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numero

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L’appuntamento del venerdì

06 III

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Reportage - Milano

Un invito a Villa Necchi Campiglio

Agorà - Vaticano Società - 8 marzo Salute - Kousmine

Corriere del Ticino • laRegioneTicino • Giornale del Popolo • Tessiner Zeitung • CHF. 2.90 • con Teleradio dall’8 al 14 marzo


O M A I R U T A N E STAG io all’animazione di un app ro cc a r u t a N à t i v Atti

dal 30 aprile al 3 Maggio (Cau co, Val Calanca - GR) e dal 20 al 24 maggio (Dalpe, Valle Leventina) Per informazioni: Christian Albeverio 091 828 13 22 christian@cemea.ch www.cemea.ch

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Deborah Demeter 091 820 60 07 deborah.demeter@wwf.ch


numero 11 6 marzo 2009

Agorà Vaticano. Quel Concilio col fiato corto

DI

Arti Cinema. Il profondo odio di Vincent

DI

DAVIDE STAFFIERO

Società 8 marzo. La donna è immobile?

DI

NICOLETTA BARAZZONI

Impressum

Luoghi Pizzo Arera. Al cospetto di Sua Maestà

Tiratura controllata

Salute Metodo Kousmine. Il sogno di Catherine

Chiusura redazionale

Vitae Verena Frei

Editore

Reportage Un invito a Villa Necchi Campiglio

90’606 copie

Venerdì 27 febbraio Teleradio 7 SA Muzzano

ROBERTO ROVEDA

DI

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ALESSANDRO TABACCHI

DI

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ELISABETTA LOLLI

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NICOLETTA BARAZZONI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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R. ROVEDA; FOTO DI R. KHATIR . . . . . . . . .

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GIANCARLO FORNASIER. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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DI

Direttore editoriale

Tendenze A.A.A. arriva l’auto austera

Redattore responsabile

Kalendae La Quaresima

FRANCESCA RIGOTTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Coredattore

Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Photo editor

Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Peter Keller

Fabio Martini

Giancarlo Fornasier

DI

DI

Reza Khatir

Amministrazione via San Gottardo 50 6900 Massagno tel. 091 922 38 00 fax 091 922 38 12

Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

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In copertina

Interno della caratteristica veranda di Villa Necchi Campiglio a Milano Fotografia di Reza Khatir

Questione di sguardi Quanto conosciamo di ciò che ci circonda? O meglio, quanto del nostro paesaggio quotidiano riusciamo ancora a osservare, armati dello sguardo curioso proprio solo di chi si immerge per la prima volta in un luogo? A seguito dell’articolo dedicato a Bissone apparso sul numero 08 del nostro settimanale, sono giunti in Redazione alcuni significativi apprezzamenti, la testimonianza che anche luoghi e monumenti a due passi da casa – e, si presume, necessariamente conosciuti ai più – posso riservare inaspettate sorprese. È ormai assodato che il valore di un oggetto, piccolo o grande che sia, storicamente vicino o lontano a noi, non può essere “calcolato” seguendo una scala di valori estremamente soggettivi quali, per esempio, la “bellezza” o l’ “importanza”. La storia dell’arte, a volte tesa a creare una linea evolutiva secondo la quale a stili e correnti artistiche si sono preceduti e si sono susseguiti altri stili e tendenze, spesso si è trovata di fronte a espressioni della creatività e dell’ingegno umano difficilmente classificabili. La prova materiale che in uno stesso luogo e in periodi molto vicini, artigiani e artisti – senza precludere ai primi di essere per inventiva almeno pari ai secondi... e molto spesso con l’indubbio vantaggio di meglio conoscere la materia sulla quale operano – creavano oggetti mobili e immobili capaci di unire utilità e praticità, a volte privi (ne siamo certi?) di quel carattere “estetico” e “intellettuale” che qualcuno vorrebbe marchio di fabbrica delle espressioni artistiche dell’“avanguardia”. Oggi, di fronte all’imperante omologazione che ha colpito anche i processi creativi, ammetto di trovarmi sempre più spesso catturato

più da un “povero e vecchio” muro a secco – ingegnosa e funzionale invenzione frutto della capacità di arrangiarsi con quel che il territorio offre – piuttosto che da “concettuali” e imponenti torri di vetro e cemento. Se sarà solo la storia della nostra civiltà giudice unico in grado di valutare la portata rivoluzionaria del primo (il muro di conci lapidei), piuttosto che del secondo (cemento industriale, ferro e vetro) e la loro capacità di armonizzarsi con l’ambiente circostante, invito chi ne avesse voglia a leggere almeno l’introduzione di Estetica. Teoria della formatività un saggio del 1954 scritto dal filosofo italiano Luigi Pareyson (1918–1991), tra i primi a far conoscere ai lettori di lingua italiana l’Esistenzialismo tedesco. Pareyson considerava la verità non un dato oggettivo (aggettivo caro alla Scienza) ma come interpretazione del singolo e che necessita dunque di una responsabilità soggettiva. Ecco, quando nei prossimi giorni con la primavera finalmente alle porte sentirete la necessità di uscire, non utlizzate l’auto… camminate e “interpretate ciò che vedete attorno a voi”. Compito della settimana Leggete con attenzione il Reportage fotografico dedicato alla milanese Villa Necchi Campiglio. Bene: ora dedicatevi alla stessa operazione descrittiva, ma concentratevi sull’edificio meno appariscente, il più anonimo che si trova sulla vostra via e inviate il tutto alla Redazione. Buona lettura, Giancarlo Fornasier


Quel Concilio col fiato corto

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I

l Concilio Vaticano II (1962–65) ha segnato una svolta nella storia della Chiesa cattolica aprendola al dialogo con il mondo moderno e le diversità che lo abitano, soprattutto dal punto di vista religioso. Ha cercato di realizzare una Chiesa meno autoritaria, meno piramidale e centralizzata, più orizzontale che verticale, disegnando un ruolo più attivo per i laici. È quello che gli storici chiamano lo “spirito del Vaticano II”, uno spirito che appare piuttosto affievolito negli ultimi anni in nome di un ritorno al passato e a un ruolo più tradizionale della Chiesa, sempre meno mater e sempre più severa magistra.

La gerarchia vaticana e i tradizionalisti Segno inconfondibile di questa svolta è stata la scelta delle gerarchie vaticane, con in testa papa Benedetto XVI, di favorire il rientro nel corpo della Chiesa di quegli elementi che si erano sempre opposti in maniera intransigente a ogni forma di rinnovamento: come i seguaci del vescovo francese Marcel Lefebvre, riuniti nella Fraternità sacerdotale San Pio X, che dai primi anni Settanta ha sede a Ecône, nel Vallese. I lefebvriani si sono sempre distinti per il loro antimodernismo e per il rifiuto in toto delle riforme conciliari, fino ad arrivare all’aperta rottura con Roma nel 1988. Papa Giovanni Paolo II aveva, infatti, scomunicato monsignor Lefebvre per aver ordinato vescovi, senza consenso pontificio, quattro membri della Fraternità. Uno di questi è quel Roger Williamson noto per le sue posizioni negazioniste della Shoah, posizioni che non hanno impedito a Benedetto XVI di revocare la scomunica inflitta vent’anni fa. La bufera che si è abbattuta nei giorni successivi sulla Santa Sede e il rischio di compromettere in maniera decisiva il dialogo con il mondo ebraico – e non solo – ha portato a una serie di rettifiche e di scuse a più livelli, senza però che si provvedesse all’unico atto necessario: mantenere in vigore la scomunica. Ma il riavvicinamento con i fautori del ritorno alle tradizioni pre-conciliari non data a questi giorni, ma ha ispirato l’azione dell’attuale pontefice fin da quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’organismo della Curia romana che vigila sulla purezza della dottrina cattolica. In questa veste l’allora cardinale Joseph Ratzinger

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Agorà

La stagione di rinnovamento del Concilio Vaticano II sembra aver lasciato posto all’interno delle gerarchie della Chiesa cattolica a una volontà restauratrice. In quest’ottica di compattamento delle forze tradizionaliste e conservatrici va visto il riavvicinamento con i lefebvriani, sostenitori della supremazia cattolica e della tradizione. Contro ogni tipo di apertura alla modernità e al necessario dialogo interreligioso


Il ritorno del principio d’autorità Vale quindi la pena chiedersi perché in Vaticano si tenga così tanto a queste frange estremiste, anche a costo di mettere a rischio il dialogo interreligioso e con buona parte della società civile. La risposta sta nella convergenza e nel sentire comune su molti temi come, per esempio, la perdita di autorità e di egemonia sulla società da parte della Chiesa dopo il Vaticano II. In una dichiarazione del 1974 Lefebvre sosteneva che “tutte queste riforme hanno contribuito e contribuiscono ancora alla demolizione della Chiesa […] e a un insegnamento neutralista […] uscito dal liberalismo e dal protestantesimo più volte condannati dal magistero solenne della Chiesa”. Per i lefebvriani la Chiesa ha perso di sacralità, prima di tutto svilendo le celebrazioni liturgiche, non più in latino, ma

nelle diverse lingue nazionali – ecco il marchio intollerabile del protestantesimo... – e poi esaltando il ruolo dei laici, a scapito della centralità del sacerdote. In questo modo viene minata la natura gerarchica della Chiesa pre-conciliare, dove il popolo dei fedeli era in posizione nettamente subalterna. Qui il tradizionalismo lefebvriano si incontra con quel principio di autorità che Joseph Ratzinger ha sempre considerato valore insostituibile della Chiesa cattolica. Se la Chiesa ha perso influenza nella società è perché ha perso la sua autorità sui fedeli che oramai si sentono liberi di agire secondo coscienza, anche andando contro gli insegnamenti della Chiesa.

