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№ 46 del 15 novembre 2013 · con teleradio dal 17 al 23 nov.

Appunti d’oriente L’Asia vista attraverso la matita di Adriano Crivelli


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Ticinosette n. 46 del 15 novembre 2013

4 Arti Álvaro Mutis. Una desolazione felice di M. alloni ............ 8 Ascolti Black Joe Lewis di G. Scanziani .................................... 9 Media Social. Eretici in rete di M. JeitzineR............................. 10 Eroi Danilo Dolci di F. RiGotti ................................................ 12 Vitae Brian Lavio di G. GRiMani ............................................. 14 Reportage Croquis di viaggio illuStRazioni di a. cRivelli ....... 39 Società Rwanda. Due matrimoni di G. caldelaRi e n. tanzi ... 44 Graphic Novel Alfred Escher di o. ceRRi e M. dalcol ........... 46 Tendenze Mostre. Miniartextil di S. BRiccola ....................... 48 Svaghi ................................................................................... 50

Agorà Landgrabbing. Assalto all’Europa

di

R. Roveda .............

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Oltre l’immagine Pubblichiamo con piacere alcune considerazioni giunte a commento della copertina dedicata allo scambismo (Ticinosette n. 42/2013). Egregi giornalisti, complimenti per l’illustrazione sullo scambio di coppia! Mi è parso chiaro che il disegnatore ha voluto mettere in ridicolo questa categoria di persone le cui scelte io non voglio discutere, anche perché ognuno è libero di fare quello che gli pare sotto le lenzuola, anche se non condivido questo modo di vivere la sessualità. Nel disegno la presenza “del morto” sotto il letto (come a dire che in questa pratica qualcuno ci rimette sempre, forse perché costretto, o costretta, suo malgrado ad accettarla) e dell’orsacchiotto sul comodino (comportamenti un po’ infantili?) sono elementi veramente paradossali che risaltano e mi pare aiutino a entrare nell’argomento in modo ironico e non bigotto. (...) Se davvero si tratta di un fenomeno diffuso (certamente chi segue queste pratiche non la va a dire in giro), mi chiedo d’altra parte che tipo di conseguenze possa avere a lungo termine sulla relazione affettiva fra due persone. Che la sessualità nella coppia, col passare del tempo, l’arrivo dei figli, il lavoro e gli impegni, rallenti è un fatto normale che riguarda la maggior parte delle persone. Mi pare che gli “scambisti” appartengano un po’ alla categoria di quelli che proprio non vogliono rinunciare ai cambiamenti che la vita impone, un po’ in linea con quei milioni di persone che, incapaci di accettare il cambiamento del proprio aspetto (invecchiamento), vanno dal chirurgo plastico: spesso con risultati appunto paradossali. Un saluto, W. S. (Ascona) Impressum Chiusura redazionale Venerdì 8 novembre Editore Teleradio 7 SA 6933 Muzzano Redattore responsabile Fabio Martini Coredattore Giancarlo Fornasier Photo editor Reza Khatir Tiratura controllata 68’049 copie Amministrazione via Industria

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Assalto all’Europa Landgrabbing. Il fenomeno dell’accaparramento delle terre coltivabili non riguarda più solo i paesi poveri del mondo. Anche in Europa si assiste sempre di più alla concentrazione di aree fertili nelle mani di pochi. Al contempo, diverse banche internazionali di sviluppo, sovvenzionate da denaro pubblico anche svizzero, finanziano giganteschi progetti agrari per lo sfruttamento di grossi appezzamenti di terra in Africa e Asia con vantaggi dubbi per le popolazioni locali. Ne abbiamo discusso con François Mercier, esperto di politica dello sviluppo presso Sacrificio Quaresimale

di Roberto Roveda

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egli ultimi tempi i media, l’opinione pubblica e anche le istituzioni nazionali e internazionali hanno cominciato a interessarsi sempre di più al fenomeno del landgrabbing, cioè dell’accaparramento di terre fertili nei paesi più poveri da parte di governi stranieri, fondi di investimento e multinazionali a tutto svantaggio delle popolazioni locali. Queste ultime, infatti, a fronte del pagamento di canoni di affitto irrisori, perdono la possibilità di sfruttare la loro unica risorsa economica: le terre su cui vivono e lavorano. Per avere un’idea di quante persone siano coinvolte in questo fenomeno basti pensare che, secondo le Nazioni Unite, nei paesi più poveri del mondo 450 milioni di agricoltori sfamano 2 miliardi di persone. Per questa immensa moltitudine la mancanza di terre fertili da coltivare significa semplicemente la fame oppure la vita come mendicanti nelle periferie delle metropoli del Terzo mondo. Un vero e proprio dramma di cui abbiamo scritto circa un anno fa (vedi Ticinosette n. 41/2012) e che sta attirando sempre di più l’attenzione dei media in Occidente. Oggi risulta sempre più evidente che il landgrabbing non riguarda solo gli stati poveri dell’Africa e dell’Asia, ma coinvolge anche l’Europa, Svizzera compresa. Le mani sulle terre fertili d’Europa Prima di tutto, i grandi “accaparratori di terre” stanno mettendo le mani sui suoli più fertili della nostra Europa. È quanto mette in evidenza “Land Concentration, Land Grabbing and People’s Struggle in Europe”1, lo studio realizzato dal Coordinamento Europeo Via Campesina2 e da Hands Off the Land3 che evidenzia il pericoloso innalzamento del livello di concentrazione della proprietà delle terre europee. In particolare, dal rapporto emerge un dato

insospettabile: in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli detiene il 50% di tutte le superfici agrarie presenti; una situazione paragonabile a quanto avviene attualmente in paesi come il Brasile, la Colombia e le Filippine. Dopo Ungheria, Romania, Serbia e Ucraina, multinazionali e fondi sovrani stranieri hanno infatti spostato il mirino verso l’Europa occidentale: dapprima verso i cosiddetti PIGS 4, con in testa regioni come l’Andalusia e la Catalogna, per poi estendere il fenomeno a Germania, Francia e Austria, che sono diventate oggetto di speculazione economico-finanziaria da parte dei colossi attivi nell’agro-business, hedge fund, aziende cinesi in espansione e oligarchi russi. Gli errori dell’Unione Europea E l’Unione Europea? Di certo, in questi ultimi anni, con la Politica Agraria Comune, non ha frenato il diffondersi del fenomeno, ma anzi lo ha favorito tramite l’elargizione di sussidi destinati quasi esclusivamente alle grandi aziende agricole. Una politica poco lungimirante che da un lato ha di fatto impedito l’ingresso nel mercato agricolo di nuovi soggetti (piccoli proprietari in grado di contrastare lo strapotere dei big), dall’altro ha confermato una volta di più quanto il Vecchio continente sottostimi il problema della terra, che non viene considerata alla stregua di un bene comune. Ovviamente il fenomeno ha già avuto ripercussioni considerevoli sulle popolazioni delle zone interessate al fenomeno, con alcune derive violente. A opporsi nel modo più forte sono state soprattutto le popolazioni locali che, nei casi più estremi, sono state protagoniste di episodi di occupazione delle terre. È il caso della comunità contadina di Narbolia, in provincia di Oristano, che si è unita per


