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№ 17 del 25 aprile 2014 · con Teleradio dal 27 apr. al 3 mag.

IDENTITÀ E ImmIgrazIoNE Una riflessione sul modello di integrazione proposto a chi giunge nel nostro paese

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Ticinosette n. 17 del 25 aprile 2014

Impressum Tiratura controllata 66’475 copie

Chiusura redazionale Venerdì 18 aprile

Editore

Teleradio 7 SA Muzzano

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor

4 Arti Musica classica. Abbado, lo svizzero di oReste bossini ........................................ 8 Media Masterpiece. Letteratura degradata di MaRco alloni ................................... 10 Società Comunicazione. Femen: luci e ombre di MaRiella dal FaRRa....................... 12 Vitae Patrick Alvarez di andRea RaMani ................................................................... 14 Reportage Seborga di R. Roveda; Foto di v. caMMaRata & s. dalla valle / FosphoRo .. 39 Racconto Il muro di daniele Fontana..................................................................... 44 Graphic Novel Io sono il futuro di John GRady e bRuno Machado ........................... 45 Gatti Byron di natascha FioRetti ............................................................................. 46 Tendenze Moda. Viaggiare leggeri (e senza valigia) di MaRisa GoRza..................... 48 Svaghi .................................................................................................................... 50 Agorà Migranti. Integrazione o assimilazione?

di

RobeRto Roveda .............................

Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch www.issuu.com/infocdt/docs

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In copertina

L’albero della vita Illustrazione ©Danilo Sala

ChiassodiventaLetteraria Dai prossimi 1. al 4 maggio si svolgerà il classico appuntamento Chiasso/Letteraria, giunto alla nona edizione. Il Festival internazionale di letteratura che si svolge nella città di confine si intitola quest’anno STORIA/E - Un percorso tra storie narrate e narrazione della Storia e avrà come tema “l’intreccio imprescindibile tra la trama della storia collettiva, le vicende individuali dei personaggi letterari e le biografie di scrittori e autori; un modo per addentrarsi nel nucleo fondamentale di tanta grande letteratura costituito dalla tensione creativa tra storie narrate e narrazione della Storia”, si legge nel comunicato stampa. “In un mondo frammentato com’è possibile narrare la Storia attraverso la letteratura? Che significato può rivestire la letteratura nel fare i conti con elementi del passato, anche se scomodi? Come scrivere dei profondi mutamenti storici in corso? Quali storie è ancora possibile raccontare? Saranno queste alcune delle domande centrali sulle quali i nostri ospiti ci aiuteranno a riflettere”. Come sempre saranno numerosi e di peso gli ospiti ad oggi confermati: Antonio Scurati, Giancarlo De Cataldo, José Eduardo Agualusa, Aleksandar Gatalica, Sarah Dunant, Monica Cantieni, Franco La Cecla, Benedicta Froelich, Valentina Fortichiari, Gioele Dix, Stefano Marelli, Maria Jatosti, Goffredo Fofi. Un momento dedicato alla

poesia, ormai divenuto tradizione, è “Carta bianca”, spazio nel quale Fabio Pusterla farà intervenire tre generazioni di poeti mettendole a confronto: si tratta del romagnolo Stefano Simoncelli (1950), del milanese Stefano Raimondi (1964) e della giovane genovese Laura Accerboni (1985). Numerosi anche gli appuntamenti collaterali, con reading, concerti, mostre, video, dj-set e tanto altro ancora. “Un festival a misura di persona, che crea spazi e momenti ideali d’incontro fra chi scrive e chi legge, per una passione da condividere: la letteratura” sottolineano i curatori; e un festival la cui entrata è (tra l’altro) assolutamente gratuita, ad eccezione dell’anteprima del 1. maggio e del concerto di venerdì 2 al Cinema Teatro. Per consultare il ricco programma e avere tutte le informazioni del caso, vi rimandiamo a chiassoletteraria.ch e alla segreteria della manifestazione, tel. +41 (0)79 284 64 86, chiassoletteraria@gmail.com. Ricordiamo che per questa edizione è inoltre stato attivato un blog (chiassoletteraria.wordpress.com), al quale il pubblico è invitato a partecipare. Curato da un gruppo di giovani coordinati da Radio Gwen e da Radio Lime del liceo di Mendrisio, “il blog vuole porsi come un’occasione di condivisione e coinvolgimento di un pubblico giovane (ma non solo)”. Buona lettura, la Redazione


Integrazione o assimilazione? Migranti. Vivere in terra straniera significa troppo spesso rinunciare alle proprie radici, alle proprie tradizioni e alla lingua di origine per provare a integrarsi sempre di più in una nuova realtà. Queste rinunce a una parte di sé non sono però senza conseguenze: inducono disagio, insicurezza, anche disturbi comportamentali e dell’apprendimento, soprattutto tra i bambini di Roberto Roveda; illustrazione ©Danilo Sala

Agorà 4

L

a Svizzera è uno dei paesi con la più alta presenza di stranieri (il 22% circa) in rapporto alla popolazione totale. È quindi naturale che i temi legati all’immigrazione siano sempre al centro dell’attenzione e motivo di dibattito, anche acceso, come ha mostrato, per esempio, il recente referendum “Contro l’immigrazione di massa”. Inutile, infatti, negare che la gestione di un così alto numero di migranti e di stranieri sul territorio nazionale non sia sempre semplice e che convivere con persone che parlano lingue diverse e provengono da culture e tradizioni differenti, presenti in parecchi casi evidenti difficoltà. Per ovviare al problema, a livello di istituzioni, ma anche come atteggiamento diffuso tra le persone comuni, si ten-

de a sottolineare la necessità di integrare il più possibile i nuovi venuti; anzi si spinge, anche inconsapevolmente, per “adeguarli” e omologarli alla realtà in cui si ritrovano a vivere, in modo da rendere migranti e stranieri omogenei con il “nuovo” in cui si trovano immersi. I nuovi arrivati si trovano così a dover privilegiare usi, costumi, abitudini che non sono quelli delle loro origini. I bambini vanno a scuola e si trovano a dover padroneggiare una lingua del tutto nuova e a dover dare la precedenza a conoscenze differenti da quelle che fanno parte del loro bagaglio culturale tradizionale. Insomma, i migranti sono spinti a mettere in discussione le proprie radici in nome di un ideale secondo il quale l’assimilazione rappresenterebbe il miglior modello per assicurare la buona gestione e la pace sociale. (...)


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10.04.14 14:26


I rischi dell’assimilazione culturale Secondo molti specialisti – mediatori culturali, mediatori linguistici, psicologi – che operano a diretto contatto con gli stranieri la “rinuncia a una parte delle radici” e in particolare alla lingua e cultura d’origine in nome di una presunta benefica omogeneità non porta tutti questi benefici per i nuovi venuti. Crea invece adulti spaesati, che hanno tagliato i ponti con le loro origini, ma non appartengono neppure alla nuova terra dove risiedono. Adulti che non possono offrire riferimenti culturali e linguistici solidi ai loro figli e che vivono in un perpetuo esilio. Da queste situazioni caratterizzate da vuoto affiliativo e affettivo, perdita di identità e disperazione nascono sofferenze, patologie, isolamento. Un’impossibilità di raggiungere quella integrazione vera e quel senso di appartenenza alla nuova patria comunque desiderata che è al centro del libro Le umiliazioni dell’esilio. Le patologie della vergogna dei figli dei migranti (Franco Angeli, 2013). Ne parliamo con l’autrice, Francine Rosenbaum (etnoclinica.ch), logopedista che si occupa da anni di famiglie migranti e di mediazione linguistico-culturale. Signora Rosenbaum, nel suo libro parla dei problemi che i migranti vivono quando si trovano a subire una integrazione che più che altro è una assimilazione. Ma nel concreto cosa sono le “umiliazioni dell’esilio” che danno il titolo al suo lavoro?

Direi che è l’identità assegnata ai migranti dal nostro contesto sociale e dai media che non corrisponde alla loro reale identità che è costituita da multiple appartenenze. Al migrante che ha perso l’identificazione con la propria lingua, famiglia e immagine di cittadino, viene appioppata quella di analfabeta, di precario scroccone, di potenziale delinquente, di malato, di ignorante. La nostra società offre ben pochi simboli visibili di appartenenze multiple. Facciamo assai facilmente delle associazioni categoriche, per esempio “droga” uguale “nigeriano” o “kossovaro”; “furto” uguale “rom”, oppure “musulmano” uguale “terrorista arabo”. Le umiliazioni nascono da ciò che la vox populi nazionale afferma di loro e che genera ben spesso atteggiamenti marginalizzanti che impediscono il legame sociale. Io sono una “seconda generazione” cresciuta in un ambiente culturalmente molto privilegiato, prevalentemente bilingue, francese e italiano, ma dove il plurilinguismo e la multiculturalità erano costanti. Sogno e conto in tre lingue e ne parlo altre cinque più o meno correntemente e penso di essere un buon esempio, se ancora ne fossero necessari, della capacità mentale di un bambino normalmente costituito a engrammare due, poi parecchie altre lingue senza danni per l’apprendimento. Sono però persuasa che questi apprendimenti si siano svolti armoniosamente durante la mia prima infanzia perché lo sguardo che le varie persone di riferimento mi trasmettevano a proposito della loro lingua e della loro cultura era valorizzante e valorizzato. Sono cresciuta nella convinzione che la multiculturalità rappresenti una ricchezza. Questa convinzione, però, è stata scossa parecchie volte nel corso della mia vita.