I nemici comuni: pluralismo, modernità e laicità Altro terreno di incontro è l’avversione per il pluralismo religioso e il liberalismo. Come spiega bene la storica Nicla Buonasorte*: “Le aperture conciliari sembravano [a Lefebvre] altrettante mortificazioni del cattolicesimo come unica via di salvezza […]”. Nel 2000 Ratzinger ha approntato la dichiarazione Dominus Jesus che rivendica alla Chiesa cattolica il possesso esclusivo della verità e della salvezza. È l’antico assioma dell’extra Ecclesia nulla salus (“Nessuna salvezza fuori dalla Chiesa”), una posizione che Ratzinger ha cercato di attenuare una volta divenuto papa, ma che non ha mai sconfessato del tutto. Altro tabù comune tra Vaticano e tradizionalisti è la modernità: i cambiamenti sociali, culturali o semplicemente i progressi della scienza sono il grande nemico che cerca di minare le basi della vera fede. Da qui l’idea di una tradizione da difendere a tutti i costi dal nuovo, l’inclinazione a mescolare fede e politica nel nome di una rinnovata egemonia ecclesiastica sulla società e il sostanziale rifiuto della laicità, in primis dello Stato, e dell’autonomia delle scelte della politica rispetto alla religione. È il vagheggiamento nostalgico di una Chiesa infallibile dal punto di vista spirituale e sovrana dal punto di vista temporale. Si spiegano in questo modo le ingerenze sempre più accentuate della Chiesa cattolica nella vita politica di molti stati – Italia e Spagna in testa, anche se per motivi diversi –, così come i frequenti tentativi di indirizzare le scelte legislative su temi particolarmente scottanti come la procreazione assistita, l’aborto, l’eutanasia e la regolamentazione delle unioni di fatto.

La tradizione dei tradizionalisti

Il compattamento del fronte tradizionalista riporta quindi in auge l’idea di una Chiesa gerarchica e centralizzata che ha come dogmi assoluti il proprio magistero e il rispetto formale della tradizione, limitata a una porzione della bimillenaria storia del cattolicesimo: la monarchia papale del Medioevo e la Chiesa del Concilio di Trento, la Chiesa della Controriforma, normativa e arroccata sui suoi principi, come unica depositaria della salvezza e della verità. Una Chiesa in cui carità e perdono lasciano il posto a condanna e rifiuto come mezzi di apostolato, ma che appare molto rassicurante agli occhi dei tradizionalisti perché guida infallibile a cui si deve solo ubbidire. Una Chiesa, però, che oggi appare piuttosto intrisa di timore del mondo e di malinconia del passato, espressione di una profonda sfiducia nel messaggio evangelico, in quel “non abbiate paura” ripetuto più volte da Cristo ai suoi discepoli.

* Tra Roma e Lefebvre. Il tradizionalismo cattolico italiano e il Concilio Vaticano II, p. 113, Edizioni Studium, 2003

Agorà

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» di di Roberto Roveda; illustrazione di Danila Cannizzaro

si era mostrato spesso conciliante con i tradizionalisti, colpendo invece con durezza gli esponenti del cattolicesimo più progressista: dagli esponenti della Teologia della liberazione in Sudamerica a tutti quei teologi e movimenti che auspicavano una Chiesa capace di dialogare sui temi più scottanti della modernità, dal divorzio all’aborto, dalla contraccezione alla medicina genetica.


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dialoghi brillanti, un ritratto impietoso quanto veritiero della degradata periferia parigina. Con taglio che verrebbe da definire neorealista, i personaggi vengono pedinati a distanza ravvicinata e ogni giudizio morale è saggiamente sospeso. Nelle banlieues, all’ombra dei grigi palazzi, le giornate si consumano ciondolando tra spinelli e chiacchiere inconcludenti. Le vite dei protagonisti si lasciano trasportare alla deriva e nessuno di loro sembra volerne prendere coscienza. Vinz, Hubert e Saïd: tre amici, tre minoranze etniche e tre modi diversi di affrontare l’emarginazione. Il primo (Vincent Cassel agli esordi) è un ragazzo ebreo schiavo della propria rabbia;

Libri

Angelo Figorilli Banlieues, i giorni di Parigi Interculturali, 2006 L’autore, testimone diretto dei fatti, propone una cronaca delle rivolte nelle periferie parigine, accompagnando la narrazione con un’attenta analisi delle ragioni sociali alla base dei disordini.

nauseato dalla vita che conduce nei sobborghi e più incline a usare la testa. Saïd, fratello minore di un piccolo boss arabo, si pone invece nel mezzo, sorta di mediatore tra la furia cieca di Vinz e la malinconica riflessività di Hubert. Le differenze che dividono il trio, benché profonde, devono comunque cedere il passo a un denominatore comune: l’odio. Il rancore sprizza da tutti i pori e viene focalizzato senza compromessi sulle forze dell’ordine, emblema di una società che li vuole confinati ai margini. E se da un lato c’è una coscienza di classe forte al punto da imporre il rifiuto categorico di tutto ciò che viene dall’esterno – esemplare a questo proposito la sequenza della mostra d’arte –, dall’altro persiste il rigetto nei confronti di una situazione a circuito chiuso, dove le possibilità di riscatto sociale sono ridotte ai minimi termini. Quando Vinz trova la pistola pone nell’arma tutte le aspettative frustrate di rivalsa, intravedendo a portata di mano l’occasione di guadagnarsi un’identità e quindi rispetto. Fortunatamente il ragazzo, per quanto Mathieu Kassovitz venne premiato per la allevato dalla collera, miglior regia al Festival di Cannes del ’95 con conserva ancora un questo suo secondo lungometraggio. Un film briciolo di umanità. che ha notevolmente contribuito a consacrare Fino a qui tutto bene. l’astro nascente di Vincent Cassel Ma dopo cinquanta piani di caduta libera in lui l’affermazione di sé la fine giunge inevitabile. passa solo attraverso l’uso La spirale di violenza ho compiuto il della forza, prospettiva più proprio corso e alla fine la tragedia si spesso ventilata che agita, e consuma. Importa poco che ciò avvenga ogni circostanza è buona per intenzionalmente o per fatalità: non si attaccare briga. Il secondo è sfugge, perché l’odio chiama a gran voce un giovane pugile di colore, altro odio.

» di Davide Staffiero

Arti

è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: fino a qui, tutto bene; fino a qui, tutto bene; fino a qui, tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”. Il monologo d’apertura del film, nella sua beffarda semplicità, sintetizza a dovere il messaggio alla base della pellicola. Non è un caso se le stesse parole vengano riproposte durante l’epilogo, pur accortamente aggiornate (sciolta la sineddoche “uomo” diventa “società”), sancendo così un’ineluttabile struttura circolare che si fa specchio della condizione esistenziale dei protagonisti, imprigionati nel circolo vizioso dell’astio senza alcuna prospettiva di affrancamento. Kassovitz, ancora lontano dalle soffocanti spire di Hollywood, conduce un’analisi sociologica caratterizzata da estrema onestà, senza falsi moralismi o accomodamenti di sorta. Ispirandosi alla cruda realtà della cronaca – come rivendica del resto la sequenza dei titoli di testa – dipinge in un livido bianco e nero, tra citazioni cinematografiche e

L’odio Cecchi Gori, 2004 Girato da un Mathieu Kassovitz appena ventottenne, L’odio riscosse notevoli consensi di pubblico e critica. Dopo Cannes la pellicola si è guadagnata il Premio César quale miglior film.

