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dal Canavese al Piemonte

n°4

ISBN 978-88-95704-54-8

Poste Italiane SpA - Sped. in A.P. 70% NO/TORINO n° 2/13 - D.L. 353/03 art. 1 comma 1 DCB Ivrea - cod. SAP 31065010-001 - Stampa Tip. Bolognino, Ivrea

primavera 2013

Speciale sostenibilità

€5

• ILNONFUTURO ATTENDE

Periodico di cultura e turismo sostenibile www.inognidovepiemonte.it

Viaggi sostenibili LIMA • DA ALLE ANDE

Cultura

• L’IVREA DI ADRIANO SECOLO • UN DI CICLISMO Borghi storici

• CASTELLO DI PAVONE

Guida weekend

• CASTELLO DI AGLIÈ • PASSEGGIATE IN VAL SACRA


L’Editore Bolognino saluta il Giro d’Italia rendendo omaggio ai ciclisti di tutti i tempi IL GIRO IN CANAVE

SE

o Novecento, ciclismo, sin dal primissim i suoi intera grande popolarità del one che seppero suscitare passi alla solo non gregario), ma la si deve e mitiche, sino all’ultimo preti (dai pionieri alle figur t praticato sulle strade ha il potere di spor uno do essen che li paesi. anche al fatto grandi città come dei picco coinvolgere la gente delle a storia del ciclismo proseguire questa nostr È quindi importante, per parte delle innumerevoli una no alme gna rasse canavesano, passare in glia per le principali vese è stato campo di batta occasioni in cui il Cana1 a del martedì 21 magCome avviene nella tapp , Rivarolo, Agliè, corse professionistiche. Ciriè o l’altr tra , toccando gio 2013 da Valloire a Ivrea ate. Andr lia, che interessò Bollengo, Chiaverano e d’Ita Giro dal te men ovvia Il nostro excursus parte , quando l’ottava e prima edizione del 1909 asso e lambendo la l’area canavesana sin dalla Chiv a prim toccò no a Mila ultima tappa, da Torino verso Cigliano. Un perCanavese si diresse poi ssivi, e cioè fino parte Sud orientale del anni immediatamente succe stato ripropocorso replicato anche negli d’Ivrea, e come sarebbe Serra la e anch ndo tocca al 1912, a corsa post conflitto. esperienza, per sto nel 1919, nella prim doveva per così dire fare Erano tempi in cui il Giro ano replicate, interessando soprattutto a veniv erano rari gli non cui sovente le sedi di tapp ori izzat organ egno degli le città. E nonostante l’imp testimone diretto, proprio nella frazione cui fu , all’esordio oglio intoppi, come quello di Berg lin” “Car de one, il gran conclusiva della prima edizi e: «…È come un passaggio a livello chiuso. a tapp Non oso dire che quel giorno nella corsa to. amen sbarr di ovra una man I treni merci vi facevano certo sembrava che per il varesino Ganna, ma a pochi chilomefacessero anch’essi il tifo . Fu lì, del Destino li muovesse Ganna raggiunse il dito di Dio o la forza che , tappa, la Milano-Torino tri dall’arrivo dell’ultima tifosi che non desidendo la cena a milioni di Galetti con gli altri, salva

L

Tiziano Pa s iani to-

Nino Defilippis guida il

gruppo che passa a Ivrea

nel Giro d’Italia 1957

Ciclismo C a tra Storia

232

sera

‘consulenza’ dei quotid avvaliamo soprattutto della Tuttosport. 1. In questo capitolo ci Popolo e a Sera, La Gazzetta del rinesi La Stampa, Stamp

Prefazione d

navesano 233

e Attualità

i Franco Ba

«...Devo confessare che, pur frequentando il mondo del ciclismo fin da quando ero ragazzo, anche attraverso i ricordi di mio zio Ettore, che aveva corso trent’anni prima di me, non avevo mai sentito nominare alcuni dei corridori citati nel libro e posso quindi immaginare la certosina pazienza che l’autore avrà dovuto impiegare per riportare alla luce dati anagrafici, ordini d’arrivo e classifiche sepolti da anni sotto la polvere del tempo...».

Franco Balmamion vincitore del Giro d’Italia 1962 e 1963

lmamion


EDITORIALE di Alessandra Luciano

I

n questo numero primaverile proponiamo un itinerario tutto Canavesano… con un pizzico di compiacimento per quella bellezza “tutta intrisa nella terra” di questo angolo di Piemonte così caratteristico e così poco valorizzato. Nelle nostre pagine parliamo di due bellissimi siti architettonici che danno lustro ai borghi che li ospitano: il castello di Pavone e il castello di Agliè. Austero e ancora intriso di fascino tutto medievale il primo, elegante e sobrio il secondo, ma nonostante le differenze è proprio intorno a questi due monumenti che si concentrano, in primavera ed estate, iniziative tutte da scoprire e da vivere. C’è poi il volto novecentesco del Canavese, quello di cui la città di Ivrea va fiera, se non fosse che le idee e le aspirazioni umanistiche che stanno all’origine delle architetture olivettiane, sembrano oggi più che mai essere state dimenticate dalla storia, e da chi avrebbe dovuto e potuto raccoglierne l’eredità. Il Canavese è anche solcato da valli che si aprono tra montagne, luoghi spesso non frequentati dai più che proprio per questo serbano quel fascino autentico di territori che non sono ancora stati ridisegnati dalla “civiltà”. La Val Sacra è uno di questi “luoghi” ancora incontaminati e nel mese di maggio sugli altopiani delle catene della Quinzeina fioriscono i narcisi… In realtà ridisegnano di un candore acceso, tutto profumo e freschezza, il colore delle pendici dei monti che osservati dalle valli appaiono striati di bianco intenso, come se si trattasse di neve. Uno spettacolo che solo pochi hanno avuto la fortuna di osservare e che certo rappresenta una delle “segrete meraviglie” del Canavese.

La nostra rivista si occupa di sostenibilità, proponiamo dunque in questo numero l’appuntamento con il tema del Risparmio energetico, continuando così il discorso iniziato da tempo sulle nostre pagine, che alle questioni ambientali e climatiche dedica un’attenzione privilegiata. Quest’anno è infatti anche l’Anno Europeo dell’Aria, tema al quale ci ripromettiamo di dedicare spazio nelle nostre prossime uscite. Ci rimane il Giro d’Italia e la sua tappa qui proprio nelle nostre terre… Riscoprire il Canavese in bicicletta è un’esperienza a cui intendiamo sensibilizzare i nostri lettori, non solo per favorire un tipo di mobilità sostenibile in grado di inquinare meno e ridurre i consumi energetici di benzina e gas, ma anche con l’intento di proporre un Canavese diverso, tutto intrecciato tra sentieri di colline e strade sterrate che si inoltrano nelle campagne e nei boschi, in grado di restituire piacevoli momenti di pace. Già la pace! Un bene tutto interiore da ricercare con pazienza e gioia dentro di sé. Ma anche un bene tutto sociale, che si gode nel rispetto reciproco e nel riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni individuo… Quelli, per intenderci, che sono sanciti anche dalla nostra Costituzione, come il diritto al lavoro e alla dignità di ogni individuo. Diritti che oggi più di ieri, e in barba alle idee e agli sforzi di Adriano, sono ancora e solo più… belle parole!


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SOMMARIO

pag.

1 Editoriale

di Alessandra Luciano

SOSTENIBILITĂ 4 pag. 8 pag. 14 pag. 18 pag.

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Il futuro non attende di Giulia Maringoni Eco Pony Express di Giulia Maringoni Cooperative di educazione ambientale di Arianna Zucco Viaggio solidale. Da Lima alle Ande di Arianna Zucco

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CULTURA pag. 24

Torino con occhio Svizzero di Letizia Gariglio pag. 28 L’ivrea di Adriano di Silvia Coppo

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SOMMARIO

CANAVESE IN BICICLETTA

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pag. 36

Un secolo di ciclismo di Tiziano Passera pag. 40 Nelle terre di Coppi di Alice Fumero

BORGHI STORICI pag. 44

Il Castello di Pavone di Silvia Coppo

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InOgniDove

dal Canavese al Piemonte

n. 4 - Primavera 2013 Euro 5 Direttore Responsabile Alessandra Luciano alessandra.lcn@gmail.com

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Hanno collaborato a questo numero Silvia Coppo, Alice Fumero, Letizia Gariglio, Alessandra Luciano, Giulia Maringoni, Tiziano Passera, Arianna Zucco

GUIDA WEEKEND pag. 48 pag. 52 pag. 56 pag. 64 pag. 68 pag. 72

Il Castello di Agliè di Arianna Zucco Nel parco del Castello di Arianna Zucco Un gioiello del Canavese di Arianna Zucco La Val Sacra di Giulia Maringoni Il sentiero del Basilisco di Giulia Maringoni Incontri ad alta quota di Giulia Maringoni

Trimestrale di Cultura e Turismo sostenibile Registrata presso il Tribunale di Ivrea n. 3 del 4/7/2012 del Registro periodici Edita da Bolognino Editore Progetto grafico Graphic design - Galliano Gallo Layout e impaginazione Davide Bolognino Fotocomposizione e stampa Tipografia Bolognino via Dora Baltea, 4 - 10015 Ivrea tel. 0125 641162 - fax 0125 40332 tipografia@bolognino.it Direzione, redazione, amministrazione e pubblicitĂ Via Dora Baltea, 4 - 10015 Ivrea tel. 0125 641162 - fax 0125 40332 mob. 347 7042939 redazione@inognidovepiemonte.it Foto di copertina Ai piedi della Quinzeina in Val Sacra (foto Giulia Maringoni)

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Rivista stampata su carta certificata FSC, Forest Stewardship Council, sistema di certificazione internazionale che garantisce che la materia prima usata per realizzare la carta proviene da foreste dove sono rispettati dei rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.


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sostenibilITÀ

IL FUTURO NON ATTENDE Testi e foto di Giulia Maringoni

È un tema che coinvolge amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e privati. Anche in Canavese è al centro di ogni pianificazione sul futuro del territorio, un punto di partenza utile a declinare i concetti di sostenibilità su scala urbana, traducendoli in politiche attive ed azioni concrete


RISPARMIO ENERGETICO in canavese

L

’ambiente rappresenta una variabile di grandissimo rilievo per il comportamento degli attori sociali e in particolare degli attori economici. Imprese e consumatori sono chiamati a tenerne conto in misura sempre più significativa: le prime per scoprire nuove potenzialità del mercato oppure per riqualificare le attività tradizionali secondo modalità più sostenibili, i secondi per orientare una parte delle loro scelte secondo criteri “eco-friendly”. La riflessione sulla green neconomy è approdata anche in territorio canavesano, dove, in data 19 marzo, si è tenuto il convegno “Risparmio energetico: una risorsa per lo sviluppo di territori?”, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e gli enti locali su un utilizzo più responsabile delle risorse energetiche e ambientali, e promuovere il risparmio energetico come motore di un nuovo sviluppo economico. L’evento è stato organizzato dall’Assessorato allo Sviluppo Economico e al Lavoro, in collaborazione con la Società ENRI (Energie Rinnovabili Intelligenti Risparmio Energetico) ed il Consorzio degli Insediamenti Produttivi del Canavese. Autorevoli e di livello internazionale tutti i relatori intervenuti, tra i quali Marco Morosini del Politecnico di Zurigo, Norbert Lanthschner, Presidente della Fondazione ClimAbita, Giovanni Nuvoli della Direzione Innovazione, Ricerca, Università e Sviluppo Energetico Sostenibile della Regione Piemonte e Massimo Da Vià dell’Environment Park (Parco Scientifico e Tecnologico per l’Ambiente) di Torino.