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Quando per esempio? Ho frequentato l’università a Berna ed ero molto fiera di studiare nella Svizzera interna. Mi dovevo trovare una stanza d’affitto e non mi ero preoccupata per il fatto che l’annuncio sul giornale recitasse “Keine Ausländer”, ossia “No stranieri”. Nonostante la consonanza tedesca del mio cognome, il mio svizzero-tedesco era ancora insufficente a mascherare la mia provenienza. L’affittacamere mi sbatté la porta in faccia dicendo: “Usländer und Tessiner, das chunt ufs glichen a!”1. L’immagine che mi rimandava l’affittacamere mi identificava con la terra dove ero nata e nella quale mi riconoscevo. Era paradossalmente gratificante. Ma per esserne totalmente partecipe, bisognava che il gruppo di studenti mi adottasse anche come “una di loro”. Il marchio di “ticinesità” degli studenti era, ed è tutt’ora, il dialetto. Non era più la lingua degli ignoranti, ma quella di una minoranza marginalizzata che se ne serviva come scudo identitario. Mi son messa a parlarlo a una velocità record. Con questo aneddoto, vorrei sostenere la mia convinzione che la capacità di assumere, sfruttare e condividere le potenzialità inerenti alla multiculturalità è largamente tributaria delle immagini sociali attribuite a ogni elemento dal contesto in cui viviamo (fra cui le lingue, le credenze, le religioni, il colore della pelle). Per quanto mi riguarda, è soltanto dopo aver integrato la traiettoria drammatica di ebreo errante di origine russa di mio padre e quella di protestante vodese di mia madre, che mi sono pienamente riconosciuta come donna pluriculturale nata in Svizzera e che ho sviluppato l’ottica transculturale con la quale svolgo il mio lavoro. In quello che lei dice e nel libro si sottolinea l’importanza per i migranti di conservare i loro legami originari, il loro retroterra culturale, in particolare la lingua. Perché questo è fondamentale? Nel mio spazio clinico e nella mia vita quotidiana io uso la lingua materna come risorsa di comunicazione, come leva di apprendimento e soprattutto come leva terapeutica. È la lingua dei nostri genitori che ci inizia alla scoperta del mondo e che è all’origine di tutti gli apprendimenti vitali necessari all’inserimento nel nostro luogo di vita e nel mondo globale. Perciò aiuto e sostengo i genitori nel loro arduo compito di trasmissione della loro lingua e della loro cultura in un contesto privo del retroterra culturale abituale, cioè la famiglia allargata, il quartiere e tutti i suoni che normalmente confermano ai bambini la nominazione del mondo fatta dalle madri. Questo sostegno alle lingue materne dei bambini da parte degli operatori psicopedagogici forma parte dei programmi delle scuole interculturali europee e delle classi pilota anche in Svizzera, come possiamo leggere nella “Guida per un buon sostegno alla prima infanzia” pubblicata dalla Commissione federale della migrazione2. Da noi, però, continua a imperversare la convinzione che una lingua materna – diversa dalla lingua dominante del contesto sociale – costituisca un problema e spesso lo diventa proprio per via di questa convinzione. Ritornando alla domanda iniziale, concretamente a cosa vanno incontro i migranti nel momento in cui devono in questo modo rinunciare a una parte delle loro radici? Soprattutto in riferimento ai bambini? È documentato da tutti gli specialisti contemporanei che l’assimilazione è un modello sociale retrogrado che impedisce lo sviluppo delle potenzalità insite nelle appartenenze multiple. I bambini ai quali viene suggerito di rinunciare alle ricchezze della loro filia-

zione per diventare “come gli altri per il loro bene” sviluppano spesso gravi disturbi comportamentali e di apprendimento che ho definito “le patologie della vergogna”. Questi disagi manifestati dai bambini sono degli SOS che ci segnalano che dobbiamo aggiornare i nostri saperi e le nostre istituzioni in una prospettiva interculturale. Come si dovrebbe agire, soprattutto in ambito scolastico, dato che parliamo di problemi che affliggono bambini e ragazzi? Nella scuola è importante ridare fiducia ai genitori allofoni le cui competenze educative vengono spesso messe in dubbio o squalificate. Non sono il plurilinguismo e la migrazione che frenano gli apprendimenti, ma piuttosto i conflitti di lealtà indotti dal nostro modello di scuola monoculturale che provocano blocchi e turbe del linguaggio. Perciò nelle scuole interculturali viene data particolare importanza al coaching linguistico che gli operatori possono offrire ai genitori allofoni per il rafforzamento e l’arricchimento delle competenze in lingua materna dei loro figli. A casa, infatti, le parole necessarie per la comunicazione non sono molte e senza un contesto sonoro corrispondente, la lingua materna generalmente si riduce. Dietro le turbe della comunicazione dei bambini bisogna scoprire le umiliazioni dell’esilio. I genitori che vengono ai colloqui con gli insegnanti, i logopedisti o gli psicologi cominciano con lo scusarsi di parlar poco o male l’italiano. Di fronte ai problemi che si manifestano a scuola, senza interprete comunitario i genitori non possono esercitare il loro ruolo, capire e aiutare i figli perché non vi è condivisione possibile sulle rispettive modalità di spiegare e affrontare le situazioni. Spesso è proprio il figlio che ha bisogno di aiuto che viene obbligato ad assumere il ruolo di traduttore fra genitori e operatori! È una situazione completamente paradossale e patogena di inversione delle generazioni che finisce per produrre la contestazione di tutti i modelli educativi, sia quello della famiglia sia quello della scuola. La costruzione e la preservazione della continuità educativa fra genitori allofoni e operatori della scuola grazie al coaching linguistico e agli interpreti comunitari costituisce una politica scolastica di prevenzione molto meno onerosa dei costi sociali dovuti al reciproco misconoscimento. In Svizzera e in Ticino in particolare c’è attenzione a questo tipo di problematiche? In Ticino la formazione nel campo educativo, scolastico e psicosociale è ancora limitata dal nostro retrogrado modello assimilazionista che non offre ai nostri insegnanti una formazione seria e attualizzata di didattica interculturale, di insegnamento dell’Italiano Lingua 2 e di sostegno delle lingue materne dei bambini pluriculturali. Moltissimi operatori delle scuole richiedono attualmente un cambiamento di rotta nelle politiche scolastiche. È quindi incoraggiante costatare che la SUPSI offra attualmente dei complementi di formazione e che le scuole inizino ad avvalersi della collaborazione degli interpreti comunitari per realizzare anche da noi una scuola interculturale rispettosa della multiculturalità del nostro territorio.

note 1 Stranieri e ticinesi, è la stessa cosa! 2 ekm.admin.ch/content/dam/data/ekm/dokumentation/materialien/ mat_fruehfoerderung_i.pdf

Agorà 7


Abbado, lo svizzero La vita artistica e umana del grande maestro è strettamente legata al nostro paese. In particolare all’Engadina e alla città di Lucerna, luoghi nei quali Claudio Abbado amava riposare e ritrovare nuove energie e “vecchi” amici di Oreste Bossini

Arti 8

“Da ieri anche qui c’è di nuovo aria buona e sana. Sils è davvero bellissima; in un latino azzardato è quella che io definisco Perla Perlissima”. Così scriveva nel giugno 1888 Friedrich Nietzsche al discepolo e musicista Heinrich Köselitz. Qualche settimana più tardi, il filosofo tornava a parlare di Sils Maria, dove soggiornò tutte le estati dal 1883 al 1889 in fuga dal caldo insopportabile della pianura, a una signora inglese, Emily Flynn, con cui aveva intrattenuto rapporti amichevoli negli anni precedenti: “Ci sono stati giorni molto rigidi come d’inverno, con poco vento: anche adesso il carattere complessivo del paesaggio è molto invernale per via dell’abbondante quantità di neve. Ma ieri e l’altro ieri si è raggiunta quella sublime perfezione terrestre che è propria dell’Engadina!”. La pura bellezza del paesaggio sulle rive del lago di Silvaplana era legata in particolare alla rivelazione del pensiero dell’eterno ritorno, che Nietzsche aveva espresso nel secondo libro di Così parlò Zarathustra, scritto come altri lavori importanti a Sils Maria.