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“Q uesta

Il profondo odio di Vincent

Foto di gruppo dei tre protagonisti del film (Cassel è l’ultimo a destra)

Film


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Abbiamo letto per voi

dei rapporti, per nulla semplici e distesi, tra Svizzera e Regno d’Italia nell’epoca dell’imperialismo e del nazionalismo, fino al termine della Prima guerra mondiale. Questo è prima di tutto La frontiera contesa, ponderoso – ma per nulla noioso e pedante – volume scritto a quattro mani da Maurizio Binaghi e Roberto Sala, studiosi di storia contemporanea e, soprattutto, di storia militare. Il lavoro ha origine da un documento straordinario dal punto di vista della documentazione storica, la Geografia militare della Svizzera e delle sue zone confinanti, uno studio commissionato dal Consiglio federale all’allora Capo di stato maggiore dell’esercito, il colonnello Arnold Keller. Siamo agli inizi del Novecento. Il lavoro di Keller – sepolto per decenni negli Archivi federali perché coperto da segreto di Stato – evidenzia l’importanza politica e strategica (quindi militare) assunta negli anni tra il 1870 e il 1918 dal territorio del Canton Ticino e dall’intero confine meridionale della Confederazione, la “frontiera contesa” che vede-

va contrapporsi, con interessi diversi, Svizzera da una parte e l’allora giovanissimo Regno d’Italia dall’altra. Nelle quasi duecento pagine dedicate a questo settore – riportate in appendice al volume – Arnold Keller descrive con la meticolosa cura dell’esperto di strategia tutto ciò che occorre per condurre una guerra di difesa del cantone, ma anche di offesa nelle province italiane confinanti. Il possibile scenario bellico prospettato e progettato nelle pagine dedicate alla Geografia militare è la prova che il rapporto tra Confederazione e Regno d’Italia si basava su reciproche diffidenze e l’ipotesi di un conflitto era vissuta a livello federale – ma lo stesso accadeva da parte italiana – come estremamente possibile. Il compito di chiarire le ragioni di questa difficile vicinanza tra i due Stati viene lasciato al lungo saggio che introduce le pagine di Keller: qui si delinea, nel grande affresco citato all’inizio, il difficile ruolo della Svizzera, con la sua forma di governo federale e repubblicana, in una Europa dominata da stati governati da monarchie conservatrici,

in cui il nazionalismo e il bellicismo avevano sempre più presa. Era questo anche il caso del Regno d’Italia, unificato dal 1861 e in cui trovavano terreno fertile i desideri di ricongiungere sotto un’unica bandiera tutti i territori considerati italiani o abitati da popolazioni di lingua italiana. Ma Binaghi e Sala analizzano un altro aspetto interessante: se vi era un desiderio italiano, tutto teso a ricongiungere le terre ticinesi alla Penisola, parallelamente da parte della Confederazione si guardava a un possibile conflitto come occasione per riconquistare le terre della Val d’Ossola e della Valtellina, a lungo svizzere. In questo clima di contrasto sotterraneo particolarmente incandescente era la situazione del Canton Ticino, legato culturalmente e linguisticamente all’Italia, e per questo guardato con sospetto dalle autorità politiche e militari d’Oltralpe. Sono proprio gli abitanti del cantone, nella stragrande maggioranza, a sganciarsi da possibili scelte estreme e a riuscire a costruirsi un’identità propria tra difesa culturale dell’italianità e appartenenza

Maurizio Binaghi e Roberto Sala La frontiera contesa. I piani svizzeri di attacco all’Italia nel rapporto segreto del colonnello Arnold Keller (1871–1918) Casagrande, 2008

politica alla Confederazione. Alla fine prevalse il buon senso e la prudenza, e la Svizzera collaudò in quegli anni che poi portarono alla Grande Guerra la sua storica e saggia neutralità. Anche per questo La frontiera contesa si lascia leggere con ancora più gusto perché, per usare le parole degli autori, rimane “la storia dei preparativi e del fragore di una guerra mai combattuta”.

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» di Roberto Roveda

Un grande affresco sulla storia


La donna è immobile?

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Società

Soggetto forte, la donna si è emancipata assumendo una propria autonomia. Resta però il fatto che, benché tra le mura domestiche siano ancora molte a subire la violenza maschile sia fisica che psicologica, alcune continuano a confondere l’emancipazione con l’inconsapevolezza che l’essere donna è una fortuna. Tra le peculiarità del femminile vi è infatti la capacità non indifferente di saper amare. Abbiamo a lungo lottato – e lo stiamo ancora facendo – per la parità tra i sessi, ma abbiamo anche rimosso il principio dell’amore incondizionato, forse perché il solo pensiero di avere innata questa inclinazione ci fa in parte rinunciare a noi stesse. Si dice di noi che siamo troppo determinate sia nelle pretese sia nelle aspettative. Che siamo troppo aggressive, imitando e assumendo nel peggiore dei casi i comportamenti maschili che abbiamo criticato e osteggiato. Da quando Jean Shinoda Bolen scrisse Le dee dentro la donna (Astrolabio, 1984), in cui le figure femminili delle antiche mitologie erano interpretate come strumenti di comprensione del passato patriarcale, si è trattato a lungo della necessità di individuare una nuova psicologia femminile, con l’assunto implicito che ne esistesse una vecchia, da trasformare e lasciarsi alle spalle. Dal movimento femminista ai giorni nostri la donna ha cercato in vari modi di assicurarsi uno spazio di conquista e in un secondo tempo un futuro di parità tra i sessi. Ma, purtroppo, la rivoluzione femminile è stata spesso misurata sulla quantità dei risultati ottenuti, che però non implicano ancora oggi una distribuzione equa tra le parti per la nascita di una civiltà che abbia come fondamento la responsabilità reciproca. Nel corso delle sue comprensibili rivendicazioni la donna ha rivolto accuse all’indirizzo dell’uomo senza quasi mai sforzarsi di considerare che il maschio ha dovuto imporsi (ma anche subire) dei cambiamenti che lo hanno disarmato, rendendolo impotente e rassegnato. Considerando che siamo sempre noi donne a portare l’umanità in grembo, maschi inclusi, dovremmo anche

A pochi giorni dalla Festa della donna, una riflessione sul tema dell’universo femminile alla luce delle contraddizioni sorte dopo gli storici decenni di lotta per la parità ammettere in buona fede che una volta diventati adulti – non avendoli preparati per essere all’altezza della situazione – per una legge transitiva riveliamo un’incoerenza di fondo difficile da spiegare persino a noi stesse. Abbiamo il potere di educare gli uomini del domani ma nella nostra in-


risolvere ancora il dilemma romantico di fronte a uomini sempre più disorientati che non reggono lo sguardo della leonessa indomabile. Poi però, quando ci conviene, desideriamo essere conquistate, corteggiate per sentirci uniche e desiderate. Ma non è forse in questa grande confusione venutasi a creare da quando ci siamo lasciati alle spalle il patriarcato che l’inversione dei ruoli ha sortito esiti decisamente negativi sia per l’uomo sia per la donna? Non è forse nella differenza che si potenziano le capacità e le affinità umane? Una cosa pare assodata: da quando i modelli televisivi hanno diffuso la disobbedienza femminile, l’aggressività frammista all’erotismo e la possibilità di esercitare la libertà sessuale, si è finito per optare per l’immagine della mantide religiosa pronta a uccidere il maschio che le si avvicina.

Libri

Valerie Solanas Manifesto per l’eliminazione dei maschi (1971) ES Editore, 2008 “Il maschio è intrappolato in una zona d’ombra a metà strada tra l’essere umano e la scimmia; ma sta molto peggio delle scimmie perché, al contrario di esse, dispone di una vasta gamma di sentimenti negativi: odio, gelosia, disprezzo...”.

Perché la mimosa?

Se il legame tra l’universo femminile e il fiore ha simbologie e significati facilmente intuibili, meno evidente è l’associazione tra la mimosa e la Festa internazionale della donna. La scelta della pianta dal fiore giallo come simbolo dell’8 marzo è avvenuta in Italia nel 1946. In quegli anni l’Udi (Unione Donne Italiane), nelle fasi preparative della prima Festa della donna del Dopoguerra, credette opportuno scovare un fiore in grado di rappresentare sia le rivendicazioni sociali sia l’intero universo femminile. Dai fiori delicati, che fioriscono proprio nelle settimane precedenti l’8 marzo, la mimosa aveva l’indubbio vantaggio di essere accessibile a tutti. E come tutte le cose semplici funzionò sin da subito. Un successo ancora molto vivo, vuoi per il suo profumo durevole, vuoi per la sua forma: una piccola nuvola gialla che ha il potere di ricordare non solo le 129 operaie perite nell’incendio che colpì l’industria tessile Cotton di New York nel 1908, ma tutte le rivendicazioni che mirano al rispetto della donna, a migliori condizioni di lavoro e a una riconosciuta parità sociale. In fabbrica, negli uffici, come tra le quattro mura domestiche.

