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№ 9 del 28 febbraio 2014 · con Teleradio dal 2 all,8 marzo

olTre la linea

il lago lemano è il maggiore specchio d,acqua dell,europa occidentale. Un luogo ricco di storie e di misteri

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R OGNI VILLAGGIO PE O ZZ PO UN : SO FA BURKINA preparare si alza presto per no or gi ni og i, in a prendere tre bamb hiena va al pozzo ashia ha 23 anni,

Ny lla sc con le il suo fagottino su nne del villaggio do e il miglio, poi con tr al le ra nt sulla nata. Inco e. Con il secchio em si as o l’acqua per la gior an oc gi i hiere, i bambin rico. quali fa due chiacc con il prezioso ca a, nn pa ca a su la testa ritorna al etri ù percorrere chilom pi ve de n no o, gi mbini, e zzo nel villag dedicare ai suoi ba Grazie al nuovo po da o mp te ù pi ha acqua, nna. L’acqua basta pa ca la per provvedere all’ ro et di to colorata. del piccolo or felice sulla stuoia anche di occuparsi ca ri co si ra se e. Alla anche per innaffiar 4 pozzi nel Sahel ABBA sta costruendo

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Ticinosette n. 9 del 28 febbraio 2014

Impressum Tiratura controllata 66’475 copie

Chiusura redazionale Venerdì 21 febbraio

Editore

Teleradio 7 SA Muzzano

Redattore responsabile Fabio Martini

4 Media Cinema. La leggerezza dell’uccidere di MaRiella dal FaRRa ............................. 7 Arti 1933–1953. Il Ticino in fiera di oReste bossini ................................................... 8 Società Diversità. Tollerare l’intolleranza di nicoletta baRazzoni ............................. 10 Vitae Guido Giudici di steFania bRiccola ................................................................. 12 Reportage Lago Lemano. Acque di confine FotogRaFie di PhiliPPe Mougin .............. 37 Luoghi Lavanderia. Pulito prelavato di MaRco JeitzineR; Foto di Flavia leuenbeRgeR .... 42 Tendenze Animali. Una vita migliore di chiaRa Piccaluga ....................................... 44 Svaghi .................................................................................................................... 46 Agorà Economia. Il peso dello stato

di

RobeRto Roveda.............................................

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch www.issuu.com/infocdt/docs

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(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Pontile sul Lemano Fotografia ©Philippe Mougin

Ancora sulla scuola: pro e contro Come premessa vorrei astenermi dal dare giudizi sulla ricerca della signora Daniela Tazzioli (“Una scuola da discutere?” in Ticinosette n. 5/2014, ndr.), non avendo io alcun mezzo di indagine, i pareri del prof. Comi e della prof.ssa Scanziani ridimensionano il risultato della sua indagine per la ristrettezza del campionario e una certa approssimazione... forse altre voci ci aiuteranno a farci un’opinione. La mia domanda è semplice ed è questa: come si spiega la signora Tazzioli che in Italia, malgrado la scuola abbia indubbiamente un’impostazione più umanistica e letteraria, la gente non legge o legge così poco? Ogni volta che leggo le statistiche sulla vendita di libri o sul numero di biblioteche che riguardano l’Italia, ho un moto di sorpresa e di delusione. Inoltre, avendo io vissuto nella Penisola per sette anni ho constatato come molte persone, anche laureate, non hanno l’abitudine alla lettura. D’altro canto mi sono note le critiche al nostro sistema scolastico che, rispetto a quello italiano, scava pare (pedantemente?) in profondità (mesi e mesi a parlare di Rivoluzione francese...) ma non dà la visione d’insieme, ossia cosa si scriveva, che musica si ascoltava in quello stesso periodo. Manca, a sentire voci consapevoli, un’ampiezza e un collegamento tra i fatti, ciò che darebbe una bella base culturale per leggere la complessità del presente. Considerando che la lettura ci permette di continuare a nutrire la nostra sensibilità e le nostre conoscenze, torna perciò la mia domanda: come mai il sistema scolastico italiano, così apprezzato dall’insegnante Daniela Tazzioli non produce lettori assidui? A che punto s’inceppa? Quand’è che la voglia di capire il mondo dà il passo a letture prevalentemente facili, libri di personaggi televisivi che fanno il boom di vendite, ecc. ecc. Grazie per l’ascolto, N. B. (email)

Il libro della signora Daniela Tazzioli tocca un punto molto importante nel sistema scolastico svizzero. Non sono insegnante, sono una cittadina svizzera e ho sentito già da bambina molte lacune nell’insegnamento medio. Non impariamo per la vita ma per un lavoro. La scuola non ci induce al pensiero, bensì al futuro lavoro, al quale dovremmo dedicarci senza troppo chiederci che cosa facciamo. Insomma l’aspetto critico non viene insegnato. Troppo presto i bambini devono decidere cosa fare in futuro. (...) Poi finalmente quando uno ha deciso cosa fare senza convinzione, è difficile cambiare strada arrivata l’eta adulta... anche se ci sono, come sostiene il prof. Comi, le diverse passerelle che si possono intraprendere a una certa eta. Ma non tutti hanno la possibilità di ricominciare a studiare a 28 anni o più tardi. (...) Io sono uscita della scuola media e non sapevo nulla, nulla di storia, nulla di letteratura: ho dovuto sbrigarmela da sola per farmi una piccola cultura e così rinforzare il mio spirito critico. In più, se hai problemi familiari, se sei “un sognatore” e magari anche un po’ “indisciplinato”, la scuola può diventare un incubo e non ti aiuterà di certo a crescere. Come dice la signora Tazzioli, è più importante tener conto del vissuto personale di ogni ragazzo, invece di conoscere a perfezione il congiuntivo. Sarebbe importante in ogni caso introdurre più insegnamento umanistico, artistico nelle scuole, e aumentare gli anni di scuola dell’obbligo per poter maturare in pace. In questo specifico caso parlo della Svizzera interna, anche perché i miei figli hanno fatto le scuole elementari in Ticino e non erano affatto molto stressati. Sicuramente c’è una differenza d’insegnamento tra una parte linguistica e l’altra della Confederazione. (Scusate la mia lingua, ormai sono anni che non vivo più in Ticino). Saluti, S. G. (email)


Il peso dello stato Economia. Imprese di stato nei settori strategici del credito, delle assicurazioni e dell’energia. Addirittura un capitalismo di stato! È forse questa la ricetta giusta per far uscire l’Occidente dall’attuale crisi economica o siamo di fronte all’ennesima utopia? Temi cruciali, di cui abbiamo discusso con l’economista Sergio Rossi di Roberto Roveda

L’

Agorà 4

economia ultraliberale degli ultimi quarant’anni – basata sull’ipotesi che il mercato si regola da sé, non ha bisogno di “briglie” normative e non necessita di alcun tipo di intervento esterno – ha dimostrato di non funzionare e questo è evidente. Così, negli ultimi anni, si sono moltiplicate le voci che richiedono un maggiore intervento di natura politica in ambito economico per assicurare dei finanziamenti adeguati all’economia reale e garantire la stabilità finanziaria. Soprattutto si chiede alla politica di limitare il potere strabordante degli istituti finanziari che, con i loro obiettivi a breve termine, mettono a soqquadro le finanze pubbliche, disincentivano gli investimenti reali delle imprese e minano la coesione sociale. Più politica Nel libro Il film della crisi. La mutazione del capitalismo (Einaudi, 2012), Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini sottolineano proprio la fondamentale importanza di una regolazione politica del settore finanziario che, accanto a provvedimenti restrittivi per i movimenti internazionali di capitale, preveda anche misure di carattere positivo che perseguano obiettivi economici e sociali a livello globale. In concreto, gli autori sostengono che questo potrebbe avvenire con l’introduzione di una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie, la separazione delle banche commerciali da quelle d’investimento (queste ultime sono istituti che si occupano solo di transazioni nei mercati finanziari), il ridimensionamento della cartolarizzazione (un procedimento che trasforma i crediti in titoli poi venduti nei mercati globalizzati) da cui è scaturito uno sviluppo spropositato di prodotti derivati, una vigilanza dei mercati non regolamentati e un’opposizione definitiva ai paradisi fiscali. Accanto a queste proposte i due autori sostengono la necessità di strategie di deficit-spending1 e di politiche fiscali redistributive che permettano di integrare la domanda dei privati con la domanda pubblica ma senza creare nuovo debito per l’insieme del sistema economico. Se ci focalizziamo, per esempio, sull’Unione Europea, una delle aree nel mondo che risente maggiormente della crisi odierna, questo cambiamento potrebbe avvenire sia federando il debito pubblico dei paesi dell’Unione monetaria,

