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02 numero

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L’appuntamento del venerdì

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IL DUOMO MALATO A - Vaccinazioni: una polemica aperta A - Edoardo Berta. Un paese coperto di neve K - La Befana Corriere del Ticino

laRegioneTicino

Giornale del Popolo • Tessiner Zeitung

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Edizione del agosto 2008


numero 2 2 gennaio 2009

Agorà Vaccinazioni: una polemica aperta

DI

LUDOVICA DOMENICHELLI

Arti Edoardo Berta. Un paese coperto di neve Media Simboli. Jolly Roger e i suoi fratelli

DI

DI

Salute Alimentazione. Sbatti il mostro nel piatto

Tiratura controllata

Kalendae La Befana

Chiusura redazionale Mercoledì 24 dicembre

Editore

Teleradio 7 SA Muzzano

Direttore editoriale Peter Keller

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Amministrazione via San Gottardo 50 6900 Massagno tel. 091 922 38 00 fax 091 922 38 12

Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

Stampa

(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

Pubblicità

Publicitas Publimag AG Mürtschenstrasse 39 Postfach 8010 Zürich Tel. +41 44 250 31 31 Fax +41 44 250 31 32 service.zh@publimag.ch www.publimag.ch

Annunci locali

Publicitas Lugano tel. 091 910 35 65 fax 091 910 35 49 lugano@publicitas.ch Publicitas Bellinzona tel. 091 821 42 00 fax 091 821 42 01 bellinzona@publicitas.ch Publicitas Chiasso tel. 091 695 11 00 fax 091 695 11 04 chiasso@publicitas.ch Publicitas Locarno tel. 091 759 67 00 fax 091 759 67 06 locarno@publicitas.ch

In copertina

Formella in marmo presente nel Duomo raffigurante la cattedrale protetta dalla Vergine Fotografia di Adriano Heitmann

GIANCARLO FORNASIER

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MARIELLA DAL FARRA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Impressum 90’606 copie

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DI

ROBERTO ROVEDA

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FRANCESCA RIGOTTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Fotografia Roger Weiss . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Vitae Silvio Raffo

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DI

DI

FEDERICA BAJ

Reportage Il Duomo malato

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DI

ROBERTO ROVEDA; FOTOGRAFIE DI ADRIANO HEITMANN

Animalia Lo storno. Un racconto inedito

DI

PIERO SCANZIANI

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39 48

Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Illustrazione Vola la Befana, cade il manager

ADRIANO CRIVELLI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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DI

Il nuovo anno Cari lettori, Nell’augurare a tutti un Felice anno nuovo mi preme evidenziare alcuni rilevanti cambiamenti che riguardano Ticinosette proprio a partire da questo numero. Come stabilito dal Consiglio di amministrazione e sulla base della pianificazione editoriale avviata alcuni mesi or sono, si conclude la collaborazione di Adriano Heitmann come capo progetto e art director. Attraverso il suo incessante ed entusiastico impegno creativo e intellettuale egli ha permesso la nascita del nuovo Ticinosette così come lo vedete e apprezzate oggi. Un’impresa tutt’altro che facile a cui Adriano ha contribuito in modo determinante anche attraverso il ruolo di tutor sia in ambito iconografico sia giornalistico. Desidero quindi, a nome di tutto lo staff, ringraziarlo vivamente per l’importante lavoro svolto, auspicando che la sua collaborazione con il nostro settimanale possa proseguire in modo costruttivo sotto altra forma nei prossimi mesi. La responsabilità passa dunque alla Redazione condotta da Fabio Martini che opererà in stretta relazione con la direzione editoriale. Nella speranza poi che il confronto con tutti voi resti vivo e fruttuoso, vi porgo i miei più cordiali e sentiti saluti. Peter Keller


Vaccinazioni: una polemica aperta

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Agorà

Questioni mediche, giuridiche, interessi economici, visioni sociali e filosofiche opposte sono all’origine della coesistenza di diversi punti di vista sul tema delle vaccinazioni

L’

argomento è delicato e proprio per questo le opinioni divergono, non soltanto tra i genitori, ma anche tra gli addetti ai lavori. Negli ultimi anni, sull’onda di una discussione fattasi sempre più ampia, si è constatata una resistenza crescente nei confronti delle vaccinazioni, in particolare per i timori legati alle possibili conseguenze del vaccino. Secondo la grande maggioranza dei medici pediatri le vaccinazioni costituiscono il modo migliore per proteggere i nostri figli dalle malattie infettive. Un coro perlopiù unanime in cui non mancano tuttavia le voci critiche, in particolare dei paladini della medicina antroposofica ma non solo, che mettono in guardia da una drammatizzazione delle malattie infantili e al contempo da una banalizzazione degli effetti collaterali, anche a lungo termine, delle vaccinazioni. La volontarietà elvetica nella scelta di ricorrere ai vaccini presuppone l’offerta di un’informazione precisa e differenziata affinché ognuno possa scegliere con cognizione cosa fare con i propri figli. A tal riguardo abbiamo messo a confronto l’opinione di due medici. Iniziamo con Piero Balice, medico pediatra nonché specialista in endocrinologia e diabetologia pediatrica, che difende la visione della medicina classica. Dott. Balice è un atto incosciente e poco rispettoso della collettività scegliere di non vaccinare i propri figli? È prima di tutto importante ricordare che vaccinare serve a immunizzare i propri figli contro malattie estremamente pericolose e con un alto tasso di mortalità. La commissione federale per le vaccinazioni (organo

che comprende specialisti in pediatria, medicina generale, medicina interna, malattie infettive, epidemiologia e salute pubblica, che collabora con l’Ufficio federale della sanità pubblica e Swissmedic) distingue quattro livelli di raccomandazione. Il primo comprende le vaccinazioni raccomandate di base, giudicate indispensabili per la salute individuale e pubblica. Il livello di protezione che forniscono queste vaccinazioni è indispensabile per il benessere della popolazione. Grazie alle strategie di vacci-


Cosa risponde a chi ritiene che oggi si assista a una drammatizzazione delle malattie infantili? I rischi della malattia naturale sono percentualmente maggiori degli effetti secondari del vaccino a corto e lungo termine?

5-10%, senza contare le numerose complicanze invalidanti; la pertosse è una malattia estremamente contagiosa con un tasso d’ospedalizzazione alto e una mortalità di circa il 2%. Una vaccinazione viene raccomandata solo se il beneficio è nettamente superiore al rischio legato ai suoi effetti collaterali. Oggi in Svizzera la maggior parte dei vaccini viene proposta in pacchetti (difterite, tetano e pertosse, oppure morbillo, parotite e rosolia), privando il genitore della possibilità di scegliere se vaccinare il proprio figlio contro il morbillo e non contro la rosolia, ad esempio. Le sembra onesto oppure in questo caso a prevalere sono gli interessi delle aziende farmaceutiche? È importante precisare che la vaccinazione simultanea, che essa sia allo stesso sito d’iniezione o meno, non è possibile per tutti i vaccini. È dunque chiaro che la risposta immunitaria dei vaccini proposti nei “vaccini polivalenti” è la stessa che se venissero proposti singolarmente. Il momento della vita nel quale è proposto il vaccino deve tener conto dell’epidemiologia della malattia contro la quale si vuole proteggere il bambino, al fine di ottenere un’immunità adeguata al momento del picco d’incidenza di tale malattia, ma anche della protezione vaccinale nel tempo. I vaccini polivalenti si basano essenzialmente su questi principi, permettendo peraltro una netta diminuzione del numero d’iniezioni. Veniamo ora ad Aurelio Nosetti, medico pediatra attivo nel canton Lucerna. Da dodici anni pratica quasi esclusivamente l’omeopatia e “da critico delle vaccinazioni” col tempo è diventato un “anti vaccinazioni” convinto.

In questo caso è bene ricordare alcune cifre che permettono di dare un’idea più precisa della morbidità (insieme di sintomi provocati da una malattia) e della mortalità nei paesi in via di sviluppo o nei paesi industrializzati prima delle campagne di vaccinazione di massa delle malattie per le quali esiste una raccomandazione vaccinale di base. A livello mondiale si verificano tuttora circa un milione di casi di tetano all’anno, 30% dei quali va incontro alla morte; la mortalità della difterite è del

Dott. Nosetti quali rischi corre un bambino vaccinato? Ho condotto uno studio su un campione di 200 bimbi che frequentano regolarmente il mio studio. Di questi solo la metà era stata precedentemente vaccinata. Ho poi tenuto il conto di quanto volte questi bambini venivano a trovarmi per aver contratto malattie infettive. Ebbene i numeri parlano chiaro: i bambini vaccinati si sono ammalati il doppio delle volte di quelli non vaccinati. Come lo spiega? Semplice: il vaccino iniettato non è la malattia vera, ma una sua forma più blanda.