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sostenibilITÀ

Il 15 dicembre scorso a Sant’Agostino, nel cuore dell’Emilia colpita dal sisma è stata consegnata la prima certificazione energetica ClimAbita alla nuova Scuola media

Strategia Europa 2020: piccoli passi verso l’autonomia energetica «Per trasformare e rendere efficienti le abitazioni, i luoghi di studio e di lavoro sono necessari investimenti che possono essere sostenuti da risparmi ottenibili attraverso l’efficientamento energetico stesso; questo può essere a sua volta un formidabile processo in grado di rivitalizzare le economie territoriali – ha spiegato Lantschner di ClimAbita. La fame di energia ha fatto scempi inauditi, ma l’era del fossile è ormai tramontata e non ci resta che rassegnarci al fatto di essere giunti in un punto di non ritorno». L’Europa, per arginare la catastrofe, ha

Nella pagina precedente: Il prof. Norbert Lanthschner, Presidente della Fondazione ClimAbita

Nuovo edificio della ditta Rubner a Chienes a cui è stato assegnato il primo ENERGYPASS di categoria Superior da parte della Fondazione ClimAbita

proposto una strategia economica basata su una crescita intelligente, sostenibile e di partecipazione ed il carro trainante è proprio l’energia. Occorre, in sostanza, sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e competitiva, con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale. «Il primo settore su cui investire per impostare il cambiamento è senz’altro l’edilizia – ha continuato l’esperto –, perché qui siamo pronti con tecnologie già consolidate, al contrario della mobilità, dove tutto è ancora in fase di sperimentazione. L’ingrediente essenziale è l’efficienza, oltre alla capacità di intravedere, dietro la crisi, l’opportunità. Dobbiamo muoverci con proposte concrete verso una società decarbonizzata, perché il problema si risolve con tante piccole soluzioni, andando avanti, oggi, un passettino più di ieri». “La società a 2000 watt”: un modello virtuoso Dal 2002 il governo svizzero, in risposta alle minacce globali, ha deciso di mettere in atto una serie di politiche di stampo green, adottando l’obiettivo di “Una società a 2000 watt pro capite”, compatibile con la crescita del PIL, nelle sue strategie per lo sviluppo soste-


Il futuro del costruire ed abitare sostenibile

nibile. Ma in che cosa consiste esattamente? «Lo scenario auspicato per la politica energetica e climatica comporterebbe a lungo termine la riduzione dei gas a effetto serra, portando l’utilizzo delle energie rinnovabili a quota 100% – ha illustrato Morosini – Ma non bastano tecnologie più efficienti. Da secoli l’efficienza energetica aumenta di pari passo col consumo totale di energia, rivelandosi più come problema che come soluzione. Si crede che la vera efficienza significhi “fare di più con meno”, cioè ottenere gli stessi servizi finali usando meno energia. Ma in questo modo la sostanza non cambia. Dovremmo, piuttosto, cominciare a sostituire questo termine ormai inflazionato con sufficienza o sobrietà, che implica l’uso modesto dei servizi finali per usare meno energia primaria e porta con sé un radicale cambiamento degli stili di vita. Ma lo stile di vita, per molti, purtroppo, non è negoziabile!». Gli strumenti per sposare la mission della frugalità sono molteplici e trasversali a tutti i settori della vita quotidiana, dalla mobilità (“moderare il numero, la velocità e la distanza degli spostamenti in automobile e il peso del veicolo; ridurre la frequenza e il numero dei chilometri dei viaggi aerei; preferire il treno, quando il divario di comfort e di tempo non sia proibitivo o spostamenti a piedi o in bicicletta, con benefici anche per la salute”) agli acquisti (“ridurre la frequenza di acquisto di articoli nuovi per sostituire quelli presunti vecchi, preferire prodotti fabbricati nelle vicinanze”), dall’alimentazione (premiare i cibi locali e di stagione, piuttosto che quelli trasportati da lontanissimo, con dispendio di energia e di emissioni nocive”) alla casa (“moderare il riscaldamento e il raffreddamento dei locali, usare con parsimonia l’illuminazione e gli altri apparecchi elettrici, spegnere gli stand-by quando non necessari”). Segnali dal Piemonte Intanto, come ha spiegato Giovanni Nuvoli (Direzione Innovazione, Ricerca, Università e Sviluppo Energetico Sostenibile) anche il Piemonte ha messo

a punto una politica volta al risparmio energetico. Quali i punti di forza? L’agevolazione alla diffusione di sistemi di valorizzazione dell’energia termica prodotta da impianti alimentati da biomasse provenienti dalla filiera forestale e di impianti termici alimentati a fonte rinnovabile; la concessione di finanziamenti agevolati per la realizzazione di edifici a energia quasi zero; l’incentivazione alla razionalizzazione dei consumi energetici nel patrimonio immobiliare degli enti pubblici. Quello che è emerso dal convegno, in sostanza, è ancora una volta l’urgenza di invertire rotta, facendo della sobrietà energetica non più un optional, quanto una scelta obbligata. Solo mettendo la sobrietà al primo posto nell’agenda politica e nella cultura di massa, infatti, la specie umana potrà avere una chance di sopravvivenza. Per una società ancora da inventare tutti insieme, ma certo più verde di quella attuale, più equa, più giusta, più equilibrata, più in armonia con se stessa e con la vita sul pianeta Terra, nostra casa comune. 

Per saperne di più www.novatlantis.ch www.stadt-zuerich.ch/2000-watt-society www.bilancidigiustizia.it www.climabita.it www.regione.piemonte.it/bandipiemonte www.envipark.com www.neuemonterosahuette.ch www.section-monte-rosa.ch/cabanes_4.htm


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sostenibilITĂ€

ECO PONY EXPRESS Testi di Giulia Maringoni


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Imprese su due ruote a zero emissioni

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Imprese su due ruote a zero emissioni. Una scommessa green per quelle attività che necessitano di mezzi di trasporto a forte impatto ambientale. Anche a Torino è nata la prima esperienza di pronta consegna in... bicicletta!

n crescita in molti Paesi gli Eco Pony Express hanno lo scopo di incrementare l’utilizzo delle cargo bike quale alternativa ai furgoni e alle auto private per il trasporto delle merci, che nelle aree urbane incide per il 60% sul totale degli spostamenti. La mission è ridurre il consumo di energia, ripensando le politiche urbane di logistica e puntando sulla bicicletta come valida e creativa soluzione di trasporto per merci al di sotto dei 500 kg, includendo i servizi di consegna, la raccolta dei rifiuti e i piccoli servizi commerciali. Il progetto “Cycle-Logistic”, finanziato dalla Commissione Europea con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita nelle nostre città in misura significativa, conferma l’utilità della bicicletta per il trasporto urbano di prodotti e di beni, «La logistica basata sui mezzi a pedali è una risposta concreta alla congestione urbana, ai costi crescenti del carburante, all’aria malsana e all’inquinamento dell’ambiente acustico – ha dichiarato l’ECF Project Manager Dr. Randy Rzewnick–. A Berlino, Londra, Parigi e molte altre città, sta già accadendo per le imprese. Anche coloro che hanno reti di distribuzione più complesse, in bici-

cletta trovano una maggiore efficienza».

In programma da maggio 2011 al 2014 il progetto si è esteso a 12 paesi, avvalendosi della competenza delle amministrazioni locali, del settore privato, dei gruppi di ciclisti, di esperti di comunicazione, di corrieri

A lato: Una consegna per le strade di Cambridge In alto: Il logo del progetto “Cycle-Logistic”, finanziato dalla Commissione Europea con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita nelle nostre città


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sostenibilITÀ

e di agenzie per l’energia. Con la European Cyclists’ Federation come partner principale, Cycle Logistic si sta sforzando di eliminare gli inutili e desueti veicoli a motore utilizzando più biciclette per il trasporto merci nei centri urbani di tutta Europa, inclusi i servizi comunali, come la manutenzione dei parchi e delle strade. Vantaggi Sono tre, in sintesi, i maggiori vantaggi competitivi dei ciclo-corrieri: la velocità di consegna, i bassi costi di acquisto e di gestione del mezzo e i prezzi contenuti. Partiamo dai tempi, che non vengono penalizzati dalla “propulsione” umana, ma anzi si accorciano e diventano inferiori a quelli dei pony in moto, grazie alla possibilità per i bike mes-

sengers di attraversare zone a traffico limitato o pedonali, usufruire (quando esistono) di piste ciclabili e al fatto di non dover cercare parcheggio anche per soste brevi. Il risultato sono tariffe molto competitive: una consegna in bici costa in media 5 euro, a fronte dei 12 per le consegne in motorino e di 7/8 euro con altri mezzi a motore. Prezzi più bassi dovuti soprattutto al fatto che il bike messenger non ha praticamente costi fissi per carburante, bollo e assicurazione e parcheggio, senza contare che non è soggetto a limiti di velocità e dunque a multe. Ma i benefici, oltre che economici, sono anche ambientali: le consegne sulle due ruote non producono anidride carbonica, contribuiscono a decongestionare il traffico e, indirettamente, promuovono l’uso della bicicletta. L’Università di Westminster ha calcolato la riduzione potenziale del 62% di emissioni di CO2 nel centro di Londra. L’azienda di corrieri Haitàas Pajtas a Budapest ha li-


berato la trafficata capitale di 100 automobili, con un risparmio in anidride carbonica annuale stimato in 150 tonnellate. I tempi di consegna medi variano da città a città a seconda delle caratteristiche, si va dai 15 minuti dalla presa alle 3 ore, e quasi tutti i bike messengers offrono servizi per spedizioni urgenti. Al variare dei tempi di consegna in base all’urgenza e alla distanza, ovviamente variano anche i prezzi. Ci sono servizi tarati su ogni esigenza, come i “cargo” per i pacchi superiori a 10 kg, e in tutti i casi sono disponibili abbonamenti personalizzati che permettono di risparmiare sensibilmente. La media, poi, è di 8-10 kg nello zaino e 50 kg massimo – con picchi di 250 kg come a Roma e Torino – per gli ingombranti con bici cargo. Un ennesimo vantaggio riguarda il discorso dell’inclusione sociale, dato che non è richiesta nessuna patente per guidare una bicicletta. A Bucarest, un servizio di raccolta rifiuti cartacei con le cargo bike impiega persone svantaggiate come primo passo nella loro integrazione nel mercato del lavoro. ... e svantaggi Il problema principale che accomuna molti ciclo-corrieri è la difficoltà di trovare un’assicurazione che copra la merce trasportata. Inoltre, sembra esserci una lacuna a monte nell’errata percezione del servizio, a

cui si aggiunge il fatto che molte aziende sono preoccupate per la sicurezza e per il furto, sia delle biciclette che del carico. L’affaticamento del conducente e la stagionalità sono indicate anche quali fattori sfavorevoli alla ciclabilità. Non è facile per l’attuale personale passare alla bicicletta, in modo particolare nelle piccole aziende. Inoltre, diversi fattori locali possono ostacolare l’impiego delle cargo bike, tra cui la presenza di molte colline, strade acciottolate o leggi che penalizzano l’uso delle due ruote. 

Nella pagina accanto: Un momento di pausa per un corriere di Cambridge In alto: Davide Fuggetta e Marco Actis accanto al ciclomotore di cui si servono per le consegne in città Foto di Giulia Maringoni


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sostenibilITÀ

bike messanger all’ombra della mole

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on fatica, e spingendo forte sui pedali, il fenomeno dei corrieri in bicicletta sta diventando una realtà consolidata soprattutto nel Nord Italia, complice anche una nuova coscienza ambientale e l’imbattibilità sulle tratte brevi rispetto a qualsiasi altro mezzo. Torino svolge in questo contesto una funzione trainante grazie all’esperienza virtuosa di due ragazzi, Davide Fuggetta e Marco Actis, rispettivamente di 27 e 28 anni che, condividendo la grande passione per l’aria pulita, l’attività fisica, l’avventura e il rapporto autentico con le persone, hanno creato “Pony0emissioni”, un efficiente ed eco-friendly servizio di consegne in bicicletta. Com’è nata l’idea del corriere su due ruote? «Il sogno di realizzare questo progetto è nato quest’estate, nelle notti d’agosto; mentre parlavamo di argomenti più o meno seri, d’improvviso fummo illuminati dall’idea; un servizio di pony-express a zero emissioni, a Torino, in bicicletta! Certo di questi tempi, in Italia, non è così incoraggiante aprire un’attività; ma al posto di continuare a lamentarci delle giornaliere violenze all’ambiente, di come le cose in questo paese non funzionino, di come i giovani fatichino a trovare spazio e indipendenza economica, noi, quello spazio, abbiamo deciso di prendercelo. Qui, nel paese che amiamo perché i miracoli non esistono, ma sarebbe assurdo non aspettarseli».

In alto: Il mezzo di trasporto su due ruote per la consegna express nella città di pacchi, lettere e piccoli involucri Nella pagina accanto: Il servizio di consegna express in piena attività nelle vie di Torino e Davide Fuggetta e Marco Actis con il Sindaco di Torino Piero Fassino - Foto di Giulia Maringoni

Perché la bicicletta? «Le biciclette, come insegna Ivan Illich, nel suo celebre saggio “L’elogio della bicicletta”, permettono di spostarsi più velocemente senza assorbire quantità significative di spazio, energia o tempo scarseggianti. Si diventa padroni dei propri movimenti senza impedire quelli dei propri simili. Sono mezzi che creano un


nuovo rapporto tra il proprio spazio e il proprio tempo, tra il proprio territorio e le pulsazioni del proprio essere, senza distruggere l’equilibrio ereditario. Nelle nostre società sovraindustrializzate e ipertecnologiche urge una ristrutturazione sociale dello spazio che faccia continuamente sentire ad ognuno che il centro del mondo è proprio lì dove egli sta, cammina e vive». Avete preso spunto da altre realtà, italiane e straniere? «Si, abbiamo preso spunto da altre realtà nate ad esempio a New York, Copenaghen, Londra, Tokio, ma anche a Milano dove i pony express sono ormai attivi da 5 anni e si chiamano UBM (Urban Bike Messanger). Noi, a Torino, stiamo sviluppando contatti con i Gas e le Aziende Agricole per la consegna della spesa direttamente a casa del consumatore. Il nostro obiettivo è di creare un associazione unica italiana di Bike Messanger per diventare una categoria professionale riconosciuta, dimostrando così che il nostro è un mestiere che deve avere delle tutele e minori spese in virtù della sua natura super green». Quale lo stato dell’arte delle piste ciclabili a Torino e come vi supporta l’amministrazione? «Purtroppo le piste ciclabili di Torino, fondamentali nel nostro lavoro per rispettare la puntualità, nascono nel deserto e muoiono nel deserto. Dovrebbero esisterne di più ed essere protette come nei paesi del centro e nord Europa, diventando funzionali, sicure ed accessibili per la quotidianità di tutti i cittadini, dato che oggi la macchina ha una spesa economica non indifferente e aumenta la percentuale di persone che utilizza la bicicletta come mezzo primario di trasporto. Una mano in questo senso ci sta arrivando dal mondo istituzionale, siamo considerati da giornali e da Tv importanti e per un’azienda privata, giovane e a costo zero è un gran successo! Ma ci mancano tutte le au-

torizzazioni necessarie al trasporto, perché non esiste ancora un inquadramento alla camera di commercio, se non come artigiani, il che significa assenza di assicurazione per pacchi e buste». Cosa c’è nel kit degli attrezzi di un pony express? «Borse impermeabili con una capienza di circa 7 kg e ovviamente la bicicletta! Ne possediamo di varie tipologie, in particolare la bully bike da carico che è una bicicletta danese, pesa intorno ai 17 kg ed è in lega di alluminio, con contropedale, cambio shimano interno al mozzo e può trasportare sino a 140 kg. è il nostro mezzo di punta perché riusciamo a utilizzarla sia carica sia per fare una corsa più snella. Ma è molto cara, costa intorno ai 2.500 euro. Inoltre, abbiamo in cantiere un servizio elettronico con l’iphone, grazie ad un’applicazione che gestisce i nostri postini, in modo da assegnare le chiamate che arrivano in base al tempo e al luogo in cui si trovano». Qual è l’aspetto più soddisfacente del vostro lavoro? «Senza dubbio il rapporto che si instaura con i clienti, che ammirano il nostro coraggio e voglia di metterci in gioco. Rispondiamo a varie curiosità, come quella frequente di come si possano fare più di 20 km con il freddo e la neve, o come sia possibile far giungere la busta o il pacco che recapitiamo asciutto e puntuale. La gente deve capire che esiste un’alternativa che funziona e noi dobbiamo avere la pazienza di trasmettere il nostro messaggio, e cioè che l’utilizzo della bicicletta per un servizio di consegne è economico, veloce e soprattutto ecologico, insomma una boccata di ossigeno per il nostro pianeta sovraffaticato. Scegliendo il nostro servizio rispetto al trasporto motorizzato, molteplici saranno i vantaggi per l’ambiente e, di conseguenza, per tutti noi. Saremo così insieme artefici del rinnovamento culturale e materiale della nostra città». 