in modo tale da creare un’entità sovranazionale forte sia economicamente sia politicamente in grado di contrastare le speculazioni finanziarie e azzerare la concorrenza negativa fra gli stati europei, sia attuando un’imponente redistribuzione del reddito dai ricchi alle classi medio-basse. Il ritorno dello stato In estrema sintesi, quello che propongono Ruffolo e Sylos Labini, ma anche altri economisti, è che sia la politica, dunque i governi e perciò lo stato, a dettare l’agenda all’economia e alla finanza. “Più stato nell’economia” potrebbe essere lo slogan da cui ricominciare, perché queste misure da sole non sono probabilmente sufficienti per far ripartire la domanda aggregata e invertire il ciclo economico. È necessario, infatti, disporre anche di altri strumenti per contrastare in modo efficace le spinte recessive e promuovere politiche di sviluppo di lungo periodo e, attualmente, l’unico attore del sistema economico in grado di offrire tali strumenti è lo stato con le sue aziende e le sue banche. La recente concentrazione che ha caratterizzato i settori strategici del credito, dell’assicurazione e dell’energia ha consentito alle grandi aziende private in questi ambiti di esercitare un enorme potere sul mercato, controllando i prezzi e investendo quote sempre maggiori dei loro profitti nei mercati finanziari. Inoltre, i rilevanti intrecci azionari che si sono creati fra le imprese di questi settori hanno fatto venir meno la concorrenza necessaria per garantire il corretto funzionamento del mercato. A fronte di un tale scenario, la soluzione migliore quindi potrebbe essere quella che prevede un sistema economico misto, statale e privato, dove in settori strategici come il credito, le assicurazioni e l’energia, accanto alle imprese private coesistano aziende pubbliche che perseguono obiettivi diversi da quelli dei privati e che potrebbero quindi influenzarne le strategie di investimento e le politiche dei prezzi. Infatti, là dove le imprese private mostrano poca propensione a investire in attività di ricerca e sviluppo e hanno come obiettivo primario la massimizzazione del profitto nel breve periodo e la distribuzione di dividendi agli azionisti, le imprese pubbliche hanno come obiettivi principali quelli di garantire il credito alle famiglie e alle aziende, di ridurre i prezzi dell’energia e i tassi di interesse sui crediti per favorire la ricerca e l’innovazione.


Il consiglio direttivo della BCE in riunione (infoinsubria.com)

Verso un’economia mista In sostanza, si tratta quindi di un capitalismo di stato sulla falsariga del modello in auge nell’Italia degli anni sessan­ ta/settanta, quando la coesistenza del settore pubblico e di quello privato non solo crearono crescita e sviluppo economico ma anche aumento del benessere sociale (so­ no per esempio di quegli anni l’istituzione di un sistema sanitario nazionale gratuito per tutti e l’introduzione delle pensioni sociali). Un modello dove, una volta eliminati i rischi di corruzione legati alla mancanza di indipendenza delle imprese pubbliche dai partiti politici, l’economia privata e lo stato diventano complementari e riescono a garantire uno sviluppo equo e che potrebbe funzionare sia per i paesi emergenti, per i quali il problema non è la crescita economica ma come mantenerla nel lungo periodo senza creare tensioni sociali, sia per i paesi del vecchio capitalismo, il cui problema è di conservare il livello di benessere raggiunto. Questa idea riallaccia il pensiero di Ruffolo e Sylos Labini a quello dello storico marxista Eric Hobsbawm, il quale è convinto che il capitalismo di stato sia destinato a sostitui­ re il capitalismo del libero mercato, determinando la fine dell’economia liberale così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Lo storico inglese ritiene quasi automatico che si arrivi a un’economia mista, in cui coesistono pubblico e privato e in una recente intervista al settimanale italiano “l’Espresso” ha affermato: “Guardiamo la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito […]. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano

il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel Manifesto comunista – sono subentrate istituzioni pubbliche”2. Insomma, quasi provocatoriamente, Hobsbawm sembra suggerirci che la via d’uscita per l’Oc­ cidente passa attraverso il modello cinese! Utopie o realtà concrete? Viene da chiedersi se concretamente una maggiore presen­ za dello stato nella finanza e nell’economia possa aiutarci a uscire da questa crisi oppure se la proposta di Ruffolo e Sylos Labini non nasconda una utopia di fondo. Ne abbia­ mo discusso con Sergio Rossi, che insegna Macroeconomia ed Economia monetaria all’università di Friborgo: I princìpi di ordine macroeconomico su cui poggiano le proposte di ruffolo e sylos Labini sono generalmente corretti. Lo stato e il mercato sono in realtà complementari per l’ordinato funzionamento del sistema economico capitalista, perché sono entrambi necessari al bene comune. Né il capitalismo di stato né il mercato privo di regole è in grado, da solo, di assicurare uno sviluppo sostenibile delle attività economiche. Varie misure che gli autori propongono devono tuttavia essere affinate e coordinate tra loro, per evitare il rischio che siano inefficaci o controproducenti. Il carattere utopico della maggior parte delle misure proposte dagli autori è dovuto alla sudditanza della classe politica dirigente nei confronti dei poteri forti, che approfittano del regime economico attuale e impediscono perciò qualsiasi cambiamento che potrebbe moderare l’aumento della ricchezza di queste categorie socio-professionali. L’essenza delle misure che gli autori propongono riguarda in effetti la distri- (...)

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“Non bisogna illudersi di essere al riparo dagli eventi negativi che succedono oltre le frontiere elvetiche, visto che la Svizzera è molto integrata nell’economia globale. La necessaria riduzione del numero di persone impiegate nel settore finanziario e gli stravolgimenti vertiginosi del contesto normativo sul piano internazionale per quanto riguarda questo settore peseranno sull’evoluzione della crescita economica nel corso dei prossimi anni”

buzione del reddito e della ricchezza. La crisi globale scoppiata nel 2008 ha aumentato il divario fra i ricchi – che continuano ad arricchirsi – e i poveri, il cui numero è in aumento se consideriamo la povertà relativa, ossia la capacità di acquisto delle persone povere rispetto al reddito medio pro-capite della popolazione residente in un dato territorio.

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politica monetaria delle principali banche centrali sul piano mondiale. Il potere di acquisto del cosiddetto ceto medio, in effetti, risente negativamente delle varie misure di austerità adottate in molti paesi europei, soprattutto nella periferia della zona euro. L’Unione monetaria europea necessita di un Tesoro pubblico europeo con la capacità di spendere e prelevare delle imposte, in sostituzione parziale del prelievo fiscale che finora è stato prerogativa dei governi nazionali. La Banca centrale europea deve pure ampliare i propri obiettivi integrandovi la lotta contro la disoccupazione, che da oltre due decenni non figura più tra gli obiettivi di politica economica nella maggior parte dei paesi occidentali. La pressione fiscale all’interno della zona euro va poi spostata dal lavoro al capitale finanziario, riducendo anche l’imposta sul valore aggiunto che grava i consumi delle classi meno abbienti.

Abbiamo bisogno realmente di un modello economico alternativo oppure bisogna cercare di migliorare quello che abbiamo? Cosa si deve fare che ancora non si è fatto per uscire dall’attuale crisi? Il sistema economico capitalista è indubbiamente migliore degli altri sistemi noti per la produzione e la distribuzione di reddito all’interno della società. Esistono però varie forme di capitalismo e non tutte queste forme sono compatibili con la democrazia e lo sviluppo sostenibile. Il capitalismo industriale, che ha funzionato per buona parte del ventesimo secolo, è un sistema economico in grado di generare prosperità e benessere per l’insieme della società, in quanto le imprese investono i loro profitti per aumentare la produzione e l’occupazione, con il sostegno dello stato attraverso degli incentivi al fine di tendere verso il bene comune. Il capitalismo finanziario che domina attualmente, invece, è un regime economico insostenibile, perché genera delle crisi a ripetizione e non rispetta le regole della meritocrazia, minacciando la stabilità e la coesione sociale. Si tratta in realtà di corporativismo, ossia di una forma evoluta di feudalesimo che con l’accumulazione del capitale finanziario ai vertici della scala socio-professionale crea delle crisi sistemiche e sottopone la maggioranza della popolazione alla dittatura della minoranza. Per uscire dalla crisi attuale è necessario cambiare radicalmente la politica economica attuata dai diversi livelli di governo. Bisogna riequilibrare le forze in gioco allo scopo di produrre e distribuire il reddito in maniera equa e resiliente agli choc.