Si tenta di ingannare il nostro corpo ma senza successo. Il sistema immunitario infatti, dopo la vaccinazione, si accorge di non essere più nel suo stato normale e per ritornare alla situazione di partenza sviluppa con molta più frequenza delle malattie infettive. In sostanza, la vaccinazione altera l’armonia del sistema immunitario, armonia che il corpo tende a ripristinare naturalmente. Ecco perché i bimbi vaccinati si ammalano percentualmente molto più spesso. Quali sono altri effetti collaterali delle vaccinazioni a corto e lungo termine? Su questo aspetto sto svolgendo proprio ora uno studio. Ciò che sta emergendo in modo drammatico è la stretta correlazione con l’aumento di reazioni allergiche, come asma, raffreddore da fieno e eczema. Nei casi più gravi si possono addirittura sviluppare convulsioni epilettiche. È capitato a tre miei pazienti: proprio nel giorno della vaccinazione combinata contro morbillo, rosolia, parotite hanno manifestato reazioni epilettiche. La correlazione con la vaccinazione era stata provata persino dal centro specializzato sugli effetti collaterali di Berna. Il dato tuttavia preoccupante è il fatto che sulle cartelle cliniche dei tre bimbi ospedalizzati non risultasse in nessun modo una correlazione diretta con la vaccinazione a cui erano stati appena sottoposti. Cosa risponde a chi sostiene che il rischio della malattia naturale è ben più elevato di quello dei vaccini? Non è vero. Complicazioni serie dovute alle vaccinazioni sono ben più frequenti di quanto risulti dai dati ufficiali. Se si considera poi che oggigiorno l’eventualità di contrarre queste infezioni è molto ridotta, viene da chiedersi se ne valga davvero la pena.

Agorà

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» di Ludovica Domenichelli; illustrazione di Ulrico Gonzato

nazione di massa l’incidenza di malattie come il tetano, la pertosse, la poliomielite è diminuita drasticamente. Chi decide di non vaccinare i propri figli con le vaccinazioni di base si assume dunque una responsabilità non solo nei confronti del proprio figlio ma anche nei confronti di altri bambini.

Una regressione della copertura ottenuta grazie alle vaccinazioni non potrebbe comportare una pericolosa recrudescenza delle malattie infettive? Assolutamente no. Statistiche ufficiali mostrano in modo evidente come la diminuzione di alcune malattie sia stata sensibile ancor prima dell’introduzione del vaccino, e mi riferisco in particolare alla pertosse o al morbillo. Una miglior nutrizione e la maggiore igiene generale hanno influito in modo determinante sulla diminuzione di queste pandemie.


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giormente alla ricerca dell’effetto di “congelamento” che la scena ricorda e i riflessi di un ghiaccio che tutto copre e immobilizza. Il risultato visivo è estremamente efficace: tutto è ovattato e silenzioso, ammorbidito proprio per la presenza della coltre che ricopre gli elementi. Siamo in un luogo atemporale, apparentemente sospeso nel tempo. Nella cornice trasognante appare invece come una “nota stonata” la prima pianta a sinistra, dal tronco forte anche se ritorto e piegato dal tempo e dai molti inverni passati più che dal peso della neve. È, come per il fumo già evidenziato, un segno di vitalità: un’esistenza che persiste e che malgrado le sofferenze legate a mille vicissitudini ora ha finalmente trovato una sua serenità. Questo albero – come gli altri presenti nel dipinto – ha rami che svettano verso l’alto, rivolti ai riflessi di una luminosità diffusa. Con Paesaggio invernale –

Un paese coperto di neve

Arti

La neve copre due filari di gelsi, un “canale” prospettico che conduce e incornicia i tetti e il campanile di un paesino sotto la neve. In Paesaggio invernale di Edoardo Berta (1867–1931) è ancora una volta la stagione fredda a offrire lo spunto all’artista e, come per Funerale bianco (1901), anche in questa tela elementi verticali decisi – come gli alberi e il campanile – “tagliano” l’orizzontalità del paesaggio. Una panoramica comunque circoscritta: la superficie definita dal terreno innevato è interrotta dalle pareti delle abitazioni che si elevano e terminano con i loro tetti a falde poco spioventi. La torre campanaria – estremo segno di verticalità e di spiritualità – presenta un’apertura scura che dà una decisa profondità alla scena, quasi un foro nella tela. Lo stesso campanile e i filari alberati sono lanciati verso un cielo grigio, macchiato da una luce rosata sulla sinistra ma che tende a

Rileggendo un tema spesso ripreso dalla pittura naturalistica lombarda a cavallo del Novecento, Edoardo Berta propone una personale lettura del paesaggio coperto dal candido manto invernale e del borgo congelato nel tempo una cattura della natura quasi fotografica e addolcita dai giochi di una luce che scherza con le forme, arrotondandole – Edoardo Berta abbracciò definitivamente la tecnica divisionista, riprendendo il tema del paese innevato già sondato da vari esponenti del naturalismo lombardo. La storica Monica Vinardi (op. cit. in apparato, pp. 110–111) suggerisce in questo senso Achille Tominetti – si vedano Neve e sole a Miazzina e Sole d’inverno (entrambi del periodo

1904–1906) – come pure il grande maestro simbolista Giovanni Segantini di Savognino sotto la neve e di Ritorno dal bosco (eseguiti attorno al 1890), oppure gli evocativi Cattive madri (1897; qui è l’elemento dell’albero ritorto a dominare completamente la scena) e La morte (con uno straordinario paesaggio innevato), opera quest’ultima appartenente al Trittico della natura (1898). La sensibilità che contraddistingue Edoardo Berta nel prolifico decennio che va dal 1905 al 1915 riconduce anche alla pittura di Vittore Grubicy De Dragon (1851–1920) – artista italiano amico e mecenate di Segantini – e

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toni più grigi mentre si procede verso destra. Il fumo – forse di un fuoco che riscalda una delle abitazioni – esce da un comignolo: è un segno di vita che spezza l’incantata rappresentazione del borgo posato su un manto candido, quasi fossimo davanti a uno scenografico presepe natalizio dove a dominare sono serenità e tranquillità. Rispetto a Funerale bianco qui Berta amplia la paletta cromatica ai rosa e ai verdi degli alberi, oltre che ai blu più puri che contribuiscono mag-


Arti

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Paesaggio invernale (olio su tela, 62 x 86 cm; 1900–1905; collezione privata). L’immagine è tratta dal catalogo della mostra (op. cit.)

esempio Paesino fresco (1906–1910), Fine di una primavera (1908), come tutta la serie dedicata ai Ruscelli (1908–1915). Una sensibilità e un’introspezione che applicherà anche alla sua nuova attività di studioso e conservatore dei beni storici e del patrimonio artistico cantonale, “missione” a cui Edoardo Berta si dedicherà con passione nella seconda parte della sua esistenza.

Per ulteriori informazioni biografiche e bibliografiche su Edoardo Berta rimandiamo i lettori al numero 52/2008 di Ticinosette.

Libri

AA.VV. La pittura dal vero tra Lombardia e Canton Ticino (1865–1910) SilvanaEditoriale, 2008 L’interessante catalogo della mostra da poco conclusasi alla Pinacoteca Züst di Rancate presenta, sotto forma di approfondite schede, tutte le opere esposte. Ampiamente trattato il pittore milanese Filippo Carcano (1840–1914) – “caposcuola del naturalismo lombardo” – artista innovativo e dalla sorprendente capacità compositiva.