Impianto fotovoltaico di Narbolia, Oristano (forumcivico.blog.tiscali.it)

opporsi con tutte le forze a un piano che prevede l’utilizzo di centinaia di ettari di terra coltivabile per la costruzione dell’impianto di serre fotovoltaiche più grande d’Europa. Episodi di protesta che ricordano le sollevazioni popolari esplose recentemente in Africa o nel Sud-Est asiatico, dove il fenomeno del landgrabbing ha avuto inizio nei primissimi anni duemila. Landgrabbing e finanziamento pubblico Quello che però sta emergendo in modo rilevante è che un fenomeno come quello dell’accaparramento delle terre è una questione assai sfaccettata, che non è possibile ridurre al mero sfruttamento di chi sta messo peggio da parte di stati ricchi e multinazionali. Si può, per esempio, essere coinvolti in questo meccanismo perverso di sfruttamento anche attraverso operazioni pensate per portare aiuto alle popolazioni più povere del mondo. A dimostrarlo è un recente allarme legato al nostro paese lanciato alcuni mesi fa da Sacrificio Quaresimale (fastenopfer.ch), l’Organizzazione di cooperazione internazionale dei cattolici della Svizzera. Per capire meglio di cosa parliamo è necessaria una piccola premessa: un gran numero di progetti nei paesi più poveri è sostenuto da banche internazionali di sviluppo, in particolare dalla Banca mondiale e dal suo settore d’investimento, la Società finanziaria internazionale (SFI)5, o dalle banche regionali di sviluppo (Banca africana di sviluppo ecc.)6. La Svizzera non solo finanzia queste banche internazionali, ma dispone anche di suoi rappresentanti che siedono ai loro vertici. Il nostro paese ha quindi la possibilità di influenzare la politica di queste istituzioni e di evitare che fondi pubblici siano usati per accaparrarsi terre fertili a scapito dei più

poveri, come denunciato proprio da Sacrificio Quaresimale a fine 2012 in un suo studio dedicato al ruolo delle banche di sviluppo nell’incremento del fenomeno del landgrabbing7. Abbiamo chiesto come questa “stortura” sia possibile a François Mercier, esperto di politica di sviluppo presso Sacrificio Quaresimale. “Le banche internazionali di sviluppo talvolta sono associate ad alcuni progetti controversi che non rispettano il diritto al cibo delle popolazioni locali e che quindi possono avere conseguenze negative su di esse. Nonostante l’obiettivo di queste banche sia quello di ridurre la povertà, capita che questi progetti provochino esattamente il contrario per le popolazioni interessate. Per esempio, «Pane per tutti»8 ha seguito fin dagli inizi il progetto della società ginevrina Addax Bioenergy9 in Sierra Leone. Due anni fa Addax Bioenergy ha iniziato a coltivare canna da zucchero per la produzione di agrocarburanti. Nella regione di Makeni sono stati affittati 30mila ettari di terra: si tratta di una superficie grande il doppio del canton Sciaffusa e con una popolazione di circa 13mila persone. L’organizzazione locale SiLNoRF (Sierra Leone Network on the Right to Food)10 ha osservato che molte delle promesse di sviluppo che hanno animato il progetto non sono state mantenute. In particolare, molti dei timori della popolazione riguardano l’approvvigionamento idrico durante il periodo di siccità. Un altro esempio è quello dell’allontanamento dalle terre ancestrali di oltre un milione e mezzo di persone in quattro regioni dell’Etiopia (Gambella, Afar, Somali e Benishangul-Gumuz), con lo scopo di aprire le porte agli investimenti stranieri nel settore agricolo. Nel 2012 lo Human Rights Watch Report11 ha esaminato il primo anno del programma a Gambella, che riguardava 70mila persone, segnalando i trasferimenti forzati (resi ancor più facili dalla mancanza di titoli di proprietà della terra da parte degli abitanti), la perdita delle fonti di sussistenza e il deteriorarsi della situazione alimentare delle famiglie, come pure le costanti minacce e violenze da parte dell’esercito. Ufficialmente il programma governativo, sostenuto dal 2006 dalla Banca Mondiale con oltre 1,4 miliardi di dollari, aveva invece l’obiettivo di migliorare l’accesso ai servizi di base, di aumentare la sicurezza alimentare e di apportare una trasformazione a livello socioeconomico e culturale della popolazione. Alcune ONG locali e internazionali hanno invece segnalato che le persone allontanate dai loro villaggi d’origine ora vivono in campi profughi in Kenya e nel Sudan del Sud”.

L’accaparramento del futuro Come si può contrastare questo fenomeno deleterio? Secondo lei, le banche di sviluppo dovrebbero interrompere i finanziamenti ai progetti nei paesi in via di sviluppo oppure sarebbe sufficiente monitorarli in modo più approfondito? “Ovviamente non chiediamo che le banche di sviluppo non sostengano più progetti industriali, bensì che adottino direttive chiare e vincolanti così da non incoraggiare il fenomeno dell’accaparramento delle terre. Per richiamare gli stati al loro dovere la FAO ha emanato delle direttive del 2012 sull’uso della terra, delle zone costiere e di pesca, e delle foreste, alla cui elaborazione vi è stato un ampio coinvolgimento da parte di organizzazioni della società civile (e anche della DSC12, al cui workshop (...)

Agorà 5


“Secondo le notizie più recenti, il fenomeno del landgrabbing continua a diffondersi indisturbato: basti pensare che nel solo continente africano più di 56 milioni di ettari di terreno sono stati venduti o affittati a investitori stranieri in modo più o meno trasparente”

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di giugno 2012 ha partecipato anche Sacrificio Quaresimale). Oltre a queste iniziative istituzionali, è poi necessario un lavoro di advocacy e di lobbying sulla responsabilità delle imprese private. Come organizzazione di cooperazione internazionale ci impegniamo a favore del diritto al cibo e di un equo accesso alle risorse naturali (terra, acqua e sementi), in particolare per le popolazioni più povere (senza terra, famiglie contadine ecc.) nei paesi in cui è presente il fenomeno del landgrabbing. A tal proposito stiamo constatando come l’enorme crescita della produzione agricola su scala industriale (agrobusiness) per la produzione di agrocarburanti e di foraggio per animali vada a braccetto con l’accaparramento delle terre, mettendosi in concorrenza con la produzione di alimenti per la popolazione, destinata al consumo locale. Per questo siamo membri della piattaforma sugli agrocarburanti, che attualmente è impegnata con un’iniziativa parlamentare sul tema. Riteniamo inoltre particolarmente importante avviare una vasta riflessione sul nostro modello di consumo in Svizzera e negli altri paesi europei, tema che abbiamo affrontato nelle nostre ultime campagne d’informazione e di sensibilizzazione. Infine, è fondamentale il sostegno del buon governo: gli studi hanno dimostrato che si giunge a un vasto accaparramento delle terre soprattutto nei paesi che hanno una democrazia debole”. Come hanno risposto le autorità al vostro appello? “La Direzione per lo sviluppo e la cooperazione e la Segreteria di stato per l’economia hanno fatto sapere che avevano preso parte all’elaborazione delle direttive della FAO e che sostenevano la loro applicazione da parte della Banca mondiale. Ritengono però che si debbano sostenere differenti modelli di sviluppo agroalimentare e che gli investimenti non siano riferibili al fenomeno dell’accaparramento delle terre”. Ci sarà ancora landgrabbing nel futuro? Sta nascendo una nuova consapevolezza da parte degli abitanti dei paesi poveri, così come nelle istituzioni nazionali e internazionali? Secondo le notizie più recenti, il fenomeno del landgrabbing continua a diffondersi indisturbato: basti pensare che nel solo continente africano più di 56 milioni di ettari di terreno sono stati venduti o affittati a investitori stranieri in modo più o meno trasparente. Alcuni stati stanno tentando di limitare legalmente la vendita di terre coltivabili a imprese straniere. È il caso della Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove nel mese di giugno è stata emessa una legge che sancisce che almeno il 51% delle terre debba essere usato dalle contadine e dai contadini della RDC e da ditte nazionali, ma c’è da chiedersi se il governo riuscirà a verificare in modo sistematico la sua

applicazione. In Sudafrica invece si è creata una vasta alleanza di movimenti sociali, organizzazioni non governative e ambiti di ricerca contro l’AGRA (Alliance for a Green Revolution in Africa, creata nel 2006 dalle Fondazioni Gates e Rockefeller con l’obiettivo di favorire anche la diffusione delle colture OGM)13, alleanza che pone l’accento anche contro l’accaparramento delle terre. Questa alleanza si mobilita regolarmente in occasione di meeting regionali, nazionali e internazionali (inclusi i vertici del G8 e del G20). Sebbene non sia ancora chiaro tra quanto tempo e quali saranno i frutti concreti che tali iniziative potranno produrre, si tratta comunque di mobilitazioni importanti, perché coinvolgono famiglie contadine e persone provenienti dai paesi direttamente investiti dal fenomeno”.

