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I Massive

Con una dedica particolare alla figura di Bartolomeo Pacca* [1756-1844], esponente di una delle più illustri famiglie beneventane, Cardinale camerlengo di Santa Romana Chiesa ed autore dell’omonimo Editto del 1820, che segna il primo fondamentale atto di legislazione organica di tutela del patrimonio artistico pubblico e privato.

Imagine all the people Sharing all the world

*

Massive Ecosystems Fondamentalmente, il modo in cui si guarda alle singole applicazioni tende a porre al centro sempre l’obiettivo di allargare l’area di quanti possono condividere la sedimentazione di conoscenza, attraverso strumenti in grado di aggregare competenze anche latenti, e restituire ipotesi strutturate su argomenti topici. Intese quali distinti ecosistemi di conoscenza, tracciati come espressioni di intelligenza rizomatica. Secondo un modello di interazione basato su un’interfaccia pensata allo scopo di potenziare i livelli di attenzione durante la fruizione degli ambienti che, a vario titolo, definiamo social network. In Bartholomeus Ap si recupera visualmente la dislocazione e l’intensità del culto. Testualmente la consistenza. Narrativamente l’iconografia ed i contenuti filmati, sonori o fotografici. Resi disponibili per scopi professionali, di studio, turistici, per il tempo libero od il servizio ai culti. E nelle more, allo scopo precipuo di mappare i beni culturali, facilitandone la catalogazione e l’inventariazione. Oltre che per tracciare i saperi necessari alla loro tutela nel tempo. Con un’interfaccia predisposta alla navigazione da touch screen. Giuseppe Nenna concept designer | a.u.p.t. Innovation carrier

Ecosystems : Imagine [1971]

Bartholomeus Ap Un ambiente di comunicazione, aperto, alla radice del tempo

Qualcosa di diverso da una semplice applicazione Massive Ecosystems. Una interfaccia* che tende ad evidenziare la complessità delle interazioni sedimentate da un ambiente aperto, in forma di social network. Che si sviluppa intorno ad un culto ed ai comportamenti che le relazioni umane ivi consolidano: localizzazione, edifici di culto, tradizione civica, feste religiose, testimonianze private, cappelle, altari intitolati, edicole votive, patrimonio artistico, alimentazione wiki delle fonti documentali, etc. Un memoriale collettivo che cresce tracciando i segni cultuali, dalla tradizione popolare alla mobilità sospinta dai reperti accreditati al testimone di fede, al santo. Registrando i contributi offerti dagli studiosi locali e/o di settore. Cromatismi I colori dello sfondo evidenziati nel disegno dell’interfaccia grafica|visuale sono le sfumature dell'oro, della carta di pergamena e dalla polvere di biacca che si adoperava anche per incastonare le tessere dei mosaici. Iscrizione laterale Riproduce i caratteri in littera beneventana incisi sulla lamina in piombo che sigillava l’urna contenente le reliquie dell’Apostolo, traslate a Benevento l’883, per volontà del principe longobardo Sicardo. Unico reperto pervenuto fino a noi del corredo altomedioevale all’antico sacello. Tastoni lapislazzuli Sono tessere vitree satinate, rifinite in oro, sul punto di essere poggiate nella biacca. L'ombra indica che stanno per essere incastonate. Le icone suggeriscono le funzioni associate ai comandi. Data in evidenza nel calendario [1 centrale 2 a lato in alto a destra] 1. Il colore chiaro richiama la luminescenza argentea del busto dell’Apostolo. 2. Le rifiniture sono riprodotte come da niello, tecnica di origine egizia ma molto nota in epoca medioevale che indica l’utilizzo di una pasta di leghe metalliche di colore nero [il niello, composto di zolfo, rame ed argento] con le quali erano riempiti gli intarsi di lamine o sculture in metallo. Come per la lavorazione del busto di san Bartolomeo, la superficie incisa era riempita in lega di niello macinata, lungo i tratti prodotti dall'incisione a bulino [usato proprio per l’intarsio nella decorazione dei metalli]. Questa tecnica prende il nome di niellatura. * il disegno dell’interfaccia grafica|visuale è riprodotto in allegato.