» di Giancarlo Fornasier

in particolare alla paesaggistica di Filippo Franzoni (1857–1911), gli ultimi due in rapporti personali con Berta. Paesaggio invernale è certamente l’opera sintomatica di un pittore catturato da “cose intime e raccolte, casalinghe, radicate nella tradizione”, ricordando le parole scritte da Francesco Chiesa nel 1931. Più in generale, le sue tele sono rappresentazioni di sensazioni e per questo risentono di una visione della natura personale e mediata dalle emozioni interiori, quelle di un artista in diretto rapporto (solitario e spesso idealizzato) con ciò che lo circonda: ne sono un


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zione per le ossa – la parte minerale del corpo umano – testimoniata da innumerevoli opere d’arte, a partire dalle decorazioni che rivestono gli antichi campi da gioco dei Maya, nello Yucatan, fino alle rivisitazioni simboliste di Baudelaire e a quelle dei nostrani Scapigliati, passando per le danze macabre tardomedievali? Formalmente, la funzione principale è quella del monito, o memento mori. E se nei dipinti rinascimentali i santi e gli eremiti sono sempre raffigurati con un teschio nelle immediate vicinanze, una categoria professionale che si trova esattamente agli antipodi – quella, già menzionata, dei pirati – lo adotta, con lo stesso scopo, a partire dall’inizio del 1700: mi riferisco al Jolly Roger, il cranio sovrastante le due ossa incrociate della leggendaria bandiera che, pur annoverando diverse variazioni sul tema, giunge intatto e... vitale fino a noi. L’innegabile fascino del teschio è inoltre indirettamente testimoniato dal fatto che il monologo più famoso della storia del teatro – “l’esse-

Jolly Roger e i suoi fratelli

Media

capita, mentre viaggio sul bus in un’assolata mattina invernale, di soffermarmi ad ammirare una ragazza che indossa una gonna rosa a pois neri: un capo d’abbigliamento di foggia lievemente inconsueta, ma che trovo elegante e spiritoso al tempo stesso. Mentre mi avvicino all’uscita, in attesa della mia fermata, ho modo di osservarla più da vicino, e rimango dunque piuttosto sorpresa quando mi accorgo che i pois sono in realtà piccoli teschi tondeggianti, stilizzati quanto si vuole, ma comunque sempre delle “teste di morto”. La sconosciuta, evidentemente consapevole del gioco ottico generato dalla propria gonna, accenna un sorriso, mentre io scendo e continuo a riflettere sulla riedizione di questo simbolo archetipico che, da qualche anno a questa parte – complice forse il successo della trilogia (presto tetralogia) disneyana sui Pirati dei Caraibi – conosce una nuova e capillare diffusione. I teschi, in effetti, imperversano su abbigliamento e accessori, ma anche su gioielli, orologi e gadget tecnologici. E, in un momento storico in cui la comunicazione, soprattutto presso le generazioni più giovani, risulta caratterizzata da un’importante componente iconografica – mi riferisco agli emoticons, ovvero le “faccine” utilizzate nei testi brevi (SMS e e-mail) per sopperire all’assenza di linguaggio non verbale –, il vecchio simbolo del cranio sembra trovarsi perfettamente a suo agio. Ma come spiegare questa strana e intramontabile fascina-

Film

The Nightmare before Christmas Film d’animazione del 1993 ideato e prodotto da Tim Burton. Il protagonista, Jack Skeletron, “stufo del solito Halloween, si allontana, scoprendo per caso la porta che lo catapulta nel gioioso mondo del Natale”...

Luoghi

Chiesa di San Bernardino alle Ossa (Milano) Le pareti interne dell’edificio sito in piazza Santo Stefano sono quasi completamente ricoperte da teschi e ossa che si trovavano nell’antico ossario. Le ossa sono disposte nelle nicchie, sul cornicione, sui pilastri, sulle porte. In questa scelta decorativa il senso macabro si fonde singolarmente con le grazie del Rococò.

tormentato interrogarsi sull’opportunità di “dormire, morire, forse sognare” (scena I del III atto), Amleto, che sta parlando con Ofelia, non tiene in mano alcunché. Il teschio compare soltanto due atti dopo (il V), durante la scena ambientata nel camposanto (la I), dove il principe s’imbatte nel teschio di Yorick, ex buffone di corte del re. Ma evidentemente il I teschi imperversano su abbigliamento, gioiel- teschio piace: piace li, orologi e gadget tecnologici. In un momen- talmente da costituire parte integrante della to storico in cui la comunicazione percorre scenografia d’impornuove forme, il vecchio simbolo del cranio tanti feste popolari, fra le quali il posto d’onosembra trovare un suo spazio elettivo re spetta senz’altro alla pre-ispanica El dia de muertos, celebrata in re o non essere” dell’Amleto, Messico l’uno e il due di novembre. il quale appunto lo pronunA differenza di Halloween, durante il quale, cia con un cranio in mano in tutti gli Stati Uniti – e, ormai, in buona – è, per così dire, un falso parte di quelli europei – si festeggiano i clamoroso. Leggendo la trasanti, El dia de muertos è specificamente gedia di Shakespeare, infatti, dedicato ai defunti, e si distingue per lo si scopre come durante il suo

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Mi


Media

Il teschio e le sciabole incrociate: il pirata Long John Silver ritratto da Lauffray Matthieu per i volumi editi da Dargaud (www.dargaud.com)

spirito irriverente con cui viene trattata la morte. La celebrazione è infatti caratterizzata da una vera e propria invasione di scheletri, teschi e ossa in cartapesta, filo di ferro, gesso, tela, creta che, impegnati in varie attività, salutano i viventi dagli ingressi delle case, dalle finestre e dai cortili. La sublimazione

più appetitosa è tuttavia rappresentata dal Pan de Muertos, pane lievitato ricoperto di zucchero, decorato con ritagli di impasto a cui viene data la forma di ossa, con tanto di teschio in cima, che ricorda molto da vicino le “ossa di morto” della nostra tradizione dolciaria. E forse proprio nell’immagine di un

» di Mariella Dal Farra

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bambino messicano che sgranocchia con soddisfazione un teschietto di zucchero possiamo trovare una parziale risposta a una così longeva tradizione: quella di una potente funzione apotropaica che riesce ancora oggi a fugare o quanto meno a sdrammatizzare in parte la più grande delle paure, quella della morte.


Internet

www.content.sve.org/i - www.sge-ssn.ch/it I siti della Società svizzera di nutrizione (SSN), ente che si occupa dell’informazione della popolazione su tutte le questioni relative a un’alimentazione sana.

dalla frenesia del- che mette nel proprio piatto: dizzato e alla lunga poco salutare. A tutti la vita moderna dedichiamo “Pensiamo ai tanti alimenti piace vedere la carne bella rossa, quasi fosfosempre meno tempo e atten- che abbiamo nel nostro frirescente, anche se non è il suo colore naturale. zione a quello che mangiamo. gorifero, un po’ tristi e finti, Per renderla tanto invitante bisogna aggiunSpesso deleghiamo la prepa- colorati artificialmente e con gere dei conservanti dai bei nomi gemellini, i razione dei nostri pasti, ac- un sapore creato a tavolino. La nitrati e i nitriti di potassio, dei sali che bene contentandoci di cibi “finiti”, maggior parte di essi, pur non non fanno al nostro organismo tanto che i pronti all’uso in busta e in contenendo veleni, sarà zeppa secondi sono addirittura sospettati di essere vaschetta, da mettere subito di additivi”. Gli alimenti inducancerogeni. Lo stesso vale per quei bei gelati sotto i denti o al massimo nel striali sono necessariamente arlecchinati e “gonfi” che vanno tanto di forno a microonde. sottoposti a mille trattamenti moda: per produrli così bisogna aggiungere Pensateci: i nostri nonni, se che li rendono certo igienici, coloranti e “sparare dentro” aria… vale la volevano prepararsi un bel su- al limite della sterilità, ma che pena pagare per mangiare aria e colore? go andavano nell’orto oppure contribuiscono a impoverirli Cosa possiamo fare quindi? Allestire tutti un al massimo al mercato per dal punto di vista nutritivo bell’orto sul balcone? Prima di tutto, contiacquistare i pomodori. Ave- e del sapore. Ergo nutrono nua sempre Stefania Cecchetti, l’etichetta: “la vano sempre un’idea precisa male, non saziano e hanno chiamano la «carta d’identità» dei cibi ed è il di quello che mangiavano. bisogno di essere “rivitalizpiù grande strumento nelle mani dei consuOggi, nel nostro “corri cor- zati”, attraverso l’aggiunta matori”. È necessario leggerla con attenzione, ri”, subito puntiamo a un bel di coloranti, additivi e aromi ricordandosi che gli ingredienti sono sempre sugo pronto. Non importa che accontentino l’occhio, il ordinati in funzione della quantità. Se la che sull’etichetta siano indi- palato e l’olfatto. Il risultato prima voce di una tavoletta di cioccolato è lo cati una decina di ingredienti finale è un prodotto molto zucchero e non il cacao, meglio lasciarla stare. contro i tre o quattro abitual- piacevole a vedersi ma in cui Usiamo con attenzione questo utile strumenmente presenti nel sugo casa- spesso eccedono i grassi e i sali. to per scoprire cosa mangiamo, scegliendo lingo. Pazienza che tra le voci Insomma, tutte cose che non ingredienti sani: olio di oliva o di semi di gicompaiano oscuri coloranti, rasole e non oli vegetali conservanti, additivi e aromi Un antico proverbio dice che “a tavola non si di palma oppure graspiù o meno naturali. Vuoi invecchia” e certamente il cibo rappresenta si idrogenati di scarsa mettere la comodità! qualità. Anche in queuno dei piaceri della vita. Ma quanto real- sto campo la semplicità Eppure mangiare sano non vale dieci minuti di tempo e mente ci interessiamo a ciò che mangiamo? è arte: meno ingredienun po’ di attenzione? Come ci ti ci sono e meno saranspiega Stefania Cecchetti, gior- fanno bene alle nostre arterie no i passaggi subiti dal cibo prima di giungere nalista che da anni si occupa e al nostro girovita. in tavola. Sarà più salutare perché più simile di salute e alimenti, nel suo Chiariamo subito, qui non a come l’avremmo preparato noi. Infine il libro I mostri nel mio frigorife- si sta parlando di “mucche criterio finale è sempre il buon senso: ogni ro, vademecum per chi vuole pazze” o frodi alimentari, ma tanto qualche “mostro” nel frigorifero non cominciare a guardare con di un modo di intendere l’alifa male a nessuno. L’importante è che non un occhio diverso a quello mentazione troppo standardiventino gli unici ospiti della nostra tavola.

