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№ 26 del 28 giugno 2013 · con Teleradio dal 30 giu. al 6 lug.

Ladri per crisi

i furti nelle abitazioni sono un fenomeno serio e preoccupante. Ma cosa c'è dietro? delinquenza organizzata o bande di disperati?

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Emergenza Siria I vostri doni salvano vite. Aiutateci ora. Invia per SMS «Siria 30» AL 2828 per un dono di CHF 30 (importo massimo CHF 99) CP 12-100-2 menzione «Siria» www.msf.ch


Ticinosette n. 26 del 28 giugno 2013

Agorà Crisi e criminalità. Poveri ladri...?

di

Marco Jeitziner ....................................... Laura di corcia .......................

6

tito MangiaLaJo rantzer .............................

8

Marco aLLoni ..........................................................................

9

Società Piergiorgio Odifreddi. Il nipote di Voltaire Arti Pixinguinha. Musica per rinascere

Impressum

Letture Sì, però...

di

di

10

duccio canestrini ..................

11

roberto roveda ............................................................

12

Eroi Guglielmo Tell. Il coraggio dello sberleffo

Chiusura redazionale

Mundus Ed Snowden. Quando suona il fischietto

Editore

Vitae Michela Domenici

Venerdì 21 giugno Teleradio 7 SA Muzzano

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor

di

di

Francesca rigotti .........................

Tiratura controllata 68’049 copie

4

di

di

Reportage Il paradiso può attendere

di

roberto roveda; Foto di reza Khatir ...........

37

Tendenze Mostre. Arrivano i manga!

di

vaLentina gerig .........................................

44

Svaghi ....................................................................................................................

46

Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch www.issuu.com/infocdt/docs

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(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Sacco in spalla Illustrazione ©Bruno Machado

Razze (diverse) Ho letto l’articolo “Un nonsenso biologico” di Roberto Roveda in Ticinosette n. 23/2013. Mi ha evocato i famosi, ma inutili eufemismi “disabile”, “diversamente abile”, “nero”, “di colore”, anzi “colorato (colored)”, ecc. “Disabile” era una parola morta, fatta risuscitare di recente e significava e significa “inabile”: un handicappato non è inabile, è svantaggiato nell’abilità, il che è radicalmente diverso. “Diversamente abili” lo siamo tutti: ogni persona è diversamente abile rispetto a un’altra. “Nero” riporta alla memoria (...) il fascismo, il crimine, la sporcizia,... “Di colore/colorato” fa pensare a qualcuno che si sarebbe divertito a colorare (...) gli esseri umani. L’italiano distingue le cose dalle persone, come per esempio nella canzone “I Watussi”: “Nel continente nero,... un popolo di negri”; “Poesia negra”, e non nera, quando appartiene, è relativa alla razza negra. Poesia nera vuol dire tutt’altra cosa. Tali eufemismi sono dunque inutili perché gli handicappati, i negri e altri continuano a essere maltrattati. Ovvero non è con gli eufemismi, anche se scientifici, che si cambia la mentalità della gente. Secondo lo Zingarelli, esiste “razza (1) e (2)”. La “razza (2)” è una voce settentrionale, dal latino “raia”, di origine preindeuropea e designa un “pesce dei Raiformi (...)”. La “razza (1)” è di origine incerta, per cui non è sicuro che “haraz” venga dall’arabo. Infatti nello Zingarelli si legge: “... dall’antico francese ‘haraz’, di etimologia incerta”. Un “haraz” è un “allevamento di cavalli”. La voce “razza”, da “haraz”, ha quattro definizioni o significati: 1. “L’insieme degli individui di una specie animale o vegetale che si differenziano per uno o più caratteri costanti e trasmissibili ai discendenti da altri gruppi della stessa specie: razze bovine, equine, razza pura, razze di grano”. In senso figurato si dice di

“persona fornita di grandi doti in relazione alla sua attività: commediografo, atleta, musicista, ecc. di razza; fare razza” vuol dire “riprodursi; far razza a sé, non essere paragonabile a nessun altro o non cercare la compagnia degli altri; fare razza con qualcuno, trovarsi d’accordo, essergli amico”; 2. “Suddivisione degli abitanti della Terra secondo determinati caratteri fisici, tipici di ogni gruppo: razza bianca, negra, gialla; lotta di razza”; 3. “Generazione, discendenza, schiatta: essere di razza o di buona razza, avere le buone qualità della propria stirpe o famiglia”. In senso spregiativo si dice di “persona malvagia o falsa: razza di vipere, di cani”. Mentre “razza umana” vuol dire “genere umano”, ovvero tutte le razze che compongono l’umanità; 4. “Specie, qualità, sorta, tipo, specialmente in senso figurato: frutta e ortaggi di varie razze; se ne vedono di tutte le razze; che razza di educazione hai?; non voglio avere a che fare con quella razza di stupido”. A me non sembra che “razza (1)” sia una parola da bandire, come non lo sono le voci “handicap”, “handicappato”, “negro”, “bianco” (anche il termine “bianco” dovrebbe essere abolito a causa della tratta delle bianche!), ecc. Tutto questo affanno, anche scientifico, per illudersi e illudere di migliorare la nostra mentalità sfornando eufemismi è controproducente. Dall’articolo in questione mi sembra che gli scienziati sostituiscono “razza” con “diversità”, un termine che per molti era/è indigesto, poiché non siamo ancora capaci di accettare che ognuno di noi sia diverso e che, quindi, lo sia anche l’altro. Razzismo, che non ha nulla a che vedere con la parola “razza”, anche se ne deriva, significa semplicemente non essere ancora in grado di accettare le diversità. Cordiali saluti, A. E. (Vezia)


Poveri ladri...? Criminalità. Il nostro benessere, e forse anche un po’ di ingenuità, sono fattori che incentivano i furti nelle case ticinesi. Un fenomeno amplificato dalla crisi economica che sta colpendo duramente Bulgaria, Romania e Albania, i paesi di provenienza della maggioranza degli autori di Marco Jeitziner; illustrazione ©Bruno Machado

M

Agorà 4

artin Killias è uno dei massimi criminologi svizzeri e gode di fama internazionale. Alla nostra domanda se sia la povertà degli altri o il benessere di cui godiamo la causa dei furti che subiamo nelle nostre case, risponde così: “in generale non è proprio la povertà (individuale o collettiva) a essere correlata alla delinquenza, ma è piuttosto il contrario: con il benessere arriva la criminalità”. Qualche anno fa, nell’ambito degli accordi di polizia con la Romania, il Consiglio federale lo ha implicitamente riconosciuto: “la ricchezza presente sul territorio svizzero è diventata molto attrattiva per bande di criminali romeni che, entrando illegalmente dalla Germania, dall’Austria, dalla Francia o dall’Italia, commettono in numerosi cantoni furti ripetuti di veicoli e furti con scasso in abitazioni o negozi”1. Il problema dunque sarebbe da ricondurre al nostro benessere o, meglio, alla sua disomogenea distribuzione. Poveri che rubano ai ricchi Gli autori dei furti, ci dice Angelo Fieni, commissario capo della Sezione reati contro il patrimonio della Polizia cantonale ticinese, “sono in prevalenza stranieri provenienti da nazioni dell’Est (in particolare rumeni e bulgari), dai Balcani (in particolare albanesi), dal Nord Africa”. Ora, è un fatto che i criminali internazionali romeni occupino il quarto posto nelle banche dati dell’Interpol. È pure un fatto che “la Bulgaria sta cercando di alzare il tiro contro il crimine organizzato” ma “le riforme in atto devono ancora fornire prova della loro efficacia”2. È altrettanto vero che “nel contesto internazionale, la Svizzera è tra le zone più importanti in cui operano gruppi criminali di etnia albanese”, afferma l’Ufficio federale di polizia3. Tuttavia da che mondo è mondo, è chi sta peggio che ruba a chi sta meglio. Dice Fieni: “è indubbio che la Svizzera per i malviventi è una nazione allettante, vista anche la sua migliore situazione economica rispetto ai paesi confinanti”. Romania, Bulgaria e Albania sono tra le giovani economie e democrazie dell’ex blocco comunista che stanno vivendo peggio questi anni difficili. Se aggiungiamo la corruzione, la disoccupazione e l’arretratezza di certi settori economici, il triste quadro è presto fatto. Ma se oggi in Bulgaria, per esempio, c’è chi si uccide per protestare contro la povertà e c’è chi fruga nell’immondizia per non morire di fame4,