bassa Engadina, dove è scomparso nel 1951, dopo essere stato cacciato dall’Olanda con l’accusa di aver collaborato con i nazisti. Anche Claudio Abbado ha sempre sentito il bisogno di sentirsi in simbiosi con la natura, per recuperare l’equilibrio interiore di una vita sottoposta a un’incredibile mole di stress qual è quella di un direttore d’orchestra. L’Engadina, in particolare la Val Fex, è stata per decenni il suo luogo elettivo, assieme alla casa di Alghero in Sardegna. La montagna e il mare erano stati i luoghi delle vacanze di Abbado fin dalla prima gioventù. I genitori, il padre Michelangelo, violinista e professore al conservatorio di Milano, e l’inflessibile mamma Maria Carmela, avevano infatti gusti opposti in fatto di vacanze, come ricordava la sorella di Claudio, Luciana Pestalozza: “In primavera, dopo le discussioni sul mare, amato dalla mamma, e sulla montagna, amata dal babbo, mio padre partiva alla ricerca della casa: Val d’Aosta, le Dolomiti oppure la Versilia e l’Adriatico. La prima preClaudio Abbado, 1933–2014 (ululatisolitari.blogspot.ch) occupazione di mio padre, L’Engadina quando prendeva in affitto della cultura una casa (se era in montagna, portava con sé l’arco del violino Nietzsche è forse il personaggio più famoso tra le numerose per controllare che il soffitto della baita fosse abbastanza alto figure della cultura europea che hanno scelto l’Engadina perché l’arco non lo urtasse) consisteva nel prendere un pianoforte come luogo di elezione. In particolare colpisce la quantità per permettere a Marcello e a Claudio di studiare”. di musicisti legati a queste montagne, che sin dall’ultimo Il piccolo dissidio domestico è stato ricomposto per così scorcio dell’ottocento erano una delle mète del turismo dire in età adulta da Abbado, che divideva il suo tempo di culturale internazionale. Tra gli innumerevoli spiriti venuti riposo tra le lunghe passeggiate solitarie sui sentieri con a lenire le ansie e le ferite dell’anima in mezzo al silenzio vista mozzafiato dell’altopiano engadinese e i lavori di dei boschi si contano i più grandi direttore d’orchestra giardinaggio della casa di Alghero, nascosta alla vista da una del secolo scorso, da Bruno Walter a Furtwängler, Karajan, lussureggiante vegetazione curata di persona dall’artista con Klemperer, Solti, Kubelik. Willem Mengelberg, il leggendario lo stesso amore profuso per una sinfonia di Mahler. direttore del Concertgebouw di Amsterdam e il più fedele In Engadina però Abbado ha lasciato anche una piccola ma custode del lascito artistico di Mahler, venne a rifugiarsi in significativa impronta musicale, promuovendo per un paio


di anni, tra il 1988 e il 1989, una serie di concerti intitolata Musiktreffen. L’idea era quella di mettere in contatto i giovani musicisti con i grandi maestri, nella convinzione che il ciclo vitale della musica e della cultura avvenga attraverso l’esperienza e la trasmissione diretta tra generazioni diverse di artisti. Idee e musica per i giovani Sotto questo aspetto, l’influenza di un personaggio come Abbado è stata incalcolabile e ha impresso un segno indelebile sulla vita musicale non solo europea, ma anche internazionale. Non esiste infatti un altro artista che abbia contribuito in egual misura allo sviluppo e alla formazione di giovani musicisti. Le orchestre di tutta Europa oggi sono piene di professori passati attraverso l’esperienza delle formazioni che Abbado ha fondato o contribuito in maniera decisiva a far crescere. La prima è stata la European Union Youth Orchestra, che Abbado ha diretto nel primo anno di attività nel 1978. Allora si chiamava ancora Comunità Europea, e non Unione, ma l’idea di formare un’orchestra con giovani musicisti provenienti da tutti i paesi aderenti s’integrava in maniera esemplare con lo spirito che aveva animato i fondatori dell’Europa, fin dal Trattato di Roma del 1957. Abbado, come sempre, aveva colto per primo il valore simbolico e civile di quel gesto e l’aveva suggellato con l’avallo della sua personalità artistica. Sul sito della EUYO si può ancora leggere un toccante ricordo di Abbado scritto da Claus Unzen, uno dei tanti musicisti che hanno lavorato in orchestra con lui e che oggi hanno assunto una posizione di rilievo nel mondo musicale. Abbado ha portato due volte l’allora ECYO in Engadina e allo stesso tempo ha invitato diversi musicisti dell’orchestra a partecipare agli Incontri. Dopo il 1989, quando è stato eletto dai Berliner Philharmoniker nuovo direttore musicale, alla morte di Herbert von Karajan, Abbado non ha avuto più tempo di occuparsi dell’iniziativa, ma non ha certo rinunciato a recarsi in Engadina come mèta del suo buon retiro. Ben altra risonanza e peso artistico, invece, ha avuto il rapporto di Abbado con un’altra istituzione culturale della Svizzera, il Festival di Lucerna. L’ultimo concerto diretto da Abbado è avvenuto proprio a Lucerna, il 26 agosto 2013, con un programma che comprendeva anche l’Incompiuta di Schubert. È impressionante pensare che 35 anni prima, nel 1978, Abbado avesse diretto a Lucerna la stessa sinfonia di Schubert con i Wiener Philharmoniker. Il cerchio dunque si chiudeva nel nome del musicista forse più amato da Abbado, tanto da prodigarsi per riportare in vita le neglette opere teatrali dell’autore viennese come Fierrabras e, in parte, Alfonso und Estrella. Quanti hanno ascoltato il suo ultimo concerto non dimenticheranno mai il nobile e disincarnato lirismo dell’interpretazione di Abbado, che sembrava accarezzare ogni nota della musica di Schubert con infinita e struggente dolcezza. Lucerna: un simbolo di libertà Il carattere simbolico di Lucerna nel percorso di Abbado viene messo in evidenza da un altro evento significativo. Era stato l’artista milanese infatti, nel 1988, a celebrare il 50° anniversario del Festival, fondato da Toscanini nel

1938. Abbado e i musicisti della Chamber Orchestra of Europe, una formazione nata da una costola della ECYO, in quell’occasione suonarono lo stesso programma eseguito da Toscanini nel concerto inaugurale di cinquant’anni prima, la Seconda sinfonia di Beethoven e l’Idillio di Sigfrido, un lavoro scritto da Wagner nella villa di Triebschen, sulle sponde del Lago di Lucerna. La scelta delle musiche non era soltanto un omaggio a una gloria locale, ma anche un gesto profondamente significativo nell’ora grave che la politica europea stava attraversando in quegli anni. Non appena Hitler aveva annesso l’Austria al Terzo Reich, Toscanini aveva lasciato su due piedi il Festival di Salisburgo. A Lucerna, nella Svizzera indipendente e minacciata dalle mire espansionistiche dei regimi fascisti, il grande artista intendeva fondare una manifestazione musicale per lanciare al mondo il messaggio che la musica tedesca rappresentava ancora “una voce per l’anima dell’Europa”, come aveva detto Nietzsche in Al di là del bene e del male, e non un’arte degradata a fenomeno di meschino nazionalismo, qual era diventata nelle mani dei nazisti. Cinquant’anni dopo, il concerto di Abbado, con un’orchestra nata appunto per forgiare la coscienza di una comunità europea, non poteva avere un valore simbolico più alto e significativo. Lucerna rappresenta forse il luogo dove l’arte di Abbado ha potuto svilupparsi con la maggior continuità. Il suo primo concerto al Festival risale addirittura al 1966, poco prima di ricevere l’incarico di direttore musicale del Teatro alla Scala. Nel tempo Abbado è tornato a Lucerna con tutte le orchestre di cui è stato alla guida, come la London Symphony Orchestra, i complessi della Scala, i Wiener Philharmoniker e i Berliner Philharmoniker. Il piacere della musica Lasciata la carica a Berlino, nel 2002, Abbado inizia con il Festival una nuova avventura e un’ulteriore fase della sua carriera. Il progetto è di formare una sorta di orchestra rappresentativa della sua intera vita artistica, chiamando a Lucerna per qualche settimana i migliori musicisti a lui legati. Tra le fila della Lucerne Festival Orchestra, nata nel 2003, si potevano scorgere solisti di rango internazionale come la violoncellista Natalia Gutman, il flautista Emmanuel Pahud, la clarinettista Sabine Meyer, i musicisti del Quartetto Alban Berg e del Quartetto Hagen e tanti altri nomi di spicco della scena musicale internazionale. Abbado la chiamava “un’orchestra di amici”, ma tutti sapevano di essere lì soprattutto per il piacere di far musica con lui. Da questa alchimia legata alla figura di Abbado sono nati in dieci anni incontri musicali di indimenticabile valore. Il più emblematico forse è stato il concerto conclusivo del primo ciclo della nuova orchestra, nel 2003. Il programma prevedeva l’esecuzione della Sinfonia n. 2 di Mahler, chiamata Resurrezione dal nome della poesia di Klopstock intonata dal coro nel finale. Le tappe più importanti della carriera di Abbado sono state segnate dall’esecuzione di questa sinfonia, che forse rimane la sua interpretazione più significativa. Mai come in quell’occasione la musica sembrava rappresentare per Abbado l’eterno ritorno, un’esperienza mistica vissuta, come Nietzsche a Sils Maria, “6000 piedi sopra il mare e molto più in alto di tutte le faccende umane”.