note 1 tni.org/sites/www.tni.org/files/download/land_in_europe.pdf 2 Il Coordinamento europeo Via Campesina unisce le organizzazione dell’ex Coordinamento dei contadini europei e altre organizzazioni di Danimarca, Svizzera, Italia, Olanda, Spagna e Turchia (eurovia.org). 3 “Hands off the Land” è un progetto congiunto di TNI, FDCL, IGO Poland e FIAN International (tni.org/page/about-hands-land). 4 Acronimo che identifica Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, paesi dell’Unione Europea accomunati da una situazione finanziaria non certo virtuosa. L’ordine delle iniziali crea il poco edificante termine inglese pigs, cioè “maiali”. 5 La SFI è stata fondata nel 1956 con lo scopo di promuovere lo sviluppo dell’industria privata nei paesi in via di sviluppo attraverso l’erogazione di investimenti e la mediazione verso il mercato internazionale del credito. 6 Le banche di sviluppo sono istituti di credito intergovernativi che finanziano progetti in paesi in via di sviluppo. 7 Lo studio è disponibile in inglese e tedesco all’indirizzo fastenopfer.ch/sites/content/news.html?view=details&id=1233. 8 Pane per tutti è il servizio delle chiese protestanti svizzere delegato al sostegno allo sviluppo. L’organizzazione sostiene circa 400 progetti e programmi di sviluppo in oltre 60 paesi in Africa, in Asia e nell’America latina. Si impegna in particolare per favorire strutture socio-economiche internazionali più eque, per il rispetto dei diritti dell’uomo e per il miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi emergenti. 9 Addax Bioenergy è un’azienda specializzata nella produzione di energia rinnovabile a partire da canna da zucchero in Sierra Leone. 10 Dal 2008 SiLNoRF promuove il diritto al cibo per le popolazioni della Sierra Leone del Nord, contro il fenomeno del landgrabbing. 11 hrw.org 12 La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) è l’agenzia del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) preposta alla cooperazione internazionale. 13 AGRA opera per la crescita dell’agricoltura aficana sostenibile basata su piccoli proprietari terrieri (agra.org).


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Una desolazione felice Álvaro Mutis Jaramillo (1923–2013) è stato uno scrittore e poeta colombiano. Assai meno noto e popolare dell’amico Gabriel Garcia Márquez, la sua grandezza è ancora tutta da scoprire

di Marco Alloni

È persino stancante ripetere che dei grandi maestri della letteratura contemporanea si conosce poco. Eppure come evitare di farlo? Esimersene non è forse complicità con l’oblio? L’ho pensato ancora una volta leggendo due romanzi di Àlvaro Mutis, autore che la malasorte ha voluto conterraneo di Gabriel Garcia Márquez, la cui ombra stende coltri di anonimato sul capo dei colleghi. Ingiustamente, perché Mutis è nel novero dei grandissimi e meriterebbe almeno pari fama. Ma il punto è precisamente questo. Garcia Márquez raccoglie un consenso indifferenziato, ha un lettorato trasversale e una voce popolare. Mentre Mutis è un aristocratico e gli aristocratici piacciono solo alle élites.

Arti 8

a un tempo, ad affacciarsi alla vita dei due protagonisti: un consigliere petrolifero e un capitano di lungo corso. Quasi a ribadire una “presenza” metafisica che non può essere ignorata: quella del destino. Un destino che rimbalza da nave a uomo come nei romanzi di Conrad, e in cui la meta è sempre procrastinata, la stanchezza avanza, gli anni si accumulano e il desiderio – ecco la diade destino-desiderio – si affanna a tessere, nel presente, il suo controcanto alla fugacità. Per cui il vecchio cargo diventa metafora e presenza concreta di quell’usura che tuttavia contiene, conserva, la vitalità che rende degna la vita, nella sua desolante mortalità, di essere vissuta. Felicità e dignità, passione per l’amore, il cibo e la sensualità, si accompagnano a una Mutis & Márquez coscienza cupa dell’inanità di ogni I due romanzi a cui faccio riferisforzo. E in questo perpetuo conmento sono L’ultimo scalo del Tramp flitto, senza vinti né vincitori, in Steamer (Adelphi, 1991) e Ilona arquesta dialettica fra tempo che corre riva con la pioggia (Einaudi, 1991). e attimo che va consumato, in tutta La loro grazia e profondità si pone la sua possenza, in filigrana appare la esattamente sul versante opposto fine poetica di Mutis: l’esistenza è un della grazia e profondità di Garcia Álvaro Mutis (©Biblioteca National de Colombia) ossimoro, la vita è desolante felicità o Márquez. felice desolazione. Il realismo magico tambureggiante e barocco di quest’ultimo lascia il posto a un intimismo in cui la melodia del Cullarsi nel destino mondo sembra muoversi nella breve intercapedine, sottile Lo stesso accade con Ilona arriva con la pioggia, in cui l’ime imprevedibile, in cui il destino incontra il desiderio. provvisazione, l’ascolto delle energie del mondo, l’attesa I personaggi vivono le coincidenze di un disegno che li degli eventi, la mancanza di mete – in una parola la legaccompagna o li precede: consumano i loro amori, le loro gerezza della bohème – finisce per tramutarsi in tragedia. passioni, le loro avventure, la loro perpetua fuga verso un Il tempo inghiotte il tempo, e dagli spettri del passato altrove incerto, come se un nume imprecisato ne seguisse riemergono in forma di veri e propri fantasmi – di epoche le vicissitudini. Sono individui che si abbandonano letteral- storiche misteriosamente sopravvissute – i limiti del sogno mente alla magia della vita, si lasciano naufragare in essa e e dell’illusione: la morte si riappropria delle cose e la resa non vi impongono il proprio arbitrio se non nella misura in diventa pegno all’inevitabile. cui coincide l’arbitrarietà di scelte senza precisi contorni. In questi due romanzi nulla è esplicitamente dichiarato. In questa erranza verso se stessi – verso una perseguita e Nulla risuona una volta per tutte. Nulla è regalato. Nulla vagheggiata armonia con il fato – i loro contorni cessano procede se non nella complicità fra ambiguità e intelligendi essere mera realtà per diventare in qualche modo sim- za del lettore. Per amarlo bisogna dunque abbandonarsi e bologia. flettersi alle sottili suggestioni del destino, alle revulsioni sentimentali, ai bisbigli della tragedia che incombe. Ma per Una viaggio senza meta fare questo bisogna concedersi quella venerazione della Ne è un esempio il libro L’ultimo scalo del Tramp Steamer, in grandezza che prescinde dalla sua trama e soprattutto osare cui il vecchio ed esausto cargo che porta il nome di Alciòn lo sforzo imposto dalla grande letteratura: cogliere nella torna, come uno spettro, come un riflesso fisico e simbolico metafora noi stessi.


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Ascolti di Gabriele Scanziani

Electric Slave Black Joe Lewis Vagrant Records, 2013

Molto più che rock. Molto più che blues. Siamo tutti schiavi elettrici quando ascoltiamo l’ultimo album di Black Joe Lewis, Electric Slave appunto. Uscito a fine agosto per la losangelina Vagrant, di proprietà del camaleontico Rich Egan, quest’ultima fatica di una delle voci più graffianti e calde del nostro tempo vale sia l’acquisto che il regalo. Senza troppi giri di parole, il disco è indubbiamente uno dei migliori del 2013 e in un’epoca in cui va di moda affermare che il rock sarebbe morto già nel lontano 1979, l’album di Black Joe Lewis cuce con il fil di ferro la bocca ai sostenitori di tale tesi. L’intenzione è chiara sin dalla prima traccia, “Skulldiggin”, che non lascia spazio alle ambiguità, ma colpisce come un cazzotto sui denti. Quarantadue minuti di viaggio polveroso nelle strade, tutte americane, della più bella musica dalla fine degli anni cinquanta a oggi. Il panorama è soul, funk, blues, rockabilly e chi più ne ha più ne metta. Il disco è arricchito dalla presenza di elementi squisitamente black, come i fiati in “My Blood Ain’t Running Right”, che copulano con la chitarra del nostro in un interminabile riff, culminando in uno dei migliori amplessi sonori degli ultimi anni. Proprio quando si pensa di aver già ottenuto il massimo da quest’album, Black Joe Lewis e il suo gruppo di stravaganti zingari in musica tirano fuori dal cilindro “Vampire”, senza dubbio una delle canzoni più valide del disco. Trascinante come il blues di Howlin’ Wolf, potente come il funk di Dyke and the Blazers, questa traccia non lascia via di scampo e fa esplodere il cervello a chi la ascolta. Dopo un album come Scandalous – penultima fatica discografica datata 2011 – tutto ci si aspettava tranne che il gruppo sfornasse un album dal suono così ruvido e potente. La sua discografia precedente è avvolta nell’abbraccio rotondo e caldo del soul, in Electric Slave, al contrario, l’abbraccio è divenuto una spinta ed è presente solo in piccoli elementi. Musicalmente non mi pareva un anno entusiasmante, poi è arrivato Black Joe Lewis!

