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№ 27 del 5 luglio 2013 · con Teleradio dal 7 al 13 lug.

NON TI PIACE?

Internet permette di creare dal nulla fenomeni dal successo planetario. Grazie al marketing virale

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Photo by KEYSTONE | Gallery Stock | Morgan Norman

Basta provarlo: collocate semplicemente il vostro smartphone nello spazio indicato e attivate la fotocamera frontale.

Le inserzioni creano un legame tra cliente e prodotto. E con i media. Questo annuncio fa pubblicità alla pubblicità su giornali e riviste. Ogni anno l’associazione STAMPA SVIZZERA indice un concorso per giovani creativi. Anche questo lavoro ha vinto: è opera di Julia Bochanneck e Jan Kempter, agenzia pubblicitaria Scholz & Friends Schweiz AG. www.Questo-può-farlo-solo-un-annuncio.ch


Ticinosette n. 27 del 5 luglio 2013

Mariella dal Farra e Silvia arzola ........

4

Keri Gonzato .....................................................................

7

Agorà Internet. Le forme della persuasione Visioni La sfida di Joe

di

di

Società LongLake Festival 2013. Miracolo a Lugano

Impressum

Levante Nasr Hamid Abu Zeid. Libertà di critica

Tiratura controllata

Virtù Fede

Chiusura redazionale

Letture Mea culpa

Editore

Vitae Francesca Waelti

68’049 copie

Venerdì 28 giugno Teleradio 7 SA Muzzano

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor

di

di

Keri Gonzato .......................

8

Marco alloni ............................

9

di

Gaia GriMani ..................................................................................... di

10

aleSSio lonGo ......................................................................

11

Gaia GriMani ...................................................................

12

di

Giancarlo FornaSier; Foto di reza Khatir ........

37

FranceSca ajMar ......................................

44

Svaghi ....................................................................................................................

46

Reportage Le fabbriche dell’uomo

di

Tendenze Verde. Giardini da vertigini

di

Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch www.issuu.com/infocdt/docs

Stampa

(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

I don’t like it… Elaborazione grafica ©Antonio Bertossi

“… meglio lasciar perdere” Cortese Direttore, questo settimanale si occupa spesso di cultura e di territorio. Ora che “finalmente” la tanto famosa Romantica (il noto ex edificio di Melide, ndr.) è sparita dalla geografia del Ponte Diga, mi auguro che quello che è successo negli ultimi 5 anni finisca negli archivi della storia del cantone e dei suoi beni culturali, e che anche voi parliate di altro. Mi spiego: non giustifico assolutamente la demolizione e nemmeno credo che fosse impossibile salvarla, se è vero che il suo valore da un punto di vista artistico e anche paesaggistico ne giustificava il mantenimento (con tutti i rifacimenti avvenuti nei decenni). Spero di non sentirne più parlare perché la storia recente di quella villa mi sembra purtroppo un perfetto riassunto della visione che le politiche cantonale e comunale hanno del territorio, ma anche dell’incredibile e continuo “scarica barile” a cui abbiamo assistito. Credo di non essere il solo a essersi chiesto negli ultimi mesi, non essendo né architetto, né storico dell’arte, se la Romantica fosse davvero un edificio importante o meno, e per quale ragione dunque la legge permette a un comune di decidere su un patrimonio che dovrebbe appartenere a tutti (visto che fa parte della storia e della cultura della nostra regione). Se crediamo che le leggi vadano rispettate e se le leggi permettono a un consiglio comunale di decidere di demolire un edificio storico, allora o la legge è sbagliata (e dunque è da rifare) oppure chi ha deciso che quella costruzione poteva essere distrutta ha agito non sapendo che commetteva un errore. Ma in questa storia nessuno sembra per oggi aver sbagliato, e dunque il mistero mi pare sempre più fitto e complicato. Nella stampa di oggi (il Corriere del Ticino del 27 giugno, ndr.), il vicesindaco di Melide

fa capire in fondo quali sono le motivazioni che hanno permesso alle ruspe di accendere i motori: fare un po’ di spazio per progetti di tipo turistico in una regione che vive di tedeschi, italiani, russi ecc. che spendono e vengono in Ticino per vacanza e affari. Per chi vuol capire, sa di cosa stiamo parlando: non certo dei campeggiatori con le infradito che mangiano panini in riva al Ceresio, e infatti i progetti che si stanno ultimando sempre a Melide, la ex Villa Branca, mi pare che vanno proprio in questa direzione, e nel “Corriere del Ticino” del 3 maggio lo si capiva benissimo: “Melide. Con i sogni non si costruisce”, un titolo che era abbastanza chiaro. L’articolo era (né più né meno) una presentazione di quello che gli immobiliaristi stanno costruendo a due passi dal lago, con tanto di ricostruzione al computer del progetto una volta finito (“41 appartamenti, da 3,5 a 5,5 locali. Di standing elevato, che arriva al lusso per gli attici (...) e terreno a lago”) e un impietoso parallelo tra prima e dopo. Non c’è molto da aggiungere: sarebbe stato strano se gli appartamenti in costruzione fossero stati “popolari” o a “pigione/acquisto moderati”, tanto per permettere a chi sta scappando da Lugano di trovare un po’ di conforto economico più a sud della Nuova Montecarlo! E allora, per concludere il mio pensiero iniziale, spero in futuro di non dover più leggere di case, ville, palazzi, giardini, ecc. ecc. da salvare: ma siamo proprio sicuri che la popolazione di questo cantone e gli imprenditori che fanno “business” siano interessati a vecchi edifici poco sfruttabili? Un bel referendum popolare aiuterebbe a trovare una risposta. Secondo il sottoscritto, e per evitare brutte sorprese, credo però sia meglio lasciar perdere. Distinti saluti, M. M. (Viganello)


Le forme della persuasione Internet. La pubblicità si è sempre avvalsa di mezzi non perfettamente trasparenti, ma l’avvento del cosiddetto web 2.0, caratterizzato dall’imporsi dei social network, sembra avere aperto nuove strade a chi intende sfruttare la rete per promuovere un marchio, un interesse, un’idea, una persona

di Mariella Dal Farra e Silvia Arzola

U

Agorà 4

n parassita si aggira per la rete; lieve, discreto e capace di dissimularsi con grande disinvoltura. Niente a che vedere con i soliti virus che funestano la vita dei nostri computer: ci riferiamo a qualcosa di innocuo per le macchine, ma insidioso per la libertà dell’utente. Parliamo di “marketing virale”. Wikipedia descrive il fenomeno come “(…) un tipo di marketing che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati a trasmettere il messaggio a un numero elevato di utenti finali. La modalità di diffusione del messaggio segue un profilo tipico, che presenta un andamento esponenziale. È un’evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un’intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna”1. Niente di nuovo sotto il sole? Non proprio... La pubblicità si è sempre avvalsa di mezzi non perfettamente trasparenti, ma l’avvento del cosiddetto web 2.0, quello caratterizzato dall’imporsi dei social network, sembra avere aperto nuove strade a chi intende sfruttare la rete per promuovere un marchio, un interesse o un’idea. Non a caso il marketing virale è diventato sinonimo di fake persuasion, una variante della pubblicità occulta che spinge l’utente/ cliente a compiere scelte orientate anche quando crede di agire liberamente. Il balzo di visibilità Tutto ruota intorno al concetto di web reputation, cioè quel fenomeno per cui un’idea, un prodotto, un video o una canzone assurgono a popolarità grazie all’onnipresente sistema delle quotazioni, da un lato, e del numero di amici o seguaci, dall’altro. Per un individuo – politico, artista, giornalista ecc – gestire la propria web reputation è una piccola impresa quotidiana, per un brand fa parte del mestiere. Gli esperti di marketing già da diversi anni raccomandano la creazione, in ambito aziendale, di nuove posizioni, quali quella del community manager, un ruolo specificamente dedicato al presidio dei social network e all’adozione di nuovi strumenti per monitorare le conversazioni che hanno per oggetto i propri prodotti2. Capita anche che le due istanze si fondano e che un individuo, affidandosi a un team di esperti, finisca per promuove-