Arti 9


Letteratura degradata Tra i tanti format proposti dal “piccolo schermo”, il talent show dedicato al mondo della scrittura è tra quelli che sollevano più interrogativi. E chi ci guadagna non è certo la cultura… di Marco Alloni

È da tempo che medito di scrivere due righe a proposito del programma “Masterpiece” che, per chi non lo conoscesse, è un “talent” dedicato agli aspiranti scrittori. Una sola domanda per evitare di dilungarmi in una riflessione che rasenterebbe il dileggio: può prestarsi la letteratura a una siffatta competizione? Fin troppo ovvia la risposta dei lapalissiani: dal momento che la Rai la manda in onda, la risposta non può che essere affermativa. in verità la domanda è meno schematica: è tollerabile che anche la letteratura, come la cucina e la canzone, rientri nella logica dei “talent show”?

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E se parlassimo invece di “letteratura”? E proprio qui si ripropone la domanda: è tollerabile che la letteratura – per quel po’ che ne affiora in quel programma – sia vagliata attraverso quel linguaggio e quell’approccio sdoganati dalla televisione per le canzonette e le competizioni culinarie? Risponderei con una domanda più eloquente di qualsiasi risposta: non sarebbe più utile alla letteratura, alla divulgazione del suo fascino, se invece di sorbirci le discutibili e perentorie ragioni dei tre giurati a escludere via via quello che letteratura non è, non ci venisse Caccia ai “talenti”… proposto un programma in cui si Proviamo a metterci nella prospetspiega che cosa sia letteratura attiva dei sostenitori del programma. traverso ciò che indiscutibilmente in definitiva – direbbero costoro letteratura vera e alta è? Me lo – “Masterpiece” non fa che eserchiedo perché mi domando come citare pubblicamente ciò che gli vengano spesi i soldi pubblici in editori esercitano privatamente: una televisione di stato per vocaseleziona scrittori con l’obiettivo zione acculturatrice. E se davvero di individuare talenti. Sennonché, non esistano format per rendere se tale fosse davvero l’intento del appassionante la conoscenza di programma, sarebbe facile replicaMoravia, Svevo, Pontiggia o Siti. re che rendere pubblica tale pratica Francamente più di dieci minuti è un atto tautologico: quale surdi “Masterpiece” mi appaiono plus di informazione può venire indigesti. Ma assicuro che se Madal mediatizzarla? gris, Citati, Vattimo, Celati, Busi e Ma appunto lo scopo di “MasterCalasso si sedessero dietro un tapiece” non è quello di informare volo e il pubblico da casa dovesse sulle pratiche editoriali. Lo scopo votare le loro argomentazioni su è quello di rendere attraente la questo o quell’aspetto della letteletteratura attraverso gli strumenratura contemporanea, spegnerei Claudio Magris (laregledujeu.org) ti e i linguaggi della televisione: solo a fine trasmissione. nella persuasione che a rendere Certo, il livellamento verso il attraente la letteratura debba occuparsi quel medium. basso ci impone di consegnare a tre figure modeste della Ora, proprio qui si pone il problema. È tollerabile che un’arte letteratura italiana il giudizio su aspiranti scrittori. E tuttacosì delicata debba avvalersi del linguaggio meno delicato? via la domanda rimane: a che pro? Davvero, con tutto ciò La mia convinzione è che ogni arte richiede un linguaggio che dobbiamo ancora scoprire dei grandi e veri talenti, ci consono a veicolarne il fascino. E qual è il linguaggio che importa qualcosa di scovare qualche risibile talentucolo? si occuperebbe – il condizionale è d’obbligo – di veicolare Settimane e settimane di show per partorire il topolino? il fascino della letteratura in “Masterpiece”? Nelle pretese Un dibattito serio di tre ore ripagherebbe di questi inutili degli autori, sicuramente appartiene alla sfera della critica milioni spesi per degradare ancor più la condizione della letteraria. Ma in verità della critica letteraria quel linguaggio letteratura in italia. ha ben poco. a prescindere dal fatto che i tre selezionatori- Ma si sa, al popolo sovrano bisogna ammansire il brivido giurati – De Cataldo, De Carlo e la Selasi – non sono critici della competizione purchessia. Fra un po’ sarà il turno né scrittori di prima grandezza, il loro approccio alle opere della ricerca biogenetica: chi vota il feto più telegenico è così personalistico che davvero si avvicina più a quello di vince in premio una confezione di Cacao Meravigliao. “X Factor” o della storica “Corrida” che a quello di un Citati Sempre che il premio non consista nel vincere un libro o di un De Benedetti. di De Cataldo.


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Femen: luci e ombre In Francia, dal 2013, l’effige di una delle attiviste di Femen figura su un francobollo in qualità di nuova Marianna, la tradizionale rappresentazione allegorica della repubblica nata dalla rivoluzione: in comune, oltre al primato conferito ai valori di “libertà” e “uguaglianza”, hanno il seno scoperto di Mariella Dal Farra

Società 12

Parliamo di Femen, movimento internazionale femminista sessuale in Europa, con stime che parlano di circa 80mila costituito da donne che hanno scelto come forma di prote- donne – pari all’1,5% della popolazione femminile – che si sta la messa in atto di blitz in topless. Se però nell’allegoria prostituiscono, “record continentale se si calcola che nei paesi francese il petto nudo è metafora della “madre patria corag- dell’est Europa le cifre si muovono tra lo 0,4% e l’1,4% e nei giosa, nutrice e protettrice”1, per Femen il corpo, e il seno paesi dell’Unione poco al di sopra dello 0,1%”3. in particolare, rappresentano l’arma mediatica con la quale Questa situazione è favorita dalla crisi economica, la quale fustigare l’opinione pubblica. “My body is my weapon”, re- ha reso ancora più precarie le condizioni di vita delle donne cita uno dei loro slogan: in un paese che, cultural“il mio corpo è la mia mente, non facilita un arma”. Coerentemente, accesso paritario al lavole attiviste dell’organizro. Tuttavia, il fenomeno zazione scrivono le frasi della prostituzione non della loro protesta sul investe soltanto le classi torace e sulla schiena, socialmente più svantagdando per così dire parogiate, se è vero che molte la ai propri corpi, e in tal studentesse universitarie guisa effettuano incursiovi ricorrono per manteni nell’ambito di eventi nersi agli studi. ritenuti rilevanti per le Gli aspetti più allarmanti tematiche di genere. di questa stato di generaQuesta “tattica”, defile degrado sono il coinnita sextremism, mira a volgimento delle minori denunciare e, nelle in(almeno 15mila secondo tenzioni, a sovvertire la le stime) e un’incidenstrumentalizzazione del za del virus dell’HIV, corpo delle donne per contratto tramite rapfini commerciali usando porti eterosessuali, pari Una rappresentante del movimento Femen (wordpress.com) lo stesso linguaggio della a 7.780 nuovi casi nel comunicazione pubblici2008 (totale cumulativo taria: quello della nudità, che però viene declinata in forma nel quadriennio 2004-08 pari a 41.522 nuovi casi diagnostibellicosa. “Viviamo in un mondo economicamente, cultural- cati4). Non stupisce dunque che Femen sia nato in Ucraina mente e ideologicamente occupato dagli uomini” afferma il proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema sito ufficiale2, “[…] Il completo controllo del corpo femminile dello sfruttamento sessuale e delle discriminazioni di geneè lo strumento per la sua soppressione; la protesta sessuale re che caratterizzano in maniera particolare quel paese. femminile è la chiave per la sua liberazione”. La modalità è Il movimento ha poi gradualmente ampliato i confini della mediaticamente efficace, considerato il grado di risonanza propria azione, con la nascita di organizzazioni parallele in ottenuto, ma presenta un certo rischio di collusione, e Polonia, Olanda, Svezia, Brasile, Stati Uniti, Canada, Italia infatti le critiche rivolte a Femen vertono principalmente e Svizzera. In Tunisia, una ragazza di nome Amina Sboui sul fatto che questa forma di protesta potrebbe compiacere, è stata arrestata nel maggio del 2013 per avere pubblicato piuttosto che disturbare, il target maschile. su Facebook una foto che la ritraeva a petto nudo e con la scritta “F**k your morals” vergata sulla pelle. Tre attiviste Genesi e diffusione di Femen hanno protestato per l’arresto e sono state a loro Per comprendere meglio la genesi del movimento è utile volta incarcerate; successivamente al loro rilascio, Amina contestualizzarlo là dove, nel 2008, ha avuto origine: ha però defezionato dall’organizzazione, tacciando Femen l’Ucraina è attualmente la principale meta del turismo di islamofobia e opacità finanziaria.