ciò non ci autorizza a puntare il dito soltanto contro coloro che vivono fuori dai nostri confini. La nazionalità degli autori è relativa, tant’è vero che anche gli svizzeri rubano. Ancora Fieni: “constatiamo comunque anche, seppur in numero minore, la presenza di autori italiani (provenienti dalla vicina penisola, dimoranti o domiciliati) e svizzeri”. Il nuovo paradigma La vera domanda che ci sentiamo di appoggiare è quella del criminologo ticinese Michel Venturelli: “Abbiamo bisogno di più arresti o di meno reati?”5. La scelta è politica, ma la differenza di approccio è sostanziale: concentrarsi sulla punizione dei criminali o fare in modo che delinquano meno? Oggi va di moda la “tolleranza zero”. Scrive il filosofo della politica Vincenzo Sorrentino: “a partire dagli anni ottanta innanzitutto muta il modo di vedere la criminalità. (...) Il nuovo paradigma (...) si concentra sulle conseguenze più che sulle cause della criminalità (...). Si fa strada la criminologia del «diverso», secondo le quali il problema della criminalità è riconducibile soprattutto al comportamento di individui pericolosi che appartengono a gruppi razziali e culturali diversi da «noi» (...)”6. Questo modo di pensare è stato alimentato di recente anche in Ticino e sorprende che a farlo sia stato un professore universitario di economia e finanza la cui opinione, benché meritevole di discussione, visti i tempi che corrono, a parere di chi scrive è anche molto discutibile.7 Il crimine non è solo una mera questione di contabilità, di spesa carceraria o di costi detentivi, ma riguarda la società e la politica. Al contrario, è proprio l’attuale sperequazione economica ad amplificare queste forme di attività criminali in Ticino, cantone in cui le condizioni di vita sono contrassegnate da un benessere diffuso. I motivi storici e culturali di questo modo di pensare, sui quali non ci dilunghiamo, sono gli stessi che portano Killias a dire che “le minoranze in Europa orientale sono vittime di tante pratiche discriminatorie” e che “questa mancanza di prospettiva favorisce ovviamente il desiderio di migrare verso orizzonti più favorevoli”. Il prezzo da pagare per il nostro benessere generale sono dunque i furti da parte di chi è meno fortunato. Ma chi tra noi rinuncerebbe a un po’ di ricchezza in cambio di una maggiore sicurezza e tranquillità


Rubare per zappare Ciò che viene più spesso rubato nelle case del Ticino, dice Fieni, sono “denaro, gioielli e piccoli apparecchi elettronici (cellulari, iPad, apparecchi fotografici o computer)”, ma anche automobili. Tutti questi beni stanno nelle nostre case perché ce li possiamo ovviamente permettere, ma non è sempre vero che una volta rivenduti, i soldi servano soltanto per finanziare l’attività criminale. Per esempio, l’anno scorso a Novara si viene a sapere l’impensabile. I carabinieri sgominano una banda di ladri provenienti da Georgia, Lituania, Ucraina, Albania e Romania che si erano impossessati di preziosi in tutta Italia e anche in Svizzera (non è noto se in Ticino). Ma, sorpresa, secondo gli inquirenti parte del ricavato serviva semplicemente per finanziare delle attività agricole in Georgia8, paese fino a pochi anni fa martoriato dalla guerra civile e militare. I carabinieri hanno pure fermato una banda di romeni che rubava mezzi agricoli e industriali che, dopo essere stati smontati, venivano trasportati in Romania, rimontati e rivenduti9. A quale scopo? La Georgia e la Romania, grazie anche ai fondi comunitari, stanno puntando molto sul rilancio dell’agricoltura nazionale per ridurre la povertà. I loro settori agricoli spesso mancano di macchinari, di impianti e di filiere distributive, ma impiegano gran parte della popolazione che però non ha mezzi economici sufficienti.

Bravi ladri o ingenui noi? Scendiamo in Italia. In una notte di fine settembre nel Veneto un terzetto “con marcato accento dell’est europeo, forse albanese”, taglia la recinzione di una villa, vi irrompe attraverso una finestra e immobilizza due pensionati per poi svignarsela con gioielli e 400mila euro in contanti. Le vittime racconteranno che uno dei ladri ha detto che “è a causa di questa situazione se siamo costretti a far così10”. Il riferimento alla recessione economica risulta a tutti evidente. Per la magistratura ticinese “la situazione di crisi economica riscontrabile a livello internazionale comporta inevitabili riflessi criminologici, specialmente in un cantone di frontiera”11. Ma, come abbiamo visto, non ne è la causa e da sola non spiega il problema. Infatti, se ci sono dei bravi ladri ci sono anche dei cittadini un po’ ingenui. L’ondata di furti commessa l’anno scorso a Iragna, paesino rivierasco di poche anime, aveva indotto il commissario Fieni a dichiarare che alcuni ticinesi “non hanno nessuna esperienza con il crimine di questo tipo e le loro case senza dispositivi di sicurezza rappresentano un bottino facile”12. Oggi invece, per esempio nel Mendrisiotto, diverse abitazioni sono state dotate di sistemi di sicurezza, ci dice il portavoce della polizia Renato Pizolli. Ma basta anche solo una dimenticanza, come è accaduto in maggio a un imprenditore di Villa Luganese, svegliato nel cuore della notte da un ladro: “ho commesso l’errore di non inserire l’allarme” ha dichiarato13. Pare dunque di capire che entrare nelle nostre case sia abbastanza facile: “i ladri possono penetrare attraverso i pozzi di luce, le finestre della cantina, da balconi, terrazze e tetti di facile accesso, rompendo i vetri” dice Fieni. Oppure col classico “succhiello”: un piccolo trapano manuale fora l’infisso della finestra e con un filo di ferro si fa leva sulle maniglie. La polizia, dice Fieni, “sensibilizza la popolazione ad adottare misure di sicurezza più incisive ed efficaci”, ma ciò non significa che dobbiamo costruirci dei fortini. I consigli della polizia sono tanto ovvi quanto elementari: tra questi Fieni sottolinea persino che è meglio “evitare di nascondere le chiavi di casa sotto lo zerbino”! Eppure resta l’amara constatazione: se fossimo tutti davvero più accorti, i tre albanesi condannati a maggio per dei furti nel Luganese e nel Locarnese14 sarebbero mai riusciti a mettersi in azione per ben dieci volte in sole due settimane?

note 1 Dal messaggio del Consiglio federale per la cooperazione contro la criminalità, 1.2.2006. 2 Euronews (online), 21.9.2012. 3 Dal “Rapporto annuale FedPol”, 2011. 4 Euronews (online), 12.4.2013. 5 www.ticinolibero.ch, 10.5.2013. 6 In Il potere invisibile. Il segreto e la menzogna nella politica contemporanea, Ed. Dedalo, 2011, p. 165. 7 “Emergenza criminalità”, commento di Giovanni Barone Adesi, Corriere del Ticino, 8.5.2013. 8 Tribuna Novarese (online), 6.4.2012. 9 Adnkronos, 24.7.2012. 10 Corriere del Veneto (online), 23.9.2011. 11 Dal “Rendiconto”, 2012. 12 Ticinonline, 17.11.2012. 13 LaRegione Ticino, 4.5.2013. 14 LaRegione Ticino, 11.5.2013.

