggio coreografico e fucina di un modo alternativo di concepire e proporre lo spettacolo dal vivo. Il nostro modello partecipativo, che ha portato alla costituzione di un network nazionale di operatori attenti alla giovane danza d’autore, Anticorpi Xl, è la testimonianza di come una crescita di interesse, economica e culturale, possa avvenire solo a fronte di un lavoro costante e capillare sul territorio che prevede precise strategie di formazione del pubblico, di reperimento delle risorse e di progettazione culturale». Protagonista importante della manifestazione è la città di Ravenna che dialoga in maniera produttiva con la rassegna. «Il teatro e gli spazi urbani – conclude la direttrice – diventano all’interno del festival luoghi per la danza, per catturare efficacemente il pubblico e trasformare la loro funzione sociale, attraverso strategie comunicative alternative capaci di offrire allo spettatore una differente qualità esperienziale. Diventa, così, un’urgenza estetica del festival inventare o ridefinire nuove forme di rappresentazione, capaci di coinvolgere maggiormente il pubblico. Anche i laboratori, novità di quest’anno, sono stati pensati in quest’ottica di scambio e crescita artistica e umana per chi vi partecipa». Giorgia Bernoni


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Il cantante Umberto Sulpasso è alla guida della band italoamericana Urock Quattordici brani che vantano la collaborazione di Alan Parsons e Jack Endino

UNA PARTENZA A STELLE E STRISCE di SIMONE COSIMI


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A destra: Alan Parsons A sinistra: Umberto Sulpasso con Jack Endino Nella pagina precedente: la copertina dell’album

CI SONO COSE CHE NASCONO IN MANIERA STRANA E QUESTO LAVORO È SALTATO FUORI COSÌ, PER LA SOLA VOGLIA DI FARE MUSICA, SENZA NESSUN CALCOLO

IL DISCO Album d’esordio Realizzato negli ultimi tre anni fra gli Stati Uniti e l’Italia, Urock è l’album d’esordio dell’omonima band italoamericana capitanata da Umberto Sulpasso. Prodotto col contributo di Alan Parsons (Pink Floyd, Beatles, The Alan Parsons Project) e Jack Endino (Nirvana, Soundgarden) è distribuito in Italia da Audiglobe. Quattordici brani, con un cameo di Remo Remotti, per un mix un po’ sbilenco di hard-rock, pop e arrangiamenti heavy-metal. Gli Urock sono Umberto Sulpasso alla voce, Cristian Murasecchi alle chitarre, Giuseppe Mangiaracina al basso. Insieme a loro collaborano Riccardo Macri, Vieri Baiocchi e Cristian Buccioli. Info: www.uroc kband. com

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e uno come Jack Endino, chitarrista e produttore che ha inventato il suono “grunge” e, fra l’altro, prodotto l’inarrivabile Bleach dei Nirvana nel lontanissimo 1989, apre le porte dei suoi mitici studi a una semisconosciuta band con base a Roma, allora qualcosa bolle in pentola. «Quest’album è davvero forte – ha twittato nei mesi scorsi il musicista di Seattle – e Umberto è un grande cuoco». E via dicendo, tanto per dare l’idea dei “feedback” raccolti dagli Urock, strana creatura mezza statunitense e mezza italiana che ha preso il volo nelle ultime settimane grazie all’omonimo album d’esordio, il cui singolo “Saint Louis” ha scalato le classifiche digitali di itunes. E, appunto, a due padri adottivi come Endino e (tenetevi forte) Alan Parsons – autentico guru della musica contemporanea, basti citare i Pink Floyd di “Dark side of the moon” – che li ha voluti nel suo studio insieme al cantante del suo celebre e omonimo Project, Paul Josef Olsson. «È stato molto divertente lavorare con questo gruppo – ha scritto sempre sul passerotto digitale l’ex ingegnere del suono degli Abbey Road studios – e voi, ragazzi, siete degni del vostro nome. You rock». A capo della scalmanata combriccola c’è Umberto Sulpasso, cantante e musicista losangelino di padre italiano che ha definitivamente riscoperto la sua terra d’origine nel 1998, quando si è trasferito per alcuni mesi a Roma per fare il protagonista del musical “Jesus Christ superstar”. Dal soggiorno capitolino è sbocciato l’incontro con il chitarrista Cristian Murasecchi (altro italoamericano nel Belpaese per studio) e il bassista Giuseppe Mangiaracina. Il primo passo è stato subito dedicato alla scena live, in numerosi club statunitensi, inglesi e nei centri sociali nostrani e di mezza Europa. Urock, insomma, è nato fra la polvere dei