» di Roberto Roveda; illustrazione di Micha Dalcol

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Stefania Cecchetti I mostri nel mio frigorifero Terre di mezzo, 2008 Una guida semplice alla spesa facendo attenzione alla qualità dei prodotti, alla salute di grandi e piccini, ma anche ad allergie e intolleranze alimentari.

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Salute

Sbatti il mostro nel piatto

Dominati

Libri


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Abbiamo letto per voi

che Maria non sa che Giovanni sa di non sapere ciò che lei pensa lui sappia ma che non è questo ciò che lei pensa che lui sappia. Esponente di punta, insieme a Franco Basaglia e Michel Foucault, del movimento dell’antipsichiatria, Ronald David Laing (1927–1989), oltre a opporsi al sistema istituzionale della segregazione manicomiale, si fece portatore di idee innovative, sostenendo la necessità del reinserimento sociale e familiare del malato psichiatrico. Ma, al di là del suo impegno strettamente professionale, egli nel 1970 diede alle stampe un interessante e singolare volume di poesie. Nodi nasce infatti da appunti e riflessioni che Laing aveva elaborato nel corso del tempo. Si tratta di descrizioni di situazioni interpersonali, di materiale scaturito dalla sua esperienza professionale e dal rapporto diretto con i pazienti. I testi

sono caratterizzati da una marcata astrazione formale che insiste sulla ripetizione, sottraendo i fatti descritti alla loro immediata contestualità e alla relazione con il singolo individuo per approdare invece a un discorso universale e oggettivo, che concerne tutti. Il risultato fu una raccolta straordinaria di elaborazioni poetiche. Trovare un editore per questo libro non fu però facile, in quanto “non si trattava di poesia e neanche di qualcos’altro!”. Quando Nodi uscì per la Tavistock Publications una recensione su “The Observer” lo stroncò subito come “poche pagine di parole insignificanti”, ma il pubblico e la critica più lungimiranti riconobbero in Laing l’autore di un nuovo genere di scrittura e il volumetto si trasformò presto in un best seller. Le relazioni tra le persone, in particolare i rapporti di coppia e quelli familiari, si basano di frequente su un certo numero di malintesi e di mistificazioni che non

solo generano conflitti, ma anche quelli che Laing ha chiamato, appunto, “nodi, grovigli, garbugli, impasses, sconnessioni, circoli viziosi, vincoli”. Gli intrecci cui Laing si riferisce sono prevalentemente quelli che vincolano la coppia uomo-donna e quelli espressi dai legami familiari. Tuttavia, le situazioni descritte, pur nella loro ambiguità, sono da considerarsi classiche: si possono verificare in tutti i campi e a tutti i livelli delle relazioni interpersonali, sia che si tratti di rapporti tra coniugi, amici, amanti, genitori e figli, psichiatri e pazienti, sia che si tratti di rapporti dell’individuo con se stesso, cioè del rapporto spesso equivoco e perfino conflittuale che esiste tra il proprio comportamento reale e l’idea che ciascuno di noi se ne fa. Con Nodi Laing ha voluto dare un senso al non senso e fornire una sorta di codice per comprendere le regole nascoste che governano le relazioni interpersonali: “Mi

Semplicemente Business

Ronald David Laing Nodi. Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali Einaudi, 2007

dà una certa soddisfazione stabilire una comunicazione con altri esseri umani attraverso il mezzo della scrittura, specie quando quello che si comunica riguarda proprio quelle cose che rendono tanto difficile la comunicazione”.

» di Samantha Dresti

Giovanni si rende conto

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La Befana Creatura in via d’estinzione, un po’ nonnetta e un po’ strega, la Befana è una figura fantastica presente solamente nelle tradizioni dell’area alpina e appenninica. Ma il suo nome è antico e rimanda a eventi misteriosi e ad apparizioni celesti

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nìa – ne fecero la denominazione di una cosa, anzi di una persona, o meglio ancora di una figura fantastica: la Befana. La Befana non è universale come Babbo Natale. Non è nemmeno “glocale” nel senso di un po’ globalizzata e un po’ locale. È locale e basta, vive soltanto nell’area alpina, subalpina e appenninica della penisola italica ed è anche una creatura in via di estinzione, come molti esemplari faunistici di quei luoghi. La Befana ha le fattezze di una vecchia che viene di notte, ha le scarpe tutte rotte e porta il “vestito alla romana” (come sarà mai? composto da tunica e toga come quello degli antichi latini?). La Befana veniva a cavallo di una scopa la notte tra il 5 e il 6 gennaio a deporre nelle calze dolci e giochi per i bambini bravi o carbone per i bimbi cattivi. Oggi, invece, le calze della Befana si possono acquistare, di panno e rete, decorate e già piene di dociumi, in panetteria o al supermercato, tanto per privarci di un altro po’ di manualità e fantasia. In quanto alle calze, molto avrebbero da dirci, sul piano simbolico, questi capi d’abbigliamento che avvolgono le gambe dal calcagno (in latino calx, da cui calza, ma anche calcio) al ginocchio e si presentano come guaine, contenitori stretti e allungati… Ma abbiamo paura di finire troppo lontano. Diremo invece che la Befana non è accompagnata, al contrario di Nikolaus, da serve che assumano la funzione punitrice lasciando a lei quella donatrice. Ma si sa… le donne si devono arrangiare. O forse il motivo dipende dal fatto che la Befana stessa ha una doppia natura: è vecchietta buona e benefica, ma è anche un po’ strega, soprattutto per il fatto che può volare, e si sa che le streghe – donne brutte e maligne che esercitano commercio col diavolo e parlano con voce stridula – volano come l’uccello da cui prendono il nome, lo strige o barbagianni. Chissà poi se la Befana è davvero un po’ maligna e ha mai portato del carbone vero a qualche bambino, o se il suo sacco contiene soltanto carbone dolce, come l’inferno del teologo svizzero Hans Urs von Balthasar che, se Dio è davvero buono e misericordioso come si dice, esiste ma è... vuoto.

» di Francesca Rigotti; illustrazione di Valérie Losa

Kalendae

È normale che i nomi vengano dopo le cose. Al principio infatti sono le cose, cose naturali che ancora non si chiamano però, e solo in seguito vengono i nomi che a esse sono, dagli uomini, assegnati: nomi comuni come montagna, pecora, ragazzo e nomi propri come Monte Bianco, Dolly, Giovanni. Nel libro biblico della Genesi il Dio creatore assegna ad Adamo il compito di dare i nomi alle cose: in qualunque modo le avesse chiamate, “quello doveva essere il loro nome” (Gn 2,20). E così fu sancito, tra il resto, il principio di possesso e sfruttamento della natura da parte dell’uomo. Uscendo dalla mitologia per entrare nella storia, l’uomo, divenuto nella arguta definizione di Max Frisch homo faber, cominciò a fabbricare cose artificiali, o manufatti, e a dar loro nomi: clava, tavola, sedia, cucchiaio. E dopo essersi evoluto nientemeno che in homo sapiens sapiens, il nostro eroe scoprì e inventò sempre nuove realtà e nuove forme, continuando a dar loro nomi, dalla “vitamina” o ammina della vita alla “poubelle”, la pattumiera (dal nome del prefetto di Parigi che nel 1883 uniformò i recipienti per la raccolta dei rifiuti legando ad essi per sempre il proprio nome). Per non parlare del povero imperatore Vespasiano… Per la Befana invece – finalmente ci arriviamo – le cose andarono esattamente al contrario: prima venne la parola, Epifania. Epifania? Che cosa voleva dire questa misteriosa espressione? Noi sappiamo che essa significa apparizione, dal Greco epi-phaino, appaio (da cui fenomeno, ma anche fanale e finestra), come pure conosciamo il fatto che essa designa la comparsa agli occhi dei magi della cometa che li avrebbe guidati fino alla culla di Gesù. Un’apparizione ai sapienti (magi) e ai potenti (re) che sanciva l’aspetto pubblico dell’evento, giacché la comparsa della stella ad alcuni privati (le pecore e i pastori, nel senso di esseri privati d’ogni prestigio e ricchezza) non era evidentemente ancora sufficiente. Alcuni nostri progenitori però il greco antico non lo conoscevano, e così dopo aver deformato quel termine astruso – epifanìa, in pifanìa, bifanìa, befa-