re la propria immagine esattamente come un brand. Ma in cosa consiste, esattamente, questa operazione? Da qualche anno, le agenzie di web marketing proliferano e promettono al cliente un balzo di visibilità e “reputazione”. Per promuovere gli interessi del cliente – brand, personaggio o lobby – alcune agenzie si avvalgono però di strumenti al limite del lecito: di robot e di influencer, per esempio, atti a simulare o manipolare il gradimento degli utenti. Andiamo a vedere da vicino… Il ricorso ai robot, oggi più noti come bot, è vecchio come la rete. Si tratta di software che mimano un intervento umano. Fino qualche tempo fa venivano impiegati soprattutto per aumentare il numero di ingressi a siti o blog. Attualmente, grazie ai bot è possibile generare in automatico profili Facebook o followers di Twitter. “Pacchetti” di amici e followers possono essere venduti a chi ritiene di dover aumentare la propria visibilità sul web. Ciliegina sulla torta sono i like fasulli – i “mi piace” – generati allo scopo di conferire in maniera surrettizia prestigio e popolarità a una pagina o a un video. Carisma e autorevolezza Se l’intervento dei bot serve a creare valori puramente quantitativi (che in rete sono essenziali e creano un effetto trascinamento), sul versante qualitativo il marketing virale fa invece ricorso a “voci” umane. Ecco allora che entrano in gioco i cosiddetti influencer: persone che intervengono nelle varie web community guidando e orientando le discussioni. Il ricorso all’influencer è sotteso da un modello teorico ben preciso, la cosiddetta “curva di adozione del prodotto”3 secondo la quale i soggetti “innovatori” – i primi a provare una novità comparsa sul mercato – determinano un effetto domino sugli altri consumatori. “Per promuovere la diffusione di un nuovo prodotto, gli operatori di marketing devono dunque identificare gli ‘innovatori’ e persuaderli a provarlo”4. Fa scuola un caso di marketing nel quale i ricercatori setacciarono sale da gioco, parchi dei divertimenti e piste per lo skate– board allo scopo di individuare i “bambini alpha” (Thierny, 2001). Gli intervistatori “sceglievano bambini di età compresa fra gli otto e i tredici anni e chiedevano loro: «Qual è il ragazzino


Agorà

Modello grafico dello schema relazionale di un social network; immagine tratta da orgnet.com

più sveglio che conosci?». Ottenuto il nome, andavano a cercare il bambino in questione e gli ponevano la stessa domanda. La cosa andava avanti fino a quando trovavano quello che rispondeva «sono io». [...] L’individuazione dei ragazzini «più svegli» consentì ai ricercatori di testare con successo i nuovi concetti di prodotto presso i trend–setter”5, e cioè coloro che avrebbero stabilito i futuri trend di consumo. Come dice la parola, l’influencer deve avere carisma e una certa autorevolezza: nell’ambito della rete, la segmentazione del target descrive i potenziali influencer come una piccola percentuale di utenti particolarmente attivi, che interagiscono giornalmente attraverso (almeno) due profili social e annoverano in media più di cinquanta

contatti. Le loro attività principali sono condividere foto, inviare messaggi e cercare informazioni su vari argomenti; occasionalmente, segnalano link a siti web considerati interessanti6. Per contro, “Più del 90% degli utenti internet afferma di avere indicato ad almeno un’altra persona un sito web, se l’indicazione originale proveniva da un amico (Jupiter Media Metric, 2004). Quando il messaggio è veicolato da una persona amica, la raccomandazione gode di un livello implicito di credibilità e fiducia”7. Coerentemente, le ricerche individuano in questa tipologia di utenti “un’interessante opportunità sia come fonte di informazioni sulle tendenze di mercato che in qualità di ambasciatori del brand o prodotto”8. Non tutti gli influencer sono al soldo (...)


delle aziende ma, vista la loro capacità di orientare gusti e discussioni, è evidente che chi desidera essere efficace nel promuovere un marchio cerchi di capitalizzarli. Così, “le aziende dovrebbero mirare a incrementare il numero degli acquirenti impegnati e renderli promotori del brand, cercando di comprendere meglio le loro motivazioni e i loro bisogni, e coinvolgendoli in un dialogo aperto”9.

Agorà 6

Oltre la legalità La linea d’ombra, tanto sottile da risultare a tratti indistinta, viene oltrepassata quando dall’influencer si passa al troll: termine che fino a qualche tempo fa rappresentava semplicemente un intruso che si insinuava tra le maglie di una discussione, e che oggi potrebbe essere qualcuno pagato per scrivere false recensioni o per orientare/disturbare discussioni. Giunti a questo punto, il marketing virale si è trasformato in astroturfing, ovvero una pratica al limite della legalità. Chiediamo ancora una volta a aiuto a Wikipedia: “L’astroturfing nasce come tecnica di alterazione della percezione sulle qualità di un prodotto commerciale. Si basa in particolare sull’idea che molti giudizi positivi o lusinghieri verso un certo prodotto influenzino le scelte dei consumatori/utenti spingendoli all’acquisto o comunque a formarsi un’opinione positiva del prodotto stesso”10. In realtà, le pratiche di astroturfing non si limitano a gonfiare un fenomeno, ma contemplano la possibilità di diffamare e screditare i concorrenti del proprio cliente. L’esempio più noto riguarda Trip Advisor, il popolare sito internazionale che recensisce strutture ricettive e alberghiere. Oltre a un aspetto per così dire naïf, che implica i giudizi partigiani di amici e nemici, la polizia postale italiana, a seguito di svariate denunce, ha scoperto l’esistenza di un livello pianificato di fake, ordito da agenzie che offrono pacchetti mirati a esaltare o, con implicito ricatto, danneggiare la web reputation di una struttura. Il sito, a lungo all’oscuro di quanto accadeva, sta cercando di correre ai ripari, ma è fuor di dubbio la perdita di credibilità subita. E questo è solo lo scandalo più recente; il più inquietante è quello riferito dal giornalista inglese George Mombiot in un articolo pubblicato sul quotidiano The Guardian nella primavera del 200211. Mombiot dà visibilità all’inchiesta dell’attivista Jonathan Matthews e del giornalista Andy Rowell, i quali dimostrano come la Bivings Group, azienda americana attiva nel settore del marketing virale, si sia avvalsa di una rete di troll collocati strategicamente sul web per screditare due ricercatori che avevano pubblicato su “Nature” una ricerca critica nei confronti dell’impiego di OGM in Messico. La campagna – che non discute il valore scientifico della ricerca ma prende direttamente di mira la credibilità dei ricercatori – è risultata molto efficace, tanto che la prestigiosissima rivista scientifica si è vista costretta a ritrattare l’articolo. Cliente della Bivings è Monsanto e, secondo Mombiot, il sospetto che dietro l’attacco ci sia lo zampino della potente multinazionale è plausibile. D’altra parte, l’operazione rispecchia perfettamente il manifesto programmatico della Bivings, secondo il quale “ci sono campagne [informative, ndr.] rispetto alle quali sarebbe inopportuno o addirittura disastroso rendere pubblico il coinvolgimento della vostra organizzazione... Semplicemente, non sarebbe una buona mossa sul piano delle relazioni pubbliche. In questi casi,

è importante in primo luogo «ascoltare» cosa viene detto in rete... Una volta connessi a questo mondo, è possibile pubblicare commenti presentando la propria posizione come una «parte terza» disinteressata ... Forse il più importante vantaggio del marketing virale è dato dal fatto che il messaggio venga posizionato in un contesto che gli conferisce credibilità”12. Attualmente le pagine web in cui Bivings group faceva sfoggio dei propri metodi aggressivi sono scomparse – di fatto anche il marchio, trasformatosi in Brick Factory – ma la vicenda è diventata l’emblema della fake persuasion in rete. Da allora, queste pratiche hanno fatto parecchia strada, contaminando il mondo della politica e della pubblica opinione. Sfortunatamente, mentre il parassita si fa sempre più forte, gli anticorpi della rete appaiono più deboli; incapaci, sembrerebbe, di organizzare una difesa capillare e consapevole. L’antivirus Queste tecniche di manipolazione giocano infatti su meccanismi di carattere generale – la tendenza a conformarsi a quella che si ritiene essere l’opinione della maggioranza; l’adesione a figure individuate come opinion leader – e circostanziale – l’oggettiva difficoltà, se sprovvisti di competenze specifiche, di controllare le fonti in internet. Tale vulnerabilità è particolarmente evidente quando l’utente “suddivide semplicisticamente il mondo in macro-categorie, grosso modo corrispondenti a «quelli che sanno» [come per esempio gli influencer, ndr.] e «quelli che non sanno ancora». Quando la conoscenza è caratterizzata in questi termini, il pensiero critico appare di scarsa utilità: i non informati dovrebbero semplicemente allinearsi a coloro che sanno, per assorbirne rispettosamente gli insegnamenti”13. Se esiste un antidoto alla persuasione occulta, esso risiede quindi nell’educazione al pensiero critico che, nel contesto della rete, significa non fermarsi ai primi dati reperiti su un determinato argomento bensì nel cercare prove a favore e contro, confrontando informazioni ricavate da diversi siti e approfondendone, per quanto è possibile, la provenienza. È un esercizio che richiede un po’ di tempo ma i risultati, in Internet e fuori, sono sicuramente commisurati allo sforzo, trattandosi a occhio e croce della nostra libertà e autonomia di pensiero… note 1 http://it.wikipedia.org/wiki/Marketing_virale 2 C. Lorenzo Romero; M. Alarcón del Amo, “Segmentation of users of social networking websites”, Social Behaviour and Personality, 2012, 40(3), pp. 401–414. 3 J.M. Thomas Jr, “Building the buzz in the hive mind”, Journal of Consumer Behaviour, vol. 4, 1, pp. 64–72. 4 Ibidem 5 Ibidem 6 C. Lorenzo Romero; M. Alarcón del Amo, art. cit. 7 J.M. Thomas Jr, art. cit. 8 C. Lorenzo Romero; M. Alarcón del Amo, art. cit. 9 Ibidem 10 http://it.wikipedia.org/wiki/Astroturfing 11 G. Monbiot, “The fake persuaders. Corporations are inventing people to rubbish their opponents on the internet”, The Guardian, 14/05/2002. 12 Ibidem 13 M.N. Browne, K.E. Freeman, C.L. Williamson, “The importance of critical thinking for student use of the internet”, College Student Journal, 2000, vol. 34, no. 3.