La Francia è invece diventata la “patria d’adozione” del gruppo, a partire da quando, nel 2012, una delle sue rappresentanti più note, Inna Shevchenko, vi ha trovato asilo politico. Il governo francese ha inoltre messo a disposizione di Femen uno spazio nel diciottesimo distretto di Parigi che è diventato il loro quartier generale. Qui le attiviste pianificano le azioni e si allenano, fisicamente e psicologicamente, alla loro attuazione. Fra le più recenti, si annovera la manifestazione a sostegno dei diritti delle persone LGBT in piazza San Pietro a Roma, lo scorso dicembre, durante la preghiera del Papa. Particolarmente d’effetto è stato invece l’intervento a Londra, nel 2012, quando alcune attiviste si sono cosparse di sangue finto per accusare il Comitato Olimpico Internazionale di supportare “i sanguinosi regimi islamici”5. Ombre e botte Nell’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia la giovane regista Kitty Green ha presentato un documentario intitolato Ukraine is not a brothel (“L’Ucraina non è un bordello”, come recita uno degli slogan), in cui si racconta la storia del movimento senza omettere alcuni particolari inquietanti, con particolare riferimento alla presenza di un uomo che per un certo periodo avrebbe svolto il ruolo di regista occulto dell’organizzazione6. Queste rivelazioni hanno intaccato la credibilità di Femen, che tuttavia prosegue nelle sue azioni di protesta contro le espressioni più retrive della cultura patriarcale, tanto in ambito religioso (fondamentalismo), che politico (dittature) ed economico (prostituzione e sfruttamento sessuale). E se in questi tempi “virtuali” diventa sempre più difficile stabilire l’autenticità dei fenomeni che ci circondano, bisogna quanto meno dare atto a Femen di esporsi in maniera tangibile: le botte, come testimonia il film sopramenzionato, sono indubbiamente vere!

per saperne di più Per contrastare il sessismo in maniera forse meno drastica di quanto faccia Femen, ma comunque efficace, si segnala il sitoprogetto “The Everyday Sexism” fondato nel 2012 dalla scrittrice e giornalista inglese Laura Bates con lo scopo di documentare episodi di ordinaria discriminazione sessuale subiti o testimoniati da chiunque desideri farlo nel mondo. Agli indirizzi: everydaysexism.com o http://italia.everydaysexism.com. Il titolo completo del documentario presentato a Venezia è Ukraine is not a brothel – The Femen Story. Verrà distribuito nelle sale cinematografiche a partire da giugno 2014. Il sito ufficiale di Femen è femen.org note 1 it.wikipedia.org/wiki/Marianne_(allegoria) 2 femen.org/about 3 tmnews.it/web/sezioni/top10/ucraina-paradiso-del-sesso-con-unesercito-di-80000-prostitute-20130903_164549.shtml 4 World Health Organization, European Centre for Disease Prevention and Control, HIV/AIDS surveillance in Europe 2008; ecdc.europa.eu – euro.who.int 5 Kira Cochrane, “Rise of the naked female warriors”, The Guardian, Wednesday 20 March 2013; theguardian.com/world/2013/ mar/20/naked-female-warrior-femen-topless-protesters 6 Decca Aitkenhead, “Femen leader Inna Shevchenko: ‘I’m for any form of feminism’”, The Guardian, Friday 8 November 2013; theguardian.com/world/2013/nov/08/femen-leader-innashevchenko-interview

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N

el mondo dell’arte non sono arrivato. Non sono nessuno, ma non mi pesa, almeno, non nelle giornate buone. La mia identità è quello che importa: uomo, marito, padre e artista. L’identità, ciò che sono, non sempre è stata facile da gestire. Sono figlio di emigranti cileni, arrivati a Lugano negli anni settanta durante la dittatura militare di Pinochet. Sono quello che si definisce un “secondo”: nato e cresciuto in Svizzera ma mai percepito interamente come tale e, allo stesso tempo, non abbastanza cileno da poter essere interamente partecipe della cultura della mia famiglia e della storia del Cile. In Svizzera ho vissuto il benessere e l’abbondanza ed è forse questo che ha fatto scattare in me il desiderio di dare agli altri. Non soldi, ma attenzione e amore. Proprio in Cile, durante un viaggio con la mia famiglia, ho visto la povertà. Passeggiavamo sul lungomare di Antofagasta, nel nord del paese, quando ci siamo imbattuti in questa tenda, vicino agli scogli. Era la casa di una famiglia. Parlando, il padre ringraziava Dio perché non gli faceva mancare niente e mentre lo diceva vedevo una luce nei suoi occhi, aveva speranza, viveva in lui un fuoco. Questo incontro ha rappresentato una svolta per me. C’era chi riusciva a vivere e sperare pur non avendo niente. A quel punto mi sono detto: “Dio, se realmente esisti, allora voglio conoscerti”. È stato l’inizio di un cambiamento: volevo avere veri propositi per la mia vita, avere dei desideri che potessero andare oltre l’inseguimento della chimera di una carriera che nutrisse solo il mio ego, volevo anche dare qualcosa a chi mi stava intorno. Dopo tre anni all’Accademia di belle arti di Brera, che sono stati un laboratorio dove sperimentare, scambiare idee e capire, in mezzo a tutto, ciò che ero e quello che volevo fare, sono partito come volontario nel Sud-Darfour. Vivevo l’utopia di poter cambiare il mondo, ma quando i bambini con un inglese-africano mi dicevano: “How a ya? Gimme your money!” mi scontravo con la realtà, con un mondo diverso. Provenivo da un paese privilegiato ma in quella situazione tutto quello che potevo offrire era la mia compassione, il mio amore e la mia energia fisica. Ho abbracciato l’arte anche per questo: per fare qualcosa che possa ave-

re un impatto sugli altri. L’arte non costringe, è un invito che rimane aperto. È anche una sfida per scoprire le proprie capacità e creare la propria identità, non per ciò che si possiede o attraverso il prisma di quello che pensano gli altri. Quando non hai niente di materiale quello che ti rimane è te stesso, le tue passioni e le tue capacità. In tanti hanno bisogno di scoprirsi e provare a capire chi realmente sono. L’arte lavora in questa direzione. Lo ha mostrato Tim Rollins con i suoi kids of survival, ragazzi messi ai margini, già bollati come outsiders ma che nell’arte hanno trovato uno strumento per scoprire le loro capacità e in definitiva se stessi. Ho vissuto un’esperienza simile a Basilea, la città dove vivo, guidando un workshop in una galleria-atelier che lavora con tossicodipendenti e senzatetto, un periodo che ha ridefinito il mio modo di fare arte. Basilea è come un grande villaggio in cui coabitano due grandi realtà artistiche: c’è ArtBasel, l’Olimpo dell’arte, e c’è il mondo più locale delle gallerie, che convivono, difendono il proprio orticello e a volte stentano a promuoversi. È una realtà più conservatrice rispetto alla visione sperimentale e contemporanea di città come Zurigo. Io, comunque, ho mantenuto un approccio classico nell’uso della tecnica. Resto fedele alla pittura per il suo potere imaginifico e visivo che crea un dialogo interlocutorio fra l’artista e l’altro. Per questo sono affascinato dallo spazio della galleria, perché vi entra gente da ogni sfera della società ma sempre per lo stesso motivo: la fascinazione, il piacere, la curiosità o anche il ripudio. In fondo è questo che fa vivere l’arte, la sua capacità di non lasciare indifferenti e suscitare un’opinione attraverso l’interscambio fra chi la produce e chi la osserva. È l’incontro con gli altri, il continuo mettersi in discussione e ridefinirsi, che è d’impulso nel lavoro dell’artista. Un lavoro che non si limita alla capacità manuale ma che è piuttosto un’attitudine dello spirito, l’abilità nell’essere flessibili, pronti ai cambiamenti e agli imprevisti. Per questo non sono arrivato, ma sono sempre in cammino.