Il 25 ottobre 2009 Traslazione delle reliquie dell’Apostolo a Benevento l’anno 883

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I Massive Ecosystems : Bartholomeus Ap II III Sensus fidei, nella weltansharing IV V Distributed cognition e folksonomy V VII Una simulazione VIII Conclusioni IX X Dinamiche di servizio XI Human Innovation Carrier

Sensus fidei Alla radice del tempo. Del tempo contemporaneo, a partire dai segni annegati nella modernità. Se entro in un edificio di culto, difficilmente sono in grado di riconoscere un testimone di fede dai simboli iconografici: cosa significa il giglio, cosa indica un coltello, cosa un manoscritto raffigurato da un dipinto od un libro aperto su un’iscrizione latina? Perché quel francescano è Antonio di Padova e non Francesco d’Assisi? Perché quella carmelitana è Teresa di Lisieux e non Teresa di Gesù delle Ande? Un linguaggio un tempo popolare oggi appare sconosciuto. Il corredo simbolico non richiama più né una vita, un’esperienza spirituale, né il carisma che ha alimentato il culto di quei testimoni, di Cristo. Ben oltre gli ex-voto, oltre l’aneddotica fiorita intorno al potere taumaturgico o propiziatorio associato al patrocinio particolare: la mente, il corpo, lo sposalizio, la fecondazione di una nuova vita, la regressione di una malattia, una guarigione esteriore od una interiore. L’illuminazione di una scelta o di una vocazione. Perdendo, forse per sempre, il depositum fidei veicolato da gesti semplici, devozionali, suscitati da vite esemplari. Cioè quella carica di identificazione tra culto, tradizione, pedagogia spirituale e senso profondo della fede, che definiamo propriamente sensus fidei: implicito od in fieri, sollecitato da una condizione avvertita come di minorità o alimentato da una vita eucaristica, scaturente da un moto di gratitudine o dal risveglio accidentale al rapporto con la dimensione religiosa. Magari occasionato dalla visita di un luogo cui sono pervenuto per caso, o per fascinazione, per passaparola o per curiosità. In fondo una tra le principali missioni affidate alla «Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa» è connaturale all'impegno di una loro “valorizzazione, che ne favorisca una migliore conoscenza ed un’adeguata utilizzazione nella catechesi, quanto nella liturgia” [S.S. Giovanni Paolo II, allocuzione “L’importanza del patrimonio artistico nell’espressione della fede e nel dialogo con l’umanità”, in: L’Osservatore Romano, 13 ottobre 1995, p. 5]. Oltre l’effimero, nella weltansharing: questioni di paradigma L’esplosione anche in Italia del social networking pone oggi il tema del superamento della trasmissione gerarchica dei saperi e delle esperienze: quanto è oggetto della nostra comune attenzione investe gli approcci - in profondo cambiamento - ed il processo di gestione della conoscenza. Sia per la più alta scolarizzazione media del “pubblico”, sia per il fenomeno che viene definito “prosumer” [grazie alla diffusione di apparati in grado di funzionare da serbatoi di contenuti digitali - spesso banali, di puro divertimento, frequentemente di buona qualità compositiva e veicolo di vero linguaggio info|narrativo - immediatamente pubblicabili a costo zero]: lo spazio in cui s’interpone Bartholomeus Ap, un ambiente di comunicazione, aperto, alla radice del tempo, alimentato dai prosumer.