Agorà 5


Il nipote di Voltaire Il matematico e saggista Piergiorgio Odifreddi che abbiamo incontrato nel corso della recente edizione di POESTATE, offre uno spaccato della sua visione della scienza, della religione e della vita di Laura Di Corcia

Lo

humour e l’ironia li ha mostrati anche sul palco di

POESTATE, nel patio del Municipio di Lugano, quando,

Società 6

giovedì 31 maggio, chiamato a parlare di numeri e poesia, ha raccontato al pubblico della rocambolesca avventura dell’Oulipo, una congrega di letterati e matematici, fondata nel lontano 1960 da Raymond Queneau e da François Le Lionnais, alla quale aderirono anche Georges Perec e Italo Calvino. Il matematico e saggista Piergiorgio Odifreddi è sicuramente uno di quegli spiriti cui è stata concessa una grazia, un dono che permette a chi lo possiede di transitare attraverso l’esperienza della vita con un’arma potentissima che è la non-arma di chi non combatte e non si arrovella: la leggerezza. Il suo ateismo – che talvolta lo ha spinto anche a sostenere posizioni quantomeno discutibili, come quella di eliminare dai programmi scolastici la lettura della Divina Commedia, in quanto opera sorretta da una morale di tipo cristiano – è frutto di studi e meditazioni non solo sulle teorie matematiche e fisiche, ma anche sui filoni classici del pensiero, che comprendono la letteratura, la filosofia, la psicanalisi. Lo ha dimostrato sul palco, citando proprio all’inizio Ezra Pound (e proseguendo con Jacques Roubaud, la Szymborska, ecc.) e anche durante l’intervista nel corso della quale ha fatto riferimento a grandi personaggi, come Nabokov e Freud. È proprio questa cultura che rende apprezzabile il suo positivismo, anche quando si fa leggermente tronfio, come non hanno mancato di far notare i suoi detrattori fra cui Massimo Cacciari, che lo ha definito pubblicamente “nipotino di Voltaire”. Ma Odifreddi ha un modo garbato di presentare le proprie tesi, una maniera di porsi che è vicina alla sprezzatura così come la descrisse nel cinquecento Baldassarre Castiglione: lo si ascolta volentieri, anche perché sa argomentare. L’abbiamo intervistato subito dopo la sua conferenza a POESTATE, mentre (ironia della sorte) proprio di fronte al Municipio sfilava una processione. Professor Odifreddi, chi le parla non è credente. Però, nemmeno condivide tutta questa fiducia nelle infinite possibilità della scienza: una risposta ai misteri dell’esistenza, mi scusi, ancora la stiamo aspettando… Francamente non ne sarei così sicuro. Innanzitutto la scienza ha spiegato con precisione stupefacente il passaggio che porta esseri primordiali a diventare via via più complicati, fino a raggiungere alti livelli di complessità, come nel caso dell’uomo. L’evoluzionismo svela in maniera abbastanza dettagliata

come evolve la vita. Rimangono però zone ancora misteriose, è vero: a oggi non siamo riusciti a capire la formula attraverso la quale la materia non animata diventa animata. A dire la verità esistono alcune teorie, una dozzina, più o meno. Ma nessuno di noi ha potuto vedere quel passaggio, ovviamente: dunque verificare fra queste ipotesi quale sia quella corretta è difficile, se non impossibile. Quindi l’esistente sarebbe essenzialmente frutto del cieco caso: le sembra davvero possibile? Sì. Il gioco “Life”, sviluppato dal matematico inglese Conway, consiste in una serie di caselle che, sfregandosi, ne generano delle altre. Ebbene, divertendosi con questo semplice passatempo, ci si accorge di come la vita sia altamente probabile: le caselle continuano a riprodursi con una velocità incredibile. Quindi è quasi una certezza che anche altrove, nell’universo, vi siano forme di vita, magari addirittura evolute come la nostra. Lei sostiene dunque che il caso è “life-oriented”? Sì. Il caso è proteso a tutto ciò che può succedere. Il fatto che ci siamo, che esistiamo, non fa altro che dimostrare che siamo possibili. Secondo la teoria delle probabilità tutte le possibilità, anche le più remote, prima o poi, si verificheranno. Questo può essere confortante, da un certo punto di vista. Ma pensare che le nostre vite dipendano da un sistema che non ha uno scopo preciso rintuzza le paure più profonde. Insomma, credo che il problema dell’essere umano, da sempre, sia capire se la vita è sorretta da un principio buono oppure no. Ma vede, “bene” e “male”, “giusto” e “sbagliato” sono meri valori. Si tratta di valutazioni squisitamente umane, etichette che l’uomo appiccica sulle cose, che di per sé non sono né buone, né cattive. Vuole un esempio? L’alluminio, che oggi non vale niente, nelle corti del settecento era molto prezioso, in quanto raro. Quindi quello che lei rimprovera alla religione è di essere troppo parziale, di fondare i suoi principi sulla base di esigenze squisitamente umane. Sì, la religione ha il difetto di essere antropomorfa. E fra tutte le religioni, soprattutto la nostra possiede questa caratteristica, credendo in un dio che s’è fatto uomo. Il cristianesimo è basato su principi primitivi e sicuramente, rispetto all’ebraismo, che aveva tentato di de-antropomorfizzare la dottrina, ha fatto un passo indietro. Persino l’islam l’ha superato! Ma vede, la strategia è comprensibile, se ci pensiamo bene: la gente è dura di comprendonio.


Piergiorgio Odifreddi; immagine tratta da commons.wikipedia.org

Quindi, niente preghiere, niente rivelazioni sottovoce al prete, per guarire e purgare l’anima. Ebbene, professore, che si fa? Saremo pure affetti da antropocentrismo percettivo, ma non possiamo negare che la vita sia una scuola dura. E il dolore che proviamo di fronte alla morte e alle ingiustizie non è nostra invenzione, ma ha un collegamento con la realtà. Io credo che oggigiorno la psicanalisi sia il sostituto moderno della fede nell’aldilà. Ora non mi dica che pure il sogno di Sigmund Freud e Carl Gustav Jung era (è) una superstizione... Io sposo il pensiero di Vladimir Nabokov, il quale riteneva che la psicanalisi fosse una crema di miti greci da spalmarsi sulle parti intime. Lui aveva il dente avvelenato, questo è chiaro, ma io credo che davvero la psicanalisi sia un ramo della letteratura fantastica, una narrazione basata sul nulla. Mi sembra un po’ esagerata come posizione, sinceramente. Ci sono anche dei riscontri scientifici. E poi, via,

non esiste solo Freud! Lacan, per esempio, ha integrato le sue posizioni... Lacan era più pazzo di Freud! Ho capito, professore, niente psicanalisi. Eppure la gente è spaventata da questa corsa verso la morte... Sa qual è il problema? Molte persone, purtroppo, ragionano secondo quella che io sono solito definire “mentalità tragica”. Trovo un po’ sciocca questa eccessiva preoccupazione per quello che ci sarà dopo la vita. Possibile che nessuno pensi che veniamo dallo stesso nulla verso cui andiamo? Lei afferma di non credere in nulla, eppure mi sembra una persona distesa, pacata e serena. Ma qual è il suo segreto? Accetto le cose come stanno. Esistono le malattie, la morte, è vero: ma io, in ogni caso, mi godo la vita. Perché non dovrei farlo?