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Il Ticino e i suoi fotografi Roger Weiss

Fotografia

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IN HER SKIN, settembre 2008, New York, USA. Foto pubblicata in ZINK mag Modella: Erika Kariackaite for IMG Models; Hair e make-up: Alessandra Grasso per facetofaceagency.it; Styled by Antonio Lupo

Roger Weiss vive e lavora in Svizzera. L’approccio alla macchina fotografica è immediato e avviene in giovane età. Si laurea con lode all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. L’interesse per la figura umana si riflette nelle sue scelte professionali sia come fashion photographer sia sul piano squisitamente artistico. Ha all’attivo esposizioni e sue fotografie sono presenti in pubblicazioni di carattere internazionale. www.rogerweiss.ch


» testimonianza raccolta da Federica Baj; fotografia di Adriano Heitmann

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Da uno dei miei maggiori successi, La voce della pietra, dovrebbero girare un film, produzione hollywoodiana ma girato in Italia. L’ultimo mio lavoro invece, Figli del Lothar, edito dall’Ulivo, è un divertissement, un giallo ambientato al sanatorio di Agra. Il periodo durante il quale ho vissuto in Svizzera ha segnato molto il mio percorso letterario. A Brusino, dove ho abitato per quindici anni, ho trovato il luogo ideale per scrivere. Per me la Svizzera è una specie di limbo al di là del reale, come paesaggi, come situazioni, come atmosfere. Amavo molto questo suo particolare silenzio che Traduttore, narratore, poeta visionario. mi ha sempre ispirato molMa soprattutto insegnante, la professione tissimo. Ricordo il collegio di a cui ha dedicato la vita con una pas- Zug dove ho insegnato. Per sione e una devozione fuori dal comune arrivarci prendevo la funicolare che mi conduceva in un luogo che assomigliava, come sua opera in lingua italiana? atmosfera, a La montagna incantata di ThoInsomma, ho sempre avuto mas Mann. Dall’aula in cui facevo lezione si accanto – probabilmente è vedevano le nuvole… Adesso abito al Sacro scritto nel mio destino – delle Monte, sopra Varese, in una villa che sta figure femminili, sole, zitelle, letteralmente cadendo a pezzi. Sotto di me che mi hanno preso a ben vive una mia ex allieva con marito e figli. volere e con le quali io mi Sono un po’ la mia famiglia. Come i miei trovavo a mio agio. Poi c’è studenti del liceo classico di Varese – dove stata mia madre: una donna insegno italiano e latino – e i miei ex allievi, estrosa, inadatta al matrimoalcuni dei quali sono anche i miei più cari nio. Molto teatrale. Come me. amici. Non pranzo mai a casa da solo, non Prepotente ma non sempre so nemmeno come si accende il fornello. vincente e non sempre in Detengo il record di inviti a pranzo o a cena, grado di controllarsi, come spesso dai miei ex alunni che fanno i turni invece so fare io. Il nostro era per ospitarmi. Le ragazze sono le più devote – un legame unico. Lei mi ha la qualità che maggiormente apprezzo in una avviato alla poesia. Contessa donna – alcune di loro si offrono per farmi di un’antica famiglia patrizia da governanti quando sarò vecchio. La mia romana era molto umorale, vita la definirei quasi “certosina”: la mattina nervosa… Mio padre, direta scuola, il mercoledì e il venerdì alla Piccola tore dell’Ente del Turismo di Fenice, il centro culturale che ho fondato Roma, era innamoratissimo. ormai ventidue anni fa e che rappresenta Non altrettanto lei. Si è spouna delle mie tante famiglie. Se sono soddisata dopo soli tre mesi di fisfatto della mia vita? Certo! Però c’è qualche danzamento per scappare da cosa… È come se il mio karma fosse quello una madre troppo rigida. Si è dell’attesa… Non arrivo mai dove dovrei legata al giogo coniugale per arrivare. Ho avuto successo come traduttore tutta la vita. Non passava giorpiù che come romanziere, come uomo di no che i miei non litigassero. cultura più che come attore. Io sarei dovuto Probabilmente ho risentito volare a Hollywood e invece sono rimasto psicologicamente di tutta queimpantanato nella provincia. In fondo però, sta situazione da cui però ho forse, del successo non me ne importa nulla. tratto materiale per scrivere. Non dal punto di vista materiale, almeno. Ho iniziato prestissimo… a So di essere utile alle persone come me: ai dodici anni avevo già dato alla diversi, ai malinconici, agli outsider. Non mi luce il mio primo romanzo, interessa la gente comune. Mi interessano le un giallo: Il gatto della strega. persone che non stanno bene dove stanno…

Silvio Raffo

Vitae

ro già adulto da adolescente. A sedici anni sapevo già che cosa avrei fatto nella vita: scrivere, insegnare, recitare. Tutti propositi che ho realizzato. Mi chiedi se li ho citati in ordine di importanza? Non lo so… ho dei dubbi sullo scrivere e sull’insegnare. Tu mi immagini lontano dalla scuola, dai miei ragazzi? Ho iniziato a insegnare quando avevo vent’anni e continuerò a farlo, per sempre. Il mio sogno sarebbe aprire un piccolo collegio. Lo sai come definisce Oscar Wilde la scuola? “La scuola deve essere il luogo più bello in assoluto, da cui nessuno vuole essere assente mai nessun giorno”. Che si sia verificato, dopo i sedici anni, un evento che abbia prodotto in me un gran cambiamento, no. Direi proprio di no. Ho fatto tante cose ma sempre quelle che sapevo avrei fatto. Pur essendo così creativo ho vissuto sempre nello stesso modo, seguendo una linea retta. Non ho mai giocato con i miei coetanei. Non è normale? Pazienza… La mia infanzia l’ho trascorsa a Barasso dove passavo il tempo con una vecchia signorina che abitava al piano di sopra: la Giuseppina, una donna stravagante che mi portava a fare lunghe passeggiate nei boschi… Poi, a quattordici anni, il secondo incontro importante: la mia professoressa del ginnasio, Mara Tonelli, geniale, imperiosa, bellissima. Sembrava Greta Garbo. Lei mi ha aiutato a capire chi ero e chi sarei diventato. Il mio terzo incontro, un’altra donna. Dall’aldilà. Un giorno, sfogliando un’antologia di letteratura inglese, leggo un nome – Emily Dickinson – e questi versi: Per fare un prato occorrono Un trifoglio e un’ape Un trifoglio e un’ape e il sogno! Il sogno può bastare Se le api sono poche. Rimango fol-go-ra-to! Chi lo avrebbe mai immaginato che sarei diventato il maggiore traduttore di tutta la

»