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sostenibilITĂ€

cooperative di educazione ambientale Testi e foto di Arianna Zucco

Asinelli, conigli, galline, capre, pecore, arnie abitate da api operose, un bosco da esplorare e un prato dove rincorrersi e giocare: questa la fattoria didattica di Pro-Polis, all’interno del Parco Nobile, sulla collina torinese ad una manciata di minuti dal centro.


L propolis: la fattoria a due passi dalla città

’idea di un centro dedicato all’educazione ambientale, finalizzato a trasmettere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente e la conoscenza sugli ecosistemi naturali, prende avvio più di dieci anni fa, grazie alla cooperativa Agriforest. Poi, la crescente sensibilità della società verso le tematiche dell’ambiente e dell’ecosostenibilità e l’interesse sempre più diffuso da parte di scuole e famiglie, fa crescere il progetto e spinge la cooperativa a trasformare il Parco del Nobile da parco pubblico in luogo di esperienza. E così nel 2010 ProPolis entra a far parte del Progetto delle Fattorie Didattiche della Regione Piemonte, diventando un punto di riferimento per le gite nel verde, appena fuori città, che uniscono al puro divertimento anche finalità didattiche ed educative. Oggi il centro polifunzionale offre itinerari di camminata nella zona boschiva, un Centro Didattico di osservazione delle api e della produzione del miele, un’area pic nic, un’area ristoro coperta presso il grande prato e diversi punti di educazione alla sostenibilità e alla vita in fattoria. All’interno sono a disposizione diverse aule didattiche dedicate sia alle lezioni per le scolaresche, sia ad attività ludico-formative come spettacoli teatrali o corsi e laboratori tematici. All’esterno è stato invece creato un percorso fruibile anche agli ipovedenti, che consente di strutturare lezioni guidate di avvicinamento agli animali che abitano in fattoria, dalle galli-


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sostenibilITÀ

In alto e nella pagina accanto: La fattoria Pro-polis che si trova nella cintura di Torino

ne ai conigli, fino agli asini e agli uccelli della collina. Particolarmente interessante è inoltre la Casa del Miele, un piccolo museo sulle api e sulle tecniche di apicoltura, con il laboratorio di smielatura a vista. Grazie ad una comoda casetta di legno dotata di due ampie finestre, davanti alle quali sono posizionate alcune arnie, la casa consente di osservare da vicino le api e di avvicinarsi al mondo dell’apicoltura in condizioni di massima sicurezza. Alle attività permanenti, si accompagnano poi una serie di eventi o rassegne, non solo dedicati ai bambini. Le sere d’estate si organizzano concerti all’aperto, spettacoli teatrali e incontri di degustazione enogastronomica con prodotti di produzione locale. E per i più golosi, d’estate, ProPolis offre anche l’occa-


COOPERATIVE DI EDUCAZIONE AMBIENTALE

sione di una pausa gustosa. Nella zona ristoro è infatti presente AgriFiorio, avamposto collinare dell’antico produttore di gelato torinese, che aprì bottega in via Po, nel 1870. Insomma una realtà interessante che si inserisce nel solco tracciato dal progetto nazionale Educazione alla Campagna Amica di Coldiretti, al fine di creare una rete di aziende agricole attrezzate per accogliere le scolaresche, i gruppi, le famiglie e tutti coloro che sono interessati a scoprire, nel tempo libero, il mondo rurale, con le sue tradizioni, le antiche tecniche di produzione e soprattutto i suoi valori: «Conoscere la fattoria, trascorrere una giornata in campagna diventa un momento importante per familiarizzare con la natura che circonda le nostre città; significa comprendere il lavoro dell’imprenditore agricolo, “custode” delle ricchezze ambientali e culturali del territorio e della produzione di alimenti di qualità» A partire dal 2007 infatti è stata definita la Carta della Qualità che identifica i parametri per diventare “fattoria didattica riconosciuta dalla Regione Piemonte”, a sostegno di realtà imprenditoriale che si fanno carico anche del compito di conservazione e trasmissione della cultura e dei valori alla base dell’economia agricola e della civiltà contadina che le nuove generazioni devono ritornare a conoscere ed apprezzare. 

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Per saperne di più Cooperativa Agricola e di Forestazione s.c. Strada del Nobile, 86/92 - 10131 Torino Tel. 011 6606530 Fax 011 6602890 Pro-Polis (centralino e uffici): Tel. 011 6606530 (da martedì a sabato, 8,30-13) Fax 011 6602890 info@fattoriapropolis.it www.fattoriapropolis.it


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viaggi SOSTENIBILI


viaggio SOLIDALE

DA LIMA ALLE ANDE Testi di Arianna Zucco Foto di Amedeo Di Marco

Nel cuore del PerÚ a contatto diretto con le popolazioni locali e la loro vita che si svolge a cinquemila metri di altitudine. Il viaggio solidale con Green Life associazione per la protezione dell’ambiente e lo sviluppo delle popolazioni rurali.


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viaggi SOSTENIBILI

Intervista a amedeo di marco

C

ome Pollicino segnava la strada di casa con i sassolini abbandonati lungo il sentiero, così i progetti e le iniziative di Mario tracciano un percorso ideale in terra peruviana. Partito dall’Italia qualche anno fa cercando di ridare un senso alla sua vita, dopo che un incidente d’auto gli aveva portato via l’unico figlio, Mario De Col Martelli fonda in Perù Green Life, un’associazione per la protezione dell’ambiente e lo sviluppo delle popolazioni rurali attraverso l’uso sostenibile delle risorse naturali e quindi anche attraverso il turismo responsabile. Un attacco di cuore lo uccide presso Iquitos, nella foresta amazzonica, ma le sue idee vengono portate avanti oggi da una squadra di professionisti e di locali con contatti a livello internazionale. Sulle sue orme si è mosso il fotografo Amedeo – collaboratore in diverse occasioni di In Ogni Dove – in un itinerario che da Lima, passando per Paracas, Arequipa, il Lago Titicaca per finire a Macchu Picchu ci porta alla scoperta di alcuni degli scorci più affascinanti di questo paese sudamericano, in un’esperienza a stretto contatto con la gente del luogo. Amedeo, cosa ti ha attirato nel cuore delle Ande, fra le rovine degli Inca e le acque cristalline del Titicaca? «La curiosità nei confronti del Sud America era allo stato latente da qualche anno, ma mi sono convinto ad affrontare il viaggio quando un’amica ha deciso per il classico “mollo tutto e me ne vado”, lasciando casa e lavoro in Italia per andare a fare la volontaria in Perù. Così, dopo qualche mese, insieme a mia moglie, abbiamo pensato di volare nella terra degli Inca».


Nelle pagine precedenti: Veduta area del Macchu Picchu Nella pagina accanto: Abitante delle isole di Taquile A destra: Lavorazione tradizionale della lana di alpaca a Chinchero

Perché un viaggio solidale? «Perché ci siamo appoggiati ad un’associazione Peruviana – Green Life – conosciuta tramite l’agenzia Viaggi Solidali di Torino. Lo spirito del viaggio è stato quello di conoscere il paese e le sue bellezze storicopaesaggistiche attraverso le persone che lo vivono e lo rispettano in quanto discendenti delle popolazioni precolombiane e soprattutto sostenere le piccole attività economiche locali. Siamo stati ospiti di una famiglia quechua su un’isola del Lago Titicaca, abbiamo avuto come guide ragazzi provenienti dai remoti paesi andini e ovviamente abbiamo alloggiato presso piccole strutture ricettive o anche presso sedi di associazioni impegnate in progetti sociali. Un modo sostenibile quindi di fare turismo, ma anche una possibilità di avere un contatto più genuino con le persone, il loro modo di vivere e di osservare la realtà politico-sociale». Un itinerario turistico classico quindi, ma con responsabilità. «Si esatto, il percorso che abbiamo seguito ha preso avvio dalla capitale – Lima – per spostarsi lungo la costa verso la penisola di Paracas e le isole al centro della guerra del guano, le Ballestas. Attraversata la zona desertica delle famose linee di Nazca, è iniziata la salita sulle Ande, verso Arequipa – la città bianca – e a seguire il Colca Canyon con i suoi terrazzamenti, il Passo di Patapampa fra le cime innevate dei vulcani a 5mila metri di altitudine, Puno e le isole del Lago Titicaca al confine con la Bolivia. E per finire, l’immancabile tappa nel cuore della civiltà inca a Cuzco,

fino alla perla di Machu Picchu. Tappe fondamentali per un viaggio in terra peruviana, ma affrontate con lo spirito del turismo sostenibile». Fra le tante vite, le tante storie, quale ti ha lasciato le emozioni più intense? «Credo che i tre giorni più significativi di tutto il viaggio durato circa tre settimane, siano stati quelli trascorsi a casa di Edwin, a Taquile, un’isola a breve distanza dalla costa peruviana del Lago Titicaca, il lago in altitudine più esteso al mondo. Laggiù non ci sono cani, non ci sono automobili e soprattutto non c’è polizia, perché semplicemente non serve. La vita scorre secondo ritmi impensabili per noi occidentali, fra acqua da andare a prendere al pozzo ogni mattina, l’assenza di luce elettrica, le donne che filano i tessuti multicolore sedute sui terrazzi erbosi a picco sulle acque verde smeraldo e i bambini che giocano con le pecore dopo la scuola.Nonostante le difficoltà di comunicazione dovute al fatto che quasi tutti i membri della famiglia parlassero solo l’antica lingua degli Inca


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viaggi SOSTENIBILI

– il quechua – sono stati tre giorni intensi di condivisione e partecipazione: provare a vivere la vita di quella famiglia, mangiare il loro cibo – il riso, la trota di lago, la patata e l’immancabile mate de coca mate [tisana a base di foglie di coca n.d.r.] – essere accompagnati dai bambini fra le strade sterrate del paese, ammirare la volta celeste da un altro emisfero, provando a spiegare che da casa nostra, le stelle fanno un altro disegno in cielo, fa pensare a quanto siamo piccoli su questa terra, a quanto siamo diversi, ma in fondo uguali».