Musica per rinascere Quarant’anni fa moriva Pixinguinha, maestro del choro, stile musicale che sta vivendo una grande rinascita a Rio de Janeiro di Tito Mangialajo Rantzer

Arti 8

Il 17 febbraio del 1973 moriva a Rio de Janeiro Alfredo da in contatto col mondo del jazz, tanto che al suo ritorno in Rocha Viana Filho, meglio conosciuto come Pixinguinha. Brasile cambiò radicalmente il gruppo incorporando struNato nel 1898, è stato senza ombra di dubbio uno dei più menti tipici della musica di New Orleans: tromba, trombone importanti compositori e musicisti che il Brasile abbia avuto. e sassofono, quest’ultimo suonato dallo stesso Pixinguinha, Flautista, sassofonista e arrangiatore, il piccolo Pixinguinha che lo comprò a Parigi per avere uno strumento che suofu iniziato alla musica dal padre, impiegato del telegrafo nasse con un volume maggiore del flauto, dato che a Parigi e musicista per diletto. Cominciò col “cavaquinho” (una il gruppo si trovò a suonare in sale da concerto molto più sorta di piccola chitarra a quattro corde simile all’ukulele, grandi di quelle a cui era abituato a Rio de Janeiro. tipico strumento del samba) ma presto passò al flauto, del Negli anni venti Pixinguinha lavorò stabilmente come quale divenne un virtuoso. A 14 anni era già un musicista arrangiatore per “star” del samba come Carmen Miranda professionista, attivo in numerosi locali e Noel Rosa, utilizzando il suo gruppo notturni di Lapa, un quartiere di Rio come base per accompagnare le loro de Janeiro ancora oggi centro della vita canzoni. La nascente industria discomusicale carioca. grafica brasiliana lanciò questi cantanti Nel 1919 formò finalmente il gruppo in tutto il mondo e il “sound” di Pixinmusicale che lo rese celebre e con il quale guinha divenne il marchio della musica ebbe modo di far conoscere la musica proveniente dal più grande paese del brasiliana, e in particolare modo il choSudamerica. ro, in tutto il mondo: Oitos Batutas, un complesso formato per l’appunto da otto Una tradizione che continua musicisti, tra i quali i grandi Donga e Joao Pixinguinha, che possiamo vedere in Pernambuco, che al trio base del choro tanti filmati facilmente rintracciabili su (flauto, chitarra e cavaquinho) aggiunYouTube (anche un breve, stupendo dogeva altre due chitarre (delle quali una cumentario che ce lo presenta a pochi a sette corde), bandolim (il mandolino anni dalla scomparsa), fu attivo fino alla brasiliano), bandola (un bandolim accormorte e uno dei maggiori esponenti del dato più basso, come una viola) e le perchoro, uno stile musicale sviluppatosi in cussioni. Il complesso, uno dei primi che Brasile sul finire dell’ottocento che si può Pixinguinha; immagine tratta da escobardesenhos.blogspot.com affiancava musicisti neri e bianchi, si esidefinire come il progenitore del più cobiva soprattutto nei foyer dei teatri e dei nosciuto (almeno qui in Europa) samba. cinema di Rio, essendo i palchi appannaggio dei soli gruppi Secondo i brasiliani, il choro non avrebbe nulla da invidiare di bianchi. Ebbe però subito un grande successo presso un al jazz americano degli albori, con il quale presenta peraltro pubblico vastissimo, tanto che alcuni compravano il bigliet- molte similitudini; ma quest’ultimo avrebbe conosciuto to del cinema solo per ascoltare Pixinguinha e suoi musici- maggiore successo grazie anche alla notevole intraprendensti, disinteressandosi totalmente al film proiettato in sala. za commerciale e pubblicitaria degli americani, secondi a nessuno nell’imporre al mondo le loro produzioni, dalla Un nuovo sound Coca-Cola al jazz, dal cinema ai fast-food. Nel 1920 il filantropo carioca Arnaldo Guinle, uno dei Negli ultimi anni in Brasile, e soprattutto a Rio, si è avuta maggiori “sponsor” del grande compositore Villa-Lobos, una rinascita importante del choro, grazie anche a ecceziodecise di organizzare un tour europeo per gli Oitos Batutas. nali musicisti, dal Trio Madeira Brasil a Yamandù Costa, da I concerti, in Belgio e in Francia, furono duramente criticati Teresa Cristina a Hamilton de Holanda, i quali, oltre a reinin Brasile da molti giornalisti che si sentivano indignati dal terpretare il vastissimo repertorio composto da Pixinguinha, fatto che il loro paese fosse rappresentato in Europa da un compongono essi stessi nuovi brani. Per avere un’idea di gruppo di musicisti neri “arroganti e ridicoli”. Per questi che cosa sia lo choro oggi si può vedere lo splendido docu“intellettuali” la musica di Pixinguinha era troppo primi- mentario di Mika Kaurismaki Brasileirinho. Ma se vi trovate tiva, barbara e negativa. Ma il tour europeo fu un successo a Rio, non esitate ad andare la domenica mattina in Praça enorme e il gruppo rimase a lungo a Parigi, osannato da una Sao Salvador: decine di musicisti di choro si ritrovano per folla di critici, musicisti e semplici amanti della musica. suonare insieme all’aperto, tra bimbi che giocano, persone Durante il lungo soggiorno parigino, Pixinguinha entrò che ballano e venditori ambulanti di pastel.


Letture Sì, però... di Marco Alloni

Il

romanzo di Isabelle Allende ha avuto un’omonima trasposizione nel film di Bille August del 1993. Fu a partire da quella pellicola, come raramente mi accade, che decisi di leggerlo. Nell’ottimo film di August avevo infatti individuato l’intelligenza degli intrecci – narrativi, psicologici, storici – che sottendono a un buon romanzo, e volevo vederli confermati sulla pagina. È stata un’esperienza singolare: ritrovando l’abilità architettonica che il film aveva perfettamente conservato, scoprii che il libro mi piaceva molto meno. Cosa gli mancava, dunque, affinché fosse avvincente quanto la sua trasposizione cinematografica? Mancava il pathos. Il romanzo è ben congegnato, la storia procede sicura e con perfetta tenuta, i personaggi sono stagliati in maniera impeccabile, per cui in definitiva si può parlare di un romanzo riuscito. Eppure il film produce nello spettatore un sentimento di partecipazione che il libro non è in grado di suscitare. Diverte, convince, coinvolge, ma non appassiona.

Il film, viceversa, addensa a tal punto la dimensione psicologica e relazionale dei personaggi che questi svelano di sé una carica passionale che nel libro si avverte solo in filigrana. Perché questo paradossale deficit di pathos laddove la storia della Allende è infinitamente più articolata e dettagliata di quella di August? La risposta risiede proprio nelle risorse della sintesi. Laddove una storia incorpora elementi di realtà che ne dilatano le risonanze – come nel libro della Allende – in qualche modo la sua essenza si disperde e indebolisce, mentre quando essa viene risparmiata dalla sovrabbondanza – come nel film – conserva un tono di assolutezza che libera tutto intero il pathos che la sottende. Come la buona poesia riesce a fare nei confronti della prosa. In questo senso sarei tentato di dire che una maggiore “psicologizzazione” del romanzo ne avrebbe fatto un capolavoro mentre, essendo tale accentramento del pathos risolto solo nel film, è a quest’ultimo che andrebbe applicata tale qualifica.

La casa degli spiriti di Isabelle Allende Feltrinelli UE, 2003

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Il coraggio dello sberleffo Nella leggenda di Guglielmo Tell la mela non è un semplice frutto, ma rappresenta un simbolo ricorrente nella cultura occidentale di Francesca Rigotti

Parlare di Guglielmo Tell è, come avrebbero detto gli antichi greci, “portar vasi a Samo e nottole ad Atene”, ovvero far cosa superflua, trasferendo merci in posti che ne producevano in abbondanza (i vasi, nell’isola di Samo) o che già ne erano pieni (Atene, di civette). Cercheremo in ogni caso di essere originali su questo eroe irriverente, fiero e scanzonato, persino un po’ burlone, se “la burla, l’irriverenza sono le armi dei meno potenti, le armi che distruggono la verità del potente, la sua arroganza, la sua prosopopea. Il coraggio dello sberleffo dichiara la debolezza del potere, mostrandone il ridicolo” (da Laura Bazzicalupo, Gli eroi della libertà, Il Mulino, 2011, pag. 43).