PATRICK ALVAREZ

Vitae 14

Nato da genitori cileni, fuggiti alla dittatura, ancora oggi si considera sempre “in cammino” e in costante trasformazione

testimonianza raccolta da Andrea Ramani fotografia ©Flavia Leuenberger


Il Principato di Seborga Forte di un’antica tradizione di autonomia che si perde tra storia e leggenda, questo borgo dell’entroterra della Liguria rivendica, tra il serio e il faceto, l’indipendenza dall’Italia. Intanto, per non perdere tempo, i suoi abitanti hanno eletto un principe e nel paese si coniano monete e stampano francobolli. E, probabilmente, si sogna di imitare la vicina Montecarlo...

di Roberto Roveda; fotografie ©Vince Cammarata & Simona Dalla Valle | Fosphoro


sopra: Sua Altezza Serenissima Marcello I, al secolo Marcello Menegatto (residente a Lugano) nella pagina precedente: controllo dei documenti ai “confini” del Principato di Seborga

L’

Italia, si sa, è la terra del palio tra contrade e delle rivalità tra rioni. È il paese delle parrocchie e delle parrocchiette, dove ogni borgo, per quanto piccolo sia, rivendica di poter bastare a se stesso. Vezzi localistici che affondano le loro radici nella storia della Penisola e che ne arricchiscono il folklore, regalandoci storie un poco fuori dal comune come quella di Seborga, poco più di trecento anime e qualche manciata di edifici arroccati sui primi contrafforti dell’entroterra di Bordighera, non lontano da Ventimiglia. Seborga, uno stato in miniatura Un piccolo centro di poco più di quattro chilometri di superficie, con le sue case in pietra antica, la sua chiesa e la sua piazza, come ve ne sono tanti in Italia, salvo per il fatto che questo micro-borgo porta l’altisonante titolo di Principato di Seborga e rivendica la sua indipendenza dall’Italia. Così, all’ingresso del paese si trova una garitta con tanto di guardia di frontiera e Seborga ha proprie targhe automobilistiche, patenti di guida e passaporti, alternativi a

quelli italiani, anche se solo questi ultimi, naturalmente, hanno valore legale. Il principato ha poi una propria bandiera, in cui predominano il bianco e l’azzurro e un inno nazionale che incita i seborghini a non arrendersi prima di aver ottenuto la vittoria, cioè l’indipendenza. Non manca poi un governo con tanto di ministri, alcuni consolati sparsi per il mondo (in Svizzera si trova a Lugano, in piazza Cioccaro 4) e una costituzione, approvata dal popolo nel 1995. E, naturalmente, Seborga ha un principe, altrimenti che principato sarebbe! Dal 25 aprile 2010 regna Sua Altezza Serenissima Marcello I, al secolo Marcello Menegatto, giovane imprenditore tra l’altro molto legato alla Svizzera perché residente a Lugano. Principe elettivo e non per diritto divino, Marcello I rimarrà in carica fino al 2017 poi vi saranno nuove elezioni e potrà essere riconfermato, oppure Seborga avrà un nuovo regnante pronto a portare avanti una battaglia per l’autonomia del paese. Autonomia che per i seborghini DOC affonda le proprie radici nella vicenda storica e nelle leggende che caratterizzano il loro borgo a partire dall’età medievale. (...)


Nina Dรถbler Menegatto, ministra degli Affari esteri del Principato e moglie di Marcello I


Bizzarrie della storia Prima dell’anno mille Seborga e le sue terre appartenevano ai conti di Ventimiglia. Uno di loro, nel 954, trovandosi in procinto di partire per una pericolosa spedizione contro i pirati saraceni che infestavano all’epoca il Mediterraneo, decise di fare una donazione alla chiesa in modo di godere del favore divino nella sue impresa. In particolare, scelse di concedere in proprietà ai monaci benedettini del monastero di Sant’Onorato il paese di Seborga e tutto il circondario. Piccolo particolare, non insignificante: il monastero benedettino in questione si trovava – e si trova ancora oggi – sulle Îles de Lérins, di fronte a Cape d’Antibes, e quindi ben distante dal nostro borgo. I monaci, quindi, vi potevano esercitare una amministrazione molto poco efficace e di fatto i seborghini si ritrovarono a fare da soli. L’importante era che le decime stabilite giungessero al monastero poi tutto filava liscio come l’olio. Nello stesso tempo Seborga, poiché legalmente dipendeva dai monaci di Lérins, si sottraeva all’autorità della Repubblica di Genova, che controllava tutto il territorio circostante. Di fatto, era una enclave straniera e autonoma in territorio genovese, una peculiarità che si protrasse per secoli. Il governo di Genova provò più volte a imporre la propria autorità su Seborga, cercò addirittura di acquistare il borgo, ma i benedettini si opposero sempre. Anzi, nel 1666 fecero installare nel paese una zecca per coniare monete da smerciare in Europa e Oriente. Seborga iniziò quindi a battere moneta, come un vero e proprio stato, anche se l’impresa non ebbe successo per l’opposizione dei

in questa pagina: uno scorcio del nucleo e l’immancabile negozio di souvenir e prodotti locali


Il borgo medievale di Seborga

regnanti europei dell’epoca che non accettarono di utilizzare e di considerare legali le coniazioni seborghine. Alla fine i monaci, ai quali il paese con i suoi pochi oliveti, rendeva molto poco, decisero di cederlo ai Savoia che lo acquistarono in moneta sonante nel 1729. Da quell’anno Seborga seguì il destino dei possedimenti savoiardi e in questo modo entrò a far parte dell’Italia. Lo zampino delle leggende Fin qui la storia, quella ufficiale. Perché a Seborga si dice che la famosa vendita ai Savoia non sia mai stata finalizzata e che non vi sia alcuna documentazione ufficiale che faccia del paese territorio prima savoiardo e poi italiano. Anzi si racconta – e qui si entra nel campo della leggenda – che Seborga era nel Medioevo un principato del Sacro Romano Impero retto da principi-monaci. A Seborga san Bernardo di Chiaravalle, fondatore dei cistercensi, avrebbe istituito una milizia di monaci-cavalieri con il compito di combattere in Terrasanta, ma soprattutto di custodire nel borgo ligure un Gran Segreto rinvenuto a Gerusalemme. Un Gran Segreto che in molti hanno identificato con il Santo Graal e che i monaci-cavalieri condividevano con i più oscuri e discussi tra gli eretici, i famigerati catari, immancabili in ogni mistero di epoca medievale che si rispetti. Certo, le malelingue affermano che le leggende, i catari, san Bernardo, il Principato siano tutte delle belle in-

venzioni per attirare turisti e rivitalizzare un borgo che rischierebbe probabilmente di avvizzirsi. Se anche fosse, l’idea è bella, tiene vivo un paese antichissimo che domina un territorio splendido e poco conosciuto, regala un po’ di sogno e fantasia in tempi di monotonia. Insomma, senza essere Montecarlo, anche Seborga ha il suo fascino principesco. per informazioni 18012 Seborga, provincia di Imperia, Liguria. Estensione 4,91 km2, 323 abitanti (2011), 500 m s.l.m. principatodiseborga.com

Vince Cammarata Classe 1978, vive a Muralto. Graphic designer di formazione (Accademia di Comunicazione, Milano), ha un master of Science in Corporate Communication (USI, Lugano) e ha frequentato il Corso di Alta Formazione in Fotogiornalismo (Contrasto, Milano). Collabora con il settimanale Azione. vincecammarata.com Simona Dalla Valle Classe 1981, Vive fra Londra, Lugano e Como. Ha un master in Lingue e Culture Europee (Università degli Studi, Milano) e ha frequentato l’Istituto Italiano di Fotografia, Milano. Collabora con agenzie di news e musica. Con Vince Cammarata identifica il proprio lavoro con il brand collettivo Fosphoro, con cui promuove e realizza progetti di “smart photojournalism” e di “photocommunications”. simovalley.com


Il muro di Daniele Fontana

Se ne sta lì da un bel po’ di tempo. Non fondamentale per l’arredo di quel quartiere, ma con una sua dignità. Un muro all’apparenza come altri se non fosse un manufatto isolato. Le profonde trasformazioni delle case attorno l’hanno portato man mano a staccarsi dal disegno urbano. È rimasto un tratto a sé stante. Né bello né brutto. Semplicemente esistente.

no, dà coraggio agli ignavi. La stura alla violenza del branco. In poco tempo mille mani sempre meno anonime si accaniscono su quella vegetazione impertinente, diversa, prepotente, odiosa. Qualcuno, c’è sempre qualcuno più ardimentoso degli altri, sfodera un taglierino. C’è poi anche chi celebra un altro tipo di sfregio, più consono alla propria natura. Orina sul rampicante ormai assediato.