In alto: Tessitura all’aperto sull’Isola di Taquille Nella pagina accanto: Tipiche pollerie nelle vie di Naztca

A Taquile, come a Nazca, avete visto i risultati delle attività di Green Life a sostegno delle famiglie e delle attività locali: dall’installazione di pannelli solari per fornire energia a piccoli alimentatori, allo scavo di pozzi per l’estrazione dell’acqua. Gli italiani sono molto presenti nelle associazioni a sostegno dello sviluppo in Perù? «Direi proprio di si. Un esempio su tutti è l’Hospedaje Turismo Caith, dove siamo stati ospiti a Cuzco. Il centro ospita una casa di accoglienza per ragazze in difficoltà. Fondato da un’italiana – Vittoria, un’arzilla ottantenne venuta negli anni ’70 da Chieri – si sostiene grazie ai turisti che decidono di pernottarvi. Il Caith ha negli anni dato rifugio a decine di ragazze e bambine venute dalle montagne, mandate dalle famiglie in città in cerca di un lavoro che spesso si è trasformato in sfruttamento e soprusi. Oggi le ragazze e gli ospiti possono incontrarsi nei locali comuni, a passeggio nei giardini o per cenare attorno al grande tavolo della cucina di Vittoria che prepara ancora sulla stufa legna pasti misti di cucina piemontese e peruviana».


perù solidale

Un viaggio che è stato impegnativo anche dal punto di vista fisico. «In certi momenti, decisamente. Quando abbiamo cominciato a salire verso il passo di Patapampa, per andare ad osservare il volo dei condor nelle gole fra i vulcani, la guida ci aveva preparato alla mancanza di ossigeno, facendoci fare scorta di coca, nelle sue varie forme: foglie da masticare, caramelle e mate. Ma l’antico rimedio indio non si è rivelato sufficiente. Dopo qualche giorno a Puno, anche camminare era diventato difficile per la rarefazione dell’aria, fare le scale quasi un’impresa. Per fortuna in loco sono attrezzati per compensare le difficoltà incontrate dagli stranieri non abituati all’altitudine e forniscono ossigeno in molti locali pubblici». Fotograficamente parlando, cosa ti ha colpito di più? «Sicuramente la varietà di paesaggi e colori. Le sfumature vivaci dei tessuti in alpaca tinti con cocciniglia, erbe e radici che contrastano con il colore dell’erba secca dei terrazzamenti del Colca Canyon, le cime immacolate dei vulcani a più di 5mila metri e il blu rilucente, cangiante in verde smeraldo delle acque del lago Titicaca, il grigio della garrua – la nebbia umida che nel periodo invernale nasconde la città di Lima – e l’oro della sabbia bruciata dal sole e sferzata dal vento della penisola di Caracas. E purtroppo non ci siamo spinti nel verde della foresta amazzonica a nord del paese!» Un viaggio da consigliare, insomma. «Da consigliare certo, per tanti motivi che è anche difficile riassumere in poche parole. Per la bellezza dei paesaggi, il fascino delle rovine inca, l’intensità

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dell’esperienza a contatto con le persone, lo smarrimento davanti alle favelas a pochi passi dalla città, il senso di impotenza al cospetto alle vette vulcaniche un tempo venerate come divinità con il potere di vita e di morte sugli uomini, l’incredulità davanti alle testimonianze dell’assimilazione di un’intera cultura da parte dei conquistadores e le persistenti forme di discriminazione nei confronti dei nativi, la ricchezza della natura e l’avidità degli uomini di potere, i colori vividi dell’acqua, della sabbia del deserto, dei tessuti tinti con colori naturali. Un paese che rimane nel cuore». 

Per saperne di più Associazione Green Life Calle Elías Aguirre 460 Dep. 201 - Miraflores - Lima 18 - Perú Mail info@greenlife.org.pe Web www.greenlife.org.pe


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cultura

TORINO con occhio svizzero

Testi di Letizia Gariglio Foto di Richard Forster

Richard Forster è un fotografo ginevrino, membro della prestigiosa SocietÊ Genevoise de Photographie, dove ogni anno tiene corsi annuali sulla fotografia... Lo abbiamo incontrato a spasso nelle vie di Torino.


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Nella pagina accanto: Lapinou è la simpatica mascotte che accompagna il fotografo Richard Forster nel suo tour nelle vie della città In alto: Lapinou in Via Verdi in direzione Mole Antonelliana

ichard Forster è un fotografo ginevrino, membro della prestigiosa Societé Genevoise de Photographie, dove ogni anno tiene corsi annuali sulla fotografia. Ingegnere, dopo aver lavorato per alcuni anni nell’ambiente industriale, si è dedicato all’insegnamento di carattere universitario, ma la sua passione è da sempre la fotografia. Negli ultimi anni le ha dedicato buona parte della sua giornata e dei suoi interessi. La dedizione alla fotografia l’ha portato a partecipare a numerose mostre internazionali e a sviluppare la comunicazione relativa alla sua arte attraverso la rete. Esauriente e ricco di materiali, il suo sito in Internet attrae molti visitatori. Non vi sono dati della tecnica fotografica che costitui­ scano per lui un segreto, e neppure ambiti e aspetti del fare fotografia che lui non eserciti, tuttavia è ben riconoscibile nelle sue immagini un filo conduttore che unisce tra loro foto apparentemente diverse nel genere. È chiaro da subito che la figura umana, in rapporto all’ambiente e alla architettura circostante, è un fulcro del suo interesse, o talvolta le cose stanno al contrario: è l’architettura del luogo ad essere protagonista e la figura umana costituisce misura di rapporto. Ma bisogna intendersi sul significato di architettura: essa non è solo l’arte di disporre o adornare gli edifici innalzati dall’uomo, ma va intesa anche come struttura profonda dell’ambiente, come complessivo gioco di luci, di ombre, di volumi che la disposizione degli elementi offre, sia nell’artificio creato dall’uomo, ma


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cultura

In alto: Pittori sotto i portici di Piazza San Carlo Nella pagina accanto: Lapinou tra le sculture di Pomodoro (in alto) e in piazza Solferino (in basso)

anche in natura, la quale offre una sapiente visione di ordinamento degli spazi e delle linee. Anche il corpo umano, come costruzione fatta di pieni e di vuoti, di articolazioni di volumi e di spazi, come fonte di percezione che le parti offrono più o meno armoniosamente, fornisce materiale di interesse e di indagine fotografica, la quale insiste sugli effetti sensoriali che la componente visiva trasmette. Oltre che per la fotografia d’arte, che si esprime con predilezione per Forster nelle forme del nudo femminile, il fotografo ha colto il nostro interesse per le sue immagini di valore naturalistico e paesaggistico, riprese per macchie mediterranee come in ambienti alpini. Più ancora ci ha incuriosito il suo reportage sulla città di Torino. Forster l’ha visitata e le ha dedicato un servizio. Con una curiosità. In questo caso la figura privilegiata che entra nel contesto fotografico dell’inquadratura non è fornita da una persona in carne ed ossa ma da un pupazzo. Scopriamo così che la mascotte, denominata Lapinou, ha accompagnato il fotografo in diversi viaggi, essendo entrata a far parte della sua lunga storia professionale già da molto tempo. Il coniglietto di pezza, che potrebbe apparire come il lezioso espediente di un fo-


tografo in erba, nelle sue mani diventa uno strumento davvero efficace per creare, di volta in volta, un’interrogazione rivolta all’ambiente, un’attesa, un colloquio silenzioso fatto di gesti e posture, un rapporto con e fra le parti del paesaggio circostante, dove anche lo sguardo del pupazzetto, a seconda che si direzioni verso qualcosa, o le volti le spalle, offrendo o rifiutando la sua attenzione, si satura di significato comunicativo. Occorre dire che Richard Forster ne fa un uso sapiente, depurato da pericoli di melensaggine: la figurina che si staglia in primo piano o sullo sfondo, che alza o abbassa le sue orecchiette, che avanza con una sua gamba/zampetta, che piega leggermente la sua testa in una direzione o nell’altra, suggerisce una visione filosofica del paesaggio, e qualche volta per sottrazione, qualche altra per sovrapposizione, per contrasto o analogia, ne evidenzia caratteristiche e specificità. Il fotografo ci restituisce così un’immagine del nostro capoluogo ricca di interrogazioni, di suggerimenti riflessivi, di nuove suggestioni. Abbiamo pensato di offrirvene la visione. È un po’ come scoprire qualcosa che conosciamo bene, o crediamo di conoscere bene, con nuovi occhi... 


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CULTURA

L’IVREA di adriano Testi di Silvia Coppo Foto di Lorenzo Perotti


L’IVREA DI olivettI

La cittĂ di Adriano Olivetti doveva essere espressione della nuova visione della societĂ  che sorgeva intorno alla fabbrica: cuore pulsante della vita comunitaria, centro di incontro e di produzione di nuove idee.

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CULTURA

I UN Po’ DI STORIA

vrea è una città dal doppio volto: il borgo medievale ne rappresenta il cuore antico, ma immediatamente oltre la Dora già agli inizi del Novecento la città si rinnova con insediamenti industriali e le nuove architetture degli anni Quaranta e Cinquanta. È una trasformazione urbanistica radicale e inaspettata che testimonia i valori del modello di Adriano Olivetti: la fabbrica non è solo un centro di produzione ma il cuore pulsante di un nuovo modello di vita comunitaria regolata socialmente da valori di condivisione, uguaglianza e solidarietà. A fine Ottocento l’economia di Ivrea era tutt’altro che florida, fondata sull’attività produttiva prevalentemente artigianale e a carattere familiare. Per migliorare la situazione ci furono diversi tentativi di insediamenti industriali che purtroppo non ebbero buon esito finché, in un nuovo clima di collaborazione con


L’IVREA DI olivettI

il Comune, le industrie si insediarono più stabilmente, richiamando un gran numero di lavoratori anche tra gli artigiani e gli agricoltori. Tra le principali industrie c’era la Società Ing. Camillo Olivetti & C., la prima fabbrica italiana di macchine da scrivere, che venne fondata dal titolare nel 1908, collocandola a sud-ovest della città, fra la stazione ferroviaria (inaugurata nel 1858) e l’antico convento di San Bernardino. In una costruzione industriale tipica del tempo, in mattoni a vista, nacque l’antesignano modello di macchina da scrivere per ufficio. Dopo le prime difficoltà, nell’arco di poco tempo la produzione andava aumentando e Camillo, con coraggiosa lungimiranza, ingrandì la rete commerciale. Di conseguenza sorsero nuove architetture che, all’interno di un progetto generale, avrebbero significativamente cambiato il volto di una parte della città. Per le moderne costruzioni fu fondamentale la presenza nell’azienda del figlio di Camillo, Adriano, che nel 1933, l’anno della V Triennale di Architettura di Milano, incaricò gli architetti razionalisti Luigi Figini e Gino Pollini di ampliare l’officina I.C.O. (Industrie Camillo Olivetti). In realtà i due professionisti operarono ad Ivrea in discipline differenti, occupandosi di architettura industriale, della redazione del Piano Regolatore Generale della città, contribuendo alla rea­ lizzazione della carrozzeria di una nuova macchina per scrivere, progettando padiglioni fieristici e, con la consapevolezza della cultura razionalista, diversi edifici residenziali e di carattere sociale. Le officine iniziarono nel 1934 ed il lavoro di Figini e Pollini, in collaborazione con Adriano Olivetti, pro-

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Nella pagine precedenti: Via Jervis e le Officine H Nella pagina accanto: Centro Culturale Olivetti In alto: La prima fabbrica di Camillo Olivetti in Via Jervis e il poster della macchina per scrivere M20

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CULTURA

In alto: Palazzo Uffici Nella pagina accanto: L’ardita costruzione dell’architetto Isola che nel gergo eporediese è indicata come Talponia

seguì fino al 1957. L’importanza delle costruzioni è indubbiamente segnata dalla continuità del progetto, curato per tutti questi anni dagli stessi architetti e seguito con grande interesse dal committente. Ciò che caratterizza immediatamente gli edifici industriali realizzati a Ivrea da Figini e Pollini sono le facciate con pareti vetrate che richiamano i modi di un altro grande architetto, Walter Gropius. L’ingrandimento dell’officina I.C.O. comportò infatti più ampliamenti e interventi che formarono un fronte vetrato di notevoli dimensioni. La soluzione della vetrata continua piacque molto ad Adriano, rifiutando la tipologia dell’officina chiusa da muri verso l’esterno che non avrebbe, tra l’altro, rappresentato l’indipendenza funzionale degli spazi interni, collegata al concetto della flessibilità delle lavorazioni. Gli stabilimenti, sviluppati lungo l’asse di via Jervis, non sorsero da un progetto unitario ma l’adattabilità del progetto stesso consentì la realizzazione di un’architettura industriale di alto livello. Ai primi ampliamenti, effettuati nel 1938 quando Adriano assunse la presidenza della società, ne seguirono altri finché, nel 1942, l’edificio fu ingrandito fino a raggiungere


L’IVREA DI olivettI

tre piani fuori terra e un fronte vetrato di oltre cento metri. L’ampliamento continuò nel dopoguerra, fra il 1947 ed il 1949, con il prolungamento del fabbricato che fu congiunto ortogonalmente a quello precedente e raccordato ad un altro edificio parallelo alla via e affacciato verso Monte Navale. I due edifici furono collegati da una passerella e sotto permane tuttora una via urbana transitabile. Successive esigenze comportarono un rapido cambiamento di destinazione dell’immobile da area di produzione a sede uffici. Le trasformazioni d’uso però non segnarono alcun regresso per l’architettura di questa sede prestigiosa che rappresenta la storia dell’Olivetti prima della crisi del passaggio dalla meccanica all’elettronica. La sede principale della Società, ubicata invece verso il limitrofo comune di Banchette, venne progettata dagli architetti Bernasconi, Fiocchi e Mazzoli, che avevano già realizzato nel 1955 la sede di Milano. L’edificio, a tre bracci che definiscono un nucleo centrale esagonale, alto sette piani, è il palazzo per uffici più importante di Ivrea. Alla fine degli anni Ottanta, l’esigenza di maggiori spazi portò al progetto di Gino

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Valle di un secondo Palazzo Uffici. Situato a poca distanza dal primo, l’edificio presenta un’architettura più autonoma rispetto alle precedenti, e rappresentò una delle più avanzate realizzazioni per il lavoro informatizzato negli uffici. In questa trasformazione urbanistica della città non mancò la realizzazione di importanti edifici sociali. Il quartiere di Borgo Olivetti sorse nel 1926, con le prime case per dipendenti, grazie all’iniziativa di Camillo. Dopo i successivi progetti, promossi da Adriano ed osteggiati dal regime, il Piano Regolatore generale degli architetti Devoti, Figini e Piccinato diede, all’inizio degli anni Quaranta, una svolta storica per Ivrea a favore del collegamento tra gli insediamenti industriali e la città storica. Sebbene non adottato, il Piano confermò gli intenti della Società Olivetti: l’espansione lungo l’asse di via Jervis verso Castellamonte, verso sud ai Cantoni Vesco e di Bellavista. Questo Piano e quelli successivi vollero ricreare un equilibrio urbano che, attraverso l’ampliamento per nuclei, non avrebbe soffocato il centro di antica origine. Procedendo in ordine cronologico, Figini e Pollini realizzarono in Borgo Olivetti l’edificio dell’asilo-nido e,