Visioni La sfida di Joe di Keri Gonzato

Come una matrioska che, strato dopo strato, ti conduce nelle viscere recondite dei sentimenti umani, così si svela il film Anna Karenina… L’ultimo adattamento cinematografico del romanzo di Lev Tolstoj, entra tra le aristocratiche pieghe di velluto della storia e la incarna in una pellicola del tutto particolare. Il regista Joe Wright, assieme allo sceneggiatore Tom Stoppard e ad abili complici alla scenografia e ai costumi, sono riusciti nell’impresa di trasformare un romanzo epico in una pellicola che respira attraverso tutti e cinque i sensi. Seguendo fedelmente le riflessioni originali del romanzo, Wright mette in scena il labirinto intricato in cui i sentimenti umani si scontrano con gli obblighi sociali. Attraverso un’intensa Keira Knightely, nel ruolo di Anna Karenina, si vive l’amore assoluto di una madre per il figlio, la passione travolgente di un amore proibito e il senso di impotenza di una donna, incatenata alle regole sociali ai tempi degli zar. Tra queste pieghe di velluto, sipario dopo sipario, matrioska dopo

matrioska, si incontrano le molteplici forme dell’amore… Quello dolce e romantico tra Kitty e Levin, quello fraterno di quest’ultimo per il fratello disgraziato Nikolaj, così come la noia di uno Stiva sposato che trova consolazione in scorribande infedeli. Come un musical, ma senza l’eccesso di cori e balletti, Anna Karenina è un film dalle peripezie barocche, ricco e avvolgente. Turbinando con la neve siderale della Russia e con le emozioni dei protagonisti, si passa da una scena all’altra come se si circolasse dentro e fuori dal palcoscenico. Infatti, l’ambientazione gioca attorno all’illusione di essere all’interno di un immenso teatro. Anche se, verso il finale, la carica emotiva dei dialoghi e della recitazione scema un pochino, nel complesso si tratta di un riadattamento riuscito, il che non è poco quando ci si confronta con un gigante della letteratura come Tolstoj. Regista e collaboratori, sono riusciti a infondere sangue nelle vene dell’immaginario che ogni amante di questo romanzo porta con se.

Anna Karenina di Joe Wright Regno Unito/Francia, 2012

Quaderno A5

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Miracolo a Lugano Un sorriso smagliante, un costume arancione, l’acqua del lago che luccica e invita a tuffarsi… È l’immagine accattivante scelta dagli organizzatori del LongLake Festival 2013, manifestazione che proseguirà sino al 21 luglio di Keri Gonzato

Società 8

Un’immagine fresca che parla anche del ruolo che il Dicastero Giovani ed Eventi (DGE) della Città di Lugano ha assunto negli ultimi anni. In una città talvolta arida di spunti, disseccata dalla monotonia e prosciugata dagli stimoli, il DGE ha portato una reale sorsata di energia “liquida”. Il segreto di tale arricchimento idrico è stato, semplicemente, dare spazio e risorse ai giovani. Questi ultimi sembrano aver raccolto l’appello lanciato qualche tempo fa da Daniele Finzi Pasca, a una conferenza organizzata all’USI di Lugano sul tema della cultura. Allora, con parole semplici ma fulminanti, mi colpì al cuore affermando “In Ticino dobbiamo ancora imparare a dire: We are fantastic! Siamo fantastici!”. Finzi Pasca con questo invito stava condividendo il segreto del suo successo, le radici della grandezza sono nella fiducia in se stessi. Insomma, per fare grandi cose bisogna iniziare a scavare nei propri potenziali e creare la magia, proprio qua, senza cercarla nel giardino del vicino e, soprattutto, senza piangere su se stessi.

grazie alla creatività, è stato messo in moto un fantastico marchingegno che crea e produce risorse.

Miracolo urbano Un’altro aspetto non trascurabile è che per la città investire in questo progetto, in un periodo di crisi sparata del settore turistico, è stata una trovata geniale. Tutte queste novità infatti hanno un effetto lifting sulla città: rinnovano il suo charme e il ritrovato potere seduttivo richiama visitatori. Basti pensare che Il LongLake Festival, nel giro di un mese, propone oltre 250 eventi gratuiti. 250 tuffi assolutamente rinfrescanti che vengono raggruppati in più rassegne. Rock’n’More è tutto fatto di musica live locale e internazionale: si va dai Canti delle donne sarde al disco d’oro Tonino Carotone, dai locali The Vad Vuc all’americanissimo Slim di Langhorne Slim & The Law. Gli interventi creativi di Urban Art nascono invece per mettere in relazione il cittadino con il contesto urbano, tramite l’arte Per gentile concessione Dicastero Giovani ed Eventi, Lugano sperimentale. Words, assieme Idee giovani a poeti, attori e artisti, celebra Tessa, Damiano, Nathalie, Elisa, Michela, Marco, Federica il mondo delle parole. Family è una scatola senza fondo sono solo alcuni dei giovani che lavorano dietro le quinte di offerte per i più piccoli, mentre il Buskers sparge sulle di questa rivoluzione urbana… Si tratta di grafici eccentrici, piazze e i marciapiedi le paillettes delle arti di strada. Classic storiche dell’arte esuberanti, informatici, esperti di comu- porta in scena la musica classica e le sue nuove forme più nicazione e via così. Un team da urlo che, avendo ricevuto trasgressive, esaltanti e ibride. La programmazione eclettica la licenza ufficiale di creare a “squarciagola”, si è messo e vagamente anarchica è un inno alla libertà culturale, al all’opera e sta rivoluzionando l’offerta culturale estiva, e divertimento spassionato, all’apertura trasversale verso non solo, della città. tutto ciò che è bello. Oltre al LongLake, da un paio d’anni nei mesi estivi, il Parco Insomma l’invito è quello di tirare fuori il vostro costuCiani si popola di libri a disposizione dei lettori, piccole me da bagno arancione e tuffarvi tra le onde scintillanti. sdraio retrò e tavolini: si tratta dell’angolo Park&Read, un Ma l’aspetto forse più interessante rimane il retroscena: germoglio nel verde che propone anche numerose pre- è grazie al lavoro di un anno intero da parte dei giovani sentazioni letterarie. E ormai tutti conosciamo il potere coinvolti che nasce tutto questo. Il risultato è che anche rinfrescante del Bar Mojito che, oltre a dissetarci, dà lavoro una piccola città come Lugano, invece d’addormentarsi nel a più di sessanta giovani e versa tutto il guadagno all’orga- suo provincialismo da cartolina, si sta svegliando e sfoggia nizzazione degli eventi del LongLake. Questo aspetto sociale un po’ di sano rock’n’roll. Ecco cosa succede quando si dà è gestito dalla Sotell, sotto-organo del DGE che si occupa voce e spazio al talento dei giovani: sulle piante delle città proprio di dare lavoro ai giovani. In qualche modo quindi, crescono i miracoli…


Libertà di critica

Pensatore e intellettuale egiziano, Nasr Hamid Abu Zeid ha sfidato le frange conservatrici dell’Islam facendosi portatore della necessità di una rilettura del “Corano” adeguata alla contemporaneità di Marco Alloni; illustrazione ©Micha Dalcol