palchi. Dentro ai quattordici pezzi del disco c’è invece di tutto, sia in termini musicali che lirici: da Fernando Pessoa a Luis Sepúlveda passando per i capisaldi del socialismo caraibico, José Martí e Che Guevara. Senza dimenticare Epicuro e una spruzzata del guru 2.0 Paulo Coelho. «È un grande minestrone rock – dice Sulpasso, mamma statunitense e papà ex docente alla university of California, avanti e indietro con Los Angeles – ci sono cose che nascono in maniera un po’ strana e questo disco è saltato fuori così, per la sola voglia di fare musica, senza calcoli di nessun tipo. Anche il nome, che poi ci ha fatto penare perché volevano pure rubarcelo, è nato per caso via e-mail, un po’ come gli incredibili incontri con Endino e Parsons». Ed è infatti un lavoro anarchico – a partire dalla copertina, che si prende gioco della Creazione michelangiolesca nella cappella Sistina – che va un po’ dove gli pare e ha il sapore dei dischi che uscivano fuori a metà anni Ottanta, da un caos artistico alla Red Hot Chili Peppers: «Mi fa piacere che citi questi riferimenti – conferma il cantante – effettivamente ci ha contraddistinto una gestazione tipica da sottobosco americano. L’approdo a due geni della musica, per quanto fortuito e da cui abbiamo imparato tantissimo, alla fine è stato anche in linea col suono che usciva dai nostri pezzi». Italiano, inglese, spagnolo: come se non bastasse, tre lingue per un album caotico ma segnato da quella confusione creativa che fa da garanzia alla genuinità artistica: «Che dirti, l’intera vicenda è un po’ misteriosa anche per noi – chiude Sulpasso – quando avremo capito meglio cosa abbiamo prodotto ti richiamerò. Per ora, ci limitiamo a prendere atto della buona accoglienza e a preparare i video che usciranno, “Saint Louis” e Automa, oltre al set dal vivo che prenderà il via il prossimo autunno».


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LAPOSADELL’ATTACCANTE: ILPROCESSOREALE ALSERVIZIODELL’APPARIRE CON UN GESTO ESTEMPORANEO CARICO DI INVOLONTARIO UMORISMO, MARIO BALOTELLI CI HA REGALATO IN UN’IMMAGINE IL RITRATTO SINTETICO ED EFFICACE DELLA NOSTRA CONFUSA, GUASTA SOCIETÀ

di ALDO RUNFOLA (ARTISTA)

Mario Balotelli foto Ap/Lapresse

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C

on un gesto estemporaneo carico di involontario umorismo, Mario Balotelli ci ha regalato, in un’immagine, il ritratto sintetico ed efficace della nostra confusa, guasta società. Solamente in quanto “ritratto”, ne parlo. Nella posa assunta dall’attaccante, istantaneamente ho rivisto le sequenze finali del Generale, il film in cui la locomotiva chiamata The general, sequestrata dai nordisti, viene recuperata in modo rocambolesco dal suo giovane macchinista, Buster Keaton, il quale può così salvare anche la fidanzata che si trovava accidentalmente sul treno al momento del sequestro. Premiato dall’alto ufficiale sudista attraverso una nuova uniforme recante i gradi di tenente e la spada del generale nordista catturato, Buster Keaton, proprio come Balotelli, non sa o non può reprimere l’impulso di mettersi in posa per l’istantanea, solo immaginata, non reale, forse sempre sognata, che fisserà nel tempo l’istante di gloria e di imprevisto fulgore nella sua vita altrimenti banale. “L’impulso all’autoesibizione – reagire con il mostrarsi all’effetto schiacciante dell’essere mostrati

NEXT STOP

– sembra comune a uomini e animali”, scrive Hannah Arendt in La vita della mente. Fino a che punto queste parole siano adeguate alla situazione attuale, ai personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport in modo particolare, senza distinzione di razza e colore, l’hanno potuto verificare milioni di spettatori contemporaneamente. Ma le società, nel corso dei secoli, si sono messe in posa sempre, a corte o nei salotti borghesi, davanti al cavalletto del pictor optimus come davanti all’obiettivo del grande fotografo. Lo scopo è invariabilmente lo stesso, posare per rendere ufficiale, a imperitura memoria, il proprio rango, il nome di una casata illustre, il potere economico della nuova aristocrazia dei capitani d’industria. Per vanità e perché funzionale al prestigio conseguito. “Non potrebbe essere”, si domanda sempre Hannah Arendt, “che le apparenze non siano al servizio del processo vitale ma, viceversa, che il processo vitale sia al servizio delle apparenze?”. Semplificando molto: un bel corpo non è un buon motivo per fare goal, ma fare goal è un buon motivo per mettere in mostra un bel corpo.

COPERTINA

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FONDAZIONI

ARGOMENTI

ARCHITETTURA UNA BIENNALE PER LA RINASCITA

FABIO VIALE LA LEGGEREZZA DEL MARMO

OFFICINE VARRONE IL CONTEMPORANEO CHE IMFIAMMA RIETI

TORNANO LE PIN UP ICONA TRASGRESSIVA DI UN TEMPO CHE FU


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UN MODERATO OTTIMISMO

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ANNO 9 # 89 SETTEMBRE 2012

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Inside Art #89