La Svizzera pare risentire meno di altri paesi della crisi mondiale. È così? Quale futuro vede per la nostra economia e cosa si potrebbe fare per renderla ancora più performante? L’economia svizzera resiste meglio di altre alla crisi globale grazie al livello della domanda interna, sostenuta dal settore pubblico e dalle reti di protezione sociale per quella parte di popolazione il cui reddito è insufficiente per avere una vita dignitosa. Non bisogna però illudersi di essere al riparo dagli eventi negativi che succedono oltre le frontiere elvetiche, visto che la Svizzera è molto integrata nell’economia globale. La necessaria riduzione del numero di persone impiegate nel settore finanziario e gli stravolgimenti vertiginosi del contesto normativo sul piano internazionale per quanto riguarda questo settore peseranno sull’evoluzione della crescita economica nel corso dei prossimi anni. L’economia svizzera dovrà investire maggiormente sullo sviluppo delle competenze dei lavoratori, soprattutto delle persone poco qualificate.

In Europa si parla molto di ripresa, anche se timida o lenta. Ci sono realmente questi segnali? Se sì, cosa sta cambiando e cosa ancora resta da fare? La ripresa dell’economia europea è una illusione ottica. Le statistiche e le previsioni sulla crescita economica nell’Unione Europea, in particolare nella zona euro, indicano una lenta e debole ripresa della produzione. Tuttavia, fintanto che la disoccupazione – una parte della quale non appare nelle statistiche ufficiali – resterà elevata, la ripresa economica sarà un miraggio, provocato dall’assuefazione delle istituzioni finanziarie alla

note 1 Politica economica che consiste nell’aumentare la spesa pubblica finanziando il disavanzo statale con l’emissione di titoli di stato, venduti attraverso i mercati finanziari globalizzati o la banca centrale del proprio paese in quanto prestatore di ultima istanza. 2 W. Goldkorn, Colloquio con Eric Hobsbawm, in “l’Espresso”, LVII (maggio 2012). L’intervista completa è disponibile su: temi.repubblica.it/micromega-online/hobsbawn-%E2%80%9Cil-capitalismodi-stato-sostituira-quello-del-libero-mercato%E2%80%9D/


La leggerezza dell’uccidere “The act of killing” è il titolo del documentario vincitore dell’European Film Award 2013. Candidato al premio Oscar per il 2014, la pellicola è una lieve e agghiacciante discesa nella banalità del male di Mariella Dal Farra

Potremmo definirlo un viaggio surreale nell’irriducibile,

non ricomponibile contraddittorietà dell’animo umano. Questa contraddizione ha le movenze aggraziate di Anwar Congo, un anziano ed elegante signore di Giacarta. Anwar è un eroe nazionale, e ciò che l’ha reso tale è stata la sua partecipazione all’eccidio di massa che, nel 1965, fu consumato in Indonesia durante il colpo di stato militare che rovesciò il governo. In meno di un anno, circa un milione di persone – presunti comunisti, cinesi residenti nel paese, intellettuali – vennero trucidati dagli squadroni della morte. I fautori del genocidio detengono tuttora saldamente il potere poiché, come afferma esplicitamente uno dei responsabili, “i crimini di guerra sono definiti dai vincitori, io sono un vincitore, quindi posso dare la mia definizione”. Per questo stesso motivo, uno dei registi che ha co-diretto il film, insieme a una parte significativa della troupe, sono indicati nei titoli come “anonimi”.

Dal racket alla recitazione Anwar e i suoi amici erano noti in gioventù con il soprannome di “gangster dei film”: piccoli criminali appassionati di cinema che detenevano il racket dei biglietti degli spettacoli venduti al mercato nero. Il loro stile di vita li portava a identificarsi con i gangster rappresentati nei film americani – “Gangster significa «uomo libero»”, come ripetono a più riprese –, tanto che, cooptati dall’esercito per accelerare la mattanza, Anwar adottò come metodo di uccisione lo strangolamento con un filo metallico, mutuandolo da un film sulla mafia. La troupe di Oppenheimer si reca dunque in visita a queste persone, proponendo loro di interpretare se stessi in quegli anni, e anche alcune delle loro vittime. Anwar e i suoi ex colleghi reagiscono con entusiasmo; anche i media locali rispondono con favore, pubblicizzando l’iniziativa e invitando i protagonisti nei talk-show di prima serata. Solo uno di loro, il più lucido e spietato, intuisce che la messa in scena delle uccisioni potrebbe “nuocere alla loro immagine pubblica” e si ritira dal film. Tutti gli altri si gettano nell’impresa con uno zelo che commuoverebbe, se non fosse che le “imprese” da loro ripercorse consistono nella tortura e nell’omicidio reiterati.

Presa di coscienza Ciascuno reagisce diversamente all’esperienza catartica – Moreno insegna – della recitazione: lo sdoppiamento consentito dalla macchina da presa innesca un principio di auto-critica, ma la legittimità del loro operato non è mai stata messa in discussione, e la maggior parte dei perpetratori si rinsalda nella convinzione che quanto hanno fatto fosse necessario. Solo Anwar, all’inizio il più orgoglioso del gruppo delle proprie gesta, ma anche il solo ad ammettere di avere incubi che “non lo lasciano dormire bene”, sembra accedere attraverso l’interpretazione (di se stesso) a una diversa coscienza (di sé). Il processo non è indolore, e così, mentre le sequenze si susseguono fra villaggi incendiati, dissidenti torturati e onirici balletti di danzatrici locali che fuoriescono dalla bocca di un’enorme pesce di calcestruzzo, Anwar appare sempre più coinvolto nella recita, fino a quando, nell’assumere il ruolo di una delle vittime, non accede alla devastante consapevolezza di avere compiuto del male. “Anwar e i suoi amici hanno contribuito a fondare un regime che terrorizza le loro vittime e tratta loro come degli eroi”, scrive Oppenheimer, “e ho compreso che il processo di realizzazione del film avrebbe consentito di rispondere a molte domande sulla natura di questo regime, domande che potrebbero sembrare secondarie rispetto a quanto hanno compiuto, ma che in realtà sono inseparabili da esso. Per esempio, come Anwar e i suoi pensano di essere visti dagli altri? Come vogliono essere visti? Come si vedono loro? […] Il modo in cui abbiamo girato The act of killling è stato sviluppato per trovare una risposta a questi interrogativi. Dovrebbe essere inteso come una tecnica investigativa, il cui scopo è aiutarci a capire non solo ciò che vediamo, ma anche come vediamo e come immaginiamo. Sono domande fondamentali per comprendere le procedure immaginative attraverso le quali gli esseri umani perseguitano il loro prossimo, e come poi si costruisca, e si viva, in società fondate su una sistematica e perdurante violenza”.1

note 1 theactofkilling.com/statements/ - Director’s statement by Joshua Oppenheimer.

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Il Ticino in fiera

La Fiera Svizzera di Lugano, inaugurata nel 1933, ha rappresentato un fenomeno culturale ampio e profondo, assolvendo a compiti patriottici e culturali radicati nella storia della Svizzera italiana. Un recente libro di Carlo Piccardi ripercorre la storia gloriosa di questa manifestazione

di Oreste Bossini

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Gli anni attorno alla guerra furono un periodo di grandi tensioni e inquietudini all’interno della Confederazione, che sentiva di nuovo il pericolo di uno sfaldamento della propria integrità politica e territoriale. Dopo la conferenza di Monaco del 1938 e l’annessione del territorio dei Sudeti alla Germania, la Svizzera non poteva più sentirsi al riparo dalla politica aggressiva dei regimi fascisti. Il ricordo delle atrocità dell’invasione francese del 1798 era ancora vivo nella popolazione, che anche in Ticino aveva dato prova di grande coraggio e senso dell’indipendenza nel tentativo di contrastare la schiacciante supremazia dell’esercito di Napoleone. Il rischio di una nuova invasione da parte dei tedeschi e degli italiani, con il conseguente smembramento del paese, era sentito in maniera molto concreta. In questo quadro la Fiera Svizzera, nel corso della sua esistenza, ha rappresentato un importante momento di identità politica per il canton Ticino, territorio che cercava di rafforzare in un momento angoscioso della propria storia i legami culturali della popolazione con i valori fondamentali e costitutivi della Confederazione. A riguardo, proprio alcuni giorni fa si è chiusa a Villa Ciani la mostra “Ticino Tessin - Fiera Svizzera di Lugano, 1933–1953” dedicata a questa importante manifestazione. La piccola patria Uno degli strumenti più significativi di questa strategia è stata la ripresa in Ticino della tradizione del Festspiel, con una serie di spettacoli che nell’arco di vent’anni ha coinvolto i personaggi più significativi della cultura letteraria, artistica, musicale e radiofonica ticinese. La storia degli spettacoli musicali organizzati nell’ambito della Fiera Svizzera è stata raccontata adesso in maniera viva e accuratissima da Carlo Piccardi, in un volume intitolato La rappresentazione della piccola patria (Libreria Musicale Italiana - Giampiero Casagrande editore, 2013). Il libro di Piccardi è uno studio su un fenomeno legato a un territorio particolare e a un’epoca ben determinata, ma in grado di rivelare uno scorcio molto interessante sulla vita del novecento e sui rapporti che uniscono l’arte alla storia sociale. Piccardi, che oltre a essere un fine musicologo ha lavorato per molti anni come dirigente alla radio della Svizzera italiana (RSI) è riuscito a recuperare dagli archivi