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Eretici in rete

E se usassimo Facebook per dire solo quello che pensiamo veramente? Senza ipocrisie e in totale sincerità? Quanti “amici” perderemmo? di Marco Jeitziner

“Non sei mai stato felice, perché fai finta di esserlo su Facebook?”. A dirlo sarebbe stato Antoine, 26enne infermiere francese di Rennes, ormai insofferente all’ipocrisia e al politicamente corretto che dilagano, ovviamente, anche nella più famosa rete sociale del mondo. Se ciò sia avvenuto o meno, trattandosi di una notizia di un portale satirico1, poco importa, ma l’esperimento varrebbe la pena farlo. Si tratterebbe di iniziare a utilizzare Facebook per “postare” e partecipare alle varie discussioni nella più totale sincerità e onestà, dicendo veramente quello che si pensa. Quanti di noi lo fanno o lo farebbero?

Media 10

Guardarsi negli occhi Prima di trattare il caso di Antoine mi aggancio a un recente contributo2 della famosa scrittrice italiana Susanna Tamaro. Non la conosco, se non attraverso la televisione, e non ho mai letto un suo libro, e mai lo farò, essendo avvezzo ad altra letteratura. Tuttavia il suo pensiero, che rispetto ma non condivido totalmente, mi è parso esagerato, ridondante per il suo radicalismo critico, anche se i nostri punti di vista sul tema si sono incrociati. Infatti tempo fa3, rivolgendomi a un ipotetico giovane Facebook-dipendente, scrissi: “non sei stato capace di chiedere direttamente a una ragazza di uscire, perché non sai più nemmeno dire ciao a qualcuno guardandolo negli occhi”. E la Tamaro: “incontrarsi, stare vicini, guardarsi negli occhi non ha più nessuna importanza”. La somiglianza di vedute risulta evidente. La scrittrice afferma: “chiacchiero, chiacchiero, chiacchiero. E chiacchierando, mi distraggo”, cioè sono un “inconsapevole servitore”, non penso alle cose importanti, non mi pongo faticose domande sulla vita e sull’essere soli e infelici. La Tamaro ignora (o fa finta di non sapere) che le reti sociali permettono anche questo. Ritengo inutile condannare ciò che esiste e (malgrado tutto) funziona, anche se è stato creato da un gruppetto di geniali “sfigati”. Sappiamo che in un decennio Facebook ha cambiato il modo di socializzare, come lo ha fatto il computer per lavorare o l’automobile per spostarsi. Ma entrambi sono soltanto strumenti per conoscere il mondo: dipende solo da come li si utilizza. Vero Antoine?

Onestà o cattiveria? Il caso di Antoine smentirebbe ancora una volta la Tamaro, quando afferma che “non ha nessuna rilevanza che le parole che si usano abbiano una necessità e un fondamento”. Dipende da come si usa Facebook: se prevalgono sciocchezze e ipocrisia, otteniamo un risultato; un altro ancora con l’intelligenza e la sincerità, soltanto tramutando la parola in qualcosa di necessario e fondamentale, anche se virtuale (pensiamo soltanto al ruolo delle reti sociali nella “primavera araba”). Se il post di un “amico” di Antoine dicesse che sta bevendo un mojito in vacanza in Corsica, che poi andrà a pescare grossi pesci e che la vita è bella; e Antoine gli rispondesse “non sei mai stato felice, perché fai finta di esserlo su Facebook? E poi non serve la pesca grossa, hai già la tua compagna, no?”, cosa accadrebbe? Quanti “amici” perderebbe? O meglio, quale sana scrematura si opererebbe? Se un’obesa bruttina pubblicasse una foto in cui è ritratta con due sue cuginette più carine e dicesse “non trovate che sono troppo belle?”, poi delle sue “amiche” le dicessero che anche lei è bella e carina; ma Antoine scrivesse “cavolo, fermate questo delirio! Lei è brutta e le cugine sono belle, e basta!”; cosa accadrebbe? Antoine pare abbia “perso” in un sol colpo 57 “amici”. Niente a confronto di un post che ne avrebbe fatti “scomparire” ben la metà. Eccolo: una giovane madre dichiara che il suo neonato non ama le zucchine e che gli “amici” avrebbero dovuto vedere la sua faccia, quindi pubblicherà delle foto. Antoine: “non se ne può più del tuo bambino! Credi che interessi a qualcuno se gli piacciono o meno le zucchine? Francamente, non ce ne frega niente! Ancora ancora se postassi ogni tanto, ma ogni giorno! Racconteresti la tua intimità per strada con un megafono? Si sa che ti annoi nella tua coppia e nella tua vita, ma non è un sito internet che riempirà il tuo vuoto esistenziale, secondo me nemmeno tuo figlio! Allora, per favore, smettila di romperci con il tuo marmocchio. Grazie!”. note 1 lecourrierdesechos.fr 2 Corriere della Sera, 28.9.2013. 3 “Solo grasso nella rete”, Ticinosette n. 4/2012.


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Danilo Dolci

Educatore, sociologo, scrittore e poeta, uomo di pace e non-violenza, Danilo Dolci rientra a pieno titolo nella categoria degli eroi, in quanto intellettuale votato alla causa degli svantaggiati, dei perseguitati, degli oppressi, degli esclusi di Francesca Rigotti

Eroi 12

Immagine tratta da casarrubea.wordpress.com

Possiamo leggere i suoi libri, dedicati agli interessi soprannominati, e capire il suo pensiero. Ma se possiamo vederlo in volto e ascoltarlo parlare, spiegare di persona le sue idee e illustrare le sue iniziative, dobbiamo ringraziare soprattutto la Radiotelevisione svizzera. Furono infatti giornalisti della allora RTSI a intervistarlo, rispettivamente nel 1976 e nel 1977, quando Danilo Dolci era già diventato un personaggio grande (di nome e di fatto: la sua figura era imponente); un personaggio riconosciuto nel mondo tanto da aver ricevuto il Premio Lenin per la pace, conferitogli dall’Unione Sovietica nel 1957, e il Premio Sonnig (un riconoscimento danese per personaggi distintisi per i loro contributi alla cultura europea) nel 1971.

Apprezzato nel mondo sì, molto meno in Italia, dove era guardato da molti, da sinistra e da destra, con sospetto: addirittura il cardinal Ruffini dell’arcidiocesi di Palermo, impegnato in una fiera campagna anticomunista (Dolci non era politicamente un comunista), ebbe a dichiarare in una pubblica omelia del 1964 che i tre fattori più dannosi per la Sicilia erano “il gran parlar di mafia, il Gattopardo, e Danilo Dolci”. Danilo Dolci in Sicilia Già la Sicilia, anzi la Sicilia occidentale, terra di mafia e di banditi… Partinico, Trappeto, Santa Ninfa. Perché la Sicilia, quella Sicilia? Il padre di Danilo Dolci, ferroviere,


era stato mandato una volta, tra i tanti trasferimenti, proprio in Sicilia, alla stazione di Trappeto: Danilo andò a trovarlo da ragazzino e lì si fece degli amici tra i pescatori e i contadini. In seguito, dopo aver studiato architettura e dopo aver sperimentato senza rimanerne soddisfatto la comunità cattolica di Nomadelfia, tornò in quei luoghi e lì rimase, per costruire qualcosa che non fosse una comunità chiusa come quella di don Zeno Saltini ma una comunità aperta a tutti gli abitanti di quelle zone, allora poverissimi, sfruttati, denutriti. E l’inizio dell’attività sociale di Dolci ebbe luogo proprio sul letto di un bambino morto per denutrizione: sullo stesso materasso Danilo Dolci iniziò il suo primo sciopero della fame per richiamare l’attenzione delle autorità sui problemi di quelle zone. Zone di miseria e di disoccupazione, sappiamo; e allora, “se l’operaio, quando vuol far sentire le sue ragioni, sciopera, il disoccupato che cosa fa? Il disoccupato... lavora”. Fu l’occasione dello sciopero alla rovescia, tenutosi alla Trazzera Veccchia di Trappeto nel 1956, quando centinaia di disoccupati col badile in spalla partirono per riattivare una vecchia strada comunale dissestata. Prontamente intervenne la polizia a sospendere i lavori e ad arrestare Dolci e i suoi collaboratori, che vennero in seguito processati dal tribunale di Palermo. La marcia della pace e il terremoto Nel 1967 Dolci ebbe l’idea di inventare una “marcia della pace” (quando di iniziative del genere nessuno ancora par-