» di Nicoletta Barazzoni

timità familiare andiamo contro le nostre convinzioni facendo di loro degli uomini comuni. Forse ciò è dovuto al fatto che l’uomo è uomo e la donna è donna, entrambi con radici originarie nell’inconscio e che le relazioni tra i sessi si giocano all’interno di una costellazione che non può diventare un unico corpus proprio perché il femminile corrisponde, come annotava un teorico del femminismo, alla terra e alla notte, e il maschile al cielo e al giorno (da cui, appunto “l’altra metà del cielo”). Ma non è che forse, terra e giorno, luce e fertilità, abbiamo ottenuto le nostre conquiste confondendo i ruoli e soprattutto la nostra posizione indispensabile nel cosmo? Anche se la psicologia e la psichiatria hanno stabilito che nella psiche umana sono presenti entrambi i sessi – a partire da Freud il quale sosteneva che la donna è un uomo mancato, e da Jung che distingueva tra animus e anima, riferendosi agli archetipi –, sembra proprio che non abbiamo considerato a sufficienza le differenze e il destino tra i due poli. Ma è davvero possibile rendere meno aspro lo scontro tra i sessi, annullando l’implacabile dicotomia tra maschile e femminile? Certo che oggi, tra la donna emancipata e l’uomo indebolito, la prima si trova a dover

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Al cospetto di Sua Maestà

mente il selvaggio versante nord-est. Quasi a vendicarsi della regolarità della sua faccia meridionale, in direzione delle Orobie l’Arera contrappone una morfologia tormentata, dominata da pareti precipitanti e verticali, incisioni profonde, canaloni selvaggi, incorniciati da una selva di cime secondarie. Visto dall’alto potrebbe ricordare un forcone dai denti molto grossi rivolti a nord. Le forme incombenti di queste pareti calcaree incutono un certo timore, ma a fare veramente paura sono i segni scuri dell’umidità negli anfratti meno soleggiati, uniti a una quantità di sfasciumi che invade ogni gradino roccioso: una montagna selvaggia, che presenta pareti infide e impraticabili, pena il rischio di precipitare per centinaia di metri (la fama del versante nord dell’Arera è infatti un po’ sinistra). Ricordo ancora con emozione un’escursione La nuda sommità del Pizzo Arera nella Alpi Orobie fuori traccia in solitaria nel canalone nordest: una cattedrale di roccia che si innalza In questo lembo delle Prealpi visioni di sé e versanti assai per un centinaio di metri, con nevaietti Bergamasche sono concentra- contrastanti. Il versante sud semiperenni addormentati negli anfratti, e te, in un’area relativamente del gigante, ben visibile da un silenzio assoluto rotto solo dal rumore ristretta ma orograficamen- Oltre il Colle o da Zambla, è dei sassi che cadevano dalle pareti, quasi te assai complessa, alcune quasi bonario, anche se inche la montagna minacciasse il profanatore cime calcaree dalle fattezze combente: una sorta di grande accogliendolo con una scarica di pallettoni. imponenti, talvolta realmen- panettone calcareo emergente Lassù la pietraia ripidissima, che incombe te grandiose, che gratificano dal verde dei pascoli con tosulla Valcanale, mille metri sotto, è mobile: l’escursionista e l’alpinista nalità molto chiare, ripido, ricordo che mi ero da pochi minuti seduto a con paesaggi mozzafiato. Si ma non troppo, caratterizzato contemplare il panorama (grandioso) in un tratta di luoghi abbelliti da verso ovest da un agevole e punto al sicuro da scariche, quando cominuna flora e una fauna ricchis- pressoché rettilineo crestone, ciai a sentire che sotto di me qualcosa era sime e capaci di offrire vie di prima erboso, poi roccioso, in movimento, non lo strato superiore della salita per nulla banali che che porta quasi alla cima parpietraia, fatto di grossa ganda, ma quello inrichiedono spesso attenzione feriore, un movimento e talvolta un dose di sangue Il Pizzo Arera si colloca fra la Val Brembana quasi impercettibile, freddo. Come un sovrano e la Val Seriana, a sud del possente complesso vivo e presente. Non circondato dai suoi vassalli, era uno smottamenil Pizzo Arera domina que- delle Alpi Orobie, in una zona in cui l’amante to, ma un lentissimo, sto lembo di Lombardia: lo della montagna può trovare alcune delle più inesorabile, scorrere si può scorgere anche dalla belle cime della Lombardia verso valle della monpianura, da Milano o dalla tagna. Seduto su quella Brianza, dominare a nord di tendo da un pianoro a quota pietraia avvertii per la prima volta la forza Bergamo il paesaggio, arcigno 2.000 dove è situato un rifudella gravità, e mi sentii tanto piccolo da e imponente, solcato a ovest gio molto accogliente. Un paprovare quella sensazione che i contadini da una vistosa e caratteristica esaggio montano amichevole valtellinesi chiamano solengo: il terrore che spaccatura. Questa cima di e molto frequentato. nasce dal sentirsi sperduti nell’immensità 2.512 metri offre, a seconda Ben diverso è il volto settendel creato. Un terrore vivifico e inebriante. dei punti di vista, molteplici trionale dell’Arera, specialAvevo capito. E tornai a valle.

» di Alessandro Tabacchi

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Alessio Pezzotta Duemila bergamaschi Villadiseriane, 2007 Vera bibbia dell’escursionista e alpinista orobico, contiene la descrizione delle vie di salita normali alle 232 cime che superano i 2.000 metri esclusivamente comprese entro i confini bergamaschi.

»

Luoghi

Libri


Mi

è capitato di leggere la prima volta il racconto di Buzzati (o romanzo breve, se preferite) che ero appena un ragazzino, su indicazione della mia bella professoressa d’italiano. Ma non fu solo per amore, perché la storia di Bàrnabo e la scrittura del narratore bellunese mi catturarono a tal punto che, per qualche giorno, l’atmosfera del libro mi restò appiccicata addosso come fossi parte anch’io di quel misterioso mondo di montagna. Il tema, carissimo a Buzzati, è quello dell’attesa e di una realtà che, condotta alle sue estreme conseguenze, rivela tratti assurdi e surreali. Lo scrittore, che con questo suo primo romanzo del 1933 poneva le premesse narrative e

No

Abbiamo letto per voi stilistiche di quello che sarà il suo maggior successo – Il deserto dei tartari, pubblicato nel 1940 –, traccia con straordinaria sapienza letteraria la storia del guardiaboschi Bàrnabo: attraverso uno stile onirico, costellato di visioni e la creazione di una mitologia dell’esistenza individuale, egli introduce il lettore al tema dello scorrere del tempo e dell’ineluttabilità del vivere. Ecco allora che la Polveriera, il luogo da difendere dagli attacchi dei briganti, diviene, analogamente alla Fortezza Bastiani – l’avamposto del Deserto dei tartari –, il luogo della “attesa”, il fulcro di un’ossessione che a distanza di anni ricondurrà l’ormai cresciuto Bàrnabo fra le sue montagne, in attesa dello scontro finale

con i fantasmatici briganti. Ma a differenza del tenente Giovanni Drogo – il tragico protagonista del Deserto –, la cui vita si consuma nella spasmodica attesa della battaglia con il nemico, Barnabo finirà per trovare una sua dimensione interiore, una intimissima pace, nella consapevolezza che l’uccisione del “nemico” non rappresenta affatto la soluzione agli interrogativi che si agitano nella sua anima. La speranza, sentimento estraneo alla vicenda di Drogo, offre in questo caso la sua consolazione e riconduce, singolarmente, la vicenda del giovane guardiaboschi all’ambito del “romanzo di formazione”. E alla fine, a ben vedere, sempre di amore si trattò…

Dino Buzzati Bàrnabo delle montagne Mondadori, 2000

» di Fabio Martini

»

tà i v Latte e frutta di prima qualità:

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I fermenti lattici probiotici LGG rafforzano le difese immunitarie; l’estratto di tè verde contiene catechine con azione antiossidante.

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Il sogno di Catherine

12 Il tema delle diete è oggi al

centro del dibattito in ambito medico e salutistico. D’altra parte l’enorme quantità di informazioni e di possibilità a riguardo – fornite per esempio in numero crescente dalle tante riviste femminili – non fa che contribuire ad accrescere nel pubblico un senso di confusione e la difficoltà a orientarsi nella selva delle differenti proposte. Un dato da porre subito in evidenza è che oggi la dieta non viene vista come uno strumento di guarigione e di prevenzione ma viene spesso finalizzata all’ossessione derivante dall’apparire, sempre e comunque, belli, magri e attraenti. Ma è proprio in questa società orientata all’edonismo più sfrenato che il paradosso emerge con chiarezza: da un lato si aspira al benessere – come dimostra la proliferazione dei centri

»

Salute

non dieta: certo, perché la dieta rappresenta solo uno dei cinque pilastri – sicuramente il più importante – su cui si fonda il Metodo che è rivolto alle persone sane come a quelle affette da patologie. L’obiettivo è dunque quello di intervenire sul “tessuto” dell’organismo in modo da renderlo capace di rispondere efficacemente alle aggressioni dei virus, dei batteri e dello stress. Gli altri pilastri sono rappresentati dal ristabilimento di un corretto rapporto acido-basico nell’organismo, dalla pratica della pulizia intestinale, dall’utilizzo di integratori e dall’eventuale assunzione di vaccini automodulanti. Qualcuno potrà storcere il naso: la società è cambiata profondamente negli ultimi quarant’anni e con essa gli stili di vita e le abitudini alimentari… e poi che cosa c’è di veramente nuovo. In realtà molto, senza mettere in discussione il fatto che tutti sappiamo benissimo che i grassi animali sono da evitare così come un eccesso di zuccheri e carboidrati. Ciò che veramente conta è la cornice in cui Catherine Kousmine introduce le sue prescrizioni che è sostanzialmente preventiva. Alla base troviamo una distinzione degli alimenti SPA e affini –, dall’altra viviain funzione della loro acidità, neutralità mo secondo modalità che di e alcalinicità. Riportiamo nella pagina di salutare hanno poco o nulla. destra una sintesi dell’elenco, in orgine in Il senso dovrebbe essere piutverità assai complesso: per esempio, alcutosto quello di prevenire e asne verdure come i porri rientrano fra gli sicurare al proprio organismo alimenti acidi, mentre alcune carni, come un apporto alimentare corquella di tacchino, fanno parte del gruppo retto e il più possibile equilidei cibi neutri. brato, attivando un processo L’alimentazione corretta deve orientarsi vercostante e progressivo di auso i cibi neutri e alcalini evitando l’acidificatoguarigione, perché la vera zione del corpo e la conseguente maggiore bellezza sta nella salute. disposizione alla malattia. Un altro aspetto In questa prospettiva il mediimportante che il metodo impone è quello di una corretta distriDieta come strumento di prevenzione: è que- buzione dei valori casto il senso della proposta sviluppata più di lorici e delle quantità secondo un principio 50 anni or sono dalla dottoressa Catherine chiaro: “colazione da Kousmine, a cui si deve l’elaborazione del re, pranzo da principi, cena da poveri”. In celebre Metodo di guarigione percentuale, l’alimenco e pediatra svizzero di origitazione deve essere distribuita nell’arco ne russa Catherine Kousmine dell’intera giornata secondo questo schema: elaborò intorno alla metà del 33% in cereali, 25% in verdure cotte, 25% secolo da poco concluso un in verdure crude e il 17% in proteine. particolare e originale metoInformazioni più dettagliate e approfondite do per la lotta a una serie di sul Metodo Kousmine sono reperibili sul patologie. Si badi, metodo e sito internet www.kousmine.eu.