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avrebbe anche lasciato volentieri l’incombenza e in effetti stava per svignarsela quando l’eroe, acuto anche d’ingegno, fece in modo che Atlante si rimettesse sulle spalle l’oneroso fardello, che da allora sempre sorregge. All’eroe Tell toccò invece di infilzare la mela con una freccia, proprio come la saetta di Cupido, nel gioco d’amore, trafigge il cuore della persona amata; e poi di penetrare col dardo di morte il cuore del tiranno, nella tragedia politica. Per una mela Adamo ed Eva, i primi eroi biblici, si giocarono il paradiso terrestre; una mela avvelenata costò quasi la vita all’eroina delle favole Biancaneve, salvata in extremis dal bacio del principe; una mela, caDa Frisch a Bergier dendo a terra, permise a un eroe A dare una versione sovversiva della scienza, Newton, di scoprire la dell’eroe ha pensato lo scrittore legge della gravitazione universale. zurighese Max Frisch, che col suo Niente male per un piccolo frutto Guglielmo Tell per la scuola (1971), dolce, rotondo e profumato, che ha smontato il mito dell’orgoglio Piero Camporesi (ne Le officine dei nazionalistico e messo in scena una sensi) definisce “umido geroglifico difesa dello spirito critico. A situare del mondo, tumido frutto del cielo e Tell nel contesto del suo popolo, della terra, polposa escrescenza solare e della sua cultura, delle sue montagne lunare”; niente male per la mela che e persino della sua alimentazione è nei versi di Rilke (dai Sonetti a Orfeo) intervenuto da par suo il geografo e diventa: “Quella dolcezza che diventa cartografo Jean-François Bergier. Noi densa / rinfrancandosi lieve nel sapore / Wilhelm Tell, pellicola del 1960 di Michel proporremo, brevissimamente dato il per farsi chiara, vigile, vetrosa, / doppia, Dickoff, regista svizzero residente in Ticino contesto, una visione concettuale del di sole e terra, nostra”. La mela densa mito fondativo svizzero, tra il simboe chiara di sole di Rilke diventa però lico e il metaforico; ci soffermeremo, per farlo, soltanto su al- anche, nella storia di Wilhelm Tell, morte e vita (Tod und cuni dei passaggi che costituiscono la storia nel suo insieme, Leben): vita del bambino, morte del tiranno. dunque: cappello sul palo, tiro alla mela, discorso, arresto, salto sullo scoglio, tirannicidio di Gessler nella Hohlen Gasse Mela, testa, cuore (la “via cava”); estrapoleremo quali punti culminanti, la Due-uno-tre. Due tiri da parte dell’arciere di Bürglen: uno alla scena del tiro alla mela e quella del tirannicidio. mela (sulla testa del figlio) e uno al cuore del balivo Gessler; un unico bersaglio rappresentato da tre elementi: la testa Le mele degli eroi (e altre mele) del tiranno simboleggiata dal cappello sul palo; la mela che Un altro eroe ha legato una delle sue leggendarie imprese simboleggia la testa del tiranno; infine, il cuore del tiranno. alle mele, e non si tratta di un eroe qualunque, quanto del La forma rotonda della mela ricorda la testa, la rotondità e capostipite, dell’archetipo di tutti gli eroi, Ercole. Tra le sue il colore rosso del frutto alludono al cuore. Così la mela predodici fatiche ve n’è una, la penultima, che consistette figurata dal cappello di Gessler (la testa del tiranno) diventa nell’impadronirsi, per incarico di Euristeo, delle mele d’oro bersaglio sulla testa del piccolo Walter. Nell’acutezza della delle Esperidi, le figlie di Atlante che vivevano nell’estremo freccia di Tell brilla inoltre l’acume dell’ingegno dell’arciere, occidente. Per permettere ad Atlante di recarsi senza solle- pari a quello di Eracle, duplicato nella sua lingua tagliente che vare sospetti nel meleto a raccogliere per lui i pomi d’oro, beffardamente risponde al tiranno che la seconda freccia – e Ercole sostenne il cielo sulle spalle al suo posto. Atlante gli il tiro raggiungerà il bersaglio – sarà per lui.


Quando suona il fischietto All’apparenza un tipo tranquillo Ed Snowden il giovane che con le sue rivelazioni sta provocando un pasticcio a livello internazionale… di Duccio Canestrini

Sembra uscito da un giallo il caso di Ed Snowden, il giova- creato una societ à della sorveglianza”. Un sistema che però ne statunitense che con le sue rivelazioni sulla sorveglian- ci espone ad altri rischi. Ed era perfino logico che andasse za elettronica ha messo in grave imbarazzo il governo di così, e cioè che tutte le nuove tecnologie disponibili sarebBarack Obama. In gergo, si tratta di un whistleblower, uno bero state utilizzate, e che sarebbe caduta la distinzione che suona il fischietto per denunciare violazioni da parte tra uso di dati raccolti da amministrazioni pubbliche e del sistema al quale appartiene. dati raccolti da privati, come Google e Facebook. Un americano tranquillo, questo bel ragazzo di 29 anni Obama è stato accusato di aver violato la privacy per che somiglia un po’ al Neo di prevenire eventuali atti di Matrix, e un pò al protagoniterrorismo. Ma non è solo un sta dell’omonimo romanzo di problema di riservatezza delle spionaggio di Graham Grepersone, è una questione di ene. Tanto tranquillo da far libertà di espressione e di scoppiare un guaio internalibertà di opinione, perché zionale. Esperto di sicurezza “profilare” le persone, come e sistemi elettronici della CIA si dice e come si fa oggi, è fino al 2009, Snowden è poi soltanto il primo passo. Una diventato analista delle infravolta raccolti i dati tutto è strutture alla National Secupossibile, dipende da chi e rity Agency, l’agenzia che ha da come questi dati vengono ideato PRISM, un programma usati. Possono essere analizdi massima segretezza usato zati per diversi fini: statistici, per la gestione di informacommerciali, turistici, pubzioni raccolte da internet e blicitari, strategici, politici. altri fornitori di servizi eletSi possono creare griglie di tronici. discriminazione, di pressioPrima di “mettersi a fischiane, di ricatto. I dati personali re” Snowden è stato in Iraq e sono miniere, tesori che posin Giappone, e ultimamente sono diventare anche merce lavorava “in paradiso”, alle di scambio. Graham Greene; immagine tratta da kued.org Hawaii, per la Booz Allen Hamilton una società contractor Stessa scena privata di “cyber soluzioni”. Improvvisamente, il 20 mag- Lo scenario ipertecnologico del Datagate era impensabile gio, si mette in malattia e parte per Hong Kong, con un nel 1955, ai tempi dello spionaggio americano in Viebel po’ di dati nel computer, che inizia a divulgare. Con la tnam, dove Greene ambientò quel disturbante capolavoro sua denuncia dello stato di sorveglianza globale dei servizi che rimane appunto Un americano tranquillo. Ma il ruolo segreti americani, nasce il Datagate. Lo spiega lui stesso in strategico dell’informazione e della sua manipolazione è una bella videointervista rilasciata a Hong Kong (prima rimasto identico: nel caso di Greene il ragazzone, patriota di dileguarsi anche da lì) al Guardian inglese: lo ha fatto e idealista, organizza attentati che fanno stragi di civili per “the people” per la gente, per l’interesse collettivo. nelle strade di Hanoi, incolpando i comunisti impegnati Assolutamente consapevole di averla combinata grossa. nella guerra di resistenza contro i coloni francesi. Il mondo crede a ciò che i grandi giornali riportano, e Merce di scambio Graham Greene, da giornalista che ha lavorato per i serChe la piega fosse questa del controllo globale era pre- vizi segreti inglesi in Africa e in Oriente, lo sa bene. Ma vedibile, ben prima dello “scandalo” Datagate, scandalo un conto è la giallistica, altro è la vita. proprio nel senso etimologico di pietra d’inciampo. Co- Va da sé che suonare il fischietto è relativamente facile, me ha osservato Stefano Rodotà (fino al 2005 presidente quando conviene, o quando preme la coscienza, per chi dell’Autorità garante per la privacy italiana e presidente ce l’ha. È dopo che comincia il bello, perché il gioco non dei Garanti europei) “per difenderci dal rischio abbiamo si ferma affatto.