lava) attraverso la Valle del Belìce, preceduta da centinaia di assemblee popolari, che doveva servire a indirizzare le scelte politiche regionali e nazionali alla soddisfazione dei problemi delle persone: fame, carenza di scuole, di assistenza sanitaria, di acqua... E poi, nel 1968, lo sconquasso del terremoto e, per Danilo, l’esigenza ancora più forte di “entrare tra la gente e partecipare con loro ricominciando da capo, coi contadini, i pescatori, i banditi”. La non-violenza e la maieutica Dolci considerava infatti anche banditi e mafiosi vittime della violenza e proponeva, per contrastarla, la pratica della non violenza ispirata a Gandhi e a Aldo Capitini, benché non condivisa da alcune componenti politiche italiane che la consideravano sterile e ineffettiva. Da aggiungere che Danilo Dolci considerava violenti anche la maggior parte dei docenti della scuola dell’epoca, che accusava di “avere la pistola puntata sulla testa dei ragazzi”. La scuola ideale di Dolci – un tentativo della quale fu messo insieme al Centro Educativo Mirto di Partinico – doveva scaturire dalla naturale curiosità dei bambini, invitati a esprimere i loro desideri, che sarebbero stati coordinati poi dagli educatori. Alle culture del dominio e della violenza Dolci contrapponeva insomma una cultura della pace basata sui principi della maieutica, per far nascere idee e proposte interrogando i diretti interessati e soprattutto lavorando con loro, tutti insieme, come sottolineava lo scrittore e poeta Gianni Rodari, che fu suo amico fraterno.

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S

ono nato a Locarno, il 25 aprile 1984 e il ricordo principale della mia prima infanzia è quello di aver vissuto in due luoghi diametralmente opposti: il Ticino e la Spagna, dove andavo, seguendo gli impegni lavorativi di mio padre e di mia madre. Ogni anno venivo catapultato dal freddo, organizzato e preciso Ticino del periodo invernale, alla calda, disorganizzata e scombussolata Andalusia del periodo estivo. La fortuna maggiore è stata che, essendo entrambi i miei genitori impegnati durante il giorno, passavo il tempo accudito da una “tata” in un paesino dove nessuno parlava una sola parola di italiano. A quattro o cinque anni mi sono reso conto di parlare, sognare e pensare in spagnolo. Anche la mia formazione è avvenuta in luoghi differenti: scuole elementari a Coldrerio, medie presso i Salesiani a Maroggia, il liceo economico a Mendrisio e il conseguimento della laurea in marketing a Milano. Questa “internazionalità” ha caratterizzato da subito tutta la mia esistenza. Per tornare alla mia formazione, devo ammettere in tutta sincerità che lo studio non m’interessava, pur non considerandolo un peso: lo vivevo semplicemente come un passaggio obbligatorio. È solo con la maggiore età che ho iniziato a rendermi conto che ero più interessato ad “apprendere” di quanto non potessi immaginare allora. Amo “apprendere” e ne sono dipendente. Voglio capire come funziona qualsiasi cosa m’interessi, scoprire da dove deriva, sapere chi l’ha inventata ecc. Per questo non passa giorno in cui non impari qualcosa di nuovo. Non ho scelto la mia professione, ma, più che altro, è stata “lei” a scegliere me. Durante le lezioni di economia al liceo, mi si è insinuato nella testa il pensiero che il successo di un prodotto o di un servizio in realtà fosse garantito e determinato da cosa lo rende più o meno interessante di un altro e m’intrigava enormemente sapere che la domanda poteva essere influenzata dall’intervento e dalla capacità di qualcuno che ottenesse tale risultato agendo sulla comunicazione. Dopo la laurea ho passato due anni a gestire il trading con i paesi asiatici di alcune imprese europee e mi sono occupato dell’ideazione e produzione della linea di tute di sicurezza per le competizioni motoristiche per una

ditta italiana del settore. Nel 2009 ho fondato con un amico la FR Special, con lo scopo di gestire autovetture da competizione; la società è poi cresciuta ed evoluta in un autonoleggio a lungo termine con un parco auto di oltre trenta vetture. Nel 2010 è nata Ellegy con lo scopo di produrre e gestire la diffusione mediatica del Campionato europeo di Rally, aggiungendo poi dal 2011 la gestione commerciale del Campionato internazionale Gran Turismo (GT Open) e del Campionato europeo di F3 (European F3 Open), grazie al quale svolgo ora molti lavori di consulenza per aziende del settore. Per ottenere tutto questo alla mia giovane età ho certo fatto sacrifici che però non considero tali per il gran piacere che la mia professione mi dà. Ciò che mi soddisfa di più, credo, è non sentirmi mai completamente appagato. Questo mi permette di non fermarmi e di cercare di fare meglio ogni cosa. Attualmente gran parte della mia giornata è dedicata a lavori di consulenza per ditte automobilistiche, team o piloti, alla gestione della diffusione mediatica dei campionati GT e F3 e alla gestione commerciale per la FR Rent. Da settembre invece sono impegnato a tempo pieno per un anno intero all’Ecole supèrieure des sciences èconomiques et commerciales di Parigi per un MBA in gestione di marchi di lusso. Conosco cinque lingue e lo ritengo un aspetto essenziale per la vita, più di qualsiasi laurea. I viaggi invece permettono di capire come pensano e si comportano le persone nei diversi posti del mondo e, in particolar modo, grazie ad essi, s’impara a interagire con gli altri. Per la mia carriera, sapere le lingue e comunicare ha aperto ogni porta e consiglio ai giovani di non trascurare questo aspetto, specialmente oggi, in cui è molto difficile trovare un posto di lavoro. È inutile essere un genio, se poi non riesci a farti capire e accettare da nessuno! Per comunicare con la gente mi aiutano molto due passioni: la musica e lo sport. L’una è stimolo e colonna sonora di vita, l’altro è un fattore importante per imparare che nulla cade dal cielo e bisogna sudarsi ogni piccolo risultato.

BRIAN LAVIO

Vitae 14

Spirito intraprendente e curioso, si è creato un profilo professionale di rilievo grazie anche al suo cosmopolitismo

testimonianza raccolta da Gaia Grimani fotografia ©Flavia Leuenberger


A d r i An o c r i v e l l i

croquis di viAggio 1981â&#x20AC;&#x201D;2005 a cura della Redazione


C’è

chi viaggia in un sacco, delegando odori, sapori, immagini, emozioni, incontri, ai granuli d’argento o ai pixel di una fotocamera o di una videocamera. Adriano Crivelli, affermato disegnatore e vignettista, quando le magre finanze di lavoratore della penna e del pennello glielo permettono, viaggia con il sacco in spalla, da solo, sulle lontanissime strade dell’estremo Oriente. Otto viaggi, dal 1981 al 2005, di una durata media di tre mesi: Thailandia, Laos, Cambogia, Vietnam, Filippine, Indonesia, Singapore, Malesia, Hong Kong.

“Osservo, penso e sono muto come un pesce”, mi ha scritto in una lunga lettera durante il viaggio dello scorso anno da Kompong Thom, in Cambogia, alle 3.28 di notte, “il momento ideale per scrivere, quando la mia energia fisica

e mentale è al meglio”. Isolato dal rumore del mondo dalla sua sordità Adriano assorbe, accumula immagini e sensazioni e condensa le sue emozioni, umane ed estetiche, in centinaia di diapositive, in fittissimi diari e in straordinari, e fino a oggi segreti, “carnet d’esquisses”. Tre modi di assimilare e di far proprie le realtà che lo investono: uno immediato, reattivo, la fotografia, il secondo frutto di un’elaborazione emotiva e culturale (“che contraddizione: a casa non scrivo quasi mai…”), il terzo, lo schizzo immediato, con cui Adriano si appropria definitivamente di persone, oggetti, elementi naturali e scene di vita quotidiana che nutriranno, al ritorno, la sua vita e la sua produzione artistica. Chi conosce le elaborate vignette e le allegre e coloratissime illustrazioni di Adriano Crivelli, fitte di figure e di segni fantasiosi e


barocchi, quasi avesse orrore del vuoto, si stupirà dell’essenzialità del tratto dei suoi schizzi. Adriano è dotato di una particolare capacità di concentrazione che gli permette, da un lato, di analizzare, quasi di “scansire” la realtà visiva che lo circonda con grande apertura e disponibilità mentali, dall’altro, di sintetizzarne gli aspetti che più eccitano la sua sensibilità quasi di getto, con pochi segni essenziali, ma densi di significati.

irridono: nei confronti delle realtà esotiche che incontra nei suoi lunghi viaggi, Adriano manifesta una totale verginità culturale. Vuole capire per poter comunicare senza pregiudizi e condizionamenti le emozioni artistiche e umane che gli suscitano.