Una delle più grandi sfide che sono state portate all’Islam

degli ulamà, cioè al conservatorismo religioso, è quella di Nasr Hamid Abu Zeid. Nel suo Islam e storia (Bollati Boringhieri, 2002) il pensatore egiziano contesta che il Corano non possa più essere soggetto a interpretazione ma debba viceversa accogliere una rilettura aggiornata ai tempi. Da qui la sua insistenza sul Corano come “testo” e sulla sua inscindibilità dal lavoro di interpretazione. Qualora di un testo si assume solo la dimensione ideologica, infatti, rendendone l’interpretazione mero appannaggio della gerarchia religiosa, le conseguenze sono due: che chiunque osi una lettura non conforme a quella del “clero” viene ritenuto apostata, e che la separazione del testo coranico dalla storia finisce per fare dello stesso “un testo astratto” applicato a “una realtà astratta”. Con l’ovvia conseguenza che la “storicizzazione” viene bandita e soltanto un ideale quanto inapplicabile ritorno alle origini (da cui la parola salaf, origine) riuscirebbe adeguato a una piena applicazione dei precetti coranici. Mitizzazione dei tempi antichi, questa, che oltre a inibire ogni slancio in avanti, e dunque quel progresso che è prerogativa del divenire storico, produce la perniciosa illusione secondo cui l’applicazione della Sharia sarebbe – come sostiene la propaganda salafita – la soluzione di tutti i mali. Salafiti che d’altronde rimuovono l’evidenza che lo stesso Corano ha preso forma in stretto rapporto con la storia e il suo farsi, “prova ne sia” ricorda Abu Zeid “la profonda differenza fra i versetti coranici del periodo medinese da quelli del periodo meccano”. Per non parlare di quel processo di definizione del canone che lungo tempo richiese prima di produrre una versione unica del Corano (che unica non è circolando ancora, in diverse parti dell’Africa, un Corano diverso da quello canonico). Abu Zeid ci ricorda dunque non solo che “ogni lettura consiste nell’interpretazione del passato alla luce del presente” e che pertanto il passato non è un monolite, come non lo è il testo che da esso proviene, ma anche che nulla collide con

lo spirito della modernità e della scienza che l’ha prodotta quanto ritenere che “gli autori antichi avessero già trovato le risposte giuste per ogni cosa”. Il nemico dell’ortodossia Chi sa cosa significhi la letteratura si rende conto che, ancora una volta, l’ortodossia religiosa, lungi dall’essere depositaria della verità, dà prova di disprezzare l’unica verità che la storia ha davvero prodotto: la pluralità delle verità. E che nessuna disciplina può esserle altrettanto ostile della letteratura (non a caso i grandi bersagli di ogni ortodossia religiosa sono sempre stati i libri e la loro intrinseca libertà di contestare il pensiero dominante). Ecco: la libertà. Quella stessa libertà che nella letteratura trova la sua naturale espressione, esattamente come ogni sistema linguistico (l’arabo del Corano, per esempio) non può trovare significato se non nella libertà con cui una determinata cultura e realtà storica ne fa uso. Posta la questione in questi termini, perché accampare la pretesa che, essendo il Corano un testo di origine divina, affidarsi a una libera interpretazione del suo contenuto come testo rivelato in lingua umana (l’arabo, lingua peraltro tutt’altro che universale) dovrebbe rappresentare un atto di desacralizzazione o addirittura di dissacrazione? E perché un atto di ancor più radicale libertà come quello di sottoporre il Corano a una lettura non solo culturalistica ma di decostruzione psicologico-creativa – da Salman Rushdie a Maxime Rodinson, da Amal Donqol a Sayyed El-Qimni – non dovrebbe essere accolto come legittimo? Dove si situa il confine insindacabile fra vilipendio della religione e libertà interpretativa? E soprattutto, chi lo stabilisce? È evidente che laddove al concetto di libertà – e quindi di disaccordo, di dissidenza – si vuole applicare l’etichetta di “eversione” o di “blasfemia”, non è più in causa quella “relazione dialettica complessa che nulla ha a che vedere con gli approcci di tipo ideologico attualmente predominanti”, ma, appunto, una tracotante scelta di potere.

Levante 9


Fede

Prima fra le virtù teologali, la fede non è prerogativa della sfera religiosa ma una “qualità” di cui abbiamo costante bisogno. Soprattutto oggi di Gaia Grimani

Virtù 10

La maggior parte delle persone crede che la fede sia in- ripetizione e mi astraeva dai minuti dispiaceri della quotigenuità, un’abdicazione della ragione, una stampella sulla dianità. A casa, la domenica, ci si collegava tramite una delle quale ci si appoggia come ultima risorsa quando si fa fatica primissime televisioni con l’Angelus del papa che impartiva ad andare avanti. Oppure un tranquillante, una specie di la benedizione urbi et orbi, alla città e a quello che, nella mia droga che ci protegge dalla paura della morte. La fede è, ignoranza infantile, interpretavo come un misterioso cieco invece, fiducia assoluta in Dio, che ha voluto parlare all’uo- (orbi). Però se voleva benedire anche questo cieco, facesse mo mediante i testi sacri di molte pure: avrà avuto le sue buone ragiociviltà diverse, e, per i cristiani, ni! Altri misteri erano per me le inrivelarsi in Gesù Cristo. Un padre tenzioni del papa secondo le quali cappuccino che amo la chiama ci si invitava a pregare terminato il fede-fiducia e in questi termini è rosario e io avrei voluto conoscerle, più accessibile per i comuni morqueste intenzioni, per non rischiare tali quali siamo. di pregare per qualcosa che non Il mondo di oggi, secolarizzato, condividevo. Tuttavia, fiduciosa, è un mondo “disincantato”; per pregavo. Prima o poi avrei capito e molti, Dio non appare evidente e quell’abbandono pieno di certezza nemmeno necessario. Si può vivemi salvava. re senza credere in Dio e costruire In quel periodo del dopoguerra, un’umanità capace di scegliere che durò almeno dieci anni, l’isola una vita sensata, contraddistinta in cui abitavo era infestata dai banda pace, giustizia, libertà? Un diti e papà doveva viaggiare molto tempo, domande di questo tipo per lavoro. Se alla sera tardava ad non erano nemmeno formulabili, arrivare, la nonna mi diceva: “Dì perché Dio era evidente e necesuna preghierina tu alla Madonna e sario, oggi invece riusciamo a ti ascolterà perché sei innocente”. porcele, ma non sempre a risponEssendolo, non sapevo bene cosa dere in modo adeguato. Viviamo volesse dire essere innocente, ma Johannes Vermeer, Allegoria della Fede (1671) una delle rare epoche non sacre tuttavia ero sicura che qualcuno Metropolitan Museum of Art, New York dell’umanità. avrebbe ascoltato la mia preghiera E questo si riscontra non solo in e papà rientrava nel giro di dieci campo religioso: la vera patologia che affligge ai nostri minuti. Era facile aver fede, ricevendone i riscontri, ma forse tempi l’intera società occidentale è l’affievolimento dell’atto i riscontri arrivavano perché si aveva fede. di credere, la carenza di fiducia in se stessi, negli altri, nella politica e nel futuro. Credere, dare fiducia è un atteggiamen- Da fiducia in certezza to più unico che raro ed è diventato faticoso. Poi si cresce, innocenti non si è più, si studia e la ragione vuole capire, quindi la fede sembra proprio qualcosa d’inPresenze amate genuo e di poco credibile, si subisce il fascino della filosofia, Ho avuto la fortuna di avere nell’infanzia una nonna ec- il prodigio della mente umana chiede di essere ascoltato e cezionale, donna di fede quasi per istinto naturale: ogni non si è consapevoli dei suoi molteplici inganni. giorno intorno alle sei del pomeriggio, interrompeva ogni “Se fosse possibile sondare un cuore umano”, ha scritto frère lavoro domestico e, insieme alle persone che l’aiutavano Roger di Taizé, “che cosa vi scopriremmo? La sorpresa sarebbe in casa, pregava il rosario, allora rigorosamente in latino. di scoprirvi la silenziosa attesa di una presenza”. Io, bambina, non capivo assolutamente nulla di queste Ed ecco che all’improvviso può capitare di percepire una preghiere, ma le ripetevo con tutti gli altri, inconsapevole risposta a questa attesa. Si rifà strada, faticosamente, quella di ciò che mettevo in moto. Piano piano, dopo qualche mi- presenza incontrata da bambini, quasi per caso, e spesso nuto, s’insinuava dentro di me una gioia senza motivo, che suggerisce un cambiamento radicale dello sguardo che andava crescendo. Era come percepire una presenza amata, rivolgiamo alla vita e l’esperienza, unica fonte certa di coche veniva a trovarmi e abitava per qualche tempo dentro noscenza, mette a tacere tutti i dubbi della mente. La fede, di me. Tutto era armonia e pace nel ritmo dolce di quella da fiducia, si tramuta in certezza.