E


IL DUOMO MALATO

Conservare lo splendore di uno dei più importanti monumenti italiani è una sfida complessa, alla quale la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano si dedica dal lontano 1387. Con qualche difficoltà: l’inquinamento e la mancanza di fondi per il restauro stanno rendendo questa sfida sempre più ardua fotografie di Adriano Heitmann testo di Roberto Roveda


sopra: i tremendi effetti dell’inquinamento e del tempo portano il marmo di Candoglia a sgretolarsi come gesso a destra: un antico giunto in metallo ormai deformato dal tempo e dall’umidità a pagina 39: il cantiere dei marmisti della Veneranda Fabbrica del Duomo alla periferia nord-ovest di Milano. In primo piano l’antico pavimento della cattedrale sostituito negli ultimi anni, poco dietro la gru per lo spostamento dei blocchi di marmo


il

dolore è quasi fisico mentre le dita passano su quello che è un piccolo elemento ornamentale del Duomo di Milano: osservo il marmo, sporco e annerito, letteralmente sgretolarsi, farsi polvere al semplice tocco. “Impressionante” è la sola parola che continuo a ripetere mentre osservo i frammenti, i frammenti del Duomo, raccolti nel palmo della mano. Dovunque intorno a me tante parti, piccole e grandi, significative oppure semplicemente strutturali della cattedrale di Milano. Diverse ma accomunate dallo stesso destino: erose, scarnificate, “mangiate” come da una lebbra e allo stesso tempo rese fragili come gessetti da una sorta di osteoporosi. Eppure, a guardarlo il Duomo appare come un esempio di splendore capace di resistere al tempo e alle intemperie con il suo colore bianco-rosato cristallino tipico del marmo estratto dalle montagne di Candoglia, sopra il lago Maggiore. Questa immagine del monumento simbolo di Milano è, però, il risultato di un costante lavoro di conservazione e restauro: se il Duomo è “malato”, c’è chi se ne prende cura e cerca di risanarlo. La Veneranda Fabbrica del Duomo Mi trovo alla periferia nord-ovest di Milano, a poche decine di metri dall’autostrada A8 nel cantiere dei marmisti della Veneranda Fabbrica del Duomo, l’ente che da più di seicento anni – il decreto di fondazione, infatti, è stato promulgato dall’allora signore di Milano Gian Galeazzo Visconti il 16 ottobre 1387, un anno dopo l’inizio della costruzione della cattedrale – si prende cura del monumento. A farmi da guida nel mio viaggio alla scoperta di come il Duomo viene costantemente monitorato e “curato” è Bruno Giacomelli, responsabile del cantiere, una vita passata in mezzo al marmo, prima nelle famose cave di Carrara, in Toscana, poi – da una decina d’anni – a Milano. “Ripartendo ora, anche con i mezzi moderni che abbiamo a disposizione, in seicento anni un altro Duomo non riusciremmo mai a rifarlo” sono le sue prime parole. “Oggi tutto deve essere eseguito troppo in fretta…” nonostante lavori a contatto con la cattedrale milanese da anni c’è ammirazione nelle sue parole e soprattutto nello sguardo, lo sguardo di chi non ha ancora finito di stupirsi e sa di potersi aspettare ancora meraviglie inattese. E il Duomo di meraviglie ne offre a piene mani: tra interno ed esterno si contano circa 3400 statue di varia grandezza a cui si devono aggiungere circa 200 altorilievi. Lo sviluppo delle nervature marmoree delle volte supera abbondantemente i sei chilometri di lunghezza! All’esterno ci sono 135 guglie, 96 giganti e 150 doccioni per lo scolo delle acque, 410 mensole per le statue. A questi numeri si debbono

Reportage

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sopra: elementi architettonici del Duomo, attentamente catalogati, sostano in cantiere in attesa della realizzazione delle copie che li sostituiranno a destra: un elemento decorativo usurato dal tempo e dallo smog e la copia che lo andrĂ  presto a sostituire


aggiungere gli elementi decorativi, gli ornati, gli archi rampanti e le ricamatissime falconature. Una delle principali attività del cantiere è quella di porre rimedio al degrado del marmo, a quel fenomeno che rende poco più che sabbia questo materiale così cristallino, così “vivo” quando è nuovo. E il problema non è affatto semplice, perché di lavoro c’è ne tantissimo. “Se non ci diamo da fare non resta nulla da copiare – dice Giacomelli –. I problemi ci sono sempre stati: il marmo del Duomo è costantemente esposto alle intemperie. È un materiale vivo, che assorbe acqua. Quando fa freddo, l’acqua ghiaccia e aumenta di volume, e il marmo rischia di spaccarsi. I problemi sono però aumentati di molto con l’inquinamento dell’ultimo secolo”. Il marmo e i suoi nemici Il grande nemico del marmo del Duomo è lo smog che da decenni spadroneggia nella città di Milano, nonostante le cose siano lievemente migliorate negli ultimi anni. I gas e le polveri inquinanti, che contengono anidride solforosa, si depositano sul marmo e con le piogge si trasformano in acido solforico. Questa sostanza “scioglie letteralmente” il carbonato di calcio che è l’elemento primario di cui è costituito il marmo di Condoglia. Il risultato finale è che questo materiale, così resistente all’inizio, diviene poroso è sempre più “fragile”. “Abbiamo in archivio delle foto degli inizi del Novecento di statue che sono state posizionate sul Duomo nell’Ottocento. In quelle foto erano ancora in ottime condizioni” continua Giacomelli. “Cinquant’anni dopo, in seguito agli effetti della grande industrializzazione del XX secolo, le condizioni delle statue erano pessime”. Mezzo secolo dopo erano ridotte come tanti elementi che vediamo nel cantiere, pronti a essere restaurati oppure sostituiti del tutto. In un angolo c’è addirittura un’intera guglia, smontata pezzo dopo pezzo. Giacomelli mi mostra i punti dove è maggiormente danneggiata: appare attraversata da una vera e propria “frattura”: “A volte il problema è del marmo. Magari era stato scelto un pezzo che già aveva un difetto all’interno e che gli artigiani dell’epoca non potevano rilevare. Altre volte i problemi nascono dai mezzi che anticamente venivano usati per assemblare i vari elementi marmorei. Le giunture venivano fatte con pezzi di ferro o di piombo uniti a caldo. Il calore rendeva il marmo più poroso e quindi maggiormente esposto al degrado. Inoltre, ferro e piombo con il tempo arrugginiscono, si «espandono» e «rompono» ciò che sta loro intorno. Oggi si usano materiali moderni che non hanno queste problematiche come il titanio, l’acciaio inossidabile e le resine”.

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sopra: scultori e ornatisti al lavoro nel laboratorio del cantiere dei marmisti di Milano a destra: il difficile lavoro di rifinitura dei particolari può essere affidato solo alla mano dell’uomo


In piedi, di fianco alla guglia, c’è una statua che, pur essendo del Cinquecento, è in condizioni migliori di tante parti del Duomo più recenti. “Le statue”, spiega la mia guida “si rovinano meno perché la pioggia lava via maggiormente lo smog e la sporcizia. Il problema sono la parti dove lo smog, la sporcizia, l’umidità e la pioggia ristagnano”. In questi punti la “lebbra” del marmo avanza inesorabile e l’unica soluzione è ricreare la parte rovinata, farne una copia identica che vada a sostituire il pezzo originario diventando a sua volta “l’originale”. In questo modo il Duomo non perde il suo fascino e rimane “sano”, sempre “nuovo”. La riproposizione dell’idea originaria Si tratta di un lavoro lungo, certosino, studiato fin nei minimi dettagli, partendo dalla catalogazione precisa di tutti gli elementi del Duomo: “Quel pezzo con la scritta FG8 fa parte della falconatura della guglia 8” mi spiega sempre Giacomelli. Così si sa sempre dove si sta lavorando. Poi ci si affida al sapere ereditato dalla tradizione e ai più moderni ritrovati della tecnica. Una cosa rimane insostituibile: la mano dell’uomo. Nella prima fase della lavorazione è, infatti, una macchina computerizzata che “legge” il pezzo che deve essere copiato e ne riproduce le forme grezze in un blocco di marmo nuovo. A questo punto il pezzo viene passato agli scultori e agli ornatisti che, avendo sempre di fronte l’elemento originale, perfezionano il nuovo, rendendolo identico a quello che andrà a sostituire. Nel cantiere di Milano lavorano dieci fra ornatisti e scultori, due dei quali tedeschi, quasi a voler sottolineare la tradizione internazionale della cattedrale dove per secoli hanno lavorato maestranze da tutta Europa. Rimango realmente incantato dall’abilità con cui questi artigiani cesellano e rifiniscono il marmo e non posso che chiamarli artisti, anche se Giacomelli non è d’accordo: “L’artista crea, inventa. Qui non si crea nulla, si copia”. Quando il pezzo da sostituire è pronto viene portato al Duomo, con un camion che giornalmente fa la spola dal cantiere alla cattedrale, e posizionato: diventa così definitivamente originale. E il pezzo vecchio che fine fa? Viene buttato? “Assolutamente no. I pezzi del Duomo che vengono sostituiti rimangono qui, nel cantiere, per sempre” è la risposta della mia guida. In effetti intorno a me c’è un vero e proprio “cimitero degli elefanti”. Ogni elemento dimesso viene catalogato, schedato e fotografato, poi viene punzonato con una targhetta metallica e archiviato. “Eccetto i pezzi più belli, che vengono portati al museo del Duomo”, e nel dire questo il direttore del cantiere