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La cui fruizione è veicolata da visitatori distratti o christifideles, contemporaneamente produttori [producer] e consumatori [consumer] di contenuti, da cui il neologismo prosumer. Non più solo un pubblico, accomodato oltre la quarta parete del palcoscenico teatrale, ma moltitudini sul palcoscenico, che sempre più spesso si identificano con il luogo della rappresentazione. Di cui il social networking amplifica l’espansione, rendendole fattore strutturale, quale proactive consumer. Di cui è giusto, necessario incanalare le premesse positive, al servizio della dignità della persona umana: «Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità», S.S. Benedetto XVI, il 24 gennaio 2009, memoria di Francesco di Sales. E pertanto un’applicazioni che tende ad evidenziare la complessità delle interazioni sedimentate da un ambiente discreto, che si sviluppa intorno ad un culto ed ai comportamenti che le relazioni umane ivi consolidano. Nomenclato adottando i criteri del servizio multilingue Michael [che facilita la ricerca e l’esplorazione delle collezioni digitali di musei, archivi, biblioteche ed altre istituzioni culturali dislocate nei territori d’Europa]. Ancorato al martirologio cristiano, integrandone le informazioni storiche scarne o copiose, frammentarie o documentali - che circoscrivono la cronologia dell’esperienza storica del testimone di fede. O della sua impronta spirituale, ad esempio nei mille nomi attribuiti alla madre di Gesù: Maryàm, Ausiliatrice, Stella Maris, Madonna delle grazie o della neve o della speranza o della misericordia e miriadi d’altri. Mappandone visualmente la dislocazione e l’intensità. Testualmente la consistenza. Narrativamente l’iconografia ed i contenuti filmati, sonori o fotografati. Ovvero come applico un modello organizzativo pensato in digitale, a supporto di processi organizzativi tradizionali od analogici: quanto amo definire weltansharing, ove sharing, il processo di condivisione, designa il tema chiave delle nuove organizzazioni di rete. E, di più, dei saperi e delle esperienze. Quindi un ambiente ai limiti della fruizione ludica che drena conoscenza e la riconnette, secondo la metafora del rizoma. “Un rizoma non incomincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, inter-essere, intermezzo. L’albero è la filiazione ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza. L’albero impone il verbo ‘essere’, ma il rizoma ha per tessuto la congiunzione, ‘e…e…e’. In questa congiunzione c’è abbastanza forza per scuotere e sradicare il verbo essere”  L'univocità dell'essere, per Deleuze, si dà come differenza. La ripetizione dell'essere è, perciò, moltiplicazione della differenza. Ma l'essere come differenza è tremendamente vicino proprio al ritratto che della differenza ontologica - heideggeriana - Deleuze fornisce e da cui, pure, intendeva prendere le distanze. ⊳

 Con la variazione che qui l'essere è alla superficie nomade e anarchico; designativo e non giudicante. La superficie dell'essere è investita dalla molteplicità, in quanto tutti gli eventi che la solcano e riattraversano sono differenti positivamente esistenti. Antonio Chiocchi, ‘Molteplicità e pensiero: Deleuze’, in «Globalizzazione come intercampo», ago|set 2003.

 Gilles Deleuze, Félix Guattari: « Mille piani », Castelvecchi 1980, pp. 645 [ http://it.wikipedia.org/wiki/Millepiani ]

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Si è passati, cioè, dalla società dello spettacolo descritta da Guy E. Debord a metà degli anni ’60 alla modernità liquida secondo Zygmunt Bauman, poi alla postdemocrazia secondo Colin Crouch [ma anche Fareed Zakaria]. Fino al point of being di Derrick de Kerckhove. Il punto di essere, nel punto in cui siamo: georeferenziati e dotati di connettività più o meno illimitata [spesso, non ancora sempre sempre]. Che preludeva al fenomeno Obama, ovvero all’affacciarsi sulla scena pubblica delle grassroots organisation [l’auto-organizzazione sociale spinta dalla connettività e disciplinata dagli ambienti di social networking]. Paradigmaticamente vicina ai “Mille piani” descritti da Gilles Deleuze e Félix Guattari nel 1980. Dalla distributed cognition alla folksonomy *Distributed cognition is a psychological theory developed in the mid 1980s by Edwin Hutchins. Using insights from sociology, cognitive science, and the psychology of Vygotsky [cf activity theory] it emphasizes the social aspects of cognition. It is a framework [not a method] that involves the coordination between individuals and artifacts [ http://en.wikipedia.org/wiki/ Distributed_cognition ].