una notevole mole di documenti originali e un’eccezionale galleria di testimonianze fotografiche degli spettacoli, che corredano il volume. Il titolo esprime in maniera perfetta il messaggio di fondo che il comitato organizzatore intendeva promuovere attraverso gli spettacoli ricreativi prodotti di anno in anno, con mezzi limitati ma con il massimo impegno artistico. La nostalgia per la “piccola patria”, intesa come l’emblema dei valori e delle virtù positive della civiltà sorta nelle valli impervie ma sane dell’arco alpino, rappresentava il fulcro dell’identità di un paese sprovvisto, a differenza delle altre nazioni europee, di un’unità linguistica e culturale. Gli spettacoli della Fiera ruotavano in un modo o nell’altro attorno al sentimento di riscatto morale di questo piccolo mondo antico, particolarmente sentito in un territorio come quello ticinese che aveva da sempre vissuto il dramma dell’emigrazione e del lavoro stagionale nelle regioni confinanti. Carattere nazionale Non è semplice definire in maniera precisa il genere di spettacolo chiamato in Svizzera Festspiel. Prendiamo in prestito la spiegazione offerta dallo scrittore Guido Calgari, autore della commedia lirica Casanova e l’Albertolli, con musica del solettese Richard Flury, allestita a Lugano nell’ottobre del 1938: “Il Festspiel dunque, è spettacolo caratteristico delle feste svizzere; così come lo vedono e lo sentono gli svizzeri, non si trova assolutamente fuori dal nostro paese; prova ne sia che l’anno scorso una delegazione germanica assistette ad alcune feste elvetiche, appunto per studiare la organizzazione del tipico Festspiel svizzero, spettacolo popolare di innegabile valore propagandistico e che ha il merito di realizzare un’immediata fusione tra scena, costumi, musica, canto, coreografia e massa degli spettatori. Chi conosca l’iniziativa di Max Eduard Liehburg per creare, attraverso i «Luzerner Spiele», grandi spettacoli nazionali elvetici, e ricordi l’eco che tali progetti hanno destata e destano nel paese, conosce anche tutta la letteratura dei «Festspiele» e si rende conto di quanto ho detto sopra: essere il Festspiel creazione tipica della gente svizzera”. Calgari, infaticabile divulgatore del patrimonio di lingua e di tradizione italiana che contraddistingue la piccola comunità ticinese, sottolineava soprattutto il carattere nazionale del Festspiel, che dal punto di vista


Il generale Henri Guisan in Ticino in occasione della Fiera di Lugano e della manifestazione ginnica organizzata per il Congresso dell’Associazione svizzera dei sottufficiali (5-6 ottobre 1940). Fotografia di Christian Schiefer; ©Archivio di Stato, Bellinzona

artistico invece presenta dei contorni assai più sfumati, dove i confini tra la musica, la recitazione e la danza variano di volta in volta in maniera contingente. Nel caso di Casanova e l’Albertolli lo spettacolo aveva un marcato carattere musicale, soprattutto per la presenza di un compositore di rilievo come Flury e l’ingaggio di cantanti professionisti come Afro Poli, Michele Barrosa e Dolores Ottani. La scelta di Flury, che non era un artista ticinese, come autore delle musiche è significativa dell’influenza esercitata in quegli anni dalla nuova struttura della RSI sulla produzione degli spettacoli. Il progetto della radio, infatti, era di integrare quanto più possibile il patrimonio culturale italiano del cantone all’interno di una forma di teatro musicale nazionale della Confederazione. Flury rappresentava il candidato ideale per quella sintesi, grazie agli studi compiuti nei conservatori di Berna, Basilea e Ginevra e ai profondi legami con il Ticino, divenuto negli anni “una seconda patria” per il compositore. Musica e danza Anche dal punto di vista musicale la figura di Flury offriva un valida amalgama di solido linguaggio strumentale e di limpida invenzione melodica di stampo italiano. Lo spettacolo prendeva spunto da un autentico episodio della vita di Casanova, che aveva soggiornato in effetti a Lugano per pubblicare un saggio polemico contro un detrattore della

Repubblica di San Marco, forse con la speranza di acquisire delle benemerenze agli occhi delle autorità veneziane dopo la famosa fuga dal carcere dei Piombi. L’Albertolli, invece, incarna invece il personaggio ideale dell’artista ticinese “serio e d’ingegno”, prendendo come modello la figura del pittore e architetto Giocondo Albertolli, uno dei più famosi decoratori del tardo settecento, tra i fondatori dell’Accademia di Brera a Milano. Casanova vorrebbe sedurre la bella Lucia Morosini, amata anche dall’Albertolli. I trucchi del seduttore sembrano sul punto di vincere il pudore di Lucia, ma all’ultimo momento il suono delle campane, le nenie delle mamme e i canti dei pescatori risvegliano nella ragazza i valori autentici del proprio paese e la salvano dalle grinfie di Casanova, che per dispetto lascia Lugano senza saldare il conto dell’albergo. I primi esempi della breve esperienza del Festspiel in Ticino sono tuttavia segnati da una marcata presenza della danza, grazie soprattutto all’attività a Lugano di una coreografa di talento come Ada Franellich, originaria di Trieste e formata alla famosa scuola di Rosalia Chladek vicino a Vienna. La Franellich aveva assorbito, grazie alla sua formazione mitteleuropea, le tendenze principali della danza moderna, dal movimento libero ed espressivo di Isadora Duncan ai principi anticlassici indagati negli stessi anni da Martha Graham. Incapace di tollerare l’uso militaresco dell’educazione fisica da parte del regime fascista, la danzatrice triestina si trasferì a Lugano, dove aprì una scuola di “Ginnastica ritmica e correttiva/Coltura del corpo – danza”. In breve tempo Ada Franellich divenne un punto di riferimento anche artistico importante a Lugano, legando il suo nome a diversi Festspiele come “Il cantico del Ticino” nel 1935, “Danze illustrative di canzonette ticinesi” nel 1936 e “Confoederatio elvetica” nel 1940, tutti ideati e diretti dal pittore e architetto Armando Maria Bossi. Dalle fotografie degli spettacoli emerge in modo evidente l’originalità dell’impianto coreografico. I danzatori a disposizione della Franellich erano allievi della scuola e figuranti presi in prestito dalle società sportive, ma ciò non impediva la creazione di quadri animati da un gioco di movimenti plastici di notevole suggestione. Un esempio positivo Con lo scoppio della guerra, le condizioni per lavorare diventano sempre più difficili e gli anni della ricostruzione dopo il conflitto rendono impossibile reperire le risorse per mantenere in vita la breve ma significativa stagione del Festspiel ticinese. L’ultimo spettacolo di cui si ha notizia si svolge a Bosco Gurin, in occasione dei 700 anni della fondazione del villaggio, il 6 settembre 1953. Il testo è recitato in tedesco, secondo il costume del teatro popolare che si pratica in questo villaggio walser sperduto in fondo alla Valle Maggia. L’avventura della Fiera Svizzera si spegneva in maniera melanconica, travolta dalle trasformazioni del mondo uscito dalla guerra. Il patrimonio di solidarietà cantonale, suscitato dalla crisi spirituale degli anni trenta, veniva disperso nella diaspora dei linguaggi artistici della modernità, ma il suo esempio positivo, salvato dall’oblio grazie al libro di Piccardi, rappresenta una pagina da non dimenticare della storia ticinese del novecento.