Mundus 11


S

ono nata a Bellinzona da genitori ticinesi. La mia infanzia è stata segnata dalla morte prematura di mio padre e dalle vacanze estive trascorse nella casa degli zii, in Val Cama, in mezzo alla natura incontaminata. Ed è proprio in questi posti stupendi che ho scoperto la musica e ho iniziato ad amarla: quanto mi affascinavano le serate durante le quali la gente si riuniva in capanna a suonare e a cantare! Così a soli sei anni sono entrata a far parte del “piccolo coro della Turrita” di Bellinzona e, qualche anno più tardi, grazie a Mario, il compagno di mia madre, ho iniziato a suonare la fisarmonica, uno strumento popolare, legato ad antiche tradizioni di cui sono tuttora innamorata. Poi a quattordici anni sono entrata nella band della scuola: era il periodo dell’adolescenza e suonare la fisarmonica era fuori moda tra i ragazzi, così ho iniziato a studiare la chitarra da autodidatta; Mario mi ha sempre incoraggiato, insegnandomi i rudimenti e regalandomi la prima chitarra. In quel periodo nasce il mio primo gruppo: suonavamo principalmente pezzi pop, tra cui quelli dei Beatles. Concluse le scuole medie, mi sono trasferita in Capriasca, per cominciare il tirocinio di pettinatrice a Lugano. È stato durante quegli anni che, militando in vari gruppi, ho iniziato a comporre canzoni mie. Scrivere è stata un’esigenza che ho avvertito all’improvviso e che è nata dal bisogno di esprimere le mie idee e la mia visione del mondo; ascoltando le mie prime canzoni, le persone si complimentavano, stimolandomi sempre più a coltivare la creatività. La musica, infatti, è per me la forma di espressione ideale perché più di ogni altra cosa amo unire melodia e parole. Terminato il tirocinio come pettinatrice, ho deciso di partire per l’Inghilterra, dove per circa un anno ho lavorato come ragazza alla pari in una famiglia composta da mamma e tre bambini; mi occupavo di accudire i piccoli di casa e al contempo frequentavo un college per imparare la lingua. È stato davvero molto importante cominciare a parlare l’inglese perché è una lingua molto musicale, perfetta per comporre canzoni. Rientrata in Ticino, ho ripreso a lavorare in salone. Avevo vent’anni e la passione per la

musica era sempre forte; il lavoro, però, non mi concedeva abbastanza tempo per dedicarmici. Per questo motivo ho deciso di licenziarmi e iniziare a fare lavori di pulizia nelle case private. In quegli anni è nato il gruppo Diaspro, che rappresenta per me un’esperienza fondamentale che prosegue da vent’anni, durante i quali siamo riusciti a costruire uno studio di registrazione tutto nostro dove poterci ritirare, a Certara, in Val Colla. Nel lontano 1992 abbiamo pubblicato il nostro primo album It still isn’t clear, edito dalla RTI, una casa discografica italiana che oggi non esiste più. Diaspro è la piattaforma ideale dove esprimere me stessa; è la mia dimensione, qualcosa di unico e completamente intrecciato con la mia vita di casalinga, di madre e di moglie, tanto è vero che ho sposato il batterista del gruppo. Una dimensione in cui posso essere me stessa, in tutti i miei diversi aspetti. Gli altri mi definiscono “cantautrice”, ma in realtà non ho mai avuto l’ambizione di diventare una cantante. Non ho mai inseguito la strada del successo e dell’ambizione, forse anche perché sono un tipo solitario e introverso e preferisco la vita semplice, a contatto con la natura, senza pretese e aspettative, al punto che qualche anno fa, quando sono stata chiamata dalla trasmissione italiana “X Factor”, ho deciso di non partecipare. Non amo stare sul palco per il gusto di esibirmi, lo faccio solo per cantare. Faccio musica solo seguendo i miei tempi e i miei gusti, secondo un’idea del tutto personale di bellezza. Oggi continuo a coltivare le mie due vocazioni: sono casalinga e mamma presente di tre figli, ma anche una musicista, tanto che sto lavorando insieme agli altri membri del gruppo al nostro quinto album. La mia passione mi accompagna nel vivere quotidiano e ricopre un’enorme importanza per me, ma deve rimanere qualcosa di bello e pulito. Non mi abbandonerà mai: per questo in futuro vorrei ancora sperimentare esperienze musicali differenti e collaborare con artisti e musicisti in contesti sempre nuovi.

MIChELA DOMENICI

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Scopre la musica da bambina, iniziando a suonare prima la fisarmonica e poi la chitarra. Oggi si divide tra il ruolo di mamma e quello di vocalist del gruppo Diaspro

testimonianza raccolta da Roberto Roveda fotografia ©Flavia Leuenberger


Isola Bella

I l pa radIso può att e n d e r e di Roberto Roveda; fotografie ŠReza Khatir


Veduta dei giardini terrazzati dell’Isola Bella. In apertura: una Ninfea nella fontana al centro dell’altare principale del giardino dell’isola


Sala delle medaglie


Sala della regina. Sotto: Ninfea, scultura in marmo, nelle Grotte del palazzo

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eravigliosa follia del barocco. Fantastico e megalomane sogno realizzato nel corso di tre secoli. Archetipo di bellezza paradisiaca. Ma per definire la perla delle isole Borromee bastano le parole scritte nel 1844 da Charles Dickens: “Per quanto fantastica e meravigliosa possa essere ed è l’Isola Bella, è tuttavia bellissima”. Ieri Alla metà del seicento nelle acque del Lago Maggiore c’è un’isola tutta rocce e rupi, un lembo di terra dove vivono solo pochi pescatori. Su tutto si eleva un palazzo ancora in costruzione, iniziato da una ventina d’anni e mai completato. I lavori languono a causa della peste, il luogo però è meraviglioso, perché in questo punto le acque del lago sono profonde e hanno sfumature di colore sorprendenti. Lo specchio d’acqua a tratti riflette le vette delle Alpi, ma nonostante questo incombere montano il luogo gode di un microclima particolare, eccezionalmente mite, tanto che già i romani chiamavano quelle del Maggiore insulae caniculares, le isole soleggiate. Il posto ideale per realizzare un sogno, pensa il conte Vitaliano, rampollo dei Borromeo, mentre osserva da una barca l’isoletta. In quel momento

scaccia via ogni esitazione: trasformerà l’isola nel fiore all’occhiello della sua illustre famiglia. Così immagina un palazzo e dei giardini concepiti come un’unica entità di grande impatto scenografico. L’isola prende la forma di un favoloso vascello, con la villa edificata nella parte più stretta a settentrione (la prua) e il parco nella parte più ampia della zona meridionale (la poppa). Un lavoro immenso per trasformare la roccia in uno splendido giardino all’italiana, la pietra nuda in saloni e stanze, come scriverà nell’ottocento Alexandre Dumas padre: “Centocinquant’anni fa queste isole erano solo delle nude rocce, quando il conte Vitaliano Borromeo ebbe l’idea di trasportarvi della terra, contenerla, come in una scatola, per mezzo di muri e pilotis. Una volta terminata questa operazione, in questo terreno artificiale egli seminò oro come il contadino semina frumento, e da esso spuntarono alberi, paesi e palazzi. Fu il magnifico capriccio di un milionario che, come Dio, voleva avere un mondo creato da lui stesso”. Un “capriccio” portato avanti per secoli: solo nel 1958 il principe Vitaliano X Borromeo Arese realizza le ultime opere. Ora l’Isola Bella è compiuta e il sogno di Vitaliano si è finalmente realizzato.

(...)