Assecondare la stabilizzazione di un siffatto ambiente di interazione equivale a dissodare la strada ai processi di connessione tra distinti sistemi di knowledge, a favore di nuove policy, facendo leva sulle dinamiche dal basso o grassroots [a partire da processi reali]. Modificando implicitamente la cognizione del paesaggio urbano della conoscenza e puntando decisamente sulla valorizzazione del patrimonio umano endogeno: TED, la più importante conferenza dei saperi tecnosociali al mondo, ha fatto proprio il motto “Ideas worth spreading | idee degne di essere diffuse”. TED [acronimo di Technology Entertainment Design] mette insieme, senza confonderli impropriamente, saperi distinti, e lo fa al massimo livello, in forma di brainstorming, diffondendo i contenuti delle conferenze che promuove [ http://www.ted.com/talks/list | http://it.wikipedia.org/wiki/TED_(conferenza) ]. Argomento che recupera il tema del rapporto con l’intelligenza distribuita, o distributed cognition*.

A paper by Gerhard Fischer and Hal Eden, Spring Semester 2005: James Hollan, Edwin Hutchins & David Kirsh (2001) “Distributed Cognition: Toward a New Foundation for Human-Computer Interaction Research”. In J. M. Carroll (Ed.) HumanComputer Interaction in the New Millennium, ACM Press, New York, pp. 75-94 [ http://swiki.cs.colorado.edu/d lc-005/uploads/9/distributedcogn-hutchins.pdf ].

Come a dire che i processi cognitivi non sono semplicemente distribuiti tra i membri di un gruppo, assumendo un significato molto più ampio che include i fenomeni che emergono nelle interazioni sociali, e anche nelle relazioni tra artefatti e persone nei loro luoghi di attività o di svago [si pensi al peso che assume la fruizione di contenuti in mobilità, che richiede l’articolazione di linguaggi e strutture narrative dedicati]. A partire da questa evidenza gli ambienti di interazione diventano essi stessi strutture narrative o, quantomeno, interfacce che veicolano narrazione. Da cui estrarre quanto viene definito sensemaking, ovvero la capacità od il tentativo di dare senso a una situazione liquida, ambigua, indeterminata. Più esattamente, sensemaking è il processo di creazione di consapevolezza a partire da una situazione data, od anche la capacità di recuperare comprensione in situazioni di elevata complessità ed incertezza, al fine di prendere decisioni. Si tratta di “un motivato, continuo sforzo di capire le connessioni - che è possibile stabilire tra persone, luoghi ed eventi -, al fine di anticipare le loro traiettorie e di agire in modo efficace” [ Klein et al., 2006a | http://en.wikipedia.org/wiki/Sensemaking ]. Ad esempio devo affrontare un restauro problematico ed attingo ad esperienze tracciate da strumenti di information mining associati ai processi di sensemaking.