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CULTURA

In alto: Il Centro Studi Nella pagina accanto: Le case degli operai ad Ivrea

tra il 1940 e il 1942, costruirono il primo gruppo di sette case in stile razionalista, dando inizio al quartiere residenziale di via Castellamonte. Altre case unifamiliari vennero progettate e costruite nel 1948 per i dirigenti dagli architetti Nizzoli e Oliveri, come pure un edificio a diciotto alloggi, tutte architetture collocabili nel filone razionalista. Un nuovo linguaggio architettonico, più rigoroso ma anche più aggiornato rispetto alle precedenti esperienze, forse ispirato da quello che veniva chiamato “stile Olivetti”, è rappresentato dal Centro Studi, realizzato nel 1954 su progetto di Eduardo Vittoria. La costruzione conclude l’asse perpendicolare a via Jervis ed è immediatamente caratterizzata dalle pareti esterne rivestite da piastrelle in klinker blu e contrastanti serramenti color rosso. Intanto che, sul finire degli anni Cinquanta, il quartiere di via Castellamonte era in fase di completamento, fu creato un altro centro polifunzionale, destinato principalmente al ristoro e alla mensa centrale. L’edi-


ficio della Mensa, progettato nel biennio 1953-54 da Ignazio Gardella, fu ultimato nel 1959. Venne sistemato nel quieto spazio della collina, a sud delle officine, non lontano dalle attività del Gruppo Sportivo e Ricreativo, che ha sede nei locali dell’ex convento di San Bernardino, monumento di proprietà Olivetti fin dal 1907. Nel tempo in cui gli stabilimenti venivano ampliati, la Società sostenne anche la costruzione di quartieri per le abitazioni non lontane dalle fabbriche. Oltre al Borgo Olivetti e al quartiere di via Castellamonte, nacque a sud della città il quartiere di Canton Vesco nella zona lungo l’asse di collegamento per Torino e l’area collinare di Montenavale, per la necessità di ovviare alla carenza di abitazioni e servizi dovuta alla guerra. Sorse infatti nel 1943, a guerra in corso, e si ritiene collegabile al Piano Devoti, Figini e Piccinato, completato un anno prima. Il complesso comprende numerosi servizi e varie tipologie di appartamenti, progettati da Fiocchi e Nizzoli nel 1952, destinati soprattutto alle famiglie con figli. Il quartiere Bellavista appartiene al progetto urbanistico generale di Ivrea e prende il nome dal colle vicino. La progettazione sia urbanistica sia architettonica del complesso, affidata nel 1957 a Piccinato, diede vita ad un quartiere autosufficiente, servito da un sistema perimetrale di circolazione, in cui si connettono le vie di accesso, e dotato di una parte centrale destinata alle infrastrutture sociali, commerciali, scolastiche, spor-

tive e religiose. Proprio questa zona non occupata dalle abitazioni, che nel progetto iniziale era soltanto abbozzata, fu completata dagli architetti Bertola, Cascio e Sgrelli, attivi in quegli anni ad Ivrea. Infine nel quartiere vennero anche realizzate tre cooperative di dipendenti Olivetti. Queste architetture – stabilimenti, servizi sociali e abitazioni private – sono ancora utilizzate ed appartengono ad un’epoca non lontanissima ma ormai conclusa. Restano una testimonianza di forte impatto territoriale che è il risultato del lodevole ed esemplare impegno olivettiano, prima di Camillo e poi di Adriano, volto a creare un legame tra presente e passato, con un costante e lodevole interesse per la vita e l’attività umana.

Per saperne di più Tra le molte pubblicazioni su questo argomento, si è scelto come riferimento bibliografico: P.P. VIDARI, Ivrea, città d’industria, di ricerca e di progetto. Appunti sulla forma della città, in Ivrea. Ventun secoli di Storia, Ivrea 2001. 


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CANAVESE IN BICICLETTA

UN SECOLO DI CICLISMO Testo di Tiziano Passera


CANAVESE IN BICICLETTA

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Nella pagina accanto: Giovanni Ellena sulle strade del Canavese nei primi anni Novanta (foto Archivio G. Ellena)

In alto: Il gruppo con la maglia rosa del Giro d’Italia 2012 durante il passaggio a Ivrea (foto T. Passera)

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l Canavese dopo quasi quarant’anni torna ad accogliere il Giro d’Italia. Nel 1976 toccò a Ozegna, il martedì 21 maggio è la volta di Ivrea. Un evento storico, che merita di essere sottolineato nel migliore dei modi, per fare sentire il calore degli eporediesi e dei canavesani a tutta la carovana della massima corsa a tappe nazionale. Mostre e incontri, happening e revival contribuiscono sicuramente a fare entrare nel clima gli appassionati delle due ruote, ma anche i “profani” in materia non possono restare insensibili al richiamo che la Corsa Rosa emana ovunque passa da oltre un secolo. Ci furono tempi lontani in cui il Piemonte era leader dell’Italia ciclistica, grazie ai pionieri Giovanni Gerbi e Costante Girardengo, affiancati ben presto da tanti altri corridori, fra cui i canavesani Giovanni Brunero e Giuseppe Enrici, che tennero alto il vessillo regionale, dominando la scena nelle corse in linea come in quelle a tappe che si svolgevano un po’ in tutta la penisola. In tempi più recenti toccò prima a Fausto Coppi e infine al nolese Franco Balmamion (l’ultimo piemontese a vincere un Giro d’Italia, giusto mezzo secolo fa) rinverdire i fasti dei primi decenni del Novecento ai massimi livelli. E ad onor del vero, anche il Canavese ha saputo recitare un parte significativa nella storia del ciclismo nazionale, sia facendo da sfondo alle competizioni che fornendo una folta schiera di onesti e generosi pedalatori, in grado di appassionare gli sportivi delle nostre contrade. Se dalle nostre parti la bicicletta, o meglio il biciclo (avente la ruota anteriore smisuratamente più grande rispetto alla posteriore) o velocipede che dir si vo-


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CANAVESE IN BICICLETTA

glia, arrivò sin dagli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, inducendo talvolta gli amministratori comunali a regolamentarne l’uso, l’avvento della sua applicazione agonistica fu appena posteriore. E fu così che in Canavese si organizzarono prima circuiti cittadini, quindi corse di poche decine di chilometri, con la partecipazione di un sempre maggior numero di concorrenti, non esclusivamente del sesso forte, tant’è che fu proprio una canavesana, la rivarese Maria Milano, a vincere il Campionato Italiano femminile del 1911. Sin dagli esordi, il ventesimo secolo vide il ciclismo diffondersi in Italia come nel resto dell’Europa grazie ad eventi spettacolari, che costituivano autentici fenomeni di costume, come i giri nazionali: e se nel 1903 si disputò il primo Tour de France, vinto dall’emigrante valdostano (con madre di Locana) Maurice Garin, nel 1909 si registrò l’esordio del Giro d’Italia. Ad aggiudicarselo fu il varesino Luigi Ganna, che pure ben conosceva il Canavese, essendo solito allenarsi sulle pendici della Serra, salendo da Bollengo alla Broglina trascinandosi dietro alla bicicletta una fascina di rami, per irrobustire i muscoli ed abituarsi meglio alle salite. Proprio a quel Giro parteciparono diversi atleti canavesani, di cui Giovanni Marchese da Verolengo e Pietro Milano da Rivara (fratello della citata Maria) furono gli esponenti più agguerriti. Il loro era un ciclismo epico in tutti i sensi, sia per le condizioni delle strade come per l’assistenza del loro mezzo meccanico, in quanto solo i più fortunati disponevano di una squadra che li seguiva in corsa. Marchese e Milano sono solo due dei tanti corridori protagonisti del volume Ciclismo canavesano tra Storia e Attualità, freschissimo di stampa. Vi compaiono infatti una settantina di profili di atleti, accomunati dall’essere nativi del Canavese. Ma mentre di qualcuno di loro si sa praticamente tutto – e il pensiero


CANAVESE IN BICICLETTA Nella pagina accanto: Franco Balmamion festeggia la vittoria nel Giro del 1962

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(foto Archivio F. Balmamion)

A destra: Il rivarese Pietro Milano campione canavesano e protagonista nella Corsa Rosa del 1909 (foto Archivio Famiglia Milano)

corre a campioni del calibro di Giovanni Brunero, Giuseppe Enrici e Franco Balmamion, vincitori insieme di sei Giri, oltreché all’iridato di Alice Superiore Riccardo Filippi –, di altri erano a conoscenza solo gli sportivi incalliti. C’è poi una ben più folta schiera di “illustri sconosciuti”, meritevoli di riemergere dalla spessa coltre di polvere accumulatasi nei decenni su di loro e sulle loro imprese. Ed ecco allora uscire dall’oblio, con il rivarese Pietro Milano e il verolenghese Giovanni Marchese, tra gli altri l’eporediese Emanuele Garda, lo strambinese Giovanni Massetto, il sangiustese Giusto Cerutti, il nolese Ettore Balma Mion, il bollenghino Angelo Ricca, il calusiese Andrea Giacometti, l’azegliese Walter Vignono, il rivarolese Giuseppe Belli, i chivassesi Mario Tramontin e Angelo Ottaviani, i coriesi Giacomo Picca Garin e Giuseppe Audi Grivetta, il castellamontese Silvio Boni. Tutti hanno dato lustro allo sport canavesano attraverso le loro affermazioni e talvolta anche solo con le loro generose partecipazioni alle corse a carattere locale come a quelle nazionali. Protagonisti a parte, il Canavese è stato da sempre, come detto, teatro di un’infinità di corse, dalle maggiori come il Giro d’Italia, la Milano-Torino (la più antica classica europea) e il Giro del Piemonte alle cosiddette minori e locali, importantissime ai fini della diffusione capillare dello sport delle due ruote. Ed ecco quindi che in Canavese sono assurte al ruolo di “classiche” competizioni come il Trofeo Migliore di Calea e la Coppa Casale di Lessolo, il Trofeo Perona o Città di Cuorgné e la Coppa Brunero di Cirié, il Gran Premio Artigiani Sediai e Mobilieri di Grosso e la Torino-Valtournenche, tanto per citarne solo alcune. Tra tutte, la corsa regina è indiscutibilmente il Giro d’Italia, che in questo 2013 fa tappa a Ivrea: un’occasione imperdibile per applaudire i campioni di oggi e rendere omaggio a quelli del passato più o meno lontano. 

Per saperne di più I libri sul ciclismo, con i suoi personaggi e le sue vicende, non mancano certo. Mancava invece un testo specificatamente riferito al Canavese. Nel volume c’è proprio tutto quanto riguarda il ciclismo canavesano. Campioni (dai Brunero a Balmamion, dai Filippi ai Boni e così via) e corridori in gran parte sconosciuti (con oltre settanta profili biografici); corse a livello nazionale e a carattere locale; personaggi vari e società ciclistiche; la pista e il ciclocross; ciclismo femminile, Bartali & Coppi a Ivrea e in Canavese; le origini e le nuove “frontiere”. Un percorso tra storia e attualità, che parte dagli ultimi decenni dell’Ottocento per arrivare all’alba del Terzo Millennio, coinvolgendo centinaia e centinaia di protagonisti. CICLISMO IN CANAVESE tra Storia e Attualità Prefazione di Franco Balmamion Introduzione di Sergio Calvi 424 pagine 30 euro In vendita nelle librerie del Canavese

Tiziano Passera

Ciclismo Canavesano tra Storia e Attualità Prefazione di Franco Balmamion


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CANAVESE IN BICICLETTA

nelle terre di coppi Testi e foto di Alice Fumero

Aspettando l’arrivo della Tappa del Giro d’Italia ad Ivrea, una impegnativa ma appagante escursione in bicicletta sulle Colline Tortonesi alla scoperta dei valori e dei sapori di Fausto Coppi, mito immortale del ciclismo…


NELLE TERRE DI COPPI

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Nella pagina accanto: Percorso tra Monleale e Montemarzino In alto: Strada Vezzano da Viguzzolo

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maggio Ivrea si trasformerà per poche ore nella capitale del ciclismo: martedì 21 maggio infatti accoglierà l’arrivo di una delle tappe del Giro d’Italia 2013. Le strade saranno gremite di persone pronte ad aspettare ore intorno alle transenne l’arrivo in volata. Molti rispolvereranno la bicicletta, lasciata in garage da troppo tempo, spinti dal fascino del ciclismo. Un po’ tutti, soprattutto in questo momento storico dell’Italia, rimpiangeranno quando il ciclismo era un fatto di orgoglio nazionale, di identità, un modello etico di comportamento, un valore su cui basare il nostro quotidiano. A grandi e piccini tornerà alla memoria il cuore di un piccolo grande piemontese, perché nessuno può avere dimenticato le immense imprese di Fausto Coppi. Per questo, a tutti gli amanti del ciclismo e del cicloturismo voglio proporre un giro in bicicletta fuori porta nelle “Terre di Coppi”, nel tortonese. A Tortona, in Piazza Allende possiamo lasciare l’auto e inforcare la nostra bicicletta, fidata compagna di avventure su due ruote. Ci lasciamo immediatamente il centro alle spalle per seguire le indicazioni che ci condurranno verso il castello. Già dalle prime pedalate, che ci portano anche più in alto della Madonna delle Grazie che protegge la città, capiamo che il giro