Reportage

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sopra: l’interno della cava madre di Candoglia dove attualmente viene estratto il marmo per il Duomo


mi mostra una lesena del Settecento realizzata in un pezzo unico di marmo lungo sei metri: “Un lavoro straordinario, come avranno fatto a farlo in modo tanto preciso... queste linee così diritte lavorando con martello e scalpello a mano…”. Tra salvaguardia e problemi economici Un impegno immane, quello dei 120 dipendenti della Veneranda Fabbrica, soprattutto oggi che i fondi per i lavori di restauro e conservazione sono sempre di meno. Per secoli il Duomo è stato finanziato dal popolo di Milano con lasciti, eredità e le tasse. Oggi questi canali si sono inariditi e la generosità meneghina comincia a essere un lontano ricordo. Recentemente, poi, il governo italiano ha deciso di non destinare più fondi statali alla salvaguardia della cattedrale. Giacomelli scuote la testa. “Noi cerchiamo di ottimizzare le risorse. Se un pezzo è rovinato solo per metà, rifacciamo la parte rovinata e la «incolliamo» a quella originale. Poi creiamo dei calchi in gesso delle parti che mostrano segni di cedimento e che non si riescono a riprodurre oggi. Le teniamo come memoria per il futuro”. E si tratta di un futuro che non coinvolge solo uno dei massimi monumenti italiani, ma che rappresenta lavoro e un modo di vivere tramandato da generazioni per chi fa parte della Veneranda Fabbrica e vive a contato con l’ente. È il caso delle cave di Candoglia, da cui viene estratto da sempre, il materiale destinato alla cattedrale. Si trovano a un centinaio di chilometri a nord di Milano, nel comune di Mergozzo nella bassa Val d’Ossola e rappresentano da generazioni una ricchezza e una fonte di lavoro primaria per gli abitanti di questa valle scabra, stretta tra le montagne. Per secoli il marmo è stato estratto dai fianchi di questi monti a blocchi e poi caricato sui barconi che attraverso il fiume Toce, il Lago Maggiore, il Ticino e il Naviglio Grande arrivavano a Milano. Segno di questo lavoro secolare è il fatto che oggi il materiale non viene estratto a fondovalle, dove le vene sono esaurite da tempo, ma molto in alto. Il lavoro è sempre lo stesso, ma semplificato dalla tecnica: i blocchi vengono tagliati con il filo diamantato, tanto che le pareti sono lisce, quasi a specchio. Le gru li sollevano e i camion li trasportano a Milano. È una sensazione particolare vedere la vena di marmo “nascere” dalla montagna: è come una sorgente che alimenta da sempre la cattedrale di Milano. La cava madre di Candoglia, quella usata oggi, lo farà ancora a lungo: secondo i calcoli, fornirà marmo per altri tre secoli, ai ritmi di utilizzo attuali. Ai piedi della cava c’è il laboratorio degli ornatisti di Candoglia dove, come nel cantiere di Milano, vengono copiati i pezzi del Duomo. È un laboratorio piccolo dove lavorano alcuni giovani della zona che mi hanno saputo esprimere piacere e soddisfazione per il loro lavoro. Sarà anche copiare, però non è da tutti lavorare per il Duomo! E per il Duomo lavorano anche dei laboratori di artigiani privati come quello dei Rossini, padre e figlio, a pochi passi da quello degli ornatisti. E lasciandomi alle spalle il marmo del Duomo, Candoglia, i laboratori, il cantiere con il suo “cimitero” mi sento di aver incontrato una grande “famiglia” che ha il compito, arduo, di conservare e curare una macchina fragile e stupefacente. Poi ripenso alle mie dita sul marmo, alle parole di Gino Giacomelli – “Se non ci diamo da fare non resta nulla da copiare” – e mi prende l’angoscia sapendo che se non si proseguirà sulla strada intrapresa da secoli nel giro di qualche decennio del Duomo non resterà che un mucchio di detriti… 7

Reportage

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Animalia

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Lo storno è un uccelletto dal piumaggio nero, chiazzato di chiaro, acceso di riflessi metallici. Ha un lungo becco giallo e una testa arguta, dove rilucono gli occhi, tondi e curiosi. Non lo si nota né gli si dà importanza, quando in campagna ci balza davanti ai piedi, posandosi sul ramo più vicino o saettando nel cielo, sempre più in alto, fino a bezzicar le nubi. Ma il giorno in cui un contadino ci porta uno storno in casa, allora questo uccello cessa d’essere una bestia qualsiasi, una delle tante che svolazzano per i campi e diventa invece un personaggio. Per qualche ora se ne resta in un angolo a guardare tutti, col suo occhio acuto. Quindi, lasciata ogni cautela, parte alla conquista della famiglia. Comincia con l’amicarsi il cane e senza nessun timore entra nella sua cuccia, vi si rintana e, amabile, lo libera metodicamente dalle pulci. Poi è la volta della padrona di casa: lo storno non tarda a identificarla tra tutte le donne della famiglia e come la rivede la saluta festosamente, le si posa sulla spalla, le tocca l’orecchio in segno d’amicizia, le svolazza intorno, l’accompagna in cortile e in cucina. La sera, quando gli uomini tornano dal lavoro, lo storno va loro incontro accogliendoli con grida di gioia e subito fa comunella: ne imita i fischi, impara le canzonette, balza dall’uno all’altro. Dopo pochi giorni va in giro per le stanze quasi vi fosse nato e vince perfino l’ostilità del pappagallo, che il primo giorno l’aveva minacciato con grida di sdegno, mentre ora gli cede volentieri metà del posatoio. Qualcuno comincia a parlare della metempsicosi e di Platone e di Pitagora. Intanto lo storno, s’appisola sulla spalla del nonno, nascondendo la testa sotto l’ala e lasciando trasecolata la bambina più piccola, che minaccia di piangere, convinta che una qualche magia abbia decapitato il suo uccellino. Quanto a noi, fissiamo l’uccelletto e andiamo domandandoci quale mai spirito animi quel piccolo corpo, lieve, tutto penne lucenti, quali moti mai percorrano il suo cervello che non pesa un grammo, quale arguzia mai accenda i suoi occhi tondi. Nei paesi settentrionali lo storno è amato da secoli. Vi giunge puntuale alla vigilia della primavera, dopo aver lasciato i cieli d’Africa in stormi fittissimi e proclama la vittoria della stagione dell’amore, cercando la com-

Lo storno un racconto inedito di Piero Scanziani

pagna e, trovatala, vivendo solo con lei e per lei sola. Poi è tempo di nidi e le coppie li preparano in fretta, nelle case dei villaggi, li preparano sotto gli stessi tetti, presso le stesse grondaie, nelle crepe degli stessi muri dove abitano gli uomini, amici. È ormai primavera per tutti e dalle uova nascono i piccoli implumi, bocche spalancate; i contadini tornano ai campi e con loro accorrono le coppie di storni, portandovi anche i figli, che imparano a volare. Ma quando giunge l’autunno, qualcosa muta dentro lo storno, qualcosa di radicale. È ancora loquace e allegro, ma un’ansia s’è accesa nello spirito che anima il suo piccolo corpicciolo da nulla, un pensiero s’è fissato nel suo cervello che non pesa un grammo, un nuovo desiderio accende i suoi occhi tondi e vivaci. È il mal d’Africa. Da casalingo che era, si trasforma in viaggiatore. Le coppie si separano, i figli lasciano i genitori, tutti si radunano nuovamente in stormi fittissimi. Bisogna partire. È ottobre, i paesi nordici si coprono di nebbie, s’inumidiscono di piogge sottili. Bisogna partire. Così comincia la seconda vita dello storno. Non ha più fame d’insetti, non è più il collaboratore dei contadini, anzi ne è il nemico, perché si precipita sugli alberi e ne divora i frutti, portando a rovina i vigneti. La gente del sud non lo accoglie con grida di gioia, non festeggia l’arrivo degli storni. La gente del sud è armata e lo uccide. Cosa mai penseranno gli storni degli uomini? Gli uomini che li accolgono festosi nelle terre tedesche e scandinave, gli uomini che essi amano? Gli uomini che nel nord li proteggono, preparano loro i nidi artificiali, li accolgono dentro i granai e sotto i tetti, gli stessi uomini che nel sud giungono al tramonto o all’alba a massacrarli, quando stanchi, sono strappati bruscamente al sonno degli spari. La bambina più piccola sta per scoppiare in singhiozzi, perché teme che una magia abbia decapitato davvero il suo uccellino. Ci decidiamo così a svegliare lo storno domestico, che si riscuote, lascia la spalla del nonno e si posa sulla nostra mano. Le dita dei suoi piedi sono un po’ fredde. Non pesa davvero nulla, povero uccellino, che forse domani sarà preso dal mal d’Africa. Egli ci guarda, piegando il capo sul collo snodato e la sua estrema fragilità c’intenerisce.