Veduta del Palazzo Borromeo. A sinistra: uno scorcio dei giardini esterni

Oggi A Stresa prendo il battello. Il lago mi accoglie. C’è qualche nuvola che accentua la bellezza malinconica di questo luogo. Il battello parte, io respiro a fondo. Dopo una manciata di minuti l’altoparlante ci avvisa che stiamo per arrivare. Scorgo i giardini disposti a terrazze. Frugo nello zaino in cerca della guida turistica, che però non trovo. Sarà quest’isola a farsi scoprire allora. Scendo e supero le prime bancarelle di souvenir. Seguo un gruppo di persone che si dirige al Palazzo Borromeo. All’entrata c’è una fila sparuta di persone; attendo il mio turno mentre dietro di me alcuni turisti francesi ridono per le prodezze di un bambino. Finalmente entro. Le sale del Palazzo sono ampie, alte, luminose. Leggo sui quadri alle pareti nomi di pittori celebri. Mi soffermo nella sala in cui soggiornò Napoleone nel 1797. M’immagino come doveva essere allora la vita in questo palazzo dove il tempo si è fermato, dove gli arazzi, gli stucchi e le statue raccontano lo sfarzo antico e un passato che per un giorno sembra tangibile. Scendo al piano inferiore, contrassegnato dalla presenza delle “grotte” che i Borromeo usavano come luogo di riparo dal caldo estivo. Ma ci resto poco, voglio uscire a vedere i giardini. Qui la natura è generosa. Tutto è curato nel minimo dettaglio. Vorrei perdermi tra le fontane ricche di ninfee, i vialetti alberati, le piante rare. Due pavoni bianchissimi sostano sull’erba di fianco alla grande scalinata, ospiti e insieme padroni dell’isola. Mi lascio trascinare dai colori accesi di limoni, aranci, cedri

e magnolie, dal profumo di allori, azalee e rododendri. È un giardino delle meraviglie sull’acqua. Un’oasi in mezzo al lago e ai monti. Salgo i gradini verso l’Anfiteatro, una costruzione in pietra che culmina con la statua di un liocorno, stemma dei Borromeo, cavalcato da Amore. Qui un tempo si tenevano le rappresentazioni per i nobili. Mi viene in mente un dipinto di François Flameng che ritrae Napoleone all’Isola Bella mentre, insieme ad altri invitati, ascolta cantare Giuseppina Grassini, la prima donna della Scala. Un attimo “rubato” dal pittore, una scena che si svolgeva proprio ai piedi dell’Anfiteatro. Il chiacchiericcio di due signore mi sveglia da questo sogno a occhi aperti. Proseguo, scendo i gradini, percorro un viale, cerco l’uscita. Ho ancora qualche minuto prima del battello per Stresa e rimango a osservare uno sconosciuto che improvvisa un bagno nel lago, beatamente immerso in tutto ciò che lo circonda. per informazioni borromeoturismo.it tel. 0039 0323 932483; info@borromeoturismo.it L’Isola Bella è visitabile nel 2013 sino al 3 di novembre. Reza Khatir

Nato a Teheran nel 1951 è fotografo dal 1978. Ha collaborato con numerose testate nazionali e internazionali. Ha vissuto a Parigi e Londra; oggi risiede a Locarno ed è, fra le altre cose, docente presso la SUPSI. khatir.com


Tendenze p. 44 – 45 | di Valentina Gerig

arrivano i manga! Milano ospita fino al 21 luglio una mostra-festival dedicata ai celebri fumetti giapponesi conosciuti soprattutto per la loro versione animata

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hi era bambino negli anni ottanta lo sa bene. Quei personaggi dagli occhioni enormi e le storie senza fine sono rimasti indelebili nella memoria, uno dei ricordi più nitidi della propria infanzia. Si chiamavano Candy Candy, Capitan Harlock, Holly e Benji, Mila e Shiro, Lady Oscar. E tanti altri. Un esercito di cartoni animati che si potevano vedere tutti i pomeriggi sui canali televisivi italiani e provenivano da un unico, lontano paese: il Giappone. Quei personaggi sono parte del grande e affascinante mondo dei manga, ovvero i fumetti nipponici; un mondo che in queste settimane è sbarcato a Milano nella suggestiva cornice della Rotonda della Besana per una grande mostra-festival che raccoglie più di 600 tavole di oltre 400 artisti. A rendere più vivace l’esposizione, una serie di appuntamenti, eventi, incontri e workshop per gli appassionati dei fumetti “made in Japan”. Una storia lunga secoli Solo per noi occidentali “manga” significa fumetto giapponese. Nel Sol levante il manga è il fumetto, senza distinzioni, e viene letto da persone di tutte le età. La sua etimologia è il prodotto della fusione degli ideogrammi man, che significa grossomodo “casuale”, “involontario” e ga, ovvero “disegno”. I cartoon tratti dai fumetti si chiamano invece anime. La storia dei manga è lunghissima. Ben 200 anni di avventure illustrate che la mostra milanese ripercorre in sei aree tematiche. Si parte dalla genesi del genere, nel 1814, con i “Manga di Hokusai”: un’enorme opera di schizzi in quindici volumi popolata da oltre quattromila personaggi. Si tratta di vignette satiriche, illustrazioni umoristiche, che dal 1868 intrecciano le loro tematiche con quelle legate alla lotta per la libertà e i diritti civili. Solo con il tempo il manga diventa un prodotto destinato anche ai più piccoli.

Il manga moderno Il boom del fumetto in Giappone risale al periodo successivo alla Seconda guerra mondiale. Sono gli anni di un autore cult: Osamu Tezuka. Il celebre disegnatore non a caso è stato soprannominato “padre” o addirittura “dio del manga” e nella mostra milanese una intera sezione tematica è dedicata proprio a lui. La sua prima grande opera seriale, Astro Boy, ebbe un immenso successo in Giappone. È la storia di un bambino robot dai sentimenti umani, creato dal dottor Tenma con le sembianze del proprio figlio, morto poco prima in un incidente. Il piccolo automa frequenta la scuola come gli altri bambini e lotta contro molti nemici per difendere la Terra. A Osamu Tezuka si deve anche una delle caratteristiche inconfondibili dei manga: gli occhi grandi dei personaggi. Un tratto somatico strano e curioso, se si pensa che i fumetti sono creati nel paese del popolo con gli occhi a mandorla. Ebbene gli “occhioni” sono un debito nei confronti di Walt Disney, di cui Tezuka era un grande ammiratore fin da piccolo. Bambi, Topolino e anche Betty Boop di Max Fleischer i personaggi che l’hanno più ispirato. Esiste anche una versione più romantica, quasi stilnovista, per cui gli occhi sono specchio dell’anima, e quindi enormi perché i protagonisti principali dei manga hanno un grande cuore. Il celebre autore nipponico ha creato anche altri due personaggi famosi alla nostre latitudini: Kimba il Leone Bianco e la deliziosa Principessa Zaffiro, entrambi andati in onda sulla tv italiana. Arrivano gli anni settanta, un decennio fondamentale per la storia dei manga. Iniziano a proliferare le serie dedicate a una vasta tipologia di lettori: adulti,


bambini, ragazze, adolescenti. È ormai un’industria super efficiente che sforna ogni settimana nuove pagine e vignette a vantaggio del proprio pubblico sempre più affamato di storie da sfogliare. I manga sportivi: vi dicono niente Holly e Benji? Sempre negli anni settanta si assiste al boom dei cosiddetti “manga sportivi”. Uno dei fenomeni più eclatanti è una nuova serie dedicata al calcio, uno sport che in Giappone fino a quel momento è piuttosto snobbato. La “responsabilità” della nuova febbre per il pallone è di Yoichi Takahashi. È lui il creatore di Capitan Tsubasa, meglio conosciuto da noi come Holly e Benji, il manga – poi diventato cartone animato – sul giovane e fuoriclasse Oliver Hutton che sogna di diventare campione del mondo. Come scordare le partite che duravano puntate e puntate, il campo di calcio rotondo da cui spuntava la porta avversaria solo dopo infinite corse, il pallone che diventa ovale, le rovesciate che duravano minuti interi? Oltre a sfidare le leggi della fisica, il cartone puntava molto su valori come l’amicizia, il senso del sacrificio, la lotta leale e il rispetto, la capacità di sapersi rialzare dopo brucianti sconfitte. Nei manga, infatti, che si tratti di vincere un campionato, sconfiggere i nemici, trovare un lavoro, il singolo non lotta quasi mai per l’affermazione di sé ma per un obiettivo più alto, quasi fosse una missione. Questo è sicuramente uno dei punti di forza di tutte le storie nipponiche. Il maestro Yoichi Takahashi L’autore Yoichi Takahashi è venuto apposta a Milano dal Giappone per incontrare i suoi fan con sessioni di autografi e talk show con la stampa. Ha anche disegnato davanti al suo pubblico una parete intera dei suoi eroi, che ora può essere ammirata alla mostra. Disponibile e sorridente, ci ha raccontato (attraverso la sua interprete) i motivi che l’hanno spinto tanti anni fa a creare una storia sul calcio: “Ho iniziato a disegnare fumetti quando ero piccolo. Poi, quando nel 1978 c’è stato il Mondiale, mi sono emozionato nel vedere la squadra argentina. Allora il calcio in Giappone non era per niente famoso. Da lì nasce l’idea di Capitan Tsubasa”. Strano a dirsi infatti, ma si deve proprio a lui l’improvvisa passione per il calcio nel Sol Levante. I motivi del successo planetario del suo manga? Il maestro Takahashi lo attribuisce a due ragioni principali: “Il calcio è uno sport vicino a tutte le persone, non è limitato. Il secondo motivo sono i sentimenti, i problemi, le emozioni che ho raccontato. Il mondo dei manga è sempre molto reale. Ci sono valori che si richiamano alla realtà quotidiana: l’amicizia, l’amore, la volontà di crescere più degli altri”. Quando gli chiedo chi è il suo personaggio preferito, mi rendo conto che è un po’ come chiedere a un padre a quale figlio vuole più bene. E infatti Takahshi sorride e dice: “Mi innamoro ogni volta del personaggio che sto disegnando. Non riesco proprio a scegliere”.