Dentro la raffinata gabbia dei tratti di penna Adriano ci svela la fatica, la gioia di vivere, la solitudine di donne e uomini lontani, e ci avvicina a loro attraverso la mediazione artistica.

“Ho sempre desiderato fare un libro con gli schizzi dei miei viaggi, ma non sono mai riuscito a concretizzarlo, perché quando torno a casa devo pensare al mio lavoro di grafico-illustratore-vignettista per guadagnarmi il pane e quindi non trovo mai il tempo di concentrarmi sul progetto”: adesso un primo, piccolo libro c’è, lo avete tra le mani, e scoprirete che Adriano non è solo il raffinato artigiano che tutti conosciamo.

I suoi schizzi non interpretano in base a schemi e forme mentali acquisite, non giudicano, non

Tiziano Gamboni, 27 dicembre 2006

(...)


nota al testo Il testo che avete appena letto è apparso origi­ nariamente nel volume Adriano Crivelli / Croquis di viaggio / 1981–2005 (La Tipografica SA, Lugano, 2007), una raccolta di disegni a tecniche miste dei quali pubblichiamo una selezione. Stampato in 600 copie, il volume è esaurito da tempo. Questi schizzi mostrano un lato creativo e stilistico certamente meno noto di Crivelli, più conosciuto per le sue vignette e suoi disegni molto curati e colorati, come ricordava l’amico Tiziano Gamboni, e che Ticinosette ospita settimanalmente dall’aprile 2008.

Tiziano Gamboni Scomparso nel 2007, viene ricordato come uno degli “autori di maggior esperienza e autorevolezza nel campo della documentaristica prodotta e diffusa dalla RSI”, come viene ricordato nella pagina internet degli archivi della trasmissione “Storie” (la1.rsi.ch/ archivio_storie). Tiziano Gamboni è stato “sin dagli inizi, partecipe e fautore delle riflessioni e dei progetti più interessanti nati in questi ultimi tre decenni nell’ambito, in particolare, del Dipartimento Culturale. Grazie alla varietà e alla profondità dei suoi interessi, ha fornito un contributo sempre di primo piano all’affermazione delle principali rubriche che negli anni hanno qualificato la proposta culturale televisiva: si pensi a insegne come «Viavai», «Nautilus», «Rebus», «Millefogli», fino a «Storie», alle sue «Altre storie» e all’ultima creatura, la rubrica «Fuoricampo». Non c’e stato dibattito interno alle varie redazioni che non abbia avuto in Tiziano Gamboni un punto di riferimento imprescindibile; non vi è stata disciplina, materia strettamente o latamente culturale

che non abbia trovato in Tiziano Gamboni l’autore di un significativo prodotto giornalistico televisivo. Si pensi alle arti figurative, in particolare alla fotografia, che coltivava con passione; alla letteratura, alla storia (la storia locale, la storia dell’esperienza partigiana, ma anche l’archeologia); e poi si pensi ai temi ecologici, e a quelli di politica sociale e culturale. Così, il lavoro di autore che ha lasciato nelle teche RSI, non fa altro, nel suo complesso, che dar conto preciso di questa sua natura di grande e metodico «curioso del mondo» estremamente legato al proprio territorio. E così, attraverso la filmografia di Tiziano Gamboni, si può certamente rinvenire, in modo emblematico, quello che è stato il ruolo assunto nei decenni dal settore culturale nel contesto della produzione RSI”. Nell’anno del cinquantenario della nascita della Radiotelevisione Svizzera Italiana è stato realizzato un doppio DVD dal titolo Documenti e documentari: il lavoro di Tiziano Gamboni che raccoglie alcuni dei suoi oltre 160 lavori di vario spessore e formato. Il suo primo documento conservato negli archivi della RSI risale all’autunno del 1978: era un breve servizio dell’allora “Regionale” che illustrava il lavoro di un artista, Pierino Selmoni. Adriano Crivelli Nato nel 1949, ha frequentato il Centro scolastico per le industrie artistiche (CSIA) di Lugano. Grafico, disegnatore umorista e illustratore ha collaborato con varie testate nazionali, partecipando a numerosi concorsi e festival internazionali del disegno umoristico. Ha viaggiato a lungo nel Sud­Est asiatico zaino in spalla, documentando con fotografie, diari e disegni queste esperienze.


Due matrimoni

Vent’anni dopo il genocidio, uno spaccato di vita quotidiana in Rwanda nel diario di viaggio della presidentessa dell’associazione “Insieme per la pace”, fondata dopo la guerra civile che sconvolse il paese africano nel 1994 di Gabriella Caldelari; testimonianza rielaborata da Nico Tanzi

Atterriamo a Kigali giovedì 3 ottobre. Stavolta con me ci

Società 44

Prime lacrime. Mi regalano una bottiglia di vino di fragole, sono tre amici ticinesi: Rosie, Oriano e Waldo. La prima rigorosamente senz’alcol. giornata in città la passiamo a cambiare i nostri euro in Lo scambio di battute fra i membri più importanti delle franchi ruandesi, ad acquistare piccoli e grandi oggetti due famiglie prosegue. Si punzecchiano, si prendono in da rivendere nei mercatini di Natale, a visitare i ragazzi giro, e devono essere molto spiritosi perché tutti ridono del nostro foyer. Ma ci aspetta il primo bagno di folla: si come matti. Noi ovviamente non capiamo un accidente, sposa la figlia di Constance, presidente dell’associazione a parte quel poco che riusciamo a farci tradurre. Poi la delle vedove di Rutongo. Procerimonia entra nel vivo. “Sapgramma del sabato: al mattino piamo che state festeggiando” la dotazione, al pomeriggio il dicono i familiari dello sposo, matrimonio e all’imbrunire la “ma sappiamo anche che nella grande festa. vostra famiglia c’è tanto amore, disponibilità e spirito di accoglienClaudine e Jean-Pierre za. Così vi chiediamo di unirci a La casa di Constance, si trova a voi, anche perché sappiamo che Rutongo, località non distante tra voi c’è una ragazza bella e di da Kigali. Ci arriviamo alle nobuon cuore. Il nostro Jean Pierre, ve del mattino dopo neanche un ragazzo serio e ben educato, si un’ora di strada. La dotazione è è innamorato di lei, e vorremmo una festa importante, da queste vederlo felice! Per dimostrarvi che parti. Le famiglie degli sposi si siamo davvero interessati, abbiaincontrano per la prima volta e, mo portato le nostre mucche, che secondo tradizione, alla mamstanno risalendo la montagna. ma della sposa viene consegnaFanno un buon latte: grazie a ta una mucca. Sarà lei a offrire il loro Jean Pierre è cresciuto sano pranzo a tutti gli invitati (e agli e forte”. “imbucati”). È infatti una delle A questo punto entrano in rare occasioni in cui è possibile scena i pastori, nei loro abiti Alcuni scatti dei matrimoni di Jean-Pierre e di Vedaste mangiare carne. tradizionali: danzano, e canLa cerimonia si svolge nel giardino, dove sono stati mon- tano canzoni dedicate alle mucche. Le battute e le tati tre grandi gazebo: uno per i futuri sposi, uno per la frecciate continuano per un’oretta buona, fino a quanfamiglia della ragazza e, di fronte, il gazebo per la famiglia do i tamburi cominciano a suonare, sempre più forte. e gli amici dello sposo. Rosie e io indossiamo gli abiti tra- È un segnale per la sposa: è arrivato il momento di dizionali ruandesi: non c’è stato verso di rifiutare. Fra gli lasciare la casa. Ed eccola, Claudine, che si affaccia invitati molte ragazze, bellissime: e Oriano e Waldo non sull’uscio: bellissima, emozionatissima. E in lacrime. sono per nulla insensibili al loro fascino. È dura, per lei, abbandonare la mamma vedova, e lasciare La festa comincia in modo insolito. “Cosa siete venuti a fare il nido che l’ha protetta per tanti anni. Ma non piange solo qui a Rutongo, su questa montagna a duemila metri?”, chiede durante la dotazione: anche in chiesa, nel suo bellissimo il capo della famiglia della sposa ai familiari dello sposo. abito bianco, è in lacrime. Piange all’uscita dalla chiesa. E continua: “Noi siamo qui a festeggiare il compleanno di Piange durante le fotografie di rito. Piange al ricevimento Umukecuru” (umukecuru significa la saggia, l’anziana, che (offerto, in un luogo incantevole, dalla famiglia del marito). sarei poi io, anche se in realtà ho compiuto gli anni alla Piange anche durante i canti e le danze, e al taglio della fine d’agosto). “Siamo qui per una festa di famiglia” prosegue torta. Jean-Pierre, poverino, non sa più cosa fare per farla l’uomo “e voi venite a disturbarci? Come osate?”. A questo sorridere: gli asciuga le lacrime, cerca di abbracciarla, di punto si gira verso di me, e mi chiama: “Umukecuru!”. consolarla. Niente da fare. Giusto un accenno di sorriso E tutti prendono a cantare tanti auguri, mi festeggiano. quando incrocia il mio sguardo. Sono preoccupata. Chiedo