» illustrazione di Valérie Losa

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A partire dal 6 gennaio, Giove, pianeta della fortuna entrerà nella vostra undicesima casa solare dove resterà per circa un anno. I nati in marzo, potranno pertanto contare su di una fase di espansione a livello sociale e professionale.

Il ritorno di Giove in Acquario dopo dodici anni, vi riempie di nuova linfa vitale, gettando le basi per una serie di soddisfazioni e successi; Marte e Plutone, vi spingono a fare i conti con alcune scelte passate, soprattutto in campo familiare.

toro

scorpione

Giove ritorna nella vostra decima casa solare, il settore astrologico riconducibile alla realizzazione delle ambizioni personali, mentre Plutone fa la sua ricomparsa nel segno del Capricorno, accentuando in voi il desiderio di una metamorfosi.

Il 2009 inizia positivamente per le questioni di cuore. Grazie ai transiti di Marte, Venere e Plutone potrete vivere momenti di accesa sensualità con il vostro partner, e il tutto potrà essere condito da una piccante fantasia erotica.

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Grazie all’ingresso di Giove in Acquario, nella vostra nona casa solare, potrete allargare i vostri orizzonti. Opportunità che provengono da lontano o da paesi esteri (probabilmente gli USA). Occasioni assai proficue sotto tutti i punti di vista.

A partire dal 6 gennaio, Giove entrerà nell’amico segno dell’Acquario. Grazie a questo fortunato transito, che vi accompagnerà per tutto il 2009, potrete allargare il vostro giro di amicizie con proficue ricadute sulle vostre attività professionali.

capricorno

Il cammino di Marte e Plutone in Capricorno è sostenuto da Venere, di transito nel segno dei Pesci. Riuscirete ad affrontare un enorme flusso di informazioni grazie a un allargamento delle vostre vedute. Un viaggio potrebbe chiarirvi numerose idee.

Il 2009 inizia sotto la congiunzione di Marte con Plutone. Di solito questo transito, agendo in un contesto armonico, spinge il soggetto a sentirsi molto più in forma, inducendolo così ad affrontare qualunque tipo di impresa, anche la più dura o faticosa.

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A partire dal 6 gennaio, per tutto il 2009, Giove si troverà nel segno dell’Acquario. Coinvolgendo i valori espressi dalla vostra settima casa solare, quella del matrimonio. Attenti alle ragioni del partner e a evitare errori di comunicazione.

L’ingresso di Giove in Acquario darà impulso a una vostra nuova espansione, caratterizzata da ottimismo, successi e volontà creativa. Per il momento questa nuova configurazione favorirà soprattutto i nativi della primissima decade.

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Vita affettiva in movimento a partire dalla prima settimana del 2009. Mentre Marte e Plutone vi rendono più sensibili ai giochi di seduzione, Venere in opposizione vi rende più autoindulgenti verso le tentazioni. Osate di più!

A partire dal 4 gennaio Venere farà il suo ingresso nel segno dei Pesci. Questo ritorno, che avviene una volta all’anno, tenderà a favorire una rinascita individuale. Prendetevi maggior cura di voi stessi e fatevi più belli. Incontri sentimentali.

Elemento: Terra - cardinale Pianeta governante: Saturno Relazioni con il corpo: apparato scheletrico Metallo: piombo Parole chiave: introversione, perseveranza, disciplina interiore

Se c’è un tratto che emerge con vigore nei nati in Capricorno è proprio quello dell’austerità che non di rado volge al pessimismo. In ciò risulta evidente l’influsso di Saturno che porta a cogliere soprattutto il lato evanescente e precario della realtà, un tratto che enfatizza talvolta la spinta all’isolamento e alla sottrazione dei Capricorni dalla compagnia degli altri esseri umani. Ne deriva una certa tendenza a deprimersi e a sminuire le proprie capacità, con frequenti oscillazioni fra grandi entusiasmi e vertiginose cadute nella malinconia. Disciplinati e riflessivi, dotati di un’intelligenza limpida e fredda, sono spesso attaccati egoisticamente ai beni materiali e alle persone amate verso le quali esercitano atteggiamenti di grande possessività. Inclini agli studi e alla meditazione, esercitano le attività di pensiero con grande facilità e acutezza pur conservando la tendenza alla prudenza, al tatto e alla riservatezza. La timidezza e una certa difficoltà ad aprirsi e a comunicare, soprattutto negli uomini, possono spesso portare a enigmatici ma non sempre piacevoli mutismi. Essi sono però al tempo stesso fortemente ansiosi del contatto con l’altro ma la fluidità nella comunicazione viene frenata dalla loro stessa circospezione, frutto di un’analisi spietata del mondo e della realtà. A bilanciare questi aspetti, l’influenza di Marte, pianeta della passione e dell’ardore, che ha nel segno un peso notevole e grazie al quale la dimensione ascetica e flemmatica dei nati in Capricorno viene bilanciata da sentimenti di grande forza e intensità.

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cancro

Il Sole transita nel segno del Capricorno dal 23 dicembre al 22 gennaio

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» a cura di Elisabetta

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“… quel del vecchio Saturno, antico regno…”

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Âť illustrazione di Adriano Crivelli


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1. La vittima di Salomè • 2. Il ladro gentiluomo • 3. Cupa • 4. S’infuriano quando vedono rosso - 5. Azzardate • 6. Arti pennuti • 7. Ristrutturare • 8. La capitale siriana • 9. Il vil metallo • 13. Nenia, ritornello • 18. Il nome di Buscaglione • 19. Dittongo in pietra • 21. Labile traccia • 24. Legumi tondeggianti • 27. Il no del moscovita • 29. Ha un breve corso • 31. Pianta irritante • 34. Assaporate • 39. Ferite da coltello • 41. Il regno di Creso • 43. Società Anonima • 44. Due al lotto • 46. Spagna, Austria, Cuba.

A quale romanzo appartiene il seguente finale? La soluzione nel n. 4. Al vincitore andrà in premio “Santa Maria del Bigorio” di Fra R. Quadri e P.G. Pozzi, fotografie di Ely Riva, Fontana Edizioni, 2008. Fatevi aiutare dal particolare del volto dell’autore e inviate la soluzione entro giovedì 8 gennaio a ticino7@cdt.ch oppure su cartolina postale a Ticinosette, Via Industria, 6933 Muzzano.

Giochi

“Gli avrebbe fatto piacere. Poi il vecchio lo avrebbe raccontato al Reno, di sicuro. – Voglio una birra, – disse”.

Verticali

1. Il felino di Tomasi di Lampedusa • 10. Giaggiolo • 11. Il re di Shakespeare • 12. Messa al bando, allontanamento • 14. Viene sempre a galla • 15. Mezza tara • 16. La parità nelle dosi • 17. Slancio, veemenza • 20. Il Nichel del chimico • 22. Torvo • 23. Guida la nave • 25. Parti d’intestini • 26. Dispari in Lidia • 28. Forare • 30. Il marito della reine • 32. Producono miele • 33. Oliare, ingrassare • 35. Il Ticino sulle targhe • 36. Il gemello di Giacobbe • 37. Le iniz. di Tasso • 38. La sigla del Tritolo • 40. Salti dispari • 42. Sterilizzata • 45. George, esponente della Pop art • 47. Ha scritto “Il tempo e la vita” • 48. Il noto dei tali • 49. Formano il perimetro • 50. Corrode • 51. Il mitico re di Egina.

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Schema realizzato dalla Società Editrice Corriere del Ticino

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Errata corrige Per esigenze pubblicitarie intervenute mentre parte della rivista era già in fase di stampa, la pagina di destra nella rubrica Arti dello scorso numero (Ticinosette 01/2009) non è stata inserita. Nella didascalia della fotografia di Fabrizio De André è pertanto presente il riferimento a una serie di immagini purtroppo non pubblicate. Ci scusiamo con i lettori.

Le soluzioni verranno pubblicate sul numero 4.

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La soluzione a L’avevate visto? si trova sul numero 37. Il vincitore è: M.P., Locarno. La soluzione a Epigoni è: La coscienza di Zeno di Italo Svevo (Garzanti), 2007. Il vincitore è M.M., Stabio.

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