mostra Milano Manga Festival (milanomangafestival.it) prosegue fino al 21 luglio presso la Rotonda della Besana. Tra i prossimi eventi, dal 5 al 7 luglio l’incontro con Yoshiyuki Sadamoto, autore del famoso anime Neon Genesis Evangelion (nell’immagine).


La domanda della settimana

Quando utilizzate internet e il vostro telefonino, avete mai pensato alla possibilità che qualcuno stia “controllando” ciò che cercate, ricevete e scrivete?

Inviate un SMS con scritto T7 SI oppure T7 NO al numero 4636 (CHF 0.40/SMS), e inoltrate la vostra risposta entro giovedì 4 luglio. I risultati appariranno sul numero 28 di Ticinosette.

Al quesito “Sareste favorevoli all’introduzione dell’insegnamento del dialetto ticinese nelle scuole elementari e medie del cantone?” avete risposto: SI

78%

NO

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Svaghi 46

Astri ariete Amore è in arrivo. Colpi di fulmine con Acquario o con il Leone. Sfruttate le vostre dote creative. Conflitti patrimoniali con la famiglia d’origine.

toro Giove avvia un percorso astrale tutto dalla vostra parte. Attenti a un incontro che nella sua immediatezza procura una sospetta familiarità.

gemelli Con Urano e Venere in buon aspetto potete coniugare la vostra aspirazione all’amore con il vostro innato individualismo. Iperfrenetici.

cancro Siete al centro di un magnifico trigono d’acqua. Avanzamenti professionali e nuovi ricchi guadagni. Tra il 2 e il 4 luglio ottimo transito lunare.

leone Venere e Urano in buon aspetto. Rinnovamento di una situazione affettiva. Favorite le relazioni con l’Ariete e con l’Acquario. Creatività.

vergine Fate ricorso alle vostre facoltà intuitive. Opportunità professionali per i nati nella prima decade favorite dal duplice sestile con i segni d’acqua.

bilancia Con Giove angolare e Urano in opposizione è piuttosto facile avere le idee confuse. Venere positiva per i nati in settembre.

scorpione Con Venere e Saturno in quadratura state per buttarvi alle spalle una parte del vostro passato. Criticità e malumori tra il 2 e il 3 luglio.

sagittario Rinnovamento amoroso e sentimenti idealistici. Momento professionalmente importante per gli artisti. Maggior riposo ed evitate le polemiche.

capricorno Grandi cambiamenti in arrivo. Non fatevi trovare impreparati! Siate i promotori della vostra rivoluzione personale. Bene tra il 2 e il 4 luglio.

acquario È facile che nella vostra vita affettiva accada qualcosa di piacevolmente inaspettato fuori da ogni regola. Malinconie passeggere tra l’1 e il 2 luglio.

pesci Luna ok tra il 2 e il 4 luglio. Fermenti interiori. Il calo energetico dei nati nella terza decade è compensato da una buona vivacità intellettuale.


Gioca e vinci con Ticinosette

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 28

Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro giovedì 4 luglio e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 2 lug. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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Verticali 1. Domina il panorama di Torino • 2. Pesce prelibato • 3. Nocchiere • 4. Thailandia e Svezia • 5. Il noto Ventura • 6. Cattiva fama • 7. Un seguace del filosofo di Samo • 8. Articolo maschile • 9. Ispide • 13. Non dotato per il canto • 16. Variopinto pappagallo • 18. Taciturno, silente • 21. Fa palpitare il cuore • 23. Carmi lirici • 27. Saccheggio • 29. Copricapo papale • 32. Preposizione semplice • 34. Dittongo in cauto • 35. Non può parlare • 37. Lungo 12 mesi • 39. Raganella arborea • 43. Risultato • 45. Lo usa il gommista • 46. Segnale d’arresto • 50. Cuor di sorella • 52. Mezza rata • 54. Vostra Eccellenza • 55. Consonanti in suolo.

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Orizzontali 1. Indro, scrittore e giornalista • 10. Le previsioni zodiacali • 11. Precede Vegas • 12. Nel cuore delle Tremiti • 13. Consonanti in esito • 14. Parte di chilo • 15. La figlia di Zeus e di Era • 17. Attraversa Berna • 18. Un manto equino • 19. Danno un punto a scopa • 20. Gracida • 22. Lo zio della capanna • 24. Il noto Marvin • 25. Le iniziali della Magnani • 26. Stuzzica le nari • 28. Due al cubo • 30. Il Nichel del chimico • 31. Congiunzione inglese • 33. Il pupo dell’Iris • 34. Priva di lievito • 36. Bruno, cantautore • 38. Cantone svizzero • 40. Lega Nazionale • 41. Il pronome dell’egoista • 42. Si affianca spesso al quale • 44. Introito, guadagno • 47. Casa centrale • 48. Pari in salubre • 49. La fine della Turandot • 51. Un colore del croupier • 53. Occidente • 56. Ha la tesa.

Soluzioni n. 24

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La soluzione del Concorso apparso il 14 giugno è: RISCATTO Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta è stato sorteggiato: Luigi “Gisi” Sassella 6721 Ludiano

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Al vincitore facciamo i nostri complimenti!

Premio in palio: un buono RailAway FFS per l’offerta “Una giornata sul Lago di Lugano” RailAway FFS offre un buono del valore di 100.– CHF per due persone in 2a classe per l’offerta RailAway FFS “Una giornata sul Lago di Lugano” da scontare presso una stazione FFS in Svizzera. Ulteriori informazioni su ffs.ch/railaway-ticino

Una giornata sul Lago di Lugano. Tra Svizzera e Italia senza frontiere. Immergetevi nel fantastico mondo del Lago di Lugano. A vostra disposizione vi è una vasta gamma di crociere combinabili con escursioni sul lago e sui monti circostanti. Itinerari affascinanti, passeggiate sulle più belle rive del Ceresio e visite di parchi e musei renderanno la vostra giornata unica e indimenticabile.

Svaghi 47


Valido fino al13.07.2013

PRONTI PER L‘ESTATE 3

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Magliette bambini fantasia, T. 128 – 176 invece di 7.95 4.95 Shorts, T. 128 – 176 invece di 19.95 9.95 Camicette invece di 39.95 19.95 Pantaloni fantasia invece di 59.95 29.95 Magliette fantasia, T. 92 – 122 invece di 9.95 5.95 Shorts jeans, T. 92 – 122 invece di 14.95 7.95 Magliette tinta unita, T. 92 – 122 invece di 7.95 4.95 Gonne tinta, T. 92 – 122 invece di 14.95 7.95 Magliette a strisce, T. 128 – 176 invece di 7.95 4.95 Pantaloni, T. 128 – 176 invece di 24.95 12.95

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Ticino7  

Numero 26 - Settimanale della Svizzera italiana

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