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Qui ci introduciamo nell’area più raffinata della gestione dei processi di conoscenza, facilitata dalla condivisione di informazioni, a partire dalla traccia delle interazioni che l’ambiente induce. Associandola al concetto di folksonomy che descrive una categorizzazione di informazioni generata dagli utenti mediante l'utilizzo di parole chiave [o tag] scelte liberamente. Il termine è formato dall’unione di due parole, folk e tassonomia; una folksonomia è, pertanto, una tassonomia creata da chi la usa, in base a criteri individuali [ http://it.wikipedia.org/wiki/Folksonomy ]. In maniera più semplice e concreta, questo termine si riferisce alla metodologia utilizzata da gruppi di persone che collaborano spontaneamente per organizzare in categorie le informazioni disponibili attraverso internet [quanto viene sbrigativamente definito web 2.0]. Un fenomeno apparentemente in contrasto con i metodi di classificazione formale [in particolare con la tassonomia classica], che cresce soprattutto in comunità non gerarchiche legate ad applicazioni web, attraverso le quali vengono diffusi contenuti testuali e/o multimediali. Considerato che gli organizzatori dell'informazione sono di solito gli utenti finali, la folksonomia produce risultati che riflettono in maniera più definita l'informazione, secondo il modello concettuale della popolazione in cui il progetto viene realizzato. Pertanto il citato processo di sensemaking riconduce un’informazione liquida ed eterogenea a criteri di lettura più strutturati ed appropriati. Tali dinamiche restano peraltro estranee ed ignote al fruitore di tali ambienti, che interagirà semplicemente con interfacce che vi daranno accesso da artefatti fissi o mobili: un pc, un laptop, un netbook, uno smartphone, un navigatore satellitare, un display incassato in un oggetto d’arredo, il televisore di casa DTT od evoluto, un touch screen collocato in un non luogo [aeroporti, stazioni ferroviarie e metropolitane, ospedali, shopping center, multisala e le diverse declinazioni dei cd. non luoghi]. Ad evidenziare il carattere ergonomico del design con cui viene costruita l’applicazione per l’utente. Una simulazione

Per suggerire un’idea di funzionamento dell’applicazione Bartholomeus Ap, un ambiente di comunicazione, aperto, alla radice del tempo, alimentato dai prosumer, proviamo a simulare una tipica interazione. Attesa dal lato dell’utente e dal lato del contributore di user generated content [http://it.wikipedia.org/wiki/User_Generated_Content ]  Accedo all’interfaccia da un indirizzo ip [www.bartolomeo.info ad esempio] oppure da un portale [www.culti.info, ancora a titolo di esempio]. Inserisco un luogo od un’area geografica [Benevento città, provincia, Campania, Italia, Europa, Mondo] e mi compare una mappa che posso impostare secondo diversi criteri di dettaglio, in base alle informazioni già immesse dagli utenti [edifici di culto, tradizione civica, feste religiose, testimonianze private, cappelle, altari intitolati, edicole votive, patrimonio artistico, alimentazione wiki delle fonti documentali, piccola editoria, etc.].

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I puntatori compaiono con diversi colori sulla mappa, evidenziando le citate categorie di ricerca. Cliccando su un puntatore seleziono contemporaneamente la lista di informazioni correlate [del medesimo colore, che appaiono a sinistra, nell’area posizionata sotto i tastoni lapislazzuli] ed il dettaglio del puntatore cliccato, nella parte alta dello schermo: il player video-fotografico a sinistra, che richiama i contenuti immessi dai contributori di user generated content [secondo ordini di priorità impostati dagli utenti], il blog con l’espansione delle notizie sintetiche, nella visualizzazione standard, e di dettaglio, ampliando l’area di lettura e restringendo l’area coperta dalla mappa. Posso continuare a navigare i contenuti selezionando le informazioni dalla mappa, dalle notizie correlate, dalla griglia colori posizionata sotto il blog, dal calendario centrale oppure dai tastoni lapislazzuli, recanti la più ampia scelta nella gamma di ricerca, in base alle informazioni già immesse dagli utenti o richiamate attraverso la consultazione di fonti eterogenee presenti in rete, applicando logiche di sensemaking. Gli strumenti proposti possono infatti essere utilizzati per modellare le fonti da cui assumere i dati necessari ad eseguire le valutazioni proprie a ciascuna categoria di utenza [secondo i criteri di ricerca associati ai comandi]. Modellazione necessaria a distinguere le informazioni utili, correlate alla specifica chiave di ricerca, da quelle ridondanti: ad esempio voglio sovrapporre la nomenclatura associata ai criteri del servizio multilingue Michael e confrontarla con i sistemi di catalogazione adottati dalla Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Modelli evolvibili, nel senso che sono modificati man mano che nuova conoscenza viene acquisita con riferimento all’ambito di valutazione specifico ed all’intelligenza accresciuta dagli utenti. Secondo processi di folksonomy [la comunità di utenti sviluppa una propria nomenclatura per sedimentare conoscenza] o di distributed cognition [la comunità di utenti si muove accrescendo conoscenza sulla base di una nomenclatura standardizzata, accessibile applicando criteri comuni].  Dal lato del contributore, gli user generated content sono resi disponibili per scopi che, allo stato, possiamo ricondurre ad usi editoriali, di studio, professionali, turistici, per il tempo libero od il servizio ai culti.