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Tollerare l’intolleranza Dobbiamo davvero fare come dice Karl Popper: non più tollerare l’intolleranza? Ma quando lo affermiamo non diventiamo a nostra volta intolleranti? di Nicoletta Barazzoni

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Immagine tratta da utne.com

L’enunciato non dobbiamo più tollerare l’intolleranza1 estra-

polato dal suo contesto non dice per esteso cosa intendesse realmente Karl Popper, filosofo che sviluppò questa sua affermazione all’interno di un discorso assai complesso sulla democrazia e sui principi molto articolati e fondamentali, che hanno contraddistinto il suo razionalismo critico. “Come possiamo essere tolleranti se non tolleriamo l’intolleranza?” si trasforma in un gioco di parole che è quasi un rompicapo. Quando Silvio Berlusconi pronunciò la frase “non posso non dire che non sono non poco insoddisfatto degli attacchi a Napolitano”, mandò completamente in crisi i traduttori, il suo maestro di prima elementare e i linguisti, che immediatamente gli applicarono i simboli della logica dei linguaggi formali2. Se seguissimo l’assioma di Popper alla lettera, con ciò che di primo acchito esso ci esprime, (non

dobbiamo più tollerare l’intolleranza) in un certo qual modo ci poniamo in antitesi e in contraddizione con quanto affermiamo: ovvero, se sosteniamo di non dover più tollerare l’intolleranza, nello stesso momento in cui pronunciamo questa frase, diventino a nostra volta intolleranti. Ma la doppia negazione, così come vuole la logica classica del duplex negatio affirmat (e qui sta l’inghippo semantico), costruita a livello morfologico con l’avverbio non e con la particella in, si trasforma in un ossimoro, in un incongruo accostamento: tollerare l’intolleranza, che assomiglia alle espressioni oscura chiarezza o dotta ignoranza. Un valore ambiguo Tornando al nostro Popper, in altre parole, sorge la domanda del come sia possibile essere tolleranti se non si tollera l’intolleranza. Resta poi ancora da decidere se la mia tolle-


ranza valga di più della tua o viceversa. Sembrerebbe che chi è tollerante ha il potere della verità e dunque sta dalla parte della ragione. Perché per essere tolleranti dobbiamo darci delle spiegazioni razionali. Nella stessa misura in cui Karl Popper ha espresso il dogma in questione, come dice Dario Antisieri3 a proposito del concetto di Società aperta, è altrettanto vero che è una necessità vitale per una società aperta dubitare che possediamo la verità così come costituisce un pericolo mortale dubitare che possa essere trovata. Ognuno ha il suo concetto personale di tolleranza e ognuno la mette in pratica a seconda del suo ventaglio di esperienze e conoscenze, e a seconda del suo grado di disponibilità. Etimologicamente tollerare significa: tollere, portare e sopportare mentre l’intolleranza è anche sinonimo di intransigenza. Nella parola tollerare si annidano però sentimenti come sopportazione, pazienza, benevolenza nei confronti di qualche cosa o qualcuno che in qualche modo riteniamo inferiori al nostro modo di vivere e pensare. Nel termine intolleranza si avverte invece il gusto deprecabile dell’ignoranza, della limitatezza, della ristrettezza morale e mentale. Sono giudizi di valore, categorie di pensiero, classificazioni convenzionali che non sempre concorrono al raggiungimento di un dialogo paritario perché sembra che i tolleranti (positivi) siano buoni mentre gli intolleranti (negativi) siano cattivi. Nel suo Trattato sull’intolleranza, Voltaire sosteneva che la tolleranza è necessaria così in politica come nella religione: solo l’orgoglio, scriveva, ci fa essere intolleranti. La tolleranza, in senso più ampio, è divenuta garanzia delle libertà di pensiero, di parola, di opinione, di stampa, che sono le principali forme di libertà concepite nell’Illuminismo4. Divenuta la figlia acquisita e privilegiata della democrazia, è una qualità che si contrappone a ciò che non è democratico. Ma come ci sentiamo se qualcuno ci tollera sapendo che sta facendo lo sforzo e dunque in un certo senso è costretto a tollerarci? Se ci vediamo costretti a tollerare, corriamo il pericolo di non accettare l’esistenza dell’Altro e il suo diritto di vivere, reprimendo la natura della libertà, trasformando così la tolleranza in un impulso represso, in un braciere pronto a incendiarsi. Ed è per questo che la tolleranza, in certi casi, è considerata la strada maestra che porta alla violenza. Tollerando ci poniamo in un atteggiamento forzato che non ha nulla a che vedere con la sincerità e la spontaneità. Se ci tolleriamo a vicenda non è perché ci rispettiamo ma tendenzialmente lo facciamo per diffidenza. Il rispetto presuppone il coinvolgimento delle virtù intrinseche dell’altro, e dunque non ha molte analogie con la tolleranza. Infatti la tolleranza non è sempre la manifestazione di un valore che si esplica per la pace e la coesione sociale. La tolleranza è associata ai concetti di dialogo e confronto costruttivo, e talora di laicità dello stato, che ha il compito di garantire tutte le forme della libertà. Tollerare o accogliere? Di fronte all’intolleranza di gruppi entici, di persone e/o individui, situazioni pubbliche e/o private, in nome della libertà e della democrazia, alcuni si erigono a portatori di tolleranza, ma poi per difenderla diventano intolleranti. L’idea di tolleranza si è modificata negli anni con l’avvento

Il filosofo ed epistemologo Karl Raimund Popper (1902–1994)

dei movimenti migratori, che hanno sollevato la questione del diverso, di chi proviene da paesi culturalmente lontani dalle nostre aree geografiche. Il contrario della tolleranza non è l’intolleranza bensì crediamo abbia ramificazioni profonde con la nostra capacità intellettuale, morale, etica ed empatica di aprire davvero la nostra mente, sorretta dal desiderio di vivere in una società aperta, senza superbia e pregiudizio. Crediamo sia la capacità di scendere dallo scalino più alto per guardare in faccia l’altro, accogliendolo anche se non ci piace, anche se non lo riteniamo alla nostra altezza. Non vorremmo mai dover tollerare il vicino di casa, o coloro i quali non la pensano come noi. E non ci sentiremmo affatto bene se dovessimo essere tollerati perché verrebbe meno il riconoscimento di ciò che di umano abbiamo da offrire. Inneggiare alla tolleranza fine a se stessa, non consente di vivere appieno il principio della convivenza civile, che contempli l’inalienabile diritto dell’esistenza altrui, che non deve essere messo in contrapposizione con il mio principio, sia esso sorretto dal denaro o dalla miseria, dal potere o dalla sopraffazione, dal coraggio o dalla vigliaccheria. Secondo la legge della risonanza chi tollera sarà tollerato.

note 1 “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”. Nel saggio Popper solleva anche la questione di come dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti (Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, Armando Editore, 2002). 2 Simboli dei linguaggi formali che trasformano la frase: non A (¬¬A) equivale ad A. 3 Karl Popper, Il futuro è aperto, Edizioni Rusconi, 1989. 4 Dal Dizionario storico della Svizzera italiana (hls-dhs-dss.ch/ textes/i/I11452.php).

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ivere in una città di frontiera ha influenzato il mio modo di pensare. Da un lato cerco di prendere i lati positivi di culture diverse, dall’altro avverto di essere sospeso tra due realtà. A Chiasso nascono manifestazioni importanti dettate dall’energia che scorre sul confine. Non a caso Jacques Gubler ha detto che nei chiassesi è presente la medesima scintilla che c’è negli occhi dei newyorkesi di Manhattan. Le stesse iniziative non si farebbero altrove. Chiasso è diversa da Lugano: tira un’altra aria, c’è tanto volontariato e c’è la voglia di lavorare sul territorio. Le ambizioni sono grandi anche se le possibilità economiche sono limitate. Quello che fa la differenza è la consapevolezza di poter contare solo su stessi, la voglia di resistere e di emergere nonostante tutto. Basta guardare la Biennale dell’immagine, giunta alla nona edizione, Chiasso letteraria, Festate e il MAXmuseo, appositamente costruito. Poi abbiamo il primo Ufficio Cultura organizzato per coordinare le attività sul territorio. Abbiamo vissuto “sul confine” i passaggi d’epoca di questi ultimi vent’anni e li abbiamo rivisitati nelle varie edizioni della Biennale con temi come “frontiera”, “sudnord” , “sconfini” e così via. Gli afflussi dei migranti (prima italiani poi spagnoli, turchi, slavi, portoghesi e molti altri) riflettono la situazione internazionale. La città di frontiera è più generosa rispetto alle altre… Nel lavoro di gallerista, trovarsi sul confine tra Italia e Svizzera dà la possibilità di mostrare alcune differenze che trovano il punto di incontro nella fotografia. Siamo più vicini a Milano che a Zurigo anche se è necessario avere un occhio qui e uno là. Gli autori italiani ospitati sono nomi conosciuti a livello internazionale, mentre gli svizzeri e ancor più i ticinesi sono noti magari solo a livello regionale. C’è ancora il timore per chi ha radici in Ticino di essere a sud della Svizzera. Trent’anni fa ho lasciato un posto “sicuro” in banca per buttarmi in un lavoro tutto da inventare. Occuparsi di fotografia non era un grande affare e avevo persino due bambini da crescere… È stato un salto nel buio con la complicità di mia moglie Daniela che ha sempre condiviso passioni, impegni e