Letture Mea culpa di Alessio Longo

Questo sforzo letterario di Mauro Corona, classe 1950, ha un sapore “amaro”. L’amaro è certo un gusto misterioso e che in alcuni casi depura e permette di purificarsi. Confessioni ultime è in effetti una depurazione, come lui stesso sostiene: “mi sono tolto qualche sassolino dalla scarpa, non tutti…”. Il libro si presenta per capitoli ed è il risultato di un seme generato da un’intervista televisiva nella quale lo scrittore fa i conti con se stesso. La coerenza e il pensiero lineare non fanno parte di queste pagine, che sono in grado di affermare e subito dopo smentire una verità che aleggia nell’aria ma non si vede e non si descrive a parole. In qualche modo la si percepisce. Forse la chiave per decifrare l’enigma e accettare tutto (contraddizioni comprese) è la compassione. Lo scultore del legno porta nelle pagine del volume l’amore per la natura e per il rispetto negatole dal vivere moderno. Lo scalatore esprime l’importanza di vivere la montagna, anche come simbolo e luogo

di contemplazione, lontano da imprese eclatanti. Lo scrittore porta l’attenzione al mondo dell’educare e della società del protagonismo televisivo. Il “filosofo mistico” passa dalla personale vicinanza a Dio alla necessità di dare un futuro ai giovani, un mondo migliore. In questo sommarsi di voci il vero protagonista rimane però l’uomo, con il suo bagaglio di “paure e fragilità” che confessa “il terrore di stare al mondo”; l’uomo che contempla la propria morte, “il volto rilassato che non potrò vedere” ma che si “libera di un peso” alla morte dei propri genitori. Nella lettura di queste pagine si ha l’impressione che il rude montanaro voglia certo essere letto, ma nello stesso tempo sia infastidito da questa “intrusione”. Ma il libro è stato scritto e quindi l’autore manifesta la volontà di essere, in qualche modo, avvicinato da chi lo circonda. Allegato è disponibile anche un dvd-documentario del giornalista della RAI Giorgio Fornoni, che mostra lo sguardo di Corona sui luoghi della sua esistenza.

Confessioni ultime di Mauro Corona Chiarelettere, 2013

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S

ono nata nel 1983 a Locarno e sono cresciuta a Savosa con la mia famiglia. Della mia infanzia i ricordi più belli sono legati ai molteplici viaggi fatti con il nostro camper Volkswagen verde (quello molto hippie, per intenderci) che chiamavamo frosch (rana, in tedesco) e che ci ha portato dappertutto in Europa: in Costa Azzurra al mare, in Provenza, alle Cinque terre, a La Spezia, a Parigi, alla scoperta dei colori, dei cibi e delle meraviglie di luoghi lontani, che noi sentivamo come casa, grazie al nostro camperino. Ricordo anche l’America, l’Australia e tutti gli altri viaggi che hanno fatto crescere me e il mio interesse per il mondo sin da piccola. Già allora sapevo ciò che volevo e non sottostavo volentieri a regole e canoni comuni. La mia persona di riferimento è sicuramente mia madre, che con il suo carattere determinato e forte mi ha trasmesso quello che significa credere in se stessi e fare ciò che si ama nella vita senza rimpianti. Sin da piccola è cresciuta in me la voglia di creare e avvicinarmi all’arte, dalle scuole elementari, dove seguivo il doposcuola di arti creative con la “mitica” Giovanna, con la quale ho capito che avrei successivamente seguito un percorso artistico. Il periodo delle superiori è stato il trampolino stilistico e l’evoluzione di quello che sono oggi. L’adolescenza ha significato ribellione e voglia di distinguermi dalla massa comune delle persone omologate ed è proprio lì che mi sono avvicinata alle sottoculture, sia musicalmente sia stilisticamente. Dopo la CSIA, dove ho frequentato l’indirizzo della tessitura a mano, mi sono iscritta all’Accademia di moda e costume di Roma. Intanto seguivo e approfondivo la mia passione per gli anni quaranta e cinquanta, il glamour di altri tempi, compresa la musica, lo stile, le acconciature, il trucco, l’arredamento e tutto ciò che lo circonda. La mia tesi verteva proprio su questo argomento The Vintage Way of Life, dove in 280 pagine spiego cosa vuol dire vivere quotidianamente in un’epoca passata, trasformandolo in un vero e proprio stile di vita e non una moda passeggera. Eleganza & tattoo, questa è la parola d’ordine: due mondi, che sembrano cosi lontani fra loro, ma che combaciano e

s’intrecciano, naturalmente con i tattoo Traditional Old School sempre ispirati a quelli d’epoca. Per spiegare tutto questo bisogna naturalmente andare alla base delle sottoculture passate e ripercorrere ciò che è stata l’evoluzione per esempio dei zootie’s negli anni quaranta per poi arrivare agli hip-cats, teddy boys, rockabilly mods e tutte le varie sottocategorie. Come un teschio non fa un punk, i pois non fanno anni cinquanta. Mi reco spesso negli Stati Uniti alla ricerca di abiti d’epoca, borse, ecc. Il mio lavoro da costumista e storica del costume è una continua ricerca stilistica che mi porta a collezionare capi d’epoca, libri, giornali di moda, tessuti, antichi cartamodelli da cui estrapolo i dettagli e le forme che successivamente riproduco in capi sartoriali, fedelmente ricreati, cercando naturalmente di mantenere la forma e il tessuto che devono essere il più fedeli possibile. Il bagaglio culturale e storico che si cela dietro a quest’epoca è vastissimo e non si finisce mai di imparare, scoprendo sempre cose nuove. Sono fortunata di poter condividere la mia passione con il mio fidanzato Luca, tatuatore, che è un appassionato come me. Viaggiamo in tutto il mondo, scopriamo sempre negozietti dell’usato: tra amanti del nostro genere ci conosciamo e ci incontriamo dappertutto, alle feste o ai raduni internazionali, come una grande famiglia che vive la propria passione ogni giorno e in ogni momento. I miei clienti sono soprattutto le compagnie teatrali con le quali collaboro o anche privati che aspirano ad avere consulenze stilistiche o di styling di altre epoche e persone che cercano capi di abbigliamento vintage. Il bello di questo lavoro è che lo si può svolgere ovunque, prendere ispirazione da un negozietto di antiquariato, dove una fotografia sbiadita mi può suggerire mille idee per un futuro capo, abito o cappotto che sia. Bisogna sempre essere se stessi e osare buttarsi nelle proprie passioni, in modo da trasformarli nella propria realtà quotidiana!

FRAnCESCA WAELTI

Vitae 12

Innamorata del mondo dell’arte è riuscita a fare della sua passione una scelta di vita, percorrendo i mercatini di tutto il mondo e diventando costumista e storica del costume

testimonianza raccolta da Gaia Grimani fotografia ©Flavia Leuenberger


archeologia industriale

Le fabbriche dell’uomo di Giancarlo Fornasier; fotografie ŠReza Khatir


Dettaglio di uno dei quattro generatori sincroni trifase (Brown Boveri & Cie AG, 1911) originariamente presenti nella centrale Biaschina di Bodio (1906–’10), oggi officina meccanica dell’AET. Potenza del generatore: 8,8 MVA in apertura: una delle lampade originali in ferro che arricchiscono le pareti esterne della centrale di Bodio


La Biaschina è un meraviglioso e rarissimo esempio in Ticino di liberty applicato a edifici industriali. La centrale è stata progettata dal milanese Ugo Monneret de Villard e dall’ingegnere luganese Agostino Nizzola


a sinistra Sopra, la centrale Piottino a Lavorgo (1928–’32). L’edificio con tetto in coppi e profili delle aperture in cotto è stato progettato dall’architetto milanese Giovanni Greppi, seguendo lo stile industriale lombardo del primo novecento. Le originali decorazioni, poi ridipinte, sono opera di Emilio Ferrazzini. A lato, la sala macchine con i tre generatori sincroni trifase costruiti dalla Brown Boveri & Cie AG di Baden (due del 1932, uno del ’57). Potenza di un generatore: 23 MVA Sotto, la centrale Nuova Biaschina (1962–’67), tra Pollegio e Personico. L’edificio è opera dell’ing. Giovanni Lombardi e dell’architetto Augusto Jäggli, entrambi locarnesi. Si caratterizza per la slanciata volta sorretta da pilastri in calcestruzzo. A lato, vista di uno dei tre generatori sincroni trifase presenti della centrale e costruiti sempre dalla Brown Boveri & Cie AG (due del 1967, uno del ’72). Potenza del generatore: 55 MVA

note 1 E. Battisti (a cura di Francesco Maria Battisti), Archelogia industriale. Architettura, lavoro, tecnologia, economia e la vera rivoluzione industriale, Jaca Book, 2001 2 Ibidem; come la definisce Ornella Selvafolta (pag. 342) 3 Brano tratto da Breve e non convinto lamento sull’inevitabile digitalizzazione delle cose, 1985 (http://digilander.libero.it/ battistifm/ebattisti.htm) 4 “Lugano vintage / La nostra città come era” 5 E. Battisti, op. cit., nota 3.