Ciascun contributore può, evidentemente, prefiggersi più di uno scopo in relazione all’ambito di attività prevalente, professionale o per il tempo libero. Se il contributore è RAI Vaticano o Sat 2000, può arricchire i propri contenuti editoriali sul modello current.tv, semplicemente privilegiando una o più modalità di catalogazione|utilizzazione di contributi “prosumer”. Se il contributore è Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, può immettere dei filtri di ricerca e consultazione, avendo a disposizione un patrimonio di informazioni geolocalizzate, corredate da immagini fisse od in movimento, supporti sonori e testuali in grado di ridurre sensibilmente i costi di aggregazione di “semilavorati” da integrare in censimenti strutturati. Accessibili in maniera pubblica o con restrizioni.

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Se il contributore è il Rettore della Basilica dedicata a San Bartolomeo Apostolo a Benevento [che ne custodisce le reliquie del corpo], può accedere ad un form per la catalogazione dei beni artistici e culturali in possesso del luogo di culto. Selezionando i contenuti orientati più strettamente alla pastorale ed alla liturgia, corredati dell’agenda feriale e da quella festiva. Distinguendoli dall’informazione ai visitatori, magari utilizzando filmati resi disponibili da altri visitatori di madrelingua. Anche predisponendo banali sistemi wireless per l’upload dei contenuti in loco. Se il contributore è Opera Romana Pellegrinaggi, può accedere alla mappatura dell’intensità delle interazioni suscitate da luoghi di culto minori. O scoprire elementi rilevati da studiosi o turisti, tracce di culto precedentemente non riconosciute, ad esempio nella ricomposizione della mappatura di immagini impresse in edicole votive, dipinti, statue lignee e quant’altro, semplicemente evidenziando i percorsi che emergono dai puntatori georefereziati. Assumendo dai sistemi wireless per l’upload dei contenuti in loco fonti per audio-video guide dai contributi resi disponibili dai “prosumer”, anche in base a criteri di gradimento espresso dagli utenti e sorvegliati in relazione all’attendibilità delle informazioni veicolate. Se il contributore è un “prosumer”, potrà promuovere una propria comunità di utenti che si concentrerà su aspetti ludici o professionali [ad esempio nell’ambito del restauro e della conservazione], o di ricerca personale. A partire da un evidente riammagliamento di quanto il sensus fidei è in grado di comunicare a ciascuno, oggi. Semplicemente. Da una mappa e da migliaia di altri user generated content. E dalle interazioni che questi elementi di conoscenza condivisa sono in grado di mobilitare. Solo lunedì 19 ottobre scorso S.S. Benedetto XVI, aveva dichiarato: «Anche le immense risorse intellettuali, culturali ed economiche di cui l’Europa è ricca, continueranno a portare frutto se rimarranno fecondate dalla visione trascendente della persona umana, che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea. Si tratta di una “tradizione umanista” che rende l’Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione. Si tratta principalmente della ricerca del giusto e delicato equilibrio fra l'efficienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell'ambiente, e soprattutto dell'indispensabile e necessario sostegno alla vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, e alla famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. L'Europa sarà realmente se stessa solo se saprà conservare l'originalità che ha fatto la sua grandezza e che è in grado di fare di essa, nel futuro, uno degli attori principali nella promozione dello sviluppo integrale delle persone, che la Chiesa cattolica considera come l'unica via in grado di porre rimedio agli squilibri presenti nel nostro mondo» [ www.vatican.va/holy_ father/benedict_xvi/speeches/2009/october/ documents/hf_ben-xvi_spe _20091019_ambassador-ue_it.html ].