Tavola riassuntiva

Biografia

Libri

Cibi acidificanti: Albume - Alcolici - Avena - Birra - Burro - Cacao - Caffè - Carrube - Caseina - Cozze, vongole - Crostacei - Crusca d’avena - Dolcificanti - Formaggi - Fritti - Gelati cremosi - Lardo - Maiale - Mais, polenta - Manzo, vitello - Nocciole - Noci - Oli idrogenati - Piselli freschi - Pistacchi - Pollo - Porri - Prugne - Segale - Soia - Zucchero bianco - Zucchero integrale.

Catherine Kousmine (1904–1992) emigrò in Svizzera nel 1918 dove, in piena Rivoluzione Russa, la sua famiglia trovò rifugio. Frequentò l’Ecole Supérieure di Losanna dove si diplomò in Scienze e nel 1928 ottenne la laurea presso la facoltà di Medicina. Lavorò per alcuni anni presso la clinica pediatrica di Guido Fanconi a Zurigo, per specializzarsi in Pediatria. Per questo proseguì gli studi a Vienna per rientrare poi in Svizzera dove lavorò come medico di base. Dopo il decesso per tumore di due suoi piccoli pazienti si dedicò alla ricerca sul cancro attrezzado la propria cucina a laboratorio. Scoprì così una correlazione tra un’alimentazione sana e la remissione del cancro, arrivando alla convinzione che la cura di malattie considerate incurabili implica il ritorno all’abitudine a cibarsi in modo sano, seguendo un’alimentazione in grado di fornire tutti i nutrienti necessari all’organismo per funzionare correttamente.

Giuliana Lomazzi La dieta Kousmine Edizioni Red, 2008 È il metodo scientifico ideato più di cinquant’anni fa dalla dottoressa svizzera. Il suo scopo principale è rafforzare le difese immunitarie, irrobustendo l’organismo e assicurando a lungo uno stato di benessere.

Cibi alcalinizzanti: Acqua pura - Aglio - Alghe Anguria - Broccoli - Castagne - Cavolo rapa - Cavolo verza - Fagiolini - Yogurt magro - Indivia - Lamponi - Lenticchie - Mandarini - Mango - Melone - More Papaia - Patate dolci - Peperoni - Pesche - Pomodori - Pompelmi - Prezzemolo - Radicchio verde e rosso - Sale marino - Salsa di soia - Semi di papavero - Senape - Topinambur - Zucchine.

» di Elisabetta Lolli; ill. di Micha Dalcol

Cibi neutri: Albicocche - Ananas - Arance - Banane - Cavolfiori - Carote - Ciliegie - Cipolle - Datteri - Fagioli - Fave - Fichi - Formaggi di capra - Fragole - Grano, pane - Grano saraceno - Latte - Lattuga - Limoni - Melanzane - Mele - Miele - Mirtilli - Olio d’oliva - Patate - Pere - Pesche - Pesci - Riso integrale - Tacchino - Tuorli d’uovo - Uva passa - Zucca.

Catherine Kousmine La tavola della salute Giunti, 2004 Il testo basilare del Metodo Kousmine nel quale l’autrice spiega come, intervenendo sui cinque pilastri – dieta, equilibrio degli alimenti, pulizia intestinali, utilizzo degli integratori e dei vaccini – si può vivere in modo sano e responsabile.

Segreto bancario. Non tutti lo sanno, ma noi ve lo riveliamo: la nostra commissione per le operazioni di borsa è sempre uguale. Da noi ogni ordine di borsa ha sempre lo stesso prezzo. 40 franchi per un ordine via Internet, 100 franchi per un ordine telefonico. Maggiori informazioni nel sito www.bancamigros.ch oppure chiamando la Service Line allo 0848 845 400.

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BANCA UNIVERSALE NAZIONALE

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» testimonianza raccolta da Nicoletta Barazzoni; fotografia di Peter Keller

14

che non ha diritto d’esistere di fronte a chi soffre. Con un anziano che si trovava in una situazione molto critica, ho avuto un’intuizione, un presentimento. Prima di concludere il mio servizio ho sentito il bisogno forte di congedarmi da lui. Non ho trovato le parole per salutarlo ma ci siamo incrociati con gli occhi e le mani. Insieme abbiamo capito che l’indomani non ci saremmo mai più rivisti e che sarebbe stato un addio. È nel momento dell’addio che è importante lasciare andare il paziente. Alcuni vorrebbero ancora vivere. Ma quando percepiscono che stanno per morire, prima di lasciarsi anInfermiera oggi in pensione, ha lavorato dare, aspettano questo o quel figlio, questo o quel parente per molti anni nel reparto cure intense da salutare per l’ultima volta. dell’Ospedale Civico di Lugano. Ci par- Sono momenti che ci dicono la con chiarezza e profondità dei temi quanto sia importante accomdella vita e della morte, del silenzio e pagnare e aiutare le persone nella loro ultima fase della dell’amore per il prossimo vita. Talvolta sono i parenti e i familiari che trattengono figlio di sette anni venne a l’ammalato e non lo vogliono lasciare. trovare il papà che stava attacL’atmosfera si carica di tensione, di energie, cato al respiratore e dunque mentre le domande non trovano risposta. era incosciente. Il bambino, Chi soffre non può avere conti da pagare o guardandomi, disse che fipene da espiare. È importante riconoscere di nito l’effetto della “dormia” avere sbagliato, perdonare e perdonarsi. La suo padre si sarebbe svegliato. speranza aiuta a vivere la sofferenza e la maMalgrado la mia esperienza lattia. Forse anche per questo non mi sono rimasi impreparata e a disamai rimproverata nulla anche se ho provato gio. Mi ha riportata alla mia sentimenti di delusione quando magari poteinfanzia, perché anch’io ho vo fare meglio. Non ho paura né della vita né avuto delle perdite molto indella morte ma questo mio credo un domani, time. Nel momento in cui il di fronte alla mia malattia, può trasformarsi ragazzino mi rivolse domane cambiare. Sapendo però cosa mi potrebbe de sulle apparecchiature, che succedere, se dovessi essere ricoverata in tenevano in vita il padre, mi cure intense credo che non sarei una brava obbligò a prendere le distanze paziente. A volte è meglio non sapere. emotive dalla tragedia perché Cerco di vivere il momento e di apprezzare la mi sentivo troppo coinvolta e giornata. Si dice che si nasce e si muore soli commossa. Dovevo pensare ma non sono sicura che sia davvero così. Ci alle cure e ritrovare l’equilisono presenze attorno a noi. Angeli. A volte brio tra il mio pensiero proli ho sentiti, mi hanno aiutata, mi stavano fessionale e la mia sensibilità. accanto. Una notte ho fatto un bel sogno. Il distacco emotivo è imporStavo accompagnando alla morte un’amica tante ma non deve essere molto ammalata. Siccome faceva fatica a confuso con l’indifferenza. parlare decisi di leggerle una storia di Dickens La forza del nostro lavoro sta ma avevo il libro solo in lingua tedesca. Ho nel non diventare anche noi però sognato la storia in italiano e così ho come delle macchine. Il cinipotuto raccontargliela. Attraverso quel sogno smo come autodifesa? Direi credo di avere ricevuto un dono, un segnaproprio di no. Non bisogna le, un’illuminazione. Dobbiamo cercare di farsi prendere dall’abitudine addormentarci in pace, la sera fare un flash e nemmeno lasciarsi guidare della giornata e trovare la nostra serenità, da questo terribile sentimento riconciliandoci con gli altri.