L’

archelogia industriale è un ambito di studio giovane; la sua nascita risalire alla prima metà degli anni cinquanta del novecento, in Inghilterra, paese sovente indicato come la culla della rivoluzione industriale. In verità, i processi di fabbricazione meccanizzata su larga scala – legati in particolare alla produzione di tessuti attraverso la costruzione di grandi macchine tessili – risalgono al XII e XIII secolo, quando l’Italia era in questo senso la maggiore potenza industriale d’Europa (e dunque del mondo). Ce lo ricorda lo storico e critico d’arte Eugenio Battisti (1924–’89) in un volume apparso nel 20011 che raccoglie numerosi contributi e interviste sull’importante percorso di ricerca da lui intrapreso per lo studio e la salvaguardia culturale delle testimonianze del fare e dei suoi processi. E dunque degli edifici adibiti o costruiti a tale scopo, ma anche delle macchine e degli oggetti presenti nei luoghi di lavoro, disegni, fotografie, scritti, filmati e tutti i documenti e gli archivi che raccontano la “storia della materia trasformata dal lavoro”.2 La sostituzione della nostra storia Mi dicono che si sono già fatti esperimenti per trasmettere, via cavo, non informazioni, «ma cose»; cioè fasci di elettroni con relativo programma per ricostruire le loro aggregazioni; d’altra parte tutti questi mirabilia li abbiamo già visti ai tempi della nostra infanzia nelle illustrazioni coloratissime dei giornaletti, tipo il Cartoccino, oggi venerati, raccolti nei musei, ma forse poco studiati come profezie. Gli effetti strepitosi della vernice contro la gravità, da spalmarsi sotto le scarpe, in modo da eliminare macchine e aerei, chi li ha dimenticati? quand’è che verranno messi in funzione?3 I grandi processi di industrializzazione del novecento hanno toccato marginalmente il cantone Ticino rispetto al resto della Svizzera. E ancora meno sono oggi sul nostro territorio i segni lasciati da quei decenni, scarsamente riconosciuti/salvaguardati, e solo raramente converti a scopo didattico (Parco delle gole della Breggia) o destinati a nuovo uso (Cima Norma, Dangio-Torre; multisala Cinestar, Lugano). Più attenzione è stata rivolta a opere di dimensioni minori come mulini, magli, segherie e forni per la produzione di laterizi, ferro e calce (fornace della Torrazza, Caslano), manufatti storicamente più radicati nel territorio e nella cultura rurale dominante ancora per tutta la prima metà del secolo scorso. Sempre scarsa fortuna hanno avuto espressioni del costruire come i ponti in ferro che, anche in anni molto recenti, sono stati demoliti e sostituiti (Giubiasco-Sementina, Bioggio) da opere più grandi e sicure ma certamente meno leggibili e apprezzabili, sia da un punto di vista materiale e costruttivo sia estetico: non vi è infatti calcestruzzo che possa reggere la poesia trasmessa dai reticoli delle travi tagliate dalla luce. Opere leggere e trasparenti; quasi fragili come le strutture del vecchio gasometro di Lugano... la “BigBall” come è ricordata in Facebook4. Chissà, forse un giorno ci pentiremo di averli cancellati piuttosto che progettare una loro conservazione e integrazione in nuovi paesaggi urbani, tra passato e futuro. (...) Il processo di smaterializzazione (...) è passato in mano dei tecnici, ma si badi: tecnici pericolosi, sperimentatori di nuovi sistemi TV, che hanno portato ultimamente ai grandi panorami circolari animati da ologrammi, programmatori ad altissimo livello, che dopo aver incominciato a eliminare le biblioteche per sostituirle con banche dati stanno ora saggiando le possibilità (ancora imprevedibili) connesse con la digitalizzazione delle immagini e delle strutture pluridimensionali; ragazzi che si sono abituati a giocare di fronte a uno schermo, invece che con giocattoli meccanici o di plastica. Il prossimo passo sarà inevitabilmente una serie di macchine utensili invisibili che agiranno tramite forze di cui sarà negata del tutto all’uomo la percezione, e di cui vedremo solo gli effetti. Macchine che sostituiranno, anche nella mitologia collettiva, gli angioli. Molto presto, anche, scomparirà del tutto il rumore, appena si produrranno a basso costo gli apparecchi già usati per le grandi macchine che lo annullano mediante interferenze di onde sonore. L’elettricità, dominando tutta da sola, ricavata dal sole o anche solo da un lieve barlume, diventerà di nuovo, come ai suoi inizi, pura magia.5 Le centrali idroelettriche sono tra i pochi edifici che per diverse ragioni – soprattutto funzionali e legate a un’evidente sensibilità da parte dei proprietari, come nel caso dei manufatti ritratti in queste pagine – ancora oggi sopravvivono all’“aggiornamento” del territorio. Raccolte nel raggio di pochi chilometri, le centrali Nuova Biaschina (1962–’67), Piottino (1928–’32) e Biaschina (1906–’11) – l’ultima pesantemente sacrificata dal passaggio dell’autostrada a pochi metri dalla facciata principale – sono edifici che sorprendono per l’architettura, segno degli stili e delle sensibilità del tempo, e raccontano di processi industriali bisognosi di energia (il polo siderurgico Monteforno di Bodio-Giornico, 1946–’95) ma anche di forza lavoro (quasi (...)


Reza Khatir Nato a Teheran nel 1951 è fotografo dal 1978. Ha collaborato con numerose testate nazionali e internazionali. Ha vissuto a Parigi e Londra; oggi risiede a Locarno ed è, fra le altre cose, docente presso la SUPSI. khatir.com

in queste pagine Il pregevole portone legneo e le decorazioni geometriche della centrale Biaschina a Bodio. Al centro, un particolare degli interni con strutture in ferro a vista. A destra, il bacino di compenso di Nivo; le acque raccolte scendono a valle e sono riutilizzate dalla centrale Nuova Biaschina

1800 operai negli anni settanta) ai piedi degli altiforni. Di quella recente cultura del ferro e del fuoco oggi rimane ben poco; ristagna invece la memoria di una ricchezza economica (e un inquinamento ambientale) incisi nella storia sociale della valle. In questo senso la bassa Leventina rappresenta un perfetto esempio di sito archeologico-industriale per lo studio delle innovazioni tecnologiche del passato: un insieme di macchine, processi produttivi, infrastrutture e documenti che permettono di formulare un giudizio sulla funzionalità e la rilevanza economica degli edifici, come pure sulla loro estetica e sul loro fascino: “La fabbrica, la macchina, gli oggetti e i documenti vanno esplorati, in quanto parte di un sistema che ha determinato storicamente, socialmente ed economicamente il territorio e ha modificato lo stesso paesaggio, che perduta la qualifica di naturale, assume appunto quella di industriale”.6 La smaterializzazione dell’uomo e delle cose La stessa nostra biografia umana e sociale è ridotta a una serie di numeri: ricavabili dalle carte di credito, dalle cartelle delle tasse, dalle statistiche dei consumi, dalle previsioni compiute fin dall’inizio del nostro ciclo lavorativo sulla nostra presumibile data di morte dalle società di assicurazione. Il corpo, di cui si sa a menadito capacità di resistenza e performance, usi e bisogni, specialmente superflui e indotti, è anch’esso ridotto a indici digitalizzabili: si canta e ci si allena controllandosi su dei monitor, e tutta l’ultima storia è scritta su supporti smaterializzati, come il videotape, la registrazione su nastro, quando addirittura non si consuma e si annulla in una telefonata. Poveracci gli archivisti del futuro, a ricostruire tracce magnetiche vaghe, piene di rumori di fondo o di silenzi.7 Una menzione particolare e una visita merita certamente la centrale di Bodio, oggi adibita a officina meccanica. Essa rappresenta “l’unico edificio di rilievo realizzato in Ticino ascrivibile alla scuola viennese”8, una corrente meno floreale e segnata dall’originario rigore


ringraziamenti Si ringrazia per la disponibilità, la cortesia e le preziose informazioni l’Azienda Elettrica Ticinese (AET), nelle persone dei signori Pietro Jolli e Gianni Ravasi.