a Constance se la ragazza è stata costretta a sposarsi, se il matrimonio era combinato. “Ma no!”, risponde la mamma, “Si amano da anni. Jean-Pierre è innamorato di lei fin dai tempi dell’università: si incrociavano tutti i giorni, e si lanciavano occhiate di sfuggita”. Constance mi dice che sua figlia è una ragazza d’altri tempi, tutta casa, scuola e lavoro. E che sicuramente ha paura per la prima notte di nozze. Lasciamo la festa che ormai è buio, e salutiamo gli sposi: Claudine sconvolta, suo marito terribilmente impaurito. Vedaste e Colombe Pochi giorni dopo, il secondo matrimonio. È a Kigali, e c’è un sacco di gente. Noi bianchi siamo in cinque, tutti ticinesi. Si sposa Vedaste. Lo conosco dal 1994, quando era stato ferito nell’inferno di quei giorni. Eravamo riusciti a trasportarlo in Italia per farlo curare. Ci sono anche cinque ragazzi che erano con lui in quel viaggio. Alcuni erano bambini, allora. Dopo la guerra non li avevo più incontrati: li riabbraccio che sono ormai adulti. C’è chi si è già sposato. Li trovo bene, malgrado le vistose cicatrici: ricordo quei giorni, quasi vent’anni fa, in cui le loro vite vennero sconvolte, e le loro famiglie sterminate. Entrando in chiesa Vedaste mi guarda, la mano stretta a quella di Colombe, e i suoi occhi si riempiono di lacrime. Piango anch’io. Piango per quasi tutta la cerimonia, che è accompagnata da acquazzoni così rumorosi e violenti che il sacerdote è costretto più volte a interrompere la messa. Non riesco a fermare le lacrime. Le scene del genocidio mi

ritornano davanti agli occhi, e mi sconvolgono. Rivedo Vedaste, piccolo, con il suo bastone e la gamba fasciata, la sua serietà e lo sguardo perso nel vuoto. Rivedo i micidiali machete, i bambini feriti, i cadaveri sventrati. Quel paesaggio meraviglioso completamente devastato. I punti di raccolta per i bimbi, migliaia, dispersi nel fuggi fuggi generale. Gli ospedali improvvisati in chiese e scuole, i cumuli di terra delle fosse comuni dove si sotterrano alla svelta centinaia di corpi per sottrarli alle fauci degli animali selvatici. I ponti distrutti. L’odore pungente dei cadaveri. Il fiume Akagera, alle fonti del Nilo, rosso del sangue di centinaia di migliaia di persone. E la gioia di ritrovare dei bambini ancora vivi, nascosti ai margini delle strade, di poterli portare in salvo. Mi scuoto, scaccio via quelle immagini, e ritorno a oggi. Vedaste, riconoscente, al suo matrimonio mi vuole per tutta la giornata con sé. Mi riserva il posto che sarebbe spettato a sua madre. Nel profondo del suo cuore, pensa a come sarebbe bello avere con sé la sua vera mamma, la donna che lo ha partorito, e non questa bianca incontrata per caso nei misteriosi meandri della vita. Tra un matrimonio e l’altro, una settimana intensa, trascorsa su è giù per le verdi colline del Rwanda a portare aiuti, a incontrare vedove. Visitiamo i nostri progetti. Il lavoro non manca. Domani andremo nella savana, dove migliaia di rifugiati ci aspettano. (La storia di Vedaste la si può leggere nel sito insiemeperlapace.ch, sezione “racconti di vita”).

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ALFRED ESCHER

linum usitatissimum

di Olmo Cerri e Micha Dalcol

era anche appassionato di insetti, un tipo pieno di risorse. io quando penso a lui me lo immagino come orson welles. se guardi la sua statua davanti alla stazione di zurigo pare un gigante, gli assomiglia anche.

che tipo, con quella barba…

davvero pensi ad escher? io non sapevo neppure chi fosse prima di leggere la sua pagina wikipedia.

è un tipo che mi affascina, doveva avere un pessimo carattere, dicono che fosse pure arrogante. lo chiamavano “re alfredo 1” e si era costruito un impero economico e politico non da poco.

ricopriva un pacco di cariche pubbliche e disponeva di un sacco di soldi. aveva un piede nell’economia e uno nella politica.

era molto preoccupato che la svizzera non avesse una ferrovia, fece di tutto per questo suo grande progetto.

voleva però che la ferrovia fosse finanziata dai privati, non dallo stato. creò il credito svizzero anche per avere il denaro necessario per questo progetto.

poi si accorse che in svizzera non c’erano abbastanza ingegneri, e quindi fondò il politecnico federale.


mi ricordo che le avevamo studiate alle elementari. venivamo a scuola montana ad airolo…

per progettare le gallerie elicoidolali…

ho degli amici che fanno il poli… sono stata a una delle feste dei ticinesi. pizzoccheri e free alcool. una piomba!

elicoidali.

ma quando è arrivata la crisi e i finanziatori privati se ne sono andati, il progetto è stato salvato dai soldi pubblici.

c’è chi lo ha definito il “cow-boy della politica liberale in svizzera”.

ci rimase male. fu costretto a dimettersi da molte cariche. escher non partecipò neppure all’abbattimento dell’ultimo diaframma della galleria del gottardo.

oggi si direbbe burn out. morì qualche mese dopo.

poro.

ma tu alle volte ti senti svizzero?

è difficile da spiegare, mi sento come uno di quei semi che vengono da lontano, trasportati da un treno e che cascano da un vagone.

e che mettono radici nella massicciata della ferrovia, accanto ai binari. ecco, mi sento così.

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Miniartextil

TessuTi ad arTe

Il tema dell’eros nelle sue varIe accezIonI è al centro dI “mInIartextIl”, rassegna InternazIonale dI arte tessIle contemporanea, ospItata nelle sale neoclassIche dI vIlla olmo a como fIno al prossImo 1. dIcembre Tendenze p. 48 – 49 | di Stefania Briccola

La mostra visitabile a Como offre una molteplicità di interpretazioni che spaziano nelle opere dei sessantanove artisti presenti. Tra questi spicca Yinka Shonibare, artista anglo-africano che presenta il quadro-scultura The Crowning ispirato alle atmosfere del pittore Jean-Honoré Fragonard; una sorta di giardino sospeso nel tempo in cui si cala una coppia di nobili francesi con vestiti di foggia Ancien régime ma creati con i tessuti in voga nel Continente africano. La testa mancante dei manichini allude alla Rivoluzione che da lì a poco irromperà con violenza nella calma di un idillio aristocratico fatto di lusso e voluttà. L’eros, messo in scena con provocazione e ironia, riprende una situazione del passato e una del presente, tra esagerata ricchezza e disperata povertà, tra schiavi e privilegiati, invitando a riflettere sulla colonizzazione e le sue conseguenze. Una serie di altre opere in mostra sembrano più legate alla corporeità. Nel tuo dolce seno la giovanissima Livia Ugolini, classe 1989, mette in scena reti di tentazioni, dolci e irresistibili, nelle mammelle