Verena Frei

Vitae

o desiderato fare l’infermiera fin da bambina, quasi una vocazione innata. A dodici anni mi ero impegnata a seguire una persona affetta da poliomielite. Ho passato ventotto anni della mia vita lavorando nel reparto delle cure intense all’ospedale Civico di Lugano. Da quando ho iniziato la mia carriera il sistema delle cure infermieristiche è decisamente cambiato. Una volta tra il medico e le infermiere c’era molta gerarchia, si esigeva il rispetto più assoluto. Oggi il baronato non esiste più. C’è molta più collaborazione, indipendenza professionale ma soprattutto riconoscimento. Ricordo quando portavo la cuffia e dovevo limare gli aghi e pulire le siringhe di vetro. Oggi tutto è monouso. Attualmente sono in prepensionamento ma mi occupo ancora delle cure a domicilio. Quando ho lasciato le cure intense ho dovuto elaborare un lutto per tutto quello che il lavoro di infermiera ha significato per me. Le emozioni provate durante il mio lavoro mi hanno arricchita e insegnato moltissimo dal profilo umano, infermieristico e medico. Ma sono stati soprattutto i contatti che ho avuto con i malati a coinvolgermi. Dai pazienti ho imparato a comunicare attraverso i gesti, gli sguardi, alcune deboli parole, le espressioni del viso, i respiri. L’incontro passava soprattutto attraverso il contatto fisico, e dunque il tatto diventava il tramite per interagire con loro. Li rassicuravo, accarezzandoli e facendogli sentire la mia vicinanza. Per capire e conoscere meglio la persona che soffre si cerca di parlare anche attraverso il silenzio. Sono esperienze di commozione forti che provocano molte sensazioni. Per mantenere vivi questi momenti nella mia memoria ho tenuto un diario. Sono ricordi che ripercorro in particolare quando penso a un paziente entrato in cure intense in situazioni molto critiche. Il

»

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Un invito a Villa Necchi Campiglio Edificata tra il 1932 e il 1935 nel pieno centro di Milano, ma immersa nella pace e nel verde, Villa Necchi Campiglio non rappresenta solo un esempio splendido e innovativo per l’epoca di architettura razionalista, ma la testimonianza viva del gusto per il lusso, l’eleganza e l’agiatezza della grande borghesia industriale del secolo scorso. Un sogno per pochi, oggi aperto a tutti

testo di Roberto Roveda; fotografie di Reza Khatir


sopra: il busto La canzone marinara di Timo Bortolotti (1936) nella Fucileria al piano terra sotto: in primo piano Il puro folle, bronzo di Adolfo Wildt (1930); sullo sfondo uno scorcio della biblioteca con il Busto di fanciulla di Arturo Martini (1921) pagina 39: l’ingresso e parte della facciata della villa con, in primo piano, la piscina

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ercorrere il vialetto di ingresso, tra alte piante di magnolie, faggi e ippocastani, restituisce immediatamente la sensazione di entrare in un mondo magico, sospeso nel tempo e nello spazio. Villa Necchi Campiglio mi accoglie così, con l’immagine di cura e ordine del giardino, con i tavolini e le sedie presso la piscina dove l’acqua scorre limpida e con un senso di continuità e di vita che spesso manca alle residenze trasformate in museo. Non c’è un’impressione di glorie passate e di polverosi ricordi, ma il gusto di essere accolti da una famiglia dell’alta borghesia milanese della prima metà del Novecento, l’invito a entrare nella

sua casa, ospiti tra tanti altri ospiti. La realtà non è molto lontana da queste mie parole: i proprietari della villa, Angelo Campiglio, sua moglie Gigina Necchi e sua cognata Nedda, non avendo eredi diretti, hanno affidato la grande creazione della loro vita al FAI, il Fondo Italiano per l’Ambiente, con il compito di continuare a farla vivere dopo la loro morte, trasformandola in un patrimonio collettivo. Un progetto innovativo Da maggio 2008, dopo un lungo e attento restauro, Villa Necchi Campiglio ha così aperto i battenti al pubblico, cominciando a raccontare una storia iniziata in una lontana notte nebbio-


sopra: la rubrica telefonica aperta sulla pagina dei membri delle famiglie reali che frequentavano casa Necchi Campiglio sotto: l’atrio di ingresso si contraddistingue per la presenza de L’amante morta di Arturo Martini (1921); la sovrasta lo splendido scalone in legno

sa del 1930 quando Angelo, Gigina e Nedda, di ritorno da uno spettacolo alla Scala, si perdono per la fitta nebbia nelle vie più centrali di Milano. Capitano così in via Mozart, non lontano dai Giardini Pubblici e da Corso Venezia, e si imbattono in un cartello “vendesi” appeso all’ingresso di un giardino. Nel giro di pochi giorni acquistano il terreno e affidano il progetto per la realizzazione della loro residenza milanese al più noto architetto milanese dell’epoca, Piero Portaluppi. Problemi economici non ve ne sono: i Necchi Campiglio appartengono all’alta borghesia industriale lombarda e i tre – Nedda, infatti, vive e vivrà tutta la sua esistenza con la sorella e il marito di lei – danno carta bianca al

Portaluppi. La richiesta è di realizzare le loro esigenze di funzionalità, comodità e modernità, rispecchiando però anche il loro gusto per il lusso, l’eleganza e l’agiatezza. Il progetto è pronto nello stesso 1930, ma richiederà tre anni, dal 1932 al 1935, per essere portato a termine. Per Portaluppi rappresenta la sfida di realizzare qualcosa di unico, mai visto prima a Milano, e l’opportunità di sperimentare le nuove idee che stanno prendendo piede nel mondo dell’architettura. L’architetto, ispirato dalla presenza del giardino con tante piante d’alto fusto, immagina una vera e propria residenza di campagna nel pieno centro di Milano. Nulla a che vedere, quindi, con gli imponenti


Reportage

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sopra: il corredo della famiglia Necchi Campiglio nella stanza del Guardaroba al primo piano della villa

palazzi signorili tipici del centro storico milanese, ma una creazione nuova anche dal punto di vista architettonico, un edificio singolo, in mezzo al verde, di soli due piani, sviluppato secondo piani più orizzontali che verticali. Una

costruzione in cui trionfano le linee rette, pulite e ortogonali del razionalismo nascente, in luogo di quello più elaborate e ricercate dell'Art Déco, imperante da anni. Una residenza all’avanguardia, anzi decisamente proiettata nel futuro,

dotata di tutti i comfort, dalla piscina provvista di sistema di riscaldamento e di ricambio automatico dell’acqua, ai citofoni, agli ascensori interni, alle porte di sicurezza a scomparsa azionate elettricamente!


Reportage

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sopra: il grande atrio che separa, al primo piano, le camere padronali da quelle degli ospiti; sullo sfondo, la Galleria tra le stanze delle sorelle Necchi

Spazio sociale e luogo d’arte Villa Necchi Campiglio diventa così un gioiello caratterizzato dalla vastità degli ambienti, dall’alta qualità dei materiali e dalla cura che traspare anche nei minimi particolari. Porta-

luppi, infatti, non vede limitata la sua creatività alla struttura architettonica e agli arredi fissi, come lo splendido soffitto in stucco della sala da pranzo, ma disegna anche molti elementi di arredo – dei piccoli capolavori sono

i copricaloriferi in ottone, diversi in ogni stanza – e perfino i piatti usati in casa contraddistinti dalla geometrica “C” di Campiglio. L’altro elemento che l’architetto esalta è la propensione dei proprietari ad


sopra: le divise della servitù ancora conservate nella stanza del Guardaroba

accogliere ospiti e amici. Il giardino diviene quindi un luogo di riposo e di rilassato divertimento, dove accanto alla piscina sorge anche un campo da tennis. La villa stessa viene organizzata secondo questa funzione di accoglienza, con al piano terra gli ampi spazi di rappresentanza, mentre la zona notte, al primo piano, prevede anche le stanze per gli ospiti. È proprio questo senso di accoglienza, di spazio destinato totalmente alla vita sociale, a impressionarmi appena metto piede nella vasta hall di ingresso, dominata dalla scalinata in legno, con balaustra a doppia greca, e illuminata dalle grandi finestre. I colori del legno, un noce pregiato, e del marmo che mi

circonda sono caldi e accoglienti. Lo sguardo viene poi letteralmente calamitato da una scultura di Arturo Martini, L’amante morta, del 1921. È uno dei frutti della donazione della gallerista Claudia Gian Ferrari che permette, passando nelle sale, di incontrare i maggiori maestri dell’arte italiana tra gli anni Venti e gli Anni Quaranta del Novecento: da De Chirico a Morandi, da Savinio a Funi e Sironi. Anche loro ospiti dei Necchi Campiglio, dunque. Vite sospese Tutto il piano terra restituisce pienamente la dimensione sociale della villa: dalla grande biblioteca, con il soffitto in stucco alle squadrate librerie in

palissandro e ai tavoli da gioco. Qui e negli ambienti confinanti – il salone e la veranda, letteralmente proiettata sul giardino – i Necchi Campiglio trascorrevano le loro serate in compagnia. In questi spazi l’eleganza appare frutto di un dono innato e la vertigine è quella di essere proiettati in una commedia sofisticata della Hollywood di quegli anni, con Greta Garbo che fuma una sigaretta distesa su un divano e Clark Gable che intreccia schermaglie amorose con Claudette Colbert. Ma accanto alla vertigine del sogno, gli oggetti restituiscono un senso di quotidianità, certo elitaria, ma autentica e viva. Intorno libri, soprammobili, oggetti, anche comuni come la rubrica