Il sole plana con volo radente sulla sua superfi- La furia iconoclasta occupa per un po’ di tem-

Racconto 44

cie intonacata. Le rughe incrostate del tempo tracciano percorsi che la luce implacabile rivela con distratto cinismo. In quella mappa, che di anno in anno va infittendosi, spicca un tratto più corposo. Come uno spago legnoso, il corpo radiale di un’edera segue, pigro e ostinato, l’avvallamento di una crepa. Una cicatrice verde a occultare, riempiendola, una ferita non si sa quanto profonda. Sostenuto dalla tenacia delle sue radici avventizie, il rampicante si è fatto rigoglioso, occupando spazi sempre più vasti.

A

qualcuno quella presenza disturba. Non il muro isolato intendo. No, l’edera che turba, deturpa, usurpa. Lo si capisce dagli atti che si compongono lì attorno. Dapprima un susseguirsi di segni, alcuni stolidi nella loro oscenità, tentativi di comunicazione sconnessi tra loro, dichiarazioni apodittiche con velleità di proclami. Appaiono persino delle affissioni rivendicative. In un crescendo continuo c’è chi cerca consenso alimentando il dissenso. Il muro, sempre più congestionato, pian piano, silente, sparisce sotto quella selva babelica di scritture gridate.

Le

parole, si sa, per taluni finiscono però col non bastare. Così un qualche esagitato, con la protezione del buio e dell’anonimato, inizia ad attaccarsi alla pianta. Una manciata di foglie staccate, colte a terra dalle prime luci del matti-

po gli spazi vuoti d’affetto di chi all’improvviso si è accorto dell’esistenza del muro. O, meglio, della sua esistenza riflessa in quella dell’edera. Una sorta di recupero posticcio di identità come reazione alla diversità. Di colpo pare che quel muro da solo sostenga tutto il quartiere. E forse persino la città intera.

Passano i giorni, i mesi. Il quartiere vive la propria vita. Con respiro lungo, ampio. Muta, evolve, cresce, si espande. Il tempo fa quel che sa fare da sempre. Scorre implacabile, senza storia né memoria. In una consunzione forse davvero eterna. Del muro, sempre più solo, non si occupa più nessuno. L’edera è ancora lì, abbarbicata. Ridotta, mutilata, ferita, ha scelto altre strade. Ha bisogno di quel muro. E lui di lei. Lungo la cicatrice, che fu sua via maestra, sono spuntati ora ciuffi di parietaria. Erba vetriola, la chiamano. Regina delle allergie di primavera. Ma a nessun pare importare.

C’è silenzio tutto attorno. Da tempo ormai. Le parole non dette dell’oblio. Il sole basso all’orizzonte proietta la sua luce in fasci. Uno colpisce dritto il muro. Sullo sfondo, placcato con l’oro del tramonto, i segni della battaglia che fu sono ormai solo impronte sbiadite, riportate a vita effimera. Dei volantini rimangono scarti logori e stracciati. Dei volti degli improvvisati guerrieri neppure quello.


di Natascha Fioretti

Gatti 46

Si dice che i gatti siano indipendenti, poco affettuosi, o comunque meno dei cani che ti sono sempre addosso. Si dice anche che amino la libertà e possano stare a lungo da soli, senza reclamare attenzione. Deve essere allora che il gatto di Elizabeth appartenga a una specie rara perché ogni notte per dormire si raggomitola a ciambella sul suo petto. Elizabeth non può che dormire a pancia in su perché se si gira Byron rimane appeso alla spalla e penzola giù senza mollare la presa. Una notte lo ha fatto per diverso tempo nell’attesa che tutto tornasse come prima. Poi ha solo sei mesi ed è così carino che Elizabeth, commossa da tanto affetto, ha deciso che in fondo dormire a pancia in su tutta la notte è possibile, persino per lei che di solito, per addormentarsi si gira su un fianco, preferibilmente quello sinistro. Ma insomma, per Byron questo e altro anche perché il risveglio del mattino è più unico che raro: la prima cosa che gli occhi di Elizabeth mettono a fuoco sono quelli verde smeraldo con due pupille nere nere al centro del suo amico a quattro zampe che la fissano intensamente convergendo in un leggero strabismo verso il nasino rosa. Già sveglio, seduto eretto sul suo petto, il capo leggermente chino, gli occhi a pochi centimetri dai suoi, Byron la guarda attento e dolce come a sussurrarle “Svegliati Elizabeth, svegliati….”. Se poi, prima di alzarsi, lei gli fa due coccole è il massimo della vita: Byron struscia il musetto sulle sue guance mentre lei gli coccola le orecchie e gli fa i grattini sulla schiena.


Il tutto condito da un delizioso concerto di ritmiche fusa. Ma questo è solo un esempio. In verità, il loro è uno stare insieme continuo. Elizabeth non muove passo senza Byron al suo fianco, se va bene, altrimenti se lo ritrova anche in testa, seduto sul coperchio del water in attesa che finisca la doccia, sulla scrivania tra lei e il computer mentre lavora, mentre fa conversazioni con le amiche su Skype. Byron ama le conversazioni telefoniche più di ogni altra cosa e anzi tutte le volte vuole entrare nello schermo per salutare le amiche di Elizabeth, divenute ormai anche amiche sue. Se si trova nell’altra stanza, gli basta sentire gli squilli del telefono in viva voce per fiondarsi sulla scrivania, prendere comodamente posto tra lo schermo del PC ed Elizabeth, aspettando curioso il palesarsi di una faccia e di una voce… Poi lo show ha inizio: durante la conversazione si struscia contro Elizabeth, le regala bacini sul mento, cerca di attirare l’attenzione in tutti i modi come a dire “Ehi, ci sono anche io”. L’obiettivo è raggiunto quando dall’altra parte qualcuno commenta: “Byron, tesoro, ma quanto sei bello!”, allora tutto fiero mostra il meglio di sé, si sdraia lungo lungo su un fianco e mostrando la pancia in senso di piacevole resa pensa “Certo che sono bello!”. Ormai è parte della famiglia. Quando arriva Valeria, per esempio, Byron va a prenderla fino all’ascensore. Non solo perchè è particolarmente simpatica ma soprattutto perché gli porta ogni volta una considerevole scorta delle sue scatolette preferite: salmone, tonno e spigola cotti al vapore. Scusate se è poco… L’amore e la simpatia di tutti per questo piccolo micino, un po’ smilzo e con le gambette posteriori leggermente a “X”, deriva anche dalla sua particolare storia. Byron infatti è un trovatello salvato dalla fame e da una morte sicura. Viveva con i suoi fratelli e la mamma nelle campagne di un paesino ligure e nessuno di loro aveva da mangiare. Erano tutti denutriti, infestati di vermi e di pulci. Byron oltre ad avere il pelo nero era nero anche nelle orecchie e sul naso. Poi l’incontro con Elizabeth che in verità non aveva mai avuto gatti ma dalla morte di Cloe si sentiva a metà senza un compagno di vita a quattro zampe. Inizialmente pensava di farlo più per salvare la vita al gatto, in fondo un felino non avrebbe mai potuto darle lo stesso affetto: riempire la sua quotidianità di presenza e di attenzioni come era stata abituata con Cloe. Ma ci è voluto poco tempo perché si ricredesse: Byron è un essere magico che con la sua presenza fisica e spirituale illumina la casa, con le sue fusa diffonde musica nelle orecchie e con le sue carezze le scalda ogni giorno il cuore. Mai prima d’ora aveva incontrato animale più dolce e affettuoso, completato dalla sua presenza.

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Tendenze p. 48 â&#x20AC;&#x201C; 49 | di Marisa Gorza

Viaggiare leggeri (e senza valigia)

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Rondine, una giacca con grandi tasche che possono contenere il guardaroba per alcuni giorni di viaggio. Per esempio:

paia di pantaloni o di leggings

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camicia da giorno o una camicia sportiva piĂš una camicia da sera

t-shirt o due magliette polo giacca, una gonna o un completo da uomo

cambi di biancheria e tre paia di calze

cravatte o due foulards

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pigiama e un maglioncino piĂš qualche piccolo accessorio


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a primavera è sempre una stagione eccitante, tutta un fiorire di effervescenti idee. Potrebbe essere giusto il momento per progettare un viaggio e vagliare un’evasione… Già, un bel viaggetto, anche breve, per una piacevole meta, tanto per diradare dal cuore e dalla mente il grigiore dell’inverno. Diciamo un piccolo volo, con un occhio attento alle allettanti offerte low-cost. Volo, vado e torno. Perché no? Viaggiare per piacere o per affari comporta però quella tormentosa operazione di riempire una valigia con ciò che è adatto alla destinazione prescelta. Ma cosa succede se il contenitore con il suo contenuto, accuratamente messo insieme come un perfetto puzzle, viene smarrito? Ecco l’incubo di tutti i viaggiatori! Trovarsi in aeroporto a fissare il nastro di recupero che continua a girare, a girare, senza che appaia il proprio bagaglio, è a dir poco desolante. E non è che si tratti di una eventualità tanto remota… Le statistiche parlano chiaro: ogni giorno negli aeroscali di tutto il mondo vengono smarriti 90mila colli viaggianti (!) di cui ben 10mila nella sola Europa. È pur vero che si può ricorrere a rimborsi e ad assicurazioni, ma la vacanza o la breve evasione rimangono comunque irrimediabilmente rovinati. Pare siano in corso degli studi per trovare soluzioni al gravoso problema, ma intanto ci ha pensato lo stilista Roberto De Wan a trovare un immediato ed elegante escamotage.

campioncini di trucco di cui fare incetta in profumeria. Funziona: ve lo assicura una make up addicted...