Ha sempre qualcosa da consigliarti pur non conoscendo i tuoi gusti.


dai turgidi capezzoli rese come fossero pasticcini, con gesso, tessuto cucito e imbottito. Tutto per amore della sudafricana Fiona Kirkwood fa dei capelli, visti come strumento di seduzione, il Leitmotiv della sua ricerca che parte da una dimensione individuale per raggiungere la collettività e vede il coinvolgimento della popolazione di varie città del suo paese. Di grande raffinatezza l’opera Veil di Kumi Yamashita, sul tema vissuto in Giappone della censura del nudo, che presenta la silhouette di una figura di donna sdraiata su un fianco e resa con un’ombra dal tessuto modellato con pieghe magistrali. Il Garden sweet garden della francese Mai Tabakian è popolato da “flower powers” coloratissimi dalle forme falliche più o meno celate mentre le sagome di t-shirts, pervase da fili di cotone, di Keiichi Nagasawa in Life, Birth and Death s’interrogano sulla vita. Di grande impatto le installazioni dell’argentino Manuel Ameztoy e della statunitense Mandy Greer, entrambi classe 1973, che dialogano in modo esclusivo con gli spazi della nobile dimora. Il primo

propone Cage: un torrente di pizzo in tessuto-non tessuto che irrompe tra le scale all’ingresso in un crescendo di emozioni e sensazioni; l’altra, nel teatrino di Villa Olmo, ha realizzato uno straordinario vulcano rovesciato, tessuto all’uncinetto, che ha tutta l’aria di uno scenografico omaggio alla rinascita dalle proprie ceneri tra Eros e Thanatos. Micro e macro I minitessili o meglio le sculture di 20x20 cm rappresentano il cuore della mostra e la caratterizzano per questa specificità. Nella selezione di 54 opere, effettuata dalla giuria di esperti su 430 opere da tutto il mondo, non manca una significativa presenza svizzera con Nido d’ali della ticinese Laura Mengani Fasola e First Love di Monika Teal che vive a Soletta. I riconoscimenti della 23esima edizione della mostra vanno all’inglese Richard Sweeney per Embrace (Premio Arte&Arte), a Beatriz Carballo Skripkiunas per Ensueno erotico (Premio Antonio Ratti) e a Henryka Zaremba per Trap (Premio città di Montrouge). Le interpretazioni dell’eros nei minitessili spaziano dalla

eterea sensualità alla seduzione, dall’amore di coppia all’energia vitale e si calano nella realtà o ci trasportano in una dimensione onirica. Tra i partecipanti con opere di grandi dimensioni spiccano Giuseppe Coco, Daniele Delfino e Blaise Cayol, Candida Ferrari e Takaki Tanaka. La magia rarefatta dell’estremo Oriente ci giunge in On a line di Noriko Narahira, che racconta l’eros con fili rossi e bianchi che pendono dal soffitto, e nella coinvolgente installazione di Beili Liu che si ispira a un’antica leggenda cinese. Mentre Annalù Boeretto con Sagitta ci riconcilia con il senso dell’amore come attrazione fatale a partire dalla freccia lanciata da Cupido.

Per aPProfondire il tema c’è un fitto calendario di eventi collaterali alla mostra, organizzata dall’associazione culturale arte&arte miniartextil.it

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La domanda della settimana

Al fine di concretizzare il tanto sbandierato “multilinguismo elvetico”, rendereste obbligatorio l’insegamento dell’italiano in tutta la Svizzera?

Inviate un SMS con scritto T7 SI oppure T7 NO al numero 4636 (CHF 0.40/SMS), e inoltrate la vostra risposta entro giovedì 21 novembre. I risultati appariranno sul numero 48 di Ticinosette.

Al quesito “Ritenete che la qualità delle proposte radiofoniche in Ticino sia migliorata negli ultimi anni?” avete risposto:

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Astri ariete Tra il 21 e il 22 Luna e Giove in posizione disarmonica. Amplificazione emotiva dei conflitti familiari. Alimentazione troppo zuccherina.

toro Con l’opposizione di Saturno e la compromissione di alcuni rapporti di coppia, possibili conflitti tra ragione e sentimento. Cauti tra il 17 e il 18.

gemelli Con Marte angolare è facile farsi prendere dall’ansia. L’energia va canalizzata verso un obiettivo preciso. Irascibili tra il 19 e il 20 novembre.

cancro Recupero di vecchie opportunità. Vita affettiva disturbata dall’opposizione con Venere. Nuova fase per la prima decade grazie a Saturno.

leone Creativi i nati nella prima decade. Tra il 17 e il 18 novembre i nati nelle altre decadi dovranno stare attenti a non farsi prendere dal malumore.

vergine Le ambizioni tendono a crescere e così i vostri competitors. Cercate di mantenere la mente salda sui reali obiettivi senza perdere il controllo.

bilancia Cercate di muovervi dietro le quinte. Tra il 18 e il 20 la Luna vi sarà favorevole e così potrete affrontare ogni cosa con maggiore lucidità.

scorpione Idee geniali e notevole determinazione. Possibili rimpianti tra il 17 e il 18 provocati dal passaggio lunare in opposizione a Saturno.

sagittario Scaricate le energie attraverso l’attività sportiva. Solo così vi libererete dei disturbi del periodo. Molto produttivi i nati nella prima decade.

capricorno Tra il 17 e il 23 Venere favorirà i nati tra la seconda e la terza decade. Si riapre l’eterna lotta tra amor sacro e amor profano. Sbalzi umorali.

acquario Soluzione ad antichi problemi. Attenti a non esser troppo critici e a peccare di immobilismo. Fate spazio al nuovo. Rimpianti tra il 17 e il 18.

pesci Marte disarmonico. Mantenere la calma. Fortuna nel settore creativo. Se volete stemperare le gelosie del partner siate più collaborativi.


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Orizzontali 1. Ognuno cerca il proprio! • 10. Altari pagani • 11. Collaudare • 12. Legami a volte di sangue • 14. Ciascuno • 15. Sporchi • 18. Fu re di Itaca • 20. Il liquore della Giamaica • 21. Cuor di cane • 22. Quasi unici • 24. Consonanti in utopia • 25. Fama, notorietà • 28. Quasi spinto • 29. Inquina • 30. Possono essere mancini • 32. Palpitano • 33. Noto film di fantascienza • 35. I confini di Essen • 36. Mezza gara • 37. Cortile spagnolo • 40. Abbellire, guarnire • 42. Thailandia e Arizona • 44. Rifugiarsi, appartarsi • 46. Istituto Tecnico • 47. Eroico, rapsodico • 48. Cadere • 51. Preposizione semplice • 52. Un fedele amico dell’uomo • 53. In nessun tempo. Verticali 1. Si impara per moltiplicare • 2. Erba aromatica • 3. Trainano la slitta di Babbo Natale • 4. Gigaro • 5.Rabbia • 6. Astio • 7. Il Sodio del chimico • 8. E’ un esperto in linguistica • 9. Dittongo in poeta • 13. Malattia del fegato • 16. Le iniziali di Rascel • 17. Foliazioni • 19. Si affianca spesso al quale • 23. Ispidi • 26. Forellini cutanei • 27. Profondo, intimo • 31. Allegria, gaiezza • 34. Monte ticinese • 38. Impugnare, reggere • 39. Vasi panciuti • 41. Nessuna Notizia • 43. Un arnese del boscaiolo • 45. Produce miele • 49. Svezia e Cuba • 50. Son dispari nell’anno.

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 48

Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro giovedì 21 novembre e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 19 nov. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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La soluzione del Concorso apparso il 2 novembre è: TIMOROSO Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta sono stati sorteggiati: Roseline Campana 6900 Lugano Deborah Romerio 6745 Giornico Piera Quarantini 6962 Viganello Ai vincitori facciamo i nostri complimenti!

Premio in palio: tre Ape card Arcobaleno Ape card è lo strumento ideale per caricare e pagare i biglietti Arcobaleno risparmiando, grazie al plusvalore di ricarica. Maggiori informazioni su www.arcobaleno.ch/apecard

Arcobaleno mette in palio una Ape card da CHF 50.– a tre fortunati lettori che comunicheranno correttamente la soluzione del Concorso.

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Ticino7  

Numero 46 - Settimanale della Svizzera italiana

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