soddisfazioni. Mi affascinava l’idea di avere un lavoro che rendesse palese il risultato della mia attività, forse perché ho una certa manualità… In parallelo allo spazio espositivo all’inizio mi occupavo della fornitura di materiale specifico per la fotografia poi ho introdotto il laboratorio di cornici. Probabilmente non è tanto l’aspetto del collezionista che ho vissuto, ma quello dell’appassionato fruitore. Le foto di Edward Weston, viste in una mostra a Colonia nel 1982, mi hanno folgorato. Quelle immagini di poesia allo stato puro mostravano un modo di vedere il mondo e le cose. Alla base di tutto c’è il desiderio di condividere e divulgare senza la presunzione di saperne di più. Tutto questo rientra sempre nella logica del cercare il contatto con gli altri, di unire i vari attori culturali del Mendrisiotto anche se non ci siamo ancora riusciti. Quando mi chiedevano come mai avessi aperto una galleria rispondevo che la mia speranza era di conoscere nell’arco dell’anno almeno un fotografo che diventasse mio amico. In effetti, sfogliando libri e riviste vedevo scatti diversissimi e avevo la curiosità di sapere se l’idea che mi ero fatto di un’immagine e di uno sguardo dietro l’obiettivo corrispondesse alla persona reale. Quando riuscivo a individuarne questo fil rouge con l’artista mi sentivo gratificato. Tra gli incontri più significativi ricordo quello con Mario Giacomelli nel 1983 a Senigallia quando siamo andati per caso nel suo campeggio. Abbiamo trascorso quattro notti a parlare con lui e siamo partiti con cento stampe fotografiche per fare la mostra. Lo ricordo ancora con quell’aria da vitellone unita alla spontaneità e alla consapevolezza del valore del suo lavoro. Oggi, oltre alle foto di ricerca, c’è anche un fotogiornalismo che sta affinando un po’ il tiro ed entra pian piano nelle gallerie con un discorso alla base diverso dai soliti scatti a raffica senza un progetto. Con l’avvento del digitale è cambiata la discussione sull’oggetto da collezione, ma non il valore della ricerca estetica.

GUIDO GIUDICI

Gallerista e organizzatore della Biennale di fotografia presso la Cons Arc di Chiasso, ama, crede e scommette sulla città “di frontiera” e la sua capacità di sorprendere

testimonianza raccolta da Stefania Briccola fotografia @Flavia Leuenberger


Acque di confine a cura della Redazione; fotografie ©Philippe Mougin

Le immagini invernali realizzate dal fotografo romando Philippe Mougin ci immergono nell’atmosfera onirica e misteriosa di uno dei luoghi più affascinanti del nostro paese, il lago Lemano. Zona di frontiera in cui lo scrittore inglese W. Somerset Maughan ambientò una serie di racconti che hanno come protagonista principale l’agente segreto inglese Ashenden, alter ego dell’autore a lungo attivo nell’intelligence britannica


“M

algrado il paltò di pelliccia e la sciarpa, Ashenden era gelato fino al midollo. Nel salone del piroscafo faceva caldo e c’era una buona luce per leggere, ma gli pareva meglio non starsene là, caso mai qualche viaggiatore abituale, riconoscendolo, si domandasse il perché di quei viaggi continui tra Ginevra in Svizzera e Thonon in Francia. Quindi, approfittando alla meglio del riparo disponibile, passò il tempo tedioso nell’oscurità del ponte. Guardava verso Ginevra ma non vedeva luci, e il nevischio in via di farsi neve gli impediva di distinguere punti di riferimento. Il Lemano, nelle belle giornate così lindo e grazioso, artificiale come uno specchio d’acqua in un giardino francese, con quel tempo di burrasca era segreto e minaccioso come il mare. Decise che rientrato in albergo si sarebbe fatto accendere un bel fuoco nel salotto, e dopo un bagno caldo avrebbe cenato in pigiama e vestaglia accanto al caminetto. La prospettiva di trascorrere una serata per conto suo con la pipa e un libro era così gradevole da cancellare il fastidio di quella traversata lacustre. Passarono due marinai, la testa china per proteggersi dal nevischio che li frustava in faccia, e uno gli gridò: «Nous arrivons!». Andarono alla fiancata e tolsero una sbarra per far luogo alla scaletta; e Ashenden tornando a guardare nell’oscurità mugghiante vide confusamente le luci del molo. Una vista benefica. In due o tre minuti il battello fu ormeggiato, e Ashenden, imbacuccato fino agli occhi, si unì alla piccola folla di passeggeri in attesa di scendere a terra. Pur facendo quel viaggio tanto spesso – era suo dovere recarsi di là dal lago in Francia una volta alla settimana, per consegnare i suoi rapporti e ricevere istruzioni – egli aveva sempre un lieve senso di trepidazione quando si trovava alla scaletta tra i passeggeri in procinto di sbarcare. Sul passaporto non c’era segno della sua sosta in Francia: il vapore nel giro del lago toccava in due punti il suolo francese, ma andava da una località svizzera a un’altra, quindi la sua meta poteva essere Vevey o Losanna; egli non aveva però mai la certezza che la polizia segreta non si fosse accorta di lui, e se lo avessero seguito e veduto sbarcare in Francia gli sarebbe stato difficile spiegare l’assenza del timbro sul passaporto. Certo, una spiegazione l’aveva preparata, ma sapeva che non era molto convincente; e anche se le autorità svizzere non fossero riuscite a dimostrare che egli non era un normale (...)


viaggiatore gli sarebbe toccato di passare due o tre giorni in carcere, cosa assai incomoda, e poi di essere gentilmente accompagnato alla frontiera, cosa mortificante. Le autorità non ignoravano che il loro paese era teatro di intrighi di ogni sorta: agenti dei vari servizi segreti, spie, rivoluzionari e agitatori infestavano gli alberghi delle città principali, e gli svizzeri, gelosi della propria neutralità, erano risoluti a impedire comportamenti che li mettessero in urto con le potenze belligeranti. Sulla banchina c’erano come al solito, a sorvegliare lo sbarco dei passeggeri, due

agenti di polizia; Ashenden passò loro davanti con l’aria più indifferente possibile, e superatili felicemente tirò un sospiro di sollievo. L’oscurità lo inghiottì ed egli si avviò svelto all’albergo. Il tempaccio aveva spazzato via d’un gesto sprezzante la linda leggiadria del lungolago. I negozi erano chiusi e Ashenden incontrò solo qualche solitario passante che camminava tutto ingobbito, come fuggendo dall’ira cieca dell’ignoto. Pareva che in quella notte ostile e nera la civiltà, vergognosa dei suoi artifici, si umiliasse davanti alla furia delle cose elementari.


Era grandine, adesso, quella che batteva sul viso di Ashenden; il marciapiede era bagnato e scivoloso, ed egli doveva camminare con cautela. L’albergo si affacciava sul lago. Quando lo raggiunse e un garzone gli aprì la porta, il suo ingresso nella hall fu accompagnato da una ventata che fece svolazzare le carte sul banco del portiere. La luce l’abbagliò”. (brano tratto da Ashenden o l’agente inglese di W. Somerset Maughan, Adelphi, 2008).

Philippe Mougin Nato a Parigi nel 1969, vive e lavora a Losanna. Fotografo professionista freelance da diversi anni, si è specializzato nella fotografia in bianco e nero che interpreta alla luce di una visione intimista e di una raffinata ricerca grafica. Nel 2006 ha inaugurato un nuovo progetto fotografico, “L’âme de fond”, utilizzando tecniche di lunga esposizione e lavorando con il formato 6x6 cm, a cui sono seguite le serie “Melody”, “Only a dream in Rio” e “Aventicum”. Molti dei suoi lavori sondano il modo in cui le esperienze che ogni essere umano sperimenta influenzano la percezione di ciò che gli sta attorno, e a sua volta stimola l’immaginazione degli spettatori. I suoi lavori sono presenti in numerose gallerie e collezioni private. philippemougin.com


Lavanderia. Pulito prelavato di Marco Jeitziner; fotografie ©Flavia Leuenberger

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Chi non ricorda la mamma fare su e giù dalle scale di casa (o con l’ascensore), a mo’ di equilibrista con la cesta dei panni sporchi tra le braccia, per una delle più inderogabili incombenze casalinghe, ovvero lavare e fare il bucato? E così, in religioso silenzio, già dalle otto del mattino, schizzava giù nel seminterrato. Ci potrebbero andare anche a occhi chiusi: centrerebbero a distanza il contatore delle monetine (se ancora esiste), la fessura per la tessera o per la chiavetta magnetica, ne sono sicuro. Per noi uomini, invece, non è sempre stato facile approcciarsi a quella “cosa”… Spazi e regole Molti di voi l’avranno già vissuto sulla propria pelle. In Svizzera, coi turni in lavanderia, non si scherza! Nel documento “Il Ticino in breve - informazioni generali”, indirizzato a chi intende stabilirsi qui, si legge che “si deve prestare particolare attenzione (…) al rispetto dei turni in lavanderia”. Che angoscia! Turni ben elencati in un foglio a griglia con nomi e orari di tutti gli inquilini. Per quei poveracci tra noi, la maggior parte, che non possiedono una lavatrice in casa, non c’è nulla da fare, i turni sono regolati come se vivessimo ancora un secolo fa, quando l’unità domestica era composta da sole coppie sposate, mogli a casa e mariti al lavoro. Voglio dire, conosco dei single di quarant’anni che, lavorando tutti i giorni, il loro giorno di bucato non sanno proprio come sfruttarlo e allora torna buona la mamma. Quindi lancio un appello a proprietari e amministratori: se non volete che si “schiavizzino” ancora le mamme nel 2014 e se volete degli inquilini presentabili, flessibilizzate i turni! Tanto già oggi, in barba alle regole, assistiamo al caos dell’asciugatura, all’anarchia dei panni stesi.