DisinvoLto e unisex

Torniamo però a parlare di questo articolo d’abbigliamento prettamente della stagione primaverile, disinvolto e unisex. Cioè “Rondine”, uno spolverino, un impermeabile, un trench, un caban... o come lo si voglia chiamare. Debitamente farcito, non perde l’aplomb sartoriale e appare come un capo di una personale eleganza understatement. Al momento di imbarcarsi può essere indossato o appoggiato con nonchalance sul braccio. Il suo utilizzo sull’areo è pertanto permesso.

iL materiaLe

La stoffa, una tela vela d’alta gamma prodotta dalla Limonta, è resa impermeabile da una speciale spalmatura che ne garantisce la leggerezza e la traspirabilità. Con grande benessere di chi lo indossa. I colori sono stati scelti nella gamma dei classici inossidabili: sabbia bagnata, nero profondo e navy blue.

Le tasche

Le preziose tasche interne sono 4 di cui 2 particolarmente capienti sul retro del capo, corredate da una pratica busta estraibile e utilizzabile per diversi impieghi. Altre 2 tasche sono esterne, posizionate armoniosamente in diagonale. Tutte sono chiuse con cerniere in tinta perfetta con il tessuto.

Liberi e Leggeri

Tra il serio e il faceto De Wan ha inventato “Rondine” e se il nome è già tutto un programma che parla di voli liberi e leggeri, di fatto si tratta di un capo d’abbigliamento dotato di tasconi interni in grado di contenere il guardaroba per il comfort di diversi giorni. Quindi niente valigia nella stiva, ma solo il piccolo trolley da cabina per gli oggetti alla mano, magari un paio di scarpe nella loro

La Linea e i DettagLi

custodia e soprattutto la regolamentare busta con il liquidi per la toeletta (solo flaconcini da 100 ml per un massimo di un litro a persona) e in questi sono inclusi i cosmetici o il necessaire per radersi. Però le signore che vogliono sentirsi sempre carine e al top, possono aggiungervi dei

Taglio, linea e rifiniture sono prettamente sartoriali con comode maniche rimborsabili, ampio cappuccio, carré impunturato. Da notare l’allacciatura con alamari in osso e asole in pelle corposa. Cuciture ribattute e accuratamente rifinite a mano. Tutto nel mood naturale di un furbo outfit, confortevole e piacevole da indossare e che promette di diventare molto trendy.


La domanda della settimana

Sareste favorevoli a una scuola media senza il sistema dei “livelli” e altre modalità di classificazione degli allievi?

Inviate un SMS con scritto T7 SI oppure T7 NO al numero 4636 (CHF 0.40/SMS), e inoltrate la vostra risposta entro mercoledì 30 aprile. I risultati appariranno sul numero 19 di Ticinosette.

Al quesito “Ritenete che i problemi legati all’ambiente siano tenuti nella giusta considerazione dalla classe politica ticinese?” avete risposto:

SI

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NO

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Astri ariete Incontri karmici e ritorni di fiamma. Reattivi i nati nella seconda decade. Emotività amplificata dal passaggio lunare tra il 27 e il 28 aprile.

toro Periodo assai fervido per concorsi, esami, colloqui professionali e attività culturali in genere. Molto vivaci le giornate comprese tra il 29 e il 30.

gemelli Alcuni di voi potrebbero essere tentati dall’esagerare con dolci e prelibatezze. Spese pazze per l’abbellimento degli ambienti domestici.

cancro Novità in arrivo. Momento adatto per ristabilire una antica alleanza. Risoluzione di una vecchia controversia. Prudenza tra il 27 e il 28 aprile.

leone Comunicazioni disturbate. Un mancato accordo professionale potrebbe nuocervi. Maggior prudenza alla guida. Lingua a freno tra il 29 e il 30.

vergine Stravizi ed esagerazioni. Scarsa resistenza verso le tentazioni. Particolarmente vivaci tra il 29 e il 30. Giove vi sostiene.

bilancia Il transito del Nodo Lunare vi richiama verso un’ulteriore evoluzione spirituale. Vita nuova per i nati tra la prima e la seconda decade.

scorpione Possibili incomprensioni. I rapporti familiari possono restare disturbati da situazioni dettate dall’orgoglio. Irascibili tra il 29 e il 30.

sagittario Momento adatto per intraprendere una nuova avventura. Stravizi per i nati nella terza decade. Spese per la casa. Bene tra il 27 ed il 28.

capricorno Vivacità intellettuale per i nati nella seconda decade favoriti dal transito di Mercurio. State attenti a non esagerare con l’egocentrismo.

acquario Favoriti coloro che saranno in grado di prender per primi l’iniziativa. Realtà creative per i nati nella seconda decade tra il 27 e il 28 aprile.

pesci Momento fortunato. Date spazio alla fantasia e al romanticismo. Viaggi e gite. Professionalmente fortunati i nati della seconda decade.


Gioca e vinci con Ticinosette

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 19

Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro mercoledì 30 aprile e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 29 apr. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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Orizzontali 1. Tempestose, vorticose • 9. Periodi storici • 10. Nel cuore della Nigeria • 11. Pari in leggi • 12. Unità militare • 15. Sostanze organiche presenti in molti ormoni • 16. Lo redige il notaio • 17. Il noto Ramazzotti • 19. Micia • 21. Consonanti in ruota • 22. Arnesi • 25. Passeraceo americano • 27. Dittongo in Paolo • 28. Le segnano le lancette • 29. Lapalissiani • 32. Preposizione semplice • 33. Continente australe • 34. Monte greco • 36. Istituzioni • 37. Fiume egizio • 39. Il Ticino sulle targhe • 40. Associazione Sportiva • 41. La fine della Turandot • 42. Esatti o scrupolosi • 45. La candida spia • 47. Lo cura l’ortopedico • 48. Uncini da pesca • 49. Il no dello zurighese • 50. Strage • 51. Dittongo in poeta. Verticali 1. Noto film del 1975 di Arthur Penn con Gene Hackman • 2. Non manca nella torta di pane • 3. Rifiutate, respinte • 4. Comodità • 5. Chicchi fruttiferi • 6. Pensare, ritenere • 7. Partita a tennis • 8. Pensano solo a sé • 13. Caverne • 14. Azoto e Iridio • 18. Un cereale • 20. Tremendo, crudele • 23. Incandescente • 24. Si portano in spalla • 26. Ingannato, imbrogliato • 30. Vi risiede il Papa • 31. Incarico, funzione • 35. Il nome di Pacino • 38. Grassi, pingui • 40. Odio profondo • 43. Volo acrobatico • 44. Rabbie, furori • 46. Bianco senza pari.

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La soluzione del Concorso apparso l’11 aprile è: RISALIRE Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta è stata sorteggiata: Adriana Veri via Molino Nuovo 10 6862 Rancate Alla vincitrice facciamo i nostri complimenti!

Premio in palio: tre carte giornaliere “Arcobaleno”

Carta giornaliera. La scelta giusta per circolare liberamente tutto il giorno.

Arcobaleno mette in palio una carta giornaliera di 2a classe (per tutte le zone; il valore complessivo dei premi è di CHF 156.–) a tre lettori di Ticinosette che comunicheranno correttamente la soluzione del Concorso.

Con la carta giornaliera si viaggia tutto il giorno all’interno delle zone prescelte, interrompendo e riprendendo il viaggio quante volte si desidera, fino alla fine dell’esercizio. È possibile acquistare anche la multi carta giornaliera, che offre 6 viaggi al prezzo di 5.

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Ruf Lanz

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Chiarezza fin dalla prima ora: cucine e bagni Sanitas Troesch.

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Visitate le nostre esposizioni a Basel, Biel/Bienne, Carouge, Chur, Contone, Cortaillod, Crissier, Develier, Jona, Köniz, Kriens, Lugano, Rothrist, Sierre, St. Gallen, Thun, Winterthur e Zürich. Panoramica dell’azienda su: www.sanitastroesch.ch


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