sopra: la Sala da pranzo con mobilio e lampadario di richiamo settecentesco; alle pareti copie degli originali arazzi, al momento in fase di restauro

telefonica che testimonia le frequentazioni, da parte dei Necchi Campiglio, delle maggiori famiglie milanesi e dei membri di casa Savoia. Ritorna forte quel senso di vita ancora presente, quasi che i padroni di casa siano lì lì per tornare da un momento all’altro e quindi nulla deve essere fuori posto, né nello studiolo dove Angelo Campiglio lavorava e neppure negli spazi di servizio, ancora perfettamente funzionali e funzionanti. Questo senso di “intrusione”, di movimento nel privato si accentua salendo i gradini dello scalone che portano alla zona notte. Le stanze da letto dei padroni di casa, affacciate su una suggestiva galleria, dove sono presenti gli

armadi con il guardaroba delle sorelle Necchi, conservano ancora i segni di una vita trascorsa. Le camere, comprese quelle degli ospiti, sono sontuose e il lusso dei bagni strepitoso, fuori dal comune anche per una ricca famiglia industriale. Eppure, ciò che mi sorprende è la quotidianità sopravvissuta, come gli oggetti sui comodini, le valigie da viaggio ancora in ordine e gli armadi che conservano il gusto per l’eleganza delle due sorelle, con i loro cappellini e gli accessori firmati Ferragamo e Gucci, i foulard di Dior. Prendo congedo e nel ripercorrere il vialetto iniziale sento di aver conosciuto un capolavoro, un luogo “particolare”, realizzato da un grande architetto

che ha imbastito la trama, poi tessuta e completata nel corso degli anni dalle esistenze degli abitanti della casa. Forse è per questo che la polvere non si è ammassata sui loro ricordi...

Informazioni Villa Necchi Campiglio Via Mozart 14 – 20122 Milano Apertura: da mercoledì a domenica, dalle ore 10.00 alle ore 18.00 Tel.: 0039 02 76 34 01 21 Internet: www.fondoambiente.it


A.A.A. ARRIVA L’AUTO AUSTERA

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DI GIANCARLO FORNASIER

E dagli col low cost! Più che una moda è una necessità visti i tempi... Così anche le nostre quattro ruote di fanno ipereconomiche e leggere come piume. Via tutto il superfluo: navigatore? aria condizionata? sedili in ricercata pelle? Lasciate perdere, erano altri tempi. A meno che... il vostro portafoglio non sia più pesante della media nazionale. E il vostro soggiorno di casa grande come l’imminente Salone dell’auto di Ginevra...


Qualcuno si ricorda della Tata Nano? Sì, quell’auto indiana... una mini-monovolume dal costo rivoluzionario di una buona bicicletta da corsa: 2.600 franchi circa. Beh, sappiate che la crisi ha colpito anche lei. Le prime previsioni, risalenti allo scorso anno, parlavano di una produzione di circa mezzo milione di unità annue, ridimensionate oggi a circa 80.000 vetture. La contrazione è legata alle note difficoltà del mercato dell’auto... ma anche a “problemini” con i lavoratori indiani e, in particolare, alla locazione degli stabilimenti e all’organizzazione logistica. Fattori che inevitabilmente hanno ritardato la pianificazione produttiva. Rassegnatevi e aspettate... Made in India Presentata in grande stile dal signor Ratan Tata – capo del colosso automobilistico indiano Tata, all’attivo una joint venture con la Fiat – dodici mesi or sono, la piccola “made in India” ha misure da vera auto in miniatura: 160 centimetri di altezza; 310 di lunghezza; 150 di larghezza. Il diametro delle ruote è di 12 pollici, pesa meno di 600 chilogrammi e i posti a sedere sono 4 e ogni occupante ha una porta tutta sua a disposizione… Il bagagliaio? 100 litri di capienza ovvero quel che serve per la spesa. Il progetto ha una parola d’ordine: ridurre tutto allo stretto necessario, tanto che anche l’universale ABS è per ora “ospite indesiderato” sulla Nano. Servosterzo? Dimenticatevelo. Quest’auto pare sia ora finalmente in fase di produzione in terra indiana con un solo motore, un bicilindrico a benzina completamente in alluminio di 624 cmc. Circa 30 i cavalli di potenza… sulla trazione posteriore (!) e un cambio manuale a quattro rapporti. Tanto che la piccolina pare raggiunga i 105 km/h di velocità massima e si possa mangiare 20 chilometri con un solo litro di benzina emettendo CO2 nell’ordine dei 120 grammi/km. I ben informati sostengono che sia pure piacevole a guidarsi (tenuta di strada e rumorosità interna a parte). Piccolo neo: se la Nano dovesse essere importata in

Europa gli attuali criteri di sicurezza… mmhh… potrebbero non essere rispettati. Poco male: basta andare piano, no...? Una storia piccola-piccola E i costruttori europei? Non stanno a guardare, tranquilli. Non ora che i clienti sono tutti da riconquistare: tra i primi a muoversi i francesi della Renault con l’economica Dacia Logan (che tanto piccola non è...), ma la storia delle low cost si perde nella notte dei tempi: quando le nostre strade nei gloriosi anni Cinquanta erano invase da vecchie e simpatiche Isetta – nella foto grande a destra, la versione denominata “250” del 1955 prodotta dalla BMW su un progetto italiano del 1952 – e Fiat 500, . Seguirono nei decenni auto come evolutasi poi nella 126 le piccole giapponesi Maruti 800 della Suzuki: erano gli anni Ottanta e le Renault Twingo giacevano ancora tra le dita dei designer e l’avvento della modaiola Smart ancora lontano. Così come la sua nuovissima alter-ego (ma a 4 posti) Toyota iQ : che, come la sorella, tanto a buon mercato non è, ma vuoi mettere la sua seducente classe... ;-)

orari di apertura lunedì–venerdì 10.00–20.00 sabato e domenica 9.00–19.00 prezzi adulti: 14 franchi ragazzi 6–16 anni e AVS: 8 fr. gruppi (da 20 persone): 9 fr./per. internet www.salon-auto.ch www.sbb.ch/it (prezzo ridotto viaggio+entrata)


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La Quaresima Il passo di Giordano Bruno, che trae spunto dal tema della Quaresima, diviene per il filosofo campano l’occasione per celebrare la grandezza di Copernico e la pochezza dei suoi detrattori

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igienico o morale, un rimedio per il corpo o per l’anima? Probabilmente entrambi, come spesso è il caso nelle regole alimentari di tipo rituale. Il digiuno è anche e soprattutto un mezzo di purificazione, presente in molti riti di iniziazione di varie religioni, e sovente un sistema per raggiungere l’estasi, il contatto diretto con la divinità. Nella dottrina filosofica del pitagorismo, per esempio, l’anima peccatrice, per liberarsi dal corpo e diventare spirito, segue un percorso di ascesi che prevede lavoro spirituale tramite la musica, la filosofia e la matematica – la stessa matematica che permise a Copernico il riposizionamento del sole all’interno del sistema solare – e, soprattutto, digiuno e silenzio. Silenzio e digiuno camminano accanto come fratelli perché hanno una madre comune che è la bocca: è lì che si incontrano infatti il cibo che entra nel corpo e la parola che ne esce. I medesimi organi che presiedono alla ingestione del cibo, bocca, denti e lingua, vedono e sorvegliano la parola in uscita: golosità e verbosità sono sorelle, avendo in comune il luogo e l’organo di origine. L’intemperanza alimentare comporta l’intemperanza verbale, troppi cibi e troppe parole sono peccato: in periodo di mortificazione si eserciti l’astinenza della gola nei suoi due aspetti, alimentare e verbale, si pratichino il digiuno e il silenzio. Che abbiamo bisogno di digiuno e di silenzio, non c’e bisogno della Quaresima per sottolinearlo. Vivendo in un tempo di opulenza e di rumori senza precedenti, avremmo davvero bisogno di godere di quelli che ho chiamato “i nuovi lussi” tra i quali appunto il digiuno, il silenzio e aggiungiamo pure, senza tema di sbagliare, il buio. Godere di un tempo in cui la presenza del cibo in tutte le sue forme reali e virtuali smetta di sopraffarci e di nausearci, in cui il silenzio delle macchine e degli amplificatori ci permetta di ascoltare il canto degli uccelli, in cui, infine, al calar del sole, le luci si smorzino o si spengano del tutto, permettendoci di uscire a riveder le stelle. Che Quaresima quella, parca, silenziosa e piena di infiniti astri come l’universo bruniano!