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CANAVESE IN BICICLETTA

A sinistra: Cascina Colombera Azienda Vitivinicola

che stiamo per intraprendere ci strapperà un po’ di sudore e fiato. Ma appena si aprirà davanti ai nostri occhi il susseguirsi irregolare delle diverse colline, l’intreccio delle stradine che risalgono i costoni, i minuscoli comuni che non aspettano altro che di essere esplorati, capiamo subito anche che non sarà un giro qualsiasi: ad accompagnarci infatti sarà l’ombra silenziosa dell’ “Airone dalla maglia bianco-celeste” che su queste strade si è allenato fino a diventare il mito immortale del ciclismo. In Corso Coppi Fausto e Serse continua il nostro viaggio alla scoperta dei saperi e dei sapori delle “Terre di Coppi”: dopo pochi km di salita sulla destra possiamo incontrare, circondata da filari di vigneti, Cascina Colombera, Azienda Agricola produttrice di ottimi vini. Poco dopo sulla sinistra, troveremo Strada Bedolla, che ci porterà – con una panoramica e meravigliosa discesa – verso il piccolo Comune di Viguzzolo, situato sulla sinistra della Sp per Garbagna. Lasciato Viguzzolo, inizia l’avvicinamento ad una nuova rampa. Si segue Strada Berzano che, dopo diversi tornanti, ci porterà al Comune di Berzano dove potremo riposare le gambe, sicuramente un po’ affaticate dalla lunga salita, presso il ristorante “Il Cascinotto” che gode di una vista a 360° su tutto l’arco collinare e preappenninico. Dopo aver gustato i sapori più genuini del tipico menù piemontese e fatto scorta di energie possiamo dirigerci verso Monleale e Montemarzino. Sono piccoli agglomerati di antiche case, alcune trasformate in eleganti residenze estive, che si trovano nei punti più alti ed esposti delle colline: sferzati da una leggera brezza, così isolati dalle città più vicine che sembrano appartenere ad un altro tempo, circondati da chiazze multicolori di piante in fiore, immerse in un silenzio surreale, dominano su queste terre in cui sono ancora visibili i segni della fatica e del lavoro della campagna. Quegli stessi segni che abbiamo tanto ammirato nei muscoli lisci di Coppi, nel suo respiro calmo e lungo,


NELLE TERRE DI COPPI

nella sua onesta tenacia e forza che, come ricordava Giorgio Bocca, apparteneva ad un contadino diventato ciclista famoso, portava il segno delle antiche privazioni e di secolari umiliazioni. Mentre spingeremo con tutta la nostra forza sui pedali la nostra bicicletta su quell’asfalto rovinato dal tempo, i nostri occhi saranno conquistati dalle infinite sfumature della natura; nel momento in cui assaporeremo sulle nostre labbra il sudore seccato dall’aria ci sentiremo trasportati in un’altra dimensione. Ci sembrerà di essere più leggeri, riscopriremo per un attimo gli antichi valori della fatica e della gioia sincera, desidereremo lasciare il manubrio e, sorridendo, aprire le braccia al cielo: sarà come volare con l’Airone… Da qui inizia il ritorno verso valle, direzione Montegioco: la lunga e piacevole discesa è su un suggestivo crinale che separa nettamente la Val Grue e la Val Curone. Arrivati alla Sp 120 seguiremo in piano per Tortona: fermata d’obbligo alla Salumeria Mutti a Fraz. Baracca per assaggiare il Salame Nobile del Giarolo. Con il paniere pieno di gustosi sapori e di emozioni uniche, che solo la bicicletta sa regalare, possiamo recuperare l’auto e tornare ad Ivrea ad aspettare l’arrivo del Giro con una nuova consapevolezza. 

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In alto: Le colline del Canavese in primavera

Informazioni Periodo consigliato: aprile - giugno; settembre - ottobre Lunghezza: circa 35 Km Tempo di percorrenza: circa 2.45 ore (pause escluse) Livello difficoltà: consigliato agli amanti dei saliscendi un po’ impegnativi


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BORGHI STORICI

il castello di pavone Testi di Silvia Coppo Foto di Lorenzo Perotti


Con le sue mura e le sue torri di rosso argilla questo piccolo gioiello domina l’Anfiteatro morenico con la sua sobria ed elegante presenza. Eppure la storia di questo antico maniero rispecchia mille anni di vicissitudini travagliate delle popolazioni del Canavese.


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BORGHI STORICI

UN Po’ DI STORIA

I

l castello di Pavone Canavese si erge maestoso sulla sommità della collina del paese omonimo, dominandolo sia per la notevole scenografica dimensione, sia per l’attrazione che esercita su chi lo osserva. Ben visibile entrando nella città eporediese dalla strada provinciale detta Pedemontana e facilmente raggiungibile dal casello autostradale di Ivrea, con il suo aspetto possente ma pittoresco è infatti un affascinante monumento del patrimonio artistico italiano. Era in origine una fortezza posta in mezzo a diversi ricetti in una zona collinare sotto la giurisdizione del vescovado d’Ivrea. Le sue mura sono state erette fra il IX e XI secolo, su cui si è sovrapposta qualche aggiunta successiva con la costruzione di alcune sale. Coeva all’edificazione originaria è la chiesetta romanica all’interno del parco medievale che accoglie ancora oggi in due tombe romane del IV e V secolo a.C. i due capostipiti. All’interno delle mura del castello attrae il cortile lastricato in pietra montana, ingentilito dal cosiddetto pozzo dei misteri e dalla suggestiva architettura che lo contorna. Costruito come fortezza a protezione delle vie che arrivavano dal nordovest, si protegge con una formidabile doppia cinta muraria molto imponente che lo ha reso imprendibile nel corso dei secoli. Anche in questo, come per altri manieri del Canavese, ad essere maggiormente evocata è la figura di Arduino, prima marchese e poi re d’Italia dal 1002. Il nome del sovrano è pure associato ad un bel soffitto a cassettoni che decora gli interni e che in realtà proviene dal


IVREA LA BELLA

castello di Strambino, in cui sono ritratti personaggi e figure di animali. L’edificio è comunque stato proprietà e dominio di importanti personaggi e casate, quali i vescovi di Ivrea, gli Ottone, i Savoia. Vanta una storia fortunata per non aver subito distruzioni o pesanti rimaneggiamenti. Nel 1885 il castello è stato acquistato dall’architetto portoghese Alfredo D’Andrade per settemila lire, grazie alla mediazione dell’amico Giuseppe Giacosa. D’Andrade, raffinato intellettuale Sovrintendente ai Monumenti del Piemonte, lo scelse come sua dimora, lo restaurò con canoni filologici in vari anni di lavoro, ricostruendolo in gran parte e riportandolo alle condizioni originarie. Dichiarato monumento nazionale nel 1981, dal 1992 la famiglia Giodice si è invece incaricata dell’attuale ristrutturazione, convertendo il ruolo del castello in struttura ricettiva costituita da ristorante, hotel e centro congressi. La modernissima cucina può ospitare fino a 400 commensali, mentre gli spazi esterni consentono di ospitare fino a 750 persone. Non va poi dimenticato che l’imponente edificio fa anche fascinosamente da sfondo a rievocazioni storiche, come le ormai celebri ferie medievali che si tengono ogni anno a giugno. Sotto al castello, nel centro storico di Pavone, ha sede la Fondazione d’Andrade, che gestisce il museo, l’archivio e il centro studi. L’esposizione museale presenta le sale dalla prima alla quarta al pianterreno, le sale quinta e sesta al primo piano, lo spazio per le esposizioni temporanee al secondo piano. 

Nelle due pagine precedenti: Il castello di Pavone Canavese al tramonto Nella pagina a fianco: Il pavone in rame sulla torre del castello In alto: La torre del comune e la porta d’ingresso di un ricetto

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il castello di agliè Testi e foto di Arianna Zucco


il castello di agliè

Ha una lunga storia di quasi otto secoli ed ha rappresentato per il Canavese il luogo dove si sono consumate le vicende politiche piÚ intriganti. Sino al secolo scorso ospitava l’urna con i resti del grande Arduino, rubata dalla Marchesa di Miolans che la portò in dono al Conte Filippo di Valperga suo amante...

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D

opo aver raggiunto l’apice della celebrità una decina di anni fa, quando è stato scelto come location per la fortunatissima fiction Elisa di Rivombrosa, il Castello Ducale di Agliè continua ad attirare ogni anno migliaia di visitatori, all’interno del circuito turistico delle Residenze Sabaude nei dintorni di Torino. Le sue trecento stanze ben conservate, gli arredi originali ancora presenti in molti ambienti nonostante le razzie dei periodi di guerra, il grande parco verde con gli alberi secolari e i giardini all’italiana, lo rendono infatti la meta perfetta per una gita fuori porta nella bella stagione. Il nucleo più antico del complesso è di epoca medievale, ma il suo aspetto attuale, caratterizzato dalla facciata di mattoni in cotto, è opera del celebre architetto Amedeo di Castellamonte, chiamato a disegnarla nel Seicento, quando il Castello era di proprietà dei Conti di San Martino. A questo periodo risalgono la splendida facciata verso il giardino frontale – uno degli scorci più famosi del palazzo, con la fontana circolare in primo piano e il doppio scalone che sale a livello del cortile – e il giardino all’italiana posto a sinistra della facciata stessa, caratterizzato da un curioso gioco di siepi di bosso, intersecate a formare un basso labirinto. È solo nel Settecento che il Castello passa nelle mani dei Savoia: Carlo Emanuele III lo acquista per farne la residenza del figlio secondogenito, il Duca del Chiablese, dando avvio a una grandiosa opera di restauro che include la realizzazione della Fontana dei quattro fiumi, visibile anche dalla strada comunale che attraversa il parco. A inizio Ottocento, sono invece anni bui per la residenza Ducale: in epoca napoleonica viene infatti in parte trasformato in ricovero e spogliato dei suoi arredi più preziosi, il parco viene frazionato e venduto ai privati ed infine viene realizzata la carrabile che separerà per sempre il giardino dal parco. L’ultimo secolo di splendore del Castello come residenza nobiliare termina nel 1939 quando viene ven-


il castello di agliè

duto allo Stato Italiano per una cifra all’epoca esorbitante: ben 8 milioni di lire. Il periodo migliore per visitare il Castello è senza dubbio la primavera, quando parco e giardini si mostrano in tutto il loro splendore. Nelle ore più calde è consigliabile invece seguire il percorso di visita all’interno, dove si possono ammirare il favoloso salone da ballo centrale con affreschi del XVII secolo ed il salone d’ingresso con stucchi settecenteschi, due degli elementi che hanno contribuito a far riconoscere la residenza come patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO. A partire dal 1° ottobre sarà poi aperto ai visitatori anche uno dei principali gioielli architettonici del complesso – l’Appartamento del Re – composto da sei ambienti aulici riccamente arredati e decorati. Il Castello di Agliè è aperto tutti i giorni dal 30 marzo al 31 dicembre. La domenica è possibile prendere parte alle visite guidate gratuite organizzate dall’Associazione Volarte; nel corso dell’anno vengono proposti anche una serie di eventi di vario genere. Tutte le domeniche di maggio e la prima di giugno, si tiene ad esempio l’iniziativa “Al Museo con mamma e papà”, gestita dalla cooperativa Theatrum Sabaudiae con il Patrocinio del Comune di Torino, che prevede l’affiancamento alla visita guidata riservata ai genitori, l’intrattenimento dedicato ai bambini con attori, educatori e merenda presso il Teatrino della residenza. Nel corso dell’estate sono organizzate invece serate a tema enogastronomico o concerti musicali. Non mancano quindi le occasioni di rivivere le magiche atmosfere di questa residenza perfettamente conservata nel cuore del Canavese. 

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Nelle pagine precedenti: Il Castello di Agliè nella nota rappresentazione che ne aveva fornito la fiction tv Elisa di Rivombrosa Nella pagina a fianco: La balaustra in marmo del vialetto delle Serre In alto: Le rigorose geometrie delle siepi di bosso del Giardino all’italiana

Per saperne di più Piazza del Castello, 2 - 10011 Agliè Telefono: +39 0124 330102 Fax: +39 0124 330279 Web: www.ilcastellodiaglie.it Email: cast.aglie@ambienteto.arti. beniculturali.it

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nel parco del castello Testi e foto di Arianna Zucco

Passeggiare nel parco del castello consente di trascorrere piacevoli ore immersi in un luogo che ha giocato a plasmare la natura con arte e sensibilità . Il rigore architettonico ridisegna uno spazio verde dove il disordine creativo della natura trova un punto di ideale incontro con l’ordine imposto da canoni di eleganza sobria ed austera.