note 6 Michele Broccoletti, Archeologia industriale. Conoscere, capire e valorizzare il XX secolo (instoria.it/home/archeologia_industriale.htm). 7 E. Battisti, op. cit., nota 3. 8 Simona Martinoli, L’architettura nel Ticino del primo novecento, Casagrande, 2008 (pag. 25) e AA.VV, Guida d’arte della Svizzera italiana, Casagrande, 2007 (p. 116). 9 Si veda il documentario Agostino Nizzola in “Svizzera e dintorni”, 8.12.2008 (la1.rsi.ch). 10 E. Battisti, op. cit., nota 3.

dell’architettura bizantina, abbinata a elementi che ricordano l’arte di Gustav Klimt. La Biaschina è un raro esempio di liberty applicato a edifici pubblici (cinema Mignon, Mendrisio), ed è stata progettata dall’ingegnere milanese Ugo Monneret de Villard e da uno dei pionieri dell’idroelettrico in Svizzera, Agostino Nizzola9 (1869–1961). La centrale, a forma di “L“, presenta molti elementi unici nella nostra regione; a partire dalle alte finestrature del grande corpo principale, le bellissime lampade posizionate agli angoli dell’edificio e le minimali decorazioni policrome che incorniciano il grande portone ligneo di accesso alle macchine. Al suo interno è stata mantenuta una turbina fabbricata dalla Brown Boveri (1911), di cui si riconoscono le componenti superiori e il quadro di comando: sono oggetti in grado di raccontare più di mille parole la grande tecnica celata in questi manufatti. Nell’attesa, chissà, del tanto discusso Museo del territorio, forse un giorno nascerà anche in Ticino – terra di grandi sbarramenti e di impianti per lo sfruttamento delle acque – una struttura simile al MUSIL, Museo dell’industria e del lavoro di Brescia (musilbrescia.it), un polo didattico dedicato al visionario Eugenio Battisti: proprio negli edifici di una ex centrale elettrica a Cedegolo (Val Camonica) è sorto il Museo dell’energia idroelettrica. E il mondo esterno che frequentiamo, anch’esso è pura immagine giacché lo conosciamo o lo memorizziamo non sulla base della fatica fisica per dominarlo, ma attraverso diapositive, documentari televisivi, libri a colori, depliant turistici. In realtà noi ne deleghiamo sempre di più la conoscenza a occhi artificiali e meccanici, che ci portano in foreste inesistenti, in quanto solo parzialmente conservate o del tutto rifatte, in architetture e città arbitrariamente restaurate sulla base delle mode correnti, per costruire là dove lo si desidera un passato istantaneo, in pseudo-società primitive dai comportamenti censurati in modo da rendere irriconoscibili le motivazioni ed emozioni di base. Certo è qualcosa di più complesso, anche se naïf, della nostra socialità svolta solo più via cavo, e prossimamente codificata in linguaggio Ascii.10


Giardini da vertigini Tendenze p. 44 – 45 | di Francesca Ajmar

Il giardino verticale trova sempre più spazio nella progettazione contemporanea, sia come “elemento base” attorno a cui l’intera composizione architettonica può svilupparsi sia nella trasformazione di strutture già esistenti

R

oberto Burle Marx, brasiliano, (1909–’94) è certamente uno dei più grandi architetti paesaggisti del XX secolo. In tutto il mondo sono più di 2000 i giardini nati dal suo estro creativo, espressione del Movimento Moderno nel continente sudamericano, anche attraverso collaborazioni con Lúcio Costa, Oscar Niemeyer e Candido Portinari. Fin dall’infanzia si appassionò alla botanica, anche grazie alla possibilità di sperimentare e di mettere in pratica la cura e la composizione del verde nell’ampio giardino di casa. Trascorse quasi tutta la sua vita a Rio de Janeiro, dove tuttora si possono visitare molte delle sue opere: dagli interventi paesaggistici per l’ “Aterro do Flamengo”, al meraviglioso “Sítio”, nella zona ovest della città, un terreno di 365mila mq da lui acquistato nel 1949, che oggi ospita più di 3500 specie differenti di piante, e che nel 1985 egli donò all’IPHAN, l’Istituto del Patrimonio Storico ed Artistico Nazionale (vi consiglio a tal proposito un bellissimo testo: Il giardino privato di Roberto Burle Marx. Il Sítio di Giulio G. Rizzo, Gangemi Ed., 2010). Verticale, non orizzontale Tra i primi a unire arte contemporanea, architettura e progettazione del verde, arrivò a immaginare dei giardini pensili non su terrazzi, bensì su muri, pensati come strutture di supporto per ospitare e far crescere piante autoctone. Già nel 1567 Philiberte De L’Orme, nel suo trattato sull’architettura, dà forma a un nuovo ordine, detto “ordine francese”, che va ad aggiungersi ai cinque già noti, in cui la colonna discende direttamente dall’albero e i colonnati diventano una sorta di “piccola foresta verticale”. La capanna formata con elementi presi dalla natura è archetipo di ogni architettura, come anche Marc-Antoine Laugier (1713–’69) teorizza a metà del settecento. Da questo pensiero così “radicato” nel tempo, si è sviluppata sempre più la tendenza odierna a utilizzare il verde in modo strutturale, e non solo decorativo. Oggi troviamo molti esempi di “vertical garden” o di facciate trasformate in “parchi verticali”. Uno tra tutti è quello realizzato e inaugurato l’anno scorso a Siviglia, nella Clínica USP Sagrado Corazón (vedi immagine centrale). Il progetto nasce dalla

stretta collaborazione tra la società di tecnologia “Terapia Urbana” e lo studio “Peinado Arquitectos”. Su una superficie verticale di circa 40 mq sono state piantumate oltre 1400 piante di 40 tipi differenti, scelte con criteri di adattamento rispetto all’insolazione e all’umidità. Questo piccolo parco verticale contribuisce notevolmente a migliorare la qualità dell’aria sia all’esterno che all’interno dell’edificio, grazie alla capacità di raffrescare la zona circostante per effetto dell’evaporazione dell’acqua, ed influisce positivamente sulla riduzione dell’inquinamento acustico, con un abbattimento di oltre 10 decibel dei rumori circostanti. Il sistema di irrigazione è un circuito chiuso capace di ottimizzare i consumi di acqua e di energia. La realizzazione di una parete benefica e accogliente, tanto per i pazienti quanto per il personale della clinica, svolge quindi un’importante funzione non solo dal punto di vista decorativo. È infatti provato che il senso di benessere generato dal verde stimoli il sistema immunitario e sia in grado di ridurre del 50% lo stress provocato dagli ambienti chiusi. Progetti “fai da te” Se avete la possibilità e la voglia di realizzare un giardino verticale su un muro esterno di casa, un’idea semplice e valida è quella di Suzanne Forsling che utilizza vecchie grondaie fissate alla parete, e che, riempite di terriccio e fertilizzante naturale, possono permettere la creazione di un mini-orto verticale. Un’altra possibilità, ancora più semplice, è utilizzare dei pallets (vedi l’esempio a lato) come strutture verticali da fissare alla parete esterna, a cui potete appendere vasi di varie dimensioni. I giardini verticali in realtà sono molto più complicati sia per i sistemi di irrigazione che per le tecniche di isolamento rispetto alla parete su cui intervengono. Ma a volte anche una semplice idea è sufficiente per trasformare un muro, spoglio e disadorno, in una piccola oasi di benessere.

immagini tratte da plataformaarquitectura.cl | archdaily.mx | designsponge.com


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La domanda della settimana

Il Consiglio federale vuole aumentare la tassa sugli oli minerali (e dunque anche sulla benzina) per alimentare un fondo per le infrastrutture stradali. Siete d’accordo?

Inviate un SMS con scritto T7 SI oppure T7 NO al numero 4636 (CHF 0.40/SMS), e inoltrate la vostra risposta entro giovedì 11 luglio. I risultati appariranno sul numero 29 di Ticinosette.