VII

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Conclusioni Si ometterà in questa sede l’approfondimento del business model che rende equilibrato e sostenibile nel tempo l’affinamento delle soluzioni ed il costo dell’infrastruttura tecnologica dedicata. Soffermandosi sul tema centrale cui è riconducibile uno sforzo d’interpretazione dello spirito del tempo: come rendiamo leggibile un percorso storico ed identitario che sembra confinato a disquisizioni colte od atteggiamenti ai limiti del devozionismo magico. Perché sappiamo che il senso della dignità umana che Cristo ha potentemente immesso nella dimensione storica non è smarrito. E molti segni lo confermano. Ma si modifica la percezione di quell’impronta spirituale, per quanti credono nel significato trascendente di un’esperienza storica. E persino di riferimento, feriale, per quanti altri dubitano della sua natura escatologica. Senza chiudersi nel cuore al valore di un’esperienza vivente di comunione, pur corrotta dalle fragilità umane. Secondo Boris Vyseslavcev*: “Il cuore è il centro non soltanto della coscienza ma dell'inconscio, non soltanto dell'anima ma dello spirito, non soltanto dello spirito ma del corpo, non soltanto di ciò che è comprensibile ma di ciò che è incomprensibile; in una parola, è il centro assoluto [dell'essere umano, nda]”. Qual è dunque, potremmo chiederci, il rapporto che lega la mente al cuore? Scrive Vyseslavcev: “Il tratto straordinariamente caratteristico del cristianesimo orientale consiste nel fatto che per esso la mente, l'intelletto o la ragione, non è mai la base ultima, il fondamento della vita; la riflessione intellettuale su Dio non è una percezione religiosa autentica. I padri della chiesa orientale e gli starcy russi forniscono la seguente direttiva per vivere un'esperienza religiosa genuina: Bisogna stare con la mente nel cuore”. *Boris Vyseslavcev: “Il Cuore nella mistica cristiana e indiana”, in “L'intelligenza spirituale del sentimento”, ISBN 88-86517-00-9. Strumenti come quelli sommariamente descritti non hanno lo scopo di inculturare, ove fosse possibile e financo consigliabile, ma di modificare la percezione. Recuperando la memoria ontologica, il depositum fidei veicolato da gesti semplici, devozionali, suscitati da vite esemplari. Cioè quella carica di identificazione tra culto, tradizione, pedagogia spirituale e senso profondo della fede, che definiamo propriamente sensus fidei. Con gli artefatti e gli ambienti che i mutamenti tecnosociali inducono, vertiginosamente, intorno a noi. Intercettandoli per restituirli fecondati dalla visione trascendente della persona umana. Certamente per chi scrive questo elemento si confonde con il lavoro. Ma non tutte le motivazioni sono mercenarie.

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Dinamiche di servizio 1

Funzionare da evidenziatori:

evidenziare le buone consuetudini, le dinamiche proattive, collocandole a portata di mano. Riponendo fiducia nelle persone. Ciascuno e ciascuna vive il culto e contribuisce alla sedimentazione di senso e deposito culturale [così com’è, la relazione cultuale e la persona che la vive, imperfetta ed indispensabile; non il migliore dei mondi possibili, desiderabili]. L’ambiente digitale traccia le esperienze, ritorna al territorio e - viceversa amplifica il dato reale. 2

Lavorare per le nicchie, sui piccoli numeri, col passaparola:

significa essere autentici, reali, molto focalizzati e in contatto diretto con il tessuto urbano vivente, perennemente sostenuti dal word-of-mouth, il passaparola. Che assurge a media portatore di conoscenza condivisa. Non necessariamente alta; esperienziale ove quella quotidianità esprima valori ed esiti più rilevanti di quelli promossi dalla mera tecnicalità. È altresì il caso della diffusione virale di contenuti generazionali o di genere: pensati per parlare a certe interlocutrici, utilizzandolo format distribuiti da un media come messenger, ovvero - per riprendere l’esempio citato - per arrivare agli adolescenti ed ai preadolescenti potenziando l’impatto di iniziative specifiche a partire da elementi di comunicazione virale e slang condivisi, oppure per il modo in cui pianifichiamo una campagna di comunicazione basata sugli user generated contents. Argomento che recupera il tema del rapporto con l’intelligenza distribuita, o distributed cognition. Come a dire che i processi cognitivi non sono semplicemente distribuiti tra i membri di un gruppo, assumendo un significato molto più ampio che include i fenomeni che emergono nelle interazioni sociali, e anche nelle relazioni tra artefatti e persone nei loro luoghi di attività o di svago [si pensi al peso che assume la fruizione di contenuti in mobilità, che richiede l’articolazione di linguaggi e strutture narrative dedicati]. L’ambiente digitale segmenta la domanda e redistribuisce l’offerta per nicchie dinamiche, che si ricombinano incessantemente. Il tema è specificamente sviluppato in chiave di Rhizomatic decision-making process [la nota metodologica afferente tali ambienti, tipicamente di knowledge management, è solo delineata alle indicazioni già fornite]. 3

Riconoscere gli ecosistemi di conoscenza:

rendendoli prossimi ed aperti, e non convenzionali ed isolati, annegati nell’anonimato, dall’anonimato. L’esempio che propongo nel riferirmi alla valorizzazione del patrimonio umano endogeno che - quale ecosistema di conoscenza - si muove nell’impresa e nell’associazionismo più vicini al mio

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background culturale [concept design per lo sviluppo di innovazione a partire da contesti di comunicazione digitale, intesi come ambienti per la gestione della conoscenza]. Che può diventare - quel background - un attore della trasformazione inclusiva. Schiettamente un’azione di knowledge management, che risponde ad una domanda precisa: come intercettiamo, oggi, competenze sottotraccia e passioni marginali, periferiche, accrescendole di valore relazionale. A supporto di policy nuove nell’impostazione e molto efficaci nella sostanza. L’ambiente digitale connette le nicchie, rafforzando la competitività del sistema territoriale, pubblico e privato, in un assetto dinamico a leadership variabile ma privo di invasioni di campo, senza confondere i ruoli. 4

Avvicinare ed avvicinarsi, reclinandosi:

è il gesto di Giovanni, il discepolo amato, ritratto nel cenacolo di Duccio di Buoninsegna; come a dire che realizziamo ambienti e processi organizzativi in cui le dinamiche dell’ascolto potenziano ed arricchiscono le informazioni a cui ciascun utente può accedere, attenuando le barriere innalzate dalle asimmetrie informative. Verifichiamo, cioè, in quale modo le nicchie assumono rilievo, sia in termini di creazione di valore economico che di incremento dei cosiddetti beni relazionali, in quanto prossimità alimentata dalla tracciabilità delle esperienze territorialmente localizzate, anche - o soprattutto - cultuali [esercitando attenzione|tensione verso le esperienze personali, o user generated experience]. Implementando ambienti e processi organizzativi in cui tali dinamiche siano potenziate senza essere eterodirette. Assecondando la spontaneità. Ovvero come il modello organizzativo [sburocratizzato e pensato in] digitale è posto a supporto di organizzazioni tradizionali od analogiche, che beneficiano del dinamismo intrinseco agli ecosistemi di conoscenza, evidenziati in ambienti di social networking aperti e condivisi. Privilegiando la ricostruzione dei tessuti della relazione personale: l’ambiente digitale traccia le esperienze, ritorna al territorio e - viceversa amplifica il dato reale.

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Con una dedica particolare alla figura di Bartolomeo Pacca [1756-1844], esponente di una delle piÚ illustri famiglie beneventane, Cardinale camerlengo di Santa Romana Chiesa ed autore dell’omonimo Editto del 1820, che segna il primo fondamentale atto di legislazione organica di tutela del patrimonio artistico pubblico e privato.

Bartholomeus Ap Un ambiente di comunicazione, aperto, alla radice del tempo

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