Eclissi di mamme Molte massaie darebbero buca per ogni altra attività se c’è di mezzo la lanolina: “oggi è il mio giorno di bucato!”. Sacrosanto. Si tornava a casa a mezzogiorno e chiedevi dove era finita la mamma. “E dove vuoi che sia?” rispondeva il papà o il fratello maggiore, “è giù a lavare!”. Ah, già, che stupido! Sembrava di avere otto fratellini che si credevano lombrichi o otto zii sbrodoloni, e invece si era in… quattro! Be’, l’assenza della mamma a volte destava anche preoccupazione, quasi da denunciarne la scomparsa: c’era sempre qualcosa da mettere a sessanta o a novanta gradi. Sempre. Anni fa, nella mia palazzina c’era una che metteva a lavare persino i tappetini di plastica e la tenda della doccia! Ma forse, per alcune massaie, il bucato non è solo un noioso dovere, ma anche un’occasione per farsi un “giretto”, staccarsi dai figli, dal marito, dal salotto o dalla cucina. L’importante poi era non incontrare altre massaie che scatenassero un dibattito sugli ammorbidenti. Quando nel condominio arrivava la nuova macchina da lavare (immaginatela giungere dal cielo con un elicottero!), c’era emozione e ansia allo stesso tempo, manco fosse il nuovo giocattolo per il figlioletto di quella del terzo piano. Ma era rigorosamente fabbricata in Svizzera, una V-Zug AluClass Longlife (nel 1915 questa ditta costruì le prime lavatrici) o una Schulthess Spirit Topline 8120 (160 anni di storia e, pare, pioniere in Europa). Figli del percloro Lavatrici o lavabiancheria che dir si voglia, traggono origine dall’idea di uno studioso tedesco nella seconda metà del settecento, ma saranno gli anglosassoni a inventare il sistema (in vigore ancora oggi) di agitare e “sbattere” i tessuti per far penetrare per bene la soluzione detergente. Allargo il discorso. Se una volta c’erano solo acqua e sapone, vien da star male per cosa è accaduto con l’arrivo delle lavanderie industriali, lavasecco o chimiche: in Ticino negli anni cinquanta ce n’erano due, negli anni ottanta settanta. Leggendo il documento “Risanamento ambientale delle lavanderie chimiche in Ticino”, c’è di che rabbrividire: il percloretilene (uno sgrassante usato per oltre venti anni e riversato allegramente nell’ambiente) inquinò le acque di falda di Bioggio, Coldrerio (vennero persino chiusi i pozzi di captazione!) e quelle del Bellinzonese. Il quadro, scrive il cantone, era “piuttosto preoccupante”. Va bene, erano gli anni settanta, però quelli della mia generazione, cresciuta dunque tra i solventi…


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Una vita migliore

Nella Svizzera italiana sono attive associazioni che accolgono gli animali in difficoltà, quelli che spesso nessuno vuole, e con generoso affetto trovano il modo di rendere la vita di queste creature la migliore possibile

Huesito

2 anni - cerca casa Huesito ha circa 2 anni. Un occhio è cieco, l’altro vede circa il 5%. Ha la corteccia renale compromessa, problema che comporta una necessità d’acqua molto elevata e una terapia. Ha bisogno di tanto movimento e di contatto umano.

Tendenze p. 44 – 45 | di Chiara Piccaluga

Nel 2012 è nata in Ticino l’associa­ zione “Angels 4 Animals” che in bre­ ve tempo ha accolto più di duecento animali tra cani, gatti, roditori, volatili e rettili. “L’associazione si è sviluppata grazie alla voglia di fare qualcosa di concreto per gli animali, con l’intento di aiutare nel recupero fisico e/o comportamentale specialmente quelli in condizioni più gravi” spiega Raphaela Vassalli, membro fondato­ re dell’associazione. “È stata creata da un gruppo di cinque persone ed è composta da volontari che ci aiutano quando abbiamo bisogno di ospitare gli animali temporaneamente durante il periodo necessario al recupero prima dell’adozione. Il nostro sogno è una struttura vera e propria dove poter accogliere nel migliore dei modi gli animali in difficoltà per poi trovare loro una nuova sistemazione”. Molte le emozioni che emergono dai racconti di Raphaela, che con il marito e i figli accolgono nella loro casa attualmente sette cani, sei uccellini, una trentina di porcellini d’India e diversi rettili. “Facciamo tutto questo con il cuore e con tanto impegno e devozione. I nostri valori sono l’amore per gli animali e la voglia di aiutare per offrire ai più sfortunati una seconda possibilità. Stiamo in piedi grazie alle donazioni che ci servono

per pagare i veterinari ed eventuali bisogni degli animali, e soprattutto grazie a qualsiasi aiuto dei volontari; ci sono un’infinità di possibilità di darci una mano”.

Storie difficili

Di storie da raccontarci ce ne sono molte. Tra queste, per esempio, quel­ la di Nikita, una cagnolina di poco più di un anno che ha un passato in­ credibile. “Nikita nasce in Spagna nel settembre del 2012”, racconta Raphae­ la Vassalli “e tramite un’associazione italiana viene portata in Svizzera, dove trova casa da una persona che dopo tre settimane la mette in una pensione, chiedendo un rimborso all’associazione motivato dal fatto che il cane era pieno di tumori e per questo sarebbe stato necessario sopprimerlo. Dopo più di un mese in pensione Nikita viene spostata in canile, poi trova una famiglia che decide di adottarla, ma il giorno stesso scappa e per più di cinque mesi vaga nei boschi del Sopraceneri. In quel periodo si è nutrita di carcasse e alcune persone vedendola le lasciavano un po’ di cibo. Finalmente e con fatica si è riusciti a catturarla e ci hanno chiamato per accoglierla. La prima volta che l’ho vista era terrorizzata, non camminava nemmeno ma strisciava a terra, non mangiava non si sapeva come rassi-

Aisha

11 anni - adozione a distanza Aisha è una randagia arrivata al rifugio terrorizzata e incinta. Purtroppo i piccolini che aveva in grembo erano morti. Dopo averla sterilizzata e tenuta per un paio di mesi in quarantena, l’abbiamo liberata. È “il capo” dei nostri mici selvatici ed è sempre pronta a ricevere qualche carezza.

Nikita

1 anno È stata trovata molto spaventata e ci abbiamo messo molto tempo per conquistare la sua fiducia. Ora è nettamente migliorata, ma chi vorrà darle una casa dovrà venire diverse volte prima a conoscerla per conquistare la sua fiducia.


curarla, ma non era aggressiva, anzi si lasciava andare spaventatissima e in panico. Cercando soluzioni dolci per aiutare questa creatura abbiamo cominciato con la cromoterapia con risultati ottimi. Dopo la prima seduta si notavano già dei miglioramenti netti e così giorno dopo giorno è uscita dal suo guscio. In tre settimane siamo riusciti a portarla fuori, gioca con i cani, ha ritrovato la gioia di vivere e lo si vede nella quotidianità. Passi davvero grandi per un cane con un passato così difficile. L’obiettivo principale adesso è riuscire a ristabilirla completamente e trovarle una casa”. Anche Asia ha una storia pazzesca, ma lei ha avuto la sua occasione grazie a Casa Orizzonti di Prosito, un piccolo rifugio che ospita da anni creature di specie diverse che in comune hanno un triste passato di maltrattamenti e abbandoni. Sono animali che difficilmente trovano ospitalità perché anziani, malati o psicologicamente turbati da esperienze negative. A Casa Orizzonti possono trascorrere mesi o anni sereni. “Il nostro obiettivo è di far vivere questi animali il più dignitosamente possibile garantendo loro le cure necessarie e l’affetto che non hanno mai ricevuto”, spiega Tanya Tralamazza, responsabile di Casa Orizzonti: “Asia, per esempio, era un cane che aveva subito gravi maltrattamenti, veniva tenuta solo per partorire e venderne i cuccioli; era costretta a vivere in un luogo buio e umido, in pochissimo spazio e veniva picchiata, così quando è arrivata da noi voleva nascondersi nei cassetti del comodino (era un cane grande!) e se la guardavamo si faceva la pipì addosso dalla paura. Ci sono voluti mesi per recuperare la sua fiducia e n’è valsa la pena, poiché Asia ha potuto vivere cinque anni con noi, anni che le hanno regalato serenità e felicità”.