» di Francesca Rigotti; illustrazione di Mimmo Mendicino

Kalendae

“Mi dimandarete: che simposio, che convito è questo? È una cena. Che cena? De le ceneri. Che vuol dir cena de le ceneri? [...] è un convito fatto dopo il tramontar del sole, nel primo giorno de la quarantana, detto da’ nostri preti dies cinerum, e talvolta giorno del memento. In che versa questo convito, questa cena?”. Questo passo di non facile lettura è l’incipit di un’opera importante nella storia del pensiero: La cena de le ceneri di Giordano Bruno (1584). “De le ceneri” perché è immaginata tenersi il mercoledì delle ceneri, il primo giorno della “quarantana”, come scriveva Bruno, o della Quaresima, come diciamo noi, intendendo in ogni caso i quaranta giorni che precedono la Pasqua. E il numero quaranta, per la numerologia giudaico-cristiana, indica sempre un periodo di tribolazione, di rinuncia e di penitenza. Non è noto, se pur c’era, il riferimento simbolico in base al quale Giordano Bruno decise di stabilire proprio in quella data il suo convito. Sappiamo però “in che versa”, su che cosa verte: non sulle ceneri della penitenza bensì sul pane della sapienza. Vi si riconosce infatti l’importanza della teoria di Copernico, esposta dall’astronomo polacco pochi decenni prima, nel 1543, con la quale la terra veniva rimossa dalla sua posizione centrale nello spazio. Finalmente la conoscenza dell’universo faceva riferimento a calcoli e ragionamenti e non a principi di fede e di autorità. Non conoscendo il motivo della data particolare del convito, possiamo soltanto supporre che la cena nella quale Bruno loda Copernico – ma insieme lo supera con la propria stessa intuizione dell’infinità dell’universo – avrebbe dovuto dare inizio a un periodo di penitenza per coloro che continuavano a sostenere dottrine insostenibili, gli stessi che, pochi anni dopo quella cena condussero imperterriti al rogo il loro ideatore, reo di aver liberamente pensato. Continuiamo le nostre riflessioni sulla Quaresima notando come la caratteristica fondamentale della penitenza stia nel digiuno, inteso in quanto astensione dal cibo, totale o parziale, da determinati cibi, prevalentemente la carne. Un precetto


Grazie al passaggio di Mercurio i nati nella prima decade avvertiranno un improvviso impulso verso tutto ciò che è esoterico o misterioso. Amore a gonfie vele per i nati nella seconda decade.

Grazie a Marte congiunto a Nettuno potrete concludere ottimi affari in ambito professionale se guidati dal vostro intuito. Momenti di passione per i nati in ottobre favoriti dalla doppia azione di Marte e Venere.

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Novità in arrivo per i nati nella prima decade. Grazie a questo passaggio potranno essere realizzate importanti collaborazioni professionali. Momento di calo energetico per i nati nella terza decade.

Dall’8 marzo i nati nella prima decade vedranno favorite le collaborazioni professionali. Grazie all’ingresso di Mercurio nella vostra quinta casa solare potrete infatti concludere, anche divertendovi, degli ottimi affari.

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Momento di grande creatività e ispirazione per i nati nella seconda e terza decade favorito da Marte e Nettuno. Una Venere positiva per i nati nella seconda decade favorisce la nascita di un amore... in viaggio.

Possibili flirt sul lavoro per i nati nella seconda decade. Eventi culturali come generatori di situazioni vincenti per i nati nella terza decade influenzati da Marte, Giove e Nettuno in transito. Erotismo e seduzione.

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Momento ideale per gli investimenti per l’ingresso di Mercurio nel segno dei Pesci. Potranno così essere stabiliti importanti contatti con un paese straniero. Urano favorisce le scelte innovative.

I nati nella prima decade, grazie all’ingresso di Mercurio nella loro terza casa solare, vedranno incrementarsi le occasioni di incontri culturali. Possibile ampliamento delle vostre vedute e delle vostre conoscenze.

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Innamoramenti per i nati nella seconda decade favoriti dal passaggio di Venere. Possibile incontro con una persona straniera. Per i nati alla fine del segno: attenzione a non sporcare una storia d’amore con gelosie.

Grazie a Mercurio si apre un periodo positivo per le vostre finanze. I nati nella terza decade dovranno cimentarsi in un’attività sportiva se vorranno canalizzare le energie sviluppate dal pianeta. Incontri sentimentali.

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Dall’8 in poi Mercurio transita nella vostra settima casa solare in posizione difficile. Chiarimenti necessari con il partner per evitare divergenze più gravi. Attenti agli equivoci e alle parole non dette.

L’ingresso di Mercurio favorirà la nascita di nuovi stimoli intellettuali, scambi commerciali e nuovi rapporti lavorativi. Amore: potrete godere di una buona dose di fortuna. Look: novità per le nate nei primi di marzo.

Elemento: Acqua - mobile Pianeta governante: Giove - Nettuno Relazioni con il corpo: piedi Metallo: stagno Parole chiave: idealismo, emotività, intuitività “Noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni; e la nostra breve vita è circondata da un sonno”. Questo brano, tratto da La Tempesta di William Shakespeare, introduce perfettamente al mondo del non conosciuto, alla sfera dell’inconscio che, nella simbologia astrologica, viene ricondotta al pianeta Nettuno, secondo governatore del segno dei Pesci. La tensione verso il subconscio contrassegna infatti i nati nel segno che avvertono l’impellente necessità di oltrepassare e violare i limiti imposti dalla realtà, dall’esistenza fisica e dalla mera quotidianità. Facili a idealizzare, inclini al sogno a occhi aperti e alle libere corse dell’immaginazione, si muovono alternando all’attrazione per il “terreno” lo slancio verso le dimensioni celesti più elevate. Questo ondivago oscillare spinge i nati nel segno a vivere momenti davvero contrastanti: alle fasi di coscienza e autodeterminazione del proprio ruolo nel mondo e nella società tendono a contrapporre fasi di profondo – e spesso volutamente ricercato – smarrimento di fronte al vasto oceano dell’inconscio. A quest’ultima dimensione, non individualizzata e trascendente il regno umano, corrisponde il sorgere di elevate idealità che provocano anche senso di frustrazione e atteggiamenti irascibili e petulanti nel confronto con la banalità degli uomini e i luoghi comuni. Forti di notevole intelligenza creativa, essi non si tirano indietro di fronte alle richieste di aiuto da parte del prossimo, dimostrando qualità altruistiche non indifferenti e un marcato senso della giustizia sociale.

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Il Sole transita nel segno dei Pesci dal 20 febbraio al 20 marzo

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» a cura di Elisabetta

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“… li ressero a galla due pesci gemelli”

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Motivi vincitori!

Questi motivi della squadra Oberholzer/Tagli di Cevio hanno ottenuto il maggior numero di preferenze. Saranno emessi come francobolli il 3 settembre 2009. Per francobolli:

www.posta.ch/philashop


Âť illustrazione di Adriano Crivelli


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1. Noto successo di Eugenio Finardi • 2. Degno di rispetto • 3. Osservata di nascosto • 4. Il Ticino sulle targhe • 5. Attraversa Berna • 6. Confermano le regole • 7. Le passa in bianco l’insonne • 8. Consonanti in tedio • 9. Il mitico re di Egina • 15. Un elettrodomestico • 16. Ha scritto “L’età del malessere” • 17. Ratti • 22. Pittore francese • 25. Negazione • 26. Nel centro del Cairo • 27. Può cadere tra capo e collo • 29. Rosso a Londra • 30. Regola, buon senso • 32. Il noto Ventura • 35. Gigaro • 37. Una delle Kessler • 39. Strumento a fiato • 43. Fiaccarono Annibale • 46. La prima nota • 47. Rosa nel cuore.

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1. Celermente • 10. Oscena, blasfema • 11. Se la morde il gatto! • 12. Pagano il fio • 13. Commissario Tecnico • 14. Lago asiatico • 16. Affermato • 18. Escursione • 19. Ottaviano vi sconfisse Antonio • 20. Ereditari, ancestrali • 21. Personal Computer • 23. I limiti dello zotico • 24. Mare del Mediterraneo • 26. Bel paesino malcantonese • 28. Irritazioni cutanee • 30. I confini di Comano • 31. Revoca, abrogazione • 32. Era in voga la Pop • 33. Lido centrale - 34. Famelici • 36. Antonio, architetto e scultore fiorentino • 38. Solo... a metà • 40. Allegro • 41. Articolo spagnolo • 42. Il biochimico statunitense che isolò l’adrenalina • 43. Nel centro di Forlì • 44. L’atterramento del pugile • 45. Scemenze • 48. Atterra e decolla • 49. Città vallesana.

La soluzione verrà pubblicata sul numero 13.

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La soluzione a Epigoni è: Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani (Einaudi Tascabili, 1999). Il vincitore è: G.P., Iragna.

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I polli svizzeri di Bell sono davvero fortunati. Vivono in fattorie svizzere secondo principi di allevamento particolarmente attenti alle esigenze degli animali (SSRA), con uno spazio dove respirare aria fresca. Le cure, l’amore dei nostri allevatori e il miglior mangime misto svizzero selezionato e ricco di vitamine perché fatto di mais e grano garantiscono ogni giorno il benessere dei polli. bell.ch


manchi solo tu

il WWF cerca animatori per i suoi Campi Natura Hai almeno 18 anni, ti piace lavorare con i bambini, stare nella natura e hai voglia di far parte di un gruppo affiatato col quale condividere idee e progetti?

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Ticino7  

Numero 11 - Settimanale della Svizzera italiana

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