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N

elle calde giornate primaverili, il Castello di Agliè con il suo parco dagli alberi secolari e i giardini accosti al palazzo, offre lo spunto ideale per trascorrere una giornata nel verde, in un contesto ricco di storia e suggestioni. Occorre dedicare qualche ora per scoprire gli angoli più caratteristici della tenuta, in un percorso che inizia dalla strada carrabile, che attraversa l’area verde e divide inesorabilmente il parco selvaggio dai giardini dalle precise geometrie. Da qui l’itinerario può prendere avvio in due modi opposti: prima verso il parco per poi ritornare alla strada, attraversarla e prendere il viale ricoperto di ghiaia verso i giardini, oppure seguendo il tragitto esattamente contrario, a seconda dei gusti e delle intuizioni del momento. Il tratto che attraversa i giardini è quello più elegante, anche se ridotto come estensione. Articolato su più livelli a partire dalla strada, passa infatti per il Giardino della Fontana circolare, il Giardino all’italiana e il Giardino pensile con le sue serre. Questo

gioco di saliscendi con ampie scalinate di marmo e porticati testimonia il gusto secentesco che aveva caratterizzato il primo progetto dell’area verde del castello, con un uso puntuale delle geometrie tipiche dello stile italiano. Il primo impatto si ha, dall’alto con la Fontana circolare. Scendendo una delle rampe della doppia scalinata si raggiunge il giardino più basso che consente di ammirare la facciata del Castello in tutto il suo splendore, illuminata dalla luce sferzante proveniente da sud. Proseguendo verso il lato sinistro del Castello, si incontra invece l’elegante gioco geometrico delle siepi di bosso, piegate a formare una sorta di basso labirinto nel cuore del Giardino all’italiana. Al centro, anche in questo caso, ritroviamo l’elemento acquatico, con una fontana dalla vasca ellittica. A far da sfondo, il muro in mattoni a vista che ospita tre nicchie scandite da lesene e telamoni, mascheroni e statue in marmo di dimensioni colossali. Da qui occorre risalire al terzo livello per raggiungere il Giardino Pensile, anche chiamato Giardino delle Terrazze. Nell’avvicinarsi, proseguendo lungo la balaustra bianca che protegge il vialetto di collegamento,


Nel parco del castello

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Nelle pagine precedenti: Il Giardino all’italiana al quale si accede attraverso una grande scalinata a due rami con balaustre in marmo, rivolta a sud, verso la pianura torinese Nella pagina accanto: Il giardino della fontana circolare A destra: La facciata sud del castello

si possono visitare le serre, di vari colori, stili e usi. Fra tutte spicca la Serra Berain, disposta ad angolo come elemento di cerniera nel complesso delle serre decorate tra la Serra verde e la Serra bianca. Chiamata anche serra azzurra per il caratteristico colore, la Serra Berain presenta una decorazione a forti componenti naturalistiche. Tralci di vite incorniciano le porte, animali sono disseminati lungo le superfici: grifi, quaglie, pappagallini, scoiattoli e piccoli uccelli appaiono in gabbiette sospese. Sulle pareti lunghe tre putti banchettano sotto un baldacchino sospeso. Per la posizione e per il ricco apparato decorativo, si crede che un tempo avesse più la funzione di giardino d’inverno che di serra per il ricovero delle piante, come del resto tutti i locali decorati del gruppo delle serre. Superate le serre, si raggiunge quindi il Giardino Pensile: qui aiuole di forma diversa si sviluppano attorno ad una fontana circolare dalla quale emerge una testa femminile in marmo bianco. Nell’angolo nord ovest c’è il principale punto di attrazione visiva: il piccolo edificio della colombaia con il tetto a scandole colorate in ceramica di Castellamonte. Terminato il circuito dei giardini, occorre tornare indietro sui propri passi per attraversare la strada e

passare nella zona del Parco. Il primo impatto è con l’imponente Fontana dei Quattro Fiumi. A forma di ferro di cavallo, accoglie le statue dei quattro fiumi del Canavese: “la Dora che si getta nel Po”, “l’Orco giovane” e il “vecchio Malone” e i “Tritoni”, in marmo bianco di Pont, opera dei fratelli Collino. Qui nel Parco è più evidente il cambiamento che ha interessato la Residenza Ducale, nel passaggio da un gusto secentesco per le rigide geometrie alla predilizione romantica per i percorsi naturali, gli scorci, le radure, i boschi e i ponti rustici. Nella prima metà dell’Ottocento infatti la realizzazione del grande lago, del laghetto e delle isole, dell’imbarcadero e della collinetta delle rovine archeologiche determina il definitivo abbandono delle rigide assialità rinascimentali in favore degli stilemi romantici. Oggi i Giardini e il Parco sono visitabili nella bella stagione dal 31 marzo al 31 ottobre, da martedì alla domenica con ultimo ingresso alle 18.30. E sempre più spesso si prestano ad essere il suggestivo fondale scenografico di eventi, manifestazioni culturali, musicali ed anche enogastronomiche che negli anni hanno fatto registrare un sempre maggior successo di pubblico. 


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un gioIello del Canavese Testi e foto di Arianna Zucco

Il Castello di Agliè è una delle meraviglie piemontesi che attrae visitatori e cultori da ogni parte del mondo... eppure non è ancora abbastanza percepito il suo ruolo di volano per il turismo culturale del Canavese. Ne parliamo con Anna Aimone Funzionario storico dell’arte presso la Sopraintendenza per i beni Architettonici e paesaggistici del Piemonte.


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I

l patrimonio architettonico del Piemonte è una delle risorse principali in grado di alimentare l’industria del turismo culturale che nella Regione potrebbe rappresentare un importante fattore di sviluppo economico. La pensa così la dott.ssa Annamaria Aimone, Conservatore delle preziose collezioni del Castello ducale di Agliè, ma anche di altri due importanti siti architettonici piemontesi: l’Abbazia di Vezzolano e il Castello di Serralunga d’Alba. Responsabile dell’Ufficio didattico per la Soprintendenza e per il Castello ducale di Agliè, e dell’Ufficio comunicazione e stampa della Soprintendenza per i beni Architettonici e paesaggistici per le province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli, la dott.ssa Anna Aimone si dedica con passione e determinazione alla valorizzazione del nostro patrimonio artistico. L’abbiamo intervistata per conoscere più da vicino le politiche e le iniziative in atto in Canavese per il Castello di Agliè. Intanto ci piacerebbe spiegare ai nostri lettori qual è il suo ruolo e che cosa tutela oggi il suo Ufficio in Piemonte «Sono Funzionario Storico dell’arte presso la Soprintendenza per i beni Architettonici e paesaggistici per le province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli. Vorrei fare una breve parentesi sull’Istituzione presso cui svolgo le mie mansioni, che fa parte di una rete di differenti organi periferici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Le Soprintendenze sono strutture dipendenti, in Piemonte, dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, si occupano di salvaguardare i beni culturali, artistici, architettonici, archeologici e archivistici del territorio. Queste sono: la Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte, la Soprintendenza per i Beni Ar-


chitettonici e Paesaggistici per le province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli (SBAP-TO), la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Novara, Alessandria e Verbano Cusio Ossola (SBAP-NO), la Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Piemonte, e la Soprintendenza archivistica per il Piemonte. La SPAB-TO, oltre alla salvaguardia del territorio, rivolta alla tutela architettonica e paesaggistica, si occupa di tutelare il patrimonio eccezionale delle Residenze Sabaude in consegna al Ministero e alla stessa Soprintendenza, l’insieme dei Castelli, Palazzi e Residenze di varia natura commissionate o comunque abitate dalla famiglia reale. Questi siti oltre a costituire un’eccellenza per la storia artistica, politica, culturale e paesaggistica del nostro Paese, sono anche entrati a fare parte del patrimonio UNESCO nel 1997. Presso la SPAB-TO svolgo la funzione di conservatore delle collezioni dei beni mobili, quindi arredi, sculture e pitture, conservate presso il Castello ducale di Agliè, con incarico anche per la stessa funzione su altre due residenze assegnate alla Soprintendenza dove lavoro, quali, l’Abbazia di Vezzolano e il Castello di Serralunga d’Alba, siti che sono entrambi privi di arredi storici, ma il primo, l’Abbazia, possiede un ciclo di affreschi di eccezionale rilevanza. Il Castello ducale di Agliè è un edificio imponente, con una storia lunga molti secoli, complesso e ricchissimo, che conserva al suo interno un ricco patrimonio di beni artistici, paragonabile ad un grande museo, si estende infatti per circa 22.000 mq di superficie coperta e possiede 338.000 mq di giardino e parco».

Quali progetti sono in cantiere per l’anno a venire ? «Per il 2013 intendiamo concentrarci con la consueta attenzione allo studio e alla ricerca per la tutela e conservazione dei beni in consegna; inoltre intendiamo porre una crescente attenzione all’aspetto della didattica museale». L’attenzione sul Castello si era risvegliata dopo la fiction televisiva di Elisa di Rivombrosa. Passata la notorietà televisiva che cosa potrebbe fare del Castello un punto di interesse artistico e culturale per il territorio? «Come ho accennato, abbiamo intenzione di focalizzare i nostri sforzi su alcuni progetti di didattica museale, che hanno come scopo l’aumento del pubblico del castello, la semplificazione della fruizione, la creazione di occasioni e iniziative che coinvolgano

Nelle pagine precedenti: La fontana dei Quattro fiumi nel Parco del Castello Nella pagina accanto: Particolare della doppia scalinata di marmo che scende ai giardini: un putto. In questa pagina: Affresco sul soffitto della Serra a finti marmi


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maggiormente i visitatori. Con il termine didattica, intendo iniziative molto varie, rivolte ad un pubblico giovane ma anche adulto. Ad Agliè rimane ancora molto da fare: da una cartellonistica mirata, e possibilmente diversificata per diverse fasce di utenza, alla progettazione di percorsi specifici. Un esempio tra le iniziative previste nei prossimi mesi è il progetto “Benvenuti al Museo”, portato avanti con i ragazzi dell’Istituto Alberghiero Martinetti di Caluso. Il progetto è articolato in una serie di incontri, in cui è prevista una preventiva formazione ai ragazzi con introduzione storica del Castello; alla fase formativa seguirà una fase esperienziale di approccio alla realtà museale, con le guide del Castello e si concluderà con la conduzione di un gruppo da parte degli stessi studenti. L’appuntamento con questi ragazzi è fissato per i giorni 25, 26 e 27 aprile 2013. Scopo di una simile iniziativa è duplice: incrementare la conoscenza del patrimonio culturale e naturale locale, e lo sviluppo, nello studente, delle doti relazionali, la capacità comunicativa e la conduzione del gruppo. Un’altra iniziativa dal titolo Con Mamma e Papà... percorsi d’arte per grandi e piccini è prevista per le giornate del 5, 12 e 19 maggio e 9 giugno a partire dalle 15,30 presso la residenza alladiese: si tratterà di visite guidate per adulti e bambini a cura dell’Associazione Theatrum Sabaudiae, che permetterà di rispondere alle differenti esigenze di un pubblico variegato. Infatti, dopo la sincrona partenza dei due gruppi nel Salone di Caccia, la visita si articolerà in differenti itinerari per adulti e bambini, e questi ultimi saranno accompagnati presso il Teatrino del Castello, dove un’attrice professionista racconterà loro delle favole. Ancora non mancherà il consueto appuntamento del Pic-Nic Reale, previsto il 9 giugno.


Un gioiello del piemonte Nella pagina accanto: Lampadario a sospensione nella Serra dei finti marmi, sullo sfondo la Serra Berain

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A lato: La Serra bianca denominata anche la Grande Citroniera

Oltre a queste iniziative, hanno luogo attività di conferenze di divulgazione dei diversi restauri attivati in castello, con finalità di coinvolgimento del pubblico». Nel mese di settembre saranno inaugurate le Giornate Europee del Patrimonio, presso il Castello che programmi ci sono? «Alle Giornate Europee del Patrimonio, consueto appuntamento di carattere internazionale realizzato grazie allo sforzo congiunto di Consiglio d’Europa e Commissione Europea, l’Italia e il MIBAC aderiscono da anni, insieme a molti altri Paesi, con numerosi appuntamenti, ben 1500 quelli del 2012. Lo scopo delle GEP è la sensibilizzazione dei cittadini europei alla ricchezza e alla diversità culturale dell’Europa: finora si è sempre trattano di un appuntamento che prevedeva l’apertura di numerosi siti di interesse storico, culturale, l’organizzazione e inaugurazione di eventi, visite guidate e manifestazioni di varia natura, a carattere completamente gratuito. Purtroppo quest’anno, ed è stata una notizia amara per tutti noi addetti ai lavori, glielo posso assicurare, le iniziative previste non saranno gratuite: purtroppo la crisi e i tagli al nostro settore hanno causato inevitabili aumenti sui prezzi dei biglietti e la diminuzione delle iniziative a carattere gratuito. Tuttavia, anche quest’anno al Castello ducale di Agliè è previsto un evento per quelle

giornate: la mostra fotografica “Tuscolo ad Agliè, viaggio archeologico” che ripercorrerà l’incredibile viaggio della collezione Tuscolana conservata presso la residenza alladiese, frutto della passione archeologica di Carlo Felice e Maria Cristina di Borbone». Ancora una domanda più personale: cosa pensa delle politiche che si attuano per la valorizzazione dei beni architettonici del Canavese rispetto a quanto si fa per il resto del Piemonte? «Devo dire che mi piacerebbe attivare tavoli congiunti per riuscire a veicolare la cultura vista come territorio. Il castello e le strutture che supportano le iniziative, creano un volano per tutto il territorio circostante. Auspico di creare relazioni sempre più concrete con gli amministratori locali, sensibilizzandoli a creare rete e circuiti, tali per cui realizzare indotto». Che cosa si potrebbe migliorare per valorizzare i tesori del Canavese affinché rappresentino una risorsa per un turismo culturale d’eccellenza che potrebbe rappresentare un volano importante per l’economia canavesana? «Sicuramente, per quanto concerne la residenza, sarebbe utile poter realizzare più attività e sensibilizzare i canali di trasporto locali. Questo permetterebbe al sito stesso di essere più facilmente raggiungibile