Al quesito “Siete favorevoli all’uso della sigaretta elettronica nei luoghi pubblici o sul posto di lavoro?” avete risposto:

SI

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NO

66%

Svaghi 46

Astri ariete Momento magico per la vita affettiva. Vistosamente bi-polari i nati nella prima decade. Energici i nati nella terza decade aiutati da Marte.

toro Rompete con il passato. La metamorfosi spirituale può esser favorita dai buoni aspetti con Giove e Nettuno. Le difficoltà non sempre fanno male.

gemelli Portate a termine le conquiste degli ultimi mesi. Ammaliatori irresistibili. Sfruttate il vostro carisma per compiere qualcosa di importante.

cancro Momento per imprese memorabili. Cavalcate l’onda del cambiamento senza farvi frenare da paure. Amori segreti per i nati nella seconda decade.

leone L’arrivo di Marte vi rende determinati. Il ritmo di vita si fa acceso. Amore alla grande per i nati nella seconda decade. Bene il 10 e l’11 luglio.

vergine Opportunità professionali per i nati nella prima decade. Stanchezza per i nati nella terza decade. Attenti ai disturbi dell’alimentazione. Spese.

bilancia Giove e Urano vi spingono a interrompere bruscamente un vecchio legame di lavoro. Sprint finale per i nati nella terza decade aiutati da Marte

scorpione Potete tentare il colpo grosso. Tutto dipende da quanto siete evoluti. Gelosie per i nati nella seconda decade. Attenzione il 10 e l’11 luglio.

sagittario Bene tra il 10 e l’11 luglio grazie ai favori lunari. Riposo per i nati nella terza decade. Scaricate lo stress attraverso una attività sportiva.

capricorno Imparate ad affrontare il Minotauro prendendolo per le corna. La soluzione la dovete cercare in voi stessi. Giornate critiche il 7 e l’8 luglio.

acquario Tra il 9 e l’11 ricerca di emozioni forti. Cambiamenti professionali per i nati nella prima decade. Ristrutturate i vostri spazi professionali.

pesci Momento si presenta adatto per esami e concorsi. Creatività e fortuna per i nati nella prima decade. Fidatevi del vostro intuito. Senza paura.


Gioca e vinci con Ticinosette

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Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro giovedì 11 luglio e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 9 lug. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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Orizzontali 1. Un frate manzoniano • 10. Intacca la vite • 11. Agnese a Madrid • 12. Quasi unica • 13. San Gallo sulle targhe • 14. Le iniziali di Savoia • 15. Abbisognano di cure • 18. Pari in pennoni • 20. Bigia • 21. Voto scolastico • 23. Inventò la rivoltella • 24. Tre decine • 26. Nel cuore del Giura • 27. Le iniziali di Montesano • 28. Piatti di portata • 30. Consegnare • 31. La bevanda che si filtra • 32. Romania e Svezia • 34. Articolo spagnolo • 35. Volo acrobatico • 37. Pari in cenci • 38. Cuor di balena • 39. Collega in affari • 41. Dubitativa • 42. Filosofo tedesco • 44. Carmi lirici • 46. Sud-Est • 47. Congiunzione inglese • 48. Veloce (f) • 50. Frulla in testa • 51. Lo sono certi fuochi • 52. Il re di Shakespeare • 53. La Yoko di Lennon • 54. Emirato arabo. Verticali 1. Riscalda le coste norvegesi • 2. Cattiva • 3. Lo usa il pompiere • 4. L’antica Thailandia • 5. Mezzo tono • 6. Il sangue del proprio sangue • 7. Cono centrale • 8. Dare indietro • 9. Vale a dire • 13. Ironiche, sardoniche • 16. Consonanti in magia • 17. Un bulbo anti-vampiri • 19. Non inusuale • 22. Città del Belgio • 25. I confini di Tegna • 29. Seggiole • 33. Fornire calore • 36. Dittongo in Paolo • 40. Regione etiope • 41. Variegato • 43. Il figlio di Anchise • 45. Il noto Martin • 46. Ha il cordiglio • 49. Si dà agli amici • 50. Raganella arborea.

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La soluzione del Concorso apparso il 21 giugno è: POPOLARE Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta è stato sorteggiato: Piercarlo Lazzaroni strada Regina 6982 Agno Al vincitore facciamo i nostri complimenti!

Premio in palio: un buono RailAway FFS per l’offerta “Le cascate del Reno” RailAway FFS offre un buono del valore di 100.– CHF per due persone in 2a classe per l’offerta RailAway FFS “Le cascate del Reno” da scontare presso una stazione FFS in Svizzera. Ulteriori informazioni su ffs.ch/railaway

Le cascate del Reno. Le più grandi cascate d’Europa. Le cascate del Reno offrono uno spettacolo davvero maestoso: un muro d’acqua largo 150 metri si getta a precipizio verso il basso da un’altezza di 23 metri, con una media di 700mila litri d’acqua al secondo. Il traghetto vi porterà dal Castello di Wörth al Castello di Laufen. Da qui è possibile ammirare la classica “immagine da cartolina”.

Svaghi 47


Avviso

Perfettamente equipaggiati

con NATEL® infinity.

© 2013 KEYSTONE

A che ora parte il treno? Come si chiama questa montagna? E che tempo fa domani? A meno di non disporre di un pratico smartphone polivalente. Ma di tutti questi vantaggi beneficia chi può usarlo a volontà, sapendo inoltre esattamente quanto spende: grazie agli abbonamenti NATEL® infinity di Swisscom. Sulla cima si gode la vista più bella. Ma come si chiama la montagna in faccia a noi? Per chi possiede uno smartphone dotato di piccoli programmini chiamati app, rispondere alla domanda è un gioco da ragazzi. Ma gli smartphone – cellulari che consentono la navigazione mobile in internet – sono polivalenti e si rivelano utili non solo quando si è in montagna. Grazie al collegamento dati mobile a internet, nella vita quotidiana gli smartphone fungono da utili opere di consultazione, centrali di messaggi o punti di incontro virtuali con amici e familiari.

Tirare il freno a mano? Non è indispensabile. Una parte degli utenti smartphone rinuncia oggi volutamente agli innumerevoli vantaggi di internet mobile, poiché ha a disposizione un volume di dati limitato oppure perché teme elevati costi aggiuntivi. Pertanto alcuni clienti smartphone si trattengono e lo utilizzano per così dire con il freno a mano tirato. Grazie a Swisscom non è necessario. Perché Swisscom ha lanciato gli abbonamenti NATEL® infinity: per una comunicazione mobile spensierata, abbinata a un perfetto controllo dei costi. <wm>10CAsNsjY0MDQx0TU2srA0MQUA9u9MGg8AAAA=</wm>

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Di tutto, a volontà – con NATEL® infinity. Gli abbonamenti NATEL® infinity di Swisscom possono essere confrontati con un buffet a volontà: chi opta per uno di questi abbonamenti, utilizza il proprio smartphone a piacimento e conosce sin dall’ inizio l’importo della fattura mensile.

NATEL® infinity Di tutto, a volontà

Telefonia su tutte le reti svizzere SMS/MMS su tutte le reti svizzere e verso l’estero Navigare in internet mobile in Svizzera L’unica domanda che occorre porsi per la scelta di un simile abbonamento: quali applicazioni internet vengono utilizzate?

Il cellulare adatto. Samsung Galaxy S4 16 GB bianco

da 49.–*

Per questo Swisscom differenzia gli abbonamenti NATEL® infinity secondo la velocità e li propone nelle varianti da XS a XL (da 59.–/mese). Fatevi consigliare personalmente negli Swisscom Shop o visitate il sito internet www.swisscom.ch/infinity.

con gli abbonamenti NATEL® infinity. > Comandi senza contatto tramite voce, gesti e sguardi > Grande schermo da 13 cm > Dual Shot: foto e video in contemporanea con fotocamera anteriore e posteriore

Vincitore del test sulla rete 3G (UMTS/HSPA) * Vale per l’acquisto dell’apparecchio e contemporanea stipulazione di un nuovo abbonamento Swisscom NATEL® infinity XL (CHF 169.–/mese). Durata minima di contratto di 24 mesi. Prezzo dell’apparecchio senza abbonamento CHF 899.–. Scheda SIM CHF 40.– escl. Le offerte senza limiti sono valevoli in tutta la Svizzera. Altre informazioni e condizioni d’utilizzo su www.swisscom.ch/infinity

App utili in viaggio. La app LANDI per la meteo vi offre dati meteo affidabili. PeakFinder vi indica il nome di tutte le cime: in tal modo trovate subito quella giusta. Il modo più semplice di condividere foto di escursioni con amici e familiari. Con Pictu è possibile.


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