Una via di salvezza

A Casa Orizzonti collaborano una trentina di volontari: chi si occupa dell’amministrazione, chi delle adozioni a distanza, del sito web, dei rifornimenti, della salute degli animali o del lavoro al rifugio. “Siamo tutte persone che hanno un lavoro e che svolgono l’attività per il rifugio a titolo di volontariato”, continua Tralamazza “inoltre collaboriamo con

altre strutture svizzere per garantire a tutti gli animali una vita dignitosa. Per esempio, abbiamo già portato un cane della prateria allo zoo di Basilea, dove esiste un grande recinto per questi animali abituati alla vita di gruppo. Abbiamo trovato casa al Tropacquarium di Servion a due iguane, poiché li esiste una struttura adeguata per i rettili. Due piccoli cerbiatti hanno trovato accoglienza al Tierpark di Goldau l’anno scorso. Ci sono animali a Casa Orizzonti che sono stati sequestrati dalle autorità cantonali ma anche federali, animali che provengono da gravi maltrattamenti: una capra con una zampa finita in una tagliola, un cavallo che ha rotto l’osso del collo, un cane legato per dodici anni a una catena di un metro, uccelli che non sanno volare poiché costretti per una vita a gabbie troppo piccole, roditori con il pelo marcio per le condizioni in cui venivano costretti, furetti mordaci e così via”. Sono molte le storie che Tanya Tralamazza vorrebbe raccontare: “Ognuna di queste mi rende estremamente triste pensando a quanta sofferenza tante povere creature sono costrette a subire, ma se ripenso a ogni singola storia mi si riempie il cuore. Come i cani che hanno ricevuto solo pedate e cattiverie e dopo poco tempo al rifugio scodinzolano e riacquistano fiducia negli esseri umani... beh, questa è la felicità! Vedere un canarino anziano zampettare per la voliera perché non ha mai imparato a volare fa tristezza: ma vederlo volteggiare dopo settimane al rifugio è bellissimo. Capre, cavalli, gatti, cani, roditori… pronti per l’eutanasia per svariati motivi che, arrivati nel rifugio «dell’ultima spiaggia» possono godere ancora di anni di amore e cure di persone volonterose… beh, non ha prezzo”. La bontà umana, in tutta la sua purezza e libertà, può venir fuori solo quando è rivolta verso chi non ha nessun potere. La vera prova morale dell’umanità, quella fondamentale, è rappresentata dall’atteggiamento verso chi è sottoposto al suo dominio: gli animali. Così scriveva Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere; una verità condivisa da chi vive giornalmente l’esperienza di scambiare il proprio affetto con quello degli animali.

Giove

10 anni - adozione a distanza Giove era stato portato dal veterinario per la soppressione. Questo perché la sua cistite cronica creava disturbo al padrone. Oggi è guarito completamente e va d’accordo con tutti.

Nando

CerCa una Casa speCiale Jack Russel non più voluto dalla propria famiglia. Nando ha bisogno di una terza possibilità. Nonostante i progressi fatti purtroppo la famiglia che lo ha adottato parte per l’estero e non può portarlo con sé. Ha bisogno di stabilità e pazienza.

Pinka

Pinka è un Cacatua Alba vissuto per tanti anni in gabbia in un appartamento. A causa dei suoi versi sostenuti, la ex padrona aveva avuto problemi con i vicini di casa. Perciò dall’agosto 2006 vive a Casa Orizzonti. Si è affezionata a un coniglio bianco e sta sempre vicino a lui.


La domanda della settimana

Sentite il bisogno o la necessità di avere negozi e supermercati aperti, in tutto il cantone, sino alle ore 20?

Inviate un SMS con scritto T7 SI oppure T7 NO al numero 4636 (CHF 0.40/SMS), e inoltrate la vostra risposta entro giovedì 6 marzo. I risultati appariranno sul numero 11 di Ticinosette.

Al quesito “Avete già avuto o sperimentato delle premonizioni rispetto a fatti/ eventi che sono in seguito accaduti?” avete risposto:

SI NO

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Svaghi 46

Astri ariete Tempeste amorose all’orizzonte. Date più spazio alla passione. Fuori controllo tra il 3 e il 4. Cambiamenti per i più creativi della prima decade.

toro Nuova porta verso le strade dell’amore. Fidatevi delle emozioni. Tagliate con tutto quello che non vi appartiene. Seguite il vostro benessere.

gemelli Marte vi appoggia. Volete essere voi stessi e non esitate a mostrarlo agli altri. A partire dal 6 marzo possibili incontri con persone originali.

cancro Periodo frenetico. Numerosi gli sbalzi umorali per la continua tensione tra la coscienza dell’essere e l’incoscienza dell’avere. Bene tra il 5 e il 6.

leone Fate una cosa alla volta senza farvi prendere dall’ansia. Evitate di adottare atteggiamenti troppo duri, influenzati dal vostro orgoglio.

vergine Particolarmente fortunate le collaborazioni professionali. Bene con Capricorno e Scorpione. Date spazio alle vostre capacità creative.

bilancia Svolte inaspettate e improvvise. Favorite il vostro potere creativo… se ci credete. Infatuazioni sentimentali. Attrazione per gli spiriti liberi.

scorpione Le capacità seduttive sono favorite dal transito di Venere. Intuito negli affari. Emozioni per i nati nella terza decade. Nostalgie tra il 5 e il 6.

sagittario Grazie a Marte si apre un periodo attivo per portare avanti progetti e grandi idee. Sviluppo di una importante opportunità professionale.

capricorno Cambiamenti nell’ambito della gestione dei rapporti familiari. Possibili vertenze legali. Cercate di mantenere la calma. Difficoltà tra il 3 e il 4.

acquario A partire dal 6 marzo occasioni mondane in crescita. Favorito il lavoro degli architetti e degli artisti. Energici i nati nella terza decade.

pesci Date retta al vostro intuito: farete “strike”. Tra il 5 e il 6 Luna nell’amico segno del Toro. Incontri inaspettati durante un’occasione mondana.


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Soluzioni n. 7 La soluzione del Concorso apparso il 14 febbraio è: RUSCELLO

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Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta sono state sorteggiate: Anita Varalli, 6600 Muralto Adriana Traversi, 6854 San Pietro Rosalia Mettler, 6900 Lugano Alle vincitrici facciamo i nostri complimenti!

Orizzontali 1. Sforacchiare • 10. È ai piedi del Gottardo • 11. Fra due addendi • 12. I confini di Melano • 13. Si empie di ombrelloni • 15. Consonanti in siero • 16. Camera d’aria, copertone •17. Assicurazione Invalidità • 18. Ambizioni, traguardi • 19. Ungheria e Portogallo • 20. Collaborazione, azione simultanea • 22. Estate a Losanna • 24. Adesso • 25. Primo fare del giorno • 27. Rabbia • 29. Un pianeta • 30. Chiude la preghiera • 31. Superficie • 32. Arto pennuto • 33. Un pezzo degli scacchi • 34. Antagonista, avversario • 37. La sigla del telegiornale • 38. Trappole, ostacoli • 40. Si detto a Londra (Y=I) • 41. Nord-Est • 42. Il noto Marvin • 44. Preposizione semplice • 46. Colonna centrale • 48. È vicino a Paradiso • 50. In coppia con lei • 51. Il trattato stipulato fra Italia e Iugoslavia • 52. Uggia, tedio. Verticali 1. Annunciavano un pericolo • 2. Quartieri cittadini • 3. Tiro centrale • 4. Grossi tomi, libroni • 5. Cancellare, togliere • 6. Elogiare • 7. Le iniziali di Pappalardo • 8. Piace al giocatore • 9. Il vecchio continente • 14. La Bella danzatrice • 20. Giardini d’inverno • 21. Piede di porco • 23. Il popolo nomade del Sahara • 26. Simili alle foche • 28. Cuor di panna • 30. Il bel Delon • 32. La percepisce il pensionato • 35. Innato, congenito • 36. Dittongo in reità • 39. Si contiene con un cinto • 40. Il giorno trascorso • 43. La dea greca dell’aurora • 45. Negazione • 47. Il si del ginevrino • 49. Le iniziali di Morricone.

Questa settimana ci sono in palio 100.– franchi in contanti!

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 11

Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro giovedì 6 marzo e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 4 marzo a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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Giacca di pelle

249.– S4-77817001

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