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da Torino. Come ho già detto, creare rete, in questa fase, abbiamo attivato un percorso congiunto con il castello di Masino, in modo tale da riuscire a creare interscambio tra i due siti. Sarebbe opportuno, inoltre, poter avere più attività economiche, ovvero, presenza di attrattive quali negozi, bar, ristoro, ecc. Venaria insegna». Luoghi d’arte del passato e arte del presente, è possibile secondo lei che le architetture storiche del passato possano diventare il teatro dove far rivivere l’arte e la creatività del presente? Parlo di mostre artistiche come avviene al Forte di Bard e quindi spettacoli teatrali, rassegne cinematografiche e letterarie… «Vorrei fare una precisazione doverosa che riguarda la natura del castello di Agliè e di altre residenza sabaude, come Palazzo Reale e Racconigi: si tratta di una precisazione che mette a fuoco la diversità che caratterizza

questi luoghi e li rende unici rispetto ai citati Forte di Bard e Reggia di Venaria. Ad Agliè è presente uno straordinario contenitore, il Castello, dotato, e spesso molti lo dimenticano, di uno straordinario contenuto, ovvero gli arredi mobili, le sculture, le pitture che furono commissionati dai suoi abitanti, nei secoli. Questi oggetti rappresentano la storia del luogo, il gusto dei suoi abitanti, le loro passioni, i loro interessi. L’elemento collezionistico ad Agliè è molto presente e determina l’identità più profonda del luogo. Non sono affatto contraria al connubio tra arte contemporanea e arte antica, nel caso in cui sia studiato nel rispetto della fisionomia del luogo e della sua storia. Sottolineo l’importanza delle collezioni, poiché oltre ad una collezione antica classica, come quella di Tuscolo, abbiamo una collezione Etrusca, una collezione cinese, abbiamo davvero tante varietà di oggetti, pensate che il castello annovera ben 5000 beni mobili, non poca cosa per una residenza storica e comunque paragonata ai due siti da lei citati, molto belli peraltro, ma contenitori».


Un gioiello del piemonte

Quindi che cosa ci manca per realizzare un progetto vigoroso in grado di restituire il ruolo per il territorio che il Castello di Agliè meriterebbe? «Sono davvero contenta di poter portare l’esperienza del castello poiché tengo tantissimo a questo territorio straordinario e al contempo attivo. Sarebbe però opportuno unire le forze e sensibilizzare anche gli eventuali cultori artistici che possano prendersi cura delle bellezze del patrimonio storico, sovvenzionandone la conservazione ed il restauro. La “cosa pubblica” è tale poiché è di tutti, ma la sensibilizzazione probabilmente dovrebbe arrivare fino i nostri governanti. Per me è davvero triste avvalorare le difficoltà che esistono verso la tutela e la conservazione delle opere d’arte, forse, problema solo italiano poiché la ricchezza del vasto patrimonio non fa dare il giusto peso a ciò che gli altri stati e nazioni ci invidiano da sempre». 

Nella pagina a fianco: La facciata del Castello Ducale verso il Borgo di Agliè A destra: Particolare della facciata sud

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La Val sacra Testi e foto di Giulia Maringoni


Tra le mete escursionistiche del Piemonte, la Valle Sacra è senza dubbio la meno famosa e la meno frequentata. Immeritatamente, però, perché è in realtà un gioiello di eccezionale pregio storico-naturalistico, incastonato nell’angolo più soleggiato e ridente delle prealpi canavesane, come scrisse il suo più illustre personaggio Costantino Nigra.


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a Val Sacra offre molte sorprese all’escursionista curioso e rispettoso, che si metta sulle tracce di una “montagna” autentica, intatta e a misura d’uomo: la riposante distesa di boschi e pascoli, l’incontro con gli animali selvatici, il rigoglio della flora spontanea, il silenzio di placide borgate dove il tempo avanza a passo felpato, le chiesette e le cappelle votive sparse sui suoi versanti, le fontane, le vecchie mulattiere, le tracce della cultura alpina antica e recente. Un territorio che affascina per la sua incredibile varietà, in grado di coinvolgere grandi e piccini, neofiti e appassionati di sfide verticali, famiglie e diversamente abili, grazie alle creazione, nell’area attrezzata Bric Filia, di un percorso didattico fruibile anche da parte di turisti non vedenti. La Valle Sacra si presenta come un ventaglio aperto sulla pianura, offrendo al visitatore un labirinto di sentieri ombrosi, torrenti scroscianti, suggestivi punti panoramici, come quello del Monte Calvo (1357m) che abbraccia tutto l’anfiteatro morenico fino alla Basilica di Superga, la Sacra di San Michele, il Monviso e le Alpi Marittime. A cavallo tra la primavera e l’estate, quando, dopo lo sciogliersi delle nevi, i brillanti colori della natura che si risveglia creano magie ad ogni angolo, la Valle si ricopre di fiori ed erbe selvatiche e comincia a brulicare di vita. La Valle Sacra non vuole essere una terra da sfruttare con un turismo di massa avido di vette, che ne deturperebbe le bellezze naturali, ma intende proporsi come meta al viandante desideroso di ripercorrerne la storia, studiarne la cultura e immergersi nel folto della sua natura selvaggia. E decida, chissà, di farvi ritorno, per una sosta più lunga, in compagnia di chi, come lui, condivide la passione per un escursionismo consapevole che tuteli l’equilibrio dei posti attraversati.


LA VAL SACRA

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I fiori all’occhiello della Valle sono il “Pian delle Nere”, zona di fioritura del Narcissus poeticus, che nel mese di maggio esplode in tutto il suo candore e il “Sentiero del Basilisco”, legato alla leggenda del temibile serpente dalla cresta rossa e punteggiato di baite, boschi di castagni, roveri, betulle, rododendri, genzianelle, gigli bianchi, ranuncoli, frutti selvatici e pascoli con erbe dalle eccellenti proprietà curative e nutritive. I nostri avi conoscevano a fondo questo ricchissimo patrimonio naturale, da cui traevano risorse preziose per guarire i loro mali e preparare succulente ricette, che ancora oggi si tramandano di padre in figlio. 

Sagra del Narciso 19 maggio 2013 Una festa molto sentita a Castelnuovo Nigra dove per tutta la giornata gruppi canori sfilano per le vie del paese, tra bancarelle di prodotti tipici e stand gastronomici. Nella pagina precedente: Panorama della Val Sacra da Castelnuovo Nigra A fianco e In alto: Nel mese di maggio sulla Via degli Alti Pascoli, alle pendici della Bella Dormiente, fioriscono i narcisi che tingono di un velo bianco i prati. La fioritura è così intensa da essere visibile dalle valli di Issiglio e Vistrorio

Per informazioni Associazione Turistica Pro Loco di Castelnuovo Nigra Via G. Groce 12 tel. 339 5035267


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Il sentiero del basilisco Testi e foto di Giulia Maringoni


Un lungo e affascinante percorso che da Castelnuovo Nigra giunge al Santuario di Santa Elisabetta, antico monumento della religiositĂ locale che si affaccia sulle pianure del Canavese.


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In alto: Alti pascoli della Val Sacra Nella pagina precedente: Giochi di luce alle pendici della Quinzeina.

l percorso inizia con una strada sterrata presso il Ponte Romano di Castelnuovo Nigra (punto di raccordo del territorio di Cintano col comune di Sale) e, superato il torrente Piova e un ridente bosco di castagni, roveri e ontani verdi, si trasforma presto in un sentiero che conduce al guado del rio Vernetto. La seconda parte della gita segue il filo della dorsale principale, riprendendo il sentiero che congiungeva una miriade di borgate (“Le Sote”, la baita di “Madena”, ecc.), dove il tempo pare essersi fermato. E ognuna ha le sue caratteristiche, le sue infinite storie da raccontare, oltre a salde architetture in pietra. Qui troveremo tracce della civiltà dei contadini pastori, degli antichi mestieri praticati da queste genti, dalla fede e dalla devozione cristiana. Il tutto nella splendida cornice della Bella Dormiente, il profilo della donna addormentata costituito dalle punte rotondeggianti della Quinzeina (2300 m) e del Verzel (2405 m). Il sentiero prosegue fino ad un pianoro con vegetazione mista di betulle e faggi, caratterizzata da una grotta che presenta segni di scavo (forse usata per estrarne la calce, utile alla costruzione delle baite), per poi inerpicarsi a sinistra fino a raggiungere Vasivressa, ampio terri-


il sentiero del basilisco

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A lato: Il monumento al basilisco a Cintano In basso: Il sentiero del basilisco a Castelnuovo Nigra

torio di pascolo libero disseminato di baite, un tempo usate per l’alpeggio estivo, ma oggi per lo più diroccate e vuote. Un secondo rio da guadare rappresenta l’ultima fatica prima di sostare nell’amena località di Valossera. Ecco che inizia la discesa sul lungo sterrato che, attraversando i pascoli fino al Santuario di Santa Elisabetta, antico monumento della religiosità locale collocato in una posizione impareggiabile, riconduce al punto di partenza. ...la tradizione racconta Presso la Cappella del Malpasso, prima di svoltare per il Ponte Romano, lungo il corso del torrente Piova, secondo la leggenda, si trova custodito segretamente il tesoro dell’ultimo Basilisco ucciso in valle, che dimorava in grotte, sotterranei e pozzi. Il soffio del Basilisco, rappresentato come un serpente alato, che ha testa e zampe di gallo e occhi dallo sguardo che uccide, è estremamente velenoso e il suo sguardo mortale, ma lo si può sconfiggere mettendogli davanti uno specchio e facendolo così morire del suo stesso sguardo. Nel linguaggio allegorico degli alchimisti il basilisco indica la pietra filosofale. 

NOTE TECNICHE Località di partenza: Ponte Romano 780 m Tappe: Le Sote (1077 m), Baita Vernetta (1117 m), Baita Vasivressa (1334 m), Baita Geppo (1410 m), attraversamento Piova (1405 m), attraversamento Rio Gavia (1408m), Valossera (1449 m). Dislivello totale: 670 m Tempo di percorrenza: 5-6 h Distanza: 12 km Difficoltà: E Periodo consigliato: maggio-ottobre


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Incontri ad alta quota Testi e foto di Giulia Maringoni


Erbe spontanea dai sapori forti e intensi: qui si trovano ancora i margari che da secoli portano le mandrie agli alti pascoli dove le erbe profumatissime conferiscono il caratteristico sapore al latte che diventarĂ ottimo e prelibato formaggio di alpeggio...


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DA MONTE CALVO ALLA CAPPELLA DELLA VISITAZIONE


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na piacevole passeggiata che inizia nei pressi del Ponte Romano e conduce nel folto di un bosco di betulle, per ritemprarsi e ritornare ai tempi in cui le foreste venivano sfruttate con abilità e saggezza. Un bosco da percorrere, ascoltare, assaporare con calma: sarà in grado di darvi sensazioni indimenticabili, che non sempre le parole e la penna sanno esprimere. Tra maggio e giugno tutti i boschi, prati e pascoli sono in fermento vegetativo: lungo questo anello si avrà, dunque, la possibilità di imbattersi in una moltitudine di specie floreali e arbustive che, se raccolte con coscienza e parsimonia, permettono di recuperare, in parte, il legame ormai spezzato che i nostri avi avevano con la Natura, per loro vera e propria maestra di vita. Una volta erano le stagioni a regolare l’alimentazione delle popolazioni locali e bisognava perciò essere previdenti e, come brave formichine, organizzarsi per i tempi di minore abbondanza. Dal tarassaco alle ortiche, dall’aglio orsino all’erba cipollina, dalla rucola alla carota selvatica, dalla malva alla borragine: un tripudio di odori e sapori che inebrierà i nostri sensi e stuzzicherà, in un secondo momento, il nostro palato. Non dimentichiamo che l’erba dei pascoli estivi, rinomata per le sue qualità nutritive ed aromatiche, garantisce l’unicità e la salubrità del latte qui prodotto, e, di conseguenza, l’eccellenza dei prodotti caseari, come i formaggi Canaveis, Vitalba, Castagnolo e Narciso. Usciti dal bosco, si costeggia la strada asfaltata per circa 1 km, per poi inerpicarsi verso destra sulla pendice est del Monte Calvo (1357 m), una modesta altura da cui si godrà un panorama mozzafiato su tutta la Valle Sacra. Dalle baite Cavanis Superiore si scende lungo la sterrata verso la Cappella della Visitazione e si raggiunge il Ponte Romano, chiudendo così il giro ad anello. 

Nelle pagine precedenti: Incontri tipici salendo al Pian della Neve Nella pagina accanto: La Quinzeina Sopra: Tracce alpine In basso: Caltha palustris

NOTE TECNICHE Località di partenza: Ponte Romano Dislivello: 500m ca Tempo di percorrenza: 4 h Difficoltà: E Periodo Consigliato: maggio-ottobre Tappe: Monte Calvo-Cappella della Visitazione


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